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he di cronac

Amare non è guardarsi

l’un l’altro, è guardare insieme nella stessa direzione Antoine De Saint-Exupéry

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MARTEDÌ 6 LUGLIO 2010

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Emma Marcegaglia: «Ho parlato con il presidente del Consiglio. Il governo ha accolto le nostre richieste su energia e fisco»

Berlusconi, la prima ritirata Brancher si dimette da ministro.Il premier dice: «Scelta giusta»,però è una sua sconfitta. Ora cerca il pareggio con Tremonti e con Fini.Ma per uscire dall’angolo ha soltanto una strada... LA SVOLTA

di Riccardo Paradisi

Il dramma della disoccupazione

Mentre litigate i nostri ragazzi perdono il futuro di Savino Pezzotta sempre più evidente che la crisi economica sta generando grandi trasformazioni nel mondo e, in particolare, nell’occidente industrializzato. Stanno mutando tutti i parametri su cui avevamo costruito l’idea di benessere, di cittadinanza e di relazioni sociali e che avevano illoro epicentro nel lavoro. La crisi ci mette di fronte a una realtà nuova ed inquietante: la contrazione dei posti di lavoro, la nuova organizzazione, l’incidenza delle nuove tecnologie e la divisione internazionale del lavoro. Siamo cresciuti con l’idea della piena La crisi sta trasformando occupazione, del posto i paradigmi del fisso, dell’Occidente mestiere e della profesmettendo sionalità. a rischio tutto la democrazia Oggi questo sembra essere messo in discussione dalla crescita della disoccupazione che colpisce tutti, in Europa e negli Stati Uniti. E così, in pochi mesi, sono diventati obsoleti i discorsi sulla flessibilità del lavoro, sui nuovi lavori e sulle nuovo modalità di impegno. Oggi il problema vero delle democrazie è come contrastare la disoccupazione che, assieme ai risvolti di natura economica, sempre più assume una forte caratterizzazione politica dato il legame che si è stabilito tra lavoro e cittadinanza.

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La soluzione è una sola: le larghe intese

Le sue dimissioni irrevocabili da ministro del Decentramento Aldo Brancher le presenta durante l’udienza del processo Antonveneta, che lo vede imputato di ricettazione e appropriazione indebita. Un esito atteso e previsto: «So con quanta passione e capacità avrebbe potuto ricoprire il ruolo che gli era stato affidato – è il commento del premier – ma ho condiviso la decisione di dimettersi da ministro per evitare il trascinarsi di polemiche strumentali».

di Giancristiano Desiderio Il governo Berlusconi non ce la fa. È un fatto: inizia bene e finisce male. Però, non si capisce la situazione italiana che dura ormai da 15 e passa anni se non si aggiunge che anche il governo Antiberlusconi non ce la fa.

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Autolesionismo federale

I “bookmaker” sulla crisi

Ormai è un giallo: L’incredibile autogol ma come finirà? dell’Expò di Milano L’analisi di Paolo Feltrin, Piero Ostellino, Giovanni Sabbatucci e Giovanni Sartori: elezioni anticipate o unità nazionale?

Dalla Moratti a Stanca: la vicenda mostra come una classe dirigente possa farsi male da sola. Avverrà la stessa cosa a Roma?

Franco Insardà • pagina 4

Giancarlo Galli • pagina 8

Il nuovo dicastero vaticano contro il nichilismo occidentale

La decisiva battaglia del “generale“ Fisichella di Michael Novak rincuorante che Benedetto XVI abbia scelto Rino Fisichella, un vescovo di mente salda e grande cuore, per guidare ciò che il Papa ha indicato come uno degli sforzi più importanti: la leadership nell’impresa di portare la Parola del Vangelo nelle cittadelle del nichilismo.

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Oggi il presidente americano Obama incontra Netanyahu

I Mondiali in Sudafrica

Scontro Turchia-Israele

Il riscatto dell’Eurozona

Ankara chiude lo spazio aereo a Tel Aviv

di Paola Binetti

di Luisa Arezzo l braccio di ferro fra Israele e Turchia per il raid contro la flottiglia di attivisti diretti a Gaza e fermati da Tzahal il 31 maggio, con un bilancio di nove morti, sta per tramutarsi in una crisi che potrebbe sancire una definitiva frattura fra i due paesi. Ieri il ministro degli Esteri di Ankara, Davutoglu, ha annunciato la chisura dello spazio aereo ai voli militari israeliani e si è detto pronto a rompere le relazioni diplomatiche se non arriveranno le scuse di Gerusalemme per l’attacco alla Freedom Flotilla. Immediata la risposta del premier Netanyahu: «Mai».

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a pagina 6 seg1,00 ue a (10,00 pagina 9CON EURO

Germania, Olanda e Spagna avanti. Solo Italia e Francia in pieno “deficit” pagine 18-19

a pagina 14 I QUADERNI)

• ANNO XV •

NUMERO

129 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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pagina 2 • 6 luglio 2010

Crisi continua. Il ministro del decentramento si dimette dopo 17 giorni. Ora Berlusconi deve risolvere il rapporto con il cofondatore del Pdl

Ogni giorno ha la sua pena Dopo aver “risolto” la grana Brancher, il premier ancora alle prese con le beghe di partito e di maggioranza. Serve una svolta. E la via d’uscita sembra obbligata di Riccardo Paradisi

e sue dimissioni irrevocabili da ministro del Decentramento Aldo Brancher le presenta durante l’udienza del processo Antonveneta, che lo vede imputato di ricettazione e appropriazione indebita. Un esito atteso e previsto quello delle dimissioni considerando il pressing dello stesso presidente del Consiglio a questo fine: «So con quanta passione e capacità avrebbe potuto ricoprire il ruolo che gli era stato affidato – è il commento del premier – ma ho condiviso la decisione di dimettersi da ministro per evitare il trascinarsi di polemiche strumentali». Dimissioni quelle di Brancher che diventano per i ranghi berlusconiani della maggioranza una sconfitta dell’opposizione (che invece le legge come una sua clamorosa vittoria), che segnerebbero il fallimento di un piano volto a mettere in crisi il governo ove fosse stata posta in votazione l’annunciata mozione di sfiducia.

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Una (presunta) vittoria che trova subito altri padri, come l’esponente finiano Italo Bocchino che di fronte alle dimissioni di Brancher si leva il cappello – «Un gesto di responsabilità» – per mettercelo sopra: «Il primo atto del ”ghe pensi mi” berlusconiano va incontro alle nostre richieste. Siamo fiduciosi che lo stesso accadrà su intercettazioni, manovra e vita interna del Pdl». Insomma se Berlusconi segue la nostra linea, è il messaggio che lanciano i finiani, le cose andranno bene, al contrario se il premier presterà orecchio al consiglio dei falchi, che nel Pdl volteggiano sempre più nervosi chiedendo la resa dei conti allora sarà lui – ammonisce il finiano Alessandro Campi – a finire impallinato.

Un esecutivo composto anche dal maggior gruppo di minoranza

Ora si lasci il posto alle larghe intese di Giancristiano Desiderio l governo Berlusconi non ce la fa. È un fatto: inizia bene e finisce male. Però, non si capisce la situazione italiana che dura ormai da quindici e passa anni se non si aggiunge che anche il governo “antiBerlusconi’ non ce la fa. Questo governo, in particolare, comincia male e finisce malissimo. Dunque, per tentare di uscire dal vicolo in cieco in cui siamo, c’è bisogno di un’invenzione o di un colpo d’ala in cui le forze politiche e parlamentari si mettano al servizio di un “governo nazionale” che si fondi su tre o quattro punti ben precisi. Per dare forma a questo governo la maggioranza deve muovere un passo verso l’opposizione e a sua volta l’opposizione deve muovere un passo verso la maggioranza. Il passo della maggioranza berlusconiana si chiama “discontinuità”, il passo dell’opposizione antiberlusconiana si chiama “disponibilità”. Ognuno deve prendersi le proprie responsabilità perché in gioco non c’è il destino di un esecutivo ormai azzoppato e in crisi, ma di un intero Paese che non rischia di essere azzoppato ma di essere affossato. È questa la responsabilità che la classe politica nel suo insieme - governo e opposizione che, del resto, negli anni si sono scambiati i ruoli - ha davanti alla nazione. È bene liberare il campo da equivoci e falsi alibi. Ancora oggi c’è chi paventa ribaltoni e chi invoca elezioni anticipate. Nel primo caso va risposto con rigore e sincerità che di ribaltone si poteva parlare nel 1994, ma oggi quindici anni dopo - c’è solo un sistema bipolare forte delle sue debolezze che entra in crisi. Ciò che si chiama ribaltone è il normale funzionamento della democrazia parlamentare che ha al suo interno la possibilità soluzione istituzionale per dare al Paese un governo utile.

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Nel secondo caso va risposto che troppo spesso s’invoca il ritorno al voto per-

ché si gioca la carta estrema della rivalsa mentre sarebbe molto più giusto far funzionare il sistema parlamentare per rafforzare democrazia e società. Se non si riesce a farlo con serenità, se ne prenda atto almeno rassegnazione: il bipolarismo e democrazia dell’alternanza è nata come una medicina ed è diventata ben presto una malattia. Il bipolarismo è nato sotto le spinte dei rispettivi estremismi, piuttosto che per la condivisione di valori e scelte. La democrazia dell’alternanza altro non è che un corpo elettorale capace di avere al suo interno due “centri”: una volta governa l’uno e magari un’altra volta l’altro. La democrazia dell’alternanza all’italiana, invece, esclude e non include i due “centri”e così i governi non riuscendo a governare dal centro vanno sistematicamente in crisi. Ecco perché se c’è una lezione da imparare da questi tre lustri di bipolarismo giocato sulle estreme è quella che ci dice che c’è bisogno di un governo con un’ampia maggioranza centrista che faccia ciò che né il governo Berlusconi, né il governo “antiBerlusconi” è in grado di pensare e fare. Come lo si può chiamare politicamente un governo di questa specie? Per capirci, lo si potrebbe anche chiamare il nuovo governo Berlusconi, ma ciò che conta è che sia un altro governo rispetto all’attuale e che sia forte del contributo dello stesso maggior partito di minoranza. Il punto centrale è proprio questo: tanto Berlusconi quanto l’opposizione non possono più permettersi il lusso - che pagano gli italiani - di continuare a pensare la politica a partire dal sistema virtuale bipolare e devono, invece, riprendere a far funzionare le istituzioni parlamentari perché è proprio lì, nei nostri ordinamenti - belli o brutti che siano, che piacciano o meno - che c’è la giusta risposta istituzionale per garantire all’Italia un governo più autorevole e con una rappresentanza parlamentare e sociale qualificata per affrontare in modo rigoroso la crisi. La crisi economica italiana affonda le radici nella politica più di quanto non si sia disposti a credere e dire.

Dopo Brancher e accanto alle frizioni con il ministro dell’Economia Giulio Tremonti il principale problema che il premier si è prefisso di affrontare e risolvere questa settimana è proprio quello costituito dall’opposizione interna finiana. Non è ancora chiaro quale sarà l’approccio del premier: spingerà Fini al divorzio? Cercherà una mediazione? Oppure, terza via ipotizzata durante questo week end, verrà proposta una separazione consensuale all’interno di una federazione di centrodestra? Se la linea fosse quella indicata dal Giornale di Feltri le mediazioni starebbero a zero. Il quotidiano di via Negri ieri ha vibrato contro il presidente della Camera forse il più duro di tutti gli attacchi portati fino ad oggi contro di lui. Fini viene definito ”leader della congiura” e ritratto in prima pagina in una vecchia foto dove fa il saluto romano. «Puntare alla pacificazione – scrive Feltri nell’editoriale – è stata una perdita di tempo. La lite si è inasprita, la coalizione sfilacciata, il governo ha faticato ad approvare qualsiasi provvedimento. E ora il rischio di una rottura traumatica è sotto gli occhi di tutti. Ora Fini è sul punto di ottenere ciò che voleva: far fuori il premier e distruggere la maggioranza». Scopo che secondo Feltri il presidente della Camera persegue con tenacia, avvalendosi «della collaborazione di Di Pietro, del Pd, talvolta di Casini e perfino di Napolitano, con il

Il coordinatore Sandro Bondi auspica una nuova rivoluzione berlusconiana che spazzi via «le tensioni nella maggioranza e i conservatorismi della politica politicante» quale ha intessuto rapporti eccellenti pensando che un giorno - quello del giudizio il Colle sarebbe venuto buono per evitare elezioni anticipate». Insomma l’incubo dei cosiddetti falchi berlusconiani e dello stesso Berlusconi è la crisi della maggioranza e l’avvento di un governo tecnico nominato dal presidente della Repubblica. Prospettiva dichiarata da Enrico Letta ma che per i centristi, nella forma con cui viene presentata, è miope per due ordini di motivi. Primo perché non si può invocare l’intervento del presidente della Repubblica prima che ci sia una crisi di maggioranza. Secondo perché pensare a un governo di larghe intese senza un programma condiviso significa preparare un fallimento sicuro. Sulla stessa linea il vicepresidente del Senato Emma Bonino: «Trovo assolutamente fuori luogo questo tirare per la giacca Napolitano». Come a fugare sospetti di quintocolonnismo i finiani assicurano di non avere in mente nessuna crisi di governo. Anzi, «le dimissioni di Brancher – dice Bocchino – sono un atto a favore del governo». Quanto però alla normalizzazione – o con-


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Il premier vede Tremonti e spera di ammorbidire la manovra

Energia e fisco, la vittoria di Emma

Confindustria ottiene modifiche sul taglio ai certificati verdi e sulla stretta su riscossioni e compensazioni di Francesco Pacifico

ROMA. Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti sono costretti a convivere. Ed è stato su questo – più che sulle misure della manovra – che per tutto il pomeriggio si sono confrontati ieri ad Arcore il presidente del Consiglio e il suo ministro dell’Economia.

Oggi vertice tra il Cavaliere e le Regioni. L’attacco di Roberto Formigoni: «È inaccettabile che il Tesoro faccia muro contro muro nei confronti di tutt’Italia»

vivenza pacifica e disciplinata o separazione – Bocchino assicura che dal Pdl non ce ne andremo né ci faremo cacciare». E sul ddl intercettazioni: «Siamo sicuri che così come Berlusconi ha seguito i nostro consigli sul caso Brancher farà altrettanto sul ddl intercettazioni».

Insomma la tattica finiana resta quella del sostegno al governo senza però far cessare la guerriglia interna ponendo le questioni politiche all’interno del partito quando possibile e altrimenti all’esterno, riversando il dissenso sulla pubblica arena. È soprattutto per trovare una via d’uscita a questo braccio di ferro continuo e logorante che il premier ha convocato mercoledì una riunione a Palazzo Grazioli con i capigruppo del Pdl di Camera e Senato, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri, il vicepresidente dei senatori pidiellini Gaetano Quagliariello, i coordinatori Ignazio La Russa, Denis Verdini e Sandro Bondi, il ministro della Giustizia Angelino Alfano, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta e Niccolò Ghedini. Intanto, dopo che sul Corriere s’era espresso Ignazio La Russa sulla necessità di chiarire una volta per tutte i rapporti con Fini l’altro coordinatore Sandro Bondi ha invocato ”una nuova rivoluzione berlusconiana” che spazzi via ”le tensioni nella maggioranza” e ”i conservatorismi della politica politicante”. Dove il riferimento a Fini è abbastanza esplicito. Frattini è meno ellittico: «Se Fini se ne va non ci strappiamo i capelli». Ma il ministro degli Esteri ne ha anche per Bossi: «Sul caso Brancher ha commesso un errore: aver fatto credere che la nomina non fosse stata discussa». Sembra che nemmeno degli alleati fidati ci si possa più fidare.

Che il loro rapporto non debba rompersi, l’ha chiarito Emma Marcegaglia quando l’incontro era ancora in corso: «Il Paese», ha detto la presidente di Confindustria, «ha bisogno di certezze per riprendersi dalla congiuntura, andare a elezioni anticipate o fare una crisi di governo sarebbe veramente molto negativo». È difficile sapere se l’ex imprenditore delle tv e l’ex tributarista più famoso d’Italia ci riusciranno. Se porteranno il governo alla fine legislatura. Fatto sta che ieri – e come già in passato - il ministro ha salvaguardato i saldi e il rigore della sua Finanziaria, mentre il premier ha ottenuto di rendere meno amara la manovra per una serie di soggetti – piccole imprese, forze dell’ordine e governatori di centrodestra – vittime delle chiusure di Tremonti. Ora la palla passà all’Economia, dove i tecnici starebbero già scrivendo il maxiemendamento per risolvere tutti i nodi. E sarà proprio il suo titolare a doversi inventare meccanismi per ottenere l’avallo dei presidente delle Regioni. I quali attendono per oggi di essere convocati dal premier. E sono molte alte le aspettativa che arrivano da questo fronte. Se non fossero ancora sufficientemente chiari, i contorni della trattativa l’ha chiariti Roberto Formigoni: «Siamo sempre stati aperti al dialogo e a questo punto chiediamo l’intervento diretto del presidente Berlusconi, visto che con il ministero del Tesoro non è stato possibile avere un dialogo positivo». Non contento, l’inquilino del Pirellone ha aggiunto: «Chiediamo una manovra diversa che mantenga invariati i totali, ma ripartisca in maniera più equa i sacrifici. Sono sicuro che con il presidente del Consiglio questo dialogo sarà possibile svolgerlo, visto che non è accettabile che il ministero del Tesoro faccia muro contro muro nei confronti di tutta Italia». Gli fa eco il veneto Luca Zaia: «Sono certo che il presidente Berlusconi sarà capace di ricomporre questo difficile mosaico, acco-

gliendo le legittime richieste delle Regioni, specialmente quelle virtuose». Ma al riguardo va registrata la “precisione” del campano Stefano Caldoro: «Su nostra spinta in manovra è stato tolto il principio dei cosiddetti enti virtuosi e inserirto quello dei comportamenti virtuosi. E tra le due cose c’è una bella differenza, visto che quello che deve essere considerato non è lo storico, mentre quello che va migliorato è la performance: vedere come cambio in meglio, vedendo però da dove parto». Intanto in commissione Bilancio del Senato si va avanti senza sosta per correggere la manovra. E sono molti i punti da ritoccare, iniziando dai tagli alle tredicesime degli agenti e dei carabinieri, che Berlusconi in prima persona si è impegnato a far saltare. Il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, si è detto «personalmente contrario» alla richiesta dei farmacisti di «ripartire sull’intera filiera del settore la riduzione (-3,65 per cento) dei margini dei grossisti», prevista in manovra. Entro oggi – anche se molti scommettono che la manovra sbarcherà in aula domani – la maggioranza spera anche di aver risolto il nodo dei tagli a Regioni, Comuni e Province. Invece hanno avuto ragione le aziende nel suo pressing contro il taglio ai certificati verdi, la conferma della Tremonti ter e le norme fiscali su riscossione e compensazione dei debiti e dei crediti, che hanno spinto le grandi imprese di Confindustria e le piccole di Rete Italia a unirsi. Ieri, all’arrivo all’assemblea degli industriali di Reggio Emilia, Emma Marcegaglia ha raccontato: «Qualche minuto fa ero al telefono con il ministro Tremonti e il presidente Berlusconi e penso di poter dire che le nostre richieste sono state accolte».

In alto, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi insieme con il presidente della Camera Gianfranco Fini. Qui sopra, il leader della Lega, Umberto Bossi. A destra, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Nella pagina a fianco, il ministro dimissionario, Aldo Brancher

Proprio sulla fine degli incentivi energetici va registrata una durissima nota dell’Anev (associazione nazionale energia del vento), secondo la quale l’emendamento in questione «rischia di sancire per il settore delle nuove rinnovabili, e per il paese, un enorme danno. Abrogando il meccanismo di salvaguardia del sistema di sostegno allo sviluppo del settore, a fronte di un risparmio di 500 milioni derivante dal taglio dei Certificati Verdi metterebbe a rischio circa 8 miliardi di entrate nel periodo 2011-2010».


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l’approfondimento

L’analisi di Paolo Feltrin, Piero Ostellino, Giovanni Sabbatucci e Giovanni Sartori sulle vicende che stanno dilaniando il Pdl

L’ultima scommessa

Alcuni dei più attenti osservatori della scena politica italiana danno la caccia al finale di questa crisi. E si fermano davanti a un bivio obbligato: elezioni anticipate (malgrado il calo di consensi della maggioranza) o governo di unità nazionale di Franco Insardà

ROMA. «Silvio Berlusconi ha un vantaggio: all’evenienza di rimanere con il cerino in mano si sta preparando da tempo. Gli altri no, anche se dicono di essere pronti». Ne è convinto Giovanni Sabbatucci, professore di storia contemporanea all’Università di Roma La Sapienza, secondo il quale il Cavaliere è «l’unico pronto ad andare fino in fondo nel momento in cui si dovesse rendere conto dell’inutilità di ogni tentativo di tenere unita la maggioranza».

Paolo Feltrin, professore di scienza dell’Amministrazione dell’Università di Trieste, analizza la situazione in modo più complessivo: «Queste vicende mostrano in modo evidente che quando l’opposizione, è debole il governo non è mai forte e la maggioranza, in qualche modo, è costretta a dividersi per creare un’opposizione interna. Il secondo punto è che è sempre difficile in questo Paese prendere delle misure impopolari anche con una larghissima maggioranza e di conseguenza

con un consenso sia così fragile da non far passare alcuna riforma importante. La terza questione abbastanza evidente, che vale sia per il Pd sia per il Pdl, è che quando le fusioni sono innaturali non reggono alla prova del tempo e nessuno ritrova il senso dell’operazione che all’inizio sembrava così ovvia. Le questioni vere allora sono: come si costruisce un’opposizione forte, come si ottiene un consenso solido per poter fare operazioni anche drammatiche come la manovra e, infine, come si fa ad avere grandi partiti senza forzature eccessive. Le vicende di queste ultime ore, quella di Brancher in testa, sono marginali e nascono quando l’opposizione è troppo debole e si pensa di poter fare tutto».

All’idea che lo stesso Berlusconi, anticipando ancora una volta tutti, possa decidere di scendere dal ring sul quale si trova e proporre lui un governo di larghe intese ci crede poco il politologo Giovanni Sartori: «Qualsiasi governo diverso

da quello attuale presuppone che si faccia senza Berlusconi, a lui questo, ovviamente non piace. Al momento siamo nel caos. Se il Cavaliere lo volesse si potrebbe fare, ma l’ipotesi non mi sembra fattibile, perché i nuovi alleati pongono come condizione che il capo del governo non sia Berlusconi».

Il professor Sabatucci concorda sulla impossibilità della cosa: «È la classica ipotesi di scuola, ma finché c’è Berlusconi non si verificherà. Non lo farebbe lui,

perché verrebbe meno tutta la costruzione che ha dato di se stesso e della sua politica se accettasse di governare con il Pd. La stessa cosa vale per gli altri che hanno sempre dichiarato che qualsiasi alleanza è possibile a patto che non ci sia Berlusconi a capo del governo. Negli altri Paesi in momenti di transizione una soluzione del genere potrebbe essere in considerazione, ma in Italia, proprio per il tipo di confronto che c’è stato in questi ultimi anni, è impercorribile. Il centrosinistra ha investito

Feltrin: «Consenso labile» Sabbatucci: «Il Cavaliere è l’unico pronto»

sull’antiberlusconismo, mentre Berlusconi ha sempre portato avanti l’idea di essere contro tutto quello che sta a sinistra. Se cambiassero gli scenari si potrebbe concretizzare. Penso a un nuovo Partito Democratico o a un Pdl senza Berlusconi. Ma con il Cavaliere all’interno del governo l’idea è irrealizzabile».

Sul governo di larghe intese il professor Feltrin fa un distinguo: «La variante italiana del governo di unità nazionale e di quello dei tecnici. L’esempio tedesco della Grande coalizione presuppone la temporanea responsabilità di governo da parte delle due forze maggiori, ma Pdl e Pd sono divisi su tutto e in particolare sulle vicende della giustizia tanto care a Berlusconi. Il governo dei tecnici passa per una gravissima crisi di governo che, per fortuna, al momento non c’è. L’unica cosa vera e reale è la situazione di stallo in cui versa la nostra politica». L’ex direttore del Corriere della Sera Piero Ostellino non si trattiene: «L’Italia è un Paese che si


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Tutti gli errori di un’opposizione sempre più confusa, senza strategie né proposte politiche

Ma se la maggioranza piange, il Partito democratico balbetta

Bersani “scappa” negli Stati Uniti, Letta invoca (invano) il Quirinale. Buio pesto per un Pd ostaggio dell’Idv e timido con l’Udc di Antonio Funiciello uando un mese fa, nei giorni del varo della manovra anticrisi, Pier Luigi Bersani volò per una settimana a Pechino, critiche e battute si sprecarono. L’entourage del segretario difese allora il viaggio a Oriente perché programmato da tempo. Ora che il leader dei democratici si appresta a partire per l’America, critiche e battute tornano a fare capolino. Al Nazareno circola più di una voce sulla tempestività di Bersani di tirarsi fuori dai momenti più caldi del dibattito politico: nei giorni in cui volerà negli States, lo scontro sulla manovra economica sarà al suo culmine, col voto in Senato e il passaggio alla Camera, per non parlare delle polemiche sul ddl intercettazioni e le divisioni interne alla maggioranza. Se il viaggio in Cina non si poteva rimandare, lo stesso non si può dire della settimana oltre Atlantico in cui Bersani proverà a promuoversi come nuovo leader di governo presso i democrats obamiani. Che luglio sia il mese spartiacque per la legislatura è noto da tempo e solo l’ennesimo inciampo nella programmazione dell’agenda può spiegare la prossima assenza del segretario.

Q

L’intempestività di Bersani è una metafora perfetta della fatica strategica con cui il Pd reagisce alle debolezze cui pure mostra il fianco il centrodestra. Se così Bersani parte per gli States e si tira fuori dalla mischia, le ultime uscite del suo vice Enrico Letta non paiono molto più convincenti. Letta vorrebbe approfittare dell’assenza di Bersani per personalizzare la linea del Pd. L’aveva già fatto con le aperture verso Tremonti durante il viaggio cinese del suo diretto superiore che, non appena tornato in Italia, s’era affrettato a smentirlo e a chiamare alla protesta contro la macelleria sociale di Palazzo Chigi. Le nette differenziazioni tra l’antagonismo di lotta di Bersani e l’interlocuzione col governo di Letta avevano mostrato un’incrinatura nei rapporti nel vecchio ticket, nonché un conseguente avvicinamento tra Bersani e Franceschini, che s’era affrettato a sostenere il segretario proprio contro Letta. Lo stesso copione di oggi. Eppure, per quanto Letta ci provi, le sue uscite sui possibili scenari che seguirebbero una crisi di governo lasciano il Pd in un’ambiguità ingestibile. Tirare per la giacca Napolitano, lasciando cadere su di lui la responsabilità della ricerca di una soluzione a una eventuale crisi non è - né formalmente né politicamente - una grande trovata. Formalmente si sa che Napolitano può al massimo accertare se, in caso di crisi, via sia o meno in Parlamento una maggioranza che consenta alla legislatura di concludersi. Ma è compito delle forze politiche prospetta-

re quella exit strategy di cui l’inquilino del Quirinale dovrebbe, nell’ipotesi, prendere atto. Non si capisce il senso della pressione di Letta su Napolitano, poiché di certo non rientra tra i suoi compiti istituzionali sollecitare la formazione di nuove maggioranze. Dunque, oltre a essere formalmente mal riposta, la sollecitazione di Letta sul Quirinale è anche politicamente fragile e segnala, in un momento in il maggior partito dell’opposizione dovrebbe occu-

Tirare per la giacca Napolitano non è una grande trovata, né formalmente né politicamente pare la scena con le sue proposte, una imbarazzante balbuzie. Non c’è partito d’opposizione al mondo che, di fronte allo scenario di una crisi del partito di governo, non invochi il ritorno al giudizio degli elettori. Il Pd, però, si lascia

anche in questa circostanza superare da Di Pietro, che ha subito richiesto elezioni anticipate nel caso di una prematura conclusione della legislatura in corso. Non è solo il vecchio gioco di rimessa dell’Idv sul Pd, che rende inagibile il campo politico del centrosinistra e lascia il timone alle altre forze politiche. Stavolta Di Pietro ha voluto dire di più, avvertendo che l’Idv è indisponibile a governi di larghe intese. Di Pietro ha cominciato a far circolare lo spauracchio di un Pd pronto a sostenere esternamente un esecutivo Tremonti, che porti a casa la manovra correttiva e conduca il prossimo anno a nuove politiche, in concomitanza col turno delle amministrative previsto in primavera. Dinanzi a un tale sviluppo della situazione politica, a cui pure ammicca lo scaricabarile sul Quirinale di Letta, l’Idv chiamerebbe alla rivolta di piazza tutti gli elettori di centrosinistra, contro un “inciucio”che Di Pietro immagina essere indigeribile per lo zoccolo duro dell’elettorato Pd. Naturalmente, non bastasse Di Pietro, le debolezze strategiche espresse da Letta suscitano più di una perplessità anche dentro il Pd.

Ma se Franceschini, l’antagonista di Bersani al congresso del Pd, non parla per non mettere in difficoltà proprio Bersani - di cui è oggi il più stretto alleato - tutti gli altri dirigenti sembrano coinvolti nella stessa afasia e in quella confusione d’idee che arriva a mettere in mezzo Napolitano. Nessuno al Nazareno pare disposto a criticare, tra i viaggi all’estero di Bersani e la vaghezza di Letta, l’assenza di una linea politica che sappia indicare al Paese una via d’uscita in caso di crisi di governo. E quello che induce tutti al silenzio è una drammatica paura delle elezioni che coglierebbe impreparato tutto il Pd. Nello schema della rediviva Unione tra Pd e alleati agognata da Bersani, mancano difatti gli alleati. Nel 2006 il centrosinistra riuscì quasi a vincere le elezioni perché Ds e Margherita trovarono forti alleati alla loro sinistra: il campo radicale era occupato da forze che, tutte insieme, ottennero il 15% dei consensi. Oggi, con un Pd assai lontano dal 33% del 2008, a sinistra sommando tutto quello che c’è da sommare (Di Pietro, Vendola e comunisti vari) si sta ampiamente sotto la soglia del 10%. Se a ciò si aggiunge l’incapacità del Pd di costruire un rapporto stabile con l’Udc, si capisce facilmente dove ha origine quel terrore delle elezioni che unisce l’intero vertice democratico. Un partito oggi unito solo dalla paura di perdere ancora e perciò bloccato dalle sue reticenze e dai suoi silenzi.

perde dietro a congetture e ragionamenti surreali e non ha alcuna cultura politica sul rapporto tra autorità e cittadino. Non c’è nessuno, tranne il sottoscritto, che scrive che le leggi fatte dal governo sono abominevoli e liberticide. Ci sono, cioè, delle violazioni dei diritti individuali, con un ordinamento giuridico unico al mondo dove si confondono interessi legittimi, categoria che esiste soltanto qui, e diritti soggettivi, sacrificando questi ultimi, in nome di un interesse pubblico.Viviamo in uno Stato di polizia, dove le persone vanno in piazza e dicono: intercettateci tutti, non abbiamo nulla da nascondere e da temere. Che è esattamente quello che diceva il fascismo per giustificare lo Stato di polizia».

Che Berlusconi voglia evitare strappi è convinto il professor Sabbatucci: «Sulle intercettazioni c’è una questione anche personale perché il premier si è impegnato, ha ceduto anche su alcuni aspetti. Lui vuole assolutamente evitare di uscire sconfitto da questa partita, sarebbe un vulnus alla sua immagine. In questo momento o riesce a rimettere insieme la sua maggioranza o si trova di fronte all’alternativa: tirare a campare fino alla fine della legislatura o provocare subito la fine e andare a votare di nuovo. Se sia una arma spuntata dipende, bisognerebbe leggere i suoi sondaggi. La situazione è diversa rispetto a mesi fa, con difficoltà più serie, ma il Cavaliere ci ha abituato a recuperi eccezionali». Piero Ostellino aggiunge: «Qualsiasi governo venga si comporta così. Con il governo delle larghe intese non cambierà nulla. È lo Stato canaglia che ho raccontato nel mio libro e mi vergogno del mio Paese con un giornalismo che fa altro, governi che si preoccupano soltanto di fregare i cittadini, un Parlamento formato da molti che premono solo un bottone, senza sapere di che cosa si tratta, una scuola che non fa il suo mestiere, non c’è cultura politica e non si sa che cosa sia la democrazia liberale». Paolo Feltrin insiste, però, sulle vite parallele di Pdl e Pd: «Nel centrodestra c’è il tentativo di tornare indietro con la fuoriuscita di Fini, così come nel centrosinistra si è registrato l’abbandono di Rutelli e di parte dei cattolici. Con questo scenario le elezioni servono a poco, perché rischiano di bloccare, invece che rendere evidente questo processo di separazione». Il problema vero per Sabbatucci resta «la mancanza della capacità di prospettare soluzioni equilibrate e politicamente accettabili. C’è un vero e proprio deficit di capacità di governo e si procede per forzature. La maggioranza ha il diritto di governare, ma occorrerebbe una capacità di allargare l’area del consenso. Il rischio è che si continui ad andare avanti così ancora per molto tempo.


diario

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Lavoro. La crisi economica sta trasformando i paradigmi dell’Occidente. Mettendo a rischio la democrazia

La nuova questione generazionale Il dramma della disoccupazione giovanile e l’indifferenza del governo di Savino Pezzotta sempre più evidente che la crisi economica sta generando grandi trasformazioni nel mondo e, in particolare, nell’occidente industrializzato. Stanno mutando tutti i parametri su cui avevamo costruito l’idea di benessere, di cittadinanza e di relazioni sociali e che avevano illoro epicentro nel lavoro. La crisi ci mette di fronte a una realtà nuova ed inquietante: la contrazione dei posti di lavoro, la nuova organizzazione, l’incidenza delle nuove tecnologie e la divisione internazionale del lavoro.

glie la portata e le ripercussioni che questo può avere sul futuro del paese.

È

Siamo cresciuti con l’idea della piena occupazione, del posto fisso, del mestiere e della professionalità. Oggi tutto questo sembra essere messo in discussione dalla crescita della disoccupazione che colpisce tutti, in Europa e negli Stati Uniti. E così, in pochi mesi, sono diventati obsoleti i discorsi sulla flessibilità del lavoro, sui nuovi lavori e sulle nuovo modalità di impegno. Oggi il problema vero delle democrazie è come contrastare la disoccupazione che, assieme ai risvolti di natura economica, sempre più assume una forte caratterizzazione politica dato il legame che si è stabilito tra lavoro e cittadinanza. Le svolte autoritarie sono quasi sempre avvenute nei periodi in cui l’occupazione si indeboliva. Nelle grandi democrazie europee e americane il mercato del lavoro arretra e a farne le spese sono soprattutto le nuove generazioni. La crisi, al di là dell’ottimismo stucchevole del Presidente del Consiglio, continua purtroppo a mordere in profondità il corpo sociale, generando malessere e sfiducia. A giugno negli Usa sono andati in fumo 125.000 posti di lavoro, la cifra più alta dall’ottobre 2009; il tasso di disoccupazione è al 9,5% e diminuiscono coloro che cercano lavoro perché sfiduciati. I senza lavoro da oltre sei mesi sono 6,8 milioni. Il presidente Obama per stimolare la crescita ha annunciato nuovi investimenti, in particolare nella banda larga. La convinzione diffusa è che, per battere e contenere la disoccupazione, servano tassi di crescita più sostenuti dell’occupazione. In Europa la situazione non è

Non potremo affrontare i grandi cambiamenti futuri con una generazione che fatica ad entrare nel mercato del lavoro anche quando ha studiato, a fare percorsi professionalizzati, a partecipare a una mobilità sociale che valorizzi il merito e le competenze, molte volte e costretta ad accettare posizioni lavorative poco gratificanti sul piano professionale e retributivo e demotivata sul piano morale e sociale. Essere penalizzati da giovani ha ripercussioni sull’intero ciclo di vita: diminuisce la fiducia in se stessi e la disponibilità all’intraprendere e all’impegno. Le conseguenze ricadono su tutta la collettività.

certo migliore e l’Italia non si scosta da questa realtà. Lo afferma con molta chiarezza l’Istat che alcuni giorni fa ha tracciato un quadro preoccupante della situazione dell’occupazione. È vero che il tasso di disoccupazione è rimasto stabile all’8,7% per il terzo mese consecutivo ma preoccupa la condizione dei più giovani. Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) infatti a maggio è salito al 29,2% rispetto al 29,1% di aprile: si tratta del dato più elevato dall’inizio delle serie storiche, ovvero dal 2004.

Credo che su questo dobbiamo puntare tutta la nostra attenzione perché la considero la vera questione sociale del nostro Paese. I giovani italiani sono costretti a ritardare sempre più la loro entrata nel mercato del lavoro restando a

lungo nei percorsi scolastici. I lavoro manuale, favorito nel passato dalla formazione professionale e dall’apprendistato, è molto poco considerato.

I più colpiti dalla crisi sono proprio i ragazzi. Negli Stati

so nel mondo del lavoro e restare così a carico dei genitori; ci si sofferma sulle presunte carenze intrinseche (minori competenze, scarsa determinazione o flessibilità. Poco si dice sulle cause che impediscono il loro ingresso nel

Il sindacato potrebbe trovare su questo terreno una nuova unità d’azione e rispondere a chi lo vede preoccupato solo per i pensionati Uniti, in Inghilterra, in Spagna e in altri paesi europei, il tema viene costantemente affrontato sui giornali e sui media da economisti e politici. In Italia, invece, il fenomeno della disoccupazione giovanile non sembra destare o ricevere l’attenzione che si merita. Si fanno molti dibattiti sui “bamboccioni”a cui si imputa di rimandare volontariamente l’ingres-

mondo del lavoro forse perché la disoccupazione giovanile ha un minor impatto sociale immediato: non ci sono i figli a carico e possono contare sulla famiglia come ammortizzatore sociale. Quindi, nel breve periodo, ha effetti sociali inferiori aquella di uomini e donne in età adulta. Ma questo modo di pensare è molto limitato perché nonco-

Il ministro Sacconi può anche considerare «incoraggiante» la situazione perché non ci sono state sorprese nei dati sulla disoccupazione dell’intera popolazione italiana. Io credo invece che sia suonato un vero campanello d’allarme poiché assistiamo a una crisi che incide in profondità sulle famiglie e sulle piccole imprese, che dispiega tutti i suoi effetti su una popolazione che, mentre invecchia sempre più, non è però capace di dare prospettive occupazionali ai giovani. Insomma, la popolazione italiana invecchia senza fare largo ai giovani. E questo non ci dovrebbe lasciare tranquilli. Sarà un caso o una congiuntura astrale, ma i Paesi che oggi crescono di più sono quelli che hanno un tasso di popolazione giovanile molto alto. Credo sia tempo di aprire in modo nuovo una discussione sulla condizione e sulla disoccupazione giovanile sganciandola dalla “questione generazionale”. Restituiamole una dimensione di futuro e poniamocela come problema nazionale di fondo. Purtroppo la manovra economica presentata dal Governo non incoraggia e non apre in questa direzione. Il sindacato potrebbe trovare su questo terreno un motivo per rilanciare una nuova unità d’azione e rispondere così a coloro che lo vedono preoccupato solo per i pensionati.


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6 luglio 2010 • pagina 7

Il ministro lancia l’allarme dopo la fine della crisi Lampedusa

Ferito un altro connazionale. Per gli inquirenti «motivi futili»

Maroni: «Malpensa, frontiera per immigrati»

Hannover, italiano ucciso dopo una lite sui Mondiali

MILANO. Il ministro degli Interni Roberto Maroni ha lanciaoto l’allarme ieri: dal mare, la nuova frontiera dell’immigrazione è passata al cielo. Ed ecco che, dopo aver risolto l’emergenza sbarchi a Lampedusa, «ora l’aeroporto di Malpensa è la frontiera più avanzata per l’ingresso di immigrati clandestini, perchè da un anno Lampedusa è uscita dai traffici di clandestini dalla Libia». Maroni lo ha detto presentando una ricerca sul contrasto all’immigrazione irregolare all’aeroporto di Milano Malpensa. Secondo Maroni, «i controlli sulle coste libiche hanno chiuso le rotte e nei primi mesi di quest’anno non è arrivato praticamente più nessuno a Lampedusa».

HANNOVER. Un cittadino ita-

Istat: calano i consumi delle famiglie italiane La crisi inizia a colpire anche i redditi medio-alti

liano è stato ucciso ieri a colpi di arma da fuoco e un altro è stato ferito gravemente lunedì mattina in un bar nel quartiere a luci rosse di Hannover (Bassa Sassonia). Lo ha reso noto la polizia tedesca e la Farnesina lo ha confermato. La vittima, che è stata colpita alla testa, aveva 47 anni e l’altro uomo, che è ricoverato in condizioni critiche, ne ha 49. L’attentato è avvenuto verso le 7:20. Sfatata la prima ipotesi accreditata dagli inquirenti, che pensavano alla pista mafiosa, sostenuta dal sito della Bild che ipotizzava si potesse trattare di un agguato. All’origine della sparatoria nella birreria di Hannover è stata una banale lite sul calcio.

di Vincenzo Bacarani

Per questo ora l’attenzione delle autorità italiane si sta spostando sugli ingressi via aria, studiati partendo proprio da Malpensa. «La frontiera aerea è la più insidiosa, perciò porterò questa ricerca ha annunciato il ministro dell’Interno - all’attenzione della Commissione Europea nel prossimo Consiglio di inizio ottobre, perchè è utile estenderla agli altri aeroporti del continente allo scopo di presidiare punti di accesso come gli aeroporti mentre si sta al-

ROMA. La crisi continua, si aggrava e comincia a colpire anche le fasce medio-alte di reddito. Il termometro di una situazione che si sta facendo sempre più seria mese dopo mese lo fornisce l’Istat, l’istituto nazionale di statistica, che ha reso noti i dati sui consumi delle famiglie italiane per quanto riguarda il 2009. C’è stato un calo della spesa media mensile (pari a 2.442 euro) dell’1,7 per cento. Non solo: ma per la metà delle famiglie la diminuzione rispetto al 2008 ha raggiunto il 2,9 per cento con una spesa mensile che non ha raggiunto i 2.020 euro. Ben il 35,6 per cento delle famiglie in più rispetto al 2008 ha dichiarato di aver diminuito nel 2009 la quantità e la qualità dei prodotti alimentari acquistati. E sul fronte alimentare (quindi parliamo di spese primarie, essenziali e non di svago o divertimento), il calo è stato addirittura del 3 per cento. Siamo dunque di fronte a quelli che molti temono: il prologo di una crisi ancora più profonda di quella di cui si è parlato in questi ultimi mesi. La diminuzione – in volume o in qualità non fa differenza – dei consumi primari è un indice oggettivo e non contestabile di un disagio economico sempre più crescente in Italia. È infatti la prima volta che negli ultimi dieci anni si registra una variazione nominale negativa per la spesa media mensile per le famiglie. Come se non bastasse, nel contempo, aumentano per i nuclei familiari le spese relative alla casa come quella del mutuo che passa da una rata media mensile del 2008 di 465 a una di 510 nel 2009. E ancora: l’energia non fa sconti a nessuno. È vero che siamo reduci da due inverni particolarmente rigidi, ma è anche vero che gli aumenti dei combustibili per riscaldamento da quattro anni a questa parte registrano variazioni in aumento con frequenza quasi giornaliera. Da sottolineare infine il divario tra Nord e Sud Italia: è in Lombardia la spesa media mensile più elevata (2.918 euro) ed è in Sicilia quella più bassa (1.721 euro). Una differenza di 1200 euro che equivale a uno stipendio. Per il presidente dell’associazione di consumatori Codacons, Carlo

Rienzi, il calo dei consumi nel 2009 «è un segnale grave che dimostra lo stato di disagio economico in cui versano i cittadini e il dilagare di un crescente stato di povertà». I dati, secondo Rienzi, dimostrano che «per far fronte alla crisi i cittadini sono costretti a mangiare di meno e a tirare la cinghia. Per far riprendere i consumi occorre una riduzione generalizzata dei prezzi nell’ordine del 20 per cento». Per Marco Bulfon, esperto prezzi e tariffe dell’associazione Altroconsumo, siamo di fronte a una crisi «non contingente». «È certamente – dice Bulfon a liberal – una situazione preoccupante perché l’indagine resa nota dall’Istat si riferisce all’anno scorso, ma se vediamo dati più recenti riferiti mensilmente l’indice dei consumi è in costante calo». Il dato, comunque, più sorprendente secondo Bulfon è il fatto che «il calo dei consumi colpisce per la prima volta le fasce medio-alte e proprio sui beni alimentari che sono considerati beni primari. È senza dubbio il sintomo di un problema più profondo».

È la prima volta che negli ultimi dieci anni si registra una variazione nominale negativa per la spesa media mensile

largando l’area Schengen». Lo scalo milanese, insieme ad altri grandi aeroporti europei come quelli di Parigi, Londra, Francoforte ed Amsterdam, è uno dei nodi principali dell’immigrazione per via aerea in Europa, particolarmente favorito per la vicinanza alla Svizzera e alla Francia. In base allo studio gli immigrati irregolari pagano alle organizzazioni criminali 10-15mila euro per il servizio che include spesso l’utilizzo di documenti falsi. Ma nonostante il primato, l’ipotesi di costruire un centro di identificazione ed espulsione per immigrati clandestini nell’aeroporto di Malpensa non è una priorità.

Il calo dei prezzi degli alimentari acquistati può tuttavia voler dire che la gente comincia ad orientarsi per l’acquisto nei discount a scapito delle grandi catene dei supermercati tradizionali. «C’è questa tendenza – sottolinea l’esponente di Altroconsumo – tanto è vero che ormai la spesa al discount rappresenta il 10 per cento della spesa totale contemporaneamente a una caduta quasi verticale della grande distribuzione». E comunque, secondo Bulfon, il discount non è sinonimo di spesa di qualità inferiore. «Non necessariamente – spiega – i prodotti alimentari acquistati al discount piuttosto che al grandee famoso supermercato sono di qualità inferiore. Anzi, in alcuni casi secondo una nostra indagine hanno dimostratro di essere alla pari se non migliori delle grandi marche». Ma quelle che, secondo Altroconsumo, dovrebbero essere più controllate sono le tariffe dei servizi. «Quelle che vengono definite regolamentate – conclude Bulfon – sono proprio quelle che aumentano di più: autostrade, tangenziali, riscaldamento, benzina».

La polizia avrebbe identificato l’assassino. E la persona sospetta sarebbe un cittadino tedesco incensurato di 42 anni residente ad Hannover. «Secondo le attuali informazioni, i tre uomini stavano litigando questa mattina nel locale sui successi passati delle squadre di calcio tedesca e italiana durante i mondiali», ha comunicato in una nota la polizia di Hannover.

Secondo il quotidiano Hannoversche Allgemeine, nell’edizione online, i tre uomini non erano d’accordo «su quante volte l’Italia ha vinto i mondiali di calcio» in passato. L’uomo ucciso faceva il pizzaiolo in un ristorante italiano chiamato Little Italy. Il ferito è un collega che lavora a Linden. Uno dei due vestiva la maglia della nazionale italiana. La lite è iniziata quando hanno discusso con l’altro cliente della birreria, dopo un’abbondante bevuta, su quanti mondiali avesse vinto l’Italia. Lo sconosciuto è uscito dal locale con la scusa di ritirare soldi a un bancomat. Dopo un’ora è ritornato e ha sfidato l’italiano di 49 anni a proseguire la discussione a pugni fuori dal locale. Quando l’altro si è alzato, il cliente tedesco ha estratto un’arma e gli ha sparato.


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grandangolo

Un altro grave esempio di autolesionismo del centrodestra

Quel pasticciaccio brutto dell’Expo 2015

L’incredibile autogol dell’amministrazione di Milano, quasi del tutto paralizzata dalla mancanza di una catena di comando organica e efficiente; da incessanti litigi politici sui posti-chiave del «business del secolo»; dall’affarismo edilizio dei grandi costruttori e dalle continue speculazioni sui terreni di Giancarlo Galli

Q

uando, ma sono ormai passate parecchie stagioni ed è nel frattempo esplosa la crisi economica più lunga e lacerante del Dopoguerra, la sindachessa Letizia Moratti tornò da Parigi sventolando la delibera che assegnava a Milano (contrapposta alla turca Smirne), l’organizzazione dell’Expo 2015, nell’establishment ambrosiano l’entusiasmo fu mitigato da un interrogativo a doppia valenza: ce la faremo? Vi metterà i danèe? Cioè miliardi di investimenti per rivoltare come un guanto una metropoli urbanisticamente anchilosata nonostante le latenti ambizioni.

nio». Quasi che mettere alla stanga i vigili, far funzionare egregiamente i trasporti pubblici, non fossero dei meriti. Dal low profile dell’Albertini, all’high profile della Moratti, dunque. La conquista dell’Expo 2015, quasi una consacrazione, e immediata fonte d’invidie. In qualche misura comprensibili (non giustificabili), poiché mettendo il cappello sull’Expo si rinverdivano antiche glorie e primari ambrosiani; dall’«operosa capitale del Nord», come la definì nel 1881 Umberto I, venuto assieme alla regina Margherita a inaugurare l’Esposizione Nazionale. Evento eccezionale: la Scala

«Donna Letizia farà il miracolo», era la risposta che da Palazzo Marino, residenza municipale, si dava agli scettici, con comprensibile orgoglio. A coloro, pochi ma agguerriti, specie nel “giro” di architetti ed economisti, che continuavano a diffidare. La popolarità del sindaco (trionfalmente eletto nel 2006 col sostegno di Silvio Berlusconi) era infatti allo zenith. Poiché Milano ha un debole per i manager, la Letizia aveva le carte più che in regola. Presidente della Rai (’94-’96), ministro dell’Istruzione (2001-06), e alle spalle la potentissima Famiglia: il marito Gian Marco, gran petroliere, il cognato Massimo patron dell’Inter. In campagna elettorale non s’era risparmiata in promesse. Sino a mettere in ombra il predecessore e sodale politico, Gabriele Albertini. Ottimo sindaco, ma talvolta accusato dai media d’essersi comportato da «prudente amministratore di condomi-

La conquista del progetto ha attirato sul sindaco Letizia Moratti invidie e “ritorsioni” ospitò il Ballo Excelsior, autentico inno al progresso; ai Giardini pubblici gli stand delle nascenti industrie. Breda, Pirelli, Richard Ginori. Addirittura trionfale l’Esposizione Universale del 1906, voluta dal sindaco-imprenditore Ettore Ponti. Fu allestita per celebrare il traforo del Sempione che collegava la Lombardia, attraverso la Svizzera, al Nord Europa. L’area a ridosso del castello Sforzesco, ribattezzata Parco Sempione, offren-

do a un milione di visitatori l’eccezionale spettacolo di una ferrovia sopraelevata, che congiungeva i vari settori della mostra. Due aerostati si librarono nel cielo del Palazzo dell’aeronautica. L’Acquario nuovo di zecca ospitava la fauna marina, nonché modellini indicanti il tracciato del canale navigabile destinato a unire la darsena leopardiana di Porta Ticinese al Po e da qui all’Adriatico. Fra i cannoni della Krupp, le cucine di nichel della Siemens, le porcellane russe, l’amaro Branca e il liquore Strega si sfidavano offrendo assaggi gratuiti. E per un’estate Milano celebrò se stessa e il Progresso con la maiuscola. Sull’onda del successo, maturò nel Dopoguerra (a opera di banchieri e industriali privati) la Fiera Campionaria. Sino agli anni Sessanta il più importante centro d’affari e di scambi internazionale; successivamente trasformatosi, un po’ declinando, in un susseguirsi di mostre commerciali. Appunti di storia milanese utili a inquadrare lo spirito che ha animato Donna Letizia nella vittoriosa battaglia per conquistare l’Expo 2015. Senonché, a risultato acquisito, e siamo nella primavera del 2008, per il sindaco è iniziato un autentico calvario. Due, sostanzialmente i motivi, andando all’osso: gelosie dei politici che si sentivano (Regione e Provincia) “tagliati fuori”; con un insistente pissi-pissi dietro le quinte: «La Moratti vuol trasformare l’Expo in un personale trampolino, per candidarsi alla successione di Berlusconi!». Vero, verosimile, inventato? Nessuno può dire; di certo il “troppo” potere

della Moratti piace poco: al ministro Giulio Tremonti, al governatore Roberto Formigoni, all’allora presidente della Provincia Filippo Penati del Pd. Naturalmente attaccarla frontalmente è improponibile, e allora ha iniziato il martellamento ai fianchi.

L’uomo forte della sindachessa è il cinquantenne Paolo Glisenti, manager con robusto curriculum internazionale. Lo si attacca, moralisticamente, sul versante dello stipendio. Finché Glisenti, da gentiluomo, si fa in disparte. Organigrammi, comitati, misurati col bilancino partitico, anche irritando l’industriale Diana Bracco, incaricata di “coordinare”. Mentre alla Moratti che forse ha preteso di volare troppo alto, si cerca di bruciare le ali.Via il bravo Glisenti, ad amministratore delegato della società per l’Expo arriva da lontano il senatore Lucio Stanca. Pugliese, ex presidente di Ibm Italia, è indubbiamente un tecnico-organizzatore di razza: non a caso, Berlusconi inaugurò per lui un dicastero che non c’era, il ministero per l’Innovazione e la Tecnologia. L’uomo giusto al posto giusto, pareva. Senonché il senatore è un uomo prudente: messo alla guida dell’Expo, non ritiene di rinunciare allo scranno di senatore, a Palazzo Madama. Così il suo sbarco a Milano provoca immediatamente aspre polemiche. Le acque si placherebbero se Stanca riuscisse a mandare in orbita i progetti attuativi dell’Expo. Invece, perde tempo prezioso nell’organizzazione delle strutture che appaiono costosissime.


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Breve viaggio nel breve incarico ricoperto dal deputato ed ex di Ibm Italia

Lucio Stanca, l’ennesimo amministratore (sacrificale) uscito dalle grazie del premier e dell’operosa Milano di Alessandro D’Amato è persino chi ha messo in giro la voce che sia l’Expo a essere “maledetto”, e quel posto di amministratore delegato già passato di mano tre volte ne sarebbe la prova provata. Mentre altri descrivono il successo annunciato di Shanghai, facendo capire che anche solo emularlo per Milano sarà un’impresa. Di certo le dimissioni annunciate via giornale da Lucio Stanca hanno acceso ancora di più i riflettori sulla kermesse milanese, già frastornato dalla mille polemiche e dalle inchieste giudiziarie. E non ha aiutato la sua nomina, condita da altri litigi già all’epoca della nomina per il doppio incarico che l’ex ad di Ibm, uno dei nomi più gettonati tra gli uomini del fare del Cavaliere (l’altro è Guido Possa, già a McDonald’s Italia), chiamato per sostituire Paolo Glisenti reo, anche se nessuno l’ha mai detto esplicitamente, di essere troppo vicino al sindaco di Milano Moratti. Ma dalle grazie di Berlusconi era cominciato a uscire quando le classifiche delle assenze da Montecitorio hanno cominciato a vederlo svettare ai primi posti. E la dichiarazione di guerra da parte di Milano era arrivata a metà aprile: con voto segreto in Consiglio comunale era passata la mozione che invitava Stanca a scegliere tra i due incarichi. Tra i 31 consiglieri che hanno votato sì, dovevano esserci ben 10 franchi tiratori dei banchi della maggioranza. All’ invito l’ad aveva risposto sdegnosamente: «Non mi dimetto», confidando nella decisione della Giunta della Camera, puntualmente arrivata, di non impedirgli il doppio ruolo. Nonostante l’1,24% di presenze a Montecitorio, dove, si sa, cane non mangia mai cane.

C’

Litiga con Tremonti che, taglio dopo taglio, traccheggia coi finanziamenti. Non se la fila né con la Moratti né con Formigoni né col nuovo presidente della Provincia Guido Podestà, berlusconiano doc. Snervato, finisce (cronache dell’altro ieri) col gettare la spugna. Filippo Penati, numero 1 del Pd lombardo, lo attacca senza misericordia: «Dovrebbe restituire lo stipendio». Fuori dai denti: siamo a una rissa indegna di Milano. Lo Stanca avrà pure le sue colpe, ma viene quasi voglia di difenderlo, poiché andare alla ricerca di un capro espiatorio non è nella tradizione ambrosiana. E viste le mirabilie dell’Expo di Shangai, se «non eravamo all’altezza», sarebbe stato opportuno esserne consapevoli in partenza. Invece, con micragnosa acribia, allo Stan-

Ora si sta litigando anche sul prezzo e sulle modalità delle aree destinate a ospitare i padiglioni ca si tagliano mese dopo mese i fondi a disposizione, lo si costringe a ridurre gli organici. «Vogliono fare le nozze coi fichi secchi», dice il popolo meneghino, che ha perso entusiasmo. I lombardi sono concreti, fors’anche troppo, ma si sentono traditi. Se il Corrierone si limita a critiche puntuali ma moderate, Repubblica va giù pesante, sposando la tesi di vasti settori intellettuali e imprenditoriali: meglio rinunciare, e evitare una figuraccia. Come spiegare il voltafaccia o, con altra lettura, la presa di coscienza? Presto detto. Il progetto dell’Expo è più che mai nebuloso. Essendo l’Expo 2015 dedicato alle risorse della Terra in chiave ecologica, s’erano immaginati parchi, vie d’acqua, strade sopraelevate. Con meno soldi, si rischia una pretenziosa kermesse dal sapore provinciale. Basti rilevare come a Stanca sia stato imputato di avere installato il quartier generale a palazzo Reale, a ridosso di piazza Duomo. (Il primo annuncio del successore, l’ex city manager municipale, Giuseppe Sala, è stato il trasferimento degli uffici in periferia...). Scelta risparmiosa, ma poco

esaltante. Comunque, la verità sui gravi problemi connessi alla realizzazione dell’Expo va ricercata in altre dimensioni. In primo luogo nella mancanza di una catena di comando organica, efficiente, motivata. Invece, i partiti, senza eccezioni, si sono distinti per l’assalto alla diligenza: piazzare uomini di fiducia nei punti-chiave di quello che si presentava come “l’affare del secolo”. Quindi liti a non finire, per ogni poltrona o strapuntino. Il nodo più scabroso è però legato all’affarismo edilizio. Nel 2008, i grandi costruttori avevano percepito l’eccezionale opportunità. Speculazioni sui terreni incluse. Così è sempre stato per ogni Esposizione Universale, dunque... Invece, la crisi economica ha colpito in maniera spesso drammatica i Signori del cemento, obbligandoli alla retromarcia. Se l’Expo non sarà un affarone, meglio defilarsi! Ora si litiga finanche sul prezzo e le modalità (acquisto o comodato) dei terreni destinati a ospitare i padiglioni. Quanto ai progetti, la grandeur iniziale va cedendo il passo a una triste modestia. Ridimensionamento persino del numero dei probabili visitatori: da 29 a 20 milioni. Sarà una «messa bassa», dicono in molti, portando ad esempio il successo di Shangai e il precedente flop della spagnola Saragozza.

Non bastasse, nella prossima primavera, a Milano si voterà. A ballare, la poltrona di Donna Letizia, che non può permettersi, con gli attuali indici di gradimento (poco lusinghieri, stando ai sondaggi) di farsi ambasciatrice al Bie di Parigi del “gran rifiuto”. Mandando a quel paese tutti quanti, poiché lei l’Expo se l’era conquistato, e sono stati gli “altri” a rompere le uova nel paniere. Bocciando il bravissimo Glisenti, mettendo sulla graticola Stanca, macinando acqua. Forse, solo Donna Letizia, con un colpo di reni, politicamente e progettualmente virile (come nel suo carattere), potrebbe ribaltare la frittata Expo. Garantendo anche una seconda legislatura a Palazzo Marino. Ciò che abbiamo sin qui raccontato a proposito di Milano, Lombardia, Expo, ci riporta a una famosa e profetica affermazione di Gaetano Salvemini, eminente storicopolitico del secolo scorso: «Le lotte amministrative milanesi sono i prodromi delle lotte politiche italiane. Quel che avviene a Milano, avverrà in Italia...». Ciascuno ne tragga insegnamento.

Le quattro pagine della lettera di dimissioni scritte fitte fitte e piene di autoelogi francamente stonavano un po’con le dimissioni date nelle ultime righe: il dossier di registrazione al Bie di Parigi tra i fiori all’occhiello, le contestazioni arrivate dalla presidente Bracco (in massima parte riguardanti la scarsa valorizzazione del marchio e le spese degli sponsor) e lette come «un’improvvisa e infondata contestazione del mio operato» fino all’articolo 54 della manovra con

cui di fatto il governo lo ha commissariato tra i motivi dell’addio: «In un contesto - diceva nella lettera - in cui recenti provvedimenti hanno limitato sostanzialmente i miei poteri e dall’altro lato rimangono insolute alcune questioni di fondo». Quali, di preciso? Il Tesoro «ha formalizzato la disponibilità di fondi. Ma abbiamo scoperto un’enorme complessità giuridico-burocratica-amministrativa per cui ancora oggi non siamo stati in grado di accedere ai fondi». E ancora: il tetto del 4% per le spese di gestione «è un limite enorme alle capacità di gestire l’ evento».

Tirchieria del governo e troppa burocrazia, disse Stanca. Peccato che fosse stato chiamato al posto di Glisenti proprio perché lui doveva essere in grado di risolvere i problemi nati da un rapporto con Roma che sin dall’inizio era apparso conflittuale. Invece, niente. La gestione dei terreni, il vero business dell’Expo, sono andati alla Regione Lombardia, come voleva dall’inizio Formigoni, e i manager di fiducia assunti dall’ex Ibm hanno finito per vedersi recapitare una lettera di licenziamento, visto che il loro lavoro non serviva più e soldi per pagarli non ce n’erano, mentre Stanca ha dovuto persino subire l’onta di dover recapitare una relazione trimestrale al governo sui denari spesi, come - anzi, peggio di - un amministratore locale qualsiasi. L’attacco della Bracco è stato la classica goccia che fa traboccare un vaso ormai stracolmo. Ed è difficile non pensare che ormai l’Expo costituisca un bersaglio grosso e facile dove sparare, da parte di tutti: governo che taglia i costi “faraonici”, Comune, Provincia e Regione che vogliono comandare il più possibile e l’uno sull’altro, industriali scontenti perché troppo imbevuti di cultura d’impresa, e incapaci di comprendere i tempi e la logica della politica. Chissà se Stanca sarà l’ultimo sacrificato sull’altare, oppure se la kermesse chiederà altri tributi di sangue da qui al 2015. Cinque anni sono tanti, trascorrerli senza litigare sembra un’utopia. Anche nell’operosa Milano.


società

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Analisi. Il richiamo della Santa Sede a combattere la filosofia del nulla si attua con la nomina di Fisichella in uno dei posti chiave della Chiesa

Evangelizzare il deserto Il nichilismo è divenuto il nuovo umanesimo, ma nega Dio Ecco perché la nuova Congregazione può essere decisiva di Michael Novak rincuorante che Sua Santità Benedetto XVI abbia scelto un vescovo di mente salda grande cuore per guidare ciò che Papa Ratzinger ha indicato sin all’inizio del proprio pontificato come uno degli sforzi più importanti – la leadership nell’impresa di portare la Parola del Vangelo nelle cittadelle del nichilismo che alcune generazioni or sono si impossessarono dell’immaginazione europea. La nomina del vescovo Salvatore Rino Fisichella a primo Presidente del nuovo Consiglio Pontificio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione indica che il Papa intendeva realmente portare avanti quanto espresso, sia nel famoso dialogo con Jurgen Habermas che nelle raccomandazioni enunciate all’apertura del Conclave nel quale il Cardinale Ratzinger venne eletto al soglio di Pietro come Papa Benedetto XVI. In entrambi i casi, il suo oggetto era il nichilismo e la necessità per la Chiesa di intraprendere un nuovo, innovativo ed altresì più approfondito scambio con i suoi proponenti. Poiché il nichilismo costituisce un morbo sempre più snervante e che colpisce, come in passato, il sistema immunitario dello spirito umano.

È

Sebbene i primi fautori del nichilismo riflettano molto, ad esempio, di “onestà” e della necessità di “affrontare la verità”, gradualmente tali termini si sono svuotati di significato reale. Se alla fine di tutto niente conta, qual è dunque il reale valore dell’onestà rispetto alla disonestà, o dell’affrontare la verità piuttosto che eluderla? Non sono tali scelte semplici dichiarazioni di preferenza, di nessun particolare valore eccetto che dal punto di vista soggettivo? Detta in modo schietto, dal punto di vista dei presupposti nichilisti, perché l’onestà dovrebbe essere preferita alla disonestà? L’una sembra obiettivamente tanto valida quanto l’altra. Naturalmente, i filosofi del nichilismo raramente traducono in agire i principi che diffondono. Solo gli sventurati che li prendono sul serio (ma invero alquanto stupidamente)

voltano le spalle alla decenza ed all’umanità. Essi agiscono in funzione di ciò con cui i filosofi si gingillano, allo stesso modo in cui si può giocherellare con le idee. Perché quegli stessi filosofi si dimostrano solerti nel vantarsi di rappresentare il Partito degli Illuminati, impegnato nel perseguire Libertà, Fratellanza ed Uguaglianza – i veri umanisti di questo mondo.

Bisogna però ricordare sempre che non sono gli uomini che porteranno questa missione al successo: questo compito è di Dio In realtà, essi difendono il nichilismo in quanto essenziale condizione dell’umanesimo. Esso richiede il rifiuto di Dio al centro dello spirito umano.

In tale clima di ottimismo, la storia del XX secolo ha dimostrato quanto il nichilismo avesse deplorevolmente torto. Raramente vi è stata un’era caduta così rapidamente da forme raffinate di umanesimo ad una barbarie selvaggia; in mo-

do così veloce, così meticoloso, e senza rimorso alcuno. Ironia della sorte, l’aspetto del XX secolo che la maggior parte dei nichilisti disprezza, la stupefacente capacità della sua economia capitalista di generare nuova ricchezza, ha risparmiato ai socialisti borghesi europei il confronto con il proprio nichilismo. Lunghi, piacevoli pranzi nei caffè; raffinati liquori, caffè persino migliori e dolci in abbondanza, hanno allontanato le loro menti dalla filosofia. Perché preoccuparsi di questioni quali la verità, il coraggio ed dinamismo storico quando la vita è così bella?

Lo snervamento della vita intellettuale europea è quindi diventato così tristemente completo. Persino i trend demografici hanno cominciato a scendere verso il basso. Perché affrontare le pene insite nel sacrificare la primavera dell’età adulta per generare nuova vita quando, invero, è solo l’ego personale ciò che conta? E l’esprit, la fiducia in sé stessi, ed il desiderio di condividere i propri beni e vantaggi con altri, svaniscono dalla cultura nichilista come l’aria da un palloncino forato. Le difficoltà attraverso le quali il nichilismo europeo na-

Monsignor Rino Fisichella, nuovo prefetto della Congregazione per la promozione della nuova evengelizzazione. In basso, il cardinale Ouellet e monsignor Kurt Koch

viga sono molte. Alcune sono politiche, altre sociali e culturali nel senso più ampio del termine. Ma alcune rappresentano i danni delle molte malattie dell’anima individuale. Altre sono sintomo di grande confu-

sione intellettuale. Sarà necessaria una leadership intellettuale molto determinata ed intelligente per penetrare le astuzie attraverso le quali il nichilismo nasconde il suo potenziale distruttivo nei meandri della propria malattia. Uno sforzo monumentale di conversione culturale – in primis con un’intelligenza coraggiosa, quindi con un’altra – sarà necessario per spazzare via l’auto-invalidante malattia

Entrambi fedeli al Vaticano II, Ouellet e Koch sono destinati a mettere mano a molti faldoni vaticani

Ecumenismo e vescovi, la nuova rotta di Massimo Fazzi innegabile che il magistero di Benedetto XVI sia destinato a rimanere nella storia della Chiesa. Il cosiddetto “Papa teologo”, uomo di vedute austere e sicuramente meno avvezzo alla comunicazione rispetto al suo predecessore, ha dovuto e dovrà affrontare scandali enormi. Dalla pedofilia agli immobili, la Santa Sede è stata scossa da spinte estremamente violente. Non che questo rap-

È

presenti un’enorme novità, per il Papa. Era stato proprio lui a denunciare la sporcizia che si annida nella Chiesa e a dire che il vero scandalo è rappresentato da quegli uomini consacrati che dimenticano la loro missione. Ma alle parole il pontefice ha fatto seguire anche dei fatti: il 30 giugno e il 1 luglio sono state ufficializzate una serie di nomine nella curia vaticana che di fatto mettono mano ai principali dica-

steri vaticano. Le principali sono tre. La prima è quella dell’arcivescovo Salvatore Fisichella a presidente del neonato pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione. Fisichella era rettore della Pontificia Università Lateranense e presidente della pontificia accademia per la vita. Dove a lui succederanno, rispettivamente, il sacerdote salesiano Enrico dal Covolo e monsignor Ignacio Carrasco de Paula. La

seconda nomina importante è quella del cardinale canadese Marc Ouellet a prefetto della congregazione per i vescovi, al posto del cardinale Giovanni Battista Re. Ouellet, 66 anni, sulpiziano, finora arcivescovo di Quebec, discepolo del grande teologo Hans Urs von Balthasar, è un ratzingeriano di ferro. Come vescovo nel Canada francofono ha operato in uno dei luoghi dove la scristianizzazione è intervenuta più drammatica e re-


società

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Il Papa in prima linea per mettere pace nella comunità episcopale

Lo sguardo di Benedetto va dalla Curia al mondo Gli scandali che colpiscono i cattolici non riescono a distogliere il pontefice dallo scopo di evangelizzare di Luigi Accattoli opo lo scandalo del sesso arriva quello degli affari e all’uno e all’altro si intreccia il sisma di un’incipiente divisione tra i vescovi e quello dell’inaspettato contrasto tra gli attuali responsabili della Curia e coloro che la governarono sotto Papa Wojtyla: c’è un dramma del Papa teologo che un’emergenza dietro l’altra sembra voler distogliere dal compito che si era scelto e che era quello di applicarsi alla crisi della fede nel mondo e in particolare nel mondo del benessere. Lungo le ultime settimane egli ha compiuto una serie di atti che affrontano queste emergenze e a un tempo rilanciano la missione verso il mondo secolarizzato: incontri con vescovi e cardinali, una lettera di “ringraziamento” al cardinale Bertone che suona come una rinnovata investitura, nomine di Curia e costituzione di un nuovo Consiglio per la rievangelizzazione dell’Occidente. Egli infatti avverte fortemente il mistero del peccato che insidia la Chiesa ma sente anche – e forse di più – la disaffezione dell’Occidente dal cristianesimo e torna appena può a questa sua materia. L’idea che si debba parlare di Cristo ai popoli che più non l’amano è centrale nella mente e nell’attività di Benedetto XVI. Essa ora prende corpo nel Consiglio affidato all’arcivescovo Rino Fisichella, che si occuperà della promozione della nuova Evangelizzazione nei Paesi secolarizzati. Ed è la seconda mossa in questa direzione, nella quale era già venuto assumendo – per mandato papale – un ruolo significativo l’arcivescovo Gianfranco Ravasi, presidente del Consiglio per la Cultura e forse l’uomo più creativo della Curia Romana: egli ha appena annunciato per il marzo del 2011 l’avvio a Parigi del programma denominato “Cortile dei Gentili”, mirato ad allacciare un “dialogo sistematico” con gli intellettuali non credenti.

D

dell’anima. E questo è proprio il punto in cui il fine intelletto, il coraggio intellettuale, e l’ampiezza d’animo di Salvatore Rino Fisichella entrano in gioco, e verranno duramente messe alla prova. Papa Benedetto lo ha scelto come capo in questo campo di battaglia – la stessa battaglia che il primo San Benedetto intraprese sulle macerie dell’Impero Romano. Anche allora la missione di evangelizzazione era inscindibile dal compito di costruire una nuova civiltà. Non sono i singoli leader, ma il Signore Stesso, che

pentina. Nel scegliere i futuri vescovi, si prevede quindi che sarà molto in sintonia con la visione che ha indotto Benedetto XVI a istituire il nuovo organismo per la nuova evangelizzazione. Di questo nuovo organismo, però, non si conoscono ancora i compiti precisi, che saranno definiti da un motu proprio papale.

Ad esempio, non sono chiari i confini tra le sue competenze e quelle del pontificio consiglio della cultura, che già si occupa del “Cortile dei gentili” e cioè dell’evangelizzazione dei non credenti. Inoltre, l’affidamento del nuovo organismo a monsignor Fisichella potrebbe rinfocolare le polemiche che hanno tormentato la sua presidenza della pontificia accademia per la vita, a motivo di un suo controverso articolo su

garantirà il successo in questa grande e storica lotta.Vi è motivo di credere, in questo caso, che il Signore abbia scelto una buona e forte mano per intraprendere questa lunga, cruciale, e potenzialmente meravigliosa missione.

Possiamo pensare a tutto ciò come ad una Seconda Conversione in Europa, o una Rinascita della Civiltà Europea.Vi sono buoni motivi per chiamarla – senza giri di parole – evangelizzazione: buone notizie dove prima vi era solo il deserto. L’Osservatore Romano in difesa di una fanciulla brasiliana alla quale era stato imposto un doppio aborto: polemiche non placate neppure da una successiva dichiarazione della congregazione per la dottrina della fede. Infine, la terza nomina importante è quella del vescovo svizzero Kurt Koch a presidente del pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, al posto del cardinale Walter Kasper. Una nomina che sottolinea l’interesse di Benedetto XVI per un campo, quello dell’ecumenismo, che ritiene primario. Il Papa sa bene che la disunità del mondo cristiano è, per citare San Paolo, “uno scandalo” molto più di altri. E vuole che i suoi nuovi “ministri” rimettano mano a dei faldoni rimasti chiusi per troppo tempo. In modo da guarire la Chiesa.

Kurt Koch. Sia Ouellet che Koch vengono da Paesi fortemente secolarizzati e hanno una collocazione ecclesiastica molto simile a quella che fu del cardinale Ratzinger: sostanziale fedeltà al Vaticano II ma preoccupazione per l’attuale indebolimento delle Chiese cristiane.

Ambedue condividono la preoccupazione e il proposito del Papa di chiamare tutte le comunità cattoliche e anche le comunità cristiane non cattoliche alla comune urgenza di ripresentare la figura di Cristo e il suo messaggio ai popoli che sono tentati di abbandonarli. Infine la mediazione tra i vescovi e tra gli episcopati e la Curia romana. Molto si è parlato lungo gli ultimi due mesi, del contrasto divenuto pubblico tra il cardinale austriaco Schoenborn e il decano del Collegio cardinalizio Sodano, che il primo accusava di aver ostacolato – negli anni ’90 – un’inchiesta sul caso Groer. Il 28 giugno il Papa ha ricevuto Schoenborn e alla seconda fase dell’udienza hanno partecipato anche i cardinali Sodano e Bertone. È seguito un comunicato rasserenante nel quale l’arcivescovo di Vienna chiariva e in parte rettificava il proprio pensiero. Il 1° luglio Benedetto ha ricevuto il vescovo emerito di Augsburg, Mixa, che aveva avuto conflitti – anch’essi pubblici – con il presidente della Conferenza episcopale tedesca e con il presidente dei vescovi della Baviera: anche in questo caso abbiamo avuto un comunicato di chiarificazione e di conciliazione. «I due episodi – ha detto il portavoce vaticano – dimostrano che Benedetto XVI si impegna in prima persona con ogni sforzo per risanare le tensioni e incomprensioni che travagliano la comunità. La sua testimonianza squisitamente evangelica è chiara: dobbiamo seguirla». Infine la lettera al cardinale Bertone segretario di Stato: ha la data del 1° giugno ed è motivata dal cinquantesimo di messa del destinatario ma è stata pubblicata a un mese di distanza «mentre attraversiamo tempi difficili – vi è scritto – affinché la Nostra considerazione nei Tuoi confronti risulti più manifesta». Una lettera di circostanza dunque, che ringrazia il primo collaboratore per il suo “grande impegno” e la sua “perizia” e chiarisce che l’azione svolta dal cardinale ha il pieno sostegno del Papa. (www.luigiaccattoli.it)

Le nuove nomine approvate in questi giorni vanno nella stessa direzione, che è quella di rilanciare il pensiero cristiano sempre più spesso sotto attacco

Sono parzialmente riconducibili al progetto della “nuova evangelizzazione” anche le altre due nomine curiali più importanti arrivate la settimana scorsa: la chiamata del cardinale canadese Marc Ouellet alla Congregazione per i vescovi, al posto del cardinale bresciano Giovanni Battista Re, che va in pensione dopo aver retto per undici anni quel dicastero; e l’arrivo al vertice del Consiglio per l’ecumenismo, al posto del cardinale tedesco Walter Kasper, del teologo svizzero e arcivescovo di Basilea


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n francese di Lorena dall’ingegno rinascimentale, un ebreo russo invece prototipo di un altro tipo di genio al confine della follia, un premio favoloso che non si riesce a dare e un primo ministro tirchio sono gli ingredienti di una storia che ruota attorno alla Congettura di Poincaré. Della quale si dice normalmente che è difficilissima da dimostrare; ma in effetti è addirittura infernale da capire. «Ogni 3-varietà semplicemente connessa chiusa (ossia compatta e senza bordi) è omeomorfa a una sfera tridimensionale»: è questa la definizione formale del problema posto nel 1904 da Raymond Poincaré. Il cugino del futuro Presidente della Terza Repubblica Francese durante la Prima Guerra Mondiale, che in soli 58 anni di vita tra 1854 e 1912 si fece fama di “ultimo universalista”, per il modo in cui riuscì a essere il numero uno in matematica, in fisica teorica, in filosofia naturale, e in breve in qualunque campo dello scibile a cui si dedicasse. Il bello è che neanche lui riusciva esattamente spiegare il processo mentale tramite il quale arrivava a illuminare quel che agli altri era fino ad allora restato oscuro. Ma quella “Congettura” restò tale, perché neanche a lui era venuto in mente il modo per dimostrarla. Ne volete un’altra formulazione? «La congettura dice che la 3-sfera è l’unica varietà tridimensionale senza buchi, cioè dove qualsiasi cammino chiuso può essere contratto fino a diventare un punto». Ovvero, una formulazione della congettura di Poincaré a n dimensioni è la seguente: «Ogni varietà chiusa n dimensionale omotopicamente equivalente alla n-sfera è omeomorfa alla n-sfera». Oppure: «In topologia, la superficie sfera a due dimensioni è caratterizzata dal fatto che è semplicemente connessa. La Congettura di Poincaré dice che la sfera è l’unica superficie che è semplicemente connessa anche se la si porta a n-dimensioni con n un numero positivo maggiore di 0. Questo problema è stato risolto per tutte le dimensioni superiori a 3, risolverlo per la dimensione 3 è fondamentale per dimostrare la congettura». Chiaro, no?

U

Gli esperti spiegano però che questa dimostrazione permetterebbe addirittura di comprendere la possibile forma dell’Universo, E, a ogni modo, il problema affascinò Landon Clay: un miliardario bostoniano che per la verità è laureato in lettere, ma che nel 1998 creò il Clay Mathematics Institute apposta per contribuire alla ricerca su questi temi. E nel 2000 questo istituto decise di stabilire un premio di un milione di dollari, anch’essi provenienti dalle tasche di Clay, per chiunque riesca a risolvere uno tra sette “Problemi del Millennio”su cui gli scienziati si stanno rompendo la testa. Oltre alla Congettura di Poincaré c’è “P contro NP”: «Riuscire a dimostrare o confutare il fatto che non esistono problemi NP, ovvero, detto con termini diversi, dimostrare che tutti i problemi NP possono essere resi di tipo P». E la Congettura di Hodge, che riguarda gli spazi proiettivi e le varietà algebriche. E l’Ipotesi di Riemann, secondo cui la distribuzione dei numeri primi segue una particola-

il paginone Ha rifiutato l’equivalente di un Nobel e un milione di dollari. Vive da solo, in compagnia delle blatte. Storia del genio matematico russo Grigorij Perelman

L’uomo che conta di Maurizio Stefanini re funzione chiamata funzione zeta di Riemann. E la Teoria quantistica di Yang-Mills, che descrive la rottura della simmetria delle fasi primordiali dell’universo. E le equazioni di Navier-Stokes, che descrivono il comportamento dei fluidi, ossia liquidi e gas. E la congettura di Birch -Swinnerton-Dyer, che si chiede se le equazioni abbiano finite o infinite soluzioni razionali. Sette problemi, ma un solo premio finora assegnato. Una prima dimostrazione arrivò infatti già nell’aprile del 2002, con un articolo di M.J. Dunwoody. Ma questa si rivelò errata. Ed è a questo punto che entra in campo con due articoli il russo Grigorij “Grisha” Jakovlevic Perelman dell’Istituto Matematico di Steklov di San Pietroburgo. Nel primo, nel no-

zioni di Perelman.

Infine, nella primavera del 2006 un articolo dei cinesi Huai-Dong Cao e Xiping Zhu pubblicato nell’Asian Journal of Mathematics consacra il riconoscimento definitivo. A Perelman viene dunque data a Madrid la Medaglia Fieds della International Mathematical Union, che è una specie di Nobel per la Matematica. Ma il 22 agosto 2006 questi rifiuta. E adesso ha ufficialmente detto no anche al milione di dollari del Clay Mathematics Institute, dopo aver disertato la cerimonia della premiazione indetta a Parigi. «Non condivido le loro decisioni, ritengo che il contributo dato dal matematico Usa Hamilton alla dimostrazione della congettura di Poincarè non sia inferiore al mio», ha

giovanotto che gli ha svolto le ricerche per i suoi libri, o un divo di Hollywood che volesse girare un Oscar alla controfigura che gli ha fatto le scene più pericolose. Ovviamente, questo curioso diniego ha incuriosito la stampa. E a quel punto si è scoperto il profilo di un genio al confine tra il misticismo e la follia, proprio come certi geni russi. O certi personaggi della Letteratura o del Cinema russo.

Da quegli eroi di Tolstoj che come d’altronde Tolstoj stesso a un certo punto decidevano di piantare in asso tutto, a quell’altro protagonista di un film di Tarkovskij, che credendo di trovarsi di fronte alla fine del mondo fa voto di rinunciare a tutto pur di sventarla, e poi dà fuoco alla sua casa

Ha dimostrato la Congettura di Poincaré, ma rifiuta il premio: «Fama e denaro non mi interessano. Non sono un eroe» vembre del 2002, dichiara di aver già dimostrato la più generale congettura di geometrizzazione di Thurston, di cui la Congettura di Poincaré non sarebbe che un caso particolare. Il secondo articolo, del 2003, è seguito da un ciclo di conferenze negli Stati Uniti. Per i tre anni successivi torme di matematici si buttano sulle dimostra-

spiegato all’agenzia Interfax.

Per la cronaca, Richard Hamilton è il professore di matematica della Columbia University che ha fornito a Perelman il programma di ricerca con cui il russo ha risolto il problema. Che sarebbe come un Nobel per la Letteratura che dicesse di premiare il

e finisce in manicomio quando poi la sua richiesta a Dio viene esaudita. Nato nel 1966 nell’allora Leningrado da un ingegnere elettrico e un’insegnante di matematica, una sorella minore di nome Elena anch’essa matematica di valore, un volto dagli occhi di ghiaccio che a 44 anni è una via di mezzo tra Gesù Cristo e Dostojevskj,


il paginone il giovane Grigorij venne iscritto alla Scuola Pubblica n° 239, istituto fondato negli anni 1950 per i bambini particolarmente dotati. E stava ancora alla scuola media superiore quando nel 1982, vinse una medaglia d’oro per il punteggio massimo alle Olimpiadi internazionali di matematica tenutesi a Budapest. Cominciando però già lì a rifiutare una Borsa di Studio negli Stati Uniti. In seguito andò all’Università Statale di Leningrado, dove si specializzò nei programmi di matematica avanzata e di fisica e si laureò alla facoltà di Matematica e meccanica dell’Università di San Pietroburgo (nel frattempo con la caduta

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una sedia e un letto con un materasso sporco, lasciato dai precedenti proprietari alcolisti, che gli hanno venduto l’appartamento. Stiamo cercando nel palazzo di sbarazzarci degli scarafaggi, ma sono nascosti nel suo appartamento». È possibile che l’indiscrezione sia solo una calunnia effetto di cattivi rapporti di vicinato, ma la stranezza del genio sembra altrettanto indiscutibile della sua genialità.

Qualcuno parla di radicati sentimenti anti-materialisti. Qualcun altro di un amore troppo esclusivo per la scienza, che lo portava a litigare sistematicamente con chiunque non

Putin lo cita come esempio agli scienziati che protestano per i tagli alla ricerca Una sua vicina di casa dell’appartamento in cui vive alla periferia di San Pietroburgo insieme alla vecchia madre ha raccontato di «un tavolo, una sedia e un letto con un materasso sporco, lasciato dai precedenti proprietari alcolisti, che gli hanno venduto casa»

ava gli scarafaggi

riuscisse a tenere dietro ai suoi ragionamenti. Cioè, con tutti. Qualcun altro ancora ipotizza una riservatezza oltre i limiti della misantropia, che lo avrebbe portato a considerare con autentico terrore quella prospettiva di pubblicare la dimostrazione su una rivista on line, come richiesto dal regolamento del Premio Clay. Va detto che però le interviste non le rifiuta. «Non voglio essere uno scienziato da vetrina e troppi soldi in Russia generano solo violenza», ha spiegato ad esempio in una di queste. E ancora: «Per me il Premio è del tutto irrilevante. Se la soluzione è quella giusta, non c’è bisogno di alcun altro riconoscimento». «Il denaro e la fa-

dell’Urss la città aveva recuperato il suo nome originale).

Segue il lavoro nel dipartimento di San Pietroburgo dell’Istituto Steklov di Matematica, e tra fine anni ’80 e inizio anni ’90 quelli presso varie università degli Stati Uniti, tra cui il prestigioso Massachusetts Institute of Technology di Boston, per poi tornare nel 1995 all’Istituto Steklov. E venire alla ribalta mondiale appunto nel 2002. Da ricordare però che anche nei primi anni ’90 Perelman ha rifiutato un premio, dalla European Mathematical Society. E pure nel 2006 si dimette dal suo posto a San Pietroburgo. Mentre nel giugno del 2007 un blogger lo fotografa in metropolitana, sorprendendolo con i capelli arruffati, la barba incolta e le scarpe sfondate. Un’altra testimonianza sconcertante viene da Vera Petrovna: un nome molto alla Dostojevskj per una vicina di casa dell’appartamento popolare in cui Perelman vive alla periferia di San Pietroburgo, in compagna della vecchia madre. «Io una volta sono stata nel suo appartamento, rimanendo scioccata. C’è solo un tavolo,

ma non mi interessano. Non voglio essere mostrato pubblicamente, come un animale in uno zoo». «Io non sono un eroe della matematica». E via di questo passo.

Il bello è che, secondo il primo ministro Vladimir Putin, un tale comportamento dovrebbe essere imitato. «Vedete, dovreste prendere esempio da Perelman», ha detto di recente agli accademici che protestavano per i tagli alla ricerca. Un consiglio che sarebbe indubbiamente rafforzato, se anche Putin seguisse un tale esempio piuttosto che saltare in continuazione dalla Presidenza alla testa del Governo senza soluzione di continuità.


mondo

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Crisi. Cresce la tensione fra Ankara e Gerusalemme. Appello degli intellettuali musulmani: «In ferie nel Paese della Mezzaluna»

Qui Israele non vola più La Turchia chiude i cieli a Tzahal e chiede le scuse per il blitz. Netanyahu: «Mai» di Luisa Arezzo l braccio di ferro fra Israele e Turchia per il raid contro la flottiglia di attivisti diretti a Gaza e fermati da Tzahal il 31 maggio, con un bilancio di nove morti, sta per tramutarsi in una crisi che potrebbe sancire una definitiva frattura fra i due paesi. Giorni fa, nonostante una velata richiesta, il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva ribadito che il suo governo non avrebbe presentato scuse formali ad Ankara. E ieri è arrivata una ferma risposta dal governo turco, che per bocca del ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, ha fatto sapere non solo di aver chiuso gli spazi aerei turchi ai voli militari israeliani, ma di essere pronto a chiuderli anche ai voli civili e a rompere le relazioni con Gerusalemme. «Le relazioni saranno troncate se Israele non si scuserà e se non accetterà le conclusioni di un’inchiesta internazionale sull’attacco del 31 maggio», ha avvertito Davutoglu. Ma Israele, com’è ovvio, non ha fatto una piega, anzi: «Non chiederemo mai scusa per il raid», ha ribadito l’ufficio di Benjamin Netanyahu. «Naturalmente siamo dispiaciuti per la perdita di vite umane ma non siamo stati noi a cominciare a usare la violenza», ha aggiunto in portavoce del premier, spiegando che «quando si desidera avere della scuse non si usano minacce o ultimatum».

I

E ora facciamo un passo inidetro: i media internazionali si sono accorti della frattura con lo Stato d’Israele solo dopo la risposta di Gerusalemme agli attacchi di Hamas fra la fine del 2008 e l’inizio del 2009 con l’operazione Piombo fuso. Ma la verità è che il premier islamico-moderato aveva iniziato a dare dei problemi allo stato ebraico da almeno tre anni. I primi screzi erano arrivati proprio dopo la vittoria del 2007. Da quel momento la politica di Erdogan, forte anche del plebiscitario risultato conseguito alle politiche e alla perdita di contrappesi politici come la presidenza della Repubblica (alla quale è salito il suo ex compagno di partito Abdullah Gul), è diventata molto più aggres-

A dispetto delle apparenze, sono almeno tre anni che Erdogan lavora alla frattura con il suo vecchio alleato. Le prime avvisaglie nel 2007, durante una sua visita all’allora premier Olmert...

E mentre i rapporti tra i governi consumano dunque lo strappo finale, un gruppo di intellettuali musulmani ha lanciato un appello ai turisti: «Tutti in vacanza in Turchia contro il nemico Israele». Il punto, spiegato dal Jerusalem Post, è che la guerra diplomatica rischia di costare cara ad Ankara: i viaggi recentemente cancellati da oltre 100mila israeliani nella terra della Mezzaluna potrebbero creare un buco sui conti di almeno 400 milioni di dollari. Il documento anti-Israele, firmato dai maggiori leader islamici, punta a riempire le casse e supportare la causa turca. «Le famiglie e i gruppi che stanno pianificando un viaggio in Europa, negli Stati Uniti o altrove scelgano la Turchia, ci sono moschee e monumenti storici bellissimi - scrivono Yusuf alQaradawi, Abdullah Bin Baih, Saman alOdah e altri leader della galassia musulmana -. Le navi della libertà sono state un passo fondamentale per portare sotto i riflettori internazionali il blocco israeliano a Gaza e il raid di maggio è stato un attentato contro il popolo turco». Secondo i rapporti fatti circolare dal governo di Ankara, l’appello sarebbe già stato accolto da molti: nel giro di 48 ore si sarebbe registrato un incremento del 20 per cento delle prenotazioni dal Bahrain, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati.

siva, e meno comprensiva nei confronti dell’opposizione e dei militari, principali artefici dell’alleanza con Israele, soprattutto per quanto riguarda gli accordi per esercitazioni congiunte e forniture di sistemi d’arma. Per essere precisi i primi segnali sono arrivati in occasione di un viaggio di Stato che Erdogan compì nel 2007. In quell’occasione ebbe a che ridire con il premier Olmert per alcuni lavori che si svolgevano vicino alla Spianata delle Moschee, nella parte musulmana di Gerusalemme vecchia. Fu allora che alcuni analisti della Mezzaluna cominciarono a intravedere le A destra, prime incrinature il premier dell’alleanza. Ma a turco quei tempi gli scetErdogan, che pretende le scuse ufficiali di Israele. In alto: esercitazioni militari turche e, nella pagina a fianco, Obama e Netanyahu

tici non avevano dati a sufficienza per pensare che qualcosa stesse effettivamente cambiando e, dall’altra parte Israele aveva riposto nella Turchia grandi speranze per la mediazione con la Siria sulla cessione delle alture del Golan, che avrebbe dovuto portare in cambio l’arresto di alcuni importanti esponenti di Hamas rifugiati a Damasco.

Nel maggio del 2009, dopo il risultato deludente alle elezioni amministrative del marzo precedente, Erdogan opera un rimpasto di governo che, sul lungo andare segnerà un vero e proprio punto di non ritorno nelle relazioni con lo Stato ebraico. Al ministero degli Esteri, infatti, viene nominato Ahmet Davutoglu. Il diplomatico ha insegnato in molte università e


mondo

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Redatta la lista delle merci ammesse a Gaza, si tenta di riaprire il dialogo con i palestinesi

Il premier israeliano torna negli Usa per ricucire lo strappo Oggi il quinto incontro a Washington con il presidente Obama. In agenda colonie, Territori, Stato palestinese e la tensione con Ankara di Pierre Chiartano ggi si tenterà una ripartenza tra Washington e Gerusalemme. Il governo israeliano sta facendo ogni possibile sforzo per la riuscita dell’incontro negli Usa fra il primo ministro Benyamin Netanyahu e il presidente americano Barack Obama. Ieri c’era stata la diffusione della lista dei beni che non possono entrare a Gaza, in modo da ufficializzare i termini dell’allentamento del blocco, e un incontro fra il ministro israeliano della Difesa Ehud Barak e il primo ministro palestinese Salam Fayyad, il primo a così alto livello dopo molti mesi. Inoltre Netanyahu ha mandato la settimana scorsa due suoi collaboratori per colloqui al Cairo.

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scritto parecchi libri. È molto amico del premier e gli ha fatto da consigliere per anni. Ma soprattutto Davutoglu è noto per la sua teoria detta del “neo-ottomanesimo”, secondo alcuni traducibile semplicemente in “teoria del buon vicinato”. Prima di assumere la direzione del ministero degli Esteri, Davutoglu era stato il capo negoziatore nella mediazione fra Israele e Siria e poi fra i diplomatici di spicco nell’intavolare colloqui con Israele per la fine dell’operazione Piombo Fuso. Un personaggio quindi che lo Stato ebraico conosce molto bene. Il nuovo capo della diplomazia turca da quando ha assunto il suo ufficio, non ha fatto niente per recuperare le relazioni con Gerusalemme, che nel frattempo nell’edizione 2009 del World Economic Forum avevano ricevuto una batosta a causa della lite in diretta fra Tayyip Erdogan e Simon Peres.

Al contrario, Davutoglu si è impegnato in prima persona a creare un nuovo modello di relazioni con gli Stati confinanti, con un nuovo atteggiamento nei confronti degli alleati storici In questo primo anno di incarico, Davutoglu ha compiuto passi importanti nella pace fra Bosnia e Serbia. E dal punto di vista interno la sua strategia del buon vicinato ha portato la Turchia a stringere accordi vantaggiosi con l’ormai ex-nemica Grecia e, cosa ben più importante, con la Russia, con la quale sono stati stretti rapporti dal punto di vista commerciale ed energetico. Anche a Oriente, le relazioni con la Siria sono molto migliorate e sono state aperte zone di libero scambio che coinvolgeranno presto anche l’Iraq. Capitolo a parte meritano i rapporti con l’Iran di Ahmadinejad, che proprio sotto il primo e soprattutto il secondo mandato di Erdogan sono risorti a nuova vita. Basti pensare al “no” della Turchia a nuove sanzioni contro Teheran durante il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Una serie di scelte che non solo preoccupano l’intero scacchiere occidentale, ma saranno il fulcro dei colloqui di oggi alla Casa Bianca fra Obama e Netanyahu.

Sarà un vertice che almeno alla luce dei riflettori vorrebbe far scordare il clima glaciale del precedente incontro per ricucire i rapporti tra due leader divisi da profondi contrasti in tema di processo di pace con i palestinesi. E sembra sempre meno sensato, per gli israeliani, che sia George Mitchell, inviato speciale della Casa Bianca, a dover fare la spola tra le due parti sedute al tavolo dei negoziati. Ora le strade tra Ramallah e Gerusalemme dovrebbero, almeno in teoria, trasformarsi in autostrade, visto che l’embargo alle merci decretato da Israele è stato fortemente allentato. Dal versante palestinese non sono ancora arrivati segnali distensivi. Ma è sul fronte Atlantico che i meteorologi della politica cercano disperatamente un segnale positivo. A marzo la crisi diplomatica tra Usa e Israele era stata definita la «più seria degli ultimi 35 anni», dall’ambasciatore israeliano a Washington Michael Oren a marzo. I rapporti far i due storici alleati, Usa e Israele, mai avevano attraversato un periodo così altalenante e difficile. Almeno dal punto di vista delle apparenze, perché anche una coppia di ferro può litigare. E sembra questo il caso dei rapporti tra Washington e Gerusalemme, visto che il Foreign military financing program con cui gli Usa sovvenzionano Tsahal, l’esercito con la stella di David, resta attivo (circa 2 miliardi di

dollari all’anno, un po’ di meno dall’inizio del 2010). Durante la guerra fredda, uno dei principali dispositivi militari mediterranei avrebbe dovuto mantenere aperti i rifornimenti navali allo Stato ebraico. Nel 1962 fu John F. Kennedy a fornire i primi missili antiaerei Hawk a Israele e nel 1968 fu Lyndon B. Johnson a consegnare gli F-4 Phantom. Tanto per fare un paio di esempi. Gli Usa sono e rimarranno i garanti della sicurezza dello Stato ebraico, ma con Obama si deve discutere, perché è cambiato l’approccio

che preoccupazione deve aver sollevato. Ma questa specie di riscrittura della Nss è solo un esempio di come Obama voglia mettere il suo marchio su tutta la politica estera statunitense. Il cambiamento d’approccio è radicale e parte dal discorso fatto da Obama all’università del Cairo in Egitto, dove il presidente Usa aveva promesso «un nuovo inizio». Allora fu messa in piedi una squadra di esperti che in un anno di lavoro hanno elaborato una nuova strategia. Si chiama Global engagement directorate. Si tratta dunque di parlare al mondo musulmano di quello che si può fare insieme, dall’economia alla guerra alla poliomielite. Ora servirebbe ingaggiare i Paesi musulmani su argomenti come l’economia, l’educazione e la sanità. La cosa più incredibile di questa iniziativa è che ha preso spunto dall’azione di un altro inquilino della Casa Bianca: Ronald Reagan. Nel suo viaggio in Cina, nel 1984, il vecchio presidente repubblicano aveva parlato all’università di Fudan a Shangai. Aveva affrontato argomenti come l’educazione, la ricerca scientifica e la libertà, senza mai menzionare il comunismo o la democrazia.

È forse questo cambiamento radicale d’approccio che Israele ha qualche difficoltà a comprendere, tanto è presa dalla politica del quotidiano, che significa garantire la sicurezza di un Paese grande quanto una regione italiana, circondato da gente non proprio amichevole. Ora Netanyahu ha la carta dello stop ai nuovi insediamenti nel West Bank, decretato dieci mesi fa e in scadenza. Obama vuole che venga rinnovato. Sullo sfondo c’è sempre il vecchio progetto, che piace tanto al segretario di Stato Hillary Clinton, di creare le condizioni per formare un “governissimo”, imbarcando il partito moderato Kadima. Ma restiamo nel campo delle ipotesi. Ciò che è assolutamente necessario e nell’interesse di Gerusalemme e che gli Usa non perdano ulteriore influenza in Medioriente, prima che la nuova dottrina Obama cominci a funzionare.

Obama vuole che Netanyahu rinnovi il blocco agli insediamenti in Cisgiordania e spera, assieme ad Hillary Clinton, in un rimpasto governativo che faccia entrare Kadima nell’esecutivo. Ma ci vuole del tempo alla politica mediorientale. Si parla alla umma islamica, si fa leva sulla stanchezza che il radicalismo sta generando nelle opinioni pubbliche di molti Paesi. Si dialoga con tutti, poi si valuteranno i comportamenti. La parola «estremismo islamico» è stata eliminata dal lessico della Casa Bianca. I consulenti di Barack Obama si sono messi all’opera per sbianchettare da ogni documento presidenziale, da ogni discorso e intervento inerente la National security strategy (Nss), ogni riferimento a questioni religiose. Un cambiamento che a Tel Aviv qual-


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quadrante Polonia. Il leader di Solidarnosc si è speso personalmente per il candidato

n Polonia è tornato a vincere Lech Walesa. Ed è finita l’era Kaczynski. Dopo un serrato testa a testa il ballottaggio per le elezioni presidenziali si è concluso con la vittoria del candidato di governo Bronislaw Komorowski del partito Piattaforma Civica. Per lui il leader di Solidarnosc si era speso personalmente, soprattutto per la grande antipatia politica che lo divide dai due ex compagni di lotta, i gemelli Kaczynski. Jaroslaw Kaczynski ha ottenuto comunque molti più voti del previsto ed ha conteso fino all’ultimo lo scranno presidenziale al rivale, con un testa a testa che nella notte ha visto un’alternanza di risultati che ha lasciato i polacchi con il fiato sospeso. Alla fine il conservatore moderato Bronislaw Komorowski del partito centrista Civic Platform (PO) ha ottenuto il 52,6% dei voti conto il 47 del rivale, il populista di destra leader del partito nazionalconservatore ed euroscettico Legge e Giustizia (PiS). Jaroslaw Kaczynski era entrato nella competizione elettorale solo da poco, dopo il tragico incidente aereo del 10 aprile presso Katyn in Russia in cui era morto il fratello presidente Leich con gran parte della nomenclatura polacca. Dopo quel tragico evento Jaroslaw aveva deciso di sostituirsi al candidato del suo partito per prendere in mano in prima persona la corsa presidenziale, che si è dovuta anticipare di qualche mese sul previsto.

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Come hanno dimostrato ancora le urna domenica, con un’affluenza peraltro abbastanza elevata, il 56,2%, superiore persino al primo turno del 20 giugno, il consenso di cui gode la linea dei gemelli Kaczynski è ancora molto elevato, quasi come ai tempi in cui la forza elettorale aveva permesso ai due gemelli di spartirsi tutto il potere polacco, assumendo contemporaneamente l’uno il ruolo di presidente, Leich, e l’altro il compito di primo ministro, Jaroslaw. La forza dei due politici veniva in parte dalla loro storia, in cui erano stati due coraggiosi sostenitori delle battaglie di Solidarnosc anche durante i periodi più bui e pericolosi del regime comunista, ma in parte anche dal loro presente e dalle loro promesse sul futuro, promesse abbastanza semplici ed elementari, molto nette e vicine alla gente più semplice, con un accentuato spirito nazionalistico e una forte contrapposizione alle altre realtà politi-

Dietro Komorowski, la vittoria di Walesa

Ora si apre la partita con Jaroslaw Kaczynski acceso anti-europeista con il 47 % dei voti di Osvaldo Baldacci che, specie quelle dal passato di sinistra. I Kaczynski non erano favorevoli a riconciliazioni, quanto piuttosto a chiarimenti ed eventualmente anche rese dei conti rispetto al passato comunista. Ed hanno una piattaforma che guarda con sospetto anche all’Europa. Al contrario il partito che ora governa e che ieri ha vinto anche le presidenziali ha posizioni più moderate e pragmatiche, sempre di centro-destra (la sinistra in Po-

partito del premier Donald Tusk tranquillizzerà gli investitori che temevano che Kaczynski avrebbe fermato le riforme necessarie per rimettere in sesto le finanze pubbliche. La Commissione europea, Berlino, e anche Mosca (con cui proprio dopo la tragedia di Katyn si è avviata una riconciliazione a lungo attesa), sono sicuramente soddisfatte del risultato, così come Barack Obama e David Cameron. E naturalmente il più soddisfatto di tutti è il giovane premier liberale Donald Tusk, il cui governo nei mesi scorsi si era visto paralizzare buona parte dell’attività a causa dei continui veti che lo scomparso presidente Lech Kaczynski poneva ai provvedimenti di legge non graditi.

Anche per questo prima della morte del presidente Komorowski era considerato favorito nella corsa elettorale, ma poi l’incidente aereo era piombato sul voto con la sua emotività scompaginando le carte in tavola. Il primo turno del 20 giugno

Il più felice di tutti è il premier Donald Tusk, che adesso può lanciare il suo programma di riforme senza temere il veto presidenziale lonia è stata praticamente cancellata). L’ex presidente e premio Nobel per la pace Lech Walesa, fondatore di Solidarnosc, si è speso più volte a favore di questa coalizione proprio nella visione di una Polonia che superi le vecchie contraddizioni destra-sinistra per puntare al futuro. Piattaforma Civica è un partito orientato al mercato e favorevole all’euro. La vittoria di Komorowski e del

Chi è il nuovo leader di Varsavia

Il nobile democratico Bronislaw Komorowski è due volte nobile, tre con la elezione al supremo scranno della Repubblica di Polonia. Il neo presidente infatti proviene da una famiglia nobile, ben nota agli storici polacchi, anche se non lo ha mai fatto pesare. Ma la sua “nobiltà” politica non gli viene tanto dal sangue blu quanto dalla sua storia personale recente. Nato nel 1952, è entrato in parlamento nel 1991, con le prime elezioni democratiche, e da allora è sempre stato eletto con partiti di centrodestra, cominciando dall’Unione Democratica e, approdando in un secondo momento, a Piattaforma Civica, nel 2001. Dal 2007 Komorowski è capo del ”Sejm”, la camera bassa del Parlamento polacco e, dal 10 aprile 2010, era divenuto anche Presidente a interim, a seguito della morte di Lech Kaczinsky. È stato anche ministro della Difesa. Durante il regime comunista ha operato da dissidente,

anche come editore clandestino. Nel 1980 fu condannato insieme agli attivisti del Movimento per la Difesa dei Diritti Umani e Civili ad un mese di prigione per aver organizzato una manifestazione. Il 27 settembre 1981 fu uno dei firmatari della dichiarazione fondativa dei Gruppi al Servizio dell’Indipendenza, che divenne clandestino quando la Polonia fu posta sotto legge marziale. Alle elezioni ha ottenuto il supporto dfelle grandi città e delle regioni occidentali della Polonia, (O.Ba.) quelle più prospere.

si era infatti chiuso con Komorowski al 41,5% contro il 36,6% di Kaczynski. Komorowski, europeista, era il favorito degli intellettuali, dell’elettorato urbano e, probabilmente, anche di molti leader Ue. La sua visione è per una Polonia ancorata nell’Europa che mantiene buoni rapporti sia con la Germania che con la Russia. Mentre Kaczynski, anche se ultimamente si era sforzato di apparire più moderato, mantiene la linea di una Polonia forte, diffidente verso Mosca e Berlino, e molto determinata nel difendere i propri interessi nazionali anche verso l’Unione europea. Kaczynski comunque si è congratulato con il rivale per la vittoria fin dai primi momenti, anche se poi il risultato è ritornato in bilico. Dal canto suo Komorowski, che è stato candidato dal suo partito dopo la rinuncia del premier Tusk che ha preferito continuare a fare il primo ministro, ha intanto rivolto un appello all’unità per consentire al Paese, duramente scosso dall’incidente in cui ha perso la vita l’ex presidente, di ripartire. “Ha vinto la democrazia polacca – ha dichiarato il liberale -. Ora è importante non fomentare le divisioni ma costruire un senso di unità”.


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Lo annuncia il “ragioniere” di Buckingham Palace

La polizia cinese ha blindato la capitale per evitare violenze

Crisi in Gb, la Casa Reale «spenderà molto meno»

Xinjiang: un anno dopo gli scontri, calma piatta

LONDRA. La crisi colpisce tutti, senza esclusione. Quindi anche Buckingham Palace, che ha tagliato i costi legati agli impegni di Stato nel corso dell’anno passato del 12,2%, per un totale di 38,2 milioni di sterline. Il che equivale a un risparmio netto, rispetto all’anno precedente, di oltre 3 milioni di sterline. A rivelarlo sono i “commercialisti” della Regina, che ieri hanno pubblicato in dettaglio le spese effettuate dal monarca per sostenere i suo doveri di capo dello Stato. Un servizio che i sudditi di sua maestà pagano 62 pence pro capite all’anno. «La famiglia reale - ha detto Sir Alan Reid, tesoriere della Regina - è più che consapevole del difficile clima economico attuale e ha gia preso misure per ridurre le spese in termini reali del 2,5%».

URUMQI. A un anno dal massa-

Ordinaria amministrazione a parte, il risparmio è stato ottenuto grazie alla riduzione dei viaggi di Stato - Elisabetta ha 84 anni e il principe Filippo quasi 90 - e alla vendita dell’elicottero della Regina. L’annosa questione della manutenzione dei palazzi reali, motivo di frizione tra il monarca e il governo, quest’anno è poi passato in sordina. «I finanziamenti per la gestione del patromonio immobiliare verranno ridotti que-

Lula, turista per caso, e le porte dell’Africa Il presidente per la quarta volta nel Continente di Antonio Picasso entre la nazionale carioca viene eliminata ai Mondiali e torna a casa rischiando il linciaggio, il presidente brasiliano Kuiz Inàcio Lula da Silva compie l’ennesimo viaggio in terra d’Africa. Dal 2003, anno in cui Lula ha assunto la Presidenza, si tratta della quarta missione nel continente. Il leader brasiliano farà tappa a Capo Verde, Guinea equatoriale, Kenia, Tanzania e Zambia. Presiederà poi il summit BrasileEcowas (l’Organizzazione economica degli Stati dell’Africa occidentale) e per concludere assisterà alla finale della World Cup a Johannesurg, l’11 luglio, a fianco del presidente Jacob Zuma e di Nelson Mandela. Se la visita procede secondo i piani, il brasiliano potrà anche alleviare la propria saudade per l’assenza dei suoi undici connazionali in campo domenica prossima. In questi sette anni il Brasile è riuscito in un’impresa straordinaria. Spinto dalle ambizioni di potenza regionale, si è dimostrato essere l’unica ex colonia capace di consolidare un rapporto paritario con gli Stati africani - ex colonie - senza l’intercessione del mondo occidentale. Neanche l’India può vantare un successo simile. Delhi infatti è entrata in Africa grazie al placet di Londra. Il Brasile invece si è mosso autonomamente. Sette anni fa, il flusso commerciale tra questo e l’Africa era poco inferiore ai 5 miliardi di dollari. Il Brasile esportava per oltre 2 miliardi e importava per più di 2,5 miliardi. Da allora il volume di affari complessivo si è moltiplicato e ha toccato nel 2009 la quota 12 miliardi di dollari. Di questi, 5 sono rappresentati da esportazioni verso i mercati africani. In qualità di ex sindacalista, Lula era stato eletto presidente promettendo all’elettorato una politica di contenimento dell’inflazione e di concreto sviluppo industriale. Una volta consolidata la crescita economica in America Latina, Lula ha voluto esportare il suo piano in Africa, per molti aspetti speculare al Brasile. I Paesi africani vantano risorse minerarie infinite in ogni settore, tuttavia sono

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vittime dell’arretratezza economica, sociale e politica. Lula ha preteso assurgere a guida delle società in via di sviluppo, senza porsi di traverso agli interessi dell’Occidente, oppure della Cina e dell’India. A differenza per esempio del venezuelano Chavez, il Brasile ha impostato una rotta parallela a quella dei suoi competitor, mantenendosi in una posizione alternativa, ma sapendo anche entrare in cordiale e produttivo rapporto con loro.

Ne è emersa una partnership contraria a tutte le direttrici e alle prospettive della globalizzazione. Mentre gli scambi commerciali, i flussi migratori e le rotte di comunicazione si presentano policentriche e si sviluppano prevalentemente da Sud verso Nord e vice versa, tra il Brasile e l’Africa è nato rapporto autonomo e soprattutto trasversale a queste “vie principali” di contatto. La politica africana di Lula è stata portata avanti all’insegna dei piccoli passi, ma con un obiettivo preciso. Le ambizioni di potenza regionale nutrite a Brasilia un giorno si potrebbero tradurre in un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Ottenendo il sostegno africano, Lula sta cercando di “fare numero”, sperando in una riforma. Nel 2003, i Paesi visitati furono Sao Tomé e Principe, l’Angola e infine il Sud Africa. Con i primi due il Brasile condivide lo stesso passato coloniale del Portogallo. Questo ha permesso a Lula di accedervi senza difficoltà. Per quanto riguarda il Sud Africa, rappresenta il simbolo di emancipazione per tutto il continente e la vera unica potenza africana. Era inevitabile che il leader brasiliano si sarebbe trovato a suo agio nel confrontarsi con la classe dirigente post-apartheid. Lo sarà di nuovo anche domenica. A ottobre del 2010 scade il mandato presidenziale per Lula. Non si sa ancora se tornerà a candidarsi, oppure se intende cedere il passo ad altri. Sicuro è che, proprio grazie a lui, la voce dei Paesi in via di sviluppo, sia dell’America Latina sia quelli africani, sta assumendo una tonalità più elevata.

Lo scopo chiaro delle numerose missioni è quello di veder aumentare il giro di affari fra i Paesi del Corno e il Brasile

st’anno di altri 0,5 milioni di sterline», ha proseguito Reid. «Continueremo a monitorare la situazione - ha concluso - e si spera che la manutenzione essenziale possa essere affrontata sul lungo periodo». I costi per i servigi resi al Paese dal monarca in quanto capo dello Stato vengono pagati dal governo britannico in virtù di un accordo che risale al Diciottesimo secolo - in cambio della rinuncia da parte dei reali di profittare dalla gestione del patrimonio della casa reale. Detto questo, Elisabetta II ha ovviamente un suo reddito privato derivante soprattutto dalla terra - che viene regolarmente tassato ma non reso pubblico.

cro degli uighuri nella capitale Urumqi, la situazione nello Xinjiang è di calma innaturale. Il governo cinese, per prevenire nuovi scontri o commemorazioni, ha infatti blindato la metropoli con più di 40.000 telecamere e migliaia di agenti di polizia, fatti venire anche dalle province confinanti. Negli scontri di un anno fa sono morte almeno 200 persone, mentre altre 1700 sono state ferite. Non è chiaro il numero degli arrestati, che secondo la dissidenza uighura si contano in decine di migliaia. Il 5 luglio del 2009, dopo una manifestazione dispersa dalla polizia, gruppi di giovani uighuri hanno attaccato i quartieri degli immigrati cinesi

di etnia han, quella di maggioranza nel Paese. Il giorno dopo, gruppi di cinesi hanno effettuato delle rappresaglie in quelli che sono stati gli scontri interetnici più gravi ad essersi verificati in Cina negli ultimi decenni. Lo scorso 3 luglio, Amnesty International ha contestato la versione dei fatti del governo cinese, affermando che “non è chiaro quante persone siano state uccise e da chi”. In processi che si sono tenuti a porte chiuse, almeno 198 persone sono state condannate per le violenze, 26 delle quali alla pena capitale. Almeno nove delle sentenze di morte sarebbero già state eseguite.

Il leader della resistenza uighura Rebiya Kadeer, in esilio negli Stati Uniti dopo aver evitato la condanna a morte, denuncia: «Il mondo libero sa quello che succede nello Xinjiang, ma non fa nulla per non irritare Pechino. La Cina ha troppo potere economico, e le nazioni che fanno affari con la Cina sanno che parlando di noi rischiano molto». Residenti di Urumqi riferiscono che le strade della città sono “insolitamente calme”e che i cittadini di etnia uighura sono stati invitati dalle autorità a non lasciare le loro abitazioni.


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Mondiali 2010. Come italiani ci sentiamo vicini a Ghana, Paraguay, Argentina e Brasile: uniti dall’umiliazione, dalle speranze cancellate e dall’orgoglio ferito

Il riscatto dell’Eurozona Olanda, Spagna e Germania hanno silurato le squadre africane e sudamericane. Solo Italia e Francia in pieno deficit... di Paola Binetti ta per cominciare la settimana delle semifinali, oggi e domani vedremo Olanda-Uruguay e Germania-Spagna. Mentre si accendono ipotesi e scommesse, vale la pena ripercorrere quanto è appena accaduto la settimana scorsa: quella dei quarti finali, in cui Africa e Sudamerica hanno dovuto fare un vistoso passo indietro per riconsegnare la leadership sportiva alla vecchia Europa. Resiste la Celeste, ma sono pochi quelli disposti a scommettere sull’Uruguay, che si riaffaccia sulla scena degli aspiranti campioni dopo 60 anni!

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Tra sconfitte inattese e umiliazioni pesanti L’Europa era uscita dagli ottavi piuttosto malconcia, ma se ragioniamo in termini di continenti, non c’è alcun dubbio: il futuro calcistico - almeno quello! - appartiene ancora all’Europa. E almeno questa è la speranza su cui tutti sembrano disposti a investire per recuperare un po’ di buon umore. Bene o male vinceremo ancora noi, dal momento che siamo tutti europei. Vinceremo come europei dopo aver perso come italiani. Il nostro stato d’animo oscilla vistosamente tra la speranza che la coppa resti in Europa e la certezza che comunque non resterà in Italia. Venerdì e sabato sono state due giornate dense di calcio, di pronostici, di speranze e di attese. Giornate calde a tutti gli effetti, che abbiamo ripercorso tante volte parlandone con gli amici. È stato un fin di settimana decisivo per capire chi sarebbe arrivato in semifinale e per ripensare la nostra sconfitta, che con il passar del tempo si va facendo sempre più bruciante. La domanda che serpeggia tra amici e colleghi è sempre la stessa: cosa hanno più di noi Olanda, Spagna e Germania, squadre che sono ancora lì a sperare di vincere il mondiale 2010. Quel che più ci brucia non è solo lo spreco di risorse dei giocatori, ma anche la dissoluzione di un entusiasmo capace di fare da collante al senso dell’unità nazio-

nale. E proprio per questo siamo particolarmente vicini al Ghana, al Paraguay, al Brasile e all’Argentina, uniti da una stessa esperienza di umiliazione e di sofferenza, di speranze cancellate e di orgoglio ferito. Le parole di Lippi un attimo dopo la sconfitta che ci ha autenticamente defenestrato da questi mondiali risuonano ancora chiare e nette: «Mi assumo tutta la responsabilità, erano terrorizzati...». Ma terrorizzati da chi e perché? E sentiamo a pelle che la vera colpa di Lippi non sta neppure nelle chiamate più o meno discutibili, non sta neppure in quell’umore caustico e a tratti vendicativo con cui ha lasciato a casa chi non gli

Per quanto riguarda gli Azzurri, l’errore di Marcello Lippi sta nell’aver trasmesso il terrore ai giocatori prima di ogni partita piaceva e ha portato con sé i fedelissimi. La colpa di un allenatore sta tutta in quella desolante conclusione: il terrore trasmesso ai giocatori. Quell’emozione negativa capace di paralizzare le gambe, di congelare le idee e di cancellare dalla memoria schemi e azioni di gioco mille volte provati e riprovati. Venerdì e sabato abbiamo guardato le partite cercando di capire che succede a una squa-

dra quando le sorti del Paese sembrano dipendere da quello che sembra un gioco, ma che a questo punto non è più un gioco! In queste ultime partite ci siamo concentrati soprattutto sulle espressioni degli allenatori, più volte ripresi dalle telecamere, per cercare sui loro visi quali fossero le emozioni che riuscivano a trasmettere alla loro squadra, cogliendo un filo diretto tra i loro gesti e i loro sguardi e la qualità del gioco. Mentre sul volto di Maradona le emozioni si andavano progressivamente congelando, su altri volti si leggeva incoraggiamento, apprezzamento e perfino rabbia, una rabbia propositiva, animata non solo dalla voglia di vincere, ma anche dalla convinzione di poter vincere. E non c’è dubbio che Loew è sembrato il più grintoso e determinato, apparentemente freddo, ma sempre teso a confermare le azioni di gioco dei suoi. Nella storia del mondiale Germania e Argentina per ora sono 1 a 1: nel 1986 è stato Maradona a sconfiggere i tedeschi e quattro anni dopo, a Roma, sono stati i tedeschi a sconfiggere l’Argentina. Il Messi che ci aveva sorpreso nelle altre partite per l’estro con cui aveva compiuto mille piroette nell’inutile tentativo di fare un goal, nella partita con i tedeschi non è riuscito neppure a creare l’illusione di un possibile goal. Gli argentini sembravano la pallida ombra dei giocatori della settimana scorsa. La squadra ha dato una immagine di sé scialba e del tutto inaspettata, per chi aveva immaginato che “el pibe” avrebbe fatto il miracolo. Questa volta Maradona non ce l’ha fatta per tante ragioni, ma una risulta singolarmente uguale alla causa della nostra sconfitta: l’Argentina era terrorizzata e Maradona non ha saputo trasmettere loro neppure un’oncia di buon umore, di fiducia in se stessi e di ipotesi di vittoria. Gli argentini, con la supponenza da genio e sregolatezza assorbita dal loro allenatore, sono stati sistematicamente sotto schiaffo. Do-

A fianco, lo spagnolo Villa; sotto, l’olandese Sneijder; nella pagina a fianco, il tedesco Schweinsteiger; In basso a sinistra, il ghanese Asamoah Gyan; in basso a destra, il ct argentino, Diego Armando Maradona

minati per tutta la partita da una squadra tedesca giovane, tecnicamente coerente con la sua storia, ma innegabilmente pervasa da un pizzico di quella imprevedibile furbizia orientale che i turco-tedeschi hanno iniettato nelle vene della loro squadra... A conferma che ci sono delle mescolanze di abilità, di stili e di approcci che possono davvero cambiare in meglio una squadra, se l’allenatore sa trasformare le diversità in risorse.

Ma per capire cosa potrebbe accadere tra oggi e domani, vale la pena ripercorrere fin dall’inizio questo fin di settimana di calcio ed emozioni, di discussioni sportive e di interpretazioni politico-sportive. Prima però occorre riconoscere un grande merito a tutti i tifosi ita-

liani: lì sul campo di Città del Capo, di Johannesburg e di Durban c’eravamo anche noi e le otto squadre sono diventate un po’ come un nostro specchio. Attraverso di loro abbiamo continuato a giudicare noi stessi, le analogie si sono moltiplicate e il processo non ha aspettato la fine della partita. Siamo stati attenti verso arbitri e guardalinee, ormai diffidenti anche nei loro confronti e alla fine di ogni partita abbiamo ripercorso i passaggi principali, i goal, quelli fatti e quelli mancati, i cartellini gialli, le espulsioni. Alla fine c’è sembrato che le quattro partite abbiano avuto un bilancio molto diverso. Schiacciante la supremazia della Germania sull’Argentina, un po’ meno quella dell’Olanda sul Brasile, assai meno rilevante la superiorità dell’Uruguay


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potuto nel giro di una manciata di minuti mancare un goal, colpendo una traversa e tirare il miglior rigore di tutta la partita. Il più bravo in campo e nello stesso tempo il più sfortunato. C’è stata indubbiamente su di lui e sulle Stelle nere una pressione psicologica eccessiva, che rende ancora più cocente la delusione di un intero continente. La squadra nel suo complesso aveva saputo condurre il gioco con grande passione, sciupando alcune occasioni, che un Uruguay più esperto e più freddo aveva saputo volgere in suo favore. Lo stadio gli ha comunque tributato un’ovazione di consenso, rumorosa e allegra, nonostante la delusione, riconoscendo alla squadra africana il ruolo di campioni d’Africa nel mondiale 2010.

Il fatto più clamoroso di questa due giorni no-stop di calcio resta però la sconfitta assoluta, travolgente, dell’Argentina. Entrata nell’arena convinta di poter vincere, non è stata capace di compiere neppure una delle sue scoppiettanti azioni di gioco. Un Maradona vestito in doppio petto grigio appariva del tutto fuori posto su quel campo da gioco, eccitato e

sul Ghana, o quella della Spagna sul Paraguay. Olanda e Germania sono un’altra cosa. La sconfitta del Brasile e la disfatta dell’Argentina fanno balzare agli occhi di tutti l’autentica superiorità dell’avversario, la compattezza di un gioco di squadra che non concede nulla all’improvvisazione, la tenuta di gioco di calciatori capaci di spremere il tempo minuto per minuto, sempre all’erta, sempre determinati a essere protagonisti delle varie azioni di gioco: all’attacco e in difesa.

Sulla sconfitta del Ghana all’ultimo minuto di gioco abbiamo gridato il nostro disappunto, su di una vittoria africana sulla quale avevamo scommesso con passione e convinzione, anche se l’Uruguay in semifinale dopo 40 anni merita un apprezzamento tutt’altro che convenzionale. Chissà se ce la farà con gli olandesi in semifinale. Il 5 a 3 con il Ghana testimonia uno stile di gioco che non esita a rischiare, a scoprire la sua difesa pur di arrivare in rete. Un gioco coraggioso, ma forse ancora trop-

po poco strutturato per reggere l’impatto con un’Olanda, che ha fatto a pezzi il super-favorito Brasile. Un Brasile che come squadra ospitante del prossimo mondiale avrebbe voluto giocarsela da padrone, e invece incassa un risultato tutt’altro che entusiasmante. Ci spiace soprattutto per Julio Cesar e per Kakà, entrambi vittime di due sortilegi negativi, per il primo un malinteso con Felipe Melo e per il secondo un goal mancato. Non un goal qualunque, ma proprio quel goal del pareggio che avrebbe potuto farle sperare di poter ancora vincere. Strano destino quello di questo Brasile che aveva finora dominato su tutte le altre squadre, e che ha giocato un primo tempo da campione, ma non ha retto al secondo. Il pareggio segnato da Sneijder ha fatto saltare i nervi ai brasiliani e gli ha

fatto perdere totalmente il controllo del campo. Snejider, salutato come interista, segna il suo primo goal di testa, mostrando come per vincere possano bastare velocità e agilità. Il Brasile si è accorto di lui troppo tardi, ed è rimasto spiazzato. Evidentemente la fiducia ostentata dalla squadra brasiliana fino a quel momento, non ha sopportato il pareggio e il rischio che comportava. Davanti a un’Olanda più aggressiva e determinata, è emersa con chiarezza l’incapacità del Brasile a tollerare frustrazioni, a conferma una volta di più di come le partite si perdono e si vincono prima di tutto nel cuore e nella mente. Il contrario di quello che è accaduto al Ghana, forse colpito da un eccesso di ansia da prestazione. Non si spiega altrimenti come Asamoah Gyan, che con un suo goal aveva mandato a casa gli Stati Uniti, segnato contro la Serbia e l’Australia, abbia

scomposto. I suoi giocatori sembrava avessero le gambe legate e l’incapacità di coordinarsi tra di loro. Sembrava che si ripetesse quell’assurda atmosfera di gioco, surreale e non comprensibile, che aveva toccato la nazionale italiana e che Lippi aveva bollato con un solo termine: terrorizzati. Lo stesso Maradona sembrava capitato lì per caso, scomparsa la sua estrosità cialtronesca, l’allenatore che aveva dominato sulla stampa internazionale per settimane ora appariva liquefatto. Mentre l’allenatore della Germania, di cui forse nessuno avrebbe saputo neppure dire il nome, dominava la scena con l’efficienza della sua squadra. Due stili assolutamente diversi e speculari. All’iper-presenzialismo narcisista di Diego, corrispondeva l’assoluta discrezione del collega tedesco che non ha mai anteposto la sua immagine a quella della squadra. Al gioco creativo dell’Argentina,

che nelle precedenti partite si era imposto alle squadre rivali, i tedeschi hanno risposto con la professionalità che li rende riconoscibili nel mondo intero, qualsiasi cosa facciano. La nazionale tedesca è fatta di giocatori giovani che hanno davanti a sé ancora molte possibilità e di questo si consolerà Müller, che essendo stato ammonito non potremo vedere in semifinale, nonostante l’eccellente performance di questa partita. I tedeschi hanno segnato 4 goal all’Australia, 4 all’Inghilterra e ora 4 all’Argentina: tutti i continenti sono serviti. Il loro sembra uno stile invincibile, capace di mettere in crisi modelli tecnico- sportivi diversi tra di loro per cultura e abitudini. Non c’è dubbio che la Merkel, presente sul campo, abbia incassato questa vittoria come possibile antidoto in un periodo niente affatto facile né per lei né per la politica tedesca. Anche a questo il calcio può servire, se permette attraverso i giocatori tedeschi di far sperimentare al Paese un morale di vittoria. Dopo l’invito alla sobrietà virtuosa e dopo i tagli pesanti imposti dalla Merkel l’eccitazione di una vittoria ai mondiali 2010 può rendere la medicina meno amara. I giocatori tedeschi vincendo alla grande sull’Argentina hanno dato una bella iniezione di ottimismo al Paese. E probabilmente daranno del filo da torcere prima alla Spagna e poi agli olandesi. La Spagna d’altra parte anche in questa ultima partita ha mostrato più paura di perdere che coraggio di vincere. Strana sindrome questa della paura che ha colpito molte squadre con un passato da protagoniste e con un curriculum anche recente di tutto rispetto. La Spagna ha giocato una partita modesta, senza slanci e senza sprint. Se non ci fosse stato Villa, che in questo campionato ha ripetutamente mostrato di essere il migliore in campo, è difficile prevedere quale avrebbe potuto essere il risultato della partita. A chi ha paura di perdere prima o poi può capitare proprio di perdere e questo è il rischio che la Spagna di oggi corre davanti a una Germania di questa pasta. Una Spagna vecchia e spaventata, davanti a una Germania più giovane e determinata; una Spagna in cui i giocatori si comprano e si vendono a prezzo di star e una Germania in cui i giocatori guadagnano bene, come professionisti di qualità, ma non come star irraggiungibili.

Il mondiale 2010 si avvia alla sua conclusione come un Megacampionato europeo, e questo permetterà a tutte le squadre europee, comunque vadano le cose, di darsi appuntamento tra due anni ai prossimi europei. Con la possibilità di rifarsi, anche per Prandelli e per la nuova Nazionale, senza aspettare i mondiali del 2014 in Brasile.


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Kermesse. Ha aperto i battenti ieri la IV edizione del Roma Fiction Fest: tanti gli eventi e le proiezioni della prima (affollata) giornata

Il nuovo volto dell’orange carpet

Ha ufficialmente aperto i battenti ieri la rassegna dedicata alle miniserie tivù “Roma Fiction Fest”. A fianco, l’attrice Claire Danes; in basso, il logo della IV edizione del Roma Fiction Fest; in basso, un’immagine di Pietro Taricone e il cast completo della miniserie di casa Abc, “Body of Proof”

di Pietro Salvatori

ROMA. «Per tutti i malati di fiction è in arrivo il Roma Fiction Fest. È un medicinale, leggere attentamente il programma». Se vi capita di andare sul sito del Roma Fiction Fest, che ha aperto ieri i battenti e che sarà di scena a Roma per tutta la settimana, verrete accolti in homepage da questo spot. Arrivata al quarto anno, la manifestazione prova a scrollarsi di dosso quell’aria da bella e incompiuta che ha caratterizzato le edizioni precedenti. Queste almeno le intenzioni del direttore artistico della kermesse, Steve Della Casa, che ha puntato tutte le proprie fiches sull’Abc, network incontrastato dominatore dei serial d’oltreoceano al quale l’edizione 2010 dedica un’attenzione particolare.

E già dal primo giorno di programmazione il marchio del colosso produttivo statunitense si fa sentire nei padiglioni intorno all’“orange carpet”, come è stata ribattezzata la passerella che rispecchia il colore caratterizzante di tutto il festival. Ad aprire le danze, immediatamente dopo la conferenza stampa di presentazione, proprio un focus sulla Abc: il direttore artistico a fare gli onori di casa, Barry Jossen star della mattinata. Un nome che dice poco al grande pubblico, ma senza il quale milioni di spettatori in tutto il mondo non avrebbero avuto cosucce del calibro di Grey’s Anatomy, Criminal Minds, Castle e, soprattutto, Lost. Jossen è infatti il vice-presidente esecutivo della Abc, che ha guidato una nutrita delegazione di star del piccolo schermo sfornate dalla scuderia del network. A fare la parte del leone, ovviamente, Naveen Andrews, meglio conosciuto come il Sayd di Lost. L’evento incastonato nel cuore della serata d’apertura è stato proprio la presentazione della puntata pilota di Body of Proof, nuovissimo gioiello di casa Abc, che si pone l’ambizioso obiettivo di riunire i filoni “medici” e “polizieschi” che, se presi separatamente, sono tra gli spunti più prolifici delle serie tv d’oltre oceano. Dana Delaney, nota per aver preso parte al serial Desperate Housewives, è un chirurgo di chiara fama che, a causa di un gravissimo incidente stradale, è costretto a ripensare alla propria vita. Diventa così medico legale, tentando di ricostruire di volta in volta gli ultimi istanti di vita dei corpi che le arrivano in ospedale. Grande attenzione anche per le grandi produzioni italiane. Ov-

viamente, non si poteva non fare i conti con la prematura scomparsa di Pietro Taricone, che dal Grande Fratello era riuscito ad affermarsi nel mondo della fiction italiana con garbo e discrezione. A Taricone, Della Casa ha voluto idealmente dedicare la quarta edizione del festival. In tutta fretta l’organizzazione ha allestito un momento di ricordo dell’attore scomparso, attorno al quale, verso le 18.00, tutto il multisala Adriano, che fa da cornice alla gran parte degli eventi del festival, si

Marcorè. Una novità assoluta invece è Intelligence-Servizi & Segreti, che è andato a completare le proiezioni serali della prima giornata. Il pilot della serie, con un Raoul Bova in gran forma affiancato da Caterina Morariu, promette bene. E se incrociare Maccio Capatonda e la sua pazzoide crew di Shortcut (quelli che facevano i trailer a Mai dire lunedì, per quei pochi che non lo sapessero) ci strappa un sorriso, il programma della serata ci riporta all’impegno, ricordandoci come

dura quattro ore: alla prima ora e mezza si è limitata la proiezione romana, che ha offerto coun’idea munque complessiva sull’opera, interamente basata sulle migliaia di immagini, video e testimonianze oculari della gente comune presenti in quel 22 novembre del 1963 a Dallas. Ottimo il ritmo, scadenzato dal count-down di un orologio che

La manifestazione prova a scrollarsi quell’aria da bella e incompiuta che ha caratterizzato gli anni precedenti. Tra le miniserie proiettate, il pilot di “Body of Proof” (casa Abc). Poi, attimi di commozione nel momento-ricordo di Taricone è idealmente fermato. In serata proiettate due puntate inedite di Tutti pazzi per amore 2, la serie di punta della primaveraestate di Rai Uno, con Emilio Solfrizzi, Alessio Boni e Neri

quest’anno la direzione provi a ritagliare un suo giusto spazio al documentario storico di qualità. WWII: La guerra degli italiani, si intitola infatti il quinto episodio di una serie ideata dalla Fox per raccontare la Seconda guerra mondiale vista con gli occhi della gente comune. Ma è soprattutto J.F.K.: The Three Shots That Changed America ad attirare l’attenzione. Il documentario definitivo sulla morte del Presidente Kennedy

segnerà inevitabilmente l’arrivo all’ora 0, momento nel quale nella Dealey Plaza risuoneranno i famigerati colpi di fucile. Si sono già visti aggirarsi per i padiglioni del villaggio della fiction due delle principali star internazionali che caratterizzeranno il programma dei prossimi giorni. Stiamo parlando di Jim Caviezel, diventato celebre per aver interpretato Gesù nel controverso e maestoso La passione di Cristo di Mel Gibson.

Caviezel presenterà l’attesissima serie The Prisioner, che gli spettatori italiani potranno vedere dal prossimo 22 luglio su Sky. Il religiosissimo attore, appena sbarcato nella capitale, ha voluto recarsi a messa nella basilica di San Pietro, a due passi dal villaggio della fiction.

L’altro arrivo atteso a Roma è quello di Claire Danes. Tanto il nome è poco noto al pubblico italiano, quanto il suo volto è celebre: è lei infatti l’angelica protagonista del Romeo + Juliet di Baz Luhrmann. A Roma presenterà un film tv, Temple Gradin, dal nome di una coraggiosa scienziata che, affetta da autismo, studiò il disturbo e riuscì, nonostante tutte le difficoltà del caso, ad imporsi all’attenzione della comunità accademica. Dalle prime battute sembra che il Roma Fiction Fest sfoderi quest’anno tutte le armi necessarie a farlo diventare qualcosa di più che una kermesse per semplici appassionati. Sicuramente i nomi in cartellone e i titoli delle opere proiettate sono di minor richiamo che non quelle di un festival cinematografico. Il pubblico al quale ci si rivolge è, inevitabilmente, più specializzato. Ma volendo prestare attenzione al programma, questa quarta edizione qualche sorpresa la potrebbe riservare.


spettacoli

6 luglio 2010 • pagina 21

ella trinità del rock statunitense John Mellencamp siede alla sinistra di Bruce Springsteen e di Tom Petty, gli altri eroi dei “colletti blu” che hanno un filo diretto con la pancia e i sentimenti profondi dell’America. Più ombroso, più scorbutico, più polemico dei due sodali (non per niente, a inizio carriera, lo chiamavano “Little bastard”).

ri me lo ripetevano da anni: John, il tuo colesterolo è fuori controllo! E io mi impuntavo a non prendere le medicine...» (ora s’è convinto, il cuore è guarito ma il testardo non vuol saperne di smettere di fumare). Non s’era montato la testa prima, figuriamoci adesso che si sente molto più vulnerabile. «Ho sempre cercato di restare

N

Meno urbanizzato, lui che arriva dall’Indiana, affezionato alla sterminata Middle America punteggiata di granai, fattorie e cittadine fantasma che sono la roccaforte del conservatorismo ma anche di un orgoglioso spirito di frontiera. Spesso gli è capitato di essere frainteso. Dai manager e dai discografici, che a metà anni Settanta lo battezzarono John Cougar facendogli indossare improbabili panni da “pop idol”. Ma anche da una parte del pubblico, che ha malamente interpretato canzoni come The Americans e To Washington, tacciate alternativamente di populismo retrogrado e di antipatriottismo spinto (anche al Boss accadde di venire travisato, ai tempi di Born In The Usa). All’ultima accusa Mellencamp aveva reagito con la solita veemenza: «La mia visione del mondo non è circoscritta al lavoro che svolgo a Bloomington, alla mia famiglia o al ristorante dove mangio», aveva replicato secco in una lettera aperta indirizzata ai suoi detrattori. E oggi To Washington la ripropone su On The Rural Route 7609, un cofanetto di quattro cd in forma di elegante libro fotografico appena uscito nei negozi a celebrare trentacinque anni di carriera (le cifre 76 e 09 stanno a indicare le date di registrazione della prima e ultima canzone incluse in scaletta, 54 brani noti, inediti o in versione alternativa raggruppati per tema anziché in ordine cronologico). Da Jack And Diane, il primo e più grande successo datato 1982, a Pink Houses (riproposta sulle gradinate del Lincoln Memorial, durante la cerimonia di inagurazione di Barack Obama), da Jackie Brown a Our Country, la sua personale rivisitazione della This Land Is Your Land di Woody Guthrie, il suo è stato un percorso ostinato e sorprendente, una strada di campagna rettilinea ma piena di scossoni. Inizialmente il piccolo John era solo un aspirante rocker folgorato dal suono stradaiolo di Bob Seger («Mi onora essere stato nominato per la Rock and Roll Hall of Fame, ma quando lui faceva già dischi io ero ancora una matricola al liceo»), con Uh-Huh! cominciò a sfoggiare muscoli da peso massimo e riff di chitarra affilati come coltelli a serramanico, con Scarecrow e The Lonesome Jubilee

Musica. Nuovo album e nuovo tour per John “Cougar” Mellencamp

Il puma del rock ruggisce ancora di Alfredo Marziano a spostare lo sguardo verso la heartland, il cuore rurale della Nazione, con Trouble No More (2003) a risalire alle sorgenti del folk e del blues, a Guthrie, a Son House e a Robert Johnson.

Intanto il puma delle praterie allargava gli orizzonti, coltivava con buon successo (come Dylan, come Joni Mitchell e molti altri colleghi) l’hobby della pittura, con minore fortuna quello della cinematografia (il primo film da lui scritto, diretto e interpretato, Sulla strada del mito, è stato un flop al botteghi-

no), e ampliava il giro delle frequentazioni giuste: su On The Rural Route recitano versi di sue canzoni la vedova Newman, Joanne Woodward, e Cornel West, combattivo filosofo, scrittore e attore afroamericano attivista dei diritti civili.

Il box set pesca a piene mani anche da Life Death Love And Freedom, il disco di inediti di due anni fa su cui aleggiava un sentimento di amarezza per lo stato dell’America (Troubled Land) e incombeva un senso di morte e provvisorietà («La vita

Il nuovo cd di John Mellencamp sarà prodotto da T-Bone Burnett, specialista in miracoli di archeologia musicale, e registrato a Savannah in Georgia

Estate in tournée insieme a Bob Dylan. E ad agosto un disco immerso nella storia e nella tradizione della musica a stelle e strisce è breve/anche nei suoi giorni più lunghi», canta John in Longest Days; «Se dovessi morire improvvisamente/per favore non ditelo a nessuno/nessuno ha bisogno di sapere/che me ne sono andato», ribadisce in If I Die Sudden).

È la vita che modella l’arte: Mellencamp ha passato i suoi guai, all’età di 42 anni (ne compie 59 il prossimo ottobre) ha avuto un infarto e da allora niente è stato più come prima. Stop temporaneo ai concerti (in Europa lo si è visto di rado, in Italia mai), crampo dello scrittore, riordino delle priorità esistenziali, un anno e mezzo trascorso a casa in compagnia della famiglia (la moglie Elaine, ex modella, e due figli piccoli). «È’ stata colpa mia», ammise poi, «i dotto-

umile e di rispettare gli altri. Credo di essere dotato di un talento medio. Però sono molto tenace, quando gli altri decidono di lasciar perdere io persevero». Troppo modesto, Mr. Mellencamp.

S’è rimesso a girare dal vivo, quest’estate in America sarà nuovamente a fianco di sua maestà Dylan, e intanto annuncia per metà agosto No Better Than This, un disco se possibile ancora più immerso nella storia e nella tradizione della musica americana, complice anche stavolta il produttore T-Bone Burnett specialista in miracoli di archeologia musicale. Le premesse sono rigorose e affascinanti: i due hanno viaggiato per il Sud degli States, registrando a Savannah, Georgia, nella prima Chiesa Battista africana del Paese (prima di accedervi, lui ed Elaine si sono fatti battezzare), ai leggendari Sun Studios di Memphis dove incisero Elvis e Johnny Cash, Carl Perkins e Jerry Lee Lewis, e infine nella stanza 414 del Gunter Hotel di San Antonio, Texas, dove il bluesman maledetto Robert Johnson fece le sue prime incisioni nel novembre del 1936. Ne è uscito un distillato in mono di gospel, rockabilly, folk, country e blues preparato con il solo ausilio di un registratore Ampex vecchio di 55 anni e di un microfono. Non è uno sfizio da snob, piuttosto la voglio di ricreare «musica organica fatta da veri musicisti». Perché sotto la pellaccia da rocker, Mellencamp è sempre stato un folk singer (quel che diventerà Springsteen, quando verrà il tempo di congedare la E Street Band). «Se non avessimo questa tecnologia e il rock non fosse popolare», aveva spiegato già qualche anno fa, «sarei il tipo che gira in macchina per il paese con una chitarra acustica a fare il trovatore. È così che mi sono sempre visto».


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g L’IMMAGINE

Pensioni: fermare l’assalto agli assegni di invalidità Vorrei sapere come l’esecutivo intenda intervenire al fine di stanare i falsi invalidi e contenere la crescita esponenziale della relativa spesa pensionistica. Si profila, infatti, il rischio di gravissimi effetti sui conti pubblici, unito a quello di vanificare l’operato in termini di verifiche e controlli sui trattamenti di invalidità e di contrasto alle frodi. Ha espresso forti preoccupazioni la sentenza della Corte Costituzionale che rischia di creare una voragine nei conti pubblici, in particolare al bilancio dell’Inps, dato che spalancherebbe agli extracomunitari, anche a quelli residenti da un solo giorno in Italia, la possibilità di chiedere l’assegno d’invalidità. Non siamo soddisfatti della risposta del ministro Sacconi perché ci attendiamo un intervento normativo specifico per evitare che vi siano decine di migliaia di immigrati, potenzialmente invalidi,che chiedano la residenza nel nostro Paese solo per ottenere l’assegno mensile.

Gianluca e Sarah

LE BATTUTE DI ALEMANNO I contorsionismi linguistici e le battute di spirito di Alemanno non serviranno a rendere più dolce la stangata che si è abbattuta su milioni di pendolari romani. In attesa che il sindaco si prepari a sfondare i caselli sul raccordo anulare stiamo assistendo allo “sfondamento” delle tasche dei cittadini. Affermare che non ci sarà alcun pedaggio sul Gra non è di grande conforto per chi, percorrendo le principali arterie di collegamento, con la Capitale si ritroverà a pagare 1 o 2 euro in più. A subire questo iniquo rincaro saranno soprattutto i pendolari di Roma e del Lazio, milioni di lavoratori e studenti. Cittadini che, dopo aver assistito ad un taglio di 500milioni di euro al trasporto pubblico locale, non si aspettavano di doversi mettere la mano al portafoglio per pagare i debito che lo Stato ha con l’Anas.

Fabio Nobile DIVIETO DI PESCA A STRASCICO

La Commissione europea non intende

concedere deroghe ai divieti di pesca a strascico entro le tre miglia, scattati sulla base di un regolamento comunitario. Onestamente speravo ci fossero spiragli per consentire la messa a punto di Piani di gestione compatibili con le finalità dei provvedimenti europei senza fermare il lavoro dei pescatori. Il Veneto ha deciso di finanziare con un milione e mezzo di euro una sperimentazione che coinvolgerà le imprese di pesca per verificare gli effetti di nuovi strumenti e nuove metodologie.

Franco Manzato

RU486: PERCORRERE LA STRADA DELLA RESPONSABILITÀ Per la somministrazione della Ru486 bisogna muoversi nel rispetto della legge, e su questa mi sembra che la strada giusta sia quella della responsabilità e della responsabilizzazione. La pillola Ru486 non è un farmaco come gli altri e deve essere assunto in regime di ricovero ospedaliero a difesa e tutela del valore della vita e della

Stretching a strisce Una tigre si prouce in esercizi di stretching nel parco nazionale di Bandhavgarh, nello stato indiano di Madhya Pradesh. La densita della popolazione di tigri (e di leopardi) a Bandhavgarh è una delle più alte in tutto il subcontinente indiano

salute delle donne, soprattutto di quelle più giovani.

Lettera firmata

OGM: LIBERTÀ AI SINGOLI L’Unione europea lascia autonomia ai singoli Stati in tema di Organismi geneticamente modificati, senza aggrapparsi a considerazioni ideologiche. Il problema è anzitutto salvaguardare il reddito azien-

L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

dale e il valore aggiunto che deriva dalle colture di qualità e tipiche rispetto a quelle mondializzate, dove conta solo il più basso costo del lavoro e dei mezzi tecnici. Gli Ogm sono una scelta inutile e negativa per la vera redditività delle imprese legate al territorio, impegnate sul fronte della varietà, tipicità, qualità e certificazione piuttosto che sulle produzioni di massa.

Gaia Vernier

da ”Spiegel online” 05/07/10

Le ruote di Deutsche Bank non girano più era chi affermava che peggior delitto che rapinare una banca c’è solo quello di fondarla. È successo anche in Germania, dove i concittadini di Angela Merkel si stanno chiedendo come mai il gigante del credito Deutsche Bank consigliasse ai propri clienti titoli di borsa che riteneva troppo rischiosi per gli investimenti diretti dell’istituto. Roba da far rivoltare Max Weber nella tomba. E Peter Schmidt, un pensionato berlinese, aveva avuto dei dubbi fin dall’inizio, quando un funzionario della banca gli aveva consigliato quell’investimento così stravagante. «Non sono interessato a cose da circo o carnevalate» aveva affermato l’anziano risparmiatore. Sì, perché si trattava di investire sulle azione della società Ferries, che avrebbe dovuto costruire ruote panoramiche in mezzo mondo. «Come quella di Londra che porta ogni anno migliaia di visitatori a godersi la splendida vista dall’alto della capitale britannica» l’aveva confortato il promotore della Deutsche: «un affare sicuro». Alla fine il vecchio correntista aveva ceduto, investendo 15mila euro nelle ruote panoramiche, attraverso il fondo Global View. Ampi orizzonti e guadagni avrebbero dovuto aprirsi davanti ai suoi occhi. Anche perché i rendimenti prospettati erano di quelli a due cifre. Questo avvenne nel novembre 2006 e il signor Schmidt era convinto che quell’investimento fosse stato sottoscritto anche dalla propria banca. Un istituto cui il vecchio risparmiatore aveva dato – è il caso di affermare – credito in materia

C’

di Andreas Wassermann

di investimenti finanziari per tantissimi anni. Oggi Schmidt è consapevole che quello non fu affatto un buon consiglio. La Global View, promossa come «un investimento molto conveniente», ha sperperato quasi 208 milioni di euro del fondo, senza costruire una sola ruota panoramica, né a Pechino, né in Florida e neanche a Berlino. La procura della capitale tedesca ha cominciato a interessarsi delle dinamiche del fondo, per vedere se ci fosse stato un utilizzo non appropriato dei soldi degli investitori. Inizialmente l’istituto di Francoforte aveva investito 19.2 milioni di euro dei propri clienti a cui, nel giro di dieci settimane, se ne erano aggiunti altri 160 milioni, grazie al lavoro dei promotori e dei consulenti. Deutsche Bank non aveva investito un solo pfennig,

avrebbero detto ai tempi del marco. Le ragioni addotte dall’istituto sono state semplici quanto stupefacenti. Era un investimento «a rischio», visto gli andamenti altalenanti del mercato. Insomma, una bufala da rifilare ai piccoli risparmiatori. Non solo, ma dalle mail interne della banca gli investigatori hanno dedotto anche che l’operazione servisse anche per caricare i clienti con indebite commissioni, parte delle quali fuori prospetto, cioè occulte.

Francoforte aveva utilizzato una banca satellite, la Dbm. Ma anche loro non vedevano di buon occhio l’investimento e si erano rifiutati di passare la quota di commissioni “occulte” alla Deutsche prima che fosse cominciata almeno una costruzione della Ferries. Niente ruote, niente commissioni. Le prime avvisaglie sull’arenamento dell’iniziativa emersero nell’estate del 2009. Ma i promotori erano già pronti a tranquillizzare il signor Schmidt, affermando che l’investimento fosse sotto l’egida rassicurante del colosso tedesco. Appena dopo la notizia dell’annullamento del progetto di Pechino, si scoprì che il fondo aveva già speso 208 milioni di euro nell’acquisto di proprietà immobiliari, spese e commissioni bancarie oltre a «imprevisti» aumenti dei costi per lo sviluppo del progetto. La Dbm chiese aiuto a Deutsche per un prestito d’emergenza, ma da Francoforte risposero picche. Le ruote di Ferries forse non gireranno mai, ma sicuramente gireranno vorticosamente altri attributi degli investitori.


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LE VERITÀ NASCOSTE

Per il 4 luglio, 54 hot dog Da mangiare in 10 minuti NEW YORK. Alcune abitudini sono dure a morire, e soprattutto è dura digerirle. E fra le abitudini americane in occasione del 4 luglio, giorno dell’Indipendenza dalla Gran Bretagna, ce ne sono alcune veramente bizzarre. Fra cui i campionati alimentari. Divorando 54 hot dog in 10 minuti, il 26enne californiano Joey “Jaws” Chestnut si è aggiudicato per il quarto anno consecutivo il Nathan’s Hot Dog Eating Contest, la tradizionale competizione per “mangiatori professionisti” che si svolge ogni anno a New York. Con un vantaggio di 9 hot dog sul suo avversario più temibile, Chestnut ha difeso la “cintura giallo mostarda” conquistata il 4 luglio del 2007, quando sba-

ragliò gli altri concorrenti smangiando 66 hot dog in 12 minuti. Un metro e 83 di altezza per quasi 99 chili di peso, Chestnut, studente di ingegneria, ha stabilito il suo record personale lo scorso anno, divorando ben 68 hot dog. Quest’anno, a suo dire, la sua abilità è stata ostacolata dall’elevata temperatura degli hot dog, serviti secondo gli organizzatori a 34 gradi. Ciò non ha comunque impedito al campione di portare a casa il primo premio, che comprende tra l’altro una somma in denaro di 30mila dollari. Giunto alla sua 95esima edizione, il Nathan’s Hot Dog Eating Contest vede affrontarsi il 4 luglio di ogni anno a Coney Island una schiera di circa 20 concorrenti, che si sfi-

ACCADDE OGGI

DDL INTERCETTAZIONI : ATTENZIONE AI COLPI DI CODA Dobbiamo temere colpi di coda nei prossimi mesi perché un governo sempre più debole com’è quello di Berlusconi, di fronte alle difficoltà crescenti, è tentato dalle prove di forze più estreme e avventurose.L’accelerazione impressa al ddl sulle intercettazioni, che serve a intimorire soprattutto i suoi alleati meno disciplinati, ne è una prova. La legge voluta da Berlusconi sembra avere come obiettivo principale quello di mettere al riparo il capo del governo e i suoi amici dalle critiche dei mezzi di informazione e di limitare la capacità investigativa della magistratura e delle forze dell’ordine. Questa legge non piace davvero a nessuno e merita di essere contrastata in ogni modo.

Riccardo

IL VECCHIO CHE AVANZA... O I “PARCHI DEL SESSO”? Il sindaco di Firenze ha avuto un’idea per arginare la piaga della prostituzione: visto che chi si prostituisce non può essere multato, facciamo salati verbali ai clienti della prostituzione. Il vecchio che avanza? Sembra proprio di sì, visto che è un tipo di provvedimento ampiamente adottato in molte città, e che ha avuto un solo risultato, spostare la prostituzione altrove, creando i medesimi problemi di sicurezza in qualche altra città o paese vicino. Perché non dovrebbe accadere altrettanto a Firenze, la cui area metropolitana comprende diversi comuni e non tutti praticano questo “rivoluzionario” metodo per far fronte al problema? La sindrome che “ognuno pensa al proprio giardino” è dif-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

di Vincenzo Bacarani

6 luglio 1964 Prima cinematografica di A Hard Day’s Night, il primo film dei Beatles 1966 Il Malawi diventa una Repubblica 1967 Guerra del Biafra: le forze Nigeriane invadono il Biafra e inizia la guerra 1970 In Italia cade il terzo governo Rumor 1974 La nazionale polacca conquista il terzo posto ai Mondiali di calcio 1975 Le Comore dichiarano l’indipendenza dalla Francia 1976 L’Unione Sovietica lancia nello spazio la navicella Soyuz 21 con due astronauti a bordo 1984 C’era una volta in America di Sergio Leone esce ufficialmente in Italia 1985 La Chiesa cattolica dichiara venerabile il papa Pio IX 1988 La piattaforma di trivellazione Piper Alpha, viene distrutta da un’esplosione che uccide 167 lavoratori 1997 Intervento chirurgico di separazione delle sorelle siamesi Ladan e Laleh Bijani, che moriranno due giorni dopo

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

dano all’ultimo morso lungo un tavolo di 9 metri di fronte a una rigorosissima giuria. Nata nel 1916, la competizione si è svolta quasi tutti gli anni, ad eccezione del 1941, quando fu cancellata in segno di protesta contro la Seconda Guerra Mondiale, e del 1971, anno segnato da numerose proteste civili. Sembra che Afghanistan e Iraq non bastino.

fusa. La prostituzione è una realtà, lo dicono anche le nostre leggi che, non a caso, non la vietano ma, timidamente e ipocritamente, ne condannano solo sfruttamento e adescamento. Continuare così, anche a livello locale, non fa altro che continuare ad aggravare il problema. Non perché il sindaco debba violare la normativa nazionale, ma solo perché non deve prendere in giro i residenti che sopportano il disordine pubblico che nasce da queste leggi, chi esercita la prostituzione e i clienti della stessa. Mi domando, per esempio, perché non vengono creati dei luoghi appositi in cui, nel rispetto della sicurezza e della tranquillità dei residenti della zona, chi si prostituisce possa offrirsi ai propri clienti. Dei “parchi del sesso” in cui sia garantita sicurezza, igiene e libertà di tutti. E, visto che si trovano i fondi per le aree di sosta dei nomadi, e queste iniziative riducono gli aspetti dannosi dell’impatto fra stanziali e nomadi, perché non fare altrettanto con la prostituzione?

Vincenzo Donvito

L’ASSE REGGENTE Ogni tanto si riparla di freddezza tra Russia e Stati Uniti e, mai come in questo momento nel quale la popolarità di Obama è stazionaria - se non in calo - la cosa preoccupa per il bisogno di equilibrio e collaborazione di cui il mondo ha bisogno. Il perno della questione è il petrolio, e se riflettiamo sulle dichiarazioni di Obama al riguardo, ci renderemo conto che superare tecnologicamente una tale forma di energia, significa spezzare l’asse tra molti Paesi Canaglia e le multinazionali che ci fanno gli affari.

Bruno Russo

Anselma Dell’Olio, Alex Di Gregorio Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Roberto Genovesi, Aldo G. Ricci, Robert Kagan, Filippo La Porta,

Direttore da Washington Michael Novak

Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci,

Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Collaboratori

Ernst Nolte, Emanuele Ottolenghi,

Maria Pia Ammirati, Mario Arpino,

Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci,

Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi,

Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi,

Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi,

Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini,

UN NUOVO SINDACATO PER I “LAVORATORI ATIPICI” Piccoli sindacati crescono e prolificano. L’ultimo nato, con lo slogan “un coro di voci fuori dal coro”, si chiama Assilac, cioè Associazione sindacale italiana lavoratori autonomi del credito aderente alla Falcri/Confsal. La diversificazione del mondo del lavoro, con nuove categorie professionali che nascono e si consolidano in un lasso di tempo relativamente breve, spinge le organizzazioni sindacali ad agire in fretta. Perché le istanze delle nuove figure professionali emergenti sono istanze urgenti. Spesso queste categorie di lavoratori si trovano infatti a operare in un contesto giuridico e legislativo che a volte sembra inadeguato e, soprattutto, non pronto a recepire in tempo reale i cambiamenti. Ecco perché è lodevole l’iniziativa Assilac-Falcri che ha la sua sede nazionale a Torino, in via Madama Cristina 8. La nuova organizzazione rappresenta e tutela gli interessi degli operatori professionali “nell’offerta fuori sede di prodotti bancari, finanziari e assicurativi”. Chi sono questi operatori? Sono meglio conosciuti come agenti in attività finanziaria, mediatori creditizi e promotori finanziari. In pratica sono imprenditori di se stessi, della propria esperienza, della propria professionalità e che rischiano in proprio perché alle spalle non hanno contratti di lavoro “tipici”che possano dar loro un posto sicuro e tranquillo. Gli obbiettivi principali del neonato sindacato che si avvale del supporto della Confsal (la Confederazione generale dei sindacati autonomi che conta in tutt’Italia quasi un milione di iscritti) sono: «Il riconoscimento dell’attività professionale in piena dignità, la fiducia da parte dei consumatori concorrendo alla stesura di norme e regolamenti che rendano trasparente l’accesso al credito, concorrere fattivamente alla riforma del settore con lo stabilire nuovi standard della prrofessione». Il mondo del lavoro, insomma, è cambiato e sta ancora cambiando in maniera veloce. Emergono nuove figure professionali, in gran parte svincolate, per necessità più che per scelta, da quelle forme di tutela e garanzia che invece hanno altre figure professionali con contratti a tempo indeterminato nello stesso settore. La categoria dei cosiddetti “lavoratori atipici” cresce sempre di più e a sua volta si divide in subcategorie che non conoscono limiti di età; ci sono infatti giovani neolaureati o neodiplomati che operano a fianco di cinququantenni troppo presto espulsi dal mondo del lavoro e che cercano attraverso l’acquisizione di una partita Iva di rimettersi in gioco, di conquistare il terreno perduto magari non per colpa loro. Altre grandi organizzazioni si stanno muovendo per far fronte a queste istanze di nuove figure professionali. Cgil, Cisl, Uil e Ugl lo stanno facendo, anche se in maniera più lenta e meno vivace e puntando su un settore senza dubbio emergente come quello degli operatori naturalistici. L’iniziativa AssilacFalcri si pone tuttavia come punto di riferimento per un sindacalismo che deve guardare soprattutto alle istanze pratiche dei lavoratori.

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John R. Bolton, Mauro Canali,

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Franco Cardini, Carlo G. Cereti,

Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana,

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Angelo Crespi, Renato Cristin,

Emilio Spedicato, Davide Urso,

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Francesco D’Agostino, Reginald Dale

Marco Vallora, Sergio Valzania

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2010_07_06