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Gli spiriti della verità e della libertà sono i pilastri di tutte le società Henrik Ibsen

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QUOTIDIANO • MARTEDÌ 31 AGOSTO 2010

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Mentre il mondo si mobilita contro l’Iran, da noi Berlusconi va a «colloquio riservato» sotto la tenda del rais libico

Con Sakineh, contro Gheddafi Da una parte democrazia e diritti, dall’altra dittatura e affari. È questo il bivio del nostro tempo: esibendo lo show del Colonnello, l’Italia si è schierata nel campo sbagliato

VACANZE ITALIANE

Quella ragazza di Teheran e le hostess di Roma di Paola Binetti n anno dopo è tornato il grande sultano, con le antiche vesti svolazzanti, scortato dalle sue amazzoni, in rigide uniformi d’ordinanza e seguito dai suoi cavalli arabi purosangue, che dovrebbero confermare la fama e le performance di unico signore del deserto. Netta la sensazione di un salto indietro nel tempo, ma se la sensazione è reale, la conclusione non lo è. Gheddafi è tornato come un conquistatore che tratta alla pari gli interlocutori finanziari italiani ed europei e detta le sue condizioni in una vasta rete di affari economici, che lo vedono non solo come protagonista assoluto delle trattative ma anche come principale beneficiario delle varie iniziative. È tornato come un seduttore che chiede di incontrare e di fatto incontra 500 (sic!) ragazze italiane selezionate per età, aspetto fisico e cultura. segue a pagina 3

U

TRA LEGGE E FEDE

Il dramma della donna iraniana

LEZIONI ANTICRISTIANE

Ieri l’incontro con il premier

Ma il Corano Tutto l’Occidente La reciprocità La politica italiana non uccide scende in piazza religiosa (per fortuna) le adultere vale 150 euro per salvarla si ribella di Shirin Ebadi

Si moltiplicano le iniziative che cercano di far pressione sul regime di Ahmadinejad

l tormentoso caso di Sakineh – una madre condannata a lapidazione dalla corte iraniana per adulterio – ha giustamente attirato l’attenzione sul draconiano codice penale dell’Iran, che riserva le pene più crudeli alle donne. a pagina 2 Vincenzo Faccioli Pintozzi • pagina 2

I

di Luigi Accattoli

ove non può il dramma potrà forse il grottesco: la predicazione coranica di Gheddafi aiuterà i più distratti a mettere a fuoco il dramma della libertà religiosa nel mondo e in particolare in quello musulmano. a pagina 5

D

I centristi, il Pd, Lega e finiani contro il premier che rende omaggio al dittatore libico Franco Insardà • pagina 4

È ancora polemica tra maggioranza e opposizione sulla legge elettorale

Da oggi i marines non sono più operativi

Il Pdl fa quadrato intorno al porcellum

Arrivederci Baghdad Arriva il giorno del ritiro

Cicchitto: «Niente trattative, neanche sul processo breve»

di Osvaldo Baldacci di Errico Novi

Oggi al via la festa dei «dissidenti»

I finiani a Mirabello in cerca di identità

ROMA. La legge elettorale non si tocca, per il Pdl. E nemmeno sul processo breve c’è troppo da discutere. L’altolà - l’ennesimo - ieri è arrivato da Fabrizio Cicchitto che ha bocciato ogni possibilità di dialogo con le opposizioni e con i finiani: «È già tutto scritto nei cinque punti». Ma le opposizioni insistono: è arrivato il momento di cambiare il Porcellum. a pagina 6 s eg ue a (10,00 pagina 9CON EURO 1,00

di Riccardo Paradisi

ROMA. Settembre andiamo è tempo di migrar… Per i finiani di Futuro e libertà e per i falchi berlusconiani con la fine d’agosto è il momento di sopire i toni guerreschi e di migrare verso lidi meno incandescenti. a pagina 7 I QUADERNI)

• ANNO XV •

NUMERO

168 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

ROMA. A salutare Baghdad a nome degli Stati Uniti è arrivato Joe Biden. Il vicepresidente Usa è giunto a sorpresa nella capitale irachena alla vigilia della fine delle operazioni di guerra Da oggi, i soldati Usa degli americani in Iraq. di stanza in Iraq Da questa mattina, innon sono più operativi fatti, i cinquantamila soldati Usa non sono più operativi e la sicurezza è passata definitvamente nelle mani degli iracheni. Un addio non privo di polemiche, comunque. a pagina 18 IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


prima pagina

pagina 2 • 31 agosto 2010

Proteste. Lettere aperte, appelli alla clemenza e proteste formali contro l’Iran da parte del governo francese

L’Italia ancora zitta

Mentre nel mondo si moltiplicano le iniziative per salvare Sakineh, il nostro Paese sembra dimenticare il dramma della donna condannata di Vincenzo Faccioli Pintozzi entre il governo italiano onora il leader libico Gheddafi, e definisce “folklore” la sua chiamata alla conversione all’islam del continente europeo, il mondo si mobilita per salvare una vittima dell’estremismo musulmano. Con la colpevole eccezione dell’Italia (fatte salve alcune sparute voci, quasi ignorate dal mondo dell’informazione nostrano), alla mobilitazione per salvare Sakineh Mohammadi Ashtiani dalla lapidazione si sono unite voci importanti e voci qualunque. Cinquantamila firme raccolte in Francia in tre giorni e lettere aperte alla condannata per non farle sentire la mancanza dell’Occidente in un momento di “giustizia” medievale. La vicenda in questione è nota, ma vale comunque la pena di rinfrescare la memoria sui fatti: Sakineh Mohammadi Ashtiani, 43 anni e madre di due figli, è stata ritenuta colpevole nel maggio 2006 di aver avuto una “relazione illecita” con due uomini ed è per questo stata sottoposta a 99 frustate, come disposto dalla sentenza. È stata frustata in presenza di uno dei suoi due figli. Durante il processo, svoltosi dopo la flagellazione, la donna ha ritrattato una “confessione” rilasciata sotto minaccia durante il primo interrogatorio e ha negato l’accusa di adulterio. Due dei cinque giudici hanno ritenuto la donna non colpevole, facendo presente che era già stata sottoposta a fustigazione e aggiungendo di non aver trovato le necessarie prove di adulterio a suo carico.

È stata la Rivoluzione di Khomeini a stravolgere la legge dei musulmani, che ora va rivista

M

Tuttavia i restanti tre giudici, tra cui il presidente del tribunale, l’hanno ritenuta colpevole sulla base della “conoscenza del giudice”, una disposizione della legge iraniana che consente ai giudici di esprimere il loro giudizio soggettivo e verosimilmente arbitrario di colpevolezza anche in assenza di prove certe e decisive. Giudicata colpevole dalla maggioranza dei cinque giudici, SakiAshtiani neh

Ma il Corano non insegna a lapidare le adultere di Shirin Ebadi l tormentoso caso di Sakineh Mohammadi Ashtiani – una madre condannata a lapidazione dalla corte iraniana per adulterio – ha giustamente attirato l’attenzione sul draconiano codice penale dell’Iran, che riserva le pene più crudeli alle donne. Prima della Rivoluzione Islamica del 1979, negli anni in cui lavoravo come giudice in Iran, le relazioni sessuali consensuali tra adulti non comparivano nel codice criminale del Paese. La rivoluzione però ha promulgato una versione della legge islamica straordinariamente dura persino per gli standard del mondo musulmano. Sotto il nuovo regime le relazioni sessuali extraconiugali erano un crimine punibile per legge. La pena per un singolo uomo o per una singola donna colpevoli di relazioni sessuali al di fuori del matrimonio è diventato di 100 sferzate; con l’articolo 86, la pena per un coniuge è diventata la morte per lapidazione. La lapidazione non è una pena riservata ad un genere specifico, poiché la legge sancisce che gli uomini adulteri subiscano la stessa brutale fine. Tuttavia la legge iraniana permette la poligamia, offrendo quindi agli uomini una scappatoia. Poiché la legge iraniana riconosce “matrimoni” anche di poche ore tra uomini e una sola donna, gli uomini possono dichiarare che le loro relazioni adultere sono in effetti dei matrimoni temporanei. Sfruttando questa clausola, gli uomini ricevono raramente una sentenza di lapidazione.

I

I codici legali dell’Iran sono pieni di incongruenze e stravaganze che rendono virtualmente impossibile un procedimento adeguato. Ad esempio, se un uomo o una donna commettono adulterio quando viene loro negato un accesso sessuale col coniuge per motivi di viaggio o per altre separazioni prolungate, sarà sufficiente una pena di 100 sferzate. Tuttavia la legge non specifica la durata accettabile di una separazione, quindi i giudici stabiliranno a loro discrezione se flagellare o lapidare gli adulteri. La lapidazione può inoltre essere ridotta a flagellazione nel caso in cui una donna sposata abbia una relazione sessuale con un minore. (La legge iraniana stabilisce la maturità per una ragazza a 9 anni,

per un ragazzo a 15.) Quindi una donna che commette adulterio con un uomo di quarant’anni sarà punita con la lapidazione, mentre a una donna che commette lo stesso atto con un ragazzo di 15 anni sarà accordata una scappatoia legale. I giudici iraniani possono far passare un verdetto di lapidazione senza la testimonianza dello stesso querelante; se ci sono le prove che un uomo o una donna hanno commesso adulterio, i trasgressori possono venire lapidati anche se il/la coniuge tradito/a offre il proprio perdono. L’articolo 105 del codice penale, intanto, permette a un giudice di condannare a lapidazione un adultero basandosi solo sulla propria “conoscenza”. In questo caso, un giudice può condannare una donna in base solo alle lamentele del marito.

Queste evidenti sviste sono solo le ragioni più ovvie per cui l’Iran dovrebbe riconsiderare la pratica di simili antiche pene, che la maggior parte dei paesi islamici ha abbandonato da molto tempo nel loro tentativo di adeguare l’Islam alle norme moderne. La lapidazione è stata a lungo criticata dai giuristi islamici, in maniera particolare dal Grande Ayatollah Iraniano Yousef Saanei. Questi giuristi ritengono che simili pene erano state assegnate all’inizio della storia dell’islam – nel deserto dell’Arabia Saudita del VII secolo – in accordo con i costumi del tempo. Tuttavia il Corano non fa alcun riferimento alla lapidazione – notano i giuristi – quindi si potrebbero considerare pene più leggere come la prigione. La repubblica Islamica dell’Iran si è dimostrata indifferente a queste discussioni, oltre che alle proteste di avvocati e attivisti. Forse una punizione da parte di un alleato potente come il Brasile costringerà Tehran a considerare se il suo appoggio a simili pratiche sia utile ai suoi interessi nazionali. L’Iran cerca di limitare la diffusione a livello internazionale di notizie sulla sua brutalità evitando di annunciare pubblicamente i verdetti di lapidazione. I casi di lapidazione si fanno strada fra i media in Iran e a volte anche oltre il Paese solo lentamente e con passa parola. Un anno e mezzo fa, i media iraniani hanno pubblicato la notizia di un uomo che era stato condannato a lapidazione della città di Qazvin. Non sappiamo quanti iraniani sono stati uccisi con questa pratica negli ultimi trent’anni. Sakineh Ashtiani potrebbe essere un’altra vittima. Altre persone sono nella sua posizione, ma nessuno sa quante sono.

Mohammadi è stata condannata alla lapidazione, poi trasformata in impiccagione. Pur avendo cercato di far calare il segreto sulla condanna, il regime iraniano non è riuscito a tenere segreta la notizia.

E la Francia ha mobilitato politica e società civile per risvegliare le coscienze europee: Valéry Giscard d’Estaing, Ségolène Royal e Carla Bruni sono soltanto le ultime personalità che hanno raccolto l’invito del filosofo Bernard-Henri Lévy a scrivere alla condannata. Tra l’altro, la moglie del presidente Sarkozy ha dovuto persino incassare gli insulti del regime, che tramite un giornale governativo l’ha definita “una prostituta immorale”, incapace di dare giudizi su qualsivoglia

L’unica risposta italiana agli appelli internazionali è venuta dal ministro Frattini. Che ha scritto un post sulla sua pagina Facebook argomento. Lo stesso Lévy ha ampliato il suo raggio d’azione, e ha cercato di scuotere il nostro Paese con un appello, pubblicato ieri sul Corriere della Sera, in cui scrive: «È proprio questo il momento di continuare a implorare la clemenza dei giudici iraniani; di continuare a sollecitare la mobilitazione delle coscienze, davanti a un comportamento che potrebbe non essere altro che un atto intimidatorio, da parte delle autorità, allo scopo di incutere terrore». Per poi proseguire in maniera esplicita, con una condivisibile chiamata alle armi: «Se altri Paesi si uniranno senza indugio alla Francia (perché no, da oggi stesso, anche l’Italia?), se altre voci rilanceranno a loro volta il nostro appello (che cosa aspettano gli intellettuali musulmani europei e del mondo arabo?), se riusciremo a essere ogni giorno più numerosi a firmare l’appello contro il fanatismo e per la concessione della grazia, solo allora, ne sono convinto, avremo una vera possibilità di salvare Sakineh». Posizione condivisibile, perché l’esperienza insegna che nel cam-


CON SAKINEH

Da noi i valori sono quelli degli affari Chissà se Gheddafi ha parlato della condizione delle donne in Iran alle hostess romane? di Paola Binetti segue dalla prima Anche qui è lui a dettare le condizioni, a definire i prerequisiti per essere ammessi a questo harem intellettuale dalla vaga impronta spirituale. Niente a che vedere con le veline televisive tutte aspetto e poca testa, tutte vanità e nessuna aspirazione religiosa in cuore. Gheddafi ha in mente una rivoluzione di tutt’altro tono. Non gli basta la conquista economica e materiale dell’occidente: vuole il cuore dell’Europa cristiana che in questi anni ormai si è andato corrompendo e per questo punta sulle donne, riconducendole a modelli di pudore e di spiritualità, di formazione e di docilità alla scuola del maestro, un saggio che dà consigli, come qualcuna di loro lo ha definito.

Gheddafi però non vuole dialogare con le sue allieve, non c’è ascolto nel suo approccio, vuole essere solo lui a parlare con le 500 prescelte, per annunciare il messaggio che salverà il mondo e di cui lui si sente il vate: «L’Islam salverà l’Europa, convertitevi all’Islam». Fa una lunga narrazione dei vizi dell’occidente, mostra la perdita di valori che indebolisce la coesione familiare e le invita ad associarsi a lui in questa opera di ricostruzione dell’identità morale dell’Europa. Per questo regala ad ognuna di loro un’edizione del Corano elegantemente rilegata, le invita ad andare a trovarlo in Libia, come hanno già fatto alcune di quelle incontrate un anno fa: tre di loro si sono convertite. Le 500 ragazze, vale la pena ricordarlo, sono state pagare per partecipare alpo dei diritti umani la comunità internazionale può qualcosa solo se agisce compatta. L’unica risposta italiana è venuta dal nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini. Che però ha scelto il proprio profilo su Facebook – mezzo efficace ma ben poco istituzionale – per dire: «

l’incontro e sanno che tutto ciò che avverrà d’ora in avanti, se accettano le regole del gioco, sarà a carico di Gheddafi, che non intende badare a spese per raggiungere il suo obiettivo. Qualcuno, forse qualcuna, ci ha creduto mentre una loro coetanea, bella come loro, intelligente come loro, mussulmana, attende di essere giustiziata per una colpa non commessa, o se commessa tutta legata a quel mutare di affetti che è così proprio del nostro tempo. Sakineh è chiusa in un carcere iraniano da oltre 4 anni, condannata in un processo in cui la sua colpa non è stata affatto dimostrata. Di giorno in giorno potrebbe essere lapidata a morte, come è già accaduto a coloro che sono stati accusati di essere i suoi amanti. La sua storia sta commuovendo migliaia di donne e sta mobilitando l’opinione pubblica di mezzo mondo. Quarantamila persone hanno firmato una petizione per fermare la mano dei suoi giustizieri, in un mondo in cui se pure c’è stato peccato, questo ha assunto immediatamente la dimensione del reato. La condanna a morte di Sakineh costituisce la dimostrazione palese della disuguaglianza giuridica fra uomini e donne nel mondo mussulmano in generale e in Iran in particolare, mostra al di là di ogni ragionevole dubbio la condizione di inferiorità di milioni di donne mussulmane, che non hanno pari diritti nel matrimonio, nel divorzio, nella custo-

La vita di Sakineh è appesa a un filo, le opinioni pubbliche devono scendere in campo e noi con loro. Per quanto non siano mancate, nei giorni scorsi, le note ufficiali di apprensione e di condanna da parte della politica istituzionale ed il richiamo all’Europa, questo gi-

dia dei figli, nell’eredita. C’è una disuguaglianza giuridica che investe non solo la vita di famiglia e il diritto di famiglia, ma anche il mondo del lavoro, il ruolo nella società e l’accesso complessivo ad ogni diritto umano, nonostante la parvenza di normalità che certe immagini sembrano rimandarci. Sono passati settanta anni dalla Dichiarazione dei diritti universale dell’uomo dove una volta di più venne ribadito come i diritti delle donne i diritti delle donne sono diritti umani, che vanno assicurati a tutti senza eccezioni di sorta.

C’è bisogno urgente di un vasto e complesso movimento neo-femminista nei Paesi musulmani

Chissà se Gheddafi

ha fatto cenno a Sakineh, tessendo l’apologia dell’islamismo, se ha mostrato tutte le contraddizioni con cui oggi l’Islam deve fare i conti proprio quando si parla di donne, di parità di diritti, di libertà. Chissà se ha parlato loro di mutilazioni genitali femminili, di infibulazione, pratiche barbare giustificate da una presunta tutela della onestà e della fedeltà femminile. Chissà se nella sua sollecitazione alle 500 ragazze italiane Gheddafi ha mostrato anche le tensioni che attraversano la rivoluzione femminile nel mondo mussulmano. Ad ogni manifestazione di autonomia e di libertà, di apertura verso culture diverse dall’islamismo che le donne mussulmane mostrano, sia pure nella semplice quotidianità della loro vita in Italia e in Europa, la rispo-

In alto, una manifestazione francese a favore della clemenza per Sakineh. Accanto, il colonnello Muhammar Gheddafi. Nella pagina a fianco, Ahmadinejad

sta del loro ambiente e della loro famiglia, più o meno allargata, è dura, forte e repressiva, spinta fino alla violenza. Giustificata perché ispirata ai principi e ai valori della cultura islamica. Non credo che Gheddafi abbia parlato di tutto ciò con le sue 500 uditrici, ma mi auguro che siano proprio questi gli aspetti che ognuna di loro vorrà e potrà approfondire. Si sente un bisogno urgente di un vasto e complesso movimento neo-femminista nei Paesi mussulmani, che faccia tesoro dell’esperienza occidentale, che apprenda anche dai suoi errori e non solo dalle sue straordinarie conquiste sociali, ma che torni a porre la donna al centro del sistema sociale e culturale, cominciando col garantirle tutti i diritti che le spettano.

Eppure, nonostante tutto credo che Gheddafi, se volesse, potrebbe ancora compiere in questi giorni un bel gesto, plateale quanto serve, per mostrare che dietro quanto dice e fa c’è davvero un barlume di buona fede, una speranza concreta che la vita delle donne in terra mussulmana potrebbe cambiare e diventare migliore. Basterebbe che si schierasse dalla parte di Sakineh, basterebbe che si unisse al coro delle migliaia di voci cristiane, ma non solo, che stanno chiedendo a gran voce la sua liberazione. La sua parola, autorevole soprattutto nel suo mondo, credibile soprattutto quando parla ai suoi, potrebbe ottenere due effetti importanti: salvare una vita umana e accendere anche in noi un briciolo di speranza nel futuro dell’Islam.

gante troppo stesso impotente nella battaglia per i diritti, tutto questo non basta. Invito anche le opinioni a scendere in campo, e noi con loro, impegnati a ricucire lo strappo tra pensiero ed azione e a raccogliere l’appello europeo ed internazionale contro questa parte della

violenza di genere che affonda nella barbarie le proprie radici». Finito di scrivere il proprio post, il titolare della Farnesina ha poi raggiunto il premier Berlusconi: insieme, hanno omaggiato quel campione dei diritti umani noto come Muhammar Gheddafi.


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Maltrattati. Pezzotta: «Dove sono i difensori delle radici cristiane d’Europa?». E protestano anche gli italiani rimpatriati

Colonnello Berlusconi

Tutta l’opposizione più la Lega e i finiani: questa volta il premier è rimasto solo con un dittatore sempre più in vena di prediche di Franco Insardà

ROMA. Muhammar Gheddafi quando scende la scaletta dell’aereo a Ciampino ricorda le attrici e gli attori hollywoodiani che arrivavano a Roma nell’epoca d’oro della Dolce vita. Il colonnello sa che tutti aspettano il suo show e non si sottrae ai flash, alle telecamere e alla gente, mentre le sue foto con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi campeggiano sulle prime pagine di tutti i quotidiani libici. Dopo lo spettacolo domenicale con le cinquecento hostess e l’invito all’Europa a convertirsi all’Islam, il Colonnello ieri mattina ha tenuto un secondo incontro all’Accademia libica “solo”con 200 ragazze dell’agenzia Hostessweb, e ha inaugurato la mostra fotografica sulla storia delle relazioni tra Italia e Libia allestita nella sede dell’Accademia libica in Italia. Prima ha avuto un colloquio riservato, durato circa trenta minuti, con Berlusconi sotto la tenda beduina allestita presso la residenza dell’Ambasciatore libico a Roma. Il clou in serata per la cena alla Caserma Salvo D’Acquisto di Tor di Quinto, offerta dal premier italiano in onore del leader libico. Intorno ai tavoli imbanditi per l’Iftar, il pasto che termina il digiuno del Ramadan, e ad assistere allo spettacolo di cavalli berberi, molti nomi di spicco del mondo dell’industria e della finanza italiana, a testimonianza della stretta rete di affari che lega i due Paesi.

Tutto questo, al di là del folklore, ha suscitato enormi polemiche: dalle opposizioni, al mondo cattolico fino al centrodestra. Per Savino Pezzotta «lo spettacolo messo in atto da Gheddafi ieri a Roma è intollerabile. È preoccupante l’indifferenza con cui molti vi assistono e partecipano, per come viene presentato all’opinione pubblica. Non mi convince il fatto che si tenti di ridurre lo show del leader libico a folklore perché siamo di fronte a gesti e atti che offendono la nostra cultura e la dignità dell’Italia. Mi chiedo dove siano finiti i “crociati”di fronte all’invito di convertirsi all’Islam, gli stessi che hanno accusato Famiglia Cristiana di pornografia per aver espresso qualche critica nei confronti del presidente del Consi-

Proprio in questi giorni si decide chi vincerà l’appalto per 1700 chilometri d’asfalto del deserto

Dall’autostrada al museo: tutti gli affari italiani in Libia di Alessandro D’Amato

ROMA. Gli accordi dell’Italia con la Libia significano denaro, è vero. Ma soldi per chi, e a chi vanno? Ecco un elenco dei principali interessi dei gruppi italiani nell’ex colonia italiana.Il trattato di amicizia e cooperazione dell’agosto del 2008 prevede che buona parte dei 5 miliardi di dollari che l’Italia pagherà come risarcimento del passato coloniale sarà «girata» alla costruzione dell’ autostrada costiera libica. A realizzare l’opera - l’appalto sarà assegnato entro il 30 ottobre - saranno tutte imprese italiane: i lavori verranno divisi in tre lotti, affidati a tre consorzi per consentire a molte aziende italiane di lavorare, ha spiegato il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli: «Abbiamo avuto 20 richieste», ha aggiunto. La superstrada Rass Ajdir-Imsaad (due corsie più una di emergenza in ogni direzione) sarà lunga 1.700 chilometri. Astaldi è capogruppo di una cordata con Bonatti, Ghel-

la, Grandi Lavori e Toto. Impregilo partecipa come capofila di un consorzio. I progetti infrastrutturali dovranno essere concordati fra le parti nei limiti di una spesa annua di 250 milioni di dollari per venti anni. Anche se le date ufficiali parlano di una decisione da prendete entro il 30 ottobre, è possibile che Gheddafi approfitti della sua visita romana per annunciare chi saranno i beneficiari del «risarcimento» italiano. Tanto più che la decisione vera spetta - di fatto - a Gheddafi e Berlusconi insieme.

L’Eni, invece, vede la Libia come il paradiso terrestre. In base ad un accordo firmato nel 2007 con la principale compagnia petrolifera libica, la National Oil Corporation, potrà produrre petrolio in Libia fino al 2042: attualmente estrae 800mila barili di petrolio al gior-

no dalla terra del paese africano.Tuttavia, l’ad Scaroni non sembra intenzionato a fermarsi qui: ha infatti annunciato investimenti per 25 miliardi di dollari. E, pochi giorni fa, lo stesso Scaroni aveva avanzato l’ipotesi di un incontro con il leader libico durante la sua permanenza a Roma. Anche perché c’è qualcos’altro che balla: in Eni si starebbe discutendo su un investimento libico nell’azionariato di addirittura il 15%. Non è una novità, del resto: nelle scorse settimane la Lybian Investment Authority (un fondo sovrano governativo con dotazione di 50 miliardi di euro da investire) è salita dal 2 al 7,05% in Unicredit. Il legame con Piazza Cordusio dura da 13 anni, ovvero da quando la Libia entrò in Capitalia.

E poi: tutti i grandi gruppi italiani guardano con simpatia al leader libico, dimenticando i suoi trascorsi da finanziatore del terrorismo di fronte a congrui appalti che la Libia fornisce per infrastrutture e altri lavori che le servono per sostenere lo sviluppo di un’economia ancora troppo africana. Per questo, l’italiana Sirti, che si occupa di infrastrutture per le telecomunicazioni, sta piazzando nel paese 7mila chilometri di cavi in fibra ottica: un appalto da 68 milioni di euro. Nello stesso settore è attiva la concorrente Prysmian, quel che resta del settore cavi di Pirelli, che ha un contratto da 35 milioni di euro con la Libya General Post and Telecommunications Company. La Agusta-Westland, del gruppo Finmeccanica, fornisce elicotteri e formazione per imparare a guidarli. E anche il culto della personalità del leader può diventare fonte di business: il gruppo di costruzioni Co.Ge.L era stato coinvolto nel progetto per la realizzazione di un museo dedicato a Gheddafi, a Tripoli. Un affare sospeso, però, visto che il gruppo è finito in liquidazione. Infine, ci sarebbe anche un credito, vantato dall’Italia nei confronti della Libia. Il trattato di amicizia firmato un anno fa prevedeva accordi negoziali relativi ai crediti che le aziende italiane vantano nei confronti del governo libico e che hanno un valore intorno a 650 milioni. All’epoca il governo doveva ottenere il sì dalle aziende, per andare a trattare (ovviamente al ribasso) con Gheddafi. La trattativa ancora non è conclusa, anche se sembra a buon punto.

glio. Dove sono i “guerrieri” che dicono di difendere la nostra religione e le nostre tradizioni portando i maiali a pisciare sui terreni dove si dovevano costruire le moschee? Dove sono tutti coloro che si presentano come difensori integrali delle radici cristiane d’Europa? Di fronte agli affari sottolinea l’esponente centrista in una nota - si preferisce il silenzio: da sempre sappiano che per qualcuno i soldi non hanno odore. Silenzio per quanto riguarda i risarcimenti agli italiani espulsi dalla Libia; silenzio per le sorti delle persone che sono state respinte dall’Italia e che sono nei campi libici; silenzio sul rispetto dei diritti umani. Mi domando se quanto sta succedendo in queste ore a Roma sarebbe stato possibile in un altro Paese europeo. Dove sono i difensori della laicità, che a ogni parola di vescovo gridano all’ingerenza? Nessun politico europeo si può permettere di andare a La Mecca a predicare conversioni, mentre Gheddafi lo può fare a Roma senza che ci si indigni. Sono contento di essere stato tra coloro che non hanno votato l’accordo con la Libia, ma sono profondamente indignato e offeso dall’ipocrisia».

Sulla stessa linea Ferdinando Adornato che a Cnr media ha dichiarato: «Credo che tutti i Paesi, tutte le democrazie liberali siano oggi di fronte a un bivio drammatico: quello fra gli affari che la globalizzazione induce e il rispetto dei diritti umani, la richiesta della difesa dei diritti di democrazia. Non credo che nel trattato di cooperazione fra l’Italia e la Libia questo secondo aspetto sia stato rispettato. Per di più mi pare che gli affari siano tutti a vantaggio della Libia. È un trattato che non andrebbe nemmeno celebrato a questa maniera. Mi sembra di poter dire che negli ultimi anni c’è stata una deriva evidente della nostra politica estera, in cui i rapporti di amicizia che Berlusconi ama spesso esibire con i leader occidentali hanno ceduto il posto a rapporti unilaterali e univoci con Putin e Gheddafi. Credo che questa non sia la storica collocazione dell’Italia. Siamo in presenza del rischio di una deviazione della collocazione tradizionale del nostro paese nelle alleanze internazionali». La fondazione Farefuturo, vicina a Gianfranco Fini ha parlato di un’Italia ridotta «a Disneyland di


CONTRO GHEDDAFI Le contraddizioni (tra dramma e ridicolo) della «lezione» di Gheddafi

La reciprocità religiosa vale solo 150 euro?

La «predicazione» del rais di Tripoli rimette al centro dell’attenzione l’intolleranza anticristiana nel mondo di Luigi Accattoli ove non può il dramma potrà forse il grottesco: la predicazione coranica di Gheddafi aiuterà i più distratti a mettere a fuoco il dramma della libertà religiosa nel mondo e in particolare in quello musulmano. Ma dovrebbe anche spronare il nostro governo a una maggiore attenzione a questa tematica. La gaffe d’aver fatto ponti d’oro al secondo tempo della sceneggiata missionaria del dittatore libico – c’era stato un primo inequivocabile assaggio con la visita del giugno scorso – è forse poca cosa, ma la sottovalutazione di questi argomenti, anche quando grondano sangue, è purtroppo abituale.

D

Il leader libico Muhammar Gheddafi e il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi Gheddafi», mentre la sezione italiana di Amnesty International ha scritto una lettera a Berlusconi per ricordare le“gravi violazioni”dei diritti umani in Libia e per chiedere che questo tema sia messo al centro dei colloqui e dei rapporti bilaterali.

Anche l’Associazionedegli Italiani Rimpatriati dalla Libia che riunisce i 20mila italiani che, nel luglio 1970, furono espulsi, chiede il rispetto del trattato. Giovanna Ortu, presidente dell’Airl, ha partecipato alla kermesse con Gheddafi, spiega a liberal, «con lo spirito dell’invitata, ringraziando la presidenza del Consiglio che per la prima volta si è ricordata della nostra associazione, dal momento che Berlusconi non ha mai dato riscontro alle nostre lettere e richieste. Un invito che ricambieremo il 7 ottobre, per il quarantesimo anniversario del rimpatrio. Per la nostra vicenda la colpa è del governo italiano, perchè avrebbe potuto, fino alla stipula del trattato del 2008, far valere i diritti verso la Libia per ottenere un indennizzo per i rimpatriati. Sono comprensibili i motivi per cui non è stato fatto, aven-

do voluto giustamente creare un clima proficuo nei rapporti economici e politici con la Libia. Sono senza dubbio da condannare le provocazioni di Gheddafi e la non reazione da parte del governo italiano. Il trattato prevede un esborso, ma in cambio la Libia e il suo leader dovrebbero smettere di avere certi atteggiamenti. I risarcimenti servono anche a mettere una pietra sul passato, senza continuare a offendere la dignità. Per la nostra situazione, grazie all’impegno dell’Udc e del presidente Fini, era stato riconosciuto un indennizzo nella legge di ratifica del trattato del 2008, ma a tutt’oggi non abbiamo ricevuto neanche un euro, mentre l’Italia pagherà nei prossimi 20 anni 5 miliardi di dollari di risarcimenti alla Libia. Negli anni abbiamo recuperato solo una piccola parte, beneficiando di qualche legge per chi perde beni all’estero, mentre l’indennizzo previsto dal trattato di 150 milioni di euro, rispetto ai nostri beni che ammontavano ad attuali 3 miliardi di euro, è stato bloccato dal ministro Tremonti che non ha firmato il decreto attuativo, nonostante la nostra diffida ad adempiere».

Il colonnello Muhammar Gheddafi aveva bisogno di un video per la propria televisione, che lo mostrasse bene accolto dalle donne italiane, pronte ad abbracciare l’islam. L’unica scusante per la nostra diplomazia è la mancanza di precedenti. Mai un ospite di Stato aveva tentato il colpo gobbo di impiantare – anche solo virtualmente – la sua religione nella Roma cristiana a così basso prezzo: 150 euro di rimborso – pare – per le ragazze venute da fuori e 100 per le romane.Va anche detto che questa appendice della missione Gheddafi non era imprevedibile e sarebbe bastato tenere d’occhio i media che da giorni intervistavano i creativi reclutatori italiani delle giovani “comparse”. A un ospite di Stato musulmano che vuol parlare a Roma dell’Islam va posta la questione della reciprocità. Se lo vuole fare con un pubblico a pagamento, gli va spiegato che – qui da noi – non si usa. Diremo dunque che non c’è stata avvertenza di questa faccia della medaglia e che quella dell’interesse economico e diplomatico ha fatto aggio sul resto. È questa ormai un’esperienza abituale: c’è sempre un interesse prioritario, nelle relazioni internazionali, che induce i Paesi dell’Occidente a mettere la sordina alle questioni legate alla libertà di religione. Non si farà un passo sulla strada della reciprocità e non si porrà alcun freno alla cristianofobia galoppante se non crescerà l’avvertenza dei nostri governi per i diritti umani legati alla libertà religiosa. Il ministro Frattini si è adoperato per attivare un coordinamento in materia all’interno dell’Unione Europea e di questo gli siamo grati, ma come mai si è lasciato sorprendere da Gheddafi proprio su questo terreno?

lonnello, dovremmo chiederci che cosa stiamo facendo come nazione in questo momento per la libertà religiosa nel mondo. Oltre quelle dell’Afghanistan e del Pakistan – colpito dalle alluvioni e da un’offensiva talebana per cacciare i volontari occidentali intervenuti a soccorso degli alluvionati – le emergenze attuali più drammatiche sono quelle dell’Eritrea e dell’Iraq. Nel Nord dell’Iraq continua lo stillicidio delle uccisioni: è di venerdì la notizia del ritrovamento del corpo di un cristiano di Mosul già sequestrato e per il quale la famiglia aveva pagato un riscatto. Fonti di Fides – che è un’agenzia vaticana – confermavano sabato l’omicidio di tre operatori umanitari nella valle di Swat, in Pakistan, del quale si era parlato nei giorni precedenti. Le fonti attestavano che si trattava di tre volontari stranieri, di religione cristiana, appartenenti a un’organizzazione internazionale che, per motivi di sicurezza, veniva tenuta segreta. Ieri quelle stesse fonti aggiungevano che i tre erano statunitensi. Un alto funzionario governativo aveva detto sabato a Fides che «i tre volontari stavano operando a Mingora e nelle aree circostanti per il soccorso agli alluvionati». Il 23 agosto stavano rientrando al campo base quando sono stati attaccati da un gruppo di talebani che ha ferito 5 o 6 volontari e ne ha rapiti tre. La mattina del 25 agosto, soldati dell’esercito del Pakistan hanno recuperato i corpi senza vita dei tre.

Le situazioni più critiche sono quelle in Iraq, Pakistan e in Eritrea dove le persecuzioni ormai si ripetono nel silenzio generale come un rito orribile (anche occidentale)

Andando oltre il grottesco delle cinquecento ragazze con il Corano rilegato in mano e delle tre – tra loro – che indossano il velo e fanno la professione di fede islamica in presenza del co-

Sulla situazione dell’Eritrea – che è cronicamente drammatica – si dispone di un monitoraggio dell’organizzazione americana per la difesa dei diritti umani, Human Rights Watch (Hrw), aggiornato con continuità: il governo di Isaias Afewerki – sempre più condizionato dai finanziamenti che gli arrivano dai Paesi arabi – è arrivato all’imprigionamento discrezionale di oltre tremila cristiani appartenenti a diverse confessioni religiose. Dopo gli otto medici cristiani uccisi in Afghanistan all’inizio di agosto, abbiamo dunque avuto in questo fine settimana la conferma dei tre volontari cristiani passati per le armi in Pakistan e dell’uccisione di un cristiano rapito in Iraq: è su tale sfondo che va letta la sceneggiata romana di Gheddafi che riceve la“conversione”di tre ragazze e vaticina il passaggio dell’Europa all’Islam. I media hanno glissato sul dramma ma non potranno fare altrettanto sulla farsa e dunque avremo un’occasione per riscattarci, sia i diplomatici sia noi giornalisti. La posta in gioco è tremendamente seria e non sono ammesse distrazioni. www.luigiaccattoli.it


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politica

Trincea. Maggioranza costretta a giocare in difesa di fronte agli appelli per rivedere il sistema di voto. La Lega difende la “porcata” di Calderoli: «È buona, perché cambiarla?»

Il Porcellum blindato Il Pdl contro le opposizioni: no a una nuova legge elettorale. D’Alema rilancia il sistema tedesco, Bersani lo segue di Errico Novi

ROMA. Dopo aver trascorso un’estate all’attacco (contro Fini soprattutto) il Pdl si chiude in difesa non appena il confronto atterra su un tema politico: la legge elettorale. Al movimento d’opinione avviato da diverse parti – dall’appello per il maggioritario lanciato dal Corriere della Sera, dai rilanci di Bersani e D’Alema e anche da liberal – i berlusconiani e la Lega preferiscono opporre il più impenetrabile dei catenacci. Sul sistema di voto si scoprono estremisti persino quelli che nella maggioranza sono noti per la moderazione. Esempio tra tutti, Gianfranco Rotondi: «Il governo chiede all’opposizione di prendere atto definitivamente che la maggioranza non intende cambiare la legge elettorale. Siamo divisi su tanti temi», ammette il ministro all’Attuazione del programma in una nota che ha tutti i crismi di un’indicazione ufficiale da parte dell’esecutivo, «siamo però uniti nel no al tentativo di Bersani di portare indietro l’orologio della politica con ammucchiate di ulivi e leggi elettorali comode per le mafie del Sud e del Nord».

Mai vista tanta durezza da parte dell’esponente più mite del governo Berlusconi. È un segnale. Di chiusura naturalmente, ma anche di debolezza. È chiaro che all’interno del Pdl non è mai maturata un’idea su un nuovo, possibile sistema di voto. Se nel Pd permangono molte contrapposizioni, nel partito di maggioranza relativa non c’è neppure il dibattito. Avviarlo costerebbe molto, soprattutto in termini di rapporti con la Lega. A maggior ragione se si considerano le posizioni assai mutevoli dell’ultimo Berlusconi, sempre più difficile da assecondare anche per i suoi consiglieri più attenti. Così prevale un immobilismo, sul tema della riforma, che sa molto di paura. Nella trincea puntellata da Rotondi si rivede ancora Fabrizio Cicchitto, pronto a impallinare l’indicazione proporzionalista di Massimo D’Alema. L’ex premier dichiara il proprio favore per il modello tedesco, in un’intervista a Repubblica apprezzata, per la sincerità, anche dai maggioritaristi del Pd come Arturo Parisi. E Pier Luigi Bersani spiazza più di un interlocutore interno quando, nel primo pomeriggio, spiega a Repubblica.it: «Il meccanismo che ho in mente può venire o da una correzione del modello tedesco o del

Ancora una volta, il conflitto tra l’ex premier e Veltroni ingessa il partito

Maggioritario o proporzionale, il Pd si divide anche sulla riforma di Antonio Funiciello

ROMA. C’è un motivo per cui il Pd non è mai nato e continua ad essere, ancor oggi, un gruppetto di gente che sta insieme solo perché “di là” c’è Berlusconi. Tra ex comunisti ed ex democristiani del Pd non c’è mai stata, infatti, un’autentica verifica sulla natura del partito: bipolarista o proporzionalista, a vocazione maggioritaria o minoritaria? Sono due orientamenti di fondo robusti, che attengono a diverse culture politiche progressiste e a due assetti istituzionali alternativi. Da una parte, l’idea che l’attuale crisi del bipolarismo debba essere superata attraverso un rafforzamento dell’impianto bipolare dal punto di vista istituzionale; dall’altra, la convinzione che il bipolarismo non si adatti a un’Italia più a suo agio con un assetto proporzionalista da prima repubblica. La questione della legge elettorale, di per sé poco significante, assume così un ruolo centrale nel dibattito interno al centrosinistra, perché dirimente rispetto al dubbio proporzionalista/bipolarista che attiene la natura del Pd.

I maggioritaristi del Nazareno sono da sempre minoritari: i più convinti di questa prospettiva restano i veltroniani, i parisiani e, new entry come l’aspirante leader del centrosinistra, Sergio Chiamparino. A questi sono oggi vicini Fioroni e i suoi, ma più per ragioni di posizionamento tattico che per vera convinzione. Il capofila del Pd proporzionalista è Massimo D’Alema; vicini a lui i due (finti) sfidanti dell’ultimo congresso Bersani e Franceschini, più una pletora di dirigenti: dalla pattuglia dalemiana ai lettiani, dai fassiniani ai bindiani, il

grosso degli amministratori locali e dei quadri di partito, insieme a padre nobile Prodi (che prima della caduta del suo secondo governo era però il capofila dei maggioritaristi). Per quanto queste posizioni siano ben consolidate nel Pd, non c’è mai stata una vera conta tra i due orientamenti di cultura politica che essi esprimono. Nel 2007, quando Veltroni fu eletto plebiscitariamente, Bersani rinunciò a candidarsi contro di lui dando voce ai proporzionalisti, richiamato da D’Alema. Nel 2008, dopo la sconfitta elettorale, fu Veltroni a commettere l’errore di non convocare un congresso per concludere la questione una volta e per tutte. Fino al congresso del 2009, quando i due sfidanti, Franceschini (scelto da Veltroni) e Bersani (voluto da D’Alema), inscenarono una farsa dello scontro tra maggioritaristi e proporzionalisti, tant’è che oggi i due sono i più fieri alleati della seconda prospettiva.

Il Pd d’oggi è fermo lì, appeso ai cerchi concentrici teorizzati da D’Alema quindici anni fa e rilanciati da Bersani via Repubblica (o da Repubblica via Bersani?). Il problema, per l’ex ministro, è che se mai dovesse aprirsi una contesa sulla legge elettorale, non avrebbe la forza di portare il partito su una posizione unitaria, proprio perché non c’è mai stata al Nazareno una discussione vera e risolutiva sull’orietamento di fondo dei democratici. Anche la sua piattaforma congressuale era, in tal senso, confusa, perché se liquidava la vocazione maggioritaria veltroniana, non affermava al suo posto la fondata vocazione minoritaria che pure Bersani e D’Alema hanno da sempre in testa. Quella vocazione che vede un Pd il cui acronimo s’iscriva nella successione Pci-Pds-Ds, per puntare a fare fare il pieno dei voti a sinistra, portandoli in dote a un’alleanza con un partito di centro. Ammesso che tale partito di centro intenda poi davvero allearsi con questo Pd di sinistra. Ma questo è un altro discorso.

mattarellum». Apertura significativa all’ipotesi dalemiana di un «centro forte che si allea con la sinistra» a partire dal recupero di un impianto proporzionale.

Nient’altro che furbizie, liquida appunto Cicchitto: «D’Alema è il più grande tattico del Partito democratico», ma il suo ingegno, aggiunge il capogruppo del Pdl a Montecitorio, «non può surrogare la debolezza politica, sociale e programmatica del centrosinistra». Segue chiosa sibillina: «A meno che il centrodestra non decida di offrire una sorta di soccorso azzurro alle debolezze degli avversari». È un avvertimento a quei liberali del partito (Antonio Martino, Salvo Fleres, Antonio Bonfiglio) che hanno sottoscritto l’appello del Corriere. Ed è soprattutto un

«Bisogna archiviare il premio di maggioranza in modo che un centro forte possa allearsi con la sinistra», dice D’Alema a “Repubblica”. E il segretario: «Non mi impicco ai modelli, conta voltare pagina» messaggio ai finiani, attratti a loro volta dalla campagna per l’uninominale, con in testa Della Vedova e Urso. Il fronte schierato con l’ex leader di An d’altra parte si presenta in ordine sparso, sulla questine della riforma: Italo Bocchino per esempio mostra scarso interesse e dichiara che «non sembra la stagione per parlare di


politica

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Nel mirino delle contestazoni anche il processo breve

A Mirabello i finiani cercano un’identità

Al via la festa dei «dissidenti»: Urso chiede lo stralcio dell’espulsione di Fini «per tornare a dialogare» di Riccardo Paradisi

ROMA. Settembre andiamo è tempo di mi- punti il più problematico è quello che riguarda grar…Per i finiani di Futuro e libertà e per i falchi berlusconiani con la fine d’agosto è il momento di sopire i toni guerreschi e di migrare verso lidi meno incandescenti. Con la riapertura della stagione politica ci si torna a studiare, a cercar mediazioni. Le schermaglie tra le due controparti del Pdl si fanno più mirate, dalla rissa alla moral suasion. Resta il clima di alta tensione naturalmente ma insomma l’obiettivo sembra ora qualcosa che assomiglia a una tregua.

revisione del sistema elettorale». È nota però la linea cara a Gianfranco Fini, convinto che sia indispensabile archiviare il porcellum in caso di riforme istituzionali, in particolare se si procedesse verso un riassetto“alla francese”, come vagheggiato nei mesi scorsi da Berlusconi.

A tenere in pugno la situazione, nella maggioranza, è invece ancora una volta la Lega. Secondo Roberto Cota quella approvata nel 2005 «è una buona legge che ha dato semplicità e stabilità, non c’è l’esigenza di cambiarla». Ma la frase del governatore non ha l’aria di essere la risposta ufficiale di Bossi al ragionamento di D’Alema, che nella conversazione con Repubblica vede anche il Carroccio tra i soggetti interessati a una riforma proporzionale. Nel Pd invece si discute, e anche piuttosto animatamente, con i bipolaristi ansiosi di sconfessare D’Alema, da Marina Sereni che chiede di «trovare forme diverse dal sistema tedesco», ma cambiando «il premio di maggioranza, oggi squilibrato» all’ultraveltroniano Stefano Ceccanti, secondo il quale l’opzione tedesca sarebbe la «negazione» stessa di Pd e nuovo Ulivo. Ma tra i democratici appunto si discute, e prevale il giudizio unanime sull’urgenza della riforma. Con Bersani che ribadisce la sua volontà di riaprire i giochi per archiviare il porcellum: «Non mi impicco ai modelli ma la prima cosa da fare è discutere e vedere in quanti, anche non nel centrosinistra, sono d’accordo nel cambiare una legge che è un abominio». La discussione è aperta, e il Pdl non ne sembra per nulla entusiasta.

Pier Ferdinando Casini e Perluigi Bersani continuano a ripetere che è arrivato il momento di cambiare la legge elettorale. Sotto, Gianfranco Fini, che domenica chiuderà la festa di Mirabello, prima kermesse pubblica dei suoi fedelissimi

Oggi comincia a Mirabello, vicino Ferrara, la prima festa nazionale di Futuro e libertà che si concluderà il prossimo 5 settembre con il discorso di Fini. Un discorso che – dicono fonti vicine al presidente della Camera – non sarà incendiario ma misurato sulla volontà di non rompere, per ora, i ponti, di non siglare separazioni senza ritorno con l’annuncio della fondazione di un nuovo partito. Fini si terrà insomma sulle linee generali, volerà alto, come si dice in questi casi. È lo stesso capogruppo di Futuro e libertà Italo Bocchino a gettare acqua sul fuoco: «Non è in programma l’annuncio di nessun partito, settembre sarà un mese delicato ed è bene che non ci siano scatti o strappi da parte di nessuno». Piuttosto è l’appuntamento successivo che si son dati i finiani, quello di Perugia del 6 e 7 novembre prossimi, ad essere potenzialmente più gravido di novità. Il 6 e 7 novembre Fini incontrerà i suoi sostenitori nel capoluogo umbro in occasione della prima convention nazionale di Generazione Italia. È in questa occasione che Futuro e libertà potrebbe decidere di costituirsi in partito se intanto la situazione interna al Pdl dovesse precipitare. Intanto Fli resta un gruppo parlamentare a capo del variopinto arcipelago che va da Futuro e libertà al Secolo d ‘Italia, dall’associazione Azione nazionale del triestino Roberto Menia al contenitore bocchiniano Generazione italia. Un arcipelago da cui s’alza una polifonia di voci diverse quando non discordi, con scomuniche reciproche e polemiche sotterranee.Tuttavia è questo lo strumento che il presidente della Camera ha a sua disposizione per la traversata delle cinque fiducie che il premier chiede al dissenso interno. Di questi

la giustizia e in particolare il passaggio sul cosiddetto processo breve. I finiani cercano un compromesso provando a raccogliere consenso nelle procure sondando umori e pareri degli addetti ai lavori, di minimizzare i rischi di danni collaterali con il blocco di processi e procedimenti. Un ultrà berlusconiano come Giancarlo Lehner legge così il lavoro dei finiani: «Sono in tour verso le Procure, per farsi dettare le linee della riforma della giustizia più gradita all’Anm. Mussolini andò al potere grazie alle prefetture, Fini ci prova attraverso le Procure». I finiani Italo Bocchino, Fabio Granata, Nino Lo Presti ed Angela Napoli replicano indirettamente annunciando l’incontro il prossimo lunedì 12 settembre a Reggio Calabria con i vertici della locale Procura, dopo gli atti intimidatori subiti da parte della Ndrangheta. Non è un’iniziativa troppo gradita.Tanto che anche un moderato come Maurizio Lupi lamenta il fatto che «c’è sempre un nuovo nodo che viene al pettine. Il processo breve, è un punto fondamentale perché i processi non possono durare un’eternità».

Fli resta, per ora, un gruppo parlamentare. Il discorso di Fini domenica prossima ribadirà la linea ma senza entrare nel merito del conflitto interno

In entrambi gli schieramenti si vuole tenere il punto. E così c’è chi rilancia come Adolfo Urso che chiede a Berlusconi di inserire nei 5 punti del patto di governo un capitolo che riguardi i giovani, «Un importante patrimonio per il futuro dell’Italia che vogliamo». Che è suonato come una tirata per il prossimo discorso di Fini a Mirabello. Circa l’attuale situazione politica il vice ministro per lo Sviluppo economico ha chiarito che il rientro dei finiani nel Pdl è invece legato «al recupero dello strappo con l’espulsione illegittima di Gianfranco Fini. Ove lo strappo non si ricucisse saremo innovativi sul piano culturale e organizzativo. Sorprenderemo molti». Ove la sorpresa è quella più volte annunciata, ventilata e minacciata della costituzione appunto del nuovo partito. Dall’arcipelago finiano arriva anche la critica di Generazione italia che affila la lama dell’orgoglio nazionale censurando gli esibizionismi del dittatore libico Gheddafi: «Vi immaginate Gheddafi che va a Parigi o a Berlino e organizza un incontro con 500 hostess per dir loro ”diventate musulmane”? Noi no». C’è infine chi come Carmelo Briguglio si preoccupa per le conseguenze del tour romano del Colonnello: «Queste visite di Gheddafi aumentano le distanze tra il governo italiano e i nostri tradizionali alleati, Stati Uniti in testa». «Ma non era rautiano e antiamericano Briguglio?», dicono alcuni suoi ex ”camerati” rimasti nel Pdl, fedeli alla linea eurocontinetale che Berlusconi incarnerebbe con la sua amicizia con Vladimir Putin. Scaramucce, bagattelle rispetto alle bordate luglio-agostane e rispetto a quello che potrebbe venir giù se si dovesse rompere sulla fiducia ai cinque punti che Berlusconi ha posto come ultimatum. Senza quella fiducia – minaccia il capogruppo Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto – la legislatura finisce qui.


economia

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Qui accanto il governatore veneto Luca Zaia e, sotto, il sindaco di Verona Flavio Tosi. Tra i due c’è una duello in corso sulla gestione delle Fondazioni bancarie attraverso le quali la Lega vorrebbe controllare Unicredit

ROMA. Chi lo conosce, racconta che Luca Zaia impazzisca alla sola idea che Paolo Biasi, con la “sua” Cassa di risparmio di Verona, abbia contribuito a finanziare 35 nuove sale operatorie all’ospedale di Borgo Trento. Quando ne sarebbero bastate una ventina. Aggiunge che il governatore esca di senno perché nella sua Treviso, e da un po’ di anni a questa parte, Dino De Poli abbia messo nel bilancio di Cassamarca stanziamenti pari o superiori ai 10 milioni di euro per il teatro De Ponte. Fiore all’occhiello di Vittorio Veneto, ma pur sempre una sala dove il numero degli orchestrali è superiore a quello dei paganti.

Sarà per tutto questo – o per lo sbarco a Roma di Gheddafi futuro “primo socio” privato di Unicredit – che il governatore del Veneto è sbottato. E si è affidato al consuento armentario leghista per riaprire il fronte bancario, aperto e chiuso a cavallo della sua elezione. Ospite di CortinaIncontra, ha scandito un perentorio «le parole non sono bastate e quindi dobbiamo puntare alla governance». E i riferimenti possibili sono Unicredit, che con la nomina del brianzolo Gabriele Piccinni a country manager sembrava aver risposto alle richieste dei lumbarddi maggiore attenzione al territorio, e ai due azionisti locali di piazza Cordusio, Cariverona e Cassamarca. Fondazioni dominate da due cavalli di razza democristiani come Paolo Biasi e Dino De Poli, e che sulla carta dovrebbero essere eletti da enti locali guidati dal Carroccio. Incalzato da Enrico Cisnetto, Zaia, sempre suadente e attento a crearsi consenso, ha detto brutalmente che «quando ci saranno le elezioni metteremo persone più vicine al popolo». Perché, «se non mettiamo nella governance i nostri amici, lì ci vanno quelli degli altri e questo è pericoloso». Non contento, ha spiegato che «non sono dichiarazioni di guerra, ma uno scambio di prigionieri sì». O che «le Fondazioni andrebbero chiamate al tavolo delle istituzioni: in un Veneto in cui si sono persi 75mila posti, dovrebbero essere della partita e fare qualche mostra in meno». Dalle parti di Palazzo Balbi si sospetta che quest’uscita sia stata molto gradita da Umberto Bossi, il quale considererebbe Zaia quasi alla stregua di Giampaolo Gobbo, unico insostituibile luogotenente del Carrocio in terra veneta. Ma in queste parole ci sono tutte le battaglie che affligono il nostro da quando ha sostituito Giancarlo Galan: la sfida con il sindaco di Verona Flavio Tosi, che può avere dalla sua parte l’appoggio economico e finanziario di Biasi; la guerra con l’ammaccato De Poli, che nonostante la difficoltà a far quadrare il bilancio ha l’appoggio dello stes-

Equilibri. Nel mirino gli azionisti di Unicredit, Cariverona e Cassamarca

Lite in casa leghista (cercando una banca) Investimenti e poltrone nelle Fondazioni: a un passo dalla rottura tra Zaia e Tosi di Francesco Pacifico so Gobbo; la necessità di recuperare risorse fresche con un’agenda infrastrutturale (tra Mose e Pedemontana) ambiziosa. Zaia è forte in questa fase: il pieno appoggio di Bossi fa dimenticare l’asse di ferro tra Tosi e Roberto Maroni; non ha il fiato sul collo dell’opposizione; chi lo critica nel modo più duro, Galan, finisce con l’apparire soltanto un trombato rancoroso. E se per conquistare quella tecnocrazia tanto in voga ai tempi dell’ex governatore ha stretto un accordo con l’ex galaniano Renato Chisso, ora manca soltanto il riconoscimento della finanza locale per chiudere il cerchio. L’occasione da non perdere sarebbe dovuta arrivare con la nomina, in autunno, del consiglio generale di Fondazione Cariverona. Attraverso gli enti locali che controlla come quello scaligero o di Feltre, il Carroccio può ambire fino a sette – se non otto – dei 25 membri su 38 che vanno a rinnovo. E vorrebbe dire controllare l’ente che ha in portafoglio il 5 per cento di Unicredit, e distribuisce un centinaio di milioni sul territorio. Finanche mettere le mani sulla poltrona di Paolo Biasi. Invece non succederà nulla di tutto questo. Il riservato 73enne avvocato, riposte le sue mire su Generali, vive questi anni soprattutto per difendere l’investimento in piazza Cordusio. E in questa missione ha trovato un alleato come Tosi, critico co-

me lui verso gli aumenti capitali chiesti da Profumo senza garanzie al territorio o la crescita dei libici, che dal 4,6 per cento dovrebbero presto salire al 7 se non al 10 per cento del capitale. In Veneto avere l’appoggio delle Fondazioni è importante: sono state loro a pagare buona parte delle eccellenze sanitarie, hanno mantenuto alto il livello dell’offerta formativa universitaria, ”impedendo” fughe verso la Bocconi di Milano o il Politecnico di Torino. La pax tra Biasi e Tosi – che pure non gli aveva lesinato strali – nasce sui fondi garantiti a progetti come il rafforzamento dell’ateneo, la metropolitana o i servizi agli anziani. Di fronte a questo la rabbia di Zaia è doppia. Ha rivendicato a mezzo stampa un riequilibrio nelle grandi banche, ma a differenza del suo antagonista non ha un lasciapassare (come Cariverona) per farsi ascoltare da Unicredit. Dove c’è un rapporto consolidato se Alessandro Profumo si è premurato di spiegargli i meccanismi di erogazione alle piccole imprese e Gabriele Piccinni risponde sempre alle sue richieste di chiarimento. Eppoi è facile fare politica se c’è una fondazione che aiuta un amministratore locale. Ma questo non avviene a Treviso. Qui, quando il presidente di Cassamarca lanciò il progetto della cittadella direzionale agli Appiani, l’allora presidente della Provincia, un certo Luca Zaia,

rispose con una faraonica nuova sede nella periferia opposta. Risultato, le due aree non decollano e il centro storico della Marca langue.

A differenza di Biasi, l’ottantenne De Poli fa fatica a far quadrare il bilancio. Di più, c’è chi dice che il patrimonio complessivo (e nel quale c’è lo 0,7 per cento di Unicredit) non superi i 250 milioni di euro. Nel 2012 scade il suo mandato, ma Zaia, che pure lo ha combattuto senza stregua, farà fatica a mandarlo a casa. A quanto pare De Poli ha la piena fiducia di Giampaolo Gobbo, fino a un anno fa unico veneto di riferimento in via Bellerio. E il rapporto tra i due è talmente solido che l’attuale sindaco di Treviso ha sempre imposto come rappresentante del Comune Franco Andretta, ex sindaco di San Polo di Piave e soprattutto dc di sinistra come De Poli. Dalla destra dc viene invece l’avvocato Massimo Malvestio, consulente principe di Zaia e conoscitore di tutti gli spilli che muove Cassamarca. Per molti è lui l’uomo del governatore per sostituire De Poli. Per altri non avrebbe mai gli appoggi sufficienti nel Carroccio. Dove, ma al momento è un pour-parler, tutti vedrebbero bene soltanto Gobbo.


L’

otto pagine per cambiare il tempo d’agosto

i m p r e s a

31 agosto (1895)

Ferdinand von Zeppelin ottiene il brevetto per il dirigibile

Tremila metri sopra il cielo di Massimo Tosti

avventura durò – in totale – una quarantina d’anni, compreso il periodo iniziale di progettazione e di rodaggio. Prima c’erano stati esperimenti malriusciti, e dopo c’è stata l’epoca dei ricordi e delle nostalgie, tenuta viva da alcuni esemplari impiegati, in tutto il mondo, per fare la pubblicità a una marca di pneumatici e per offrire una mezz’ora di tour per ammirare il mondo visto dall’alto, ma ad un’altezza ragionevole, inferiore a quelle frequentate dagli aerei di linea. Gli esperimenti erano durati più di un secolo, da quando – nel 1783 i fratelli Montgolfier si librarono in cielo a bordo d un pallone aerostatico di loro invenzione, che – con indubbia fantasia – chiamarono mongolfiera. Quel pallone, tuttavia, aveva un difetto: la scarsa manovrabilità. Era possibile infatti controllarne la discesa, agendo sulla valvola del gas, o gettando zavorra era possibile riprendere quota, ma dirigerne la rotta era un’impresa disperata. L’aeronauta francese Blanchard aveva inutilmente tentato, nel 1784, di ovviare all’inconveniente, munendo il suo pallone di remi e timone. Perciò nel XIX secolo numerosi tecnici e scienziati s’applicarono alla soluzione di questo problema, fino a quando il francese Henri Giffard, nel 1852, riuscì a far volare un aerostato che, partendo da Versailles, coprì la ragguardevole distanza di 31,5 km. Il dirigibile di Giffard, riempito di idrogeno, era lungo quasi 44 metri ed era spinto da un motore a vapore di 3 Cv, che faceva girare un’elica con un diametro di circa tre metri e mezzo. Ma questa era ancora preistoria. Mancava ancora qualche tassello per completare il mosaico e realizzare un oggetto volante che potesse trasportare un certo numero di viaggiatori da una località a un’altra, garantendo sicurezza, comfort e puntualità. Il primo tassello fu il motore a scoppio, inventato e perfezionato negli anni seguenti.

L’

continua a pagina 10

LA PERDUTA GENTE - CAPITOLO 21

I TESORI DELLE CIVILTÀ - HARAPPA

CINEMA CALDO - SUMMER OF SAM

Eroina a sua insaputa

L’antico fiore del Punjab

Paura e delirio a New York

di Carlo Chinawsky

di Alessandro Boschi

di Rossella Fabiani

pagine 12-13

pagina 15

pagina 16 pagina 9 - liberal estate - 31 agosto 2010


In questa pagina, il dirigibile in uso alla Wermacht, un modello in costruzione e l’incidente dell’Hindenburg. Qui sotto, Ferdinand Zeppelin. Nella pagina a fianco, un francobollo celebrativo do tedesco riponeva grandi speranze in questi apparecchi, che sembravano avere notevoli vantaggi sugli aeroplani dell’epoca: erano quasi altrettanto veloci, meglio armati e con una capacità di carico in bombe superiore, oltre a un raggio d’azione e una durata enormemente maggiori. Ma tutti questi vantaggi si rivelarono effimeri. L’industria bellica contribuì a uno sviluppo rapidissimo degli aerei.

Il primo impiego

Occorrevano ancora parecchi quattrini da investire, e un uomo con capacità imprenditoriali. La quadratura del cerchio fu rappresentata da un aristocratico tedesco che vantava anche una qualche competenza nel campo: il conte Ferdinand von Zeppelin, che il 31 agosto 1895 depositò il brevetto per un dirigibile dotato di un motore a scoppio, con il corpo centrale in leghe di alluminio.

Zeppelin era appena uscito dall’esercito con il grado di generale. Negli anni trascorsi in uniforme ebbe l’opportunità, come osservatore nella guerra di Secessione americana, di compiere un’ascensione in pallone. Quando fu messo in riposo anticipato a causa di alcune dichiarazioni che non piacquero allo Stato maggiore, si tuffò nell’avventura del volo. Aveva da poco compiuto cinquant’anni. I trascorsi militari e l’aria aristocratica con un paio di baffoni pettinati accuratamente misero Zeppelin nelle condizioni migliori per trovare gente disposta a investire nell’impresa. Il primo progetto, elaborato insieme con l’ingegner Theodor Kober, non ottenne l’appoggio del Kaiser Guglielmo II, dissuaso da una commissione di esperti che definì l’aeronave

“inutilizzabile”. Zeppelin riuscì a convincere della validità dell’idea l’unione degli ingegneri dell’industria tedesca e associò al progetto il costruttore di motori Wilhem Daimler e l’industriale Berg di Ludenscheid, pioniere nell’uso dell’alluminio in Germania. Zeppelin versò personalmente metà del capitale necessario. Un primo tentativo di volo, nel novembre 1897, si risolse in un disastro: il vento a raffiche distrusse il dirigibile.

quattro passeggeri. «Von Zeppelin», racconta Giovanni Caprara nella sua Breve storia delle grandi scoperte scientifiche, «avrebbe costruito altri 129 dirigibili che sarebbero diventati celebri in tutto il mondo: sempre più grandi e tutti caratterizzati dalla stessa forma affusolata e dalla struttura d’alluminio rivestita di tela. All’interno, dei palloni di seta impermeabilizzata contenevano il gas idrogeno più leggero dell’aria e grazie al quale riusciva a volare. Si fondava, quindi, la prima compagnia per il trasporto passeggeri, la Delag (Deutschen Luftschiffahrts Ag) che apriva i voli di linea percorrendo con il dirigibile Deutschland pilotato dallo stesso conte la tratta di 500 chilometri tra Friedrichshafen e Dusseldorf in 9 ore e con venti passeggeri a bordo. Dopo un infruttuoso impiego militare nella Prima guerra mondiale, il 15 ottobre 1924 un dirigibile Zeppelin giungeva negli Stati Uniti. Doveva essere consegnato come

Il primo progetto, elaborato insieme a Theodor Kober, non ottenne l’appoggio del Kaiser Guglielmo II: gli esperti definirono l’aeronave “inutilizzabile”

Andò meglio tre anni dopo (il 2 luglio 1900) quando lo Z2 (a forma di sigaro, caratteristica di tutti gli Zeppelin) volò per 18 minuti spinto da due motori a elica Daimler da 32 cavalli. Nella cabina aggrappata sotto la fusoliera, oltre il conte c’erano

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parte del risarcimento dei danni di guerra ma il suo arrivo veniva accolto dagli applausi. I viaggi aerei, anche se riservati a pochissimi eletti, erano così iniziati e nel 1929 si compiva addirittura il primo giro del mondo con venti passeggeri a bordo. Ma la tecnologia del volo aveva già decretato la fine dei lenti dinosauri dell’aria e quando lo Zeppelin Hindenburg si trasformò in un rogo durante l’atterraggio a Lakehurst, negli Stati Uniti il 6 maggio 1937, i dirigibili si estinsero definitivamente». Quarant’anni dopo aver compiuto i primi passi. Il conte era morto vent’anni prima. Ma aveva fatto in tempo a capire che «il futuro dell’aviazione non sarebbe stato legato alle sue aeronavi ‘più leggere dell’aria’ ma agli aeroplani ‘più pesanti dell’aria’». Lo scrisse lui stesso: «Se si riuscisse a produrre per gli aeroplani motori con sufficiente sicurezza di esercizio, allora questi avrebbero nei confronti dei palloni i vantaggi di una straordinaria velocità e dell’indipendenza delle variazioni di temperatura e dall’altezza assoluta nei loro voli». Nella Grande guerra gli Zeppelin furono usati come bombardieri e come ricognitori, ma non ebbero molto successo. All’inizio del conflitto il coman-

offensivo degli Zeppelin fu solo due giorni dopo l’invasione del Belgio, un singolo dirigibile, lo Z VI fu danneggiato dalle mitragliatrici e costretto ad atterrare nei pressi di Colonia. Altri due Zeppelin furono abbattuti in agosto e uno fu catturato dai francesi. L’utilizzo principale dei dirigibili fu in compiti di ricognizione sul Mare del Nord e sul Baltico. Nel corso dell’intera guerra circa 1.200 voli di ricognizione furono eseguiti dai dirigibili tedeschi. Il Servizio Aereo Navale diresse un buon numero di incursioni contro la Gran Bretagna. La prima di queste incursioni ebbe luogo nel gennaio 1915, e fu il primo bombardamento contro obiettivi civili: due Zeppelin sganciarono 50 kg di bombe ad alto potenziale che provocarono però un numero molto limitato di vittime, anche se l’effetto psicologico sulla popolazione fu enorme. Nel 1916 il Kaiser avallò le incursioni dirette contro i centri urbani. Una novantina di Zeppelin furono costruiti e impiegati durante la guerra furono abbattuti dalla contraerea o caddero al suolo e si incendiarono a causa di incidenti. Un attacco di Zeppelin fu diretto anche contro la città di Napoli.

Il primo dirigibile italiano si alzò in volo il 17 giugno 1905. Progettato e costruito dal conte


L

o stesso giorno...

L’economia rischiava di andare a fondo, e Lech l’ebbe vinta: il 31 agosto del 1980 le parti arrivarono a un accordo che sanciva la nascita del movimento. di Alfonso Francia Gli operai licenziati vennero riassunti vevano trascorso quasi due set- cialista”, aveva una prete-

Il martello di Walesa piccona il regime: monta l’onda di Solidarnosc

A

Almerico da Schio, fu battezzato Aeronave Italia. A tenere a battesimo l’evento fu proprio la città del progettista: Schio, in provincia di Vicenza. Per realizzare la sua creatura, il conte acquistò in Francia e in Germania i propulsori, e affidò all’officina militare della Brigata specialisti del Genio la costruzione dell’involucro del pallone mentre ricorse a un meccanico di Schio per la costruzione delle parti meccaniche. La realizzazione dell’impresa costò 150mila lire, una somma ragguardevole per quei tempi. Almerico la mise insieme creando una società privata che raccolse l’adesione di 300 soci e sollecitando un aiuto ai ministeri del Commercio, dell’Industria e della Guerra. Il primo volo fu compiuto mantenendo l’aeromobile assicurato a una fune. Quattro giorni più tardi, il 21 giugno fu eseguito il primo volo libero così descritto dal progettista: «L’aeronave partiva libera in direzione sud sud-ovest. Salita di circa 400 metri si dimostrava ubbidiente alla mano del pilota e descrisse sui tetti di Schio numerose volute in tutti i sensi... ». Il pilota di questi primi voli fu Ettore Cianetti, della Brigata Specialisti del Genio di Roma. Il 1° luglio 1905 la Regina Margherita si recò in visita a Schio per assistere ai voli del dirigibile. L’aeronave disponeva di un involucro senza struttura interna di irrigidimento, lungo poco meno di 38 metri, e conteneva 1208 metri cubi di idrogeno. Dopo i primi voli l’Italia fu equipaggiata con un motore più potente di fabbricazione nazionale. Continuò a volare fino al 1909. Un altro costruttore italiano fu Enrico Forlanini, che può essere annoverato fra i grandi inventori della seconda metà dell’Ottocento. Furono suoi due progetti, assolutamente innovativi: un elicottero e un aliscafo. Il suo primo dirigibile (battezzato Leonardo da Vinci), a struttura semirigida (adottata da tutti gli esemplari italiani, con l’indeformabilità della carena assi-

timane senza lavorare. Alla fine di agosto del 1980 gli operai dei cantieri navali di Danzica, in Polonia, erano nervosi ma esaltati. Dopo un lunghissimo sciopero - iniziato ufficialmente per ottenere un miglior trattamento economico - erano riusciti a indurre il partito a trattare, costringendo le autorità ad ammettere di non essere l’unica espressione della volontà popolare. Il Poup, Partito Operaio Unificato Polacco, sperava che quegli scalmanati si accontentassero di un ritocchino alla busta paga e sciogliessero il loro comitato il quale, con la sua stessa esistenza, osava mettere in discussione il perfetto funzionamento del sistema comunista. Ma il loro leader Lech Walesa, testa calda, già cacciato dal posto di lavoro e finito in prigione per “comportamento antiso-

curata da una travatura reticolare), ebbe il battesimo del volo nel 1909. La sua seconda creazione (il Città di Milano) effettuò 42 viaggi, fra l’agosto del

1913 e il 9 aprile 1914 quando – nei pressi di Cantù – tentò un atterraggio di emergenza per una lacerazione del pallone. Nelle operazioni di svuotamento, l’idrogeno s’infiammò e distrusse il dirigibile. A quel rogo dedicò una copertina, con la firma di Achille Beltrame, la Domenica del Corriere. Il modello di aeronave di Forlanini fu ripreso da Umberto Nobile che, nel 1926, con il suo dirigibile Norge, sorvolò il Polo Nord. Un’impresa che ebbe un’eco straordinaria in tutto il mondo.

A bordo del Norge – insieme con Nobile – c’erano l’esploratore norvegese Roald Amundsen e l’americano Lincoln Ensworth. L’Italia intera esultò quando si seppe che – sorvolando il Polo – il comandante aveva lanciato una bandiera tricolore e una croce affidatagli dal papa Pio XI. Ma due anni dopo, nel 1928, una seconda missione po-

sa assurda: il riconoscimento di un sindacato libero, che potesse contrapporsi al potere politico. Il partito avrebbe volentieri represso la protesta nel sangue, come già aveva fatto in passato. Ma in quei giorni, oltre ai lavoratori di Danzica, cominciarono a scioperare pure gli operai di 55 miniere sparse nel Paese. L’economia rischiava di andare a fondo, e Walesa l’ebbe vinta: il 31 agosto del 1980 le parti arrivarono a una conciliazione con un accordo in 21 punti, che sanciva la nascita di Solidarnosc. Gli operai licenziati vennero riassunti, le pensioni alzate e il diritto allo sciopero garantito. I rincari e i razionamenti delle merci di prima necessità non si interruppero, ma questo non importava. I manifestanti erano tornati al lavoro coscienti di avere ottenuto una vittoria

lare di Nobile, a bordo del dirigibile Italia (nome ripreso dal dirigibile di Almerico da Schio), si concluse tragicamente. Alle 10,33 del 24 maggio 1928, du-

sbalzati sui ghiacci, riuscirono a sopravvivere, rifugiandosi sotto una tenda (la famosa tenda rossa, che faceva parte dell’equipaggiamento di bordo) e alimentandosi con i pacchi di viveri sparsi sul ghiaccio al momento dell’incidente. Il radiotelegrafista, recuperata la radio di bordo, riuscì a lanciare l’sos. Il 24 giugno l’aviatore svedese Lundborg atterrò sul pack con un aereo fornito di pattini e portò in salvo Nobile e la sua cagnetta. Soltanto diciotto giorni più tardi gli altri superstiti furono tratti in salvo dal rompighiaccio russo Krassin. Nobile – accusato di aver abbandonato l’equipaggio – si difese sostenendo che era stato Lundborg a imporgli di partire per primo. Il 27 febbraio 1929 la commissione d’inchiesta governativa incaricata di pronunciarsi sulla tragedia condannò senza riserve il generale Nobile. Negli anni Trenta i viaggi in dirigibile divennero di moda. Aerostati di dimensioni favolose trasportavano poche dozzine di ricchi privilegiati da una metropoli all’altra, attraversando anche l’Atlantico. I nuovi modelli, sia tedeschi sia americani, lunghi più di 200 metri, era-

I nuovi modelli, sia tedeschi sia americani, lunghi più di 200 metri, erano chiamati “hotel volanti”, per il lusso e le comodità di cui si poteva disporre a bordo. Ma gli incidenti aumentarono, e impressionarono così tanto l’opinione pubblica da decretare in breve tempo la fine dell’era del dirigibile

rante il viaggio di ritorno, mentre infuriava una tempesta di ghiaccio e di neve e la visibilità era ridotta a zero per la nebbia, il dirigibile precipitò sul pack. Di sei membri dell’equipaggio non si seppe più nulla; uno morì per le ferite riportate, altri otto, insieme con il comandante,

fondamentale. Dall’altra parte del Muro il mondo li guardava con ammirazione, compreso quel giovane papa loro conterraneo che sapeva di avere trovato il primo grande alleato all’interno del blocco sovietico. Nel giro di pochi mesi Solidarnosc avrebbe raggiunto i dieci milioni di iscritti, diventando una vera opposizione politica che il vecchio potere non sarebbe più stato in grado di schiacciare.

no chiamati“hotel volanti”, per il lusso e le comodità di cui si poteva disporre a bordo. Ma anche gli incidenti si moltiplicarono, e impressionarono tanto l’opinione pubblica di tutto il mondo da decretare in breve tempo la fine dell’era del dirigibile.

Nel 1930, nel viaggio inaugurale su una nuova rotta per l’India, il dirigibile inglese R101 precipitò e tra le 48 vittime ci furono lo stesso progettista del dirigibile e il ministro inglese dell’Aeronautica. La causa del disastro fu attribuita a difetti di costruzione e alla scarsa stabilità del mezzo. Ma una tragedia ancora più sconvolgente si verificò pochi anni più tardi, nel 1937, quando il più grande e moderno dirigibile del mondo, l’Hindenburg, di fabbricazione tedesca si incendiò durante la fase di atterraggio a Lakehurst, nel New Jersey, Stati Uniti. Nel rogo, provocato dall’enorme quantità di idrogeno, un gas altamente infiammabile, con cui era stato riempito l’involucro, perirono 36 persone tra membri dell’equipaggio e passeggeri. Si sarebbe potuto usare l’elio, un gas più innocuo, ma costava troppo ed era difficile da ottenere. Gli Americani ne detenevano inoltre il brevetto di produzione e, considerandolo un segreto militare, non l’avevano divulgato. Nell’ultima Guerra Mondiale, la marina militare degli Stati Uniti disponeva ancora di alcuni dirigibili, utilizzati per l’osservazione e la caccia ai sommergibili nemici. Ma con l’avvento dell’elicottero anche i dirigibili militari furono considerati superati.

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IL GIALLO

CAPITOLO 21 Eroina di un romanzo a sua insaputa La macchina al semaforo e l’uomo sul balcone: a volte la fantasia è la lente migliore per indagare il mondo di Carlo Chinawsky hissà dove è andata la vedova Jorio, s’interrogò ad alta voce Conforti. Guidava in modo morbido e disinvolto. Era un po’ cupo in viso, o perlomeno dava l’impressione di crogiolarsi in un tormento. Ci sta pensando Pizzi, dissi. E lui, fermo a un semaforo, si voltò verso di me: «C’è tanto da imparare da un uomo come lui. Io invece… l’ho delusa, è vero colonnello? Mi dica la verità… ». «Direi di no. Lei è diligente, e anche arguto, ma… se posso essere sincero mi sembra che da qualche tempo lei abbia la testa altrove. E poi uno che non la conosce potrebbe dire che nasconde bene le emozioni oppure ne ha poche». «Le ho dato questa impressione?».

C

Stavamo andando verso la casa di Jorio, mancava poco alle otto di sera. Lui non era convinto di quel che stavo facendo, anche perché gli avevo fornito cenni vaghi ma non una spiegazione esauriente. Il torinese s’abbarbicava alla precisione. Come tutti i sabaudi. «Lei, maresciallo, si emoziona fino a un certo punto. Mi dia retta, è meglio emozionarsi anche nel lavoro, sennò è una noia mortale. Soprattutto per noi che abbiamo a che fare con

le emozioni, di giorno e di notte. Mi ha detto che le manca poco per laurearsi in legge, vero?». «Mi consiglia di fare l’avvocato o il magistrato?». Sarebbe stato uguale, gli risposi, a meno che concepisse la giustizia come un’equazione, una partita doppia, un bilancio societario. Magari meglio il notaio? Tra i laureati in legge, è quello che ha l’obbligo, o il vantaggio, di avere meno sentimenti: si registrano le decisioni degli altri senza entrare nel merito, ma solo sulla forma, e nel ritmo delle pulsazioni arteriose di chi ha fatto quelle scelte, quelle e non altre. Andò a finire che parlammo dei suoi problemi, come padre e figlio. Il suo amico gli aveva dato il benservito lo stesso giorno in cui io lo chiamai a casa. Era rimasto da lui tutta la notte, per accudire la sua disperazione, per contenerla, per rinviare il botto della porta che si chiude per sempre. E lui s’era alla fine addormentato, nell’illusione che al risveglio tutto fosse uguale a prima. Ma non fu così, ovviamente. Anzi, ritrovandoselo accanto e con uno sguardo definitivamente diverso, si rese conto d’essere stato scaraventato in un pozzo. Con maniere

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educate, certo. Ma spesso sono le peggiori. Continuammo ad avvicinarci alla casa di Jorio. Era appunto lì che mi volevo piazzare. Il rischio di rimanere deluso era enorme. Mi venne in mente, e a Conforti glielo raccontai, quel che diceva un giornalista di New York a proposito della miglior dote del cronista: la perseveranza, la capacità di fare lo stesso numero telefonico dalle nove del mattino fino alle undici di sera. E così riassumeva il lavoro dell’eroe-travet: «È un toc-toc continuo, a infinite porte». E io stavo facendo il mio toc-toc dentro e non fuori dell’appartamento della vittima che, guardacaso, era stato un giornalista.

Veramente non ero proprio dentro casa, ma sul terrazzino della cucina. Non avevo appositamente spento le luci, e continuavo a fissare quel casone lugubre che era alla mia sinistra. Eccola la luce, a un piano che forse era il terzo o il quarto. Sì, era la finestra descritta nel racconto di Jorio. La protagonista si chiamava Susanna Columba e il suo giovane spione e corteggiatore Walter, in periodo di malattia e infine di convalescenza, annoiato a morte. Poi la Columba, dopo

Ci avvicinammo alla casa di Jorio. Il rischio di rimanere deluso era enorme. Mi venne in mente quel che ripeteva un giornalista di New York a proposito della miglior dote del cronista: la perseveranza. «È un toc-toc continuo a infinite porte», diceva una lunga sosta dietro il vetro smerigliato del bagno, usciva. Ben agghindata, tacchi alti. Verso la cabriolet amaranto dell’uomo con pochi capelli, un rapace. Il marito di Susanna era partito con figlio e suocera, o madre. E lei a truccarsi con estrema cura. Immaginazione attorno a una donna o che altro? Vero o solo verosimile il bel racconto di Jorio? Era stata Marina a insistere sulla possibilità che fosse in qualche maniera autobiografico. Da quella sera di amore e di profumo non avevo smesso di pensarci. Nel frattempo c’erano stati episodi drammatici, c’era stata l’entrata in scena di nuovi comprimari, e s’era tutto ingarbugliato. «Colonnello, non mi dica che… ». «Mi pareva una strana idea, però pare che fin qui tutto combaci. Quella donna è in bagno. Non mi sembra che ci siano altre

persone in casa. Lei che dice, Conforti?».

Dopo la lunga conversazione sulle sue débâcle sentimentali, pareva essersi rilassato, anzi dava l’impressione di aver recuperato un certo vigore professionale. E partecipava alla mia scommessa su quello strano cherchez la femme. «Colonnello», disse dopo un po’, «ma lei è sicuro che… ». E dai: il carabiniere delicatino non concepiva la fantasia come leva del mondo. Gli dissi di andare sul balcone che dava sulla strada. Doveva avvistare una macchina ferma con un uomo dentro, appuntamento galante di lì a pochissimo. In quei minuti accadde quel che speravo accadesse. La signora Columba, tanto per continuare a chiamarla così come era stata battezzata nel racconto, s’era accostata alla finestra della cuci-


LA PERDUTA GENTE «La capisco ma non è nulla di grave. Non si agiti. Ora dobbiamo raggiungere la macchina del suo amico e dirgli che lei questa sera deve parlare con me, chiaro?» Potevo essere più discreto, ma non mi venne un sistema di persuasione migliore di quel genio della scena che è Antonio Albanese, lui col capannone e il figlio che si droga, e giù a raffica i vari «terun, terun, vada a dar via il cù».

Illustrazione di Michelangelo Pace

Nelle puntate precedenti I carabinieri interrogano Hamid, un clandestino che spaccia droga individuato come il convivente di Patrizia Jorio. Nel suo zaino viene ritrovato il documento che testimonia la scalata azionaria di Scorrano e Torchini al quotidiano “la Sera”. Non è l’unica sorpresa, perché nella busta c’è il numero di telefono di Corradi, giornalista di “Universo”. Hamid dice di aver avuto il documento da Patrizia in cambio di un po’ di droga. Aveva intuito che avrebbe potuto farci un po’ di denaro cedendolo a Corradi, ma l’affare era sfumato.

na, s’era sporta e, con le mani sui bordi delle persiane, s’era improvvisamente bloccata. Guardava me. Forse credeva di guardare Jorio, desolato Romeo invaghitosi di una Giulietta senza treccia ma pur sempre affacciata a una fine-

stra, il balcone non c’era, in effetti ma non si deve essere così condizionati dai dettagli dell’opera d’un genio, pure lui, il Bardo, ambiguo nei vicoli londinesi se si deve dare retta a pettegoli eruditi. Per quanto tempo rimase immobile? Non potevo certo dire che fosse stupita, sconcertata, incuriosita. Eravamo solo sagome, l’uno per l’altra. Non occhi, non guance arrossate, non sudore, non respiro. Profili e basta. Forse - questo il mio azzardato augurio - era scattato in lei un automatismo di memoria. O di suggestione. Fissava un fantasma, un morto che non era morto, un suicida che aveva deciso di non esserlo più, magari nell’ultimo istante utile. Il rischio c’era e non se ne andava, come una mosca attratta dalla merda di un cane: che tutto fosse una coincidenza? Mi tornò in mente la frase scritta da non so chi: «Le coincidenze non hanno madre».

Fatto sta che accadde quel che speravo accadesse: la donna alzò la mano. Era un segno di saluto. Io feci altrettanto. Salutava un rimpianto o quel che immaginava fosse il destino che le si ripresentava con la sagoma storta del boomerang.

Oppure: semplice e rara educazione di una persona che chiude le imposte e saluta il vicino di casa. Un civettuolo divertissement. E mettiamoci pure il fiato della malizia. Lentamente, molto lentamente, le imposte si chiusero. Si spensero le luci, quella della cucina e del bagno. Uscii dall’appartamento, avvistai Conforti che stava parlando con un uomo a bordo di un bolide massiccio e grigio fumo - no, non era amaranto, fa niente: le vecchie canzoni condizionano sempre - e lo raggiunsi. L’uomo stava protestando e parlando di diritti e di libertà, le solite cose che uno sbandiera quando non afferra la ragione di un fermo temporaneo. «Rimanga in auto e dia le chiavi al maresciallo». «E lei chi è?». Mi qualificai, con esibizione del tesserino. «Ah, è arrivato l’esercito!», ridacchiò come il brianzolo che ha un capannone o una fabbrichetta o un magazzino con lavoranti extracomunitari, e vuol far casino per recuperare la libertà di cittadino che paga tutte le tasse, cosa del tutto falsa come sanno tutti. Era il tipo che al ragioniere diceva «Non mi faccia stronzate col fisco sennò le do un bel calcio nel culo, ha capito?». La Brianza secondo le caricature

Alzò le spalle e fece con le braccia il classico gesto comico di sopportazione, di sfottò cui di sicuro stava agganciando il solito pensiero del cittadino comune: se è un abbaglio o se non è una roba importante telefono a chi so io e… eccetera, eccetera. Ma a chi poteva telefonare, poi, uno tipo mercato generali frutta e verdura? Riattraversai la strada, feci una cinquantina di metri e svoltai a destra, là dove c’era una rientranza che finiva contro un cancello con tanto di catena, lucchetto e un enorme segnale di divieto di sosta. Alla mia destra udì lo scatto della porta a vetri. Usciva la donna delle luci alla finestra, la Susanna del racconto di Jorio. Sui quarantacinque anni. Non di più. Piacente senza dubbio. Era una di quelle donne che si portano addosso ancora la campagna che hanno abbandonato anni e anni prima, e quindi i seni sono colline, i capelli biondi sono un un covone battuto dal vento, il profumo sta a metà tra il sentore acidulo di un temporale e le ortensie appassite. Snobismo il mio, me lo diceva sempre Catherine. Ma anche Marina. Mi guardò, col volto deformato dal sospetto. Imbruttito d’un colpo. Solo dopo averle mostrato i documenti smorzò l’ansia. Non ero un rapinatore, non ero uno stupratore, ma una certa violenza comunque la esercitavo: questa la sua visibile impressione. «Ma non capisco… ». «Sarà lei che mi aiuterà a capire, signora. Risponda a questa semplice domanda: conosceva bene Alcide Jorio, l’uomo che probabilmente ha scambiato per me… io ero fino a qualche minuto fa sullo stesso suo balcone?». «Continuo a non capire, scusi… ». La voce era di ragazza che va a una festa e stonava con tutto il resto. Le sue mani stringevano la borsetta, tenuta all’altezza dell’inguine. Calzava scarpe coi tacchi alti, scure. E scuro era anche il tailleur, che aveva uno spacco laterale. Camicetta bianca, orecchini di perle o finte perle. Sembrava una hostess nello stand di un salone di arredamento, alla ricerca del bancone dove posare gli effetti

personali per poi prepararsi a incontrare clienti, sorriso stampato sulle labbra semiaperte. «Allora, lo conosceva?». «Sì, lo conoscevo. È morto, mi hanno detto… ». «Chi gliel’ha detto?». «Una vicina di casa, credo… o forse il panettiere, là… », e indicò con la mano l’insegna “Fugazza”, a quell’ora ovviamente spenta. «C’è un uomo che l’aspetta poco più avanti… auto scura, una Bmw… ». «Ma cosa c’entra?», e la sua voce diventò una vocina, leggermente stridula, senza dubbio sgradevole.

La cosa migliore di lei erano i fianchi, che mi era facile valutare sotto la giacca del tailleur chiusa con un solo bottone. Le cosce dovevano essere robuste, magari ancora muscolose. Il seno era di taglia media: s’alzava e si abbassava, per l’agitazione. «Lei e io dobbiamo avere un lungo colloquio, signora... mi scusi, come si chiama?». «Cristina Tagliaferri, ma… come fa a sapere che conoscevo… Alcide… ci sono centinaia di donne in questo quartiere, mica sono l’unica e poi… ». «Glielo spiegherò con calma. So che vi guardavate… lei alla finestra e lui seduto su una seggiola del balcone». «Mi sembra tutto assurdo, io non so… lei mi capisce… ». «La vostra storia comunque non ha avuto nulla di assurdo. La vita di tutti noi è fatta di donne al balcone e di uomini che le guardano, sperando di incontrarle… ». «Magari ha ragione… capitano… ». «Colonnello Stauder». «Mi scusi, non è in divisa… ». «Non si preoccupi, signora. Sono sempre dell’Arma dei Carabinieri». «Sa, mi sembra di essere in un film, non so… ». In un film. Però era stata dentro un racconto. A sua insaputa. «La capisco, certo. Nulla di grave, solo informazioni. Non si agiti. Ora dobbiamo raggiungere la macchina del suo amico e dirgli che lei questa sera deve parlare con me. Solo con me, è chiaro? Potevo essere forse più discreto, ma non mi venne un altro sistema di persuasione. Mi segua, per favore». Lei obbedì e mi sembrò più traballante su quei tacchi alti, adatti a una sera galante e non all’incontro con un ufficiale che indagava sulla morte di un uomo con una vita regolare che a un certo punto era diventata singolare.

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DIAMO I NUMERI Matteo, Marco, Luca e Giovanni: i testi canonici della Bibbia cristiana sono quattro da quasi duemila anni, ma sono stati scelti accuratamente fra una trentina di manoscritti. Alcuni interessanti, altri decisamente poco credibili... Vangeli canonici sono quattro. Questo è certo, fermo nella Bibbia cristiana da quasi duemila anni. Su questo tema le chiacchiere alla Dan Brown non possono incidere in alcun modo. Solo la comunità cristiana, la Chiesa, aveva il diritto di decidere quali fossero i testi per lei rilevanti, e l’ha fatto. Per la verità secondo criteri eccellenti. L’ha fatto per tempo, quasi da subito, e la tradizione non è contestata in modo serio da nessuno. Questo per i Vangeli canonici, la parola di Dio: Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Ciascuno con sue particolarità, con anche piccole divergenze dovute proprio alla personalità dei narranti e probabilmente al ricordo diretto dei testimoni, che non poteva non avere alcune sfumature soggettive. E sulla cui datazione si discute, ma che comunque è precoce, molto. Ma è vero che i vangeli in senso lato non sono solo quattro, ma molti di più.

I

Lo dice lo stesso evangelista Luca, nel suo prologo: «Poiché molti hanno intrapreso ad esporre ordinatamente la narrazione delle cose che si sono verificate in mezzo a noi, come ce le hanno trasmesse coloro che da principio ne furono testimoni oculari e ministri della parola, è parso bene anche a me, dopo aver indagato ogni cosa accuratamente fin dall’inizio, di scrivertene per ordine, eccellentissimo Teofilo, affinché tu riconosca la certezza delle cose che ti sono state insegnate». Per inciso, se quindi da una parte Luca ci testimonia così la serietà storica della sua ricerca, allo stesso modo ci dice che“è vangelo” che i vangeli (magari con l’iniziale minuscola) non sono solo quattro. Non sono più di

I Vangelini

un lungo frammento), il Vangelo di Gamaliele, il Vangelo di Nicodemo, la Dichiarazione di Giuseppe di Arimatea (che identifica come Dema e Gesta i due ladroni crocifissi).

Tre testi abbastanza antichi (II secolo) invece sono detti giudeo-cristiani, legati alle comunità cristiane rimaste legate agli usi ebraici, e tutti e tre sono andati perduti nella loro interezza, essendoci pervenute solo citazioni: ilVangelo degli Ebioniti, il Vangelo dei Nazarei, il Vangelo degli Ebrei. Non sembra contenes-

La vita di Gesù vanta una fitta schiera di “racconti alternativi”... di Osvaldo Baldacci ottanta, come nel Codice da Vinci Dan Brown fa dire ai suoi personaggi presunti esperti, non perdendo l’occasione di sparare una fandonia matematica oltre che storica anche quando nella trama la verità avrebbe ugualmente funzionato benissimo. Ci sono i famosi vangeli apocrifi, prima di tutto. E poi i fondati sospetti che prima dei quattroVangeli canonici in greco potessero esistere altre precedenti raccolte delle parole e dei gesti di Gesù, magari in

Ci sono gli scritti apocrifi, prima di tutto. E poi il fondato sospetto che prima degli evangelisti qualcuno possa aver raccolto le parole e i gesti di Gesù scrivendo in lingua aramaica lingua aramaica: in molti ritengono che Matteo abbia redatto prima delVangelo una raccolta di detti di Gesù (Loghia), probabilmente in aramaico, e un primo autentico Vangelo sarebbe l’ipotizzata Fonte Q, forse coinciden-

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te.Veniamo agli “apocrifi”, cioè ai testi che non sono stati ritenuti attendibili dalla comunità dei credenti. Non sono ottanta, dicevamo, ma sono comunque un discreto numero. La cifra esatta è difficile da stabilire, perché molti testi sono andati perduti e quindi non sappiamo quanti racconti più o meno verosimili o più o meno fantasiosi sulla vita di Gesù sono stati redatti nei primi secoli del cristianesimo. Per ora non andiamo oltre la trentina, a diverso titolo. La loro datazione come il loro contenuto sono molto vari. L’esclusione dalla lista dei canonici è avvenuta in modo semplice, molto naturale, senza particolari discussioni: il canone si era formato con i padri della Chiesa già nel II secolo (ben diversamente da quel che dice Dan Brown parlando di un atto di imperio dell’imperatore Costantino) e teneva conto di criteri molto semplici. Prima di tutti questi vangeli non risultavano fondati sulla testimonianza di chi aveva vissuto con Gesù ma creati a tavolino, e perlopiù abbastanza tardi. Alcuni scritti erano palesemente eretici, cioè scritti a posteriori come derivati di una dottrina filosofico-religiosa, di solito gnostica. Altri, come specialmente i vangeli dell’infanzia, facevano prevalere l’aspetto fantastico e curioso su ogni altro messag-

gio, presentando il piccolo Gesù come una specie di mago. Altri ancora erano troppo legati al tentativo di normalizzare Gesù nella cultura ebraica perdendone la forza innovativa del messaggio. Nonostante tutto questo, la Chiesa non ha mai negato la possibilità che in alcuni di questi si conservassero eventualmente alcuni elementi veritieri e inediti sulla vita e i detti di Gesù: nulla però che fosse fondamentale alla “buona novella” che è completa nei testi canonici. Per inciso, diversi particolari entrati nel folklore cristiano vengono proprio dai testi apocrifi, come ad esempio molte notizie sul Natale, bue ed asinello compreso. E anche il nome dei genitori di Maria, i venerati santi Gioacchino e Anna, è presente solo nel Protovangelo di Giacomo. Questo Protovangelo di Giacomo è uno dei più antichi testi ed è stato molto riutilizzato anche da scritti successivi. Altri vangeli apocrifi dell’infanzia sono il Vangelo dello pseudo-Tommaso (come Giacomo del II secolo),Vangelo dello pseudo-Matteo, il Vangelo arabo dell’infanzia, il Vangelo armeno dell’infanzia, il Libro sulla natività di Maria, la Storia di san Giuseppe falegname (tutti successivi al VII secolo). Ci sono poi dei Vangeli apocrifi della Passione: l’antico Vangelo di Pietro (di cui è stato ritrovato

sero innovazioni sconvolgenti, tanto che sono considerati probabili varianti del Vangelo canonico di Matteo, con qualche normalizzazione come il silenzio sulla verginità di Maria. Molti sono invece i Vangeli gnostici, quelli che sono tornati di moda ma poco o nulla hanno in realtà a che fare con Gesù e il cristianesimo, dando una versione tutta loro dei fatti tesa a raccontare un’altra religione, di tipo misterico ed esoterico. Di questa categoria fanno parte il Libro segreto di Giovanni, il Dialogo del Redentore, il Libro segreto di Giacomo, il Libro di Tommaso, la Pistis Sophia, il Vangelo copto degli egiziani (o Santo Libro del grande Spirito invisibile), il Vangelo secondo Filippo, la Sapienza di Gesù Cristo, il Vangelo di Tommaso Didimo, il Vangelo della Verità, tutti ritrovati nel secolo scorso tra i Codici di Nag Hammadi; il famoso Vangelo di Giuda ritrovato ad al-Minya in Egitto nel 1978; e i perduti Vangelo di Apelle,Vangelo di Bardesane,Vangelo di Basilide,Vangelo greco degli egiziani, Vangelo di Maria Maddalena,Vangelo di Mattia, Vangelo della Perfezione, Vangelo dei Quattro Reami Celesti, Vangelo del Salvatore, alcuni dei quali forse coincidenti tra loro. Come mostrano i titoli stessi, si basano su una natura segreta della rivelazione che ha molto di esoterico e nulla di cristiano. Nel 1997 è stato poi ritrovato in Egitto il Vangelo di Taddeo, mentre esiste anche un Vangelo di Bartolomeo del III-V secolo composto di cinque insolite sezioni. Ci sono poi altri testi che addirittura sono stati composti fino al XIV secolo. Siamo a 36, ma per i motivi detti il calcolo può essere solo approssimativo. Più i possibili Vangeli prima dei Vangeli, le prime redazioni sintetiche e forse aramaiche dei successivi testi canonici. Quindi i 4 Vangeli sono davvero 4, ma anche non lo sono.


I TESORI DELLE GRANDI CIVILTÀ el 1856, due ingegneri delle ferrovie britanniche in India, i fratelli John e William Brunton, si occupavano della costruzione del collegamento ferroviario Lahore-Karachi. Poiché la pietra necessaria alla massicciata dei binari mancava quasi completamente in quelle regioni alluvionali, i due ingegneri ebbero l’idea – geniale per la ferrovia ma catastrofica per l’archeologia – di utilizzare a questo scopo gli enormi depositi di mattoni cotti che si trovavano vicino al piccolo villaggio di Brahminabad, al sud, e di Harappa, al nord. Gli operai incaricati di sgombrare i mattoni raccolsero una collezione di piccoli oggetti, statuette e sigilli con incisi alcuni segni di una scrittura sconosciuta.

N

In seguito, la scoperta fu dimenticata, o quasi, fino al 1921. In quell’anno, John Marshall, che dirigeva i servizi archeologici dell’India, fece comprare dei terreni vicino al villaggio di Harappa e avviò una campagna di scavi. Contemporaneamente, altri scavi scavi cominciavano 640 chilometri più a sud, a Mohenjo-Daro, la “Collina dei morti”, vicino a Brahminabad. Le due località si sarebbero rivelate straordinarie sotto molto aspetti. In effetti, custodivano le rovine di città sorte, a quanto pare, oltre duemila anni prima della nostra era, al posto di poveri villaggi. In nessun luogo si notavano i segni premonitori di una fioritura urbana: era come se un popolo venuto da altri luoghi, portatore di una civiltà avanzata si fosse stabilito sulle rive dell’Indo e vi avesse costruito le proprie città. Harappa, non lontana dall’antico corso del Ravi, e Mohenjo-Daro, sulle rive di un antico letto dell’Indo, avevano una pianta e un’organizzazione pressoché identiche: la loro cittadella, su un alta collina artificiale, a occidente e i loro quartieri di abitazione a oriente. Gli edifici della cittadella, tutti in mattoni cotti, ricevevano acqua da pozzi rivestiti di terracotta, ed erano ripuliti da tutto un sistema di scorrimento delle acque di scarico e di fogne, il cui tracciato seguiva quello delle strade. A nord della cittadella di Harappa, probabilmente non lontano dagli argini del Rava, si trovavano i magazzini della città, dove i carretti venivano a caricare e scaricare le merci, fermandosi in parcheggi appositamente stabiliti. Le genti dell’Indo erano mercanti che conoscevano già e usavano la scrittura. In quasi tutte le città della valle dell’Indo, e persino fino a Sumer, dove erano stati portati dai mercanti, sono stati infatti ritrovati sigilli quadrati e altri raffiguranti oggetti o animali. Alcuni di questi segni sono presenti anche sul vasellame o su-

HARAPPA

La potente città fortificata sorta sulle rive del fiume Indo

L’antico fiore del Punjab di Rossella Fabiani

gne circostanti il grano, l’orzo, i piselli, il sesamo, da cui estraevano l’olio, e il cotone, poi tessuto dalle donne. Non si conosce se gli abitanti di queste città praticassero la caccia grossa, di rinoceronti, elefanti, tigri, buoi selvaggi, che popolavano a quel tempo le rive dell’Indo. Gli asini servivano, proprio come oggi, a trasportare i carichi e i buoi trainavano fino ai magazzini i covoni di cereali ammonticchiati su carrette dalle grandi ruote piene, mentre i cani correvano liberi tutto intorno. I bambini dovevano essere tanti, e coccolati: numerosi giocattoli di vario tipo, in terracotta, erano messi a loro disposizione. Le donne, ornate di ninnoli e con acconciature stravaganti, dovevano offrire una nota inaspettata di eleganza nelle strade della città ingombre di carretti, di mercanti frettolosi e di artigiani: carpentieri, panettieri, filatrici, calderai. Sulle rive del fiume, le imbarcazioni venivano caricate e scaricate di tutti i prodotti necessari al

L’agricoltura era una delle attività principali e una delle più rilevanti fonti di ricchezza: ancora oggi è possibile vedere i resti dei granai commercio dei ricchi mercanti. Famoso, poi, era il “metro”di Harappa (di cui è stato ritrovato un esemplare in bronzo) come pure il sistema molto elaborato di pesi con cui venivano pesate le merci, messo a punto dagli esperti della città.

gli utensili. Senza dubbio, si tratta di una scrittura. Ma quale scrittura? E a quale lingua serviva? È un enigma, perché ciascuna delle iscrizioni ritrovate non porta che un esiguo numero di segni – da quattro a dieci – il che non consente di interpretarli. È probabile che gli abitanti delle città dell’Indo, o almeno la cerchia più colta, sapessero scrivere e leggere. Probabilmente, scrivevano su fogli vegetali, con un pennello e l’inchiostro, ma di questo materiale deperibile non resta nulla. Soltanto i sigilli, scolpiti su

Nel 1921 John Marshall fece comprare dei terreni e avviò degli scavi. Fu l’inizio di un’avventura straordinaria steatite, su terracotta o su rame, sono arrivati fino a noi. E, anche supponendo che si riesca a decifrarli, probabilmente ci farebbero conoscere solo il nome del proprietario, poiché servivano essenzialmente da “carta d’identità” e per sigillare i pacchi delle merci. Probabilmente, questi sigilli appartene-

vano all’aristocrazia dei mercanti, quei “signori” delle acropoli che commerciavano per terra e per mare con le altre città della valle dell’Indo e con Sumer. In effetti, è difficile immaginarli nelle mani dei poveri contadini, che abitavano il quartiere “operaio” della città, che coltivavano nelle campa-

L’agricoltura era una delle attività principali dei popoli dell’Indo e una delle loro principali fonti di ricchezza. Ancora oggi è possibile vedere i resti dei granai di Harappa dove gli abitanti immagazzinavano i cereali, principalmente grano e orzo, al riparo dai ladri, dai roditori e anche dalle inondazioni, frequenti in queste regioni di pianura. Per più di un migliaio di anni, gli abitanti di Harappa, di Mohenjo-Daro e delle altre città dell’Indo condussero una vita dedicata al lavoro, calma e ben organizzata. Poi improvvisamente, verso il 1500 avanti Cristo, queste città furono abbandonate. È probabile che proprio ripetute inondazioni abbiano distrutto i raccolti, i campi e i granai, e minato le potenti mura della cittadella. Impoverite, le città furono allora alla mercè dei predoni discesi dalle montagne, cacciati dai primi invasori indoeuropei.

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CINEMA CALDO

SUMMER OF SAM DDII SPIKE LEE

Paura e delirio a New York di Alessandro Boschi i sono molti film che comunicano emozioni. Naturalmente questo dipende da chi il film guarda e dalla scorza di cui dispone. Immaginiamo ci siano persone che si commuovono vedendo gli spot di qualche operatore telefonico, altri che si esaltano guardando la saga di Rocky Balboa. A noi per esempio “smuove” sempre il finale di Luci della città di Charlie Chaplin, quando la ex cieca capisce che il suo benefattore non è il riccone che aveva immaginato bensì un poveraccio che per lei è andato in galera. E pensate che ha continuato a commuoverci anche quando abbiamo scoperto che Chaplin detestava la bionda protagonista e avrebbe fatto di tutto per rigirare le scene con una attrice diversa, per di più bruna. Ma le scene da rifare erano davvero tante e per quanto potente Chaplin fosse si scontrò contro la fermezza della produzione che gli impose di montare il film come era già stato girato. Chiamatele se volete emozioni, come Mogol insegna. Ma se invece vi imbattete in un film che vi comunica sensazioni? Intanto chiariamo una cosa, per noi emozione è sinonimo di “suggestione”, di batticuore va, mentre sensazione assomiglia più a “percezione”.

C

E se c’è un film che a noi fa percepire qualcosa, nella fattispecie di sgradevole questo è proprio quello diretto nel 1999 da Spike Lee: Summer of Sam – Panico a New York. Intendiamoci, il fatto che questo qualcosa sia sgradevole è di fatto un modo indiretto per fare un complimento al film. Summer of Sam è la storia ispirata a un vero fatto di cronaca avvenuto nel 1977, quando un pazzo chiamato David Berkovitz, sotto istigazione di un grosso cane nero, si mette a uccidere donne indifese e se capita, anche qualche coppietta. I fatti si svolgono durante una estate torrida e vi possiamo assicurare che il caldo umido si sente davvero sulla pelle, colpa, o meglio merito, del direttore della fotografia, Ellen Kuras. La Kuras ebbe da Lee una sola indicazione: guardati Fa’ la cosa giusta e ridammi quelle atmosfere. Detto fatto, anzi di più. Summer of Sam è un film che ti si attacca alla pelle come la carte moschicida e proprio come la carta moschicida di provoca una sensazione di disgusto. Non vedi l’ora di uscire dalla sala e di farti una doccia. Certo, anche le situazioni contribuiscono non poco. Come quando Mira Sorvino, che nel film interpreta Dionna, la moglie di Vinnie (John Leguizamo), per compiacere il marito accetta di compiere un atto sessuale con un’altro uomo. Il che provoca nello spettatore un doppio scompenso. Da una parte perché a parlare di libertà di costumi si fa presto ma poi quando tocca a noi disinvolti fino in fondo lo si è davvero raramente. E poi perché la Sorvino che si abbandona a certe bollenti effusioni ci spiazza non poco. La ricordavamo vincitrice dell’Oscar come attrice non protagonista nel film di Woody Allen La

dea dell’amore, e da un momento all’altro ce la ritroviamo trasformata in una vestale assatanata del sesso. Che poi è un modo come un altro per dire che è una gran brava e bella attrice. Summer of Sam ha una genesi davvero curiosa, cinematografica e un po’anche televisiva. Fui in-

fatti Michael Imperioli a proporre la storia a Spike Lee in occasione di una anteprima. Imperioli, ed ecco perché il cinema in questo caso si sposa con la televisione, è Christopher Moltisanti nella premiatissima serie televisiva I Soprano. O anche, per i più raffinati, uno dei poliziotti nella versione americana di Life on Mars. Specifichiamo americana perché da un po’di tempo c’è la moda di girare lo stesso prodotto in versione americana e inglese. Anche se poi dicono che è un remake. Imperioli aveva intenzione di di-

Ispirato a un vero fatto di cronaca, la pellicola racconta la vicenda di David Berkovitz, psicolabile che nel 1977 prese a uccidere donne e coppie indifese su istigazione di un grosso cane nero

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rigere lui il film, ma accortosi che più passava il tempo e più diventava concreta l’ipotesi che il progetto (che originariamente si intitolava Anarchy in the Bronx) andasse a farsi benedire chiese proprio a Lee di dirigere la pellicola. Il film che ne risultò è un film notevole per moltissimi motivi. Innanzitutto per il cast, che comprende attori

del calibro di Adrien Brody, Ben Gazarra e John Savage, oltre ai già citati Mira Sorvino e John Leguizamo. E poi per la ricostruzione dell’ambiente e del periodo. Per cui ritorniamo all’argomento con cui abbiamo iniziato: la sensazione, la percezione. Un film può anche essere formalmente ineccepibile, curato nei dettagli, non sbagliare nemmeno lo stile d’epoca delle mattonelle nel bagno per gli uomini. Ma al tempo stesso può non comunicarti nulla. Un esercizio di stile sterile e fine a se stesso. Summer of Sam no. Summer of Sam ti fa sentire l’odore del sudore, ti fa allentare il nodo della cravatta anche se non l’indossi, perché ti prende alla gola e ti soffoca. Sembra di stare dentro un enorme bagno turco, con i vestiti addosso e con gente che non si conosce. E poi il disagio, che non ti lascia, e quasi te ne infischi che sia un altro a essere preso al posto del colpevole. Storia vera pure questa e che ha ispirato lo stesso Imperioli.

L’assassino vero verrà infatti catturato per caso. Perché quello, il caso, qualche volta esiste pure per gli assassini. Ti fa invece piacere che Lee diede sul copione più spazio a Leguizamo perché Adrien Brody sul set se la tirava un po’troppo. Questa è una cosa che non ci dispiace perché anche se in maniera indiretta Brody è uno dei responsabili della mancata Palma d’oro al Festival di Cannes nel 2002 al film di Aki Kaurismaki, L’uomo senza passato, al quale venne preferito Il pianista diretto da Roman Polanski e da Brody interpretato. D’altra parte da una parte c’era una produzione enorme che parlava dell’Olocausto, dall’altra un povero finnico con un uomo senza memoria. Come poteva finire? Spike Lee avrebbe voluto nel cast anche John Turturro. Ma l’attore italo americano aveva da poco iniziato un periodo di riposo e declinò l’invito. In compensò accetto di dare la voce al cane che impartisce gli ordini a quel pazzo di David Berkowitz. Se non un cameo almeno un caneo. Da collezione la colonna sonora per la quale Lee utilizza una trentina di successi degli anni Sessanta e Settanta.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g e di cronach di Ferdinando Adornato

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Cicogna bianca: trenta nuovi nati tra Cosenza e Crotone Trenta giovani di cicogna bianca nati nel 2010 da sette coppie, di cui sei in provincia di Cosenza e una in provincia di Crotone. Si conferma straordinaria la presenza della specie. Le sei coppie presenti in provincia di Cosenza hanno condotto con successo a termine la nidificazione: 24 i nuovi nati nella piana di Sibari, tre nella valle del Crati, tre nella valle del Neto. I giovani sono già tutti involati. Con questi numeri la Calabria si avvia a guidare la classifica delle regioni peninsulari con il maggior numero di coppie selvatiche. Siamo più che soddisfatti dell’andamento riproduttivo. I nuovi nati quest’anno sono 30, quattro in più rispetto all’anno scorso. In Calabria i volontari Lipu controllano i nidi ogni settimana per prevenire atti di disturbo o di bracconaggio. Grazie al Progetto cicogna bianca, supportato da Enel Calabria, sono 34 le piattaforme presenti sui tralicci dell’Enel.Tutti i tralicci sono stati isolati per prevenire la possibilità di folgorazione. Alcune piattaforme artificiali sono state posizionate in modo da collegare le tre attuali zone di nidificazione tra di loro, e costituire così un’unica grande area di nidificazione.

Roberto Santopaolo e Salvatore Golia

ELEZIONI ANTICIPATE Il voto anticipato non può fare bene al nostro Paese, perché sarebbe come un treno veloce che prima di giungere alla sua destinazione è costretto a fermarsi in un binario morto per fare rimessaggio e manutenzione. Ce lo possiamo permettere? L’opposizione si darà pace quando il governo verrà riconfermato? Ai posteri l’ardua sentenza.

Gennaro Napoli

REGOLARIZZAZIONE BADANTI 2009: LEGGI O GIURISPRUDENZA? Le ultime pronunce dei giudici sulla regolarizzazione degli immigrati sono una sorta di beffa, un’anomalia tipica dell’applicazione delle norme in uso nel nostro Paese. La legge 102 del 2009 consente la regolarizzazione di colf e badanti clandestini: fra i requisiti, il non aver subito condanne penali, anche non definitive, per i reati per i quali è previsto l’arresto obbligatorio o facoltativo. L’Aduc (Associazione per i diritti degli utenti e consumatori), attraverso i propri legali che, col servizio immigrazione, informano e assistono i cittadini stranieri che intendono regolarizzare la loro presenza in Italia, ha subito denunciato l’ambiguità dei requisiti richiesti: non bisogna avere subito condanne per i reati elencati in quegli articoli, oppure per i reati la cui pena edittale non sia superiore a certi

limiti? E, mentre le domande di regolarizzazione venivano già presentate, solo a marzo il ministero dell’Interno ha chiarito con una circolare: «la regolarizzazione è negata anche agli stranieri che dopo aver ricevuto un foglio di via non abbiano ottemperato all’ordine di allontanamento del Questore e siano stati fermati a un successivo controllo». Un chiarimento che avrebbe avuto senso se fatto all’indomani dell’entrata in vigore della legge, prima ancora della scadenza del termine per presentare la domanda. Ma grazie a questa circolare la legge in tanti hanno avuto la domanda respinta e sono stati espulsi. Cominciano i ricorsi al Tar, le cui decisioni talvolta dando ragione ai ricorrenti e altre volte no: la regolarizzazione dello straniero è quindi non affidata alla legge ma alla giurisprudenza del luogo in cui si vive. Il Tar Toscana dà ragione ai ricorrenti, ma non è così per il tribunale dell’Umbria. Il governo intanto, in risposta a una interpellanza parlamentare, ribadisce la correttezza della circolare. Ma il Tar del Veneto dà ragione ai ricorrenti, così come i tribunali di Lombardia e Marche. Un orientamento prevalente che rassicura, ma è questo il metodo? Giurisprudenza (avvocati, soldi, aule intasate, tempi dilatati) e non legge con chiare interpretazioni che le Questure applicano?

Donatella e Marco

L’IMMAGINE

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LE VERITÀ NASCOSTE

Sono stato convinto dai telegiornali F LOYD C OUNTY . Un certo John Stephens, nell’Indiana, si è dichiarato colpevole della rapina a mano armata alla banca “Your Commnity”, durante la quale aveva tenuto in ostaggio i presenti, ed era riuscito a sfuggire a una enorme caccia all’uomo. Stephens ha però spiegato al giudice che non è stata del tutto colpa sua: ha detto che aveva un lavoro regolare, ma poi ha iniziato a sentire i telegiornali che raccontavano continuamente le gesta di alcuni “rapinatori seriali”, e si è convinto che doveva provare anche lui, in modo da diventare ricco e famoso. Ma soprattutto, i servizi dei giornalisti gli avrebbero insegnato la tecnica per rapinare le banche, e in particolare si sarebbe “ispirato” ai dettagliati racconti delle rapine della televisione locale Wlky compiute da un certo Paul Allen. Il giudice però non ha accolto questa giustificazione, e non ha fatto sconti a Stephens, condannandolo a un totale di quasi 20 anni di reclusione. Anche perché Stephens in realtà non è uno stinco di santo: si trovava infatti in libertà vigilata da due anni, e adesso che con la rapina ha perso tutte le attenuanti di buona condotta, è dopo i 20 anni per la rapina, ne dovrà scontare altri 17 per un precedente tentato omicidio…

CHIAREZZA DI INTENTI La difesa di Fini da parte dell’opposizione è puramente strumentale e il fronte per mandare via Berlusconi, se lo possono sognare. Non hanno capito niente, e ancor più credono che le grosse ammucchiate possano ancora governare l’Italia. La stabilità l’Italia l’ha invece conquistata con la destra, che ha introdotto un nuovo modo di fare politica e soprattutto ha fatto sposare per la prima volta la concezione liberale del futuro che non c’entra niente con quella libertaria e garantista. La chiarezza di intenti della coalizione di governo è limpida e non ha niente a che vedere con le divesità retrogade, che caratterizzano un’opposizione che ancora non si è svernata.

Bruno Russo

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Primo Mastrantoni


mondo

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Guerra. I 50mila americani che rimarranno in missione saranno formalmente “non combattenti”. Eppure non è la fine del conflitto

Good morning Iraq Baghdad si sveglia oggi senza truppe Usa E senza un esecutivo in grado di governare di Osvaldo Baldacci ev’essere strano svegliarsi una mattina a Baghdad, alzarsi dal letto, ascoltare i rumori esterni per capire quanto si rischia oggi, avvicinarsi alla finestra, guardare fuori e non vedere quei ragazzoni un po’ strani con addosso la divisa americana. Rudi e professionali, pieni di sé e spaventati, minacciosi e rassicuranti. Da adesso per le vie dell’Iraq non ci sono più. Una nuova alba, Nuova Alba il nome dell’operazione Usa che da domani porta via dall’Iraq i soldati americani. Non combattono più, non si fanno più vedere. Lasciano le polverose città dirupate sulla riva di fiumi con cinquemila anni di storia per tornare alle loro praterie verdi e così giovani. Alcune decine di migliaia di marines e fanti staranno ancora un po’ di tempo dentro i confini di questo Paese che prima non sapevano neanche collocare sulla carta geografica, ma rimarranno chiusi nelle loro basi nel tentativo di addestrare gli iracheni a diventare forze dell’ordine da fare invidia a Miami Vice. L’idea che ci riescano in un anno rende pensierosi gli sguardi che da sotto la kefyah hanno osserva-

D

to passare babilonesi e persiani, Alessandro Magno e i romani, gli arabi e i mongoli, i turchi e gli inglesi, e da ultimo Saddam Hussein. Li lascia pensierosi l’idea che sia stato proclamato il “missione compiuta”per giustificare il “tutti a casa”. Intanto, per capire se se è stata compiuta bisognerebbe sapere quale fosse la missione. Disattivare le armi di distruzione di massa? Lasciamo perdere. Cacciare Saddam Hussein? È stato

americane restano solo le briciole, era più facile mettersi d’accordo col deposto raìs. No, la partita della guerra irachena e del ritiro si gioca in un altro continente, nel ventre dell’America che semplicemente a un certo punto non ha potuto più, non ne ha più voluto sapere, ha deciso di farla finita. Per giochi di politica interna, per il peso delle spese, ma anche perché negli americani si era rotta la corda che li collegava in tensio-

In un angolo attende speranzoso il regime di Teheran, che spera di poter allungare la mano sulla popolazione (e sul petrolio) del Paese, espandendo così la propria influenza nell’area fatto da anni. Sconfiggere al Qaeda? Non è qui la testa dell’idra. Democratizzare il Paese? Concetto ambiguo da queste parti. Contrastare pericolose influenze esterne? Forse ora sono più presenti che mai. E allora? È uno strano epilogo quello di questa guerra che ha avuto uno strano inizio. E senza tacere il tema del petrolio, che secondo pacifisti e avversari di Bush era la vera ragione dell’impegno bellico: tra le dita

ne con quel Paese diventato sinonimo più di lutto che di libertà. Il parallelo col Vietnam ha molto di sbagliato, ma ha qualcosa in comune: svegliarsi una mattina e scoprire di aver smesso di combattere, e qualche mattina dopo si comincia a tornare a casa. Senza aver finito il lavoro su cui per anno si aveva buttato sangue, sospesi tra il sollievo per la fine dei sacrifici e la frustrazione per l’impegno sprecato. Siamo chiari:

in Vietnam c’è stata una sconfitta, c’era un nemico che avanzava impetuosamente, che è stato pronto a dichiararsi vincitore e a sostituire completamente la propria autorità a quella statunitense. In Iraq questo nemico vincitore non c’è. Ma forse è proprio questo uno dei paradossi di questa guerra, di questa exit strategy. Non c’è una vittoria, non c’è una sconfitta, c’è solo una situazione indefinita che aleggia nebulosa intorno

al presente e ancor più al futuro. Nuova Alba è il nome speranzoso che hanno scelto i romantici comandi americani: eppure dopo sette anni non hanno ancora capito che il sole non sorge allo stesso modo a Los Angeles e a Tikrit: in Iraq una nuova alba può voler dire l’inizio di un nuovo giorno di paura, di tensioni, di pericoli. Senza più quei ragazzoni che ne hanno combinate troppe da quelle parti, ma che alla fine

Il generale Odierno lancia l’allarme: «Gli iracheni sono ancora incapaci di gestirsi da soli. Lo stallo politico è frustrante»

Ma per il governo servono altri due mesi ncora due mesi, un tempo lunghissimo se scandito da attentati suicidi quasi ogni giorno, per vedere a Baghdad un governo stabile e in grado di governare il Paese. È la cupa previsione del generale Ray Odierno, responsabile delle truppe Usa in Iraq, che ha ammonito: «Un prolungamento della situazione di stallo potrebbe provocare la richiesta di nuove elezioni». In un’intervista pubblicata ieri dal New York Times, il generale ha spiegato: «Più tempo passa in attesa di un nuovo governo e più la gente è frustrata a causa dei meccanismi adesso in atto. Quello che bisogna evitare è che gli iracheni perdano la loro fiducia nel sistema, nel sistema democratico. Questo è il rischio vero, a lungo termine, dello stallo».

A

Le elezioni che si sono svolte in marzo, elogiate come un successo nella fase di voto, hanno prodotto contestazioni, richieste di nuovi conteggi, azioni legali ed uno stallo nel tentativo di creare una coalizione tra il blocco guidato dal premier Nouri Maliki e

di Massimo Fazzi quello dell’ex premier Iyad Allawi. «Se lo stallo proseguirà oltre ottobre vi potrebbe essere la richiesta di nuove elezioni - ha detto Odierno – ed è una prospettiva che mi preoccupa. Se si riuscirà a formare rapidamente un governo tutto sarà ok. In caso contrario, nessuno può prevedere le conseguenze». Il generale Odierno, che ha trascorso quattro anni in Iraq, lascerà domani il Paese concludendo la sua missione. Lascerà il comando delle truppe al generale Lloyd Austin III. Per cercare di trovare la quadra alla situazione, ieri il vice presidente americano Joe Biden è arrivato sorpresa in Iraq, alla vigilia della fine delle operazioni di combattimento da parte dei soldati americani. Secondo quanto riferisce la rete televisiva irachena Iraqiya Tv, Biden ha programmato incontri con i leader dei principali partiti, per superare proprio l’attuale impasse politica. Una missione quasi impossibile, se si pensa che proprio ieri l’ex primo ministro Iyad Allawi ha annunciato che

non parteciperà, con la sua Iraqia List, a nessuno governo che venga guidato dall’attuale premier al Maliki. Haider Mulla, portavoce della compagine politica (che ha ottenuto 91 seggi nel nuovo Palramento) ha negato inoltre la presunta spaccatura all’interno del partito: «Parlare di rottura fra i nostri leader significa mentire. Noi, tutti insieme, vogliamo che Allawi venga nominato prossimo premier».

Dal canto suo, il premier in carica tace. In un intervento pubblico, invece di parlare di politica, ha proposto che «venga posto un limite di 200mila unità militari nel Paese. Non dobbiamo permettere che la società diventi militarizzata, e aumentare i soldati significa creare nuove fonti di paura nella popolazione». Come se gli attentati non facessero paura al popolo. Certo, il riferimento del premier è al partito Ba’ath dell’ex dittatore Saddam Hussein, composto da militari fortemente politicizzati. Ma, per quanto proposta di buon senso, lontana dall’aiutare a sciogliere il nodo di Baghdad.


mondo

31 agosto 2010 • pagina 19

Secondo il presidente Karzai «così si aiutano soltanto gli estremisti»

E Kabul disapprova il ritiro americano di Giovanni Radini on una nota del tutto ambigua, il presidente afghano Hamid Karzai ha esternato il suo pensiero in merito all’exit strategy degli Usa dal teatro iracheno, sottolineando come iniziative di questo genere non facciano altro che avvantaggiare i talebani. La scorsa settimana, incontrando il comandante del Centcom, il generale Usa James Mattis, Karzai aveva sottolineato che la guerra in Afghanistan necessiterebbe di una revisione strategica. «I combattimenti nei singoli villaggi hanno provocato solo un elevatissimo numero di perdite fra i civili», aveva ammonito, aggiungendo la necessità «di combattere il nemico anche oltre i confini dell’Afghanistan». L’indicazione era implicitamente rivolta al Pakistan. A sostegno di queste riflessioni, si era aggiunto l’intervento del portavoce di Karzai, Mohammed Umer Daudzai, il quale paventava il rischio di un fallimento del suo governo in caso di abbandono anzi tempo delle truppe straniere. Coincidenza vuole che mercoledì scorso anche il comandante dei Marines, il generale James Conway, avesse espresso il suo scetticismo sulla decisione di un’eventuale smobilitazione dall’Afghanistan dal 2011. Il fatto che oggi Karzai commenti negativamente il ritiro degli Usa dall’Iraq apre una vasta gamma di dubbi. Finora Kabul ha tenuto a precisare di essere pronta ad assumersi progressivamente l’incarico di gestire la sicurezza nazionale fin dal prossimo anno, in modo da esserne in pieno possesso entro il 2014. Sulla base dell’esperienza del conflitto in Afghanistan – che a novembre compirà i non proprio apprezzabili nove anni di durata – questa previsione appare ben poco realizzabile. Dal 2001 a oggi, i talebani non sono certo stati sgominati. Anzi, la loro capacità operativa è aumentata, per l’assenza di uno Stato nazionale e di un apparato di sicurezza che avrebbe dovuto far perno proprio su Karzai. Non si capisce, di conseguenza, come quest’ultimo possa garantire che il caos venga debellato entro il 2014. Improvvisamente, a questo punto, il presidente afghano cambia opinione e lascia intendere che il rischio di un’escalation di violenza, nel quale sta cadendo l’Iraq, potrebbe ripetersi anche nel suo Paese.

C

avevano imparato a garantire un minimo di sicurezza. E infatti non si può dire che il bilancio della missione internazionale sia tutto negativo, anzi: cacciato il regime dittatoriale, avviate le procedure democratiche, riportato l’Iraq nel contesto internazionale, fornite delle infrastrutture che permettono entrate economiche, superate le fasi più critiche degli attacchi della guerriglia baathista, del terrorismo qaedista, delle milizie sciite, della violenza settaria che spingeva il Paese verso il baratro della guerra civile.

Per questo non c’è un nemico vincitore, perché nonostante tutto e attraverso numerosi errori e strategie diverse le minacce aperte sono state tutte minimizzate. Ma non si può nascondere l’impressione che ci si trovi di fronte a un castello di carte, che può crollare proprio per il colpo d’aria provocato dalla porta sbattuta dall’ultimo americano che va via. Così che nella stanza ci si torna a scannare. Sarebbe facile dire che la democrazia ottenuta in Iraq dalla missione americana non va misurata in base allo svolgimento decente delle elezioni quanto piuttosto dal fatto che il Paese è completamente senza governo da mesi e all’orizzonte non si vedono accordi probabili ma semmai minacciose manovre di nuovi confronti armati. Gli ex premier Allawi e Maliki non sembrano avere nessuna intenzio-

ne di trovare un accordo politico, Moqtada al-Sadr gioca a fare l’ago della bilancia, i curdi guardano con insofferenza al resto del Paese, i cristiani sono sempre più nell’angolo, e una via di uscita non si vede. Ma forse non è il mancato accordo sul governo quello che rende meglio l’idea della difficile situazione irachena: è il mancato accordo sul petrolio, il fatto che gli iracheni non siano riusciti a mettersi d’accordo neanche su come spartirsi i tanti soldi della loro principale risorsa. Certo, è giusto ammettere che sì, per diversi motivi, in Iraq al Qaeda non è riuscita a radicarsi e anzi alla fine ha subito una battuta d’arresto che ha pagato su più fronti. Ma è anche doveroso dire che terrorismo ed estremismo prosperano nelle situazioni difficili, nell’instabilità sociopolitica, nell’incertezza della legge, nel dominio della violenza, nel caos brutale di una guerra civile aperta o latente. Condizioni che spereremmo di non vedere in Iraq, ma che certo incombono su un Paese fragile abbandonato a se stesso o al massimo alle morbose attenzioni di vicini troppo interessati. Non è certo un caso se nelle ultime settimane sono tornate a fare strage le bombe, che siano terroristiche, politiche o settarie. E certo il regime iraniano non si dispera per il fatto che Washington consideri parte della sua politica di contenimento lasciare esposto e indifeso l’Iraq.

il Paese cadrebbe nelle mani del nemico. Le incongruenze proseguono se si osserva come il presidente afghano, soltanto due settimane fa, si fosse detto pronto a entrare in contatto con le frange più moderate del nemico, per aprire un canale di dialogo e sul quale poi costruire un processo di pacificazione.

Adesso i talebani sarebbero tornati a fare da spauracchio anche alle istituzioni afghane. Le forze straniere, finora, le hanno sempre combattute, senza nascondere la perplessità nell’invito al dialogo promosso da Karzai. Come fa, invece, quest’ultimo a essere tanto sicuro che il nemico torni a farsi sentire anche in Iraq? La sola cinghia di trasmissione tra le forze guerrigliere presenti in entrambi i contesti di conflitto è al Qaeda. Possibile che il presidente afghano – o qualcuno per lui – sia entrato in contatto con l’organizzazione di Osama bin Laden e che adesso ne abbia percepiti i rischi? Insomma, l’exit strategy, richiesta con tanta veemenza sia a Baghdad sia a Kabul, oggi viene apparentemente sconfessata. Sembra che il timore abbia preso il sopravvento e che, una volta lasciati al loro destino, né l’Afghanistan né l’Iraq sappiano come gestire i loro rispettivi problemi. Dalla fine della guerra fredda, si possono ricordare due casi di progressivo abbandono dei teatri di conflitto da parte degli Usa: la Somalia e i Balcani. Nel 1995, il ritiro prima degli Stati Uniti e poi dell’intero contingente Onu ebbe il chiaro sapore di un “si salvi chi può”. Questo facilitò il peggioramento del contesto somalo e fu alla base del disastro politico e sociale in cui versa attualmente il Corno d’Africa. Diametralmente opposto appare lo scenario balcanico. Da dopo la guerra in Kosovo, nel 1999, la Nato ha intrapreso un complesso cammino di ricostruzione politica. Questo è ancora in corso, grazie alla presenza di una serie di contingenti dell’Alleanza atlantica e dell’Unione europea in diverse zone della penisola. L’exit strategy, nella fattispecie, è stata possibile attraverso un costante dialogo con gli interlocutori locali, la stipula di difficili ma rimunerativi compromessi e tempi lunghi di realizzazione. Per come stanno le cose in Iraq e in Afghanistan, c’è il rischio che si segua la strada della Somalia. Questo non solo perché gli Usa hanno fretta ad andarsene, ma anche per l’assenza di istituzioni affidabili alle quali passare il testimone. La nuova linea di Karzai è la riprova di tutte le insicurezze del suo governo che, con lo stesso peso di un ritiro affrettato dei contingenti stranieri, faciliterebbero i talebani.

Dal 2001 a oggi, i talebani non sono certo stati sgominati. Anzi, la loro capacità operativa è aumentata, complice anche la quasi totale assenza di governi

È interessante come i leader mediorientali e dell’Asia centrale facciano l’impossibile per orientarsi a seconda di dove soffi il vento. Spesso le forze straniere sono apparse agli alleati locali come spregiudicate truppe di invasione. Oggi per Kabul la Nato e l’Isaf tornano a essere “eserciti della salvezza”, senza i quali


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Disastri. Le accuse del direttore del Kashmir Centre, Majid Tramboo e regioni meridionali del Pakistan si preparano alla seconda ondata monsonica. Le autorità hanno provveduto all’evacuazione, nei limiti del possibile, di altri 700mila abitanti, i quali si vanno ad aggiungere agli attuali 17 milioni di senzatetto colpiti dalle piogge e dalle inondazioni. Nel frattempo gli interventi monetari e in termini di risorse materiali da parte della comunità internazionale – per quanto utili – hanno compromesso ulteriormente l’immagine del governo di Islamabad agli occhi delle opposizioni più agguerrite. Un portavoce del movimento talebano in Pakistan ha giudicato “inammissibile” la presenza straniera sul territorio nazionale. C’era da aspettarselo. D’altro canto, senza il contributo del Fondo monetario e il sostegno delle Nazioni Unite, ci si chiede come il governo Gilani avrebbe potuto fare per aiutare le popolazioni colpite. È altrettanto sconcertante il fatto che, al momento, non si sia innescato il meccanismo di mutuo soccorso fra i tre Paesi devastati dalle acque: Cina, India e appunto Pakistan.

L

Majid Tramboo è presidente del Kashmir Centre, think tank nato nel 2003, di base a Bruxelles e fondato per espressa volontà dell’International Council of Human Rights (Ichr). A proposito della situazione odierna, Tramboo è particolarmente pessimista. «L’epicentro delle inondazioni è stato localizzato tra la valle di Neelam, nell’Azad Kashmir, di competenza pakistana e a Ladakh, territorio kashmiro che noi consideriamo occupato dalle forze indiane e che è attualmente sotto la giurisdizione del Jammu Kashmir», dice questo avvocato londinese di origine kashmira e impegnato da sempre nell’autodeterminazione del suo popolo. «L’area è stata colpita in modo particolarmente pesante. L’esondazione dell’Indo è cominciata in quelle regioni montagnose più difficili da raggiungere per i soccorsi e da lì si è estesa al resto del Paese». Le inondazioni del Pakistan meridionale si sono rivelate tanto devastanti perché, oltre alle piogge che l’hanno interessato direttamente, vi si sono ricadute a cascata le acque tracimate dall’Indo e provenienti da nord. Tramboo è un osservatore coinvolto in prima persona nel disastro, da un punto di vista “sentimentale”. D’altra parte, la sua analisi riflette le considerazioni delineate dai soccorritori in loco. «È deprimente – dice – osservare l’atteggiamento di New Delhi. Le autorità federali si comportano come se fossero una forza di occupazione. I loro soccorsi in Ladakh sono apparsi fin da subito marginali e insufficienti rispetto ai danni subiti dalla popolazione. Le amministrazioni locali hanno cercato di for-

Il Kashmir conteso affoga nella melma India, Cina e Pakistan non collaborano nel soccorso ai milioni di alluvionati di Antonio Picasso

Chiediamo a New Delhi di onorare le risoluzioni dell’Onu e soccorrere la popolazione che sta affondando nelle acque fangose dell’Indo

nire aiuti di prima emergenza, ma questo è stato insufficiente». Il bilancio del disastro nella zona è di almeno 22mila sfollati, 170 morti e un numero imprecisato di dispersi, che certamente supera le centinaia. Anche in questo caso, si aspetta, con ansia e con pochi strumenti di prevenzione fra le mani, i monsoni che arriveranno nelle prossime settimane. Lo scenario drammatico offre al responsabile del Kashmir Centre la carta per innescare una polemica politica. Alla domanda se la tragedia che ha colpito Pakistan e India possa comunque trasformarsi in un’opportunità di dialogo fra i due governi, Tramboo è schiettamente pessimista: «Assolutamente no! Non vedo alcuno spazio di partnership fra Islamabad e New Delhi. Ne sono sicuro perché già nel 2005, quando il Kashmir fu deva-

stato dal terremoto (durante il quale sono morte 82mila persone ndr), tutti noi sperammo che i due Paesi si sarebbero avvicinati e avrebbero deciso di aiutarsi vicendevolmente. Purtroppo non è stato così». Tramboo smentisce quindi le immagini di fraternizzazione tra i militari indiani e quelli pakistani, nelle valli kashmire colpite dal sisma, che in Occidente vennero fatte passare come il preludio di un nuovo confronto fra i due governi. In realtà anche quest’anno India e Pakistan hanno tentato un approccio di dialogo, con l’obiettivo comune di firmare un trattato di pace proprio finalizzato alla determinazione della linea di confine che separa il Kashmir. Si tratta della Line of Control (Loc), che ha fatto da casus belli nei tre conflitti in cui i due eserciti si sono rivaleggiati (1948, 1965 e 1971). La comunità internazionale, con il presidente Usa Barack Obama in testa, ha promosso l’avvio di negoziati. Tuttavia, gli incontri fra il premier pakistano Gilani e il suo omologo indiano Singh sono risultati sempre improduttivi. «Come per il terremoto del 2005 – prosegue Majid Tramboo – temo che le speranze di trarre qualcosa di positivo dalle alluvioni si rivelino una futile chimera».

Nella visione del Kashmir Centre, una grossa percentuale delle responsabilità va addebitata al governo indiano. «Dal 1947, New Delhi si è dimostrata volutamente sorda alle richieste della comunità internazionale e alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu di riconoscere l’autodeterminazione del popolo kashmiro», commenta Tramboo. Nella regione sono dislocate 70mila unità delle forze armate indiane, le quali dall’inizio di giugno sono intervenute con la forza contro la popolazione. Attualmente sono 55 i morti caduti nelle manifestazioni di protesta scoppiate in questi mesi. «È impossibile immaginare un aiuto da parte di New Delhi ora che il Kashmir è stato messo sotto scacco anche dalla natura».Viene da chiedersi se, proprio ora, sia il caso di un intervento più incisivo verso il governo indiano. «Effettivamente, con le inondazioni si potrebbe cogliere la palla al balzo – riflette il nostro interlocutore – le istituzioni europee potrebbero esercitare la loro pressione su New Delhi». Come per esempio? «Il Parlamento di Bruxelles si è già attivato in passato, promulgando una serie di risoluzioni a sostegno dei diritti umani della popolazione del Jammu Kashmir. Noi chiediamo a New Delhi di onorare le risoluzioni dell’Onu e, adesso, di soccorrere la popolazione che sta affondando nelle acque melmose dell’Indo. Per questo stiamo cercando di instaurare un dialogo con tutti i governi europei. Italia compresa».


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La popolazione protestava contro una nuova miniera

Il Sinabung era dormiente dal 1600. Trasporti a rischio

Tibet, la polizia spara sui manifestanti: quattro morti

Sumatra, oltre 30mila persone via dal vulcano

LHASA. La polizia spara sui tibetani che protestano in modo pacifico, a Palyul (in cinese: Baiyu) nella contea di Kardze (Ganzi) nel Sichuan, contro l’espansione di una miniera molto dannosa per l’ambiente: almeno 4 morti e 30 feriti di cui diversi gravi, ricoverati nell’ospedale di Chengdu. Prosegue ancora il confronto tra popolazione e polizia. I fatti sono del 17 agosto, ma sono emersi da poco grazie a tibetani in esilio, per la rigida censura di Pechino sulle notizie riguardanti i tibetani e le proteste sociali. Il monaco Drime Gyaltsen, in esilio in India, riferisce all’agenzia Radio Free Asia che il 13 agosto un gruppo di etnici tibetani del villaggio di Sharchu Gyashoe, città di Tromtar, guidato dal capo villaggio Tashi Sangpo, ha protestato davanti al palazzo del governo della contea, preoccupati che i maggiori scavi programmati per la locale miniera di oro, della ditta cinese Kartin, avrebbero devastato i terreni coltivati, l’inquinamento e l’ambiente.

SUMATRA. Altre ottomila persone sono fuggite ieri dalle pendici del monte Sinabung, dopo una nuova eruzione del vulcano nel Nord Sumatra, portando ad almeno 30mila il totale degli sfollati. Il vulcano era “dormiente”da 400 anni. Da due giorni esso continua ad emettere fumo e ceneri e molti si attendono che vi sia anche un’eruzione di lava. Ieri mattina, l’eruzione è avvenuta alle 6.30 (ora locale), creando un’enorme colonna di fumo alta almeno 2mila metri. Almeno 31 villaggi sono stati evacuati, essendo a sei km dalla bocca del cratere. Il monte Sinabung si trova nella provincia di North Sumatra, a 1300 km a nordovest di Jakarta. La protezione

C’è il timore che gli scavi possano alterare pure l’equilibrio geofisico: nelle vicine contee di Drukchu (Zhouqu nel Gansu) e di Gyegudo (Yushu, Qinghai) ci sono stati recenti smottamenti e terremoti

E Netanyahu frena sulle basi del negoziato Nessuno stop a nuove costruzioni in Cisgiordania di Pierre Chiartano

GERUSALEMME. Con una mano sulla sedia, al tavolo delle trattative, Benjamin Netanyahu mette l’altra avanti per avere una posta più alta su cui discutere e negoziare. Ad appena tre giorni dal nuovo avvio dei negoziati di pace diretti tra israeliani e palestinesi, il premier ha spiegato ai ministri del Likud di non aver mai promesso all’amministrazione Usa una proroga del blocco delle attività di costruzione nelle colonie in Cisgiordania. «Non abbiamo fatto nessuna proposta agli americani sulla proroga del congelamento – ha affermato Netanyahu durante la riunione di domenica di cui dava notizia ieri il quotidiano israeliano Ha’aretz – Abbiamo detto che il futuro delle comunità verrà discusso come uno degli elementi dell’accordo finale, al pari di altre questioni. Non abbiamo promesso nulla a proposito, agli americani», il riferimento del premier e alla proroga del blocco di cui si parla da tempo e cui l’amministrazione Obama punta. Evidentemente una delle promesse fatte alla controparte palestinese per riportarli al tavolo del negoziato. «Abbiamo detto che il futuro delle colonie sarà discusso come uno dei punti dell’accordo finale, insieme alle altre questioni» ha aggiunto il premier israeliano. «Stanno costruendo un’intera città con il nostro incoraggiamento e combattono con noi su ogni casa in Giudea Samaria», ha affermato Netanyahu, riferendosi a Rawabi, la prima città palestinese progettata per 30mila abitanti, in costruzione vicino a Ramallah. Netanyahu e il presidente palestinese Abu Mazen sono stati invitati a Washington per il 2 settembre, per rilanciare il negoziato di pace diretto. La questione del congelamento delle costruzioni delle colonie potrebbe essere un primo ostacolo insormontabile per le trattative. Il 26 settembre termina infatti il periodo di congelamento di dieci mesi concesso dal premier israeliano alla fine dello scorso anno. I palestinesi minacciano di uscire subito dai colloqui, se questo termine non sarà prorogato. Netanyahu – che conta i coloni nella sua base

elettorale – ha però ribadito domenica che la questione dovrà essere discussa nell’ambito del negoziato e che non potrà costituire in nessun caso una precondizione. Le colonie sono comunità di cittadini israeliani costituite nei territori arabi occupati da Israele durante la Guerra dei sei giorni del 1967. Le prime colonie nacquero negli anni Settanta per volere dei governi laburisti oltre la Linea Verde che, prima della Guerra dei sei giorni, divideva Israele dall’area giordana. L’ascesa del Likud al potere nel 1977 diede poi una ulteriore spinta al loro sviluppo, con il premier Menachem Begin. Soprattutto nella Giudea-Samaria, le zone cisgiordane di Hebron, Betlemme e Nablus dove sarebbero vissuti i patriarchi biblici.

Per i palestinesi gli insediamenti ebraici sono illegali, mentre gli israeliani li ritengono fondamentali dal punto di vista della sicurezza del loro territorio. Alla fine del 2009 si contavano almeno 168 insediamenti in Cisgiordania – un terzo nati senza l’autorizzazione del governo – popolati da circa 300mila israeliani, mentre circa 200mila vivono nei quartieri ebraici di Gerusalemme Est, che Israele non considera insediamenti. La popolazione nelle colonie è raddoppiata nel giro di una decina d’anni. Le 21 colonie della Striscia di Gaza sono state evacuate da Israele nell’estate del 2005. Su pressione della Casa Bianca, alla fine dello scorso anno Netannyahu aveva annunciato una moratoria temporanea per le nuove costruzioni in Cisgiordania, ma non nei quartieri di Gerusalemme Est, la parte araba della Città santa che i palestinesi rivendicano come capitale del loro futuro Stato e dove in effetti, per gli arabi è difficile perfino rifare i marciapiedi. Israele rivendica il diritto a costruire negli insediamenti autorizzati già esistenti, per assecondarne la crescita demografica. La colonizzazione di Gerusalemme Est è la più problematica per il processo di pace, proprio per il valore che la Città Santa ha per le tre religioni monoteiste.

Il premier israeliano: «Abbiamo detto che il futuro delle colonie sarà discusso come uno dei punti dell’accordo finale»

che i locali attribuiscono anche agli scavi minerari e per le grandi opere. Per questo chiedono maggiori studi geologici preventivi. I tibetani chiedevano anche un eventuale indennizzo per i danni causati dalla miniera. In risposta le autorità hanno arrestato gli autori della petizione. Allora sono arrivati altri residenti che per 3 giorni hanno protestato davanti al palazzo. Nelle prime ore del 17 agosto la polizia è arrivata in forze, ha sparato gas sulla folla e ha iniziato ad arrestare persone. La folla “ha ripreso a urlare e a protestare. Allora la polizia ha aperto il fuoco”. Negli scontri sono stati feriti anche 2 poliziotti.

civile nazionale consiglia agli abitanti della zona e agli sfollati di indossare maschere. A causa delle ceneri disperse nell’atmosfera, un uomo è morto per problemi di respirazione. Fra i vulcanologi vi è impaccio perché essi non conoscono molto sulle caratteristiche del monte Sinabung, essendo le sue attività rimaste sopite per lungo tempo. L’Indonesia è considerata l’area nel mondo con il maggior numero di vulcani attivi: almeno 500, dei quali 68 sono i più pericolosi perché situati in zone popolose come Giava e Sumatra. Una spessa nube di cenere e nebbia copre il cielo della città di Medan, la capitale della provincia.

Il monte Sinabung è alto 2400 metri ed ha eruttato nel 1600. Da allora è considerato “dormiente”. Mentre l’evacuazione è in atto, il problema più importante è la nuvola di cenere che copre le grandi città della provincia e che possono causare problemi alla respirazione e agli occhi. Secondo alcuni responsabili locali, per il pomeriggio si attende anche una “pioggia di cenere” che potrebbe creare problemi ai voli nella zona e nella capitale. Anche considerando la festività religiosa di Eid-ul-Fitr in corso.


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Il personaggio. Viaggio nell’Italia in bianco e nero attraverso uno dei più grandi e amati protagonisti televisivi dell’epoca

L’uomo del sabato sera Scompariva 50 anni fa Mario Riva, il conduttore comico che inventò nientepopodimenoche la tv di Massimo Tosti n elogio funebre fu scritto - “nientepopodimenoche”, avrebbe detto lui con un sorriso sornione - da Achille Campanile: «La morte di Mario Riva, indipendentemente da tutto, è un sincero dolore per tutti. Con lui, prima ancora che l’uomo popolare, il personaggio caratteristico del video, o quello che sia, abbiamo perduto una persona cara. Questa morte è per tutti un po’un lutto di famiglia. E poi c’è il modo crudele e stupido di essa: non una malattia, né un incidente mentre correva a duecento all’ora in automobile, ma una banale caduta durante il suo lavoro. Chi poteva immaginare una cosa simile? In una serata simile? E per un uomo come lui, vivente allegra negazione dei drammi, delle tragedie? Ecco quello che fa più crudele la sua morte: il banale incidente, che si poteva benissimo evitare e che lo uccide quando, dopo molti anni di sfortunate fatiche, aveva appena raggiunto il successo, che per lui si concretava soprattutto in un’immensa straordinaria popolarità e nel fatto che tutti gli volevano bene. Anche i bambini di tre, quattro anni, lo conoscevano, lo chiamavano a nome per la strada, gli sorridevano affettuosi, come a un caro zio bonario e divertente».

U

Mario Riva morì il 1° settembre 1960 (esattamente mezzo secolo fa), a causa di un “banale incidente”. Dieci giorni prima -

il 21 agosto - impegnato nelle prove di uno spettacolo all’Arena di Verona, non aveva visto una botola aperta nel palcoscenico ed era caduto rovinosamente da un’altezza di cinque metri riportando numerose fratture molto gravi. Ricoverato in un ospedale cittadino, sopraggiunte complicanze polmonari e cardiache non riuscì a farcela. Al funerale, celebrato a Roma, assistettero circa 250mila persone, a dimostrazione dell’enorme affetto che il pubblico nutriva per il presentatore.

Erano altri tempi. La televisione era in bianco e nero (e tale sarebbe rimasta in Italia ancora per una quindicina di anni), le immagini erano sfocate, gli schermi erano arrotondati e convessi, gli apparecchi erano profondi e ingombranti per riuscire a tenersi dentro il tubo catodico. Non esisteva il telecomando, strumento superfluo all’epoca in cui esisteva un solo canale. Le trasmissioni di successo (Lascia o raddoppia di Mike Bongiorno e il Musichiere di Mario Riva) erano rituali collettivi.Tutto il condominio si trasferiva al terzo piano dove abitava il cavalier Rossi, unico abbonato tv del palazzo. Gli inquilini si presentavano con una sedia, per evitare eccessivi disturbi al cavaliere. I più educati portavano anche un vassoio di paste. E poi, tutti insieme, facevano il tifo per i concorrenti al quiz, tentando di anticiparne le

risposte e acquistare un prestigio duraturo. Bongiorno (in onda il giovedì) e Mario Riva (il sabato sera) erano due personaggi complementari. Mike era l’americano che aveva importato in Italia un format di consolidato successo negli Stati Uniti, nel quale si misuravano le persone con una conoscenza approfondita di un’unica materia. Mario era il romano pacioccone (di successo già collaudato in una serie di film popolari al fianco di attori del calibro di Totò, Alberto Sordi,Vittorio De Sica, Aldo Fabrizi, Diana Dei (la compagna della sua vita) e Riccardo Billi (il compagno sul palcoscenico, nell’avanspettacolo prima, e nelle riviste poi). Furono proprio Garinei e Giovannini, autori e impresari delle commedie musicali di maggior successo (nelle quali Riva recitò a fianco di Wanda Osiris, Gino Bramieri,

Aveva un innato senso dell’umorismo e la capacità (coltivata anche sul palcoscenico teatrale) di ridere delle gaffes degli ospiti come delle proprie. E il suo programma, “Il Musichiere”, era tra i più seguiti dal pubblico

Peppino De Filippo, Walter Chiari) a scegliere il comico romano come conduttore del Musichiere, la trasmissione da loro ideata nel 1957. La prima puntata andò in onda il 7 dicembre di quell’anno, con il titolo provvisorio “Conosci questo motivo” (che traduce fedelmente il nome del modello americano, il game show della NBC Name that tune). Dalla settimana successiva il titolo fu quello definitivo. «Il meccanismo del gioco», ha ricordato il critico televisivo Aldo Grasso, «è semplice: l’orchestra suggerisce alcune note del brano da indovinare e i due concorrenti, dotati di regolamentari scarpe da ginnastica, scattano dalle sedie a dondolo per suonare la campana (schiantandosi talvolta contro il muro per l’impeto della corsa), acquisendo così il diritto di rispondere al quiz canoro (cantano i motivi da indovinare Nuccia Bongiovanni e Johnny Dorelli, poi sostituito da Paolo Bacilieri). Il vincitore deposita metà del premio nella “cassaforte musicale”, riaggiu-

dicandoselo (insieme al diritto di ripresentarsi la settimana successiva) se individua il motivo mascherato emesso da una cigolante saracinesca. Il momento più atteso del programma, annunciato dal roboante “nientepopodimenoche” di Mario Riva, è l’introduzione dell’ospite della puntata, un protagonista illustre dell’attualità sportiva, della cultura o dello spettacolo, invitato dal conduttore a esibirsi in un’inedita, talvolta goffa, performance canora: sfilano davanti al ghigno divertito del presentatore Fausto Coppi e Gino Bartali (pacificati grazie a uno sgangherato duetto musicale che propone una parodia della canzone Come pioveva), Mario Soldati,Totò,Vittorio Gassman (in veste di interprete lirico), Giorgio Albertazzi (con il brano Non so dir ti voglio bene) e ospiti internazionali come Gary Cooper, Anita Ekberg, Jane Mansfield, Josephine Baker. Immancabile la sigla di chiusura, Domenica è sempre domenica, un motivo che ha percorso


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31 agosto 2010 • pagina 23

gaffes degli ospiti e delle proprie. Più romano, meno americano, per dirla in due parole. La televisione - a dispetto di questi giudizi sulla “normalità” o “mediocrità”dei conduttori - non era un mestiere facile (non lo è neppure oggi, ma la quantità e la varietà dell’offerta aiuta a schivare i giudizi più severi), esposto come era alla lente di ingrandimento degli intellettuali, anche i meno spocchiosi. Ennio Flaiano (dotato di una vena meno saccente di altri scrittori) bocciò senza riserve Lascia o raddoppia, con l’arma del sarcasmo. «Sono un convinto assertore», scrisse, «dello scoraggiamento della cultura e mi compiaccio con la Rai per il suo nuovo gioco che, se ben condotto, potrà fare molto contro la serietà degli studi: sia dando fama e denaro ai dilettanti di materie inutili, sia indirizzando i giovani ancora incerti verso le forme più semplicistiche dello scibile. Siamo appena agli inizi, ma molto si può e si deve fare per il trionfo di un quiz come metodo diseducativo: l’era dei cani sapienti incalza e non ci deve trovare impreparati. Sarò un ottimista, ma confido che anche in questo campo la Rai saprà dimostrare di non essere superiore a nessuno».

tutta l’Italia, diffondendo l’allegria goliardica e un po’sfacciata tipica del varietà e soprattutto del suo protagonista, Mario Riva. Il Musichiere consegna alla storia della televisione un campione, Spartaco D’Itri, cameriere romano dotato di straordinaria memoria musicale, il quale dopo aver intascato una vittoria lunga quindici settimane e un montepremi di otto milioni, dichiara solennemente che vorrà essere sepolto con l’abito con cui ha conquistato per la prima volta la fascia della vittoria.

Con la vincita, D’Itri aprì due ristoranti. Otto milioni erano una somma importante a quei tempi. I concorrenti che riuscivano a rispondere alla domanda finale di Lascia o raddoppia portavano a casa 5.120.000 lire, un bottino consistente. In quell’epoca - lontanissima come abitudini rispetto a oggi - il denaro facile (come, per altri versi, la popolarità) non era un sogno diffuso. La televisione non era un banco-lotto per distribuire

Per tutti era un romano simpaticone, il Sordi del piccolo schermo, diventato presto indimenticabile per tutti coloro che, dopo la sigla del programma, credettero davvero che “Domenica è sempre domenica” milioni a volontà come sarebbe diventata qualche anno più tardi con le telefonate per indovinare quanti fagioli ci fossero in un vaso trasparente. E la notorietà improvvisa poteva tradursi in un incubo, come accadde proprio al cameriere Spartaco che a detta di chi lo conosceva avrebbe potuto (con la sua mostruosa competenza di canzonettologo) dominare la scena del Musichiere per molti mesi

ancora, se non fosse stato sopraffatto dalle attenzioni della gente che lo riconosceva per strada, dalle richieste di autografi e da tutti i rituali ai quali si deve abituare chi finisce sulle copertine dei settimanali. Gli eredi di Spartaco D’Itri fanno la fila per il casting del Grande fratello. Gli italiani di allora non erano ancora preparati a tutto questo. Le vallette del Musichiere (si avvicendarono nel ruolo Lorella De Luca, Alessandra Panaro, Carla Gravina, Patrizia Della Rovere, Patrizia De Blanck, Marilù Tolo, Brunella Tocci) erano chiamate“le simpatiche”. Tutte minorenni non aspiravano a fidanzarsi con un calciatore né a partecipare all’Isola dei famosi (anche se una di loro, la contessa De Blank finì sull’Isola, ma quasi cinquant’anni più tardi). Mario Riva era il demiurgo ideale per l’Italia di cinquanta e passa anni fa. Un pacioccone rassicurante che “bucava” lo schermo con la sua simpatia, l’umanità, le battute folgoranti (mai volgari o

cattive), l’enfasi ironica con la quale presentava gli ospiti, stupito esattamente come lo sarebbe stato un italiano qualunque se si fosse trovato di fronte Gary Cooper, o Jane Mansfield, o Fausto Coppi in cerca di un’informazione sulla strada da seguire per arrivare al Colosseo o a San Pietro. Nel 1962 Umberto Eco dedicò un piccolo saggio (entrato in molte antologie) alla “fenomenologia di Mike Bongiorno” sottolineando come la chiave del suo successo risiedesse nel fatto che non era un “superman”, ma un “everyman”: l’«unica virtù che egli possiede in grado eccellente», scrisse il semiologo, è la «mediocrità assoluta unita ad un fascino immediato e spontaneo spiegabile col fatto che in lui non si avverte nessuna costruzione o finzione scenica». Mario Riva apparteneva alla stessa categoria degli “everymen”, con una differenza sostanziale, però: il senso innato dell’umorismo, la capacità (innata e coltivata sul palcoscenico teatrale) di ridere delle

La televisione, allora, era - con un’offerta ristretta a un solo canale (e le immagini sfocate) più nazionalpopolare di oggi, ed era anche seguita con un’attenzione mille volte maggiore. Non era ancora un elettrodomestico acceso ventiquattr’ore su ventiquattro, ma soltanto accessorio della vita quotidiana. «L’appuntamento televisivo, soprattutto per programmi come Lascia o raddoppia, il Musichiere e Telematch, ha la meglio su qualsiasi altro impegno», ha scritto Marta Boneschi (Poveri ma belli-I nostri anni Cinquanta). «Il giorno seguente se ne discute in ufficio con i colleghi, dall’ortolano e sul pianerottolo. I discorsi pro o contro Mike costituiscono una variazione al solito menu della politica e dei pettegolezzi di caseggiato. Il quiz fa breccia nei cuori, secondo Enzo Biagi, perché “concilia la sete del sapere con quella del guadagno”. È su una ricetta simile, quiz e canzonette, che nasce nel dicembre ’57 Il musichiere di Garinei e Giovannini. Anche lo spettacolo del sabato sera, presentato da Mario Riva, riesce nell’alchimia che trasforma persone comuni, come il sopraccigliuto Spartaco D’Itri in eroi nazionali». E che trasforma - soprattutto - Mario Riva, il comico della porta accanto, il romano ammiccante e simpaticone, il Sordi del piccolo schermo, un po’ Meo Patacca e un po’ Babbo Natale, in un personaggio indimenticabile per tutti coloro che - ascoltando la sigla di chiusura del Musichiere - credettero davvero che“Domenica è sempre domenica”. Quando ancora il week-end non era stato inventato.


ULTIMAPAGINA Il festival. Ad Arrone, in Umbria, il Campanile dei diritti umani

L’Italia dei campanilisti e quella dei di Maurizio Stefanini ampanari alla riscossa. La costituzione di un Centro Studi Campane Valnerina con la presidenza di Luigi Maria Lombardi Satriani, come gruppo di studio interdisciplinare di alta eccellenza nazionale tra antropologi, etnomusicologi, fisici e storici; la contemporanea creazione di un Comitato Campanari Italiani, che accanto a chi le campane le studia organizza anche coloro che salgono ancora materialmente sui campanili per farle suonare; la presentazione di un disegno di legge per la tutela di quell’immenso patrimonio storico, culturale e artistico che è rappresentato in Italia dai campanili stessi; l’istituzione, e benedizione da parte dell’autorità ecclesiastica, di un Campanile dei Diritti Umani che suonerà simbolicamente ogni 10 dicembre, nella relativa giornata Onu: sono i molteplici fronti dell’offensiva che è stata lanciata il 27, 28 e 29 agosto ad Arrone. Un paesino in provincia di Terni un po’ oltre la Cascata delle Marmore; il cui centro storico è un antico castello longobardo con una chiesetta del XIII secolo dedicata a San Giovanni Battista dove appunto individuato il Campanile per i Diritti Umani; e che per il secondo anno ha ospitato un raduno dei campanari dell’Italia Centrale, coinciso stavolta con il 50esimo raduno nazionale dei campanari di tutta Italia.

C

«Suonate le vostre trombe, noi suoneremo le nostre campane». “Odi rontocchi di campane a nozze/ squlle d’argento”. “La campana del villaggio/ oggi suona anche per lui». «Campanaro della Val Padana/ per chi suoni la campana?». «C’è una chiesa alpina dove/ già rintocca una campana». «Noi tornavamo al cantiere/ lieti del nostro lavoro/ e il campanon din don/ ci faceva il coro», Eccetera... Finiti i tempi di Pier Capponi, di Edgar Allan Poe, delle baruffe tra Don Camillo e Peppone e delle campane onnipresenti nelle canzoni degli anni Cinquanta e Sessanta, è però diventato quasi un luogo comune dire che la politica italiana e mondiale sta tornando al Campanile. Un po’ in tono da scontro di civiltà oltranzista: le campane contro i minareti. Però c’è pure Steven Feld, etnomusicologo e antropologo dalle credenziali politically correct insospettabili, che dopo due decenni in Nuova Guinea a studiare i suoni della foresta pluviale è passato a occuparsi delle campane occidentali, spiegando che rappresentano effettivamente una grammatica del territorio e dell’appartenenza assolutamente comparabile a quella da lui trivata tra gli uccelli tropicali. E pure in Italia un’Associazione di Campanologia si è messa a documentare il patrimonio campanistico più variegato del mondo: dalla fabbrica di campane di Bressanone a quella Qatabba che in provincia di Messina ricostruisce la guerra tra cristiani e sa-

raceni al ritmo di campana e tamburo, o a quelle campane sarde che accompagnano il ballo tondo accordate con le launeddas.

Un saggio di questa fantastica biodiversità musicale lo si è visto e ascoltato anche tra i 600 campanari radunatisti ad Arrone. Il sistema bergamasco, ad esempio, che esegue concerti di campane attraverso una vera e propria tastiera, percossa con i pugni. Il sistema reggiano, di cui però ad Arrone si è esibito come virtuoso Don Francesco Ferro, un esuberante sacerdote molisano, e che ottiene lo stesso risultato attraverso corde legate agli arti del campanaro. Nel sistema veronese le campane sono all’impiedi, e ogni campana di diversa intonazione ha bisogno di un esecutore diverso, ma in compenso

CAMPANARI c’è un vero e direttore d’orchestra. C’è il sistema umbro-marchigiano di cui il vertice è a Gubbio, e che accompagna una campana grande azionata coi piedi a campane minori suonate a martello. Il sistema friulano, con tre campane. Il sistema bolognese, con quattro... E poi ci sono i sistemi ligure, ambrosiano, toscano, sorrentino, siciliano, sardo... Proprio mentre politica e antropologia riscoprono la campana, però, la Chiesa indulge sempre più al suono automatico o addirittura registrato.

«Campana deriva probabilmente da campo, perchè una funzione importante del campanile in passato era quella di dare le ore a chi lavorava nei campi», ci spiega il presidente dell’Associazione Campanari di Arrone Gianluca Saveri. È dunque la progressiva diffusione di orologi da polso e segnali orari radio-televisivi, più che la secolarizzazione, a segnare la progressiva emarginazione delle campane. Che poi, raccontava qualche vecchio campanaro ad Arrone, alle volte diventava emarginazione dello stesso campanaro, «quasi a suonare le campane ci fosse da vergognarsi!». Da un paese all’altro, come segnalano le cronache, si sono moltiplicati i problemi di residenti o turisti isterici che si rivolgono in tribunale per farle smettere. Risultato: ormai la media pro-capite dei residui campanari è ormai ridotta a poco più di uno per ogni 40 comuni (non chiese!) italiani! Proprio per porre fine allo scandalo di un Paese che si compiace fino all’eccesso di essere campanilista ma i campanili veri non li suona poi, i residui campanari d’Italia hanno deciso di partire alla riscossa.

Per tre giorni, in attesa di un’apposita giornata Onu, a ridosso della Cascata delle Marmore hanno risuonato gli stili, le invenzioni e le passioni di decine di esperti per celebrare un mito antico che ormai rischia di scomparire


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