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Il privilegio dei grandi è vedere le disgrazie da una terrazza

Jean Girardoux 9 771827 881004

di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 29 SETTEMBRE 2010

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Arriva il giorno del «grande discorso»: il gruppo di Futuro e libertà conferma il suo sì all’esecutivo

La paura fa trecentosedici Berlusconi cambia idea: mette la fiducia per contare sui voti dei finiani Il Cavaliere non voleva la loro firma sotto la risoluzione ma senza di loro non aveva la maggioranza Cinque cuffariani e due dell’Api folgorati sulla via di Arcore mentre Bossi insulta ancora la Capitale QUINDICI ANNI DOPO

Non cambierà niente

Finalmente un premier nuovo: Silvio!

Il governo ha fallito, questa conta è inutile

di Giancristiano Desiderio a speranza messianica con cui si attende e si invoca il discorso di Silvio Berlusconi alle Camere è degna di migliore e maggior causa. Il presidente del Consiglio, infatti, presentandosi al Parlamento dopo sei mesi e passa dall’inizio della crisi del centrodestra proverà a rimettere insieme i cocci di una maggioranza politica che non c’è e a rilanciare un governo che, colto nel bel mezzo di una crisi economica internazionale, è privo da tempo immemore del ministro dello Sviluppo. Questa è la realtà delle cose. Di quelle che, dette o no, contano. Il resto sono solo parole. a pagina 2

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di Rocco Buttiglione che serve il voto di oggi in Parlamento? Difficile rispondere a questa domanda perché il futuro – come scrive Sant’ Isidoro di Siviglia – è noto soltanto a Dio. Possiamo tuttavia fare delle ipotesi. Se, come appare probabile, Berlusconi riceve un voto favorevole con il sostegno di Fli (il nuovo partito di Fini) non succede sostanzialmente nulla e si va avanti (più esattamente si rimane fermi) come prima. Il voto ovviamente non fa cadere il Governo, ma nemmeno lo risana e lo mette in grado di funzionare. Continuerà la guerriglia su tutto. a pagina 4

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Il gruppo si divide sulle prospettive future

La tentazione di Fini: lasciare Montecitorio Alessandro Campi lancia una provocazione: Granata è possibilista, ma Baldassarri attacca: «Non se ne parla» Riccardo Paradisi • pagina 5

L’appello del Cardinale

Noi cattolici in politica e il sogno di Bagnasco

Rimettere al centro i valori è l’obiettivo di molti: il problema è che spesso lo facciamo in totale solitudine di Paola Binetti

I giudici: «Sarà impiccata tra due settimane»

Il presidente caccia il numero uno di Mosca

di Mario Arpino

di Luisa Arezzo

annuncio del Procuratore Generale di Teheran che Sakineh Mohammadi-Ashtiani verrà impiccata per omicidio invece che lapidata per adulterio dà la misura della “grande considerazione”in cui il regime di Ahmadinejad tiene gli appelli e le raccomandazioni dell’Occidente. Allo scorno aggiunge la beffa. Sa bene che, business is business, nessuno di noi reagirà. Ormai la nostra bandiera non è più quella dei principi in cui spergiuriamo di credere, ma quella bianca della resa.

ul sindaco di Mosca, l’ultima parola l’ha detta Medvedev. Ed è stata definitiva: «Yuri Luzhkov non gode più della fiducia del presidente della Federazione Russa» e dunque - dopo 18 anni di “regno” ininterrotto - viene licenziato. Con un decreto inviato da Shangai - dove è in visita ufficiale - il riformatore del Cremlino ha chiuso un capitolo della storia russa, ha silurato un nemico e mandato un messaggio forte e chiaro a Vladimir Putin.

ome Vescovi, sentiamo di dover esprimere stima e incoraggiare quanti si battono con abnegazione in politica….». Questa affermazione fatta dal cardinal Bagnasco parlando ai vescovi della Chiesa italiana lunedì scorso ci riempie di speranza e ci aiuta a sentirci ancor più responsabili del nostro ruolo di parlamentari che vivono un momento politico indubbiamente difficile. Le difficoltà oggettive che attraversa il Paese costretto a prendere atto ogni giorno di più della sua impotenza davanti ad una mancata ripresa delle nostre imprese, obbligato a fare i conti con una crisi economica che rivela ogni giorno di più aspetti nuovi e meno gestibili, si scontrano con la percezione soggettiva di una progressiva diffidenza che accompagna la perdita di stima da parte dei cittadini. La fiducia che gli italiani nutrono nei confronti della loro classe politica non è mai stata così scarsa. Sembra corrosa da una cultura del sospetto che pervade sistematicamente ognuna delle decisioni che si prendono, ognuno dei gesti che si compiono, ognuna delle posizioni che si assumano.

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Se l’Iran usa Sakineh contro l’Occidente

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EURO 1,00 (10,00

E Medvedev licenzia il sindaco corrotto

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CON I QUADERNI)

• ANNO XV •

NUMERO

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IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


prima pagina

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il fatto Umberto Bossi continua a insultare la Capitale d’Italia e Berlusconi è costretto a frenarlo: «Troppa ironia, per un ministro»

Dalla paura alla fiducia

Il premier chiederà il voto all’Aula per fermare la fronda dei finiani e loro annunciano il sì. I cuffariani e due dell’Api nella maggioranza la polemica di Errico Novi

ROMA. Avrebbe dovuto certificare l’irrilevanza del dissenso finiano. E invece il voto di oggi sul governo, sui cinque punti, si trasforma nella zattera di salvataggio per lo stesso Berlusconi. Dopo ore di discussioni tesissime, nel Pdl e tra i fedelissimi di Fini, il presidente del Consiglio decide di porre la questione di fiducia sul discorso che terrà oggi a Montecitorio. Più precisamente, la fiducia sarà chiesta sulla risoluzione della maggioranza, con cui si dichiara di «approvare le comunicazioni» del premier. A meno di sconsiderati attacchi che Berlusconi dovesse rivolgere, nel suo intervento, al presidente della Camera, i deputati di Futuro e libertà voteranno sì. Lo conferma poco dopo Bocchino. Come dice Enzo Raisi, «a questo punto si certifica il ruolo decisivo del nostro gruppo», e dunque la mossa del governo certifica la debolezza del suo vertice. I finiani otterranno quasi certamente la certificazione della loro irrinunciabilità. Ad assicurarla interviene appunto il passo indietro del Cavaliere rispetto alla strategia iniziale, data per certa fino a poche ore prima dal vertice pomeridiano di Palazzo Grazioli: una risoluzione sì, ma senza fiducia. E soprattutto, senza alcuna concessione alla richiesta avanzata lunedì dal capogruppo finiano Italo Bocchino: essere coinvolto nella stesura, o almeno nella sottoscrizione del documento, come «terza gamba» della maggioranza. Quando i primi dirigenti si presentano alla dimora romana del Cavaliere, dopo pranzo, l’allargamento della risoluzione ai dissidenti viene dato per impossibile.Nel frattempo però si è verificato un fatto nuovo. In mattinata Fini ha riunito i suoi, ha chiamato sia falchi come Granata e Briguglio che colombe come Moffa. Chiede loro di apparire «coesi». E studia una via d’uscita, dopo che quattro esponenti moderati della sua area (lo stesso Moffa, Menia, Baldassarri e Viespoli) il giorno prima avevano contestato la fuga in avanti di Bocchino sul «vertice di maggioranza» allargato a Fli. Si cerca una sintesi, visto che c’è un rischio alle porte: e cioè che di fronte al rifiuto di Pdl e Lega i coinvolgerli, i falchi del gruppo, sostenuti da Fini, spingano per l’astensione, laddove le colombe sarebbero contrarie a tradire l’ese-

cutivo. Il rischio di una frattura irreversibile, e letale, è chiaro.

Oggi parlerà come se per lui fosse il primo giorno di governo

Dopo quindici anni, un uomo nuovo: Silvio! di Giancristiano Desiderio a speranza messianica con cui si attende e si invoca il discorso di Silvio Berlusconi alle Camere è degna di migliore e maggior causa. Il presidente del Consiglio, infatti, presentandosi al Parlamento dopo sei mesi e passa dall’inizio della crisi del centrodestra proverà a rimettere insieme i cocci di una maggioranza politica che non c’è e a rilanciare un governo che, colto nel bel mezzo di una crisi economica internazionale, è privo da tempo immemore del ministro dello Sviluppo. Questa è la realtà delle cose. Di quelle che, dette o no, contano. Invece, se si guarda alla rappresentazione sbagliata delle cose che quel che resta del centrodestra fa di sé e della risibile eppur drammatica situazione sembra che il capo del governo sia all’inizio del suo mandato e si appresti ad aprire la legislatura con il classico discorso programmatico di presentazione dell’esecutivo. Una rappresentazione che più che sbagliata è falsa: non siamo all’inizio, ma alla fine. Il premier è premier di se stesso ormai da oltre due anni e mezzo e ha alle spalle un governo durato, sia pur con normali turbolenze, cinque anni. La retorica, dunque, che c’è intorno al discorso del 29 settembre è davvero una pessima retorica. E, come non bastasse, c’è anche la fiducia. Un capolavoro assoluto d’ironia involontaria.

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cia, il governo pone la fiducia, ossia blinda il voto della sua maggioranza di cui, evidentemente, non ha fiducia. Una situazione grottesca in cui i fatti non hanno più bisogno di essere definiti perché, spogliando il re, sono ormai nudi. Un presidente del Consiglio che chiede la fiducia, ma pone la fiducia sulle sue parole perché non ha fiducia della maggioranza è una figura politica che mostra unicamente la forza della sua debolezza. Berlusconi sta in piedi non perché è forte ma perché è debole.

Vengono in mente le parole, ispirate da altro testo e contesto, di Francesco Saverio Borrelli: «Resistere, resistere, resistere». Diversi gli uomini, diversi i fatti, ma la filosofia di fondo è la stessa: Berlusconi intende resistere e questo, a qualsiasi prezzo, è il suo obiettivo. Le sue parole di questi giorni sono rivelative più di tanti stucchevoli e inconcludenti commenti di deputati e deputate senza arte ma che si tengono stretti la loro parte: «Dureremo tutta la legislatura». Il fine del governo ormai è diventato il governo medesimo. È come se fuori da Palazzo Chigi ci fosse il deserto dei Tartari. Che strana storia è questa di Silvio Berlusconi. Iniziò sedici anni fa e passa come un rivoluzionario e finisce oggi come un reazionario. Era avverso al Palazzo e ai suoi giochi, aveva in gran dispetto il «teatrino della politica» e oggi si è rinchiuso nel Palazzo facendo ricorso a trucchi, riti, manovre pur di durare e tirare a campare. Il bipolarismo all’italiana ha riattualizzato il mito primo repubblicano della governabilità. Il governo Berlusconi è per principio contrario alle trame parlamentari e alla Palude, ma riesce a stare galla solo grazie alla compravendita di deputati. Il governo è diventato la Grande Palude. Berlusconi è diventato il rivoluzionario di palazzo.

Resistere ormai è l’unico obiettivo: il fine del governo è diventato il governo medesimo

Guardiamo le cose per quel che sono. Il presidente del Consiglio si presenterà ai deputati con un convincente discorso con il quale chiederà un voto convinto per sé e il governo. Il governo, in altre parole, chiede fiducia. Al di là delle differenze tecniche di ordine parlamentare - risoluzione, documento e varie ed eventuali - questa è la sostanza politica delle cose. Però, nel mentre chiede fidu-

Ed ecco la chiave di volta: si decide di avanzare a Pdl e Lega una richiesta più “formale”, quella di sottioscrivere “a freddo”la risoluzione, cioè di presentarla ufficialmente all’aula come un documento fatto proprio da tutte e tre le componenti della maggioranza, Pdl, Lega e Fli; in caso di risposta negativa, tutto il gruppo di Futuro e libertà si asterrebbe sulla risoluzione, avanzandone una propria, in cui di fatto dichiara di sostenere l’esecutivo, di approvare i cinque punti, e si aggiunge qualcosa in più, come il quoziente familiare. In questo modo si marcherebbe il distacco e l’autonomia di Fli dalla maggioranza di Berlusconi e Bossi. È una strategia resa necessaria anche da un altro aspetto: Fini non può presentarsi all’opinione pubblica come una ruota di scorta della maggioranza. Nemmeno indispensabile, semplicemente accessoria. A maggior ragione dopo i nuovi attacchi sul caso Montecarlo di Giornale e Libero, e dopo il no del Pdl al vertice chiesto da Bocchino. Viste le nuove condizioni nel frattempo maturate, un sì dei finiani alla risoluzione di Berlusconi apparirebbe come una sconfitta. Con la risoluzione autonoma cambia tutto. A sorprendere la cerchia del Cavaliere è l’improvvisa, ritrovata compattezza dei finiani. Al vertice di Palazzo Grazioli si fanno i conti con questa novità. Si capisce che Fini a questo punto non ha nulla da perdere, e soprattutto che la sopravvivenza dell’esecutivo è a rischio. Fli e Mpa si asterrebbero sulla risoluzione, e senza di loro non si arriva a 316. Al momento della riunione con Berlusconi, il borsino è fermo a 312. Compresi i cinque deputati che, Saverio Romano in testa, lasciano in mattinata il gruppo dell’Udc e si iscrivono al misto (con l’ex coordinatore siciliano ci sono Mannino, Ruvolo, Drago e Pisacane). Compresi anche Massimo Calearo e, a sorpresa, Bruno Cesario, che se ne vanno dall’Api di Rutelli annunciando di «guardare a Berlusconi». Non si smuovono i 5 di Lombardo, resta compatto il gruppo di Fli. Dunque la corsa sfrenata per conquistare un “cuscinetto tra maggioranza e finiani non porta a nulla. Si profila il rischio di un governo messo in minoranza sulla sua ri-


le previsioni Il dato dei finiani invece sembra consolidarsi intorno al 5 per cento

«Ma i suoi elettori ormai sono sempre più delusi» Parlano i sondaggisti Mannheimer, Piepoli, Amadori e Bressan: «Il Cavaliere perde ancora quota» di Pietro Salvatori

Silvio Berlusconi oggi parlerà alla Camera per esporre i ”famosi” cinque punti del governo. A destra, Renato Mannheimer. Nella pagina a fianco, Gianfranco Fini: i “suoi” voteranno la fiducia soluzione. Circostanza che aprirebbe di fatto la crisi, con una inevitabile salita al Colle di Berlusconi e scenari successivi imprevedibili. È a questo punto che il Cavaliere alza bandiera bianca, Decide per la fiducia. «È una scelta di chiarezza e responsabilità, aspetti più importanti rispetto a un maggior numero di consensi», spiega il presidente del Consiglio ai vertici del Pdl. Ma è una resa: si certifica l’organicità di Fli alla maggioranza, la dignità del gruppo finiano come pilastro irrinunciabile dell’Esecutivo. Altro che irrilevanza del cofondatore. Non a caso passano pochi minuti e persino i falchi di Futuro e libertà accolgono la notizia come un successo. Lo fa Granata, lo conferma Raisi, lo certifica Bocchino: «La fiducia è un’ottima notizia, la voteremo». Dice a liberal il vicecapogruppo finiano Giorgio Conte: «È il riconoscimento del fatto che apparteniamo alla maggioranza. A questo punto votiamo certamente sì, a meno che il premier non lanci qualche provocazione». Possibilità non del tutto esclusa, forse. La dicitura con cui stamattina il Consiglio dei ministri au-

torizzerà la fiducia (la riunione è fissata per le 10, poi parlerà il premier e il voto ci sarà alle 19, nda) recherà l’inciso “ove necessario”. All’ultimo momento il vincolo della fiducia potrebbe dunque essere ritirato, e a quel punto Futuro e libertà dovrebbe solo scegliere tra il sì e il no, senza poter più presentare una propria mozione autonoma. Ma è un’ipotesi cervellotica. Resta il dato di un premier sconfitto, costretto ad accettare il sostegno quasi certamente decisivo di Fini. E anche a giustificare Bossi in una telefonata con Alemanno: «Quella sui romani porci era una battuta ironica», è la rassicurazione offerta dal Cavaliere al sindaco, «ma resta ferma la necessità di parlare da ministro». Nel frattempo il Senatùr rincara la dose a Radio Padania («si sono offesi perché vogliamo portar via i ministeri, hanno la coda di paglia»), ma non conta più. Anche se oggi ci sarà la mozione di sfiducia contro di lui presentata dal Pd e condivisa dall’Udc. Resta solo la prova che un Berlusconi così debole non può certo imporre la disciplina al Carroccio.

ROMA. La ferrea e indiscutibile equazione tra centrodestra e Berlusconi, che a livello iconografico ha guidato fino a oggi l’elettore che si professa appartenente a tale area, sta vacillando. Si sta diffondendo una percezione, del tutto nuova, che si possa votare il centrodestra senza per forza mettere la propria croce sul simbolo che reca il nome del presidente del Consiglio. Con i finiani e Udc a battere con pazienza e costanza su questo tasto, una simile tendenza sta facendo preoccupare palazzo Grazioli. Soprattutto se unito al fenomeno dell’astensionismo. «L’elettore di centrodestra è un elettore molto deluso da Berlusconi» ci conferma il sondaggista Renato Mannheimer. «Il cavaliere - continua - è un attento lettore dei sondaggi, e sa che la delusione è spesso sinonimo di astensione». Una tendenza che si riverbera nei sondaggi, «considerato il fatto che registriamo a oggi oltre il 30% di indecisi, quando prima dell’estate questa quota viaggiava stabilmente sotto tale soglia». Alessandro Amadori di Coesis Research concorda sulla fluidità dello scenario politico: «Il quadro è in continuo movimento. È evidente la scarsa tonicità attuale di Berlusconi e l’appannamento generale che vive il Pdl». Anche se «per capire che cosa ne pensano in realtà gli elettori d’area servirebbe un sondaggio mirato sul tema», spiega Simone Bressan, dell’Osservatorio politico di Spincon. «Il dato di fatto è che ormai Berlusconi gode di un indice di popolarità strutturalmente al di sotto del 50%. Si è stabilizzato ormai da giugno intorno al 45%». Una crisi che investe anche il suo partito. «Il Pdl - spiega a Bressan - ha visto tramontare definitivamente l’ambita quota 40%. Anzi, a oggi sembra più interessato a contenere i danni, a non scendere sotto il 30».

vinzione che si possa votare per un altro centrodestra, anche perché, dopo un primo periodo di incertezza, Fli ormai si connota come qualcosa di completamente diverso dal partito di Berlusconi. Alla luce di tutto questo, un eventuale Terzo polo potrebbe superare anche il 10%: catalizzerebbe un voto di centro, anche drenandolo dal Pd».

Più prudente Mannheimer, che pur rileva la stessa tendenza: «C’è sempre attenzione per i nuovi soggetti, e la componente finiana rende qualsiasi previsione sul risultato al Senato un vero casino». Anche Amadori sottolinea come, a oggi, «si rischia uno scenario come quello che avvenne nel 2006 con il governo Prodi». Sul Terzo polo è però più scettico: «A oggi è un’entità teorica, perchè teoricamente lo si può accreditare anche del 13%. Ma un polo che voglia essere una reale alternativa ha bisogno di un leader, di un programma con quattro o cinque punti qualificanti, di una bandiera al di sotto della quale riunirsi. Non mi sembra di vedere tutto questo». Del tutto fuori dal coro la voce di Leonardo Piepoli, dell’omonimo istituto di sondaggi. «La situazione è tutt’altro che fluida, anzi, sembra si sia pietrificata dall’estate in poi», spiega a liberal, confermando su questo punto l’analisi di Amadori. Ma, dopo aver manifestato la propria meraviglia su questo stato di cose, Piepoli illustra con chiarezza che non vede un futuro incerto o illegibile, anzi. «Berlusconi insieme alla Lega è comunque in possesso di una solida maggioranza relativa nel Paese. L’unica incertezza è in Fli, che ha acquisito uno zoccolo duro intorno al 5%, che ormai resta ancorato intorno a Fini». Verrebbe da sé un clima di generale confusione in caso di elezioni, per lo meno al Senato. «Al contrario - afferma Piepoli con questa legge elettorale se una forza politica vince alla Camera, vince anche al Senato. Il dato politico è inequivocabile. Anzi: più il parlamento diventa incasinato, più paradossalmente conviene a chi governa. Non vedo nessuna antinomia tra le due Camere». Per cui Berlusconi è destinato a governare nuovamente. Prospettiva sulla quale Amadori rimane molto più cauto, anche se per ovviarla «servirebbe una coalizione arlecchino che andasse da Vendola all’Udc». E il partito di centro potrebbe non essere interessato, per guardare invece al Terzo polo. «Se Fini e Casini si unissero - è l’opinione di Bressan potrebbero attrarre molti più consensi della loro somma algebrica attuale. Rappresenterebbero un’area in cui i moderati si potrebbero facilmente riconoscere».

«Se Fini e Casini si unissero - ci spiega il responsabile di “Spincon” - potrebbero attrarre molti più consensi della loro somma algebrica attuale»

Stessa quota indicata da Amadori: «Il Pdl si colloca intorno al 33%, e gli indicatori di fiducia personale di Berlusconi sono in netta discesa». Tuttavia invita alla cautela: «Il sostegno nei confronti di Berlusconi risulta comunque molto superiore rispetto a quello nei confronti di tutti i suoi colleghi europei, nonostante l’indebolimento complessivo dell’area di centrodestra». Inoltre «i processi elettorali in Italia sono conservativi e inerziali». Che, tradotto, significa che i cambiamenti di schieramento avvengono, ma sono molto più lenti di quanto non appaiano in seguito a polveroni politici che episodi come quello del duello tra Fini e Berlusconi sollevano. Secondo Bressan, comunque, il dato dei finiani si va consolidando: «A distanza di un mese rimane stabile intorno al 5%, è un dato che non cambia. Credo si stia allargando la con-


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l’approfondimento

Nelle prossime settimane, forse nei prossimi mesi, tutto rimarrà come prima, con il governo paralizzato e il Paese in difficoltà

La conta inutile

Comunque vada, con il voto di oggi non cambierà nulla: questa maggioranza non esiste più e ne serve un’altra. Forse, affrontare la crisi anche formalmente, avrebbe potuto essere l’occasione per farla nascere in Parlamento di Rocco Buttiglione che serve il voto di oggi in Parlamento? Difficile rispondere a questa domanda perché il futuro – come scrive Sant’ Isidoro di Siviglia – è noto soltanto a Dio. Possiamo tuttavia fare delle ipotesi.

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Se, come appare probabile, Berlusconi riceve un voto favorevole con il sostegno di Fli (il nuovo partito di Fini) non succede sostanzialmente nulla e si va avanti (più esattamente si rimane fermi) come prima. Il voto ovviamente non fa cadere il Governo, ma nemmeno lo risana e lo mette in grado di funzionare. Continuerà la guerriglia su tutto e su tutti che lacera questa maggioranza ed è improbabile che essa possa durare a lungo. C’era un’alternativa (non considerando per il momento l’ipotesi di elezioni anticipate che tutti considerano perniciosa per il Paese)? L’alternativa c’era e l’Udc l’ha anche indicata. Era necessario che Berlusconi aprisse formal-

mente la crisi e rivolgesse un appello a tutte le forze politiche responsabili. Avrebbe certo avuto titolo per domandare la guida di questo nuovo governo (è il leader del partito di maggioranza relativa) e con un nuovo programma e maggioranza una nuova avrebbe potuto ricominciare a governare. Berlusconi non

L’alternativa c’era e l’Udc l’ha anche indicata: Berlusconi doveva dichiarare chiusa una stagione

ha potuto e voluto capire che se non apre la crisi non la può nemmeno chiudere.

La crisi di questa maggioranza c’è e non la risolverà il voto di oggi. Il fatto di non riconoscerlo ottiene soltanto il risultato di incancrenirla. Questa maggioranza non esiste più, c’è bisogno di un’altra

maggioranza e forse affrontando la crisi questa maggioranza avrebbe potuto nascere in Parlamento. Con ogni probabilità non sarà così ed oggi vivremo un’altra pagina di quello stucchevole «teatrino della politica» di cui Berlusconi è solito lamentarsi ma di cui in questo caso è egli stesso il regista oltre che l’attore prota-

gonista. Il paese continuerà a non essere governato mentre si accumulano i problemi e le esasperazioni della gente.

Ieri ho incontrato per strada un gruppo di persone che manifestavano perché lo Stato ha fatto fare delle trasfusioni con sangue marcio che li ha fatti ammalare. Aspettano da anni un risarcimento che non arriva. Un’altra folla manifestava per casi di malagiustizia ai quali l’ordinamento oggi non offre alcun rimedio. Poco più avanti c’erano i precari della scuola e dopo ancora i cassaintegrati che già sanno che i loro posti di lavoro sono scomparsi e dopo la cassa integrazione ci sarà la disoccupazione. Il paese è in tensione. La gente è preoccupata e scontenta. Anche la Confindustria dice che c’è bisogno dell’azione incisiva del governo, che invece non c’è. Le elezioni anticipate in queste condizioni sono una vergogna. Il popolo non vuole le elezioni, vuole che il governo governi. Le elezioni tuttavia non si pos-


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Il gruppo parlamentare sembra ancora diviso tra moderati e ultras

La grande tentazione dei finiani: «Gianfranco può dimettersi»

Campi invita Fini a lasciare la presidenza dell’Aula. Granata dice “ni” ma per Baldassarri è una sciocchezza: «L’obiettivo non è il partitino» di Riccardo Paradisi opo che il governo ha deciso di mettere la fiducia sul discorso che oggi Silvio Berlusconi presenterà alla Camera assume un’attualità forse maggiore il consiglio che il direttore scientifico della fondazione finiana Fare futuro Alessandro Campi ha rivolto al presidente della Camera: dimettersi. Rimettere il mandato istituzionale, tornare con le mani libere, fondare un partito e dare battaglia politica: «Se vuole prendere sul serio se stesso e quello che ha detto in questi anni dovrebbe abbandonare il limbo dei Gruppi parlamentari che offre il fianco a chi lo accusa di oscure trame di Palazzo; dovrebbe fondare un proprio partito investendo tutto se stesso in questa operazione; dovrebbe di conseguenza dimettersi da presidente della Camera e non per le torbide e risibili accuse intorno a Montecarlo, ma per riacquistare liberta’ di tono e di movimento».

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Un’ attualità maggiore perché se è sicuro che con la fiducia i finiani convergano sulla risoluzione della maggioranza – un voto contrario o un’astensione potrebbero determinare se non la fine della legislatura e la caduta del governo certamente una rottura non rimediabile con il Pdl – è anche certo che ora per i finiani i margini di manovra si restringono. «Ascolteremo le comunicazioni del presidente del Consiglio, poi ci riuniremo e decideremo cosa fare», dice Carmelo Briguglio dopo che a sorpresa il ministro dei rapporti col parlamento Elio Vito annuncia che il governo porrà la questione di fiducia alla Camera. La linea uscita dalla riunione di Futuro e libertà ieri mattina a Montecitorio, prima dell’annuncio di Vito, era più combattiva, si chiedeva il necessario riconoscimento di Fli come terza gamba della maggioranza da parte di Berlusconi. Dopo l’annuncio della fiducia però le piste alternative a un voto favorevole – voto contrario, astensione o un documento Fli di appoggio al governo – diventano prive di senso. È Fabio Granata a chiarire la nuova linea: «Bisogna vedere su cosa metteranno la fiducia, se nella fiducia ci mettono cose che non sono nel programma, noi non la votiamo perché non è una fiducia verso il premier ma verso il programma». Dunque, «se la fiducia viene posta sui cinque punti programmatici, noi non possiamo che votarla». Detto questo, Granata osserva che il porre la fiducia «non è una scelta improntata ad una grande sicurezza sui numeri. Dà l’idea che, forse, ancora una volta si tratta di calcoli sbagliati». E comunque, «non si può andare avanti solo con una maggioranza numerica serve una maggioranza politica». Ma come si sblocca questa situazione? Non sarà che Alessandro Campi ha ragione? Granata,

che pure non è propriamente un moderato, non si sbilancia troppo: «Quella di Campi è la riflessione di un intellettuale, di un osservatore della politica, un’idea che proviene da una fondazione che come tale ha il compito di mettere in circolo idee, proposte e anche provocazioni. Intendiamoci, è una provocazione che ha una qualche ragione, le argomentazioni che presenta Campi sono in parte condivisibili. Dopo di che i tempi della politica sono altri, ora ab-

Abbottonati sull’ipotesi di dimissioni di Fini: «Fare futuro non dà la linea» biamo il nodo di questa fiducia che ci serra. L’ipotesi di Campi sarà materia di dibattito e discussione nei prossimi mesi comunque». Il nodo della fiducia appunto: ”lo showdown”, come lo chiama Enzo Raisi: «Credo che ci voglia un momento di chiarezza, soprattutto verso gli italiani. Forse è il momento del confronto vero. Certo prendo atto di un fatto: ricordo il presidente Berlusconi consigliato da Letta, oggi è consigliato dalla Santanché e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Questo mi sembra incredibile. I venti parlamentari in più che aveva annunciato Berlusconi io non li ho ancora visti». Più interlocutorio Benedetto Della Vedova, vicecapogruppo alla Camera di Futuro e Libertà: «Un passo alla volta» risponde prudente a chi gli chiede se Fli darà o no la fiducia al governo. «È un dato importante e positivo intanto quello di aver messo la fiducia. Però auspichiamo che ci sia un documento unitario delle tre forze di maggioranza. Vediamo quello che succede, decideremo come votare domani dopo aver ascoltato Berlusconi in Aula. Mi auguro che ci siano tutte le condizioni perché il governo incassi una fiducia robusta e riparta». Su dimissioni e fiducia resta abbottonatissimo anche il senatore Giuseppe Valditara: «Fini ha già smentito di avere avuto tentazioni di dimissioni e poi non credo che sia questo il problema del momento. Quello che invece è necessario è che si faccia il partito e che lo si faccia rapidamente. Il percorso è iniziato, chi ci sta bene chi non ci sta amen. La terza gamba del centrodestra

del resto ha già una sua linea politica: abbiamo detto si alla fiducia ma sarebbe difficile per noi votare un’amnistia mascherata». Insomma se le dimissioni di Fini non sono all’ordine del giorno, come dice anche Giorgio Conte, vicecapogruppo Fli alla Camera, – «il che dimostra come non sia Fare futuro a dare la linea al presidente della Camera» – consigliarle al capo, come fa il professor Campi, potrebbe non essere peregrino vista la situazione e l’impasse generale della maggioranza.

La politica è scelta dei tempi giusti e se Fini dovesse attendere troppo insieme a Berlusconi potrebbe essere lui a logorarsi. Ma Mario Baldassarri capogruppo al Senato di Futuro e libertà e presidente della commissione Bilancio non è affatto d’accordo con Campi. «Dipende dalle ambizioni che si hanno – dice a liberal – La mia è quella di costruire un grande partito popolare europeo in questo centrodestra che abbia un respiro così lungo e largo che vada oltre Berlusconi e anche oltre Fini. E vorrei provarle tutte prima di pensare a fare un nuovo partito, extrema ratio possibile, ma appunto estrema. Forse qualcuno s’è dimenticato che l’obiettivo è fare la rivoluzione liberale e non un partitino del sette per cento dove ognuno può soddisfare delle sue personali aspirazioni. Io avevo capito che la nostra aspirazione era governare il cambiamento italiano e fare le riforme. Se qualcuno ha cambiato idea lo faccia sapere».

sono escludere. Quando la lotta politica perde l’orizzonte del bene comune e diventa scontro personale mirato non al bene comune ma solo alla distruzione dell’avversario allora tutto è possibile.

Cosa faremo se ci saranno le elezioni anticipate? Naturalmente l’Udc riunirà gli organi responsabili e li si deciderà democraticamente dopo un libero dibattito. Prima però che qualcuno cominci con le solite domande: «Voi con chi andate?» io dirò la mia opinione personale. Andiamo da soli e con quelli che hanno voglia di venire con noi. Tutti i sondaggi evidenziano un’area fino al 25% dell’elettorato che ne ha abbastanza di questa politica ed è disponibile ad appoggiare una terza posizione per passare ad un’altra politica. Questa è la nostra area, questo è il popolo a cui dobbiamo dare espressione. Nessuno potrà dire che il voto per noi sia inutile. Sarà l’unico voto utile per porre fine allo scandalo di questa politica e riportare in Italia la politica virtuosa, quella che è «prudente sollecitudine per il bene comune». Possiamo guadagnare tanti seggi al Senato da rendere impossibile a chiunque formare un governo senza di noi. Allora potremo imporre le condizioni per far tornare la buona politica, quella di cui c’è bisogno per risolvere i problemi del paese.


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diario

Il caso. Dopo i sospetti di familismo e favoritismi, arriva da Piacenza l’ultima notizia di una possibile corruzione

Carrocciopoli continua

Il luogo comune dei «bravi amministratori» crolla sotto le inchieste ROMA. L’ultimo caso l’ha battuto ieri l’agenzia Dire da Piacenza: trattasi dei rapporti un po’ umidicci tra l’ex assessore alla Protezione civile della provincia in quota leghista, Davide Allegri, e alcuni professionisti a cui avrebbe affidato lavori nel comune di Cortemaggiore, in cui detiene la delega all’Urbanistica. L’incarico di realizzare il quadro conoscitivo del nuovo piano strutturale della cittadina, per dire, è stato affidato al Best (Building environment science and technology) del Politecnico di Milano, responsabile di ricerca il professor Emilio Faroldi: ebbene Allegri s’è laureato al Best, dove è dottore di ricerca, ha scritto libri con Faroldi, architetto con studio privato a Parma di cui è associato proprio l’ex assessore. Anche il segretario cittadino della Lega, il geologo Paolo Mancioppi, ha ricevuto lavori a Cortemaggiore. Allegri - che magari non ha commesso reati ma sicuramente non conosce i concetti di conflitto di interessi e opportunità - non è però affatto un caso isolato nel Carroccio. La questione morale nella Lega, come nel resto della politica italiana d’altronde, ormai tracima, l’ha riconosciuto persino un personaggio mediaticamente scaltro come il governatore veneto Luca Zaia, solo che – a differenza di quanto vanno dicendo in giro i lumbard – è da un bel po’che Bossi e compari flirtano con gli aspetti meno commendevoli del sistema. In principio fu Alessandro Patelli, tesoriere della Lega Lombarda d’antan, che intascò una mazzetta da 200 milioni di lire nel bar Doney di Roma. Era il 1992 e i soldi erano della Montedison. I giudici condanneranno poi sia Patelli sia Umberto Bossi, il quale peraltro non s’è mai vergognato di continuare a prendersela con i politici ladri e tangentisti. Passato il periodo dell’antiberlusconismo radicale («il milanese che parla siciliano») e tornato al governo proprio col Cavaliere, Bossi scivola ancora sulla famiglia: era il 2004 quando il suo primogenito Riccardo (figlio della prima moglie, all’epoca 23enne studente fuori corso) e suo fratello Franco (titolare di un negozio di autoricambi) vennero assunti a Strasburgo come

di Marco Palombi

portaborse rispettivamente di Francesco Speroni e di Matteo Salvini. Arriveranno in tempi più recenti i successi mediatici di Renzo Bossi, bocciato per tre volte all’esame di maturità per colpa dei professori terroni – ha sostenuto suo padre – e nonostante alcuni parlamentari leghisti abbiano persino presentato interrogazioni sull’argomento. Il ragazzo, come si sa, ora ha trovato la sua strada: è consigliere regionale in Lombardia, eletto con voto di preferenza da molti cittadini bresciani che poi sono tornati a casa per lamentarsi dei politici nepotisti. È di queste settimane, infine, la notizia che la

ingenui elettori e militanti, alla fine degli anni Novanta era impegnata pure nella costruzione del “paradiso di Bossi”: un’operazione immobiliare in Croazia da 180 appartamenti più piscine, ristoranti e campo da golf finita poi molto, molto male. I debiti accumulati nell’allegra gestione dell’istituto, alla fine, stavano per portarsi via non solo la banca, ma pure la fedina penale di parecchi dei leghisti coinvolti, quando arrivò un cavaliere bianco sotto forma di Gianpaolo Fiorani, fantasioso capo della Popolare di Lodi: il passivo della banca bossiana annegò nel mare della Bpi e il manager lodigiano

Gli intrecci tra dirigenti, affari e ruoli pubblici sono sempre stati numerosi. I più clamorosi quelli nella giunta piemontese di Cota scuola privata“Bosina”, fondata nel 1998 dalla signora Manuela Marrone (moglie del Senatùr), riceverà contributi statali per 800mila euro. Soldi benedetti se è vero che gli ultimi anni si erano chiusi con una perdita di mezzo milione.

Tornando indietro c’è invece il caso più grave: la gestione di Credieuronord, la banca padana che peraltro ebbe un ruolo – ha scritto un giudice piemontese – anche nel coprire le truffe di alcuni degli splafonatori delle quote latte. La banca leghista, finanziata da tanti

ebbe degli amici in più a Roma. En passant sia detto che Fiorani, caduto in disgrazia, sostenne davanti ai giudici di aver passato al sottosegretario berlusconiano Brancher (condannato in primo grado) una bustarella da 200mila euro: «Questi li devo dividere con Calderoli», sostenne quello. La posizione del ministro leghista fu archiviata.

Ora, sul territorio, sta arrivando la valanga. A Torino, dopo la vittoria di Roberto Cota, gli uffici della Regione si sono riempiti di parenti, amici, collaboratori come nella terro-

nia più profonda. Il Riformista ha raccontato un’altra storia: 5 vincitrici su otto di un concorso per funzionari indetto dalla provincia di Brescia, dove regna l’ex sottosegretario del Carroccio Molgora, sono vicine al partito del cappio in Parlamento: la moglie del vicesindaco della città, la nipote dell’assessore all’Istruzione, due assistenti di un altro assessore, la capogruppo leghista a Concesio. Per restare in Lombardia, i carabinieri hanno fotografato Angelo Ciocca, giovane consigliere regionale leghista, mentre si incontrava con Pino Neri, all’epoca importante boss della ‘ndrangheta. Se guardiamo al Veneto la situazione non migliora: il senatore Alberto Filippi, vicentino, è stato accusato da Andrea Ghiotto – faccendiere“pentito” – di aver avuto un ruolo in una gigantesca evasione scoperta ad Arzignano, distretto della concia. A Verona - dove la moglie del sindaco Tosi è dirigente e capo segreteria dell’assessore alla Sanità - Gianluigi Soardi, presidente dell’azienda di trasporto cittadino Atv in quota Carroccio, s’è dimesso dopo essere stato accusato per alcune spese gonfiate e ingiustificate. Carlo Gambin, storico leghista della provincia veronese, è ai domiciliari per una faccenda di falsi permessi di soggiorno, mentre l’assessore alla sicurezza di un paese vicino Vicenza è indagato per sfruttamento della prostituzione. E ancora: in Friuli Venezia Giulia Edouard Ballaman s’è dovuto dimettere da presidente del Consiglio regionale dopo che la Corte dei Conti gli ha contestato un uso non proprio istituzionale della sua auto blu (lo stesso che, qualche anno fa, assunse la moglie di Maurizio Balocchi, al’epoca sottosegretario leghista, il quale si sdebitò dando lavoro alla signora Ballaman). Poi qua e là ci sono lauree fantasma, indagini per concussione, abuso di titolo e scendendo a Sud, cioè in Emilia, altre storiacce: il fondatore della Lega emiliana Alessandri che si sarebbe fatto pagare tremila euro di multe dal partito, un vicesindaco accusato di aver tentato di intascarsi soldi dell’Ente nazionale per la cinofilia (di cui era commissario ad acta), consiglieri regionali che non hanno presentato il resoconto corretto delle spese elettorali e ora rischiano un multone. Roma ladrona?


diario

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Trentamila euro di multa al colosso della distribuzione

In galera il presidente del Parco e il sindaco di Riomaggiore

Condannata la Coop: vendeva false Lacoste

Cinque Terre, ambientalisti arrestati per corruzione

PERUGIA. Il traffico delle false

LA SPEZIA. Una incredibile

griffe stavolta colpisce molto in alto: addirittura la Coop, uno dei colossi della grande distribuzione italiana. Il coccodrillo verde era proprio uguale. La caratteristica maglia di cotone pure. Solo che con la famosa griffe francese le polo sugli scaffali avevano davvero poco a che fare. Soprattutto per il prezzo, troppo basso rispetto all’originale. Così la Coop dovrà sborsare oltre trentamila euro per risarcire il colosso francese Lacoste: contraffazione e concorrenza sleale le accuse. Il Tribunale civile di Perugia ha infatti condannato la Coop Centro Italia che commercializzava false polo Lacoste nel centro commerciale Ipercoop di Collestrada, ai piedi di Perugia. La causa è stata intentata nel 2002 dalla Lacoste, rappresentata dagli avvocati del Foro di Milano Giovanni Iazzarelli e Giorgio Valli. La società francese, dopo alcuni controlli nel maggio del 2002, aveva notato che nel centro commerciale erano in vendita «sottocosto» maglie col coccodrillo prive «dell’abituale busta in plastica del prodotto originale». Una consulenza tecnica disposta dal giudice civile ha rilevato la «non autenticità del prodotto» con differenze riguardo al «ti-

storia di corruzione scuote uno degli ultimi paradisi d’Italia: le Cinque Terre. Otto ambientalisti duri e puri, strenui difensori della natura, talebani anti-cemento sono finiti in galera all’alba di ieri, quattro agli arresti domiciliari, per tre di loro sono scattate altrettante denunce e misure interdittive. Sono accusati di truffa aggravata ai danni dello Stato, falso ideologico, associazione a delinquere, calunnia. Una vera e propria banda, secondo la procura di La Spezia. Specializzata nel produrre atti pubblici fasulli per ottenere finanziamenti dalla Regione Liguria. In concreto, fingevano di aver rimesso in ordine i sentieri dell’entroterra spezzino, di

Il vertice Rai si spacca, poi dice sì alla Dandini Bloccata, invece, la fiction della moglie di Bocchino di Francesco Capozza

ROMA. La misura di quello che stava accadendo in Rai negli ultimi giorni l’ha data lunedì sera Enrico Mentana durante la messa in onda del “suo” Tg su La7: «Da anni ormai, quando arriva settembre, ossia il momento della messa in onda di alcuni programmi “scomodi”, assistiamo alla solita solfa – ha detto il direttore del tiggì Telecom ospitando in studio Serena Dandini – Santoro andrà in onda? Forse sì, forse no. E la Dandini? Stessa storia. Però alla fine i vostri programmi si fanno». In effetti Mentana, che ha buona memoria, ha detto il vero. Chi non ricorda le conferenze stampa agguerrite indette da Michele Santoro nel 2009, quando la Rai fino all’ultimo non aveva accordato il contratto al giornalista e ai suoi due maggiori collaboratori, Marco Travaglio e il vignettista satirico Vauro? Nel 2010 stesso film anzi, replicato in duplice copia con il caso Parla con me, la trasmissione di Serena Dandini, appunto. La conduttrice del programma della seconda serata di Raitre aveva nei giorni scorsi commentato la questione in termini meno accessi rispetto al pasdaran Michele: «Io posso andare in onda anche senza contratto, perché mi reputo una privilegiata rispetto alla gran parte dei cittadini italiani, ma la mia battaglia la conduco per i miei collaboratori che hanno famiglia e non guadagnano certo quanto me». La logica del “tengo famiglia” deve aver ammorbidito le istanze del Cda Rai che ieri, infatti, ha finalmente contrattualizzato la redazione di Parla con me e dato il via libera alla messa in onda – prevista proprio per ieri – del salotto satirico della Dandini. Contenta la conduttrice, sollevata la sua redazione, gaudente il coconduttore Dario Vergassola. Meno bene, però, deve averla presa il direttore del Tg1 Augusto Minzolini, oggetto di una imitazione - per molti esilarante per altri dissacrante - messa regolarmente in onda e per la quale

si era fatto garante niente meno che il direttore di Raitre Paolo Ruffini.

Ma nella giornata di ieri, sempre dalle parti di viale Mazzini, si deve registrare anche il duro botta e risposta tra Michele Santoro e il ministro Renato Brunetta, reo, quest’ultimo, di aver additato come «inaccettabile» il contratto milionario del conduttore di Annozero. E ieri, appunto, è arrivata la replica di Santoro che sul sito della trasmissione ha pubblicato il suo Cud 2010 e inviato il seguente messaggio al ministro: «Questo è il mio Cud 2010, risultano un reddito lordo di 662 mila euro e tasse e contributi per la metà. Aspetto che lei coroni sulla battaglia, ottenendo la pubblicazione di quanto percepito da dirigenti, conduttori e collaboratori dell’Azienda». Caustica la replica di Brunetta: «encomiabile, speriamo contribuisca all’operazione trasparenza Rai». Ma Santoro può esultare, almeno per il momento, anche per un’altra battaglia vinta: sempre nel Cda di ieri, infatti, si doveva discutere il caso del “Vaffa” che il conduttore aveva pubblicamente indirizzato al direttore generale dell’Azienda Mauro Masi. Le ipotesi ventilate nei giorni scorsi andavano dal richiamo formale fino alla sospensione del conduttore ma ieri, a quanto se ne sa, il tema non è stato affrontato dai consiglieri di amministrazione della tv di Stato.

Il film «Anita» della GoodTime, società partecipata da Gabriella Buontempo, bloccato per motivi tecnici

tolo del filato (...) all’intreccio del tessuto, alle cuciture» e anche «alla grandezza» e alla «posizione del logo».

Il giudice ha riconosciuto la condotta illecita di Coop Centro Italia, accogliendo le istanze della Lacoste sulla «repressione della concorrenza sleale» e a «tutela del marchio». Coop Centro Italia dovrà pagare a Lacoste circa 12mila euro per il danno economico e 20 mila euro per il «danno da sviamento di clientela, discredito commerciale, deprezzamento del marchio». Il magistrato ha anche ordinato la distruzione delle magliette «taroccate».

E mentre Santoro e la Dandini si fregano le mani per la messa in onda in extremis dei loro rispettivi programmi, c’è chi, come Italo Bocchino, deve ingoiare un boccone amaro. La fiction Anita, dedicata alla figura di Anita Garibaldi e prodotta dalla Goodtime, la società produttrice di Gabriella Buontempo, moglie del falco finiano, non ha avuto infatti l’ok dal Cda di viale Mazzini e pertanto, al momento, è rinviata a data da destinarsi. Una data, dicono i maligni, legata al comportamento che terrà Futuro e Libertà nei confronti del Governo.

aver ristrutturato un canale alluvionato o un edificio fatiscente ma di grande valore storico. Tutto falso, ma grazie al trucco avevano già intascato 328.000 euro e - sempre secondo gli investigatori - si preparavano ad altri “colpi”.

Al vertice dell’organizzazione c’era Franco Bonanini (nella foto), da dodici anni presidente di quel Parco delle Cinque Terre che nel ’97 è stato dichiarato patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Bonanini, già sindaco di Riomaggiore ed europarlamentare Pd per un solo giorno a causa di un pasticcio coi voti, soprannominato il Faraone per il carisma e l’abilità nel gestire potere ed amicizie, pluripremiato per l’impegno a favore dell’ecologia e la natura. Al suo fianco arrstato anche Gianluca Pasini, sindaco di Riomaggiore. Insieme a loro impiegati ed imprenditori locali tra cui il comandante della polizia locale di Riomaggiore e il capo dell’ufficio tecnico. Gli uffici del comune rivierasco, sede anche del Parco, erano il “covo”dove si studiavano raggiri, si producevano documenti farlocchi, si dettavano le lettere diffamatorie contro gli inquirenti firmandole col più scontato degli pseudonimi: il Corvo.


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la testimonianza Vediamo perché l’appello lanciato dal presidente della Cei coglie nel segno

Il sogno di Bagnasco Cambiare la politica e rimettere al centro i valori: è quello che molti di noi, in tutti gli schieramenti, cercano di fare legando cristianità e impegno. Ma spesso nella più totale solitudine. di Paola Binetti segue dalla prima La stampa gioca un ruolo non indifferente in questa dialettica aspra e violenta che caratterizza il rapporto tra politica e cittadini e Bagnasco lo denuncia con chiarezza. «Anche l’innegabile influsso di una corrente di drammatizzazione mediatica, che sembra dedita alla rappresentazione di un Paese ciclicamente depresso, finisce per condizionare l’umore generale e la considerazione di sé. Dovremmo invece essere stabilmente capaci della giusta auto-stima, senza cesure o catastrofismi…». Il circuito che lega politica, società civile e stampa sembra volto a narrare gli aspetti peggiori di ognuno, quelli che si concentrano solo sulla demonizzazione dell’avversario, che strumentalizzano alcuni fatti per dimostrare una tesi piuttosto che per descrivere la realtà, che esasperano le differenze di opinione che sussistono all’interno dei vari schieramenti per contrapporle come se fossero altrettante dichiarazioni di guerra reciproca.

Sono molto severe le parole che usa il presidente della Cei: «A momenti, sembriamo appassionarci al disconoscimento reciproco, alla denigrazione vicendevole, e a quella divisione astiosa che agli osservatori appare l’anticamera dell’implosione, al punto da declassare i problemi reali e le urgenze obiettive del Paese». Il paese soffre per questa guerra interna che lacera i rapporti tra le persone e le istituzioni e sembra disinteressata davanti ai problemi reali che toccano le famiglie e le piccole e medie imprese, abbandonandole in una deriva in cui il fai-date sembra essere l’unica soluzione possibile, ma ormai rivela anche la sua drammatica impotenza. In questo clima pesantemente inquinato da una sorta di diffidenza globalizzata Bagna-

sco ha il coraggio di raccontare il suo sogno, un sogno che ci coinvolge tutti e ci trasferisce in una atmosfera magica in cui le difficoltà si dissolvono, le persone mettono in gioco la parte migliore di sé e come d’incanto al centro dell’azione politica torna il bene comune come sigillo di un impegno generoso e disinteressato, che coinvolge tutta la classe politica, abbattendo gli steccati dei pregiudizi. «In una recente occasione mi ero permesso di confidare un “sogno”, di quelli che si fanno ad occhi aperti: ossia che, senza disconoscere quanto di positivo già c’è, e magari con la cooperazione scaturente dalle esperienze presenti sul campo, possa sorgere una generazione nuova di italiani e di cattolici che sentono la cosa pubblica come fatto importante e decisivo, che credono fermamente nella politica come forma di carità autentica perché volta a segnare il destino di tutti».

Bagnasco sogna ciò che molti cattolici impegnati in politica sognano da tempo e soprattutto ciò che cercano di tradurre in pratica ogni giorno, collezionando fin troppo spesso solo insuccessi, senza incontrare né l’appoggio né i consensi che si aspetterebbero di trovare e scontrandosi frequentemente con un muro di indifferenza o peggio ancora con l’accusa di assumersi un impegno ingenuo e velleitario. Molti italiani resterebbero sorpresi se sapessero con quanta pazienza i cattolici che fanno politica provano a costruire reti di collaborazione e di solidarietà tra di loro, nei rispettivi schieramenti e tra gli schieramenti, attraverso intergruppi che hanno come obiettivo specifico la tutela dei diritti umani, il bene comune, o altre tematiche aggregative, che consentano di esprimere il volto buono della politica, quello in cui la carità di cui parla Bagnasco è il vero criterio orientativo. Ci troviamo per discutere disegni di legge: penso ad esempio a quello sulle Dat, per fare analisi delle difficoltà in cui si imbatte la nostra società: penso alle proposte per alleggerire la pressione fiscale della famiglia, per progettare delle iniziative in comune come avviene per alcuni convegni, per studiare ed approfondire i documenti del Magistero come è accaduto recentemente con l’ultima enciclica: la Caritas in veritate, per contribuire ad elaborare alcuni aspetti concreti della Agenda per la speranza come ta accadendo con le Settimane sociali, per capire cosa si aspetta da noi la

Chiesa italiana, come accade nella riflessione su questo ultimo documento, ma non vorrei tralasciare neppure la comune partecipazione alla Santa Messa al mattino nella cappella della Camera e la preghiera che condividiamo in occasioni particolari.

Siamo politici che provano a vivere da cristiani coerenti e che stanno in tutti, ma proprio in tutti gli schieramenti, e ci confrontiamo senza mai scivolare nella esasperazione dei toni e meno ancora nella rissa di un agire politico che tanto piace raccontare alla stampa. Gente normale, che in alcuni casi ha alle spalle esperienze di formazione vissute nei movimenti e nelle associazioni più diverse. C’è chi viene dall’azione cattolica e chi da Cl, c’è chi si riconosce più facilmente nel movimento dei focolarini, o nel rinnovamento dello spirito, c’è chi sente come propria la sensibilità del terz’ordine francescano e c’è chi come me è dell’Opus Dei. C’è davvero di tutto, ma la maggioranza porta nella memoria e nel cuore la formazione cristiana ricevuta in famiglia e approfondita in parrocchia. Molti hanno frequentato scuole e università caratterizzate da uno specifica carisma formativo di impronta cristiana… E mentre la diversità che ci caratterizza è segno di ricchezza, la stess ricchezza che da sempre connota la vita della chiesa, la libertà con cui si intreccia la nostra collaborazione può essere segno di speranza e forse un piccolo anticipo del sogno raccontato dal cardinal Bagnasco. Fa da filo conduttore al nostro impegno politico la dottrina sociale della Chiesa che cerchiamo di penetrare sempre meglio nella complessità delle questioni che ci pone, a cominciare dalla domanda di senso che ci pone con struggente intensità: la ricerca del bene comune. Ma saper riconoscere di volta in volta in cosa consista il bene comune non è cosa facile, soprattutto quando il bene comune visto nell’ottica di una determinata fascia sociale sembra configgere con il bene comune di un’altra vlasse sociale, soprattutto in tempi di risorse carenti. Vogliamo lavorare per il bene comune, ma anche noi abbiamo bisogno di criteri e di orientamenti più precisi, per superare il livello delle buone intenzioni e calarci nell’impegno della concretezza. Le differenze tra di noi non si pongono mai nell’orizzonte dei valori di riferimento, ma nelle scelte concrete che nascono da sensibilità personali e da cul-


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ture politiche diverse. Per questo servirebbe una metamorfosi politica che ipotizzasse non solo una nuova classe di politici cattolici, ma un nuovo modello politico, in cui si ricomponesse, almeno in gran parte la diaspora dei cattolici e li trovasse uniti in un luogo condiviso, da cui far sentire la loro voce, per progettare insieme iniziative politiche e darsi da fare per realizzarle, uscendo dalla generalità delle grandi affermazioni di principio ed evitando la genericità sterile e deludente dei propositi che non si possono mantenere. Il discorso del cardinale di fatto continua dicendo: «Fin d’ora vorrei però dire quello che è il cuore, il motore di quanto andiamo ad auspicare: l’ideale cioè del bene comune (cfr Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 7). L’Italia, nel suo complesso, ha bisogno di riscoprire la bellezza del bene comu-

Siamo in tutti i partiti, ma riusciamo a confrontarci senza le asprezze che talvolta la stampa costruisce ad arte ne perseguito nell’azione politica come nella vita quotidiana dei cittadini. Ha bisogno di una leva di italiani, e di cattolici, che senza presunzioni aderiscono al discrimine del bene comune, danno lucentezza alla sua plausibilità, così che aiuti ad individuare le soluzioni che meritano di essere perseguite».

Non è facile però per nessuno di noi, che pure aderiamo al discrimine del bene comune e cerchiamo di dargli plausibilità con il nostro lavoro parlamentare quotidiano, riuscire ad individuare con sicurezza le soluzioni che meritano di

essere perseguite. I dubbi appartengono all’ordinarietà delle azioni complesse e per superarli sarebbe necessaria non solo l’unità dei valori ma anche l’unità politica tra di noi. Servirebbe una spinta più forte a rilanciare la motivazione a cercare di superare non solo l’attuale bipolarismo, i cui effetti deleteri sono visibili a tutti. Dovremmo ripensare la storia politica italiana di questi ultimi 20 anni per superare scissioni e separazioni e chiederci se per caso non è giunto il momento di ripensare il rapporto tra cattolici e politica. Attualmente siamo presenti in tutti gli schieramenti, ma siamo una minoranza che stenta a far sentire la propria voce, e quando riesce a farlo spesso non va oltre la semplice testimonianza personale. Dice Bagnasco: «Cambiare si può. Le famiglie reagiscono, le persone crescono, e anche la collettività può farlo nella misura in cui comprende che l’esito di progresso diventa pane condiviso. E bisogna far presto! Il nostro vigoroso invito a rilevare la moralità intrinseca ai processi di innovazione non nasconde alcun conformismo». Cambiare si può, si possono cambiare tante cose se si comprende il senso della posta in gioco che vincola ognuno di noi ad affrontare i processi di innovazione cogliendone la intrinseca dimensione etica.

Cambiare si può e si deve se in questo modo aumentano le speranze di rendere un servizio migliore al paese, possono e debbono cambiare le persone, in questo caso i cattolici che fanno politica, cercando di vivere la loro vocazione di cristiani con maggiore coerenza e fedeltà. Ma il loro cambiamento personale deve raggiungere le istituzioni in cui lavorano e i modelli politico-sociali di riferimento, perché attraverso di loro si possa far emergere l’antica e rinnovata tradizione di un paese cristiano. Il rischio una volta di più è che si tratti sempre e solo di parole in libertà, di cui ci riempiamo la bocca e di cui parliamo volentieri, ma che non traduciamo in fatti concreti.“Svuotare le parole, o renderle equivalenti quando non lo sono, è – a modo suo – un furto.” Ci piacerebbe che le parole di questa prolusione non fossero né strumentalizzate, né svuotate di senso; vorremmo penetrarne sempre meglio il senso, vorremmo mettere a confronto l’esperienza desolante dell’attuale quadro politico con il sogno in cui

i cattolici tornano a far sentire in modo efficace la loro voce in politica per svolgere a tutto campo il loro ruolo. Non si tratta solo di difendere con energia e determinazione le questioni eticamente sensibili su cui li sfida continuamente una cultura secolarizzata e decisamente relativista, occorre aprirsi agli altri , per dialogare con tutti mettendo in gioco la propria capacità di ragionamento e di argomentazione.

La difesa di questi valori non negoziabili ha il suo fondamento proprio nell’ansia di felicità che c’è nel cuore di ogni uomo, così come nel cuore di ogni uomo c’è quella legge morale che permette di distinguere tra bene e male. Ricordarlo non è solo compito dei cattolici, ma l’esperienza di questi anni mostra come se non lo facessero i cattolici spesso nessun altra voce si leverebbe in difesa di questi valori. E tra i cattolici presenti in Parlamento molte volte si è alzata la loro voce, molte volte ha cercato di farsi sentire e quando questa voce è diventata corale ha raggiunto i suoi obiettivi. Ma una testimonianza personale senza il sostegno generalizzato di colleghi che condividono queste posizioni, cattolici e non cattolici, nella logica della vita parlamentare non può raggiungere nessuno degli effetti che si propone, “Non dimentichiamo, infatti, che «la ragione è capace» di distinguere «ciò che è bene fare e ciò che è bene non fare per il conseguimento di quella felicità che sta a cuore a ciascuno, e che impone anche una responsabilità verso gli altri» ….. È proprio l’esperienza condotta dal di dentro delle cose, in nome della ragione e quindi della morale naturale, che diventa il giudizio più evidente sul relativismo secondo cui non ci sarebbero riferimenti etici da privilegiare né alcuna gerarchia di valore”. E poco più avanti il cardinale, riprendendo l’incessante catechesi di Benedetto XVI, pone una domanda chiave sui cosiddetti valori non negoziabili, una domanda che risuona con insistenza nella opinione pubblica e che tende a confinare i politici cattolici che le difendono in nicchie di minoranza, considerando le loro posizioni del tutto arcaiche e in aperto conflitto con la modernità: aggiunge: «Il Santo Padre si chiedeva se non fosse proprio qui il punto dov’è agganciata la spiegazione dei “va-

lori non negoziabili”. Che tali sono non in ragione di una pregiudiziale cattolica, che vizierebbe la comprensione oggettiva dei fatti della vita…. ricordando la linea di confine oltre la quale l’umanesimo si fa apparente, e il progresso si rivela essere un regresso, non rispettando i valori primi e costitutivi della civiltà: vita, famiglia, libertà religiosa e libertà educativa. Beni che sono il fondamento che garantisce ogni altro necessario valore, declinato sul versante della giustizia e della solidarietà sociale, che da sempre è nel cuore del Vangelo e della Chiesa».

Sono valori che si traducono in temi e problemi, in disegni di legge, in interrogazioni parlamentari e in mozioni, su cui da sempre l’Unione di Centro ha mantenuto una posizione decisa e coraggiosa, proprio come schieramento in cui tutti condividono l’impegno politico su questi punti. È l’antica tradizione politica di un partito che ha selezionato anche su questa base i propri temi di impegno politica, ma indubbiamente c’è bisogno di rinnovare lo stile con cui fare politica anche da parte dei cattolici. Non basta difendere i valori non negoziabili per essere considerati cattolici coerenti in politica; occorre essere convincenti, occorre creare strategie efficaci per non permettere di essere messi in minoranza, evitando qualsiasi tipo di aggressione scritta o verbale. Occorre fare tutto ciò nel clima di una amicizia personale, di un rispetto reciproco, che riflettano quel valore della carità che è l’essenza di una visione cristiana della vita. Per questo ringraziamo di cuore il Cardinale che nella sua ultima prolusione ha voluto dirci: “Come Vescovi, sentiamo di dover esprimere stima e incoraggiare quanti si battono con abnegazione in politica; facciamo pressione perché si sappiano coinvolgere i giovani, pur se ciò significa circoscrivere ambizioni di chi già vi opera. Ai cattolici con doti di mente e di cuore diciamo di buttarsi nell’agone, di investire il loro patrimonio di credibilità, per rendere più credibile tutta la politica.”Continueremo a fare la nostra parte cercando di non sottrarci mai alla responsabilità che comporta, consapevoli delle difficoltà in cui ci imbattiamo e con un nostro sogno nel cuore: Insieme è meglio, potremo arrivare prima e potremo essere più efficaci….


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panorama

ragioni&torti di Giancristiano Desiderio

Passato Bassolino in Campania resta l’emergenza l fatto che non c’è più Antonio Bassolino al potere, ma ci sia ancora la spazzatura a farla da padrona dovrebbe impensierire il centrodestra che invece non mostra di pensarci più di tanto. E fa male, molto male. Perché, come la storia recente e remota insegna molto bene, la spazzatura è come un fiume che s’ingrossa quando meno te lo aspetti e ti ingombra le strade cittadine e paesane e ti ammorba l’aria che diventa irrespirabile. A quel punto che si fa? Prendersela con Bassolino non è più possibile e spiegare ai napoletani, che pagano la tassa sui rifiuti più alta che ci sia in Italia che il problema è complicato e antico proprio per la grande irresponsabilità del centrosinistra è una spiegazione buona per i libri, ma non per i cittadini. Qui l’unica cosa che davvero conta è mettere la monnezza differenziandola nei cassonetti, nelle discariche e negli inceneritori. Guarda caso, invece, ciò che non funziona è proprio questo: la differenziata è un’illusione più che un’utopia, le discariche sono nuovamente quasi tutte strapiene e l’unico inceneritore esistente è nuovo ma già malconcio. Dunque? Dunque, state attenti perché il fiume di spazzatura comincia a ingrossarsi e se il governo - che a sua volta è tra color che son sospesi non ci mette le mani finisce male.

I

Stefano Caldoro è un uomo solo. Non si sa neanche se sia al comando. Ciò che si sa è che è solo. Se la situazione precipita gli getteranno la croce addosso. Poco importa che a Napoli ci sia ancora al governo il centrosinistra e il peggior sindaco di sempre: ciò che appare è che oggi, dopo l’uscita di scena di Bassolino, governa il centrodestra. E ha già le sue colpe e responsabilità. Quella più evidente è la perdita di tempo. Il governo Berlusconi ci aveva messo la faccia e subito dopo le elezioni il capo del governo si è messo a fare lo spazzino e si è rivenduto la sua ramazzata napoletana in tutto il mondo: «Vedete, in quattro e quattro otto ho ripulito Napoli che è tornata ad essere la più bella città del mondo». L’errore del centrodestra, che potrebbe rivelarsi fatale, soprattutto per Napoli, è la volontà di nascondere la verità: non si uscirà mai dall’emergenza fino a quando non ci sarà un ciclo industriale funzionante dello smaltimento dei rifiuti urbani ed extra-urbani. Ma chi lo costruisce? Gli enti locali, a tutt’oggi, sono stati con le mani in mano e l’unica cosa fatta, appunto, è stato l’aumento della Tarsu. Gli appalti per i termovalorizzatori di Napoli e Salerno non sono stati ancora fatti. Gli appalti, non l’opera. Questo significa che se tutto andrà bene i termovalorizzatori non saranno pronti prima di cinque anni. Se tutto andrà bene. Ma siccome le cose se possono andar storte vanno tranquillamente storte la Campania è destinata a restare nella spazzatura per molti anni ancora. Purtroppo non è un’opinione. È storia. Si possono tirare le somme: la Campania da sola non ce la farà. Non ce la fa. La caduta periodica e certa nelle emergenze ne è la prova provata.

Le famiglie “sfiduciano” il governo e l’opposizione Una su cinque si dice pessimista sul futuro e sull’uscita dalla crisi di Francesco Pacifico

ROMA. In attesa del giudizio del Parlamento, Silvio Berlusconi incassa quello delle famiglie. Ed è fortemente negativo. Infatti il quarto quarto rapporto di Confesercenti e Ipso,che indaga su come gli italiani stanno vivendo la crisi, registra forti timori per una ripresa sempre più flebile e per una curva della disoccupazione che non intende invertire la rotta. Una famiglia su cinque, il 21 per cento del campione, sostiene di essere «direttamente coinvolta dalla congiuntura negativa». E di conseguenza, dice di essere vittima di tutte le conseguenze negative che l’attuale stato dell’economia comporta.

Ma a ben guardare, questa tendenza non sembra basata soltanto su un’analisi del ciclo economico, abbastanza dinamico nella prima parte dell’anno e via via in fase di rallentamento. E infatti l’ultimo rilevamento sulla fiducia dei consumatori dell’Isae – solitamente basso – dopo essere sceso a ottobre a quota 104.1, a settembre è salito a 107.2. E non è meno emblematico che l’Istat abbia registrato una dinamica salariale (+2,3 per cento il tendenziale a luglio) comunque superiore all’inflazione reale. Spiega Renato Mannheimer, che ha curato lo studio: «C’è una grande preoccupazione permanente sulla crisi. Gli indicatori economici dicono che il peggio è passato, ma ai cittadini questa percezione non è arrivata. Dai dati emerge un segnale di sfiducia verso le istituzioni nel loro insieme». Perché dietro ai timori delle famiglie c’è soprattutto l’assenza di una classe dirigente capace di portare il Paese fuori dalle sacche della crisi. Accusata innanzitutto di non essere in grado di presentare un modello di sviluppo alternativo. Stando alle rilevazioni dell’Ipso per Confesercenti, cresce settimana dopo settimana il pessimismo verso il governo, ma anche verso l’opposizione così come verso tutti gli attori sociali indipendentemente che siano «imprese, sindacati, enti locali, banche». «La sfiducia», sottolinea Renato Mannheimer, «è generalizzata, ma durante la crisi si è accentuata. E la grande maggioranza degli italiani è pessimista, sfiduciata, preoccupata. Quindi, il quadro generale è ancora problematico. È seppure non mancano guizzo di ottimismo, c’è ancora molto da fare, soprattutto sull’occupazione».

Se ottobre del 2009 il 31 per cento del campione intervistato si diceva convinto che l’operato del governo era riuscito a limitare la crisi, a settembre di quest’anno soltanto il 23 per cento delle famiglie è convinto che a Palazzo Chigi ci si stia muovendo nella giusta direzione. Come detto le cose non vanno meglio per l’opposizione. Soltanto l’11 per cento del campione è convinta che sia l’ultimo freno contro la deriva dell’esecutivo o possa rappresentare una valida alternativa quando si tornerà alle urne. Cala anche l’autorevolezza di sindaci, presidenti di Provincia e governatori, i politici che hanno più rapporto diretto con il territorio. Tra settembre del 2009 e settembre 2010 il loro grado di fiducia passa dal 26 al 22 per cento. Resta basso anche l’appeal dei sindacati, che anche per lo scontro con la Fiat sul rilancio dello stabilimento di Pomigliano, vedono il consenso fermo da un anno al 15 per cento. E se le associazioni di rappresentanza delle piccole e medie imprese sfiorano il 20 per cento, la maglia nera la conquistano le banche con il 14 per cento, con un crollo secco di cinque punti negli ultimi sette mese. Non è un caso che a sentirsi sconfortati sono proprio le fasce di popolazione più colpite dalla congiuntura: i diplomati e laureati da un lato, i giovani fra i 18 e i 34 anni che faticano a entrare nel mondo del lavoro (o ne sono stati estromessi), dall’altro.

Confesercenti registra il calo dell’autorevolezza di partiti, sindacati e imprese. Venturi: fare insieme le riforme

Di conseguenza, è difficile progettare il futuro. Infatti a domanda su quando cambierà il quadro, il 67 per cento del campione dice di aspettare il 2011 per qualche miglioramento. Infatti soltanto il 30 per cento si aspetta un inversione di rotta più netto. Marco Venturi, presidente di Confesercenti nota che «il calo di fiducia non è il solo segnale negativo. Va aggiunto il fatto che la gran parte degli italiani non crede che la crescita nel 2011 sarà significativa e vigorosa». Di conseguenza, «si deve elevare la qualità del confronto politico e sociale se non vogliamo sprecare altri preziosi mesi.Va usata innanzitutto la leva fiscale: si parla di aumenti consistenti delle addizionali per l’anno prossimo, ma noi ne chiediamo il blocco se non si vuole provocare una nuova gelata dell’economia e dei consumi. Si taglino piuttosto altri sprechi e le troppe spese inutili».


panorama

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Secondo l’Istat, il prodotto interno si è ridotto del 5,8% nel Settentrione e del 4,3% nel Mezzogiorno

Se la crisi pesa di più sul Nord I dati sul Pil del 2009 rovesciano un luogo comune legato alle difficoltà del Sud di Gianfranco Polillo a sorpresa di un Mezzogiorno che soffre meno del resto d’Italia, per effetto della crisi, è solo apparente. Gli ultimi dati Istat sulla distribuzione del reddito, tra le varie regioni d’Italia, mostrano una performance migliore del profondo Sud rispetto ai più blasonati – in termini di sviluppo – territori italiani. Anticipazioni del fenomeno erano già contenute nell’ultimo rapporto della Svimez. L’Istat ne conferma la sostanza anche se sposta ulteriormente le lancette a loro favore. Rispetto a una previsione iniziale, che segnava una caduta del Pil del 4,5 per cento, l’asticella si posiziona ora al meno 4,3 per cento. Il Centro Nord, invece, perde un altro 0,1 per cento; passando dal meno 5,2 a meno 5,3 per cento. La differenza netta cresce di conseguenza: dallo 0,7 per cento ad un punto tondo di Pil. Al di là delle differenze, tuttavia, la notizia è degna di nota. È anche l’inizio di un possibile riscatto?

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due parti dell’Italia era stato più o meno simile con un effetto positivo sui più generali equilibri economici e finanziari. L’Italia, nel suo complesso, era cresciuta leggermente meno dei suoi partner comunitari, ma le differenze erano state minori, rispetto alla fase seguente. A cavallo del 2003 si è prodotta, quindi, una frattura che ha determinato un cambiamento nel ritmo di marcia. Gran parte del fenomeno è riconducibile al rilancio del manifatturiero. Nel Centro

Nord le industrie hanno iniziato un faticoso processo di riconversione produttiva. Hanno conquistato nuove posizioni di mercato e visto crescere la componente export sui grandi aggregati macroeconomici. Il Mezzogiorno è rimasto, sostanzialmente, al palo. Le poche industrie non hanno avuto le stesse possibilità. La selezione del credito ed il suo cronico sbilanciamento, unita ai mali storici di quelle Terre, hanno fatto la differenza. Oggi il pendolo ha mutato direzione. Ma le cause, paradossalmente, sono sempre le stesse. Il Centro Nord soffre più del Mezzogiorno a causa di una crisi che ha colpito soprattutto il manifatturiero. La caduta della domanda internazionale, nel corso di tutto il 2009, ha frenato le esportazioni determinando un vero e proprio crollo del valore aggiunto prodotto. Le percentuali sono a due cifre: da un minimo del 13,5 (Nord Ovest) ad un massimo del 14,9 (Nord Est). Vanno, invece, relativamente meglio le cose nel Mezzogiorno che scende solo – si fa per dire – dell’11,9 per cento. In sofferenza tutte le famiglie italiane, costrette dalla crisi, a contrarre i consumi. Ma quelle del Mezzogiorno sono le più penalizzate con una percentuale quasi doppia, mentre i morsi della disoccupazione, se si esclude il Centro, galvanizzato dalla presenza della Roma mi-

Questa corsa a «chi perde di meno» non ha comunque rimesso la ricchezza del Paese in equilibrio

Occorre cautela. La sfida, almeno, nel 2009 è stata al ribasso: chi perde di meno. Al tempo stesso non compensa le cadute degli anni precedenti. Non si dimentichi che dal 2003 al 2008 l’economia del Mezzogiorno è cresciuta a un ritmo che è stato pari ad un terzo del centro-nord. Inevitabile destino? Mica tanto. Negli anni precedenti – dal 1996 al 2002 – il tasso di crescita tra queste

nisteriale, si distribuiscono in modo relativamente uniforme. Ciò che invece fa la differenza e spiega in definitiva la migliore performance del Sud è la crescita della produttività. Un dato che dovrebbe far riflettere la Lega e il suo ostentato antimeridionalismo.

Un secondo elemento conferma, invece, una dinamica che si era già affermata negli anni precedenti. Il Pil pro capite del Mezzogiorno è continuato ad aumentare. O meglio: è diminuito molto meno rispetto al Centro Nord. Questo significa che certe differenze, seppure a passo di tartaruga, stanno diminuendo, al punto da delineare una tendenza che si manifesta tanto nella buona che nella cattiva sorte. Come giustificare il fenomeno? La spiegazione è semplice e si chiama emigrazione. Il fenomeno dell’abbandono, alla ricerca disperata di una prospettiva di vita, continua incessante. Sono soprattutto i giovani che si spostano, sia in Italia che all’Estero, nella speranza di avere un posto di lavoro. Diminuisce, pertanto, la popolazione residente, mentre aumentano le rimesse degli immigrati a favore dei nuclei familiari che restano. È una caso si solidarietà che, purtroppo, non è insolito nella storia d’Italia. L’hanno patito, seppure in forme diverse, intere generazioni. Si sperava che, prima o poi, avesse termine. Ma, a quanto sembra, la guerra continua.

Ritratto. È morto Ezio Foppa Pedretti, fondatore di una delle più popolari aziende italiane

L’uomo che riportò il legno a casa di Alessandro D’Amato

ROMA. È stato il fondatore di uno dei più importanti gruppi di mobili in legno italiano. Ezio Foppa Pedretti, cavaliere del lavoro e grande ufficiale al merito, è morto due giorni fa, a 83 anni, nella clinica Humanitas Gavazzeni di Bergamo dove era ricoverato. Ezio e il fratello Tito nel 1945 avevano creato la «Fabbrica Giocattoli dei Fratelli Foppa Pedretti», a Telgate, nel bergamasco. I loro oggetti in legno avevano riscosso un successo crescente fino alla diffusione della plastica negli anni Sessanta. Ma Foppa Pedretti non si è perso d’animo e, per far sopravvivere l’azienda, è passato dai giochi ai mobili per la prima infanzia come seggioloni e lettini. Era la prima volta che si usava il legno anche per questo tipo di arredi. Così, alla fine degli anni Cinquanta nasce il primo seggiolone, poi i lettini, i fasciatoi, gli arredi per cameretta, fino ad arrivare, negli anni Ottanta, ai mobili per giardino e per terrazzo e agli oggetti per la casa: primi tra tutti l’asse da stiro

Asso e le scale a uso domestico. L’idea pubblicitaria che li rende famosi è «L’albero delle idee»: come scrive oggi l’azienda sul suo sito, i suoi frutti sono prodotti che si giustificano nello studio attento delle valenze del materiale legno, al fine di soddisfare, e persino anticipare, la domanda del mercato. Negli anni Settan-

Iniziò con i giocattoli, poi negli anni Sessanta, con l’avvento della plastica, riconvertì l’attività puntando su mobili e casalinghi ta/Ottanta, la piccola fabbrica si trasforma in un’industria, iniziando la produzione di arredamenti per la casa e il giardino. Foppa Pedretti ha poi fondato la Fp Technology, azienda costruita e attrezzata per le politiche ecologiche di recupero energetico e di salvaguardia ambientale. Chi lo ha conosciuto racconta che, quando la salute glielo permetteva, Foppa Pe-

dretti andava alla sede principale della sua azienda a Grumello del Monte per vedere come procedeva il lavoro. Non era solo questione di affari ma di passione per quel legno che ha accompagnato tutta la sua vita.

Oggi l’azienda è portata avanti dai figli e dai generi. Luciano Bonetti, marito di Pinangela, è l’attuale amministratore delegato della società. La FoppaPedretti, la cui sede principale è a Grumello del Monte, occupa 250 dipendenti (più 300 di indotto), fa 75 milioni di euro di fatturato . Nel 2001 è stata classificata dal Corriere della Sera al terzo posto per «forza del marchio» tra tutti i brand italiani. Il successo del marchio è andato di pari passo con l’esplosione della pallavolo femminile a Bergamo che, con la storica sponsorizzazione, ha dettato legge in campo nazionale e non. La Volley Bergamo Foppa Pedretti ad aprile 2010 ha vinto il suo settimo titolo europeo.


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Nell’Uttar Pradesh va in scena una disputa legale che ricalca uno scontro religioso millenario. Fra i discepoli di Maometto e i fedeli dell’hindutva a settima reincarnazione di Vishnu è rappresentato sempre armato di arco e frecce. Non sono strumenti di lotta contro altri uomini, ma iconografia della caccia: l’uomo, nella natura, è auto-sufficiente e perfetto. Sul capo ha una corona intarsiata, forgiata su più strati: è il simbolo della sua natura regale, e ricorda che in vita egli fu un re potente e amato. L’uomo che con il suo regno fece scaturire l’età dell’oro, ma che morendo ha lasciato al mondo l’età dell’argento: caratterizzata dall’apparizione del vizio, dà inizio al decadimento dell’umanità. Rama è tutto questo, e anche di più, per circa 900 milioni di induisti sparsi per il mondo. Dall’altra parte c’è il Profeta, innalzato al cielo su un cavallo alato per ascoltare e trascrivere la lezione di Allah. Dalla sua ha l’infinita misericordia degli uomini religiosi, un miliardo circa di fedeli e una lezione improntata sul rispetto, anche armato, dei precetti dell’islam. Oggi, i due si danno battaglia in tribunale: sembra un paradosso, ma è così. Conviene partire dall’inizio, e dipanare con calma questa storia.

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Tutto nasce a Ayodhya durante il periodo noto come Rig Vedico; secondo il calendario gregoriano, siamo nel 1450 avanti Cristo; il calendario islamico, ovviamente, non è stato ancora inventato. Il Ramayana - il “viaggio di Rama”, uno dei poemi epici più amati della cultura indiana - fa risalire a questo periodo la nascita del figlio primogenito di Kausalya e Dasharatha, re di Ayodhya. Il giovane Rama – conosciuto con diversi nomi – inizia il suo cammino mortale con una perfetta aderenza al dharma, l’insegnamento della perfezione indù. Durante uno scontro dinastico, tuttavia, è messo davanti a un bivio importante e doloroso; viene chiamato a scegliere fra il trono e l’onore del padre. Riconoscendo in questo momento l’avatar di Vishnu, sceglie come il grande Dio la strada dell’esilio, durante la quale lotterà contro il potente Ravana, signore di Lanka, per riottenere la moglie Siva da questi rapito. Nei quattordici anni di esilio, Rama

Ayodhya, o la guerra tra Rama e Allah di Vincenzo Faccioli Pintozzi incontra Hanuman, la personificazione di saggezza, devozione, fede), giustizia, onestà e forza; questo si manifesta nel suo incrollabile impegno per la giustizia, impeccabile esecuzione degli incarichi che gli sono affidati, e infallibile talento nel servire il suo padrone prescelto. Il suo indispensabile ruolo nel riunire Rama con Sita è accostato da alcuni a quello di un maestro che aiuta l’anima individuale e scoprire il divino; sebbene per i non induisti potrebbe sembrare strano venerare una scimmia, ciò si spiega nella venerazione per gli attributi inumani che rappresenta. Non c’è benedizione che non possa concedere: Sita gli garantì il potere di concedere gli otto siddhi e nove tipi di ricchezza; tuttavia anche questo impallidisce dinanzi al do-

no più grande che si può ricevere da lui: le incredibili qualità di elevazione spirituale per cui Hanuman stesso è famoso. Si dice anche che mentre Rama agisca per spirito di giustizia, Hanuman agisca per compassione. Il suo sacrario sorge accanto a quello di Rama, ad Ayodhya. E questo dovrebbe bastare per quanto riguarda la parte indù. La storia musulmana è più recente, ma non meno appassionante. Nel 1527 dopo Cristo, l’imperatore musulmano Babar arriva alle porte della città dalla sua capitale, Farghana, e si scontra con il re indù Rana Sangram Singh. Dopo una lunghissima battaglia, in cui vengono sacrificati decine di schiavi ad Hanuman, i musulmani hanno la meglio: l’impero moghul sta per vedere la luce e l’islam forgia guerrieri feroci e determinati.

Mir Banki, primo generale di Babar, viene nominato vicere e rimane sul luogo per controllare la popolazione e diffondere il credo dei moghul. A Mir

In questo luogo è nato, durante il settimo anno del regno di Dasaratha, una delle figure più venerate del primo Pantheon induista. Sempre qui, nel quindicesimo secolo, si sono stabilite le prime comunità musulmane dell’India. Dopo aver convissuto in pace per 300 anni, le due religioni si sono affrontate duramente per stabilire il predominio locale

Banki manca un posto centrale da cui far partire l’opera di conversione della zona, centralissima, di cui gli islamici hanno bisogno per tenere in pugno il Paese. Ed ecco che nasce la Babri Masjid, che nel nome porta la crasi del nome dell’imperatore. Gli indù prendono in un primo momento molto male la costruzione del luogo di culto musulmano, il più grande dell’epoca, ma le armi dei moghul fanno tacere ogni protesta.

Tuttavia, questa tensione dura poco. Nel 1767, il sacerdote gesuita Joseph Tieffenthaler scrive: «Indù e musulmani celebrano insieme una festività nota come Ramanavami nel complesso della moschea. Gli islamici pregano all’interno della Babri, mentre i fedeli dell’hindutva hanno eretto un complesso all’esterno dove offrono sacrifici e compiono i propri riti». La testimonianza è confermata da una petizione inviata al governo britannico dal muezzin della moschea, che per chiedere maggiore terra scrive: «Sono secoli che viviamo in pace con gli indù. Nel nostro cortile, essi pregano liberamente; nessuno si offenderà se ci verrà concessa questa poca terra in più». E in effetti, per tre secoli la zona diventa un santuario della cooperazione e della convivenza religiosa. Schiacciati dal dominio inglesi, gli indiani si uniscono sotto il pensiero panteista dell’hindutva e accettano la presenza dei musulmani, ai quali perdonano l’invasione compiuta dal generale moghul. Come molte altre cose nella storia dell’umanità, è nel XX secolo che le cose precipitano. Nel 1990 il Vishva Hindu Parishad (o Vhp, Congresso mondiale indù) e il Bharatiya Janata Party (Bjp) indicono uno speciale pellegrinaggio con l’intento di arrivare ad Ayodhya il 30 ottobre in occasione di una festa indù. La marcia avviene attraverso vari Stati tra grandi problemi di ordine pubblico. La


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Nel 1992 la battaglia ha preso di mira la Babri Masji, una delle moschee più venerate dell’islam del subcontinente. Gli indù fondamentalisti, fomentati dai nazionalisti del Bharatiya Janata Party, hanno dato fuoco al luogo di culto e massacrato i fedeli presenti. Nelle violenze successive sono morte circa quattromila persone processione arriva ad Ayodhya durante la Parikrama, con tensioni e scontri con la polizia, estremisti assaltano la moschea senza riuscire a demolirla.Tra settembre e novembre, negli scontri muoiono quasi 600 persone. Nel luglio del 1992 il Vhp fissa per il 6 dicembre una nuova cerimonia. La mattina del 6, dopo qualche intervento di politici, gruppi estremisti danno l’assalto alla moschea: tra le 15 e le 17, le tre cupole crollano sotto gli occhi delle telecamere, senza che la polizia intervenga.

La notte stessa, un tempietto provvisorio viene collocato nell’area. Il giorno dopo, il governo centrale scioglie i governi di quattro stati guidati dal Bjp, arresta per qualche giorno i leader di Bjp e Vhp e mette al bando i gruppi radicali indù e musulmani. Nelle agitazioni che seguono, tra il 6 e il 13 dicembre muoiono 1200 persone. Tra il dicembre 1992 e il gennaio 1993, Mumbai è teatro di gravi disordini: il numero complessivo è di 2mila vittime, soprattutto musulmani.

Una Commissione di inchiesta - ordinata alla fine del 1992 dall’ex premier P.V. Narasimha Rao - e guidata da Liberhan sta per presentare i suoi risultati; allo stesso tempootto leader del nazionalista Bjp, compreso il suo presidente L.K. Advani, sono sotto processo di un tribunale speciale dell’Ufficio centrale investigativo.

Le accuse finali contro Advani e gli altri sette compagni di partito sono state formulate solo lo scorso 28 luglio.Tra le accuse si elencano la diffusione di frenesia collettiva e l’incitamento alla rivolta e a crimini. Nessuno sa quando il caso potrà concludersi.L’inchiesta giudiziaria sulla distruzione della moschea di Babri e i seguenti scontri tra musulmani e indù è una delle più lunghe dell’India. Osservatori in India avvertono

che, con testimonianze raccolte tra membri del Bjp e del Congress e del Rashtriya Swayamsewak Sangh (Rss, braccio armato del Bjp), i risultati potrebbero rivelarsi una “vera e propria bomba”. Secondo fonti interne alla Commissione, diversi leader del Bjp rischiano di essere colpiti dal rapporto Liberhan. «La sfida reale - dichiara un membro della Commissione - è non solo spiegare il perché e come sia stata possibile la distruzione della moschea, ma anche identificarne i responsabili». La Commissione ha sentito l’ultimo testimone ad agosto: si trattava di Kalyan Singh, governatore dell’Uttar Pradesh al tempo dell’incidente, allontanato subito dopo dalla carica. Ritardi burocratici e una scarsa collaborazione dai testimoni chiave sono tra le cause dei lunghi tempi di questa inchiesta. Che potrebbe concludersi fra oggi e domani, quando la Cor-

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Donne di religione indù osservano le colonne del tempio che è stato dedicato al Dio Rama, una delle tre principali divinità della loro religione. Subito dopo il rogo della moschea Babri Masji (foto in basso), i nazionalisti edificarono un tempio provvisorio al Dio. Questo, ora, sta per diventare il più grande di tutta l’India. Nella pagina a fianco, il Dio scimmia Hanuman omaggia Rama, che gli appare per ordinare un lungo periodo di prosperità per tutta l’umanità. Questo, conosciuto come età dell’oro, durerà per 2 millenni

te Suprema indiana deciderà di chi è la terra su cui hanno mosso i primi passi uno degli Dei più venerati dell’India e i primi esponenti dell’islam del subcontinente. Qualunque sarà la sentenza finale, Delhi teme moltissimo le reazioni della popolazione. Attualmente, sono circa 180mila gli uomini in tenuta anti-sommossa dislocati nell’area dove, un tempo, sorgeva la moschea; mentre i leader religiosi, quanto meno a favore di telecamere, invitano alla calma i propri fedeli. Ma sarà difficile tenere a bada le due comunità, impegnate da decenni in uno scontro più profondo che riguarda l’anima più pura dell’India.

Un’anima divisa fra la modernità e la voglia di tradizione, fra la “purezza”predicata dai fanatici dell’hindutva e il proselitisimo da compiere a filo di scimitarra con cui i fondamentalisti dell’islam hanno scelto di presentarsi al mondo. Quello che è certo è che Ayodhya resisterà, anche alla follia delle perversioni di chi ha preso la religione e l’ha trasformata in un’arma affilata con cui dipingere colori di guerra sui volti di chi non prega al tuo stesso modo. Perché in quel luogo si sono incrociate tolleranza e rispetto, vere anime della potenza intrinseca nel luogo. Fattori troppo forti per pensare che possano essere sconfitti da una sentenza o da uno scontro di piazza. Certo, oramai la zona è sinonimo di violenze sanguinose: e molte, troppe famiglie portano nel ricordo un proprio caro morto in maniera atroce durante la furia devastatrice di chi voleva riaffermare la propria predominanza sulla culla di Rama. La speranza è che la lezione del Dio non venga dimenticata da chi lo adora da millenni.


mondo

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Russia. Pugno duro del Cremlino contro lo “zar” della capitale, che paga gli scandali e una mossa politica (troppo) azzardata

La purga di Medvedev Il presidente russo caccia Yuri Luzhkov, il sindaco di Mosca. E “assedia” Putin di Luisa Arezzo ul sindaco di Mosca, l’ultima parola l’ha detta Medvedev. Ed è stata definitiva: «Iuri Luzhkov non gode più della fiducia del presidente della Federazione Russa» e dunque - dopo 18 anni di “regno”ininterrotto - viene licenziato. Al suo posto, in via transitoria, è stato nominato il suo vice: Vladimir Resin. Con un decreto inviato da Shangai dove è in visita ufficiale - il riformatore del Cremlino ha chiuso un capitolo della storia russa, ha silurato un nemico e nella solita ambiguità che contraddistingue i loro rapporti, per cui si stentano a distinguere i momenti di vera tensione da quelli di sintonia e gioco delle parti - mandato un messaggio forte e chiaro a Vladimir Putin. Sul primo cittadino di Mosca decide lui, come si è premurato di far sapere con una dichiarazione ufficiale nel tardo pomeriggio di ieri. Che il 74enne Luzhkov fosse finito sulla graticola del Cremlino era chiaro

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da settimane e i dissidi con Medvedev erano nati dopo che lo zar di Mosca (così era chiamato da tutti) aveva tentato di dividere il tandem Putin-Medvedev con un editoriale sulla Rossiiskaya Gazeta, quotidiano ufficiale del governo, in cui criticava lo stop del Cremlino alla costruzione dell’autostrada Mosca-San Pietroburgo, un

però l’ultima di una lunga serie e sarebbe miope non sottolinearlo: il giovane presidente, infatti, sta conducendo un’offensiva sempre più serrata: ha licenziato governatori (putiniani), ripreso ministri che si permettevano di ignorarlo, cacciato generali e comandanti della polizia (fra gli altri il capo della polizia di Mosca Vladimir Pro-

La mannaia del Cremlino è già scesa nei mesi scorsi su generali, governatori e ministri. Tutti rigorosamente putiniani progetto fortemente criticato dagli ambientalisti e bloccato durante l’emergenza dei roghi, raro segno di ascolto dell’opinione pubblica della leadership russa forse da attribuire al calo che il Presidente, insieme al Premier, aveva subito la scorsa estate nei sondaggi. Roghi, peraltro, che il sindaco aveva visto da lontano (era in vacanza). Una disattenzione verso il popolo mal digerita dal Cremlino e sbeffegiata pubblicamente da Putin. Ufficialmente, però, la decisione presidenziale è figlia dell’alto livello di corruzione e nepotismo che da anni circola nelle stanze del sindaco. E certamente non c’è velina che faccia menzione dei bastoni fra le ruote che, regolarmente, Luzhkov (fedelissimo di Putin, anche se ieri si è dimesso da Russia Unita, il potente partito del primo ministro) metteva fra i piedi di Medvedev. La mannaia sul sindaco, è

nin, fedelissimo di Luzhkov) in una purga che in pochi mesi ha fatto più vittime di quante ne avesse fatte Putin in otto anni di presidenza.

Ha poi ordinato la riforma del ministero dell’Interno (18 alti funzionari silurati in pochi giorni fra generali e capidipartimento, oltre a 20 dirigenti del servizio federale dei penitenziari), con drastici tagli e punizioni per i poliziotti corrotti. Ha chiesto una riforma della giustizia, ha piazzato uno dietro l’altro i suoi uomini nei ministeri, si è scontrato con i putiniani di Russia Unita nella Duma. E soprattutto, meno di un anno fa, ha attaccato le corporazioni statali, quelle megaholding che Putin ha trasformato in roccheforti economiche del consenso, minacciandole di demolizione e lanciando (con un saggio pubblicato sul giornale online d’opposizione Gazeta. ru, dal titolo «Avanti Russia») un manifesto di «modernizzazione» violentemente critico verso il regime da lui stesso guidato: corruzione, assenza di democrazia, arretratezza, economia troppo dipendente dal petrolio, burocrazia asfissiante, giustizia usata come manganello dal potere. Ovvero le linee guida della gestione Luzhkov. Rimasto l’ultimo dei dinosauri sopravvissuti al crollo dell’Urss, Yuri Luzhkov ha governato Mosca per un periodo record di 18 anni, trasformando la più grande capitale d’Europa da una città grigiamente sovietica in una moderna metropoli lussuosa. Noto per la sua

inseparabile coppola, la sua passione per l’apicoltura e lo sport (tennis in particolare), la sua energia e il suo stile populista, ha fatto breccia in modo trasversale tra i moscoviti, creando una sorta di welfare cittadino per i meno abbienti, e ha garantito un sostanziale equilibrio tra gli interessi dei clan al potere. Ma la lista dei suoi nemici si è progressivamente allungata negli ultimi tempi. Nato a Mosca nel 1936 e cresciuto nella capitale, Luzhkov si diploma all’istituto Gubkin del petrolio e ricopre vari posti amministrativi in industrie chimiche. Nel 1968 entra nel partito comunista e nel 1977 nel Mossovet, il consiglio comunale di Mosca. Il grande salto nella politica nazionale risale al 1992, quando viene nominato sindaco di Mosca dall’allora presidente Boris Eltsin al posto dell’includente Gavriil Popov. Una delle sue prime mosse è la decisione di ricostruire la grande cattedrale di Cristo Salvatore dov’era e

na, diventata durante i quattro mandati del marito la terza donna più ricca del mondo (con tanto di copertina su Forbes) e la prima in Russia, grazie anche ai lucrosi contratti nel settore delle costruzioni della capitale.

Una first lady molto potente ma poco amata, che ha attirato sul sindaco non poche accuse e sospetti. Riconfermato nel 1996 e nel 1999, Luzhkov si mette contro Eltsin e tenta la scalata al Cremlino in concerto con l’allora premier Ievgheni Primakov, fondando il partito Otiecistvo (Patria). Ma l’ascesa di Vladimir Putin, prima come premier e poi come presidente, seppellisce le sue ambizioni. Rieletto nel 2003 con il 75% dei voti, lo zar di Mosca diventa uno stretto alleato di Putin, che nel 2007 proroga di altri quattro anni il suo mandato. Il suo potere nel frattempo cresce, facendogli accumulare cariche: membro del consiglio di Stato presso il presidente russo, rap-

Elena Baturina, la donna che sposa in seconde nozze nel 1991, sotto i suoi quattro mandati diventa la terza donna più ricca del mondo com’era, dopo la distruzione staliniana degli anni Trenta: un’ iniziativa che esemplifica i suoi successivi progetti, sempre grandiosi, costosi e spesso incuranti dei costi o dell’eredità architettonica della vecchia Mosca. Nel 1991 si sposa in seconde nozze con Elena Baturi-

presentante della Russia nella Camera delle regioni del congresso delle autonomie locali e regionali dell’Europa, membro della commissione bilancio del Senato, co-presidente del consiglio supremo del partito putiniano Russia Unita e professore honoris causa dell’Accade-


mondo

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Mosca saluta come “formidabili” i rapporti fra i due Paesi

Quella strana luna di miele con Pechino La sintonia di vedute non c’entra nulla, è solo un accordo commerciale. Di miliardi di euro di Antonio Picasso ll’inaugurazione dello stand russo all’Expo di Shanghai, Dimitri Medvedev ha dichiarato che le relazioni fra Mosca e Pechino non sono mai state così buone. «I nostri due Paesi non si limitano a essere due ottimi vicini, ma anche due partner strategici», ha detto il leader del Cremlino. In realtà le parole di Medvedev hanno un sapore più tattico e ricollegabile sia alla congiuntura economica mondiale odierna sia agli eventi che, in questi ultimi giorni, hanno visto i due Paesi protagonisti. La dichiarazione fa seguito all’accordo firmato nella capitale cinese fra i vertici della Gazprom, Alexey Miller, e della China National Petroleum Corporation (Cnpc), Jiang Jiemin. Sulla base degli scambi in materia energetica stabiliti in precedenza, il nuovo documento rappresenta la formalizzazione di nuovi parametri commerciali chiave per le future forniture di gas russo sul mercato cinese, attraverso la via occidentale. Miller e Jiemin hanno siglato un memorandum di intesa in cui sono messi in calce tempi e volumi per l’inizio delle esportazioni, il livello di take or pay, il termine per l’aumento della fornitura, e la data di scadenza dei pagamenti garantiti. Nella fattispecie, la firma del contratto di esportazione è prevista per metà 2011, mentre nel 2015 cominceranno le forniture vere e proprie. In base all’accordo raggiunto, la durata del contratto sarà di trent’anni, mentre il volume dell’offerta sarà di 30 miliardi di metri cubi all’anno. Last but not least, Cnpc e Gazprom hanno firmato inoltre un protocollo sui risultati di un’analisi di fattibilità relativa a progetti di trattamento del gas e di chimica del gas. Lo studio verrà condotto congiuntamente. Si tratta di un’opzione aperta per la creazione di impianti chimici in territorio russo, connessi ai quantitativi di gas esportato.

A

dandogli la possibilità di rassegnare le dimissioni di motu proprio. Ma Luzhkov non ha ceduto, e mentre tutti le attendevano lunedì ha detto: «Non mi dimetterò mai».

Sopra, l’ex sindaco di Mosca Yuri Luzhkov licenziato - dopo 18 anni di governo della capitale - dal presidente Medvedev (a sinistra). A destra, la potentissima moglie del primo cittadino: Elena Baturina, finita di recente sulla copertina di Forbes per le sue immense ricchezze. In basso: Vladimir Putin

mia delle Scienze russe, dell’università statale di Mosca e di un numero imprecisato di atenei stranieri. Un mondo costruito con tenacia e fedeltà e che ieri è andato in frantumi nel peggiore dei modi: una lettera di licenziamento. Un’umiliazione a cui Medvedev voleva sottrarlo (gli ha dato 10 giorni di tempo, trascorsi in Austria dal primo cittadino moscovita)

Forse sperava ancora di poter resistere fino alla fine del suo mandato (che sarebbe scaduto l’anno prossimo), in fin dei conti Putin non si era mai espresso pubblicamente al riguardo e in molti lo vedevano al suo fianco. Ma così non è stato. E adesso, benché lui abbia già detto di voler restare in politica, è probabile che gli venga revocata la carica che ricopre in seno a Russia Unita perché - parole di Medvedev «Una decisione presa dal presidente non può che essere sostenuta dal premier». Nei prossimi giorni, con la presentazione della rosa dei nuovi candidati, vedremo da che parte penderà la bilancia. Al momento il toto sindaco fa i nomi dei vicepremier Serghiei Sobianin, Serghiei Ivanov e Igor Shuvalov, del ministro della protezione civile Serghiei Shoigu, del vicecapo dell’amministrazione presidenziale Aleksandr Beglov e del tesoriere del Cremlino Vladimir Kozhin. Un’ultima curiosità: la legge grazie alla quale Medvedev ha potuto licenziare il potente avversario è stata voluta da Putin nel 2004 quando, ancora al Cremlino, decise di affidare alla figura presidenziale la nomina dei governatori e sindaci, sottraendola alla volontà popolare.

to - è meramente strumentale. Ai tempi della guerra fredda, i due regimi comunisti raggiunsero momenti di alta tensione. Le due ideologie non seppero mai marciare allo stesso passo. Mosca pretendeva che Pechino le facesse da gregario. Entrambi i governi, pur nella loro essenza rivoluzionaria, non riuscirono ad abbandonare le rivali ambizioni imperialistiche nel continente asiatico. Questo provocò scontri armati di bassa intensità, negli anni Sessanta, lungo i 4.300 chilometri di confine che separano le due superpotenze. Ma soprattutto gli attriti congeniti sino-russi furono la causa dell’avvicinamento della Cina di Mao verso gli Stati Uniti del tandem Nixon-Kissinger. Una mossa, questa, adottata per fare dispetto all’Unione Sovietica di Breznev. Oggi siamo ben lontani dalle scaramucce di frontiera e dagli sgarbi diplomatici di allora. Proprio dodici mesi fa, il Primo ministro russo, Vladimir Putin, firmava a Pechino un accordo commerciale di 3,5 miliardi di euro, che prevedeva collaborazioni di ampio respiro. Questo ha permesso di raggiungere quota 80 miliardi di euro, in termini di scambi economici bilaterali. La partnership era finalizzata, tuttavia, al risultato ottenuto l’altro ieri. È evidente che entrambi i governi stiano cercando di colmare gli spazi offerti dagli Usa, che arrancano sotto il peso della loro crisi economica. Una visione ulteriormente comune può essere rintracciata nello sfruttamento delle risorse nell’Artico, dove entrambe le potenze mirano per soddisfare le proprie necessità di gas e petrolio. La Cina dimostra un dinamismo al quale può tener testa solo l’India; e non unicamente sul quadrante asiatico. La Russia, a sua volta, prosegue con la sua politica di potenza tradizionale in termini geografici, ma del tutto innovativa per quanto riguarda la strumentazione adottata. È congenito nel governo del Cremlino l’atteggiamento da Giano bifronte assunto da Mosca, mantenendo aperti i canali verso l’Occidente e, al tempo stesso, quelli agli estremi dell’Asia. Gazprom, ancora una volta, rappresenta l’ariete di sfondamento di questa strategia. La big oil russa fornisce idrocarburi all’Europa e continuerà a farlo una volta aperti Northstream e Southstream. A meno che il progetto Nabucco non vada in porto. Allo stesso modo, sarà una pipeline di 70 chilometri a permettere l’ingresso della potente Russia anche sui mercati cinesi. Tutto questo però non implica che tra Mosca e Pechino sia nato l’idillio, come invece Medevedev vuole far credere.

Ai tempi della guerra fredda, i due regimi comunisti raggiunsero momenti di alta tensione. Le due ideologie non marciarono mai allo stesso passo

Vista come conseguenza di questa partnership, la frase di Medvedev si riduce quasi a una dichiarazione di circostanza. Il Presidente russo infatti non poteva che dimostrarsi entusiasta a Shanghai. Del resto la Cina resta assetata di idrocarburi per mandare avanti i suoi motori industriali. La Russia, a sua volta, sta cercando di rianimarsi dalla crisi economica in cui è piombata due anni fa. Attualmente la Cina rappresenta il quarto attore sul mercato russo. Viceversa gli investimenti russi oltrefrontiera sono solo all’ottava posizione. L’amicizia strategica quindi com’è stata definita dal capo del Cremlino, sulla base dell’ottimismo del momen-


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Gb. Miliband Jr. parla alla Conference laburista ma non convince gli analisti rima di Red Ed Miliband, i laburisti chiamavano Red Ken il vecchio Ken Livingstone, avversario indefesso di Blair, che nel 2000 fu il primo sindaco di Londra, in virtù di una riforma voluta proprio dal più longevo premier laburista (una delle tante) che per la prima volta istituiva la figura del sindaco della capitale. Due anni fa Red Ken perse le elezioni comunali contro il conservatore Boris Johnson, ex direttore di The Spectator e autore di successo di libri che cantano le gesta di Roma antica. Sarà un caso, ma nei giorni in cui Red Ed Miliband cavalca le onde della popolarità politica, Red Ken Livingstone è stato designato dal Labour come proprio candidato alla carica di sindaco di Londra. «La nuova generazione salita al potere» di cui Red Ed ha parlato ieri, intervenendo al congresso laburista di Manchester, punta sul sessantaseienne Livingston (più vecchio di molto degli stessi Blair e Brown) per riconquistare la poltrona più ambita di Londra. Di questi paradossi si tinge oggi la nuova era inaugurata da Ed Miliband, che promette sorprese a partire dai prossimi giorni, quando il nuovo leader insedierà il suo governo ombra. L’impressione che Red Ed ha dato, parlando dal palco della Conference di Manchester, è che la sua operazione consista essenzialmente nel prendere il prefisso “new” che Blair e Brown avevano voluto per il loro Labour, e piazzarlo davanti a “generation”, la parola più pronunciata nel suo discorso. Né il primo discorso da segretario, né l’articolo apparso sul Sunday Telegraph qualche giorno fa, aiutano a capire cosa vuol fare questa nuova generazione al potere. È evidente che Red

P

Tutte le sbandate di Ed “il Rosso” Lo spostamento a sinistra del Partito non convince gli elettori moderati di Antonio Funiciello

scoperto il fianco sinistro, convinto che la sua supremazia nel partito sarebbe stata sufficiente a fargli vincere il congresso. Così non è stato, ma non perché il Labour si sia spaccato, come pretendono di sostenere alcuni. Tra gli iscritti e i parlamentari laburisti, David è risultato il preferito ma, franando nei consensi tra i sin-

Il nuovo segretario si è detto contrario ai tagli indiscriminati, senza spiegare però dove trovare le risorse necessarie all’economia Ed sta cercando di riequilibrare il suo baricentro politico-programmatico verso il centro. Durante la campagna congressuale Ed Miliband si era spostato decisamente a sinistra, allontanandosi non solo dall’odiato Blair, ma anche dal suo padre putativo Gordon Brown. Con la vittoria del fratello David data per certa, Red Ed aveva strizzato l’occhio ai sindacati, ottenendo da loro un consenso amplissimo. Simultaneamente, David commetteva l’errore di lasciarsi

dacalisti, ha permesso al fratello di farsi sotto. E di vincere, con l’assegnazione delle seconde piazze previste dall’alternative vote che i laburisti utilizzano per eleggere il proprio segretario. Ed Miliband non potrà fare a meno di collaborare assiduamente con quei sindacati che l’hanno eletto, come non era accaduto né con Blair né con Brown. Se è normale, infatti, che il partito in questa fase gli si stringa intorno, la constituency della sua elezione resta fortemente radi-

Il Guardian lancia il tasso di “rossità”

Dai, gioca al “Red-o-Meter” Il congresso laburista scatena la fantasia dei giornali inglesi. Il Guardian, uno dei pochi giornali che, pur tra qualche riserva, ha parlato bene del nuovo leader laburista, è arrivato a inventarsi addirittura un ”rossometro” (red-o-meter) per misurare quanto è rosso Ed il Rosso. I suoi lettori possono andare sul sito del giornale e verificare quanto è moderato o massimalista il nuovo leader laburista, seguendo le oscillazione di un ago che, nel semicerchio in cui è racchiuso, passa dall’indicare il rosso intenso del posizionamento tradizionale della sinistra socialdemocratica e il bianco degli orientamenti più centristi.

Il “rossometro” del Guardian analizza Red Ed Mili-

band argomento per argomento, dalle tasse alla scuola, dalle relazioni industriali alla politica estera.

Per poi dare una valutazione complessiva del nuovo leader laburista. Quanto è rosso Ed il Rosso? Secondo il “rossometro”, Ed Miliband è complessivamente parecchio rosso. E il Guardian è un giornale amico... Le sue posizioni oscillano tra il progressismo moderato delle convinzioni in tema di politiche di bilancio al rosso intenso segnato dalle sue relazioni coi sindacati. Chissà che livelli di “rossità” raggiungerebbero nel “rossometro” del Guardian alcuni esponenti della nostra vita politica, a partire dal segretario del Partito de(af) mocratico Bersani.

cata dal consenso ottenuto nelle Trade Unions. Per quanto a parole Red Ed voglia provare ad apparire meno rosso di quanto lo si dipinge, il suo mandato politico è legato a doppio nodo a questo pesante condizionamento di partenza. Tuttavia, al di là del cerchiobottismo mostrato ieri nel suo discorso, tra un elogio del ministro dell’economia di Brown Alistair Darling e una critica netta alle sue ricette per risanare il deficit, un passaggio meglio di altri spiega l’esordio del politico Ed Miliband. Coerentemente con quanto detto durante la campagna congressuale, Red Ed si è detto favorevole al referendum per cambiare il sistema elettorale uninominale a turno unico. È il segno più tangibile che il Labour è ritornato a certe atmosfere degli Ottanta, ad anni in cui i laburisti non riuscivano in nessun modo a vincere un’elezione e, dopo tredici anni di governo conservatore, cominciavano a pensare che l’unico modo per tornare al governo fosse quello di cambiare il sistema elettorale. Una debolezza strategica a cui solo la rivoluzione del new Labour di Blair e Brown pose nel 1994 fine, per condurre i laburisti al governo tre anni dopo.

Red Ed è parso, insomma, ondivago e poco consapevole del ruolo che oggi ricopre. Soprattutto sulle sfide che da domani attendono il suo partito, col governo Cameron impegnato in gravosi tagli alla spesa pubblica, allo scopo di rimettere a posto i conti. Miliband si è detto contrario ai tagli indiscriminati, senza spiegare però dove troverebbe quelle risorse che, eliminando alcuni tagli, sarebbe comunque necessario trovare. In platea i leader delle Unions applaudivano il loro segretario ed è parso quasi che, per il futuro, sindacato e partito intendano giocare, rispettivamente, le parti del poliziotto cattivo e di quello buono, in difesa dello status quo. Non è una grande strategia per tornare a vincere. Certo, l’ostilità verso i tagli sommata alla condanna retroattiva della guerra in Iraq, permetteranno al Labour di recuperare parte dei consensi persi in favore dei liberaldemocratici. Ma è ovvio che questo spostamento dell’asse politico a sinistra renderà il partito meno competitivo nel conquistare gli elettori moderati che in passato è riuscito a contendere ai Tories. E, si sa, quale che sia il sistema elettorale, le elezioni si vincono sempre lì: al centro.


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29 settembre 2010 • pagina 17

Il terrorista sarebbe morto dopo l’attacco di un drone

Il dittatore nordcoreano Kim Jong-il rinvia l’incoronazione

Ucciso al Misri, ennesimo n° 2 di al Qaeda nell’Af-Pak

Kim Jong-un nominato generale, ma non erede

ISLAMABAD. Sarebbe stato ucciso il comandante delle milizie di al Qaeda in Afghanistan e Pakistan, lo sceicco egiziano Fateh al Misri: lo hanno riferito fonti della sicurezza di Islamabad. Il capo militare della rete del terrore di Osama bin Laden è morto sabato scorso, nell’attacco di un aereo senza pilota americano nelle zone tribali del Pakistan, al confine con l’Afghanistan. «Era il capo di al Qaeda in Afghanistan e Pakistan», ha riferito un agente dei servizi pachistani. Lo sceicco Fateh avrebbe assunto il ruolo di comandante dei miliziani di al Qaeda nel maggio scorso, dopo la morte del numero tre di al Qaeda, l’ex tesoriere di Osama bin Laden, Mustafa Abu al-Yazid. La nomina di al Misri, un combattente in Afghanistan non affiliato con al Qaida, ha segnato un cambiamento di rotta dell’organizzazione di Osama bin Laden, che punta ad ampliare il sostegno alla guerriglia.

SEOUL. Il congresso del Partito

Anche il libico Abu Laith alLibi, ucciso da un drone Usa in Pakistan nel gennaio 2008, aveva un profilo simile: era alla guida di un gruppo di terroristi libici attivo nelle zone tribali al confine con Afghanistan e Pakistan prima di aderire al network dello Sceicco del ter-

Sakineh, i narcos e la resa dell’Occidente Perché, alla distanza, il mondo sarà dei reprobi di Mario Arpino segue dalla prima Il pensiero non può non ritornare al disperato appello con il quale direttore del quotidiano El Diario di Ciudad Juàrez, Messico, si era rivolto la settimana scorsa alle organizzazioni dei narcos, appello ampiamente commentato anche dal nostro giornale. Sono fatti talmente densi di significato che non vanno lasciati cadere come un qualsiasi episodio di cronaca. In sintesi, dopo l’assassinio recente di due collaboratori, il direttore chiedeva di mettere fine alle aggressioni verso i giornalisti e un orientamento su quello che dovrà essere il loro codice comportamentale per evitare altro spargimento di sangue. Il titolo dell’editoriale era Cosa volete da noi? In effetti, da quando nel 2006 il presidente Calderon ha dichiarato guerra ai narcotrafficanti, complessivamente il numero dei morti ha raggiunto i 28 mila, di cui gli operatori dell’informazione sono 38 (96, se si considera il decennio). Comprensibile fin che si vuole - qualsiasi buon padre di famiglia avrebbe fatto altrettanto - ma non possiamo nasconderci che l’appello del direttore suoni come una dichiarazione di resa. Anzi, lo è. Anche noi abbiamo avuto i nostri Siani e Pecorelli, le vittime della guerra di mafia, di camorra e di ‘ndrangheta. Comunque un buon numero, anche se non sono 28 mila. Ma qui nessun direttore si è arreso. Però non è questo il punto. Anzi, è solo uno spunto per dire che il mondo l’episodio Sakineh lo conferma - si sta avviando su una china che può diventare molto pericolosa, sopra tutto se la resa al nemico si allarga a valanga. Ormai è invalsa l’abitudine - sarà la paura, un effetto perverso del “dialogo”o una cultura portata dalla Carta dell’Onu - che tutti vengano a patti con tutti. Buoni e cattivi. Così non si definisce mai niente, mentre le crisi congelate finiranno per generare altre crisi e si dà l’impressione al malintenzionato che a creare problemi alla fine ci si guadagna. Nessuno vuol fare l’elogio dei Manichei, ma sembra proprio che i confini tra il bene e il male diventino ogni giorno più labili, sempre meno definiti, si allon-

tanino con lenta deriva da ogni principio dell’etica e della morale. L’imperativo sta diventando trattare sempre, patteggiare ogni cosa, raggiungere ad ogni costo un compromesso pur di evitare la resa dei conti. Senza la consapevolezza, forse, che ciò porta a un progressivo indebolimento dei“giusti”, costretti a cedere qualcosa, e a un altrettanto progressivo potenziamento dei “reprobi”, che, invece qualcosa acquisiscono. È naturale che, qualora l’operazione tenda a ripetersi, alla fine del giuoco i reprobi finiranno per prevalere. Certo, si evita forse qualche lutto nell’immediato, ma il prezzo, alla distanza, sarà la perdita della libertà e un’erosione inaccettabile dei principi sui quali si fonda la nostra cultura.

L’Occidente, come il direttore dei El Diario, sta sventolando bandiera bianca. Gli esempi di cedimento sono attorno a noi. Non voglio parlare del fenomeno del “pentitismo” e del “patteggiamento”, ma ci penso spesso. Certamente, in una visione del mondo pragmatica - ma non etica sono procedure che producono vantaggi immediati, ma la giustizia non è la sola ad avvantaggiarsene. Alla distanza, sono gli onesti a rimetterci e i reprobi a guadagnare. Anche Obama tende la mano a tutti coloro che avevano paura di Bush, ma, almeno finora, l’America si è indebolita, mentre l’Iran e la Corea del Nord sono vieppiù baldanzosi. Incoraggiati, altri ribaldi stanno ormai alzando la testa. In Iraq, Petraeus ha patteggiato con gli exbahtisti e i sunniti dell’Anbar, ma, finito l’effetto, il sangue si sparge come prima. Solo che non è più americano. In Afghanistan si sta facendo la stessa cosa con talebani, produttori di oppio, signori della guerra e capi clan: ma così sono destinati a cadere ad uno ad uno tutti i princìpi di democrazia, giustizia e diritto umanitario in nome dei quali ci atteggiamo a paladini nel mondo. Esattamente come il direttore di El Diario, che forse riuscirà a salvare dalle pallottole dei narcos qualcuno dei suoi, ma - questo invece è certo - senza volerlo ha dato il suo piccolo contribuito a uccidere la libertà.

Ormai è invalsa l’abitudine - per paura o per troppo dialogo - che tutti vengano a patti con tutti. Buoni e cattivi

rore. La strategia di Misri era orientata soprattutto a colpire in Afghanistan, anche se l’egiziano riteneva il conflitto inseparabile dalla situazione in Pakistan. In particolare, l’organizzazione tentava di impedire le intese tra il governo afghano e le forze Nato con i talebani, mirate ad isolare al Qaida ed i suoi affiliati. In questo contesto, Misri è accusato di aver pianificato gli attacchi a Lahore contro la setta Qaduani in cui hanno perso la vita 95 persone. Misri è considerato responsabile anche dell’assalto del 2 luglio scorso contro la la tomba di un santo musulmano, sempre a Lahore, in cui sono morte oltre 40 persone.

dei lavoratori nordcoreano, che si è aperto ieri per la prima sessione plenaria dopo 44 anni, ha rieletto segretario generale il “Caro Leader” Kim Jong-il. Secondo fonti ufficiali, la nomina “è stata accolta con una pioggia commossa di applausi e gratitudine per il lavoro svolto dal capo di Stato, fonte di luce per tutto il Paese”. Allo stesso tempo, Kim ha promosso il figlio terzogenito Kim Jong-un al rango di generale “a 4 stelle”. Ancora mistero sull’investitura del ragazzo a erede designato.Kim-Jong-il ha nominato un totale di 39 generali, di cui sei “ a 4 stelle”: tra questi c’è anche la sorella Kim Kyoung-hui, 64 anni. La direttiva numero 0051,

che ufficializza le nomine, è stata diffusa in piena notte a poche ore dall’avvio del congresso. Secondo gli analisti, essa è lo strumento per aprire la strada a Kim Jong-un e a forgiare legami più stretti con la classe militare al vertice nel Paese. La Kcna, agenzia di stampa ufficiale del regime, riferisce che Kim Jong-il “crede fermamente che i militari dell’Esercito popolare di Corea continueranno a sostenere la leadership del Partito e a completare la spinta rivoluzionaria iniziata nel monte Paekdu”. Il riferimento è all’altura dove, secondo la propaganda ufficiale del regime, sarebbe nato il “Caro Leader”: al momento della nascita (avvenuta in realtà in un campo profughi sovietico) nel cielo sarebbe apparsa una nuova stella.

In un altro dispaccio, comunque, la Kcna ha annunciato che Ri Yong-ho (attualmente capo di Stato maggiore generale dell’esercito) è stato promosso al grado di vice maresciallo, in una mossa ritenuta come un segno di benevolenza verso l’elite militare, il cui sostegno è fondamentale per il consolidamento della leadership di Kim Jong-un. Sostegno che il giovane sta cercando.


cultura

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Mostre e rassegne. Guida ragionata alla scoperta del mondo nipponico attraverso la conoscenza di alcune delle più antiche tradizioni (e contraddizioni) del Sol levante

Non solo sushi...

Dall’architettura al teatro No, dalle ceramiche alla pittura: in Italia, l’arte giapponese è sempre più a portata di mano di Diana Del Monte

now, moon, flower. Il titolo di questo spettacolo di Yoshito Ohno, presentato in anteprima a Bologna alcuni anni fa, fu al centro di un’occasionale conversazione fra me e il coreografo giapponese. Durante una breve chiacchierata rubata alle prove, infatti, non trovando legami visibili tra il titolo e quello che avveniva sul palco, chiesi delucidazioni al maestro. Il maestro Ohno mi spiegò, con l’usuale pazienza e gentilezza, di aver voluto queste tre immagini nel titolo per far comprendere a noi occidentali l’anima della bellezza giapponese.

S

La fragilità e la delicatezza, infatti, sono tra le qualità proprie di quell’estetica discreta che permea il gusto nipponico. La contemplazione dell’imperfezione, il flusso costante e l’impermanenza di tutte le cose sono parte della Wabi sabi, una visione del mondo di derivazione buddista che costituisce la principale caratteristica di quella che si può definire la bellezza tradizionale giapponese. All’interno di questa generale ricerca dell’armonia legata alla filosofia zen, il trascorrere del tempo, dunque, si trasforma in un valore estetico che legge nei segni lasciati sugli oggetti dall’usura una ricchezza estetica inestimabile e irrinunciabile.

Eppure, nel periodo che segue le ferie, colleghi e amici non fanno che raccontarci di pendolari che viaggiano stipati in treni superveloci in totale silenzio, di lavoratori dagli orari inumani, di ragazzine che vestono come improbabili personaggi dei fumetti. Dalla televisione, poi, apprendiamo che questa popolazione parla una lingua che prevede ben tre forme scritte diverse, ma non una parola per dire “no”, che dorme in hotel-capsule, che educa i

è tra i più alti al mondo, quattro volte più dell’Italia - o per un esilio volontario dalla propria casa o dal proprio Paese.

La verità è che la realtà nipponica è ricca e sfaccettata, ma visibilmente contraddistinta da una dicotomia che si esprime spesso nel binomio Tokyo-Kyoto. Nell’immaginario occidentale, infatti, queste due città si presentano come le due facce del Giappone contemporaneo: l’efficienza e la quiete meditativa, la spinta innovatrice e il ricchissimo patrimonio storico, i grattacieli avveniristici e l’ar-

rose associazioni culturali presenti sul territorio, molte delle quali effettivamente meritevoli di promuovere una conoscenza più qualificata, seppure a distanza, del Paese del Sol Levante. Ci si imbatte, così, nelle bellissime Omote, le maschere del teatro Nõ, nelle raffinate composizioni floreali dell’Ikebana, nelle delicate miniature di carta dell’Origami, nelle potenti rappresentazioni Kabuki e nelle suggestive cerimonie con le Tõrõ nagashi. Da otto anni, alcune di queste schegge italiane del Sol Levante, si raccolgono nell’Ottobre giapponese, una manifestazione che si svolge tra Faenza, Ravenna, Solarolo, Bagnacavallo e San Marino e che riunisce eventi di natura diversa, rappresentativi della pluralità della cultura giapponese. Inaugurato sabato scorso dalla mostra Banko-Faïence. Bizzarrie ceramiche, dialogo ironico tra Giappone e Italia, Ottobre giapponese andrà avanti fino al 5 novembre, viaggiando tra l’immancabile cucina nipponica, che non è sinonimo esclusivamente di sushi, e le arti tradizionali, passando per l’architettura, il teatro comico, la letteratura, le arti marziali, il cinema

La realtà è ricca e sfaccettata, ma contraddistinta dalla dicotomia espressa nel binomio “Tokyo-Kyoto”: da un lato la quiete meditativa, dall’altra i grattacieli avveniristici propri figli attraverso un sistema scolastico tra i più competitivi e rigorosi del globo. Scopriamo, infine, dalle statistiche, che questa società trova nel lavoro la sua vera ragione di vita, tanto da considerare il licenziamento una buona giustificazione sociale per il suicidio - il tasso dei suicidi, in rapporto al numero di abitanti, del Giappone

chitettura tradizionale. Del Giappone, dunque, si parla tanto; eppure, tutte queste notizie non sembrano che accrescere un mito giapponese fatto esclusivamente di aneddoti e curiosità, rendendo questa nazione e i suoi abitanti i soggetti ideali di un nuovo “esotismo apparentemente informato”. Eppure, autentici frammenti di Giappone raggiungono spesso il nostro Paese, portati dalle nume-

sperimentale e l’arte contemporanea. Pittura, ceramica, scultura, calligrafia e teatro (Nõ, Kabuki, Kyogen e Bunraku) sono considerate le arti tradizionali giapponesi principali; altre eccellenti forme artistiche appartenenti alla tradizione sono la cerimonia del tè, l’ikebana, i bonsai, i giardini zen.

E se assistere a una rappresentazione di teatro Nõ o Kabuki fuori dal territorio nipponico è raro, un po’ più frequenti sono le occasioni per presenziare a una vera cerimonia

L’essenza comica del Raguko, ovvero l’arte delle “parole lasciate cadere”

Quando in scena si ride a comicità è un volto poco noto della cultura nipponica, eppure, anche i giapponesi ridono. Al cinema, davanti alla tv o grazie agli immancabili manga, i giapponesi esprimono il loro senso dell’umorismo in svariate forme e occasioni, ma la vena comica nipponica si trasforma in arte soprattutto a teatro, diventando un elemento insostituibile della secolare storia del Paese del Sol Levante. Il kyõgen è sicuramente la forma di teatro comico giapponese più nota, ma non è certa-

L

mente l’unica; il Giappone, infatti, vanta vari tipi di teatro comico tradizionale di matrice popolare.Tra questi, uno spazio particolare va dedicato al Raguko, traducibile in “parole lasciate cadere”, un teatro la cui comicità si caratterizza per il forte legame con la parola.

L’origine di questa forma d’arte non è certa, ma si può ricondurre alla storia degli Uji Shui Monogatari (1213-1218), una raccolta di racconti anonimi più volte rivisitati dalla cultura nipponica. Malgrado la

sua nebulosa origine, l’iniziale diffusione del Raguko in ambienti cortesi è stata ormai assunta come un dato storico; è molto probabilmente, infatti, che furono proprio i Daimyo, ovvero i signori feudali, a cercare persone qualificate per intrattenere, con svariati tipi di narrazione, i propri ospiti. La definizione che, ancora oggi, si utilizza per indicare questo genere teatrale risale, invece, ad un’epoca più recente: attestatosi per la prima volta nel 1787, il termine “raguko” si diffonde durante l’epoca Meiji


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ne assorbito dalla cerimonia del tè. L’essenza della cultura nipponica, però, non può trovarsi nelle sole arti tradizionali; l’arte, infatti, è per sua natura in continuo movimento e quella nipponica non sfugge a questa regola. Uno sguardo interessante sull’arte dei giovani artisti giapponesi è certamente quello proposto da Karasawa Masahiro, curatore della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Tokyo, mentre, per la letteratura, Ottobre giapponese punta sulla presentazione del bestseller nipponico Il ristorante dell’amore ritrovato, romanzo d’esordio di Ogawa Ito. In queste pagine, alcune illustrazioni di tradizionali forme d’arte giannopese: dalla cerimonia del tè, all’ikebana al banko. In basso, il Maestro Ryuraku Sanyutei, uno dei massimi interpreti viventi del teatro comico giapponese Rakugo

Oltre a No, Kabuki, Kyogen e Bunraku, altre eccellenti forme artistiche appartenenti alla tradizione sono la cerimonia del tè, l’ikebana, i bonsai, i giardini zen

del tè, magari accompagnata da una dimostrazione di Ikebana. Permeate dalla filosofia Zen, queste arti sono fondate sul principio della “via”(dõ), un cammino di elevazione spirituale che porta all’illuminazione; tra le più note ci sono: il cha no yu (o sadõ) la via del tè, l’ikebana (o kadõ) la via dei fiori, lo shodõ la via della calligrafia, il ko-do la via dell’Incenso.

fiori recisi è senz’altro tra le più apprezzate e praticate. Diffusasi in Giappone oltre sei secoli fa, l’Ikebana accompagnò l’introduzione del buddismo in territorio nipponico per rispondere all’esigenza della pratica

Nel nostro Paese, l’arte giapponese della disposizione dei (1867-1912), per diventare, poi, d’uso comune solamente nel XX sec, in epoca Shõwa (1926-1989).

Lo spettacolo si apre sempre con un’introduzione, generalmente improvvisata, per poi passare alla storia vera e propria, che appartiene ad un repertorio fisso orale, e concludersi con una breve battuta, nota come “ochi”. La forma originaria è stata affiancata, nel tempo, da altri stili che non sempre contemplano l’ochi; tra queste ci sono lo Shibaibanashi (discorsi teatrali), il Ongyokubanashi (discorsi musicali), il Kaidanbanashi (discorsi fantasma), e Ninjòbanashi (discorsi sentimentali). Lo spettacolo Raguko con-

ta un solo attore: il “rakugoka”, ovvero la “persona che lascia cadere le parole”. Seduto su un cuscino al centro del palco, il narratore-attore racconta storie esilaranti con l’ausilio di un ventaglio chiamato “sensu” e di un panno, il “tenugui”. Le storie narrate includono dialoghi fra più personaggi che il rakugoka riesce a distinguere cambiando il tono della voce e voltando la testa da una parte o dall’altra.

La pratica nipponica della filiazione artistica, che segna il passaggio della conoscenza da una generazione di artisti a quella successiva, coinvolge anche questa forma teatrale. Come in molte altre arti tradizionali giapponesi, infatti, an-

che nel teatro Rakugo gli interpreti imparano direttamente dal proprio maestro, senza ricorrere a libri o manuali; tutto il repertorio è tramandato oralmente di generazione in generazione ed è solo dopo molti anni di pratica che l’allievo considerato degno dal suo maestro erediterà il suo nome, diventando maestro a sua volta. La dimensione narrativa resta il principale ostacolo per la diffusione di questo teatro fuori dai

buddista di offrire fiori all’altare del Buddha. Inizialmente praticata da monaci, guerrieri e uomini di pensiero, quest’arte subì una forte semplificazione durante il XV secolo per consentire a tutte le classi sociali di praticarla, rendendo Il Kadõ sempre più popolare. Durante la manifestazione emiliano-romagnola la “via dei fiori” verrà proposta nella forma sviluppatasi nel XVI sec, quando l’Ikebana ven-

confini nazionali; così com’è in tutta la comicità di origine volgare, infatti, anche il teatro comico giapponese si assume il ruolo di fustigatore dei costumi, con una forte componente satirica fatta di giochi fonetici e di immagini destinati a perdersi nella traduzione. Nonostante ciò, e pur rimanendo uno spettacolo “di nicchia”, il Raguko ha, già da diversi anni, raggiunto l’occidente con spettacoli,

Una parentesi interessante sulla contemporaneità è sicuramente quella dedicata al cinema sperimentale e d’animazione, al centro di una minirassegna che si svolge a Ravenna dall’11 al 14 ottobre. Da qualche anno, infatti, l’industria cinematografica nipponica sta vivendo una nuova fase di crescita; alimentata prevalentemente dai listini dei tre grandi distributori - Toho, Shochiku e Toei - la cinematografia del Sol Levante non dimentica, tuttavia, il cinema indipendente con pellicole come Summer Wars, film d’animazione di Hosoda Mamoru uscito nelle sale giapponesi nel 2009. Imparare a conoscere il Giappone, però, vuol dire imparare a conoscere anche le sue zone d’ombra; oltre all’enorme numero di suicidi, infatti, il Paese deve fare i conti con la pena di morte. E se il governo sta cercando di risolvere il primo problema attraverso il famoso Libro bianco dei suicidi, il secondo rimane ancora una questione molto dibattuta, con l’85% della popolazione favorevole alla pena capitale secondo il sondaggio effettuato del governo nipponico nel febbraio 2010. L’8 ottobre, in prossimità della Giornata Mondiale per l’Abolizione della Pena di Morte, si svolgerà a Faenza un incontro sull’argomento, intitolato Uno strano frutto, un amaro raccolto. La pena di morte in Italia, Stati Uniti e Giappone. tradotti, che si rivelano sempre divertenti anche al pubblico allogeno.

Nel nostro Paese, l’occasione per assistere a una rappresentazione di Raguko si presenterà a ottobre, quando il Maestro Ryuraku Sanyutei, uno dei massimi interpreti viventi di Rakugo, giungerà nel nostro paese per una breve tournée. Il primo appuntamento è previsto per il 27 a Bologna dove, durante una conferenza-dimostrazione sul teatro di narrazione giapponese, il maestro Sanyuteu eseguirà il suo repertorio composto da brani in italiano e brani in cui unirà giapponese e italiano. Le date successive sono, invece, il 29 a Solarolo e il 30 a Firenze. (d.d.m.)


cultura

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a spada della Francia deve essere la sua e non può essere sovranazionale». L’orologio della storia dell’integrazione europea è fermo al 21 ottobre del 1950 quando a Parigi il generale Charles De Gaulle inflisse un colpo letale al progetto di unità politica dell’Europa postbellica. L’agonia, ancora perdurante a distanza di oltre mezzo secolo, avrebbe portato il Vecchio Continente a uno stato di coma politico “refertato”poco più tardi, nel 1954, quando il 30 agosto, undici giorni dopo la morte di Alcide De Gasperi, l’Assemblée Nationale d’Oltralpe respinse, per 319 voti contro 264, la ratifica del Trattato istitutivo della Ced, la Comunità Europea di Difesa. Della Francia, del carismatico leader artefice della V Repubblica e della sua lunga ombra sulla mancata ratifica da parte dei transalpini del recente Trattato costituzionale europeo si è parlato a Roma, all’Istituto Luigi Sturzo, in occasione della presentazione del volume collettaneo, a cura dello storico Pier Luigi Ballini, La Comunità Europea di Difesa, edito da Rubbettino.

«L

Il primo lustro degli anni Cinquanta è stato decisivo per la ricostruzione dell’Europa, martoriata da due conflitti mondiali, prostrata da una guerra civile che ha visto scontrarsi due fra le tirannie più sanguinarie di tutti i tempi. Dalla dichiarazione Schuman alla istituzione della Ceca, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, il processo di integrazione europea fu subito governato dalle economie nazionali e da interessi industriali particolari che seppero aggregarsi con il profitto di tutte le parti ma non riuscirono a dotarsi di una struttura politica e, ab origine, riconoscere una storia e un destino comuni. Nel quadro delle odierne relazioni internazionali globali l’Europa è un grande nano politico, l’inerte spettatore di uno spettacolo in cui l’unilateralismo locale si alterna a una dialettica multipolare in cui gli Stati Uniti recitano la parte del leone ferito, dal terrorismo jihadista da una parte e dalla crisi finanziaria dall’altra, surclassato dalle nuove potenze economiche, militari, tecnologiche e politiche orientali, Cina in testa. Il 27 maggio del 1952 i “Sei” della Ceca, Francia, Italia e Germania, insieme a Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo, firmarono il trattato istitutivo di quel primo progetto comunitario per una politica estera e di difesa al quale l’Italia diede un contributo sostanzioso grazie a De Gasperi e alla sua politica per l’incorporazione dei contingenti militari nazionali. Con Adenauer, l’ex Presidente del Consiglio italiano aveva immaginato una Euro-

Qui sotto, la copertina del volume dello storico Pier Luigi Ballini “La Comunità Europea di Difesa”, appena pubblicato da Rubbettino. In basso, il generale Charles de Gaulle. A fianco, un disegno di Michelangelo Pace

Libri. Il volume di Ballini sul fallimento della Comunità Europea di Difesa

Europa senz’anima? Tutta colpa di De Gaulle di Giulio Battioni

Le azioni che hanno portato il generale a mortificare il progetto Ced ha ritardato la ricostruzione dell’unità politica del Continente pa militare unita e coesa, fedele all’Alleanza Atlantica e sorretta da una organizzazione politica di natura federale. L’opzione europeistica di De Gasperi non fu una idea contingente dettata dall’opportunismo o dall’idea di un superficiale patto di mutuo soccorso fra Stati nazionali preoccupati all’esterno dalla prossimità dell’Unione Sovietica e all’interno dal radicamento, in Italia enorme, del partito comunista. L’Europa di De Gasperi sarebbe stata una Europa politica forte, una Europa consapevole delle sue radici spirituali e della sua plurisecolare testimonianza di civiltà, una Europa capace di coniugare unità e diversità, autonomia e sussidiarietà, libertà e solidarietà.

La Francia da par suo era divisa nella strategia ma unita nel sentimento del primato na-

zionale. L’ego collettivo francese vide nel primo ministro René Pleven l’interprete di una linea politica filoeuropea moderata e strumentale.

Il timore del riarmamento del dirimpettaio tedesco era troppo grande per non giocare la carta di un esercito europeo sottoposto ad istituzioni politiche comuni: «La costituzione di un esercito europeo non può risultare dal mero raggruppamento di unità militari nazionali, che in realtà maschererebbe soltanto una coalizione vecchia maniera. Impegni che sono inevitabilmente

comuni si compiono con istituzioni comuni. L’esercito di una Europa unita, composto da uomini provenienti da differenti Paesi europei, deve, per quanto possibile, realizzare una completa fusione degli elementi umani e materiali realizzata sotto una unica autorità politica e militare europea».

In realtà, il piano Pleven non aveva alambizione tra che assicu-

rarsi che al di là del Reno la Germania non facesse scherzi e che la sua ricostruzione politica e militare fosse controllata da autorità sovranazionali. Il generale De Gaulle e i suoi, nella inconsueta compagnia dei comunisti, si opposero in nome di una supremazia nazionale pensata e praticata in due direzioni: sul piano militare, si manteneva la tradizionale diffidenza verso il vicino tedesco; sul piano politico, invece, si perorava la causa di una alternativa francese alla egemonia che gli Stati Uniti avrebbero esercitato su una Europa subalterna al “protettorato americano”.

L’analisi che avrebbe portato la Francia di De Gaulle a mortificare il progetto Ced e compromettere l’equilibrio euroatlantico suggellato dal “pacchetto”Nato non ha fatto che ritardare il processo di ricostruzione dell’unità politica del Vecchio Continente al quale gli Stati Uniti e l’America tutta sono legati da una storica relazione di amicizia e affinità. L’ossessione nazionalistica della Francia di De Gaulle non ha fatto che alimentare una guerra fredda odiosa e umiliante che all’Europa ha riservato ieri il Muro di Berlino e oggi l’inconsistenza burocratica di una patria grande ma senz’anima.


spettacoli

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Musica. Anche l’Italia si sta innamorando della indie band più acclamata del decennio, che arriva col nuovo album “The suburbs”

Tutti pazzi per gli Arcade Fire di Alfredo Marziano

In questa pagina, due immagini dal vivo della indie band Arcade Fire, da qualche tempo apprezzatissima anche in Italia, e la copertina del loro nuovo album “The suburbs”

iù di ottomila persone all’Arena Parco Nord di Bologna, il 2 settembre scorso, per assistere all’esibizione degli Arcade Fire all’Iday Festival: anche l’Italia si sta innamorando della indie band più acclamata del decennio. Win Butler e Régine Chassagne, marito e moglie di casa a Montreal, insieme ai loro numerosi compagni di viaggio (c’è anche un altro Butler, Will) camminano ormai ai bordi della strada maestra, dopo che il recentissimo e molto acclamato terzo album, The Suburbs, si è permesso ad agosto di scalzare Eminem dal trono delle classifiche inglesi e americane. Mica un disco da easy listening, tra l’altro: legate da un “concept” ispirato a vicende autobiografiche di vita nei sobborghi, le sedici canzoni snocciolano pensose riflessioni sul tempo che passa e sui mutamenti esistenziali, collocandosi in «quella zona di mezzo (…) dove il timore della vita adulta è rifratto dal prisma dell’infanzia» (così il critico Keith Cameron sul mensile inglese Mojo).

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Riemergono prepotenti le loro qualità: ambizione, fiducia nei propri mezzi, cura ossessiva del lavoro di studio («Siamo come quegli inventori che dopo un anno escono finalmente dalla cantina» ha spiegato Butler, visibilmente sollevato, per annunciare il ritorno ai concerti). Nonché l’amore spassionato per certo post punk britannico primi anni Ottanta (Cure, Echo & the Bunnymen, Joy Division soprattutto), rigurgitato e proiettato in una dimensione epica, panoramica e da grandi spazi che solo un nordamericano potrebbe concepire (con accenti esotici, però: nei testi della band affiora di tanto in tanto il francese, lingua ufficiale del Quebec e dell’isola di Haiti che ha dato i natali alla Chassagne). A dispetto dell’ampio e multiforme corredo strumentale, la specialità degli Arcade Fire sono i muri di suono stratifi-

cati, i mulinelli vorticanti, i crescendo euforici di musica in un alternarsi di ritornelli appiccicosi e spiazzanti cambi di tempo, volume, atmosfera. Con un impeto, un’intensità e una convinzione che fin dagli esordi di Funeral, sei anni fa, ha attirato su di loro lodi sperticate (magari anche eccessive) e riconoscimenti importanti, di critica e di pubblico: l’album d’esordio ha venduto oltre mezzo milione di copie, traguardo più che ragguardevole per un disco indipendente, ma soprattutto hanno fatto notizia i ripetuti attestati di stima da parte dei più bei nomi dell’establishment musicale. Gli Arcade Fire piacciono a chi fa opinione, ai taste makers, ai senatori del Parlamento rock (e anche al presidente

casioni diverse e importanti, li hanno voluti sul palco con loro. Così come gli U2, che per voce di Bono non perdono occasione di lodarli a piè sospinto («Sono un gruppo con le palle», ha ribadito il frontman in occasione del concerto torinese di inizio agosto). È grazie ai concerti, del resto, che si sono già conquistati la fama di gruppo imperdibile dal vivo. Sul palco ammaliano e stordiscono come un balletto di dervisci rotanti, in una girandola di suoni e di musicisti che, attorno al timido frontman Win e all’eterea fatina Régine, si scambiano vorticosamente gli strumenti più diversi: contrabbasso, arpa, fisarmoni-

Legate da un “concept” ispirato a vicende autobiografiche di vita nei sobborghi, le sedici canzoni del disco snocciolano pensose riflessioni sul tempo che passa e sui mutamenti esistenziali Obama, per cui si sono spesi senza risparmio durante la campagna elettorale). Istigato dalle figlie, fan sfegatate del gruppo, Peter Gabriel ha incluso una drammatica versione di My Body Is A Cage (dal secondo disco, Neon Bible) sull’album di cover Scratch My Back. David Bowie e Bruce Springsteen, in oc-

ca, glockenspiel, xilofono, corno francese, ghironda, mandolini, viole, violini e violoncelli. Come i fan degli U2 e dei Radiohead, dei Pearl Jam e dei Coldplay, anche lo zoccolo duro (sempre più numeroso) degli Arcade Fire canta le canzoni a memoria, comprese quelle dell’ultimo disco già entrato nei cuori: dell’ultima nidiata piacciono molto la brutale e schematica semplicità punk di Month Of May, i barocchismi di Rococo, il techno pop di Sprawl 2, il piano martellante e la melodia avvolgente di We Used To Wait. Per quest’ultima la band e il regista Chris Milk (già al fianco di Kanye West e dei Gnarls Barkley) si sono inventati un videoclip interattivo e rivoluzionario: in sintonia con il tema del ricordo evocato dal testo della canzone, lo spettatore è invitato personalizzare la sequenza di immagini che appaiono sul pc ricercando con la funzione Street View di Google i propri

luoghi d’infanzia («una nuova forma d’arte, intensamente toccante», secondo il Web magazine musicale Pitchfork).

Gli Arcade Fire, eroi dell’indie rock, sono molto attenti al marketing alternativo (per la disperazione dei collezionisti, Suburbs è uscito con otto copertine diverse) e ai new media, al passaparola di Twitter, di Facebook e degli altri social network, all’agorà elettronica di YouTube. Sulla scia dei loro mentori U2 anche loro hanno trasmesso in diretta sulla videopiattaforma un intero concerto, ripreso il 5 agosto scorso dal Madison Square Garden di New York: per la regia si è scomodato nientemeno che Terry Gilliam. Senza appoggio della radio, della tv e dei giornali generalisti sono riusciti a diventare un fenomeno (quasi) di massa, oltre che un caso mediatico internazionale. Non saranno i primi, ma ben pochi colleghi e coetanei possono vantarsi di avere già inciso almeno una canzone “generazionale”, quella Wake Up (dal primo album Funeral) che sempre Bono & C. hanno scelto come pezzo di apertura dei concerti del Vertigo Tour e gli americani hanno mandato in onda in tv durante gli intervalli del Superbowl, l’evento sportivo e televisivo dell’anno (poi è arrivato anche il cinema: Spike Jonze l’ha voluta per il film Nel Paese dei mostri selvaggi, Where The Wild Things Are). È già passato qualche anno, loro intanto hanno continuato a crescere. E forse il popolo rock ha già trovato il gruppo simbolo del prossimo decennio.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g L’IMMAGINE

”Famiglia Cristiana”, l’aggettivo vale solo per la copertina A oltre dieci anni dal suo insediamento, e di battaglie contro il Pdl, il moralizzatore Sciortino che in un editoriale aveva aspramente condannato il metodo Boffo, ha riservando a Berlusconi il medesimo trattamento. Alla faccia della coerenza! Invece di offrire un posto di lavoro al collega Boffo (a proposito, se è vero che l’ex direttore di Avvenire era “innocente”, perché ha fatto la fine del reietto?), si accanisce contro Berlusconi accusandolo di dispotismo e di avere spaccato l’unità dei cattolici. Menzogna degna di biasimo dal momento in cui le vere cause della divisione dei cattolici tra progressisti e fedeli al Papa, sono imputabili ad una lunga serie di concause politiche e religiose, ma non certo alla discesa in campo del “cavaliere nero”. Bene ha fatto dunque il reggente del Pontificio Consiglio della nuova evangelizzazione monsignor Fisichella a negare le ridicole analisi e a precisare che non rappresenta i cattolici e tantomeno le sfere vaticane. “Dettaglio” già colto da migliaia di sacerdoti italiani, che da anni si rifiutano di far entrare nelle loro chiese una rivista che, di cristiana ha solo la copertina.

Gianni Toffali

DECADENZA VERSO IL COLLETTIVISMO Il mercato concorrenziale ha il merito spirituale di sottrarre l’economia alla politica e alla partitocrazia. Le decisioni dei produttori sulla qualità e quantità delle produzioni devono soddisfare le esigenze dei consumatori, veri padroni del mercato. Il produttore deve fare anticamera davanti al consumatore, non al ministro di Stato. Alla libertà, varietà e molteplicità contribuiscono particolarmente i titolari di partita Iva, gli operatori autonomi e le piccole e medie imprese. Si auspica la conservazione dei piccoli borghi, dei lavori indipendenti e di operai con la casetta, l’orto e il giardino. La concorrenza è la grande forza che tutela il bene comune, mediante il contrasto degli interessi particolari. I produttori di beni e servizi non possono dormire sugli allori, perché dipendono continuamente dagli acquisti (come voti elettorali) dei consumatori. La

nostra società libera rischia di decadere e l’essere umano potrebbe ridursi a rotella d’un meccanismo comunistico, dove il comando passa dal consumatore e dal mercato al politico e al burocrate. Le insidie sono molte: boom demografico mondiale, urbanesimo selvaggio, migrazioni incontrollate, periferie degradate, banlieues violente. E ancora: sradicamento, conformismo, massificazione, monopoli specie pubblici, moloc collettivistico e mito del colossale. L’accentramento determina formicai e alveari umani: la privacy e la serenità mancano in alcuni condomini. Aumentano l’insicurezza e il crimine. Si riduce l’indignazione per il male. Buonisti rischiano di perdonare delinquenti e assassini, senza pietà e rispetto per le vittime. Si afferma lo Stato ipertrofico e onnipotente. Il parassitismo vive a carico della collettività.

Gianfranco Nìbale

Hai voluto la bicicletta? Appollaiati lì in cima, sarà un’impresa arrivare ai pedali. Niente paura, però: se questa decorazione è decisamente oversize, le ultime novità in fatto di velocipedi prevedono dimensioni ben più ridotte. Peserà solo 4 chili e si potrà infilare nello zaino, la bicicletta elettrica pieghevole ideata dall’architetto Belli

LA REGIONE LAZIO RISCHIA DI SFALDARSI Roma è storicamente il collante che mantiene insieme il Lazio, ma il nuovo progetto di Roma Capitale potrebbe comportare il rischio di vedere la nostra regione sfaldarsi. Infatti, se il Testo unico Roma Capitale ottenesse il via libera dal governo, assisteremmo a una tale concentrazione di poteri nelle mani del comune da rendere del tutto inutile continuare a parlare di regione Lazio. Non si

L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

comprende per quale motivo, per venire incontro alle peculiarità amministrative di una città come Roma che è anche capitale d’Italia, si sia previsto di concentrare nelle sue mani anche funzioni come quelle in materia urbanistica e ambientale, con particolare riferimento non solo alla Via e alla Vas, ma anche all’individuazione delle riserve naturali e delle aree protette.

Mauro De Clemente

dal “The Independent” del 28/09/2010

Dei “superworm” contro i pc dell’atomica uando si parla di difesa informatica la nostra mente corre subito ai firewall dei pc di casa e non ci preoccupiamo più di tanto. Ma se allarghiamo il discorso a un campo più vasto e complesso le cose cambiano. Parliamo infatti delle sicurezza nella gestione dell’erogazione dell’energia elettrica, della potabilizzaione dell’acqua e della produzione negli impianti chimici, tutti sistemi dove la sicurezza contro eventuali black out è fondamentale. Ragion per cui la cyber sicurezza ha fatto passi da gigante. Ma in giro per il cyberspazio ora c’è un worm (un verme) autoreplicante che entrando da una semplice porta Usb è in grado di invadere tutti i sistemi della rete industriale. Presi di mira i sistemi del regime sciita di Teheran , in modo particolare, ma non solo. E il livello di sofisticazione è stato così alto che molti analisti hanno pensato che solo un’operazione sponsorizzata da uno Stato avrebbe potuto raggiungere un simile livello d’efficienza. Si chiama Stusnext questo nuovo virus e per la prima volta è un malfare, come si dice in termine tecnico, studiato per causare dei danni seri a livello mondiale. Per molti sarebbe cominciata una nuova era nel campo della cyberwar. Anche se il virus da mesi è entrato nella rete informatica di sistemi industriali come quelli di India, Pakistan e Indonesia è con l’Iran che ha avuto gli effetti più devastanti andando ad intaccare anche i sistemi della nuova centrale atomica di Busher, appena entrata nel pieno dell’attività. Il virus opera come una spia

Q

che prima studia i sistemi di controllo di un sistema per poi sostituirli cercando di introdursi nella gestione operativa. Attacca più facilmente quelli che si basano su tecnologia software industriale della Siemens. Il 60 per cento dell’infezione informatica è stata localizzata nel Paese del mullah e circa 30mila dei computer iraniani che si collegano alla rete ne è stato colpito. Hamid Alipour vicedirettore dell’Iran information technologies ha messo in guardia sui pericoli del virus. Dopo quattro mesi dalla sua comparsa l’infezione ha avuto una mutazione presentandosi in versioni differenti. E secondo il resposnsabile iraniano il gruppo di hacker che avrebbe progettato l’operazione deve aver attinto a grsossi investimenti, un’iniziativa che solo un gruppo di Stati

ostili avrebbe potuto sponsorizzare. I sono molti esperti internazionali come Alan Bentley di Lumension, che affermano di non avere mai visto un virus così sofisticato e specializzato. In grado di puntare sistemi con caratteristiche molto specifiche e di reiterare gli attacchi nel tempo riformulando modalità e caratteristiche dei tentativi d’intrusione informatica. E non è nemmeno chiaro se l’iniziativa sia a scopo di lucro oppure solo per gettare nello scompiglio i sistemi di un Paese. Due dei probabili obiettivi del cyber attacco potrebbero essere i due impianti nucleari di Busher e Nantaz. Stuxnet è dunque un virus estremamente intelligente e il sito Wikileaks ha suggerito un collegamento con delle strane dimissioni avvenute nel 2009 dopo un incidente nella centrale di Nantaz. Il capo dell’Agenzia atomica iraniana aveva fatto improvvisamente le valigie. E ciò che preoccupa anche le autorità americane è l’accessibilità dei codici di Stuxnet da parte di migliaia di hacker sul web.

Ci sarebbero a disposizione solo tre mesi per risolvere il caso prima che la formula dell supervirus cominci a circolare in tutto il cyberspazio. Per i tecnici di Symantec per costuire questo malware sonos stati necessari almeno sei mesi di lavoro da parte di almeno cinque o dieci esperti. Naturalmente l’agenzia governativa iraniana Irna ha subito spiegato che l’attacco avrebbe danneggiato solo dei personal computer. Potenza della smentita.


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog LE VERITÀ NASCOSTE

Un abete di 5 centimetri spuntato nei polmoni IZHEVSK. Il fatto straordinario è successo in Russia, Artyom Sidorkin, 28 anni, operato per un tumore, ha scoperto che invece si trattava di un abete germogliato nei polmoni. Sì avete letto bene, proprio un alberello, un abete piccolo. Il giovane avrebbe inspirato un seme dal quale sarebbe poi sbocciata la conifera. Artyom ha cominciato ad accusare i primi dolori, poi a tossire e sputare sangue. Allora allarmato ha deciso di richiedere l’intervento dei medici. A farlo stare male erano gli aghi del piccolo albero che bucavano i capillari. Un abete di 5 centimetri d’altezza spuntato nei polmoni. I medici che hanno operato Artyom,

erano certi che il giovane avesse un tumore maligno, poi, nel corso dell’intervento, l’inatteso ritrovamento: al posto della neoplasia c’era una piccola conifera. Lo staff medico che ha operato Sidorkin, condotto dal dottor Vladimir Kamashev, suppone che l’uomo abbia inspirato un seme, dal quale sarebbe poi sbocciato il piccolo abete che causava forti fitte nel giovane, facendolo tossire sangue. Quasi certamente, immaginano ancora i dottori, a farlo stare così male erano gli aghi del piccolo albero che bucavano i capillari dei polmoni, si

ACCADDE OGGI

MMS: UN ”FARMACO” MIRACOLOSO? Si chiama Mms, ovvero, “Miracle mineral solution”. La Fda ha lanciato l’allarme: Mms, che è distribuito su siti Internet e le aste online, pretende di trattare l’Hiv, l’epatite, l’influenza H1N1, il raffreddore comune, acne, cancro e altro. La Fda non è a conoscenza di ricerche che dimostrino che Mms sia efficace nel trattamento di queste malattie, anzi, se assunto può provocare nausea, vomito, diarrea e grave disidratazione. Di che si tratta? L’Mms è biossido di cloro in soluzione ed è un disinfettante. Infatti, correttamente, il sito Internet italiano di questo prodotto, dichiara che l’Mms «è una soluzione per potabilizzare l’acqua e solo a tale scopo va usato». Si aggiunge che «ciò che è scritto nel proprio sito a proposito degli usi curativi dell’Mms, tradotto dal libro dello scopritore, sono solo opinioni e non consigli medici». Quest’ultima affermazione ci lascia perplessi: perché riportare, con risalto, le opinioni, anzi, addirittura il libro in inglese e in italiano, di un personaggio dal quale ci si dissocia sull’uso di un prodotto che può essere nocivo? Il libro inizia così: «quella che segue è la storia della scoperta e dell’elaborazione del metodo di potenziamento del sistema immunitario forse più straordinario mai scoperto sinora». Mah!

Primo Mastrantoni

BASTA AI NO A TUTTO E A PRESCINDERE Centinaia, forse migliaia gli animalisti scesi in piazza sabato scorso per protestare contro la normativa varata dal Parlamento Europeo in tema di vivisezione. Sono orgoglioso del coraggio mostrato dai nostri europarlamentari che hanno votato

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

29 settembre 1973 La Nazionale italiana di calcio batte la Svezia per 2 a 0 1974 L’Ira dirotta un aereo civile per bombardare una caserma dell’Ulster: azione fallita 1979 Martin Scorsese ed Isabella Rossellini si sposano 1985 Pubblicato il primo episodio di MacGyver 1988 La Nasa riprende i voli dello space shuttle, bloccati dopo il disastro del Challenger 1995 Il presidente Bill Clinton ammette per la prima volta l’esistenza della base segreta militare Area 51 1996 La Nintendo of America lancia negli Stati Uniti il rivoluzionario videogioco Super Mario 64 2001 Cessa la pubblicazione del Syracuse HeraldJournal, un giornale americano nato nel 1839 2002 Il cardinale Dionigi Tettamanzi celebra il suo ingresso solenne nell’Arcidiocesi di Milano 2009 Un terremoto di 8.3 della scala Richter colpisce le isole Samoa, innescando uno tsunami

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

legge nel tabloid locale Komsomolskaya Gazetà. Il giovane ammette: «Ho avuto un dolore lancinante, ma ad essere franco non sentivo ci fosse un oggetto estraneo internamente. Sono felice e sollevato dal fatto che non si tratti di un cancro».

a favore di una direttiva osteggiata dagli animal-ambientalisti fondamentalisti, quelli che dicono “no!” a tutto e a prescindere. Il sottosegretario Giovanardi ha dichiarato nei giorni scorsi che fa parte «di un governo dove per fortuna non tutti sono ultras animalisti», e si è soffermato sul paradosso dell’impatto mediatico della difesa a oltranza degli animali, mentre «milioni di bambini muoiono di fame». Io vado oltre: in piazza sono scese quelle stesse frange estremiste che chiedevano la sperimentazione sugli embrioni umani e chiedevano di uccidere Eluana Englaro! Sono gli stessi antagonisti che con violenza protestano contro i tagli alla ricerca, ma che, nella loro completa contraddizione, non si rendono conto che la vivisezione non è divertimento, ma sperimentazione scientifica. Condivido anche la posizione espressa dall’on. Sergio Berlato: gli attacchi provenienti dal ministro Brambilla alla caccia, alla vivisezione e persino al Palio di Siena, quello stesso Palio che attira milioni di turisti in Piazza del Campo e a cui proprio il ministro del Turismo è ostile, non fanno parte della cultura dell’ambientalismo moderato e moderno. Spiace vedere che anche altre realtà si siano appiattite su questa posizione, magari alla ricerca di un minimo spazio sui media, del tutto controproducente perché in antitesi rispetto al loro manifesto e al loro programma: la coerenza spesso non appartiene agli ambientalisti e soprattutto a chi si nasconde dietro l’etichetta di ambientalista per curare i propri interessi. Occorre promuovere la protezione degli animali, ma non a spese della vita umana.

Alfonso Maria Fimiani

Anselma Dell’Olio, Alex Di Gregorio Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Roberto Genovesi, Aldo G. Ricci, Robert Kagan, Filippo La Porta,

Direttore da Washington Michael Novak

Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci,

Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Collaboratori

Ernst Nolte, Emanuele Ottolenghi,

Maria Pia Ammirati, Mario Arpino,

Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci,

Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi,

Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi,

Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi,

Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini,

UN PATTO TRA GENERAZIONI PER UNA NUOVA ITALIA (I PARTE) Parlare di politica ai giovani, oggi come oggi, è molto difficile, benché essa è vista come una cosa riservata a ben pochi eletti, ai figli di papà che pensano solo al proprio tornaconto. L’intero stivale ha bisogno di un rinnovamento della classe dirigente, e solo alcuni partiti o associazioni culturali si preoccupano di promuovere scuole di alta formazione politica, proprio come quelle a cui partecipavano i giovani come Aldo Moro e J. F. Kennedy. Proprio sulla linea di questi due grandi padri della politica, l’associazione politico culturale “Identità e Dialogo”, in collaborazione con l’Unione di centro ,ne ha promosso una dal tema molto significativo: “Un patto tra generazioni per una nuova Italia”svoltasi nella splendida cornice di Santa Maria di Leuca il 18 settembre scorso. I giovani provenienti dal Circolo liberal di Gravina in Puglia e da ogni dove del Salento e della Valle d’Itria, spinti da un vero senso del dovere verso il Tricolore, hanno ascoltato con grande ammirazione gli illustri relatori; Rocco Buttiglione, Angelo Sanza, Paola Binetti, Salvatore Ruggeri, Salvatore Negro e Lorenzo Ria per l’Udc; Mario De Donatis, Angelo Grasso e Vincenzo Montagna per “Identità e Dialogo”. Sin dall’inizio della giornata gli onorevoli Sanza e Binetti hanno tenuto una lectio magistralis sulle figure di Moro e Kennedy, tracciando i primi passi della loro formazione politica, dando così l’imput per formare due gruppi di lavoro che hanno affrontato i temi principali per attuare una politica sana: democrazia per la partecipazione, istituzioni per il bene comune e sviluppo per il lavoro. Al termine della giornata è stato stilato dagli stessi giovani un documento che raccoglie molto brevemente ma efficacemente le loro considerazioni. Francesco Dimaggio C I R C O L I LI B E R A L GR A V I N A I N PU G L I A ( BA )

APPUNTAMENTI OTTOBRE VENERDÌ 1, ORE 18 - HOTEL JOLLY - TRIESTE Coordinamento regionale Circoli liberal con il presidente Ferdinando Adornato SABATO 2, ORE 11 c/o SEDE ASSOCIAZIONE NAZIONALE ALPINI - TRENTO Coordinamento regionale Circoli liberal con il presidente Ferdinando Adornato VENERDÌ 15, ORE 11- PALAZZO FERRAJOLI - ROMA Consiglio Nazionale Circoli liberal VENERDÌ 15, ORE 16.30 - FONDAZIONE LIBERAL - ROMA il presidente Ferdinando Adornato incontra i giovani dei Circoli REGOLAMENTO E MODULO DI ADESIONE “VERSO IL PARTITO DELLA NAZIONE” SU WWW.LIBERAL.IT E WWW.LIBERALFONDAZIONE.IT (LINK CIRCOLI LIBERAL)

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Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


ULTIMAPAGINA

Tributi. È già on line “Planet Jackson” videogioco interattivo ispirato ai videoclip del re del pop e al marketing

Jacko è vivo e balla con noi su di Francesco Lo Dico ’idea beccheggia tra i colpi d’anca della tenzone defilippica e la poesia sepolcrale foscoliana, tra l’agnizione lacrimosa di Carramba e la sodal catena made in Recanati. Sodal, ma soprattutto commercial. Tentazione fatale, quando il defunto cui stringersi attorno vale parecchi zeri. Molto più da morto, spogliato di debiti e cattiva stampa, che da vivo. Ristampe, collezioni, dvd, libri, foto esclusive: la veramente vera verità su mister Jackson è un bric-à-brac di perturbanti fesserie e memorabilia seriali, fanatismo a tutto un euro e commemorazioni pay per view.

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L’ultima trovata della serie è Planet Michael, gioco interattivo della californiana See Virtual Worlds che ha tutte le fattezze di una Second Life costruita intorno a Michael. Chi si immagina la buon’anima di Jacko mentre brandisce alabarde spaziali al ritmo di Thriller, si dedichi però ad altri titoli. Il pianeta virtuale di Michael è un Mmo (e cioè un gioco di massa) poco incline alla guerra e molto ligio alla compravendita. Del tutto gratuita, l’iscrizione permette agli utenti di bighellonare tra i set di videoclip storici, di orecchiare vecchi e vecchissimi successi, e soprattutto di barattare cimeli e cianfrusaglie del caro estinto. «Michael ha sempre percorso nuove strade per esprimere la propria creatività – spiega John McClain, uno dei responsabili incaricati di gestire i diritti legati all’immagine del cantante – anche con l’ausilio della tecnologia. Planet Michael sarà l’occasione per celebrare in modo innovativo un personaggio senza precedenti, la sua vita e la sua arte». Tanta comunione, ma altrettanta fatturazione, dicevamo. L’accesso al server del gioco è gratuito nella versione base, mentre i più incontentabili potranno acquistare espansioni e Dlc (contenuti scaricabili) capaci di amplificare senso e qualità dell’esperienza ludica. Qualunque cosa sia davvero, Planet Jackson sarà comunque lanciato in orbita solo alla fine dell’anno prossimo, nella momentanea perplessità dei fan.Tanti, multietnici, e mediamente con il pelo sullo stomaco. Parte di loro si chiede se questo mercatino delle pulci camuffato da Second life e social network, riservato per di più a una fascia d’età che va dai 13 anni in su, possa avere peso specifico in una galassia già affollata come quella esplosa in-

SECOND LIFE torno al re del pop. Josh Gordon, portavoce del team di sviluppo See Virtual Worlds, assicura che Planet Michael «permetterà davvero ai fan di immergersi in un universo fatto a immagine e somiglianza di Michael Jackson e interagire con altri fan con cui giocare e socializzare».

Ma dell’esperienza ludica, a parte il solito ambaradan di faccine e “dadovedgt”, stringi stringi si è capito poco. Il comunicato stampa di See Virtual Worlds accenna a «un universo virtuale di pianeti connessi», e definisce quello d Jacko come il «primo dei pianeti a tema che verranno pubblicati nell’Entropia Universe». Molto chiaro, non c’è

Chi si immagina la buon’anima mentre brandisce alabarde spaziali al ritmo di “Thriller”, si dedichi ad altri titoli. Il pianeta virtuale ispirato ai successi della star è poco incline alla guerra e molto ligio alla compravendita

che dire. Un po’meno entropico, Usa Today ha spiegato invece che le ambientazioni ricalcheranno i più celebri video del nostro, da Beat It a Smooth Criminal, passando per le nevrotiche sincopi di Thriller. E che le stesse faranno da proscenio agli avatar di Michael, impegnati in sfide mozzafiato a colpi di moonwalk e singulti gastrointestinali tipici della star. Gli amici di Michael testeranno il proprio xfactor tra una puntata a Bad Land e un salto a Billy Jean City, ma cotanto sbattimento potrà essere diluito in defatiganti sedute di shopping. Ma il circuito dello microtransazioni sarà decorato dall’immancabile e salvifico fund raising. I giocatori potranno versare piccole somme a favore di svariate cause benefiche. Planet Michael non va confuso però con il game annunciato da Ubisoft sotto tutti i migliori alberi del prossimo Natale. Lì ci sarà da studiare le mosse di Jacko passo passo in una sfida da giocare on line contro gli agguerriti imitatori del Peter Pan d’oltreoceano.

Una mano sulla tesa del cappellino, un’altra che arpiona il basso ventre, i fianchi che spingono su e giù come stantuffi, e tanti estatici gridolini. Astenersi sedentari: se a questo punto vi avanza una fiammella di vita, e c’è ancora un’oncia di rispetto nello sguardo dei vostri figli, vi toccherà pure cantare.


2010_09_29  

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