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pagina 2 • 7 luglio 2010

Ritirate. Oggi vertice per lo slittamento della “legge-bavaglio”. Passa l’emedamento-Bossi sulla flessibilità per le “virtuose”

Non passa la Regione

Documento di protesta degli enti locali messi alla porta dal Cavaliere Invece sulle intercettazioni arriva la seconda retromarcia (dopo Brancher) di Franco Insardà

ROMA. «Ghe pensi mi» aveva detto al suo rientro in Italia dopo dieci giorni di missioni internazionali, ma l’inizio settimana di Silvio Berlusconi non si è tradotto in una marcia trionfale. Anzi. Dopo aver dovuto convincere l’amico Brancher a rassegnare le dimissioni da ministro, nel tentativo di svelenire soprattutto i rapporti con il Quirinale, ora per il Cavaliere si profila un’altra ritirata: quella sulle intercettazioni. Senza contare i tanti fronti aperti dalla manovra: su tutti l’ira delle Regioni. Ieri, infatti, Sergio Chiamparino (Anci), Vasco Errani (Conferenza delle Regioni), Giuseppe Castiglione (Upi) e Enrico Borghi (Uncem), hanno diffuso una nota molto dura a seguito della notizia che il governo non intenderebbe svolgere l’incontro richiesto unitariamente la scorsa settimana, «Non potremmo - si legge nel comunicato - che considerare gravissimo e inaccettabile il diniego circa la richiesta del sistema delle autonomie territoriali di avere un incontro con il presidente del Consiglio e con i ministri interessati dalla manovra». Un provvedimento che sta diventando sempre più un problema e ha creato non poche tensioni tra lo stesso premier e il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Intanto la Commissione Bilancio ha approvato l’emendamento che prevede come fra i principi guida che dovranno essere tenuti in considerazione per valutare come mettere in pratica la sforbiciata alle risorse vi sia tra l’altro il «rispetto del patto di stabilità interno». Sì ai tagli, per 4 miliardi nel 2011 e 4,5 a partire dal 2012, alle Regioni ma sarà la Conferenza Stato-Regioni a poter decidere con quali criteri essi saranno attuati. La riunione, convocata per oggi a Palazzo Grazioli con Niccolò Ghedini, il ministro della Giustizia Angelino Alfano, i capigruppo di Camera e Senato e il sottosegretario Gianni Letta, si preannuncia di fondamentale importanza per il futuro del Pdl e della maggioranza di governo. In questa riunione si dovreb-

D’estate in politica non si fanno mai cose giuste. Comprese le norme liberticide

La nuova linea di Berlusconi a luglio: «Ghe pensi ti» di Enzo Carra liene capitano di tutti i colori. Povero Silvio, direbbe Antonio Cornacchione. Pensate un po’: da oltre quindici anni ci siamo adagiati nel bipolarismo e che ti succede? Si presenta il terzo polo. Nientedimeno. Un terzo polo politico, naturalmente, sul modello di quello televisivo di cui parla il buon Michele Santoro. Insomma, e inaspettatamente, parliamo sui giornali e in tv di un terzo incomodo con Fini, Rutelli, Pisanu, forse Montezemolo. Magari con Pierferdinando Casini. Magari, ma non risultano al momento ammissioni o smentite. Comunque se ne parla un po’ come si fa con il mostro di Loch Ness. Un tempo di questi fenomeni si preferiva discutere a Ferragosto, quando le notizie latitano. Adesso si anticipa.

G

Non fu così nel deprecato mezzo secolo della prima repubblica. Il bipolarismo non c’era. Eppure, in quei lunghi anni non si realizzò mai una posizione terza: terzo polo, terza forza, terzismo. Niente. Con tutto che allora c’erano partiti abbastanza forti e molto rappresentativi, che avrebbero potuto stringersi in un luogo distinto da quello dei due maggiori, la Dc e il Pci. Socialisti, repubblicani e liberali, pure accomunati dalla fede laica, mai pensarono a raggrupparsi in un terzo polo. Questi partiti, in stagioni e situazioni diverse, si unirono invece all’uno o all’altro partito maggiore, per formare coalizioni – blocco del popolo e centrismo prima, centrosinistra poi – che hanno fatto la storia della rinascita democratica di questo Paese. Era tuttavia un’epoca paleozoica, di proporzionalismo e di intrighi di palazzo. Troppo lontana dalle magnifiche sorti e progressive delle democrazie occidentali. Poi venne la grande crisi dei primi anni Novanta. Il popolo individuò in Berlusconi il leader capace di trasformare il sistema, allontanandolo dal suo arcaismo post-bellico per approdare al modernismo anglosassone. Ecco, sul più bello, spunta il terzo polo.

E c’è chi vi si butta a capofitto. In mancanza di meglio. Certo, se dovesse succedere, sarebbe un altro bel problema per Berlusconi. È che al Cavaliere gliene capitano di tutti i colori. La spassosissima citazione di un altro cavaliere,Tino Scotti,“ghe pensi mi”è rivolta principalmente a se stesso. Il presidente del Consiglio deve correre di qua e di là come un matto, all’estero e in Italia, soprattutto per riparare ai guasti procurati dai suoi collaboratori. Lui fa una fatica boia per allontanarsi da argomenti non esattamente piacevoli, di etica pubblica e di moralità privata. Soffre come un cane per la condanna del più antico e intimo dei suoi compagni d’avventura, Marcello Dell’Utri. Si fa approvare con la perizia di un campione di slalom il lodo Alfano sulla sua personale immunità. Poi gli tocca il caso Scajola e allora non ci vede più. Accetta le dimissioni e manco ci prova a scagionarlo, il proprietario della casa vista Colosseo. Senza precedenti. Ma, povero Berlusconi, che altro poteva fare? Subito dopo le cronache riferiscono di seri contrasti con Tremonti in ordine alla manovra economica (è mia, no è mia!) e, tanto per cambiare discorso, gli si rovescia addosso il caso Brancher. Il Cavaliere c’entra poco, a quel che sembra. Non che Brancher gli stia antipatico o che, in linea generale, non lo creda adatto a fare il ministro. Per dire, lo aveva già nominato sottosegretario e se faceva girare la voce che Brancher fosse il “tramite” con Bossi una ragione pure dev’esserci.

L’idea di dargli un ministero, qualunque ministero per adoperare il legittimo impedimento, non è del Cavaliere, comunque. Ma, come si dice, i cocci sono suoi. Le critiche, anche quelle della stampa amica, finiscono sul suo tavolo di Palazzo Grazioli, non su quelli di Bossi o di Tremonti. Così, altre dimissioni nel giro di poche settimane. E, per la prima volta, Berlusconi al posto di gonfiare il petto avendo respinto un attacco degli avversari è costretto a sottolineare il ruolo avuto nel portare Brancher all’abbandono. Nel maelstrom berlusconiano lasciamo da parte la questione Fini, o del cofondatore, il suo compagno di predellino. Altroché freddure da terzo polo, o dimissioni di ministri sveltocci. Qui si fa sul serio. Il Cavaliere può mettere fuori Fini, come gli chiedono dalla sua curva. Ma gli consiglierei di prendere tempo. A luglio in politica non si fanno quasi mai cose giuste. Questo vale anche per la legge sulle intercettazioni.

bero valutare le modifiche alla legge, per venire incontro ai rilievi che giungono dal Colle, ma non dai finiani. In serata, o molto più probabilmente domani, si dovrebbe svolgere l’ufficio di presidenza, al quale partecipano anche i finiani, che dovrebbe ratificare le decisione del vertice berlusconiano. La riunione di Palazzo Grazioli potrebbe anche rappresentare la presa d’atto della fine dei rapporti con Fini e i suoi che proprio sul ddl intercettazioni stanno alzando il tono della polemica interna. Quel «puntiglio irragionevole», come lo aveva etichettato Gianfranco Fini, di calendarizzare la discussione alla Camera del disegno di legge ora dopo ora sembra perdere di efficacia.

A questo punto prendono sempre più corpo le voci di un Berlusconi, assediato dentro e fuori dalla sua maggioranza, orientato a disinnescare la mina intercettazioni, piuttosto che avventurarsi nell’ennesima Caporetto. Il premier cerca sponde istituzionali per uscire dall’impasse. Il presidente della Repubblica Napolitano, nei giorni scorsi, aveva parlato di “punti critici” del disegno di legge e il Quirinale lo ha ribadito smentendo qualsiasi voce di trattativa sugli emendamenti. Dal fronte Pdl arrivano delle esplicite aperture sulla possibilità di modificare il testo. Il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, a margine di un convegno sulle intercettazioni, organizzato ieri dall’associazione “Viene prima l’articolo 15” del pidiellino Gaetano Quagliariello, ha dichiarato che «il ministro della Giustizia Angelino Alfano si è impegnato a concludere l’iter del ddl Intercettazioni alla Camera sulla base dei rilievi di criticità mossi dal Quirinale». E Quagliariello ha aggiunto: «Questo testo non è il Vangelo. In una materia di questo tipo nessuno può pensare che il punto di equilibrio trovato sia essenziale. Noi siamo aperti alle proposte di chi vuol dare un contributo. Ma diciamo “no” alle crociate». Il destino delle intercettazioni, comunque, è legato ai rapporti tra il presidente del Consiglio e quello della Camera. Per Italo Bocchino, infatti, se «Silvio Berlusconi ascoltasse di più Fini potrebbe risolvere il problema com’è successo per Brancher». Intanto in commissione Giustizia, presieduta da Giulia Bongiorno, ha preso il via la discussione generale, mentre per lu-

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