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politica

7 luglio 2010 • pagina 9

L’opinione del professore e fondatore della Lega per l’Ambiente

«È così da dieci anni. Ma oggi c’è più controllo» Massimo Scalia: «In Italia è più grave che altrove perché abbiamo aree controllate dalla criminalità organizzata» di Gabriella Mecucci

ROMA. Il rapporto annuale della Legambiente

no della mancata pubblicazione del dato sui rifiuti speciali nel Rapporto rifiuti 2010 dell’Ispra.

Circostanza che impedisce di valutare economicamente la mole di rifiuti industriali spariti nel nulla e che, con ogni probabilità, sono finiti nel giro ille-

d’Italia, Mario Draghi ha sottolineato la stretta connessione tra la densità della criminalità organizzata e il livello di sviluppo, ribadendo la necessità di combattere la corruzione per rilanciare il Mezzogiorno. Ma l’illegalità non sottrae solo gettito fiscale. «Influisce sulla si-

L’agricoltura si conferma uno dei pilastri dell’economia criminale. Un giro d’affari di 50 miliardi di euro l’anno, poco meno di un terzo del fatturato illegale nel nostro Paese gale dei trafficanti di monnezza, trasformandosi in moneta sonante. Grazie all’abusivismo edilizio, la somma in nero accumulata è due miliardi. Un dato che rispecchia un andamento stabile del fenomeno che, se letto alla luce della grave crisi economica in atto e del conseguente calo di costruzioni legali, dimostra tutta la sua gravità. Così anche per il racket degli animali che, stando alla stima della Lega antivivisezione (Lav), si conferma di 3 miliardi di euro, tra corse clandestine di cavalli, combattimenti tra cani, traffici di fauna viva esotica o protetta, macellazione clandestina. Gli investimenti a rischio in opere pubbliche e gestione dei rifiuti urbani nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa anche nel 2009 superano i 7 miliardi e mezzo di euro. Manca all’appello il dato relativo ai furti e sui traffici di opere d’arte e reperti archeologici, il cui mercato continua a sfuggire a una precisa quantificazione monetaria, ma che genera una cifra d’affari che, per volume è seconda solo al traffico internazionale di stupefacenti. Anche il Governatore della Banca

curezza e i diritti dei lavoratori, falsa il mercato e la competizione, impedendo un reale sviluppo economico e sociale del territorio a totale beneficio delle cosche criminali» spiegava Draghi. L’agricoltura si conferma uno dei pilastri dell’economia criminale. Un giro d’affari di 50 miliardi di euro l’anno, poco meno di un terzo del fatturato illegale nel nostro Paese.

Un business che si traduce in 150 reati al giorno, un agricoltore su tre raggiunto dai tentacoli delle mafie, come denuncia la Cia, Confederazione italiana agricoltori, nel suo terzo rapporto sulla «Criminalità in agricoltura». Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia sono le regioni in cui il comparto dell’agro-crimine rende di più, anche se i tentacoli arrivano fino al Nord. I reati vanno dai furti di attrezzature e mezzi agricoli, usura, racket, abigeato, estorsioni, “pizzo”, macellazioni clandestine, danneggiamento alle colture, aggressioni, a truffe nei confronti dell’Unione europea, caporalato, abusivismo edilizio e saccheggio del patrimonio boschivo.

sulle ecomafie lancia un nuovo grido d’allarme. Massimo Scalia è stato per parecchi anni presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, con lui facciamo il punto sullo smaltimento illecito. Adesso il business della“monnezza”ha invaso anche il Nord? Una volta i rifiuti venivano trasportati al Sud e lì smaltiti illecitamente... Già dieci anni fa - all’epoca della Commissione d’inchiesta che presiedevo - mettemmo in evidenza come una simile attività illecita aveva preso piede anche al Nord. Sottolineammo che questa stava diventando una sorta di porta d’ingresso delle mafie in zone d’Italia in cui non avevano insediamenti storici: in Lombardia, in Piemonte, in Friuli. Il mondo è pieno di luoghi dove si smaltiscono in modo illegale i rifiuti. È uno sport praticato un po’ ovunque, talora con l’appoggio di uomini legati ai governi del luogo. In Italia la cosa è più grave che altrove perché abbiamo aree del Paese controllate dalla criminalità organizzata. È la camorra, l’organizzazione criminale più forte in questo business? Il termine ecomafie nasce nel 1994 dall’inchiesta giornalistica di Enrico Fontana e Antonio Cianciullo nella zona che va dal confine meridionale del Lazio sino a Caserta. Qui si facevano gli scavi abusivi per il materiale da costruzione. Gli scavi spesso arrivavano sino alla falda acquifera e si formavano dei laghetti. In questi piccoli specchi d’acqua venivano interrati i rifiuti tossici. Sopra poi nascevano dei veri e propri villaggi. Dopo la denuncia di Fontana e Franceschini, nacque la Commissione d’inchiesta sui rifiuti da me presieduta. E fra i siti da bonificare, accanto a quelli storici come Porto Marghera, inserimmo anche la zona del litorale Domizio-Flegreo, che è appunto quella vicino a Caserta e l’area di La Spezia. In questi anni recenti si è verificato un aumento dello smaltimento illegale? Direi anzi che oggi c’è un maggior controllo. La prima Commissione parlamentare operò bene, tanto che poi in ogni legislatura la Commissione d’inchiesta è stata rinnovata. Come l’Antimafia però, questo organismo parlamentare è anche il segno dell’arretratezza del Paese che permane. Qual è stato al suo punto più alto il giro d’affari del riciclaggio? In Italia credo abbia toccato i diecimila miliardi di vecchie lire. Era un’impresa in cui si correvano pochi rischi - i controlli prima della Commissione parlamentare erano assenti - e si avevano

molti guadagni. Lo smaltimento legale di rifiuti poteva venire a costare intorno alle seimila lire a tonnellata. L’illegalità abbatteva i costi sino a 500-1000 lire. E oggi la situazione è parzialmente migliorata... È sicuramente cresciuta molto l’azione di repressione di questi crimini, ma non abbiamo una strumentazione legislativa adeguata. In particolare non esiste nel nostro Codice una fattispecie penale per i reati contro l’ambiente. E questo rende molto più difficile, più faticoso perseguirli. Si fa come faceva la giustizia americana con Al Capone che venne arrestato per evasione fiscale. Noi facemmo una battaglia per inserire dei reati penali, ma purtroppo l’abbiamo persa. E questa carenza ci mette in una posizione di “maglia nera” rispetto agli altri Paesi. Tutti infatti contemplano i reati contro l’ambiente: dalla Germania alla Francia, sino alla Spagna e al Portogallo. La situazione italiana invece consente a questo genere di criminali di cavarsela pagando una multa e questo rende - lo ripeto - più faticosa la repressione. Se ci sono solo sanzioni amministrative vuol dire che non c’è deterrenza e che si diffonde l’impressione che colpire l’ambiente non è reato. E come si fa a prendere questi criminali? Lei diceva che si usa la tecnica che venne usata con Al Capone? Certo. Colui che inquina il territorio smaltendo rifiuti tossici viene spesso indagato per reati che non riguardano l’ambiente. Spesso si incrimina per truffa. Altrimenti finirebbe tutto con una multa che viene pagata tranquillamente. Anche perché i guadagni del business illegale sono talmente alti... Inoltre al danno si aggiunge la beffa perché esistendo solo sanzione amministrativa, non possono essere messi in campo strumenti di indagine più sofisticati. Come giudica il recente rapporto di Legambiente? Credo che la Legambiente dia un grande peso al momento istituzionale repressivo. Questo è ovviamente importante, ma personalmente ho un po’ di nostalgia per l’epoca in cui c’erano gruppi ambientalisti che facevano un’attività politica di denuncia sul territorio. Fu così che, a partire dal ’94, in questo Paese si è riusciti a contrastare le attività criminose. Prima di allora l’Italia era una sorta di Far west: non c’era alcuna regola, né esistevano attività repressive. È un bene che oggi ci sia una maggiore presenza di forze dell’ordine e di magistratura, ma si è perso quel coinvolgimento un po’ da scout capace di dar vita anche a una coscienza diffusa della necessità di proteggere l’ambiente.

Non esiste nel nostro Codice una fattispecie penale per i reati contro l’ambiente. E questo rende tutto più difficile

2010_07_07  

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