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Una verità detta con cattiva intenzione, batte tutte le bugie che si possono inventare William Blake

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • VENERDÌ 2 LUGLIO 2010

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Un’ennesima giornata di polemiche e “tutti contro tutti” con i magistrati in sciopero e i giornalisti sul piede di guerra

Uno Stato di confusione

Mancino litiga con i giudici.Bossi difende il nuovo lodo Alfano («Lo dobbiamo a Silvio»).Il Colle interviene sulle intercettazioni:«Ci sono punti critici».Migliaia in piazza per la libertà di stampa.Un caos istituzionale... LEGGI ED ERRORI

di Franco Insardà

Nel governo non c’è proprio più niente di autorevole

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di Giancristiano Desiderio magistrati scioperano, i giornalisti e gli editori protestano in piazza contro la “legge bavaglio”che porta il nome di Alfano, come il già noto Lodo. E siccome in questo Paese che sembra aver perduto la ragionevolezza non ci si fa mancare niente, ecco ritornare alla grande proprio anche il “lodo Alfano”. Siamo un Paese che fatica da matti a mettere al centro dei suoi interessi il Paese, perché quel posto è occupato stabilmente da categorie e corporazioni. Il caso dello sciopero dei magistrati è emblematico da questo punto di vista. segue a pagina 2

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iorgio Napolitano cita monsignor De la Palisse e avverte: «I punti critici della legge sulle intercettazioni nel testo approvata dal Senato risultano chiaramente» così il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Il capo dello Stato ha ammesso, con amarezza, che la sua esortazione alle forze politiche a concentrarsi nell’esame e nell’elaborazione della manovra economica non sono state ascoltate. Quella di Napolitano è la certificazione della confusione che ormai regna sovrana nelle istituzioni del nostro Paese. La partita si complica e Silvio Berlusconi, questa volta, rischia di perdere il banco. Tanto che al suo ritorno sono in molti ad aspettarlo con il fucile spianato. Innanzitutto i magistrati e i giornalisti, i primi in scipero e i secondi in piazza contro il bavaglio. a pagina 2

Va bene che l’Italia è un Paese per vecchi...

2013: ma può essere ancora Berlusconi? Dopo l’annuncio di Panama («Volevo lasciare la politica fra tre anni, ma sono costretto a rimanere») viaggio nella maggioranza per capire se Bossi e Fini accetteranno di fare i vice fino a settant’anni Errico Novi • pagina 4

Presentato il ct azzurro: sì al ritorno di Cassano e Buffon sarà capitano

Prandelli lancia la nuova frontiera «È il momento degli oriundi nella nuova Nazionale» di Gabriella Mecucci

Come affrontare i Mondiali da “orfani”

omincia l’èra-Prandelli. Ma se tutti si aspettavano una rivoluzione copernicana dopo il disastro sudafricano, il nuovo ct alla presentazione ufficiale ci è andato con i piedi di piombo. Balotelli in azzurro? Probabilmente sì. Il ritorno di Cassano in nazionale? Ci penserò. Buffon? È il capitano. E Totti? Non credo. Ma sotto sotto e ufficiosamente, per carità - sembra passare una linea nuova: sì agli esclusi di Lippi e soprattutto apertura agli “oriundi”. a pagina 19

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seg1,00 ue a p(10,00 agina 9CON EURO

E adesso, coraggio! Tifiamo tutti Ghana di Paola Binetti uesto mondiale sta diventando sempre di più la grande kermesse sportiva dei Paesi emergenti rispetto ai modelli consolidati della vecchia Europa. Olanda, Spagna e Germania faticano a mantenere una leadership che ne confermi storia e tradizione, mentre c’è chi, come Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay, vuole entrare sulla scena con energia e determinazione per occuparne il primo posto. a pagina 18

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I QUADERNI)

• ANNO XV •

NUMERO

127 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

Appello alla Fiom e a Marchionne

Pomigliano, unire i sì e i no è possibile di Savino Pezzotta

Dopo un’assemblea infuocata nello stabilimento campano, gli estremisti della Cgil provano a mediare con il Lingotto: «Se rispettate la legge, siamo pronti a trattare» trascorsa una settimana dal Referendum e dal voto dei lavoratori della Fiat di Pomigliano. Nei giorni seguenti si sono sprecate interpretazioni, valutazioni e giudizi e si è dispiegata tutta la tifoseria possibile. Oggi sul futuro della fabbrica non si sa ancora niente. Questo silenzio in questo caso non è proprio virtuoso e la situazione può oltremodo complicarsi, se non si chiariscono in fretta le volontà dell’azienda. Si era affidata al Referendum un’azione salvifica e si era visto come un fatto catartico che avrebbe sciolto tutti i nodi di una vertenza difficile e complicata, non è stato così: ha trionfato il realismo operaio che attraverso il voto ha mandato segnali che solo in apparenza sembrano contradditori e antagonisti. Con il “sì”, si è affermata la volontà di trattenere lo stabilimento in un territorio segnato dalla presenza della camorra e da una disoccupazione che supera il 20%. segue a pagina 8

È

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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Caos istituzionale. È battaglia tutti contro tutti, ormai, nella maggioranza. E Bossi: «Qualcosa a Berlusconi gli si deve»

L’anti-cavaliere di Malta

Intercettazioni, Lodo Alfano, manovra, magistratura in sciopero: solo Napolitano da La Valletta è chiaro: «Quella legge ha punti critici» di Franco Insardà

ROMA. Giorgio Napolitano cita monsignor De la Palisse e avverte: «I punti critici della legge sulle intercettazioni nel testo approvata dal Senato risultano chiaramente» così il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Il capo dello Stato ha ammesso, con amarezza, che la sua esortazione alle forze politiche a concentrarsi nell’esame e nell’elaborazione della manovra economica non sono state ascoltate. Quella di Napolitano è la certificazione della confusione che ormai regna sovrana nelle istituzioni del nostro Paese. La partita si complica e Silvio Berlusconi, questa volta, rischia di perdere il banco.Tanto che al suo ritorno sono in molti ad aspettarlo con il fucile spianato. Innanzitutto i magistrati che ieri in piazza non hanno portato soltanto le loro rivendicazioni per i tagli ai loro emolumenti dovuti alla manovra. Eppoi i giornalisti in piazza contro il bavaglio alle intercettazioni, i governatori che attendono da lui un freno alle richieste di Tremonti i finiani che nutrono dubbi sull’estensione retroattiva del Lodo Alfano. Proprio una brutta giornata quella di ieri per

Casini: «Il troppo stroppia. Un conto è il Lodo che copre le funzioni del premier, un conto è quello che si vuole fare. È un errore e un’occasione persa per dimostrare il senso della misura» il premier, soltanto alleggerita dalla solidarietà dell’amico-ministro Bossi e dal vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, che si è scagliato contro le toghe che hanno incrociato le braccia.

Anche queste due ultime posizioni restituiscono il quadro di una situazione politico-istituzionale sempre più a pezzi. Da una parte il vicepresidente del Csm contro i magistrati, dall’altra l’alleato principe del premier. Il leader della Lega apre infatti all’ipotesi di ampliare il disegno di legge costituzionale, prevedendo maggiori impunità per il premier e i ministri. Queste modifiche, ha spiegato Bossi «sono piccole cose: il presidente del Consiglio deve badare a un Paese. Qualcosa gli devi». Le parole del leader del Carroccio, però, nascondono un tentativo, neanche troppo implicito, da una parte di giustificare e dal’altra di tenere a bada i furori berlusconiani per riuscire portare a casa il risultato pieno sul fronte giudiziario. Per ottenere una sorta di lasciapassare il numero uno della Lega arriva addirittura a prefigurare uno stravolgimento di un principio sancito dalla nostra Costituzionale, garantito al solo capo dello Stato, simbolo e rappresentante dell’unità d’Italia e della nazione. Sulla vicenda intercettazioni, poi, per Bossi è necessario trovare «una mediazione all’in-

La sagra degli errori nella formulazione delle nuove norme

Nel governo non c’è proprio più niente di autorevole di Giancristiano Desiderio segue dalla prima La manovra economica tocca anche loro - perché dovrebbe toccare solo la scuola? - e loro cosa fanno? Scioperano per salvaguardare l’indipendenza. Il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, critica lo sciopero dicendo che la difesa dello stipendio non c’entra con la difesa dell’indipendenza. Insomma, c’è modo e modo. Come dice Dante è “il modo che ancor m’offende”. Accade anche per il governo e il famoso Lodo. Ora lo vogliono “allargare”. Ma ciò che conta non è tanto il merito, quanto il metodo. Il modo in cui si dice di voler allargare il cosiddetto “lodo Alfano”è davvero offensivo. Filippo Berselli, presidente della commissione Giustizia del Senato, che ha scritto il parere da consegnare alla commissione Affari costituzionali, dice che «c’è stato un errore quando è stato scritto il testo del Lodo».

E quale sarebbe? Questo: nel testo attuale si prevede che lo scudo possa valere nei confronti del presidente della Repubblica «anche in relazione a fatti antecedenti all’assunzione della carica». Ma questa formulazione, per un errore di chi ha messo a punto il testo - sostiene Berselli - non era stata estesa al presidente del Consiglio e ai ministri». Quindi «ora nel parere che stiamo per presentare cerchiamo di ovviare a questa disparità di trattamento». Se il parere della commissione Giustizia verrà accolto, lo scudo per il premier e per i ministri si potrebbe estendere ulteriormente e la sospensione scatterebbe anche per i processi cominciati prima dell’assunzione dell’incarico. Ma davvero le parole di Berselli sono credibili? Davvero è stato fatto un errore di battitura con il testo del “lodo Alfano”? Alle parole di Berselli può credere solo Berselli. Sono peggiori della “correzione” del testo. Avrebbe fatto meglio a dire quanto ha detto Bossi: «Il presidente del Consiglio deve badare al Paese: qualcosa gli si deve». La tesi dell’errore è ridicola. Un governo che conservi il senso del ridicolo sta ben attento a non

ricoprirsi di ridicolo: perché un governo può essere osteggiato, temuto, ma se si copre di ridicolo perderà inevitabilmente autorevolezza e rispetto. La necessità di uno “scudo” per il capo del governo è stata accolta dagli italiani, persino da coloro che non hanno votato per il Pdl, con senso della realtà: Berlusconi è “sotto processo” da quando è diventato politico.

Ciò non toglie, però, che su questo tema il governo e il suo presidente abbiano i nervi scoperti al di là del consentito. L’azione del governo è semplicemente maldestra. Il governo è nervoso a tal punto da non essere sicuro delle sue stesse intenzioni e non sa come difendere le proprie idee e le proprie necessità. Basta dare una banale occhiata ai fatti per capirlo. Il “lodo Alfano”ha generato una non piccola crisi istituzionale. Tuttavia, il peggio era ormai passato. Ma ecco che improvvisamente il “lodo Alfano” ritorna al centro della politica perché ci si è accorti che è stato fatto un errore. Così, mentre si discute del pessimo provvedimento sulle intercettazioni, mentre si cerca di rimettere mano alla “manovra Tremonti”, ecco che per volontà del governo ritorna di moda il tema delle leggi ad personam. Soltanto un governo in stato confusionale come questo poteva realizzare un auotogol simile. A fronte di questo disastro, nel quale come si vede Berlusconi non ci vuole mettere la faccia e tende a nascondersi, Bossi è l’unico ministro in grado di comportarsi da leader (di partito) e dettare la linea.

terno della maggioranza». Posizione condivisibile dal punto di vista politico, ma che nasconde la preoccupazione che proprio su questa vicenda si possa rompere il filo che lega Berlusconi e Fini, mandando a carte quarantotto l’intera maggioranza. La sortita in conferenza dei capigruppo che ha deciso la calendarizzazione alla Camera per la fine del mese del disegno di legge e la reazione di Fini che ha definito la decisione «un puntiglio» preoccupano non poco il Senatùr. Intanto la commissione Giustizia del Senato voterà martedì prossimo il parere alla commissione Affari costituzionali sul Lodo Alfano, che contiene, appunto, l’estensione dello scudo al presidente del Consiglio e ai ministri anche per i processi avviati prima dell’insediamento, orma che, nel testo attualmente in discussione in commissione Affari Costituzionali al Senato, riguarda solo il capo dello Stato. Una decisione bocciata dalle opposizioni perché, come ha detto, ai microfoni di Sky Tg24, Pier Ferdinando Casini «il troppo stroppia. Un conto è il Lodo che copre le specifiche funzioni del premier, un conto è quello che si vuole fare. Penso sia un grandissimo errore e di una occasione persa per dimostrare il senso della misura. Noi offriamo tutta la collaborazione possibile in tema di giustizia, ma non devono esagerare e invece ogni volta lo fanno».

Più duro il segretario del Partito democratico, Pier Luigi Bersani che definisce la proposta «assolutamente inaccettabile», aggiungendo che se la maggioranza insisterà «avremo giornate calde. Questa continua accelerazione su norme che confliggono con la legalità e mettono in discussione la parità davanti alla legge mette il centrodestra in una prova di forza con l’opinione pubblica che gli farà pagare un prezzo». Antonio Di Pietro ha rincarato la dose: «Siamo passati dall’associazione a delinquere di tipo mafioso a quella di tipo parlamentare, che ne è l’evoluzione della specie, ovvero fare le leggi per non farsi processare». Il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Carlo Vizzini minimizza: «È una tempesta in un bicchier d’acqua. Anche la relazione del provvedimento parlava della sospensione dei processi nel corso dello svolgimento della carica. E non c’era nessun riferimento al fatto che il processo fosse iniziato prima o dopo l’assunzione di un mandato».Vizzini ha rivendicato il fatto che il nuovo “lodo”non ha “automatismi”, nel senso che tocca poi alla Camera di appartenenza decidere entro 90 giorni del congelamento di un processo per la durata del mandato; ha accolto i ri-


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2 luglio 2010 • pagina 3

Molti politici dell’opposizione alla manifestazione nella Capitale

E i giornalisti a Roma si tolgono il bavaglio

Piazza Navona stracolma per l’iniziativa della Fnsi Lo slogan più gettonato: «No al silenzio di Stato» di Marco Palombi

ROMA. La pizza “no al bavaglio” della premiata ditta Sorbillo in Napoli, gli immancabili post it gialli, il popolo viola e tutte le altre società civili, la Federazione nazionale della stampa, i leaderini della sinistra extraparlamentare (nel senso di quella cacciata dal Parlamento col voto), l’immancabile mondo della cultura e, ultima ma non ultima, Patrizia D’Addario. La manifestazione di piazza Navona, a Roma, contro la legge sulle intercettazioni che la maggioranza vorrebbe approvare entro l’estate è stata infatti impreziosita dalla presenza della escort – anche se a lei spiace la definizione – famosa per quell’appuntamento galeotto sul lettone di Putin a palazzo Grazioli. «Lei qui non è gradita», le hanno fatto sapere via agenzia quelli della Fnsi, ma in realtà la signora barese - in missione pubblicitaria col libro Gradisca, presidente sotto il braccio e il prossimo, annunciato, ancora nella testa – aveva speciale diritto di andare a protestare contro il ddl, contenendo quel testo il cosiddetto “emendamento D’Addario”, che punisce con pene da piccolo spaccio di droga chiunque registri conversazioni all’insaputa dell’interlocutore (fatta eccezioni per i giornalisti iscritti all’albo). L’ex accompagnatrice del premier, in ogni caso, ha fatto la sua figura: «Io sono per la libertà di stampa – ha spiegato assediata da fotografi, cameraman e giornalisti - e perché questo ddl non abbia un seguito». Non solo: «Sono qui per la vostra libertà – ha detto ai giornalisti - e anche per la mia perché l’anno scorso io ho raccontato la verità a un giudice ed ora sto ancora pagando per quello che ho detto: con questa legge la verità non sarebbe mai uscita fuori». E dunque, no al bavaglio, nemmeno sul lettone di Putin.

dente Roberto Natale - noi faremo disobbedienza civile e professionale. Questa legge non merita di essere rispettata e i giornalisti che non la rispetteranno avranno l’appoggio pieno del sindacato e dell’ordine». Sotto al palco intanto Antonio Di Pietro, bontà sua, plaudeva al comportamento del capo dello Stato e vaticinava al limite dell’eversivo: «È una truffa, un raggiro per fare in modo che i cittadini non sappiano quello che sta accadendo nelle segrete stanze del palazzo. Ma noi ci saremo, saremo in aula e ci resteremo anche a costo di occupare il Parlamento ad agosto». Se l’ex pm è Stalin, Luigi De Magistris, fratello coltello, è Trotsky e vuole i post it gialli in tutto il mondo: «Bisogna dare ali a questo movimento di resistenza democratica e pacifica, affinché varchi i confini nazionali». Fino alla Russia di Putin e del suo lettone, si immagina, o almeno fino alla Grande Mela, tanto è vero che il popolo viola – che poi in sostanza si chiama Gianfranco Mascia – vuole comprare pagine su New York Times e Herald Tribune per chiedere sostegno contro il ddl intercettazioni a governi e cittadini degli Usa e della Ue (per gli interessati c’è l’apposito sito www.helpitaly.it).

Grande scompiglio ha provocato la presenza di Patrizia D’Addario: «Sono qui perché anche io sono una vittima di questa legge»

lievi della Consulta, estendendo la copertura ai ministri; è difficilmente criticabile dal punto di vista istituzionale, perché «la nostra Carta ha avuto per 46 anni l’autorizzazione a procedere che copriva circa 1000 persone ed era molto più stringente, visto che doveva essere concessa anche solo per indagare».

Sull’altro argomento “caldo”: le intercettazioni il leader dell’Udc Casini ha avanzato critiche: «Si continua a sbagliare, si può raggiungere un’intesa. Non si può accettare questo disegno di legge che finisce per indebolire la lotta alla criminalità e per porre gravi questioni sulla libertà di stampa». Casini, ieri, ha portato la sua solidarietà ai manifestanti delle forze di polizia che protestavano, davanti a Montecitorio, per le misure della manovra economica. Agenti, funzionari ma, soprattutto, prefetti riuniti per la “manifestazione nazionale della carriera prefettizia”, per protestare, come ha spiegato il presidente dell’Associazione sindacale dei funzionari prefettizi, Anna Palombi, contro «i tentativi di smantellare le Prefetture e di scardinare il sistema sicurezza sul territorio nazionale attraverso i ripetuti interventi normativi all’esame del Parlamento». Una posizione che qualche giorno fa aveva evidenziato il prefetto d Roma. Giuseppe Pecoraro che ieri ha detto: «Siamo scesi in campo non per un atto di ribellione, ma per una richiesta di attenzione e di rispetto per uomini e donne che lavorano per questo Paese al meglio delle loro possibilità». Pecoraro ha parlato di «umiliazione inflitta a un importante organo dello Stato. Non possiamo essere trattati da enti inutili». Se anche i rappresentanti dello Stato sul territorio protestano allora vuol dire che misura è davvero colma.

A sinistra il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in alto il leader del Carroccio, Umberto Bossi e sopra il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino

Quanto ai promotori - movimenti, associazioni e sindacato dei giornalisti - al di là dei condivisibili motivi di protesta, ieri pomeriggio s’è sprecata retorica costituzionale, resistenziale, muscolare e artistica. L’happening, per dire, s’è aperto nientemeno che con l’inno d’Italia, seguito dalla lettura dell’articolo 21 della Carta, quello sulla libertà di stampa. Dal palco - gestito da Tiziana Ferrario (volto del Tg1 allontanato dalla conduzione) – sotto la scritta «No al silenzio di Stato. Contro i tagli e i bavagli», hanno profuso indignazione Dario Fo (al telefono), Massimo Ghini, Leo Gullotta e, ovviamente, i vertici della Fnsi: «Se la legge passa – prometteva ad esempio il presi-

Piazza molto piena e d’umore dipietrista quant’altre mai, ma i politici d’ogni sinistra ci sono andati a nozze tutti: Bersani e il suo vice Letta,Veltroni con moglie e figlie, Franceschini, Fassino, Finocchiaro (tutti a promettere battaglia in Aula, ovviamente, e a sperare inutilmente nei finiani), i vendoliani Migliore e Cento, il verde Bonelli, il comunista Diliberto, il socialista Nencini, i radicali, i grillini, Legambiente, l’Arci e una mazzetta di sigle del mondo culturale. Mentre la giornata avanza c’è tempo pure per la replica della D’Addario a quelli che non la vogliono in piazza («Mi ha invitato il popolo viola») e un Franco Siddi, segretario Fnsi, in pieno trip anni Quaranta: prima ha trovato il modo di citare la legge sulla stampa «approvata nel 1947 dall’Assemblea costituente», poi ha annunciato fiero che «oggi si inaugura la giornata della resistenza civile del XXI secolo. Non la faremo clandestinamente ma alla luce del sole ripeteremo che la libertà è un bene fondamentale, che è conoscenza». Chiusura ottimista: «Chi considera l’informazione un pericolo sarà sconfitto». Se non dalla Fnsi, peraltro, forse ci pensano gli americani come al solito, magari commossi dall’appello viola.


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l’approfondimento

Nel Paese centroamericano il Cavaliere si lascia scappare: «Voglio inaugurare il nuovo Canale. Per questo mi ricandiderò»

Berlusconi 2013

«Avevo deciso di ritirarmi fra tre anni, ma ci ho ripensato», ha detto il premier a Panama, ma pochi se ne sono accorti. Che ne pensano, nella maggioranza? Davvero Bossi e Fini accetteranno di fare i delfini fino a settant’anni? di Errico Novi

ROMA. Quale anno? Il 2013? Sul tranquillizzante orizzonte centroamericano Silvio Berlusconi vede il futuro, i prossimi tre anni che «dovevano essere gli ultimi», quelli conclusivi del suo lungo viale del tramonto. E invece non sarà così: perché nel 2013, appunto, non si compirà forse la profezia dei Maya sulla fine del mondo (quella per la verità sarebbe in calendario per l’anno precedente) ma una reincarnazione del Cavaliere, quella, ci sarà eccome. Almeno secondo la linea che il premier immagina dal Canale di Panama, appunto. Dove due giorni fa ha indicato tra il provvidenziale e il fatalista il futuro della Repubblica: «Avevo già programmato di ritirarmi dalla vita politica fra tre anni ma con questo obbligo di essere qui per festeggiare il nuovo Canale mi vedo costretto a continuare». E si staglia una nuova data, il 2014, quella entro cui la Impregilo dovrà consegnare il nuovo istmo che congiungerà il Pacifico e l’Atlantico. «Noi ci saremo», assicura dunque il presidente del Consiglio.

E Fini? E Bossi? Ci saranno anche loro? Soprattutto, ci staranno? Asseconderanno il disegno panamense del grande capo? Si direbbe che nella previsione fatta mercoledì la veste che Silvio immagina di indossare in futuro sia ancora quella di Capo del governo. Eppure, come suggerisce a liberal il politologo bolognese Gianfranco Pasquino, «la sua evoluzione preferita lo porta al Quirinale, dove tra l’altro realizzerebbe la sua condizione ideale, quella che gli consente di andarsene in giro, viaggiare, rappresentare il Paese ma soprattutto se stesso». È una nuova forma, l’ultima fase del berlusconismo: sul Colle più alto. Approdo scontato, in effetti, nei pronostici di tutti gli osservatori, di amici e avversari, già dall’inizio dell’attuale legislatura. Ma come si combina una simile riconversione istituzionale con l’idea, chiaramente trasmessa da Silvio dalle sponde del Canale, di restare «in sella», sulla cresta dell’onda?

Intanto l’interrogativo affascina – e inquieta, a seconda della condizione di chi osserva – tanto più che viene posto quasi inaspettatamente. In pochi hanno notato la comunicazione di servizio, pur decisiva per il destino del Paese, fatta da Berlusconi durante il suo passaggio latinoamericano. Uno stringato ma puntuale resoconto sul Corriere della Sera di ieri, e poco altro, Pochi si sono accorti che il Cavaliere, nel clima a lui più congeniale, ha fatto un annuncio politicamente così essenziale. Non

hanno bisogno di annunci evidentemente Gianfranco Fini e i parlamentari a lui vicini. La loro missione, la loro priorità, come raccontano fonti ben informate del Pdl, «è proprio scongiurare l’incubo». Cioè «evitare di trovarsi nel 2013 con un Cavaliere ancora in grado di decidere per tutti praticamente da solo». E i berlusconiani? Chi tra loro è dotato di autoironia si descrive «pronto ad abbandonarmi dolcemente tra le braccia strette del Cavaliere». Secondo un plot narrativo che Pasquino

Pasquino: «Non è De Gaulle, anagrafe a parte: gli manca un’idea dell’Italia»

inquadra perfettamente: «Non avrà alcun problema, l’attuale premier, a riproporsi in una nuova veste, e nello stesso tempo a modificare drasticamente l’istituto del presidente della Repubblica».

Nel 2013 «o magari un anno prima», dice Pasquino, «Berlusconi si troverà ad essere nello stesso tempo padrone del destino degli eletti e nello stesso tempo Capo dello Stato. Eserciterà il mandato quirinalizio dunque in condizioni assai diverse da qualunque predecessore: a nessuno è mai toccato in sorte, infatti, di farsi eleggere sul Colle più alto mentre era ancora nel pieno esercizio di una leadership politica». Precursori? Nessuno, appunto. «Avrebbero potuto, voluto esserlo Craxi, Forlani e Andreotti. Uno di loro tre, nel ’92, sarebbe diventato presidente della Repubblica mentre deteneva il pacchetto azionario di maggioranza, se non ci fosse stato il crollo della Prima Repubblica», dice il professore di Scienza politica del-


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I due ieri hanno presentato insieme la «Rivista di politica» di Alessandro Campi

Una corrente (d’aria) divide Bondi e Fini, nemici ritrovati

Per il presidente della Camera nel Pdl c’è un grave problema di legalità Ma si litiga anche per la festa di Mirabello: troppi finiani in cartello di Riccardo Paradisi ino a una manciata di settimane fa nessuno avrebbe scommesso un euro sulla possibilità che il presidente della Camera Gianfranco Fini e il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi si sarebbero incontrati in una sala della Camera per parlare di alati argomenti come “il futuro della democrazia” e ”il ritorno necessario della politica”. I due grandi calibri del Pdl nei mesi appena trascorsi si sono infatti menati fendenti talmente feroci che tutto avrebbe fatto pensare a un’incomunicabilità definitiva.

F

Insomma Bondi accusava Fini di essere una quinta colonna dell’opposizione nella maggioranza, di essere un guastatore: «Il modo in cui Fini ha deciso di perseguire il confronto all’interno del Pdl è un modo lacerante, in taluni casi inutilmente provocatorio, addirittura con una malcelata avversione personale nei confronti di Berlusconi. Credo – continuava addolorato Bondi che sia proprio questa componente umana, quella che ferisce di più Berlusconi, e che spiega anche la sostanziale fragilità e soprattutto l’assoluta sproporzione delle conseguenze delle posizioni di Fini». Sugli uomini del cosiddetto arcipelago finiano, quelli che animano riviste e giornali come il webmagazine Farefuturo, Charta minuta, il Secolo d’Italia Bondi era stato ancora più duro: «Sembrano proporre un’alternativa radicale all’esperienza di Berlusconi, manifestano perfino un’allergia verso la sua stessa persona». Non che Fini sia stato più morbido: «La devozione che Bondi ha per Berlusconi gli gioca brutti scherzi», ha detto il pre-

sidente della Camera. Ma la politica è mobile, tutto passa e tutto ritorna.

In questo caso poi a favorire l’inaspettato randevù tra il presidente della Camera e il ministro della Cultura nella Sala delle conferenze della Camera dei Deputati è stato l’attivismo intellettuale del politologo Alessandro Campi – presidente della fondazione Farefuturo – che ha ritenuto possibile metterli intorno a un tavolo per parlare appunto del

L’ex leader di An e il triumviro berlusconiano avevano polemizzato per mesi futuro della democrazia e per presentare il nuovo numero della sua Rivista di Politica edita da Florindo Rubbettino. Operazione spregiudicata tanto più che non più tardi d’un mese addietro era stato lo stesso Campi ad essere investito dalle critiche di Bondi per alcuni pensieri giudicati oggettivamente non berlusconiani. Non che i due nemici ritrovati si siano risparmiati stilettate. Il futuro della democrazia, tema alto del dibattito, s’è trasformato nell’acuminata discussione sul futuro delle democrazia nel Pdl. Con Bondi a insistere che il confronto è il sale della democrazia ma che un conto è il confronto e il dibattito un altro è la guerriglia continua, il distinguo puntiglioso, lo smarcamento sistematico e Fini a rintuzzare che democrazia interna è confronto anche aspro e politico sui temi dirimenti, diritto all’obiezione conseguente e dunque anche organizzata in componenti che pretendono il loro diritto di incidere e di contare. Ma Fini ha

dato l’affondo anche su questioni spinosissime come il caso Brancher, l’affaire Cosentino «inopportuno che sia sottosegretario» – il ddl intercettazioni. «Non accetto che una decisione non possa essere contestata perché è già stata presa». Non si tratta di fare il controcanto dice Fini «ma su alcune questioni nemmeno far finta di non vedere», ha sottolineato il presidente della Camera ricordando l’allarme lanciato dal procuratore antimafia Piero Grasso. «Vogliamo fermarci a riflettere?»

Un siparietto ben moderato da Pierluigi Battista che ha dosato perfidia e velluto mentre sullo sfondo della giornata s’aggiungeva un altro capitolo allo scontro perpetuo nel Pdl. Campo di battaglia tra finiani e berlusconiani stavolta è la festa nazionale del partito a Mirabello (Ferrara); casus belli la polemica sulla eccessiva presenza di ex finiani nel programma della festa. Problema risolto d’imperio dal coordinamento del Pdl «Con una lettera indirizzata al senatore Alberto Balboni e, per conoscenza, a Vittorio Lodi, i tre coordinatori nazionali del Pdl, Ignazio La Russa, Denis Verdini e Sandro Bondi, hanno risolto d’imperio ogni controversia circa la prossima edizione della Festa della Libertà di Mirabello». «In relazione alla tradizionale Festa di Mirabello abbiamo purtroppo registrato l’esistenza di una polemica incomprensibile circa la titolarità della Festa – scrivono i tre coordinatori – È pacifico che la Festa, come negli ultimi anni, debba essere Festa del Pdl, come del resto Festa di partito e’ stata fin dalla sua nascita». I tre coordinatori nazionali precisano inoltre che una volta predisposto il programma dei dibattiti e degli incontri dovrà essere sottoposto al coordinamento nazionale. Balboni si è detto «molto contento che in tempi così rapidi il partito abbia assunto una decisione chiara e netta». La democrazia diretta

l’università di Bologna, «sarebbe dunque la prima volta». E la sequenza stessa sarebbe inedita: «Si può immaginare un Berlusconi che si presenta alle prossime Politiche ancora in qualità di candidato premier, conquista un’ampia maggioranza in Parlamento e grazie a quella sale al Quirinale». Anno 2013, cose mai viste.

Torna il quesito: ma Bossi e Fini cosa faranno da grandi, all’epoca in cui Silvio darà l’assalto al primato del generale De Gaulle? «Fini non può sfilarsi prima, ha truppe scarse e alcuni dei suoi non hanno un passato del tutto limpido, rischiano di scontare sul campo qualche inciampo pregresso. È all’interno del Pdl che il presidente della Camera può condurre la propria battaglia, con la consapevolezza, purtroppo per lui, che nello schema previsto dal cofondatore non potrà mai diventare Capo del governo». Perché la sequenza finale del film immaginato davanti al tramonto panamense è questa, secondo Pasquino: «Si fa eleggere al Colle con i voti conquistati personalmente in campagna elettorale e poi lui stesso, Berlusconi, nomina il primo ministro. Certo non sarà Fini». Sarà invece una Costituzione materiale nuova, «senza il bisogno di passare per qualche riforma: il Cavaliere d’altra parte è troppo impegnato e distratto da intercettazioni, lodi, riforme della giustizia, per badare a realizzare una nuova forma di governo». E questo segna l’inesorabile distanza tra lui e De Gaulle, seppure l’analogia anagrafica, nel 2013, risalterebbe clamorosamente: «Mais non, mais non, direbbe il generale: il quale si ritirò dopo il referendum perduto nel ’69, con sdegno, a 79 anni. Sì, forse il paragone può starci sul piano anagrafico: con la differenza che De Gaulle era un grande, un combattente vero che non confondeva lo Stato con gli interessi personali, né si macchiò mai di scandali, pubblici o privati che fossero. Berlusconi ha avuto sì l’opportunità di diventare il De Gaulle italiano, di cambiare la Costituzione, ma il tentativo nel 2006 è naufragato. Forse per l’inadeguatezza dei suoi collaboratori, forse perché l’unica battaglia che lo interessi, e che combatterà anche nei prossimi anni, sarà quella contro la magistratura. Ma in realtà il vero punto è che lui non ha un’idea di Italia nella testa, come invece ce l’aveva De Gaulle, anche con le sue irremovibili visioni da Stato centralista. A Berlusconi manca anche quella, come gli manca la vocazione liberale che qualcuno, vedi il Corriere, cerca di risvegliare in lui. Difficile che l’esperimento, con un duopolista come il Cavaliere, possa avere successo».


diario

pagina 6 • 2 luglio 2010

Centro vs periferia. Giuseppe Scopelliti spiega il senso dell’alleanza del Sud: «Quando facciamo proposte, veniamo sempre attaccati»

«Non esistono Regioni virtuose»

Il governatore della Calabria: «Uniti contro il federalismo se ci penalizzerà» ROMA. Secondo Giuseppe Scoppelliti la vita di un governatore del Sud è due volte difficile: «Da un lato dobbiamo difenderci dalla manovra del governo, dall’altro dai debiti che ci hanno lasciato i nostri predecessori». Ed è per questo che è stato tra i capifila dell’alleanza che si è saldata tra Renato Polverini (Lazio), Stefano Caldoro (Campania), Gianni Chiodi (Abruzzo) e Michele Iorio (Molise). Da soli controllate l’80 per cento del deficit sanitario italiano. E che vuol dire? Che per questo siamo ricattabili o che abbiamo un forte potere di ricatto visto che rappresentiamo le aree più deboli? L’idea è questa. Ci ha uniti la necessità di avere un momento di confronto. E a differenza di quanto fa intendere qualcuno, non stiamo chiedendo di salvaguardare gli sprechi, ma soltanto avvertendo che c’è il rischio di tagliare i servizi. Il solito Sud parassitario. Chi lo dice ha eredito un’ente virtuoso. Di che parlano! Ce lo dica lei. Dovremmo parlare di deficit strutturali e infrastrutturali. Al riguardo è vergognoso quanto investono le grandi aziende pubbliche. In Calabria le Ferrovie spendono il 3,1 per cento rispetto al 45 previsto. Nel Mezzogiorno siamo in media al 21 per cento. Andate a vedere quanti capitali sono impegnati al Nord. Gli stessi argomenti di Loiero. Ci vediamo a fine 2012 per fare un bilancio. E se il risultato

di Marco Palombi

quest’alleanza è diversa. Non puntiamo ad aggredire, ma difenderci: facciamo delle proposte e ci vengono respinte. Le riformuliamo, incassiamo timide aperture, ma alla fine veniamo di nuovo assaliti. Nel 2001 Fitto e Bassolino bloccarono il federalismo fiscale. Lo vedremo al momento delle scelte. Ma una cosa è certa: andremo a verificare se i costi standard rispettano anche i nostri i bisogni. Perché un conto è rafforzare il Paese attraverso il federalismo, un al-

Dubbi sulla relazione sulla spesa locale presentata da Tremonti: «Abbiamo dato mandato a Errani di tirare fuori i veri numeri» sarà negativo, non dirò che la colpa è degli altri. Di più, sono pronto a rimettermi in gioco, perché in Calabria stiamo costruendo un nuovo percorso. Nel fronte del Sud non c’è Vendola. È stata una scelta casuale. Abbiamo iniziato a discutere tra di noi perché siamo nel Pdl. Ieri mattina, in conferenza delle Regioni, c’era il presidente della Basilicata Di Filippo e gli abbiamo subito chiesto di entrare nel gruppo. Allora, sì che sarete forti. Ripeto, la chiave di lettera di

tro acuire gli squilibri. E in questo caso non ci stiamo. I governatori ricchi dicono che state rompendo il fronte antimanovra. Cota o Formigoni non hanno i miei problemi sulla salute. Ma nel breve termine la battaglia comune, quella sulla manovra, ha bisogno di una strategia unitaria. E anche nel medio termine il target è unico: poter rispettare il patto di stabilità e non sforare sulla sanità. Calabria come Lazio, Campania, Abruzzo e Molise vogliono soltanto vedere indi-

In manovra arriva la stretta sull’anzianità

Pensioni, 40 non bastano ROMA. Evocata da più parti è finalmente arrivata la riforma delle pensioni. Ma nel modo peggiore, con un emendamento alla manovra presentato dal relatore Antonio Azzollini. Stando alla misura dal 2016 non basteranno più 40 anni di contributi per andare in pensione, «ma occorrerà aspettare un po’ di più». Infatti da quell’anno i requisiti di pensionamento verranno aggiornati, ogni tre anni, sulla base dell’incremento della speranza di vita calcolata Un dall’Istat. adeguamento che quindi riguarderà non solo i requisiti anagrafici, ma pure il requisito unico dei 40 anni di contribuzione che consente di andare in pensione a prescindere dall’età. Intanto i governatori continuano nella loro guerra contro i tagli previsti in Finanziaria e attendono di essere convocati da Silvio

Berlusconi. Il presidente della conferenza delle Regioni, Vasco Errani, ha spiegato: «Siamo convinti che il federalismo fiscale è una svolta storica per il Paese, ma non lo si può realizzare in modo avverso alle regioni e alle autonomie locali».

Soprattutto non sono piaciuti i risultati del monitoraggio sulla spesa presentati ieri da Tremonti, tanto da parlare di «incongruenze rispetto alla legge delega sul federalismo». E infatti hanno chiesto «un confronto di merito, convinti di poter dare un contributo fondamentale per realizzare il federalismo fiscale senza errori». A Tremonti poi un duro monito sul percorso da seguire: «I decreti attuativi del federalismo devono essere proposti attraverso un confronto vero con le Regioni e le autonomie, devono essere coordinati e contestuali».

viduato un cammino che non penalizzi i loro cittadini. Confidate in Berlusconi? È l’unico che può riaprire il confronto. Il messaggio che abbiamo mandato al governo è semplice: torniamo a sederci intorno a un tavolo e soprattutto torniamo a parlare di politica, senza l’interferenza dei tecnici. Le parti sono distanti. Ogni volta che ho parlato con il ministro Tremonti o con il ministro Fitto mi è stato detto che la situazione non è facile, ma che c’è la necessità di trovare un accordo. Fitto non è stato leggero. Mi ha chiarito che stava attaccando soltanto le Regioni che non sono in grado di spendere gli aiuti comunitari La manovra però non tocca la sanità. Ci sono alcuni punti che potrebbero violare il patto della Salute. Penso alla parte che finisce per cancellare l’articolo 20 della legge 67 del 1988 sugli investimenti per l’edilizia sanitaria. Spesso gli ospedali vanno anche costruiti. Sulla sanità dovrete comunque tagliare. Siccome ha avuto un’importante esperienza da amministratore, credo che Fitto ci darà una mano. Ha contezza dei nostri bisogni. E per lui ci sono spiragli per sbloccare una questione che è normativa. Parliamo di Fas, di soldi. Non ci ha dato soluzioni, ma sappiamo che una strada è presentare un piani di rientro sulla sanità più credibili. E noi stiamo già lavorando in prospettiva di un migliore utilizzo delle risorse su tutte le attività che portano sviluppo. Il governo dice che non usate i fondi europei. Personalmente non sono d’accordo, ma verificheremo. Accusa le Regioni del Sud, quelle con servizi scadenti, di spendere più di quelle del Nord. Sui servizi peggiori possiamo anche concordare, ma che le Regioni del Sud siano più spendaccione la reputo un’inutile illazione. Che fate, smentite i conti di Tremonti? No, ma abbiamo dato mandato al presidente Errani di tirare fuori dai bilanci delle Regioni i numeri a nostra disposizione e renderli pubblici. E penso che sui finanziamenti europei e sui presunti sprechi avremmo belle sorprese.


diario

2 luglio 2010 • pagina 7

A causa di un proiettile vagante davanti all’Università

L’allarme di Federconsumatori: ricaduta della manovra economica

A Catania, donna ferita in un aggiuato di mafia

In arrivo una stangata da 886 euro a famiglia

CATANIA. Una studentessa uni-

ROMA. Sarà una “stangata” da 886 euro all’anno a famiglia. È questo per Adusbef e Federconsumatori il conto che si troveranno a pagare gli italiani aggiornato alla luce delle ricadute della manovra economica in corso di approvazione. A fare la parte del leone sui portafogli nazionali saranno le assicurazioni con un aumento medio del costo pari a 159 euro. Seguono gli aumenti decisi per le tariffe aeroportuali che peseranno mediamente per 65 euro a cui si aggiungeranno i 60 euro stimati in seguito all’aumento delle tariffe autostradali ed i 75 euro l’anno dai pedaggi. E ancora: 90 euro per l’aumento delle tariffe del gas, 119 per quelle dell’acqua, 38

versitaria è rimasta ferita da una delle pallottole sparate da sicari mafiosi ieri mattina in piazza Dante, nel centro di Catania, contro un pregiudicato del clan Zuccaro che è stato colpito a propria volta. La donna, Laura Salafia, 34 anni, è stata trasportata all’ospedale Cannizzaro, dove i medici hanno riscontrato un «trauma midollare con ritenzione del proiettile». Il pregiudicato, Maurizio Gravino, 40 anni, cognato del boss Nino Testa, è stato invece ricoverato nell’ospedale Vittorio Emanuele. Le condizioni di entrambi sono ritenute gravi. L’agguato è avvenuto a pochi metri dalla caserma dei carabinieri e dal monastro dei Benedittini, sede dell’università dove la studentessa si stava recando. Gravino, vero bersaglio del killer, era a bordo di uno scooter e ha cercato inutilmente di raggiungere la sede dell’Arma, ma è caduto ed è stato raggiunto da tre pallottole. La studentessa invece è stata colpita da un proiettile vagante. «Una lesione midollare importante dovuta a un proiettile ritenuto nel collo che sarebbe incastrato tra la seconda e la terza vertebra cervicale». È questo il quadro clinico di Laura Salafia. La donna, che e’ originaria di Sortino (Siracusa), è ricoverata nel reparto di

Sesso, droga e comizio per un politico del Pdl Brutto incidente per un consigliere provinciale di Roma di Francesco Capozza

ROMA. Sesso, droga e… un comizio. Detta così potrebbe sembrare uno scherzo, invece è quello che è realmente accaduto nella notte tra mercoledì e giovedì a Roma. Questi i fatti: un consigliere del Pdl della Provincia di Roma, Pier Paolo Zaccai, è stato ricoverato in stato confusionale nell’ospedale Grassi di Ostia, dopo aver partecipato a un festino a base di cocaina e sesso, al quale erano presenti alcune transessuali. A svelare il retroscena sarebbe stata una di loro, che ha riferito l’accaduto alle forze dell’ordine. Forze dell’ordine avvertite anche dai vicini perché il consigliere si sarebbe affacciato in uno stato confusionale dal balcone della casa nella quale si stava svolgendo il festino - sembra di proprietà del viado in via Manlio Torquato, nel quartiere Tuscolano - urlando frasi sconnesse e improvvisando un comizio. I medici del Grassi dovevano provvedere ai test tossicologici in ospedale, ma Zaccai si è rifiutato di dare il consenso. Il ducetto dell’Appio-Tuscolano è stato dimesso ieri prima di mezzogiorno; ora si troverebbe a casa e starebbe bene.

gridava disperato: “Aiuto, aiuto mi hanno incastrato”. Ha svegliato tutto il vicinato» riferisce un residente della via. «Indagavo sui trans e perciò mi hanno incastrato - farneticava il consigliere - poi quattro o cinque transessulai hanno preso pc e altri oggetti e sono scappati prima dell’arrivo della polizia».

Il politico, classe 1968, milita nelle fila del Pdl e ha iniziato la sua carriera all’età di 17 anni, aderendo prima al Fronte della Gioventù e poi al Movimento sociale italiano per il quale si candidò nel 1993 come consigliere nella circoscrizione XIII. Eletto per quattro volte consecutive nel ”parlamentino di Ostia”, nel 2008 si è candidato alla Provincia di Roma. È entrato a Palazzo Valentini in seguito alle dimissioni del candidato presidente del Pdl Alfredo Antoniozzi, sconfitto dal democratico Nicola Zingaretti. Appena la notizia ha cominciato a diffondersi nei corridoi di Palazzo Valentini, tutti i gruppi politici si sono mobilitati per cercare di capire chi fosse il consigliere protagonista del festino. La notizia del ricovero è arrivata nell’aula del Consiglio provinciale durante la discussione sull’assestamento di bilancio. La prima reazione dei consiglieri è stata di stupore. «In attesa di comprendere meglio le dinamiche che hanno portato al ricovero in ospedale del consigliere provinciale del Pdl Pier Paolo Zaccai - si legge in una nota di Vincenzo Piso, coordinatore regionale del Pdl del Lazio - riteniamo opportuno sospendere cautelativamente dal partito il consigliere». Il sottosegretario con delega alle tossicodipendenze, Carlo Giovanardi, torna a parlare di norme severe per chi ricopre ruoli pubblici: «La consapevolezza di quanto le sostanze possano inquinare la vita politica, sociale ed economica del nostro Paese - dice - richiede da parte di tutti un rinnovato e concorde impegno di educazione, prevenzione e informazione, oltre all’introduzione di strumenti normativi che garantiscano l’elettorato sul non uso delle droghe da parte di chi è chiamato a ricoprire incarichi pubblici».

Pier Paolo Zaccai, dopo un festino con trans e cocaina, si è messo a urlare alla finestra. È stato subito ricoverato

rianimazione dell’ospedale Garibaldi di Catania. I medici l’hanno sottoposta a diversi esami clinici e diagnostici prima di un delicato intervento di neurochirurgia.

«È una vergogna: non si può rischiare la vita per andare a studiare», ha commentato il rettore dell’Università di Catania, Antonino Recca, uscendo dall’ospedale Garibaldi dopo avere incontrato Laura Salafia. «L’ho vista mentre le facevano la Tac – ha aggiunto il rettore è sveglia e sembra reagire bene. Il problema pare che sia la frammentazione del proiettile: alcune schegge si trovano vicino a parti delicate».

Grande l’imbarazzo in Comune e Provincia e in tutto il Pdl romano. Per il sindaco Gianni Alemanno si tratta di «un bruttissimo episodio, un fatto molto negativo. Mi auguro - ha aggiunto - che la magistratura faccia luce e accerti se ci sono reati». Il Pdl ha sospeso Zaccai dal partito. Secondo quanto accertato dalla polizia, il consigliere era totalmente fuori controllo. Sarebbe andato in escandescenze, con urla e comportamenti scomposti, tanto da fare intervenire gli agenti del commissariato di zona, poi quelli della mobile e la guardia medica psichiatrica, che ha disposto il ricovero coatto di Zaccai in ospedale, dove è stato sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio nel reparto di psichiatria del Grassi di Ostia, dove risiede. Zaccai avrebbe opposto resistenza ai primi soccorsi, tanto che è stato anche sedato. «Sono stato svegliato intorno alle 6 dalle urla di un uomo affacciato dal balcone al primo piano del palazzo di fronte. Quel politico

euro per quella sui rifiuti. I servizi bancari costeranno inoltre circa 30 euro in più ed il peso sui mutui aumenteranno di 65 euro. Il costo dei carburanti è stimato in 120 euro l’anno mentre si potranno sottrarre i 15 euro derivanti dal calo delle tariffe elettriche. Un beneficio che sfuma però se si calcolano gli aumenti decisi per i biglietti del treno che peseranno per 65 euro mentre la partita che giocano gli enti locali porterà ad un aumento delle addizionali locali di circa 60 euro (4 euro al mese per quelle regionali e 1 euro al mese per quelle comunali).

«Tale aggiornamento smentisce, una volta per tutte, chi si ostina ad affermare che questa manovra non metterà le mani in tasca alle famiglie. Ogni famiglia subirà, infatti, maggiori spese per 886 euro annui senza contare i costi indiretti che questi aumenti provocheranno sul tasso di inflazione», commentano Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, che chiedono a gran voce «un serio piano per rilanciare l’economia che non si limiti a risanare i bilanci, ma avvii una ripresa della domanda di mercato e degli investimenti nei settori chiave per lo sviluppo del Paese».


pagina 8 • 2 luglio 2010

economia

Panda. Agitata assemblea allo stabilimento di Pomigliano d’Arco per chiedere la ripresa del dialogo. «Ma è troppo tardi», commenta subito Sacconi

Fiom, prova d’appello «Se la Fiat rispetta le leggi, riprendiamo la trattativa» Ora il sindacato più radicale cerca una mediazione di Vincenzo Bacarani

POMIGLIANO D’ARCO. La FiomCgil affila le armi, non recede dalla sua posizione di chiusura rispetto all’accordo per lo stabilimento campano firmato dalle altre organizzazioni sindacali FimCisl, Uil-Uil, Fismic e Ugl e rifiutato dall’organizzazione della Cgil, ma lascia aperto uno spiraglio accettando i 18 turni per la lavorazione della Panda che verrebbe trasferita in Campania dalla Polonia. Una posizione abbastanza ambigua. Tanto che molti commentatori la considerano un’apertura “storica”, ma forse non sufficiente a riaprire immediatamente una trattativa considerata già conclusa dalla Fiat. L’organizzazione dei metalmeccanici della Cgil infatti non recede dalla netta posizione contraria alla limitazione dello sciopero e alla questione delle assenze. Vincoli, questi, che sono giudicati dall’organizzazione della Cgil anticostituzionali.

Ieri, nel corso di un’infuocata assemblea dei delegati nazionali Fiom, il leader Maurizio Landini, ha ribadito la posizione nettamente contraria all’accordo sottoscritto dalle altre organizzazioni sindacali. La Fiom, in un documento conclusivo approvato all’unanimità dall’assemblea, annuncia una serie di iniziative per luglio e per settembre e intende coinvolgere anche gli altri sindacati europei in una battaglia che ritiene di principio. Come se non bastasse, l’organizzazione di categoria della Cgil è tornata anche sulla vicenda di Termini Imerese: per lo stabilimento siciliano Fiat ha già annunciato la chiusura per il 2012 e sono in corso contatti e trattative per diversificare e riconvertire la missione produttiva dell’impianto. Il sindacato guidato da Landini chiede in sostanza la riapertura del “caso”Termini Imerese. A dare man forte all’assemblea dei delegati Fiom è giunta la dichiarazione del vice segretario generale Cgil, Susanna Camusso, exleader Fiom e da tutti indicata come prossima segretaria generale dopo la gestione Epifani. La Camusso più che la Fiat ha attaccato il governo che, secondo lei «vuole dividere il sindacato». Circostanza, per altro, resa evidente dai fatti poiché il sindacato è effettivamente spaccato.

Ora la partita è in mano al Lingotto che deve dare certezze sugli investimenti in Italia

Eppure unire i sì e i no sarebbe ancora possibile di Savino Pezzotta segue dalla prima Con il “no” si è voluto segnalare l’esigenza di mantenere un “corpus” di tutele e diritti. Come si vede le due cose non sono in contraddizione, anzi esigono una loro ricomposizione.

Il problema di oggi non è tanto il risultato del Referendum, ma verificare se il trasferimento della produzione della Panda è confermato o meno. Tocca ora alla Fiat fare la prima mossa e dare la certezza che non ci sarà disimpegno rispetto alla volontà di rilanciare lavoro e sviluppo in quest’area del mezzogiorno. Ci sono momenti in cui i pareri e le forze in campo possono essere e apparire divaricate, ci possono essere state nei confronti dei risultati del voto referendario delusioni da una parte o dall’altra, ma sarebbe grave se sull’onda di questi si rimanesse a lungo fermi. Ci deve essere uno sforzo per uscire da un’impropria tifoseria e aprire spazi di ragionevolezza in modo che il piano dell’azienda possa essere implementato con il consenso di molti. Per fare questo non si può certo chiedere, dopo il voto, di modificare sostanzialmente l’accordo validato dalla maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori, ma serve includere in esso alcuni elementi e osservazioni che sono state messe in campo sul terreno dei diritti e dell’organizzazione del lavoro. La parola d’ordine dovrebbe essere: chiarire, includere, arricchire il testo. A questo impegno non dovrebbe sottrarsi la Fiom e la Cgil, anche perché la loro entrata in gioco è utile e serve alla fabbrica e al territorio.

gica: “marciare divisi, colpire uniti”. Certo la confusione cultural - politica ed etica che attraversa il nostro Paese non rende molto facile quest’operazione, anche se sarebbe un grande segnale sul piano politico e morale.

Sicuramente entrare nella logica dell’integrazione sistemica dell’accordo di Pomigliano richiede che si abbia la volontà di affrontare con forza e rigore alcune anomalie come quella dell’assenteismo, dei permessi e delle malattie certificate. Del resto la forza delle lavoratrici e dei lavoratori non deriva solo dalla richiesta di diritti o dalla lotta, ma anche dal rigore morale e da una conciliazione stretta tra diritti e doveri. Camminare eretti, co-

La parola d’ordine dovrebbe essere: chiarire, includere, arricchire il testo. A questo impegno non dovrebbe sottrarsi nessuno

Quando le divisioni tra i sindacati riguardano le questioni nazionali, si collocano su una dimensione politica dove anche la divisione si può gestire, diversa la questione a livello di azienda. Il sindacato, in questa situazione economica segnata dalla disoccupazione e dalla mancanza di lavoro, dovrebbe fare uno sforzo per ritessere un minimo di unità d’azione. Negli anni dello scontro ideologico con i comunisti, Giulio Pastore, fondatore della Cisl, animato dal buon senso che molte volte è in grado di andare oltre l’ideologia, lanciò uno slogan che dovrebbe maggiormente valere in questa stagione post-ideolo-

me è sempre stato nella storia del movimento del lavoro, richiede sempre un lavoro ben fatto. È una questione etica che rafforza i deboli nei confronti dei più forti. Occorre risolvere quell’ambiguità che si è manifestata rispetto al diritto di sciopero e ricercare tutte le forme possibili di autoregolazione come quelle presenti in tanti altri settori. Il problema non sta nel limitare l’esercizio di un diritto, ma di evitare che lo stesso sia utilizzato strumentalmente e per fini estranei. È un’esigenza per evitare che si svalorizzi il significato dello strumento.

Questo è il tempo di abbandonare le polemiche, la tifoseria e la volontà di affermare una ragione, per mettersi all’opera cercando di ricomporre, di trovare insieme forme e modi che consentano anche attraverso nuove forme di partecipazione e di concertazione, di gestire il futuro di un’azienda importante per un territorio come quello campano. La Fiat farebbe bene a ricordare che se è stata importante per l’Italia, ha anche dall’Italia ricevuto.

Qui sopra, l’immagine di una manifestazione in favore degli operai di Pomigliano d’Arco. Qui sotto, Sergio Marchionne: l’ad della Fiat


economia

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Gli effetti della crisi sull’industria

Intanto crollano gli investimenti Nel 2009, diminuzione del 12,1%: è stato un vero e proprio record di Alessandro D’Amato

ROMA. È il segno più brutto

«Noi - ha proseguito Camusso che ieri si trovava a Firenze - abbiamo visto un atteggiamento del governo assolutamente sbagliato: quando non ha sostenuto le iniziative del sindacato per chiedere un piano diverso da parte della Fiat in difesa degli stabilimenti e ha sbagliato anche quando ha cercato di utilizzare la rottura su Pomigliano per farne un nuovo modello di relazione. Lo scopo del governo è dividere il sindacato e non di trovare soluzioni, per cui pensiamo di non avere nulla da chiedere». Anche secondo il segretario generale Fiom, Landini, «il ministro del Welfare Maurizio Sacconi non è super partes e il governo è assente». Ma, a parte queste prevedibili accuse al governo

Fiat può applicare i 18 turni ed io so benissimo di cosa parliamo, diversamente da molti altri che non hanno idea di cosa significa lavorare sulle catene di montaggio. Per riaprire la trattativa la Fiat deve eliminare dall’accordo le clausole che derogano il contratto e vanno contro le leggi e la Costituzione». Landini, infine, ha annunciato che la Fiom è pronta a mettere in campo nuove iniziative di piazza in difesa dell’occupazione e dei lavoratori.

Da parte sua Giorgio Cremaschi, leader della sinistra radicale della Cgil, si dice molto soddisfatto dell’assemblea di Pomigliano che ha mostrato una Fiom “compatta”nel ribadire il no a un accordo “anticostituzionale”. «Quest’assemblea – ha spiegato a liberal Cremaschi – ha pronunciato un no definitivo riguardo alle voci che parlavano di una sorta di protocollo aggiuntivo all’ipotesi di accordo che la nostra organizzazione avrebbe potuto accettare. Nulla di più falso. La risposta della Fiom è precisa: nessun protocollo aggiuntivo di nessun genere. La Fiat deve cambiare l’accordo. A questo punto, oltre alla mobilitazione che ci sarà in questo mese e a settembre, chiederemo anche di aprire una discussione con gli altri sindacati europei su questa specifica vertenza». Viceversa per Fausto Durante, esponente della minoranza moderata della Fiom «l’apertura del sindacato all’accettazione dei 18 turni è un evento che non si verificava da anni». Non è pessimaista su questa vicenda nemmeno il vescovo

Da Firenze Susanna Camusso, prossimo segretario generale della Cgil, non attacca Marchionne ma il governo: «Pensa solo a dividere il sindacato» Berlusconi, l’assemblea nazionale dei delegati Fiom ha dato l’idea dell’applicazione di una ritualità con la concessione dei 18 turni, più che di un tentativo di “ricucitura”dello strappo rispetto alle altre organizzazioni di categoria. La Fiom – dice in sostanza Landini – è pronta a riaprire la trattativa a due condizioni: che la Fiat ne faccia richiesta e che l’azienda del Lingotto “rispetti le leggi”. Due condizioni che con tutta probabilità l’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, considererà con calma. «Con il contratto nazionale del lavoro ha inoltre spiegato Landini - la

di Nola, monsignor Beniamino De Palma, che ritiene la disponibilità della Fiom a riaprire la trattativa con la Fiat «una grande speranza per gli operai e il territorio». «Noi – ha aggiunto il vescovo – dobbiamo guardare unicamente agli obbiettivi fondamentali: salvare il lavoro delle migliaia di persone impiegate a Pomigliano e assicurare la permanenza nella città del grande stabilimento Fiat». Ma a mettere la ciliegina polemica sulla torta su questa vertenza ci pensa come al solito il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi che afferma che «la Panda andrà a Pomigliano nonostante tutto». «Una maggioranza netta e inequivoca – ha sottolineato il ministro – ha detto sì all’accordo al referendum. Molti in questo Paese hanno storto la bocca. Quante bocche storte! C’è un’Italia che quando si profila una soluzione positiva è disperata e cerca una negatività di recupero, ma gli va male».

Intanto, la finanza si interroga sul futuro della Fiat. «Per l’industria automobilistica italiana è giunto il momento della verità». È il titolo di un editoriale del Financial Times di ieri che paragona la situazione odierna della Fiat a quella dell’industria britannica dell’auto di 30 anni fa. Allora, scrive il giornalista Paul Betts, l’industria dell’auto inglese fu essenzialmente distrutta dai sindacati. «Oggi è di nuovo forte, ma non ci sono grandi produttori di proprietà britannica di cui parlare». E oggi la Fiat e l’Italia, secondo il Financial Times si confrontano con una situazione simile, in cui, dopo l’ultimatum del Lingotto ai sindacati, si è arrivati ad un punto di non ritorno.

della crisi: il crollo degli investimenti. Nel 2009 hanno registrato una diminuzione del 12,1% in termini reali, accentuando la fase di contrazione iniziata nel 2008 (4,0%). Lo fa sapere l’Istat, in uno studio. Si tratta di un livello mai raggiunto prima, almeno a partire dal 1970, inizio delle relative serie storiche, e paragonabile solo al calo registrato durante la precedente crisi del 1993, quando si raggiunse un 11,5%. La diminuzione degli investimenti fissi lordi nel 2008 e nel 2009 ha toccato tutti i settori dell’economia: agricoltura, industria e servizi.

Gli investimenti fissi lordi del settore industriale sono diminuiti nel 2009 del 14,9% rispetto all’anno precedente, dopo un calo del 4,1% nel 2008 (+4,9 per cento nel 2007). Nei servizi si raggiunge un calo della spesa per capitale fisso pari a 10,6% nel 2009. Il settore agricolo ha fatto registrare un’ulteriore flessione (17,4%), confermando la tendenza negativa registrata nei due anni precedenti. Il crollo investe una tendenza che già nel nostro paese non era clamorosamente attiva, soprattutto per il comparto degli investimenti esteri, e adesso è in chiara picchiata: un simbolo del declino italiano. La composizione settoriale della spesa per investimenti evidenzia il ruolo dominante dei servizi che, nel 2009, ha effettuato il 68,1% degli investimenti totali, una quota in crescita rispetto al 67,% del 2008 (57,9 per cento al netto delle abitazioni). Corrispondentemente, il peso del settore industriale si è ridotto dal 29,3 per cento nel 2008 al 28,3 per cento nel 2009, mentre è sostanzialmente stabile quello del settore agricolo (3,6 per cento contro il 3,8 per cento nel 2008). Nel 2009 gli investimenti fissi lordi per addetto ammontano a 9.600 euro,

rafforzando la tendenza alla diminuzione manifestatasi già nel 2008 (10.600 euro, contro gli 11.000 euro nel 2007). La composizione percentuale per tipologia di bene di investimento mostra, per il 2009, un peso crescente degli investimenti in costruzioni (49,5 rispetto al 47,1 del 2008) e in altri mezzi di trasporto (2,8 rispetto a 1,6 del 2008), oltre che una modesta crescita del peso del software (3,7% rispetto al 3,4 del 2008) e degli altri servizi e immateriali (6,5% rispetto al 6,2 per cento nel 2008.

Il calo più ampio degli investimenti fissi lordi - che vanno dall’acquisto di macchinari e attrezzature sino alle costruzioni (fabbricati, uffici ma anche abitazioni) riguarda il settore agricolo: nel 2009 ha fatto registrare un -17,4%, in ulteriore flessione rispetto al -2,7% del

Il dato peggiore è quello del settore agricolo, con una caduta che va oltre il 17%: quasi una rivoluzione sociale 2008. Male anche il settore industriale dove si è registrato un calo del 14,9% rispetto all’anno precedente (dopo un -4,1% nel 2008). Così come il settore dei servizi per il quale si rileva un calo della spesa per capitale fisso pari a -10,6% nel 2009 (-4,0% nel 2008). Quanto agli investimenti del settore dei servizi, valutati al netto degli investimenti in abitazioni (anch’esse comprese tra i beni), risultano in calo dell’11,3% nel 2009 (-5,1 nel 2008). Guardando agli investimenti fissi lordi per addetto, nel 2009 in media ammontano a 9.600 euro, rafforzando la tendenza alla diminuzione manifestatasi già nel 2008 (10.600 euro, contro gli 11.000 euro nel 2007). Quanto allo stock di capitale netto, la sua crescita in termini reali «registra una brusca frenata», attestandosi allo 0,5% rispetto all’1,3% del 2008 e all’1,7 del 2007.


panorama

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ragioni&torti di Giancristiano Desiderio

La questione morale dell’avverbio «assolutamente» reve storia del verbo essere (Adelphi) è l’appassionante libro di Andrea Moro che racconta l’avventura non solo semantica ma anche filosofica e metafisica e persino matematica di questo particolarissimo verbo ausiliare che attraversa tutto il pensiero linguistico dell’Occidente a partire da Aristotele. Un filosofo come Bertrand Russell aveva in grande antipatia il verbo essere tanto da considerarlo «una disgrazia per l’umanità». È senz’altro un’esagerazione alla quale corrisponde quell’altra del grande Antoine Arnauld il quale sosteneva che se le lingue avessero un solo verbo, questo sarebbe proprio lui, il verbo essere, l’unico verbo autentico. Può darsi.

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Quello che possiamo ragionevolmente dire è che se non ci fosse, il verbo essere andrebbe inventato e se non ci fosse stato la nostra storia occidentale sarebbe stata molto diversa. È difficile credere con Russell che il verbo essere possa essere una disgrazia per l’umanità. Ci sono ben altre disgrazie, soprattutto per noi italiani. Ad esempio, l’avverbio assolutamente. Fateci caso: “assolutamente” è l’avverbio più usato. Quello che è più in circolazione. Provate a fare un piccolo esperimento: prestate un po’ di attenzione al fenomeno seguendo la tivù o ascoltando la radio e potrete constatare che “assolutamente” è ripetuto ogni tre parole, magari con l’aggiunta di “nella maniera più assoluta”. Ogni tanto nel nostro “villaggio globale” un modo di dire s’impone sugli altri: c’è stato un tempo in cui si ripeteva con ossessione “un attimino”. Lo si sentiva ovunque: “aspetta un attimino”, “dammi un attimino”. Poi il ritornello è misteriosamente scomparso così come era misteriosamente apparso. E si fece avanti “nella misura in cui”: “Sono d’accordo, ma nella misura in cui”, “bisogna capire se nella misura in cui”. Era tutto un misurare ma non si capiva che cosa. Poi anche questa passò. Oggi c’è lui: il signor “assolutamente”. Il più delle volte è accompagnato o dal “sì” o dal “no”, ma il più delle volte è “sì”. Così sentite ripetere “assolutamente sì” per qualsiasi cosa e naturalmente a sproposito. L’altro giorno in un’intervista televisiva fatta da Licia Colò l’ho sentito ripetere in modo sistematico a ogni inizio di frase. La conduttrice, animalista e naturalista e ecologista, intervistava un tale, esperto in risparmio energetico il quale ad ogni domanda rispondeva iniziando così: “assolutamente sì”. Se Russell diceva che il verbo essere “è una disgrazia per l’umanità”, io più modestamente dico che l’avverbio assolutamente è diventato un problema per gli italiani. Non solo perché fanno un uso improprio e distorto di un avverbio che suona anche male, ma perché al fondo dell’abuso si può ragionevolmente sospettare ci sia una “questione morale”: oscillano tra lo scetticismo e il dogmatismo e sono degli “estremisti linguistici”. Assolutizzano tutto, tanto non credono in niente. E se mi chiedete se ci credo vi risponderò “assolutamente sì”.

Ecco le alternative alla Tessera del tifoso I genoani: «Prelazione ai vecchi abbonati senza la Carta» di Maurizio Martucci rima che tutti i 132 club di Serie A, B e Lega Pro facciano in tempo ad allinearsi alla direttiva del ministro dell’Interno sulla necessità della tessera del tifoso, ecco fiorire le prime alternative. Concordate e condivise. Dai tifosi con le società di calcio. Senza imposizioni dall’alto né ricatti dal basso. Ma frutto di un dialogo civile, basato sulla reciproca riconoscenza dei ruoli. La notizia arriva da Genova, dove i sostenitori dello Grifone rossoblù sono riusciti a spuntare una promessa dalla società di Preziosi: «La tifoseria organizzata del Genoa - scrivono nel comunicato - ribadisce la propria netta e ferma opposizione alla schedatura di massa dei supporters calcistici che viene propagandata sotto forma di tessera del tifoso. Sperando che la nostra sia ancora una democrazia nella quale sia possibile fare cose semplici e antiche come andare allo stadio a vedere una partita di calcio senza dover sottostare a ridicole sottoscrizioni di massa e a implausibili trappole ideate “per la nostra sicurezza”, invitiamo tutti i tifosi del Genoa ad avvalersi della facoltà concessa dalla società di utilizzare l’abbonamento 2009/2010 come diritto di “prelazione” per poter acquistare il biglietto del proprio settore, fermo restando che, qualora le autorità dovessero recedere da questi assurdi intendimenti, l’abbonamento 2009/2010 varrà, negli anni seguenti, come prelazione per poter riavere il proprio abbonamento».

P

così come i gialloblù dell’Hellas Verona. E chissà se la cosa non riesca a sbarcare anche in altre città, dove prosegue il fitto calendario di appuntamenti, incontri e tavole rotonde sul tema (gli ultimi meeting a Cesena, Ferrara e Udine).

Detto in parole povere, sotto la Lanterna si è creato un precedente: è nato un programma parallelo a quello di Maroni. Chi è vecchio abbonato e non vuole la fidelity card “DNA Genoa”, avrà comunque il diritto alla prelazione d’acquisto per il biglietto, andandosi a sedere sul suo vecchio posto allo stadio. Come? Dividendo il costo dell’abbonamento 2010/2011 per il numero delle partite in casa, con l’aggiunta di 3 euro a gara. E lo stesso pensano di fare i cugini della Sampdoria per chi rifiuta la “Samp Card”: «Per loro, nel rispetto di chi, in tanti anni, è stato vicino ai nostri colori, abbiamo deciso, in occasione di ogni partita interna, di garantire un periodo di prelazione per l’acquisto dei tagliandi dello stesso posto e settore in cui erano abbonati». La notizia ha sfondato i confini, oltrepassando la Liguria. I fedelissimi dell’Atalanta pensano di formulare la stessa richiesta alla società bergamasca,

Il fronte del no. Intanto a Roma i tifosi giallorossi continuano la raccolta di vecchi abbonamenti, chiedendo ai depositari della “Roma Club Privilege”di liberare il settore più caldo dell’Olimpico. I tradizionalisti del tifo faranno il biglietto: «I gruppi della Curva Sud ribadiscono con estrema fermezza che non rinnoveranno l’abbonamento. Tutto questo inoltre ci viene imposto col ricatto, togliendoci ogni possibilità di scelta. Nessun tifoso impegnato in questa battaglia verrà lasciato solo: in questo modo tutti assieme, da tifosi liberi, potremo di volta in volta entrare allo stadio acquistando i biglietti d’ingresso cartacei ancora in libera vendita ogni qual volta sarà possibile. Invitiamo chi ha già aderito alla tessera del tifoso a rispettare la storia e la tradizione della nostra Curva Sud prendendo posto in settori dello stadio diversi da quest’ultimo». Numeri alla mano, delle 15mila richieste di adesione alla tessera romanista, solo 1 su 2 è un vecchio abbonato: si profila una consistente emorragia. Fronte Lazio: la società biancoceleste ha presentato la carta “Millenovecento”ma non il contratto di sottoscrizione. Per questo il gruppo del Sodalizio (Tribuna Tevere) annuncia di muoversi quando sarà reso noto, mentre alcuni negozi per soli laziali propongono una t-shirt emblematica col simbolo di un’impronta digitale: “Tessera del Tifoso? No grazie!”. A Lecce gli ultrà della Nord hanno tappezzato la città con un volantino, invitando «quanti hanno a cuore il mondo ultras e la propria libertà personale a non aderire, rifiutando una schedatura forzata. Siamo disposti a seguire i nostri colori - sia in casa che fuori - anche rimanendo fuori dallo stadio». Disobbedienza civile, tra i tanti, anche dai tifosi di Torino, Parma, Bologna, Firenze, Catania, Lucca e Poggibonsi. Un volantino affisso fuori della Curva A del San Paolo dice: “Napoletani, non ci abboniamo, non ci tesseriamo!”. Infine l’Associazione Difesa Consumatori Sportivi s’è rivolta al Garante della Privacy reclamando irregolarità nei moduli di Juve, Roma, Milan, Inter, Catania, Samp, Bologna, Cesena, Modena e Varese: «Violano il Codice della Privacy».

Il precedente del Grifone ha “contagiato” anche tutti i supporters della Samp. E ora si accodano bergamaschi e veronesi


panorama

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Le associazioni di categoria mobilitate contro il decreto del governo che vuole ”disciplinare” la professione

Restauro, l’eccellenza che muore Pochi investimenti sull’Istituto superiore del restauro e sull’Opificio delle pietre dure di Riccardo Paradisi ambiare la legge sul restauro. È la richiesta che mercoledì scorso è arrivata da Firenze dove si è svolta la manifestazione nazionale dei restauratori. La legge contestata è la 420 del 2001 che, secondo i restauratori, è ormai superata e che nonostante l’ulteriore proroga della scadenza del Bando di qualificazione fissata ora al 30 settembre 2010, mette a rischio il lavoro di molti appartenenti alla categoria, non riconoscendo completamente le esperienze formative e lavorative ad oggi maturate.

C

In realtà il settore del restauro patisce una generale sofferenza ormai da anni malgrado la sua qualità strategica e la sua tradizione nazionale di eccellenza. E questo perché manca un progetto per la manutenzione del patrimonio. Un tempo ci si diplomava all’Istituto centrale del restauro a Roma, fondato da Cesare Brandi nel 1939, e poi, dal 1975, all’Opifìcio delle pietre dure a Firenze. Da quando è stata superata la legge Bottai del ’39 e l’accesso alla professione è pressoché diventato libero si è progressivamente precipitati nel caos. Grazie anche l’apertura incontrollata di scuole regionali e locali che formano nuovi restauratori senza una disciplina unitaria e spesso con risultati controversi. Ma la confusione più

grande, riguarda i processi decisionali che presiedono al restauro. Lo ha spiegato bene e a più riprese Carlo Giantomassi, uno dei più autorevoli restauratori italiani, molto attivo in questi anni nella denuncia del degrado organizzativo in cui versa il settore. «L’intervento sulle opere viene deciso dalle soprintendenze che hanno fondi sempre insufficienti. È a questo punto che entrano in gioco gli sponsor, i quali legittimamente preferisco-

no sponsorizzare il restauro di opere note, ottimizzando le carenze dello Stato». Ma il pericolo più grande per la qualità del restauro e di conseguenza per patrimonio, spiega Giantomassi, è costituito dalla legge Merloni, «una normativa concepita per i lavori pubblici, per le strade, le infrastrutture ma applicata anche alle opere d’arte. E così si assiste addirittura all’assurdo di imprese edilizie che partecipano a gare d’asta al massimo ribasso per aggiudicarsi anche il restauro di opere d’arte. Che viene subappaltato spesso a una delle tante imprese di restauro che ci sono in giro». È in questo modo che si mettono a repentaglio le opere d’arte. Il fatto è che la legge Bottai ha tutelato il patrimonio artistico italiano, il suo superamento rischia ora di distruggerlo.

È uno dei settori strategici nell’ambito dei Beni culturali, ma il suo stato d’incuria è grave

Giantomassi, che ha restaurato gli affreschi della Basilica di Assisi e della Cappella degli Scrovegni a Padova denuncia anche un’altra piaga: «Ormai tutto è in mano alle imprese edili. Per carità, ce ne sono anche di ottime. Ma non è richiesto che a dirigere il lavoro sia un restauratore. Molte di loro fanno indifferentemente un tratto di autostrada e il restauro di una pieve romanica. Per ottenere la certificazione necessaria a una ga-

ra, la cosiddetta S.o.a., è più importante il numero delle betoniere, anziché un curriculum da restauratore». ll pericolo, segnala un altro grande restauratore italiano Antonio Forcellino, (è interventuo nel Mosè di Michelangelo, sulla facciata del Duomo di Siena e sull´altare Piccolomini nello stesso Duomo), è che sparisca la ”bottega”, il luogo in cui «si condividono e si imparano quella serie di gesti veloci fatti con il batuffolo bagnato che tolgono lo sporco e che a un certo punto bisogna interrompere perché si è arrivati al colore».

Questa tradizione, dice Forcellino, è messa in pericolo «da una trasmissione fredda del sapere, prevalentemente teorica, accademica, impostata più dagli storici dell´arte che non dai restauratori veri e propri». Molti restauratori improvvisati dunque e pochi professionali. Le ultime assunzioni all´Istituto superiore del restauro risalgono al 2000 e ormai il più giovane restauratore dell´Istituto ha oltre quarant´anni. Diminuiscono gli stanziamenti e molta parte dell´attività eccellente che vi si svolge è concentrata all´estero. Anche il prestigioso Opificio delle pietre dure versa in cattive acque. Fino a qualche anno fa i restauratori dell´Opificio erano 160, ora superano di poco i 100.

In commissione Giustizia la Bongiorno accorpa tre proposte che consentono di risalire ai genitori naturali

Diritti degli adottati, cade un tabù di Angela Rossi

ROMA. È in prima lettura alla Camera e la relatrice sarà l’avvocato e deputato del Pdl, nonché presidente della commissione Giustizia, Giulia Bongiorno. Si tratta della proposta di legge – primi firmatari il presidente della Provincia di Caserta Domenico Zinzi e Michele Vietti, entrambi deputati Udc – che riguarda la modifica dell’articolo 28 in materia di «accesso dell’adottato alle informazioni che lo riguardano». In gioco c’è il diritto di risalire all’identità dei genitori naturali per decine di migliaia di persone in Italia, che per accendere un riflettore sulla questione hanno creato un comitato nazionale e numerosi blog su Facebook. Oggi la possibilità esiste solo per chi sia stato riconosciuto al momento della nascita. In questo caso al compimento del diciottesimo anno di età, chi è stato adottato può presentare istanza al Tribunale dei minori che di fatto farà da intermediario tra il ragazzo e la madre naturale. Chi invece viene abbandonato e risulta di madre anonima non può avere alcuna informazione sulle proprie origini, ecce-

zion fatta per le vittime di gravi malattie già conclamate. Ma anche in questi casi la normativa è tutt’altro che favorevole: seppur affetti da patologie rare ed ereditarie, i figli adottivi dovrebbero attendere cento anni dalla loro nascita per risalire ai genitori. La ratio di una simile iperbole giuridica risiederebbe nel fatto che il diritto del-

donazione avrebbe una maggiore percentuale di compatibilità tra consanguinei. Ora, con la proposta presentata in Parlamento, si sta cercando di trovare una soluzione che riesca a coniugare i diritti di entrambe le parti. «Con questa iniziativa legislativa», conclude infatti la relazione al testo unificato fatto proprio dalla Bongiorno, «si vuole dare ai figli un’ulteriore opportunità, prevedendo che il Tribunale dei minori, valutata la richiesta di accesso ai documenti da parte dell’adottato, verifichi se la volontà della madre sia ancora attuale o se essa sia mutata». Una modifica alla normativa vigente che contribuirebbe così a ricomporre il disequilibrio oggi esistente verso i figli non riconosciuti al momento della nascita e garantirebbe comunque quello delle donne che hanno compiuto tale scelta di mantenere l’anonimato.

Mobilitazione bipartisan nata dopo le iniziative degli udc Vietti e Zinzi. Oggi la legge permette l’accesso ai dati solo al compimento del centesimo anno l’adottato può pregiudicare quello della madre a voler restare anonima al momento del parto. Ed è quest’ultimo che è oggi considerato prevalente.

La legge attuale dunque impedisce di fatto anche eventuali cure mediche per gravi malattie che possono necessitare, ad esempio, di un trapianto di midollo la cui


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l Quattro Luglio è il sigillo irrinunciabile degli Stati Uniti d’America, ne suggella il carattere, l’anima, lo spirito. Senza il Quattro luglio e «lo spirito del 1776» non si comprendono gli Stati Uniti, anzi gli Stati Uniti nemmeno esistono. E il Quattro luglio e «lo spirito del 1776» sono ben epitomizzati nel testo della Dichiarazione d’Indipendenza.

I

Ora, quel documento è di natura diversa dalla Costituzione federale, adottata nel 1789 e subito opportunamente emendata nel 1791. La Costituzione federale degli Stati Uniti, infatti, come tutte le costituzioni, buone o cattive che siano, configura l’ossatura giuridico-istituzionale del Paese. Ebbene, la lettura della Costituzione federale rivela un documento piuttosto semplice e sostanzialmente “tecnico” in cui, pro memoria, vengono fissate alcune regole minime epperò precise affinché appunto il sistema-Paese avanzi senza incepparsi e garantisca la conservazione dello spirito originario, appunto lo «spirito del 1776». Non si troveranno, nella Costituzione federale degli Stati Uniti e nei suoi primi dieci emendamenti, il Bill of Rights, proclami di grandi princìpi, magniloquenti formulazioni d’ideali, prese di posizione valoriali.Vi si troverà invece la proposta di un meccanismo concreto, atto ad assicurare ai cittadini un governo stabile e giustamente temperato, garanzie di tutele vere e di libertà reali, persino stratagemmi studiati per impedire che si verifichino crisi istituzionali o vacanze di potere. Insomma, un documento che permette la continuità, la pace civile, la serenità politica. Alla Costituzione federale statunitense mancano volutamente princìpi, ideali e valori perché i delegati alla convenzione costituzionale che a Filadelfia misero per iscritto quel documento avevano ben chiara la natura di un documento scritto qual è la costituzione di un Paese. Avevano lungamente studiato gli esempi storici offerti dal passato e soprattutto il precedente britannico, da cui direttamente, e sempre – comunque – orgogliosamente, derivavano: vale a dire la realtà di un Paese che non ha mai avuto una costituzione scritta, cioè un singolo documento ispiratore delle istituzioni, ma da sempre, in sua vece, una storia giuridica plurisecolare, ricca e articolata. La convenzione costituzionale di Filadelfia non era, cioè, una congrega di razionalisti e di positivisti, convinti – come invece lo saranno i rivoluzionari in Francia e tutti coloro che s’ispireranno, direttamente o indirettamente, a essi – che un pezzo di carta possa risolvere ogni e qualsiasi questione umana, dalla metafisica all’organizzazione politica più minuta. A Filadelfia sedevano i membri di quell’aristocrazia naturale da cui i patrioti americani sentivano bene rappresentati sé, la storia che li aveva condotti fino a quel giorno e «lo spirito del 1776». Gente, cioè, che si diede appuntamento per fissare per iscritto alcune norme “rapide” e funzionali, destinate solo ad attuare nella pratica politica quei princìpi cogenti e inderogabili di cui un testo scritto non può mai essere la fonte, dunque a rimandare direttamente alla vera “costituzione non scritta”che vi sta a monte. Negli Stati Uniti, ancora oggi, il riflessione culturale attorno proprio al concetto di unwritten constitution è più desta che mai. E la “costituzione non scritta” degli Stati Uniti, cioè la costituzione autentica, inalienabile, turgida di princìpi, ideali e valori, a cui la Costituzione federale scritta guarda e punta, tale per cui senza la “non scritta” quella “scritta” è arida, vuota, colosso dai piedi di argilla, è quel complesso storico-culturale che ha fatto gli Stati Uniti ciò che gli Stati

il paginone Dopodomani gli americani festeggiano lo «spirito di Filadelfia». La triade “vita, libertà e felicità” sostituisce il modello francese «libertà, uguaglianza e fraternità»

Era Luglio, non di Marco Respinti Uniti erano il giorno dell’entrata in vigore della Costituzione federale scritta e per quel tramite sempre.Vale a dire, la lunga vicenda da cui gli Stati Uniti gemmano, il “Nuovo Mondo antico” che li ha – appunto – costituiti, il patrimonio giuridico britannico, immediatamente imitato nei meccanismi e nello soffio vitale dagli statunitensi dal giorno stesso dopo l’indipendenza (ci fu persino chi propose un “re americano”…), la “grande tradizione” (per usare una espressione resa celebre da Leo Strauss [1899-1973] e dai suoi discepoli) che lega l’antichità, il Medioevo e l’evo moderno dell’Occidente, la filosofia politica classica, il complesso principiale e valoriale del giudeo-cristianesimo, e il tutto sunteggiato, in maniera simbolica ed emblematica, nella e dalla Dichiarazione d’Indipendenza.

La “Dichiarazione”, infatti, è una “lettera aperta”al re e al parlamento di Gran Bretagna che ricorda “semplicemente” alcune verità ataviche epperò denegate, e che imputa alla Gran Bretagna il tradimento degli stessi ideali che l’hanno sempre animata. Infatti, la “Dichiarazione”è, sul piano sostanziale e sul piano formale, la ripresa quasi pedissequa del Bill of Rights inglese del 1649, ovvero, di fatto, la comunicazione a Londra della nascita di una “nuova nazione britannica indipendente” nel Nuovo Mondo. L’“anima britannica” che promana dallo «spirito del 1776», veicolata dall’imitazione persino della lettera del Bill of Rights, conosce peraltro un riassunto famosissimo di quel concetto di “costituzione non scritta” senza il quale gli Stati Uniti non si spiegherebbero, e probabilmente per molti che di quello ignorano

da lì. E il contenuto sostanziale di quelle parole è il contrario esatto della stoffa ideologica che dall’illuminismo ai totalitarismi fino al relativismo contemporaneo ha generato, alimentato e scatenato la sovversione di tutto quanto vi è, o se non altro possa intenzionalmente esservi, di autenticamente a misura di uomo e possibilmente secondo il piano di Dio.

Certo, non è, questa, una lettura consueta sia di quel documento sia dello “spirito del 1776”. Solitamente, e l’uno e l’altro vengono presentati come la“prova generale”della politicizzazione della cultura illuministica, il grande prodromo della Rivoluzione Francese, le magnifiche sorti e progressive, l’affermarsi della concezione deistico-razionalista. E invece no.

La Dichiarazione è il manifesto con cui il Nuovo Mondo rivendica e vendica se stesso di fronte al governo britannico Quel documento, infatti, ha, di per sé, un valore “strutturale” assolutamente secondario rispetto alla Costituzione federale. Anzi, è questa seconda che rende concretamente possibile, attuandola, la prima. Ma è la Dichiarazione il manifesto con cui gli americani rivendicano e vendicano se stessi a fronte di un governo, quello britannico, avvertito come tirannico, innovativo, rivoluzionario.

contorni e forza davvero non si spiegano. Si tratta del famoso preambolo: «Noi riteniamo queste verità essere autoevidenti, che tutti gli uomini sono creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili, che fra questi vi sono vita, libertà e perseguimento della felicità». Lo “spirito del 1776” è tutto racchiuse dentro queste frasi, gli Stati Uniti si comprendono

Il qui pro quo – talora tutt’altro che puro – deve molto al linguaggio usato nella“Dichiarazione”o, meglio, alla lettura che di quel linguaggio viene data. Si dice, cioè, che il richiamo, nel paragrafo di apertura della “Dichiarazione”, a «le Leggi della Natura e al Dio della Natura» sia la prova provata della matrice illuminista del testo.Vero è – studiosi come Carl L. Becker (1873-1945) e, sulla


il paginone sua scorta, Russell Kirk (1918-1994) lo hanno notato con arguzia – che la “Dichiarazione”adopera un linguaggio familiare alla cultura illuministica della Francia del tempo, ma questo poiché sperava di ottenerne sostegno militare contro la Gran Bretagna. Questo uso scopertamente strumentale di determinate formule viene però fatto in modo tale da non escludere, anzi da ricomprendere positivamente seppur in maniera inavvertita per i francesi e quindi “indolore”, una concezione ben diversa. La “Dichiarazione” non adopera insomma un linguaggio illuministico: ne impiega uno tatticamente “ambiguo”, anzi, meglio,“aperto”e “laico”. Con esso gli americani intendono “comperarsi” il sostegno strategicamente indispensabile dei francesi qualsiasi cosa i francesi pensino (e agli americani, bisognosi dei fucili francesi, interessaì ben poco di cosa i francesi pensino su altro che non siano i fucili). Lo fanno

Guardiamo dentro, dunque, quel linguaggio “incriminato”.Tutti gli uomini sono creati. Uguali, certo: perché occorreva ribadire alla Gran Bretagna neghittosa la pari dignità di origine divina che è propria di ogni suddito della Corona, linguaggio antico quanto la Magna Carta, questo, medioevale. Essi sono dotati dal loro Creatore di diritti inalienabili: la fonte del diritto e dei conseguenti diritti umani è Dio; ma non un“dio dei filosofi”, un Dio personale, intelligente, provvidenziale, quello della rivelazione giudeocristiana, colto (si potevano di per sé usare altri epiteti, Onnipotente, Salvatore, Altissimo) nella sua facoltà di dispensatore unico di natura normativa inalienabile e sottolineato nel ruolo che gli è eminentemente proprio ma fortemente negato dal naturalismo, dal materialismo e dal sensismo illuministici: creatore ex nihilo. Il verbo to endow adoperato per descrivere l’azione con cui il

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del Signore della norma, la natura, con cui Egli stesso ha voluto e stabilito il creato. Poco oltre si dice: «Per garantire questi diritti, fra gli uomini vengono istituiti i governi», gli Stati sono un’altra cosa; «i quali derivano i propri poteri giusti dal consenso dei governati», ancora la Magna Carta medioevale; «cosicché quando una forma qualsiasi di governo divenga distruttiva di tali fini, è diritto delle genti alterarla o abolirla, e istituire un governo nuovo che poggi le proprie fondamenta su quei princìpi e che organizzi i propri poteri in quella forma che parrà a esso maggiormente in grado di assicurarne la sicurezza e la felicità». Nient’altro che il tradizionalissimo diritto di resistenza ai tiranni in nome di una società giusta, antico ancora come il Medioevo. «La prudenza, peraltro, detterà il fatto che i governi da lungo tempo istituiti non debbano essere cambiati per ragioni banali e contingenti».Tradizionalismo

A leggerli bene, nei testi del 1776 si trova tutto il contrario di quell’utopia ideologica che si è sempre pensato di vedervi allora manovrando in modo da non rinunciare a un oncia di quel che sono. In fin dei conti stanno prendendo la decisione più importante della propria vita politica in nome della loro identità: come potrebbero sacrificarla con tanta leggerezza?

Messidoro

Creatore dona diritti all’uomo rende l’idea dell’elargizione liberale, sovrana, piena, autonoma e graziosa. Non è una divinità gelosa, oscura e tirannica quella della “Dichiarazione”: è il Dio padre delle Scritture. I diritti che dà nessuno li può togliere, uomo, governo, despota o maggioranza parlamentare. Non sono negoziabili.Ve ne sono molti che Dio dà, alcuni, non tutti, sono lì elencati.Vita, libertà e perseguimento della felicità. Preme là sottolineare questi; ma ci si può aggiungere disinvoltamente la proprietà.

Dunque diritto alla “vita”e alla “libertà”come fondamento; poi il terzo diritto, che è conseguenza di quelli: non la ricerca, per favore, della felicità, né il diritto a essa in quanto tale. Il sostantivo impiegato, pursuit, lo dice bene. I patrioti americani non immaginavano certo che una “lettera aperta”al re britannico potesse sancire cosa fosse la felicità o la facoltà di goderne. La“Dichiarazione”rivendica invece la potestà di poter tentare di costruire concretamente – politicamente – la felicità, la quale non è certo definita da un pezzo di carta, ma illustrata dal patrimonio della “costituzione non scritta” che si rivela all’intelligenza umana attraverso la storia senza da essa venire per questo prodotta. La Rivelazione, per esempio, quella del Creatore di cui sopra, dice bene cos’è la felicità dell’uomo, e stabilisce che l’uomo fatto dal Creatore a propria immagine e somiglianza ha la vita, la libertà e il diritto di cercarla concretamente dentro la Rivelazione stessa. E quelle «Leggi della Natura» e quel «Dio della Natura» che tutto fondano non parlano di un Grande Architetto dell’Universo, ma

bello e buono, ancora, più un richiamo a un principio cardine della filosofia scolastica.

C’è chi pensa che lo «spirito del 1776» sia freddo, inadatto a scaldare il cuore dell’abnegazione dell’uomo, figuriamoci a innescare l’esercizio eroico delle virtù. Impossibile equipararlo ha ideali ben più caldi,“Dio, patria, famiglia”,“Dio e il re”,“Trono & Altare”, con cui migliaia e migliaia di martiri hanno seminato il campo del vero legittimismo, dell’autentico patriottismo, della libertà più autentica, addirittura della santità. E se invece lo «spirito del 1776» altro non fosse che la divisa di quell’umanesimo autentico che è garantito esclusivamente in Occidente solo dal giudeo-cristianesimo e che da sempre (le virtù naturali praticate pure dai pagani, per esempio) genera ogni altro “Viva Cristo re” che non sia mero estetismo, teoria o vezzo? Per essere santi e crociati occorre insomma godere prima della vita, della libertà e della possibilità concreta, fin materiale, di costruire la felicità di una città dell’uomo ispirata il più possibile alla Gerusalemme celeste. Oppure battersi per esse. Non è un proclama mondialistico, la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America, fu cosa locale, specifica, autentica. Ma il suo richiamare, in un frangente concreto, a guardare più su contagia. Perché ridesta la memoria di ciò per cui l’uomo è fatto. L’ermeneutica migliore dello “spirito del 1776” appartiene a Ronald W. Reagan (1911-2004): «Il sogno americano è che ogni uomo sia libero di diventare qualsiasi cosa Dio vuole egli diventi». www.marcorespinti.org


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grandangolo Nuove forme di colonialismo. Questa volta spaziale

Il ping pong non basta? Arriva la diplomazia dello shuttle L’America e la Russia lasciano perdere l’esplorazione dello spazio sterminato per mancanza di fondi e tecnologia. E nell’enorme campo lasciato libero entrano a gamba tesa India e soprattutto Cina, che nel settore aerospaziale trovano nuovi modi per legare a loro gli emergenti e vincere la corsa più antica che c’è di Vincenzo Faccioli Pintozzi ramai sono passati più di quarant’anni da quando gli Stati Uniti hanno vinto la loro competizione spaziale con l’impero che all’epoca era conosciuto come Unione Sovietica. Ma oggi la situazione e gli equilibri nel campo spaziale sono cambiati: gli esperti di esplorazioni oltre-atmosfera sottolineano come il cambiamento della politica americana nei confronti dei programmi curati dalla Nasa spalanca le porte a nuovi dominatori del settore. Gli astronauti che erano a bordo dello shuttle statunitense Discovery se ne sono tornati mestamente a terra la scorsa settimana: sono le prime “vittime”, termine fortunatamente da intendere in senso lato, dei tagli che l’amministrazione Obama ha imposto alle esplorazioni spaziali.

O

Lo stesso presidente americano ha chiesto alle compagnie private, e quindi non all’agenzia nazionale, di portare in orbita degli astronauti. Il taglio ha riguardato anche la decisione di portare una seconda volta l’uomo sulla Luna. Lo ha spiegato proprio il leader democratico: «Io capisco che, secondo alcuni, noi dovremmo tentare di nuovo di riportare un uomo sulla superficie lunare. Proprio come avevamo pianificato di fa-

re. Ma sono costretto a dire, a chi avanza queste richieste, che ci siamo già stati». Loro sì, ma altre nazioni no. Altre nazioni che vedono nei puntini luminosi in cielo non soltanto uno sperpero di denaro pubblico, ma anche e soprattutto un investimento (per quanto a lungo termine) che avrà dei ritorni estremamente favorevoli in campo economico,

Buona parte dei contratti che riguardano gli investimenti tecnologici sono pubblici. Ma alcuni sono solo militari diplomatico e militare. Coloro che criticano la decisione di Obama riguardo il programma spaziale sostengono che la scelta di non riportare un americano sulla Luna potrebbe distruggere per sempre la leadership a stelle e strisce nel campo delle esplorazioni aerospa-

ziali. Dean Cheng, esperto di politica e sicurezza che lavora presso la Heritage Foundation di Washington, dice: «Cosa accadrebbe se la Cina prendesse il primato dello spazio? E, peggio ancora, cosa succederebbe se gli Stati Uniti non fossero capaci (anche solo per qualche tempo) di tenere testa a Pechino? In effetti non esistono minacce dirette insite nel settore. Non è che sia prevedibile che qualcuno, dalla Luna, si sieda e inizi a tirare rocce contro la Terra. Ma da punto di vista della morale nazionale, della psicologia di uno Stato, gli effetti non tarderebbero a farsi sentire».

La Cina è entrata di diritto in uno dei club più esclusivi al mondo - forse l’unico club ad avere la sede fuori dall’atmosfera terrestre, in effetti - quanto il cosmonauta Yang Liwei ha guidato la propria navicella nello spazio. Era il 2003, e il “taikonauta” unì il suo Shenzhou V al razzo chiamato Lunga Marcia (il senso dell’ironia scarseggia, a Pechino) proiettando la Cina fra le grandi potenze mondiali. Una proiezione che Pechino ha usato in maniera propagandistica. Il 9 settembre del 2008, la Cina ha celebrato il ritorno dallo spazio dei tre astronauti dello Shenzhou VII missione a cui il pioniere Yang non ha

partecipato - con parate pubbliche, cerimonie e discorsi in un bagno di folla, inizio di una settimana autocelebrativa che ha compreso la commemorazione, il primo ottobre, del 59esimo anniversario della Repubblica popolare di Cina.

I tre eroi dello spazio sono sfilati in diretta tv in una Pechino vestita a festa, procedendo lentamente su auto scoperte, sorridenti e coronati da ghirlande di fiori, tra ali di folla entusiasta con bandiere e striscioni, tributo di gloria simile a quello di decenni fa per gli astronauti Usa. I media hanno riportato il “perfetto successo” della missione, compreso il calibrato atterraggio avvenuto sulle steppe della Mongolia interna, dopo un viaggio di 68 ore. Wang Zhaoyao, direttore delle missioni umane nello spazio, ha spiegato: «Entro il 2011 si vuole realizzare un primo iniziale laboratorio in orbita intorno alla terra, entro il 2020 sperimentare missioni umane nello spazio per lunghi periodi, poi raggiungere anche la Luna. Magari prima della Nasa, che progetta un nuova missione umana sulla Luna per il 2020». La Cina ha celebrato anche la propria tecnologia, sottolineando che è stata ostacolata dall’embargo in materia di armi da parte di Usa ed Europa e che non ha parte-


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Grandi celebrazioni nella capitale per l’89esimo anniversario della nascita del Pcc

E Pechino festeggia il Partito che nacque due (o quattro) volte. Fra Shanghai e Canton di Osvaldo Baldacci n Cina spesso le cose non sono come appaiono a prima vista. E così in questi giorni a pechino si celebrano gli 89 anni dalla fondazione del Partito Comunista Cinese, che però non è stato fondato 89 anni fa. Il più grande partito politico del mondo (in costante crescita nel 2009 ha raggiunto la cifra record di 79 milioni di iscritti) in realtà è nato due volte, ed è rinato molte altre. Infatti la propaganda avrebbe modificato anche questi dati sulla fondazione del partito, almeno stando a quanto sostiene la documentatissima e approfondita biografia non autorizzata di Mao scritta dalla cinese Jung Chang Mao, la storia sconosciuta. La storia ufficiale racconta che il primo luglio 1921, nella Concessione internazionale di Shanghai, nasce il partito comunista cinese. Fra i dodici membri fondatori c’è Mao Zedong, allora un giovane di 28 anni. Unico partito comunista a non nascere da una scissione dai socialisti ma direttamente per ispirazione della Rivoluzione sovietica (e con la collaborazione di inviati russi come Grigori Voitinsky e Mikhail Markovich Borodin). Ma ci sarebbe anche un’altra verità. In quella data i dodici fondatori si limitarono a dare vita a un movimento giovanile socialista che era solo una sezione del Partito Nazionalista (Kuomintang, Kmt), quel partito che combatteva per la modernizzazione e l’indipendenza della Cina soprattutto contro la colonizzazione giapponese. A quel partito aderivano anche i futuri comunisti che passeranno decenni nelle alterne vicende delle guerre civili contro i nazionalisti, ma spesso anche al loro fianco contro i nemici comuni. Fatto sta che la vera nascita del Partito Comunista Cinese sarebbe avvenuta qualche anno dopo, nel 1925. In quell’anno morì il fondatore dei nazionalisti Sun Yat-sen, creando grande confusione nel fronte unitario, a proposito della successione e della possibilità che le varie componenti continuassero a collaborare. Sarebbe a quel punto che Li Dazhao, mentore di Mao, fondò con altri otto compagni il Partito Comunista Cinese. Forse persino a Canton, e non a Shanghai. Ma c’era un problema: Mao in quel momento non c’era. Ci

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cipato alla Stazione spaziale internazionale che comprende Usa, Canada e l’Agenzia spaziale europea (ma vuole entrarci). Secondo un entusiastico resoconto dell’agenzia di stampa ufficiale Xinhua, «il programma spaziale è curato dai militari e questa missione è anzitutto un loro successo: i tre astronauti sono ufficiali e membri convinti del Partito comunista». Il premier Wen Jiabao,

Venezuela, Bolivia e Nigeria sono i partner scelti dal governo per costruire la lunga strada verso la Luna facendo eco alle parole di tutti, ha parlato di «pietra miliare, un passo avanti senza precedenti». Quattro anni dopo, Pechino ha sorpreso il mondo lanciando in orbita con successo, al primo colpo, il proprio primo satellite. E ora vuole inviare una rover, guidata da un robot, sulla superficie lunare: l’appuntamento è per il prossimo anno. Mentre nel 2012 vuole battezzare un piccolo laboratorio spaziale dove studiare gli effetti di una camminata nell’orbita lunare, una parte essenziale se si vuole mandare una missione umana sulla Luna e oltre. Joan Johnson Frese, dell’Istituto militare americano di Rhode Island, sostiene la supremazia del proprio Paese anche alla luce di questi ultimi tagli: «Gli Stati Uniti spendono, ogni anno, più di 16 mi-

liardi di dollari per voli spaziali. Ci sono poi 20 miliardi stanziati per progetti che non vengono resi pubblici. Al confronto, i due miliardi investiti da Pechino sono poca cosa». Ma la difesa di bandiera non le impedisce di riconoscere che, con questi nuovi piani in mente, la Cina si proietta in un nuovo livello geo-politico: «La Cina è soltanto la terza nazione che ha le possibilità di inviare un uomo nello spazio. La terza dopo Russia e Stati Uniti. Questo proietta l’immagine di una nazione che ha una forte tecnologia, un elemento indispensabile per giocare con i grandi». Fra i grandi rientra anche l’India, che mette da parte la propria storica rivalità con il dragone asiatico e punta a una partnership spaziale.

Perché, andando oltre la propaganda e gli innegabili successi scientifici, il programma spaziale cinese serve anche a interessi più pratici. Più “terra terra”, potremmo dire, dato che uno degli scopi dichiarati è quello di racimolare denaro e stringere alleanze. La Cina, ad esempio, ha venduto i suoi satelliti a Venezuela e Nigeria, e vuole costruirne un altro per la Bolivia dal valore di 300 milioni di dollari. Per Cheng, «non è certo un caso che la cessione della tecnologia spaziale vada a beneficio di quelle nazioni che hanno riserve di petrolio. E la Bolivia, ma questo è un fattore nuovo, è uno dei maggiori estrattori di litio: e se pensate di guidare un’automobile elettrica, ne avete bisogno». Questi contratti sono pubblici, ma molti altri sono “privati”: «La maggior parte delle infrastrutture è di proprietà dei militari. Che le usano come vogliono, con chi vogliono e senza rendere conto a nessuno. La Guerra fredda funzionava così». Dopo la diplomazia del ping pong, insomma, arriva quella dello shuttle.

sono tracce storiche della sua attività di bibliotecario altrove. Questo per il Grande Timoniere non era accettabile. Per cui, anche alla luce della feroce guerra civile che per lustri lo oppose al Kmt di Chang Kai Shek, Mao rivide la storia del Pcc e spostò la data di fondazione a quel 1921 quando lui era presente, atteggiamento in linea con il suo culto della personalità degno del sovrano rosso del celeste impero. Ed è questa data che ancora viene festeggiata. Inoltre il Pcc nella sua ormai lunga storia ha spesso cambiato pelle in modo sostanziale. Fino al 1949, anno in cui al termine della guerra civile il PCC di Mao assunse il potere assoluto come partito unico della Repubblica Popolare di Cina, i comunisti erano stati molte cose diverse secondo le trasformazioni del magma cinese degli anni venti, trenta e quaranta: intellighenzia urbana progressista, militanti perseguitati, rivoluzionari contadini delle campagna, guerriglieri durante la seconda guerra mondiale, i soldati dell’Esercito Popolare di Liberazione grande forza vincitrice della guerra civile. Ma anche dopo la presa di potere, Mao impresse diverse sterzate al suo Partito e al suo Paese. Le più famose sono la Rivoluzione Culturale dal 1966 e il Grande balzo in avanti. Con la morte di Mao nel 1976 ci furono nuovi radicali cambiamenti. Il successore Deng Xiapoping iniziò a individuare nuove linee politiche che non senza ostacoli prevalsero infine definitivamente nel 1984: era il “socialismo con caratteristiche cinesi”, staccatosi dall’originale matrice marxista-leninista-sovietica, e caratterizzato soprattutto dall’apertura al libero mercato in economia. Nello stesso arco di tempo arrivò un’altra importante riforma strutturale, un’altra “nascita”del Pcc: l’abolizione nel 1982 della carica di Presidente del Comitato Centrale (per capirne l’importanza basti ricordare che Mao è ricordato sempre come “il presidente Mao”). Fino ad arrivare alle continue piccole gigantesche novità dei giorni nostri, quando il Pcc festeggia i suoi 89 anni ma in realtà parla di un antenato ormai lontano e diverso.


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Usa. Il primo discorso del presidente sulla controversa tematica a oltre due secoli, «gli Stati Uniti rappresentano la terra delle opportunità per tutti coloro che sono alla ricerca di una vita migliore». Ieri, per convincere la platea dell’American University di Washington, il presidente Usa Barack Obama ha rispolverato il “sogno americano”. L’obiettivo era quello di superare lo scoglio della frustrazione collettiva che si sta nell’opinione radicando pubblica in merito all’immigrazione clandestina. Nel mare magnum di problemi che assillano in questo momento la Casa Bianca, si aggiunge anche questo tema scottante. Si parla di 11 milioni di immigrati illegalmente negli Stati Uniti. Ieri Obama, ha ribadito la sua promessa fatta durante la campagna elettorale. «Il meccanismo è ormai rotto», ha sottolineato. «È necessaria una legge federale innovativa, affinché l’America resti unita e continui a essere quella che è sempre stata: una terra di speranza per tutti». Il timore del Presidente Usa è la frammentazione che il problema può provocare tra gli Stati federati. I casi di Arizona e Nebraska, i quali hanno indetto autonomamente un referendum anti-immigrazione, sono esemplari. Obama per questo ha ribadito che l’Unione interverrà a sostegno degli Stati più soggetti ai flussi migratori, quelli del sud soprattutto. La riforma della legge sulla cittadinanza conserva i rigidi parametri dei testi precedenti. «Chi desidera diventare cittadino americano, deve dimostrare di conoscere la storia di questo Paese e di parlare inglese». Un’affermazione, quest’ultima, chiaramente rivolta al 28% della popolazione Usa di madrelingua spagnola. La questione supera le differenze fra

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La ricetta di Obama per l’immigrazione Il confine con il Messico è un luogo simbolico per l’America che verrà di Antonio Picasso

di controllo. Del resto, vantare una popolazione numerosa e giovane infatti può permettere agli Stati Uniti di contro un’Europa sempre più anziana e una Cina sovraffollata. Secondo le stime Onu, nel 2050, la popolazione del Vecchio continente

Il timore di Washington è la frammentazione tra gli Stati che il problema può provocare. Come dimostrano i casi di Arizona e Nebraska Democratici e Repubblicani e suscita nell’elettorato sentimenti legati più alla posizione geografica dei singoli Stati e agli interessi economici di alcuni bacini industriali – New York e la West Coast – anziché essere ingessato nelle linee politiche dei due partiti. A questo si aggiungono rinnovati sentimenti di estremismo – quanto anche di buonismo – e perfino proiezioni di politica estera. Ai casi di xenofobia si contrappongono posizioni di apertura sregolata e priva

avrà un’età media di circa 47 anni. Il Nord America si assesterà sui 39 anni medi. Pechino a sua volta dovrà affrontare le ripercussioni non calcolate delle sue politiche di controllo delle nascite. Attualmente il tasso di crescita annuo dei suoi abitanti (1,3 miliardi di unità) è poco inferiore allo 0,5%. Questo significa che nel lungo la popolazione cinese tenderà anch’essa a invecchiare. Le istituzioni non sono però preparate per affrontare il fenomeno con un sistema

pensionistico e assistenziale capace di soddisfare simili cifre. Peggiore è il caso della Russia, che sta vivendo una stretta demografica che ridurrà del 30% la sua popolazione nell’arco di 40 anni. Sicché gli Usa, permettendo un’iniezione immigratoria regolamentata, andrebbero contro questi indici e avrebbero a disposizione una società giovane, numerosa e produttiva. Il blocco dei favorevoli alla apertura delle frontiere rimanda all’identità originaria degli Usa. Il loro cosmopolitismo ha rappresentato da sempre la ricchezza del popolo statunitense. Il melting pot continua a essere sinonimo di creatività intellettuale e dinamismo produttivo del Paese. Il fronte del no a sua volta teme che gli Usa assorbano delinquenza, criminalità organizzata, narcotraffico e terrorismo internazionale, provenienti dall’America centrale o da altre aree del mondo. In questo caso, la paura non è strettamente

collegata con la porosità dei confini fisici, soprattutto con il Messico. C’è da fare poi un discorso in termini di mercato del lavoro. L’aumento demografico presenta una doppia lettura. C’è chi lo promuove, affinché la locomotiva industriale americana torni a correre con velocità sostenute. Altri si pongono il dubbio se un Paese con il 9% di disoccupati sui 150 milioni di forza lavoro possa permettersi il lusso di aumentare la domanda di mercato, anziché provvedere al risanamento dell’economia, riformulare il Welfare e poi eventualmente aprirsi agli immigrati. Al di là di queste analisi, la sensazione è che Obama abbia preferito fare più un calcolo di breve periodo. Le elezioni di mid-term a novembre si avvicinano inesorabilmente. Alla Casa Bianca stanno valutando i successi di questi primi due anni di mandato.

Sul piatto della bilancia il processo di pace in Medio Oriente bloccato, il disastro politico e in parte militare in Afghanistan, ma soprattutto la marea nera nel Golfo del Messico pesano come macigni. Si pensava che la riforma finanziaria, voluta per mettere fine all’“incoscienza di Wall Street” – parole pronunciate sempre ieri dallo Speaker della Camera Nancy Pelosi – e soprattutto quella sanitaria sarebbero state in grado di annientare qualsiasi ombra sull’Amministrazione Obama. È evidente, al contrario, che questi due traguardi non sono ancora sufficienti per attribuirgli un posto d’onore nella storia degli Stati Uniti. Tanto meno è sufficiente il fatto di essere il primo inquilino di colore alla Casa Bianca. All’amministrazione Obama non resta quindi che tentare di riscattarsi con la realizzazione delle promesse fatte in campagna elettorale e trasformare la crescita demografica in un’opportunità. È la nuova frontiera di Washington questa. Martedì Obama ha incontrato i 23 membri del Congresso Usa di origine latino-americana. La Congressional Hispanic Caucus (Chc) è l’associazione democratica di riferimento dei latinos con passaporto Usa. Una lobby che ha garantito a Obama l’appoggio dei due terzi della sua comunità. Il summit ha fatto da incontro preparatorio al discorso di ieri. Le parole del Presidente non possono che aver soddisfatto la Chc. Resta da capire se tutto il Congresso sia d’accordo con questa linea.


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2 luglio 2010 • pagina 17

Ci sono volute tre votazioni per eleggere il candidato

L’opposizione maoista in festa, ma il Paese teme violenze

Germania, il presidente è Christian Wulff (Cdu)

Dopo 13 mesi abbandona il premier del Nepal

BERLINO. Dopo più di nove ore e soltanto alla terza votazione Christian Wulff è stato eletto decimo Presidente della Repubblica Federale Tedesca con 625 voti. Risultato non eccezionale per la coalizione di centrodestra che poteva contare su 644 voti complessivi. Il temuto candidato dei socialdemocratici e dei verdi, il notissimo ed apprezzato Joachim Gauck, si è fermato a 494 voti, conquistando però un numero di consensi maggiore rispetto a quelli su cui poteva contare la sua coalizione. Christian Wulff, con i suoi cinquantuno anni, è il più giovane Presidente della storia della Germania. La sua carriera politica è legata all’Unione Cristiano Democratica (Cdu) alla quale è iscritto dal 1975.

KATHMANDU. Dopo 13 mesi di

Il Nobel el-Baradei sfida (eccome!) Mubarak Egitto: ecco l’alternativa laica al regime e all’Islam

governo Madhav Kumar Nepal, Primo ministro e leader del Partito Comunista del Nepal dà le dimissioni. Ad annunciarlo è lo stesso premier, che ha detto di abbandonare la propria carica per non lasciare il Paese “ostaggio dell’indecisione”. La scelta è stata accolta con gioia dall’opposizione maoista, che dal 2009 chiede le dimissioni di Nepal e blocca il Paese con scioperi e manifestazioni. Nei 25 minuti di diretta televisiva, il Primo ministro ha affermato:«Mi dimetto perché non voglio mantenere il Paese in stallo e in una condizione di incertezza». Egli ha criticato l’opposizione maoista indicandola come principale ostacolo al suo

di Giovanni Radini

È stato a lungo il principale rivale politico in Bassa Sassonia di Gerhard Schröder, l’ex Cancelliere socialdemocratico. Contro di lui ha, infatti, perso ben due volte le elezioni per la Presidenza della Bassa Sassonia, per poi nel 2003 riuscire a vincere contro Sigmar Gabriel, l’attuale leader della socialdemocrazia tedesca. Nel 2008 viene riconfermato a Presidente della sua Regione nonostante un cattivo risultato elettorale dell’Unione Cristiano Democratica.

rosegue la campagna elettorale di Mohammed el-Baradei. Il voto per le presidenziali in Egitto è previsto solo per il novembre 2011, ma l’ex Segretario dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea), vanta già un significativo indice di gradimento presso l’opinione pubblica nazionale. Venerdì scorso el-Baradei ha preso parte alla manifestazione organizzata ad Alessandria in commemorazione della morte di Khaled Said. Secondo la variegata opposizione laica composta da intellettuali, blogger e rappresentanti di organizzazioni professionali - questo studente di 28 anni sarebbe morto in seguito alle percosse subite da alcuni agenti della Polizia egiziana. Le Autorità cairote hanno smentito l’accaduto, sostenendo solo che Said è stato effettivamente arrestato, secondo le disposizioni della Legge di emergenza, in vigore nel Paese dal 1981. Tuttavia, ha respinto le accuse di violenza che sono state rivolte nei confronti dei poliziotti. Al di là del casus belli che ha provocato la manifestazione - si è trattato di un corteo di 5mila persone - è la seconda volta che l’ex diplomatico egiziano compare a un evento pubblico, ribadendo la sua intenzione di correre per le presidenziali. Il primo caso risale all’inizio dello scorso aprile al Cairo, in occasione del primo sermone tenuto dal nuovo Gran Muftì della Università islamica di al-Azhar, Ahmad Muhammad Tayyib, presso la Moschea al-Hussein.

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opposizione alla presidenza di Hosni Mubarak. Al fianco dell’ex diplomatico c’erano infatti gruppi di studenti che inneggiavano slogan contro il “regime di polizia”. «Lunga vita all’Egitto!», «Abbasso Mubarak!», si leggeva su alcuni striscioni. Unendosi al corteo, l’ex Segretario dell’Aiea ha più che esplicitamente sostenuto queste posizioni.

L’opposizione laica egiziana ha da sempre lamentato la mancanza di un leader carismatico per contrastare l’attuale Presidente da un lato e la Fratellanza Musulmana dall’altro. Facile dedurre che questa figura sia stata trovata in el-Baradei. La sua capacità politica non è fonte di discussione. Anzi, dopo oltre quarant’anni di servizio diplomatico per il governo del Cairo, gli è stato anche attribuito il Nobel per la Pace nel 2005. Un’onorificenza che simboleggia la stima e il riconoscimento riscossi da el-Baradei presso la maggior parte delle cancellerie del mondo. Tutto ciò lo rende il candidato adatto per essere sostenuto da quegli elettori che sono stanchi di Mubarak, ma che al tempo stesso temono l’eventuale islamizzazione del Paese da parte dei Fratelli Musulmani. Per quanto le elezioni siano lontane, l’Egitto deve fare i conti con il suo futuro politico. Il passaggio di consegne di cui tanto si parla fra Hosni Mubarak e suo figlio Gamal non è stato ancora ufficializzato. Questo può far pensare che l’attuale Capo dello Stato, 82 anni compiuti e al potere da quasi tre decenni, voglia restare ancora al potere. Se così fosse, tutte le promesse di riforme in senso democratico cadrebbero. Dall’altra parte, la Fratellanza Musulmana continua a essere ingessata da una struttura ideologica e fondamentalista. Un’impostazione, questa, che non si sposa con la mentalità laica delle società metropolitane del Cairo e di Alessandria. È evidente quindi che el-Baradei stia sfruttando gli spazi offerti dalla rigidità di entrambe le posizioni, per dimostrarsi come un’alternativa laica sia al regime sia all’Islam.

Il voto per le presidenziali è previsto solo per il novembre 2011, ma l’ex Segretario dell’Aiea ha già un forte seguito ovunque

Christian Wulff è considerato un conservatore cattolico, illuminato, moderno, con un forte senso delle istituzioni e che ha molto lavorato per favorire l’integrazione dei cittadini tedeschi figli di immigrati. Proprio quest’anno ha avuto molto risalto la sua scelta di fare entrare nella sua squadra di governo in Bassa Sassonia una tedescamusulmana, la prima della storia della Germania a ricoprire ruoli di responsabilità politica così alti. Nel suo primo discorso da Presidente ha manifestato il suo orgoglio di essere stato eletto nell’anno in cui si festeggeranno i vent’anni dell’Unità della Germania, il prossimo 3 ottobre.

El-Baradei in questo modo si dimostra un fine curatore della propria immagine e un freddo calcolatore di come condurre la sua campagna elettorale. In aprile il suo obiettivo, mostrandosi a fianco delle massime autorità religiose nazionali, è stato quello di rendere loro omaggio e riconoscerne il peso politico e l’influenza sociale in seno all’elettorato. L’ex leader dell’Aiea comunque non ha mai espresso un proprio sentimento religioso. Con la sua partecipazione al corteo di Alessandria invece, el-Baradei si è esposto in inequivocabile

mandato. «Il governo – ha continuato – non ha potuto scrivere la nuova costituzione e portare a termine il processo di pace a causa degli ostacoli creati dal partito di opposizione».

Il Primo ministro ha ammesso di aver più volte chiesto ai maoisti di trovare una via appropriata per uscire dalla crisi, creando un consenso tra i partiti, ma tutte le proposte sono state rifiutate. Madhav Kumar Nepal è salito al potere il 28 maggio 2009, per sostituire il precedente Primo ministro e leader maoista Prachanda. Questi si era dimesso il 4 maggio dopo il rifiuto del presidente Ram Baran Yadav di reintegrare gli ex guerriglieri maoisti nell’esercito. Il nuovo governo di coalizione guidato da Nepal ha il sostegno dei 22 partiti del parlamento, ma non quello dei maoisti. Gli ex guerriglieri, forti della maggioranza dei seggi, boicottano tutte le iniziative del governo, portando più volte il Paese sull’orlo della guerra civile. Intanto resta incerto il futuro. Nei prossimi giorni i principali partiti del parlamento si riuniranno per comprendere come affrontare la crisi e valutare la nomina di un nuovo governo di coalizione con il consenso del partito maoista.


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pagina 18 • 2 luglio 2010

Mondiali. La squadra si giocherà fino in fondo il tutto per tutto. Il nostro Paese dovrebbe fare altrettanto vincendo finalmente la sfida delle riforme

E adesso tifiamo Ghana Scommettiamo sulla fierezza degli africani, che solo apparentemente hanno meno chances di Paola Binetti uesto mondiale sta diventando sempre di più la grande kermesse sportiva dei Paesi emergenti rispetto ai modelli consolidati della vecchia Europa. Olanda, Spagna e Germania faticano a mantenere una leadership che ne confermi storia e tradizione, mentre c’è chi, come Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay, vuole entrare sulla scena calcistica mondiale con energia e determinazione per occuparne il primo posto. Sono Paesi con enormi risorse naturali, ma con profili economici totalmente differenti: a una Argentina sull’orlo della bancarotta fino a pochissimi anni fa, corrisponde un Brasile che insieme a India e Cina ha un Pil in crescita costante e in piena competizione economica con tutto il mondo occidentale. Sono Paesi in cui l’integrazione culturale e razziale si è già compiuta da un pezzo, ma in cui sussistono ancora disparità sociali stridenti e inaccettabili per i nostri modelli di riferimento.

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mento. Falliti per mancanza di ideali, per improvvisazione sul campo, per mancanza di carattere e soprattutto perché incapaci di decifrare il senso del futuro. La storia sta cambiando i suoi parametri di riferimento e chiede un concreto cambiamento di passo, per recuperare almeno tre valori forti ed essenziali che mi piace riassumere in questo modo: torniamo a mettere al centro del nostro impegno a tutti i livelli una maggiore responsabilità sociale, un vero gioco di squadra che manifesti valori condivisi, rinunciando ad ar-

Per questo le ultime giornate di campionato ci troveranno ancora attenti a cercare di capire cosa succede. Molte cose le vedremo già tra oggi e domani e poi dovremo attendere martedì e mercoledì, per sapere a chi tocca la sfida finale. Forse per questo ci può essere utile gettare uno sguardo su queste due prime giornate...

Oggi Olanda-Brasile, e Uruguay-Ghana, domani Argentina-Germania e Spagna-Paraguay, il passaggio in semifinale è tutt’altro che ovvio e scontato, dal momento che se è vero che l’Olanda è l’unica squadra a punteggio pieno, la difesa del Brasile finora ha dato del filo da torcere a tutte le squadre con cui ha giocato. E se è vero che la Germania ha dato prova di un gioco di squadra solido e ben consolidato, l’Argentina è apparsa come la squadra più creativa e spumeggiante di tutti i Mondiali. E non solo per l’indubbio carisma di Maradona, ma per la qualità dei suoi attaccanti, che hanno sempre mostrato uno stile creativo, improntato alla voglia di giocare anche per divertirsi, capace di rischiare e di sorprendere i suoi avversari, spiazzandoli con azioni che avevano il sapore della magia. Se intuire il risultato della partita OlandaBrasile è difficile per l’indubbia statura di entrambe le squadre, immaginare il risultato di Uruguay-Ghana è ancora più difficile, perché la Nazionale uruguaiana è una delle principali squadre americane. Tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta ha ottenuto i suoi migliori risultati vincendo due Mondiali e due medaglie d’oro olimpiche negli unici tornei di calcio olimpici a cui ha partecipato. Ma se Brasile e Uruguay dovessero superare le loro avversarie, cosa tutt’altro che scontata, gli arbitri dovranno ricordare che nell’edizione del ’22 disputata in Brasile, l’Uruguay abbandonò per protesta il torneo, accusando gli arbitri di favorire la nazionale brasiliana, che alla fine vinse il cam-

È la novità del Torneo, non solo per la storia sportiva, ma perché incarna il continente da cui continuiamo ancora ad attenderci un miracolo

Tra tutti il Ghana rappresenta la vera novità, non solo per la storia sportiva, tutta legata al continente africano, in cui comunque rappresenta il paese emergente sotto il profilo calcistico, ma soprattutto perché rappresenta il continente ospitante di un mondiale da cui tutti continuiamo ancora ad attenderci un miracolo: quel miracolo che il G20 di questi giorni non ha fatto. Strano incontro questo di Toronto: pieno di parole, che rotolavano via come palloni da gioco presi a calci un po’ da tutti e pieno di promesse smentite, ignorate, contraddette. Un po’ come questo mondiale 2010 che la maggioranza dei Paesi occidentali vorrebbero dimenticare,cancellandolo dalla memoria, perché è il segno visibile del nostro falli-

roccarci sempre e solo sui nostri diritti individuali; investiamo davvero in un allenamento quotidiano che punti a creare competenze reali e non solo il ricordo nostalgico di competenze possedute in un passato glorioso, ma tramontato, che è come dire diamo vita a riforme coraggiose misurandoci con le sfide che anche dal calcio ci vengono proposte; torniamo ad investire sui giovani, con convinzione, sottraendoli ad una routine pigra che sembra evocare più il senso di difficoltà incancrenite che non il gusto della sfida di chi è convinto che il futuro gli appartenga e che da lui ci si attenda la capacità di afferralo e di farlo esplodere in un mix di speranza e di velleità, di sogni e di progetti, di utopia e di energia creativa.

A fianco, i giocatori della nazionale brasiliana Juan e Lucio. Sotto, la squadra uruguayana dopo la vittoria contro la Corea del Sud e il calciatore ghanese Asamoah Gyan. In basso a sinistra, l’olandese Wesley Sneijder. Nella pagina a fianco, il nuovo ct della Nazionale italiana di calcio, Cesare Prandelli e il calciatore Mario Balotelli

pionato. Per mostrare tutta la sua competenza sportiva, l’anno dopo l’Uruguay vinse il Campeonato Sudamericano de Selecciones, e nell’anno successivo, nel ’24, vinse il titolo olimpico a Parigi. Da allora ha vinto 14 Coppe America e nel 1981 ha vinto il Mundialito. La Nazionale di calcio ghanese dal canto sua è nata una cinquantina di anni fa ed è considerata una delle squadre africane più forti. Viene comunemente indicata come il Brasile d’Africa. Può vantare ben 4 vittorie in Coppa d’Africa (1963, 1965, 1978, 1982), piazzandosi al secondo posto nel 1968 e nel 1970. Ma vanta anche un grande prestigio a livello giovanile, avendo vinto il Campionato mondiale Under-17 per due volte ed essendosi classificata seconda per altre due volte nella stessa competizione. Più recentemente si è qualificata per il Mondiale Under-20 del 2001, per la Coppa d’Africa 2002 e per le Olimpiadi nel 2004. E la Spagna dovrebbe ricordare che in un anno di quegli straordinari in cui vinse il campionato spagnolo, la la coppa d’Europa e la coppa del mondo, con il Ghana pareggiò con un 3 a tre, a conferma della indubbia


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2 luglio 2010 • pagina 19

Educato e abile, ha comunque assicurato: «Sì agli oriundi, serve qualità»

E da noi arriva Prandelli, il diplomatico del calcio

Il nuovo ct della nazionale italiana ha tenuto una conferenza stampa dove non ha detto niente, ma ha lasciato intuire tutto di Gabriella Mecucci eno bello di Cabrini, meno talentuoso di Paolo Rossi, meno sicuro di sé di Bettega, eppure è lui a essere arrivato in vetta. Di quello squadrone juventino che vinse tre scudetti, una coppa Uefa e la Chiampions, è toccato a Cesare Pranedelli, il difensore coriaceo e poco levigato, fare la carriera più prestigiosa: da ieri è lui il nuovo ct della Nazionale. Ne raccatta una a “pezzettini”, che esce dal Mondiale sudafricano ridicolizzata nientemeno che dalla Nuova Zelanda e dalla Slovacchia. Lui, il vecchio Cesare, educato e abile, ha fatto una conferenza stampa dove non ha detto niente, ma ha lasciato intuire tutto. Mentre i cronisti gli proponevano le solite domande su Totti, Cassano e Balotelli, ha scelto l’arte di parlar bene di tutti senza rassicurare nessuno, e di dare buoni consigli anche a chi non glieli ha chiesti.

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Totti sarà della partita?

abilità tattica di una squadra che allora aveva solo tre anni di vita. Era infatti il 1960, il Ghana era stato fondato solo nel 1957. Il Paraguay dal canto suo pur essendo considerata una delle Nazionali più quotate del Sud America, ha conquistato la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Atene del 2004, dopo essere stata sconfitta in finale dall’Argentina per 1-0.

Quella è la prima e unica medaglia olimpica conquistata dal Paraguay in ogni sport. Quest’anno, arrivando ai quarti di finale, ha ottenuto il miglior risultato ai Mondiali di tutta la sua storia. Nel 1986, nel 1998 e nel 2002 la squadra era stata eliminata già al primo turno.

Tra oggi e domani vedremo come se la caveranno, anche se almeno noi per ora continuiamo a fare il tifo per il Ghana... Ci piace scommettere su chi solo apparentemente ha meno chances, forse qualcuno pensa che abbia meno da rischiare. Ma a noi sembra che possa e debba davvero giocarsi il tutto per tutto per vincere. Solo che invece dell’assordante “musica” delle vuvuzelas la guarderemo giocare con la colonna sonora de La mia Africa, un vecchio film che ha insegnato ad amare questa terra a milioni di persone, per la fierezza del suo popolo, nella molteplicità delle sue etnie. Per la prossima settimana vedremo come si metteranno le cose!

che ha galleggiato sul nulla. Le scarnissime notizie le ha fornite Abete. La sua presenza è di per sé una news, vuol dire che (malaguratamente) non si dimetterà. Il Presidente ha aggiunto che, accanto a Prandelli, ci saranno l’allenatore in seconda Pin, il collaboratore tecnico Casellato e il preparatore dei portieri Di Palma. La cronaca dell’incontro di ieri finisce qui e tutti i ct sparsi nei bar d’Italia dovranno aspettare le convocazioni agostane per saperne qualcosa di più. Cesarone intanto si è presentato con quell’aria da brava persona che non vuol prevaricare nessuno. Mica è un maledetto toscanaccio come Lippi, polemico stile Montanelli e un po’ arrogante tipo Malaparte. Questo Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore non ha né il fascino del canuto ma belloccio Marcello, né il suo pedigree da allenatore: non ha vinto infatti nulla mentre l’altro è un pluridecorato. Ma i tifosi della Fiorentina lo avrebbero voluto con loro per sempre, lo avrebbero fatto re, imperatore e anche papa. Se come coach Prandelli risulta molto al di sotto, come giocatore però sopravanza Lippi di parecchie spanne. Ha mietuto allori che Marcello non ha saputo nemmeno sognare. Cesare poi lo conoscono e lo apprezzano tutti per quella sua storia dolorosissima di famiglia: la moglie quarantacinquenne che muore di cancro, e lui che quando arrivano le metastasi non si attarda ad allenare, lascia la Roma e torna al paesello natio, dove lei vuole passare l’ultimo pezzo della sua vita. Non ci pensa un secondo a mollare tutto per starle vicino. Segue personalmente il calvario degli ospedali, delle terapie che sembrano dare buoni risultati, ma che poi non hanno più effetto. Sta vicino ai due figli e vive in silenzio il dolore della perdita di Manuela. E allora, ancora non sapremo se il nuovo commissario schiererà Balotelli e Cassano, ma già sappiamo che è un uomo caldo, forte, responsabile. Una persona che sa amare e che sa dare il meglio di sé quando la sofferenza rende la vita quasi impossibile. Un signore educato e prudente che sa scendere dalla giostra miliardaria in nome di sua moglie e della sua famiglia. Sarà un ct di successo? Questo lo vedremo. Ma è un uomo a tutto tondo. Non è poco.

L’allenatore ha scelto l’arte di parlar bene di tutti senza rassicurare nessuno, e di dare buoni consigli anche a chi non glieli ha chiesti...

«Lo stimo molto, ma adesso non sto pensando a lui». Sembra una bocciatura per il pupone, ma è talmente soft che si può tornare indietro in ogni momento. E Cassano? «Non intendo fare i nomi. Le convocazioni saranno fatte su basi meritocratiche». Una velata critica a Lippi? Può darsi, visto che in tanti ormai sostengono che la bocciatura del genietto di Bari vecchia sia dovuto più a fatti personali che squisitamente professionali. E Balotelli? «Non lo conosco e non posso dare giudizi. Posso solo dire che i ragazzi giovani hanno sempre paura di crescere e il consiglio che gli posso dare è di vivere in modo sereno questa professione privilegiata». Così criptico e così prudente da sembrare un diplomatico dell’epoca di Cavour. Gli oriundi? «Se hanno la cittadinanza italiana e giocano benissimo non vedo perché non possano essere convocati». Ma va’? Roba da non crederci: una catalanata così non la direbbe nemmeno il ministro Alfano. Al peggio però non c’è mai fine e, pur di non fare alcuna affermazione compromettente, Prandelli il prudente, si è buttato a parlar bene di Buffon, augurandosi che torni presto a fare il portierone della Nazionale. In Italia non c’è nessuno, da Napolitano al tifoso della porta accanto, che non se lo auguri. Insomma, una conferenza stampa


cultura

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Libri. Presentata la biografia di Marie Catherine Bergey sul pensatore che si spese, anche contro il Vaticano, per l’Unità d’Italia

Rosmini, il cattolico patriota di Giulio Battioni

entomila pagine, centinaia di scritti fra trattati, saggi, articoli, lettere, componimenti poetici. In cantiere, una enciclopedia alternativa alle distorsioni illuministiche di Diderot, D’Alembert e discendenti.

C

Diciassettemila titoli sulla sua figura, sul suo pensiero, sulla sua vita spirituale, sulla sua vicenda ecclesiastica, sulla sua passione civile, sul suo amor patrio, sulla sua profonda

carità intellettuale mortificata dal disprezzo dei suoi. Nemo propheta in patria. In Antonio Rosmini Serbati l’adagio classico si confonde con l’escatologia, il mysterium iniquitatis con la storia, il servizio presso la Chiesa con l’impegno laico per la libertà della persona e il bene comune. Sacerdote dalla operosa sollecitudine pedagogica, fondatore dell’Istituto della Carità, teologo, moralista, filosofo della politica, uomo di lettere e studioso di diritto, Rosmini fu anche consigliere personale di Pio IX durante il cui pontificato “rischiò” di diventare cardinale e segretario di Stato. Formatosi tra i prìncipi di un pensiero liberale di chiara ispirazione cattolica, nel primo Ottocento Rosmini conobbe e frequentò personalità del calibro di Gioberti, Manzoni, Tommaseo e Cavour con i quali intraprese un fitto scambio di idee per la

definizione dell’assetto politico-istituzionale di una Italia finalmente unificata. Nacque a Rovereto ma, dopo aver concluso gli studi a Padova ed essersi trasferito a Milano, il Piemonte divenne l’inevitabile epicentro del suo apostolato, luogo per eccellenza, fra Domodossola e il Lago Maggiore, di studio e attivismo pubblico, ascesi contemplativa e servizio mondano. Acuto teologo, fedele alla tradizione cattolica, il religioso trentino visse la tempesta

naufragio dei suoi sforzi patriottici, soprattutto in ambito ecclesiastico, per propiziare un’autentica unificazione nazionale, una unità d’Italia che non fosse punitiva per la sua Chiesa, così bisognosa di rinnovare la sua libertà e di liberarsi degli eccessi del passato. Il genio speculativo e l’impressionante apertura di orizzonti teoretici, capace di spaziare a ogni latitudine delle scienze umane, avevano convinto Pio IX a coinvolgere Rosmini nella

mente voluta anche dal precedente pontefice. Martire laico in abito talare, patriota italiano e uomo di cultura al servizio di Cristo e della Chiesa, Rosmini visse con dolore la sua persecuzione personale, giunta all’estrema soglia dei ripetuti attentati contro la sua vita. Scrisse a un amico, prima di ritirarsi a Stre-

Roma dal prof. Pier Paolo Ottonello. In vista del Simposio Rosminiano che quest’anno, come sempre nel bellissimo scenario del Colle Rosmini di Stresa, celebrerà il contributo del filosofo roveretano nel problema storico dell’unità d’Italia, questa pubblicazione costituisce l’ennesima iniziativa per la pro-

del’ 48 romano con la proclamazione della Repubblica che costrinse papa Mastai Ferretti all’esilio di Gaeta e Rosmini a seguirlo, con il conseguente

commissione preposta alla definizione del dogma dell’Immacolata Concezione. Le turbolenze romane, però, acuirono le già vive diffidenze nei suoi riguardi. Due sue opere erano state iscritte nell’Index Librorum Prohibitorum, Delle cinque piaghe della santa Chiesa e La costituzione secondo la giustizia sociale. La grande libertà di un pensiero sempre saldo nella sua ortodossia e sempre brillante nel suo slancio etico e politico, provocò enormi invidie in diversi ambienti, specialmente curiali, dove la componente neotomista, capeggiata dai gesuiti, osteggiò in tutti i modi l’opera rosminiana. A lungo “processata” e soltanto post mortem riabilitata, la personalità di Antonio Rosmini è stata riconosciuta nella sua grandiosa forza spirituale nel 2007, con la beatificazione patrocinata da papa Benedetto XVI e forte-

La grande libertà di un pensiero sempre saldo provocò forti invidie in diversi ambienti, specialmente curiali, dove i neotomisti osteggiarono la sua opera

mozione della figura rosminiana. Ormai tradotta e divulgata nei cinque continenti, anche grazie all’attività religiosa di sacerdoti, laici, “ascritti” e simpatizzanti, l’opera di Rosmini è certamente un unicum nella storia del pensiero universale.

Qui sopra, Antonio Rosmini. In alto, la copertina del libro di Marie Catherine Bergey “La veste di porpora. Vita di Antonio Rosmini” e un disegno di Michelangelo Pace

sa, dove nello studio e nella preghiera avrebbe vissuto i suoi ultimi anni, che il mancato conferimento della porpora cardinalizia era stata la mancata occasione «di meditare su quello straccio di porpora che fu posto sulle spalle di Gesù Cristo dai suoi flagellatori». E proprio al significato di questo “straccio”ha dedicato la sua fatica Marie Catherine Bergey, autrice di Veste di porpora.Vita di Antonio Rosmini, biografia appena tradotta in italiano da Aldo Costanzo D’Alfonso, per Japadre Editore, e presentata a

In Italia però deve ancora trovare la sua migliore visibilità visto l’alta testimonianza politica e patriottica di Rosmini che, senza indulgere agli estremismi ideologici e anticristiani del movimento risorgimentale, né, tanto meno, ai tradizionalismi “controrivoluzionari” di un cattolicesimo privo di senso storico, mise al servizio di una società civile da secoli divisa, il senso più umano, nobile e attuale della sua bellezza: «l’unità nella varietà è la definizione della bellezza. Ora la bellezza è per l’Italia. Unità la più stretta possibile in una sua naturale varietà: tale sembra dover essere la formula della organizzazione italiana».


spettacoli ROMA. Parlare di Toy Story è

In questa pagina, alcune immagini del cartoon movie della Pixar “Toy Story”. Ieri a Roma è stato proiettato in anteprima il terzo capitolo della serie, “Toy Story 3”, che si preannuncia già un successo anche in Italia (uscirà nelle sale il prossimo 7 luglio)

parlare di una pietra miliare della storia del cinema. Esagerto!, direte voi. E invece no. Era il lontano 1996, allietò i ragazzini italiani nella primavera-estate di un infausto Europeo che ci vide uscire, come quest’anno, al primo turno. La storia dei fallimenti sportivi dunque?, domanderete. No, quella delle frontiere espressive del cinema. Con Toy Story (Il mondo dei giocattoli, come recitava il sottotitolo italiano), la Pixar spostò l’asticella un po’ più in là, realizzando il primo lungometraggio d’animazione totalmente al computer o, come direbbero gli esperti, in grafica computerizzata. Un cast d’eccezione: Tom Hanks e Tim Allen aggiungevano appeal al progetto. Erano rispettivamente i doppiatori del cowboy di pezza Woody e dello Space Ranger Buzz Lightyear, i due mattatori indiscussi del piccolo-grande mondo dei giocattoli di Andy, il bimbo dentro la cui stanza si scatenavano le funamboliche avventure dei due pupazzi.

Chi non ha mai sognato che nella cameretta, nottetempo, i giocattoli prendessero vita e vivessero fantastiche avventure? Toy Story realizzava quel sogno, con una storia semplice e rassicurante e con una visionarietà grafica che fu sin da subito il marchio di fabbrica della Pixar. Incantò grandi e piccini, ma soprattutto i produttori, che videro piovere nelle proprie casse oltre 360 milioni di dollari. E se fai un film tecnicamente perfetto, con dei protagonisti ben costruiti, che ha un successo di questa portata, ci metti un secondo a farne un brand. Tre videogiochi, uno spin-off sulle gesta del robottino Buzz, una serie televisiva, ma soprattutto un sequel, tre anni dopo. Alla regia di entrambi i lungometraggi quel geniaccio di John Lasseter, che ha firmato A bug’s life e Cars, oltre ad aver prodotto quel piccolo gioiello che è Wall-e. Lasseter, per il secondo capitolo della saga, si avvalse dell’aiuto di Lee Unkrich, promessa del vivaio Pixar. Dopo Toy Story 2, Unkrich ha dato una mano anche alla realizzazione di Monster & Co. e di Alla ricerca di Nemo. Finché ad Emeryville, sede della casa madre dello Studio, non hanno deciso che il suo momento era arrivato: doveva sostituire il maestro alla direzione del terzo capitolo delle avventure di Buzz e Woody. Coinvolto anche Lasseter in qualità di produttore esecutivo, Unkrich si è messo alla guida di una gioiosa macchina da guerra: 200 milioni di euro lo strabiliante sforzo produttivo, teso a sfruttare in pieno l’affacciarsi della tecnologia tridimensionale nelle sale aperte al pubblico. Spese che sono state ripianate per la metà dagli in-

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Cinema. Ieri a Roma l’anteprima del cartoon movie, nelle sale dal 7 luglio

“Toy Story 3”, la Pixar fa di nuovo centro di Pietro Salvatori cassi del solo primo week-end americano. Ben 109 i milioni al botteghino, che hanno fatto schizzare Toy Story 3 al primo posto in assoluto come incassi

per una storia d’animazione. E se Oltreoceano a far da specchietto per le allodole vi è di nuovo il coinvolgimento di Hanks, di Allen, di Michael

Keaton, splendidamente autoironico nel ruolo di Ken (sì, esatto, proprio quello di Barbie), dalle nostre parti ci dovremmo accontentare di un buon nume-

Rispetto ai primi capitoli, la realizzazione tecnica ha fatto un balzo incredibile. In più la tecnologia 3D, pur non essendo decisiva (il film si può gustare efficacemente anche con una visione tradizionale) rende l’esperienza godibile ro di piccole star italiane: affiancheranno Frizzi e Dapporto, ormai storicamente Woody e Buzz in Italia, Claudia Gerini (Barbie), Fabio De Luigi (Ken) e Riccardo Garrone (Lotso, un orso che profuma di fragola), tra gli altri. Una scelta astrusa: perché non affidarsi a professionisti? Non sarà di certo un nome in più o in meno in basso a destra sulla locandina a portare la gente al cinema. Anzi: gli unici veri momenti faticosi del film - che per essere un lungometraggio d’animazione annovera una durata di tutto rispetto, avvicinandosi alle due

ore - sono quelli durante i quali le voci di attori non avvezzi al difficile mestiere del doppiaggio rendono artificiosi i personaggi ai quali prestano la voce. Per fortuna, è un’impressione di un attimo, e lasciarsi immergere nuovamente nelle coloratissime stanze piene di giochi è estremamente semplice. Come tutte le grandi novelle per bambini, la forza di Toy Story è la storia. Semplice, lineare, strutturata, ci presenta personaggi costruiti con una sapienza che farebbe invidia al miglior drammaturgo nostrano. Dopotutto la forza del cinema statunitense è sempre stata questa: avere tante, buone idee, e saperle raccontare splendidamente. Sono passati quasi quindici anni dall’uscita del primo capitolo, e il tempo si fa sentire anche nella trama. Andy è ormai uno splendido adolescente che si prepara ad andare al college. Ma che fare con i vecchi giocattoli? Woody e Buzz le tentano di tutti i colori perché il padroncino si ricordi di loro, ma il tempo dei giocattoli sembra finito. Il computer ha preso il posto dei pupazzetti sulla scrivania. La combriccola viene spedita in un asilo. Un posto da sogno pieno di bambini pronti a giocare, si direbbe. Ed invece no. Ben presto l’asilo si trasformerà in una prigione, governata dallo spietato Lotso: all’apparenza un fragoloso orsetto “tutti abbracci”, ma in realtà uno spietato aguzzino che governa l’asilo con metodi da lager. L’obiettivo diventerà quindi quello di evadere, per fare ritorno alla pensione dorata della soffitta di Andy. Attenti al finale: non è esattamente il solito “e vissero felici e contenti” che ci si aspetterebbe per una pellicola distribuita dalla Disney.

Rispetto ai primi capitoli della serie la realizzazione tecnica ha fatto un balzo incredibile. Provate a tirare fuori il dvd dallo scaffale e fate un ripassino della camera di Andy così come era nel 1995. Rispetto a quello che vedrete sullo schermo vi sembrerà un posto triste e scarno. In più la tecnologia 3D, pur non essendo decisiva (il film si può gustare efficacemente anche con una visione tradizionale) rende l’esperienza visiva assolutamente godibile. Le 1.200 persone che hanno composto lo staff tecnico hanno giustificato ottimamente la lauta busta paga. Non resta che calcarsi in testa il cappellaccio da cow boy, far rullare i motori dell’astronave e... «Verso l’infinito e oltre!».


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g L’IMMAGINE

Le Culle per la vita aiutano le donne in gravidanza in difficoltà Il comune di Roma ha in programma di aprire nelle 42 farmacie comunali della Capitale altrettante “Culle per la vita”. Si dà in questo modo attuazione ad una richiesta che da anni il Movimento per la vita avanza, e cioè che in ogni città venga realizzata almeno una Culla per la vita. Il Movimento per la vita, nel suo piccolo, dal 1995 ha già aperto, da solo o insieme ad altre associazioni o enti, 33 Culle per la vita in 32 città diverse. Le Culle sono utili per situazioni estreme in cui una donna ha persino paura di recarsi in ospedale perché non vuole essere riconosciuta, anche se la legge garantisce l’anonimato. È vero che fino ad oggi esse non sono state molto utilizzate, ma esse servono anche a ricordarci che i bambini non si buttano vita, e che la società è pronta ad accoglierli se i genitori non si sentono capaci di educarli e mantenerli. In questo senso le Culle rappresentano uno strumento culturale di prim’ordine nella prevenzione dell’aborto volontario. Le Culle del Movimento per la vita costituiscono un sistema integrato con il numero verde di SosVita (800.813000) funzionante 24 ore su 24 di ogni giorno dell’anno e con gli oltre 300 centri di aiuto alla vita sparsi in tutt’Italia, un sistema volto a sostenere le donne in difficoltà per una gravidanza indesiderate.

Daniele Nardi

TERRORISMO IN TERRA ELLENICA Non sottovalutiamo la parabola del terrorismo che si sta verificando nella terra ellenica. Gli attentati sono all’ordine del giorno e l’ultima esplosione ha riguardato un edificio adiacente al ministero greco. Tutto ciò proviene da una protesta la cui storia, per certi versi, è simile ai mugugni creatisi da noi contro il governo di destra; ma per fortuna da noi le istituzioni sono adesso a prova di bomba.

Gennaro Napoli

IL FEDERALISMO FISCALE DELLA LEGA FA STRAGE DI LORO STESSI Sembrava una “boutade”estemporanea l’idea lanciata dall’assessore regionale veneto al bilancio, il leghista Roberto Ciambetti, nel corso di un convegno sulle telecomunicazioni, ma non è proprio così. Trattenere in sede locale parte del canone

Rai, al fine anche di sostenere l’emittenza locale e la Rai regionale è sicuramente la strada da seguire. «Senza le televisioni locali, non possiamo parlare con i cittadini, soprattutto delle notizie del territorio. Sono stato invitato in passato ad alcune trasmissioni a Radio Padania proprio per perorare l’abolizione del canone/imposta della Rai». Probabilmente la discesa e il perdurare al potere romano dei politici della Leganord ha mutato alcune loro caratteristiche. E oggi li troviamo in una nuova veste: disinformata e arraffona. Disinformata perché le emissioni regionali della Rai è noto che usufruiscono già dei proventi del canone/imposta. O forse il loro federalismo fiscale prevede che gli attuali proventi ai tg regionali siano insufficienti e quindi vadano ampliati, magari aumentando anche quanto pagano i contribuenti regione per regione? Arraffona

Artigli da artista Nangaji Bhati, artista indiano di 45 anni, realizza le sue figure astratte dipingendo con le unghie, dinnanzi agli sguardi stupiti dei visitatori. Data l’originalità delle sue performance, si direbbe che i suoi artigli non abbiano nulla da invidiare ai consueti pennelli usati per dipingere

perché con estrema disinvoltura la Leganord è passata dalle iniziali massicce campagne di disdetta alle minacce di campagne di disdetta quando la Rai trasmetteva cose a loro sgradite, fino all’approdo odierno dell’assimilazione e del possibile aumento del gettito per meglio informare i loro amministrati. Non è una novità. Già Maurizio Gasparri, prima di diventare ministro delle Comunicazioni qualche governo Berlusconi fa, perorava la causa dell’abolizione del canone/imposta, tranne poi

L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

nell’alta veste istituzionale sostenere il contrario. L’appetito vien mangiando, direbbe uno schietto leghista nel suo linguaggio impolitico riferendosi a “Roma ladrona” e non solo. Continuo a credere che il canone sia un’imposta truffaldina e iniqua e che tutto il nostro Paese non abbia bisogno di una tv di Stato, ma di una Rai privatizzata che competa sul mercato coi propri concorrenti senza l’attuale abuso di posizione dominante.

Vincenzo Donvito

da “Asharq alawsat” del 29/06/10

Vieni a Damasco, ci pensiamo noi ra Washington e Damasco è cambiato solo il linguaggio, ma la situazione sul campo è rimasta praticamente la stessa. Nessuno change tra la realtà sotto l’amministrazione di Gorge W. Bush e quella del nuovo presidente Barack Obama. Mentre il dipartimento di Stato cerca di dare un’apparenza razionale agli stop and go nei rapporti con la Siria. Se si vogliono riesumare i colloqui tra Israele e palestinesi è impossibile ignorare il ruolo di Damasco. Washington ha mandato molti inviati in Siria, tra diplomatici, uomini d’affari e membri del Congresso.Tutti a suggerire quanto fosse utile riallacciare i rapporti con gli Stati Uniti. Ma nonostante l’intensa opera di ricucitura, i rapporti rimangono freddi. Anche se i siriani erano riusciti a riaprire il dialogo con la Casa Bianca, sfruttando anche il nuovo approccio di Obama, poco è stato fatto da un punto di vista sostanziale.

T

È vero che sono state chiuse le sedi ufficiali di Hamas ed Hezbollah a Damasco, ma i rapporti non si sono interrotti e sono ancora forti. E neanche le relazioni con gli insorgenti iracheni sono state realmente recise. In più non c’è verso di interrompere i legami con Teheran, nonostante l’insistenza dell’amministrazione Usa. Sull’altro versante, quello Usa, non è stato ancora tolto l’embargo su numerosi prodotti, come le parti di ricambio aeronautiche e altro materiale tecnologico. Solo il linguaggio sembra essere mutato. I siriani tra tutti i popoli arabi è

di Abdul Rahman Al-Rashid

senz’altro quello più pragmatico. Come può un regime laico come quello di Damasco allearsi con quello teocratico iraniano? A questa domanda, fatta durante un trasmissione televisiva, il presidente Bashar al Assad ha risposto che «è una questione di interessi reciproci». Così continua la polemica sul ruolo e il valore siriano. Quanto conta la Siria, è veramente influente e soprattutto da dove viene – se c’è – questa forza? Alla fine di tutte queste domande la risposta è sempre la stessa. La Siria continua ad aver un ruolo, nonostante i tentativi di renderlo un Paese marginale o di ignorarlo. Oggi è l’unico Stato arabo che gioca sempre e su tutti i tavoli. È anche l’unico Paese a poter premere certi tasti. La Siria è in grado di farlo pur essendo sotto sanzioni

economiche, non avendo un esercito potente o una forte economia. La forza deriva quasi esclusivamente dalla sua abilità di imporre le situazioni e poi di dettare l’agenda per la soluzione.

Sceglie di cosa occuparsi, ha un certo livello di creatività politica ed è abilissima nello sfruttare queste capacità. Sono stati i siriani ad aver lanciato il ruolo della Turchia nei negoziati con Israele, dopo 80 anni di assenza dei turchi in Medioriente. Ed è stata la Siria a dare rilievo al ruolo del primo Ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, nelle vicenda palestinese e iraniana. E prima ancora, Damasco aveva fatto giocare un ruolo a Teheran, che senza la mediazione siriana nessun Paese arabo avrebbe accettato. Sempre loro hanno inventato la mediazione del Qatar, durante la controversia con Riyadh, e così pure nelle vicende interne libanesi.Tanto da costruirsi una certa credibilità anche nei confronti di Hamas e i palestinesi. Sono sempre stati i siriani - che non erano d’accordo con la politica dell’allora presidente Chirac - a permettere che il nuovo inquilino dell’Eliseo, Sarkozy, potesse avere un ruolo in Medioriente. Facendo così diventare la Francia l’unico Paese occidentale con un potere di mediazione nella regione. I grandi difetti dei siriani sono la provvisorietà e l’incapacità di trasformare in cose concrete questa abilità. Sono così costretti a mischiare le carte continuamente. Non hanno interesse a risolvere problemi. Altrimenti che ruolo potrebbero svolgere?


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LETTERA DALLA STORIA

Il mio corpo vorrebbe abbracciarti nel sonno

di Vincenzo Bacarani

La mia notte si nutre di echi immaginari. Essa, può farlo. Io, fallisco. La mia notte mi osserva. Il suo sguardo è liscio e si insinua in ogni cosa. La mia notte vorrebbe che tu fossi qui per insinuarsi anche dentro di te con tenerezza. La mia notte ti aspetta. Il mio corpo ti attende. La mia notte vorrebbe che tu riposassi nell’incavo della mia spalla e che io riposassi nell’incavo della tua. La mia notte diventerebbe dolce. La mia notte si lamenta in silenzio della sua solitudine al ricordo di te. La mia notte è lunga, lunga, lunga. Perde la testa ma non può allontanare la tua immagine da me, non può dissipare il mio desiderio. Sta morendo perché non sei qui e mi uccide. La mia notte ti cerca continuamente. Il mio corpo non riesce a concepire che qualche strada o una qualsiasi geografia ci separi. Il mio corpo diventa pazzo di dolore di non poter riconoscere nel cuore della notte la tua figura o la tua ombra. Il mio corpo vorrebbe abbracciarti nel sonno. Il mio corpo vorrebbe dormire in piena notte e in quelle tenebre essere risvegliato al tuo abbraccio. La mia notte urla e si strappa i veli, la mia notte si scontra con il proprio silenzio, ma il tuo corpo resta introvabile. Mi manchi tanto, tanto. Le tue parole. Il tuo colore. Fra poco si leverà il sole. Frida Kahlo a Diego assente

LE VERITÀ NASCOSTE

Birmania, per il voto solo comizi silenziosi RANGOON. La Commissione elettorale birmana ha dichiarato illegali canti, marce, bandiere e slogan durante i comizi, per non“macchiare” l’immagine del Paese. I partiti che parteciperanno al voto, quindi, potranno tenere riunioni fuori dalle rispettive sedi, ma solo se chiederanno il permesso con una settimana di anticipo e si atterranno alle rigide regole imposte nella campagna elettorale, fra cui “raduni silenziosi”. Intanto la Commissione asiatica per i diritti umani (Ahrc) denuncia l’arresto di un monaco buddista per attività anti-governative. Il bavaglio ai comizi elettorali è inserito in una direttiva in 14 punti diffusa dalla Commissione, che regola l’iscrizione dei partiti e le modalità di svolgimento del voto. Per partecipare, i partiti dovranno presentare almeno 1000 iscritti alle liste entro i prossimi 90 giorni. Finora hanno ottenuto l’autorizzazione governativa 33 nuove formazioni, che si aggiungono ai cinque partiti già esistenti. Fra questi non vi sarà il principale schieramento di opposizione, la Lega nazionale per la democrazia (Nld), che ha rifiutato di espellere Aung San Suu Kyi, condizione imposta dai militari per la partecipazione alla competizione elettorale. Le direttive che regolano il voto impediscono inoltre“disordini”nei luoghi pubblici, fra cui: uffici governativi, organizzazioni, fabbriche, mercati, centri sportivi, scuole, ospedali e istituti religiosi. E proprio a questi ultimi, la giunta riserva una attenzione “particolare”. Oltre a bandire l’uso e il porto di armi, i militari vietano “lo sfruttamento della religione per finalità politiche”. Memore della rivolta del 2007, guidata dai monaci buddisti e conclusa in un bagno di sangue.

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

SAVIANO, UNA MORTE MALDESTRAMENTE ANNUNCIATA Il fotomontaggio di un noto giornale, dove si vede il cadavere di Saviano in un obitorio, era stato fatto passare come un modo per essere solidali e d’accordo con lo stesso scrittore, e invece dopo i debiti scongiuri, l’autore di Gomorra afferma che si tratta di una cinica speculazione. Infatti la trovata perpetrata senza alcun consenso da parte dello stesso Saviano, lo pone sulla base di analogismi del passato, nelle condizioni di chi si è trovato nello stato terminale della propria vita. Sappiamo benissimo invece che la salute e il successo di chi ha avuto il coraggio di provocare la verità attraverso il proprio lavoro, dovrebbe essere dalla società messa in una condizione ben differente, nella quale rimarcare i valori culturali e sociali che corrispondono ai rischi di una impresa libraria o cinematografica, volta alla denuncia.

Lettera firmata

FIAT VOLUNTAS FIAT La Fiat va avanti ma rivela la sua valutazione statistica sul voto: se la vittoria del sì è stata di misura, significa che è stata molto probabilmente la componente impiegatizia a sostenere l’accordo, mentre la parte operaia ha espresso un chiaro dissenso. Ora, dal momento che è necessario basare la produttività futura sull’efficienza operativa del comparto Fiat di Pomigliano, evidentemente il lingotto si trova non poco spiazzato. In questo senso logico credo si debba leggere l’affermazione: «lavoreremo con chi ha detto sì».

Bruna Rosso

Anselma Dell’Olio, Alex Di Gregorio Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Roberto Genovesi, Aldo G. Ricci, Robert Kagan, Filippo La Porta,

Direttore da Washington Michael Novak

Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci,

Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Collaboratori

Ernst Nolte, Emanuele Ottolenghi,

Maria Pia Ammirati, Mario Arpino,

Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci,

Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi,

Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi,

Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi,

Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini,

APPLICARE L’ARTICOLO 39 DELLA COSTITUZIONE SI PUÒ. CE LO SPIEGA PÀSSARO NEL LIBRO ”CHI DECIDE?” Chi rappresenta chi? E chi decide? Rappresentanza e rappresentatività dei sindacati sono dal dopoguerra a oggi due termini ancora oggetto di discussioni e di polemiche. L’articolo 39 della Costituzione alla cui elaborazione parteciparono, tra gli altri, personaggi politici come Lelio Basso, Giuseppe Di Vittorio, Luigi Einaudi, Amintore Fanfani, Giorgio La Pira, Giovanni Lombardi, Aldo Moro, Paolo Emilio Taviani, Umberto Terracini e Palmiro Togliatti, non ha ancora trovato una sua compiuta attuazione. Le maggiori organizzazioni confederali come Cgil, Cisl e Uil - ma soprattutto la Cgil - appaiono contrarie a un “conteggio” reale e approfondito dei propri iscritti. Probabilmente per una sorta di “diffidenza”nei confronti di un monitoraggio del panorama sindacale che ad alcune organizzazioni appare come un tentativo di controllo. Questa incompiutezza dell’attuazione totale dell’articolo 39 genera polemiche, a volte anche vivaci, tra i vari sindacati, quando ad esempio le varie organizzazioni forniscono le cifre dei propri iscritti. Ma che cosa dice questo articolo 39? Dice che «l’organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge. È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica. I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce».

Si parla dunque di una rappresentatività presunta soprattutto in funzione della stipula dei contratti collettivi. È tuttavia bene sottolineare che i dati degli iscritti forniti dai sindacati, per quanto riguarda l’industria privata, non sono verificabili. Mentre sono invece verificabili i lavoratori pubblici e i pensionati, e non a caso oggi la metà degli iscritti ai grandi sindacati nazionali sono pensionati. Una soluzione per valutare la reale “forza” di un sindacato potrebbe essere quella di incaricare l’Inps del calcolo dei lavoratori attivi iscritti alle varie organizzazioni accertando ovviamente soltanto il numero. Questa è tuttavia un’ipotesi che non incontra grandi favori. A dare un contributo esauriente al dibattito c’è ora un libro scritto da Antonio Pàssaro, giornalista, scrittore e capo ufficio stampa della Uil, dal titolo emblematico Chi decide? (Tullio Pironti Editore). Pàssaro ripercorre con stile cronistico le giornate dei Padri Costituenti, i loro dubbi, le loro critiche proponendo un reportage di quei mesi di sessant’anni fa. Nella seconda parte del libro, l’autore compie un’analisi dell’applicazione dell’articolo 39 alla luce della situazione attuale, soprattutto per quanto concerne i rapporti tra le tre maggiori organizzazioni confederali, e ipotizza alcuni percorsi da intraprendere per tentare di risolvere la questione su rappresentanza e rappresentatività.

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ULTIMAPAGINA

Il caso. La Tata, che ha comprato la celebre casa automobilistica, sposta la produzione della jeep in India

Ora Kipling viaggia su una di Pier Mario Fasanotti l mondo va alla rovescia: questo potrebbe essere lo sbrigativo commento alla notizia, non ufficialmente confermata, secondo cui la Land Rover, simbolo dell’Inghilterra, verrà costruita nello stabilimento dell’indiana Tata (ormai un colosso industriale) nei pressi della città di Pune. Alla rovescia, perché gli ex colonizzati forniranno agli ex colonizzatori non un sari, non del materiale elettronico, ma un’auto che è da sempre il ferroso e lucente marchio di un paese che ha insegnato al mondo la rivoluzione industriale, e pure i correttivi a un sistema che ha ispirato una radicale contro-rivoluzione, ossia quella di Carl Marx. Una nemesi storica? Gli effetti, visti dall’angolazione del simbolo, sono storici. Ma dietro a essa non esiste alcuna mano del destino, soltanto la legge dell’economia globalizzata. Nella terra del Gange sarà costruito il modello“Freelander 2”. Lì e non più nel nord-ovest dell’Inghilterra. La vettura costa attualmente 70 mila dollari. Per il basso costo della manodopera del sub-continente asiatico- destinato a far paura al mondo, con la sua democrazia e con il suo capitalismo aggressivo- si potrà acquistarla a molto meno. Secondo gli esperti la riduzione dei costi si aggira, addirittura, attorno al 50 per cento. La Tata è l’attore principale, visto che ha acquistato la Land Rover e la Jaguar dalla Ford nel 2008. I vertici aziendali dicono di non aver nulla da commentare. Ma nemmeno smentiscono. Non si tratta solo di manodopera “conveniente”: in gioco c’è anche la tecnologia indiana che in questi ultimi anni ha fatto passi da gigante. Pochi mesi fa la notizia della Tata che fornisce servizi di ingegneria e di software alla britannica Rolls-Royce. L’accordo riguarda i sistemi di propulsione per aerei e navi.

I

Ovvio che venga in mente quel periodo in cui gli indiani lucidavano le auto trasportate dalle navi. Auto che erano guidate da mani inguantate, con servitori che aprivano le porte in deferente silenzio. L’impero britannico era anche questo: sfilata di divise candide, di vetture rombanti, di prati verdissimi, di mazze da golf, di colonne di marmo che assomigliavano a quelle del quartiere londinese di Kensington. Poi alcune rivolte, infine la rivoluzione non violenta di Gandhi, infine un enorme paese, ormai anglicizzato, a vedersela con confinanti e concorrenti asiatici. La democrazia, sia pure tra mille rischi, è rimasta. A differenza di quanto è capitato in Cina.Viene in mente anche quel che una volta disse Joseph Rudyard Kipling, premio Nobel nel 1907 per la letteratura: «L’Asia non verrà civilizzata con i metodi dell’Oc-

Il veicolo fu uno dei simboli della grande colonizzazione inglese. Ma adesso i ruoli si sono rovesciati, e gli ex «imperialisti» britannici importano tecnologia da Mumbay cidente. C’è troppa Asia ed essa è troppo vecchia». Il britannico Kipling era nato a Bombay (1856) e conosceva bene gente, costumi e tradizioni dell’India, anche se alcuni l’hanno etichettato come scrittore “imperialista”. Aveva troppo humour per rimanere aggrappato a un’idea che do-

impareggiabile cronista. Non bisogna però essere così illusi da ignorare che i rivoli carsici dei“piccoli fondamentalismi”hindù continuano a scorrere e a influenzare certe decisioni. Per esempio i biografi di Kipling ricordano bene che lo scrittore avrebbe voluto vivere stabilmente in due luoghi: Bombay (che ora si chiama Mumbay) e Battlebroo. Ossia tra le palme, in India, e tra gli aceri, in Inghilterra. Un doppio desiderio che è anche una doppia anima. Il creatore di Mowgli (ricordate Il libro della giungla?) della sua città natale diceva che era «Mother of Cities». Lo chalet dove scrisse tante opere verrà risistemato, ma non a lui - “il trombettiere di re Giorgio V - dedicato. No, non sarà la vera “Kipling house”. Sarà chiamata “La casa del Rettore”, in memoria di John Lockwood Kipling, padre del narratore. Un’ipocrisia, un segno di imbarazzo verso chi oggi viene chiamato “l’imperialista riabilitato”.

Gli storici, a proposito della modernizzazione dell’India, sono divisi. C’è chi sostiene che il subcontinente non sarebbe mai diventato d’avanguardia senza la colonizzazione britannica. E c’è chi scommette su un’altra ipotesi: l’India, prima dell’arrivo delle navi di sua maestà, aveva tutte le premesse e le capacità per imboccare una strada autonoma di modernizzazione. Pare invece ci sia

LAND ROVER veva sembrargli sbagliata, ossia quella della dominazione, della presenza sine die.

Ci sarebbe da lanciare un augurio. Questo: che le trasformazioni economico-produttive influenzino la vetero mentalità anti-coloniale, la stessa che continua a considerare Kipling come il “Sahib”, il padrone cattivo. C’è una lenta revisione interpretativa sui testi dell’autore di Kim, in particolare attorno alla poesia sul «Fardello dell’uomo bianco», per moltissimi anni considerata alla stregua di un manifesto razzista. I più illuminati tra gli intellettuali indiani rovesciano la segnaletica politica e insistono sul concetto di “interventismo umanitario”, che era poi l’afflato poetico e politicoumano del grande scrittore. Kipling non aveva proprio l’aria del predatore, non era un Graziani (governatore feroce della Libia) in terra indiana. Era il raccontatore di storie e un

unanimità di giudizi su ciò che gli inglesi del 1700 evitarono, ossia lo smembramento dell’India in tanti stati, alla stregua del continente europeo. Ora l’India è uno stato federale. Unito come gli Stati Uniti d’America. E questa immensa terra è l’humus di una rivoluzione copernicana a livello industriale: sono i “fratelli poveri” degli inglesi a impadronirsi, ancora una volta senza violenza ma con flautate trattative economico-finanziarie, di ciò che secoli fa sbarcava dalle navi. Oggi le navi hanno una rotta e un carico completamente diversi. Non più e solo l’India della seta, ma l’India dei cicli produttivi. Charles Dickens dovrebbe trasferirsi a Pune e qui indagare su un miracolo faticoso e a basso costo umano. E, per fare una battuta, sulla nuova… Tata che si prende cura dei motori inglesi


2010_07_02