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01008

di e h c a n cro

La famiglia perde ogni libertà e

bellezza quando si fonda sul principio dell’io ti do e tu mi dai Henrik Ibsen

9 771827 881004

di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • VENERDÌ 8 OTTOBRE 2010

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

La tragedia di Avetrana impone di fermarsi a riflettere sul rapporto sempre più difficile tra generazioni diverse

L’orrore della porta accanto Troppe volte, al Sud come al Nord, si muore “di famiglia”: perché? Lo zio: «L’ho violentata dopo averla uccisa». E la figlia dice: «Deve pagare». Ora però Sarah non merita dagli italiani una commozione retorica, ma il coraggio di riconoscere le cause della barbarie UNA SOCIETÀ MALATA

di Gabriella Mecucci

C’è un nuovo muro tra adulti e ragazzi: e non basterà Facebook ad abbatterlo

omicidio in famiglia è il più comune: quasi un terzo del totale di questi crimini avviene fra le pareti domestiche. In pratica ne accade uno ogni due giorni. Il 60 per cento delle vittime sono donne, mentre gli autori sono quasi tutti uomini. Il movente più comune è quello passionale. Il brutale assassinio di Sarah Scazzi sembra riassumere tutte queste caratteristiche. «L’ho strangolata con una cordicella mentre era di spalle e ho abusato di lei dopo che era già morta»: è questa l’agghiacciante confessione dello zio, Michele Misseri. segue a pagina 2

L’

di Paola Binetti ifficile non sentirsi profondamente coinvolti nella vicenda di Sarah Scazzi, una bella ragazza di 15 anni, dalla vita apparentemente normale. Una famiglia affettuosa, un impegno serio a scuola, un giro di amiche simpatiche con cui condividere quella naturale voglia di evasione che a 15 anni si materializza nei sogni ad occhi aperti che accomunano i giovani di tutti i tempi. Eppure ad Avetrana poco più di un mese fa si è consumato l’ennesimo delitto in “famiglia”, una vera e propria tragedia che anche attraverso la narrazione mediatica sta prendendo la forma di una piaga sociale contagiosa e progressiva. segue a pagina 3

D

Parla Francesco Alberoni

«L’ha uccisa perché «La figlia e la madre oggi le ragazze non si sono parlate. sanno ribellarsi» E questo è assurdo» «A volte l’emancipazione espone le adolescenti al rischio sempre più forte di essere preda di atti di violenza da parte degli adulti»

«I ragazzi sono invasi dai media, ma questo li ha resi più soli. Tra loro e i grandi c’è un fossato e non ci sono strutture per riempirlo»

Riccardo Paradisi • pagina 4

Errico Novi • pagina 5

Perquisita la sede, indagato il direttore

«Ora bisogna privatizzare l’azienda»

Dossier su Marcegaglia, bufera sul «Giornale»

Fini da Santoro: «Via i partiti dalla Rai»

di Marco Palombi

di Alessandro D’Amato

ROMA. La procura di Napoli ha messo sotto inchiesta il direttore e il vicedirettore del Giornale, Alessandro Sallusti e Nicola Porro, per aver costruito dossier contro Emma Marcegaglia e averne minacciato la pubblicazione se la presidente di Confindustria non «avesse smesso di attaccare il governo». La sede del quotidiano e le case dei due giornalisti sono state perquisite e perciò Sallusti ha annunciato di voler denunciare i Pm.

ROMA. «Fuori i partiti dalla Rai, è arrivato il momento di privatizzare l’azienda». Gianfranco Fini sceglie l’acerrimo nemico di Silvio Berlusconi, ovvero Michele Santoro, per lanciare un segnale “programmatico”su un tema che il presidente del Consiglio ha a cuore quasi più della giustizia, e per ovvi motivi. Insomma, per Fini è arrivato il momento di togliere il servizio pubblico dall’ingerenza della politica.

a pagina 7

a pagina 10

EURO 1,00 (10,00

CON I QUADERNI)

• ANNO XV •

NUMERO

Parla Pierpaolo Donati

196 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

Assegnato il premio per la Letteratura: oggi quello per la Pace

Il Nobel a Vargas Llosa, finalmente un premio giusto Stoccolma per una volta coniuga grandezza e popolarità celebrando l’autore della «Zia Julia e lo scribacchino» servizi da pagina 18 a pagina 21

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


prima pagina

pagina 2 • 8 ottobre 2010

Da Pietro Maso a Cogne, passando per Erika e Omar

L’ ul timo ca so i eri a Sa vo n a: u na ma dr e a vr e b be u cc iso i l fi glio d i 3 an n i

ROMA. Spetta all’Italia il primato europeo degli omicidi in famiglia. Ce ne sono stati alcuni negli ultimi 20 anni che hanno segnato il dibattito nel nostro Paese. Il primo fra questi è l’omicidio Maso. Un giovane 19enne, Pietro Maso uccise nel 1991suo padre e sua madre per ragioni di eredità. Insieme a due complici si introdusse in casa di notte e massacrò i genitori colpendoli con un tubo di ferro. Lo fece per poter disporre subito dei soldi che comunque gli avrebbero lasciato. Un delitto terribile che provocò una lunga riflessione. La società dei consumi trionfava e travolgeva tutto: anche valori antichi e profondi come la famiglia. Maso è oggi fuori dal carcere. Il secondo omicidio in famiglia che sconvolse l’Italia fu quello per mano di Erika e Omar, nel 2001. I due fidanzatini di Novi Ligure uccisero brutalmente e con predeterminazione la madre e il fratellino di lei. I due cercarono di de-

pistare le indagini. Dissero che ad aggredire erano stati alcuni stranieri, che parlavano con un marcato accento slavo. Ma la verità venne a galla e la coppia di adolescenti confessò. Omar e la fidanzata erano minorenni e il dibattito si incentrò su quanto erano OMICIDI IN FAMIGLIA PER AREA GEOGRAFICA Composizione percentuale - Anno 2008

stati condizionati dall’ambiente in cui vivevano. Se ci fossero colpe da attribuire alla scuola, al quartiere, al gruppo di amici, alla famiglia, ad altre istituzioni. In realtà tutto nasceva da un odio profondo che Erika aveva contro

la madre, la quale non aveva altra colpa che quella di essere una madre affettuosa. In molti sostennero la tesi che non esistevano responsabilità esterne. La personalità dominante nella coppia era quella della ragazza. Omar è già uscito dal carcere. Circa un anno dopo l’efferato delitto di Novi Ligure, ci fu, nel 2002, l’omicidio di Cogne.Venne ucciso un bambino di nome Samuele e la madre è stata riconosciuta colpevole. La Franzoni, però, al contrario dei casi precedenti non ha mai confessato. Anzi si è sempre dichiarata innocente. L’assassinio ripropose il tema dell’infanticidio da parte della madre: della malattia mentale che può portare ad un esito tanto terribile. Su quella che venne definita la sindrome di Medea si riflettè a lungo. Del resto gli infanticidi si moltiplicano. Proprio ieri nei pressi di Savona è stato trovato il corpo di un bambino di 2 anni. È (g.m.) stata arrestata la madre.

L’omicidio in casa è il più frequente: il 60% delle vittime sono donne, gli autori quasi tutti uomini, il movente è passionale

Morire “di famiglia”

Un ennesimo brutale assassinio, quello di Sarah Scazzi, consumato tra le mura domestiche. Ecco i dati che spiegano perché in Italia è diventato un triste trend di Gabriella Mecucci omicidio in famiglia è il più comune: quasi un terzo del totale di questi crimini avviene fra le pareti domestiche. In pratica ne accade uno ogni due giorni. Il 60 per cento delle vittime sono donne, mentre gli autori sono quasi tutti uomini. Il movente più comune è quello passionale. Il brutale assassinio di Sarah Scazzi sembra riassumere tutte queste caratteristiche. «L’ho strangolata con una cordicella mentre era di spalle e ho abusato di lei dopo che era già morta»: è questa l’agghiacciante confessione dello zio, Michele Misseri.

L’

Ha soffocato la nipote quindicenne in cantina, dopo aver perso la testa per il rifiuto da lei opposto alle sue avances. Gli inquirenti hanno torchiato per oltre dieci ore l’uomo, sino a quando è crollato. L’episodio del cellulare della ragazza scomparsa, ritrovato dal Misseri, aveva già messo sulla giusta pista polizia e carabinieri, ma la svolta è avvenuta grazie ad una intercettazione di Sabrina. La cugina ventiduenne di Sarah, parlando con la madre al telefono, dice-

va piangendo: «Tanto lo so che l’ha presa lui». La terribile notizia della confessione che le toglieva ogni residua speranza di ritrovare la figlia viva, ha raggiunto la madre proprio mentre partecipava alla trasmissione televisiva Chi l’ha visto?.

Il collegamento in diretta era dalla casa del cognato-assassino. In questo thrilling di provincia tutto si è consumato fra le mura di due abitazioni: quella di Sarah e quella del suo assassino. L’appuntamento con la morte è avvenuto nel pezzo di strada che divide le due case: la ragazza voleva raggiungere la cugina Sabrina per andare con lei al mare. Lo scenario delle avances, dell’a-

buso sessuale e dell’omicidio è la cantina. Il cellulare della quindicenne uccisa è stato ritrovato in un terreno di proprietà dello zio, messo lì proprio da lui: forse un’inconscia confessione. La svolta delle indagini è stata determinata da una telefonata fra la cugina e

Secondo i dati forniti da uno studio di Eures Ricerche Economiche e Sociali, quasi un terzo del totale di questi crimini avviene fra le pareti di casa

la madre di questa. Il cadavere della ragazza era nascosto in un pozzo vicino all’abitazione dei parenti. Insomma, la tragedia si è consumata in un diametro di poche centinaia di metri, all’interno dei rapporti parentali.

Nessun altro ha avuto il benché minimo ruolo. E la madre di Sarah lo aveva ben intuito quando ha chiesto agli inquirenti di «indagare fra di noi, di non escludere nessuno di noi». Tutto in famiglia, dunque. Ma cerchiamo di capire più e meglio - grazie ai dati forniti dalla corposa ricerca di Eures Ricerche Economiche e Sociali - le caratteristiche degli omicidi che si consumano fra le pareti

Alcune immagini della vita di Sarah Scazzi: qui accanto, la festa di compleanno per i suoi quindici anni. A destra, il padre fotografato dopo la sua scomparsa e il diario della ragazza. A sinistra, sopra la mamma e sotto la cugina Sabrina Misseri, figlia dello zio omicida

domestiche. Innanzitutto sono tanti: nel 2008 la percentuale è del 28 per cento, quasi un terzo di tutti i delitti commessi in quell’anno in Italia. Eppure negli ultimi otto anni sono andati calando: nel 2000 sfioravano il 30 per cento. Una decrescita lenta, ma continua. Un dato questo che ribalta la percezione che abbiamo: il bombardamento mediatico, che è particolarmente forte su questo genere di notizie di cronaca, crea l’impressione di essere di fronte ad un fenomeno in netta crescita, ma le statistiche per fortuna lo smentiscono. Un’altra sorpresa viene dalla distribuzione territoriale degli omicidi in famiglia. Quasi la metà, infatti, di quelli del 2008, si è verificata al Nord (45, 6 per cento), segue il Sud col 32,7 per cento e poi viene il Centro con il 21,6 per cento. La palma delle pareti domestiche più pericolose non spetta quindi al Mezzogiorno arretrato, con la famiglia in mano al padre-padrone, o allo zio-padrone. Di più: il record di questo genere di omicidi si ritrova nella provincia di Milano e in quella di Roma, luoghi dove si è affermata la coppia


prima pagina con un solo figlio e dove i nuclei parentali hanno fra loro scarsi rapporti. E lo scenario prevalente sono le città fra i 50mila e i 250mila abitanti. Se si misura l’incidenza parametrandola al numero di abitanti, la regione più colpita diventa la Calabria, ma subito dopo vengono la Liguria e la Toscana. La vittima per eccellenza della mano omicida del famigliare è la donna. E il primo obiettivo della mano criminale è rappresentato dalle giovani fra i 25 e i 34 anni. Ma anche le signore anziane, le nonne corrono parecchi rischi. Le adolescenti come Sarah sono invece un obiettivo per fortuna più trascurato. Negli ultimi anni però la percentuale delle vittime di sesso femminile,nonostante resti maggioritaria, è calata. Sino al 2006 toccava il 70 per cento, nel 2007-2008 è scesa al 60 per cento. Sono in genere pensionate, impiegate e casalinghe. Percentuali queste che fanno somigliare l’Italia sempre più all’Europa.

Tanto più si sta vicini, si convive o si abita in prossimità, tanto è più probabile che si consumi un omicidio di tipo famigliare. Per quanto riguarda i minori, il crimine contro di loro si consuma, nella quasi generalità dei casi, letteralmente fra le mura domestiche. Insomma, la minaccia sta dietro l’angolo di casa, dietro una porta, accanto al giardino. Niente, nemmeno la famiglia - il luogo protettivo per eccellenza - ci preserva dalla violenza, dall’orrore. E se le vittime principali di questo sono le donne, gli autori dei delitti sono, nella stragrande maggioranza dei casi, gli uomini. Nel 2008 ben l’83 per cento degli omicidi è avvenuto per mano maschile: una percentuale da brivido. E i due moventi più comuni sono la passionalità e la litigiosità interna al nucleo famigliare. La terribile storia di Sarah ci ripropone dunque la modalità di assassinio più comune e, insieme più spaventosa perché l’aggressore è accanto a noi, ci conosce bene e forse, a suo modo, ci ama. Gli autori di questo tipo di omicidi - e questa è una delle poche buone notizie - nella stragrande maggioranza dei casi non sfuggono alla giustizia. È infatti questo un crimine in cui il colpevole viene sempre identificato. Nel caso di Sarah ci sono anche complicità? Qualcuno sapeva delle avances, dei possibili pericoli che corrreva e ha preferito tacere? Su questo ora stanno indagando gli inquirenti per rendere piena giustizia a quella ragazzina il cui corpo sfigurato è stato buttato nel buio di un pozzo. La figlia dell’assassino, la cugina Sabrina, amica e confidente di Sarah, quando ha saputo del padre, ha detto: «Adesso deve pagare». Ma c’è anche l’inquietante interrogativo lanciato dalla madre della vittima: «Mia sorella sapeva?».

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Tre riflessioni sui motivi di una barbarie troppo diffusa

Figlia di una società malata, martire della sua libertà La tragica storia di Avetrana rivela una frattura sempre più grave tra il mondo virtuale e quello reale. A pagare sono sempre i giovani di Paola Binetti segue dalla prima In famiglia si nasce, si vive e tutti ci auguriamo di morire, ma morire in famiglia è cosa ben diversa dal morire di famiglia. Sarah è stata uccisa dallo zio, il fratello della mamma, il papà di quella cugina a cui era particolarmente affezionata e a casa della quale si stava recando in quel caldo pomeriggio di agosto. Uno zio che da tempo però non la guardava più come una nipotina, coetanea e compagna di giochi della propria figlia, ma come una giovane donna a cui aveva già rivolto ripetute volte delle avances, puntualmente respinte da Sarah. In questo dramma familiare colpiscono diversi passaggi su cui forse vale la pena di riflettere: da un lato il senso del pudore, forse perfino di vergogna che Sarah provava e che l’avevano indotta a tacere di questi fatti con la mamma, che evidentemente Sarah voleva proteggere, dal momento che dopotutto era pur sempre suo fratello. Se Sarah avesse raccontato in famiglia come il rapporto con lo zio avesse ormai perso il carattere familiare e stesse assumendo un carattere seduttivo, che lei rifiutava con energia e con determinazione, non c’è dubbio che i rapporti familiari si sarebbero interrotti e come conseguenza naturale la madre e il fratello avrebbero litigato fino ad interrompere la loro relazione. Sarah ha cercato di difendere contemporaneamente se stessa e sua madre, forse all’inizio avrà perfino temuto di aver frainteso le intenzioni dello zio, ma non c’è dubbio che mano a mano che questa certezza si è fatta largo nel suo cuore avrà cercato mille espedienti per sfuggire al rapporto diretto con lui. Sarah oggi è diventata, sia pure involontariamente testimone della presenza molto più frequente di quanto non si pensi di una gioventù dalla vita limpida, che guarda alla propria sessualità come ad un valore che va vissuto nella prospettiva di un sogno di amore.

In questa storiaccia c’è la violenza dissacrante dello zio e c’è la purezza - termine disgraziatamente passato di moda! - di questa giovane donna. Mi piacerebbe che questo secondo punto avesse la visibilità che merita e che questo contribuisse a restituire a Sarah

un po’ di quell’onore che le è stato grossolanamente sottratto, quando la stampa ha ipotizzato tra le varie ipotesi di ricostruzione dei fatti, una fuga con qualcuno più grande di lei conosciuto occasionalmente su internet. Sarah era già morta per difendere il suo pudore e la sua intimità, e qualcuno stava nuovamente attentando alla limpida trasparenza della sua giovane esistenza buttando su di lei manciate di fango, più o meno giustificate dalla sua ingenuità. Ma Sarah evidentemente era tutt’altro che ingenua e avendo ben capito cosa lo zio volesse ha detto no. Anche se questo no le è costato la vita. Così come lei ci sono moltissimi adolescenti che nonostante la pessima propaganda che talvolta si fa di loro con inchieste e sondaggi improbabili riescono a riaffermare i valori di sempre come una moderna favola che immagina un futuro rosa, con tanto di abito bianco e di fiori d’arancio.

Sarah è morta anche per questo…. Ma evidentemente lo zio, moderno orco delle favole antiche, non poteva immaginare che una ragazza di 15 anni avesse tanta energia e tanto coraggio nel difendere se stessa, la sua famiglia e i suoi valori. Ed è lui ovviamente che esprime invece un aspetto malato della nostra cultura e della nostra società. Quello degli adulti che inseguono il velinismo, che fanno di una sessualità sboccata e priva di slanci affettivi, un luogo dell’usa e getta, senza neppure rendersi conto che in questa tragedia ci saranno ancora altre vittime: dalla mamma, doppiamente colpita dalla morte della figlia e dalla perdita secca di un fratello, che ha tradito i vincoli di sangue più profondi, alla cugina, che difficilmente potrà accettare e perdonare un padre così. Tante vite distrutte per una sessualità, che si sbriciola in una sensualità costantemente sollecitata da stimoli di ogni genere e così priva di senso dell’onore e del rispetto. Una tragedia familiare, che per la frequenza con cui si ripropone è anche una tragedia sociale che mostra fino a che punto la famiglia oggi sia in sofferenza e come sia abbandonata a se stessa non solo sotto il profilo economico, schiacciata da una pressione fiscale pesantissima, ma anche sotto il profilo della cultura stessa della famiglia.


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prima pagina

Si parla tanto di emergenza educativa, ma la vera emergenza è quella della famiglia, che deve tornare a scoprire il senso della sua realtà più profonda, come luogo in cui si generano legami e matura quel patto intergenerazionale che ha nell’etica della cura il suo punto di forza, e nella solidità della sua rete il vero punto di speranza. Dobbiamo tornare ad occuparci della famiglia, dobbiamo trovare nuovi modi per fare educazione familiare, per sostenere la qualità e la dignità della vita di famiglia come luogo in cui la libertà di ognuno cresce e si sviluppa nella responsabilità di tutti. Parlare di violenza nella famiglia, significa affrontare tutta una serie di fenomeni che si distribuiscono lungo un continuum dove la linea di demarcazione tra ciò che è “normale”e ciò che è patologico è alle volte estremamente sottile e impercettibile. Ci sono vari tipi di violenza che si creano in famiglia: violenze psicologiche; violenze fisiche e violenze sessuali.

Sembra invece che proprio oggi la famiglia mostri i suoi chiaroscuri affettivi con una intensità sconosciuta al passato. La cronaca recente si è occupata con una insistenza a volte perfino morbosa di quella violenza che si scatena in famiglia in ogni tipo di contesto - in città e in provincia, negli ambienti tipici di una borghesia benestante o in ambienti più modesti - senza particolari differenze. Una violenza che molto spesso è strettamente legata a una attrazione sessuale distorta e spregiudicata capace di mettere in moto una violenza di rara intensità. Indeboliti i legami affettivi, vanificata quella fedeltà che era il simbolo per eccellenza della vita di famiglia, giustificata ogni forma di esperienza sessuale, dopo averla svincolata da qualsiasi riferimento etico, oggi noi abbiamo questo drammatico connubio tra passioni sregolate e violenza incontrollata. E la famiglia, come luogo di amore e di cura reciproca, corre il rischio di diventare ancor più il simbolo di una realtà che non esiste più. Ma senza famiglia non c’è né vita né società, per cui l’unica alternativa che abbiamo è quella di ricominciare dalla famiglia proteggendola da una pubblicità invasiva di seduzioni a buon mercato; restituendole l’onore che merita anche nella rappresentazione che se ne fa sulla stampa e nel cinema. Riconoscendo che ci sono giovani splendidi come sicuramente lo è stata Sarah, vittime di un mondo di adulti che tradisce se stesso e la sua dignità. A questi giovani dobbiamo offrire la possibilità di raccontare le loro paure, di condividere i loro timori, non solo in famiglia, ma attraverso servizi a cui possono rivolgersi con serenità e con semplicità. I servizi alla famiglia non sono fatti solo di asili nido, per altro indispensabili, sono fatti anche di luoghi in cui si possono porre problemi, sapendo che qualcuno ti ascolterà con delicatezza e con discrezione e poi ti aiuterà nel miglior modo possibile. Servono luoghi in cui i giovani possano costruire spazi di futuro con ottimismo e serenità, anche se e quando la famiglia non dovesse essere all’altezza della situazione. Non possiamo giustificarci davanti a tutte queste richieste di aiuto che i giovani e le famiglie ci rivolgono girando la testa dall’altra parte facendo della demagogia o trincerandoci dietro la mancanza di risorse, perché mentre noi cerchiamo delle improbabili giustificazioni qualcuno può rimproverarci accusandoci di avere ragioni ma non ragione. La storia di Sarah non può risolversi in un processo giudiziario, che speriamo ci sia e che sia veloce e severo, deve diventare la proposta di un modo alternativi da proporre per esempio ai social network… Sarah aveva più di un profilo su Facebook, ma se avesse avuto un’amica o un amico grandi e responsabili, disponibili e competenti, certamente l’esito della sua vicenda sarebbe stato diverso. C’è bisogno di luoghi reali per i giovani, luoghi consegnati a loro, ma in cui ci sia sempre e comunque la disponibilità di qualcuno che possa aiutarli ad orientarsi davanti a situazioni che creano angoscia e sconcerto. Ma prima ancora c’è bisogno di tornare a capire cosa sia la famiglia, di cosa abbia realmente bisogno e come sia responsabilità primaria della società porsi al suo servizio, esercitando una delicata azione di controllo su tutti i fattori di rischio che la minacciano sempre più in profondità.Trasformare i fattori di rischio in fattori di protezione per la famiglia è la sfida che lanciamo a tutti i livelli della nostra società, nessuno escluso, dalla scuola ai mass media, dalla politica all’economia. È un appello che lanciamo anche alla Chiesa, perché torni ad essere luogo di incontro e di confronto per i giovani e per gli adulti, come è sempre stato. Se è vero che una famiglia malata genera una società malata, è vera anche l’affermazione reciproca, per cui una società malata diventa essa stessa corresponsabile del disagio e della sofferenza della famiglia. Nessuno crede alla favola della famiglia del mulino bianco, ma non vogliamo neppure rassegnarci alla narrazione della famiglia come luogo popolato di mostri, vogliamo solo che ogni famiglia abbia tutto l’aiuto di cui ha bisogno in tutti i modi in cui sia possibile.

Ancora immagini della tragedia di Avetrana: a destra, una ritratto di Sarah Scazzi. Sotto, il luogo dove è stato ritrovato il suo corpo. A sinistra, Michele Messeri, lo zio omicida. Sopra, la famiglia di Sarah mercoledì sera, durante la trasmissione tv «Chi l’ha visto»

FRANCESCO ALBERONI

«L’ha uccisa perché oggi le ragazze parlano» L’abuso in famiglia è una realtà sempre esistita ma ora c’è meno controllo sulle adolescenti di Riccardo Paradisi uarantadue giorni di attesa, di sospensione agghiacciata, di ipotesi di fuga da casa sulle ali di Internet, di avventure amorose, di un misterioso rapimento. Quarantadue giorni in cui si sono inseguite piste tutto sommato consolatorie, lontane dalla strada che avrebbe portato alla più cruda veQuarantadue rità. giorni di speranza.

Q

Poi la deposizione

corpo è in un pozzo della campagna di Avetrana, lui che per quaranta giorni ha finto e dissimulato tentando con animale furbizia di costruirsi alibi, di depistare indagini, di allontanare da sé i sospetti. Tradendosi peraltro spesso, forse nell’inconscia volontà di lasciare delle tracce per farsi individuare, per espiare in qualche modo. L’atroce banalità del male, di un nuovo bestiale episodio della nostra storia di ordinaria criminalità parentale, sordida, consumata all’interno della famiglia. È Francesco Alberoni, sociologo di lungo corso, a ricordare a liberal che questa purtroppo – malgrado internet, i cellulari e le dirette televisive – è una vecchia storia. Che ci sono dei mondi fatti di arcaismi malati e di sottosviluppo morale che continuano a sopravvivere sotto tetti dove magari svettano antenne satellitari.

Le ragazze in certe realtà sono ormai emancipate con il rischio di cadere prede dell’ambiente maschile violento

di Michele Misseri, lo zio di Sarah Scazzi, l’uomo che dopo aver recitato la parte del parente addolorato – «Veniva giù da me in cantina, a chiamarmi “Zio è pronto in tavola”me la vedo ancora davanti» – l’omicidio dopo ore di interrogatorio condotto dagli inquirenti che da giorni stavano ormai stringendo il cerchio delle indagini intorno a lui. È stato Michele Misseri ad uccidere e violentare Sarah, è stato lui a gettare il suo


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PIERPAOLO DONATI

«Nessuno ha aiutato Sarah a confidarsi» Le nuove generazioni sono invase dai media, eppure di fronte alle difficoltà sono tutti più soli di Errico Novi

«Purtroppo storie come questa son sempre accadute. L’ambientazione di queste vicende sono le campagne, le montagne, tutti i luoghi laterali, isolati dove la pratica della violenza sessuale sulle bambine e sui bambini è sempre avvenuta da parte di figure parentali maschili. Nell’adolescenza diventava più difficile continuare queste pratiche immonde perché c’era la vigilanza dei padri e dei fratelli maggiori. Anche se spesso erano i padri stessi a tentar di approfittare delle figlie. Una sorta di vigilanza reciproca e ossessiva per il timore anche della gravidanza indesiderata, allora l’aborto non era pratica diffusa».

Un controllo che veniva tutto sommato accettato dalle giovani donne di famiglia, «che accettavano quel registro di chiusura e di clausura che se da un alto le opprimeva dall’altro, in parte, garantiva loro una sorta di protezione. Ciò che oggi è cambiato è una più veloce emancipazione femminile. Le ragazze anche dove è ancora forte la vecchia sedimentazione del costume patriarcale grazie ai media, agli strumenti di comunicazione privata, guadagnano prima e più velocemente l’emancipazione ma appunto il rischio è che cadano facilmente prede dell’ambiente maschile potenzialmente violento». Prede del branco giovanile, dell’amico che diventa stupratore, oppure dello zio che la violenta e la uccide «perché il rischio è che la ragazza, pro-

prio perché emancipata, non stia zitta, non senta il dovere di sopportare per convenienza ma lo denunci». Potrebbe venire la tentazione a proposito di reclusione femminile e di abusi, di parlare di un Islam di casa nostra ma attenzione, dice Alberoni, sarebbe un errore. «L’Islam non c’entra assolutamente niente. Nelle famiglie islamiche integraliste esiste una possessività e un eccesso di controllo sulle donne di famiglia: li si uccide perché la ragazza si vuole emancipare qui siamo a sopraggiunto difetto di controllo che trascura e sottovaluta la pericolosità dell’ambiente circostante».

Anche se qualche sospetto sull’ambiente prossimo alla figlia la madre di Sarah, la signora Concetta, l’aveva avuto subito: «Me l’hanno rapita», aveva detto dopola scomparsa della figlia allontanando subito la possibilità di una fuga. «Cercate tra i familiari», aveva detto, indovinando subito la realtà. E del resto nei cinquecento metri che dividono le case di Sarah da quella del suo assassino nessuno aveva sentito in quell’assolato pomeriggio d’agosto in cui la ragazza era scomparsa rumore di auto o urla che facessero pensare a un rapimento. No Sarah s’era consegnata da sola, fidandosi a chi l’avrebbe stuprata e uccisa. C’è stato l’illuminismo ma ci sono ancora gli orchi nelle ancora tante Avetrana italiane.

ROMA. Avviene tutto per caso, o per necessità del contesto“arcaico”? Ma no. Pierpaolo Donati, sociologo dell’università di Bologna e direttore dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia, prova a scuotere il velo di fatalismo e sostanziale indifferenza destinato probabilmente ad avvolgere la tragedia di Sarah nei prossimi giorni. Lo studioso indica le precondizioni di un simile orrore anche «nella mancanza di una rete di strutture, servizi sociali per la famiglia, in grado di ascoltare, riconoscere i problemi». In più, «tanto siamo circondati dalla potenza dei media tanto più siamo isolati: è così soprattutto per i giovani». È questo, dice il professore, l’altro paradosso che si ricava dalla vicenda di Avetrana. Al primo impatto viene da dire: la famiglia che dovrebbe accogliere, proteggere, aiutare a crescere, diventa una trappola. Da questo punto di vista è giusto stare attenti a non sovrastimare questi episodi dal punto di vista quantitativo: prima erano tenuti segreti, oggi emergono perché i giovani sono più consapevoli. Sarah ha rifiutato le avances, ha l’autonomia, avuto l’indipendenza psicologica di ribellarsi a un parente stretto adulto. In più, simili avvenimenti sono resi “più pubblici” rispetto a quanto avveniva in passato. A turbarci è un’altra cosa. Quale? Il fatto è che non cresce la cultura della famiglia rispetto a queste sfide. L’insidia delle violenze sessuali è sempre in agguato. Oltretutto qui non siamo nella modernizzazione spinta di una grande metropoli come Milano, il cui ambiente riteniamo sia più erotizzato. Qui siamo in un piccolo paese del Sud tradizionale. Ma anche di fronte a questo tipo di contesto si sconta chiaramente, mi pare, una mancanza: non ci sono strutture sociali, servizi sociali, che permettono alla famiglia di esporre i problemi. Secondo lei anche a Sarah è stata fatale questa mancanza? Non credo che le avances dello zio fossero così nuove. C’è piuttosto una lunga storia di attenzioni morbose da parte: Sarah però non ha avuto l’opportunità di parlare con vicini, amici. Vede, noi siamo molto toccati, siamo molto sensibili a questi casi di abusi tradizionali, ma poi non facciamo crescere i servizi alla famiglia, la cultura che dovrebbe avere la famiglia al centro

della società e dunque destinataria dei necessari servizi. Forse siamo ammutoliti anche dall’eccesso di comunicazione “unidirezionale” tipico della società dei media. Ascoltiamo e recepiamo troppo, perciò non ci“confessiamo”. È vero che mentre si moltiplicano gli strumenti di comunicazione, i blog, i canali virtuali, poi però i giovani sono più soli. Se analizziamo davvero la società di oggi, i ragazzi sono più incapaci, privi della possibilità di comunicare rispetto alle generazioni precedenti. Bella conquista, per la società dell’accesso illimitato. Più siamo circondati dai mass media, più siamo isolati. In passato la ragazza avrebbe potuto trovare ascolto in una rete di relazioni che oggi non c’è più. Perché la società tende a depotenziarla, quella rete di rapporti significativi, e a sostituirla con i mass media. E di fatto ci lascia soli. Quello che servirebbe è avere chances di comunicare in modo non virtuale, ma con persone significative ben individuate nel contesto. C’è il rischio che la storia di Avetrana venga liquidata come epifenomeno di un mondo arcaico, tribale. Soprattutto per chi vive in una dimensione urbana è molto facile passare dal dispiacere, dall’impressione, alla sostanziale indifferenza, giustificata col fatto che in quel tipo di realtà rurale una simile tragedia era prevedibile. Piuttosto dobbiamo evitare che in quella realtà la vertigine del confronto con la dimensione globale, modernizzata, ultracompetitiva, accentui la distanza, la solitudine. C’è solo un modo per colmare questo fossato: enfatizzare gli agenti socializzanti. La modernizzazione ha bisogno proprio di queste risposte. Perché ancora non avviene? Anche a causa delle amministrazioni locali che risolvono tutto giudicando incompatibile la dimensione pubblica con quella familiare. Il privato, si dice, deve restare tale, dunque non si interviene. Tutto il contrario della comunità rurale tradizionale. In cui invece c’erano delle reti di protezione, assicurate proprio dalla dimensione comunitaria. Rispetto ad allora siamo più deboli, fragili, indifesi nei confronti di processi istintivi che possono capitare da un momento all’altro e che non si possono liquidare come sopravvivenze arcaiche.

Non ci sono servizi sociali, che permettano alla famiglia di esporre i problemi: nelle comunità tradizionali c’erano


diario

pagina 6 • 8 ottobre 2010

Equilibri. Via libera dal Consiglio dei ministri ai decreti sulla nuova fiscalità regionale e sulla definizione dei costi standard

Federalismo, il governo va di corsa Tremonti: processo quasi finito. I governatori: prima parliamo di spesa ROMA.

Giulio Tremonti è convinto che, con il via libera di ieri del governo a costi standard e a fiscalità regionale, «il processo del federalismo è quasi finito». Romano Colozzi, coordinatore nella Conferenza delle Regioni delle materie economiche, replica che «finché non si discuterà delle risorse per l’assistenza ai non autosufficienti, per la scuola e per il trasporto pubblico, fino a quando non si incroceranno le disponibilità necessarie per i Lea e i Lep con il patto di stabilità – che non potrà più basarsi su tetti che non permettono la spesa – fino ad allora non avrà senso parlare di aliquote e di ripartizione di Irpef e Irap».

Per la cronaca è proprio questo che ieri ha stabilito il Consiglio dei ministri nell’ultimo decreto attuativo sul federalismo fiscale. Ma il giudizio di Colozzi, assessore al Bilancio della regione Lombardia che non è certamente un nemico della riforma, la dice lunga sul cammino che c’è ancora da fare. Fatto sta che la maggioranza ha deciso di approvare assieme sia i costi standard per le prestazioni sia la nuova fiscalità regionale, di dare un’accelerata nonostante le promesse al presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, di soprassedere sul secondo punto. Il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, ha ricordato «che si stanno soltanto rispettando i tempi stabiliti» per approvare entro

di Francesco Pacifico

fiscalità municipale, che dovrebbe portare dal prossimo primo gennaio l’istituzione dell’Imu e della cedolare secca per gli affitti. A dirla tutta, in questa partita saranno decisive anche altre poste. Intanto l’apertura dei tavoli su trasporto pubblico e i tagli dell’ultima manovra (8,5 miliardi) che potrebbero portare a un allegerimento di 1,5 miliardi da destinare, per la gioia di Trenitalia, ai contratti di servizi dei collegamenti ferroviari. Eppoi il via libera al piano

Lombardo minaccia di bloccare questa riforma «che penalizza il Sud». Anche la Basilicata tra i benchmark per calcolare i conti sanitari? marzo tutte le deleghe previste dalle legge 42. Ma le sue parole non bastano a evitare i sospetti che il governo voglia chiudere prima di un possibile ricorso alle urne – altrimenti si cancella il lavoro fatto – o mandare un messaggio agli enti locali che, infatti prendono tempo. Ieri, prima i governatori hanno chiesto al ministro Calderoli un periodo di tempo superiore ai 30 giorni previsti per dare il loro parere. Quindi i Comuni hanno fatto slittare le nuove regole sulle

dei rientri delle Regioni del Sud commissariate per il deficit sanitario. Dalla Pisana Renata Polverini si mostra cautamente soddisfatta, «perché il governo ha recepito alcune richieste». Da Palazzo d’Orleans Raffaele Lombardo promette «di bloccare questo federalismo che ci penalizza». Alla base del nuovo sistema di ripartizione fiscale ideato dal governo ci sono, sostanzialmente, la facoltà per le Regioni di recuperare il grosso delle risorse necessa-

Montezemolo: un’authority per difenderci da Ferrovie

Ntv si appella a Berlusconi ROMA. Si affida anche a Silvio Berlusconi, Luca Cordero di Montezemolo nella sua battaglia contro Mauro Moretti. Al centro del contendere sempre l’ostruzionismo che il gigante Trenitalia farebbe alla nascente Ntv nell’alta velocità. «E quest’ostruzionismo senza arbitro», dice l’ex presidente di Fiat, «ci sta causando notevoli danni. I nostri investimenti sono ad alto rischio». Ntv non puo’ più permettersi di aspettare».

Da qui la richiesta al premier per la costituzione di nuova authority che garantisca la concorrenza, confidando nella sensibilità dell’imprenditore prestato alla politica «in materia di liberalizzazioni, perché da noi l’allenatore della squadra concorrente è anche l’arbitro». Sulla stessa riga anche l’altro azionista forte di Ntv, Diego Della Valle, che ha chiesto la testa di Moretti. «Sono estremamente allibito nel vedere

che l’ad di Fs entri a gamba tesa su tutto, tentando di delegittimare una cosa che ha il solo difetto che l’abbiamo fatta noi e non loro».

Lunedì Montezemolo vedrà il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, intanto l’Ad di Ntv, Giuseppe Sciarrone, esclude che siamo di fronte a ritorsioni dopo che Alstom e la sua compagnia hanno presentato ricorso contro l’assegnazione della gara di Trenitalia per il treni dell’Alta velocità». Quindi ha confermato l’esistenza di ritardi – «Ogni mese vale diversi milioni di euro solo in termini di minori introiti» –verso l’avvio dei servizi commerciali previsti a settembre 2011. Da qui la richiesta di un’autorità ad hoc i cui poteri, in fase di realizzazione, potrebbero essere assegnati all’Antitrust o al ministero dei Trasporti, avallata anche dal garante per la concorrenza Catricalà.

rie attraverso l’Iva e un meccanismo di salvaguardia per evitare un aumento della fiscalità, e che sarà introdotto con un successivo decreto assieme a sistemi per premiare i virtuosi e impedire la ricandidatura di amministratori spendaccioni. Dal 2012 gli enti potranno rimodulare le addizionali Irpef per recuperare i mancati trasferimenti dallo Stato centrale. Dal +0,5 per cento per il 2013 si potrà salire fino al 2,1 per il 2015. Non potranno vedere aumentare il loro carico fiscale quei cittadini inseriti nei primi due scaglioni fiscali. Gli enti potranno poi decidere ulteriori detrazioni per le famiglie e per i servizi di welfare. Agli enti locali viene data dal 2014 anche la facoltà di abbassare o eliminare l’Irap. Ma sono in pochi a credere a questa possibilità, visto che ogni taglio è a carico del bilancio regionale. Più complessa la gestione futura dell’Iva. Nonostante i primi propositi, il governo ha deciso di mantenere la partecipazione delle Regioni al 45 per cento del gettito. Ha spiegato al Sussidiario.net il presidente della Copaff e uno degli estensori delle norme, Luca Antonini: «Innanzitutto si afferma un principio di territorialità sull’Iva. In questo momento la contribuzione statale avviene sulla base dei dati Istat. Quindi se l’Istat registra consumi e l’Iva non viene pagata, il contributo scatta lo stesso. Con il decreto, dal 2013, l’Iva viene calcolata secondo quanto viene riscosso effettivamente sul territorio».Proprio in base a quanto raccolto sul territorio sarà istituito dal 2014 un fondo perequativo per le Regioni meno popolose e con minore capacità fiscale. Cambiano i criteri per individuare i costi delle prestazioni regionali. Saranno calcolati in base alla spesa dei tre enti locali più virtuosi. Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha promesso che «saranno individuati con i governatori». Il suo collega alla Sanità, Ferruccio Fazio non ha escluso «che uno possa essere del Sud». Ma l’unica in grado di avere i requisiti richiesti, la Basilicata, è troppo piccola per garantire la spesa dell’area.


diario

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ROMA. Intanto una premessa e una previsione. Le perquisizioni nella sede di un quotidiano, nell’archivio e nei pc di giornalisti, sono sempre un momento di forte torsione della libertà d’informazione. Fanno testo, per una volta, le parole pronunciate dal segretario della Fnsi, Franco Siddi: «Non vorremmo che gli interventi in atto assumessero i caratteri del controllo preventivo». Si parla dell’inchiesta avviata dalla Procura di Napoli contro Il Giornale per violenza privata ai danni di Emma Marcegaglia che - e questa è la previsione - finirà in nulla.

Questi i fatti emersi. La presidente di Confindustria, il 15 settembre, rilascia dichiarazioni assai critiche sul governo: «I conflitti personali e un governo che forse non ha più la maggioranza certo non aiutano la crescita». L’Italia, sosteneva meno di un mese fa la Marcegaglia, «vive un momento di politica brutta che per mesi ha parlato solo di amanti, di cognati e di appartamenti. Non è questo che ci interessa». A quel punto, sostengono i pm napoletani Vincenzo Piscitelli e Henry John Woodcock, il quotidiano di via Negri decide di mazzolare l’incauta signora. La prova sarebbe in un paio di sms e qualche telefonata intercettata in quei giorni. Il 16 dicembre il vicedirettore del Giornale, Nicola Porro, invia un messaggino al responsabile rapporti con la stampa della presidente di Confindustria, Rinaldo Arpisella: «Ciao Rinaldo, domani super pezzo giudiziario sugli affari della family Marcegaglia». Fin qui, niente di male. Solo che pochi minuti dopo, in una telefonata tra i due, il giornalista preannuncia una campagna contro la signora: «Adesso ci divertiamo, per venti giorni romperemo il cazzo alla Marcegaglia», sostiene Porro aggiungendo di aver «spostato i segugi da Montecarlo a Mantova» (centro degli interessi della “Marcegaglia family”). La presidente di Confindustria, a quel punto, si rivolge a Fedele Confalonieri per far sì che gli attacchi si fermino. Il gran capo di Mediaset – non si capisce francamente a che titolo visto che l’editore è Paolo Berlusconi – fa le telefonate che deve fare e la cosa si placa. Lo testimonia una telefonata di ringraziamento che Marcegaglia fa proprio a Confalonieri. Il 22 settembre, poi, Porro e Arpisella si sentono di nuovo: «Dobbiamo trovare un accordo perché se no non si finisce più... Quello che cercavo di dirti è che dobbiamo cercare di capire come disinnescare in maniera reciprocamente vantaggiosa».

Il caso. Perquisite la sede del quotidiano e le case dei giornalisti

Dossier contro Emma: inchiesta sul Giornale Minacce e ricatti alla Marcegaglia «colpevole» di attaccare il governo di Marco Palombi

Il direttore Alessandro Sallusti ha fatto sapere di aver dato mandato di querelare il procuratore di Napoli

Emma Marcegaglia, dal canto suo, viene chiamata dai pm napoletani il 5 ottobre come persona informata dei fatti: «Dopo il racconto che Arpisella mi fece – mette a verbale la signora - ho sicuramente percepito “l’avvertimento” come un rischio reale e concreto per la mia persona e per la mia immagine. Tanto reale e concreto che effettivamente mi misi in contatto con Confalonieri». Per la presidente di Confindustria, si tentava «di costringermi a cambiare il mio atteggiamento nei confronti del Giornale concedendo interviste...». Non è ben chiaro - va detto – come questi telefoni siano finiti sotto il controllo dei pm, probabilmente attraverso ascolti autorizzati per un’altra indagine con la più classica delle tecniche “a strascico”. Si vedrà, il risultato è che il direttore responsabile del Giornale, Alessandro Sallusti, e il vicedirettore Porro sono indagati per «concorso in violenza privata» e le loro case e redazioni sono state perquisite. La tesi difensiva, ovviamente, è che non c’è stata nessuna minac-

cia: «Erano frasi chiaramente scherzose – ha sostenuto Porro ieri – e vorrei che fossero pubblicati su internet i file audio perché così la cosa sarebbe chiara a tutti. Con Arpisella ci ho parlato per anni tutte le settimane, mi scuso comunque se Marcegaglia si è sentita minacciata». Più colorito Feltri: «Avremmo minacciato Marcegaglia per estorcerle un’intervista? Ma parla in tv tutti i giorni e, quando lo fa, ci rompe pure i coglioni».

Come che sia, a via Negri dovrebbero prendersi a cuore il fatto che le persone che entrano in contatto/contrasto con loro finiscano per temere dossier, attacchi, segugi e quant’altro. In sostanza che siano ormai sinonimo di campagna diffamatoria. Non bastasse altro, si potrebbe ricordare che il puntualissimo giornalismo d’inchiesta del gruppo Feltri si ferma sempre a molti chilometri di distanza dagli interessi e dagli alleati di Silvio Berlusconi (che non è l’editore, ma ha trovato il modo di assumere l’attuale direttore editoriale, come rac-

contato da quest’ultimo). Non risultano puntuali inchieste in preparazione sulla casa acquistata dal ministro Brunetta alle Cinque Terre, né ossessive campagne sulla mancata ricostruzione dell’Aquila o sugli scandali che la cosiddetta “cricca”ha sparso per la penisola. I segugi del Giornale si occupano esclusivamente delle magagne, vere o presunte, dei nemici del Cavaliere (che non è l’editore). Quando Feltri e Sallusti ancora pirateggiavano a Libero ne fece le spese Veronica Lario, «velina ingrata» (titolo accompagnato da un topless esibito in scena, anni prima, dalla signora), ai tempi del «ciarpame senza pudore» e delle «euroveline». Poi venne Dino Boffo, da cui il celebre “metodo”, accusato dopo alcune blande critiche a Berlusconi di essere un molestatore per di più omosessuale: il nostro dovette lasciare la direzione di Avvenire salvo poi ricevere le scuse pubbliche di Feltri (oltre dieci anni fa dovette farlo anche con Di Pietro). Casi famosi, almeno quanto la casa di Montecarlo venduta da An ad una società offshore, ma a cui si possono aggiungere la character assassination ai danni dei collaboratori e familiari di Gianfranco Fini o, più in piccolo, di Raimondo Mesiano, il giudice che ha condannato Mediaset a risarcire 750 milioni di euro alla Cir di De Benedetti. Una macchina di notizie imbarazzanti spesso passata direttamente nelle stanze del presidente del Consiglio: è il caso del video di Piero Marrazzo con il trans o del famigerato, e ormai lontano, «abbiamo una banca» di Piero Fassino, nastro gentilmente portato da un imprenditore al Cavaliere e poi finito sulle pagine del Giornale.


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grandangolo Il nostro Paese e le avances comerciali di Wen Jiabao

Prima che l’Italia diventi una provincia dell’Impero Per le nostre aziende, e più in generale per la nostra economia, la Cina rappresenta una minaccia o un’opportunità? In realtà l’invasione è già cominciata da tempo, tanto che quasi siamo abituati alle nostre Chinatown. Il salto per il futuro è considerare quell’universo come un mercato possibile di Gianfranco Polillo l lungo tour europeo di Wen Jiabao, primo ministro del Consiglio di Stato della Repubblica popolare cinese, nonché membro del Comitato Permanente del Politburo del Partito comunista, - quale delle due cariche conta di più? – segna un passo importante nello sviluppo delle relazioni del colosso asiatico sia con l’Europa sia con l’Italia. Per il nostro Paese, in particolare, siamo di fronte ad un elemento inedito - l’inaugurazione dell’anno culturale Italia-Cina e ad un replay. Nel 2009 era stato il Presidente della Repubblica Hu Jintao – l’uomo forte del regime – a farci onore: con un seguito di circa 300 imprenditori. Durante quegli incontri erano stati gettati i semi che oggi dovrebbero fruttificare, visto l’intenso carnet pieno di promesse e di contratti pronti per essere firmati. Il che spiega il trattamento riservato alla nuova delegazione: incontri con le più alte cariche dello Stato. Da Giorgio Napolitano, a Gianfranco Fini e Renato Schifani, dopo essere passati per Palazzo Chigi, dove gli onori di casa saranno fatti da Silvio Berlusconi. Quindi un meeting con Confindustria, al completo: Marcegaglia, Bombassei, Tronchetti Provera, Colaninno, Scaroni, Conti, Ponzellini e Bracco. Mobilitazione generale.

I

Per il momento, i contratti già scritti in agenda sono una decina, per un valore di circa 2,5 miliardi di dollari. Tra i più importanti quello tra Vodafone e Huawei – il gruppo che si occupa di telecomunicazioni già presente in Italia con alla testa (presidente onorario) Elia Valori – quello tra China Development Bank Corporation e Global

Dobbiamo accettare la realtà: non riusciremo mai a competere con il loro tipo di organizzazione e con i loro costi bassi Solar Fund per costruire una centrale fotovoltaica nel Mezzogiorno per un valore di circa 800 milioni di dollari. Seguono gli accordi tra ZTE – azienda cinese che opera nel settore delle telecomunicazioni – e Tiscali per gli investimenti nella banda larga: quella che sta diventando una sorta di araba fenice italiana. Tutti la vorrebbero, com-

preso il governo, ma nessuno riesce a realizzarla, per i veti incrociati tra i diversi operatori. A partire da Telecom. Sullo sfondo una serie di accordi inter-governativi nei campi più diversi: dalla giustizia, per la mutua assistenza giudiziaria penale; all’ambiente, nella speranza di contribuire, a una riduzione, specie da parte cinese, del Co2 nell’atmosfera; alla cultura, per finire alla scuola. Di carne al fuoco ce n’è molta. Il problema sarà quello di capire come sarà l’arrosto. E se sarà in grado di soddisfare palati quelli italiani e cinesi - che, pur vantando forse le migliori cucine del mondo, sono, tuttavia, così diversi.

Il tema era stato sollevato - tra gli altri - da Dario Di Vico sulle pagine del Corriere della Sera. I cinesi - aveva detto - stanno dilagando nel Bel Paese. Acquistano immobili – aggiungiamo noi - nei punti più diversi delle principali città italiane. All’inizio sono solo teste di ponte. Poi calamitano altri compaesani e le case prima prese in affitto, poi acquistate, si moltiplicano. Da queste iniziali aggregazioni si forma una specie di marea che aggredisce il territorio finché, come avvenuto negli anni passati a New York o a San Francisco, nasce Chinatown con tutte le conseguenze sul-

l’habitat circostante. Finché si resta alla periferia, specie delle grandi città, va ancora bene. Ma quando si espugna il centro, o si conquistano i luoghi simboli delle città, come nel caso delle vicinanze di Fontana di Trevi a Roma, allora nascono i problemi. Perché quei negozi di chincaglieria non sono solo luoghi di vendita, ma di notte si trasformano in grandi dormitori. Problemi di un ordine pubblico non rispettato, certamente, ma anche il modo di essere di queste grandi agglomerati. Dove la vita di tutti i giorni è un continuum con quella lavorativa e viceversa.

Da questa pur sommaria descrizione, una prima conclusione. Non riusciremo mai a competere con questo tipo di organizzazione. I loro costi più bassi non derivano solo dai minor salari corrisposti, ma dall’intensità del loro sforzo produttivo. Il resto dell’Europa è relativamente freddo a questi aspetti del problema. Come si evince dalle ostilità della Commissione europea nei confronti della legge italiana in difesa del “made in Italy”. L’indicazione del luogo di provenienza della merce avrebbe fatto chiarezza sugli acquisti, evitando le tante sofisticazioni che caratterizzano quei mercati e garantito il consumatore.


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Ultimo giorno del premier cinese in Italia che ha incontrato Napolitano e Berlusconi

Lanterne rosse al Colosseo, accordi commerciali per due miliardi di euro e promesse faraoniche di Franco Insardà

Tesi che ha lasciato indifferenti. L’economia tedesca questo problema non ce l’ha. È più complementare che non concorrente con quella cinese. Al grande colosso asiatico offre, soprattutto, i beni strumentali che sono necessari per produrre quei beni, nei rami più bassi della filiera manifatturiera, che sono invece simili alla produzione italiana. È il vecchio problema della debole specializzazione produttiva del nostro Paese. Dei limiti della sua ricerca scientifica e tecnologica. Cosa che non si verifica, o si verifica meno, per la Francia. Lì esistono

Possiamo chiedere soldi ai cinesi? Non per alimentare i consumi; bensì per cointeressarli in progetti di comune investimento grandi “campioni nazionali” che la fanno da padrone nella blindatura di un mercato in cui i concorrenti esteri fanno fatica ad entrare ed insediarsi.

In apparenza, quindi, sarebbe meglio lasciar perdere. Che i vantaggi in un rapporto rafforzato con la Cina sarebbero inferiori agli svantaggi. C’è un pizzico di verità in quest’affermazione. Al momento subiamo un’aspra concorrenza nel cuore stesso del “made in Italy”. Ci resta, però la speranza, che un domani, grazie a quei ritmi di sviluppo che solo la Cina sembra poter avere, possa nascere e crescere ulteriormente un mercato interno di grandi dimensioni. I primi sintomi di questo processo già si vedono nei consumi opulenti di una strettissima fascia di altissimi dirigenti: Ferrari, capi firmati, design italiano in mille prodotti simbolici. I tempi di un più

significativo cambiamento, fino alla nascita di una forte middle class, sono tuttavia lunghi. Dovremmo quindi accontentarci dell’uovo di domani, piuttosto della gallina di oggi? Che dovremmo eventualmente difendere con tutti i mezzi – leggi protezionismo – possibile. Forse c’è una terza via.

A scoprirla sono stati gli Americani e l’hanno subito utilizzata per far fronte alle proprie esigenze. Il compromesso è stato semplice nella sua struttura. I cinesi hanno bisogno del mercato per vendere i loro prodotti. Gli Americani di capitali esteri per sostenere la loro economia e quindi lo stesso mercato. Importiamo, quindi, prodotti cinesi questa è stata la conclusione - che con i loro prezzi stracciati ci aiutano nella lotta all’inflazione e facciamoci prestare i loro soldi. Un piccolo scambio, dal punto di vista concettuale. Un grande continuo riciclaggio dal punto di vista finanziario che ha funzionato per più di una decina d’anni - fin quando è stato possibile, per poi innescare la crisi che tutti conosciamo. È la ricetta giusta per l’Italia? Solo in parte. Possiamo chiedere soldi ai Cinesi, quale contropartita del forte attivo della loro bilancia dei pagamenti nei nostri confronti, ma non per alimentare i consumi; bensì per cointeressarli in progetti di comune d’investimento che sfruttino la particolare condizione geopolitica dell’Italia. Nei prossimi anni questo sarà il ponte naturale del commercio nord-sud dell’Europa: da una parte i mercati di sbocco, dall’altro l’hub manifatturiero dell’intero Globo. Attrezzare questa piattaforma naturale è interesse comune. Ci sono pertanto le condizioni per creare una joint-venture, in grado di andare dritta allo scopo. Questo potrebbe essere un onesto compromesso. Da un lato assicurare alla Cina che nessuno ostacolerà il libero commercio; dall’altro però utilizzare, seppure in formato ridotto, il sillogismo americano per consentire all’Italia di evitare la difficile scelta tra un presente di sofferenze e un futuro comunque incerto.

ROMA. Offrendo lo spettacolo di una sue famose “ottobrate” Roma si è rifatta il look in occasione della visita del primo ministro cinese Wen Jiabao. Le lanterne rosse lo hanno accompagnato nei lungo le strade della Capitale e anche il teatro dell’Opera, ultimo appuntamento del primo ministro, ha cambiato la facciata per un giorno, addobbato in rosso per le celebrazioni del quarantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Cina e per l’apertura dell’anno della Cultura cinese in Italia. Quella di ieri è stata una giornata fitta di colloqui per il premier cinese. Il primo incontro è stato con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha confermando le eccellenti relazioni fra i due Paesi. Per il Quirinale «l’apertura dell’Anno della Cina in Italia costituisce una importante occasione di rafforzamento delle relazioni bilaterali». Wen Jiabao, arrivato mercoledì sera a Roma in occasione del Quarantennale dei rapporti diplomatici tra Roma e Pechino e per l’apertura dell’Anno culturale della Cina nel nostro Paese, si è recato a Palazzo Chigi per incontrare Silvio Berlusconi, poi è stata la volta dei presidenti di Camera e Senato, Fini e Schifani, prima di partecipare alla tavola rotonda a Villa Madama. Con il presidente del Consiglio ha sottoscritto una serie di accordi economici per 2,25 miliardi di euro: dai progetti di sviluppo dei trasporti ecosostenibili, alle regole di estradizione fra i due Paesi, alla valorizzazione dei rispettivi patrimoni culturali. Il valore degli accordi commerciali firmati ammonta a 2,25 miliardi di euro. In una conferenza stampa che si è svolta a Villa Madama, al termine di una tavola rotonda alla quale ha partecipato le delegazione dei due paesi e il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. Il premier cinese, evocando i moderni marco Polo capitani d’impresa italiani, ha spiegato che l’obiettivo “ambizioso” era quello di raddoppiare l’interscambio commerciale tra Italia e Cina, portandolo a 80 miliardi di dollari in cinque anni. Ma Berlusconi, elogiando gli attuali ritmi di crescita della Cina, ha

rilanciato: «Mi auguro che la nostra collaborazione possa portare ad un interscambio di 100-120 miliardi di dollari, rispetto agli 80 inizialmente stabiliti: anzi, ci diamo un traguardo di 100 miliardi per puntare a 120». Per il nostro premier l’Italia «non deve guardare alla Cina con timore, ma come una opportunità: continueremo a guardare al mercato cinese come un grande mercato capace di assorbire i nostri prodotti e accogliere le nostre imprese».

Anche il presidente di Confindustria non ha nascosto la sua soddisfazione: «La Cina rappresenta un mercato di enormi opportunità: lo è già oggi, e lo sarà sempre di più in futuro». Per la Marcegaglia l’interscambio di 80-100 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni, fissato dai leader italiano e cinese, è «un obiettivo importante». L’Italia è ventunesima nella classifica degli esportatori in Cina e secondo il presidente degli industriali italiani «c’è ancora molto da fare. Si tratta di un mercato con enormi opportunità. È imprescindibile per qualsiasi strategia presente e futura della nostra impresa». Su questo punto il primo ministro cinese ha dato ampie assicurazioni spiegando che il suo Paese ha incentivato un aumento degli investimenti delle imprese italiane. «Spero - ha detto Wen Jiabao - che le imprese italiane possano camminare in prima fila tra i paesi dell’Ue, anzi del mondo». A oggi parliamo di 5 miliardi di dollari investiti dall’Italia, con seimila progetti di imprese. Numeri piccoli, secondo il premier cinese: «Basti pensare che gli investimenti Usa nel nostro Paese hanno superato i 60 miliardi di dollari e quelli europei nel loro complesso i 50 miliardi di dollari». All’uscita dal Teatro dell’Opera Wen Jiabao ha ricevuto gli applausi di una piccola folla di cinesi che si era raccolta nel piazzale antistante. Subito dopo anche Berlusconi si è avvicinato a un gruppo di fotografi cinesi per salutarli. Dopo l’Italia il primo ministro cinese andrà in Turchia, ultima tappa del suo viaggio in Europa.


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panorama

ragioni&torti di Giancristiano Desiderio

’O sole mio sta in fronte al gondoliere mberto Bossi ha appena fatto pace con Roma e i romani per il tramite, molto interessato, del sindaco Alemanno e della presidente Polverini. Riuscirà a fare pace anche con Napoli e con i napoletani e le loro splendide canzoni? Oddio, forse non dovrà essere il Senatùr a chiedere scusa: si ricorderà, infatti, che con Clemente Mastella si cimentò in un duetto a Porta a Porta cantando ‘O sole mio. Tuttavia, in questa nuova difesa dell’“identità” padano-nordista e nuova offesa del meridione la Lega c’entra. Il consigliere comunale di Venezia, tal Alberto Mazzonetto, sostiene - e non stentiamo a credergli che il repertorio dei gondolieri è in larga parte meridionale ed è frutto di scarsa cultura e poca attenzione per l’identità veneta. Urge, quindi, un corso di canzoni venete e veneziane per i gondolieri che cantano Napoli e non Venezia. Ma perché?

U

Il motivo è abbastanza semplice. I turisti che chiedono, previo salato pagamento, di farsi un giretto in gondola chiedono al gentile gondoliere di cantare una bella canzone e quasi sempre la scelta - dei turisti - cade sulle canzoni napoletane: da Torna a Surriento a ‘O sole mio, da Era di maggio a Luna rossa. Nessun turista ha mai fatto la richiesta di ascoltare qualcosa di veneziano, ad esempio La biondina in gondoeta (lo faceva rilevare il giornalista napoletano o, meglio, anacaprese, Francesco Durante). La colpa quindi non è dei gondolieri, che sono veneziani e non napoletani, se i turisti conoscono le canzoni napoletane e ignorano le celeberrime canzoni veneziane. Il consigliere Mazzonetto, però, da questo orecchio pare non ci senta e si arrabbia non poco con l’Ente Gondola - esiste anche l’Ente Gondola in questo paese ontologico fatto di enti e paraenti e parenti di ogni tipo - perché «il Comune di Venezia gli passa 600mila euro all’anno e ha il potere di sanzionare i gondolieri se indossano scarpe da tennis, ma non è mai intervenuto per cambiare il loro repertorio musicale». L’obiettivo è chiaro: bisogna correre ai ripari, fare un bel regolamento, sanzionare i gondolieri “napoletani” e magari neomelodici e passare dal libero mercato musicale al protezionismo della canzone veneta. I settentrionali leghisti hanno le loro ragioni, ma quando avanzano stramberie come queste anche alcune loro giuste esigenze diventano molto discutibili. La canzone napoletana è semplicemente canzone internazionale e il turista straniero che arriva sul Canal Grande chiede una canzone napoletana cioè italiana cioè internazionale. Il leghismo culturale con la sua difesa irragionevole del “territorio” e del “locale” non genera neanche provincialismo ma stupidaggini e fanatismo. La cosa più triste è proprio questa: che le stupidaggini a volte prendono piede e, gonfiando il petto e ripetendo all’infinito la stupidità, producono cose come la scuola di Adro intitolata a Gianfranco Miglio e ricoperta da capo a piede del “sole delle Alpi”. C’è da sperare che il sole delle Alpi illumini un po’ i leghisti come Alberto Mazzonetto.

Fini: «Fuori i partiti dalla Rai, va privatizzata» Il presidente della Camera ad “Annozero”: «Via la politica» di Alessandro D’Amato

ROMA. «Fuori i partiti dalla Rai, è arrivato il momento di privatizzare l’azienda». Gianfranco Fini sceglie l’acerrimo nemico di Silvio Berlusconi, ovvero Michele Santoro, per lanciare un segnale “programmatico”di Futuro e Libertà per l’Italia su un tema che il presidente del Consiglio ha a cuore quasi più della giustizia, e per ovvi motivi. Dice Fini che vuole togliere il servizio pubblico dall’ingerenza della politica, e questo è uno slogan vecchio e già sentito. Ma è significativo che lo dica il massimo rappresentante di una forza politica che oggi appoggia l’attuale maggioranza, anche se non si sa ancora per quanto. Certo, le polemiche di questi ultimi mesi (da quella fine di luglio in cui è comparsa per la prima volta sul Giornale la famigerata casa di Montecarlo, alle uscite di Fare Futuro in conseguenza della scarsa considerazione portata a Fli dal telegiornale di Raiuno: «Babbo Natale, portati via Minzolini») hanno sicuramente messo in guardia Fini dalla potenza della televisione nella diffusione e nell’aumentare la portata di una storia come quella dell’appartamento in Rue Princesse Charlotte.

e del diritto del contribuente a liberarsi di una tassa anacronistica, propone la cessione al privato dell’azienda televisiva di stato. L’iniziativa legislativa doveva essere illustrata dallo stesso vice-capogruppo di Futuro e Libertà per l’Italia proprio ieri, in occasione della presentazione di una Bozza di Libertiamo (il think tank del deputato nato a Sondrio) intitolata “Privatizzare la Rai. Conviene, è giusto, si può”.

L’incontro, al quale dovevano prendere parte gli autori dello studio, anche gli onorevoli Italo Bocchino e Luca Barbareschi, si doveva tenere alle ore 11 presso l’hotel Nazionale, in piazza Montecitorio, a Roma, ma è stato rinviato alla prossima settimana per precedenti impegni istituzionali. E soltanto qualche mese fa Della Vedova a Prima Comunicazione era stato chiarissimo: «La Rai? Così com’è, è condannata all’estinzione. La Rai se la deve comprare Murdoch, solo così potrà sopravvivere, altrimenti tra tre anni rischia di fallire», aveva detto al mensile. Più franco di così è difficile. Ieri quindi il presidente della Camera ha aperto un dossier a cui politicamente stava lavorando già da molto tempo. E che potrebbe avere effetti deflagranti sulla tenuta della maggioranza, se soltanto quel progetto di legge che sarà presentato la prossima settimana cominciasse a trovare qualche appoggio sulla sponda dell’opposizione. Peccato che ad oggi questo rischio non sembra esserci. «Stupisce che il presidente della Camera si faccia promotore di una iniziativa tesa a liquidare il servizio pubblico radiotelevisivo nel nostro Paese», ha risposto ieri Giorgio Merlo, vice presidente della commissione di Vigilanza Rai, all’intervista di Gianfranco Fini. «Privatizzare la Rai è una vecchia proposta. Ma le storture e le degenerazioni del servizio pubblico, a cominciare dall’invadenza insopportabile dei partiti, non si affrontano attraverso la sua abolizione ma con una seria riforma, a cominciare dal suo assetto di governo». Già, una seria riforma che però nessuno, da secoli, ha voglia di fare sia a destra che a sinistra. Dove conviene avere uno strapuntino invece che affrontare il mercato e i possibili interlocutori. Privatizzare la Rai, più che un progetto politico, somiglia sempre più a una Mission Impossible.

La terza carica dello Stato ha scelto Santoro, acerrimo nemico del premier, per lanciare un segnale programmatico di Fli

In più, la proposta di privatizzazione, anch’essa non nuova, aggiunge un elemento ulteriore. Ovvero, presuppone che i finiani preferiscano affidarsi al libero mercato rispetto che continuare a far occupare da Mediaset uno spazio che è stato utilmente definito “duopolio collusivo”. Vero è, e Fini non può non rendersene conto, che però per vendere ci vuole qualcuno che compri. E visto com’è finito (e quanto incide dal punto di vista dell’audience, a parte Mentana) il terzo polo di La7, è probabile che il presidente della Camera si renda perfettamente conto della difficoltà dell’impresa: trovare qualcuno che si arrischi a entrare nel mercato televisivo dove è presente un competitor di tale stazza, e con l’ingerenza del regolatore (che continua a essere nominato dalla politica, che indica i commissari dell’Agcom) non è proprio facile. Ma Fini non scherza, visto che il suo intervento ad Annozero doveva seguire, ma alla fine sarà precedente, alla presentazione di un progetto di legge da parte del finiano “liberal” Benedetto Della Vedova. Il quale sarà tra i firmatari di una proposta di legge che, in nome della pluralità, della concorrenza


panorama

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Troppo spesso si dimentica il diritto di un altro popolo, quello israeliano, a vivere in tutta sicurezza sulla propria terra

Israele, non c’è pace senza verità In cento, con José Maria Aznar, alla “maratona oratoria” iniziata ieri a Roma di Enrico Singer na grande verità l’ha ricordata José Maria Aznar. L’obiettivo della trattativa diretta - faticosamente ripresa e ancora in bilico - tra Israele e Anp non è soltanto la nascita del tanto inseguito Stato palestinese. È anche il riconoscimento del diritto di un altro popolo, quello israeliano, a vivere in pace e in sicurezza sulla sua terra. Ma questo doppio obiettivo che dovrebbe essere una semplice evidenza - riassunta anche nella formula dei “due popoli, due Stati”- è quasi sempre dimenticata. Anche in questi giorni molti importanti media internazionali raccontano i pericoli dell’azione dei coloni israeliani, che con i loro piani per costruire nuove case in Cisgiordania mettono a rischio il fragile processo di pace, ma considerano normale che Hamas o Ahmadinejad minaccino ogni giorno la distruzione di Israele, la sua «cancellazione dalle carte geografiche».

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partisan che aveva un titolo molto chiaro - “Per la verità, per Israele”- alla quale sono intervenute quasi cento personalità, tra politici, intellettuali e artisti, che è stata appunto aperta dall’ex primo ministro spagnolo che è anche presidente dall’associazione Friends of Israel. Una manifestazione organizzata con passione da Fiamma Nirenstein, giornalista, grande esperta delle questioni mediorientali, deputato del Pdl e vice presidente della Commissione

Esteri della Camera. «Da anni una rete di falsificazioni ha avvolto lo Stato d’Israele fino a rendere letteralmente impossibile l’informazione e il giudizio», ha detto Fiamma Nirenstein notando come «il Paese più apertamente minacciato del mondo, può essere sicuro di venire condannato dalle istituzioni e dalla stampa qualsiasi cosa faccia, sia che cerchi di difendersi da attacchi terroristici, sia che si impegni a cercare di fermare il rifornimento di armi per Gaza, sia che semplicemente svolga le normali attività di qualsiasi Paese democratico. Anche se la verità è che Israele non è un Paese di guerra, ma un Paese di vita».

Una manifestazione voluta da Fiamma Nirenstein, giornalista, esperta delle questioni mediorientali

L’elenco delle persone che hanno parlato nella maratona - ognuna aveva cinque minuti di tempo - e di quelle che affollavano il Tempio di Adriano, o che hanno aderito è talmente lungo che è inevitabile citare soltanto qualche nome. Dal direttore del Foglio, Giuliano Ferrara, a Paolo Mieli di Rcs libri, dal presidente della Comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici, al cantautore Lucio Dalla, da studiosi come Shmuel Trigano ed Ernesto Galli della Loggia, alla presidente dell’Associazione donne arabe d’Italia, Dounia Ettaib, alla scienziata e senatrice a vita Rita Levi-Montalcini, al professore e senatore Umberto Veronesi, dal par-

Ecco, la differenza sta proprio qui. I nemici di Israele non contestano la sua politica. Negano la sua esistenza. Non solo a parole, ma con i razzi e gli attentati. Eppure nel mondo si continua a parlare di una tentacolare lobby ebraica che sarebbe capace di influenzare giornali e governi, mentre la realtà è ben diversa. Ieri sera, a Roma, questo paradosso è stato il tema centrale di una maratona oratoria trasversale e bi-

lamentare europeo olandese, Bastiaan Belder; al deputato socialdemocratico tedesco, Gert Weisskirchen. E ancora: Ferdinando Adornato, Corrado Augias, Dore Gold, Fabrizio Cicchitto, Benedetto Della Vedova, Francesco Rutelli, Giorgio La Malfa, Furio Colombo, Alain Elkann, Peppino Caldarola. Sono stati letti anche messaggi del presidente della Repubblica israeliana, Shimon Peres, dei presidenti delle Camere, Renato Schifani e Gianfranco Fini, dell’ex leader del Pd, Walter Veltroni, e dello scrittore Roberto Saviano.

«Ogni ipocrisia va smascherata», ha scritto nel suo messaggio Schifani perché «i confini di Israele non sono un mero dato geografico, sono i confini della nostra civiltà, i confini della nostra storia». Ma intanto, nel mondo, attraverso le bugie, la disinformazione sistematica e pregiudiziale che è stata denunciata nella maratona di ieri, si continua a costruire un’immagine distorta di Israele. Che disorienta l’opinione pubblica. E che, come raccontano le cronache che arrivano da molte parti d’Europa, si traduce in qualche caso - purtroppo sempre più frequente - in un antisemitismo mascherato da antisionismo che si materializza anche in azioni violente. Per questo recuperare la verità è l’unica operazione giusta da fare per costruire la pace. In Medioriente, come a casa nostra.

Riflessioni. Nella funzione della donna nella Chiesa c’è il segreto per evitare nuovo dolore

La lezione del Papa sulla pedofilia di Mimmo Sieni arliamo della pedofilia, un crimine, insieme a quello dell’infanticidio, tra i più crudeli dell’Umanità. Il problema della pedofilia venuto ultimamente alla ribalta ha visto emergere la figura dei preti della Chiesa Cattolica. Abbiamo ritenuto opportuno approfondire la vicenda: ci si è rivolti all’istituto Piepoli, Leader del settore, per elaborare lo stato dei fatti e i rilievi analitici e statistici consequenziali. Orbene dalle conclusioni dello studio elaborato e certificato dall’Istituto Piepoli, risulta, che i casi di preti pedofili sono equivalenti al «due per mille» mentre nella società civile cattolica sono del «sei per mille». L’elaborato certificato sottolinea che – sotto il profilo puramente statistico – il fenomeno della pedofilia nei preti è da considerare “irrilevante”...

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Questi – sorprendenti – risultati danno, certamente, una realtà diversa da quella fin ora conosciuta nell’immaginario collettivo: il vizio della pedofilia nei preti cattolici è di tre volte meno che nella società civile catto-

lica. Ci piace ricordare al riguardo, comunque e sempre, le parole di Giovanni Paolo II che, in una delle sue sublimi riflessioni disse: «Il prete non è un angelo»... Premessa di una riflessione effettuata da Giovanni Paolo II nel corso di una sua geniale rappresentazione sul tema della «Teologia del Corpo»: dove la castità è intesa come «un’arte», l’ar-

Sarebbe opportuno ritornare alla figura della «Diaconessa», dando nuovamente impulso a questa veste te degli innamorati... Molti anni della nostra vita hanno accompagnato la tutela dei neonati durante l’insorgere del fenomeno del «Baby aids». Abbiamo contribuito a difendere sia la nascita dei bambini sieropositivi che a dare impulso, per quanto possibile, al divieto dell’uso dei farmaci antivirali contro l’aids nei neonati fino all’età dei 24 mesi, ovvero il termine, a suo tempo accertato dalla

comunità scientifica, nella quale, oltre il 70% dei neonati sieropositivi al virus del hiv si sieronegativizzavano senza cure mediche specifiche. Sempre con lo stesso spirito sentiamo di auspicare che il Sommo Pontefice – che sicuramente lo avrà già in animo – guardi con attenzione alla figura della Donna, con in sé il dono della maternità e la sua intrinseca divinità, investendola, da oggi, del ruolo di “Diaconessa”, dando nuovamente impulso a questa veste, così come avvenne nel I secolo, quando, alla Diaconessa, fu affidata la celebrazione del Battesimo.

Il Ministero delle donne diacono era stato ritenuto molto opportuno nel rito di unzione prebattesimale delle donne stesse, nella catechesi delle neo-battezzate e nelle visite alle ammalate, dove era permesso fossero le mani del Vescovo... La Diaconessa potrà essere un nuovo baluardo per “vigilare”sul fenomeno della pedofilia nella Chiesa. Sarà forse la “Luce” per raggiungere lo “zero per mille”dei casi da qui al domani.


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no yogurt a prezzi accessibili per fornire micronutrienti ai bambini poveri; acqua depurata pure a prezzi accessibili per combattere la contaminazione da arsenico; zanzariere chimicamente trattate per prevenire le malattie trasmesse dalle loro punture... Sono tre esempi di quello che il Premio Nobel per la Pace MuhammadYunus chiama“business sociale”, al centro del suo ultimo libro appena pubblicato in italiano da Feltrinelli (pp.256, euro 16). Forse con un titolo italiano non troppo felice. È vero che l’originale inglese Building Social Business: The New Kind of Capitalism that Serves Humanity’s Most Pressing Needs suona un po’burocratico, anche se è un manifesto abbastanza preciso. Costruire il Business Sociale: il nuovo tipo di capitalismo che serve i bisogni più pressanti dell’umanità. E non ha neanche paura delle parole: Yunus difende il capitalismo, anche se vorrebbe riformarlo, e non si vergogna di definirlo in quel modo. Ma la traduzione di Si può fare! Come il business sociale può creare un capitalismo più umano, per cavalcare l’ondata obamiana corre il rischio di fare anche del “banchiere dei poveri”un sottoprodotto di mode recenti. Invece, Barack Obama non aveva che 13 anni, quando nel 1974 il trentaquattrenne professor Muhammad Yunus, economista del Bangladesh laureato negli Usa, conobbe una donna di nome Sufia Begum.

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«Doveva avere poco più di vent’anni, era esile, con occhi neri e pelle molto chiara», è il suo ricordo. «Portava un sari rosso e non era diversa dai milioni di donne che giorno dopo giorno lavoravano dal mattino alla sera in una condizione di totale indigenza». Una mamma, che manteneva tre bambini intrecciando sgabelli di bambù, pagati dal rivenditore solo 2 centesimi. Gli altri 22 del prezzo erano trattenuti in cambio della materia prima anticipata. Per comprarsi il bambù da sola avrebbe dovuto ricorrere a un usuraio e pagare un interesse di almeno il 10% a settimana. «Non avrei mai pensato che qualcuno potesse patire la miseria perché gli mancavano 22 centesimi», ricorda Yunus. Resistendo all’impulso di farle una semplice elemosina, l’economista creò invece per la poveretta addirittura una banca. La Grameen Bank, più o meno “Banca Rurale”, che con piccoli prestiti a tassi “bonificati”aiuta gli indigenti ad affrancarsi dall’usura, e a diventare microimprenditori. Yunus raccontò questa storia in un libro che nell’originale francese del 1997 è intitolato Vers un monde sans pauvreté e a partire dalla prima edizione italiana del 1998 è diventato invece da noi Il banchiere dei poveri (pure edito da Feltrinelli). All’epoca, almeno il 10% degli abitanti del Bangladesh era ormai uscito dal bisogno grazie alla straordinaria intuizione del “banchiere dei poveri”: una massa di 12 milioni di persone sparse tra 36mila villaggi. Il bello è che la “trovata”si era già allora trasformata in un vero e proprio impero creditizio, diffuso in 57 Paesi, e comprese aree marginali di nazioni teoricamente in testa agli indici mondiali di qualità della vita: dagli slums delle metropoli Usa alle isole dell’estremo nord norvegese. L’importante, spiegava Yunus, è partire dai bisogni reali delle persone, aver fiducia nelle loro capacità, ma essere inflessibili sulle restituzioni. «Tutta la forza di Grameen deriva dalla sua quasi totale capacità di recupero. Il tasso di recupero non esprime soltanto la solvibilità del cliente, ma la determinazione e la disciplina che hanno reso possibile quel risultato». «I poveri sanno che quella è la loro unica occasione, al di là della quale

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L’impresa con finalità sociali non è un’impresa in perdita, secondo lo stereotip

«Il capitalismo può

di Maurizio non ci sono alternative». Proprio per l’invenzione nel “credito bonificato” nel 2006, anno in cui il microcredito era ormai arrivato a interessare 133 milioni di famiglie, a Yunus diedero il Nobel per la Pace. Nel 2007 fu poi per un po’tentato dalla politica, quando gli offrirono l’incarico di Primo Ministro del Bangladesh per un governo di transizione, e nel febbraio del 2007 preannunciò addirittura la fondazione di un partito. Ma in capo a un paio di mesi cambiò idea, mentre un referendum on line della rivista Foreign Policy per stabilire chi fossero i venti intellettuali più influenti del mondo di oggi lo classificava secondo. In pratica primo, visto il modo in cui il quotidiano

nuazione: ma perché crei tutte queste imprese, se poi non ci guadagni sopra? Io rispondevo che non era quello il mio obiettivo, ma ho cominciato a riflettere sulla questione», spiegava. E dalla riflessione era nato appunto quel libro, per definire il business sociale come «un nuovo tipo di attività economica che mira a realizzare obiettivi sociali piuttosto che a massimizzare il profitto, per conciliare il libero mercato con l’aspirazione a un mondo migliore».

Forse però al rileggersi quel libro Yunus ha pensato di essersi mantenuto troppo sul piano della teoria e poco su quello della pratica, o forse è che vuole battere il ferro finchè è caldo. Come che sia, questo ulteriore volume approfondisce ulteriormente il discorso con esempi concreti, fino a diventare una sorta di manuale pratico per aspiranti imprenditori sociali. A partire da una parabola che deve amare molto vista la frequenza con cui lo ripete, e secondo il quale gli indigenti sono come «tanti bonsai. Se seminiamo in un piccolo vaso il miglior seme di un immenso albero, nascerà una replica dell’originale, ma l’altezza sarà di pochi centimetri. Il seme va bene, la colpa è solo dello spazio limitato che gli viene assegnato. I poveri sono un popolo di bonsai, che non ha nulla di sbagliato nel proprio Dna ma a cui la società non ha concesso lo spazio per crescere a pieno. Per affrancare i poveri dalla povertà basta offrire loro uno turco Zaman aveva mobilitato i suoi lettori spazio adeguato e favorevole. Mettere i poper far votare il teologo islamico Fethulveri in condizione di sprigionalah Gülen. A quel punto aveva re pienamente la loro però già deciso di“andare oltre” energia e la loro il microcredito, e in un secondo creatività e vedrete libro, presentato pure in italiala povertà scompano nel 2009 da Feltrinelli, rire rapidamente». spiegò appunto il progetto del Ma come i poveri titolo: Un mondo senza ponon sono seriavertà. Già lì spiegava il suo mente e non sono crescente interesse per quello necessariache aveva ribattezzato “busimente ness sociale”, e la cui idea gli degli era appunto venuta con l’esperienza delle 26 imprese create fino a quel momento. «La gente mi chiedeva in conti-

Il suo non è un rifiuto di Adam Smith, ma una sorta di emendamento a quella teoria: non è solo l’egoismo a essere un potente motore di progresso. «Lui lo avrebbe capito e appoggiato, mosso com’era dalla preoccupazione per il benessere della società»

incapaci, spiega Yunus, neanche le multinazionali è detto che debbano comportarsi necessariamente in modo avido e egoista. Appunto, torniamo a quelle tre storie di business sociale da cui siamo partiti. La Grameen Danone, ad esempio, è nata nel 2005 da un’iniziativa congiunta della banca di Yunus e del colosso caseario francese, che ha rinunciato ai dividendo sul materiale investito. Scopo dell’azienda è uno yogurt a basso prezzo adattato al gusto dei bambini del Bangladesh e arricchito di quei micronutrienti come ferro, zinco o iodio, di cui la loro dieta abituale sarebbe se no carente. La Grameen Veolia Water Company ha invece imbarcato un grande gruppo pure francese attivo nel settore dell’acqua, che cerca di vendere acqua potabile a basso prezzo in villaggi del Bangladesh la cui falda acquifera è contaminata dall’arsenico.

Nel caso della Basf Grameen la partner è invece la multinazionale chimica tedesca, che deve produrre pure a prezzo accessibile zanzariere chimicamente trattate da collocare attorno al letto. «Il successo dell’azienda», spiega Yunus, «viene valutato in sede di bilancio annuale non in base


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po che viene dalla propaganda statalista. E non ignora le leggi dell’economia,

ò essere altruista»

o Stefanini Nella seconda, infatti,“l’obiettivo è massimizzare il profitto dei proprietari sempre e comunque, anche se non rimane nulla per gli altri, al punto che in questa ricerca del massimo profitto molti non si accorgono nemmeno del danno che stanno inconsapevolmente causando alla vita di altre persone». Invece nella prima «tutto viene utilizzato a beneficio degli altri e non rimane nulla per i proprietari. Nulla, beninteso, a parte il piacere di agire per l bene dell’umanità». Ma a parte la rinuncia al ritorno finanziario «le imprese con finalità sociali sono imprese a tutti gli effetti, capaci di generare ricchezza in misura sufficiente a coprire i costi di produzione e raggiungere così quella forza propulsiva autosufficiente che è il primo requisito che cerchiamo in un’impresa sana». Insomma, l’impresa con finalità sociali non è un’impresa in perdita, secondo lo stereotipo che viene da socialismo e statalismo, e per cui la volontà politica potrebbe ignorare le leggi economiche. Non a casoYunus parla di“capitalismo più umano”, e non di socialismo.

Esce in Italia per Feltrinelli (con una pessima traduzione del titolo), “Building Social Business”: il nuovo libro del Premio Nobel per la Pace, Muhammad Yunus ai profitti distribuiti, ma in base al numero di bambini che in quell’anno sono riusciti ad affrancarsi dalla malnutrizione grazie alla sua attività». O delle persone che hanno evitato malattie dovute all’acqua contaminata, o alle punture delle zanzare. Ma Yunus parla anche di iniziative con Intel Corporation, per diffondere via informatica l’assistenza sanitaria in villaggi dove c’è scarsità di medici e di infermieri e gli ospedali sono pochissimi. E con Adidas, per realizzare un paio di scarpe dal valore di un euro tale da evitare le malattie da parassiti cui ci si espone con l’andare a piedi nudi. E con la Otto GmbH, azienda tedesca leader mondiale nelle vendite per corrispondenza, per dar vita a una fabbrica di abiti e tessuti per i consumatori europei in grado di creare occupazione in Bangladesh.

La Grameen Telecom offre prestiti per l’acquisto di un cellulare a “signore del telefono” che nei villaggi possono poi vendere singole telefonate a chi ne ha biso-

gno. La Graamen Shakti fornisce ai villagi del Bangladesh impianti solari domestici. La Grameen Kalyan offre cure mediche di qualità a basso prezzo. La Grameen Fisheries and Livestock Foundation organizza e assiste poveri per lavorare nella piscicultura da stagno e nell’allevamento lattiero. La Grameen Shikkha offre scuole e borse di studio. La Grameen Uddog e la Grameen Shamogree assistono i tessitori tradizionali. Nella galassia Grameen c’è anche Cure2Children: una ong italiana per la lotta alla talassemia fondata dal medico Lawrence Faulkner e dall’imprenditore Eugenio La Mesa, di cuiYunus chiarisce che tecnicamente «non è una vera impresa con finalità sociali perché raccoglie soldi in Italia attraverso donazioni», ma che ha creato in Bangladesh la joint venture Grameen Cure2Children, assieme al Grameen Heatlhcare Trust.

Yunus è infatti preciso. L’impresa con finalità sociali, spiega, si differenzia dall’impresa mirata all’arricchimento personale.

«L’eventuale surplus di ricchezza che rimane, una volta coperti i costi, viene in parte reinvestito nell’espansione dell’impresa e in parte accantonato come riserva per i momenti di difficoltà. Potremmo insomma definire l’impresa con finalità sociali come un’impresa che non produce perdite, non distribuisce dividendi e che opera esclusivamente per raggiungere un determinato obiettivo sociale». «Le imprese con finalità sociali, libere dal condizionamento di produrre profitti per la proprietà», godono d’altra parte «di una libertà d’investimento molto più ampia che non le aziende vincolate alla massimizzazione del profitto. Queste ultime, prima di dar vita a un investimento, devono poter contare su un determinato livello minimo di ricavi, pari per esempio al venticinque per cento del capitale investito e, in assenza di questa garanzia, preferiranno altre scelte di investimento più remunerative, dato che le persone che ne detengono la proprietà privilegiano criteri di pura redditività economica rispetto a considerazioni basate sulla qualità del progetto. Per il business sociale invece non è così perché il punto discriminante nelle scelte d’investimento non è il profitto, ma un obiettivo sociale. E se quest’ultimo obiettivo, per esempio, è creare occupazione la decisione sarà di andare avanti comunque, purché venga rispettato il vincolo della autosufficienza economica dell’impresa. È questa diversa prospettiva a conferirgli un maggior potenziale occupazionale: ci si può accontentare di ricavi minimi o addirittura nulli, aprendo però prospettive che un numero maggiore di persone che le imprese convenzionali orientate al profitto condannerebbero irrevocabilmente alla disoccupazione». Ma quelle delle imprese sociali è un ruolo diverso anche dalle ong, che secondo Yunus «fanno un ottimo lavoro»: ma «dipen-

dere dalle donazioni e dalla beneficienza» non è «un modo sostenibile per gestire un’organizzazione e costringe i suoi responsabili a spendere gran parte del tempo, delle energie e del denaro di cui dispongono nel lavoro di raccolta fondi».

Quanto alle cooperative, possono ricercare benefici sociali ma anche il profitto: a caratterizzarle non è l’obiettivo ma la forma proprietaria. In questo senso, Yunus mette in una categoria a parte anche quelle imprese con finalità sociali che lui defi-

Nelle imprese di Stato, non solo in un sistema socialista o comunista, a lungo andare «le decisioni in materia economica vengono prese sulla base di considerazioni politiche e con il tempo sia la capacità di innovazione sia l’efficienza scompaiono» nisce «del secondo tipo»: volte al profitto, ma a vantaggio di una proprietà in mano ai poveri in maniera diretta e indiretta.Vi sono ancora le imprese di Stato, non solo in un sistema socialista o comunista. Lì secondo Yunus a lungo andare «le decisioni in materia economica vengono prese sulla base di considerazioni politiche, le imprese non si fanno concorrenza e, con il tempo, sia la capacità di innovazione sia l’efficienza tendono a scomparire». Ma in linea di principio c’è posto per tutti. Ma cos’è che l’impresa a fini sociali offre, dal momento che per Yunus «il tipo di imprenditore adatto al business sociale» non è «sostanzialmente diverso da quello che va bene per un’azienda orientata al massimo del profitto»? In sintesi, è la risposta del Nobel, la soddisfazione. «Motivazioni elementari che hanno a che fare con l’idealismo e la speranza, sentimenti profondamente radicati nell’animo di tutti gli esseri umani». Insomma, il suo non è un rifiuto di Adam Smith, ma una sorta di emendamento alla sua teoria: non solo l’egoismo ma anche l’altruismo può essere un potente motore di progresso.Yunus si dice convinto che questo nuovo tipo di capitalismo «lo stesso Smith (lo) avrebbe capito e appoggiato, mosso com’era da profonda preoccupazione per il benessere dell’intera società e da fiducia nella reciproca compassione fra esseri umani come garanzia di comportamenti morali».


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Afghanistan. Sotto l’egida della riconciliazione nazionale Kabul apre agli insorti. Di fatto aiuta la Nato ad uscire dalla guerra

Al tavolo coi talebani Karzai inaugura il Consiglio di Pace (e gli Usa trattano con il clan Haqqani) di Luisa Arezzo l presidente afgano Hamid Karzai ha ufficialmente inaugurato il Consiglio di Pace, incaricato di stabilire contatti con gli insorti, leggi i talebani, e di trovare soluzioni per tentare di mettere fine alla guerra quasi decennale in Afghanistan. Il Consiglio ha 68 membri tra cui gli ex presidenti Burhanuddin Rabbani e Sibghatullah Mujadadi, ma anche leader religiosi ed ex esponenti dei talebani, come Pir Mohammad Rohani, rettore dell’Università di Kabul durante il regime dei talebani. Aprendo i lavori nel palazzo presidenziale, Karzai non ha lesinato le bordate auliche a cui ci ha ormai abituato: «Ogni provincia, ogni distretto, ogni

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mesi, in colloqui indiretti con gli insorti grazie alla mediazione di un funzionario occidentale. La creazione dell’Alto consiglio di pace è una delle più importanti iniziative del presidente Karzai per aprire un dialogo con la leadership talebana. Il progetto di creazione era stato approvato in giugno a Kabul durante una loya jirga per la pace, una grande assemblea del popolo afgano che, nelle intenzioni del governo, avrebbe dovuto dare il via al processo di riconciliazione nazionale.

Proprio di questo, secondo indiscrezioni trapelate negli ultimi due giorni, le autorità di Kabul starebbero discuten-

Più importante della Shura di Quetta, il consiglio direttivo dei terroristi guidati dal mullah Omar, il network, oltre a sanguinosi attentati, ha progettato il tentato assassinio del presidente villaggio attende di vedere il lavoro dell’Alto consiglio per portare la pace in questa terra». Per poi ribadire l’invito al dialogo ai gruppi ribelli. «All’opposizione, che siano i talebani o chiunque altro che voglia servire il Paese, rivolgiamo l’invito a cogliere l’opportunità e a rispondere a questo sforzo, a contribuire a portare la pace in questo Paese».

Un atto formale atteso da tempo quello del capo dello Stato, che giunge nel giorno delle nuove indiscrezioni sulle trattative in corso tra il governo di Kabul e i combattenti islamici. Con gli Stati Uniti a loro volta impegnati, ormai da

do con il Movimento dei talebani e la Shura di Quetta, il consiglio direttivo dei ribelli islamici che fa capo al mullah Omar. Da questo tavolo dei negoziati sarebbe rimasto fuori il feroce gruppo di Jalaluddin Haqqani che però, come trapela da alcuni articoli

pubblicati tra martedì e mercoledì dal Washington Post e il Guardian, sarebbe in contatto da mesi con Karzai e con la diplomazia Usa. In particolare, Kabul sarebbe in contatto diretto con esponenti di alto rango del network Haqqani dalla scorsa estate, mentre gli Stati Uniti starebbero trattando con il gruppo attraverso un intermediario occidentale da oltre un anno. Secondo quanto si è appreso, una delegazione del clan Haqqani, che includeva un fratello e uno zio di Sirajuddin, il figlio del fondatore, si sarebbe recata a Kabul per colloqui con funzionari afgani, in compagnia di esponenti dei Servizi di intelligence pachistani, sponsor del network dall’inizio del conflitto. Una fonte direttamente coinvolta nei negoziati per la riconciliazione nazionale ha confermato, inoltre, che un meeting tra Hamid Karzai e Sirajuddin Haqqani ha avuto luogo la scorsa primavera in una zona di confine tra l’Afghanistan e il Pakistan, in prossimità di quelle aree tribali che rappresentano la roccaforte del

In alto, militanti islamici in azione sulle montagne afghane. A lato, i leader del clan Haqqani: Sirajuddin, il figlio del fondatore (a sinistra) assieme al padre Jalaluddin Haqqani. In basso: Karzai e Petraeus clan. I negoziati tra il gruppo Haqqani, molto vicino ad al Qaeda, e gli Stati Uniti, invece, sarebbero in corso in forma indiretta da circa un anno e mezzo. I contatti tra le parti sarebbero tenuti da un intermediario occidentale che, e qui citiamo il Guardian, avrebbe incontrato rappresen-

Il Prt a guida italiana ha creato una scuola per donne in difficoltà

Herat, nasce il Women social centre Forse è una goccia nell’oceano. Non diciamo di no. Ma è una goccia fondamentale per le donne afghane di Herat. Ieri è stato infatti inaugurato in Afghanistan il “Women social centre”, il centro servizi in cui le donne di Herat potranno svolgere piccole attività imprenditoriali, corsi di formazione professionale e seguire programmi di sviluppo sociale e ricreativo oltre a ricevere assistenza. La struttura, realizzata dal Provincial reconstruction team (Prt) italiano di Herat, è stata finanziata dal ministero della Difesa per un importo di ol-

tre 220 mila Euro e si sviluppa su quattro piani: il piano terra e il primo piano dove sono stati allestiti 36 negozi, il secondo piano con una sala ricreativa con attrezzi ginnici e un ultimo piano che ospita la sala incontri e il consultorio, dove verrà fornita assistenza psicologica gratuita oltre a costituire un punto di riferimento per le donne in cerca di lavoro o con necessità di consulenza legale. Sono tantissime le donne in cerca di aiuto presso le nostre strutture, il più delle volte in incognito visto il pericolo che corrono dentro casa. Tutta la struttura è stata equipaggiata grazie alla Cooperazione italiana, nell’ambito della partnership civile-militare già sperimentata in numerose occasioni. A beneficiare del Centro, unico nel panorama di Herat, saranno in particolare le donne in difficoltà economica, o vittime di violenza domestica e portatrici di disagi psicologici.

tanti del clan in Pakistan numerose volte negli ultimi 18 mesi.

Il network Haqqani prende il nome dal fondatore e leader del gruppo, Mawlawi Jalaluddin Haqqani: il clan ha la sua base operativa nelle aree tribali pachistane del Nord Waziristan ed è attivo soprattutto nelle regioni orientali dell���Afghanistan: Paktia, Paktika, Khost, Ghazni, Wardak e Kabul. Tutte le operazioni di guerriglia sono pensate, organizzate e gestite dal capo clan e dal figlio Sirajuddin. Quest’ultimo ha anche la responsabilità delle attività di numerose madrasse e dei campi di addestramento in Pakistan. Mawlawi Jalaluddin Haqqani è un ex comandante della resistenza anti-sovietica conosciuto per la sua ferocia in combattimento. È stato tra i fondatori del gruppo mujaheddin Hizb-e-Islami e, dopo la sua scissione, ha deciso di seguire le sorti del signore della guerra Younis Khalis, diventando uno dei leader di Hezb-e Islami Khalis (Hik). Da sempre molto vicino ai servizi segreti deviati pachistani, ha ricevuto un significativo sostegno dalla Cia: questo ha permesso ad Haqqani di alle-


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India e Russia annunciano un accordo militare da 30 miliardi di dollari

La commessa del secolo l’ha fatta Nuova Delhi

Mosca venderà 300 caccia di ultima generazione alla Difesa indiana, che diventerà la più potente dell’area di Stranamore arà una delle commesse militari più importanti di sempre: vale almeno 30 miliardi di dollari e ad annunciarla sono India e Russia, per bocca dei rispettivi ministri della Difesa: A.K. Antony per Delhi e Anatoly Serdyukov per Mosca. Il contratto riguarda la modernizzazione dell’aeronautica indiana e contemporaneamente la collaborazione strategica, militare e industriale tra i due paesi. L’India è intenzionata ad acquistare tra i 250 ed i 300 velivoli da combattimento Russi Pak-Fa T50, ovvero quanto di meglio il complesso militare di Mosca sia in grado di offrire.A questi si potranno aggiungere 45 velivoli da trasporto militare Mta, 22 elicotteri da combattimento ed almeno 15 elicotteri da trasporto pesante. Una bozza del contratto è già stata predisposta e la finalizzazione avverrà nei prossimi mesi. Con i nuovi aerei da combattimento l’India acquisirà capacità militari che nessuno dei suoi vicini e potenziali avversari possiede o potrà allineare. Sicuramente non il Pakistan, che al massimo è riuscita ad acquistare dagli Stati Uniti una ventina di moderni cacciabombardieri F-16 e per il resto si deve affidare a velivoli sviluppati insieme alla Cina, che costano poco, ma che non sono certo allo stato dell’arte. La stessa Cina non ha velivoli equivalenti. L’unica speranza per ottenerli in tempi ragionevoli consisterebbe nell’acquistarli a sua volta da Mosca. In effetti oggi il velivolo più sofisticato che i due paesi hanno in servizio è il Sukhoi Su-30, che entrambi producono anche su licenza. Ma stavolta Mosca potrebbe essere stata costretta a scegliere.

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stire, negli anni Ottanta, una numerosa e ben addestrata milizia privata. Capace di esprimersi in un arabo fluente, Haqqani ha due mogli: una delle quali vive negli Emirati Arabi Uniti. Questa circostanza lo ha aiutato a reperire risorse presso alcuni facoltosi individui in Arabia Saudita e nel Golfo Persico, luoghi in cui ha sviluppato contatti importanti già nel periodo dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. Tra questi, l’amicizia con il leader di al Qaeda, Osama bin Laden, a cui il gruppo Haqqani è considerato tuttora molto vicino. Secondo alcune fonti dell’intelligence occidentale, il gruppo Haqqani sarebbe diventato più potente e importante della Shura

ucciso sei persone ed ha ammesso di aver pianificato il tentato assassinio del presidente afgano Hamid Karzai dell’aprile 2008.

Contrastanti sono invece le notizie che arrivano sul ruolo giocato dai servizi segreti pachistani (Isi) che, secondo alcune fonti, starebbero facendo pressioni perchè si continui a combattere contro le truppe degli Stati Uniti e i loro alleati. «L’Isi vuole arrestare i comandanti che non obbediscono ai suoi ordini», ha detto un comandante talebano della provincia di Kunar al Wall Street Journal. «L’Isi vuole che uccidiamo tutti: poliziotti, soldati, tecnici, insegnanti, civili, solo per terrorizzare la

Mawlawi Jalaluddin è un ex comandante della resistenza anti-sovietica conosciuto per la sua ferocia. Vicino ai servizi segreti pachistani, ha ricevuto l’appoggio della Cia negli anni Ottanta di Quetta, il consiglio direttivo dei talebani guidato dal mullah Omar. Ritenuto assai feroce e determinato, è duramente combattuto dall’esercito Usa nelle regioni tribali del Pakistan, soprattutto grazie ai velivoli senza pilota, i cosiddetti droni. Il clan è responsabile di buona parte degli episodi di violenza più sanguinosi che si sono verificati in Afghanistan dall’inziio delle operazioni militari della Nato, dopo gli attentati dell’11 settembre a New York. Il figlio di Jalaluddin, Sirajuddin, ha confessato di aver pianificato, tra gli altri, l’attentato del 14 gennaio 2008 contro l’Hotel Serena a Kabul che ha

gente». Da quando ha assunto il comando delle truppe internazionali in Afghanistan, il generale David Petraeus ha focalizzato la sua attenzione sulle aree tribali in Pakistan, premendo per un maggior coinvolgimento delle truppe pachistane nelle operazioni condotte nelle zone di confine. Tuttavia, secondo i militari Usa, le truppe pachistane concentrerebbero la loro attenzione più sui militanti che minacciano la sicurezza interna che sulle organizzazioni che lanciano attacchi in Afghanistan. Purtroppo è vero, come dimostrano anche i 44 convogli della Nato distrutti al confine fra i due paesi in meno di 24 ore.

centinaia di Su-30. India e Russia poi continueranno la collaborazione anche nel campo degli aerei da trasporto, macchine indispensabili per la proiezione di potenza. L’Mta è un aereo di classe media per carico utile e raggio d’azione. Ed anche in questo caso si tratterà di un co-sviluppo, che consentirà all’India di compiere un nuovo balzo di capacità tecnologica, nella strada per arrivare ad una indipendenza nei settori più importanti già nel medio termine.

L’India poi, grazie ad una economia che continua a galoppare, persegue una notevole diversificazione negli approvvigionamenti militari (non dipende così da nessuno) e negli ultimi anni ha rafforzato i legami con gli Stati Uniti.Tanto è vero che ha appena annunciato di aver scelto un motore americano, il General Electric F414, per equipaggiare il suo caccia leggero

Questa corsa agli armamenti non è mirata solo a mantenere un margine già enorme nei confronti del Pakistan, quanto a controbilanciare la potenza militare cinese

Già, perché a dispetto delle velleità di grandeur militare di Putin e Medvedev, la Russia spende relativamente poco per le proprie forze armate e non è in grado di investire in ricerca e sviluppo le risorse necessarie per ottenere le tecnologie più sofisticate. Questo vale anche per il nuovo caccia pesante T-50, il cui sviluppo è stato contrassegnato da tempi lunghissimi e problemi tecnici. L’accordo con l’India prevede il coinvolgimento di Delhi sia dal punto di vista finanziario sia per quello tecnologico per realizzare una versione “speciale” del T-50. La Russia si farà poi la propria variante. Ma non è detto che possa poi esportare a paesi terzi il suo aereo senza il placet di Delhi. In ogni caso prima che i T-50 possano volare con le coccarde indiane occorrerà almeno un lustro, forse di più, perché il T-50 è ancora allo stato prototipico e non ha neanche il motore definitivo. Certo che l’introduzione in Asia di una macchina di questo livello non potrà che provocare una risposta da parte di tutti i paesi della regione. E in attesa del T50 Delhi potrebbe comprare dalla Russia altre

Tejas. E sta poi conducendo una gara del valore di almeno 12 miliardi di dollari per acquistare 126 caccia“leggeri”con i quali sostituire i vecchi MiG-21. In corsa ci sono gli americani con l’F/A18, gli Europei (consorzio Eurofighter con Gran Bretagna, Germania, Italia e Spagna) che propone il Typhoon nonché il MiG-35 russo. Questa corsa agli armamenti non è mirata tanto a mantenere un margine già enorme nei confronti del Pakistan, quanto a controbilanciare la potenza militare cinese. E per questo gli Usa sono pronti a vendere quasi di tutto. Ma non a trasferire tecnologie chiave o a procedere a sviluppi congiunti. I russi non hanno di questi problemi ed anche per questo riescono a conquistare contratti di tale importanza. Non tutti gli affari che Mosca conclude nel mercato degli armamenti vanno però a buon fine: è il caso della contestata vendita di sofisticati missili anti-aerei S-300 all’Iran: dopo aver cercato di guadagnare tempo, con l’inasprimento del regime di sanzioni deciso dall’Onu nei confronti di Teheran, Mosca ha dovuto cancellare il contratto ed ora sta restituendo all’Iran centinaia di milioni di dollari già sborsati dal mancato cliente. Il quale dovrà poi trovarsi un nuovo fornitore. Magari in Cina.


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Marea nera. La commissione voluta dalla Casa Bianca punta l’indice sul governo amministrazione avrebbe Obama sottostimato la gravità della marea nera nel Golfo del Messico e accordato troppa fiducia nella capacità di risposta del gruppo petrolifero Bp. Secondo un rapporto diffuso, mercoledì, dalla Commissione d’inchiesta, nominata dallo stesso presidente americano, la National oil spill commission, la Casa Bianca avrebbe anche cercato di nascondere all’opinione pubblica e alla popolazione locale, specie nella prima fase, la reale entità del disastro. Sono rivelazioni che potrebbero mettere in imbarazzo il Partito democratico, in piena campagna elettorale per le elezioni di Midterm del 2 novembre, in cui già il partito del presidente Obama parte da una posizione difficile. La Commissione dovrà consegnare entro la fine di gennaio 2011 un rapporto conclusivo sulla peggiore catastrofe ambientale nella storia degli Stati Uniti. L’amministrazione Obama, naturalmente, ha immediatamente reagito alle conclusioni del rapporto, sostenendo che sia il ministro degli Interni Ken Salazar che l’ammiraglio Thad Allen «erano stati entrambi molto chiari con l’opinione pubblica, prospettando anche i peggiori scenari possibili».

L’

Intanto i postumi della marea nera stanno cominciando a farsi sentire. Il livello di alcuni composti cancerogeni nelle acque a largo della Luoisiana è cresciuto significativamente, fino a 40 volte, durante la fuga di greggio dalla piattaforma Bp nel Golfo del Messico. Lo afferma una ricerca della Oregon State University resa nota qualche giorno fa. «È un salto enorme nella concentrazione di queste sostanze in

Un mare d’imbarazzo per Obama L’amministrazione voleva tacere sulla reale gravità del disastro della Bp di Pierre Chiartano

Golfo ne abbiamo trovati sia dell’uno che dell’altro tipo». E per un presidente come Obama che aveva fatto della green economy la sua bandier non sono buone notizie certamente. Comunque la vicenda che è ancora lontana dall’aver finito di provocare danni all’ambiente naturale e quello politico, qualche cambiamento lo ha pro-

«Per i primi dieci giorni del disastro, sembra che un senso di ottimismo ingiustificato abbia caratterizzato chi doveva rispondere» un ambiente naturale», spiegava al Los Angeles Times Kim Anderson, docente di tossicologia ambientale presso l’università. Confrontando i campioni prelevati a maggio con quelli raccolti a giugno, infatti, la concentrazione di idrocarburi policiclici aromatici è cresciuta di 40 volte. «Chi si sta occupando della marea nera dovrà tenerne conto», sottolineava il ricercatore. Questi idrocarburi, sono una classe ampia di composti, alcuni innocui, altri cancerogeni: «Nel

dotto in senso positivo. Gli Usa hanno varato nuove regole sulle trivellazioni in mare proprio per prevenire disastri come quello di Bp.

La prima è che il Blowout preventer, il meccanismo che non ha funzionato nel caso della Deep Horizon, dovrà essere controllato da esperti indipendenti; la seconda è che gli operatori abbiano sempre in funzione i programmi in grado di prevedere gli incidenti e un piano preciso anti-rischio. Sono

La First Lady è prima nella classifica della rivista Forbes

È Michelle la più potente WASHINGTON. È la moglie di Obama la donna più influente del mondo. La first lady, Michelle Obama guida la classifica annuale delle donne più potenti compilata dalla rivista Forbes. Al secondo posto c’è la imprenditrice Irene Rosenfeld della Kraft Foods e al terzo la popolarissima conduttrice televisiva Oprah Winfrey. La lista vede al quarto posto la cancelliera tedesca Angela Merkel (che l’anno scorso guidava la classifica) e al quinto il segretario di Stato americano Hillary Clinton. «Michelle Obama ha trasformato la carica di first lady con la forza della sua personalità – ha spiegato Moira Forbes. La conferma del suo carisma viene dal fatto che la Casa Bianca la faccia scendere in campo in questa campagna elettorale negli stati piu’

importanti del voto di midterm». La rivista ha cambiato quest’anno i criteri di scelta, premiando la «influenza creativa» delle donne selezionate. Infatti nella speciale classifica troviamo amche la cantante Lady Gaga che ha venduto circa 15 milioni di copie dei suoi cd. Oltre a Lady Gaga, nella classifica di Forbes delle donne più potenti del mondo ci sono ben poche altre cantanti: la solita Beyoncé Knowles al 9no posto e Madonna al 29mo. Alla posizione numero 35 c’è Carla Bruni, ex modella e attuale première dame della Francia nonché cantante a tempo perso. Per Michelle, l’anticonformista, è sicuramente un risultato che premia il senso di normalità impresso dalla first lady alla famiglia presidenziale.

un mare anche i soldi che tutta la vicenda costerà alle casse della compagnia britannica. Si tratta1,2 miliardi di dollari: tanto sta costando la marea nera al colosso petrolifero. Ricordiamo che nell’incidente nel Golfo del Messico si sono riversati in mare circa 4,9 milioni di barili di petrolio. Numeri resi noti dalla la società nel giorno dell’insediamento ufficiale del nuovo amministratore delegato Bob Dudley che andava a sotituire il discusso predecessore Tony Hayward. Il pozzo Macondo, da cui fuoriusciva il greggio dall’aprile scorso dopo un incidente costato la vita a 11 operai, è stato tappato a metà settembre: si tratta della più grande perdita offshore della storia. Il costo dei danni potrebbe però salire fino a triplicare: secondo la Bp si potrebbe arrivare anche a 32,2 miliardi di dollari. In quest’ottica la compagnia ha previsto di dismettere asset per l’equivalente di 20 miliardi in modo da compensare le future perdite.

Nei giorni scorsi la società aveva anche annunciato la ripresa del pagamento dei dividendi dopo lo stop forzato delle cedole seguito all’incidente. Il nuovo ad Dudley, americano di 55 anni, ha annunciato una nuova strategia aziendale mirata a ridare credibilità alla Bp. Tra le operazioni previste la creazione di un’unità speciale di vigilanza incaricata della sicurezza nelle operazioni di esplorazione ed estrazione del greggio. Ora arrivano le rivelazioni della Commissione che non lasciano molto dubbi. «Per i primi dieci giorni della fuga di petrolio, sembra che un senso di ottimismo ingiustificato abbia caratterizzato chi doveva rispondere. Costoro quasi unanimemente, benché fossero coscienti di avere a che fare con un versamento di grave entità, pensavano che la Bp avrebbe riportato il pozzo sotto controllo». Inoltre, scrive la Commissione, «benché una parte della struttura di comando sia diventata operativa molto velocemente, sotto altri punti di vista la mobilitazione di risorse per contrastare il disastro sembrava andare a rilento». L’agenzia governativa sugli oceani e l’atmosfera (Noaa), si legge ancora nel rapporto, già fra la fine di aprile e l’inizio di maggio voleva divulgare le sue stime – pessimistiche – sull’ evoluzione del disastro, ma l’Ufficio per il budget e il management (Omb) della Casa Bianca si oppose alla divulgazione di quelle stime.


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8 ottobre 2010 • pagina 17

Decine di pesci morti avvistati lungo il corso del fiume

Il simbolo della lotta contro l’apartheid va in pensione

Il fango tossico raggiunge e minaccia il Danubio

Si ritira Desmond Tutu, la coscienza del Sudafrica

BUDAPEST. La marea dei fan-

JOHANNESBURG. «Il 7 ottobre compirò 79 anni e mi ritirerò dalla vita pubblica»: lo aveva annunciato lo scorso luglio e oggi, nel giorno del suo compleanno, l’arcivescovo Desmond Tutu, Premio Nobel per la Pace nel 1984, considerato la coscienza morale del Sudafrica, simbolo con Nelson Mandela della lotta all’apartheid e ideatore della Riconciliazione con i bianchi dopo la fine del regime segregazionista, ha mantenuto la sua promessa. Il prete anglicano che voleva diventare medico ed è arcivescovo emerito di Città del Capo, da oggi si dedicherà alla famiglia: «Intendo portare ogni mattina una tazza di cioccolato a mia moglie Leah, come ogni buon marito dovreb-

ghi tossici, dal caratteristico colore rosso, causata da un incidente industriale ad Ajka, nell’ovest dell’Ungheria, da ieri mattina si sta riversando nel Danubio. E nonostante le dichiarazioni del portavoce del controllo delle acque ungheresi, che ha tentato di minimizzare la minaccia al grande fiume, dicendo che il massimo rischio in corso era un aumento del tasso alcalino leggermente al di sopra della norma, ieri sera sono stati avvistati i primi pesci morti a galleggiare sulle acque. La verità è che la catastrofe ecologica che ha colpito tre giorni fa l’Ungheria minaccia tutto l’ecosistema del secondo fiume più lungo d’Europa dopo il Volga, in particolare la fauna e la flora. Questo incidente industriale senza precedenti nel Paese ha già provocato quattro morti, fra i quali una bambina di 14 mesi, e più di 120 feriti, mentre tre persone ritenute disperse.

Intanto, il capo della protezione civile magiara, Tibor Dobson, ha confermato che l’ecosistema del fiume Marcal è stato distrutto dall’afflusso di fango rosso, scarto di lavorazione dell’alluminio, che lunedì s’è sversato dalla riserva di una fabbrica.

Il Pakistan nel mirino di droni e terrorismo L’attacco di ieri a un mausoleo sufi provoca almeno 8 morti di Antonio Picasso a sequenza dei fatti di questi ultimi giorni conferma 0che l’inizio di autunno è per il Pakistan il periodo più critico. Ieri il mausoleo sufi di Karachi, dedicato ad Abdullah Shah Ghaz, è stato il bersaglio dell’ennesimo ultimo attentato da parte delle forze talebane. Nel momento in cui andiamo in stampa, non è stato possibile determinare il numero di morti. Tuttavia le nostre fonti in Pakistan ci confermano la presenza di almeno di otto vittime. La frangia mistica dell’Islam era già stata oggetto di precedente attacchi, l’ultimo dei quali risale all’inizio di luglio. Nell’occasione era stato colpito il centro di preghiera Data Darbar, a Lahore, ed erano morte circa 40 persone. Nel frattempo prosegue la frizione tra le autorità di Islamabad e Washington per quanto riguarda gli attacchi aerei effettuati dalle forze Nato in territorio pakistano, nella province al confine con l’Afghanistan, dove si presume siano concentrati alcuni fra i più incalliti gruppi talebani. Dall’inizio della settimana, si sono registrati cinque interventi di questo tipo. Ed è solo di ieri l’ultimo. Il governo di Zardari e Gilani ha sottolineato più volte che queste iniziative vanno interpretate alla stregua di un’invasione militare e che non possono essere tollerate. L’Alleanza atlantica, da parte sua, ha obiettato che le province nord-occidentali sono l’epicentro dell’insorgenza talebana. Dal momento in cui le Forze armate pakistane non sono in grado di controllare questo fattore di crisi, è la Nato che deve farsene carico. Peraltro, l’ultimo attacco a un convoglio di rifornimenti diretti in Afghanistan, avvenuto sempre in territorio sotto giurisdizione di Islamabad, non ha fatto altro che fornire ulteriori giustificazioni a queste iniziative. In questi cinque giorni, le forze occidentali hanno perso circa un centinaio di camion, con tutto il carico che trasportavano. Uno scenario simile si presentava esattamente un anno fa, alla vigilia dell’approvazione, da parte del Congresso Usa del “Kerry-Lugar Act”, il disegno di legge che prevedeva un nuovo finanziamento per Islamabad di 7,5 miliardi di dollari. Alla fine del 2009, la Casa Bianca si era dimostrata magnani-

L

ma nei confronti del presidente Zardari. Accordandogli un credito di proporzioni così ingenti, Obama aveva ammonito la sua controparte che, in cambio, sarebbe stato necessario un cambiamento di rotta da parte del Pakistan in materia di sicurezza e di risorse militari.

Le forze armate del “Paese dei puri”avrebbero dovuto approfittare di quei fondi per effettuare un controllo più serrato nelle aree critiche. Islamabad avrebbe dovuto dimostrare di essere un alleato trasparente. Washington aveva chiesto a Zardari di fugare finalmente le ombre che hanno sempre gravato sui servizi di intelligence nazionali, l’Isi, ritenuti, da alcuni osservatori occidentali, collusi con la galassia talebana. Tutto questo, in un anno, non è accaduto. Anzi, il Pakistan è sprofondato in un vortice di criticità politiche, sociali e di sicurezza. L’insorgenza jihadista si è fatta sempre più sistematica nel Paese. Il presidente e il primo ministro, dal canto loro, hanno perso di un’importante percentuale di criticità, sia di fronte agli alleati occidentali sia di fronte all’elettorato nazionale. Non è un caso, nella fattispecie, che al giorno d’oggi l’eventuale revival di Pervez Musharraf non venga osteggiato da nessuno. Infine, i disastri naturali provocati dalle inondazioni, un paio di mesi fa, hanno complicato ulteriormente la situazione. Di fronte a un quadro tanto drammatico, gli Usa hanno deciso di agire indipendentemente. I droni, per alcuni aspetti, restano il minore dei mali. Non è escluso infatti che, tra i pochi falchi rimasti al Pentagono e sopravvissuti allo spoil system da Bush a Obama, ci sia qualcuno che vorrebbe un intervento militare in Pakistan ben più massiccio. Si tratta di un sintomo di quanto sia scarsa la considerazione che gli Stati Uniti nutrono nei confronti del governo di Islamabad. Questo non fa altro che rinforzare le convinzioni per cui Musharraf – attraverso un golpe, oppure per via elettorale, questo non ha importanza – costituisca davvero il futuro del Paese. Resta da chiedersi, sulla base dell’esperienza, quanto l’ex generale possa fare meglio del governo attuale.

Gli americani stanziano miliardi di fondi per Islamabad, ma usano sempre di più gli aerei senza pilota. Zardari protesta

Il Marcal è il corso d’acqua più vicino all’epicentro del disastro e, dal primo giorno, ha rappresentato una delle principali preoccupazioni per la protezione civile magiara. Si tratta di un affluente del fiume Raba, che a sua volta si getta nel Danubio.«L’ecosistema completo del fiume Marcal è distrutto, perché il tasso alcalino elevato ha ucciso tutto», ha spiegato il funzionario all’agenzia di stampa Mti. «Tutti i pesci - ha continuato - sono morti e non abbiamo potuto neanche salvare la vegetazione». Secondo Dobson, «il Marcal ha ricevuto la condanna a morte quando il fango rosso è arrivato attraverso il ruscello Torna».

be fare» ha detto. «L’ho sposata nel 1955 ed è stata la decisione migliore della mia vita». Il ritiro sarà graduale: «Fino alla fine di febbraio (2011) lavorerò ancora un giorno alla settimana. Poi il mio ufficio chiuderà».

Un sigillo alla sua vita pubblica, fatta di umorismo, umiltà, decisione, volontà indefessa e capacità di sfidare l’autorità costituita dell’apartheid imposto dai bianchi, dell’ingiustizia e della segregazione razziale. Negli anni Ottanta era stato tra i più decisi promotori delle sanzioni economiche internazionali contro il regime razzista. Un regime che ha più volte cercato di metterlo a tacere, fermandosi di fronte al suo abito talare. Demolito l’apartheid, dal 1994 il promotore della formula “Nazione Arcobaleno” ha presieduto la Commissione per la Riconciliazione e la Verita, istituita per voltare definitivamente pagina, e per fare del Sudafrica una Nazione di bianchi e di neri, insieme. Senza però risparmiare critiche ai nuovi vertici politici: all’ex presidente Thabo Mbeki per la sua ottusa chiusura di fronte ai metodi di lotta all’Aids; all’attuale capo di stato, Jacob Zuma, per le vicende giudiziarie che lo hanno visto implicato in casi di corruzione e di sesso.


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Premi. Lo scrittore peruviano, per tanti anni in prima fila tra i candidati dell’Accademia di Stoccolma, stavolta ha vinto

Il genio e lo scribacchino Romanziere, teatrante, saggista, polemista, presidente mancato: le tante vite di Mario Vargas Llosa, un Nobel a scoppio ritardato di Maurizio Stefanini ominciamo da un curioso prologo nel Perù del 1954: la storia di un diciottenne che scappa con una zia di 32 anni, e si ritrova ad andare avanti e indietro su un taxi scassato per i paesini della desertica Costa, alla ricerca di un sindaco tanto imbecille o corrompibile da sposarli senza la dispensa scritta del padre di lui. In Perù, come in Italia, all’epoca la maggiore età era a 21 anni... Il primo sindaco, cugino di un amico, si tira indietro quando vede che il segretario pianta grane. Indirizzandoli da un collega di cui dice con stima «che non sa quasi leggere né scrivere». Ma questi, un pescatore negro «con un’enorme pancia» e «che mal-

C

ra latino-americana, quel suo rocambolesco primo matrimonio sarebbe stato trasfigurato in un romanzo: La zia Julia e lo scribacchino. Poi divenuto anche un film hollywoodiano, sia pure con l’incongruo trasferimento della trama a New Orleans. Lui lo fa Keanu Reeves; Julia è Barbara Hershey, la conturbante Maddalena dell’Ultima tentazione di Cristo” di Scorsese. Ma c’è pure il “tenente Colombo” Peter Falk, “lo scribacchino”. Perché è una vera ossessione stilistica di Vargas Llosa la tecnica narrativa da lui stesso definita “dei vasi comunicanti”, appresa da Flaubert e Faulkner. Due o più storie i cui capitoli si alternano su

«Nella finzione c’è sempre qualcosa di autobiografico», ha spiegato. E infatti attraverso i suoi libri è possibile ricostruire l’America Latina grado il fresco dell’imbrunire, indossava soltanto un vecchio paio di calzoni che gli si appiccicava alla pelle», nella baracca-municipio racconta che una settimana prima, per una storia del genere, si è quasi «beccato una revolverata». Ma lui pure è prodigo di consigli. Andate «in uno qualsiasi degli altri paesini della provincia», dove «i sindaci sono dei vagabondi». Ma uno dei «vagabondi» non sposa «nessuno che non fosse del villaggio». Un altro pensa che «ci sarà qualche motivo losco se della gente di città viene a sposarsi in questo villaggio abbandonato dalla mano di Dio». Un terzo spiega che deve «andare ad ammazzare una volpe che ogni notte si mangiava due o tre galline della regione». Un quarto non fa problemi per l’età di lui, ma si spaventa quando scopre che lei è cittadina boliviana. I più dicono che hanno perso o esaurito il registro di stato civile. Finché un «compare» del tassista che li ha scarrozzati, in cambio di 1000 soles, è lui stesso a suggerire allo sposo di modificare a penna in 1933 il 1936 della data sul certificato di nascita. Il nome, su quel documento, era quello di Mario Vargas Llosa. Ora Premio Nobel per la Letteratura.

Passati 23 anni, già divenuto un mostro sacro della letteratu-

piani paralleli, fino a confluire in genere nella rivelazione finale. Ma a volte, semplicemente, limitandosi a fare da con-

trappunto l’uno all’altro. Lo “scribacchino”, dunque, è uno sceneggiatore di radionovelas che lavora nella stessa emittente in cui il giovanissimo “Varguitas”sta muovendo i suoi primi passi nel giornalismo. E il contrappunto alla storia d’amore sono proprio i soggetti sempre più truculenti che vanno in onda, man mano che un crescente esaurimento da superlavoro sprofonda il mestierante nella follia.

È lo stesso Vargas Llosa a teorizzare che «la radice di tutte le storie è l’esperienza di chi le inventa, il vissuto è la fonte di chi irriga le finzioni». In effetti La città e i cani, libro d’esordio con cui a 27 anni vinse il Premio Biblioteca Breve e iniziò la carriera che l’avrebbe infine portato al Nobel, nasce dall’esperienza di cadetto al collegio militare Leoncio Prado di Lima. Un viaggio in Amazzonia avrebbe fornito l’ambientazione al monumentale La casa verde, al farsesco Pantaleon e le visita-

trici e all’inquietante Il narratore ambulante. E ricordi giovanili sono all’origine dei Cuccioli e di Conversazione nella cattedrale, anche se l’elemento autobiografico è predominante soprattutto negli anni ’60 e ’70. Nel 1981, La guerra della fine del mondo, straordinaria epopea su una rivolta millenarista nel Brasile di fine

di Dioniso e Arianna in mezzo alla guerriglia di Sendero Luminoso; varie opere teatrali; e una quantità di saggi di critica letteraria, artistica, politica.

Ma col nuovo millennio Vargas Llosa torna al romanzo storico in modo quasi esclusivo: l’attentato al dittatore dominicano Trujillo nella Festa del ca-

Dopo aver studiato García Márquez, e dopo aver litigato furiosamente con lo scrittore colombiano, è diventato in realtà l’«anti-Gabo» ‘800, è una specie di spartiacque al momento isolato, in cui l’autore ormai maturo inizia e esplorare diversi generi: dopo il romanzo storico, c’è quello sulla guerriglia peruviana incrociata alla questione gay di Storia di Mayta; il giallo di Chi ha ucciso Palomino Molero?; gli erotici Elogio della matrigna e I quaderni di Don Rigoberto; l’horror andino-mitologico Il caporale Lituma sulle Ande, trasposizione del mito

prone; le biografie parallele di Gaugain e di sua nonna Flora Tristán ne Il Paradiso è altrove; ultimissima la storia dell’eroe indipendentista irlandese Roger Casement ne Il sogno del celta… Non è «che un romanzo sia sempre una biografia dissimulata del suo autore», spiega infatti Vargas Llosa . Ma «per lo meno in ogni finzione, anche nell’immaginazione più sfrenata, è possibile trovare un punto di partenza, una semente inti-

Tutte le opere di un narratore che ha frequentato anche il reportage e il teatro

Dalla Zia Julia alla «cattiva ragazza» di Francesco Lo Dico uno dei massimi scrittori latinoamericani viventi, ma chi lo conosce bene dice che lo stile british gli è penetrato nelle ossa. Sempre in bilico tra disfide letterarie e tenaci tenzoni per i diritti civili, Mario Vargas Llosa si impone all’attenzione internazionale nel 1963, con un libro di debutto, La Città e i cani, che è una spietata radiografia della realtà peruviana che ha dato i natali allo scrittore. Ambientato in una scuola militare, in mezzo a personaggi lubrichi di dubbia morale, quello di Llosa è un debutto auteniicamente incendiario: il volume viene dato al rogo nella pubblica piazza perché considerato infamante. Emigrato in Francia negli anni Cinquanta, lo scomodo Mario prende a frequentare quello che ribat-

È

tezza come “il piccolo valoroso Sartre”. Un’amicizia che incide in maniera rilevante sulla sua poetica. Pubblicati in Italia da Einaudi, La casa verde, Pantaleon e le visitatrici, Conversazione nella Cattedrale, La zia Julia e lo scribacchino, sono i romanzi che consolidano il suo credito di autore impegnato, che dipingono intorno a Llosa l’icona di anti-Marquez. Particolarmente scabrosa, la vicenda che Llosa narra ne La zia Julia, il suo vero capolavoro: storia d’amore tra il giovanissimo Mario e la zia acquisita più anziana di quattordici anni. Come quest’ultimo, anche Storia di Mayta, e La verità nella menzogna sono lucidi affreschi politici in cui si stagliano i drammi interiori di uomini votati alla resistenza, alla ribellione e alla sconfitta.

Passato dalle simpatie castriste degli anni giovanili al chiaro sostegno offerto al liberismo radicale, lo scrittore sudamericano attira molti strali polemici anche all’uscita di Conversazione della Cattedrale, romanzo nel quale affiorano posizioni a favore della guerra in Afghanistan e Iraq e critiche contro il ”caudillismo” di Chavez e Morales. Meno discusso, e anzi inequivocabile presso la critica mondiale, il suo amore, ricambiato, per la letteratura. Letteratura nuda e pura alla quale torna - dopo la parentesi di alcuni straordinari reportage dalla Palestina e dall’Iraq con un altro libro straordinario, Avventure della cattiva ragazza: storia di un amore impossibile e interminabile che rinnova la meraviglia della Zia Julia e lo scribacchino.


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ma, visceralmente legata a una summa di esperienze di chi l’ha delineata». Vogliamo divertirci a seguire questa lezione, correndo appresso a un piccolo cuy arrosto? Cambio di campo, sulle interminabili presidenziali che tra 1988 e 1990 avrebbero portato il creatore di don Federico a peregrinare per il Perù più profondo. A narrare è dunque suo figlio Álvaro, portavoce di quella campagnia. «Mio padre, malgrado la stanchezza, era psicologicamente adeguato a questo ritmo, e preferiva mille volte parlare nelle pubbliche piazze dell’interno che stare a Lima». «Invariabilmente doveva ballare il huayno con qualche donzella locale, e allora riportava alla luce i ricordi dell’epoca in cui, trenta anni prima, aveva fatto il giro della Spagna come membro di un gruppo di danza folkloristica peruviana». Unico problema, l’alimentare: «detestava il cuy per il suo aspetto di topo, ma aveva dovuto abituarsi a mangiarselo ogni volta che glielo mettevano davanti». Possiamo proprio immaginarcelo a rovesciare indietro la testa ribelle in cui si indovina il giovane capellone sposo di zia Julia, a degluire cuy con lo stesso amabile sorriso conigliesco per cui da ragazzo lo chiamavano Bugs Bunny e al Collegio Militare Leoncio Prado “il Coniglio della Morte”.. Un sorriso che, dicono, «lo precede quando entra in un posto». Forse a volte un po’ dolciastro, ma non bisogna dimenticare che la sua natia città di Arequipa ha dato il suo nome a un ”dolce di latte”famoso in tutte le Americhe.

Più difficile, magari, è vederselo volteggiare in poncho e cuffia multicolore al suono dolcemente sfiatato di sikus e zampoña, i caratteristici flauti di Pan andini. Lui, di cui l’impeccabile eleganza anglo-sassone fa dire in America Latina che «va vestito da premier europeo». Ma non è la sola esperienza insospettabile che emerge dalla sua bohème giovanile. Subito dopo il matrimonio, per mantenersi si mise a fare sette lavori tutti insieme. E

tra questi c’era anche una ricerca ”storica”tra i loculi di un cimitero di epoca coloniale, a «decifrare quanto dicevano le lapidi di quelle tombe e far liste con i nomi e le date» al macabro cottimo di un sol a morto. Un altro di quei sette lavori era la redazione di un testo di educazione civica per le scuole. Anche in seguito un po’ bohème lo è rimasto. Non ha vagabondato più tra i lavori, ma ha cambiato oltre 40 case. Ed erra tra le biblioteche, suo luogo

Tre curiose espressioni di Mario Vargas Llosa: lo scrittore peruviano (nella pagina a fianco con Roberto Saviano) ha sempre avuto un rapporto contrastato con i mass media prestandosi anche ad essere utilizzato per furiose polemiche

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di lavoro preferito. «Quella di Madrid, dove feci il dottorato, era tanto fredda che dovevo tenere il cappotto addosso. Quella Nazionale di Parigi aveva una collezione meravigliosa, ma i posti erano tanto stretti che non si poteva stirare le braccia senza sgomitare i vicini. Però una volta mi trovai seduta davanti Simone de Beauvoir. Quella del British Museum fu la mia favorita, finchè non l’hanno chiusa. Ma la più sorprendente è quella Pubblica di New York, l’unica al mondo dove per prestarti i libri non ti chiedono alcun documento. C’è un fracasso d’inferno, ma New Tork è New York». Qualche detrattore afferma che ha vagabondato anche tra le idee: dal breve esordio marxista alla lunga parentesi di militanza nella Dc peruviana degli anni ’50. Pronubi alcuni amici ma paradossale, visto che all’epoca aveva già perso la fede, per il contraccolpo dell’insidia ricevuta, bambino, da un frate pedofilo. Poi ci furono le simpatie castriste, fino a quando a Cuba non arrestarono il poeta Heberto Padilla. La socialdemocrazia. La finale conversione al liberalismo.

È un’evoluzione che in molti dicono che gli ha ritardato il Nobel per decenni e che molti altri si ostinano ancora a giudicare “incomprensibile”, ma che invece è perfettamente in linea con la sua passione per le“regole del gioco” e il ”dato nascosto”. «A volte gli economisti scrivono romanzi più belli degli scrittori», ha detto. Allevato dai nonni materni, coccolato dagli zii, e coniugato fin quasi all’incesto. La sua autobiografia del ’93 inizia la prima delle due vicende paralle-

le della sua vita con lo shock infantile di quando, a 11 anni, la mamma lo informa che il “papino in cielo”per cui prega tutte le sere è vivo e vegeto, e si è ripresentato. E la seconda con lo shock da adulto dell’affermato scrittore 51enne che sente alla radio il populista “presidente ragazzino” Alan García (38 anni) annunciare la nazionalizzazione ”paternalista” di banche, società assicuratrici e finanziarie. Tutte e due le storie finiscono infine con un simbolico viaggio verso l’Europa faro di libertà, sotto la premurosa tutela di una donna del clan Llosa: a Parigi a 22 anni con Julia; a Londra a 54, dopo la clamorosa sconfitta elettorale, con la seconda moglie Patricia, figlia della sorella di Julia, che era sposa del fratello di sua madre. Madre dei suoi figli, dopo essere stata la tenera tiranna che da ragazzina lo svegliava con bicchierate di acqua gelata in faccia «per farlo arrivare in tempo all’Università».

«Elogio della matrigna», è il titolo di un suo famoso divertissment erotico. Ma anche elogio della zia, elogio della cugina... Molte ipotesi sono state avanzate sulla misteriosa scazzottata che ruppe l’amicizia con Gabriel García Márquez, dopo la tesi di dottorato di “Varguitas” su Cent’anni di solitudine. Che Gabo ci avesse provato con Patricia, che l’avesse avverrtita su una sua relazione con una modelle americana, che avesse svelato come il mitico colonnello Aureliano Buendía in realtà era il nonno di Gabo… Ma c’è pure chi dice che Gabo gli tolse il saluto per aver scritto che sul libro aleggia «lo spettro dell’incesto»...


speciale/nobel

pagina 20 • 8 ottobre 2010

Nel mondo si combattono 43 guerre: in nome della realpolitik e del peso di Pechino, basta guardare al Sudan o al Messico

Un sogno: Liu Xiaobo

Negli ultimi anni Stoccolma ha conferito premi “facili”. Se vuole avere influenza sulla storia, segua Havel e aiuti il dissenso cinese di Vincenzo Faccioli Pintozzi aclav Havel di dissidenza se ne intende. Per la sua Cecoslovacchia, poi Repubblica Ceca, ha affrontato con uno spirito indomito anche il campo di lavoro. Le sue “Lettere a Olga” sono un capolavoro che si iscrive nel manuale del perfetto essere umano: davanti all’orrore, Havel decide di parlare di teatro, piccoli lavoretti domestici e cibo. Un modo eccelso per esorcizzare senza compiangersi, per ridare tono alla propria schiena senza accennare l’inchino. Se Vaclav Havel ha candidato Liu Xiaobo per il Premio Nobel per la pace 2010, che viene assegnato oggi, un motivo ci sarà. Ha scelto di farlo nella maniera migliore, pubblicamente: ha iniziato con una lettera aperta firmata, tra gli altri, dal Dalai Lama e da Desmond Tutu. Il testo della missiva, indirizzata al Comitato di Stoccolma che assegna il Premio, spiega: «L’impe-

V

nato a undici anni di reclusione con l’accusa di “sovversione anti-statale”. Ma il sostegno alla sua candidatura non ne ha risentito più di tanto. Il gruppo Pen - che opera per la libertà di espressione nel mondo - ha presentato a Stoccolma una richiesta analoga a quella degli ex Nobel. Nel testo firmato da Kwame Appiah, presidente della sezione americana del gruppo, si legge: «Liu è personalità nota per la sua autorità nel campo dei diritti politici e della libertà di espressione. Onorarlo con il Nobel sarebbe un modo perfetto per sottolineare che i diritti che chiede a Pechino sono incastonati nel diritto internazionale». Il testo è stato firmato, fra gli altri, anche da Salman Rushdie, Philip Roth e Ha Jin. Alla lista di sostenitori si aggiungono di diritto 40 deputati cechi e 50 slovacchi, che hanno risposto all’appello di Havel e si sono uniti alla richiesta di assegnazione del Nobel a Liu. Il senatore Vondra, che ha presentato la lettera di candidatura, spiega: «I valori che abbia-

Charta ’08, il documento con cui Liu chiede di instaurare lo stato di diritto in Cina, è stato firmato da oltre 300 democratici gno di Liu per portare la democrazia in Cina è, soprattutto, teso al beneficio della popolazione cinese. Il suo coraggio e il suo esempio possono aiutare a far sorgere una nuova alba di partecipazione della Cina negli affari internazionali, grazie a una società civile e indipendente». Poi ha convocato i giornalisti, insieme ai 55 deputati del suo Parlamento che hanno appoggiato la candidatura, davanti all’ambasciata cinese nella Repubblica ceca: qui ha spiegato di nuovo perché il riconoscimento dovrebbe andare al dissidente.

Liu Xiaobo, noto professore universitario, due anni fa ha presentato al governo (insieme ad altre 300 firme) una petizione pubblica - nota come “Charta 08” - in cui si chiede al Paese di realizzare i desideri di democrazia e libertà presenti nella storia recente della Cina. Il rispetto dei diritti umani - fra cui la libertà religiosa - è mostrato come l’unica via per salvaguardare il progresso economico raggiunto da Pechino e per correggere le devianze dittatoriali, di corruzione e di squilibrio sociale ed ecologico. Per questo, il 25 dicembre del 2009 è stato condan-

mo cercato di rendere internazionali nel 1977 sono quelli per cui combattono oggi in Cina. Dobbiamo sostenerli». Pechino non è rimasta a guardare, ovviamente, e ha iniziato a sparare le proprie cartucce tramite il ministero degli Esteri: «Se il premio Nobel per la pace venisse assegnato a una persona come Liu Xiaobo, sarebbe ovviamente una mossa totalmente sbagliata». Non contenti, i cinesi hanno deciso di risalire alla fonte. Il direttore dell’Istituto norvegese per il Premio Nobel, Geir Lundestad, ha reso noto infatti che il governo cinese lo ha ammonito contro l’assegnazione del Nobel per la pace al dissidente Liu Xiaobo. Una decisione del genere «avrebbe ripercussioni negative sui rapporti tra la Repubblica popolare e la Norvegia». Lundestad rivela che il monito gli è stato trasmesso la scorsa estate dal vice-ministro degli esteri cinese Fu Ying durante una visita a Oslo: «Mi ha detto chiaramente che una tale scelta sarebbe considerata come un gesto ostile», ha dichiarato all’agenzia norvegese Ntb. In ogni caso, la linea ufficiale del governo di Pechino è leggermente diversa da quanto ha rivelato Lundestad; Jiang Yu, portavoce del ministro degli Esteri cinese, ha dichiarato infatti che «la Cina non vuole fare pressioni, ma Liu è stato condannato per aver violato la legge». Jiang ha poi sottolineato che la Cina ha ottime relazioni con la Norvegia e che «è normale avere divergenze sui diritti umani». Ma le pressioni diplomatiche potrebbero avere ripercussioni sul campo economico: Pechino e Oslo stanno infatti per firmare un accordo commerciale considerato il primo esperimento di cooperazione fra il mondo cinese e quello dell’Unione europea. In realtà, più che l’estero, Pechino teme l’interno. La lettera aperta indirizzata al

governo cinese che chiede la revisione del processo a Liu, pubblicata alcuni mesi fa, ha rappresentato infatti una prima assoluta all’interno del palcoscenico sociale e politico della Grande Cina. La lettera è stata firmata da quattro alti dirigenti del Partito comunista, noti per le loro visioni liberali, che pur senza nominarlo ritengono Liu innocente. Si

A sostegno del professore sono scesi in campo persino alcuni veterani della Lunga Marcia: «Anche Mao voleva una Repubblica vera» tratta di eroi della Lunga Marcia, totem che il Partito comunista riteneva intoccabili e iper-sostenitori, che invece hanno rovesciato la questione: «State condannando uno che lotta per gli stessi ideali che avevamo noi». Come dire, i traditori della Rivoluzione di Mao siete voi, non Liu.

La lettera non chiede direttamente il rilascio di Liu, ma He Fang – uno dei dirigenti che l’ha firmata, membro onorario dell’Accademia cinese per le scienze sociali – dice al telefono: «Lo scopo del testo è chiedere la revisione della sentenza contraria a Liu, e il suo rilascio. Inoltre, chiediamo la salvaguardia della Costituzione e il rispetto della libertà di parola». L’arrestato, noto professore universitario, un anno fa ha presentato al governo (insieme ad altre 300 firme) una petizione pubblica – nota come “Charta 08”– in cui si chiede al Paese di realizzare i desideri di democrazia e libertà presenti nella storia recente della Cina. Il rispetto dei diritti umani – fra cui la libertà religiosa - è mostrata come l’unica via per salvaguardare il progresso economico raggiunto da Pechino e per correggere le devianze dittatoriali, di corruzione e di squilibrio sociale ed ecologico. Per questo è stato condannato lo scorso 25 dicembre a 11 anni, con l’accusa di “sovversione anti-statale”.


speciale/nobel

8 ottobre 2010 • pagina 21

L’unica via d’uscita per una Commissione sempre più timida

Se non vi piace, almeno datelo a Kohl L’ex presidente tedesco ha riunificato l’Europa senza spargere una sola goccia di sangue di Massimo Fazzi nternet, Silvio Berlusconi, una scuola indiana intitolata a Maria Montessori e persino Bono Vox. Come ogni anno si sprecano le ipotesi su chi vincerà il Premio Nobel per la pace, sicuramente il riconoscimento più ambito fra quelli contenuti nel lascito testamentario di Alfred Nobel. Queste voci, come sempre, contengono un certo numero di bizzarrie: e se la candidatura di Internet fa pensare, quella di Bono fa ridere. Certo, il numero record di 237 candidati che si è registrato quest’anno fa molto pensare: al bisogno di speranza dell’umanità che assiste impotente all’aumentare di crisi internazionali e massacri. Tuttavia, Stoccolma da tempo ha scelto una strada di poco interventismo nell’attualità politica, premiando persino “la speranza” rappresentata da Barack Obama. Se quindi vuole mantenersi su questo sentiero – in parte tradendo il pensiero del fondatore, interventista di ferro – ecco che l’ipotesi di premiare Helmut Kohl diventa auspicabile. Cade infatti in questi giorni il ventennale della riunificazione della Germania e l’81enne ex cancelliere - a capo del governo della Germania occidentale dal 1982 al 1990, e quindi della Germania riunita fino al 1998, considerato il “padre della riunificazione delle due Germanie” - è stato candidato diverse volte al riconoscimento. Secondo la televisione norvegese NRK questa potrebbe essere la volta buona per Kohl per ricevere il premio, in considerazione della forza del suo contributo alla riconciliazione pacifica di una Germania divisa ed al più ampio smantellamento della Cortina di ferro attraverso l’Europa. Il principale successo politico di Kohl - ricosciutogli da estimatori ed avversari - è stato il modo sicuro e deciso con cui ha guidato il processo di riunificazione della Germania iniziato con la caduta del Muro di Berlino il 9 novembre 1989 e formalmente conclusosi il 3 ottobre 1990. Come prima tappa della riunificazione, Kohl seguendo i princìpi della Ostpolitik si recò in visita di stato dal leader della Germania est Erich Honecker nel 1987, il primo incontro tra i capi di stato delle due germanie dalla fine della guerra mondiale.

I

Subito dopo il pronunciamento della sentenza, oltre 200 personalità cinesi hanno chiesto di essere arrestati insieme a Liu, dato che «ne condividono in pieno le idee». Ora questa lettera aperta dimostra che anche all’interno del Partito ci sono membri che ne condividono la battaglia. Scritta da Hu Jiwei, ex direttore del governativo Quotidiano del Popolo, è firmata da dirigenti intorno agli ottanta anni: una sorta di protezione contro le molestie del governo. Fra questi vi sono Li Pu, ex vice direttore dell’agenzia ufficiale Xinhua, e Dai Huang, ex redattore della stessa.

Lo stemma di Charta ’08. Sopra, un murales con Liu Xiaobo; alcuni deputati di Hong Kong con la sua maschera; una veglia di preghiera. A destra Helmut Kohl

La parte più dura del testo recita: «Se i giudici violano la Costituzione e non hanno alcuna conoscenza della storia del Partito, fanno accuse false e scorrette che colpiscono seriamente l’immagine della nazione e del Partito, allora diventa difficile sostenere che la Cina è un Paese governato dalla legge. La prova più usata contro Liu riguarda la sua richiesta di istituire una Repubblica federale. Ma questo è uno slogan corretto, uno di quelli che veniva usato nei primi giorni del Partito comunista cinese». Proprio questa dicotomia viene spesso usata dai dissidenti cinesi che operano negli anni successivi a Tiananmen. Contrariamente a quanto si pensa, infatti, il movimento studentesco chiedeva la fine della corruzione nel governo e solo in seconda battuta la democrazia; gli altri campioni della dissidenza hanno sempre chiesto semplicemente il rispetto dei canoni inseriti nella Costituzione dallo stesso Mao. Ma il mondo, e con esso la Rivoluzione cinese, è cambiato: e i leader di Pechino, come spiega molto bene Wei Jingsheng, non hanno più nulla degli originali.

Allorché il comunismo nella Germania est fu rovesciato, Kohl persuase il governo sovietico ad accettare l’idea di una Germania riunificata sotto l’alleanza della Nato. Kohl ebbe il coraggio di credere nella possibilità di rinforzare il debole apparato economico della Germania orientale introducendovi le regole del libero mercato e soprattutto grazie a un forte apporto di capitali.

Benché al momento della sua sconfitta elettorale sembrasse che il suo progetto fosse fallito (l’est rimaneva ancora molto indietro rispetto all’ovest), a Kohl rimane il merito di aver intuito l’essenzialità della riunificazione come passo necessario per l’integrazione nell’Unione europea. Un processo che è riuscito a portare a termine proprio con il concetto di pace fisso in testa. Nonostante la presenza di uomini della Stasi, di servizi segreti deviati, di militari di carriera esacerbati dalla perdita del posto di lavoro, Kohl è riuscito a svolgere tutto nella calma. Quindi la Commissione di Stoccolma, che non sembra più intenzionata a intervenire nelle crisi in corso nel pianeta, dovrebbe dare a lui il Nobel. Sono infatti passati 20 anni da quei giorni, e oggi la Germania è uno dei giganti mondiali, praticamente l’unica fra le potenze europee a poter guardare in faccia e con pari dignità i competitor che vengono dal resto del mondo. Prima fra tutti la Cina, colosso economico, dove il governo di Berlino è temuto e rispettato: non è un caso che Angela Merkel sia l’unica politica di alto rango a poter impunemente parlare con voce chiara di diritti umani al governo di Pechino. Questo, che ha paura di un ritiro dei capitali tedeschi, è costretto a fare buon viso a cattivo gioco. Alla lista dei Premi Nobel per la Pace manca la grande anima del Mahatma Gandhi, neo vistoso in un parterre de roix che in questi ultimi anni ha visto latitare figure di spicco. Sarebbe un peccato se, intitolato oramai il Nobel alla carriera per motivi di realpolitik, si facessero sfuggire anche l’uomo che ha riunificato l’Europa senza spargere una sola goccia di sangue, tedesco o europeo.

Fra i candidati anche Internet, Silvio Berlusconi e Bono Vox, leader U2. Ma l’ex presidente sembra ad oggi la scelta migliore


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g L’IMMAGINE

Le ragioni delle minoranze e la legittimità della maggioranza Nel corso del discorso alla Camera, il presidente Berlusconi ha citato il pensiero di Pietro Calamandrei sulle ragioni delle minoranze e sulla legittimità della maggioranza. Fa piacere constatare che il pensiero del Calamandrei venga riordato a oltre cinquant’anni dalla sua morte. Non mi pare si possa dire che il pensiero di Pietro Calamandrei sia stato bene interpretato perché essenso stato eletto alla Costituente con il partito d’azione, che ottenne appena l’1,46 per cento dei voti, è ovvio presumere che egli fosse contrario all’attuale sbarramento del 5 per cento, che di fatto limita e mortifica le ragioni della minoranza. In ordine alla contrarietà del Calamandrei di concedere premi alle coalizioni, vi è il precendente storico del 1953, quando in segno di protesta per l’approvazione della legge maggioritaria, la cosiddetta “legge truffa” che attribuiva un premio alla coalizione che superava il 50 per cento dei voti (e cioè la maggioranza assoluta, e non come ora che si premia la maggiornaza relativa), fondò il Movimento di unità popolare contribuendo a non far scattare “la virgola”. È di tutta evidenza che per Calamandrei minoranza e maggioranza dovevano essere privi di limitazioni e di premi in modo da corrispondere alla reale volontà del Paese.

Luigi Celebre

NOBEL MEDICINA A ROBERT EDWARDS Il conferimento del premio Nobel per la Medicina a Robert Edwards, padre della fecondazione in vitro, dovrebbe far riflettere i moralisti e i bigotti, interpreti del bene e del male da imporre agli altri per legge. L’alto valore scientifico del suo lavoro, che rende possibile il trattamento dei problemi della sterilità, ha nei fatti ampliato la libertà di scelta delle persone in materia riproduttiva. I sostenitori della legge 40, la norma che invece pone una serie di ostacoli alla possibilità offerta dalla scienza e dalla medicina, dovrebbero iniziare a riflettere per superarla nell’ottica di avere una legge che regoli e non vieti, una legge che sia usata dai cittadini e non contro di loro nell’ottica di imporre visioni ideologiche.

Donatella

Pesca grossa

DURA PUNIZIONE SENZA ATTENUANTI CULTURALI Ancora una volta una donna innocente paga con la propria vita la ribellione al più oscuro fondamentalismo islamico. A Novi una madre pakistana, Begm Shnez, è stata uccisa a sassate dal marito per aver difeso il diritto alla libertà della figlia. Ci auguriamo che il responsabile di questo barbaro omicidio venga punito con durezza e senza attenuanti di matrice culturale. Questa atroce vicenda, così come altre avvenute in passato, getta luci inquietanti su alcune sacche di immigrazione presenti da anni nel nostro Paese eppure sordamente e perennemente ostili alla nostra cultura e alla nostre leggi. Enclavi che pretendono di perpetrare usi e costumi contrari non solo alla dignità e alla libertà femminile ma ai più

Chi pensava che i pesci rossi fossero gli animali domestici più facili da gestire forse oggi cambierà idea. L’esemplare che vedete somiglia in tutto e per tutto a uno di quei pesciolini che si vincono al Luna park, se non fosse per il fatto che pesa più o meno come un bambino di tre anni: 13 chili

elementari e sacrosanti diritti umani. Ecco perché affrontare il discorso dell’integrazione vuol dire innanzitutto avere il coraggio di violare i tabù di un multiculturalismo che si è dimostrato fallimentare in materia di diritti umani e soprattutto di dignità della donna. Ciò implica la ricerca di un equilibrio in cui la solidarietà e l’accoglienza verso lo straniero si coniughino alla fermezza dei messaggi e, non ultimo, anche alla difesa responsabi-

L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

le della nostra identità nazionale. Infine vorrei sottolineare che questa vicenda conferma, ancora una volta, come siano le donne ad esprimere il più forte e coraggioso desiderio di integrazione. Di più, in questo caso si tratta di una moglie che per la prima volta trova il coraggio di sfidare il marito. Ad esse, dunque, occorre in primo luogo garantire percorsi reali di sostegno ed emancipazione.

B.S.

da ”Ria Novosti” del 07/10/10

Basta missili ai mullah iraniani russi si sono seduti intorno a un tavolo con i mullah iraniani per discutere di compensazioni. Di cosa stiamo parlando? Di compensazioni economiche per l’annullamento di un importante ordine di materiale bellico. Si tratta della fornitura di missili terra-arria a lunga gittata tipo S-300. Lo ha reso noto giovedì il capo della Rostekhnologia, Sergei Chemezov. Il contratto di fornitura per uno dei più moderni sistemi di difesa area, era stato siglato nel 2007. Consisteva in 5 divisioni ognuna composta di avrie batterie di missil S-300 Pmu-1 per un valore complessivo di crica 800 milioni di dollari.

già state prodotte e potrebbero esser vendute a Paesi terzi. Il capo di Rosteknhologie suggerisce come il ricavato di queste vendite potrebbe essere versato agli iraniani come ristoro per l’annullamento del contratto. Studiato per la difesa di insediamenti ad alto valore strategico come basi militari e centri di comando e controllo, l’S-300 può ingaggiare qualsiasi tipo di obiettivo aereo nel raggio di 150 chilometri ed a una quota di 27mila metri. Il sistema negli anni ha sviluppato un’alta capacità di colpire bersagli a bassissima quota con sistemi radar sempre più sofisticati.

I

Prodotti dagli stabilimenti della Npo Almaz nascono come sistema antiaereo e contro il missili da crociera tipo cruise che poi si è sviluppato come sistema antimissile con una partnership industriale con la sudcoreana Samsung. I primi S-3000 furon dispiegati nell’allora Unione sovietica nel 1979 a protezione di vaste aree indutriali e comparti dell’amministrazione governativa. Ma il 22 settembre scorso il presidente russo Dmitri Medvedev ha firmato un ordine per interrompere l’approvvigonamento di armi al regime sciita contemperando alla risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che aveva deciso l’inasprimento delle sanzioni contro Teheran. In maniera particolare contro il progetto nucleare che l’Occidente crede sia mirato alla produzione di ordigni atomici. Ria Novosti riporta anche

la smentita iraniana delle accuse. Come è naturale i rapporti tra Mosca e Teheran, nonostante la decisione presidenziale dovranno rimanere buoni, sempre pronti a riprendere in qualsiasi momento. Specialmente nel lucroso settore degli armamenti.

La decisione di Medvedev riguarda l’esportazione e la vendita di aerei da combattimento, navi, elicotteri e mezzi corazzati. «Stiamo studiando un sistema di compensazione» ha dichiarato Chmezov. L’importanza delle decisione è da sottolineare visto che si pensava che alcuni di questi sistemi sarebbero stati dispiegati nelle aree delle centrali atomiche come difesa area. Ora le batterie sono

È in grado di annullare un ampio spettro di contromisure elettroniche. Può essere montato su varie tipologie di mezzi semoventi che ne aumentano la facilità d’impiego. È in grado di abbaterer sia missili da crociera che vettori balistici. La versione Gargoyle, simile a quella che la Russia avrebbe dovuto consegnare agli iraniani, è stata sviluppata a partire dal 1992, con una testata bellica di 143 chilogrammi. La novità di questo vettore è stata nel nuovo tipo di guida aerodinamica. Non venivano più utilizzate piccole superfici alari, ma un sistema direzionale a getto che ne ha aumentato notevolmente la precisione. Si spiega dunque il motivo per cui il presidente russo abbia preso una decisione che costerà non poco alle tasche dell’amministrazione di Mosca. Si doveva evitare di fornire una protezione efficente contro un possibile.


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LE VERITÀ NASCOSTE

Può un’email distruggere la nostra vita? DETROIT. Un’email sbagliata può scatenare dei disastri nelle nostre vite, sul lavoro e nel privato. Joshua, per esempio, ha conosciuto online un ragazzo, Marty, con cui ha cominciato a chattare. Avendo saputo che Marty lavora per una compagnia di assicurazioni ha curiosato sul sito web dell’azienda e - bella sorpresa - ha trovato le foto degli impiegati. Accanto a ciascuna c’era un link che invitava a contattare il dipendente per informazioni e domande. Joshua pensa di fare un gesto carino e clicca sul link accanto alla foto di Marty. Nel messaggio scrive «Allora? Ci vieni a cena con me questo week end?». Quindi preme “invia”. A sera, in chat, Joshua ri-

ceve un messaggio furioso del non ancora incontrato partner che spiega: «Il link accanto alla foto rimanda a un indirizzo comune dell’azienda: ora tutti i colleghi sanno che sono gay». La relazione tra Joshua e Marty non è mai iniziata. C’è poi la storia di Connie, grafica, che un giorno - il suo giorno libero - riceve dal capo una email. Le suggerisce di rimanere a casa ancora per una giornata. Connie, consapevole che le cose non andavano benissimo al lavoro, risponde educatamente. Appena dieci minuti dopo riceve una seconda email del capo. La apre e questa volta legge: «Ciao, mi aiuti? Devo trovare il modo di licenziare questa…»: invece di inviare il messag-

ACCADDE OGGI

CARA TV, QUANTO SEI CARA C’è Cassano e Cassano. Il primo, tonico e spettacolare, l’altro obeso e inguardabile. Così come c’è un Cambiasso serio e un altro faceto. E questo vale anche per Legrottaglie e Pato. E così via, di spot in spot. Quelli che hanno imperversato per tutta l’estate, cercando di conquistare i patiti di calcio e cinema. La pubblicità era chiara: c’è una pay tv completa e di maggiore qualità e una che non lo è. E allora quest’ultima che fa? Semplice. Promette uno pseudo sconto. Sì, ma in buona parte azzerato da una incomprensibile quota di attivazione che la reclame non dichiara. E così, in tempi di crisi, c’è chi mette da parte furore ideologico e livore politico e, turandosi il naso, sottoscrive il contratto Premium per un costo complessivo, decoder compreso, pari al triplo di quello Rai. In tal modo, ci si ritrova a pagare un doppio canone per le due tv berlusconiane: quella privata e quella, cosiddetta, pubblica. Quest’ultima, si sa, è incettata, quasi in toto, da giornalisti scendiletto e soubrette sopraletto. Su tutto impera una perenne reclame di questo o quel ministero e, naturalmente, del premier. A questa pseudo tv se ne accosta, per concessione usurpata, un’altra privata fatta in prevalenza di pubblicità, interrotta, sporadicamente, da spettacoli d’intrattenimento di varia specie e bassa qualità. Per giustificare quest’eccesso di interruzioni pubblicitarie, il gestore privato obietta che la Rai conta su un canone che la sostiene mentre la tv privata deve autofinanziarsi con la propaganda. Insopportabile ma ineccepibile, non c’è dubbio. Ma allora, perché mai una pay tv, con un canone triplo, manda in on-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

di Vincenzo Bacarani

8 ottobre 1967 Che Guevara e i suoi uomini vengono catturati in Bolivia 1968 Guerra del Vietnam: operazione Sealords. Forze statunitensi e sudvietnamite lanciano una nuova operazione nel Delta del Mekong 1982 Il governo polacco mette al bando Solidarnosc 1985 Durante il dirottamento della nave Achille Lauro viene ucciso il cittadino americano Leon Klinghoffer 1990 A Gerusalemme, la polizia israeliana uccide 17 palestinesi e ne ferisce oltre 100 1991 Il Parlamento croato taglia gli ultimi legami con la Jugoslavia 1998 Inaugurazione dell’aeroporto di Oslo Gardermoen 2000 Michael Schumacher su Ferrari vince il Gran Premio del Giappone 2001 Disastro aereo di Linate: un bimotore Cessna Citiation e un aereo della Sas si scontrano nella nebbia in fase di decollo all’aeroporto di Milano Linate

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

gio alla persona giusta il capo aveva semplicemente cliccato “rispondi”all’email di Connie, che ha quindi appreso bruscamente del suo destino professionale. E ha risposto via email per dire che non avrebbe attraversato la città in macchina per farsi buttare fuori.

da pubblicità prima, durante e dopo ciascun evento? In sintesi: la qualità non è alta, il prezzo non è modico, la pubblicità è comunque invasiva, le partite non ci sono tutte e i film sono assai datati. Dunque, è proprio vero. Stavolta, la pubblicità dice la verità: c’è Cassano e Cassano. Tasche e furbi, invece, restano sempre gli stessi.

Gianfranco Pignatelli

È STRANIERO IL 37 PER CENTO DEI DETENUTI NELLE CARCERI ITALIANE La criminalità è sempre attiva. Chi sbaglia deve pagare, con pena equa e certa. Il carcere nega alla persona la libertà, che è la più grande ricchezza. Perciò, devono pagare adeguatamente anche magistrati che sbaglino sentenze, tengano innocenti in galera e/o usino politicamente la giustizia. Negli ultimi sessant’anni vi sono stati ben 30 indulti generali o amnistie, pure per svuotare le carceri italiane. Nonché sconti di pena e altri provvedimenti perdonisti. Malgrado ciò, tali prigioni restano sovraffollate: i detenuti sono oltre 68mila, su una capienza regolamentare di 44.608 posti e una tollerabilità stimata in 67mila unità. La popolazione reclusa negli istituti di pena italiani è costituita dal 37% di stranieri. Si sale al 58% di detenuti stranieri nelle carceri venete. Si propongono alcuni rimedi a tale situazione allarmante. Va contrastata fermamente l’immigrazione clandestina. Vanno costruiti rapidamente nuovi penitenziari. Gli stranieri scontino la pena nei loro Paesi originari. La rieducazione del condannato va effettuata con il lavoro carcerario retribuito, anche per aziende private.

Gianfranco Nìbale

Anselma Dell’Olio, Alex Di Gregorio Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Roberto Genovesi, Aldo G. Ricci, Robert Kagan, Filippo La Porta,

Direttore da Washington Michael Novak

Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci,

Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Collaboratori

Ernst Nolte, Emanuele Ottolenghi,

Maria Pia Ammirati, Mario Arpino,

Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci,

Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi,

Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi,

Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi,

Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini,

AIUTI AL PAKISTAN SÌ, MA... Va bene aiutare il Pakistan disastrato dalle alluvioni con un bilancio di perdite umane enorme e con danni economici gravissimi. Tuttavia la strada scelta dall’Unione europea per portare sostegno alla nazione lascia perplessi. L’idea consiste nella soppressione per tre anni dei dazi all’ingresso nel continente dei prodotti pakistani di abbigliamento. Se il provvedimento dovesse essere approvato dal Consiglio dei ministri europei (che dovrà decidere entro tre-quattro giorni), il sistema industriale tessile europeo, ma soprattutto italiano, riceverebbe un colpo tremendo. Il provvedimento potrebbe provocare la chiusura di numerose aziende e la perdita di circa quarantamila posti di lavoro. Perché si preannuncia uno scenario così preoccupante? Perché da molti anni il settore tessile italiano è in crisi anche a causa dei Paesi orientali (India, Cina e, soprattutto Pakistan) che invadono il mercato con prezzi bassissimi, grazie all’irrisorio costo di manodopera dei loro prodotti. A denunciare questo grave pericolo è stato nei giorni scorsi Michele Tronconi, presidente di Sistema Moda Italia di Confindustria. «Preso atto - ha dichiarato Michele Tronconi, presidente di Sistema Moda Italia - della condivisibile esigenza di fornire un sostegno al Pakistan, a causa delle recenti alluvioni che hanno sconvolto la vita di migliaia di persone, l’Ue ha scelto una via, a nostro avviso, inappropriata. Il Commissario europeo all’Industria Tajani, è stato il primo a rendersi conto della inopportunità delle modalità proposte ed è stato il primo ad attivarsi per approfondire le tematiche ed eventualmente contenere i danni, a salvaguardia dell’industria dei 27. Purtroppo in Europa non tutti hanno a cuore, come Tajani, il destino del manifatturiero e, invece di sostenere il Pakistan con strumenti umanitari e agevolazioni finanziarie, si è deciso di promuovere la locale economia, facendo leva su un solo settore: il tessile-abbigliamento. Peccato che Islamabad sia il principale e più temibile concorrente dell’Italia e della Ue nella merceologia dei prodotti confezionati in cotone». A pagare il più caro prezzo di questa eventuale decisione sarà proprio l’Italia che rappresenta il 30 per cento dell’intero settore europeo. È stato calcolato che con questo provvedimento i posti in Europa a rischio sarebbero 120mila, di cui 40mila nel nostro Paese. Il settore è ancora in una fase di grave incertezza. Sono stati superati gli anni peggiori, la una ripresa, o anche una ripresina, del comparto al momento non è alle porte. Eliminare i dazi da una parte sola, poi, al di là delle intenzioni umanitarie appare una decisione di grave squilibrio in tutti i sensi. A questo punto sarebbe meglio che l’Unione europea studiasse un aiuto al Pakistan non così autopunitivo. bacarani@gmail.com

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ULTIMAPAGINA Il caso. Un leader islamico vuole morti gli autori della serie, gli Usa vogliono morto lui

Dai cartoons di South Park alle fatwe ai tempi di Daniel Pipes

e reciproche sentenze di morte che infuriano tra Yemen e Stati Uniti danno una vaga idea di guerra nell’era di Internet. La storia ha inizio con South Park, una irriverente serie televisiva satirica a cartoni animati per adulti trasmessa da Comedy Central, che nell’aprile scorso si è fatta beffa del divieto di raffigurare il profeta Maometto. Uno sconosciuto sito web, RevolutionMuslim.com (il cui proprietario è stato in seguito arrestato perché indiziato di svolgere attività terroristica), ha reagito minacciando di morte i creatori delle serie animata, Trey Parker e Matt Stone. Colta dal panico, Comedy Central ha censurato ogni altro riferimento a Maometto.

L

Poi entra in gioco Molly Norris, una vignettista del Seattle Weekly, che ha dimostrato solidarietà verso Parker e Stone, postando su Facebook un appello scherzoso di indire un concorso intitolato: “Il giorno in cui tutti disegnano Maometto”, sperando che una moltitudine di caricaturisti «agisse in opposizione alla scelta di Comedy Central dettata dalla paura». Con grande sorpresa, sbigottimento e confusione della Norris, altri hanno preso sul serio la sua idea dando vita a delle campagne su Facebook a favore e contro “la giornata” da lei indetta e inducendo il governo pakistano a oscurare temporaneamente Facebook. Poi la Norris ha fatto marcia indietro, si è scusata per l’iniziativa lanciata, e ha perfino aiutato il locale rappresentante del Council on American-Islamic Relations, con scarso profitto.

A luglio, Anwar al-Awlaki, un leader islamista che vive in Yemen, ha emesso una sentenza di morte conto la Norris, che in modo impreciso, ma caustico, può essere chiamata fatwa. Interpellate le forze dell’ordine, a settembre la donna non solo si è data alla clandestinità, ma è anche diventata “un fantasma”, ed è sparita nel nulla, incluso il suo nome e la sua professione. Ma la “fatwa” di Awlaki contro la Norris è solamente metà della storia. L’altra metà riguarda una “fatwa” emessa dal governo Usa contro lo stesso Awlaki. Quest’ultimo è nato in New Mexico nel 1971 da genitori yemeniti di fede musulmana. Suo

padre Nasser ha studiato e ha lavorato negli States fino al 1978, quando la famiglia fece ritorno inYemen. Nel 1991, Anwar tornò in America da studente e trascorse i successivi dieci anni a frequentare vari corsi di laurea (ingegneria, scienze della formazione), per poi emergere come figura islamista in stile al-Qaeda, paragonabile a Osama bin Laden sia per il suo fanatismo ideologico che per il coinvolgi-

dell’American Civil Liberties Union e del Center for Constitutional Rights, ha intentato causa al governo americano che contesta il fatto che prendere di mira Awlaki sia un’azione legale. Questo straordinario scambio di fatwe induce ad alcune osservazioni. Innanzitutto, la Norris e tutti gli americani vivono attualmente secondo i dettami del “Codice Rushdie”, che punisce chiunque manchi di

di INTERNET mento operativo nelle attività terroristiche. Fermato in relazione agli attacchi dell’11 settembre, venne inspiegabilmente rilasciato e gli fu permesso di recarsi in una remota zona dello Yemen, oltre il controllo del governo, dove attualmente vive.

Le forze dell’ordine statunitensi collegano Awlaki a diversi attacchi violenti contro citta-

rispetto all’Islam, a Maometto o al Corano, e così chi si prende gioco di Maometto sarà lasciato solo. I politici nazionali e locali non hanno avuto nulla da dire in merito alla situazione della vignettista. I giornalisti, che in genere hanno una grande smania di tutelare uno di loro, sono rimasti in silenzio. Non è spuntata fuori nessuna organizzazione per raccogliere fondi a favore della causa della Norris. In secondo luogo, Internet è al centro dell’intero episodio. La rete delle reti ha trasformato l’idea scherzosa della Norris in un caso internazionale, facendo sì che la notizia giungesse ad Awlaki nel lontano Yemen e permettendogli di dirigere i suoi operativi americani. Solo vent’anni fa, nulla di tutto questo sarebbe potuto accadere.

Al “duello” si aggiunge un mistero: che fine ha fatto Molly Norris, la vignettista del “Seattle Weekly”, che lanciò su Facebook una campagna a favore di Comedy Central trasformandosi in bersaglio degli islamisti? dini americani, inclusi la sparatoria di Fort Hood, il fallito attentato dinamitardo sul volo della Northwest Airline che stava per atterrare a Detroit e l’attentatore di Times Square. Il curriculum terrorista di Awlaki vanta una singolare caratteristica: ad aprile, per la prima volta in quasi 250 anni di storia degli Stati Uniti, il governo lo ha inserito in una “kill list”, facendo di lui l’unico cittadino americano ad essere condannato a morte dal suo stesso governo senza poter beneficiare di un procedimento legale. Sia le forze armate che i servizi di intelligence mirano a lui, e come dice un anonimo funzionario: «egli è nel mirino di tutti». In risposta a ciò, suo padre, nello scorso agosto, con l’aiuto

In terzo luogo, Internet e l’islamismo, insieme, hanno privatizzato la guerra. A piacimento, un americano che vive in Yemen può sconvolgere la vita di un’americana dello Stato di Washington. Mentre il governo statunitense ha dichiarato guerra a un cittadino. In quarto luogo, Awlaki è un vero e proprio terrorista, che semina morte e distruzione; mettendolo sulla “kill list”il governo americano si mette sulla difensiva. In quinto luogo, perché il governo Usa si permette degli omcidi mirati e nega lo stesso diritto ad Israele? Nel farlo non cade in evidente contraddizione? E per finire, Awlaki si trova a un bivio senza precedenti di dichiarazioni di morte, puntando alla Norris proprio mentre il governo Usa lo prende di mira. Questo è sorprendente tanto in un contesto islamico quanto in uno americano. I confini della guerra vengono allargati in nuovi, strani ed allarmanti modi.


2010_10_08