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Le obiezioni nascono dal fatto che chi le fa non è stato capace di trovare l’idea che attacca Paul Valéry

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • SABATO 3 LUGLIO 2010

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Nuovi dati allarmanti: siamo sempre dentro la crisi. E il rapporto deficit/Pil nel 2010 è ancora all’8,7 per cento

L’Italia è un Paese per vecchi L’Istat dice: record di giovani senza lavoro.Tremonti accusa il Sud: «Amministratori cialtroni». E loro rispondono: «Tratteremo con Berlusconi». Ma in realtà nessuno pensa più al futuro È polemica sull’attacco dell’avvocato al Colle

I COSTI DELLA PREVIDENZA

LA SFIDA IN PARLAMENTO

La soluzione è sempre una: giù le tasse

Chi ha ragione nello scontro federale?

Capotosti: «Spieghiamo a Ghedini la Costituzione» A

Il presidente emerito difende Napolitano: «La nostra è una Repubblica parlamentare dove il Quirinale controlla le leggi» Franco Insardà • pagina 8

Appello a Casini e ai moderati

Nuova maggioranza per superare il caos di Enrico Cisnetto magistrati che scioperano per la pagnotta, dimenticando che lavorano poco e male. I giornalisti che protestano, in nome di una libertà che non sempre è loro cara. La manovra finanziaria che una volta approvata si vuole riscrivere, e non certo solo su pressione dei governatori regionali di centro-sinistra. La legge sulle intercettazioni che è causa di cortocircuito istituzionale e di una rottura politica interna al pdl ormai insanabile, e sembra il primo se non l’unico interesse che la politica sappia esprimere. Le nomine a ministri che diventano soap opera.

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segue a pagina 9 seg1,00 ue a (10,00 pagina 9CON EURO

di Gianfranco Polillo

di Carlo Lottieri

rrivano dati negativi sul fronte dell’occupazione: e la cosa non può sorprendere. La crisi morde sempre di più e una delle conseguenze è che mentre nel maggio 2009 i disoccupati erano al 7,5%, un anno dopo il numero dei senza lavoro è cresciuto di 360 mila unità, giungendo all’8,7%. Entro questo scenario già triste spicca il livello molto alto della disoccupazione giovanile, che era al 24,5% e ora è salita fino al 29,2%. Un dato impressionante: il peggiore da quanto, nel 2004, si è iniziata questa rilevazione. Quando in Italia si parla di disoccupazione, ovviamente, si parla in primo luogo del Mezzogiorno e di giovani. segue a pagina 2

Normale manutenzione parlamentare, con qualche brivido e tante proteste: è così che ieri si è chiuso il primo round della manovra al Senato. E adesso il testo passa alla Camera. a pagina 4

Al G20 di Toronto qualcosa è cambiato

PARLA LUIGI CAMPIGLIO

Non cedete «Ecco la prova: alla legge del Pil i tagli, da soli,

Una volta l’Occidente cercava un’idea comune della democrazia. Ora conta solo la salvaguardia dei privilegi Francesco D’Onofrio • pagina 10

non bastano» di Vincenzo Bacarani Secondo l’economista Luigi Campiglio è arrivato il momento di varare «una nuova, vera politica industriale. Servirebbe un’altra Finanziaria per il lavoro e la crescita.» a pagina 3

il documento Come cambierà l’azione americana dopo McChrystal

«Il teorema della vittoria» Il generale Petraeus spiega come vincere le guerre impossibili di David H. Petraeus

spirale in ascesa, in seguito a quegli eventi la violenza aumentava sempre più. In verità, nell’ultima parte del 2005, alcuni di noi percepivano che fosse importante redigere un manuale sulle operazioni di controinsurrezione. Gli sviluppi del 2006 resero più pressante l’imperativo di identificare quali cambiamenti si sarebbero dovuti apportare anche in Iraq. In effetti, mentre gli eventi si dipanavano, iniziammo a percepire una sempre maggiore necessità di cambiamenti se si voleva che le nostre forze in Iraq arrestassero una situazione in costante deterioramento. segue a pagina 24

ermettetemi di ricondurvi a quattro anni e mezzo fa: il nostro sforzo in Iraq stava iniziando a patire delle difficoltà. Malgrado i progressi in una serie di zone, l’insurrezione si stava diffondendo. I livelli di violenza stavano aumentando. Gli sviluppi politici sembravano giunti a un punto morto. E sulla scia dell’attentato contro la moschea di Samara nel febbraio 2006, uno dei luoghi più sacri dell’islam sciita, la violenza settaria iniziò a fare a brandelli il tessuto della società. E mentre nuove operazioni frenavano ad intervalli regolari la

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I QUADERNI)

• ANNO XV •

NUMERO

128 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


pagina 2 • 3 luglio 2010

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Crisi. Dall’Istituto di statistica arriva una sostanziale smentita alle politiche che non puntano sulla crescita

Generazione senza futuro

La disoccupazione giovanile è al 30%, il rapporto debito/pil è all’8,7%. Per l’Istat, l’Italia è ancora nel pieno della crisi. È finito l’ottimismo di Alessandro D’Amato

ROMA. Disoccupazione stabile, ma per quella giovanile è record. In base ai dati Istat sull’occupazione, le stime sugli occupati a maggio registrano una flessione dello 0,2% rispetto ad aprile (quando erano aumentato dello 0,2 %) e dell’1,1% rispetto a maggio 2009. Il tasso di occupazione è pari al 56,9 per cento, in diminuzione di 0,1 punti percentuali rispetto ad aprile e di 0,8 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il numero delle persone in cerca di occupazione diminuisce dello 0,1 per cento rispetto ad aprile, segnando un aumento del 15,5 per cento rispetto a maggio 2009. Il tasso di disoccupazione si conferma stabile per il terzo mese consecutivo all’8,7 per cento; l’aumento rispetto a maggio 2009 è di 1,2 punti percentuali. Il numero degli occu-

Al di là della modifica dell’articolo 41 della Costituzione, il vero problema è la previdenza

C’è solo una soluzione: liberare il lavoro dalle tasse di Carlo Lottieri segue dalla prima E, quindi, si parla non soltanto di chi che non trova un impiego, ma anche di quanti sono costretti ad accettare occupazioni irregolari. È il vasto arcipelago del lavoro nero, che se da un lato è una risposta inevitabile a razionale a livelli troppo alti di tassazione e regolamentazione, d’altro lato è una patologia da superare, non fosse altro che i molti nessi con la criminalità organizzata.

In questi giorni si è molto parlato dell’articolo 41 e della volontà di liberalizzare l’economia, permettendo di aprire una nuova azienda in un solo giorno. In linea di massima, è impossibile non essere d’accordo, ma certo è necessaria qualche precisazione, perché simili riforme possono significare ben poco se chi apre un’attività si trova poi – nell’arco di alcuni mesi – a dover pagare penali o chiudere bottega a causa di regole astruse e norme cervellotiche. Già oggi molti temono che la riforma possa peggiorare la situazione, poiché ora il futuro imprenditore inizia a investire solo quando ha in mano tutte le autorizzazioni, mentre in futuro potrebbe dover muoversi nella massima incertezza. Per di più, non basta liberalizzare l’accesso al mercato e togliere intralci burocratici. È ugualmente necessario che, una volta nate, le aziende possano prosperare. Nei giorni scorsi, proprio mentre infuriava la polemica sul referendum di Pomigliano e condizioni imposte dalla Fiat, sul Sole 24 Ore è stata pubblicata la lettera del dipendente di una piccola impresa meridionale che spiegava come ogni mese era debba restituire al datore di lavoro una parte dello stipendio ufficiale. In altre parole, il contratto nazionale gli garantisce una somma che quell’impresa – per poter restare sul mer-

cato – non è in grado di pagare. Da qui il ricorso a quello stratagemma. Messa una accanto all’altra, la controversia della Fiat in Campania e la diffuse illegalità nei rapporti di lavoro ci parlano di un Mezzogiorno che ha davvero bisogno di massicce dosi di deregolamentazione per poter crescere e vedere emergere il lavoro sommerso. C’è la necessità di intervenire sul mercato del lavoro, ma più in generale bisogna far sì che ogni area abbia regole appropriate. Diversamente non si riuscirà a fermare l’emorragia dell’emigrazione dal Sud. D’altra parte, basta pensare come sarebbe potuto succedere, in Italia, se le norme bizantine della legge 626 fossero state introdotte non nel 1994, ma nel 1945… semplicemente, il Paese non avrebbe avuto il boom economico e le nostre condizioni di vita e lavoro sarebbero quelle di una nazione poverissima. Chi più di tutti paga le conseguenze di ciò sono i giovani. Per questo sono i ragazzi del Mezzogiorno che più di tutti dovrebbero pretendere che lo Stato si ritragga e che le imprese lucane o pugliesi non siano più gestite secondo criteri pensati per le aziende venete e lombarde.

Il caso Fiat e le illegalità diffuse insegnano: il Sud ha bisogno di massicce dosi di deregolamentazione

All’interno di tale vicenda, ovviamente, una questione decisiva è quella del prelievo contributivo. Se mancano all’appello molti posti di lavoro, questo si deve anche al fatto che quando si danno mille euro a un lavoratore se ne devono più o meno altrettanti allo Stato: e una parte significativa è per le pensioni. In questo senso, la previdenza è davvero un gigantesco iceberg, che rende ancor più drammatica la situazione debitoria dello Stato. Sarebbe allora importante quanto meno iniziare a introdurre elementi di chiarezza, comunicando a ogni lavoratore inserito nel sistema contributivo a quanto ammonta il capitale che egli ha versato finora, interessi inclusi. Introdurre “conti pensionistici” individuali favorirebbe il superamento, nel tempo, di alcune incongruenze: permettendo ad esempio di andare in pensione a meno di 65 anni quanti, in virtù del rapporto tra contribuzione ed età, sono in grado di ottenere un vitalizio adeguato. Ma soprattutto bisogna introdurre più responsabilità e concorrenza anche in tale ambito, che opprime il sistema produttivo e, di conseguenza, toglie speranze ai giovani.

pati a maggio risulta pari a 22 milioni e 870 mila unità, in calo dello 0,2% rispetto ad aprile (quando era aumentato dello 0,2%) e dell’1,1% rispetto a maggio 2009. In termini assoluti, il calo è rispettivamente di 38 mila unità su aprile e di 262 mila unità su maggio 2009. Il numero di inattivi di età compresa tra i 15 e i 64 anni a maggio aumenta dello 0,4% rispetto ad aprile, e dello 0,9% rispetto allo stesso periodo del 2009, raggiungendo in valori assoluti il numero di 14 milioni e 877 mila unità. Il tasso di inattività risulta quindi pari al 37,7%, con un aumento di 0,2 punti percentuali rispetto sia al mese precedente sia a maggio 2009.

Particolarmente preoccupanti i numeri sull’occupazione giovanile, dunque, il cui tasso è passato a maggio al 29,2% dal 29,1% registrato ad aprile. È il dato più elevato dal 2004, ovvero dall’inizio delle serie storiche. Rispetto al maggio 2009, il numero di giovani tra i 15 e i 24 anni in cerca di lavoro è salito di 4,7 punti percentuali. L’occupazione femminile invece diminuisce dello 0,4 per cento rispetto ad aprile e dell’1,2 per cento nei confronti di maggio 2009. Il tasso di occupazione maschile risulta pari al 67,9 per cento, invariato nell’ultimo mese e in calo di 0,8 punti percentuali negli ultimi dodici mesi. Il tasso di occupazione femminile a maggio è pari al 46,0 per cento, con una riduzione di 0,2 punti percentuali rispetto ad aprile e di 0,8 punti percentuali rispetto a maggio 2009. La disoccupazione maschile è in diminuzione dello 0,6 per cento rispetto al mese precedente, ma in aumento del 16,8 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Il numero di donne disoccupate aumenta invece dello 0,3 per cento rispetto ad aprile e del 14 per cento rispetto a maggio 2009. Il tasso di disoccupazione maschile è uguale al 7,7 per cento, stabile rispetto ad aprile e in aumento rispetto a maggio 2009 (1,1 punti percentuali). Il tasso di disoccupazione femminile è pari al 10,1 per cento, in aumento rispetto ad aprile (0,1 punti percentuali) e rispetto al mese di maggio 2009 (+1,2 punti percentuali). «Il prezzo che, specie nel Sud, stanno pagando i giovani, in particolare, e le donne, non è


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Per l’economista, il governo dovrebbe fare una finanziaria ad hoc

«Questa è la prova: i tagli non bastano»

«Serve una vera politica industriale per programmare anche il mercato del lavoro», dice Luigi Campiglio di Vincenzo Bacarani

ROMA. I dati sono allarmanti e li ha forniti ieri l’Istat: il tasso di disoccupazione giovanile – che riguarda le persone dai 15 ai 24 anni – a maggio è salito al 29,2 per cento (lo 0,1 per cento in più rispetto allo scorso aprile e lo 1,1 per cento rispetto a maggio dello scorso anno). Se si fa riferimento ai tassi percentuali sembrerebbe un aumento modesto, ma si tratta di disoccupazione giovanile e quindi di una situazione che ovviamente, considerando l’età del campione preso in esame, è destinata a peggiorare in quanto si tratta di un mercato del lavoro non stabile. Siamo di fronte alla cifra più elevata dal 2004. Più in generale il dato sugli occupati si attesta a maggio 2010 – sempre secondo l’indagine Istat – a 22 milioni e 870 mila unità, ben 262 mila in meno rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Un tasso che – secondo i parametri internazionali – non implicherebbe disagi sociali e mobilitazioni di piazza. Ma qui ci sarebbero da fare degli importanti distinguo perché la situazione è ricca di scenari molto diversi tra di loro con un Nord Italia che presenta dati accettabili, con un Centro Italia che presenta dati leggermente peggiori e con un Sud che invece presenta dati molto, ma molto preoccupanti. Al momento però non sono disponibili dati sicuri disaggregati e comunque la situazione resta drammatica e le previsioni non sono rosee. Ci possono però essere vie d’uscita percorribili? E quali possono essere le cause primarie di questi dati sconfortanti? Lo abbiamo chiesto al professor Luigi Campiglio, Pro-Rettore dell’Università Cattolica di Milano e docente di Politica Economica. Professor Campiglio, l’Istat fornisce dati sempre più in negativo sulla disoccupazione giovanile. Si tratta di cifre che ci debbono allarmare o ritiene che siano frutto di una situazione contingente e, quindi, superabile? Sono dati molto allarmanti, perché riferiscono di una situazione in cui i giovani che si dichiarano disponibili al lavoro sono in diminuzione. Vuol dire che oggi i ventenni sono più scoraggiati rispetto a uno o due anni fa? No, ci sono ragioni demografiche e ci sono ragioni legate all’ingresso nel nostro Paese di lavoratori stranieri. Cioè? Secondo me, c’è una quota, seppur minoritaria, che pesa su questo problema. Penso al Mezzogiorno dove c’è un abbandono scolastico notevole. Questo è un problema grave perché al Sud i giovani lasciano la scuola e scel-

Non si placano le proteste di chi lavora contro la politica del governo che si occupa solo di tagli e non di crescita. A destra, l’economista Luigi Campiglio più sostenibile: la dinamica crescente dei relativi tassi di disoccupazione (29,2% e 10,1%) impone interventi urgenti da mettere in campo con il contributo responsabile di tutti i soggetti istituzionali e le parti sociali», dice il segretario confederale della Cisl, Giorgio Santini, a proposito dei dati, sottolineando «l’instabilità che la crisi ha scaricato sulle dinamiche del mercato del lavoro». Per Santini, «occorre, da un lato, garantire la prosecuzione ed il rafforzamento delle misure per il sostegno al reddito, per fermare l’erosione dei posti di lavoro e salvaguardare i siti ancora produttivi, e dall’altro moltiplicare le misure e le opportunità di inserimento e reinserimento nel mercato, in particolare delle fasce deboli, utilizzando la leva della formazione per rafforzare le competenze per l’occupabilità e in ragione degli effettivi fabbisogni del sistema produttivo». «Ai numeri dell’Istat va aggiunto il dato relativo ai 690 mila lavoratori che nel solo mese di maggio sono stati coinvolti in crisi aziendali (di cui 190 mila in cassa integrazione in deroga)», afferma invece il segretario confederale della Uil, Guglielmo Loy. «Possediamo tutti gli strumenti per ridare ossigeno al nostro siste-

ma produttivo, per aiutare i giovani e per continuare a mantenere gli occupati legati al posto di lavoro. Incentivi alle imprese che assumono in buona occupazione - dice ancora Loy - un rilancio dell’apprendistato per i giovani, così come una proroga del finanziamento per gli anni 2011 e 2012 della cassa integrazione in deroga».

Nel frattempo, si attesta all’8,7% il rapporto deficit/pil nel primo trimestre. Rispetto allo stesso trimestre del 2009 si registra un calo dello 0,5%. L’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche in rapporto al Pil (dati grezzi), si legge nella nota dell’Istat, si è ridotto di 0,5 punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2009 (8,7 per cento e 9,2 rispettivamente). Il saldo primario (indebitamento al netto degli interessi passivi) è risultato negativo e pari a 16.886 milioni di euro (contro un valore di meno 17.902 milioni di euro nel corrispondente trimestre del 2009), con una riduzione di 0,3 punti percentuali del rapporto rispetto al Pil (meno 4,6 per cento e meno 4,9 per cento rispettivamente). Le uscite correnti hanno registrato sempre nel primo trimestre dell’anno un aumento tendenziale dello 0,9%.

gono un lavoro sbagliato, un lavoro sommerso o altro. Si tratta di una questione che dovrebbe essere affrontata in maniera seria. Ma non c’è anche, da parte dei giovani italiani, una sorta di indisponibilità verso tipi di lavoro considerati troppo umili? No, questo no. Il problema è che c’è poca offerta di impiego e poi c’è anche una certa confusione sul tipo di laurea da conseguire. Non bisogna dimenticare che la laurea non è altro che un certificato di abilità. Ma il problema è sostanzialmente un altro. Quale? Siamo di fronte a una quantità elevata di specializzati in discipline tecniche che rimangono fermi. E questo perché? Perché l’industria italiana non è in grado di assumere. E pensi ai laureati in chimica. La chimica in Italia è in crisi, ma chi mai può oggi assumere laureati in chimica? In una città come Milano un laureato in discipline tecniche deve accontentarsi di 500 euro al mese di stipendio. Mi sembra ovvio che la disoccupazione giovanile a questo punto raggiunga questi livelli elevati. Che cosa bisognerebbe fare, allora? Il problema principale è la domanda delle imprese. Oggi purtroppo siamo nel pieno di una crisi internazionale. Le industrie non assumono ed esternalizzano i lavori. Manca una politica industriale, una politica economica attiva. E chi dovrebbe realizzarla? Il governo. Bisogna dare opportunità e incentivi alle imprese affinché esse possano rimettere in movimento il processo economico e produttivo. Il governo attende la ripresa internazionale, ma la Cina ora è in affanno e anche la Germania è in difficoltà. Poi, se si trascura la domanda interna diventa tutto più difficile. Che cosa dovrebbe fare il governo? Siamo tutti ipnotizzati dal deficit pubblico. È stata presentata una manovra che dice: guardiamo l’andamento tendenziale del debito pubblico, facciamo interventi per poterlo ridurre. Va bene, ma non basta. Ci vorrebbero allora due leggi finanziarie che vadano in parallelo: una che riguarda il debito pubblico e una che riguardi la disoccupazione. Non è facile Non è facile, ma sarebbe necessario. Professore, considerando i dati dell’Istat e considerando quello che sta accadendo come si considera: ottimista o pessimista? Pessimista.

Il nostro esecutivo attende la ripresa internazionale, ma non considera che la Cina ora è in affanno e anche la Germania è in difficoltà


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l’approfondimento

La Commissione bilancio del Senato verso il via libera alla legge economica, senza stravolgere il testo dell’esecutivo

Lo scontro federale

Le Regioni riusciranno a cambiare la manovra del governo? «Austerità» è una brutta parola e risparmiare non piace a nessuno: vediamo chi ha ragione nel primo conflitto tra lo Stato e gli enti locali di Gianfranco Polillo ormale manutenzione con parlamentare, qualche brivido - le pensioni - e tante proteste: si chiude così il primo round della manovra in Commissione bilancio al Senato. Ma i giochi non sono ancora finiti. Bisognerà affrontare l’Aula ed il maxi-emendamento del governo, su cui, con ogni probabilità, verrà posta la fiducia. E le sorprese da parte dell’esecutivo potrebbero non mancare. Una regola non scritta – le prassi di questa legislatura – vuole che la fiducia sia messa sul testo votato in Commissione, ma il Governo è sempre libero di apportare quelle modifiche che riterrà opportune. Finito questo ciclo, si passerà alla Camera. Nuovo dibattito e identica votazione, con tanto di emendamenti. Ma già si sconta che le eventuali ulteriori modifiche saranno alquanto limitate. Insomma “saldi e soldi” – com’è solito ripetere Giulio Tremonti – rimarranno intonsi. E allora – verrebbe da dirsi – perché tanto affanno? Perché pro-

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durre, sia da parte della maggioranza che dell’opposizione, migliaia di emendamenti? Il rito delle sedute notturne e della calca di senatori, negli spazi angusti della Commissione, nella speranza di strappare, comunque, una briciola? È la dimostrazione plastica che qualcosa non funziona nel modo d’essere della nostra democrazia dove il nuovo – il rapporto più diretto ed esclusivo tra il leader ed il suo popolo – si mescola e sovrappone all’antico. Una Repubblica che, nella sua legge fondamentale, rimane strettamente ancorata agli schemi di un parlamentarismo d’antan. Ma guai a sottolineare questi sfridi. La Costituzione del ’48, nonostante i tentativi di riforma portati avanti da infaticabili volenterosi per circa trent’anni, rimane scritta sulla pietra.

Vicende tutte italiane. Altrove – dalla Francia alla Germania, per non parlare dell’Inghilterra – il processo

di adeguamento della Costituzione alle mutate condizioni interne ed internazionali non si è mai fermato. Interventi limitati, ma continui. L’ultimo, in ordine di tempo, ha portato in Germania a costituzionalizzare il pareggio di bilancio, al fine di evitare la dissipazione di risorse a danno delle nuove generazioni. In Italia, invece, è guerra di tutti contro tutti. Protestano le regioni. Manifestano i sindaci, con la loro fascia tricolore, in

alcuni paesi del Nord-est sostituita dai colori locali. Scioperano i magistrati. Si imbavagliano giornalisti ed uomini di spettacolo. Criticano il disegno di legge sulle intercettazioni. Ma nella sollevazione contro il rigore tremontiano, tutto fa brodo contribuendo a diffondere nel mondo l’immagine di un Paese sempre più stressato, sull’orlo di una continua crisi di nervi.

Eppure dal 1992 – epoca che

Pensioni baby, falsi invalidi, spese eccessive e soprattutto evasione fiscale: ecco i prossimi tagli

segnò la fine della Prima Repubblica – sono passati quasi vent’anni. Un tempo infinitamente lungo, rispetto all’accelerazione prodotta dai processi di globalizzazione. Allora la storia aveva fatto giustizia della tragica illusione rappresentata dal comunismo. I Bric – Brasile, Russia, India e Cina – rappresentavano il quadrilatero del sottosviluppo. La grande frattura tra il Nord sviluppato ed il Sud costretto alla fame ed all’emarginazione garantiva ai primi un livello di benessere che

sembrava intangibile. Il monopolio della tecnologia, la predominanza finanziaria, una coesione sociale a prova di welfare descriveva un mondo senza tempo. I “dannati della Terra”, per riprendere il bel saggio di Franz Fanon, restavano fuori da questo orizzonte. La “guerra fredda” poteva rendere competitivi gli apparati militari. Ma si nutriva della fame e delle sofferenze del popolo. Oggi la pace mondiale – la grande utopia kantiana – nonostante il persistere delle guerre locali, ha liberato le grandi energie che hanno consentito un grande balzo in avanti e la rottura di un vecchio paradigma. Non c’è traccia di questi ragionamenti nelle manifestazioni, un po’ scomposte, di tante proteste. Si guarda solo nelle proprie tasche per vedere quante sigarette in meno costerà la manovra. Se dovremo ridurre di un’inezia consumi, da tempo, opulenti. L’austerità – ricordate Lama e Berlinguer? – non è mai stata una prospettiva allettante. Allora fu motivata con ragionamenti a


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La manovra martedì in aula: trattative frenetiche sulle modifiche a sicurezza e cedolare secca

Tremonti si riscopre leghista: «Al Sud sono tutti cialtroni»

I governatori sperano di essere convocati da Berlusconi e sono pronti a presentare un loro emendamento per trasferire parte dei tagli sui ministeri di Francesco Pacifico

ROMA. Quarantotto ore per correggere la manovra. Per provare a far seguire al rigore anche qualcosa per lo sviluppo. O quanto meno per alleggerire il conto alle categorie più colpite dalla stangata da 24,9 miliardi di euro concordata da Giulio Tremonti a Bruxelles. Cedolare secca, sicurezza, farmaceutica, certificati verdi, stipendi dei magistrati e, soprattutto, i tagli agli enti locali, tanti sono i capitoli sospesi che si spera di risolvere lunedì, con la commissione Bilancio del Senato che si è data una seduta in più (doveva chiudere ieri) per portare in aula un testo più corposo.

È facile prevedere un weekend di serrate trattative tra maggioranza e Tesoro, con i governatori che attendono una cenno da Silvio Berlusconi, consci che il tempo stringe visto che al massimo giovedì potrebbe calare in aula il maxiemendamento comprensivo di fiducia. Ma centro e periferia dello Stato sono lontani. Ce ne si è accorti ieri quando Giulio Tremonti ha approfittato dell’assemblea della Coldiretti per lanciare gli ennesimi strali contro i governatori. E non ha lesinato sulle parole. Il ministro ha stigmatizzato «la cialtroneria di chi protesta solamente». Quindi

si è scagliato contro «chi, al Sud, non fa gli interessi dei cittadini e non spende i fondi messi a disposizione dall’Ue». Nella relazione sui costi del federalismo è stato scritto che per la programmazione anni 2007-2013 l’Unione europea ha stanziato per il Mezzogiorno 44 miliardi di euro. Ma ne sono stati usati dagli enti del Sud soltanto 3,5. «E questo», ha ripetuto anche ieri il ministro, «è inaccettabile. La colpa non è dell’Europa, dei governi di destra o di sinistra, ma è colpa della cialtroneria di chi prende i soldi e non li spende. E siccome i soldi per il Sud saranno di più e non di meno in futuro allora non si può continuare con questa gente che sa solo protestare, ma non sa fare gli interessi dei cittadini». Gli ha dato manforte la presidente di ConEmma findustria, Marcegaglia, che ha espresso la rabbia delle imprese dopo che le Regioni sotto commissariamento per il deficit sanitario hanno dovuto aumentare le addizionali. «Le regioni del Mezzogiorno», ha spiegato, «devono dire se questa è l’unica possibilità. Eppoi l’aumento delle tasse deve essere veramente accompagnato da piani di riduzione dei costi. Altrimenti il rischio è un continuo aumento».

ce quanto complesso da raggiungere: ottenere garanzie da Berlusconi che i tagli previsti non ricadano soltanto sulle spalle delle Regioni. C’è chi ipotizza che se non arriveranno segnali da Palazzo Grazioli, saranno i governatori a presentare un loro emendamento, nel quale si destineranno una parte dei risparmi sui bilanci dei ministeri e delle amministrazioni centrali. Non manca chi dipinge uno scenario, nel quale le Regioni si “accontenterebbero” della promessa di ritoccare le poste a ottobre, quando verrà presentato il bilancio dello Stato. Magari sfruttando la ripresa o il gettito che finora è calato meno del previsto. Quel che è certo che i governatori sanno

«Nel meridione gli aumenti Irap devono essere accompagnati da ulteriori tagli»

Vasco Errani, anche egli ieri ospite di Coldiretti, non ha gradito l’analisi del ministro. E se nei giorni scorsi ha contestato le conclusioni alle quali è giunta la relazione sulla spesa degli enti locali, ha replicato a stretto giro: «Per cambiare il Paese occorre senso e rispetto delle istituzioni anche se non va di moda oggi perché c’è un clima dell’antipolitica che ci travolge. Diversamente, non c’è futuro». Secondo il presidente della Conferenza delle Regioni è superficiale nascondersi dietro le inefficienze del Mezzogiorno. «Se si guarda alle Regioni che non stanno spendendo bene», dice, «bisogna anche guardare il perché. Hanno responsabilità loro così come hanno responsabilità serie gli enti dello Stato pagatori dei progetti delle regioni meridionali». Quindi, in un successivo incontro con il presidente del Senato Renato Schifani, ha espresso la «sua fortissima preoccupazione e anche allarme per la manovra economica varata dal governo». Mentre il collega Roberto Formigoni ha detto di non voler «tagliare la testa ai cittadini privandoli di servizi essenziali». L’obiettivo degli enti locali è sempli-

che soltanto sedendosi intorno a un tavolo e discutendo sui numeri, si potrà modificare la manovra. Ma su questo piano Tremonti non ha mai trattato. Intanto c’è pure chi studia la via giudiziaria. In seno alla Conferenza delle Regioni si fa presente che in passato due sentenze della Corte Costituzionale hanno sancito che il governo, dopo aver devoluto alcune mansioni attraverso la Bassanini, non può lesinare le risorse per queste materie.

E guarda caso la manovra finisce per colpire proprio i trasferimenti in ambiti come il trasporto pubblico, la tutela dell’ambiente o l’incentivazione alle imprese. Di conseguenza, non è da escludere un ricorso alla Consulta, ben sapendo che questa strada potrebbe creare inutili tensioni, in grado anche di rallentare l’iter del federalismo fiscale e la possibilità degli enti di decidere come calcolare i costi standard. È difficile che tra i nuovi emendamenti che lunedì il relatore Antonio Azzollini presenterà in Senato ci sia qualcosa che risolva lo scontro tra governo e Regioni. E se Emma Marcegaglia spera ancora in una proroga della Tremonti Ter, la maggioranza guarda soprattutto ad alleggerire i tagli per gli insegnati, quelli diretti alle forze dell’ordine e quelli sulla farmaceutica. A meno che Tremonti in un impeto di generosità dia il via libera alla cedolare secca sugli affitti che però costa quasi un miliardo di euro.

volte paradossali, come quelli della fine imminente delle risorse petrolifere. Ma con il dato della “nuova” scarsità relativa occorrerà fare i conti. Non per sognare e vagheggiare il ritorno ad un primitivismo sociale, ma per capire come riprendere, su basi completamente nuove, il sentiero di un progresso sociale che non deve fermarsi. A meno di non arrendersi di fronte alla minaccia di un congedo dalla storia, per l’intero continente europeo, come ha detto lucidamente Benedetto XVII.

Questi sono i grandi temi sottesi ad una manovra che non può essere ricondotta solo all’elenco del dare e dell’avere. Il tema dei sacrifici e della loro contabilità è fuorviante se avulsa da quel contesto di carattere più generale. Finora abbiamo gestito le grandi risorse del Paese all’insegna della spensieratezza. Pensionati baby, invalidi che tali non erano, regioni che hanno utilizzato il loro statuto speciale, non per preservare la loro autonomia, ma come licenza di spesa a danno dei restanti contribuenti. Evasione ed elusione fiscale in frode dei più onesti o dei più “fessi”, secondo una vulgata popolare. Un costo della politica esorbitante, accompagnata da livelli di corruzione addirittura imbarazzanti, dove non si contrattano solo soldi e prebende, ma favori sessuali, assunzioni e banchetti. La “manovra” non mette fine a questi sconcezze, ma dovrebbe segnare l’avvio di una riflessione più generale.Viviamo sul crinale di un grande cambiamento. Se non saremo in grado di reggere alla relativa sfida, non ci sarà un secondo tempo né i calci di rigore. Saremo semplicemente fuori, come l’Italia, dal mondiale del Sud Africa. Sono cupe profezie? Forse. Ma vorremmo sentire, almeno dall’opposizione, una campana diversa. Qual è la sua lettura della crisi? Si può risolvere il tutto con qualche ulteriore “lenzuolata”, come va ripetendo Pier Luigi Bersani, o non si deve andare più a fondo? Verso la fine degli anni ’60, l’Istituto Gramsci organizzò un importante convegno sulle trasformazioni intervenute nel capitalismo di allora. La relazione introduttiva fu di Giorgio Amendola, il piatto forte quello di Bruno Trentin. A lui toccò il compito di fotografare i grandi cambiamenti intervenuti nell’organizzazione del lavoro in fabbrica. L’anatomia del “fordismo” italiano. Fu la chiave per guidare, negli anni successivi, le grandi lotte operaie. Per anticipare la saldatura politica con il movimento degli studenti e cogliere, con tempestività, quel processo di globalizzazione culturale che fu il movimento del ’68. Oggi avremmo bisogno di qualcosa di simile. Ma purtroppo è solo un assordante silenzio.


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pagina 6 • 3 luglio 2010

Inquietudini. I vertici del Carroccio sgomitano per la successione: ma il padrone del movimento è ancora il Senatùr

La frusta di Bossi sui colonnelli Dal Consiglio federale messaggi di unanimismo: «La Lega è un monolite» di Riccardo Paradisi ra esplode sui giornali grazie al caso Brancher la guerra sottomarina che si combatte all’ombra della spada di Alberto da Giussano. Nessuno nella Lega mette in discussione il Bossi, il capo indiscusso il migliore dei lumbard, ma un’ansia da riposizionamento c’è eccome all’interno del Carroccio. E non è un’ansia che nasce oggi. È da mesi che le componenti del movimento leghista sono in fibrillazione, che i colonnelli leghisti stanno lavorando al loro riposizionamento, che vanno avanti gli scontri di faglia nella guerra di potere intestina che si svolge alle spalle del Senatur. L’unico in grado di esprimere una sintesi tra le varie anime d’una Lega che oggi è secessionista domani unitaria, che una volta è legalitaria e l’altra ultragarantista, che adesso è di lotta e un attimo dopo è di governo e istituzionale ma che non è più la Lega compatta come un sol uomo dei tempi che furono. Perché non è del tutto vero che il potere logora chi non ce l’ha.

cale ma non tenendo in considerazione che dal cilindro del disagio nordista sarebbe uscita la sollevazione formigoniana.

O

Le tensioni, latenti, nascoste, serpeggianti da tempo, cominciano a venire in superficie quando Bossi decide di candidare il figlio Renzo a Brescia. È il segnale – dicono alcuni osservatori – che se ci sarà un successore alla testa del movimento nordista questo sarà il figlio del capo. Ma forse, come spiegano fonti informate interne alla Lega, è più probabilmente e più semplicemente il segnale che il successore sarà uno della generazione che non è quella dei colonnelli storici. Messaggio che per chi non l’avesse inteso viene ripetuto al recente raduno annuale di Pontida dove il senatur sotto la pioggia battente e dopo i tremendismi lanciati dalla tribuna degli eponenti leghisti, chiama sul palco l’erede Renzo detto la trota, dicendo «Ecco uno bravo di cui mi fido». Un messaggio rivolto agli aitanti colonnelli leghisti che scalpitano per dare l’assalto al cielo dunque: ma è anche e soprattutto un segnale che Bossi rivolge allo stesso premier Berlusconi. Per dirgli che cosa? Semplice: per fargli capire bene che lui può giocare di sponda quanto vuole con Calderoli Tremonti e buon ultimo con Brancher, cercando interlocuzioni e mezzi di entrismo e di manovra

nell’area leghista, ma l’unico con cui il Cavaliere deve trattare se vuole ottenere e se non vuole reazioni e sorprese è proprio lui, il Bossi. Perché la Lega è ancora Bossi. Ed è vero. Nella lega si muovono molte foglie anche senza che Bossi lo voglia, certo, ma poi non vanno molto lontano. Un esempio: il ministro dell’Interno Roberto Maroni dopo la vittoria alle regionali attraverso un’intervista al Corriere della sera dice che ora è il momento di fare le riforme. Non parla solo di federalismo, parla di tutte le riforme istituzionali ed economiche che

ta a scacchi che si sta giocando all’interno del Pdl e più in generale della maggioranza, un intervento a gamba tesa congiunto di Berlusconi e Bossi per metterlo fuori gioco. In realtà si va più vicino al vero ipotizzando, come fanno osservatori interni alla maggioranza, che questo passaggio ha molto a che fare con le fibrillazioni che stanno scuotendo Carroccio. Fibrillazioni che Bossi gestisce da meastro ottimizzando in questo caso la rivalità tra Maroni e Calderoli, come in altri casi ha fatto con quella tra Giorgetti e Castelli o con gli antagonismi

Umberto è l’unico davvero in grado di esprimere una sintesi tra le varie anime d’un movimento ondivago sono nell’agenda politica italiana ormai da un decennio. L’intervista viene presa male dal vertice leghista. Tanto che Calderoli, in qualità di ministro competente, sale al Colle con una bozza per le riforme che sottopone al presidente della Repubblica. La vicenda viene letta dal presidente della Camera Gianfranco Fini come una mossa dell’ormai lunga e snervante parti-

tra il neogovernatore del Veneto Zaia e il sindaco di verona Flavio Tosi nell’ala veneta. Il quadro per Bossi si complica con la partita delle regioni, che costituisce un nuovo elemento di tensione all’interno del campo leghista. In questa partita infatti il Carroccio avverte l’intervento del governatore lombardo Roberto Formigoni contro il decreto Tremonti come uno scippo e un colpo basso. Anche perché erano stati lo stesso Bossi e il suo ministro Calderoli a dare rassicurazioni al governo che la lega avrebbe avallato la manovra mettendo in conto di incassare e gestire il malcontento lo-

Sopra, Roberto Maroni e Roberto Calderoli. A lato, Umberto Bossi

Ed è ancora una faccenda regionale che innervosisce il capo dei lumbard, quella che va in scena nel Piemonte governato dal giovane Roberto Cota. Il presidente della Regione ora plaude alle iniziative del leader della Lega per cercare di pacificare i rapporti tra il Governo e le amministrazioni regionali sulla manovra finanziaria correttiva. «Bossi è un grande, quando fa qualcosa lui riesce a trovare una soluzione e a far incontrare delle volontà – ha detto a margine della presentazione dei Patti per la sicurezza dei laghi Maggiore e di Lugano. Sono sicuro - ha continuato che sulla manovra, con spirito costruttivo, si riuscirà a trovare una buona soluzione». Eppure in questi giorni Bossi ha tirato le orecchie a Cota, come questo giornale ha raccontato: il neogovernatore piemontese infatti avrebbe voluto approfittare dell’eventuale annullamento del voto regionale per lasciare la regione e candidarsi alla guida di un ministero. Ambizione che Bossi ha prontamente bocciato pretendendo che Cota, nell’eventualità si rivoti, si ricandidi disciplinatamente alla presidenza del Piemonte. Non sia mai che quel posto venga occupato da un candidato del Pdl. Gli uomini di cui Bossi continua a fidarsi, oltre a Maroni malgrado alcune impennate del ministro prontamente stoppare, sono sicuramente Giancarlo Giorgetti che cammina sulle orme del Senatur e i due capigruppo Marco Reguzzoni e Federico Bricolo il più presente al capezzale del capo durante la lunga malattia che l’ha colpito. Ieri comunque i dirigenti della Lega Nord c’erano tutti al Consiglio federale che s’è tenuto in via Bellerio a Milano. La versione ufficiale del consiglio corrisponde all’immagine fornita della Lega da Maroni per smentire le frizioni interne al movimento: «La Lega è un monolite, una piramide con al vertice Umberto Bossi. Tutto il resto sono solo invenzioni maliziose di chi cerca in qualche modo di scalfire l’unità del movimento, che non è mai stata in discussione».


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3 luglio 2010 • pagina 7

Il magistrato: «Contrasti personali, è escluso il movente mafioso»

Iniziativa delle due Province di Roma e di Rieti

Studentessa ferita, fermato l’uomo che ha sparato

Ricorso al Tar contro il pedaggio sul Raccordo

CATANIA. Nessun movente mafioso, ma una vendetta privata. Sarebbe questa la motivazione alla base della sparatoria di due giorni fa a Catania nella quale sono rimasti feriti una studentessa di 34 anni e un pregiudicato, vero obiettivo dell’aggressione. In manette è finito un uomo di 54 anni, incensurato. L’uomo, A.R., è un impiegato comunale con la mansione di guida turistica. Ieri mattina, in base a quanto ricostruito dalla polizia, ha avuto l’ennesimo litigio verbale con il 40enne, presunto esponente del clan mafioso Zuccaro, che lo sbeffeggiava per una relazione avuta con la nipote del 54enne. L’impiegato, così, ha armato la pistola che deteneva illegalmente e ha rincorso il pregiudicato sparando tra la folla. Un proiettile vagante aveva centrato alla nuca la studentessa 34enne, Laura Salafia, che si trovava nei pressi dell’ex monastero dei benedettini.

ROMA. Nella vicenda dei contestati pedaggi su raccordi e bretelle gestite dall’Anas, scattati con aumenti delle tariffe ai caselli autostradali il primo luglio, si profila un fronte delle province contro l’Anas. I presidenti della provincia di Roma e della provincia di Rieti hanno annunciato che faranno ricorso al Tribunale amministrativo regionale contro l’esazione di un pedaggio che va dai 20 centesimi a un euro per le auto (fino a 2 euro per i camion), imposto a chi transita in entrata o in uscita ai 9 caselli autostradali intorno alla Capitale. «Con il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, abbiamo deciso di fare ricorso al Tar contro una tariffa che è sta-

La giovane è ancora ricoverata in prognosi riservata, i medici le hanno riscontrato un trauma midollare. Oltre alle immagini delle telecamere per le indagini sono state decisive le descrizioni dell’uomo fornite da diversi studenti che hanno assistito alla sparatoria. L’indagato è stato così identificato e le ricerche si sono concluse in tempi rapidi quando l’uomo si è consegnato alla polizia accompagnato dal suo legale. «La dinamica e la ricostruzione della polizia e dello stesso indagato portano ad escludere che il movente della sparatoria sia mafioso. Tutto lascia far pensare che dietro quanto avvenuto ieri ci siano forti rancori e contrasti personali durati nel tempo», ha spiegato il sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Catania, Pasquale Pacifico, titolare dell’inchiesta. «Ho ricevuto la telefonata del ministro Maroni - ha inoltre riferito il procuratore della Repubblica di Catania Vincenzo D’Agata -. Si è complimentato per l’operazione».

Così la ricca Italia sta diventando povera Sono allarmanti i dati di Istat, Bankitalia e Caritas di Angela Rossi

ROMA. L’Italia scivola lentamente verso la povertà. Basta un’occhiata alle cifre pubblicate dall’Istat per cogliere l’entità di questa emergenza. Nel 2008 (ultimo anno rispetto al quale sono disponibili dati definitivi), le famiglie che si trovano in condizioni di povertà relativa sono stimate in 2 milioni 737 mila e rappresentano l’11,3% delle famiglie residenti. Nel complesso sono 8 milioni e 78 mila gli individui poveri, il 13,6% dell’intera popolazione. Anche la Banca d’Italia nel mese di febbraio 2010, stima la quota di individui al di sotto della soglia di povertà nel 13,4% della popolazione in linea con i dati Istat. Infine, per attenerci a dati recentissimi, relativi allo scorso mese di maggio, basta dare un’occhiata al rapporto realizzato dalla Fondazione Cittalia e dell’Anci in collaborazione con Istat e Caritas che attribuisce alla scarsissima occupazione femminile rispetto al resto d’Europa, una delle cause se non la principale, la parabola discendente del reddito familiare. Il nostro Paese è all’ultimo posto in Europa per quanto riguarda questo settore. I penultimi tra i 27 Paesi Il dell’Unione. nodo da sciogliere è proprio questo secondo i dati. Una forbice troppo ampia tra l’assistenza sanitaria alla nascita, che in Italia ha ottimi standard, e l’assenza quasi totale di servizi che si occupino della madre e dei figli nella loro crescita. Insufficienza cronica di asili nido ed una rigida organizzazione dei tempi di lavoro e dei ruoli familiari fa ricadere i costi e l’impegno di allevare i figli sulle madri, troppo spesso impedendo loro di lavorare e contribuire così ad accrescere il reddito familiare.

donne sono più della metà. Anche qui la situazione non riguarda in particolare gli immigrati ma famiglie italiane e l’incidenza di madri povere è notevolmente più alta nel Meridione. I tagli maggiori alle spese vengono effettuati sul cibo, sulle visite mediche e sulle spese scolastiche. Seguono le difficoltà a pagare affitto, mutuo e bollette. Solo il 7,5% si riferisce a famiglie composte da ragazze madri mentre l’86,3% vive in coppia. Dove si può contare sull’aiuto di un familiare la possibilità di impoverimento è più scarsa per la possibilità delle donne di lavorare fuori casa.

Cartina al tornasole di questa situazione è lo studio sulla povertà effettuato dalla Caritas in una provincia considerata ricca come quella di Trento. Sono in aumento sempre di più coloro costretti a ricorrere all’aiuto degli sportelli della solidarietà diocesana la quale ha stilato un bilancio della sua attività riguardante il 2009 e sottolineato come la percentuale delle famiglie in difficoltà economiche stia osservando una curva verso l’alto. Nel dettaglio, sempre relativo e Trento e valli, la quota dei pacchi viveri distribuiti è arrivata a quota 5.222. E le percentuali relative a famiglie in estrema difficoltà non riguardano soltanto o per la maggior parte gli stranieri: il 52% è infatti costituito da italiani. Lavoro in diminuzione, spese costanti ed in aumento, la crisi continua ad indebolire situazioni già a rischio facendo emergere altre situazioni nascoste di bisogno economico. Nel 2009 sono state 3.270 le persone incontrate dai servizi caritas territoriali e se per il 74% dei casi si tratta di stranieri (soprattutto marocchini e romeni) il 26% è invece costituito da italiani. Moltissime le richieste di aiuto: 12.375, lievitate del 18% (nel 43% dei casi sono stati assegnati pacchi alimentari). Il 70% delle persone (2.303) è stato incontrato a Trento e Rovereto, ma il 2009 ha segnato anche un aumento delle presenze nei centri di ascolto e solidarietà nelle aree minori.

Il caso emblematico della provincia di Trento dove il benessere generale scricchiola sotto la spinta della crisi

Numeri riferiti a quella condizione che viene definita di “povertà relativa”e cioè l’essere costretti a vivere in due con meno di mille euro al mese. Una soglia di povertà che diventa più alta dove la donna non trova o rinuncia a lavorare fuori casa per accudire i figli. Le famiglie “relativamente povere” sono quindi 2 milioni e 737 mila pari a quasi cinque milioni di individui, l’11,3 percento della popolazione. Le

ta trasformata in tassa», annuncia il presidente della Provincia di Rieti Fabio Melilli nel corso di una iniziativa contro l’aumento dei pedaggi autostradali organizzata dal Pd del consiglio regionale al casello di Fiano Romano.

L’associzione dei consumatori Adoc, intanto, si prepara a costituire un comitato di pendolari del Grande Raccordo Anulare a sostegno del ricorso al Tar promosso dai Presidenti delle Provincie di Roma e Rieti. Lo annuncia l’associazione. «Per un pendolare - spiega l’associazione - l’aggravio di spesa annuo arriva fino a 600 euro. L’imposizione del pedaggio sul Gra è un colpo basso verso i migliaia di pendolari che lo utilizzano, per loro l’aggravio di spesa arriverà fino a 600 euro l’anno – ha detto Carlo Pileri, Presidente dell’Adoc - per questo nei prossimi giorni costituiremo un comitato di pendolari del Gra che andrà a sostenere il ricorso al Tar promosso dal Presidente della Provincia di Roma Zingaretti e dal Presidente della Provincia di Rieti Melilli». Sul piede di guerra anche il Codacons che parla di «balzelli forfettari: una stangata che potrà raggiungere i 300 euro all’anno».


politica

pagina 8 • 3 luglio 2010

Corto circuito. Il Presidente emerito della Corte costituzionale analizza il particolare momento politico-istituzionale che sta attraversando il Paese

Obiezione respinta «Ghedini sbaglia. La nostra è una Repubblica parlamentare, il Quirinale controlla le leggi». Capotosti difende il Colle di Franco Insardà

ROMA. «Se ascoltassero il Presidente della Repubblica, forse si eviterebbe di fare riforme per strappi». Che come è facile immaginare non aiutano un Paese che ancora non è uscito dalla crisi. E non nasconde un certo sconcerto il presidente emerito della Consulta, Piero Alberto Capotosti, vedendo Giorgio Napolitano accusato da un importante esponente della maggioranza soltanto per fare il suo mestiere. Se a questo si aggiungono le polemiche tra il presidente della Camera Fini e la sua maggioranza, quelle tra il vicepresidente del Csm Mancino e i magistrati, i prefetti che manifestano contro i tagli e i giornalisti che protestano contro la legge bavaglio, il quadro è completo. Presidente, se questo è il clima... Il clima di questi giorni è veramente preoccupante. Sembra che la politica abbia perso le sue funzioni di orientamento verso le istituzioni e la pubblica opinione. Sembra che questi eventi, acuitisi negli ultimi tempi, denotino una profonda crisi della politica e della classe dirigente del Paese. Qual è il rischio? La situazione, già da tempo, lasciava prefigurare segni di crisi, che si sono sempre più accentuati fino a far temere un corto circuito istituzionale. E la cosa sarebbe estremamente pericolosa per l’intero assetto italiano. L’avvocato Ghedini dice che il Quirinale non può fare valutazioni di natura tecnica sulle leggi. Credo che la valutazione dell’onorevole non sia esatta sul piano costituzionale. Il Presidente della nostra Repubblica parlamentare ha il potere, previsto nel dettato della Costituzione, di promulgazione delle leggi. Tale prerogativa, soprattutto dagli ultimi Capi dello Stato è stata intesa come strumento di controllo in modo da evitare che le leggi da promulgare presentino vizi macroscopici di costituzionalità o contrastino con i principi del sistema normativo italiano. E volendo applicare lo schema al testo sulle intercettazioni? Si tratta di una legge estremamente delicata perché va a

Nuovi scontri tra Berlusconi e Fini su legalità e democrazia interna. E si riparla di divorzio

E nel Pdl appare uno spettro. Quello della scissione finale di Riccardo Paradisi embra proprio che non ci sia modo di fare la pace tra Berlusconi e Fini o di stabilire almeno una tregua all’interno del sempre più irrequieto popolo delle libertà. Aivoglia a fare i pontieri da parte degli Augello (il finiano sottosegretario che ha costruito addirittura una componente per farla funzionare da camera di decompressione) e dei La Russa (coordinatore berlusconiano ex colonnello di An) aivoglia a costruire incontri di confronto su argomenti alati – “il futuro delle democrazia” – come quello tra Bondi e Fini che s’è tenuto giovedì a Roma. Succede che i pontieri vedano arrivare sul mare interno della disputa le dichiarazioni del presidente Napolitano sul ddl intercettazioni – «Non mi hanno ascoltato» – dichiarazioni che da un lato irritano i berlusconiani e dall’altro evocano nei finiani il riflesso del fare sponda al presidente della Repubblica, visto

S

nemmeno un giorno dal dibattito che i falchi finiani volano sul cielo tempestoso del Pdl a portare il loro contributo di scontro. «Le questioni politiche che invano Fini ha cercato di far capire a uno dei coordinatori nazionali del Pdl – scrive Generazione Italia – non sono più ascrivibili al mero dissenso, sono cose di buon senso». Non basta: «Dire che il caso Brancher ha chiaramente disorientato il nostro elettorato e tutta l’opinione pubblica, non significa dissentire. Significa adoperare il buon senso dell’uomo comune. Dire che la Lega abbia un peso sproporzionato rispetto al suo peso elettorale suonerebbe come una banalità in un Paese normale».

Ma se tra i finiani volano i falchi dalle file berlusconiane non si levano certo le colombe: «sulle intercettazioni non cambieremo una virgola», promettono e per quanto riguarda Fini o si adegua o verrà cacciato dal Pdl». Peraltro anche Berlusconi vedrebbe ormai il divorzio come l’unico esito di questo snervante confronto. E non era stato proprio Fini in occasione della direzione nazionale della grande rottura a dire al Cavaliere che se per andare d’accordo occorre essere in due per divorziare basta che sia uno a volerlo? E ora sembra davvero che Fini non attenda altro che la ”giusta causa” per un divorzio liberatorio. «Il presidente Fini e i suoi uomini, se sono divisi su tutto, che cosa ci stanno a fare nel Pdl?». Andrea Augello, sottosegretario-pontiere alla Pubblica amministrazione, fornisce lo stato dell’arte: «Ci sono piani differenti: da un lato c’è il dibattito politico, dall’altro la ricerca di un equilibrio nel partito. Quello di giovedì è stato il primo incontro con i coordinatori del partito al quale ne seguiranno altri. I temi dell’incontro sono stati quelli già abbastanza noti: congresso del partito, riforme, intercettazioni. Potremmo rivederci nel giro di un paio di settimane, tre al massimo. Il nostro scopo è quello di definire un perimetro per verificare se vi siano gli spazi per un’intesa oppure no». La bilancia delle possibilità sembra propendere per l’”oppure no”.

Il macigno delle dichiarazioni di Napolitano sul disegno di legge sulle intercettazioni divide il centrodestra che per loro questo ddl non si doveva porre in discussione prima dell’estate e così com’è non è votabile (Fabio Granata).

Contemporaneamente capita che il randevù tra il presidente della Camera e il ministro dei Beni culturali, si trasformi in una contenuta rissa dove volano accuse pesanti. Bondi che definisce quelle di Fini provocazioni sterili e quest’ultimo che promette di non piegarsi al pensiero unico: legalità e costituzione – dice il presidente della Camera – sono valori che non si toccano e nel Pdl esiste un problema serio con la legalità. Non è passato

coinvolgere essenzialmente tre profili riconosciuti ugualmente meritevoli di tutela da parte della Carta costituzionale. Quali sono i tre profili? Mi riferisco alla segretezza e alla riservatezza delle comunicazioni, al diritto di cronaca e al dovere di indagini giudiziarie per garantire la sicurezza ai cittadini italiani. Questi tre profili sono ugualmente tutelati dalla Costituzione, per cui occorre estrema attenzione nel dosaggio di queste tre garanzie, ciò che nel linguaggio giurisprudenziale viene definito un “accurato bilanciamento”. Questa attenzione è necessaria per evitare che uno dei tre profili sia più tutelato a scapito degli altri. Da qui la difficoltà a fare una buona legge? Esattamente. Le norme vanno analizzate una a una per evitare squilibri che possano pregiudicare uno dei tre diritti costituzionalmente garantiti. Renato Schifani, quasi rispondendo a Ghedini, ha detto che «Napolitano non si commenta, si ascolta». Le parole di Schifani sono corrette, proprio perché il presidente della Repubblica esercita questa sua forma di moral suasion, intesa come rappresentanza e tutela dell’unità nazionale che gli è conferita dalla Costituzione. Significa? Cercare di evitare tutte quelle situazioni conflittuali che possano spezzare proprio l’unita nazionale. Soprattutto sul piano istituzionale. Intanto la maggioranza, già alle prese con i casi intercettazioni e Brancher, rilanciato sul Lodo Alfano.


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Berlusconi ormai pensa solo alla possibilità di elezioni anticipate

Una nuova maggioranza per superare il caos

Manovra, intercettazioni, riforme: il governo è immobile. Tocca al Parlamento trovare al suo interno le soluzioni di Enrico Cisnetto segue dalla prima Le Camere che ormai non producono più nulla, e il Governo che non ha una linea su niente, e quando esiste non è unitaria. La lotta politica che è esclusivamente ricondotta entro il perimetro della maggioranza di centro-destra, e divora non solo il “non partito”di Berlusconi ma anche – ed è una novità significativa, destinata ad essere gravida di conseguenze – la Lega, dove il caso Brancher ha scoperchiato un verminaio. Il tutto mentre i problemi del paese, quelli strutturali ma anche i più elementari e quotidiani, marciscono senza trovare mai una soluzione, e gli italiani – a cominciare da coloro che hanno sostenuto il Cavaliere e i suoi governi – non ne possono più di un“fine regime”che si protrae oltre ogni limite e ragionevolezza. Così, davvero, non si può più andare avanti. La costituzionalizzazione del Lodo Alfano, con queste integrazioni, credo che incontrerà difficoltà non soltanto sul piano parlamentare, ma anche in sede referendaria, perché la proposta potrebbe non raggiungere la prescritta maggioranza dei due terzi. A quel punto sarà difficile che possa ottenere il consenso necessario dei cittadini. Perché? Io non dico che sia irragionevole l’esigenza di sospendere in qualche misura i processi penali per chi ricopre questi ruoli, ma il meccanismo adottato non sembra idoneo.

Non sarebbe il caso di rinviare tutto a tempi migliori? Occorrerebbe una maggiore ponderazione su tutti i testi all’esame delle Camere. Soprattutto si può evitare di toccare la Costituzione. Per quale motivo? Quando si pensa di modificare la Carta costituzionale le reazioni sono sempre molto vive e i tempi si allungano enormemente. Quasi tutte queste modifiche, infatti, avranno bisogno del referendum confermativo. Invece? C’è moltissimo spazio per operare con lo strumento della leg-

Il capo dello Stato esercita una forma di moral suasion, intesa come rappresentanza e tutela dell’unità nazionale che gli è conferita dalla Costituzione

Si poteva pensare a soluzioni alternative? Per offrire un filtro parlamentare a queste cariche sarebbe stato più utile recuperare quell’autorizzazione a procedere prevista dai nostri costituenti sin dal 1948, e abrogata nel 1993 sotto la spinta di Tangentopoli. È corretto che un ministro, Umberto Bossi, dica a proposito del Lodo Alfano «lo dobbiamo a Silvio»? Queste dichiarazioni, paradossalmente, rendono la situazione ancora più critica, proprio perché si ha l’impressione che si voglia dare un contentino per far stare tranquillo il presidente del Consiglio.

ge ordinaria. Operando, però, all’interno dei confini della Costituzione. Con questo quadro politico lo ritiene possibile? Credo che occorra una maggiore collaborazione tra le forze politiche e un dialogo effettivo, non soltanto formale. In questo senso il richiamo del presidente Napolitano in tutti gli anni del suo mandato è costante. Purtroppo, come lui stesso ha detto, non viene ascoltato. Questo è il problema vero, perché si va avanti per strappi, per azioni e reazioni con il grosso rischio di lacerare il tessuto istituzionale e sociale italiano.

Già, ma se le cose stanno proprio così – e anche peggio, se è per questo, perché a questo flash mancano moltissimi elementi che ho tralasciato per brevità e anche per evitare lo scoramento mio e dei lettori – se sullo stato di decozione e decomposizione della politica e delle istituzioni, se sul rischio di tenuta dello stesso tessuto democratico non ci sono più dubbi, le domande che sorgono spontanee sono: fino a che punto ci si spingerà? Quanto potrà durare? E, soprattutto, che sbocco avrà questa situazione?Andiamo con ordine. Il primo problema è capire quali sono i limiti oltre i quali una democrazia da malata diviene comatosa, e poi quando il coma può essere giudicato reversibile, e infine se e quando rischia di morire. La mia impressione è che la nostra democrazia sia entrata in quella fase della patologia che i medici definiscono caratterizzata da un “multi organ failure”, quando cioè il malfunzionamento di un organo o apparato (in questo caso lo Stato) finisce per influenzare il funzionamento degli altri fino all’instaurarsi di un circolo vizioso nel quale è difficile stabilire dove iniziare ad agire. Qualcuno sostiene che ci troviamo a vivere una sorta di “fascismo post-moderno”. Possibile. Ma ciò che più mi preoccupa è il “che fare”. Forse per decidere da che parte cominciare, bisognerebbe risalire alla causa scatenante iniziale di questa malattia della democrazia italica. Sappiamo che la sinistra giustizialista risponde a questo quesito con la più facile delle risposte: Berlusconi. Ma chi ha sempre ragionato con la testa anziché con la pancia sa bene che il Cavaliere e il suo“berlusconismo”sono la conseguenza, non la causa. Allora bisogna risalire al 1992, a Tangentopoli e all’antipolitica che l’operazione Mani Pulite ha scatenato e di cui al tempo stes-

so si è alimentata. Ma se è vero che la stagione 1992-94 fu un’aberrazione che ha finito per scatenare una reazione a catena e, probabilmente è stato anche il momento in cui si è scompensato l’organo della giustizia che a sua volta ha innescato la “sindrome multi-organo”, non meno vero è che già in precedenza la società italiana era impregnata dell’humus di cui è impastata la Seconda Repubblica. Diciamo che sopratutto negli anni Ottanta le difese immunitarie del Paese erano di molto state minate, e siccome l’organismo non era di per sé robusto – l’idea che il potere serva essenzialmente per dare e ricevere protezione è nel dna. Il che rende ancora più complicato il tentativo di risalire alle cause primarie della situazione odierna, o se si vuole rende assai arduo il tentativo di porci rimedio.

Questo non significa che non occorra reagire. Dico solo che è difficile che gli anticorpi stiano dentro la società, se non in alcune enclave. Dunque, occorre che sia la politica a provarci. Naturalmente mi riferisco a quelle aree e a quei singoli che tengono alla decenza e ancora conservano un minimo di lucidità. Pannella dice “qui può succedere di tutto”, e ha ragione. Proprio per questo bisogna che si esca dalla palude di un logoramento senza padri per aprire una discussione pubblica sul da farsi. Berlusconi ha capito che il ricatto delle elezioni anticipate non funziona più. Primo perché le ha già minacciate inutilmente due volte nel corso della legislatura, e secondo perché non è più detto come prima che le vincerebbe. Ora o riesce ad ottenerle sul serio – il che significa farsi votare una “sfiducia finalizzata” in Parlamento – o rimane impantanato nelle sabbie mobili che lui stesso ha primariamente contribuito a far diventare pericolose. Se non ci prova è fregato. Se ci prova e non ci riesce è fallito. Se ci prova e ci riesce, deve vincere, e non è detto. Certo, lo so, il Cavaliere è un osso duro, vende cara la pelle e ci ha abituato a recuperi insperati. Ma per molte circostanze, personali e politiche, penso che questa volta sia diverso. In ogni caso, il Paese non può permettersi di aspettare. E siccome le elezioni non sono una soluzione – considerato che se Berlusconi le dovesse vincere (come nelle ultime regionali: perdendo voti ma stando avanti in termini percentuali) saremmo punto e a capo e se dovesse perderle non sapremmo a favore di chi, visto che un’alternativa elettoralmente intesa non c’è né si profila all’orizzonte – non rimane che trovare una soluzione politicoparlamentare. Alcune personalità, Casini in testa, possono e debbono prendere l’iniziativa. Lo facciano senza indugio. (www.enricocisnetto.it)

Per Casini e i centristi è arrivato il momento di prendere l’iniziativa prima che la situazione precipiti


politica

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Dopo Toronto. Cresce il dominio dell’economia sulla politica due vertici di Toronto hanno reso visibile anche plasticamente il passaggio dalla formula nota come G8 al nuovo formato, non ancora stabilizzato, del cosiddetto G20. È come se si fosse andata perdendo la memoria stessa dell’origine di questi cosiddetti vertici mondiali, che erano iniziati a metà degli anni Settanta con la formula, per molti anni utilizzata, del G7. È opportuno, proprio in questo momento di passaggio al G20, ricordare come era nato il G7, perché non si tratta soltanto di una

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sorta di nuovo equilibrio mondiale, ma di un molto più significativo passaggio da una logica politica – quella del G7 appunto – che poneva insieme modello politico democratico-occidentale e rilievo mondiale della capacità dei 7 Paesi – raggruppati appunto nel G7 – di essere protagonisti del Pil mondiale.

Si trattava infatti di una sorta di emersione dei più industrializzati Paesi dell’Occidente che si contrapponevano, in tempi di Guerra Fredda, proprio all’Unione Sovietica, che non faceva parte del G7 e probabilmente non aveva alcuna intenzione di farne parte. Durante i lunghi anni della Guerra Fredda, infatti, l’alternativa non era soltanto tra Paesi forti nel Pil e Paesi deboli nel Pil, ma tra modello democratico-occidentale da un lato, e modello sovietico dall’altro. Questo bipolarismo (per usare un termine oggi di moda in Italia) non era infatti un bipolarismo fondato esclusivamente o prevalentemente sulle quantità di Pil nazionale, ma un bipolarismo di modello economico-politico: liberali in

Se l’Occidente cede alla legge del Pil I «vecchi» vertici cercavano una democrazia comune; il G20 si occupa solo di ricchezze di Francesco D’Onofrio

Negli anni della Guerra fredda, l’alternativa era senza mediazioni: da un lato c’era il modello democratico, dall’altro quello sovietico economia (almeno tendenzialmente) e democratici in politica istituzionale i Paesi riuniti nel G7, statalisti in economia ed autoritari in politica erano i Paesi che non facevano parte del G7, a cominciare dall’Unione Sovietica. Con il crollo dell’Urss, intervenuto sulla fine degli anni Ottanta, la formula del G7 si trasforma in G8: non vi è più il modello statalista sovietico, inteso quale alternativa al modello tendenzialmente liberista in economia del G7, ma si considera la Russia, ormai depurata del progetto dell’Unione Sovietica, quale nuovo partner del G7 medesimo, che diviene appunto G8.

Nel corso di tutti gli anni Novanta, abbiamo infatti assistito alle riunioni del G8, senza che vi sia stata più la pretesa di contrapporre modello liberista in economia a modello sovietico in politica. È come se, nel corso degli an-

ni Novanta, i principi tendenzialmente liberisti in economia, diventassero di per se stessi idonei a far mettere in qualche modo fra parentesi la scelta democratico-occidentale in politica.

Questo equilibrio è venuto via via a corrodersi nel corso dell’ultimo decennio: hanno cominciato ad emergere nuovi protagonisti del commercio mondiale quali la Cina, l’India e il Brasile. La Russia, a sua volta, ha finito da un lato con

l’aggiungersi al vecchio Occidente con il passaggio dal G7 al G8, e dall’altro al nuovo equilibrio mondiale con una partecipazione crescente al commercio mondiale medesimo, grazie soprattutto al petrolio e al gas. La caratterizzazione anche e soprattutto politica dell’originario G7 veniva progressivamente sbiadita per quel che concerne il modello democratico-istituzionale, che, invece, era stato posto all’origine del G7 in tempo di Guerra Fredda. Si è infatti assistito ad una sorta di slittamento progressivo dei Paesi con forte Pil nazionale verso il mondo del Wto: la Cina è già entrata a far parte di esso, mentre la Russia sta ancora Qui a sinistra, uno dei primi incontri tra Gorbaciov e Reagan. In alto, una delle foto ufficiali dello scorso vertice di Toronto

attendendo. In questo contesto avviene il declino probabilmente definitivo del G8 e l’avvio di una nuova stagione di equilibrio mondiale, certamente basato sul nuovo perno Usa-Cina, che non esclude altri grandi soggetti capaci di concorrere ad un tempo al commercio internazionale e al Pil mondiale. Con l’avvento di Barack Obama alla Presidenza degli Stati Uniti, si sta infatti affermando una sorta di nuovo multipolarismo economicoistituzionale, che vede in questo senso nella globalizzazio-

ne in atto il perno di una nuova geopolitica , nella quale gli Stati Uniti sono comunque centrali ma non pretendono più di essere anche il perno di un’alternativa politica generale in nome della democrazia politico-istituzionale dell’Occidente.Vedremo come finirà la vicenda dell’Iran. Questa nuova stagione internazionale sta ponendo a tutta l’originaria parte occidentale dell’Europa una questione di fondo: se l’Europa vuol concorrere in modo significativo al Pil mondiale deve procedere verso un deciso superamento delle divergenze nazionali; se essa vuole conservare anche una propria specificità nella ideazione e nella gestione delle proprie politiche sociali, deve fare i conti con il rapporto tra debito pubblico di ciascun Paese e debito privato complessivo dell’intera area europea.

Questo appare sempre più il bivio di fronte al quale si trova il progetto di costruzione dell’Unità europea: non sembra che l’Europa tutta abbia ormai deciso quale sia la strada da imboccare.


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INSERTO DI ARTI E CULTURA DEL SABATO

Il libro tra passato e futuro

BYE BYE GUTENBERG di Pier Mario Fasanotti

e per caso, o per fortuna, uno ha un figlio in età scolare, l’esistenza di un rapporto quasi erotico con le pagine (uno scrittore lo ha amDal si avvicina al privilegio di captare il futuro che sta attorno o immemesso candidamente), cominciamo ad abituarci a sentire, a volte capire, diatamente davanti a noi. Il genitore particolarmente attento parole come e-book, kindle. E molte altre, come «Interfaccia». racconto si accorge del moto di fastidio che spesso accompagna il A osservare bene i nuovi lettori viene subito da smentire quanorale alla scrittura. gesto del ragazzo nell’afferrare e sfogliare un libro. Parlo to Umberto Eco disse anni fa: «Il libro appartiene a quella Dal rotolo alla pagina. Dal del libro che esiste, grazie alla stampa di Gutenberg, generazione di strumenti che, una volta inventati, non da circa seicento anni. Oggi la vera calamita è lo possono essere più migliorati. Appartengono a manoscritto alla stampa, ai libri senza schermo. Il testo digitale. Il giovane lettore lo questi strumenti la forbice, il martello, il colcarta. Ecco perché il popolo dei lettori, nell’era sposta a suo piacimento, ne riduce o ne intello, il cucchiaio e la bicicletta: nessuna barba grandisce il formato, ne cambia i caratteri, crea a di designer danese, per tanto che cerchi di migliodel digitale, sta vivendo una “quarta margine spazi esclusivamente suoi, scompone la pagila forma di un cucchiaio, riuscirà a farla diversa da rare rivoluzione”. E pensare che già na, fa il copia-e-incolla, addirittura potrebbe leggere e insiecom’era duemila anni fa… il libro è ancora la forma più maPlatone sosteneva me ascoltare musica, pertinente o no (poco importa) alle parole neggevole, più comoda per trasportare l’informazione. Si può legche scorrono davanti al suo occhio iper-veloce. E noi, amanti feticisti gere a letto, si può leggere in bagno, anche in un bagno di schiuma». che… del libro, del quale apprezziamo spesso l’odore o addirittura confessiamo

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Parola chiave Sempre di Sergio Valzania Grande spettacolo per Henze e Mishima di Jacopo Pellegrini

NELLA PAGINA DI POESIA

L’altra voce di Roberto Sanesi di Francesco Napoli

Sulle ali di Frida Kahlo di Enrica Rosso Un Principe di Persia contro i neocons di Pietro Salvatori

La mania del mix invade anche Parigi di Marco Vallora


bye bye

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Il supporto digitale, ossia lo strumento che elimina la carta offrendoci uno schermo insieme alla possibilità di trasportare migliaia di libri in un rettangolo che pesa meno di un chilo, non è la morte del libro. È la sua traEcco sformazione. perché si parla di rivoluzione. Gino Roncaglia, docente informatico ed esperto di discipline umanistiche, ha intitolato il suo libro La quarta rivoluzione (Laterza, 285 pagine, 19,00 euro). Essenziale per capire ciò che sta succedendo. Perché «quarta» rivoluzione? Si è passati dall’oralità alla scrittura, dal rotolo al libro paginato, dal manoscritto al libro a stampa. Infine il salto verso il digitale. Insomma, il libro non è un cucchiaio. Facile da spiegare ricorrendo ai tempi antichi. Una delle più vecchie e più belle epigrafi funerarie romane (II secolo a.C.) così recita: «Straniero, ciò che ho da dirti è poco: fermati e leggi. Questo è il sepolcro non bello di una donna che fu bella. I genitori la chiamarono Claudia. Amò il marito con tutto il cuore. Mise al mondo due figli: uno lo lascia sulla terra, l’altro l’ha deposto sotto terra. Amabile nel parlare, onesta nel portamento, custodì la casa, filò la lana. Ho finito, vai pure». Un esempio di virtus in meravigliosa e sintetica prosa. Ma c’è di più, a pensarci bene. L’autore dell’epigrafe invita il viandante a fermarsi. Il testo non se lo può portare con sé, è ancorato al luogo in cui la pietra venne collocata. Spiega Roncaglia: «La lettura richiede un avvicinamento fisico del lettore al supporto del testo, e non del supporto del testo al lettore, come avviene invece nel caso del libro».

Quasi tutte le grandi civiltà erano strettamente collegate ai testi. E così le religioni. In forma brillante e geniale, Galileo sostenne che la natura è da considerare un libro scritto in linguaggio matematico. Il libro è il mondo. Il Dio delle grandi religioni monoteiste si esprime attraverso un libro. Il Corano chiama Ahl alKitab, le «genti del libro». Ma anche altri fedeli, come induisti e zoroastriani si riferiscono a testi considerati di origine divina. Il

passaggio dall’oralità al testo scritto comportò conseguenze sociali e anche tutta una serie di diffidenze di carattere religioso. Non a caso la rivoluzione di Gutenberg che portò alla diffusione della stampa fu, secondo alcuni studiosi, uno dei fattori che facilitò l’allargamento della Riforma protestante. Molti infatti definirono «scandalosa» la lettura individuale - quindi non fatta in gruppo e ad alta voce - della Bibbia.

Il libro digitale, prima di essere oggetto di continuo perfezionamento negli anni che stiamo vivendo (le variazioni tecnologiche e commerciali sono così numerose e complesse da mettere vertigine), fu il sogno, fatto finzione letteraria, di alcuni scrittori di fantascienza. Nel 1951 Isaac Asimov, il più famoso dei narratori di questo genere, in un racconto intitolato Chissà come si divertivano!, immagina un gruppo di ragazzi (siamo nel 2157) che trova un vecchio libro su carta che parla della scuola. Margie si stupisce e ricorda quel che le diceva il nonno a proposito della sua infanzia: «Si voltavano le pagine, che erano gialle e fruscianti, ed era buffissimo leggere parole che se ne stavano ferme invece di muoversi, com’era previsto che facessero: su uno schermo, è logico. E poi, quando si tornava alla pagina precedente, sopra c’erano le stesse parole che loro avevano letto la prima volta». L’amico Tomy commenta così: «Mamma mia, che spreco. Quando uno è arrivato in fondo al libro, che cosa fa? Lo butta via, immagino. Il nostro schermo televisivo deve avere avuto un milione di libri, sopra, ed è ancora buono per chissà quanti altri. Chi si sognerebbe di buttarlo via?». Se nel racconto di Asimov cancelliamo la parola «televisivo» e la sostituiamo con «libri elettronici» o «tele-libri», ci troviamo proprio nel mezzo dell’epoca nuova, quella che viene promessa dagli e-book. Asimov ovviamente non è l’unico a fantasticare con strabiliante esattezza sul futuro della lettura. Nel film

Uno scriba e un bambino con un videobook Sopra, Platone, l’iPad e l’ebook anno III - numero 26 - pagina II

gutenberg

hanno scritto dei libri... «Bob-Bon aveva dato fondo a biblioteche che nessun altro aveva sondato; aveva letto più di quanto altri avesse l'idea che si potesse leggere; aveva capito più di quanto chiunque altro avrebbe pensato di poter capire». Edgar Allan Poe «Il contenuto del libro si staccava da me, ero libero di pensarci o non pensarci; subito recuperavo la vista ed ero assai stupito di trovare intorno a me un'oscurità dolce e riposante per i miei occhi». Marcel Proust «Il lettore che non può smettere, che continua sempre a leggere, sempre di più, e sempre di più cose antiche, e così diventa una figura non trascurabile, una specie di uomo di fiducia degli altri, che si affidano a lui: troverà, purché non smetta mai essi pensano - anche la cosa decisiva». Elias Canetti «Un libro, dunque, è come riscritto in ogni epoca in cui lo si rilegge e ogni volta che lo si legge. E sarebbe allora il rileggere un leggere: ma un leggere inconsapevolmente carico di tutto ciò che tra una lettura e l'altra è passato su quel libro e attraverso quel libro, nella storia umana e dentro di noi». Leonardo Sciascia «Cosa ci stanno a fare, anche la pittura, e la scultura, e l'architettura, e le arti minori, e la Neue Musik, e la danza, e il teatro, e il cinema, e la grafica, e la pubblicità, e la televisione, e la radio, e magari la Nouvelle Vague, e addirittura l'agrégation, e La littérature et le mal, e Sade mon prochain, e lo stesso Sartre, in un mondo che ha Fame? O in quei certi mondi che mangiano, e quando hanno mangiato non leggono più una riga?». Alberto Arbasino

2001, Odissea nello spazio, vediamo per esempio gli astronauti maneggiare piccoli congegni elettronici contenenti parole. E non sono libri, certamente. Il futuro corre veloce. Negli anni Novanta e nei primi del nuovo millennio c’è stata una certa diffusione dei Pda e degli smartphones, «dispositivi - spiega Gino Roncaglia - che non si proponevano come lettori dedicati, e per i quali la lettura era solo una delle funzionalità disponibili (e non la più importante). Dispositivi che non avevano alcuna pretesa di sostituirsi ai libri, ma si rivolgevano alla fruizione in mobilità». Poi il fenomeno dei Keitai, o m-books (mobile books): romanzi e racconti giapponesi destinati allo schermo del telefonino. Scrittura rapida, essenziale, con il ritmo del fumetto. Non a caso, nel 2000, uno dei primi autori del genere si chiamava Yoshi, ed era giovanissimo. Oggi si tentano strade sempre più sofisticate. A poche settimane dal lancio sul mercato, l’i-Pad della Apple ha avuto notevoli picchi di vendita, anche in Italia. Ci si può abbonare a un quotidiano e «sfogliarlo» manualmente (basta un dito). Si possono scaricare libri. Pesa pochissimo, sta in una borsetta, consente un collegamento a Internet, funge da agenda e con esso si può consultare la mappa di Londra o di Roma (linee della Metro comprese).

Pare una stranezza, ma parlando dei nuovi libri, quelli senza carta, occorre ricordare Platone. In un famoso passo del Fedro, il filosofo attribuisce a Socrate un’acutissima critica del testo scritto. Non condanna «E quindi si rassicurino i lettori. Si può essere la scrittura in sé, anzi riconosce colti sia avendo letto dieci libri che dieci volte lo al testo la formidabile capacità di conservare la parola nel temstesso libro. Dovrebbero preoccuparsi solo colopo. Tuttavia muove un’obiezioro che di libri non ne leggono mai». ne: il testo ha il carattere esteUmberto Eco riore della memoria scritta, che rischia di far perdere la capacità di ricordare «dall’interno di se stessi». Risultato: una sapienza apparente. Platone sottolinea come limite l’assenza di interattività: «… se tu, volendo imparare, chiedi loro (le parole, ndr) qualcosa di ciò che dicono, esse ti manifestano una cosa sola e sempre la stessa. E una volta che sia messo in iscritto, ogni discorso arriva nelle mani di tutti, tanto di chi l’intende tanto di chi non ci ha nulla a che fare; né sa a chi gli convenga parlare e a chi no. Prevaricato e offeso oltre ragione, esso ha sempre bisogno che il padre gli venga in aiuto, perché esso non può difendersi né aiutarsi». Geniale anticipazione di un futuro che il grande greco non era in grado di descrivere. «I libri, loro non ti abbandonano mai.Tu sicuramente li abbandoni di tanto in tanto, i libri, magari li tradisci anche, loro invece non ti voltano mai le spalle: nel più completo silenzio e con immensa umiltà, loro ti aspettano sullo scaffale». Amos Oz


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parola chiave

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SEMPRE trana parola sempre, dai molti significati. I più comuni sono umili. La usiamo come sinonimo di «ogni volta», quando diciamo «in questo ristorante mangio sempre la carbonara». In altre occasioni significa «ancora», nelle frasi del tipo «è sempre in gamba, nonostante i suoi anni». È già più ambiziosa quando assume il senso di «continuamente», come in «il fiume scorre sempre verso il mare». In tutti questi casi sempre conduce la vita tranquilla di un avverbio di tempo con le spalle larghe, di un lavoratore della nostra lingua. Un centrocampista che porta la palla, si direbbe in gergo calcistico. È capitato però che gli venissero affidati ruoli importanti, da protagonista. Tutti gli italiani ricordano «Sempre caro mi fu quest’ermo colle», anche se non molti sanno proseguire nella recitazione leopardiana. Dante lo fa lavorare parecchio nella sua Commedia. Il debutto arriva fin dal trentesimo verso del primo canto, per dire che il poeta cammina in salita, inventando il celebre «sì che il piè fermo sempre era ‘l più basso». Lo lascia solo in Paradiso, al verso 111 dell’ultimo canto, per ricordarci l’immutabilità della forma di Dio «che tal è sempre qual s’era davante». Nel corso della maggiore opera dantesca la nostra parola è comparsa nel frattempo altre settantatrè volte, battuto come numero di occorrenze solo dalle preposizioni, dai verbi ausiliari e da avverbi meno strutturati a livello di significato, per esempio da poi. Questa ricchezza di apparizioni dipende anche dal fatto che nella Commedia sempre assume di frequente il suo significato più ambizioso, e persino misterioso, come in «là dove il suo amor sempre soggiorna» (XXXI,12) in riferimento a Dio. Allora sempre diventa una delle parole più care agli innamorati, che quando la usano non pensano né a ogni volta, né a continuamente, ma si riferiscono invece a una immutabilità di sentimenti senza fine nel tempo.

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In certe situazioni è facile lasciarsi andare, ma a mente fredda non è semplice fissare negli occhi la parola sempre così intesa, immaginare la complessità e la pienezza del suo significato quando indossa gli abiti della festa. Diventa persino complicato immaginare quale possa essere stata la sua carriera, come gli sia stato possibile conquistare un livello così assoluto di significazione. Sempre è un avverbio di tempo, ma quest’ultimo è quasi sinonimo di trasformazione, di cambiamento. Anche se al suo interno tutte le cose ritornano, come ammonisce il Qoelet, non sono mai le stesse. «Non c’è niente di nuovo sotto il sole» non significa che viviamo in un mondo immobile quanto che la nostra è un’esperienza effimera, che non può neppure ambire all’unicità.

Un semplice avverbio dai molteplici significati che è anche sinonimo di cambiamento, perché se anche tutte le cose ritornano non sono mai le stesse. È per questo che è una sfida allo scorrere dei giorni...

La sconfitta del tempo di Sergio Valzania

Per gli innamorati vuol dire immutabilità di sentimenti. Non una semplice speranza destinata a infrangersi, ma un lampo di consapevolezza, una conoscenza privilegiata dovuta a una condizione felice. Del resto la manifestazione di Dio si afferma di continuo nella forza dell’amore Eppure nella lingua degli uomini è cresciuta una parola che sfida il tempo e nel suo significato più alto lo vince. Il Salmo 41 recita «sia benedetto il Signore da sempre e per sempre», senza porre alcun limite alla devozione del creato per il suo Creatore. Nell’Apocalisse una delle rappresentazioni del Cristo dice a san Giovanni: «Ora vivo per sempre e ho potere

sopra la morte e sopra gli inferi» (1,18). La sconfitta del tempo si preannuncia come assoluta e il sempre ne è il vincitore in termini linguistici. Il senso di queste frasi non si avvicina a quello che deriva da concetti come continuo o perpetuo, ha una potenza ben maggiore. Il sempre cui si fa riferimento non abita il tempo ma gli sfugge, lo trascende e

lo domina. Ci suggerisce, come del resto fanno le maggiori teorie della fisica moderna, che il tempo non sia altro che un’illusione della quale la nostra condizione ci rende prigionieri senza scampo, almeno con i nostri strumenti umani. Allo stesso tempo ci lascia immaginare un punto di vista più largo, rispetto al quale lo scorrere delle ore e dei giorni non sia un movimento irreversibile ma semplicemente la modalità secondo la quale la vita si manifesta alla nostra consapevolezza. Come la bobina di un film, che è già tutta lì e si trasforma in una storia solo perché attivata da un proiettore. Uno strumento diverso, predisposto per uno sguardo capace di cogliere in un attimo il senso complessivo di tutti i fotogrammi potrebbe proiettarli in una sola volta. Assistiamo ogni giorno ad accelerazioni, rallentamenti, riavvolgimenti di quella che spesso non è più una pellicola ma un insieme di dati digitalizzati.

Torna in mente la dimostrazione dell’esistenza di Dio proposta da sant’Anselmo d’Aosta, che nella sua forma più semplice può essere considerata nel riconoscere che l’uomo non è capace di immaginare l’idea di un’entità più grande di lui, comprendente tutte le perfezioni senza che la sua esistenza reale stimoli in quella direzione il suo pensiero. Quello che in altri termini si dice sostenendo che il più piccolo non è in grado di contenere il più grande. Quando il nostro pensiero si concentra sul sempre il suo significato tende a sfuggirci, come nelle riflessioni sull’infinito e sulla sua pluralità, individuata dalla matematica moderna e inserita in formule complesse che rimandano con difficoltà a dati fattuali, interni alla nostra esperienza e finiscono con il ricordarci la complessità della realtà nella quale viviamo. Allora viene da credere che le parole degli innamorati abbiano un senso profondo, non siano frasi fatte, semplici speranze, ambizioni destinate alla delusione del tempo. Piuttosto appaiono come lampi di consapevolezza, conoscenze privilegiate dovute a una condizione felice. La realtà profonda del mondo non è nascosta, o riservata ai pochi che sono capaci di forzarne la natura attraverso la scomposizione della materia e lo studio delle sue leggi fisiche. È invece disponibile per tutti coloro che ne vogliono e ne sanno godere: risiede nella forza dell’amore. Per i cristiani nella potenza di Dio che attraverso l’amore fonda il creato e in esso si manifesta di continuo affermando la forza del sempre contro la transitorietà del tempo. Questo è solo il setaccio dell’apparenza, condannato a scomparire insieme all’insensibilità del mondo. Ogni atto d’amore invece, anche il più piccolo, è destinato a rimanere per sempre, punto d’incontro sicuro fra l’uomo e Dio.


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Classica

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musica

MAÎTRES À PENSER? Meglio le canzonette di Bruno Giurato

di Jacopo Pellegrini hi è assente ha sempre torto: anche stavolta la massima ha trovato piena, esplicita conferma. Il 53° Festival dei due mondi si è trionfalmente aperto coll’unico titolo operistico (scandalosamente) in cartellone, Gogo no Eiko, versione in lingua giapponese del libretto, originariamente steso in tedesco, che oltre vent’anni fa Hans Ulrich Treichel cavò dal romanzo omonimo di Mishima per la musica di Hans Werner Henze. Al Teatro Nuovo, qualche vuoto in platea e parecchi palchi sgombri. Peggio per tutti coloro che non sono venuti; un giorno, a chi glielo chiederà, dovran dire: io non c’era! Si sono davvero persi qualcosa. Qualcosa di bello, intendo. I primissimi minuti hanno fatto temere il peggio sul fronte strumentale (Orchestra Verdi di Milano in trasferta); poi, le cose sono andate via via aggiustandosi sotto la guida sicura e solerte, se non ispirata, di Johannes Debus. Questo giovane direttore difetta ancora del fuoco, che suscita e sostiene la tensione interna del «discorso» (sonoro e, in caso di teatro, narrativo) per l’intera sua durata. Fuoco senza dubbio posseduto dal dedicatario di Gogo no Eiko, quel Gerd Albrecht inizialmente previsto al podio a Spoleto, poi non si sa bene perché datosi alla macchia, coll’aggravante d’essersi tenuta stretta la partitura dell’opera (l’unica disponibile della stesura nipponica, a quanto pare). Da ciò la necessità di ricostruirne una sulla base della registrazione audio realizzata nel 2006. Compito onorevolmente assolto dalla triade Bonolis-Morimoto-Onorato: sia reso loro il giusto merito. Il comparto orchestrale, anche dopo il progressivo aggiustamento di tiro, non è riuscito a garantire fino in fondo il suono adamantino - trasparenza e affilatezza, - che la scrittura strumentale di Henze esige: organico nutrito, con ben sei percussionisti assegnatari d’un numero incredibile di arnesi, impiegati dal compositore colla consueta maestria (a cominciare dal colpo di frusta che in-

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Jazz

zapping

genzia «ma la fate una canzone, v’ammazzino?» (per i non conoscitori: frase storica detta al celebre pianobarista Gioacchino Bonacaro durante un matrimonio). Ha iniziato qualche anno fa Mina proprio su liberal settimanale a fare opinione non solo musicale, poi sono arrivati gli editoriali di Celentano, dopodiché il diluvio: s’aprì la porta ai pensatori, commentatori, chiosatori cantanti e musicisti, s’aprì la porta al secondo mestiere di chi di mestiere dovrebbe averne già uno ma non s’accontenta. È la sindrome del reality forse, l’idea che si possa parlare di tutto da tutti i punti di vista; o la figura del comunicatore che prende piede e lo mette mica solo in due scarpe, no, lo mette in una calzoleria. Abbiamo Guccini che scrive libri - l’ultimo è pure interessante - e va in classifica, Edo Bennato che parla con competenza di storiografia risorgimentale filoborbonica - viva il Re con la famiglia, per carità -, Fiorella M’annoia che si confronta con quelli di Farefuturo; De Gregori che parla con il peso del saggio posato, posati anche gli strumenti, vedi la stanchissima reunion con Dalla, che suona pochissimo il clarinetto ma in compenso fa il regista teatrale, anche lui ha un secondo mestiere. E poi ci sono gli Mtv days in questi giorni grazie ai quali veniamo a sapere da Paola Turci che la democrazia è a rischio, da Samuele Bersani che l’Italia è a casa (non solo quella calcistica). Piero Pelù e Ghigo Renzulli parlano nell’aula magna dell’Università Statale - più che università è multiversità, ma questo è un altro discorso. E insomma a tutti costoro viene da ripetere la massima citata all’inizio: «La fate una canzone, v’ammazzino?». Grazie.

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Grande spettacolo

per Henze e Mishima nesca il Preludio iniziale, dove - come in una sintesi «morale» dell’intera opera s’incontrano i nuclei motivici principali), ma organico spesso ridotto a pochi sparsi timbri (fenomenale il clima creato dal quintetto d’archi), quando non a uno soltanto (i sax o il pianoforte, alter ego strumentale, nel suo insistere su scale da studio tecnico per principianti, del tredicenne Noboru). Molto buona la compagnia di canto; il fisico non proprio adolescenziale del tenore Murakami (Noburu) è tutto quanto le si può onestamente rimproverare. Efficaci, musicali e affiatati, tutti; perfettamente fusi, eppure altrettanto perfettamente delineati nella loro identità vocale, i cinque teppistelli (i baritoni Kwang e Hoon, il controtenore Asawa, il basso Taihwan e il citato Murakami, che disbriga con buoni risultati una parte ovviamente più estesa e onerosa); colori, spessori ed emissioni di pretta marca operistica per la coppia degli «amorosi», Fusako e Ryuji, al secolo il soprano JiHye Son e il baritono Carlo Kang: alle prese, l’una, con lunghe frasi legate verso l’acuto (stupendo l’involo cantabile del suo monologo verso la fine dell’opera, coronato da una cadenza vir-

tuosistica con tanto di violino concertante), l’altro con un declamato asciutto e severo che volentieri si coagula in disegni simmetrici da romanza o da canzonetta (certo apprese nei suoi viaggi per mare). Ma il pezzo forte della proposta spoletina è stato lo spettacolo: nella scena sobria suggestiva semovente di Gianni Quaranta, negli abiti semplici ed eleganti di Maurizio Galante (un unico rimprovero: Fusako, in visita alla nave di Ryuji, dovrebbe vestire all’europea non in kimono, sennò le contraddizioni socio-culturali del Giappone moderno restano in ombra), nelle luci eccezionali per forza emotiva e suggestione spaziale di AJ Weissbard, la regia senza fronzoli di Giorgio Ferrara racconta molto bene la vicenda e, soprattutto, mette in risalto, con pochi indovinatissimi accorgimenti, la dimensione onirica e simbolica della musica, quei concertati vocali in cui tutti i sentimenti si sospendono e confondono (amore, ira, paura, violenza), quelle cellule minime bloccate in ostinati ipnotici, rituali, scopertamente orientali, quelle complesse stratificazioni di ritmi diversi che accrescono l’angoscia dell’attesa, la cieca brutalità dell’esito fatale.

Da Rollins alla Gambarini, parola d’ordine: autenticità nizierà a Perugia, venerdì prossimo 9 luglio, la consueta kermesse di Umbria Jazz, giunta ormai alla trentacinquesima edizione. Sette lustri che hanno visto avvicendarsi nella piazze, nelle strade, nei giardini, nei ristoranti, negli alberghi, nei teatri e nelle sale da concerto umbre, un numero impressionante di grandi e a volte meno grandi musicisti di tutto il mondo. Anche quest’anno, in dieci giorni, potranno essere ascoltati ben sessanta complessi, orchestre, jazz band - quella di Guido Pistocchi con Gianni Sanjust - e brass band più o meno equamente divisi fra tutti i generi musicali che da qualche anno a questa parte godono della protezione di quella magica parola che è «jazz», sotto il cui ombrello trovano ormai riparo pop singer, rapper, rocker e fortunatamente anche musicisti di jazz. Quest’anno la rappresentanza americana di jazz

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di Adriano Mazzoletti comprende Sonny Rollins, Roy Hargrove, Tom Harrell che si esibirà in duo con Dado Moroni, Marcus Miller nella rivisitazione di Tutu, uno dei capolavori di Miles Davis, il grande vibrafonista Bobby Hutcherson con Cedar Walton, Chick Corea con Roy Haynes e Kenny Garrett, Hilary Kole Pat Metheny, Herbie ospite Hancock, Tony Bena Umbria Jazz nett, i Manhattan Transfer e Ron Carter con Mulgrew Miller. Non mancheranno i cantanti fra cui la bellissima Hilary Kole, ma anche Allan Harris e Mitch

Woods. Ma su tutti emergeranno Tony Bennett e Roberta Gambarini che, per coloro che non l’avessero ancora ascoltata, è assolutamente necessario un viaggio a Perugia. Roberta si esibirà, malauguratamente, una sola volta, nel pomeriggio di venerdi 16 al Teatro Morlacchi. Chi invece potrà essere ascoltato ogni giorno, accompagnato da Massimo Moriconi, sarà Renato Sellani, uno degli ultimi grandi rappresentanti, con Franco Cerri, del jazz italiano del periodo au-

reo, quando la scena italiana era dominata da musicisti di talento come Nunzio Rotondo, Umberto Cesari, Gianni Basso, Oscar Valdambrini. Nell’edizione di quest’anno non è stato dimenticato il centenario della nascita di Django Reinhardt. A ricordarlo saranno diversi musicisti devoti al grande chitarrista manouche, David Reinhardt, Florin Niculescu e soprattutto Christian Escoudé. Non mancheranno infine musicisti importanti della scena italiana ed europea, Fabrizio Bozzo e Rosario Bonaccorso, Rosario Giuliani, Gabriele Mirabassi, Pietro Tonolo, Giovanni Tommaso con il suo nuovo gruppo Apogeo, Enrico Rava, Giovanni Guidi oltre al clarinettista e sassofonista francese Louis Sclavis e all’eccellente pianista svedese Bobo Stenson. Quasi la metà del festival dedicata al jazz autentico.Tutto ciò è davvero consolante.


arti Mostre

MobyDICK

o so che dovrei scrivere d’un’altra mostra e anzi lo stavo già facendo, ma il ricordo che ho negli occhi delle cose viste a Parigi, per beccare ancora la coda della mostra, d’incredibile successo, dedicata da Jean Clair al tema, non soltanto dostoevskiano, di Delitto e Castigo (la colpa e la sua condanna, il male e la redenzione: da David a Degas, da Hugo a Duchamp, da Goya a Sickert, ecc. ecc.), mi consiglia, quasi mi costringe, a cambiar direzione e a riflettere più in grande (come le mostre all’estero spesso permettono. Talvolta anche se non sono riuscite. Ma l’errore è più intrigante, meno sciatto). Parlare di arte non è soltanto vedere una mostra e resocontarla, subito: conta anche riflettere, prendere idee, subire suggestioni (che ti fanno deviare, evviva, dal retto cammino). Per esempio, s’è detto di Jean Clair, ma Jean Clair è pur sempre Jean Clair. E invece ecco che, in Francia, incominciano a moltiplicarsi, ahimé, delle mostre solo velleitarie, che mescolano un po’ d’arte, un po’ di scienza, un po’di psicoanalisi, però senza il rigore e la sapienza che è del pur sempre ostacolato e travisato Clair. Credo d’avere un po’ visto, di possedere una minima capacità, ormai, di decifrazione delle mostre, ma quella che ho visto al Quay Branly, La fabrique des images (pur con magnifici pezzi etnici, che bastavano a sé, invece di unirsi a forzate miscele, per suggerire chissà quali tesi) proprio non l’ho capita. Forse ero stanco, dopo tante belle mostre, e non avevo troppa voglia di se-

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Archeologia

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Lo spirito del tempo nella mania del mix di Marco Vallora

guire le pappardelle sulle pareti, che discettavano di animismo versus oggettività (termini assai discutibili). Ma che assurdo contrapporre per esempio delle magnifiche maschere o dei feticci primitivi, a dei ritratti fiamminghi o a delle nature morte olandesi, quando non tornano le date, i contrasti sono troppo dissonanti, le tesi riescono forzate e vanamente meccaniche. Però è proprio la tendenza contemporanea, ormai più che trasparente: siccome i prestiti sono sempre più difficili, le idee vere mancano, tutto è già stato proposto e soprattutto si è convinti che il contemporaneo «tiri da matti» e trascini le folle, ecco che ormai non si fa altro che fare punturine di botulino smart, miscelando tutto a gogò, e pazienza se i risultati sono peregrini. Caravaggio s’incontra con l’altro scapestrato Bacon, Kelly dialoga chissà come con Ingres (così in Italia) ma anche, a Parigi, Buren si affianca a Giacometti (boh, se ci sono due più lontani!) e non mancano altre combinazioni choc, ma solo per gli allocchi. Anche Brera ficca Fontana e Burri là dove hanno ben poco senso (basta un titolo di giornale italiano a dire tutto: «Brera coi tagli al passato, diventa un Sacco più bella»: questo il livello. Ma su questo possiamo anche tornare). Nessuno si spaventa delle connessioni tra antico e moderno (se non fa decoratorino da rivistina cheap), figurarsi. Se sono motivate (lo abbiamo fatto anche noi); ma quest’ansia di mettere il contemporaneo ovunque, e quest’uso saprofita delle non-opere ultime, che approfittano di luoghi prestigiosi, per darsi un tono, ma soprattutto per «essere» qualcosa, non si

tollera davvero più. Avevamo deciso di parlare di cose belle, da Parigi e ce ne sono (delle più varie: da una mostra sulla storia dei bottoni a una sull’uso solo maschile dei monili e degli ornamenti nei rituali tribali; da una discutibilissima mostra di Kitano, il regista giapponese - che fa anche il pittore (!) e il comico da strapazzo - accanto a una rigorosa sul Tao, dal rapporto architettura/ massoneria, a quello tra musica e arte in Chopin, sino alla caricaturale testa a pera di Luigi Filippo e potremmo continuare all’infinito, ma in effetti sono gli indici negativi che allarmano. La nullità assoluta, in una mostra «giovane» e alla moda, al Palais de Tokyo, con titolo furbetto Dinasty. Ma anche molta presunzione francese (come sempre, la mostra è firmata Rastellini) in una rassegna discontinua dedicata a Munch, alla Pinacothèque, che ha addirittura la presunzione d’intitolarsi L’anti-Urlo. Ma dai, dì sinceramente che l’Urlo non te lo avrebbero dato mai e non vantarti del fatto, che mostri «solo opere di collezione privata!», ridicolo! Certo, ci son cose interessanti, e mai viste, ma basta questo a disegnare l’ipotesi d’un-altro Munch alternativo e a presentarlo, rappresentativamente, al pubblico francese? Se funzionano benissimo le kermesse sui mostri sacri intramontabili, da Aragon (e i suoi amici artisti) al soprano Règine Crespin, da Proust a Chopin, da Yves Saint-Laurent (con le sue vanitas elegantissime) a Monet, padre dell’astrazione, è proprio il senso di morte e di disfacimento a dominare, in questi frangenti. Che siano le vanitas, gli scacchi clamorosi, le ambizioni mancate. Castigo senza delitto.

Il porto “ricavato” di Pandotéira, dispensatrice di beni li antichi greci la chiamavano Pandotéira, colei che dispensa ogni bene. Così bella e dalla natura aspra continuamente sferzata dai venti, l’isola di Ventotene occupava una posizione strategica nel panorama delle antiche rotte marittime e commerciali, trovandosi al crocevia di rotte che dal mar Egeo, e quindi dai porti d’Oriente, raggiungevano le coste italiche per spingersi poi fino alle coste Ispaniche e alle Colonne d’Ercole. L’ambiente poco ospitale e la quasi inaccessibilità delle sue coste non hanno mai reso possibile nell’antichità una facile permanenza dell’uomo su quest’isola che non offriva le condizioni necessarie affinché una comunità vi si potesse installare. È solo con i romani che abbiamo la presenza di un primo insediamento stabile. Nel 29 a.C. Augusto comincia l’opera di acquisizione patrimoniale delle isole dell’arcipelago pontino (di cui fa parte Ventotene) e le testimonianze archeologiche e le fonti antiche ci dicono che per il 2 a.C. tutti gli interventi strutturali (porto, cisterne, condotte idriche, ville), per far sì che l’isola di Ventotene diventasse fruibile, furono realizzati, tanto da essere già in grado di ospitare personalità della famiglia imperiale relegate qui in esilio. La prima di esse e forse la più nota fu la stessa figlia di Augusto, Giulia, accusata di aver violato la lex Iulia sulla moralizzazione pubblica e che re-

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di Ludovico Bitetti sterà al confino per cinque anni. Tra le varie costruzioni lasciate dai romani sull’isola, quella che colpisce per tecnica ingegneristica e soluzione logistica è senza dubbio il porto, la realizzazione del quale è stata possibile grazie alla friabilità del tufo che ha agevolato non poco il lavoro delle maestranze. Senza ombra di dubbio, la soluzione più appropriata e adatta alle caratteristiche del luogo, un porto letteralmente «ricavato». È stato calcolato che per realizzare l’opera portuaria sia stato necessario asportare tufo pari a circa 60 mila metri cubi scavando fino a raggiungere una profondità di 3,50 m. sotto il livello del mare e

questo avrebbe certamente permesso l’utilizzo del porto da parte di navi con un tonnellaggio di media portata, e in caso di necessità poteva anche ospitare imbarcazioni lunghe fino a 30-35 metri. La forma del porto è allungata e si estende da sud verso nord parallelamente alla linea di costa; presenta l’imboccatura a est ma per entrare all’interno del bacino l’imbarcazione deve virare di 90° verso nord. Anche se questa disposizione rendeva difficoltose le operazioni di ingresso nel porto, permetteva l’accesso anche in condizioni di tempo cattivo lasciando il bacino interno pressoché con acque calme. Mentre il molo orientale era adibito solamente all’ormeggio delle imbarcazioni, diversa funzione spettava al molo occidentale. Da questa parte del porto sono stati localizzati e scavati in fase di progettazione da parte dei romani tutti gli ambienti legati ai magazzini per lo scarico delle merci, scanditi da un portico di pilastri con pianta quadrangolare ricavati anche’essi nel tufo. Condotte per l’approvvigionamento di acqua dolce giungevano dalle cisterne dell’isola per rifornire le imbarcazioni di passaggio. È la zona adibita allo scarico e imbarco delle merci, la zona «viva» del porto che è stata fortemente alterata nel tempo in epoca moderna. Nonostante l’incuria dell’uomo e le colate di cemento, il porto conserva ancora quel fascino antico che lo rende una perla agli occhi dei visitatori.


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agdalena Carmen Frida Kahlo Calderòn nacque il 6 luglio del 1907 a Coyoacan, ai bordi di Città del Messico. Il padre «era molto interessante, i suoi gesti, la sua andatura erano alquanto eleganti. Era tranquillo, lavoratore, coraggioso…». Wilhelm Kahlo originario di Baden-Baden, di professione fotografo, aveva deciso dopo la morte della mamma di trasferirsi in Messico dove sposò in seconde nozze Matilde Calderòn, «una donna piccola, bruna, aveva bellissimi occhi e una bocca molto sottile… Molto simpatica, attiva, intelligente. Non sapeva né leggere né scrivere; sapeva solo contare i soldi». Quando la coppia decise di costruire in calle Londres 126 la casa Azul, mai avrebbe immaginato che nel giro di qualche decennio sarebbe divenuta un museo intitolato alla figlia. Frida - riconducibile al tedesco fride cioè pace - era la loro terzogenita, dopo Maria Luisa e Margarita frutto del primo letto di Wilhelm e cresciute in convento. Era maggiore solo a Cristina, a cui era legatissima e con cui condivise praticamente tutto, marito compreso. La madre di Frida era una donna molto semplice, di grande religiosità e di salute precaria, per cui la bimba venne allattata da una nutrice indiana. Questo dettaglio sarà motivo di grande orgoglio per la futura pittrice che farà del suo legame con la terra natia il leit-motiv della sua arte, tanto da decidere di contraffare

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fibbiato per via della malformazione, Frida torna a essere una campionessa di monellerie. Si fortifica con la molta attività sportiva: gioca a calcio, nuota, fa lotta libera, tira di boxe, ma la gambina resta più esile e le burle non cessano. Allora decide di giocare la carta della stravaganza: eccentrica, trasgressiva ed esagerata, spesso vestita in abiti maschili; insomma un tipo. Dopo un primo periodo di formazione presso il Colegio Alemàn, la scuola tedesca in Messico, il suo amore per la medicina le fa tentare l’iscrizione alla Escuela Nacional Preparatoria, la migliore del Paese. A due passi dallo Zòcalo, la piazza principale di Città del Messico, riuscire a entrarci era già assicurarsi una qualità d’istruzione determinante per un futuro vincente. Frida in più fu una delle prime 35 allieve femmine ammesse su un totale di duemila studenti. Ovvio che una struttura così importante raccogliesse la miglior gioventù dell’epoca in un brulicare di energie nuove pronte a prendere il sopravvento per restituire il Messico ai messicani. Qui s’innamorerà di Alejandro Gòmez Arias, il fascinoso capo carismatico dei Cachuchas, il gruppo di intellettuali di cui Frida fa parte e in cui muovono i primi passi i futuri leader della sinistra messicana. Andrè Iduarte, compagno di ventura e direttore negli anni Cinquanta dell’Istituto delle Belle Arti, ben descrive l’atmosfera del momento: «Fu un’epoca di verità, di fede, di pas-

Dopo aver scelto di studiare medicina, si dedicò alla pittura perché “annoiata, lì a letto, dentro un busto di gesso”. Con un talento ammirato anche da Picasso l’anno della nascita per sovrapporlo a quello della rivoluzione Zapatista.

Frieda - così le piaceva esser chiamata in un primo tempo per onorare le origini paterne - era una bimba impetuosa, travolgente nella sua sete di vita, gioiosissima e immediatamente autosufficiente. Malgrado le precarie condizioni economiche in cui versa la famiglia (la caduta del regime dittatoriale di Diaz fece perdere al padre l’incarico di primo fotografo ufficiale del patrimonio culturale nazionale messicano), la prima infanzia scorre a meraviglia: Frida ha energia da vendere, tutto la innamora, la incanta, fa scorta di felicità. Oltre a imparare a cucire, cucinare, occuparsi della casa, partecipa all’economia domestica con piccoli lavoretti. Tutto questo fino al compimento del sesto anno quando la poliomielite che la colpisce alla gamba destra l’assoggetta all’isolamento prima e allo sberleffo da parte dei coetanei poi, tanto da indurla a tentare di camuffare la gambetta atrofizzata con molti strati di calze. Nonostante la complicità del padre di cui da sempre è la prediletta, la bimba si chiuderà in se stessa al punto da crearsi un’amica immaginaria che la consolerà nei lunghi mesi di forzato isolamento. «Avevo alitato sul vetro della finestra della mia camera di allora e con un dito avevo disegnato una porta... dove la mia amica immaginaria stava aspettando». Lasciatasi alle spalle pata de palo, gamba di legno, il nomignolo che le avevano afanno III - numero 26 - pagina VIII

sione, di nobiltà, di progresso, di aria celestiale e di acciaio molto terrestre. Siamo stati fortunati, insieme a Frida, siamo stati fortunati, noi giovani, ragazzi, bambini della mia generazione: la nostra vitalità ha coinciso con quella del Messico; noi siamo cresciuti spiritualmente mentre il paese cresceva in moralità».

Il 17 settembre del 1925, la diciottenne Frida e Alejandro, al termine delle lezioni, salgono sull’autobus in direzione Coyoacan. Frida ha però smarrito un ombrellino. Decidono di scendere a cercarlo e prendere l’autobus successivo. All’altezza del mercato di San Juan il deragliamento di un tram darà luogo all’incidente in cui perderà la schiena e la verginità. Il corrimano del tram si spezza e la trapassa da parte a parte. Alejandro viene sbalzato fuori, lei denudata dall’urto e ricoperta dalla polvere d’oro fuoriuscita dal pacco di un imbianchino tanto da far gridare agli astanti «la bailarina, la bailarina!». Da qui in avanti la sua vita è consegnata al dolore. Sopravvissuta per caso, diviene schiava dei busti e quindi quasi sempre allettata. La sua camera diventa il suo spazio vitale, il baldacchino del letto, su cui poggia lo scheletro in cartapesta della Llorona - la morte -, il suo cielo. Quella che nasce per caso, per inedia, risulterà a breve essere lo scopo della sua esistenza: «Non mi era mai capitato di pensare alla pittura fino a quando, nel 1926, mi ritrovai a letto per via di un incidente automobilistico. Ero maledettamente annoiata, lì a

il paginone

Un’incontenibile gioia di vivere, pur costretta per quarantuno anni a un’esistenza spesa a lottare contro i tormenti della poliomelite prima e di un incidente devastante poi. È il tratto fondante della personalità e dell’opera della pittrice messicana a cui è dedicata in questi giorni a Berlino un’importante retrospettiva

Sulle ali

Alcuni dipinti di Frida Kahlo: sopra, “Senza speranza” 1945; in alto, sopra il titolo, “Autoritratto con collana di spine” 1940 e “La colonna spezzata” 1944. Accanto, Frida con il marito Diego Rivera e in una foto di Nickolas Muray. A sinistra l’ingresso della casa-museo Azul


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Esposto l’ultimo dipinto inedito ino al 9 agosto è possibile visitare a Berlino, al Martin-GropiusBau (Niederkirchnerstr. 7), la più completa retrospettiva dedicata a Frida Kahlo, con più di 120 dipinti e disegni provenienti da collezioni private messicane, musei nordamericani e altre importanti collezioni Usa. Il pezzo forte della mostra è l’ultima opera dell’artista, fino a oggi mai esposta e i circa 70 disegni, gran parte dei quali mai pubblicati fin’ora, che rivelano alcuni lati inediti di Frida (nelle metamorfosi dei suoi paesaggi disegnati, la Kahlo rivela fantasie sessuali e lati umoristici con giochi di parole e immagini). La mostra è accompagnata da un’esposizione di fotografie di proprietà della famiglia e degli amici, curata dalla fotografa Cristina Kahlo, pronipote di Frida.

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di Frida di Enrica Rosso letto dentro a un busto di gesso, così decisi di fare qualcosa. Rubai degli oli a mio padre e, visto che non potevo stare seduta, mia madre mi fece confezionare una tavolozza speciale. Fu così che cominciai a dipingere». Un filtro indispensabile tra lo scorrere delle interminabili giornate passate in posizione orizzontale e un’energia vitale che solo lo spazio bianco delle tele può in parte accogliere e mutare in visioni: «Dipingo la mia realtà. La sola cosa che so è che dipingo perché ne ho bisogno e dipingo tutto quello che mi passa per la testa, senza prendere in considerazione nient’altro». Le sue composizioni risultano essere tanto personali da sembrare surreali, ma lei surrealista non ci si sentiva: «Surrealismo è la magica sorpresa di trovare un leone nell’armadio dove, invece, eri sicuro di trovare delle camicie!». Fortemente influenzata dallo stile dei retablos, gli ex-voto tradizionali, troverà nell’assenza di prospettive e nella perizia dell’esecuzione la sua cifra stilistica. Dei suoi quasi duecento autoritratti, spesso di pic-

cole dimensioni, colpisce la totale inespressività e al contempo magnetica forza dello sguardo che buca la tela per incontrare quello di chi guarda in un reciproco mettersi a nudo.

Il muralista Diego Rivera, all’epoca già una star, incarnava le sue due fondamentali ragioni di vita: la pittura e l’impegno politico. Fu Frida a decidere che lo voleva, fu lei a cercarlo e corteggiarlo. Il signor Kahlo gli affidò la figlia confidando al Maestro: «È un diavolo». E Rivera di contro: «Lo so». Lei lo ripagò donandogli tutta se stessa come si evince da questo stralcio di poesia a lui dedicata: «Nella saliva/ nella carta/ nell’eclisse./ In tutte le linee/ in tutti i colori/ in tutti i boccali/ nel mio petto/ fuori, dentro/ nel calamaio/ nella difficoltà a scrivere/ nello stupore dei miei occhi/ nelle ultime lune del sole/ (il sole non ha lune) in tutto» (da Frida Kahlo - Lettere appassionate, Abscondita 2002). Sposatisi nel ’29, formeranno una coppia chiacchieratissima per vari motivi, a co-

minciare dalle differenze fisiche. Pantagruelico e gran godurioso lui, minuscola e dotata di volontà ferrea lei. La loro casa sarà punto di riferimento dell’intellighenzia internazionale di quegli anni. Le lunghe permanenze all’estero iniziate per seguire l’adorato Rivera, la porteranno a vivere a San Francisco, Detroit, New York città che testimonierà la sua prima personale - e Parigi, e metteranno a dura prova il loro matrimonio: lei non condivide l’entusiasmo di Diego per quel mondo di Gringos così poco attenti al tessuto sociale del Paese: «Sono noiosi e le loro facce sembrano panini crudi».

In quegli anni Frida dovrà fare i conti con l’impossibilità di diventare madre attraverso il lutto di tre aborti. Troppo egoico Diego, sempre a caccia di gonnelle, troppo fragile Frida per sopportarlo, divorzieranno nel ‘39 per risposarsi l’anno seguente, dopo la frequentazione di numerosi amanti da parte di entrambi. Da anni costretta sulla sedia a rotelle - «spesso sono disperata, in un modo indescrivibile. E tuttavia ho ancora voglia di vivere» -, porta la sua croce con incredibile dignità. In questi anni affronterà sette operazioni alla colonna vertebrale, più numerose amputazioni parziali al piede che non riusciranno a scalfire il suo fascino esotico e la sua trascinate joie de vivre. Nel frattempo i dolori diverranno coì atroci da farla passare da un ottimistico «a che mi servono i piedi, se ho ali per volare?», iscritto in calce a un disegno del ’53 e ispirato all’amputazione della gamba destra

netliaco. La sera prima, con un certo anticipo, aveva offerto a Diego il suo ultimo regalo per un anniversario di nozze mai onorato, il venticinquesimo: «Sento che presto ti lascerò», gli aveva detto.

Neppure il suo funerale fu cosa da poco. La bara fu esposta per le esequie nell’atrio del Palacio de Bellas Artes, sotto la responsabilità dell’antico compagno di scuola Iduarte, ma durante la veglia funebre venne coperta da una bandiera del partito comunista trasformando il feretro della pittrice in un’icona politica con tanto di guardia d’onore. Dopo l’ultimo commiato che vide esponenti di spicco dell’arte e della politica unirsi nel saluto affettuoso ai tanti amici e ai molti cittadini accorsi, fu infine consegnata sotto una pioggia battente al forno crematorio. Le sue ceneri, amorevolmente raccolte in un panno rosso dallo stesso Diego, totalmente sconvolto, riposano ora all’interno di un’anfora precolombiana a forma di busto di donna nella camera da letto di Frida nella casa Azul. Quella stessa casa in cui è nata e vissuta per gran parte della sua vita, quella in cui si è, in ultimo, arresa alla morte e che Rivera, un anno dopo, ha donato in eredità al popolo messicano così com’era, offrendo a tutti la possibilità di incontrare ancora Frida e il suo mondo, ammirando la sua collezione d’arte con le opere di Paul Klee,Tanguy, Duchamp, Josè Maria,Velasco e Orozco; la raccolta di oggetti folkloristici e di arte precolombiana, le bambole, i costumi che indossava, i gioielli, i busti ornati di piume e lustrini, i libri, le tante dichiarazio-

L’assenza di prospettive e la perizia dell’esecuzione sono la sua cifra stilistica. Nei suoi autoritratti colpisce la forza dello sguardo che buca la tela e si mette a nudo fino al ginocchio, ad «attendo con gioia la mia dipartita… e spero di non tornare mai più», frase conclusiva del diario iniziato nel ’42; praticamente un epitaffio. Dopo un primo momento di totale scoramento seguito all’operazione era riuscita ad abbandonare il letto e a percorrere brevi tratti con l’ausilio di una protesi, ma era esausta. Ciò non di meno a pochi mesi dalla sua morte si recò in ambulanza all’inaugurazione della sua prima mostra monografica in Messico nella cui galleria era stato allestito un giaciglio per ospitarla. Dopo un’esistenza spesa a lottare contro i tormenti che l’accompagnavano incessantemente da quarantuno anni, all’alba del 13 luglio del ’54 si spense stroncata da un’embolia polmonare. Erano trascorsi sette giorni dal suo quarantasettesimo ge-

ni d’amore al marito, le lettere agli amici importanti sparsi per il mondo, le foto che la ritraggono nella sua imperiosa bellezza. E soprattutto l’atelier di Frida, proteso verso il cortile interno in cui campeggia, di fronte alla sedia a rotelle, il cavalletto con il ritratto incompiuto di Stalin a testimoniare come negli ultimi tempi fosse in balia dei troppi antidolorifici e delle droghe assunte per sfuggire alle morse di uno strazio insopportabile. Le linee grossolane rivelano una mano malferma, non più padrona del pennello, incapace di tracciare quei tratti da miniaturista che avevano contraddistinto le sue opere e che tanto avevano inorgoglito Diego alla lettura della missiva inviatagli da Picasso: «Né Derain, né tu, né io siamo capaci di dipingere una testa come quelle di Frida Kahlo».


Narrativa

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libri Massimo Gramellini L’ULTIMA RIGA DELLE FAVOLE Longanesi, 249 pagine, 16,60 euro

assimo Gramellini è un giornalista di lungo corso che ha da poco esordito nella forma romanzo. Un passaggio importante e, a detta dell’autore, agognato perché trovano spazio, all’interno dei contesti narrativi, scritture e temi lontani dal lavoro di routine del cronista. Forse anche il titolo del romanzo, L’ultima riga delle favole, cerca di sfuggire alle maglie del giornalismo quotidiano dedicato per lo più alla notizia e ai fatti del giorno. Il romanzo infatti staccata la spina dall’attualità è un testo allegorico e per tanto da leggere sulla spinta di un altro mondo e dei possibili suggerimenti interpretativi che ne vengono. Il testo, volutamente piano sul versante espressivo, è la storia di un giovane protagonista,Tomas, in perenne ricerca della felicità dove per felicità si intenda l’amore. In questo testo, ordinato quasi per cantiche, ha grande valore il prologo dove, canonicamente, lo scrittore riassume i fatti a cominciare dall’incipit: «C’era una volta - e c’è ancora - un’anima curiosa che vagava per gli spazi infiniti senza trovare un amore dentro il quale tuffarsi». Amore è la prima parola che fonda l’alfabeto del romanzo, seguono dolore - «invece siete finiti in gabbia, e le sue sbarre le ha costruite il dolore» - e anima - «lei è la tua anima… se non te ne innamori, non amerai mai niente». A seguire quindi la storia dove l’alfabeto si struttura in plot: Tomas, cuore solitario e deluso, è allergico all’amore al punto che ai primi segni di innamoramento viene colto da una strana reazione psicosomatica e comincia a starnutire. La reazione corporea così evidente lo spinge a fuggire ogni possibile relazione e a fuggire le donne fino al giorno in cui incontra Arianna: «Arianna era esattamente il genere di ragazza di cui avrebbe potuto innamorarsi. Doveva darsela a gambe, prima che fosse troppo tardi». E poiché a fuggire stavolta è Arianna, Tomas si innamora. La sera in cui Arianna si sottrae al primo incontro Tomas va al mare, qui mentre è sul pontile ad ascoltare il mare e a pensare malinconicamente alla sua vita, finisce in acqua a causa di un alterco con un

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La favola di Tomas alle Terme dell’anima La grande letteratura del viaggio tra contemporaneità e allegoria nell’esordio narrativo del giornalista Massimo Gramellini

Autostorie

di Maria Pia Ammirati

gruppo di balordi. In mare (ambigua la caduta che fa pensare alla morte per acqua) comincia l’avventura favolosa di Tomas; accolto in uno spazio chiamato le Terme dell’anima, il protagonista subisce ogni sorta di trattamento benefico, una vera e propria disincrostazione dello spirito fatta a opera di figure (qui l’allegoria) che ricordano infermiere, massaggiatrici, medici. Il luogo del benessere, come tanti a cui il moderno turismo ci ha abituati, è uno spazio neutro che allude di volta in volta a mondi letterari contaminati con la moderna cultura del viaggio. L’avventura di Tomas, nelle terme che curano l’anima, nei passaggi forzati da una vasca dell’Io a una vasca dell’Agape, da un salotto delle tisane a una palestra, è un’avventura di volta in volta concreta e culturale, allude agli spazi della nostra vita contemporanea (i famosi nonluoghi teorizzati da Marc Augé) con un cenno di ironia, e pensa alla grande tradizione del viaggio da Ulisse a Dante.Tomas viaggia per guarire dalla fastidiosa allergia all’amore, Tomas rinasce dopo un viaggio in un altro mondo, un mondo immateriale fatto di sogni. Quando Tomas esce dalle terme, grazie all’invisibile filo d’Arianna che lo conduce fuori a ricercare la realtà, il racconto si srotola verso la fine e la fine, come occhieggia il titolo, sembrerebbe mettersi per il verso giusto, tranne che, sorpresa, Gramellini lascia aperta l’ultima riga e non sappiamo se la ricerca d’amore - «un pensiero senza amore è un veliero senza vento» - sarà proprio il finale che Tomas si aspetta e con lui il lettore. Un romanzo di grande disincanto e di gioco, capace di praticare una sana e robusta forma di autoironia verso simboli e mode dei nostri tempi. A margine ricordiamo che il testo, come ogni degna favola che si rispetti, è illustrato dai disegni di Paolo d’Altan (nella foto).

Se Marinetti salisse su una Lamborghini...

a quando ne è stata avviata la produzione, all’automobile è stata naturalmente accostata l’idea della velocità. Un binomio celebrato, del resto, con aulici toni nel Manifesto del Futurismo pubblicato da Le Figaro a Parigi il 20 febbraio 1909. Che poneva al quarto posto, tra gli undici capisaldi del movimento artistico e letterario fondato da Filippo Tommaso Marinetti, il ruolo dell’automobile: «Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi, un automobile ruggente è più bello della Vittoria di Samotracia». Automobile che, come si può notare nel testo di Marinetti, a inizio Novecento tende più al genere maschile che a quello femminile. Un’ambiguità che porterà, anni dopo, Gabriele D’Annunzio a risolvere «la questione del sesso già dibattuta: l’Automobile è femminile». Ma, al di là delle questioni grammaticali e nonostante la vagheggiata velocità, alla data del Manifesto gli «automobili» erano più simili a traballanti

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di Paolo Malagodi carrozze semoventi, che a veicoli dotati di grandi capacità velocistiche nonché di accettabile tenuta di strada. L’enfasi del fondatore del Futurismo troverebbe invece oggi piena soddisfazione se, per esempio, a un redivivo Marinetti fosse concesso di provare una Lamborghini; marca che, forse più di ogni altra, sa interpretare «il sogno della velocità. La sana follia di chi vede oltre i limiti e rifiuta i compromessi, la voglia di credere nelle imprese apparentemente impossibili, nelle sfide di rottura, nell’anticonvenzionale. È la creatività tipicamente italiana, nata dal sogno visionario di Ferruccio Lamborghini nel 1963, in un capannone situato nel cuore dell’Emilia, tra lunghi rettilinei che sembravano pensati per spingere le auto alla massima velocità possibile». Così argomenta Stephan Winkelmann - presidente e amministratore delegato della casa emiliana - nell’introdurre una elegante edizione (Automobili Lamborghini, Mondadori Electa, 180 pagine di grande forma-

Un volume dedicato al marchio (ora sotto egida tedesca) che esalta la bellezza della velocità

to, 80,00 euro) curata dal giornalista Decio Carugati, in un testo corredato di raffinate immagini fotografiche rese ancor più spettacolari dalle pagine a specchio, incentrato sulla lettura di auto che «palesano nel dettato morfologico, nel design della forma-funzione, l’eccellenza di una tecnologia senza paragone, per una sportiva senza compromessi». Assunto ribadito dallo stesso Winkelmann, per il quale «le nostre vetture sono più estreme rispetto a quelle della diretta concorrenza, si possono considerare nicchia nella nicchia. Oggi noi vendiamo più di duemila supercar all’anno e sono oggetti che non si giustificano per l’utilità del servizio, bensì mezzi atti unicamente a procurare infinite emozioni». Concetti che, pur a distanza di un secolo, appaiono la perfetta traduzione di quella marinettiana «bellezza della velocità» che ogni possessore di Lamborghini ha il privilegio di assaporare. In una élitaria produzione che, dal luglio 1998, è passata sotto l’egida - tramite la propria divisione Audi - della tedesca Volkswagen che si rende, nondimeno, garante dell’identità tutta italiana di un marchio che rappresenta un toro «nell’atto di caricare, simbolo di veemente, prorompente dinamica».


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poesia

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L’altra voce di Sanesi di Francesco Napoli erché portare a termine/ quando nessuno, in giardino,/ ha mai visto il mio glicine concluso./ Se allora fosse il fiore il fallimento,/ questa, diremmo, è la bellezza del mondo,/ la sua esperienza visibile». Non ha molti versi memorabili la poesia italiana contemporanea, forse perché non esistono più circuiti letterari e non viene trasmessa in modo adeguato o forse, ancora, perché priva di reale adesione alla società. Ma questi versi di Senza data di Roberto Sanesi che concludono la raccolta ultima pubblicata in vita, Il primo giorno di primavera (2000), conservano un carico di memorabilità quasi profetica - di lì a qualche mese l’autore sarebbe prematuramente scomparso - e un’incisività espressiva degna dei vertici poetici italiani per quell’immagine ossimorica tra l’inconcludenza dell’agire dell’uomo, l’incapacità di finalizzare dello stesso che appare la sua vera finalità, bella come un semplice fiore. Oggi che un’antologia curata da Renzo Cremante (Poesie 1957-2000, Oscar Mondadori, 346 pagine,15,00 euro) riconduce a un pubblico più ampio, spero, la figura poetica, ma non solo, di Roberto Sanesi (1930-2000), appare opportuno riconsiderare l’azione di questo intellettuale a massima vocazione europea, forse uno dei più votati all’attenzione verso quanto sul piano culturale, e artistico più in generale, avveniva Oltralpe.

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Sanesi nasce a Milano nel 1930, città «in cui coltivare l’incognito, il riserbo, l’isolamento, per garantire e difendere la mia identità» scriverà nel 1969, da una famiglia d’origine toscana. Nel capoluogo lombardo cresce e si forma nel segno di un precocissimo interesse letterario nato da un aneddotico incontro con un soldato della V Armata americana durante la seconda guerra mondiale che gli regala un volumetto di Collected Poems di Eliot. «Altrettanto liberi e precoci i primi passi di una presenza subito animosa e militante nella vita culturale milanese e nel mondo della carta stampata», scrive Cremante nella sua Introduzione. È la Milano anni Cinquanta, quella del magistero universitario di Antonio Banfi e del Piccolo di Paolo Grassi e Giorgio Strehler e di un esordio per Sanesi, nel 1952, sotto la stella di Enzo Paci, con un saggio proprio sull’amatissimo Eliot, apparso su aut aut, rivista cardine a Milano in quegli anni, e dal titolo Un’altra voce. Sì, proprio «un’altra voce» andava cercando Sanesi allora nella ferma convinzione che fosse giunta l’ora di portare in Italia la cul-

il club di calliope

A ENZO PACI, IN GIARDINO La relazione del tempo con il disordine, con le forme del giardino, con le figure possibili, estese, sospese fra la betulla e il muro, equivalenti come coloro che passano e non dicono precisamente il nome, o la funzione, ma solo la loro identità, mentre sfuggono, e tuttavia così limpide in qualche direzione che noi non conosciamo. ? in questo spazio la loro presenza terribile, insieme, essendo qui e più tardi, alba e tramonto, ciò che saranno con l’ombra, necessarie senza forma al disegno, antecedenti, aperte, all’aria che le assenta al nostro sguardo, e solo oltrepassandosi finite. Immer Wieder insiste questa voce che mi segue, la tua che mi precede lungo i sentieri del glicine che si attorciglia.

tura anglosassone del Novecento. Molto è dovuto da Sanesi a Enzo Paci, come lui stesso riconoscerà in alcuni versi lanciati sull’onda del comunemente amato Rilke: «Immer Wieder/ insiste questa voce che mi segue, la tua/ che mi precede lungo i sentieri del glicine/ che si attorciglia». Basterebbe dunque scorrere l’opera critica di Sanesi, le traduzioni operate magistralmente nel medesimo lasso di tempo, per rendersi conto di dove andava a mirare l’intellettuale toscolombardo e cosa ha prodotto la sua azione: monografie su Dylan Thomas, Byron, Eliot e Poe; traduzioni degli stessi Thomas, Eliot, della poesia inglese de dopoguerra e, in modo più ampio, dei poeti inglesi del Novecento. E poi ancora: Yeats, i metafisici inglesi del Seicento, Aiken, Hart Crane, allargandosi così verso gli anglofoni d’Oltreoceano. A lui guardano con grande interesse alcuni poeti all’esordio negli anni Settanta, da De Angelis a Giancarlo Pontiggia a Mussapi, consapevoli che impugnare con Sanesi il vessillo della poesia anglofona significava portare avanti una battaglia d’avanguardia culturale contro l’avanguardia letteraria dominante la scena italiana anni Settanta. Sanesi girerà un bel po’: negli Stati Uniti è invitato a Harvard come resident poet, ma le relazioni e i viaggi in mezzo mondo - Europa e Stati Uniti, certo, ma anche Messico e Africa settentrionale - diventano occasioni irripetibili di scambi intellettuali produttivi per chi, come lui, faceva dell’apertura ai nuovi orizzonti ragione di fondamento per la propria crescita culturale. Eppure Milano resterà il suo «luogo», una presenza fondamentale soprattutto nella poesia. Ci ha lavorato anche come critico d’arte, un’attività con lo conduce ad accompagnare il percorso di pittori e scultori come Del Pezzo e Fontana,Arnaldo e Giò Pomodoro,Tadini e Scanavino; conosce pregi e difetti della città, imparando così a decifrarla in profondità eppure ricavandone per lo più frammenti e

Roberto Sanesi da Il primo giorno di primavera

citazioni, collage e ritagli che costituiscono un’autentica geografia della mente e dello spirito. Una mappa viva nella sua lirica, tracciata, come ebbe a scrivere su Poesia nel 1992, «non per cancellazione o comunque rifiuto dell’essere stato lì, proprio in quel luogo, e nemmeno, meno che mai, per rimpianto, o nostalgia, per esempio di periferie dove pure sono cresciuto».

Lo immagino allora ancora andare in giro per la sua città, piazzarsi «vicino alla darsena,/ mentre l’autunno inclina verso il rosso e il bruno», o «pedinare», per adottare un verbo caro alla sua poetica, il movimento di un pensiero che segue con apprensione l’incendio di Milano, ancora utilizzando un’espressione a lui molto cara, sempre meno attenta all’arte e alla cultura, in altre parole, all’uomo. Perché così stava scivolando, ieri come oggi, la sua Milano, un tempo molto «simile a un osservatorio, a un armadio, a un retrobottega da rigattiere, piena di cassetti miracolosi da frugare, con voci che arrivano a intermittenza» come scrisse in prosa, quando è scomparsa del tutto la «vecchia città brumosa di lampioni illuministici/ dove tre quattro amici con Stendhal in tasca/ si credono/ giustificati e protetti» nell’adottare una «lingua espressivo-comunicativa che varia da soggetto/ a soggetto ma resta culturale», come scrisse in versi.

EPIGRAMMI SULLE RADICI DELL’ANSIA in libreria

APOPTOSI

di Loretto Rafanelli

Per scomparire qui nel bel cortile coloniale di Zapopan bardato per la festa del Natale di poinsezie in maschera da abete stringi più forte il respiro nelle braccia lascia anche gli occhi e solo il nome in coda all’elenco, storpiato come sempre, risponderà all’appello. Isabella Panfido

obydick è una piccola casa editrice di Faenza che pubblica da un trentennio, con serietà e rigore, libri di letteratura italiana e straniera. Nella collana di poesia «Le nuvole», che annovera nomi di sicuro valore, ora esce il poeta Klaus Merz, nato nel 1945 in Svizzera, nel Cantone tedesco, con la raccolta antologica Le radici dell’ansia (96 pagine, 11,00 euro, a cura di Riccarda Novello, prefazione di Fabio Pusterla). Merz, noto soprattutto a livello internazionale per il romanzo Jacob dorme, usa scrivere testi brevi, lapidari, quasi degli epigrammi. Egli segue un percorso di interrogazione e di conoscenza attraverso una sospesa e rarefatta scrittura, che più appare lontana più tende ad avvicinarsi al vero significato delle cose, alla «realtà muta», all’esperienza umana, pur non potendo la poesia «nominare fino in fondo la vita». Merz è un poeta dalle intense illuminazioni e dalle singolari meravigliate immagini, dalle scoppiettanti accensioni e dagli intelligenti sguardi sul nostro mondo.

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di Pier Mario Fasanotti nutile fare della morale o lanciare appelli: l’estate televisiva è quella dei ritorni. Si fruga nel magazzino e si offre ai telespettatori quel che hanno già visto. Mi piacerebbe sapere, da chi ha dimestichezza con i numeri e le statistiche, quante volte abbiamo già visto Camillo e don Peppone, immancabile perla nel mare grigio dello schermo. Il ragionamento «ma tanto chi è che vede la tv d’estate?» è traballante.Tuttavia il «chiuso per ferie» è diventata legge di mercato, quindi non rovesciabile. Questa la premessa per essere invece contento di un ritorno, quello del Commissario Navarro in prima serata su Rete 4. È tornato il protagonista, il bravissimo Roger Hanin che ci accompagna in una Parigi che, occorre dirlo, è in assoluta sintonia con storie poliziesche e umane. Da questo punto di vista la capitale francese - anche per le letture che ognuno di noi ha o può aver fatto - è teatro privilegiato. Non è New York, ma non è nemmeno Milano, è dunque quell’Europa nella quale tutto sommato molti vorrebbero abitare. Navarro guida la stessa squadra di detective, ma le storie che ci propone sono nuove, come l’annunciatrice di Rete 4 tiene a sottolineare pronunciando due parole davvero poco estive: «prima visione». Non ci sono grandi novità per quanto riguarda il dipanarsi della trama, salvo che la serie ha robusti agganci con i temi più scottanti dell’oggi. Per esempio, nell’episodio intitolato Autobus notturno i responsabili di uno stupro e di un’aggressione mortale sono da ricercare tra i reclutati (tutti palestratissimi e ottusi) di un’agenzia privata di vigilantes. Fossimo in Italia, parleremmo di ronde: e per fortuna il nostro sistema giuridico le ha fermate, dopo le infiammate leghiste e lo sbandieramento ad arte dell’emergenza sicurezza. Navarro assomiglia un poco a Maigret. Per la stazza fisica, per la bonarietà, per il senso della legge e dello Stato. Anni fa lo avevamo lasciato alle prese

I

danza

Televisione Il fascino di Parigi si addice a Navarro MobyDICK

spettacoli DVD

L’ULTIMO VIAGGIO DELL’OLANDESE VOLANTE n vecchio riparte per la Cina con una cinepresa, a novant’anni, con un progetto folle: catturare il vento». La didascalia che apre l’ultimo film che il grande Joris Ivens realizzò insieme all’amata Loridan, dice tutto di una carriera straordinaria. A metà tra il documentario e la metafisica, Io e il vento è il canto del cigno di un uomo giunto alla fine dei suoi giorni. Dopo giorni trascorsi a filmare guerre e rivoluzioni, il vecchio olandese volante siede paziente ad attendere il vento ai confini di un mondo quasi sconosciuto. Se in paradiso ci fosse una sala d’attesa, vorremmo che fosse ispirata a questo film.

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PERSONAGGI

L’X-FACTOR SECONDO LUCIANO Nel clima da “chiuso per ferie” spicca la nuova serie del commissario interpretato da Roger Hanin con la figlia che frequentava le scuole medie. Lui, vedovo, si occupava teneramente di lei, l’aiutava a fare i compiti, si preoccupava della propria assenza per il lavoro senza orari fissi. Era lei la sua vera emergenza. Oggi la ragazza studia Legge all’università e questo dà modo alla coppia di dialogare sulle norme e sulla polizia. Un po’ leziosamente, questo è vero. Tanti altri piccoli difetti ci sono (anche ambientali: nel

giro di un’ora si passa dalla neve al sole primaverile), resta tuttavia in piedi quello che è il baricentro della detective-story, ossia la figura a tutto tondo del protagonista. Il telespettatore familiarizza, si affeziona a una persona onesta, e a tutti coloro che le girano attorno, ossia gli ispettori. La composizione della «squadra» riflette l’amalgama sociale della Francia: non importa il colore della pelle o il cognome slavo o italiano, quel che ha peso sono la funzione, il grado, la professionalità. In questo senso Parigi, che non abbandona mai le sue gradevolissime radici storico-comportamentali, diventa internazionale. Noi italiani fatichiamo tanto su questa strada.

ll’Olimpico di Roma parte il 9 luglio il nuovo tour di Ligabue, ma la vera notizia legata alla rockstar emiliana è che le tradizionali tappe in giro per l’Italia saranno caratterizzate dalla grande novità di un talent show abbinato. Oltre a essere aperta dagli emergenti Rio (Fabio Mora e Marco Ligabue), ogni data vedrà anche l’esibizione di alcuni artisti emergenti scelti grazie a un apposito contest. L’iniziativa, promossa da LigaChannel, sfrutterà la tecnologia offerta dal web per quanto riguarda la fase eliminatoria. I partecipanti saranno infatti giudicati dal pubblico di internet che valuterà i brani su YouTube.

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di Francesco Lo Dico

Il Sahara dei Tuareg tra fusion e tradizione

ei prossimi giorni, chi si recherà al Parco delle Cascine di Firenze vi troverà un angolo di deserto; a disegnarlo non saranno dune e sabbia, ma suoni e danze, che mostreranno al pubblico italiano un aspetto ancora poco noto della più famosa area desertica del pianeta, il Sahara. Dall’8 al 10 luglio, musicisti e danzatori del Mali, del Niger e della Costa d’Avorio si incontreranno all’interno dell’Anfiteatro delle Cascine con alcuni artisti europei e statunitensi per il Festival au Desèrt - Presenze d’Africa, una tregiorni di musica, danza e dibattiti sulla condizione dei Tuareg, popolazione nomade dell’area sudsahariana. Gli incontri di Firenze sono una costola del più ampio Festival au Desért che si svolge a Essakane, a due ore da Timbuktu, i primi di gennaio. Nato nel 2001, il festival africano è, allo stesso tempo, una rilettura dei Takoubelt e Temakannit,

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di Diana Del Monte periodici incontri della tradizione nomade, e una celebrazione de La Flamme de la Paix, una gigantesca cerimonia nata nel 1996 per ricordare la fine della crisi ivoriana. Inizialmente nomade anch’esso, il Festival negli ultimi anni ha trovato la sua collocazione a Essakane e, da questo luogo, promuove tanto lo sviluppo locale quanto l’incontro con gli altri popoli, ricercando una fusione tra tradizione e modernità. L’edizione fiorentina si aprirà

giovedì 8 luglio alle 18,00 con una Sabar, una danza senegalese che prende il nome dall’omonimo strumento a percussione, generalmente danzata durante le cerimonie e i festeggiamenti, per poi proseguire con una Wekele, danza del popolo Senufo, e chiudersi, domenica notte, con una serie di concerti. Già da diversi anni, il nomadismo dei Tuareg ha raggiunto una dimensione internazionale, scoprendo il potere e la forza della notorietà attraverso il mondo della world music. Il mito del guerriero con fucile e chitarra evocato dai Tinariwen, un gruppo di combattenti passati alla carriera musicale grazie a un impresario francese, ha affascinato la vecchia Europa, sempre alla ricerca di rinnovati esotismi, e convinto le giovani generazioni berbere a percorrere la via musicale per affermare le loro idee. Negli ultimi dieci anni i festi-

val dell’area sahariana si sono, dunque, moltiplicati, accompagnati dalle danze tradizionali africane che ne stanno seguendo il medesimo destino. Da una parte, dunque, un mercato ancora affamato di «espressioni identitarie» che dà voce a una manciata di giovani artisti desiderosi sia di affrancarsi dalle ben note condizioni a cui sono destinati in patria, sia di denunciare la situazione della loro gente, relegata a un preoccupante isolamento. Dall’altra una mediatizzazione che, com’è già avvenuto per i Tamil, rischia di condurre a una lettura superficiale o a un fraintendimento del fenomeno. Nel frattempo, non possiamo che assistere a questo mutamento culturale che ha già segnato le tradizioni berbere; i giovani Tuareg, infatti, hanno scoperto la paternità artistica individuale, trasformando musica e danza da espressioni culturali collettive a momenti di affermazione personale. Adattamento e fusione, dunque, si mescolano energicamente alla tradizione in questo fenomeno artistico che, durante gli appuntamenti fiorentini, saprà sicuramente affascinare gli amanti del genere.


Cinema

MobyDICK

isbeth Salander non disse nulla per dieci minuti. Di colpo i suoi occhi erano diventati neri.“Ancora un uomo che odia le donne”mormorò alla fine». La citazione è tratta dal terzo e ultimo capitolo della saga di Stieg Larsson, La regina dei castelli di carta. Dopo Uomini che odiano le donne e La ragazza che giocava con il fuoco, ritorna l’eroina dark dello scrittore svedese, tatuaggi total body e cresta in testa, che assieme al giornalista Mikael Blomkvist è una dei due incontrastati protagonisti della trilogia Millenium, dal nome della rivista attorno alle cui inchieste si muove l’intero castello narrativo dell’epopea scandinava. Tempo d’estate, tempo di andare al cinema per recuperare quello che è sfuggito per distrazione o mancanza di tempo. Caricare il dvd dei primi due capitoli nel lettore, aggiornarsi sulla storia dei personaggi e infilarsi in sala. Troveremo Lisbeth e Zalachenko, il padre della nostra eroina, nonché cattivo per eccellenza della storia, fianco a fianco nei loro letti d’ospedale, dopo il durissimo scontro che li ha contrapposti alla fine della Ragazza che giocava con il fuoco. Lo sceneggiatore aveva l’esigenza di snellire le oltre 800 pagine di cui consta il romanzo. Due i filoni narrativi prescelti: la lotta di Lisbeth contro il padre, che ha tentato di ucciderla più volte («sembra di essere in una tragedia greca», commenta en passant un personaggio secondario), e il processo che la protagonista deve affrontare per aver tentato a sua volta di ucciderlo. Il regista, Daniel Alfredson, predilige nettamente questo secondo spunto. E allora via i misteri da risolvere, gli enigmi da svelare. Il regista elimina quell’aura di macabro mistero e di azione che aveva caratterizzato i primi due capitoli, per costruire un legal thriller ben dosato, che non priva lo spettatore di quella sana dose di suspance che occorre per arrivare fino in fondo senza sbadigliare. La violenza subita dalle donne, si sa, è la sottotraccia con la quale Larsson ha innervato tutta la sua epopea. Nella civilissima Svezia, si calcola che almeno una donna su due è stata oggetto di percosse in famiglia. E se i primi due capitoli puntavano alla descrizione psicologico-emotiva del drammatico fenomeno, La regina dei castelli di carta si sofferma sulla diffidenza con la quale la gente comune accoglie il coraggioso coming out di una donna che, come Lisbeth, è stata più volte violata nell’intimo. Tutto il processo, vero nocciolo narrativo del film, ruota, in fin dei conti, intorno alla difficoltà con la quale la società fa i conti con fatti così gravi, e al pervicace tentativo di rimozione che si effettua fin quando non si viene inchiodati dalla tragica evidenza dei fatti. Un finale scontato e la non eccelsa qualità del prodotto cinematografico, la cui confezione lascia un po’ a desiderare, probabilmente non conferirà al film svedese quell’entusiastico 4 su 5 tributato dai lettori italiani al libro di Larsson sull’Internet Books Store.

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Un Principe di Persia contro i neocons di Pietro Salvatori

Compiace la Hollywood antibushiana il pur divertente film tratto dal videogioco-mito di due generazioni. È un buon legal-thriller con giusta dose di suspance l’ultimo capitolo della saga di Stieg Larsson. Armarsi invece di pomodori se si è proprio tentati dalla visione di “Sex and the City 2”

Se per “La regina dei castelli di carta” l’entusiasmo non è assicurato, per Sarah Jessica Parker e amiche sono pronti i pomodori. Eccole infatti di ritorno le eroine di Sex and the City, protagoniste di un nuovo lungometraggio, il secondo. Dunque una bufala la voce che voleva il primo film quale degna e definitiva conclusione della serie tv che gli sceneggiatori avevano malignamente lasciato in sospeso. O forse no, considerata la totale inutile vacuità di questa seconda pellicola, già ampiamente massacrata dalla critica, e che piace solo ai (alle) fans incalliti, visto il voto del sito Imdb, riferimento dei cinefili di tutto il mondo, che la inchioda su un misero 3,8 su 10. Un’operazione commerciale vuota e inutile.Tra borsette e paillettes, la speranza è che i produttori non decidano di replicare una terza volta. Terza uscita già avvenuta invece per Prince of Persia. Dopo il videogioco che spopolò trent’anni fa e la sua riedizione in

3d, il mito di due generazioni arriva sul grande schermo, con il volto di Jake Gyllenhall. Un plot che richiama vagamente quello del Gladiatore. Dastan è figlio adottivo del Re, ucciso dal suo primogenito per sete di potere. La colpa, manco a dirlo, ricadrà sul trovatello, costretto alla fuga. Una splendida e altera principessa, un pugnale magico completano lo scoppiettante quadro. Cammelli, sabbia e inseguimenti fanno da sfondo. Altro passo, altro ritmo rispetto alle ansie giudiziarie di Larsson e alle imbolsite vamp di Sex and the City. D’altronde il film è targato Walt Disney, una griffe che sa come divertire il proprio pubblico, e Mike Newell, regista che non aveva sfigurato alla guida di Harry Potter e il calice di fuoco. Per sostenere l’altissimo ritmo degli inseguimenti tra mercati e dune del deserto, i produttori hanno ingaggiato anche Ben Kingsley (a dire il vero un po’sotto tono rispetto al suo solito, probabilmente prigioniero di un ruolo che non gli si addice del tutto), e Alfred Molina, che da solo conferisce una sana dose di ironia all’intera storia. Due spalle d’eccezione per un Gyllenhall innamorato della macchina da presa, alla quale regala moine e sorrisetti beffardi in gran quantità invece che preoccuparsi di recitare. Non manca la chiave di lettura politica. La cor-

te dei persiani invade infatti una città avvalendosi di prove false: armi ovviamente, non di distruzione di massa, ma pur sempre armi. Il saggio e anziano re rimprovera i suoi generali: «Ci voleva più di qualche indizio per occupare. Questo non piacerà ai nostri alleati». Manco a dirlo, il re verrà tolto di mezzo di lì a poco per dare libero spazio all’invasione dei «cammellieri illetterati» che profanano luoghi che profumano di storia. Più espliciti di così, si potevano solamente inserire nel testo le parole Bush, Iraq, Colin Powell e Nato. Al netto del suo tributo alla Hollywood che rifugge le dottrine neocons come se fossero predoni del deserto, il film diverte, senza pretese, come è ovvio che sia. Le analogie con l’ultimo capitolo della saga di Indiana Jones sono moltissime e rendono l’idea di cosa ci si debba aspettare al cinema. Con due nota bene: 1) Gyllenhall non è LaBeuf, il giovane e talentuoso protagonista dell’ultimo capitolo di Indy; 2) occhio al finale, perché l’essenziale è invisibile agli occhi.


i misteri dell’universo

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on è vero, come tutti hanno scritto, che è la prima volta che fantascienza, Ufo, extraterresti e simili siano approdati fra i banchi dei sempre più temuti esami di maturità. Nessuno se lo ricorda, ma un caso simile si verificò nientemeno che venti anni fa, quando nel luglio 1991 per gli alunni dei licei scientifici e degli istituti tecnici venne proposta la seguente traccia: «La fantascienza nella letteratura, nel cinema e nella televisione. L’interesse per l’immaginario fantascientifico è solo ricerca o svago? O vuol dire invece che l’uomo non può appagarsi solo di una realtà sperimentale e verificabile?». I commenti, specie quello di Giulio Giorello, filosofo della scienza, furono positivi. Ma una rondine non fa primavera e nel corso di quattro decenni, che io mi ricordi, il coraggioso exploit rimase tale e i burocrati del Ministero della Pubblica Istruzione preferirono mantenersi nell’ovvio e lo scontato, ancorché racconti di fantascienza siano sempre più presenti nelle antologie scolastiche, ne esistano parecchie specificatamente dedicate alle storie di science fiction con schede, formulari ecc. e quindi l’argomento per i ragazzi delle superiori non risulti essere certo una novità. Anzi, a ridosso nel 1991 ne erano uscite parecchie e di questo tema (fantasia/fantascienza/ immaginario) se ne discuteva parecchio sulle riviste dedicate alla didattica e alla letteratura giovanile: il che forse influenzò gli esperi di Viale Trastevere (dove ha sede, a Roma, il Ministero della Pubblica Istruzione, ndr).

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Purtroppo però, come detto, una rondine non fece primavera, le speranze andarono deluse e non si insistette su quella via innovativa riproponendo l’argomento, sotto varie angolazioni è chiaro, in qualcuno degli anni successivi. È invece dovuta passare quasi una generazione e solo adesso, giugno 2010, è ricomparsa una traccia non certo uguale, ma simile, e sempre per l’ambito tecnicoscientifico, vale a dire: «Siamo soli? Il candidato deve sviluppare il tema sulla possibile esistenza di vita oltre il pianeta Terra. L’argomento interessa sia la scienza che la filosofia e può essere supportato con considerazioni e citazioni di Steven J. Dick, Vita nel cosmo. Esistono gli extraterrestri?; Pippo Battaglia-Walter Ferreri, C’è vita nell’Universo? La scienza e la ricerca di altre civiltà; Immanuel Kant, Critica della ragione pura; Stephen Hawking, L’universo in un guscio di noce; Paul C.W. Davies, Siamo soli? Implicazioni filosofiche della scoperta della vita extraterrestre». L’argomento

MobyDICK

ai confini della realtà

Oggetti volanti

sui banchi di scuola di Gianfranco de Turris si può pensare che sia esclusivamente scientifico-filosofico, ma visto che nei brani allegati degli autori cui la traccia fa riferimento, Hawking cita addirittura Star Trek (scritto però Star Treck: se non c’è almeno un errore nelle tracce al Ministero non sono contenti…), pare ovvio che le divagazioni possono essere diverse. Strano piuttosto che non ci fosse un estratto di Giordano Bruno sulla pluralità dei mondi… C’era però addirittura un brano di Kant che diceva. «Sarei pronto a scommettere i miei averi che almeno in uno dei pianeti che vediamo vi sono abitanti». In teoria un ragazzo di oggi, letteralmente bombardato da questo tema sotto forma essenzialmente di film, non avrebbe avuto grandi difficoltà a scrivervi su: e a quanto pare questa traccia

all’interno di queste di altri sistemi solari e anche, di recente, di pianeti simil-terrestri, non si sono sottratti alla speculazioni in merito, peraltro anticipate come spesso avviene dalla fantascienza del secondo dopoguerra con il famoso A Case of Conscience di James Blish (racconto 1953, romanzo 1959). Ad esempio: eventuali extraterrestri sono nati o non sono nati con il peccato originale? Hanno avuto una rivelazione? Hanno conosciuto un messia? E se così non fosse sarebbero da evangelizzare, o da lasciare nella loro «innocenza»? E se adorassero invece altre divinità? Tutti questi problemi avrebbero potuto benissimo entrare nella speculazione proposta dalla traccia ministeriale. La semplificazione giornalistica l’ha subito presentata come il «tema sugli Ufo». Pur se tra gli au-

A vent’anni di distanza, la science fiction torna a essere argomento di un tema di maturità ai licei scientifici e agli istituti tecnici. Da Luciano di Samosata a “Star Trek”, ecco come si sarebbe potuta svolgere la prova d’italiano è stata la terza fra quelle prescelte (19 per cento). Però ovviamente non ci si poteva limitare a un discorsetto fantascientifico, ma prendere lo spunto sia dagli estratti scientifici sia da quelli filosofici per ampliare il panorama. La possibile esistenza di altri essere viventi nel cosmo risale già ai filosofi greci e i teologi dopo l’accettazione del sistema eliocentrico e la scoperta di altre costellazioni e

tori di riferimento non ci sono ufologi ma fisici, astronomi e divulgatori scientifici, la semplificazione non è del tutto errata. Infatti, se esistono civiltà extraterrestri ci si deve porre il problema se sono o non sono più avanti scientificamente e tecnologicamente di noi, e se lo sono se potrebbero o non potrebbero venire a esplorare la Terra, e se sì perché, e se no perché. Come si vede, gli «oggetti

volanti non identificati» in un certo qual modo rientrano in questo argomento. E il tema - o come oggi caspita si chiama avrebbe potuto svolgersi su diversi livelli o piani, avendo le conoscenze e la duttilità necessarie.

In sostanza, la traccia implicava apparentemente solo due livelli: il primo è sicuramente quello strettamente scientifico: a che punto siamo con la ricerca della vita sugli altri pianeti? Ed essa è possibile, sia sotto la forma che conosciamo sia sotto altre possibili forme?; il secondo è filosofico: la speculazione filosofica ritiene possibile l’esistenza di altri esseri viventi nell’universo? Ma ce ne potevano essere almeno altri tre cui si è accennato: quello religioso, sulle ipotesi teologiche in merito; quello ufologico, sulla questione della esistenza dei «dischi volanti» e simili; e quello fantascientifico: come la narrativa avveniristica ha immaginato la questione. E qui si poteva partire addirittura dal romanzo greco con Luciano di Samosata che nella sua Storia vera descrive gli abitanti della Luna, per arrivare - appunto - alle molteplici razze galattiche descritte in Star Trek, specie nelle sue ultimissime serie, Deep Space Nie,Voyager e Enterprise. Insomma, da scriverci un’enciclopedia. Lo avessero proposto a me un tema del genere agli esami di maturità! Ma ormai (quasi) cinquant’anni fa a Viale Trastevere non la pensavano come oggi…


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica) Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria) Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni) Collaboratori Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando,Giuseppe Baiocchi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale Anselma Dell’Olio, Alex Di Gregorio Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Roberto Genovesi, Aldo G. Ricci, Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli, Franco Ricordi, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Katrin Schirner, Emilio Spedicato, Davide Urso, Marco Vallora, Sergio Valzania Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma Amministratore Unico Ferdinando Adornato Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Emilio Bruno Lagrotta Amministratore delegato: Raffaele Izzo Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato,Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Antonio Manzo Angelo Maria Sanza

Trasgressori impuniti, poliziotti condannati

LE VERITÀ NASCOSTE

Manifestanti bellicosi e provvisti di armi improprie mirarono a impedire lo svolgimento del G8 di Genova nel 2001. I black bloc e molti altri ingaggiarono una violenta guerriglia con le forze dell’ordine e distrussero molti beni. Per lungo tempo i poliziotti furono aggrediti, insultati e - alcuni - feriti. Un poliziotto, attaccato e ferito da una enorme trave, da un estintore e da altre armi improprie, sparò per legittima difesa e uccise un giovane dimostrante. All’insorgenza di tali e tante violenze, i manifestanti pacifici o supposti tali non abbandonarono la manifestazione, rendendosi quasi complici indiretti. Per i gravi danni e distruzioni, non vi sono state adeguate condanne, né congrui risarcimenti. Al contrario, la Corte d’appello di Genova, ribaltando l’assoluzione in primo grado, ha condannato i poliziotti per l’irruzione alla Diaz e le violenze a manifestanti, nonché i dirigenti della Polizia, perché «non potevano non sapere». Questi fatti possono angosciare i cittadini che si sentono soli e indifesi contro l’illegalità e il crimine. Le condanne di errori di poliziotti rischiano di demotivare e disarmare moralmente la polizia. A danno dell’ordine e della tutela del cittadino onesto e pacifico.

Gianfranco Nìbale

ASILI NIDO: SI TENGA CONTO DELLE INDICAZIONI DELLA STRATEGIA LISBONA La crisi finanziaria internazionale, e la conseguente contrazione del mercato del lavoro, rischiano di colpire particolarmente le donne che in Italia già devono superare difficoltà nella ricerca e nel mantenimento del lavoro. Il nostro Paese è in evidente ritardo rispetto agli obiettivi stabiliti dalla Strategia di Lisbona per l’occupazione femminile, legata a servizi di supporto alla maternità come gli asili nido. Più volte l’Ue ha chiesto agli Stati membri di raggiungere l’obiettivo di Lisbona di 33 posti di asilo nido ogni 100 bambini dai 0-3 anni entro la fine del 2010. In Italia la copertura media del servizio è di circa il 12,7%, percentuale che si abbassa addirittura all’1% in alcune regioni del Mezzogiorno. Esistono inoltre servizi alternativi come le “tages-mutter” attivi da tempo in gran parte d’Europa, specialmente nei Paesi dell’Europa centrale, nell’area scandinava, e -unico caso in Italia - in Alto Adige, da sempre all’avanguardia nei servizi sociali. Il governo deve utilizzare una parte delle entrate previste dall’innalzamento dell’età pensionabile delle donne a favore delle madri, in linea con quanto previsto dal Trattato di Lisbona, e promuovere, con ogni strumento utile, iniziative come quelle sopra esposte che riguardano forme alternative agli asili

nido pubblici, come le tages-mutter, o con aiuti alle famiglie tramite voucher, anche attraverso campagne di informazione sociale e attraverso l’interessamento della Conferenza Stato Regioni.

Donatella Poretti

STALKING: IL 10% DEI CASI TRATTATI È SFOCIATO IN VIOLENZA FISICA L’associazione Codici, per tutelare le vittime dello stalking, ha attivato una rete di sportelli sul territorio nazionale e un numero di primo intervento - 3400584725 - attivo 24 ore. Gli sportelli sono in Lombardia, Emilia Romagna, Lazio, e Puglia. In un anno di attività sono state ricevute una media di 28 telefonate al mese per un totale di 336 contatti. Il 28 per cento delle telefonate proviene da uomini che ricevono minacce da ignoti o da ex amanti, mentre il 72 per cento arriva dall’universo femminile. Le vittime descrivono dettagliatamente i loro stalker, permettendo agli operatori dell’associazione di tracciare un identikit: il 50% dei vessatori sono i respinti, quindi gli ex mariti, compagni o fidanzati. I restanti si dividono tra coloro che sono corteggiatori bisognosi di affetto, i molestatori di intimità, i molestatori rancorosi, cioè quelli che diventano violenti, e i predatori, quelli che per una conquista farebbero davvero di tutto. Ad oggi lo sportello

L’IMMAGINE

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l’ondata fondamentalista, alcuni governanti musulmani non abbiano fantasia. La polizia religiosa kuwaitiana ha schierato infatti un esercito di “Amazzoni”contro travestiti e transessuali nella monarchia del Golfo. La speciale forza di polizia, riferisce il quotidiano arabo Alam al-Yawm, sarà composta esclusivamente da donne e combatterà i comportamenti sessuali considerati “immorali”. «Le donne poliziotto pattuglieranno i centri commerciali e i club di tutto il Paese per dare la caccia ai travestiti», si legge sul quotidiano. La nuova forza della polizia religiosa dovrà anche vigilare «sui giovani sorpresi a flirtare in pubblico, sui mendicanti e sulle persone che fanno troppo chiasso». Secondo il ministero dell’Interno del Kuwait, lo scopo di questa iniziativa è aiutare il radicamento delle tradizioni locali e mettere al riparo la popolazione da pratiche immorali. La promiscuità tra sessi non è permessa in Kuwait come negli altri Paesi del Golfo. I giovani, tuttavia, aggirano il divieto sfruttando le nuove tecnologie offerte dalla rete e incontrando i coetanei dell’altro sesso nei centri commerciali. Ora però, con questo nuovo esercito speciale, la rete si stringerà di più.

Antistalking segue una ventina di casi e dei casi trattati il 10 per cento è sfociato in vera e propria violenza fisica. Le vittime che si sono rivolte allo sportello provengono in particolare dal territorio lombardo ed emiliano, ma non solo, numerose, infatti, sono le telefonate pervenute dal resto d’Italia. Nella regione Lazio e in particolare nella Capitale, per esempio, il fenomeno riflette la situazione nazionale. In questo momento lo sportello di Roma ha due casi, di cui uno in fase di indagini preliminari e un altro in fase di rinvio a giudizio. Un dato interessante è che le vittime sono tali da una media di circa tre anni e vivono in questi lunghi periodi momenti di acuta sofferenza. Difatti, il decreto legge, 612-bis ha rappresentato un valido aiuto per molte persone, che spinte dalla giustizia hanno finalmente denunciato la loro condizione. Dato il fenomeno sempre più crescente dello stalking c’è l’esigenza di continuare l’attività avviata e convengo con quanto dichiarato dal capo di gabinetto del ministero delle Pari Opportunità, ovvero sul fatto che con la legge sul reato di stalking si affronti più l’aspetto sanzionatorio piuttosto che quello risarcitorio.

FUCILI CARICATI A SALE CONTRO LE BAGGIANATE DI BOSSI

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KUWAIT CITY. Non si può dire che, nel-

Monia Napolitano

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e di cronach

Kuwait: contro i trans le amazzoni

Ecco il vero Wall-e “Sfornato” dai cervelloni dell’Università di Waseda (Giappone), Twendy-One ha fatto strage di cuori: con le sue manine dotate di oltre 200 sensori, riesce ad afferrare toast e cannucce. All’occorrenza sfodera la sua forza e, come la più esperta delle badanti, aiuta malati e disabili nei loro spostamenti. L’androide entrerà in commercio nel 2015

A chi, titolare del ministero delle Riforme, parla di 10 milioni di padani pronti a combattere con i fucili, rispondiamo che nel Regno delle Due Sicilie ci sono 10 milioni più 1 di cittadini pronti a combattere ad oltranza per difendere l’Unità d’Italia, con fucili caricati a sale. Colui che parla con un determinato linguaggio è proprio colui che usualmente lo mette in atto: noi italiani le partite del mondiale non le compriamo, ma le giochiamo.

Domenico


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il documento L’esperienza irachena e la svolta del 2006 si possono applicare anche in Afghanistan

Il teorema Petraeus per la vittoria

Il nuovo comandante del contingente Nato-Isaf racconta la “contro-insorgenza” e spiega l’importanza di scuotere l’esercito per ottenere la vittora definitiva a Baghdad e Kabul di David H. Petraeus segue dalla prima Vorrei porre l’accento sul “noi”. Ciò che mi accingo a descrivere non era un compito che intrapresi da solo. Non si cambia un’organizzazione così grande come l’esercito statunitense da soli. Tutto il contrario. Potrò essere stato il protagonista di buona parte del lavoro fatto, ma ciò ha rappresentato lo

sforzo di un insieme di gruppi caratterizzati da individui che desideravano ardentemente trasformare il nostro esercito. Mi è semplicemente capitato di essere a capo di uno di quei gruppi dopo che lasciai l’Iraq nell’autunno del 2005, ed in seguito ad un secondo viaggio in quel Paese nel settembre 2005 sono diventato il Comandante del Combined Arms Center a Fort Leavenworth, nel Kansas. Quando giunsi a Fort Leavenworth, avevo alle spalle oltre tre decenni di servizio nell’esercito. Nel corso di quel periodo, avevo trascorso migliaia di ore ad immaginare il cambiamento. Come allora ebbi modo di osservare, vi sono quattro fasi per la definizione cambiamento istituzionale. Primo, bisogna scegliere correttamente le grandi idee – bisogna cioè determinare con esattezza i concetti più importanti e le fondamenta intellettuali. Secondo, bisogna comunicare le grandi idee in modo efficace ad un’organizzazione di grande ampiezza e profondità. Terzo, bisogna sovrintendere all’applicazione delle grandi idee – in tal caso, in primis nei nostri centri di addestramento al combattimento e quindi in operazioni reali. Ed infine, bisogna cogliere le lezioni derivanti dall’implementazione delle grandi idee,

Nel nome di Irving Il discorso che riportiamo sopra è stato pronunciato dal generale David H. Petraeus nel maggio del 2010, in occasione della consegna del premio dedicato alla memoria di Irving Kristol dall’American Enterprise Institute for public policy research. Il think tank conservatore, considerato molto vicino al partito Repubblicano, è nato nei primi anni Quaranta. Fra i suoi pensatori di punta ci sono Irving Kristol, Jeane Kirkpatrick, Michael Novak e Ben Wattenberg. Il primo, però, è considerato il “padre nobile” di tutti gli altri; creatore, tra l’altro, del termine “neoconservatori”, fino alla morte Kristol è stato considerato l’icona dei repubblicani e uno degli intellettuali di punta del movimento liberista.

così che si possano perfezionare i concetti più importanti e ripetere il processo in generale. SCEGLIERE CORRETTAMENTE LE GRANDI IDEE Il cambiamento inizia, ancora una volta, mediante la corretta scelta delle grandi idee. Lo sviluppo di adeguati costrutti è essenziale per garantire adeguate fondamenta intellettuali per tutto ciò che seguirà. Ed il farlo richiede normalmente la capacità di riflettere in modo creativo e critico su sfide complesse, che mettono costantemente alla prova le nostre convinzioni e spesso abbracciano nuovi concetti. Nella mia esperienza, le grandi idee non sono cadute da un albero e non mi hanno colpito in testa come la mela di Newton. Piuttosto, esse iniziano come semi di piccole idee che mettono radici e crescono. La crescita avviene primariamente attraverso la discussione. Nei primi mesi del 2006, iniziammo a mettere insieme le grandi idee sulle operazioni di controinsurrezione. Ciò comporto la stesura del famoso Manuale di Campo per la Controinsurrezione, ma esso implicava anche lo sviluppo di concetti onnicomprensivi per operazioni ad ampio raggio e per ciò che chiamiamo leadership da “pentatleta”, così come linee guida per le operazioni di intelligence umana ed una serie di altre materie. Ma il manuale di controinsurrezione – o COIN – era il nostro obiettivo principale, ed operando con i nostri colleghi dei Marines, lo pubblicammo in meno di un anno, un arco di tempo senza precedenti per la pubblicazione di un manuale di tale tenore – e proprio in tempo per informare il surge di idee che ci avrebbero guidato in Iraq nel 2007. Consapevole dell’impagabile esperienza che avevo avuto all’università, che mi consentì di addentrarmi veramente al di fuori dei miei capisaldi intellettuali, cercammo di ampliare il gruppo di partecipanti alla stesura di un manuale dottrinario. Nel fare ciò, ingaggiammo non solo membri del esercito e di altre forze militari, ma altresì diplomatici, persone provenienti da enti di assistenza, rappresentanti di ONG e di gruppi per la tutela dei di-


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ritti umani, membri di think tanks, giornalisti ed anche coloro che avevano avuto esperienza diretta dell’Iraq e dell’Afghanistan. Questi individui hanno formavano una sorta di coalizione guida per lo sviluppo del manuale ed il nostro generale processo di cambiamento. Gli esperti coniarono addirittura un’espressione per coloro che contribuirono al manuale ed abbracciarono i concetti in esso presenti. Ci definirono “COINdinisti”. La collaborazione e le discussioni alimentate dai COINdinisti crearono un ampio dibattito – e periodicamente qualche salutare dissenso. Ma il risultante Manuale di Controinsurrezione si dimostrò tempestivo e fondamentale. In seguito alla sua pubblicazione nel dicembre 2006, ricevette un’accoglienza così positiva – un milione e mezzo di download nel primo mese – che venne pubblicato non solo attraverso i classici canali militari, ma anche dalla University of Chicago Press. Divenne persino il primo manuale di campo ad ottenere una recensione nel New York Times Book Review. Mi piacerebbe che venisse pubblicato anche a livello commerciale. L’ampia circolazione ci è stata di grande aiuto, in quanto il manuale COIN ha colmato un critico vuoto dottrinale. Ha accolto le grandi idee che erano state utilizzate in precedenti controinsurrezioni e che erano ancora significative, molte delle quali erano già state impiegate con successo, anche se non in modo diverso, in Iraq.Tali concetti hanno messo in luce, ad esempio, l’importanza di: concentrarsi sulla sicurezza della popolazione; vivere tra la gente; mantenere ed edificare zone che sono state rese sicure; conseguire l’unità d’intenti tra civili e militari; vivere i nostri valori; dire sempre la verità; stimolare l’iniziativa e imparare ed adattarsi. Molte di quelle idee derivavano dal riconoscimento critico che, nelle operazioni di controinsurrezione, il terreno umano fosse quello decisivo. Anche mentre stavamo definendo il manuale, quella constatazione e le emergenti grandi idee guidavano l’esame accurato di tutti i nostri corsi per capi dell’esercito, per l’addestramento delle nostre unità e, da ultimo, per l’impiego delle nostre forze nel corso del surge. COMUNICARE LE GRANDI IDEE Se appare difficile scegliere le giuste idee, il loro semplice sviluppo non è sufficiente. Le grandi idee devono anche essere comunicate efficacemente a tutti i livelli dell’organizzazione. E questo è il secondo

passo di quel processo in quattro fasi che ho precedentemente descritto. Al fine di risultare efficace, la comunicazione dovrebbe scorrere in molteplici direzioni. Nell’esercito, ciò implica comunicare verso il basso ai capi militare ed alle unità, verso l’alto attraverso la catena di comando, e verso l’esterno nei confronti dei partner della coalizione, degli elementi interagenzia e della stampa. La più importante di tali direttrici è quella verso il basso – il comunicare cioè le grandi idee attraverso l’ampiezza e vastità dell’organizzazione, ed assicurarsi quindi che le informazioni siano state comprese, rese operative e, idealmente, fatte proprie dai capi a tutti i livelli. Utilizzammo altresì una serie di altri stratagemmi per divulgare le nostre idee. Sostenemmo la creazione di comunità virtuali per rendere possibili discussioni online su problemi specifici dei vari settori. Insediammo un Centro per la Controinsurrezione a Fort Leavenworth. Alcuni di noi viaggiarono per tutto il paese allo scopo di discutere delle grandi idee in basi militari, think tanks, università, e persino al Daily Show with Jon Stewart (sebbene abbia delegato quest’ultima incombenza al COINdinista LTC John Nagl). Operammo a stretto contatto con la Counterinsurgency Academy che il Generale Casey aveva creato in Iraq per aiutare a corroborare le grandi idee nei capi militai mentre questi iniziavano il dispiegamento delle proprie truppe. E molti di noi redassero articoli per riviste ed incoraggiarono altri a fare lo stesso.

ad operare sul campo, assicurare che queste continuassero ad essere formate per essere poi in grado di mettere in pratica le idee codificate nel manuale COIN prima che tali unità si trasferissero in Iraq (o in Afghanistan). La nostra ridefinizione comprese la creazione nel di un seminario sulla controinsurrezione della durata di una settimana per incamminare adeguatamente le truppe sulla strada del dispiegamento. E decidemmo di profondere particolare impegno su un punto decisivo, la preparazione pre-dispiegamento. Essenzialmente, i comandanti in quegli importanti centri hanno trasformato le cosiddette “esercitazioni di prova per le missioni” da una serie di scontri tradizionali, offensivi e difensivi, in quel tipo di continue, complesse unità per missioni di controinsurrezione che stavamo per condurre sul campo. Hanno reso tali esercitazioni il più possibile realistiche, creando repliche dei villaggi iracheni; portando lì centinaia

La sicurezza del popolo e vivere tra la gente sono principi fondamentali

SOVRINTENDERE ALL’APPLICAZIONE DELLE GRANDI IDEE Dunque, avendo individuato correttamente le grandi idee ed avendole comunicate ai vari rami dell’organizzazione, la successiva responsabilità dei capi militari in tale processo di cambiamento consisteva nel presiedere alla loro applicazione. Ciò implicava trascorrere del tempo con coloro che si adoperavano nel tradurre tali grandi idee in realtà sul campo. E, negli Usa del 2006, significava in particolare ridefinire il processo di addestramento delle unità prima del loro dispiegamento. Nostra intenzione era fornire un addestramento più realistico per le truppe che si preparavano

di iracheno-statunitensi madrelingua per svolgere il ruolo di autoctoni; incorporando controparti civili; ed utilizzando soldati per ricoprire il ruolo di coloro che collocano ordigni esplosivi improvvisati, di quanti utilizzano autobombe, delle forze nazionali ospiti e degli attentatori suicidi. In breve, sviluppammo scenari molto realistici in cui le unità potevano mettere alla prova la propria padronanza dei concetti di controinsurrezione che avevamo sviluppato e comunicato. Naturalmente, dopo aver delineato e comunicato le grandi idee ed aver modificato le pratiche d’addestramento, le nostre truppe in Iraq si trovarono di fronte un compito ancor più gravoso: eseguire la grandi idee in operazioni di combattimento.Tale compito ebbe concretamente inizio nei primi mesi del 2007 con l’inizio del surge, sebbene, a dire

il vero, alcuni di quei concetti erano stati impiegati in Iraq già in precedenza da alcune unità in più occasioni. Ma avevamo bisogno che tutte le unità le impiegassero. Così, quando il primo contingente del surge giunse a Baghdad, ci concentrammo sul mettere in sicurezza la popolazione; lo facemmo vivendo in mezzo alla gente, invece di trasferirci in grandi basi da cui muovere verso le zone di combattimento; promuovendo la riconciliazione ove possibile e dando nel frattempo instancabilmente la caccia ad al Qaeda e a tutti coloro con cui non ci si poteva riconciliare; perseguendo un’unità di intenti tra esercito e civili; e così via, tutto ciò garantito, naturalmente, dalle forze aggiuntive che erano state dispiegate secondo la strategia del surge. Come ricorderete, prima di volgere al meglio la situazione si fece pesante, e affrontammo duri combattimenti e molte difficili giornate. Ma alla fine, la coalizione e le forze irachene furono in grado di ridurre i livelli di violenza ben oltre il 90% e di raggiungere un livello di sicurezza che, non senza periodici orribili attacchi, ha consentito la ristrutturazione delle infrastrutture e la ripresa dell’economia. APPRENDERE E CONDIVIDERE LA LEZIONE La fase finale del processo di cambiamento consiste nell’apprendere e condividere gli insegnamenti e le pratiche migliori, utilizzarle e perfezionare le grandi idee, e quindi iniziare daccapo il processo. Così, nel 2006 e 2007, tentammo di accelerare il processo di apprendimento. Dispiegammo personale aggiuntivo dal nostro Lessons Learned Center a Fort Leavenworth ai centri di addestramento in Iraq ed Afghanistan. Sostenemmo una nuova organizzazione, lo Asymmetric Warfare Group, che comprendeva esperti capi di combattimento con unità dispiegate. Creammo delle community sul web per mettere in contatto gli effettivi sul campo con quelli in fase di addestramento. Finanziammo gli amministratori dei network di un gruppo virtuale di blogger dalle divisioni e community del nostro esercito per sostenere i gruppi di stanza in Iraq. E, dopo aver lanciato il surge, assicurai che ognuna delle riunione dei nostri comandanti avrebbe previsto del tempo per i nostri capi militari per condividere le pratiche migliori e le lezioni di interesse generale. Nel corso del tempo, queste ed altre iniziative ci hanno consentito di perfezionare rapidamente le grandi idee, comunicare i perfezionamenti, e sovrintendere alla loro applicazione, prima negli Stati Uniti, e quindi in Iraq. Questo è quanto. Ecco ciò che abbiamo guidato dai pascoli del Kansas nel 2006 e come ci ha aiutato in Iraq nel 2007. Questo è il progetto che ha consentito il vero surge iracheno, il surge delle idee. Armati di, o preparati con, tali idee, i capi militari e i soldati che “ne sanno” sulla controinsurrezione sono stati dispiegati in Iraq e hanno consentito di compiere progressi considerevoli che abbiamo potuto constatare nei tre anni appena trascorsi. È stato un progetto emozionante, un progetto, inutile dire, di enorme importanza non solo per gli sforzi in Iraq, ma anche per quelli in Afghanistan e per una serie di difficili missioni nel resto del mondo.


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Diritti umani. Ogni giorno si contano nuove vittime nell’etnia che cerca di ottenere (invano) la libertà da tre Stati diversi

Mamma li curdi! L’esercito e il governo della Turchia sono di nuovo uniti contro gli indipendentisti di Antonio Picasso semi-dimenticato el conflitto iracheno, il Partito comunista curdo, meglio conosciuto come Pkk (Partiya Karkerên Kurdistan), torna a essere fonte di preoccupazione per tutti governi della regione. Turchia e Iraq sono stati costretti a impegnare nuovamente le proprie forze militari per fronteggiare i peshmerga ribelli, i quali hanno sfoderato la loro proverbiale energia nel rivaleggiare Ankara da un lato e il Governo Provinciale del Kurdistan iracheno (Pgk) dall’altro. È di l’ultimo raid dell’aviazione turca, mentre martedì un’imboscata in cui è caduta una pattuglia dell’Esercito è costata la vita a 17 soldati. La scorsa settimana invece, l’ambasciatore turco a Baghdad, Murat Ozcelik, si è con-

N

cordi bilaterali fra le autorità locali e le compagnie petrolifere avevano rappresentato una fonte di introiti e di benessere introvabili in nessuna altra provincia dell’Iraq. Le sole uniche e isolate vittime di questo scenario erano stati i cristiani locali, in un certo senso sacrificati per la causa comune. A infrangere questo idillio adesso si è ripresentato il Pkk.

A onor del vero, la sua rinata bellicosità era stata oggetto di un appello lanciato più volte dalla Turchia ai suoi vicini, ma anche agli Stati Uniti. Dall’inizio dell’anno infatti sono 70 i morti fra gli oltre 10mila uomini che il Governo Erdogan è stato costretto a schierare lungo il confine con l’Iran e l’Iran. Giovedì scorso a Silopi, piccolo

Dall’inizio dell’anno sono 70 i morti fra gli oltre 10mila uomini che il governo Erdogan è stato costretto a schierare lungo il confine con l’Iraq e l’Iran per fermare gli uomini del Pkk frontato con il Governatore curdo di Erbil, Massoud Barzani. A dispetto di quanto pensato finora, l’instabilità della regione è aumentata significativamente negli ultimi due mesi. È questa un’immediata conseguenza del vuoto di potere che sta attraversando l’Iraq, a seguito delle elezioni di inizio marzo, da cui è emerso un risultato ibrido, il quale a sua volta non ha permesso l’insediamento di un governo.

Finora il Kurdistan iracheno si era permesso il lusso di considerarsi la sola regione del Paese pacificata a tutti gli effetti. La stabilità amministrativa veniva garantita dal Governo Barzani e dal suo clan. Gli ac-

centro urbano della Anatolia sudorientale, si è tenuto un vertice triangolare tra gli alti comandi di Turchia, Iraq e Usa. Da questo è emersa la pretesa di Ankara affinché il suo impegno sia controbilanciato oltreconfine. Lo Stato Maggiore turco ha fatto richiesta agli iracheni di aumentare le proprie forze militari nella provincia di sua competenza. Agli Usa invece è stata domandata la concertazione nelle operazioni di intelligence. Tuttavia né Baghdad né Washington possono permettersi di fornire una risposta immediata e concreta a Erdogan. I comandanti iracheni non possono agire senza un ordine da parte della classe dirigente politica, la quale è allo stato at-

tuale assente. In alternativa potrebbero intervenire le forze di Polizia del Pgk. Barzani infatti sarebbe il primo a dimostrarsi soddisfatto nell’aver eliminato il Pkk. Tuttavia, la presenza di quest’ultimo è sì scomoda, ma è altrettanto importante evitare qualsiasi provocazione. Le autorità di Erbil credono che sia meglio mantenere acceso un conflitto sotto la cenere, piuttosto che rischiare l’escalation di una guerra civile. Questa si paleserebbe infatti se gli uomini del Pgk cominciassero a scontrarsi con i peshmerga del Pkk. Dal Pentagono invece non è giunta una risposta soddisfacente ad Ankara per due motivi. Da una parte gli Stati Uniti – come tutto l’Occidente – vuole capire quale sia la nuova rotta della Turchia. Erdogan, negli ultimi mesi, ha messo in crisi la solida alleanza con Israele, si è avvicinato all’Iran e sembra non poter garantire all’Unione Europea quelle riforme strutturali che sarebbero necessarie per la conclusione positiva del processo di integrazione.

Dall’altra, alla fine di questa estate è previsto un taglio ulteriore delle truppe Usa impegnate in Iraq. L’exit strategy prevede che vi restino non oltre 50 mila Gi. Questo significa che a Washington si preferisce temporeggiare e mantenere una presenza militare di basso profilo. Da tutto questo, il “Piano B” messo in atto dalla Turchia. Sul territorio di loro competenza le Forze Armate di Ankara stanno procedendo con una campagna militare in piena regola. Le cronache degli stessi giornali turchi parlano di operazioni di fanteria, coadiuvata da elicotteri e artiglieria pesan-

te. Queste iniziative però sono state appoggiate solo con riserva da Erdogan, pressato dalla lobby kemalista e dai vertici militari.

La comunità curda, d’altro canto, si avvicina a essere il 20% della popolazione totale del Paese (77 milioni di persone). Il Baris ve Demokrasi Partisi (Bdp), il Partito della pace e della democrazia, è il soggetto politico di riferimento per questa ricca componente della società turca. Alleggerito dai passati legami con il Pkk, il Bdp oggi è presente all’Assemblea Nazionale turca con 22 membri sui 550 totali. Se le istituzioni di Ankara desiderano indossare i panni della democrazia non possono permettersi di condurre una guerriglia all’interno del Paese. Del resto, i guerriglieri del Pkk conoscono

Curdi iracheni, quelli di Arbil. In basso, guerrigliere del Pkk. Nella pagina a fianco, Erdogan


mondo

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Usa e Ue non vogliono che il Pkk diventi un altro problema con Ankara

Una guerra ignorata anche dall’Occidente di Stranamore ombatteremo il Pkk fino alla fine». Il premier turco Tayyip Erdogan lo ha detto chiaramente ed ha tolto ogni freno ai suoi generali, i quali hanno subito scatenato una serie di operazioni volte a stroncare la guerriglia indipendentista. Una scelta dettata non tanto da vera convinzione, quando da necessità di politica interna: l’Akp è conscio che la sua popolarità è ben lontana dai massimi dello scorso anno mentre il confronto problematico con i militari può diventare meno teso se il governo raccoglie la battaglia della lotta al Pkk nel nome del nazionalismo. Pur nella consapevolezza che una soluzione militare al “problema” curdo non esiste, certo la Turchia è tentata dalle favorevoli condizioni internazionali a percorrere la strada delle armi. Da un lato Unione Europea e Stati Uniti, che includono il Pkk nelle rispettive liste dei movimenti terroristici, non hanno alcun desiderio di entrare in contrasto con Ankara (anche) su questo fronte: la situazione è già abbastanza tesa considerando l’atteggiamento turco nei confronti dell’Iran, per non parlare della recente crisi con Israele. E anche i media fanno spesso finta di non vedere quello che sta accadendo. Dall’altro, il nuovo corso della politica estera turca ha portato a un avvicinamento sia con l’Iran che con la Siria, con il risultato che non solo è finito il gioco di usare i rispettivi Curdi per punzecchiare i vicini, ma addirittura gli uomini del Pkk hanno perso la possibilità di sfruttare santuari sicuri e di condurre operazioni tranfrontaliere approfittando della benevola e distratta sorveglianza delle forze di confine di Teheran e Damasco. Le cose vanno ancora meglio nei confronti dell’Iraq. Con il quadro politico a Bagdad tutt’altro che stabilizzato, il governo semi-autonomo crudo del nord Iraq ha sempre maggiori difficoltà a resistere alle pressioni di Ankara. La Turchia anzi ha chiesto ufficialmente che i circa 2mila guerriglieri del Pkk che avrebbero campi di addestramento, basi logistiche e infrastrutture in Iraq siano consegnati oppure espulsi. E nel frattempo sono riprese le incursioni aeree e le operazioni di commando condotte dalle forze turche in nord Iraq, senza che nessuno protesti davvero. Non lo fanno da Bagdad, sicuramente non da Washington.

«C

perfettamente la regione dove stanno combattendo, quindi risulta difficile stanarli. Dalla loro parte ci sono altri due vantaggi: il sostegno della popolazione locale, che permette di trovare rifugio nei villaggi, e la possibilità di varcare di fuggire in Iraq. In quest’ultimo caso, va ricordato che fino a due anni fa la Turchia non si faceva scrupolo a oltrepassare la frontiera all’inseguimento dei peshmer-

secuzione per mano dei Pasdaran e dei Basiji, i quali hanno assemblato tutte le forze di opposizione al regime – riformisti, balochi, arabi, sunniti e quindi anche curdi – in un unico piano persecutorio.

Questo prevede un intervento in parte “chirurgico” contro gli uomini in armi e in parte generalizzato, a danno della popolazione locale. Inoltre all’inizio di

La comunità curda si avvicina a essere il 20 per cento della popolazione totale del Paese, che ammonta a 77 milioni di persone: fortissimo il sentimento di emarginazione da parte dei turchi ga. Adesso però i buoni rapporti Ankara-Erbil hanno ridimensionato la frequenza di quella che è una chiara invasione di territorio straniero.

A questo punto per Ankara l’ulteriore alternativa è stata quella di chiedere l’aiuto dell’Iran e della Siria. Mercoledì le autorità di Damasco hanno avviato un’operazione di maxi-arresto contro 400 curdi sospettati di collusione con il Pkk. Ben più strutturato e di lungo periodo appare l’intervento del regime di Teheran. Il Pejak (Partiya Jiyana Azad a Kurdistanê), corrispondente iraniano dei pershmerga in Turchia è da sempre oggetto di una sistematica per-

giugno le forze iraniane, con il placet di Erbil, sono penetrate nel Kurdistan iracheno, all’inseguimento di un gruppo del Pejak. A Perdunaz, sempre in Kurdistan iracheno, hanno installato una posizione militare avanzata, costituita da un plotone di circa 35 uomini. Ecco quindi che l’accordo tra Ankara e Teheran torna utile a entrambi. La prima ha ottenuto un valido appoggio operativo che né Baghdad né il contingente Usa le hanno saputo dare. Peraltro le permette di demandare il “gioco sporco” al regime degli Ayatollah. Quest’ultimo a sua volta si sente libero di intervenire contro i suoi oppositori anche oltre le frontiere.

tre confine, possono anche effettuare bombardamenti aerei e tiri d’artiglieria, ma sempre nell’ambito di operazioni con portata limitata, sia per entità delle forze coinvolte, sia per durata, sia soprattutto per estensione geografica dell’area di operazioni. Certo è che ogni volta i militari di Ankara si spingono un po’ più in là e picchiano un po’ più duro. I guerriglieri del Pkk peraltro si rivelano, come sempre, davvero coriacei. Non ci stanno a prenderle e basta e rispondono sia con attentati dinamitardi, sia con operazioni coraggiose, a volte al limite della temerarietà, contro le forze regolari dell’Esercito, le unità della Gendarmeria e le milizie paramilitari armate. I guerriglieri rispondono colpo su colpo e cercano addirittura di mantenere l’iniziativa militare e di esercitare una pressione costante, anche se, adottando una simile strategia, subiscono perdite pesantissime. Ma ne infliggono di altrettanto dolorose agli avversari, a dispetto del divario nei numeri, nelle tecnologie, nella potenza di fuoco.

Basta considerare che la macabra contabilità degli scontri e degli attacchi registra complessivamente, da marzo ad oggi, quasi 200 morti e diverse centinaia di feriti. Quello che sorprende è la proporzione tra le perdite nelle file turche e quelle dei miliziani curdi: siamo intorno ad un rapporto di 1:3. Solo in Turchia un livello di perdite tra le forze governative di tale entità può essere tollerato dall’opinione pubblica senza provocare una crisi politica. Se in Afghanistan le truppe di Isaf, la coalizione Nato a guida Usa impegnata contro i talebani avesse così tanti caduti rispetto ai nemici uccisi… sarebbe impossibile proseguire la missione. Ma in Turchia il “peso” politico dei morti, da entrambe le parti, è decisamente diverso. In parte il numero di caduti e feriti tra le truppe di Ankara è dovuto alla efficacia delle azioni del Pkk, in parte al fatto che l’Esercito turco è ancora basato sulla leva, con coscrizione obbligatoria di 15 mesi. Da anni si parla di procedere ad una progressiva professionalizzazione ed in effetti i reparti impiegati sono sempre più formati da volontari e professionisti. Ma di professionalizzare davvero l’Esercito il governo turco proprio non vuol sentire parlare, per evidenti ragioni, almeno fino a quando non sarà riuscito ad assumerne il pieno controllo.

Il confronto con i militari può diventare meno teso se il governo “vende” la lotta (e gli attacchi) nel nome del nazionalismo

Naturalmente, vale sempre l’accordo tacito per cui i soldati turchi possono sì inseguire i guerriglieri ol-


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Pakistan. È soltanto l’ultimo di una serie di attacchi contro la metropoli on è facile vivere in Pakistan, preoccupato ogni momento per quello che può succedere. Ma è ancora molto più difficile vivere in Pakistan se si è membri di una delle tante minoranze, costantemente minacciati da molti gruppi estremisti. E ieri l’ennesima strage, perpetrata a Lahore da attentatori suicidi all’interno del mausoleo di un santo sufi. Uno dei principali movimenti talebani, il Ttp, ha subito rinnegato ogni collegamento con l’attacco, ma poco vuol dire, essendo la galassia dei movimenti violenti vasta e variegata. E non migliora certo la situazione se settori deviati dell’esercito e dei servizi segreti dovessero essere a loro volta responsabili di alcuni degli attacchi. Con la popolazione presa nel mezzo e abituatasi ormai a un clima incandescente e pericoloso. Con le minoranze che vivono nel terrore, cristiani, sciiti, ahmadi, sufi e quant’altri. A meno che, come capita solo per alcuni piccoli gruppi, non si organizzino a loro volta in milizie armate. Anche perché dal governo non si sentono molto protetti: spesso le realtà locali e le forze dell’ordine sono quanto meno conniventi con le maggioranze e anche con i gruppi estremisti, e comunque esistono leggi che penalizzano le minoranze, fino ad arrivare alla contestatissima legge sulla blasfemia che permette di punire duramente, fino alla morte, chi dia segno di mancare di rispetto all’islam, cosa interpretabile e a volte interpretata in senso così ampio da permettere ogni forma di abuso. E poi, per avere un quadro completo del Pakistan, non bisogna dimenticare le istanze separatiste di alcune regioni (ad esempio il Baluchistan), nonché le tensioni etniche

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Lahore, nuova strage in una moschea sufi Dopo gli ahmadi, il mirino si sposta sull’altra minoranza dell’islam: 42 morti di Osvaldo Baldacci

conosciuto come Data Gunj Bakhsh. Due o tre attentatori suicidi si sono fatti esplodere nella notte tra giovedì e venerdì quando nel tempio si svolgono canti e danze per attirare un gran numero di fedeli. Mirando chiaramente a fare il maggior numero possibile di vittime, uno degli attentatori suicidi si è fatto saltare in aria per primo nei pressi dell’ingresso del mausoleo. Successivamente

I talebani si smarcano, e accusano «i servizi segreti di potenze straniere. Come sapete, noi attacchiamo soltanto esercito e polizia» tra Punjabi, Sindhi, Kashmiri, Patshtun, Baluchi. E poi la miccia sempre accesa con l’India, e i rapporti complicati con Afghanistan e Iran. L’altra notte nel cuore della grande città di Lahore, un tempo un po’ più tranquilla del resto del paese ma ora sempre più spesso teatro di attacchi terroristici, grandi esplosioni hanno funestato le cerimonie che si tenevano in una moschea. Centinaia di fedeli affollavano il tempio dedicato al santo sufi persiano Syed Ali Hajwairi,

gli altri due terroristi si sono fatti saltare nei sotterranei affollati di fedeli che si stavano lavando in preparazione per la preghiera. In quel momento il luogo di culto conteneva circa 3 mila persone. Subito si è scatenato il panico. Alcune delle vittime sono morte perché calpestate da chi cercava di scappare. È stato stimato che ogni attentatore indossasse un giubbotto imbottito con circa 20 chili di esplosivo. Un primo bilancio provvisorio delle vittime indica che i

I dervisci sono entrati nel mito anche occidentale

I mistici di Allah A-d essere stato colpito dai terroristi è un tempio del sufismo, che è una corrente moderata del misticismo islamico che si propone di recuperare lo spirito originario dell’insegnamento di Maometto. Il mausoleo è dedicato al santo persiano dell’undicesimo secolo Data Gunj Bakhsh ed è una meta popolare dei musulmani sufi, corrente considerata eretica dagli estremisti. I talebani pachistani già nel marzo 2009 colpirono un altro luogo sacro per i sufi nel nord ovest del Paese. Il Sufismo o Tasawwuf è la forma di ricerca mistica della cultura islamica. Il sufismo è la scienza della conoscenza diretta di Dio. Ci sono diverse etimologie per il termine: dalla lana con cui erano intessuti gli umili panni dei primi mistici musulmani, ma anche da suffa, portico, antistante la casa-moschea di

Maometto a Medina sotto il quale si raccoglievano alcuni pii musulmani, ospitati volentieri dal Profeta, oppure. daltermine all’arabo safà’ (purezza). Il tasawwuf è particolarmente diffuso nel sunnismo, con decine di confraternite esistenti. Nell’islam sunnita la totale mancanza di sacerdozio spinge il musulmano alla ricerca personale del la volontà di Dio, tramite una lunga disciplina spirituale e mentale che - senza trascurare lo studio della dottrina ufficiale - possa aprire la via esoterica verso Dio. I sufi si riuniscono in scuole nelle quali è molto importante l’opera educativa di un maestro che funge da guida negli esercizi ascetici e spirituali. Anche i dervisci sono sufi, e le loro giravolte servono per raggiungere l’estasi mistica prevista dall’islam. Ma non dagli integralisti.

morti sono 43 e i feriti almeno 180. Tra le vittime molte donne e bambini. Nelle ore successiva all’attentato si è scatenato la rabbia tra i fedeli che hanno inscenato una manifestazione di protesta sfociata in disordini e atti di vandalismo. Ieri per il venerdì di preghiera, per la prima volta da secoli, il tempio è rimasto chiuso al pubblico per ragioni di sicurezza.

Non sono mancate nemmeno le polemiche. L’emittente televisiva TV Geo sostiene che il 24 giugno il governo provinciale avrebbe ricevuto un avvertimento di un possibile attacco suicida contro la moschea sufi di Data Darbar. Avvertimento che, secondo la tv, sarebbe stato ignorato dalle autorità. Inoltre in molti ipotizzano anche una carenza da parte del sistema di sicurezza del santuario sebbene fosse stato rafforzato proprio nel timore di attacchi terroristici. Certo, nel violento caos pachistano i potenziali bersagli sono moltissimi ed è difficile proteggerli tutti. La paura di ulteriori attacchi comunque ha fatto scattare lo stato d’allerta in tutti i templi minori e maggiori del Punjab e nella città di Lahore. Nella giornata di ieri la città era in stato d’assedio, con tutti i punti di ingresso e di uscita controllati dalle forze di sicurezza, mentre in città e nelle aree circostanti, ingenti forze di polizia pattugliavano le strade. Anche se l’attentato non è stato ancora rivendicato, Le autorità pachistane ne ritengono responsabili i miliziani pachistani filo talebani e al-Qaeda. Secondo quanto pubblicato dal quotidiano on line The Nation, però, i talebani pachistani hanno negato un loro coinvolgimento nell’attacco suicida a Lahore. Azam Tariq, presentatosi come portavoce del gruppo talebano pachistano dei Tehrik-i-Taliban Pakistan, Ttp, ha dichiarato: «Non siamo responsabili di questi attentati, è un complotto ordito dai servizi segreti stranieri, sapete che non attacchiamo dei luoghi pubblici. Noi attacchiamo solo la polizia, l’esercito e altri funzionari di sicurezza. Condanniamo questo brutale attacco». Il presidente Asif Ali Zardari e il primo ministro Yusuf Raza Gilani hanno duramente condannato l’attentato. «Simili attacchi non pregiudicano la volontà del governo di combattere la minaccia del terrorismo e di eliminare i militanti integralisti islamici», ha ribadito come sempre il premier.


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Bloccato in tangenziale, minaccia la fine del mondo

Rimarrà in carica fino al 2011. Ancora incerta la situazione

Mosca in tilt per l’ingorgo, esplode l’ira di Putin

Bishkek, oggi si insedia il presidente Otunbayeva

MOSCA. La banale riparazione

BISHKEK. Roza Otunbayeva, la

di un piccolo cavalcavia alle porte di Mosca, sull’autostrada che conduce all’aeroporto Sheremietevo e a San Pietroburgo, si è trasformata in una grande emergenza per la circolazione nell’intera capitale ed è diventato un vero e proprio caso nazionale, emblema della totale incapacità del Comune di affrontare i sempre più gravi problemi del traffico. Il premier Vladimir Putin si è lasciato andare ad una delle sue solite sfuriate pubbliche che mettono a posto le cose, mentre il governatore della Regione di Mosca si è permesso di polemizzare con il sempre più controverso sindaco Iuri Luzhkov e di ironizzare: «Io viaggio in elicottero, anche voi dovreste comprarne uno invece di un’auto, così non avreste bisogno delle strade», ha risposto ai giornalisti, ben sapendo che nei cieli di Mosca non si può volare.

leader ad interim kirghisa, s’insedia oggi come presidente di transizione, fino al 31 dicembre 2011. Lo scrive l’agenzia di stampa Interfax. La Otunbayeva, a capo del governo provvisorio dal 7 aprile, quando fu rovesciato l’allora capo dello stato Kurmanbek Bakiev, ha avuto la sua nomina con il voto al referendum del 27 giugno, quando i kirghisi sono stati chiamati ad approvare la nuova Costituzione. A Bishkek, dove avrà luogo l’insediamento, non sono previste particolari celebrazioni. La cerimonia ufficiale avrà luogo presso la Società filarmonica nazionale. Le autorità kirghise non attendono né delegazioni estere né ospiti spe-

Il caso è scoppiato nei giorni scorsi, quando l’autostrada è stata ridotta ad una corsia per carreggiata a Khimki, per lavori su un ponte vecchio di 50 anni che passa sopra la ferrovia, quella dove transita il treno ad alta velocità Sapsan. Morale: anche fino a 6 ore per arrivare all’aeroporto, con il ministro dei trasporti Igor Levitin co-

Xinjiang un anno dopo Fra polizia e violenza Pechino blinda la capitale per il primo anniversario dei moti di Vincenzo Faccioli Pintozzi l mondo «dimostra una maggiore attenzione per la causa degli uighuri in Cina, ma potrebbe fare molto di più per noi». Lo ha dichiarato ieri Rebiya Kadeer, leader dell’etnia uighura in esilio negli Stati Uniti, per commemorare il primo anniversario di una delle più sanguinose rivolte etniche avvenute nel Paese asiatico. Intanto, per tenere sotto controllo la situazione, il governo centrale ha installato 40mila telecamere nella capitale provinciale Urumqi. Un anno fa, infatti, la comunità islamica di etnia uighura che risiede nella provincia settentrionale dello Xinjiang ha lanciato la propria sfida al dominio del governo centrale di Pechino: nel corso degli scontri, secondo fonti ufficiali, sono morte almeno 200 persone. Altre 1.700 sono state ferite, mentre è sconosciuto il numero degli arresti: questi, secondo i leader della dissidenza, si contano in decine di migliaia. Gli uighuri non chiedono l’indipendenza da Pechino, ma vorrebbero vedersi riconosciuta una maggiore autonomia. Nonostante lo Xinjiang – che i dissidenti chiamano Turkestan orientale – sia una delle province a statuto speciale create da Mao Zedong, i residenti accusano le autorità di impedire l’apprendimento della lingua e dei costumi locali, rimpiazzati da quelli dell’etnia han dominante in Cina. Questi ultimi , sostenuti dalle autorità, esercitano anche una sorta di “razzismo economico” che tende a mantenere i nativi della regione lontani dai centri di potere.

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La Cina, prosegue la donna nella sua denuncia, «accusa gli uighuri di essere estremisti islamici, ma non ha prove per sostenere queste false accuse. Dalla sua ha un enorme potere economico, che le permette di far tacere le proteste dei governi occidentali e quelli musulmani». Pechino ha annunciato di voler investire circa 10 miliardi di yuan (1 miliardo di euro) nella regione a partire dal 2011, per “migliorare le condizioni di vita degli uighuri”.

Per la Kadeer, questo annuncio «fa parte della politica commerciale cinese. Se vogliono veramente cambiare le cose, devono rilasciare gli innocenti che hanno arrestato e scusarsi per quello che hanno fatto non solo con gli uighuri, ma con tutta la popolazione del Turkestan orientale». In ogni caso, sembra che l’atteggiamento di Pechino non sia destinato a cambiare. Per l’anniversario della strage, che cade il prossimo 5 luglio, la polizia ha di fatto blindato la capitale. Quaranta mila telecamere sono state installate sugli autobus pubblici, nelle stazioni, su circa 4mila strade, 270 scuole e 100 supermercati. Secondo le autorità, gli occhi elettronici servono «per garantire la sicurezza nei luoghi pubblici più importanti e permettere a tutta la popolazione, di tutte le etnie, di godere dei servizi statali». Tuttavia, all’aumento del controllo telematico Pechino ha affiancato lo schieramento di almeno tremila uomini dell’Esercito di liberazione popolare, pronti a reprimere ogni possibile accenno di protesta in occasione dell’anniversario. D’altra parte, questo è il modo con cui il governo cinese tratta le date sensibili, come l’anniversario della strage di Tiananmen. Contro la repressione cinese, il World Uyghur Congress (Associazione che riunisce i dissidenti dell’etnia in giro per il mondo) ha organizzato una manifestazione internazionale sempre per l’anniversario. Sono previste marce di protesta davanti alle ambasciate cinesi negli Stati Uniti, Giappone, Germania, Gran Bretagna e Turchia.

Il 5 luglio del 2009, l’etnia uighura è scesa in piazza per manifestare contro i soprusi degli han: 200 vittime e migliaia di arresti

stretto a prendere il trenino-navetta. I lavori erano previsti da anni, ma nessuno ha pensato di costruire nel frattempo un’arteria alternativa nè tantomento di informare i cittadini, i turisti e lo scalo, dove la sola Aeroflot ha perso circa 2 milioni di dollari dovendo rimborsare i biglietti di migliaia di passeggeri che hanno perso il volo. Ma a Sheremietevo, dove transitano 43mila passeggeri al giorno, operano anche Alitalia, Air France e Delta Air. È rimasta all’oscuro anche la società che gestisce il trenino-navetta, già saturo con i suoi 15mila utenti giornalieri. E la situazione non acenna a migliorare: anzi, peggiorerà molto presto.

Rebiya Kadeer, 63enne madre di 11 figli, ha passato molti anni in galera per la sua opposizione al regime cinese ma – prima dello scontro aperto – ha cercato di usare i canali “istituzionali”per portare avanti la causa del suo popolo: è stata deputata all’Assemblea nazionale del popolo di Pechino e ha avuto molto successo economico. Oggi, in esilio negli Usa, dice: «Sono soltanto una donna ordinaria, ma il governo mi teme. Questo dimostra che le mie richieste sono giuste e colpiscono dove serve».

ciali. Saranno presenti i capi delle missioni diplomatiche nella capitale kirghisa.

Il Paese è stato scosso violentemente, soprattutto a sud, da due settimane di violenze etniche, che hanno prodotto quasi 300 morti secondo i dati ufficiali, molti di più secondo quelli ufficiosi. Centinaia di migliaia sono stati gli sfollati e le agenzie umanitarie internazionali non considerano ancora chiusa l’emergenza. Mentre il mondo interviene sulle violenze, che sono state “un crimine contro l’umanità”. L’ha affermato ieri l’ambasciatore francese per i diritti umani Francois Zimeray in un’intervista. «Non s’è trattato semplicemente di un moto. Siamo in presenza di un massiccio crimine contro l’umanità, che merita una rivalutazione da parte della comunità internazionale dell’ambito d’impegno», ha dichiarato Zimeray. Il diplomatico transalpino ha sostenuto di non essere sicuro «che il mondo abbia capito di cosa parliamo». Gli scontri etnici nel sud del paese centro-asiatico hanno prodotto 294 morti, secondo il bilancio ufficiale.Tuttavia le stesse autorità di Bishkek hanno ammesso che le uccisioni potrebbero ammontare a dieci volte tanto.


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il personaggio della settimana Chi sono i campioni che hanno festeggiato sul campo cinquant’anni dalla fine del colonialismo

Il segreto del Ghana, l’unica Africa Per la prima volta ai vertici mondiali è arrivata una squadra priva di stelle che ha fatto del collettivo, e non dell’individuo, la sua arma vincente. Ecco la vera rivoluzione in Sudafrica di Maurizio Stefanini

o si sapeva già prima di GhanaUruguay. A sorpresa, è stato il Ghana l’ultimo bastione africano di in un Mondiale che invece avrebbe dovuto segnare l’apotosi calcistica di questo Continente che proprio nel 2010 festeggia l’occasione altamente simbolica del mezzo secolo dall’ondata di indipendenze che nel 1960 mise le zone ancora sotto potere coloniale in minoranza, sulle mappe del Continente. Il fatto è che le Black Stars hanno fatto la storia. E per il semplice fatto che, per la prima volta, alla ribalta dei Mondiali è salita una squadra senza “stelle europee”, senza divi vezzeggiati e già noti e stranoti sul palcoscenico europeo. Una squadra africana in senso stretto, non come il Camerun o la Nigeria dei passati Mondiali. Loro si chiamano “Stelle Nere”, dall’emblema che appare sulla bandiera nazionale. O il “Brasile d’Africa”, E se il Brasile vero è un altro, neanche il vero Ghana sta nel Ghana. Ghana significa infatti “Re Guerriero” in soninké: etnia ancora oggi sparsa tra gli attuali Mali, Senengal e Mauritania. E appunto tra gli attuali Mali, Senegal e Mauritania c’era un volta l’Impero del Ghana, sovrano regnante su un Paese che i suoi abitanti chiamavano Wagadou: la “Terra delle Madrie”. Che poi a guardar bene è la stessa etimologia di Italia: da un aracaico greco Vitalos, diventato Italos dopo la caduta della “v” iniziale in periodo classico,“Terra dei Vitelli”.

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Qui accanto, Stephen Appiah, il capitano della nazionale ghanese. Nella pagina accanto, la formazione tipo ai Mondiali sudafricani e, sotto, un’immagine della sfida contro gli Stati Uniti

Proprio mentre l’Impero Romano si converte al cristianesimo l’Impero del Ghana si costituisce, attorno al 300 d.C.. Sono fonti arabe a informarci che venti re avevano regnato in quel Paese prima della nascita di Maometto, e che portavano il nome di Kaya-Maga: “padroni dell’oro”. E ancora nel X secolo il viaggiatore arabo Ibn Hawkal narra di aver visto una lettera di cambio emessa da un mercante ghanese a favore di un collega marocchino per una cifra pari a 42.000 dinari. “Da nessuna parte in

oriente, né in Iraq, né nel Fars, o nel Khorasan ho mai udito qualcosa di simile”, ricorda. Oltre al dinaro arabo erano monete correnti l’oro in polvere e in lingotti, le lastre di sale e i cauri, piccole conchiglie candide provenienti fin dalle remote Maldive. Dal geografo alBakri, che scrive nel XIV secolo, sappiamo che tre secoli prima il Ghana era arrivato a estendersi su una superfice di un milione di chilometri quadrati, appunto tra gli attuali Mali, Mauritania e Senegal. Il re disponeva di un esercito di 200.000 guerrieri e aveva il monopolio sul commercio dell’oro, mentre restavano all’iniziativa privata i pur proficui traffici di schiavi, rame, sale, euforbia, alcanna, cereali, bestiame, miele e stoffe. Pure al-Bakri ci informa che nel tesoro imperiale c’era una pepita d’oro del peso di 15 chili, ma l’altro storico arabo Al-Idrisi rilancia, parlando a sua volta di una pepita da 76 chili. Il regno era animista, ma nella capitale Kumbi Saleh, popolata da 40.000 persone, c’erano 12 moschee, in un quartiere abitato da mercanti musulmani e distinto da quello “pagano”. Gli archeologi hanno ritrovato l’uno e l’altro, scoprendo che il quartiere musulmano era più grande. Nella cittadella pagana c’erano il castello del re, gli edifici della corte in pietra e legno di acacia, le capanne di argilla dei servi con i tetti a cupola, i boschetti sacri con le abitazioni dei sacerdoti e i luoghi del culto animista, e anche alcune funzionalissime carceri. Il Ghana durò fino al 1076, quando la sua capitale fu conquistata e distrutto dall’invasione dei marocchini Almoravidi: in cerca di oro per finanziare le loro guerre contro i cristiani, all’offensiva in Spagna. E al posto del Ghana sorgeranno i successivi imperi Mali e Songhay, quest’ultimo a sua volta distrutto nel 1591 da un’invasione marocchina. Nel Ghana di oggi invece esisteva l’Impero Ashanti, che esistette dal 1670 al 1902, e che alimentò la propria economia in particolare grazie ai

traffici con i mercanti di schiavi europei, che si erano piazzati lungo la costa. Dal 1471 i portoghesi, che furono sostituiti tra 1595 e 1642 dagli olandesi, a loro volta obbligati a cedere il campo agli inglesi dopo il 1667, anche se l’ultimo forte olandese chiuse solo nel 1871, e una presenza danese era durata fino al 1850. Solo nel 1874 il territorio diventa però ufficialmente clonia britannica, dopo una lunga gestione da parte di varie compagnie private. E il nome prescelto è quello di Costa d’Oro, per le sue risorse aurifere. Nel 1902 la terza guerra anglo-ashanti porterà anche all’imposizione del protettorato sugli stessi ashanti. E dopo la Prima Guerra Mondiale alla Golden Coast è unito anche un pezzetto dell’ex-colonia tedesca del Togo.

A quell’epoca, già i mercanti europei hanno iniziato a giocare a calcio lungo la costa, ed a insegnarlo anche agli africani. E nel 1903, giusto l’anno dopo l’annessione del Nord ashanti, nasce la prima squadra del Paese. Il suo nome è Excelsior. Il suo fondatore è un certo Mr.Briton, di cui si sa che era un inglese nato in Giamaica, e che Header Teacher alla Philip Quaicoe Government Boys School di Cape Coast. Dopo alcuni mesi di allenamento in gran segreto, il 26 dicembre i neri sfidarono con grande sorpresa di tutti una rappresentativa di bianchi, e persero 2-1. Chiesero la rivincita, e stavolta si imposero per 3-1, segnanmdo l’inizio di una vera e propria febbre pallonara. Nel 1905 iniziarono a arbitrare i primi direttori di gara africani. Nel 1910 si iniziò a giocare nella capitale Accra, dove nel 1911 furono fondati gli Hearts of Oak,“Cuori di Quercia”. È la più antica squadra ghanese ancora esistente, e anche una delle più blasonate: 21 scudetti, 9 Coppe del Ghana, una Coppa delle Confederazioni africana, una Coppa dei Campioni Africana. Ma la Goldel Coast non sarebbe diventata Ghana senza Frederick Gordon Guggisberg: l’ebreo


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canadese che fu governatore dal 1919 1927, guadagnandosi il rispetto e l’affetto dei colonizzati. Suo in particolare lo sviluppo del governo indiretto, con l’autorizzazione al ritorno dei re ashanti dall’esilio, la delega di poteri a consigli di capi ripiristinati anche con apposite ricerche antropologiche e le prime elezioni democratiche. Suo l’impulso all’economia, con l’impulso alla produzione di quel cacao di cui il Ghana è

uscì il 39enne Kwame Nkrumah, fondando il più radicale Convention People’s Party. Nel 1952 nacque il Gold Coast Amateur Sports Council, come organismo di autogoverno dello sport locale. Nel 1956 fu disputato il primo campionato nazionale, vinto dai Cuori di Quercia. Il 6 marzo del 1957 Nkrumah ottenne l’indipendenza nell’ambito del Commonwealth, divenendo così primo ministro del primo Stato a diventare indipen-

Germania 2006 è stata la loro prima fase finale della Coppa del Mondo, proprio nel gruppo dell’Italia. E persero con gli azzurri e con il Brasile uno dei primi produttori mondiali e il relativo sviluppo della borghesia nera dei commoners. E sua anche l’iniziativa di istituire nel 1922 il prmo campionato: l’Accra Football League, di cui i Cuori di Quercia avrebbero vinto 6 delle 12 edizioni. Pur avendo voluto preparare il Ghana all’indipendenza, Sir Gordon Guggisberg non pensava che ci sarebbe potuto arrivare prima di alteri 150 anni. Invece, il suo lavoro più gli effetti della Seconda Guerra Mondiale provocarono un’accelerazione imprevista: sia politica che calcistica. Nel 1947 nacque infatti l’United Gold Coast Convention, primo partito politico del paese. Nel 1949 ne

dente in tutta l’Africa Nera (Liberia e Etiopia erano indipendenti da prima dell’ondata colonizzatrice).

Ideologo del panafricanismo, fu Nkrumah a dare appunto alla ex-Gold Coast una nuova identità basata su tre potenti simboli panafricani: il nome dell’antico Impero del Ghana; una bandiera tricolore col verde, giallo e rosso della bandiera d’Etiopia, venerata come il più antico Stato africano rimasto indipendente; e la stella nera della compagnia di navigazione fondata dall’imprenditore e panafricanista giamaicano Marcus Garvey, per aiutare a creare una nuova imprenditoria

nera. Nel 1958 la federazione calcistica del Ghana è ammessa alla Fifa. Nel 1960 Nkrumah proclama la repubblica, togliendo alla regina Elisabetta il ruolo di capo dello Stato simbolico, e diventando Presidente. Semptre nel 1960 la nazionale gioca una partita col famoso Real Madrid pluricampione d’Europa di Di Stefano e Puskás, e pareggia 3-3. Nel 1963 il Ghana vince la Coppa d’Africa per Nazioni. La otterrà di nuovo nel 1965, 1978 e 1982, con quattro vittorie che le danno il secondo posto continentale dietro l’Egitto. E un altro record è un 13-0 che proprio in questa competizione ebbe occasione di rifilare al Kenya. Nell’albo d’oro c’è anche la medaglia di bronzo vinta alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 dalla squadra giovanile, le Black Meteors: la prima medaglia mai conquistata dall’Africa calcistica alle Olimpiadi, anche se nel 1996 seguirà poi l’oro della Nigeria, nel 2000 quello del Camerun e nel 2008 l’argento nigeriano.

La storia politica del Ghana, a dir la verità, non è altrettanto brillante. Nel 1964 Nkrumah accentua una propria involuzione autoritaria proclamandosi presidente a vita e stabilendo il partito unico, ma nel 1966 è rovesciato da un golpe, e per i quindici anni successivi i militari si alternano a governi civili, fino al nuovo regime di Jerry Rawling tra 1981 e 2000. Sostanzialmente è col XXI secolo che il Paese si è stabilizzato, grazie anche ai prezzi alti del cacao. Nel 2006 ha ottenuto il condono del debito, nel 2007 ha potuto introdurre una nuova valuta non scvalutata, e nel 2009 la seconda alternanza democratica alle elezioni lo ha definitivamente consacrato nel novero delle democrazie stabili. Inoltre tra 1997 e 2006 è stato segretario generale dell’Onu il ghanese Kofi Annan: un discendente di capi tribali, che col secondo matrimonio si è anche introdotto nella buona società svedese. Ma un altro prestigioso riconoscimernto era arrivato nel 2005 proprio dalla Fifa, che dopo un anno di imbattibilità aveva dato al Ghana il Most improved team of the year award. E nel

Un campionato lungo novant’anni La storia del calcio ghanese è lunga quasi come quella del calcio europeo: furono proprio i colonizzatori, infatti, a importare il gioco nel Paese. Ebbene, tutto cominciò nel 1910 quando si iniziò a giocare nella capitale Accra, dove nel 1911 furono fondati gli Hearts of Oak, “Cuori di Quercia”. Si tratta della più antica squadra ghanese ancora esistente, e anche una delle più blasonate: in quasi novant’anni ha vinto 21 scudetti, 9 Coppe del Ghana, una Coppa delle Confederazioni africana, una Coppa dei Campioni Africana. Tra le squadre di serie A immediatamente successive vanno ricordati i Mysterious Dwarfs, (“Nani Misteriosi”), di Cape Coast, e gli Eleven Wise, (“Undici Saggi”), di Sekondi, nati nel 1919; e infine Sekondi Hasaacas, del 1931. Nel 1920 intanto il calcio aveva raggiunto la regione Ashanti, e del 1935 è la fondazione dell’Asante Kotoko di Kumasi: la grande rivale storica dei Cuori di Quercia, con altri 21 scudetti, 8 Coppe, due Coppe dei Campioni africane e una Coppa delle Confederazioni.

2006 il Ghana arrivò per la prima volta alla Coppa del Mondo in Germania, proprio nel gruppo dell’Italia. Come si ricorderà, perse con gli Azzurri 2-0, ma si impose poi 2-0 alla Repubblica Ceca e 2-1 agli Stati Uniti, passando così a un ottavo dove ebbe però la jella di incappare nel Brasile doc: 0-3. Nel 2010 di nuovo ha passato i quarti: 1-0 alla Serbia e 11 con l’Australia, anche se poi la Germania l’ha sconfitta con 1-0, in un emozionale derby tra i due fratellastri Kevin-Prince e Jerome Boateng. Tutti e due nati a Berlino, da padre ghanese e due madri tedesche diverse. Tutti e due calciatori in Inghilterra. Ma Jerome gioca con la nazionale tedesca, mentre Kevin-Prince dopo esserne stato scartato ha deciso di giocare con il Ghana. Di nuovo poi ha sconfitto gli Usa, per 2-1. Ma stavolta agli ottavi. E poi, la sfida con la storia: anche perché l’Uruguay è il Paese che organizzò e vonse il primo mondiale del 1930, e che si era presentato in Sudafrica per tornare sulla scena dopo una lunga eclissi. «L’Inghilterra è la madre del calcio ma l’Uruguay è il padre», dicevano a Montevideo. Ma anche le Black Stars sono stati appena un anno fa campioni del mondo, aia pure Under 20. Sstemate a Sun City, fra Pretoria e Rustenburg, in un albergo di 340 stanze incollato al più celebre casinò del Paese. Giocatori fisici ma a volte anchedi tecnica perfino esagerata, da cui il parallelo col Brasile, i ghanesi hanno la loro stella in Asamoah Gyan: classe 1985, ex Modena e Udinese, ora in Francia al Rennes, il primo ghanese ad aver segnato in un Mondiale, contro i cechi nel 2006; e l’unico ad aver fatto centro in due edizioni, visto che in Sudafrica ha segnato un rigore alla Serbia, un altro rigore all’Australia e un gran goal su azione agli Stati Uniti.


ULTIMAPAGINA Kermesse. Al via da lunedì 5 luglio la quarta edizione del “FictionFest”: sei giorni dedicati al piccolo schermo

E Roma prepara l’orange di Francesca Parisella oltanto pochi giorni e poi Roma, d’arancio vestita, ospiterà l’edizione 2010 del RomaFictionFest, la kermesse internazionale dedicata alle fiction televisive, che quest’anno porterà sull’orange carpet attori nazionali del calibro di Christian De Sica, premio alla carriera, e internazionali come Andy Garcia, che riceverà l’Artistic Excellence Award. Giunto al quarto anno, il festival aprirà i battenti lunedì 5 luglio e, per sei giorni, punterà i suoi riflettori su film tv che vedremo nella prossima stagione e su fiction e lunghe serialità che negli ultimi anni hanno animato i palinsesti - fin troppo noiosi e ripetitivi - del piccolo schermo. Partita in sordina, il RomaFictionFest ha saputo migliorarsi nel corso delle edizioni, come hanno confermato le 40mila persone che nel 2009 hanno seguito le proiezioni, diventando oggi un appuntamento importante per gli addetti ai lavori e per gli appassionati del genere che quest’anno potranno seguire, sempre gratuitamente e fino a esaurimento dei posti, le proiezioni e gli eventi in cartellone per questa IV edizione, dove alla quantità numerica si è preferita la qualità dei lavori presentati.

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Tra le fiction in concorso, tre i titoli che promettono di catturare l’interesse della giuria e l’attenzione del pubblico in sala. Il Sorteggio, la fiction co-prodotta dalla casa di produzione cinematografica Artis e dalla Rai, diretta da Giacomo Campiotti, interpretata da Giuseppe Fiorello - in questi giorni sul set siciliano della fiction Il Bandito e il Campione - Giorgio Faletti, Ettore Bassi e Gioia Spaziani, scritta dal giornalista parlamentare Giovanni Fasanella, che per questa sua prima sceneggiatura ha ricevuto la menzione speciale del Premio Solinas per la miglior sceneggiatura originale. La fiction, in onda su Rai Uno in autunno, fa rivivere un momento storico importante quanto drammatico della storia italiana. Il protagonista, Giuseppe Fiorello, veste i panni di un operaio della Fiat Mirafiori, Tonino che, nella Torino del 1977, viene sorteggiato per fare parte della giuria popolare nel primo processo al nucleo storico delle Brigate Rosse. È così che un operaio come tanti altri, senza particolari interessi per la politica, da spettatore passivo di quegli anni di terrore si ritroverà a scrivere, con le sue scelte, una pagina importante della nostra storia. Ispirata alla storia nazionale anche la miniserie televisiva Le ragazze dello Swing, co-prodotta dalla Casanova Multimedia e dalla Rai, scritta e diretta da Maurizio Zaccaro, interpretata da Sergio Assise e Andrea Osvart che, dopo il successo ottenuto con la sua interpretazione ne Lo scandalo della Banca Romana, torna a cantare sul set questa volta nei panni di Alexandra Leschan, che con Ju-

Un fotogramma della fiction “Le ragazze dello swing”, dedicata all’indimenticabile Trio Lescano. In alto a sinistra, Giuseppe Fiorello; a destra Giorgio Faletti

CARPET Tra i titoli in concorso, spiccano “Il Sorteggio”, interpretato da Giuseppe Fiorello,“Le ragazze dello Swing”, sull’indimenticabile Trio Lescano, “Il Peccato e la vergogna”, che ripropone la coppia televisiva di successo Manuela Arcuri e Gabriel Garko dith e Ketty formava l’indimenticabile trio Lescano, le tre ragazze che tra gli anni Trenta e Quaranta fecero cantare tutta l’Italia con brani celebri come Tulipan, Maramao perché sei morto e C’è un’orchestra sincopata. La bella favola delle tre sorelle olandesi giunte in Italia in cerca di successo e che dal sogno si troveranno a vivere sulla loro pelle il dramma del fascismo, accusate di spionaggio, a causa dell’origine ebraica della madre.

Sempre ambientata negli anni del fascismo fino agli anni Sessanta Il Peccato e la vergogna, la fiction melò di Mediaset, diretta da Luigi Parisi che, dopo il successo di pubblico de L’onore e il rispetto, ripropone la coppia Manuela Arcuri e Gabriel Garko qui con la partecipazione anche di Giuliana De Sio, per raccontare la fatale ossessione di un uomo per una giovane e bella donna di provincia. Un cliché televisivo un po’ scontato che fin

troppo spesso è stato caratterizzato soltanto dalla diversa ambientazione e che questa volta si spera possa regalare qualche piacevole novità.

Tra i tanti appuntamenti in calendario nella sei giorni della kermesse romana, da non perdere l’anteprima mondiale della puntata pilota di Body of Proof, serie medical diretta da Nelson McCormick, già regista di E.R. Medici in prima linea, Prison Break, Alias e Nip/Tuck, prodotta da Abc Studios, che riceverà il premio RomaFictionFest Award for Industry Excellence. La serie ha come protagonista Dana Delaney, famosa per il personaggio schizofrenico di Katherine Mayfair in Desperate Housewife, qui impegnata nel ruolo di Megan Hunt, neurochirurgo all’apice del successo che, a seguito di un incidente stradale, decide di diventare un medico legale. Dall’argomento delicato e dal cast stellare la fiction You don’t know Jack, con Al Pacino, Susan Sarandon e John Goodman, il simpatico attore di Saint Louis che sostituì John Belushi al fianco di Dan Aykroyd nella celebre Blue Brothers Band, insieme per far rivivere la storia del dottor Morte, Jack Kevorkian, che in America praticò oltre 130 eutanasie su malati terminali. A ulteriore dimostrazione che questo festival non dimentica le tristi vicende di cronaca è l’omaggio che il RomaFictionFest ha deciso di rendere a Pietro Taricone proiettando, la sera del 6 luglio, il meglio delle sue interpretazioni per le fiction Mediaset. Oltre alle scene tratte da Codice Rosso e Distretto di Polizia 3, che lo vide protagonista di una puntata, ci sarà anche l’inedita fiction Una Bella Famiglia dove l’attore - ingiustamente etichettato come ex gieffino - aveva recentemente recitato nei panni di un cantante neomelodico.


2010_07_03