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mondo

pagina 14 • 7 luglio 2010

Diplomazia. Stati Uniti e Israele sembrano aver trovato l’accordo per colloqui di pace diretti con la Palestina

L’amico ritrovato Torna l’armonia fra Obama e Netanyahu: «Israele pronto a rischiare, duri con l’Iran» di Luisa Arezzo a proverbiale puntualità della Casa Bianca ieri è stata messa a dura prova dal quinto vertice fra il presidente Obama e il premier israeliano Netanyahu. Ma la tensione per l’imprevista attesa è stata subito smussata dalle prime parole espresse da Obama durante la conferenza stampa congiunta: «I legami con Israele sono indistruttibili». Un incipit che è ha rappresentato solo l’assaggio della rinnovata intesa fra i due leader. Con Netanyahu dettosi «pronto ad assumersi rischi per la pace» ma

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te summit, quello in cui abbandonò il premier israeliano a metà della discussione negandogli pure la foto di rito. E nessuno dimentica che questo vertice - inizialmente previsto a giugno - era poi saltato dopo le critiche dell’Amministrazione Usa per l’operazione delle forze speciali di Tsahal contro la Flottiglia al largo della Striscia di Gaza. Fra i due, oltretutto, i rapporti personali non sono dei migliori. Ma la tela intessuta in quest’ultimo mese fra le due diplomazie e le concessioni fatte da Israele a Gaza permettendo l’invio di aiuti nella Striscia, hanno dato i loro frutti. Sul tavolo della Stanza ovale i dossier erano tanti e tutti “caldi”. In primis, la serie di proposte sottoposte da Netanyahu ad Obama relative al processo di pace con i palestinesi per ricostruire un rapporto troppo spesso condizionato dalle costanti tensioni sugli insediamenti in Cisgior-

«È giunta l’ora di avviare un rapporto schietto fra israeliani e palestinesi», con queste parole i due leader hanno confermato l’avvio di una nuova era politica teso ad ottenere da Obama sanzioni più dure verso Teheran. Sanzioni su cui il presidente Usa non si è pronunciato ma sulle quali neanche ha “glissato”, promettendo una costante pressione sul regime degli Ayatollah. Confermata, invece, la notizia della ripresa dei colloqui diretti fra israeliani e palestinesi: a dirlo lo stesso Netanyahu subito dopo l’incontro con Barack Obama. Che l’incontro non sarebbe stato semplice, nonostante le dichiarazioni della vigilia, era chiaro a tutti. Nessuno scorda la freddezza di Obama durante il preceden-

dania.Tensioni che ieri si erano acuite sia per le dichiarazioni del ministro dello Sport israeliano, Limor Livnat, che con un inopportuno tempismo annunciava la ripresa delle costruzioni il prossimo autunno (quando scadrà il periodo di congelamento), sia per il rapporto - imbarazzante per il presidente Usa - uscito ieri in America, da cui emerge che, malgrado la malgrado la contrarietà di Obama, gli insediamenti ebraici in Cisgiordania continuano a ricevere aiuti fi-

Soldati dell’Idf e, a sinistra, Obama. Nella pagina a fianco, Benjamin Netanyahu

L’opinione dell’editorialista del Jerusalem Post, Daniel Horovitz, sul meeting a Washington

Ma i rapporti fra i due potevano solo migliorare di Massimo Fazzi he altro ci si poteva aspettare? Forse di vedere Barack Obama in tutina fluorescente, che butta fuori di casa con la forza Netanyahu e gli intima di non farsi più vedere. Usa l’ironia Daniel Horovitz, editorialista di punta del Jerusalem Post, per arrivare a dire che l’incontro di ieri fra i due leader è stato per forza migliore dell’ultimo, avvenuto in marzo. Quando, scrive, «la Casa Bianca non ha fatto molto più di rilasciare una fotografia in cui si vedono i due che conversano». In effetti, il trattamento riservato dal presidente americano al capo del governo israeliano in quell’occasione fecero inarcare più di un sopracciglio. Obama arrivò a salutare l’ospite prima di cena, facendogli capire che non era gradita la sua presenza al desco: un gesto senza precedenti nella storia delle relazioni fra

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Stati Uniti e Israele. Ora però, sottolinea Horovitz, «le aspettative sono molto diverse. Innanzi tutto, siamo in attesa di sentirci dire dai due che hanno parlato di Iran, e i maniera seria. Prima di tutto perché è questa la minaccia più seria del momento, per entrambi i Paesi. E poi perché sono sostanzialmente d’accordo sulla questione. Anche se Israele ha dovuto faticare molto per convincere la propria gente che si deve sostenere Obama e la sua politica di sanzioni contro gli ayatollah».

Queste direttive, sostiene l’editorialista, «sono considerate da buona parte del Paese troppo leggere. Israele vorrebbe una pressione internazionale molto più dura, diretta soprattutto all’industria dell’energia. Parliamo di una pressione in grado di convincere Teheran che rischia molto, se continua su questo sentiero verso il nucleare». Proprio la questione nucleare è stata primaria nella dirompente crisi fra le due nazioni. Lo scorso maggio, nel corso della revisione del Trattato di non proliferazione nucleare, Israele e l’Iran sono stati mes-

si sostanzialmente sullo stesso piano, per quanto riguarda la questione delle armi atomiche. Una differenza enorme, nota Horovitz, «rispetto al 2005, quando l’allora presidente George W. Bush non fece altro che difendere la nostra posizione. C’è poi la questione degli insediamenti, in cui Netanyahu si trova schiacciato fra i coloni e gli americani, che non vogliono in alcun modo un aumento degli edifici nella zona di conflitto». Il leader israeliano, dunque, esce soddisfatto da questo incontro: «Il perché è semplice da spiegare. Nessuna di queste aree di crisi è talmente grande da portare i due a un confronto diretto simile a quello dello scorso maggio, un confronto che tra l’altro nessuno dei due vuole. Bibi sa bene, come Obama, che l’intera questione si ripresenterà sostanzialmente immutata il prossimo novembre, quando i due dovrebbero incontrarsi di nuovo. Ma davanti a sè ha cinque mesi di calma relativa, in cui potrà almeno ricucire i problemi interni al Paese. E dell’incontro di novembre si preoccuperà al momento adeguato: il prossimo novembre».

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