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he di cronac

La cosa più difficile al mondo è dire pensandoci quello che tutti dicono senza pensarci

Émile Auguste Chartier

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 7 LUGLIO 2010

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Ancora polemico il presidente della Camera: «In democrazia la libertà d’informazione non è mai sufficiente»

Berlusconi, la seconda ritirata

Dopo la retromarcia su Brancher, quella sulle intercettazioni. Il Cavaliere si appresta a dare ragione a Napolitano e Fini. Ma non riceve le Regioni, che replicano: «Inaccettabile» PARADOSSI

di Franco Insardà

La nuova linea del Cavaliere: «Ghe pensi ti»

«Ghe pensi mi» aveva detto al suo rientro in Italia dopo dieci giorni di missioni internazionali, ma l’inizio settimana di Silvio Berlusconi non si è tradotto in una marcia trionfale. Anzi. Dopo aver dovuto convincere l’amico Brancher a rassegnare le dimissioni da ministro, nel tentativo di svelenire soprattutto i rapporti con il Quirinale, ora per il Cavaliere si profila un’altra ritirata: quella sulle intercettazioni. Senza contare i tanti fronti aperti dalla manovra: su tutti l’ira delle Regioni.

di Enzo Carra

I due leader si sono incontrati ieri a Washington

Torna la pace tra Obama e Netanyahu Accordo pronto per colloqui di pace diretti con la Palestina. Sanzioni più dure e pressione continua per Teheran

Gliene capitano di tutti i colori. Povero Silvio, direbbe Antonio Cornacchione. Pensate un po’: da oltre quindici anni ci siamo adagiati nel bipolarismo e che ti succede? Si presenta il terzo polo. Nientedimeno. Un terzo polo politico, naturalmente, sul modello di quello televisivo di cui parla il buon Michele Santoro. Insomma, e inaspettatamente, parliamo sui giornali e in tv di un terzo incomodo con Fini, Rutelli, Pisanu, forse Montezemolo. Magari con Pierferdinando Casini. Magari, ma non risultano al momento ammissioni o smentite. Comunque se ne parla un po’ come si fa con il mostro di Loch Ness. Un tempo di questi fenomeni si preferiva discutere a Ferragosto, quando le notizie latitano.

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L’Sos di Emanuele Macaluso

«O lascia il bipolarismo o il Pd è senza futuro» Nicola Latorre replica: «Tornare al proporzionale sarebbe anti-storico». Intanto Di Pietro si sostituisce a Bersani e costruisce la “nouvelle gauche”

Luisa Arezzo • a pagina 14 a pagina 2

Risparmi, ma anche investimenti

Il duro bivio dell’Europa: reprimere i diritti o innovare i prodotti di Rocco Buttiglione rollano in Italia gli investimenti, del 12,1 per cento, e proprio crollano nel momento in cui ci sono segnali positivi di ripresa della produzione industriale. Produciamo dunque di più con meno investimenti? È possibile? Cosa significa questo fattore? Probabilmente questo significa che stiamo ristrutturando per guadagnare competitività ma la competitività guadagnata deriva da un aumento dei ritmi e/o una diminuzione dei diritti del lavoro. La recente vertenza Fiat conferma questa ipotesi.

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Riccardo Paradisi e Antonio Funiciello • alle pagine 4 e 5

Rapporto di Legambiente: bonifiche fasulle, cave tossiche, corruzione, ’ndrangheta

È Milano la capitale dell’ecomafia Il governo: «Stiamo lavorando»

Eritrei in Libia: l’Europa chiama l’Italia La tragedia dei 250 profughi detenuti dal regime di Tripoli. Le opposizioni si appellano a Frattini

Smaltite illegalmente in Lombardia le scorie della Campania di Pierre Chiartano

Parla il fondatore dell’associazione ecologista

«È così da dieci anni, ma oggi più controlli»

Ecco i numeri delle mafie peggiori, quelle che distruggono il nostro futuro. È stato pubblicato il rapporto Ecomafia 2010 a cura di Legamabiente, con una prefazione a cura di Saviano e un’introduzione del procuratore nazionale antimafia Grasso. Un’analisi sulla criminalità ambientale. Un tempo parlare di ecomafia sembrava uno scherzo semantico.

Guglielmo Malagodi • pagina 10 seg1,00 ue a (10,00 pagina 9CON EURO

di Gabriella Mecucci

ROMA. Il rapporto annuale della Legambiente sulle ecomafie lancia un nuovo grido d’allarme. Massimo Scalia è stato per parecchi anni presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, con lui facciamo il punto sullo smaltimento illecito.

a pagina 8 I QUADERNI)

• ANNO XV •

a pagina 9 NUMERO

130 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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pagina 2 • 7 luglio 2010

Ritirate. Oggi vertice per lo slittamento della “legge-bavaglio”. Passa l’emedamento-Bossi sulla flessibilità per le “virtuose”

Non passa la Regione

Documento di protesta degli enti locali messi alla porta dal Cavaliere Invece sulle intercettazioni arriva la seconda retromarcia (dopo Brancher) di Franco Insardà

ROMA. «Ghe pensi mi» aveva detto al suo rientro in Italia dopo dieci giorni di missioni internazionali, ma l’inizio settimana di Silvio Berlusconi non si è tradotto in una marcia trionfale. Anzi. Dopo aver dovuto convincere l’amico Brancher a rassegnare le dimissioni da ministro, nel tentativo di svelenire soprattutto i rapporti con il Quirinale, ora per il Cavaliere si profila un’altra ritirata: quella sulle intercettazioni. Senza contare i tanti fronti aperti dalla manovra: su tutti l’ira delle Regioni. Ieri, infatti, Sergio Chiamparino (Anci), Vasco Errani (Conferenza delle Regioni), Giuseppe Castiglione (Upi) e Enrico Borghi (Uncem), hanno diffuso una nota molto dura a seguito della notizia che il governo non intenderebbe svolgere l’incontro richiesto unitariamente la scorsa settimana, «Non potremmo - si legge nel comunicato - che considerare gravissimo e inaccettabile il diniego circa la richiesta del sistema delle autonomie territoriali di avere un incontro con il presidente del Consiglio e con i ministri interessati dalla manovra». Un provvedimento che sta diventando sempre più un problema e ha creato non poche tensioni tra lo stesso premier e il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Intanto la Commissione Bilancio ha approvato l’emendamento che prevede come fra i principi guida che dovranno essere tenuti in considerazione per valutare come mettere in pratica la sforbiciata alle risorse vi sia tra l’altro il «rispetto del patto di stabilità interno». Sì ai tagli, per 4 miliardi nel 2011 e 4,5 a partire dal 2012, alle Regioni ma sarà la Conferenza Stato-Regioni a poter decidere con quali criteri essi saranno attuati. La riunione, convocata per oggi a Palazzo Grazioli con Niccolò Ghedini, il ministro della Giustizia Angelino Alfano, i capigruppo di Camera e Senato e il sottosegretario Gianni Letta, si preannuncia di fondamentale importanza per il futuro del Pdl e della maggioranza di governo. In questa riunione si dovreb-

D’estate in politica non si fanno mai cose giuste. Comprese le norme liberticide

La nuova linea di Berlusconi a luglio: «Ghe pensi ti» di Enzo Carra liene capitano di tutti i colori. Povero Silvio, direbbe Antonio Cornacchione. Pensate un po’: da oltre quindici anni ci siamo adagiati nel bipolarismo e che ti succede? Si presenta il terzo polo. Nientedimeno. Un terzo polo politico, naturalmente, sul modello di quello televisivo di cui parla il buon Michele Santoro. Insomma, e inaspettatamente, parliamo sui giornali e in tv di un terzo incomodo con Fini, Rutelli, Pisanu, forse Montezemolo. Magari con Pierferdinando Casini. Magari, ma non risultano al momento ammissioni o smentite. Comunque se ne parla un po’ come si fa con il mostro di Loch Ness. Un tempo di questi fenomeni si preferiva discutere a Ferragosto, quando le notizie latitano. Adesso si anticipa.

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Non fu così nel deprecato mezzo secolo della prima repubblica. Il bipolarismo non c’era. Eppure, in quei lunghi anni non si realizzò mai una posizione terza: terzo polo, terza forza, terzismo. Niente. Con tutto che allora c’erano partiti abbastanza forti e molto rappresentativi, che avrebbero potuto stringersi in un luogo distinto da quello dei due maggiori, la Dc e il Pci. Socialisti, repubblicani e liberali, pure accomunati dalla fede laica, mai pensarono a raggrupparsi in un terzo polo. Questi partiti, in stagioni e situazioni diverse, si unirono invece all’uno o all’altro partito maggiore, per formare coalizioni – blocco del popolo e centrismo prima, centrosinistra poi – che hanno fatto la storia della rinascita democratica di questo Paese. Era tuttavia un’epoca paleozoica, di proporzionalismo e di intrighi di palazzo. Troppo lontana dalle magnifiche sorti e progressive delle democrazie occidentali. Poi venne la grande crisi dei primi anni Novanta. Il popolo individuò in Berlusconi il leader capace di trasformare il sistema, allontanandolo dal suo arcaismo post-bellico per approdare al modernismo anglosassone. Ecco, sul più bello, spunta il terzo polo.

E c’è chi vi si butta a capofitto. In mancanza di meglio. Certo, se dovesse succedere, sarebbe un altro bel problema per Berlusconi. È che al Cavaliere gliene capitano di tutti i colori. La spassosissima citazione di un altro cavaliere,Tino Scotti,“ghe pensi mi”è rivolta principalmente a se stesso. Il presidente del Consiglio deve correre di qua e di là come un matto, all’estero e in Italia, soprattutto per riparare ai guasti procurati dai suoi collaboratori. Lui fa una fatica boia per allontanarsi da argomenti non esattamente piacevoli, di etica pubblica e di moralità privata. Soffre come un cane per la condanna del più antico e intimo dei suoi compagni d’avventura, Marcello Dell’Utri. Si fa approvare con la perizia di un campione di slalom il lodo Alfano sulla sua personale immunità. Poi gli tocca il caso Scajola e allora non ci vede più. Accetta le dimissioni e manco ci prova a scagionarlo, il proprietario della casa vista Colosseo. Senza precedenti. Ma, povero Berlusconi, che altro poteva fare? Subito dopo le cronache riferiscono di seri contrasti con Tremonti in ordine alla manovra economica (è mia, no è mia!) e, tanto per cambiare discorso, gli si rovescia addosso il caso Brancher. Il Cavaliere c’entra poco, a quel che sembra. Non che Brancher gli stia antipatico o che, in linea generale, non lo creda adatto a fare il ministro. Per dire, lo aveva già nominato sottosegretario e se faceva girare la voce che Brancher fosse il “tramite” con Bossi una ragione pure dev’esserci.

L’idea di dargli un ministero, qualunque ministero per adoperare il legittimo impedimento, non è del Cavaliere, comunque. Ma, come si dice, i cocci sono suoi. Le critiche, anche quelle della stampa amica, finiscono sul suo tavolo di Palazzo Grazioli, non su quelli di Bossi o di Tremonti. Così, altre dimissioni nel giro di poche settimane. E, per la prima volta, Berlusconi al posto di gonfiare il petto avendo respinto un attacco degli avversari è costretto a sottolineare il ruolo avuto nel portare Brancher all’abbandono. Nel maelstrom berlusconiano lasciamo da parte la questione Fini, o del cofondatore, il suo compagno di predellino. Altroché freddure da terzo polo, o dimissioni di ministri sveltocci. Qui si fa sul serio. Il Cavaliere può mettere fuori Fini, come gli chiedono dalla sua curva. Ma gli consiglierei di prendere tempo. A luglio in politica non si fanno quasi mai cose giuste. Questo vale anche per la legge sulle intercettazioni.

bero valutare le modifiche alla legge, per venire incontro ai rilievi che giungono dal Colle, ma non dai finiani. In serata, o molto più probabilmente domani, si dovrebbe svolgere l’ufficio di presidenza, al quale partecipano anche i finiani, che dovrebbe ratificare le decisione del vertice berlusconiano. La riunione di Palazzo Grazioli potrebbe anche rappresentare la presa d’atto della fine dei rapporti con Fini e i suoi che proprio sul ddl intercettazioni stanno alzando il tono della polemica interna. Quel «puntiglio irragionevole», come lo aveva etichettato Gianfranco Fini, di calendarizzare la discussione alla Camera del disegno di legge ora dopo ora sembra perdere di efficacia.

A questo punto prendono sempre più corpo le voci di un Berlusconi, assediato dentro e fuori dalla sua maggioranza, orientato a disinnescare la mina intercettazioni, piuttosto che avventurarsi nell’ennesima Caporetto. Il premier cerca sponde istituzionali per uscire dall’impasse. Il presidente della Repubblica Napolitano, nei giorni scorsi, aveva parlato di “punti critici” del disegno di legge e il Quirinale lo ha ribadito smentendo qualsiasi voce di trattativa sugli emendamenti. Dal fronte Pdl arrivano delle esplicite aperture sulla possibilità di modificare il testo. Il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, a margine di un convegno sulle intercettazioni, organizzato ieri dall’associazione “Viene prima l’articolo 15” del pidiellino Gaetano Quagliariello, ha dichiarato che «il ministro della Giustizia Angelino Alfano si è impegnato a concludere l’iter del ddl Intercettazioni alla Camera sulla base dei rilievi di criticità mossi dal Quirinale». E Quagliariello ha aggiunto: «Questo testo non è il Vangelo. In una materia di questo tipo nessuno può pensare che il punto di equilibrio trovato sia essenziale. Noi siamo aperti alle proposte di chi vuol dare un contributo. Ma diciamo “no” alle crociate». Il destino delle intercettazioni, comunque, è legato ai rapporti tra il presidente del Consiglio e quello della Camera. Per Italo Bocchino, infatti, se «Silvio Berlusconi ascoltasse di più Fini potrebbe risolvere il problema com’è successo per Brancher». Intanto in commissione Giustizia, presieduta da Giulia Bongiorno, ha preso il via la discussione generale, mentre per lu-


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7 luglio 2010 • pagina 3

Calabrò: «Il pluralismo è tra i principi fondanti dell’Unione europea»

«Libertà di stampa, mai sufficiente in democrazia»

Così Fini alla relazione annuale dell’Agcom: «Nuove norme che tutelino l’accesso ai mezzi di informazione di Francesco Capozza

ROMA. «In un grande Paese democratico la libertà di stampa non è mai sufficiente». Parola di Gianfranco Fini. Il presidente della Camera è intervenuto ieri alla presentazione della relazione annuale dell’Agcom, svoltasi nella sala della Lupa di Montecitorio, sottolineando come «abbiamo ancora bisogno di introdurre nell’ordinamento ulteriori norme che tutelino l’accesso ai mezzi di informazione». E ancora: «Non abbiamo bisogno di politiche di tagli drastici all’editoria, ma, semmai, di un accorto lavoro che selezioni gli strumenti più appropriati di sostegno pubblico e bandisca ogni forma di intervento clientelare», ha affermato il presidente della Camera. «Occorre sconfiggere la “vulgata”- ha aggiunto la terza carica dello Stato secondo cui la carta stampata è il passato dell’informazione. Senza la carta stampata sarebbe poca cosa anche l’informazione che viaggia sulla rete. Al contrario, sarà proprio dall’interazione virtuosa tra l’informazione a stampa ed internet che potranno derivare i frutti migliori degli anni a venire. C’è qui, infatti, un interrogativo di fondo cui siamo chiamati a rispondere. Sapranno stampa e web superare i conflitti di oggi? Saprà la politica coniugare al meglio il diritto di accesso alla rete con il cosiddetto “diritto dei titolari dei contenuti”? Se troveremo il modo per valorizzare al meglio interattività e velocità di accesso, da un lato, e professionalità e responsabilità dell’informazione, dall’altro, allora avremo in mano le “chiavi del futuro”».

compresi quelli riguardanti le intercettazioni». Il presidente dell’Authority ha parlato anche di un bonus governativo per abbonarsi ai giornali online.

«Se nella prossima Finanziaria si prevedesse che gli studenti possono fruire di un bonus governativo per l’abbonamento gratuito ai quotidiani on line - è il suggerimento di Calabrò nella sua relazione al Parlamento - si potrebbero centrare due obiettivi: diffusione della larga banda e diffusione dei giornali». Inoltre «diffondere i libri di testo in via elettronica comporterebbe un risparmio per le famiglie e potrebbe arricchire i libri di contenuti multimediali, suscitando l’interesse dei ragazzi». Infine Calabrò ha voluto scacciare ogni fantasma dopo la bufera dell’inchiesta della procura di Trani sulle presunte pressioni del premier Berlusconi per far chiudere Annozero, e cogliendo l’occasione della Relazione annuale ha ribadito l’indipendenza dell’organismo di garanzia. «Nessuno degli atti istituzionali e delle decisioni collegiali adottati dall’Autorità ha risentito delle pressioni e insistenze che possono essere state esercitate, da qualsiasi parte». Un requisito - la totale indipendenza che, spiega il presidente dell’Authority, è essenziale, ma che «va verificata ogni giorno» e «può e deve essere rafforzata» recependo la nuova direttiva Ue. «L’informazione non è mai sufficiente: non c’è mai un eccesso di informazione» è anche il commento del segretario della Federazione Nazionale della Stampa, Franco Siddi, alle parole di Fini e Calabrò su intercettazioni e libertà di stampa. Il segretario della Fnsi plaude anche alle parole del presidente della Camera contro i tagli all’editoria, ma sottolinea che «governo e maggioranza sembrano molto distanti dalle riflessioni del presidente della Camera, orientati solo a nuovi tagli e ad atti punitivi nei confronti del settore. Prendiamo atto che il presidente Fini ha espresso un orientamento totalmente diverso». A dar voce, invece, all’irritazione del Pdl contro il numero uno di Montecitorio è il capogruppo alla Camera Cicchitto: «Fini ha affermato di essere ispirato dal principio della legalità. Il Pdl è un partito garantista per eccellenza. Se c’è qualcuno che non lo condivide, non si capisce su quale base abbia aderito».

L’ex leader di An: «Non abbiamo bisogno di politiche di tagli drastici all’editoria, ma di un lavoro che selezioni gli strumenti più appropriati di sostegno pubblico»

Sopra, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano; a destra, il presidente della Camera Gianfranco Fini nella pagina a fianco, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi; nedì prossimo è previsto il termine per la presentazione degli emendamenti, molti dei quali preparati dai finiani. Il capogruppo del Pd, Donatella Ferranti, ribadisce la possibilità di un voto convergente con i membri che fanno capo al presidente Fini. Sui tempi di approvazione la Ferranti ha annunciato che «se ci fossero tanti iscritti a parlare e il tempo non dovesse bastare, la presidente Bongiorno ha fatto riferimento a sedute straordinarie». Ma la finiana Maria Grazia Siliquini ha detto chiaramente che «sarebbe comunque opportuna una maggiore riflessione, almeno fino a settembre».

Dal versante Udc arriva l’invito di Pier Ferdinando Casini ad «accantonare il testo per costruire una soluzione condivisa da votare subito dopo l’estate. È ora che il governo si preoccupi più dei problemi degli italiani che di quelli dei suoi ministri e affronti rigorosamente la manovra che rischia di tagliare servizi sociali fondamentali per i cittadini». Per Lorenzo Cesa, segretario dell’Udc, governo e maggioranza

«navigano ormai nel buio più totale: dal caso Brancher alla marcia indietro sulle intercettazioni, fino alla blindatura del testo sulla manovra. L`esecutivo prenda atto che così non si può più andare avanti e apra una fase politica nuova, fatta di responsabilità e di un costruttivo confronto con le opposizioni per risolvere i veri problemi del Paese». Molto duro anche il giudizio del segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, secondo il quale «siamo giunti al capolinea, ci sono norme contro la legalità giudicate in modo totalmente negativo anche dall’antimafia e poi c’è il problema della democrazia che riguarda la libertà di stampa».

E proprio per tutelare questa libertà contro la “legge-bavaglio” la Federazione nazionale della stampa ha confermato la giornata di silenzio di venerdì visto che, dice il segretario Franco Siddi, «non c’è alcuna novità per sospenderla». Novità attese da tutti, ma soprattutto nel Pdl, dove regna ormai la confusione e qualcuno si lascia sfuggire una battuta a mezza bocca: «Ghe pensa lu».

I riflettori sulla libertà di stampa li ha accesi anche presidente dell’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni, Corrado Calabrò, toccando uno dei temi più discussi in questi giorni, alla vigilia della giornata di mobilitazione indetta per il 9 luglio dalla Federazione nazionale della stampa contro il disegno di legge in materia di intercettazioni. «La libertà d’informazione è forse una libertà superiore ad altre costituzionalmente protette, e come tale va difesa da ogni tentativo di compressione». Il «pluralismo dell’informazione», ha sottolineato Calabrò, è «tra i principi fondanti dell’Unione europea» in base al trattato di Lisbona: «Si tratta di un parametro di legittimità della legge che deve essere valutato con attenzione in qualunque intervento normativo azionale in materia d’informazione,


l’approfondimento

pagina 4 • 7 luglio 2010

Blocchi. Di fronte alla possibile crisi di governo, l’assenza di strategia dopo il tramonto della vocazione maggioritaria

Pd senza futuro?

Macaluso dice: «O lasciamo il bipolarismo o siamo finiti». Latorre replica: «Tornare al proporzionale puro e a un quadro politico frammentato sarebbe antistorico». Anatomia di un partito fermo mentre tutto è in movimento di Riccardo Paradisi he farà il Pd se nell’attuale maggioranza dovesse prima o poi verificarsi il temuto scenario del cedimento strutturale? Quale strategia ha in testa il maggior partito d’opposizione se la crisi del Pdl dovesse arrivare al livello di precipitazione e compromettere la tenuta del governo?

C

Ipotesi di lavoro certo, che non sono però così fantapolitiche visti i chiari di luna e le fibrillazioni del centrodestra di queste settimane. E che lo scenario di un nuovo big bang della politica italiana non sia poi così surreale lo dimostra il fatto che c’è qualcuno nel centrosinistra che comincia a ragionare in questa prospettiva. Lo fa il presidente dell’Api Francesco Rutelli parlando di terzo polo, lo fa l’esponente del Pd Marco Follini che di fronte a una rottura «prima o poi inesorabile per Gianfranco Fini e i suoi si domanda se il partito di Bersani continuerà a recitare la liturgia del bipolarismo o aprir-

si a un ragionamento più fantasioso». Se si scompone il centrodestra infatti, questa la riflessione del senatore Follini, la nuova situazione che si verrebbe a creare porrebbe problemi speculari al campo opposto: «O il Pd prende atto e guarda con curiosità alla novità che si sta producendo nell’altra metà campo o decide di confinarsi nel centrosinistra d’antan. Se il Pdl si rompe, si sgretola lo schema del bipolarismo e c’e’ un’accelerazione di tutti i processi politici. Non possiamo illuderci che si formi un arco politico che inizia da Fini e finisce con Vendola: dobbiamo arrivare preparati e con le idee chiare, il Pd deve dire qualcosa sul progetto che ha in mente». Pone un bel problema insomma Follini e lo fa in un momento in cui il Pd cerca di capire che cosa abbia in testa il presidente della Camera. Tanto che Giorgio Merlo, vicepresidente Pd della Commissione di Vigilanza Rai, dice a chiare lettere che è giunto il momento che il Presidente Fini «chiarisca è la

sua collocazione politica: un leader dell’opposizione al Governo di centro destra o un leader di minoranza del Pdl?

Il tempo per capire gli scenari dell’immediato futuro del resto stringono se è vero come dice Bersani che «Siamo al secondo tempo del film che non può essere protratto a lungo, ad un punto di crudezza di problemi che toccano profili costituzionali che i vincoli di maggioranza cominciano a traballare». E in effetti qualche segnale a volerlo

trovare già c’è. Addirittura ieri il webmagazine finiano Farefuturo replicava ai berlusconiani che profetizzavano a Fini di “fare la fine di Rutelli“: che finire come il fondatore dell’API “non sarebbe un insulto”. Anche perchè Berlusconi «può vincere e perdere secondo il ciclo di tutti i politici. Si vince quando si promettono cose che si mantengono. Si perde quando si dimostra di essere un bluff». La riflessione di Follini non è così astratta anche con uno sguardo all’Italia dei valori che

Letta propone un esecutivo di larghe intese. Ma gli alleati dell’Idv dicono no

di fronte all’ipotesi di governo tecnico ventilato dal vicesegretario del Pd Enrico Letta risponde che l’unico governo tecnico accettabile sarebbe quello che risolvesse il conflitto di interessi, non un governo di larghe intese. Insomma, nell’attuale schema bipolare se nel Pdl dovesse avanzare la crisi l’imbarazzo sul che fare riguarderebbe anche i democrats. Il senatore del Pd Nicola Latorre, raggiunto da liberal, ammette che il quadro per ora è confuso, ma avanza il sospetto che lo schema avanzato da Follini sia fin troppo lineare: «la politica non è mai così prevedibile».

E comunque per Latorre «il bipolarismo è un dato da cui non si potrà mai uscire visto che esiste in Italia dal primo dopoguerra. La differenza tra il bipolarismo della Prima Repubblica e quello attuale è che oggi il centrosinistra può governare il Paese». La seconda obiezione di Latorre è che tutte queste elaborazioni devono fare i conti con la legge elettorale


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L’ex magistrato vuole essere l’ago della bilancia degli equilibri interni al centrosinistra

E Di Pietro fa le veci di Bersani costruendo la “nouvelle gauche” L’ex pm presenta una manovra economica alternativa a quella di Tremonti, “ruba” al Pd Sandro Trento, stringe alleanze con i grillini e dialoga con Vendola di Antonio Funiciello uello che proprio non t’aspetti è che Di Pietro, principe della piazza antiberlusconiana, maestro indiscusso di populismo, si metta a fare l’uomo di governo. Non te l’aspetti, e invece l’Idv ha presentato una manovra economica alternativa a quella di Tremonti, per ben 60 miliardi di euro in due anni, sul modello delle manovre dei governi continentali europei. A differenza del Pd, che non ha opposto un disegno alternativo a quello del governo, Di Pietro e i suoi hanno programmato un intervento fatto di tagli alla spesa pubblica, nuove tasse e investimenti, dotato di una sua dignità istituzionale. Certo le intemerate quotidiane dell’ex magistrato mettono in ombra questo poderoso lavoro, a cui sono seguiti un numero coerente di emendamenti presentati dai senatori dipietristi in commissione. Ma la contromanovra c’è e, al netto dell’assenza di una controproposta organica del Pd, si è imposta all’attenzione del mondo dell’impresa, della stampa economica e degli osservatori più attenti.

Q

Alla religione antiberlusconiana Di Pitero non rinuncerà mai, s’intende. Ma dallo scorso anno sta impegnando il suo partito in un cammino di qualificazione della propria offerta politica che guarda decisamente all’obiettivo del governo del Paese. A capo della definizione scientifica di questo importante lavoro l’Idv ha promosso il brillante economista Sandro Trento, privandolo proprio al Pd. Trento infatti era stato, con Veltroni segretario, il coordinatore tecnico del dipartimento economico del partito guidato tra il 2007 e il 2008 da Giorgio Tonini. Aveva poi aiutato Morando nella redazione del programma elettorale del Pd, potendo vantare un curriculum scientifico di primissimo piano. Il professor Trento, che per un’ironia del destino insegna all’Università di Trento, è stato a lungo uno degli economisti principali del Servizio studi della Banca d’Italia, per poi andare a dirigere il Centro di ricerca della Confindustria. Oggi è a capo del Folder, il Forum Liberal Democratico per l’Economia e le Riforme, il think tank economico dell’Idv voluto dal capogruppo dipietrista alla Camera Donadi. È di Trento l’idea

di una manovra economica alternativa a quella di Tremonti che guardi a un arco temporale di due anni. Di Pietro intende lanciare un messaggio importante al mondo economico, che era rimasto spiazzato e favorevolmente sorpreso dall’arruolamento di Trento e oggi riconosce che quanto s’attendeva dal Pd è stato viceversa presenatato dall’Idv. Al vecchio rigoroso “industrialismo” bersaniano,Trento ha saputo contrapporre un interesse più diretto verso l’universo

Per le comunali di Napoli, già siglato un patto con Sinistra e libertà per candidare De Magistris a sindaco delle piccole imprese. Certo, al liberale direttore del Folder non può certo piacere la crociata contro la privatizzazione del servizio idrico del capo dell’Idv, ma qualcosa deve pur ingoiare per provare a iniettare massicce dosi di liberalismo nell’organismo del partito dipietrista. Fatto sta che i parlamentari dell’Idv stanno avendo la possibilità di contrastare Tremonti sulla base di un disegno alternativo, a differenza di quelli del Pd, che si sono dovuti accontentare della solita manifestazione contro la macelleria

sociale del governo. Di Pietro prova, insomma, a fare il leader della sinistra sostituendosi a Bersani. Il quale, coi suoi numerosi viaggi all’esterno nei momenti topici della legislatura, gli dà pure una mano. È Di Pietro che in periferia sta cercando di chiudere un’alleanza col movimento dei cosiddetti “grillini”, che di parlare col Pd non ci pensano neppure, nonostante gli inviti. Dal Piemonte all’Emilia Romagna, intende portare dentro il centrosinistra i seguaci del comico Grillo, affinché facciano fronte comune alle prossime Comunali. Per poi guardare insieme alle politiche del 2013. Di Pietro vuole essere il protagonista della nuova Unione e fare del suo partito l’epicentro di un accordo tra sinistra moderata e sinistra radicale. Non a caso, per le prossime comunali di Napoli, ha stretto un rapporto di ferro col movimento vendoliano. Contro il Pd, l’Idv e Sinistra e libertà hanno già in campo candidato sindaco Luigi De Magistris, per correre o alle primarie, o alle elezioni per il Comune, con o senza l’alleanza col Pd. Non a caso verso l’Idv sono transitati consiglieri comunali partenopei provenienti dalle fila democratiche.

La strategia di Di Pietro è chiara e diviene ancora più palese raffrontata allo stordimento del Pd, che ormai si appella a Napolitano per qualsiasi cosa. Di Pietro intende scrivere lui la sceneggiatura del patto che dovrebbe riportare al governo il centrosinistra e sempre lui pretende di essere il regista dell’intera operazione. Che al Pd piaccia o meno. L’Idv riesce ad apparire anche meno eterodiretta da Repubblica di quanto non lo siano i democratici. Di Pietro spesso anticipa il quotidiano di Ezio Mauro, mostrando una certa prontezza di riflessi ed evitando si subirne l’iniziativa come capita puntualmente ogni volta al Pd. Poco importa che il consenso dell’Idv salga, come alle elezioni europee del 2009, o scenda come alle ultime Regionali. Di Pietro sa che il suo movimento non può risultare competitivo col Pd. Ma più che essere interessato a superare il Pd, l’ex magistrato pensa alla sua Idv come all’ago della bilancia degli equilibri interni al centrosinistra. E così s’incarica di essere lui a decidere se aprire a Casini e come regolare i rapporti con la sinistra radicale. Casini se n’è accorto e, difatti, ha tratto per tempo le sue conseguenze. Ma anche la sinistra radicale ha capito che un asse con Di Pietro è la via maestra nei rapporti con il Pd. Che per uscire dalla morsa dovrebbe pensare a crescere nei consensi, più che a tessere alleanze già tessute da altri.

in vigore. Legge che «non consente grandi fantasie su ipotetici scenari futuri». Ma senza la fantasia di ipotesi nuove che resta al Pd di Bersani? L’alleanza con l’Idv di Antonio di Pietro? Le ambiguità dimostrate in un tentativo di dialogo presto naufragato in terra pugliese con l’Udc? «Certo, l’Idv dovrà sciogliere il nodo politico di fondo, se essere partito vocato all’eterna opposizione e alla testimonianza di un’intransigenza indignata o costruire un alleanza programmatica con il Pd». La legge elettorale dunque: «Il problema numero uno – secondo il segretario Pd Bersani – una legge che consente ai partiti di nominare i parlamentari e toglie ai cittadini la possibilità di scegliere». Il segretario del Pd indica il problema ma non la soluzione: «quale è la legge elettorale che il PD avrebbe scelto di sostenere?» domanda infatti Siegfried Brugger, deputato della Svp.

«La prima cosa che le forze politiche d’opposizione, Pd in testa, dovrebbero impegnarsi a fare è modificare questa legge elettorale con parlamentari nominati e premio maggioranza dato a chi ha maggioranza relativa» dice a liberal Emanuele Macaluso, direttore de Le nuove ragioni del socialismo ed ex direttore dell’Unità. «Le forze politiche si regolano rispetto alle possibilità che hanno: se la legge elettorale costringe a concorrere al premio di maggioranza si continueranno a formare coalizioni artificiali come quelle di oggi». Del resto il bipolarismo come si è organizzato nella vita politica italiana per Macaluso non è più nemmeno un bipolarismo. «Quello che sta avvenendo nel Pdl è una polverizzazione della coalizione e di quello che doveva essere un partito unitario: le impennate leghiste, il disagio militante dei finiani, le correnti interne al berlusconismo e all’interno di queste il personalismo e le lobby. Fenomeni che non hanno risparmiato certo la sinistra». Bisognerebbe ragionare allora su scenari diversi: «Su cosa sta accadendo in Germania, per esempio, dove i verdi sono al 19%, l’estrema sinistra ha superato il 12, i socialdemocratici al 26%. Anche nel centrodestra tedesco e nell’area cattolica c’è un articolazione complessa: i liberali che sono dentro la coalizione, il partito della Merkel è un continente plurale. Ci sono 6 partiti in Germania rispetto all’esistenza dei quali esiste un sistema politico più rappresentativo. Incomprensibile è dunque questo ”accanimento bipolaristico” italiano. Soprattutto da parte del Pd, dove non si vuole prendere atto di quello che è avvenuto: «Pensano che la crisi di Berlusconi possa favorire un bipolarismo senza di lui, dove il Pd sarebbe la forza con maggiore vantaggio. Aspetta e spera».


diario

pagina 6 • 7 luglio 2010

L’analisi. È fondamentale risparmiare, ma è altrettanto indispensabile rimettere in moto la macchina degli investimenti

Il duro bivio dell’Europa

Reprimere i diritti del lavoro o innovare i processi produttivi rollano in Italia gli investimenti, del 12,1%, e crollano proprio nel momento in cui ci sono segnali positivi di ripresa della produzione industriale. Produciamo dunque di più con meno investimenti? È possibile? Cosa significa questo? Probabilmente questo significa che stiamo ristrutturando per guadagnare competitività ma la competitività guadagnata deriva da un aumento dei ritmi e/o una diminuzione dei diritti del lavoro. La recente vertenza Fiat conferma questa ipotesi. Lì, per la verità, gli investimenti ci sono, e tanti (700 milioni di euro), ma l’investimento è condizionato ad un aumento dei ritmi e a una diminuzione delle tutele dei lavoratori. L’investimento, cioè, è di una natura tale da potere funzionare solo a quelle condizioni. Bene hanno fatto i lavoratori ad accettarlo ed irresponsabile è stato il comportamento della Fiom che invece voleva rifiutarlo. Anche il caso Fiat, però, conferma l’ipotesi di una ristrutturazione che avviene prevalentemente a spese del lavoro.

C

C’è una alternativa? Un grande economista tedescoamericano, Goetz Briefs, ha spiegato molti anni fa che esistono due tipi di aumento di produttività. Uno è quello fondato sulla compressione dei diritti del lavoro, l’altro è quello fondato sulla applicazione sistematica della conoscenza ai processi produttivi e che si basa quindi sulla innovazione: innovazione di processo (si produce con metodi e macchine nuovi) e innovazione di prodotto (si producono cose nuove). Il secondo tipo di aumento di competitività valorizza il lavoro, il primo lo svalorizza. Sembra che la ripresa che si annuncia (se tutto va bene) sia una ripresa poco innovativa, una ripresa destinata ad aumentare le diseguaglianze della nostra società e non a diminuirle. Possiamo aggiungere qui un altro dato inte-

funzionare. Da noi e adesso non ha funzionato. Non ha funzionato perché con il debito pubblico che abbiamo (prima ancora che per i vincoli del trattato di Maastricht) non siamo in grado di ridurre le tasse. E non ha funzionato perché nella fase della globalizzazione non possiamo sopravvivere senza ricerca scientifica, formazione professionale di qualità, università di eccellenza e una scuola in cui si studia davvero. Abbiamo bisogno di creare qualche milione di posti di lavoro in settori ad alto contenuto tecnologico per bilanciare quelli che inevitabilmente perderemo in altri settori.

di Rocco Buttiglione

ressante. In tempi di crisi complessiva mentre diminuisce la occupazione degli italiani aumenta invece quella degli immigrati. Si tratta probabilmente della conferma che la ripresa crea (quando li crea) posti di lavoro a bassa qualificazione che i giovani italiani non vogliono e che vanno quindi agli immigrati. Facciamo fronte alla competizione internazionale riducendo il costo del lavoro e non creando innovazioni di prodotto e di processo. È ovvio che qui noi stiamo grossolanamente semplificando. Non sarebbe difficile citare dieci nomi di

aziende medio-grandi che hanno puntato invece sulla innovazione e sulla ricerca. Anche se fossero cento, tuttavia, il quadro

sta facendo la politica per cercare un altro cammino? La risposta è sconsolata: nulla. Il programma originario dei Ber-

Sembra ormai che la ripresa che si annuncia sia destinata ad aumentare le diseguaglianze della nostra società, e non invece a diminuirle complessivo, la tendenza dominante, non cambia. Contrariamente a quello che pensa una parte della Cgil questo non avviene per una scelta perversa dei “padroni”. Se non si è attrezzati a competere sulla innovazione e se non si vuole uscire dal mercato o licenziare la tendenza attuale è l’unica possibile nell’immediato. È anche vero, però, che di questo passo la fine del sistema industriale italiano è solo rinviata. È evidente infatti che nel lungo periodo non saremo mai in grado di competere con i Paesi emergenti sul costo del lavoro. Non è possibile eludere allora due domande. La prima è: costa

lusconi era un programma di liberismo radicale. Riduciamo le tasse, lasciamo mano libera al mercato ed avremo come risultato abbondanza di posti di lavoro e prosperità per tutti. Si è dunque buttata a mare frettolosamente ogni idea di politica industriale. La politica industriale la fa il mercato. Il predominio assoluto del ministro per l’economia sul collega che ha avuto di volta in volta l’ingrato compito di gestire il ministero per le attività produttive conferma questa tesi.

In un altro momento o anche in un altro Paese quel modello avrebbe anche potuto

Questo è un compito immane che chiede: a. disciplina di bilancio. Dobbiamo ridurre la spesa corrente per recuperare risorse da investire nella modernizzazione. b. un investimento forte in ricerca e formazione, per acquisire le conoscenze ed il personale adeguato a entrare con successo in settori innovativi. c. una riforma della scuola e della università per migliorare la qualità del lavoro dei nostri giovani. Questo significa anche ripristinare il primato del merito sia fra gli studenti che fra gli insegnanti. d. un patto del lavoro governoindustria-sindacati per gestire la transizione raccordando fra loro il sorgere dei posti di lavoro “nuovi”con la diminuzione di quelli “vecchi” . e. una riforma del welfare che veda la famiglia come interlocutore stabile di tutte le politiche sociali. È l’unico modo per evitare la esplosione della spesa senza diminuire i livelli di protezione sociale. È appena il caso di osservare che tutto questo chiede un cambiamento morale della politica e della società: dalla società dell’immagine alla società del lavoro e della responsabilità. Un programma di questo tipo chiede inoltre una forte dimensione di politica europea: più questo cammino di uscita dalla crisi sarà coordinato a livello europeo più facilmente sarà possibile realizzarlo. Su queste cose è necessario che rifletta il centro che oggi è in formazione a partire dal Partito della Nazione che è in via di costituzione. Esso deve infatti qualificarsi sui contenuti di un progetto per il futuro del Paese.


diario

7 luglio 2010 • pagina 7

L’audizione del sottosegretario Mantovano in Commissione antimafia

La polizia ha diffuso le foto del sospetto: un tedesco incensurato

«Ecco perché non abbiamo protetto Spatuzza»

Hannover, deceduto ieri anche il secondo italiano

ROMA. Gaspare Spatuzza ha

ROMA. È morto nelle prime ore di ieri mattina in ospedale l’italiano di 49 anni, Giuseppe L., che era rimasto ferito nella sparatoria in una birreria di Hannover costata la vita a un connazionale di 42 anni. Lo riferisce il sito del quotidiano Hannoversche Zeitung, precisando che l’omicida è ancora in fuga. La polizia di Hannover intanto ha pubblicato sul proprio sito Internet alcune fotografie dell’uomo sospettato del duplice omicidio. Si tratta di Holger B., 42 anni, incensurato. Secondo quanto reso noto dalla polizia, l’uomo è alto circa un metro e 80. La sua abitazione sarebbe stata già perquisita. A scatenare la furia omicida era stata una banale lite sul calcio. L’uo-

fatto dichiarazioni per oltre i 180 giorni previsti dalla legge per aprire quel percorso che porta alle garanzie previste dalla legge per i collaboratori di giustizia. Per queste ragioni la commissione presieduta da Alfredo Mantovano ha rigettato la richiesta avanzata da tre Procure della Repubblica, Palermo, Caltanissetta, Firenze. È questa la spiegazione data da Mantovano davanti alla Commissione Antimafia che lo ha ascoltato dopo le polemiche nate dalla decisione della commissione amministrativa che sovraintende alla immissione nei programmi di giustizia. Il Pd ha abbandonato l’aula della Commissione Antimafia per protestare, molto vivacemente, a causa della mancanza di alcuni documenti (i verbali integrali della commissione e i verbali illustrativi delle novità su cui Spatuzza intendeva riferire alle tre Procure). E l’Idv ha sostenuto che il conteggio fatto da Mantovano per sostenere che c’erano state dichiarazioni oltre i 180 giorni di legge era «sbagliato, assurdamente sbagliato».

Il sottosegretario, contestato dal Pd duramente per avere riportato stralci delle dichiarazioni di Spatuzza ancora coperte dal segreto istruttorio e non di-

Maroni: lotta dura alla criminalità cinese Il ministro: «I sindaci non possono essere lasciati soli» di Andrea Ottieri

ROMA. Un piano nazionale di contrasto alla criminalità cinese ed in particolare ai reati legati alla contraffazione che stanno assumendo, ormai, nel nostro Paese «dimensioni rilevanti e che, in certe realtà territoriali, non possono essere lasciati solo sulle spalle delle autorità locali». Ad annunciarlo è stato ieri il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, a margine della cerimonia per la consegna dei brevetti del 37° corso superiore di Polizia tributaria che si è svolto ad Ostia, presso la scuola di Polizia tributaria della Guardia di Finanza.

Maroni ha voluto ricordare la recente operazione di Firenze che ha smantellato una importante rete legata alla criminalità cinese ricordando che «le difficoltà, per quanto riguarda la comunità cinese in Italia, consiste nel fatto che non abbiamo ancora un accordo di riammissione con la Cina per quanto riguarda i clandestini cinesi». Questo perché, ha ricordato il responsabile del Viminale, il governo cinese si è rifiutato di sottoscriverlo. «Nei prossimi giorni convocherò una riunione a Roma per istituire un Tavolo nazionale - ha quindi annunciato Maroni - con la partecipazione, oltre del Viminale, dei Ministeri dell’Economia e del Lavoro, perché l’esperienza di Milano e di Firenze dimostra che il problema è importante e che non può essere lasciato alla sola iniziativa locale. I sindaci non possono essere lasciati soli - ha aggiunto Maroni - in queste determinate realta». A toccare il tema della criminalità cinese era stato, nel corso del suo intervento, lo stesso comandante generale della Guardia di Finanza, il generale Nino Di Paolo. Ricordando proprio l’operazione svolta in Toscana dalle Fiamme Gialle, Di Paolo ha detto che in quella occasione si è dimostrato come esista uno «spaccato allarmante e significativo» nella nuova realtà criminale a sfondo economico. La criminalita cinese, infatti, ha dimostrato, ha aggiunto il comandante generale della GdF di sapersi muovere, in maniera coordinata, su più livelli,

quello meramente criminale, quello economico, lo sfruttamento dell’immigrazione clandestina. «Ma vi è anche - ha detto Di Paolo - una dimensione economica e finanziaria che giunge a toccare realtà trans-nazionali che non possono più essere ignorate». Nel corso della cerimonia, il ministro Maroni ha anche ricordato che sono stati, in totale, circa 12 miliardi di euro i beni sequestrati e confiscati alle mafie e alla criminalità organizzata dalle forze dell’ordine. Maroni ha rivendicato gli importanti risutati nell’opera di aggressione ai patrimoni illeciti che hanno portato al sequestro di quasi 19mila beni dei quali 4.600 già confiscati. Il ministro ha poi definito «un vero tesoro» i depositi bancari sequestrati alle associazioni criminali che superano, ha detto, i 2 miliardi di euro, annunciandone un «utilizzo in tempi brevi proprio nella lotta al crimine». I beni sequestrati, ha poi detto Maroni, hanno raggiunto una «cifra record che, voglio però incrementare anche perché - ha concluso - è sempre più necessario impedire l’inquinamento dell’economia sana il che rappresenta un pericolo ancora più grave in una situazione di crisi come questa».

«L’esperienza di Milano e di Firenze dimostra che il problema è importante e che non basta l’iniziativa locale»

sponibili per l’antimafia nel suo documento con cui ha rigettato la richiesta di inserimento nel programma di protezione, ha detto di avere mandato in commissione solo i documenti di cui poteva disporre. C’è stata una lunga discussione sulla richiesta, avanzata dalle opposizioni, di non ascoltare Mantovano in mancanza dei documenti ritenuti «indispensabili». Il Pd ha quindi abbandonato l’aula mentre l’Idv è rimasto insieme all’Udc. Mantovano ha respinto l’accusa che su Spatuzza ci sia stata una decisione politica perché, ha detto, si è «solo applicato la legge che ha fissato un termine inderogabile e Spatuzza lo ha superato».

Sempre ieri, infine, Maroni ha firmato il decreto con il quale vengono stabilite le modalità di funzionamento del registro delle persone che non hanno fissa dimora, istituito presso il ministero dell’Interno dall’articolo 3, comma 39, della legge 15 luglio 2009, n.94. Lo riferisce una nota del Viminale. Il registro, spiega la nota, conterrà i dati di coloro che, pur presenti nei territori comunali, sono privi di dimora abituale e sarà conservato dalla Direzione centrale per i servizi demografici del Dipartimento per gli affari interni e territoriali, che si avvarrà dell’utilizzo del sistema, già operativo, dell’Indice Nazionale delle Anagrafi Ina-Saia. Al registro potrà accedere esclusivamente la Direzione centrale per i servizi demografici.

mo ucciso per primo era un pizzaiolo di un ristorante italiano chiamato “Little Italy”. La seconda vittima invece, un collega che lavora nella località di Linden. Uno dei due vestiva una maglia dell’Italiana.

Il drammatico litigio, stando alle rocostruzioni basate su alcune testimonianze di gente sul posto, sarebbe iniziata quando i due hanno discusso con l’assassino, dopo un’abbondante bevuta, su quanti Mondiali avesse vinto l’Italia. Lo sconosciuto sarebbe uscito dal locale con la scusa di ritirare soldi a un bancomat. Dopo poco più di un’ora invece, scrive ancora il giornale di Hannover, sarebbe ritornato e avrebbe chiesto all’italiano di 49 anni di proseguire la “discussione”a pugni fuori dal locale. Quando l’altro si è alzato, lo sconosciuto assassino avrebbe a quel punto estratto un’arma da fuoco e gli avrebbe sparato a bruciapelo. Subito dopo avrebbe colpito anche l’altro italiano, il quarantasettenne morto ieri mattina. Dopodiché è fuggito. La polizia lo sta ancora cercando. A pochi metri dal bar, il giorno dopo la tragica sparatoria, è stata comunque ritrovata una pistola, forse proprio l’arma del duplice omicidio.


politica

pagina 8 • 7 luglio 2010

Ecomafie. Ecco i dati del rapporto 2010 di Legambiente, con contributi di Roberto Saviano e Piero Grasso

I padrini del Duomo Smaltite illegalmente in Lombardia le scorie della Campania. Infiltrazioni della ’ndrangheta di Pierre Chiartano cco i numeri delle mafie peggiori, quelle che distruggono il nostro futuro. È stato pubblicato il rapporto Ecomafia 2010 a cura di Legamabiente, con una prefazione di Roberto Saviano e un’introduzione del procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso. Un’analisi sullo stato dell’arte della criminalità ambientale. Un tempo parlare di ecomafia sembrava uno scherzo semantico, tanto avevamo a che fare con le mafie senza suffissi e aggettivi. Poi abbiamo capito che erano quelle che avrebbero potuto rubarci il futuro distruggendo l’ambiente, la sicurezza alimentare e quella geologica.

tutto quello che leggerete vi arriverà direttamente allo stomaco. Si dirà che queste pagine danno una immagine terribile del Paese, in realtà danno le dimensioni esatte dell’emergenza, centimetro per centimetro, indignazione dopo indignazione» scrive Saviano. Nonostante la crisi economica, nel 2009 il fatturato delle ecomafie – si legge nel rapporto – ha raggiunto livelli record, superando i 20,5 miliardi di euro. Sono cresciuti

E il nord e Milano sono sempre più coinvolte, non solo sulla direttrice che dalla Lombardia – con aziende che cercano di smaltire illecitamente rifiuti tossici – che si collega al Sud Italia, l’Africa o la Cina con la criminalità disponibile a smaltire i veleni. «Alcune indagini del biennio 2007-2009 — spiega Enrico Fontana, di Legambiente— una enorme quantità di rottami di auto e rifiuti di ferro pericolosi sono stati raccolti in Campania, pressati e inviati in Lombardia, soprattutto in provincia di Brescia, dove sono stati smaltiti illegalmente nelle discariche o rivenduti ad alcune acciaierie». «Quando metterete lo sguardo su questo dossier, nonostante tutto il chiasso che vi circonda, sentirete soprattutto silenzio. E

anche i reati contro l’ambiente, 28.586, quasi 80 al giorno, più di 3 ogni ora. È definitivamente mutata la geografia della criminalità ambientale che, oltre a essersi insediata stabilmente nelle regioni del Nord, il cuore produttivo dell’Italia, ha assunto un carattere globale e ha esteso i suoi tentacoli all’Africa e al Sud Est asiatico. Oltre alle ormai consuete attività criminali (rifiuti, cemento, racket degli animali, truffe alimentari, beni culturali, agromafia), Ecomafia 2010 racconta anche la grande truffa del calcestruzzo depotenziato, con cui sono stati costruiti ospedali, scuole, viadotti, gallerie e case, con enormi rischi per l’incolumità delle persone. L’edizione di quest’anno si concentra anche sulle attività ille-

E

gali nei settori dei Raee (raccolta apparecchiature elettriche ed elettroniche), dell’eolico, dei mercati ortofrutticoli e dei centri commerciali. Un intero capitolo è poi riservato alla mafia dei colletti bianchi, professionisti insospettabili che con la loro opera rendono possibili le attività criminali. «Ecomafia 2010 ci mostra l’altra faccia dell’Italia, quella peggiore e che si fa di tutto per tenere nascosta, quella che, senza uno scatto d’orgo-

Il giornalista: «Quando guarderete questo dossier, nonostante tutto il chiasso che vi circonda, sentirete soprattutto silenzio. E tutto quello che leggerete vi arriverà direttamente allo stomaco» glio, rischia di rimanere l’unica faccia possibile» è scritto sul sito di Legambiente.

Un grande passo in avanti nel contrasto alle ecomafie avverrebbe introducendo – si spera entro la fine del 2010 – i delitti contro l’ambiente «nel Codice penale e consentendo l’uso delle intercettazioni telefoniche e ambientali nelle indagini, ma anche mettendo mano alle situazioni di pericolo più grave, quali le aree inquinate da bonificare e gli edifici e le opere pubbliche a rischio calcestruzzo depotenziato da monitorare e mettere subito in sicurezza» come sostiene da anni Legambiente e come ha ribadito du-

rante la presentazione del documento il suo vicepresidente Sebastiano Venneri. Ma veniamo ai dati del documento.

Aumentano gli arresti del 43 per cento, da 221 nel 2008 agli attuali 316 e gli illeciti accertati: 28.576 oggi, 25.776 lo scorso anno, pari a 78 reati al giorno, cioè più di 3 l’ora. Aumentano del 33,4 per cento le persone denunciate, da 21.336 a 28.47 e dell’11 per cento i sequestri effettuati, da 9.676 a 10.737. Nello specifico, si registra una decisa impennata di infrazioni accertate nel ciclo dei rifiuti da 3.911 nel 2008 a 5.217 nel 2009. In leggero calo nel ciclo del cemento, crescono i reati contro la fauna del 58 per cento e le violazioni contro l’ambiente marino e costiero. Nella classifica sull’illegalità ambientale del 2009, il Lazio sale al secondo posto, era al quinto nel 2008, soprattutto per i reati contro il

patrimonio faunistico. Mentre il suo territorio è sempre più esposto alle infiltrazioni dei clan, in particolare nel Sud pontino, con Latina che si attesta addirittura al terzo posto nella classifica provinciale del ciclo del cemento in Italia.

Al primo posto stabile la Campania con 4.874 infrazioni accertate che è il 17 per cento sul totale nazionale. Al terzo posto la Calabria, con 2.898 infrazioni seguita dalla Puglia con 2.674 infrazioni. Scende di due posizioni la Sicilia, al quinto posto con 2.520 infrazioni accertate, mentre la Liguria si conferma come lo scorso anno, quale prima regione del Nord Italia con il maggior numero di reati: 1.231. Con oltre 20,5 miliardi di euro di fatturato, l’ecomafia si conferma come una holding solida e potente. Eppure, la stima del fatturato globale dell’ecomafia risente quest’an-


politica

7 luglio 2010 • pagina 9

L’opinione del professore e fondatore della Lega per l’Ambiente

«È così da dieci anni. Ma oggi c’è più controllo» Massimo Scalia: «In Italia è più grave che altrove perché abbiamo aree controllate dalla criminalità organizzata» di Gabriella Mecucci

ROMA. Il rapporto annuale della Legambiente

no della mancata pubblicazione del dato sui rifiuti speciali nel Rapporto rifiuti 2010 dell’Ispra.

Circostanza che impedisce di valutare economicamente la mole di rifiuti industriali spariti nel nulla e che, con ogni probabilità, sono finiti nel giro ille-

d’Italia, Mario Draghi ha sottolineato la stretta connessione tra la densità della criminalità organizzata e il livello di sviluppo, ribadendo la necessità di combattere la corruzione per rilanciare il Mezzogiorno. Ma l’illegalità non sottrae solo gettito fiscale. «Influisce sulla si-

L’agricoltura si conferma uno dei pilastri dell’economia criminale. Un giro d’affari di 50 miliardi di euro l’anno, poco meno di un terzo del fatturato illegale nel nostro Paese gale dei trafficanti di monnezza, trasformandosi in moneta sonante. Grazie all’abusivismo edilizio, la somma in nero accumulata è due miliardi. Un dato che rispecchia un andamento stabile del fenomeno che, se letto alla luce della grave crisi economica in atto e del conseguente calo di costruzioni legali, dimostra tutta la sua gravità. Così anche per il racket degli animali che, stando alla stima della Lega antivivisezione (Lav), si conferma di 3 miliardi di euro, tra corse clandestine di cavalli, combattimenti tra cani, traffici di fauna viva esotica o protetta, macellazione clandestina. Gli investimenti a rischio in opere pubbliche e gestione dei rifiuti urbani nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa anche nel 2009 superano i 7 miliardi e mezzo di euro. Manca all’appello il dato relativo ai furti e sui traffici di opere d’arte e reperti archeologici, il cui mercato continua a sfuggire a una precisa quantificazione monetaria, ma che genera una cifra d’affari che, per volume è seconda solo al traffico internazionale di stupefacenti. Anche il Governatore della Banca

curezza e i diritti dei lavoratori, falsa il mercato e la competizione, impedendo un reale sviluppo economico e sociale del territorio a totale beneficio delle cosche criminali» spiegava Draghi. L’agricoltura si conferma uno dei pilastri dell’economia criminale. Un giro d’affari di 50 miliardi di euro l’anno, poco meno di un terzo del fatturato illegale nel nostro Paese.

Un business che si traduce in 150 reati al giorno, un agricoltore su tre raggiunto dai tentacoli delle mafie, come denuncia la Cia, Confederazione italiana agricoltori, nel suo terzo rapporto sulla «Criminalità in agricoltura». Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia sono le regioni in cui il comparto dell’agro-crimine rende di più, anche se i tentacoli arrivano fino al Nord. I reati vanno dai furti di attrezzature e mezzi agricoli, usura, racket, abigeato, estorsioni, “pizzo”, macellazioni clandestine, danneggiamento alle colture, aggressioni, a truffe nei confronti dell’Unione europea, caporalato, abusivismo edilizio e saccheggio del patrimonio boschivo.

sulle ecomafie lancia un nuovo grido d’allarme. Massimo Scalia è stato per parecchi anni presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, con lui facciamo il punto sullo smaltimento illecito. Adesso il business della“monnezza”ha invaso anche il Nord? Una volta i rifiuti venivano trasportati al Sud e lì smaltiti illecitamente... Già dieci anni fa - all’epoca della Commissione d’inchiesta che presiedevo - mettemmo in evidenza come una simile attività illecita aveva preso piede anche al Nord. Sottolineammo che questa stava diventando una sorta di porta d’ingresso delle mafie in zone d’Italia in cui non avevano insediamenti storici: in Lombardia, in Piemonte, in Friuli. Il mondo è pieno di luoghi dove si smaltiscono in modo illegale i rifiuti. È uno sport praticato un po’ ovunque, talora con l’appoggio di uomini legati ai governi del luogo. In Italia la cosa è più grave che altrove perché abbiamo aree del Paese controllate dalla criminalità organizzata. È la camorra, l’organizzazione criminale più forte in questo business? Il termine ecomafie nasce nel 1994 dall’inchiesta giornalistica di Enrico Fontana e Antonio Cianciullo nella zona che va dal confine meridionale del Lazio sino a Caserta. Qui si facevano gli scavi abusivi per il materiale da costruzione. Gli scavi spesso arrivavano sino alla falda acquifera e si formavano dei laghetti. In questi piccoli specchi d’acqua venivano interrati i rifiuti tossici. Sopra poi nascevano dei veri e propri villaggi. Dopo la denuncia di Fontana e Franceschini, nacque la Commissione d’inchiesta sui rifiuti da me presieduta. E fra i siti da bonificare, accanto a quelli storici come Porto Marghera, inserimmo anche la zona del litorale Domizio-Flegreo, che è appunto quella vicino a Caserta e l’area di La Spezia. In questi anni recenti si è verificato un aumento dello smaltimento illegale? Direi anzi che oggi c’è un maggior controllo. La prima Commissione parlamentare operò bene, tanto che poi in ogni legislatura la Commissione d’inchiesta è stata rinnovata. Come l’Antimafia però, questo organismo parlamentare è anche il segno dell’arretratezza del Paese che permane. Qual è stato al suo punto più alto il giro d’affari del riciclaggio? In Italia credo abbia toccato i diecimila miliardi di vecchie lire. Era un’impresa in cui si correvano pochi rischi - i controlli prima della Commissione parlamentare erano assenti - e si avevano

molti guadagni. Lo smaltimento legale di rifiuti poteva venire a costare intorno alle seimila lire a tonnellata. L’illegalità abbatteva i costi sino a 500-1000 lire. E oggi la situazione è parzialmente migliorata... È sicuramente cresciuta molto l’azione di repressione di questi crimini, ma non abbiamo una strumentazione legislativa adeguata. In particolare non esiste nel nostro Codice una fattispecie penale per i reati contro l’ambiente. E questo rende molto più difficile, più faticoso perseguirli. Si fa come faceva la giustizia americana con Al Capone che venne arrestato per evasione fiscale. Noi facemmo una battaglia per inserire dei reati penali, ma purtroppo l’abbiamo persa. E questa carenza ci mette in una posizione di “maglia nera” rispetto agli altri Paesi. Tutti infatti contemplano i reati contro l’ambiente: dalla Germania alla Francia, sino alla Spagna e al Portogallo. La situazione italiana invece consente a questo genere di criminali di cavarsela pagando una multa e questo rende - lo ripeto - più faticosa la repressione. Se ci sono solo sanzioni amministrative vuol dire che non c’è deterrenza e che si diffonde l’impressione che colpire l’ambiente non è reato. E come si fa a prendere questi criminali? Lei diceva che si usa la tecnica che venne usata con Al Capone? Certo. Colui che inquina il territorio smaltendo rifiuti tossici viene spesso indagato per reati che non riguardano l’ambiente. Spesso si incrimina per truffa. Altrimenti finirebbe tutto con una multa che viene pagata tranquillamente. Anche perché i guadagni del business illegale sono talmente alti... Inoltre al danno si aggiunge la beffa perché esistendo solo sanzione amministrativa, non possono essere messi in campo strumenti di indagine più sofisticati. Come giudica il recente rapporto di Legambiente? Credo che la Legambiente dia un grande peso al momento istituzionale repressivo. Questo è ovviamente importante, ma personalmente ho un po’ di nostalgia per l’epoca in cui c’erano gruppi ambientalisti che facevano un’attività politica di denuncia sul territorio. Fu così che, a partire dal ’94, in questo Paese si è riusciti a contrastare le attività criminose. Prima di allora l’Italia era una sorta di Far west: non c’era alcuna regola, né esistevano attività repressive. È un bene che oggi ci sia una maggiore presenza di forze dell’ordine e di magistratura, ma si è perso quel coinvolgimento un po’ da scout capace di dar vita anche a una coscienza diffusa della necessità di proteggere l’ambiente.

Non esiste nel nostro Codice una fattispecie penale per i reati contro l’ambiente. E questo rende tutto più difficile


pagina 10 • 7 luglio 2010

panorama

ragioni&torti di Giancristiano Desiderio

Valerio Castronovo e l’illusione della «fine della storia» è stato un tempo in cui si è diffusamente parlato dello strano caso della “fine della storia”. A innescare il dibattito fu Francis Fukuyama con il libro del 1992 La fine della storia e l’ultimo uomo. In realtà, Fukuyama non considerava tanto la storia reale, quanto la storia ideale e riprendeva un argomento hegeliano in cui la “fine della storia” è il compimento storico della coscienza umana. Non era la prima volta che la “fine della storia” veniva citata e argomentata: un altro hegeliano, Alexandre Kojève, collocò la “fine della storia” nel 1806 quando ci fu la vittoria di Napoleone sulla Prussia nella battaglia di Jena - «ho visto lo spirito del mondo a cavallo» scrisse all’epoca lo stesso Hegel dopo aver visto il Generale in trionfo - e quindi l’apertura ai principi della Rivoluzione francese all’Europa e poi al “resto del mondo”. Insomma, la “fine della storia” altro non è che il “riconoscimento” hegeliano della libertà degli uomini che sono diventati nel tempo tutti liberi. Ma nel nostro tempo non ci si divide proprio su questa idea di libertà?

C’

Lo storico Valerio Castronovo, direttore della rivista di scienze e storia “Prometeo”, ha scritto un libro con il chiaro intento di demolire il mito della “fine della storia” o di “rovesciarlo” (e il “rovesciamento”, proprio come il “riconoscimento”, è pur sempre una figura hegeliana). Il libro di Castronovo s’intitola Le ombre lunghe del ‘900 (Mondadori) e ha per sottotitolo “Perché la Storia non è finita”. In fondo, anche senza chiamare in causa filosofi e storici, dopo il 1989 e la fine dell’Unione sovietica un po’ tutti abbiamo respirato nell’aria questa sensazione: la fine di una minaccia e di un’epoca e l’inizio di una nuova stagione che da tutti è stata ritenuta di pace, armonia, progresso. Il ragionamento era abbastanza semplice: l’impero del male è crollato su stesso, il mondo della libertà e delle grandi conquiste della ragione e della scienza si è affermato e ora è naturale che queste conquiste si allarghino al mondo intero affermando i valori della democrazia che hanno fatto grande gli Stati Uniti d’America. Le grandi trasformazioni tecnologiche ossia il grande apparato scientifico e tecnico, quello che i filosofi chiamano la Tecnica - hanno fatto il resto cambiando effettivamente la nostra vita quotidiana. L’epoca della globalizzazione iniziava sotto i migliori auspici per tutti. Sembrava quasi di assistere alla profezia di Marx, solo che a realizzare il comunismo e la sua società scientifica era il suo nemico storico, il capitalismo. Ma tutto sommato era una differenza di poco conto: cambiava il mezzo, ma il fine sembrava davvero raggiunto. Poi, come spesso accade, la Storia si è messa a improvvisare e le illusioni nate dalla fine della Guerra Fredda sono svanite. Nazionalismi, terrorismi, armi nucleari diffuse, fondamentalismo islamico, 11 settembre, guerre, un sistema geopolitico nuovo e multipolare. Come se, per dirla con Castronovo, le ombre lunghe del “secolo breve” avessero preso il sopravvento sul “nuovo mondo”.

Eritrei in Libia: l’Europa chiede aiuto all’Italia L’opposizione: il governo riferisca immediatamente al Parlamento di Guglielmo Malagodi

ROMA. Il commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg, ha chiesto aiuto al governo italiano per fare chiarezza sulla sorte di 250 eritrei detenuti in Libia. Con due lettere inviate lo scorso 2 luglio al ministro degli Esteri, Franco Frattini, e al ministro degli Interni, Roberto Maroni - il cui testo è stato reso noto solo ieri Hammarberg ha chiesto al governo italiano di «collaborare al fine di chiarire con urgenza la situazione con il governo libico». Dal 30 giugno i 250 eritrei si trovano nelle celle del centro di detenzione di Braq, 80 chilometri da Seba, nel Sud della Libia, dove sono stati trasferiti dal centro di detenzione per migranti di Misurata. Il gruppo era stato deportato su tre camion container come “punizione” a seguito di una rivolta scoppiata il giorno prima fra i detenuti che non hanno voluto dare le proprie generalita’ a diplomatici del loro Paese per paura di essere soggetti a un rimpatrio forzato. Secondo i numerosi rapporti ricevuti dal Commissario Hammarberg prima del trasferimento degli eritrei da un campo di detenzione all’altro, «il gruppo sarebbe stato sottoposto a maltrattamenti da parte della polizia libica, e molte delle persone detenute sarebbero rimaste ferite».

degli Esteri, Franco Frattini, acquisisca tutte le informazioni necessarie nel più breve tempo possibile, facendo leva anche sul particolare rapporto di amicizia tra Gheddafi e il presidente del Consiglio, per poi promuovere tutte le azioni umanitarie del caso. Dopo la positiva conclusione della crisi libico-elvetica, l’esecutivo si faccia carico della dolorosa violazione dei diritti umani che sta colpendo i profughi eritrei».

«L’ho chiesto già da qualche giorno, ma il ministro Frattini, forse per non spazientire con una domanda sulla sorte dei 250 eritrei l’“amico” Gheddafi, sta facendo finta di non sentire. Stanno morendo in 300, si intervenga», ha aggiunto Rosa Villecco Calipari, vicepresidente dei deputati del Pd. «Ora - aggiunge - non possiamo far più finta di nulla. Abbiamo presentato un’interrogazione a Maroni, abbiamo pronto il question time, ci rivolgiamo a tutto il governo, presidente del Consiglio compreso». E i deputati di Pd, Idv e Udc hanno chiesto in aulta che il governo informi il Parlamento tempestivamente. Da parte loro, Frattini e Maroni hanno risposto con una lettera all’appello pubblicato ieri dal quotidiano Il Foglio sulla stessa vicenda. «In queste ore scrivono - in corso una delicata mediazione sotto la nostra egida, mediazione che stiamo finalizzando, per poter arrivare all’identificazione dei cittadini eritrei, i quali, è bene saperlo, timorosi di farsi identificare rendono impossibile la definizione del loro status, e poter loro offrire un’occupazione, nella stessa Libia, contro il rischio e la paura del rimpatrio. In quest’azione le Ong italiane sono in prima fila». «L’Italia - ricordano i due ministri - non si è mai sottratta ad un’attività di sensibilizzazione delle autorità libiche, ma abbiamo scelto una strada diversa da quella della pubblicita». Frattini e Maroni concordano con «l’assolutezza e l’irrinunciabilita» dei diritti umani, ma spiegano: «Non siamo certi che anche le più giuste declamazioni possano aiutarci a risolvere un problema che ha bisogno di un approccio diverso per essere risolto. Tra l’altro non crediamo che incoraggino la comprensione della realtà della vicenda cronache e interviste giornalistiche con appelli via telefono satellitare inspiegabilmente utilizzate da parte di persone che denunciano di essere detenute e a rischio di tortura».

Frattini e Maroni: «Abbiamo attivato i nostri canali diplomatici con Tripoli, ma non vogliamo troppa pubblicità»

Sempre in base ai rapporti ricevuti - scrive Hammarberg nella lettera a Frattini e Maroni - tra i migranti, che rischierebbero ora l’espulsione verso l’Eritrea o il Sudan, vi sarebbero anche dei richiedenti asilo, e il gruppo includerebbe anche persone che sono state ricondotte in Libia dopo essere state intercettate in mare mentre cercavano di raggiungere l’Italia. «Data la recente decisione delle autorità libiche di porre fine alle attività dell’Unhcr nel Paese, è divenuto estremamente difficile avere conferme sull’accuratezza di questi rapporti», scrive il commissario che, vista la “serietà”delle accuse», domanda all’Italia di collaborare al fine di «chiarire con urgenza la situazione con il governo libico». Le reazioni del mondo politico italiano non si sono fatte attendere. «È molto importante che il governo italiano raccolga l’invito del commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa», ha dichiarato dichiara il deputato dell’Udc, Luca Volontè, presidente del gruppo Popolari e cristiani democratici europei al Consiglio d’Europa. «Ci auguriamo che il ministro


panorama

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Arrestati 2 ex dirigenti e tre imprenditori. Indagati anche altri 6 manager della compagnia ferroviaria di Stato

Trenitalia: tangenti per gli appalti La procura di Napoli: manutenzioni affidate a parenti o con trattative irregolari di Marco Palombi

ROMA. Un’inchiesta lunga, che già all’indomani del disastro ferroviario di Viareggio in cui morirono 32 persone, finì sui giornali. Circa quattromila “vagoni fantasma”, scrisse all’epoca la Repubblica, circolano grazie ad un “sistema criminale”: dovevano essere rottamati per conto di Ferrovie dello Stato, ritirati e smembrati pezzo a pezzo dopo decenni di carriera e invece tornavano in servizio con numeri di telaio falsi, impiegati da ditte private per il trasporto merci o il movimento terra. Ieri uno dei filoni dell’indagine coordinata dai pm napoletani Curcio e Woodcock ha portato in galera cinque persone tra ex dirigenti delle ferrovie e imprenditori: Raffaele Arena, ex dirigente responsabile del servizio manutentivo di Trenitalia, e Fiorenzo Carassai, ex responsabile di una sezione di manutenzione della società (entrambi licenziati dopo un pesante audit interno della società oggi guidata da Moretti), e i fratelli Giovanni e Antonio De Luca, titolari della società “Fd Costruzioni”, al centro dell’inchiesta.

messe - spesso a trattativa privata - per manutenzione e rottamazione dei treni in cambio della classica mazzetta. Almeno dieci milioni di euro il giro d’affari finito sotto l’occhio degli investigatori. Un’indagine, ha voluto sottolineare il procuratore aggiunto di Napoli Francesco Greco, per la quale “sono state fondamentali” le intercettazioni, oltre alla collaborazione di Trenitalia (che si costituirà parte civile). Al centro dell’inghippo sarebbe, come detto, la “Fd Co-

struzioni srl” di Napoli, dei fratelli De Luca, che operano proprio nel settore ferroviario, ed altre aziende alle quali i due ex dirigenti di Trenitalia ora in carcere - Arena e Carassai - avrebbero affidato gli appalti dietro pagamento di tangenti o l’affidamento di commesse a società controllate e gestite da Arena tramite dei parenti. I due, peraltro, non sono accusati solo per il periodo in cui erano due figure rilevanti all’interno della società pubblica, ma anche dopo il licenziamento – accusa il giudice – hanno negli anni «costantemente esercitato una pervicace, quanto insidiosa attività, sistematicamente diretta a turbare e “pilotare” le commesse conferite da Trenitalia» anche grazie alla complicità di altri dirigenti ancora in servizio. La tesi degli inquirenti è che Arena - attraverso assegni e bonifici intestati alla moglie - avrebbe ricevuto denaro in cambio degli appalti, mentre in alcuni casi le stesse società aggiudicatrici sarebbero a lui riconducibili, mentre Carassai, attraverso il figlio Leonardo (indagato pure lui), avrebbe ottenuto un’ingente somma di denaro per finanziare un’iniziativa industriale più altre somme erogate qui e là. Per l’accusa si tratta di un «sistema criminale» strutturato e «a tutt’oggi ancora operativo», in cui «più che la libera concorrenza viene in rilievo un mercato manipolato ed egemonizzato da un cartello di imprese

I provvedimenti sono stati disposti dal gip Luigi Giordano, su richiesta dei pm Woodcock e Curcio

Ai domiciliari, invece, è finito Carmine D’Elia, secondo i magistrati socio occulto di Arena. Pesanti le accuse: associazione per delinquere finalizzata alla turbata libertà degli incanti, corruzione, turbativa d’asta, riciclaggio dei proventi illeciti. In sostanza l’accusa è che gli ex dirigenti Fs pilotavano appalti e com-

amiche». Tutto il giochino dei rapporti di scambio tra le parti viene gestito, scrivono i giudici citando la battuta di una delle intercettazioni contenute negli atti d’inchiesta, «parecchio al di là del Codice Penale»: un sistema - mette a verbale il giudice delle indagini preliminari - che vede protagonisti altri gruppi che opererebbero «in modo illecito nel settore delle commesse ferroviarie» e tutto un «diffuso» mondo di «cartelli illegali».

Nell’inchiesta, infine, spunta anche il nome dell’arcivescovo di Napoli, cardinale Crescenzio Sepe: in questo caso, però, il sacerdote è solo citato in una intercettazione e non è coinvolto nelle accuse, a differenza di quanto accade a Perugia nell’inchiesta sui grandi appalti (dove è indagato per corruzione). Lo chiama in causa una telefonata tra due degli arrestati: in una conversazione captata il 5 maggio, Giovanni De Luca, assieme al fratello Antonio, chiede alla sorella Anna un intervento presso il cardinale per fissare un incontro con l’amministratore delegato di Fs Mauro Moretti. L’indomani, sempre al telefono, Anna riferisce ad Antonio che «il cardinale ha rifiutato di fissarle un incontro con Moretti», perché Sepe «aveva saputo da uno stretto collaboratore del ministro dei Trasporti che Moretti, entro poco, avrebbe lasciato l’incarico».

Palazzo dei Marescialli. Il voto per l’elezione dei 16 togati si è svolto domenica e lunedì

Csm, oggi lo spoglio delle schede di Gaia Miani

ROMA. Comincerà oggi lo spoglio del voto dei magistrati per le elezioni dei 16 togati del Csm, che si sono tenute domenica e lunedì. Le operazioni saranno svolte dalla Commissione elettorale della Cassazione dove confluiscono dai distretti giudiziari di tutta Italia i plichi con le schede votate (tre per ogni elettore); schede che all’arrivo a Roma vengono mescolate per evitare che possa essere identificato il voto delle varie sedi giudiziarie. I 16 togati sono divisi per categoria di appartenenza: lo spoglio inizierà dalle schede per l’elezione dei due magistrati della Cassazione e il risultato potrebbe aversi già nella serata di oggi, o altrimenti domani. Nei giorni successivi si procederà allo scrutinio delle schede per l’elezione dei 4 pm e una volta esaurito questo a quello per l’elezione dei dieci giudici di merito. Anche i dati complessivi sull’affluenza si conosceranno solo oggi, visto che nei plichi trasmessi dagli uffici giudiziari alla Cassazione sono contenuti anche i verbali sul voto.

Un’affluenza che, si sa già, è stata molto alta in Cassazione, dove hanno votato 285 magistrati su 317, cioè quasi il 90 per cento degli aventi diritto.

Il responso sui 16 consiglieri togati è destinato a pesare non poco sulla scelta dei nomi che le Camere designeranno per l’or-

giocherà dopo che saranno chiari i risultati della consultazione tra i magistrati. Il che rende anche possibile una nuova fumata nera in Parlamento per la seconda votazione, prevista giovedì 8 luglio. I magistrati candidati sono 25, un quarto (cioè 6) sono i nomi scesi in campo fuori dalle liste delle correnti. E sono proprio questi “outsider” a rendere incerto il risultato, con previsioni che rischiano di mutare gli attuali equilibri tra le“anime” della magistratura al Csm. Attualmente, la sinistra di Magistratura democratica conta su 4 consiglieri, ai quali si aggiungono i 3 rappresenti del Movimento per la giustizia. La maggioranza è nelle mani dei “centristi” di Unicost, con 6 consiglieri, mentre i più moderati di Magistratura indipendente ne hanno 3.

Affluenza molto alta in Corte di Cassazione, dove hanno votato 285 magistrati su 317, cioè quasi il 90 per cento degli aventi diritto gano di autogoverno della magistratura e tra i quali sarà scelto il nuovo vicepresidente. Partita, anche questa, tutta aperta in attesa proprio dei risultati delle elezioni dei togati. In pole per ora c’è ancora l’Udc Michele Vietti: sul suo nome potrebbero convergere le correnti più moderate e (al momento) maggioritarie assieme ai rappresentanti di Md. Ma la fase decisiva si


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Le due parti che compongono il capolavoro del grande drammaturgo rappre

L’«anello del pote

e due parti che compongono l’Enrico IV shakespeariano rappresentano il dramma dedicato al “mantenimento della corona”. Vi sono infatti tre fasi che caratterizzano le vicende inerenti al Potere: la conquista, la gestione e infine la perdita. Di quest’ultima vedemmo nel Riccardo II, che fu spodestato da Bolingbroke, divenuto poi Enrico IV. Ora è lui a trovarsi nella medesima situazione, con mille insidie esterne ed interne da contrastare. Ma il forte e perspicace self made man Enrico IV sarà in grado, a differenza del suo predecessore, di vincerle tutte volta per volta. Tuttavia notiamo subito che il personaggio ci si presenti completamente diverso, assai cambiato, rispetto all’esuberante e irresistibile champion, come viene definito quando intraprende la scalata del regno di Riccardo II. Tanto allora era spavaldo e arrogante, quanto ora sembra guardingo, sospettoso e pure dimagrito: insomma, il potere logora. E anche Enrico IV non sarà immune da questo logoramento.

L

Un altro motivo di tale suo vistoso cambiamento può essere rappresentato dal rimorso per l’uccisione di Riccardo II che, per molti, è stato un atto sacrilego paragonabile all’assassinio di Caino: tanto che nelle ultime battute di quel testo il neo-re Enrico IV aveva promesso di compiere un viaggio in Terrasanta per potersi mondare di quel crimine di cui, seppure indirettamente, si era macchiato. E tuttavia, come vedremo, questo viaggio religioso non si compirà mai; e rappresenterà pure la sanzione di una quasi definitiva secolarizzazione dello stato. Anche per questi motivi il protagonista, in tal caso, non si può dire assoluto: vi sono almeno altri tre personaggi che assurgono drammaturgicamente ai suoi stessi livelli; a cominciare da suo figlio, Principe di Galles, che diverrà l’eroico Enrico V, qui chiamato ancora col diminutivo Hal. Poi dal rivale di questi, Harry Percy, figlio di quel Conte di Northumber-

land che fu grande sostenitore di Enrico ai tempi della sua ascesa; tanto che Riccardo II lo aveva definito“scala sul cui rampante Bolingbroke ascende al mio trono”.

Ora, evidentemente, si aspetta per lo meno che il figlio possa beneficiare più che mai di questo suo servizio. Ma da qui nascerà l’attrito: il giovane Percy, detto anche “Hotspur” (letteralmente “sperone caldo”) si rifiuterà orgogliosamente di seguire le strategie e i dettami del re, tanto che qualcuno comincia a stimarlo più del legittimo Principe, come naturale erede al trono. E infine Enrico IV segna l’entrata in scena di uno fra i più grandi e celebri personaggi del teatro shakespeariano: Sir John Falstaff. Il corpulento e vivace “vecchio John”, che tanto ha ispirato pure il nostro Giuseppe Verdi, che a lui ha dedicato la vicenda e anche il titolo della sua ultima grande opera. Potrà sembrare strano, ma siamo propensi a definire Falstaff come un Amleto all’inverso, se si vuole anche un anti-Amleto: in realtà all’inizio egli ci si presenta subito per quello che è: un ladro. Tanto che al suo più caro amico con cui condivide le gozzoviglie alla bettola, il Principe Hal, dice senza mezzi termini: «Quando sarai re, fa che non ci chiamino guardie del corpo della notte, i ladri della bellezza del giorno; ci si chiami le guardie di Diana, i gentiluomini delle tenebre, i favoriti della luna». Il rapporto di amicizia divertita e sfottente fra il giovane Principe e il vecchio grassone è quanto mai lucido e complice. E Falstaff, pur essendo un dichiarato “uomo di pancia”, conosce bene il linguaggio di cui si serve: i suoi motti di spirito l’hanno spesso avvicinato ai migliori personaggi brechtiani, come Schweyck e lo stesso Galilei. All’inizio il Principe di Galles stenta ad entrare nell’ottica del potere di cui sarà investito, ma Falstaff sa bene che un giorno il suo “Hal” potrebbe fargli comodo. Il Principe è in

Le tre intense fasi di conquista, gestione e perdita del comando sapientemente raccontate nel dramma di William Shakespeare di Franco Ricordi sciopero con se stesso, e non ha ancora deciso di entrare in campo. Lo farà soltanto dopo che suo padre lo avrà rimproverato, paragonandolo proprio a quel Riccardo II debole e viziato che lui ha sottomesso. Così quando il ribelle Hotspur muove guerra alle truppe del re, dichiarando pure di voler sfidare a singolare duello il Principe, ecco che al giovane Enrico spuntano “gli artigli della belva”. Hotspur è invece un personaggio impulsivo, a tratti irrazionale, che alla fine si scava la tomba con le sue stesse mani. Simile a Coriolano, tratta la moglie (che si chiama Kate, come la bisbetica domata) con un maschilismo che può sembrare imbarazzante. Egli si sente sicuro di vincere, ma commette vari errori di valutazione: Enrico IV è infatti un re spietato e più che mai determinato. E contro gli insorti userà ogni arma. Non è un caso che in un recente libro a cura di John O.Whitney e Tina Packer egli sia stato indicato come un moderno top manager della politica: i due autori rimarcano la straordinaria capacità organizzativa di certi personaggi shakespeariani, che vengono presi a modello per l’aziendalismo e il senso dell’immagine nelle odierne strategie di mercato.

Ma in realtà Enrico IV farà di più, e arriva ad anticipare alcuni tiranni della nostra epoca, come Saddam Hussein, crean-

do addirittura attorno a sé una serie di veri e propri Sosia che, nella scena della battaglia, faranno credere più di una volta ai suoi nemici di aver ucciso il re! Così la battaglia, che per un primo momento sembrava a favore degli insorti, si capovolge con l’uccisione di Hotspur da parte del giovane Enrico. Significativo come il ribelle morente soffra più per l’onore che per la vita. «O Harry, tu m’hai rubato la giovinezza. Ma perdere la mia fragile vita mi pesa meno che l’aver perduto il superbo titolo di gloria che mi hai strappato. Questo ferisce il mio pensiero più che la tua spada le mie carni».

Di tutt’altro avviso sarà Falstaff: anch’egli entrerà in battaglia ma, proprio vicino a Hotspur, si fingerà morto per non cadere vittima di un prestante scozzese; così, dopo aver ucciso il rivale Hotspur, il Principe vedrà il suo grasso amico morto e per un attimo lo piangerà. Ma appena si allontana, ecco che Falstaff si rialza e pronuncia uno dei più geniali monologhi creati da Shakespeare: «Sangue di Dio, quello era il momento di contraffarmi, se no quel bollente fracassone mi pagava lo scotto e saldava il conto una volta per tutte. Contraffarmi? Falso, non sono una contraffazione io. Morire significa contraffarsi, perché un uomo non è che la contraffazione dell’uomo quando non ha


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esentano con forza tutta la tensione dedicata al “mantenimento della corona”

tere» di Enrico IV la vita dell’uomo. Ma contraffare la morte quando un uomo così facendo vive, non significa essere una contraffazione, ma la vera e perfetta immagine della vita, perbacco!». Si potrebbe dire che quello di Falstaff sia un “essere o non essere”votato alla vita, alla sua irresistibile vitalità e gioia di vivere! E proprio a quel punto Falstaff scopre accanto a sé il cadavere di Hotspur: così, dopo avergli dato una coltellata “per sicurezza”, se lo carica sulle spalle, fingendo di averlo ucciso lui.

Quando si incontrerà con il Principe, in una scena davvero tragicomica, rivendicherà il suo“bottino di guerra”. In questa maniera Falstaff spera di essersi guadagnato la stima del re, ma il Principe se la legherà al dito.Tutte le scene e controscene comiche, insieme ai personaggi di Bardolph, Pistol, Peto, Gadshill e dell’ostessa Mistress Quickly, contribuiscono ad alleggerire questo teatro di guerra, che purtroppo spesso diviene un “teatro di guerra sporca”. In ogni caso la partita non è ancora vinta perché, nella seconda parte, il vecchio Nothumberland vuole vendicarsi della morte del figlio Hotspur. Ma proprio in questa occasione Shakespeare ci lascia una ulteriore testimonianza di quella che potremmo definire la sua “genialità superiore”: ed è ciò che riguarda il prologo della seconda parte di Enrico IV. Entra in scena una sorta di “Coro”, che peraltro si autodefinisce come “Rumor”, ovvero “la fama”,“la diceria”,“la notizia”. Ma quello che presto apprendiamo è che tale “Rumor” non è altro che la possibilità ovvero la potenza dell’informazione ovvero della disinformazione di oggi e di sempre: “«Dall’oriente al precipite occidente, prendendo il vento al mio corsiero, io non cesso mai di rivelar le scene che prendono l’avvio su questa palla di fango che è la terra». Una informazione universale, vero e proprio telegiornale ante-litteram! Ma Shakespeare intuisce bene i rischi cui è

esposta la possibilità della “fama”: «Di continuo sulle mie lingue corrono le calunnie, ch’io grido ai quattro venti in ogni idioma, e delle false dicerie rintronano gli orecchi della gente».

E così, in manie ra sadica, arriva a Northumberland la notizia che suo figlio ha vinto la battaglia. E, come dice la “fama”, «chi sbarra mai l’accesso all’udito quando la Fama leva il suo clamore?». Ma di lì a poco il vecchio padre conoscerà la verità, e comincerà il suo cammino verso la fine. L’ulteriore ribellione da parte del Vescovo Lancaster sarà repressa con un discutibile “accordo politico”, laddove tutti i protagonisti più anziani si spegneranno man mano. E soprattutto assistiamo al difficile passaggio dalla corona del padre a quella del figlio. Enrico IV afferma che «tutto il mio regno sia stato un dramma contro le minacce e i pericoli che, come hai visto, ho sempre respinto». E così consiglia al figlio di dedicarsi più che mai alla “politica estera” per risolvere i problemi interni: «perché l’azione portata lontana da qui possa cancellare la memoria delle vicende passate». In questo modo il futuro Enrico V erediterà la corona con un preciso viatico, che lo porterà ad aprire per la prima volta la possibilità di una “politica estera”in cui si potrà intravedere l’idea dell’Europa. Tuttavia rimane quella vecchia promessa non mantenuta, quel riscatto e assoluzione dal “peccato originale”della politica, per la quale si era promesso il viaggio in Terrasanta. E proprio a tal punto Enrico IV giocherà sopra un piccolo equivoco: vorrà morire nella sua stanzetta preferita, chiamata non a caso “Gerusalemme”. La missione religiosa sarà annullata, e inizierà, a partire da qui, la moderna laicizzazione della politica.


mondo

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Diplomazia. Stati Uniti e Israele sembrano aver trovato l’accordo per colloqui di pace diretti con la Palestina

L’amico ritrovato Torna l’armonia fra Obama e Netanyahu: «Israele pronto a rischiare, duri con l’Iran» di Luisa Arezzo a proverbiale puntualità della Casa Bianca ieri è stata messa a dura prova dal quinto vertice fra il presidente Obama e il premier israeliano Netanyahu. Ma la tensione per l’imprevista attesa è stata subito smussata dalle prime parole espresse da Obama durante la conferenza stampa congiunta: «I legami con Israele sono indistruttibili». Un incipit che è ha rappresentato solo l’assaggio della rinnovata intesa fra i due leader. Con Netanyahu dettosi «pronto ad assumersi rischi per la pace» ma

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te summit, quello in cui abbandonò il premier israeliano a metà della discussione negandogli pure la foto di rito. E nessuno dimentica che questo vertice - inizialmente previsto a giugno - era poi saltato dopo le critiche dell’Amministrazione Usa per l’operazione delle forze speciali di Tsahal contro la Flottiglia al largo della Striscia di Gaza. Fra i due, oltretutto, i rapporti personali non sono dei migliori. Ma la tela intessuta in quest’ultimo mese fra le due diplomazie e le concessioni fatte da Israele a Gaza permettendo l’invio di aiuti nella Striscia, hanno dato i loro frutti. Sul tavolo della Stanza ovale i dossier erano tanti e tutti “caldi”. In primis, la serie di proposte sottoposte da Netanyahu ad Obama relative al processo di pace con i palestinesi per ricostruire un rapporto troppo spesso condizionato dalle costanti tensioni sugli insediamenti in Cisgior-

«È giunta l’ora di avviare un rapporto schietto fra israeliani e palestinesi», con queste parole i due leader hanno confermato l’avvio di una nuova era politica teso ad ottenere da Obama sanzioni più dure verso Teheran. Sanzioni su cui il presidente Usa non si è pronunciato ma sulle quali neanche ha “glissato”, promettendo una costante pressione sul regime degli Ayatollah. Confermata, invece, la notizia della ripresa dei colloqui diretti fra israeliani e palestinesi: a dirlo lo stesso Netanyahu subito dopo l’incontro con Barack Obama. Che l’incontro non sarebbe stato semplice, nonostante le dichiarazioni della vigilia, era chiaro a tutti. Nessuno scorda la freddezza di Obama durante il preceden-

dania.Tensioni che ieri si erano acuite sia per le dichiarazioni del ministro dello Sport israeliano, Limor Livnat, che con un inopportuno tempismo annunciava la ripresa delle costruzioni il prossimo autunno (quando scadrà il periodo di congelamento), sia per il rapporto - imbarazzante per il presidente Usa - uscito ieri in America, da cui emerge che, malgrado la malgrado la contrarietà di Obama, gli insediamenti ebraici in Cisgiordania continuano a ricevere aiuti fi-

Soldati dell’Idf e, a sinistra, Obama. Nella pagina a fianco, Benjamin Netanyahu

L’opinione dell’editorialista del Jerusalem Post, Daniel Horovitz, sul meeting a Washington

Ma i rapporti fra i due potevano solo migliorare di Massimo Fazzi he altro ci si poteva aspettare? Forse di vedere Barack Obama in tutina fluorescente, che butta fuori di casa con la forza Netanyahu e gli intima di non farsi più vedere. Usa l’ironia Daniel Horovitz, editorialista di punta del Jerusalem Post, per arrivare a dire che l’incontro di ieri fra i due leader è stato per forza migliore dell’ultimo, avvenuto in marzo. Quando, scrive, «la Casa Bianca non ha fatto molto più di rilasciare una fotografia in cui si vedono i due che conversano». In effetti, il trattamento riservato dal presidente americano al capo del governo israeliano in quell’occasione fecero inarcare più di un sopracciglio. Obama arrivò a salutare l’ospite prima di cena, facendogli capire che non era gradita la sua presenza al desco: un gesto senza precedenti nella storia delle relazioni fra

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Stati Uniti e Israele. Ora però, sottolinea Horovitz, «le aspettative sono molto diverse. Innanzi tutto, siamo in attesa di sentirci dire dai due che hanno parlato di Iran, e i maniera seria. Prima di tutto perché è questa la minaccia più seria del momento, per entrambi i Paesi. E poi perché sono sostanzialmente d’accordo sulla questione. Anche se Israele ha dovuto faticare molto per convincere la propria gente che si deve sostenere Obama e la sua politica di sanzioni contro gli ayatollah».

Queste direttive, sostiene l’editorialista, «sono considerate da buona parte del Paese troppo leggere. Israele vorrebbe una pressione internazionale molto più dura, diretta soprattutto all’industria dell’energia. Parliamo di una pressione in grado di convincere Teheran che rischia molto, se continua su questo sentiero verso il nucleare». Proprio la questione nucleare è stata primaria nella dirompente crisi fra le due nazioni. Lo scorso maggio, nel corso della revisione del Trattato di non proliferazione nucleare, Israele e l’Iran sono stati mes-

si sostanzialmente sullo stesso piano, per quanto riguarda la questione delle armi atomiche. Una differenza enorme, nota Horovitz, «rispetto al 2005, quando l’allora presidente George W. Bush non fece altro che difendere la nostra posizione. C’è poi la questione degli insediamenti, in cui Netanyahu si trova schiacciato fra i coloni e gli americani, che non vogliono in alcun modo un aumento degli edifici nella zona di conflitto». Il leader israeliano, dunque, esce soddisfatto da questo incontro: «Il perché è semplice da spiegare. Nessuna di queste aree di crisi è talmente grande da portare i due a un confronto diretto simile a quello dello scorso maggio, un confronto che tra l’altro nessuno dei due vuole. Bibi sa bene, come Obama, che l’intera questione si ripresenterà sostanzialmente immutata il prossimo novembre, quando i due dovrebbero incontrarsi di nuovo. Ma davanti a sè ha cinque mesi di calma relativa, in cui potrà almeno ricucire i problemi interni al Paese. E dell’incontro di novembre si preoccuperà al momento adeguato: il prossimo novembre».


mondo

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L’Olocausto, la creazione di uno Stato indipendente e i rapporti con Tel Aviv nel mirino

Ci possiamo fidare del convitato di pietra? L’Autorità nazionale palestinese ha gli stessi tratti dell’Olp E Abbas si atteggia a pacifista per poi parlare di guerra ai suoi di Daniel Pipes otto Yasser Arafat l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) ha notoriamente detto una cosa ai musulmani e agli arabi e l’esatto opposto agli occidentali e agli israeliani, usando toni astiosi coi primi e dolci coi secondi. Che dire di Mahmoud Abbas, il mite successore di Arafat? Ha spezzato questo schema di doppiezza o ha continuato a perseguirlo? La questione non è secondaria, visto che più voci affermano che Abbas sia pronto a vari compromessi territoriali e, inoltre, abbia fatto dei passi senza precedenti concedendo un’intervista ai giornalisti israeliani e incontrando i leader ebraici americani al Daniel Abraham Center for Middle East Peace.Con inaudita precisione, il quotidiano in lingua araba Al-Ayat rivela che Abbas ha informato l’amministrazione Obama della sua disponibilità a raggiungere un accordo sulla Cisgiordania e perfino su Gerusalemme (anche se l’Ap ha subito smentito). Nell’intervista, Abbas si è mostrato realmente intenzionato a raggiungere un accordo di pace e ad accettare l’idea di truppe internazionali. Un assistente di Abbas ha asserito che questa iniziativa è stata un tentativo da parte del leader palestinese «di tendere la mano agli israeliani (…). Vogliamo un partner israeliano per chiudere la partita, un partner che scelga la pace, non gli insediamenti; la pace e non l’occupazione». Lo stesso Abbas ha ammonito gli israeliani: «Non fatemi perdere la speranza».

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nanziari da donatori americani grazie a esenzioni fiscali che la legge statunitense riconosce a organizzazioni senza fini di lucro. In dieci anni, fatti due conti, avrebbero insomma ricevuto 200 milioni di dollari. E sempre a proposito di rapporti pubblicati ieri, ben più imbarazzante è stato quello dalla Ong israeliana Betzelem (centro di informazioni sui diritti umani nei territori), che deve aver mandato il premier su tutte le furie. La Ong ha divulgato un dettagliato rapporto sugli insediamenti. Il 42% della Cisgiordania, afferma Betzelem, è sotto il controllo degli insediamenti ebraici eretti da Israele sin dall’occupazione di questo territorio nel 1967, dove ora vivono mezzo milione di coloni, circa 200 mila dei quali a Gerusalemme Est.

Israele, secondo il centro, avrebbe fatto un uso discutibile di una vasta gamma di espedienti giuridici per dare «una copertura di legalità alla politica degli insediamenti e per nascondere il furto di terre cisgiordane», violando inoltre le leggi umanitarie internazionali. In questo modo, Israele sarebbe così riuscito a ottenere il controllo di vaste aree della Cisgiordania, dove ora ci sono 121 insediamenti autorizzati accanto a un’ottantina di nuclei di colonie erette senza permesso. A Gerusalemme i coloni vivono in 12 rioni ebraici edificati su terre annesse dal municipio. Mediamente l’area assegnata agli insediamenti in Cisgiordania è, secondo Betselem, dieci volte piu’ grande di quella realmente edificata. Inoltre il 21% dell’aerea edificata sorgerebbe su terreni che Israele riconosce come proprietà privata palestinese. Israele, affrma la Ong, avrebbe violato l’impegno preso nel 2003 con l’allora presidente Usa George W. Bush di congelare tutte le attività di insediamento. Dal 2004, grazie a una politica di generosi incentivi la popolazione di coloni ebrei in Cisgiordania è cresciuta del 28 per cento, passando da 235mila a 301mila persone alla fine del 2009. In merito a tutte queste pesanti affermazioni, il ministero della Giustizia israeliano ha detto di non voler replicare a «un rapporto politico». Il presidente del Consiglio degli insediamenti cisgiordani, Dany Dayan, ha invece accusato la Ong di danneggiare sistematicamente gli interessi di Israele e di usare dati scorretti. A suo dire la reale percentuale di terre cisgiordane controllate dalle colonie ebraiche è del 9% e non del 42%.

Abbas che tende la mano all’altra parte, così giungono anche voci dal Palestinian Media Watch di messaggi trasmessi ai palestinesi che dicono esattamente l’opposto. Ad esempio, la TV dell’Ap, che è direttamente controllata dall’ufficio di Mahmoud Abbas, trasmette un gioco televisivo settimanale, The Stars, in cui i rappresentanti delle università palestinesi concorrono rispondendo a delle domande. Di recente, due quesiti di geografia (qui semplificati) hanno implicitamente negato l’esistenza dello Stato di Israele. È stato chiesto: «Quanto è lunga la linea costiera della Palestina?»

La risposta era: 235 km, se alla costa di Gaza (45 km) si aggiunge la costa mediterranea di Israele (circa 190 km). E ancora: «Quanto è larga la Palestina?» Risposta: 27mila kmq incluse la Cisgiordania e la Striscia di Gaza (6.000 kmq) con quella di Israele (21.000 kmq). In un analogo esempio di doppiezza, Salam Fayyad, che dice di essere il primo ministro dell’Ap, un anno fa disse in inglese ad Aspen, in Colorado, che gli ebrei saranno ben accetti se sceglieranno di vivere in un futuro stato della Palestina dove essi «godranno di (pieni) diritti e di certo godranno né più né meno dei diritti di cui ora godono gli arabi israeliani che vivono nello Stato di Israele». Davvero belle parole. Ma solo due giorni prima, Saeb Erekat, a capo del dipartimento dei negoziati dell’Ap, ha detto esattamente l’opposto in arabo (come nella versione messa a disposizione dal Memri): «nessuno dovrebbe accettare che i coloni israeliani rimangano nello stato palestinese (…) Qualcuno dice che noi saremmo disposti concedere la cittadinanza ai coloni. Rifiutiamo a priori questa idea». Abbas e Fayyad si sono espressi in inglese parlando ad americani e israeliani. Erekat ha parlato in arabo ai palestinesi. Entrambe le dichiarazioni possono non essere veritiere; e certamente una deve essere falsa. Quale delle due, mi chiedo. I palestinesi fanno questo manifesto e ingenuo doppio gioco perché funziona. Gli israeliani, gli americani e anche gli altri spesso accettano i toni dolci che sentono con le loro orecchie e respingono le voci di parole dure di cui hanno solamente sentito parlare. L’Ap continuerà in modo incurante a diffondere le sue menzogne finché il mondo presterà attenzione e ricuserà, perché premiare una pessima condotta inevitabilmente porterà a un comportamento ben peggiore. Quando la smetteremo di illuderci che Abbas e l’Ap cercano qualcosa di meno della totale eliminazione dello Stato ebraico? Che disastro dovrà accadere prima di aprire gli occhi sulla realtà?

I media fanno la parte del leone, in questo doppio gioco: persino nei quiz in tv la risposta esatta alle domande prevede la distruzione di Israele

E per finire, una trascrizione di quanto detto nell’incontro avvenuto allo Abraham Center rivela che quanto è stato asserito da Abbas agli astanti era proprio ciò che egli voleva sentirsi dire: vale a dire che lui condanna la violenza, riconosce i legami storici degli ebrei alla terra che Israele controlla, accetta la sicurezza israeliana e promette di eliminare l’istigazione contro Israele dai media dell’Ap e dai testi scolastici. Sulla delicata questione dell’Olocausto - un argomento su cui lo stesso Abbas scrisse la tesi del suo dottorato di ricerca conseguito in Unione Sovietica e in cui egli accusava i sionisti di gonfiare le cifre degli ebrei uccisi per motivi politici - Abbas ha ammesso le sofferenze degli ebrei e ha ricusato il negazionismo dell’Olocausto. Che fare di tutto questo? Abbas ha detto di aver parlato ai leader ebraici americani «nello stesso linguaggio» con cui egli è solito parlare alle piazze palestinesi. Sì e no. In realtà, i media dell’Ap hanno sfornato dichiarazioni per le “piazze” palestinesi che, a dir poco, hanno contraddetto le paroline dolci dirette agli israeliani e agli americani. Come giungono notizie di


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Pakistan. Il numero due di al Qaeda è circondato da mistero e paura a sua è la figura di un mitico, personaggio sfuggente, misterioso. Se ne sa pochissimo, se ne vede quasi nulla, se ne parla persino poco. Non stupisce quindi che anche su elementi come la sua possibile cattura aleggi il tono del giallo. Notizie, conferme, smentite. Il mullah Omar è un personaggio simbolo di questo decennio, è una delle persone più ricercate al mondo, appena dopo bin Laden, eppure su di lui notizie certe non si riescono ad avere. Lo scoop di ieri parla addirittura del suo arresto in Pakistan, ma fioccano le smentite. Non solo le autorità pakistane, che comunque hanno sempre interesse o a mostrare un loro protagonismo nella lotta al terrorismo o al contrario a negare il coinvolgimento del loro territorio. Ma anche le forze di sicurezza e intelligence internazionali sono state molto prudenti nell’accogliere la notizia, non dandogli credito. Ma soprattutto sono stati gli organi di informazione dei talebani a smentire la cattura, e chi si occupa di quella regione sa che per motivi culturali le notizie che vengono dai gruppi talebani e simili sono in genere attendibili, in quanto raramente mentono deliberatamente, ed è nel loro modo di essere il dare la loro versione dell’uccisione o anche della cattura di un loro membro, cosa che non sempre considerano una sconfitta quanto piuttosto un martirio. La notizia del suo arresta va quindi presa con le molle. Solo i prossimi giorni chiariranno se c’era della sostanza, tenuta velata per motivi di sicurezza, o se al contrario era solo la sparata di qualcuno in cerca di notorietà. Vale però la pena di cogliere questa occasione per fare il punto su una figura tanto importante quanto trascurata. La notizia della sua cattura ha fatto uno strano giro.

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Chi ha incastrato il mullah Omar? La notizia della sua cattura fa il giro del mondo. Ma viene smentita (di nuovo) di Osvaldo Baldacci

Di etnia pashtun, è nato in un villaggio della zona di Kandahar probabilmente nel 1959. E ha una taglia di 10 milioni di dollari sulla testa

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Omar ha parlato sul suo blog un ex funzionario del dipartimento per la Sicurezza nazionale Usa, e la cattura non sarebbe nemmeno un fatto recente. E la notizia ha trovato rapida diffusione tra i media locali, tra cui Tolo tv. Afghanistan News, che parla dell’arresto di Omar, precisa tuttavia che non ci sono conferme ufficiali da parte del dipartimento alla Difesa Usa o di funzionari di Islamabad. Brad Thor, l’autore del presunto scoop sull’arresto del padre spirituale dei talebani afghani, è uno scrittore americano specializzato in thriller che ad un certo punto è stato chiamato il “nuovo Rushdie” per le minacce ricevute dai musulmani, autore

fra l’altro di The Last Patriot, che è stato proibito in Arabia Saudita. Nell’articolo “Esclusivo: Catturato il Mullah Omar!” sul blog biggovernment.com ha avanzato l’ipotesi dell’arresto, a marzo a Karachi, del ricercatissimo mullah Omar, su cui pende una taglia da parte delle autorità americane di milioni di dollari. Alcuni media hanno citato l’informazione come proveniente da “un ex agente dei servizi statunitensi”, per il fatto che prima di intraprendere la carriera di scrittore,Thor ha lavorato per una “cellula analitica”del Dipartimento della sicurezza nazionale. Thor il 10 maggio 2010 sostiene che «attraverso fonti chiave dell’intel-

ligence in Afghanistan e Pakistan, ho appreso che il leader dei talebani e alleato di Osama bin Laden, il mullah Omar, è stato catturato» in marzo, manifestando stupore per il fatto che una notizia di questa rilevanza non fosse divulgata a livello governativo. Ma le smentite talebane sono forti e precise. Contattato dall’agenzia di stampa cinese Xinhua, il portavoce dei talebani Qari Yusuf Ahmadi ha smentito la notizia ed ha dichiarato che si tratta di propaganda occidentale. Il leader talebano è libero, gode di ottima salute ed è pienamente al comando dei suoi uomini, ha precisato il portavoce. Il mullah Omar quindi è anco-

ra al comando. Dopo quasi vent’anni. Chi è questo sfuggente personaggio che partendo da condizioni umili e ignoranti in un luogo sperduto e tragicamente sfortunato del pianeta ha contribuito a cambiare la storia del mondo? Di etnia pashtun, è nato in un villaggio della zona di Kandahar, forse Nodeh, probabilmente nel 1959. Con una taglia di 10 milioni di dollari sulla testa, anche solo per informazioni, si nasconde in luoghi sconosciuti dopo essere riuscito a sfuggire in maniera avventurosa alla truppe americane: si racconta di una sua fuga in motocicletta, altri parlano di un mascheramento in abiti da donna. Di lui ci sono pochissime immagini. Nessuno tra gli occidentali lo ha mai visto. Gli unici non musulmani ad averlo incontrato sono stati un inviato Onu in missione speciale nell’ottobre 1998 e

l’ambasciatore cinese in Pakistan Lu Shulin.

La sua foto più famosa risale al 1996, sfocata, risalente a poco prima dell’attacco finale dei talebani a Kabul. Il suo profilo è aquilino, la barba nera. Omar viene descritto come molto alto, secondo alcuni 1 metro e 98 centimetri. Discendente di una famiglia poverissima, perse il padre bracciante quando era ancora giovane ed ebbe la responsabilità di mandare avanti la famiglia. Si dice che abbia almeno due mogli e cinque figli, tutti studenti della sua madrassa, la scuola coranica. Quando nel 1979 i sovietici entrarono in Afghanistan, decise di combattere contro l’invasore infedele come guerrigliero nella fazione dei mujaheddin Harakat-i Inqilab-i Islami. Fu ferito da una granata ad un occhio. La leggenda vuole che, dopo aver sentito il sangue colare sulla guancia, Omar si sia strappato l’occhio e lo abbia gettato via per riprendere a combattere. Da allora copre l’orbita vuota con una benda nera. Secondo fonti della Croce Rossa in Pakistan, però, sembrerebbe che Mohammed Omar fosse stato ricoverato lì e operato per la rimozione chirurgica dell’occhio. Quando dopo la ritirata sovietica l’Afghanistan cadde preda della guerra civile, Omar costruì un piccolo esercito, arruolando una trentina di studenti (“talebani”), per liberare due ragazzine rapite e violentate da un gruppo di mujaheddin. Fu così che nacque il Movimento dei Talebani, che si estese rapidamente conquistando prima il sud dell’Afghanistan e poi unificando il Paese. Da notare che il 26 settembre 1996 per l’occasione dell’attacco finale a Kabul “l’umile mullah Omar” indossò il mantello sacro del profeta Maometto, custodito nel reliquario di Kandahar, simbolicamente rivendicando l’eredità all’emirato. Giunti al potere, i talebani applicarono la legge islamica nel modo più rigido, vietando musica, aquiloni, istruzione femminile, e finendo per bombardare gli antichi Bhudda di Bamyan. Poi Omar ospitò bin Laden, ne ricevette ingenti aiuti economici e militari e ne sposò una figlia. Venne il 2001 e il mullah dovette scegliere tra la fedeltà all’alleato islamico o la paura del superpotere occidentale. Scelse bin Laden, perse il governo e da allora è in fuga, ma resta imprendibile e mantiene la fedeltà dei suoi. Uniche tracce, i messaggi incrociati sulla possibilità o meno di trattative tra governo di Kabul e talebani. Ma per ora non se ne fa nulla.


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La diaspora tibetana denuncia la repressione di Pechino

Il governo mantiene il livello più alto in 19 fra città e province

Il Dalai Lama compie gli anni: Nepal e India in festa

Thailandia, prorogato lo stato d’emergenza

DHARAMSALA. Migliaia di per-

BANGKOK. Il governo thai ha prorogato ieri lo stato di emergenza – decretato il 7 aprile scorso – in 18 province e nell’area metropolitana della capitale, Bangkok. La decisione dell’esecutivo «intende garantire pace e stabilità» nel Paese, teatro fra marzo e maggio di una rivolta delle “camicie rosse” repressa nel sangue da esercito e polizia. Tuttavia, la scelta del governo è osteggiata da uomini d’affari e attivisti per i diritti umani, che chiedono il ritiro delle “leggi speciali”, le quali hanno minato la fiducia di investitori esteri e turisti verso la Thailandia. Lo stato di emergenza ha riguardato sinora 23 province (su 76) del Paese, cui si aggiunge la capitale

sone hanno celebrato oggi il 75mo compleanno del Dalai Lama, il leader spirituale del buddismo tibetano e capo della diaspora in India. Nel frattempo, però, continua la persecuzione contro i tibetani: oltre alla consueta repressione operata dal regime di Pechino, anche il governo del Nepal ha scelto di usare il pugno di ferro contro gli esuli. In occasione del compleanno, infatti, le autorità di Kathmandu hanno arrestato decine di manifestanti. Dall’Australia all’Europa sono previste manifestazioni in sostegno del Dalai Lama, premio Nobel per la pace nel 1989.

Il leader buddista parlerà invece a 5.000 sostenitori riuniti davanti al tempio di McLeod Ganj, una stazione collinare dell’Himalaya indiano dove vive sin dalla fuga dalla Cina, avvenuta nel 1959 dopo la fallita sollevazione popolare contro il dominio cinese. Smentendo chi lo dava malato, la quattordicesima reincarnazione di Avalokiteshvara (il Buddha della compassione) ha partecipato di persona ai festeggiamenti e ha incontrato i fedeli. Samdhong Rinpoche, primo ministro del governo tibetano in esilio, dice ad AsiaNews: «I tibetani di tutto il mondo dovrebbero cercare

Bp, l’avanzata libica non spaventa Londra Pronti a investire (molto) i fedelissimi del Colonnello di Antonio Picasso echino o Tripoli? Il board della British Petroleum è ancora impegnato a risolvere uno dei disastri petroliferi più devastanti della storia industriale e già deve pensare quale sia il male minore per salvare la compagnia dal fallimento. Con il crollo del valore di mercato della compagnia – il titolo ha perso oltre il 50% in poco meno di tre mesi – il grande mondo finanziario e petrolifero si è messo in movimento per accaparrarsi quello che potrebbe restare di un fiore all’occhiello dell’industria britannica. A metà giugno era circolata l’ipotesi di un intervento della Cina. Adesso sembra che sia la Libia a voler tentare la scalata. Prima però gli avvoltoi aspettano che la loro preda esali davvero l’ultimo respiro. Questo potrà accadere quando il bilancio della tragedia sarà definitivo. La compagnia di Londra ha dichiarato di aver messo di tasca propria finora 2,5 miliardi di euro, per tentare di arginare la falla e poi per assorbire il petrolio fuori uscito. È atteso però il conto che deve arrivare dagli Usa relativo alle operazioni di bonifica della marea nera, nonché ai danni subiti di tipo sociale, nel mercato del lavoro e della produttività per gli Stati federali colpiti dall’ondata di petrolio. Infine saranno da aggiungere i costi di assicurazione. Il mese scorso l’eventualità di un ingresso massiccio della Cina nella Bp aveva fatto tremare i polsi alle piazze finanziarie europee e aveva provocato un non celato turbamento presso la classe dirigente politica occidentale, Usa compresi. La presenza dei grandi capitali di Pechino nei nostri mercati non è una cosa nuova.Tuttavia la conquista di un colosso come la Bp potrebbe costituire davvero la fine di un’era. Il capitalismo, con la sua identità forgiata lungo le coste dell’Atlantico, sta assumendo i tratti somatici di un sistema globale, svincolato dai valori politici che gli sono sempre stati cari. Democrazia, Stato di diritto e libertà individuali non si accompagnano con il modo di fare business made in China. A Londra nel frattempo questa paura è

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stata prorogata a tempi futuri non meglio calcolati. Il problema dell’inquinamento del Golfo del Messico è ancora troppo attuale affinché i grandi investitori possano cominciare a fare i loro calcoli per scalare la Bp. Pechino quindi ha rimandato i suoi appetiti, attendendo (con la sua proverbiale pazienza) di vedere la sua preda con le casse effettivamente vuote.

Ora è il turno dei libici. Il Lybian Investment Authority (Lia), il fondo sovrano di Tripoli pilotato dalla famiglia Gheddafi, ha assunto un atteggiamento simile a quello di Pechino un mese fa. Con tutta la circospezione del caso, ha saggiato il terreno della City, cercando di capire i tempi di attesa e preventivando un calcolo di fattibilità della maxi-operazione. La Libia sta attraversando una congiuntura produttiva molto favorevole. Dopo lo sdoganamento dalle sanzioni Onu nel 2003, il suo Pil ha raggiunto risultati impareggiabili rispetto al resto del panorama africano. Il fatto che la crescita di questa prima metà del 2010 sia già del 4,6% rispetto al periodo precedente, e con un differenziale del +0,6% sul 2008, suggerisce che Tripoli abbia saputo incassare la crisi grazie alla forza che sta acquisendo nell’export degli idrocarburi. Questo fa pensare che il Lia abbia una liquidità tale da poterla distribuire. Risale sempre all’estate 2009 un’operazione politica fra Londra e Tripoli che aveva scosso l’animo dell’opinione pubblica britannica. Il rimpatrio in Libia del responsabile dell’attentato di Lockerbie del 1988, Mohammed al-Megrahi, aveva segnato la caduta definitiva del Governo Brown. In quei giorni era stata formulata l’ipotesi che il rientro di al-Megrahi a Tripoli celasse un do ut des in ambito petrolifero, in favore appunto della British petroleum, che è comunque presente nel Paese nordafricano dal 2007. Se il “teorema al-Megrahi” fosse giusto, la Libia avrebbe maggiori possibilità dei cinesi di conquistare Londra, senza che gli inglesi storcano troppo il naso.

Dopo l’incidente del Golfo del Messico, gli avvoltoi della finanza si sfidano per accaparrarsi i resti della compagnia

di mettere in pratica gli insegnamenti di Sua Santità: non violenza, compassione e preghiera. Noi auguriamo al nostro leader spirituale una vita lunga e in salute. Nel corso dell’anno, prenderemo delle misure per migliorare e proteggere l’ambiente, come ci insegna il buddismo: Sua Santità è molto vicino all’ecologia, e non c’è miglior modo per festeggiare il compleanno». Nonostante questi aspetti positivi, però, il governo cinese ha proibito ai tibetani di festeggiare il compleanno. Il popolo tibetano, infatti, non può augurare una lunga vita al Dalai Lama: persino esporre una sua fotografia può costare la galera.

Bangkok. Il governo guidato dal premier Abhisit Vejjajiva ha deciso di rimuovere le leggi speciali in cinque province – Si Sa Ket, Kalasin, Nan, Nakhon Sawan e Nakhon Pathos – perché, secondo quanto stabilito dal Consiglio per la sicurezza nazionale (Nsc), la situazione è “risolta”. Non si esclude una possibile reintroduzione del decreto se il movimento di opposizione United Front for Democracy against Dictatorship (UDD), vicino all’ex premier in esilio Thaksin Shinawatra, riprenderà le attività di protesta contro l’esecutivo.

L’allentamento parziale delle leggi speciali scontenta una parte dell’esecutivo, soprattutto nell’ala vicina al vice-premier Suthep Thaugsuban, che chiedeva l’estensione in tutte e 24 le province. Una posizione condivisa dal Cres (costituito in maggioranza da militari e poliziotti), fautore della linea dura verso le “camicie rosse”. Il premier Abhisit ha spiegato la politica della “rimozione graduale” dello stato di emergenza, partendo dalle aree che si considerano ormai sotto controllo. La protesta dei manifestanti anti-governativi è durata circa due mesi e ha paralizzato il distretto economico e finanziario della capitale.


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grandangolo Ritratto in chiaroscuro di una dinastia fondata sull’odore

Sarkozy, L’Oreal e il profumo del veleno di Francia La famiglia Bettencourt è nota alle cronache francesi dall’inizio del secolo scorso. Coinvolti in scandali legati alla Seconda guerra mondiale, e a una setta segreta di estrema destra, hanno influenzato la politica d’Oltralpe in maniera decisiva per molti decenni. Fino alle «menzogne» del presidente di Maurizio Stefanini

olitica, profumi e scandali. Una combinazione forse inconsueta per il resto del mondo, ma che per la Francia è abituale dai tempi di quel François Coty, in effetti nome d’arte del corso Joseph Marie François Spoturno, che è citato anche nella famosa canzone Balocchi e profumi, e che si definiva nel suo biglietto da visita “artista, industriale, tecnico, economista, finanziere, sociologo”. Fautore in profumeria di una sorta di rivoluzione democratica che mise alla portata di tutti quelle essenze in passato riservate solo alle aristocrazie, in politica era invece una nemico della democrazia da posizioni di estrema destra. Anche se Charls Maurras, cervello intellettuale dell’estrema destra francese, invece lo disprezzava come “plutocrate”.

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Ammiratore di Mussolini, proprietario del Figaro, senatore e sindaco di Ajaccio, fu anche uno dei leader del famoso tentativo di insurrezione delle destre del 6 febbraio 1934, anche se moprì poco dopo. E a quel punto il suo patrimonio fu annegato dai debiti che aveva fatto per finanziare le sue fissazioni ideologiche. Fu appunto il copione che si ripetè con Eugène Schueller: il figlio di un pasticcere parigino di ori-

gine alsaziana, laureato in chimica, che unendo genialità a un indefesso lavoro di promozione porta a porta lanciò nel 1909 una Società Francese per Tinture Inoffensive pr Capelli, destinata nel 1939 a prendere il nome di L’Oréal. Cioè, la società che oggi è la numero uno mondiale nel settore della cosmetica e della bellezza, con un fatturato pa-

Uno dei fondatori dell’azienda è stato più volte ministro: la vedova, ultima superstite, è al centro del giro di corruzione ri a 17,47 miliardi di euro e sparsi per il mondo oltre 67.000 dipendenti. Ma, come Coty, Schueller aveva la mania di reinvestire i suoi profitti nel finanziamento dell’estrema destra: in particolare della famigerata Cagoule, la società segreta cui si deve anche l’omicidio dei

fratelli Rosselli. Alla sede dell’Oréal si tenevano molte riunioni della setta, e nella Cagoule Schueller conoscerà André Bettancourt: un normanno figlio di un avvocato e discendente di un famoso navigatore. Entrambi dopo il 1940 si butteranno col collaborazionismo: Schueller fonda due movimenti filo-tedeschi, Bettancourt dirige un giornale trucemente antisemita. Ma nel 1943 Bettancourt passa con la Resistenza, e dopo la guerra si scoprirà che anche Schueller aveva aiutato ebrei e partigiani sotto banco.

Insomma, saranno tutti riabilitati. In mezzo però c’è anche un personaggio che si chiama François Mitterrand: anche lui militante della Cagoule; poi sergente catturato dai tedeschi nel 1940; poi evaso; poi collaborazionista e decorato da Pétain; poi importante dirigente della Resistenza; poi assieme a Bettancourt testimone per la riabilitazione di Schueller. Dopo di questa testimonianza Mitterrand diventerà direttore generale di una delle imprese del gruppo L’Oréal, anche se darà quasi subito le dimissioni, una volta eletto deputato. Bettancourt invece nel 1950 sposa la figlia unica di Schueller. Dopo di che, anche lui di-

venterà nel 1951 deputato: anche se col centro-destra degli Indipendenti Contadini, invece che con il centro-sinistra dell’Unione Democratica e Socialista della Resistenza di Mitterrand.

Mitterrand diventerà poi ministro, leader del Partito Socialista e presidente della repubblica. Bettencourt, che è morto nel 2007, sarà a sua volta più volte ministro, anche degli Esteri nel 1973; e diventerà vice-presidente del partito giscardiano. Ancora viva è invece la vedova di Bettencourt e dal 1957 erede di Schueller, Liliane Bettencourt, 88 anni, ci ha rimesso un po’ di soldi con Madoff, ma con un patrimonio di 22,9 miliardi di dollari è tuttora la seconda persona più ricca di Francia, e la diciassettesima al mondo. Quasi a compensare le sbandate antisemite di padre e marito, sua figlia Françoise ha invece sposato il nipote di un rabbino morto a Auschwitz, anche se poi malgrado il marito ebreo ha scritto vari testi di esegesi biblica da un punto di vista cattolico. Ma anche se François siede nello staff dirigente, è Liliane che controlla ancora direttamente il 27,5% del pacchetto azionario dell’Oréal. Un altro 26,4 è invece della Nestlé, un 3,9% del ministero del Teso-


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Iniziate ieri le riprese dell’ultima, segretissima fatica del regista: “Midnight Paris”

E intanto Carlà (in cerca di fortuna) debutta al cinema con Woody Allen di Pietro Salvatori ggi parleremo di Allan Stewart Konigsberg e di Carla Gilberti Bruni Tedeschi. Tranquilli, non ci avventureremo nei carteggi intricati di un oscuro filosofo tedesco del ‘700 con la sua amante: si tratta semplicemente del nome completo di quell’arzillo signore nato a New York settantaquattro primavere fa che passa alla storia con lo pseudonimo di Woody Allen e della splendida modella impalmata dal Primo Ministro francese Nicolas Sarkozy. Ma andiamo con ordine. Il primo è ebreo, dotato di un profondissimo senso dell’(auto)ironia, ateo professo, politicamente ondivago tendente liberal, inclinazione che ha preso l’abbrivio solo negli ultimi anni, quando ha iniziato a fare coming out a favore del Partito democratico. Il «ma non ho sempre votato così», un brodino per contentare i suoi (tanti) fan che non frequentano i salotti buoni della Grande Mela, è stato sommerso da un profluvio di dichiarazioni pro obamiane, dall’auspicio di “uscire dal Medioevo di Bush” alla ormai leggendaria: «Se Barack Obama non dovesse vincere sarebbe un’onta e un’umiliazione e sarebbe terribile per gli Stati Uniti. Sarebbe una cosa terribile se il popolo americano non si mobilitasse per votarlo. Lui rappresenta un grande passo avanti rispetto all’incompetenza e agli errori che abbiamo dovuto subire in questi anni». Dopo più di quaranta film, finalmente sappiamo che Allen, se non un democratico convinto, è rimasto affascinato, stregato, cotto al punto giusto dall’epica del nuovo messia: Barack Obama.

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ro francese e il resto è collocato sul mercato libero. Considerata una benefattrice per quella Bettencourt Schueller Foundation che ha creato e che assegna il Liliane Bettencourt Prize for Life Sciences al miglior ricercatore europeo sotto i 45 anni, nel 2001 le hanno pure dato la Legion d’Onore.

È dunque una bomba quando il 16 giugno scorso salta fuori l’affaire che verrà ribattezzato Woerth-Bettencourt: una faccenda romanzescamente rivelata dalle registrazioni clandestinamente effettuate tra aprile 2009 e maggio 2010 da un maggiordomo. In effet-

L’Eliseo respinge sdegnato le voci secondo cui circa 150mila euro sono passati di mano per la campagna elettorale dell’Ump ti è stata Françoise a mettersi d’accordo col maggiordomo, per porre fine al salasso di soldi che da Liliane si sta dirigendo verso il fotografo FrançoisMarie Banier: quasi un miliardo di euro che secondo la figlia sarebbero circonvenzione d’incapace, e secondo Banier invece regali liberamente concessi da una persona che malgrado l’età sarebbe perfettamente in grado di intendere e di volere. I 28 cd con le registrazioni vengono quindi trasmessi da Françoise alla polizia, in vista di un processo con l’obiettivo di fare interdire la madre. Ma dagli ascolti emergono anche forti sospetti di evasione fiscale, con un’intera isola delle Seychelles e due conti in Svizzera che sarebbero in possesso di Liliane senza essere mai

stati dichiarati. E anche la particolare posizione di Éric Woerth, dal 2007 al 2010 ministro del Bilancio e tesoriere del partito di Sarkozy Ump, poi dal marzo del 2010 ministro del Lavoro dello stesso Sarkozy, ha sua moglie Florence che è dipendente di Clymène: la società che gestisce la fortuna Bettencourt. Un dubbio è che Woerth abbia facilitato l’acquisto di un edificio, per permettere la costruzione di un auditorium André-Bettencourt in seno all’Institut de France. Un altro è che Florence sia stata assunta proprio su richiesta del marito, che era il massimo responsabile della lotta all’evasione fiscale, e che avrebbe dunque chiuso un occhio, e probabilmente tutti e due. Non solo: Woerth avrebbe ricevuto vari finanziamenti in denaro. E un bel po’ di soldi sarebbero finiti allo stesso Sarkozy, oltre a altri noti personaggi del centro-destra.

Éric Woerth ha detto il 18 giugno di non aver mai ricevuto da Liliane un soldo: ma poiché la data è la stessa della sconfitta della Francia calcistica col Messico oltre all’anniversario di Waterloo, l’impressione non è particolarmente trionfale. Florence Woerth dice a sua volta di aver appreso della frode fiscale “dalla stampa”, ma dà comunque le dimissoni dalla società Clymène. Liliane fa sapere il 21 giugno che sta regolarizzando la posizione dei beni di famiglia all’estero. Il maggiordomo registrato è peraltro finito dentro per violazione della vita provata, furto e falsa testimonianza, vome l’informatico che ha messo la registrazione su Cd. Il processo sul litigio tra Liliane e la figlia, che doveva iniziare il primo lugio, è stato rinviato sine due. E adesso Sarkozy è stato ulteriormente accusato di aver ricevuto da Liliane 150.000 euro in nero, con un’ex-contabile dei Bettencourt che parla di fondi neri fin dagli anni ’80, quando Sarkozy era sindaco di Neully. «Accuse totalmente false», dice il Presidente. Profumi, di veleno.

Ma allora, che c’entra Woody con Carla, moglie dell’ex (?) uomo nuovo della destra europea? È presto detto. Il 16 dicembre 2007 è stato infatti reso noto il fidanzamento di una delle modelle più avvenenti e snob d’oltralpe, Carla Bruni per l’appunto, con il piccolo squalo francese. La bella, d’italiche e più volte rinnegate origini, è stata impalmata il 2 ottobre dell’anno successivo, e da allora ha attirato su di sé il chiacchiericcio dei figli della Parigi bene, scatenati sul nuovo tailleur, sulle ballerine con la suola sottilissima per non far sfigurare il proprio uomo, sul cappellino ultima moda. Manna dal cielo per l’offuscato mito di Sarkò, occasione

troppo ghiotta di lasciarsi ammaliare per il senile Allen, che dopo aver fatto bingo con Match Point, ha pensato bene che bastasse qualche attore di richiamo ed un pò di sapore europeo per ridare slancio ad una carriera che procede(va) a singhiozzo. Il superfluo e didascalico Vicky Cristina Barcellona ne è l’ultimo, paradigmatico esempio.

Ma la lezione non sembra essere stata imparata. Chi di più inutile, pur assolvendo una funzione fondamentale per il non spigliatissimo marito, e didascalico, nel suo librarsi al di qua e al di là delle Alpi dispensando mezze verità da oracolo delfico, che non la Bruni. E allora a domanda di giornalista parigino in merito a una nuova eventuale musa ispiratrice, la risposta di Woody non poteva che essere: «Senza alcun dubbio, Carla Bruni! Sono sicuro che sarebbe meravigliosa. Ha carisma, e inoltre si esibisce come cantante, dunque non è estranea al palcoscenico. Sarebbe perfetta». Inizialmente prevista per un ruolo di primo piano, le accortezze della diplomazia hanno consigliato la Bruni ad accettare una piccola parte. «Non sono un’attrice ma è un’occasione davvero fantastica». Carla Bruni ha messo le mani avanti nell’annunciare la sua partecipazione al prossimo film di Woody Allen. «Mi ha chiesto di recitare: non so nemmeno che ruolo avrò ma ho detto sì - ha ammesso in televisione -. Magari dimostrerò di non avere alcun valore come attrice, ma non posso lasciarmi scappare questa opportunità. Faccio tutto un po’ alla cieca, altrimenti non farei nulla. Quando sarò nonna, vorrò poter dire di aver fatto un film con Woody Allen!». Ieri sono iniziate le riprese del film, Midnight Paris, che vedrà in scena oltre alla première dame anche Marion Cotillard e Owen Wilson, ma nessuno degli interpreti principali è stato visto sul set. Mistero ancora sulla trama, che pare sarà ambientata negli anni Venti, e sul ruolo che spetterà alla Bruni. Dopo Sarkozy, dunque, anche Allen ha avuto il suo sospirato “Sì”. Al Primo ministro francese il fascino italiano di Carlà proprio bene non ha portato. Allen starà incrociando le dita.


società

pagina 20 • 7 luglio 2010

Tra gli scaffali. La mini-enciclopedia culinaria di Manuela Vanni, pubblicata da Ponte alle Grazie, spiega anche come divertirsi davanti ai fornelli

L’uomo ha ciò che mangia “Fatto in casa”, manuale pratico per non sprecare gli avanzi di cibo e scoraggiare la merce usa e getta di Dianora Citi rima di parlare con Manuela Vanni non riuscivo a capire se ci fosse, e di conseguenza quale fosse, l’aspetto predominante nel suo libro Fatto in casa. Come produrre quello che mangiamo (Ponte alle Grazie, pp. 370 più Sommario, euro 18). Ero curiosa di sapere se nello scrivere questa “mini enciclopedia” di cucina ci fosse stata una prospettiva che, più di altre, le avesse dato l’impulso. Forse un elemento saldato con l’economia? Il senso del risparmio, insegnare a utilizzare, quando c’è, il surplus del cibo. Un dato legato all’inquinamento? Educare a non comprare confezioni “usa e getta”, contribuendo alla riduzione dell’abuso di materie plastiche. Un’informazione collegata alla salute? Indirizzare alla preparazione e conservazione in prima persona del “proprio” cibo, per poterne controllare meglio la buona qualità. Un’esperienza, meno

P

primi semplici racconti per bambini con protagonista Gabo, il cuoco di Prebilandia, c’è la voglia di comunicare la gioia e la bellezza di inventarsi un modo diverso e attraente per stare insieme.

Quante amicizie e quanti amori sono nati ai fornelli (basterebbe leggere, uno per tutti, Il club delle ricette segrete, di Andrea Israel e Nancy Garfinkel, recentemente uscito per l’editore Garzanti). Ponendole una domanda sul problema “tempo”, inteso come spazio necessario a realizzare l’una o l’altra ricetta in un mondo e in una società così freneticamente presi dalla mancanza di istanti liberi, la Vanni ha risposto con un buon senso disarmante: «Basterebbe, in famiglia, qualche sera, non accendere la televisione e mettersi tutti in cucina, chi a

che particolari, come le ricette per produrre la birra in casa o fare il pane con la pasta madre o la pasta acida), ad amici e chef di ristoranti, con i quali mi intrattenevo con mia e loro soddisfazione». La seconda coincidenza è stato quella di trovare un editore con un orto, un orto molto “generoso”, con una grande sovrabbondanza di prodotti. «Sapendo della mia passione per la cucina un giorno mi ha chiesto se potevo dargli un’idea su cosa fare della pro-

È da poco uscito in libreria il nuovo libro di Manuela Vanni “Fatto in casa. Come produrre quello che mangiamo” (in basso a destra), una sorta di minienciclopedia culinaria ricca di consigli su come riutilizzare il surplus di cibo, evitando gli sprechi

Nel volume c’è di tutto: dalle ricette alla narrazione storica sulle diverse forme di conservazione degli alimenti a disposizione “nobile” ma da non trascurare, legata al “palato”? Alla genuinità e alla freschezza sono in genere connessi un sapore e un gusto migliori. Per caso, piuttosto, una qualche forma legata al “sociale”? Numerose “signore”, padrone di casa che ricevono e fanno vita di società, hanno bisogno di sempre nuove ricette home made da offrire agli ospiti. Mi chiedevo pure, se invece, sotto sotto, non ci fosse stata la voglia di rivalutare la figura della nonna “che aveva lasciato tante ricette in quel suo quaderno tutto macchiato...”.

I miei argomenti erano tutti validi. Parola dell’autrice. Ma ne mancava uno, forse il più “bello”: «Cucinare è divertirsi, da soli o con amici e parenti. È piacevole passare il tempo insieme a qualcuno, condividere una passione e “creare” materialmente ciò che poi sarà gustato in compagnia». Queste le prime parole illuminanti di Manuela Vanni. Alla base di ogni suo libro di cucina, fin dai

fare una cosa chi un’altra. Praticamente tutte le ricette sono realizzabili in una serata, nell’arco di tempo di un film o un telefilm. Se qualche ricetta necessita di una maggiore durata nella realizzazione è perché spesso vi è la parte riguardante l’essiccazione, ma quella va da sola». Il libro, ci dice l’autrice, è nato dal fortuito e fortunato incontro di due coincidenze. La prima: «Tempo fa per lavoro (un’attività indipendente dalla cucina) sono stata in Bielorussia. Lì, dal punto di vista culinario, è come fare un tuffo nel passato: la preparazione della maggior parte dei prodotti, che da noi troviamo già pronti al supermercato, è ancora artigianale. La passata di pomodoro, il burro, la marmellata, lo yogurth, le conserve, i dadi per insaporire. La signora presso cui abitavo mi ha fornito molte ricette. Poi, tornata a Milano, mi è venuta la curiosità e ne ho chieste altre (an-

duzione di frutta e ortaggi in surplus. Ho allora riflettuto che tutti, quando al mercato trovano i prodotti di stagione a buon prezzo, vorrebbero poterli conservare in modo sano e corretto. E poi, chi sa cosa fare di un eccesso di latte senza buttarlo?». Ho detto “mini-enciclopedia” perché in effetti è molto di più di un semplice libro di cucina. Se mi potesse essere perdonato il paragone “datato”, Fatto in casa è come il manuale delle Giovani Marmotte: vi si trovano le risposte a tutto e c’è di tutto. Dalle ricette vere e proprie alla narrazione storica sulle varie forme di conservazione de-

gli alimenti (gli affreschi etruschi mostrano il cibo conservato sotto il grasso, oggi si pensa alla conservazione con l’irraggiamento). Dalle spiegazioni dei “perché” (perché un prodotto preferisce quel dato tipo di cottura o conservazione? Quando e perché i microrganismi decompositori sono nocivi o utili all’uomo?) ai consigli “saggi” («forse non lo sapete, ma imparare a fare le cose in casa rivoluzionerà la vostra vita»). Dalla rivelazione di semplici “trucchi” (prima di accingervi a realizzare una ricetta, abbiate ben presenti tempi e strumenti necessari per la pre-

parazione) a una bibliografia e utilissima webgrafia. Dalla guida all’acquisto (imparare a leggere le etichette, capire che «non sempre le migliori materie prime sono le più belle a vedersi») alle citazioni dotte delle opere di maestri cucinieri come don Ippolito Cavalcanti e il suo trattato sulla Cucina teorico pratica (circa 1839). D’altronde Manuela Vanni non è nuova alle incursioni storiche nel campo culinario. Nel 2003 (fino al 2006) aveva gestito a Milano un ristorante “rinascimentale”, dove riproponeva fedelmente le ricette del grande cuoco ticinese Martino de’ Rossi o de’ Rubeis. Vorrei aprire una breve parentesi ricordando che Mastro Martino fu l’autore del Libro de Arte Coquinaria (scritto probabilmente a Roma, dove era al servizio del Patriarca di Aquileia, verso il 1465), primo vero manuale di cucina, caposaldo della letteratura gastronomica italiana, testimone del passaggio dalla cucina medievale a quella rinascimentale.

Molte sue ricette sono giunte fino a noi grazie alla trascrizione in latino fatta da Bartolomeo Sacchi, il Platina, nel suo De honesta voluptade et valetudine, opera nella quale elogia colui che definisce «il principe dei cuochi». «Nel mio ristorante», diceva la Vanni, «non entra-


società

7 luglio 2010 • pagina 21

“Perché mangiamo troppo e come fare per smetterla” di David A. Kessler

Come evitare di servire in tavola l’obesità

Dagli Stati Uniti, arriva un prezioso saggio che educa il lettore a una sempre corretta alimentazione i fronte a una buona “tavola”non si resiste. Anche se non abbiamo fame, mangiamo. Mangiamo più di quanto il nostro fisico e le sue necessità ci richiedano. Se poi siamo in compagnia non se ne parla. Talvolta, come per porsi delle limitazioni (ma anche credendoci davvero), si dichiara di voler mangiare solo cibo biologico. Eh beh, sì, ci convinciamo, mangiamo tanto, ma almeno sano e genuino. Da questo ne nascono una serie infinita di attività collaterali. Una ricerca spasmodica nei supermercati di “coltivato biologico”.

D

va niente, escluso il caffè, di ciò che era arrivato in Europa dopo il 1492», niente che provenisse dalle Nuove Indie di Colombo. Niente patate, niente mais, manioca, noccioline, girasole, zucca, cacao, vaniglia, fagioli, peperoncino. Anche niente pomodoro. Con il senno di poi, possiamo dire che questa “assenza” è stata per secoli, fu allora e sarebbe ora un gran peccato. David Gentilcore, canadese, professore di storia moderna e storia della medicina all’Università di Leicester, nonché professore, in Italia, all’Università di Scienze Gastronomiche, ha recentemente scritto un notevole atto di “vassallaggio” al concetto della “pomodorizzazione” dell’alimentazione globale con il libro La purpurea meraviglia (Garzanti, pp. 270, euro 13.00). Il saggio inizia con il racconto dell’arrivo di quei “pomi d’oro”alla corte dei Medici: è il 31 ottobre 1548. Di poco precedente era stato l’esordio in Europa dopo la conquista spagnola del Messico. Sono passati più di 200 anni prima che il frutto entrasse nelle abitudini degli italiani, sia nella coltivazione sia nel consumo. Il Lycopersicon Galeni, “pesca selvatica di Galeno”, come a metà del ‘500 lo definì il botanico Pietro Antonio Michiel, a lungo è stato considerato solo una varietà della famiglia delle So-

lanacee, un tipo di melanzana (“mela insana”), confuso con il tomatillo azteco (“tomatl”), definito per il suo aspetto interiore «orribile e osceno, venereo e lascivo» (così Francisco Hernandes ai primi del ‘600) poma amoris (da qui a lungo in Francia pomme d’amour e in inglese love apple).

Che farsene del frutto di una pianta che poteva essere tossico (in effetti la pianta, escluso il pomo, se consumata cruda è tossica), a quei tempi privo di profumo o aroma suoi propri, incapace di saziare (qualità fondamentale per una società contadina)? A questa prima fase di studio botanico ne seguì una agricola di coltivazione «a scopo alimentare su scala limitata», cui si accodò quella industriale. Nel Vincenzo 1773 Corrado scrisse il suo Cuoco galante. Il pomodoro entra ufficialmente nella dieta italiana, pur ancora abbastanza di élite. Il proseguimento della storia dell’ormai indispensabile ingrediente della cucina “mediterranea” tocca infiniti ambiti, da medico-dietetici ad economici. Credo che anche Manuela Vanni, che tante pagine dedica nel suo “manuale” al pomodoro e alla sua corretta conservazione sarebbe d’accordo con Gentilcore: «Senza questo ortaggio il mondo sarebbe molto più triste».

Un proliferare di negozi e distribuzioni biologiche. Riconversioni di coltivazioni e campagne al vecchio concime, quello vero. Giusto. Un aiuto anche per l’economia. E nel futuro staremo ancora più attenti per le conseguenze delle polveri dell’innominabile vulcano islandese o della possibile contaminazione nel nostro chiuso Mediterraneo dell’onda nera della BP. Su questo ci stiamo globalizzando, tutti senza distinzione. Per il rapporto con il cibo, invece, non vale il vecchio detto “tutto il mondo è paese”. Infatti, se da un lato la ricerca e la tendenza al biologico la possiamo considerare ormai universalmente acquisita, non è così per il rapporto quantitativo individuo-cibo ingerito. Accanto a situazioni di grave denutrizione (come nei Paesi africani o indiani e oltre) si pongono, soprattutto in America ma ormai anche in Europa, immagini e situazioni di sempre maggiore obesità. Le organizzazioni salutiste lanciano allarmi specialmente per quanto riguarda l’infanzia, i giovani e gli adolescenti che sviluppano adesso una obesità che tra qualche decina di anni si tramuterà in un danno economico: lo scorretto rapporto grasso-muscoli induce a malattie “sociali” che peseranno economicamente su tutta la società. L’America, all’avanguardia anche in questo, ha tentato e sta tentando di tutto per salvare “la vita” a chi non sa

mangiare (e, in prospettiva, le casse delle assistenze pubbliche e private), andando anche contro le varie multinazionali degli alimenti “spazzatura”. L’ultima crociata intrapresa dall’America salutista è la guerra al sale. Al di là dei corretti (scientificamente e medicalmente) dubbi sulla panacea prospettata nella riduzione del 25% in assoluto del sale su tutti gli alimenti, vorrei però far presente che questa guerra (da cui non sapremo se i vincitori saranno veramente gli uomini o chi altro) non è altro che un punto di vista di quella che si cerca di insegnare come la nuova e vera prospettiva dalla quale guardare al cibo e al modo di gustarlo. È da poco uscito un interessante volume di David A. Kessler (Perché mangiamo troppo e come fare per smetterla, Garzanti) che affronta la problematica del “troppo cibo” con uno sguardo auto-riflessivo. Del volume viene detto essere la “Bibbia di Michelle Obama”: in effetti la first lady è considerata una paladina delle campagne contro i grassi transgenici, l’obesità e la ricerca di una corretta alimentazione. Basta sfogliare l’indice per capire che la tecnica di “guerra” alimentare si sta spostando dagli oggetti (sale, grassi, patatine, noccioline, ecc. ecc.) ai soggetti (coloro che aprono la bocca e ingurgitano).

Il volume, che attacca i grassi transgenici, viene definita come la «Bibbia di Michelle Obama»

Kessler, con l’aiuto di una infinta serie di esperti medici, biologi, farmacologi, dietologi, nutrizionisti, ma soprattutto psichiatri, psicologi, clinici (la sola lista dei loro nomi corredati dal titolo accademico occupa 8 pagine), costruisce una serie di “ragionamenti”, da usare come base per un training autogeno, tesi a far emergere in noi quali sono i veri motivi della nostra ingestione di cibo senza requie. E a farci fermare. Con autonoma coscienza. Perché mangiamo troppo, è vero, mangiamo con gli occhi e con la mente, apriamo la bocca e inghiottiamo. Ma per il nostro corpo e il nostro stomaco o per la nostra mente? (d.c.)


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g L’IMMAGINE

L’antidoto alle sciocchezze è incominciare a lavorare In un momento in cui il Meridione dovrebbe richiedere a gran voce amicizia e solidarietà, lascia attoniti l’attacco alla Lega e al suo federalismo da parte di un gruppo di sedicenti giovani meridionalisti in cerca di rinascita. Come si può chiedere, e lo chiedo a “Insieme per la rinascita”di acquistare soltanto prodotti realizzati da imprese del Sud per ’arginare le ricadute del federalismo fiscale’ nelle regioni del Mezzogiorno? Mi chiedo che senso abbia attaccare il federalismo, l’unica speranza che il Meridione ha per un futuro in cui non sia costretto a chiedere aiuto ad altri per la propria sopravvivenza quotidiana. Quando si parla di sprechi delle amministrazioni leghiste bisogna essere informati. Se fosse vero che secondo questo gruppo di autolesionisti non sarebbero graditi i leghisti che scelgono di trascorrere le proprie vacanze nel Sud, bisognerebbe informarne gli operatori turistici meridionali, che da sempre fondano una cospicua parte della loro economia sui lavoratori del Nord che scelgono le località del nostro Mezzogiorno. Prima di dare fiato a queste struggenti sciocchezze, bisogna essere in grado di leggere i bilanci ampiamente deficitarii delle amministrazioni del Mezzogiorno e, con onestà, assumersi le proprie responsabilità.

Un sostenitore del Sud

DOMANDE INDISCRETE

CROCIFISSO: SI DECIDA PER LA LIBERTÀ

Nella manovra economica si parla di meno tagli alle Regioni virtuose. Ma quali sono i criteri per stabilire quali sono le Regioni virtuose? Ai fini della classificazione è stato anche tenuto conto delle 178 sedi all’estero? Quanto ci costano le sedi all’estero delle Regioni? Quale ritorno economico producono? Nel momento in cui si chiedono sacrifici, che colpiscono in modo maggiore le classi più deboli, e cioè quelli a reddito fisso, non sarebbe bene rivedere tutti i criteri della spesa pubblica? Per la presidente della Confindustria la recessione economica è terminata. Ma per chi? Non certo per i disoccupati che hanno raggiunto un’alta percentuale, né per i cassa integrati e nemmeno per i precari. Quale valore e durata ha una ripresa economica che non produce posti di lavoro?

Decidiamo per la libertà, per la tutela e il rispetto della nostra identità cristiana. Ancora una volta, il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha indicato la giusta direzione: la laicità dell’Europa non deve calpestare identità e comune sentire di alcuni territori. Da nessuna aula né ufficio pubblico deve essere tolto il crocifisso. L’intera tradizione europea è costruita anche su questo simbolo.

Luigi Celebre

Chiara De Domenico

FEDERALISMO E AUTONOMIA SINONIMO DI RESPONSABILITÀ In una fase così delicata della vita sociale ed economica, le Regioni devono diventare parte attiva di un dialogo proficuo e costante con il governo, per individuare soluzioni strutturali che vengano incontro alle esigenze del Paese tagliando tutti gli

Armiamoci e... danziamo! Serrano le fila, si dispongono uno accanto all’altro con il volto truccato, lo sguardo fisso verso il nemico. E, quando tutto è pronto… cominciano a ballare: i guerrieri Kunga, qui fotografati al Singsing di Mount Hagen, in Papua Nuova Guinea, risolvono così, danzando e cantando, le piccole divergenze con le tribù vicine

sprechi, senza penalizzare però quelle realtà e quei territori che si sono sempre dimostrati virtuosi, e ragionando invece su una equa ripartizione dei sacrifici. Sono convinto che federalismo e autonomia siano sinonimo di responsabilità. E sono l’unica risposta duratura all’esigenza di rigore e di razionalizzazione nella gestione delle risorse, condizione imprescindibile per qualsiasi strategia di crescita dei territori e del Paese intero.

Luciano Pivotta

COBAS LATTE Quote latte: sospendere la scadenza della prima rata delle multe e lasciare che i carabinieri completino l’indagine. Al comando Carabinieri Politiche Agricole e Alimentari non tornano i conti sulla produzione di latte in Italia, che sulla base di analisi su dati dell’anagrafe bovina e dei libri genealogici potrebbe non aver mai superata la quota produttiva assegnata al nostro Paese. Lasciamo che i carabinieri sbroglino la matassa.

L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

Lettera firmata

da ”Ynet news” del 06/07/10

Rock the Casbah a Hebron a routine e la tensione dei pattugliamenti possono giocare brutti scherzi. Dopo ogni angolo, ai bordi di una strada, dietro una finestra, nel cofano di un’auto può nascondersi il pericolo: un cecchino, un ordigno improvvisato, un’imboscata. Ogni respiro può essere l’ultimo, ogni sguardo diventare rivelatore di una minaccia. Chi è costretto a metabolizzare quotidianamente questo genere di tensione usa molti metodi per esorcizzare la morte. Così sembra essere successo anche a sei militari dell’Israel defence force (Idf), meglio noto come Tsahal, durante una missione a Hebron.

L

Sulle note di Tik Tok, il pezzo del debutto della cantante Kesha nel 2009, hanno improvvisato qualcosa che di operativo aveva ben poco e che sicuramente non si trova sui manuali dell’esercito. Immaginate Rock the Casbah dei Clash, un pezzo piuttosto famoso degli anni Ottanta, se venisse suonato e ballato nel cuore di un abitato di Hezbolland nel Sud del Libano. Qualcuno potrebbe anche non prederla benissimo. Soprattutto per il testo: «Sharia don’t like it, rock the Casbah…». E infatti il titolo originale del video era Israeli soldiers rock the Casbah in Hebron. Nulla da eccepire se un gruppo di giovani soldati si regalano 30 secondi di amenità all’interno di un lavoro stressante. Il problema nasce dal fatto che si sono fatti riprendere e che il filmato è finito nella rete di YouTube. Nel video si vede l’ingresso della pattuglia in una strada deserta di He-

di Ehud Kenan

bron. Il gruppo si muove con circospezione come previsto ed esegue le procedure del caso: armi puntate, ricognizione visiva, accucciamento per valutazione scenario, ricezione ordini dal capo plotone. Poi lentamente, guardandosi sempre intorno, riprendono il cammino. Improvvisamente si dividono in tre coppie e comincia il balletto sulle note di Kesha, con tanto di fucili automatici, giubotti antiproietille ed equipaggiamento che ballonzolano a tempo di musica.

Non vi aspettate di vedere il crip walk dell’hiphop, ma viste le pesanti bardature dei militari è da notare una certa scioltezza nei movimenti. Pochi

secondi naturalmente, poi gli uomini in divisa riprendono subito le posizioni di guardia e l’assetto operativo. L’effetto è a dir poco surreale e richiama quello dei campi di girasoli del film Lebanon. Un ”fuori contesto”che rende più reale l’assurdità della situazione, la violenza dei conflitti, la giovane età di quei soldati, la voglia di normalità per tutti, anche di chi «occupa» come protestano i palestinesi e chi si «difende» come ribattono gli israeliani.

Ma le conseguenze potrebbero essere pesanti per i sei militari che ora rischiano delle sanzioni disciplinari. Lunedì, il video è stato tolto dal sito originale, ma ormai era diventato un viral della rete che lo aveva ripreso su centinaia di blog e siti. Tanto che alcuni giornali hanno contattato l’ufficio stampa dell’Idf. Adesso altri utenti di YouTube l’hanno ripubblicato, però con un fine differente rispetto a quello originario. Ora il titolo è «Facile ridere sull’occupazione quando sei tu a farla». E si comprende come ora sia chi vive dall’altra parte della barricata, a Ramallah, a voler sottolineare una situazione di disagio. Comunque le performance tipo karaoke in mimetica sembrano ormai un genere diffuso e molto popolare sulla rete. Recentemente era girato, sempre sul circuito di YouTube, un filmato di un militare americano, in Afghanistan, che si esibiva in un pezzo di Lady Gaga. Sono ragazzi, in fondo, anche se con un arma in arma in mano e un dito sul grilletto.


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog

dai circoli liberal

LE VERITÀ NASCOSTE

Malaysia, in azione i baywatch dell’islam KUALA LUMPUR. Scordatevi i costumini succinti e le lunghe corse con i capelli al vento. Le squadre della pubblica sicurezza in azione sulle spiagge della Malaysia non hanno nulla di tutto questo. Attaccano non gli squali, ma il sesso: una media di dieci coppie al giorno viene scoperta in atteggiamenti intimi“proibiti”lungo le spiagge dello stato di Terengganu, nel nordest della Malaysia, dove sono in azione vere e proprie “squadre contro il vizio”. Lo rivelano i “volontari”di queste squadre, tutti civili impiegati a far rispettare la legge islamica che proibisce rapporti intimi tra coppie non sposate. Uno dei volontari ha rivelato di aver scoperto circa 1.200 coppie negli ultimi sei anni. «Per le coppie non mu-

sulmane quello che possiamo fare è informarli sulle implicazioni delle loro azioni, ma le coppie musulmane vengono portate in tribunale», ha detto l’uomo, che ha chiesto il rispetto dell’anonimato. La Malaysia applica un ’duplice sistema legale e la shari’a è la legge fondamentale per i cittadini musulmani, che rappresentano il 60% dei circa 28 milioni di abitanti. Il mancato rispetto della legge islamica può costare fino a due anni di prigione. Come a Terengganu anche in altri stati della federazione, soprattutto a Kalentan e Selangor, sono in azione i “volontari contro il vizio”. Per gli osservatori tutto rientra nel

ACCADDE OGGI

MALAGROTTA: VERIFICHE SULLA PRESENZA SCORIE INQUINANTI La denuncia riguardo al cumulo di materiale “non identificato” su una collina nel perimetro della discarica di Malagrotta preoccupa me e spero anche altri. Mi preoccupa la leggerezza con cui la Polverini ed Alemanno parlano della più grande discarica europea, da anni al collasso. Un altro anno di attività per Malagrotta, secondo il sindaco di Roma, non sarà un grande problema. Ma non la pensano così i comitati di zona, da anni impegnati per salvaguardare un territorio interessato da altissima criticità ambientale, che oggi lanciano un nuovo allarme: quel cumulo di rifiuti che si sta stratificando su una collina ben visibile e vicina alla discarica, è per caso il “sito”di destinazione delle scorie altamente inquinanti prodotte dall’inceneritore romano? E se così non fosse, dove vanno a finire queste scorie? Chiedo all’assessore regionale all’ambiente, alla presidente Polverini ed al sindaco Alemanno di verificare quanto denunciato dei comitati di quartiere e di non sottovalutare il livello di intolleranza crescente dei cittadini rispetto alla discarica.

Fabio Nobile

TARIFFE ELETTRICHE “VERDI” SOLO SULLA CARTA Si parla da anni di tariffe elettriche “verdi”. Un pressing pubblicitario sempre più incalzante rivolto ai consumatori che pensano di sottoscrivere contratti per la fornitura di energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili. In realtà si tratta solo di un’operazione di carattere commer-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

7 luglio 1978 Genova: il vicedirettore dell’Intersind Fausto Gasparino è ferito con 4 colpi di pistola da due esponenti delle Brigate Rosse 1979 Il giornalista Pino Nicotri è scarcerato per mancanza di prove. Era in carcere in quanto sospettato di implicazione nell’assassinio di Aldo Moro 1983 Samantha Smith, una studentessa Statunitense, vola in Unione Sovietica su invito del Premier Yuri Andropov 1990 Italia Inghilterra 2-1. Terzo e quarto posto ai Mondiali 1991 L’Accordo di Brioni pone fine a dieci giorni di guerra d’indipendenza in Slovenia 1994 Aden viene occupata dalle truppe dello Yemen del Nord 1999 Il podista marocchino Hicham El Guerrouj stabilisce il nuovo record mondiale sul miglio allo Stadio Olimpico di Roma: 3m 44.39s 2001 Muore Tony Pagot, il fumettista, creatore del pulcino nero Calimero

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

trend che ha visto la“tollerante”e multi-religiosa Malaysia scivolare verso valori islamici più radicali, soprattutto dopo le elezioni del 2008 quando la coalizione di governo, la Barisan Nasional (Bn), ha perso terreno a favore di un’alleanza multietnica e multireligiosa. In ogni caso, niente costumini succinti e corse sulle spiagge: qui si rischia grosso.

ciale, che non incide sull’aumento della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. I sottoscrittori di tariffe verdi utilizzano la stessa energia che utilizzano gli altri. Solo un quinto dell’elettricità prodotta deriva da fonti alternative, e non esistono garanzie sufficienti che attestino con certezza l’origine da fonti rinnovabili dell’energia venduta. Da tempo in bolletta tutti contribuiscono al finanziamento della produzione di energia da fonti rinnovabili: il 4,5% di quello che paghiamo contribuisce ad incentivare gli investimenti nel settore. Le tariffe verdi potranno considerarsi veramente tali solo il giorno in cui impegneranno gli operatori ad aumentare ulteriormente gli investimenti nella produzione di energia rinnovabile e a stimolare azioni concrete di riduzione dei consumi.

Altroconsumo

IL DUBAI SALUTA LO “SPUMANTE” SENZ’ALCOL Il Dubai brinda all’agroalimentare veneto con “Isabella Ice”, bevanda spumante senz’alcol ottenuta dall’uva Glera, ideata, brevettata e realizzata da un’impresa agricola della sinistra Piavea. Il nuovo prodotto ha infatti trovato aperta la porta nei ricchi mercati degli Emirati Arabi. Questa nuova formula del bere sarà ora proposta al mercato e sarà capace di attirare l’attenzione non solo da personalità di alto livello nel campo della politica e del mondo economico, ma anche culturali, dello sport, della moda, e contribuirà inoltre alla campagna contro l’alcol nel Dubai e negli Emirati Arabi Uniti.

Anselma Dell’Olio, Alex Di Gregorio Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Roberto Genovesi, Aldo G. Ricci,

Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni)

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APPUNTAMENTI LUGLIO VENERDÌ 16 - ORE 11 - ROMA PALAZZO FERRAJOLI

Consiglio Nazionale Circoli liberal “Liberal… verso il Partito della Nazione”

Vincenzo Eccelso

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L’ITALIA È COME LA GRECIA? Abbiamo seguito in questi ultimi mesi, la vicenda del grande “buco nero” nei conti pubblici greci, sapendo che da un lato abbiamo anche noi italiani un bel debito pubblico sulle spalle, e di contro avevamo e abbiamo un ministro come Giulio Tremonti che mai avrebbe permesso una tragica fine della nostra economia pubblica. Una situazione, quella greca, che è esplosa all’improvviso, poiché il governo ellenico è riuscito, nel tempo, a presentare un bilancio alla Comunità europea mistificato, cioè non veritiero, falso e, pertanto, la situazione si è protratta per anni fino a quando non si è più potuto tacere. La stessa popolazione greca ha manifestato malcontento quando si sono registrati timidi tentativi di porre un freno alla spesa pubblica, e lo ha dimostrato in cabina elettorale bocciando il governo in carica, e promuovendo chi ha fatto promesse che alla fine non si sarebbero potute mantenere. È stato così che il presidente Papandreu ha dovuto dichiarare “bancarotta” e chiedere l’intervento dei Paesi membri dell’Unione europea per un “salvataggio” in extremis. Ora il nostro Paese, come detto, ha un elevato deficit pubblico, e dopo aver superato la crisi finanziaria internazionale senza troppe difficoltà a causa del forte risparmio privato e a causa della forza dei nostri istituti bancari, sembra temere le ripercussioni che possano giungere dalla vicina Grecia. Per di più, come sottolineato da alcuni autorevoli quotidiani europei, la situazione italiana potrebbe essere configurata nella maniera che più piace all’on. Bossi e compagni e, cioè, in un’Italia divisa in due parti, dove quella meridionale rappresenta una specie di Grecia “interna”. Per scongiurare che il nostro Paese non finisca come la Grecia, la Spagna e il Portogallo, che sono state sostanzialmente commissariate, c’è bisogno di una piena collaborazione di tutte le forze politiche al fine di favorire manovre di governo che tendano al risanamento dei conti pubblici. Politiche orientate in questa direzione allontanerebbero le preoccupazioni relative ad ingerenze da parte della Unione europea e avrebbero anche il fine di sostenere con maggiore forza l’unità nazionale con buona pace di tutti, soprattutto dei padani. Francesco Facchini P R E S I D E N T E CI R C O L I LI B E R A L PR O V I N C I A D I BA R I

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ULTIMAPAGINA Arte. La celebre Sotheby’s lancia un pacchetto da 161 milioni di dollari

I tesori di Lady D e dei Medici da ieri disponibili di Giovanni Radini la fine di un mito. La messa all’asta da Christie’s e Sotheby’s della collezione d’arte privata della Famiglia Spencer, per un ammontare complessivo di 161 milioni di dollari, segna un’altra pagina grigia per il ramo materno degli eredi al trono di San Giacomo. Prima che Diana Spencer convolasse alle fallimentari nozze con Carlo Principe di Galles, la sua famiglia di origine era celebre tra i blasonati del Regno Unito per la loro inestimabile collezione di opere d’arte. Alcune derivanti persino dal palazzo dei Medici di Firenze. Un lavoro di raccolta e di catalogazione avviato dal Primo conte Spencer, John, nominato Pari d’Inghilterra nel 1765 e proseguito dai suoi discendenti. In questi oltre due secoli, i nove detentori del titolo ducale sono riusciti ad accumulare una pregevole serie di capolavori della pittura rinascimentale, barocca e contemporanea. Tele di Peter Paul Rubens, del nostro Guercino, oppure del tedesco Georg Pencz, ma anche alcune incisioni di Giovanni Bellini. Questi sono solo alcuni esempi della raffinatezza di gusti e del mecenatismo degli Spencer. Nel dettaglio, la residenza londinese della famiglia, ma soprattutto il Castello di Althorp, nel Northhamptonshire, custodiscono un ritratto dell’Imperatore Carlo V d’Asburgo,attribuito senza dubbio al pittore fiammingo, un “Re David” firmato dall’artista veneziano e una serie di altre tele di finissima fattura.

È

Questi i masterpieces che hanno ornato per duecento anni la quadreria degli Spencer ad Althorp. Ma non si possono dimenticare gli immaginifici lavori di luci e sfumature firmati da William Turner, per venire a scuole più recenti, fino a giungere agli Impressionisti. Come ulteriore corredo vanno segnalati i mobili francesi, le porcellane cinesi (stimate circa 20 milioni di euro) e una collezione di carrozze, fra cui quella che re Edoardo VII utilizzò per la cerimonia della sua incoronazione nel 1901. Christie’s e Sotheby’s sono state incaricate di valutare la collezione e di proporla al mercato artistico internazionale. Stando al consulente del settore, l’olandese Johan Bosch van Rosenthal, il mercato è in questo momento sostanzialmente favorevole per chi vuole comprare. Questo significa che gli Spencer non possono sperare di “fare cassa”. Nel biennio 20082009, i prezzi dei capolavori d’arte moderna-contemporanea sono scesi mediamente del 16% circa. Le possibilità di acquisto della collezione sono più che elevate. «Tuttavia, il problema è che questa andrà con molte probabilità tristemente dispersa tra vari acquirenti e cadrà miseramente nelle mani di chi ha le sì poten-

zialità economiche per comprare, ma è privo della sensibilità estetica per apprezzare il singolo capolavoro». Con queste dichiarazioni rilasciate all’Agenzia Bloomberg, il critico olandese - consulente della stessa Christie’s - ha fatto una riflessione sostanzialmente morale per quanto riguarda la frammentazione di cui sono vittime le raccolte artistiche possedute dalle case aristocratiche d’Europa. Molte di queste opere non hanno solo un valore economico e artistico, ma sono anche legate ad avvenimenti storici ben precisi della Gran Bretagna. Un esempio per tutti è la tela di Turner, “Roma - Campo Vaccino”, dipinta nel 1839 e battuta all’asta la prima volta nel 1878. L’opera fu regalata al Quinto Conte di Resebery, futuro

Primo ministro, in occasione del suo matrimonio con Hannah Rothschild. È molto probabile che il quadro, tornando oggetto dei colpi di maglio della casa d’asta londinese, lasci per sempre l’Inghilterra. Se ne andrà così una testimonianza estetica della storia nazionale, per finire appesa alla parete di chissà quale magnate assolutamente disinteressato alle preziosità dell’opera e solo avido di ostentare con essa il proprio benessere. È la caratteristi-

all’ASTA ca dei Mecenati del Terzo millennio: incompetenti in materia artistica, ma tanto danarosi da dominare il mercato delle opere d’arte. Qual famiglia nobile d’Europa, oggi come oggi, può permettersi di snobbare un’offerta di 160 milioni di euro? È il lento tramonto della famiglia Spencer. Dopo la tragica morte di Lady D, il fratello Charles, Nono Duca di Spencer e Visconte di Althorp, aveva cercato di trasformare il castello di famiglia in un sacrario della sorella. Vista la stretta parentela con i Windsor, l’operazione fu interpretata come un tentativo di strumentalizzazione di Diana defunta, alle spalle dei figli William e Harry. Il mausoleo dove oggi riposa la madre dell’erede al trono britannico fu, solo per alcuni mesi successivi alla scomparsa della principessa, meta di laico pellegrinaggio. Poi il Regno Unito si dimenticò della sua icona glamour degli anni Ottanta e Novanta, Lady D. I progetti di arricchimento da parte di Charles Spencer rimasero inevasi. Oggi, affinché la memoria della “cara estinta” resti viva nei cuori degli inglesi la famiglia ha deciso di rinunciare al suo patrimonio artistico, simbolo di velleità remote e caducità odierne. L’operazione però impedisce agli Spencer di accettare che Lady D è stata una cometa nella storia della Gran Bretagna della quale i sudditi si sono ormai dimenticati.

Fra i capolavori che la famiglia Spencer ha affidato ai banditori ci sono opere di Turner, Rubens e Guercino. Alcune di queste campeggiavano sulle pareti del palazzo mediceo di Firenze. Ignote le motivazioni che hanno spinto a vendere

2010_07_07  

Rapporto di Legambiente: bonifiche fasulle, cave tossiche, corruzione, ’ndrangheta Ancora polemico il presidente della Camera:«In democrazia...

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