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ISSN 1827-8817 00519

he di c a n o r c

La paura è uno

stimolo di cui non bisogna abusare

9 771827 881004

Montesquieu di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 19 MAGGIO 2010

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Commozione in Italia per le vittime di Herat. E La Russa annuncia: il nostro contingente salirà a 4000 unità entro quest’anno

È sfida aperta alla Nato Ancora sangue a Kabul: un kamikaze fa 18 vittime tra militari e civili. Ormai è chiaro che i talebani mirano a dividere la coalizione. Qui è in gioco il futuro dell’Alleanza Propaganda & Bugie

Tre domande a chi specula sui morti proponendo un ritiro voluto solo dai terroristi 1. Vi rendete conto

di sostenere le stesse tesi (lasciare l’Afghanistan) di chi uccide i nostri soldati? 2. Perché ci si ricorda di loro solo nei giorni del lutto? 3. Perché i talebani uccidono loro e i civili?

di Pierre Chiartano Ancora sangue in Afghanistan: un kamikaze si è fatto esplodere a Kabul al passaggio di un convoglio militare della Nato: diciotto le vittime tra soldati e civili. In Italia, intanto, il ministro La Russa ha annunciato un incremento del nostro contingente: «Saranno 4000 entro l’anno». a pagina 2

Domani il seminario dell’Udc

LA STRATEGIA TERRORISTA

LA STRATEGIA ANTITERRORISTA

Attenti, rischia tutto l’Occidente

Prossimo obiettivo: La svolta di Todi il feudo di Karzai Cosa vuol dire

di John R. Bolton

di Luisa Arezzo

l breve viaggio di William Hague a Washington venerdì scorso è stato opportuno e puntuale. Proprio prima di assumere l’incarico, il nuovo ministro degli Esteri britannico aveva sottolineato che «la nostra priorità più urgente è assicurare il controllo su ciò che avviene in Afghanistan». Insomma, Hague è giunto in un momento critico nella pianificazione degli aspetti tanto politici quanto militari del lungo conflitto contro i talebani ed al Qaeda.

i direbbe che a Kandahar tutto abbia un doppiofondo, una botola segreta, un’intercarpedine in cui è possibile cadere così come scoprire verità sorprendenti. L’ultimo villaggio prima delle case si chiamava Gunigan, finché l’aviazione sovietica lo ridusse ad un dosso ocra. Ne restano i suoi campi coltivati, a perdita d’occhio, di papavero da oppio. Qui la guerra cominciata con l’invasione sovietica, di fatto non è mai terminata. a pagina 4

I

mettere al Centro la nazione

S

di Franco Insardà

ROMA. I moderati italiani riparto-

ROMA. L’Europa ci chiede una manovra dura e Tremonti promette che sarà durissima. In margine alla riunione dei ministri economici della Ue, Tremonti ha annunciato che nella Finanizaria ci saranno tagli alla spesa pubblica («ridurremo la mano dello Stato») ma anche lotta all’evasione («staneremo i falsi invalidi e i veri evasori»). Tutto, senza toccare le pensioni.

Tra lunedì sera e ieri l’Europa ha cambiato volto: i paesi “forti” mettono sotto tutela i “deboli” imponendo loro dei vincoli speciali. Questa sembra la filosofia delle decisioni prese da Ecofin e dai ministri economici della Ue.

no dalla nazione. A Todi, da domani fino a sabato, l’Udc lancia la sua provocazione: la nascita di un nuovo soggetto politico – il Partito della nazione – per superare questo anomalo bipolarismo italiano. I lavori del seminario promosso dalla Fondazione liberal saranno aperti domani pomeriggio dalla relazione introduttiva di Ferdinando Adornato cui seguiran- Saranno ospiti, no gli intervenEmma ti di Emma Marcegaglia, Marcegaglia, Raffaele Raffaele BoBonanni nanni e Carlo Sangalli. Ve- e Carlo Sangalli nerdì, poi, sarà la volta degli esponenti dell’Udc da una parte e dei rappresentanti delle associazioni delle categorie produttive, mentre le conclusioni saranno tirate, sabato mattina, da Pier Ferdinando Casini. Tutto all’insegna dell’alternativa a questo sistema. Abbiamo chiesto agli esponenti dell’Udc di commentare il percorso di formazione futuro dei centristi.

a pagina 11

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Riccardo Paradisi • pagina 3

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«Ridurremo la mano pubblica senza diminuire le pensioni», dice il ministro

Arriva la scure di Tremonti

Tagli allo Stato e lotta all’evasione per combattere la crisi di Alessandro D’Amato

seg1,00 ue a p(10,00 agina 9 CON EURO

Le decisioni prese da Ecofin e dai leader della Ue

Se mezza Europa mette l’altra mezza sotto tutela di Francesco Pacifico

I QUADERNI)

• ANNO XV •

NUMERO

95 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


prima pagina

pagina 2 • 19 maggio 2010

Strage. I talebani infuocano il clima per cercare di esasperare l’Alleanza. Mentre Herat rende omaggio alle nostre vittime

Nel mirino c’è la Nato

Ancora sangue in Afghanistan; un kamikaze attacca un convoglio militare nella capitale. E La Russa annuncia: 4000 italiani entro l’anno di Pierre Chiartano opo l’attacco alla colonna Isaf diretta a Bala Murghab, che ha causato le due vittime e i due feriti italiani, è stata la volta di Kabul ad essere presa di mira dall’azione di un kamikaze. Proprio nel cuore della capitale governativa, a pochi metri da una caserma dell’esercito afgano e non lontano dal Parlamento è stato sparso del sangue, soprattutto di civili inermi. Anche sei soldati della forza internazionale della Nato in Afghanistan sono tra le vittime dell’attentato con autobomba di ieri mattina contro un autocolonna, subito rivendicato dai talebani.

D

Si tratterebbe di cinque militare statunitensi e di un soldato canadese. Il convoglio era formato da alcuni suv blindati e da altri mezzi delle forze di sicurezza. Secondo alcune fonti

afgane, l’autobomba avrebbe provocato la morte anche di 12 civili e il ferimento di altre 47 persone. Non ci sono vittime tra i militari italiani. Ma secondo quanto riferisce l’agenzia afghana Pajhwok, la gran parte dei morti e dei feriti, inclusi donne e bambini, si trovava a bordo di un autobus civile che passava per caso sul luogo dell’esplosione. In tutto, secondo la polizia afghana, potrebbero essere almeno 19 i morti e 52 i feriti provocati dall’attentato. Questa azione come quella di lunedì dimostra come sia la missione Isaf della Nato ad essere sotto attacco, come aveva già sottolineato il generale Massimo Fogari, capo dell’ufficio Pubblica informazione dello stato maggiore Difesa. E non

certo per marcare le distanze dagli alleati, ma per sottolineare lo splendido lavoro dei nostri militari in Afghanistan. Un attività fatta di operazioni militari, ma anche di un fitto lavoro d’intelligence e di operazioni Cimic (cooperazione civile e militare) per stabilire una giusta relazione con la complessa rete tribale e le diverse fazioni in campo. Operazioni che non possono essere giudicate sulla base di un episodio che, come ha ribadito il nostro ambasciatore a Kabul, Claudio Glaentzer, può essere considerata una «fatalità». Anche se, di fatto, in Afghanistan c’è una guerra in atto. Il kamikaze talebano che si è lanciato con un furgone contro un convoglio di mezzi militari Usa si chiamerebbe «Nizamuddin», secondo quanto riportato da New York Times. Si farebbe riferimento a una telefonata di rivendicazione fatta

da un rappresentante dei talebani che avrebbe dichiarato all’agenzia Reuters alcuni particolari dell’azione suicida. L’attacco, per il quale sarebbero stati impiegati 750 chili di esplosivo (1.600 libbre) – secondo quanto riportato dalla rivendicazione – è il più sanguinoso nella capitale afgana da settembre, quando un’autobomba uccise sei soldati italiani. Una dimostrazione che i talebani possono colpire la capitale con una certa regolarità.

L’attentatore era alla guida di una Toyota Corolla che ha diretto contro i mezzi dell’Isaf, lungo la trafficata arteria Dar-ulAman Road. Una decina di veicoli sono stati distrutti: le vittime civili, tra cui – ripetiamo –

Il dibattito in Aula sul futuro della missione dopo l’attentato

Casini alla Camera: «Non abbandoniamo Kabul a se stessa» di Marco Palombi

ROMA. L’impegno italiano in Afghanistan continua, anzi viene intensificato visto che entro l’anno il nostro contingente passerà da 3.300 a quattromila soldati (aumento già previsto, comunque) e che la dotazione di mezzi vedrà aumentare la sua capacità di difesa con l’invio dei nuovi blindati “Freccia”. Ignazio La Russa, che ieri è stato sbeffeggiato dal magazine di Farefuturo («È di destra parlare di calcio nel giorno del lutto?»), l’ha annunciato ieri prima a Canale 5 e poi anche nell’aula della Camera, durante l’informativa sulla morte dei due militari italiani a Herat. Nessun problema di soldi, assicura il ministro della Difesa: «Si può discutere di tutto ma di una cosa no: fino a che le nostre missioni internazionali proseguiranno occorrerà sempre garantire le risorse necessarie per il massimo di sicurezza possibile per i nostri uomini». Testimonianza ne sia, ha detto La Russa, proprio il prossimo invio dei più pesanti e sicuri“Freccia”, ma anche l’arrivo sul teatro afghano dei Lince a «ralla protetta» (con lastre di protezione per il mitragliere che sta “in ralla”, ovvero sulla torretta sopra il blindato) o, prossimamente, “remotizzata” (col militare dentro al blindato che muove la mitragliatrice con una specie di joystick), tanto è vero che «per la prima volta le conseguenze più gravi non sono state per il militare in ralla: il caporalmaggiore Scirè si trovava in ralla ed è quello che ha riportato le ferite meno gravi». Il problema, sostiene il ministro, è che più le nostre difese si raffinano più aumenta la violenza degli attacchi talebani, ma la situazione non è affatto fuori controllo: «Nella quotidianità - ha spiegato - quello che sta accadendo è che il piano degli alleati va avanti e che c’è maggiore controllo del territorio e una più stretta collaborazione con i cittadini afghani». Gli attentati, dunque, non sono altro che la reazione di «chi è fortemente in difficoltà».

Il dibattito seguito alle parole di La Russa non ha brillato per intensità, se si esclude lo scambio di critiche tra Pier Ferdinando Casini, l’unico leader di partito a intervenire in Aula, e Italia dei Valori. «I problemi immensi della missione sono chiari a tutti - ha scandito il leader dell’Udc - i risultati e i limiti evidenti pure», ma i terroristi oggi puntano a indebolire l’opinione pubblica occidentale così da costringere i governi «ad abbandonare Kabul al suo destino», per questo serve «una linea di condotta trasparente e chiara» che ribadisca l’impegno italiano. Quanto a Di Pietro (che aveva definito «illogica e sanguinaria questa guerra»), «noi dobbiamo respingere al mittente questi tentativi di assecondare l’opinione pubblica per lucrare qualche voto in più», è il momento di «essere classe dirigente». Assente l’ex pm, la replica è stata affidata a Fabio Evangelisti: «Respingiamo le accuse di ipocrisia lanciate dall’onorevole Casini. La nostra missione in Afghanistan non è più una missione di pace. È cambiato il quadro di riferimento. Si sta combattendo una guerra guerreggiata tra opposte fazioni dove si intrecciano le vie dell’oppio e quelle del petrolio».

donne e bambini, si trovavano per lo più a bordo di un autobus investito dalla deflagrazione. Alcuni testimoni oculari riportano che nel raggio di decine di metri dall’area della deflagrazione si vedevano resti umani dilaniati per la violenza dello scoppio. «Mi sono buttato subito a terra nel tentativo di salvarmi» ha dichiartao Mahfouz Mahmoodi, un ufficiale della polizia locale. «Quando mi sono alzato lo spettacolo era terribile» ha poi aggiunto. Alcuni poliziotti afghani sono stati visti mentre raccoglievano i resti irriconoscibili dei cadaveri e brandelli di corpi all’interno di sacchi di plastica.

Di fronte al luogo dell’esplosione si trova l’American University dell’Afghanistan e il museo di Kabul dista appena un centinaio di metri e non lontano dalla scuola militare che insegna ai militari afghani le tecniche antinsurrezionali. È probabile che l’attentatore suicida abbia vagato a lungo nel centro della città in cerca di un obiettivo, riferiscono alcune fonti americane. Il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha condannato «con forza» l’attentato, ma ha assicurato che l’Alleanza resta fedele «all’impegno di proteggere il popolo afgano». Intanto è stato annunciato che le salme di Massimiliano Ramadù e Luigi Pascazio, i due alpini uccisi lunedì vicino a Herat, giungeranno all’aeroporto di Ciampino domani alle nove. I funerali si terranno giovedì. Per quanto riguarda i feriti, il caporale Cristina Buonacucina è stata trasferita nella base di Ramstein, in Germania, dove esite un centro clinico specializzato per i traumi che il militare donna ha subito, mentre il caporalmaggiore Gianfranco Scirè è arrivato ieri mattina a Ciampino. «Quello che abbiamo deciso è che entro fine anno avremo in Afghanistan un contingente di poco inferiore a 4mila uomini», ha confermato in un’intervista il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Il ministro ha poi negato che i talebani stiano prendendo il sopravvento. Al contrario, è la sua analisi, «c’è più controllo del territorio da parte delle forze alleate, maggiore collaborazione con il governo e la popolazione», e proprio tutto questo


prima pagina

19 maggio 2010 • pagina 3

Qui accanto, il trasferimento dei due militari italiani feriti e, sotto, l’omaggio alle nostre vittime. Nella pagina a fianco, un’immagine dell’attentato di ieri a Kabul

Tre domande a chi specula sui morti I nostri soldati sono lì a combattere per evitare un nuovo 11 settembre in Occidente di Riccardo Paradisi i sono delle domande che è il caso di porre ai ritiristi che chiedono di «far tornare a casa i ragazzi», che mentre s’allestiscono le camere ardenti per altri due soldati italiani caduti in Afghanistan definiscono ”inutile” la missione delle nazioni unite in quel teatro d’operazioni, domandandosi se valga ancora la pena restare. Domande che vanno rivolte soprattutto al ministro leghista Roberto Calderoli e all’incostante leader dell’Idv Antonio Di Pietro, ultra interventista durante la guerra del Kosovo per due mesi (prima di diventare nemico delle bombe) e ultra interventista nell’attacco alI’Iraq per dieci mesi (prima di diventare pacifista).

C

La prima domanda è questa: i soldati caduti nelle operazioni in Afghanistan sono degli eroi o sono dei ragazzi mandati al macello dal governo? Si dirà, nessuno ha esplicitamente sostenuto che i nostri militari siano carne da cannone. Vero, ma l’ambiguità sta proprio qui: perché se si definisce inutile la nostra presenza in Afghanistan, se si ritiene perduta l’operazione di pace contro i talebani, se ormai, come dice di Di Pietro «non c’è più nessuna astrusa ragione per rimanere in una zona dove non c’è più lotta al terrorismo ma solo una guerra guerreggiata», si deve dedurre che i soldati che cadono su quel fronte sono vittime sacrificali, uomini mandati al massacro in nome di interessi inconfessabili. Ma «scatena la reazione dei talebani, con attacchi vigliacchi e terroristici, tipici di chi è in difficoltà». Certamente, ha ammesso il ministro, per il governo Karzai e le forze internazionali «la strada non è in discesa», ma «il piano di arrivare fra il 2011 e il 2013 ad affidare alle forze di polizia locali e al governo afghano tutta la gestione della sicurezza, il contrasto alla crimi-

allora perché non dirlo? Perché si sarebbe smentiti dai diretti interessati? Dagli stessi militari dei nostri contingenti in Afghanistan che hanno di se stessi una percezione molto diversa da quella che certe polemiche insinuano? Seconda domanda: perché i ritiristi parlano di ritiro solo nei giorni degli attentati? Quando la nazione precipita nel lutto, quando sfilano le bare, quando di fronte agli occhi d’un Paese attonito i media raccontano le vite troncate dei militari uccisi, mostrano la tragedia delle loro famiglie, la disperazione degli amici e dei parenti? Forse perché è questo il momento in cui s’apre nell’opinione pubblica una breccia emotiva? Perché si decide di investire politicamente nell’umano dolore e soprattutto nella paura che la violenza e la morte scatenano inevitabilmente? Se così fosse non saremmo di fronte a una condotta politica edificante. E se c’è qualcosa di peggio della retorica a buon mercato sui «nostri ragazzi in divisa caduti per la patria e la democrazia» o del volto affranto del politico che cerca il primo piano usando la scena del dolore di chi tiene la prima linea è proprio la retorica del «Riportate a casa i ragazzi» dopo un attentato andato a segno come quello di Herat. E così arriviamo alla domanda successiva: perché i talebani uccido-

nalità e al traffico di droga, va avanti». Entro fine anno, ha poi annunciato, «avremo un contingente italiano di poco inferiore ai 4mila uomini».

Ed è ormai prossimo l’arrivo in Afghanistan del nuovo blindato Freccia, che garantirà ai militari italiani una protezione maggiore, ma certo, ha avvertito, «tutto dipende dalla quan-

no? Se non si vuole dire che lo fanno perché sono impegnati in una guerra di liberazione nazionale – come qualcuno nelle marginali lande dell’estremismo arriva a dire – si deve ammettere che i talebani uccidono, torturano, rapiscono perché vogliono che se ne vadano i contingenti internazionali, perché vogliono riprendere il controllo del territorio afgano. E cosa significhi l’egemonia talebana in Afghanistan lo racconta bene Enaiatollah Akbari, il ragazzo afgano protagonista del libro di Fabio Geda Nel mare ci sono i «Sono coccodrilli: fuggito dall’Afghanistan quando avevo appena dieci anni. I taliban volevano uccidere quelli come me dell’etnia sciita hazara, considerata “impura”. Hanno sterminato interi villaggi, ho visto uccidere anche bambini, il mio maestro è stato ammazzato soltanto perché si rifiutava di chiudere una scuola come invece pretendevano loro…Chiunque può finire nel loro mirino». Certo la presenza internazionale pone delle contraddizioni, i contingenti delle nazioni unite hanno fatto degli errori anche gravi ed è vero che la situazione in Afghanistan è molto più difficile di quella che i governi impegnati in quello scenario confessino all’opinione pubblica. Non si dice per esempio che è la strategia complessiva di interven-

Non si può essere contemporaneamente contro i terroristi e contro la nostra presenza sul fronte

tità di esplosivo» utilizzata dai terroristi.Si tratta di un mezzo da 26 tonnellate che può trasportare sette uomini più due o tre di equipaggio, a una velocità di 110 chilometri orari. In un’intervista a un quotidiano nazionale, il ministro degli Esteri, Franco Frattini, spiega che la reazione del contingente italiano all’attacco in cui sono rimasti uccisi due alpini e feriti

to a dover essere messa a punto. La Nato in Afghanistan “non funziona per niente bene” diceva nel novembre scorso il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner, che non risparmia critiche ai Paesi europei: “vanno a combattere ma non si parlano”, e al “corrotto” Karzai che, però, “va legittimato” comunque.

Una polemica quella del ministro francese che rispecchia i malumori di molti altri alleati degli Usa, stanchi di dover spiegare in Patria la strategia complessiva della presenza in Afghanistan: «Qual è l’obbiettivo? Qual è la strada da intraprendere, e in nome di cosa?» Il capo della diplomazia francese criticava soprattutto i membri dell’Ue. «Ci battiamo, andiamo in guerra, ma non ci parliamo tra di noi, e questo è vergognoso», ha affermato, esortando i Paesi europei a «parlare agli americani come Europa». Detto questo, e ammessi i limiti della qualità di una presenza in Afghanistan, alla domanda sul perché i talebani conducono al loro guerra contro gli afghani e le forze del contingente internazionale la risposta è semplice: perché vogliono il potere e il controllo del territorio. Sicchè i ritiristi dovrebbero spiegarci come si può essere contemporaneamente contro i terroristi e contro la presenza dei contingenti in Afghanistan. Che sono in Afghanistan anche perché c’è stato l’11 settembre, perché ci sono stati gli attentati di Madrid e di Londra. Perché quelle ecatombi non si ripetano.

altri due militari – del 32mo reggimento Genio gustatori della brigata Taurinense – sarà quella di «colpire le installazioni stabili nelle quali si annidano i terroristi».

«Azioni – specifica – per lo più di supporto ad altri contingenti o in funzione di rastrellamenti o di contrasto, e quindi di scontro vero e proprio, con gruppi

terroristi che si annidano in un villaggio o in un altro». E quanto al dibattito interno e alle polemiche, il ministro invita a «non usare questa tragedia per tentare di inserire cunei all’interno della maggioranza o tra maggioranza e opposizione», avvertendo che «dare un segnale di incertezza, debolezza, sarebbe il messaggio che i terroristi attendono».


pagina 4 • 19 maggio 2010

l’approfondimento

La battaglia cruciale. L’offensiva dovrebbe scattare in estate. I terroristi preparano una serie di attentati

Prossimo obiettivo: Karzai Kandahar è una roccaforte talebana, la più potente. Governata da Ahmed Wali Karzai, fratello del presidente, sodale dei ribelli e capofila di una trama di affari tra droga e armi. Per questo l’Alleanza è pronta ad attaccarla di Luisa Arezzo i direbbe che a Kandahar tutto abbia un doppiofondo, una botola segreta, un’intercarpedine in cui è possibile cadere così come scoprire verità sorprendenti. Chi vi arriva dalla pachistana Quetta la trova in fondo ad un deserto di terra piatta e gialla da cui emergono grandi gobbe di roccia nera. L’ultimo villaggio prima delle case si chiamava Gunigan, finché l’aviazione sovietica lo ridusse ad un dosso ocra. Ne restano i suoi campi coltivati, a perdita d’occhio, di papavero da oppio. Qui la guerra cominciata con l’invasione sovietica, di fatto non è mai terminata. E qui, feudo indiscusso di Ahmed Wali Karzai, fratello del più famoso presidente Hamid (ma probabilmente meno potente), la coalizione sta da mesi preparandosi ad approdare. E non con bonarie intenzioni. «A Kandahar è in corso la fase di shaping, alias di preparazione. C’è un grande lavoro sul terreno. Kandahar non la si deve pensare come una semplice battaglia: non sarà una Stalingrado». Probabil-

S

mente sarà peggio. Lo ha detto l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, presidente del Comitato militare della Nato, parlando della futura offensiva dell’Alleanza contro i talebani nell’esplosiva provincia meridionale afghana di Kandahar, dove si allunga la catena di attentati degli insorti: tanto che l’Onu ha dovuto abbandonare il campo e la Croce Rossa non riesce più a operare. L’attacco a Kandahar che dovrebbe impegnare circa 10 mila uomini, in maggioranza americani, e scattare entro un paio di mesi, forse in giugno, più probabile in agosto (per questioni climatiche) segue l’offensiva già condotta a Marja, dalla forza internazionale Isaf a guida Nato.

Ma perché proprio Kandahar? La risposta è un esercizio di stile che abbisogna di un metodo: il metodo matrioska. Kandhar è una roccaforte talebana. Un rapporto del Pentagono dice che su 121 distretti identificati nella provincia come territori chiave per stabilizzare l’intero Afghanistan (!!), ben 92

solidarizzano (e sostengono) i talebani. Poiché il vecchio detto ”il pesce puzza dalla testa” funziona, proviamo ad applicarlo a questo covo di guerriglia. Che in perfetto stile afghano, più che un covo è un feudo. Il feudo della famiglia Karzai e soprattutto del fratello del presidente Hamid (in totale sono 4, poi ci torniamo). Parliamo di Ahmed Wali Karzai, ovvero l’uomo più potente del sud dell’Afghanistan che mantiene stretti legami con talebani e trafficanti di droga ed è il governatore di Kandahar. Prima

L’operazione impegnerà circa 10mila uomini, in maggioranza americani

di lui la provincia era governata da Asadullah Khalid, stretto alleato della famiglia e di fatto pedina di Ahmed Wali, all’epoca impegnato a destabilizzare l’operato della coalizione da dietro le quinte. Un personaggio scomodo, dunque. Ingombrante. Di cui tutti parlano, su cui tutti avanzano sospetti e insinuano dubbi. Ogni report della Nato, del Pentagono, dei centri di ricerca, lo indica come il capofila di una trama di affari che va dal traffico di droga a quello di armi, dal riciclaggio di denaro sporco all’appropria-

zione indebita e che si collega come fosse un tutt’uno - alla potente Shura di Quetta, simbolo della resistenza talebana. Ogni movimento, spostamento e parola di Ahmed Wali Karzai è da mesi sotto stretta osservazione. E non è più un segreto per nessuno il regolare incontro che questo tiene con Arif Noorzai (consuocero di Wali), Abdul Razak e Matiullah Khan: la triade che controlla tutto quello che entra ed esce dalla regione. Da tempo ormai, numerosi funzionari occidentali chiedono la sua rimozione.

Il capo dello Stato ha ricevuto forti pressioni, in questo senso, soprattutto dalla diplomazia Usa e dalla leadership militare americana. Insomma, dovrebbe essere l’uomo da eliminare per avere una chance di pacificare il Paese e infliggere un colpo ai taleban. Ma certo è anche il fratello del presidente (che lo difende e lo copre, a dimostrazione che la scelta Usa di puntare su Hamid Karzai alle elezioni sia stata totalmente errata), e non si può fare. Come se


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L’opinione del “falco” di Washington, già ambasciatore Usa alle Nazioni Unite

Ora è chiaro: in questa guerra ci giochiamo il futuro della Nato La sfida cruciale per tutto l’Occidente non è gestire l’attuale situazione in Afghanistan, ma evitare di smarrire la volontà e la resistenza di John R. Bolton l breve viaggio di William Hague a Washington venerdì scorso è stato alquanto opportuno e puntuale. Proprio prima di assumere l’incarico, il nuovo ministro degli Esteri britannico aveva sottolineato che «la nostra priorità più urgente è assicurare il controllo su ciò che avviene in Afghanistan». Facendo seguito al presidente afghano Hamid Karzai, Hague è giunto in un momento critico nella pianificazione degli aspetti tanto politici quanto militari del lungo conflitto contro i talebani ed al Qaeda. Quantunque molti siano stati gli argomenti al centro del colloquio tra Hague e Hillary Clinton, il Segretario di Stato statunitense, l’Afghanistan e la questione strettamente correlata del Pakistan (il cosiddetto “AfPak”) hanno dominato la scena. E ciò appare decisamente sensato se si considerano le decisioni di estrema importanza che la Nato dovrà assumere nell’anno che abbiamo davanti. Il fallimento in Afghanistan, alquanto grave, accrescerebbe in modo drammatico le possibilità di una destabilizzazione del Pakistan – con il rischio che il suo cospicuo arsenale nucleare cada nelle mani dei talebani e di altri gruppi estremisti. Inoltre, la Nato stessa corre dei rischi in Afghanistan, in quanto sia in Canada che negli Stati Uniti si sono alzate voci di protesta per l’atteggiamento di alcuni alleati europei, non così propensi a fare la propria parte in alcune difficili missioni di combattimento.Tali contrasti rischiano di rovinare la sua prima operazione “out of area”, forse l’alleanza stessa. La sfida cruciale per la Nato non consiste tanto nel gestire l’attuale situazione militare dell’Afghanistan, ma nell’evitare di smarrire la volontà e la capacità di resistenza. Come nel caso della guerra globale al terrorismo, tale conflitto si protrarrà, ragion per cui la Nato deve armarsi di coraggio o, prima o poi, dovrà inevitabilmente affrontare le conseguenze negative del proprio operato.

I

Il problema più gravoso è la ferita auto-inflitta che il presidente Obama ha prodotto: la sua promessa di iniziare il ritiro nell’estate del 2011. Tale impegno, ascoltato e ben compreso dai talebani, riflette indubbiamente l’intrinseca ambivalenza di Obama circa il conflitto afghano. Sfortunatamente, un’altra questione cruciale è determinata dal fatto che sia l’amministrazione Obama che il nuovo governo britannico non hanno delineato correttamente i propri obiettivi. Ad esempio, il Generale Stanley McChrystal ha di recente affermato che, sebbene lo slancio dei talebani sia stato arginato, la vittoria dipenderà da quanta fiducia nel futuro avrà il popolo afghano. William Hague ha espresso un concetto alquanto simile relativamente agli obiettivi di Londra: «Far sì che gli afgani siano in grado di provvedere alla

propria sicurezza ed al proprio sostentamento senza costituire un pericolo per il resto del mondo». La fiducia nel futuro e la sicurezza sono sicuramente elementi benefici per la campagna militare della Nato, ma il nostro obiettivo non è rifare l’Afghanistan. Ciò sarà compito del popolo afghano. Se Kabul eliminasse la corruzione, promuovesse elezioni libere ed imparziali ed aumentasse considerevolmente il grado di affidabilità ed efficacia delle proprie forze militari, contribuirebbe ad eliminare la minaccia talebana. Ma non possiamo ritirarci dal conflitto solo perché gli afghani non soddisfano i nostri standard. Un abbandono in virtù dei fallimenti governativi di Karzai, i quali sono e saranno molti, comprometterebbe i nostri obiettivi strategici, ostacolando in primo luogo le vere ragioni del nostro intervento in seguito agli attacchi dell’11 settembre: impedire ai terroristi di fare nuovamente dell’Afghanistan la propria base operativa, o utilizzarlo al fine di destabilizzare il Pakistan e guadagnare il controllo del suo arsenale nucleare. Dobbiamo raggiungere tali obiettivi – il che significa essenzialmente sconfiggere i talebani – a prescindere dal li-

vello di affidabilità del governo afghano. È questo il giusto indirizzo da dare alla missione, non il nation building. Una verità dura da accettare, ma realistica a meno che non ci si voglia assumere il rischio di fronteggiare forze talebane in possesso di armi nucleari.

Per ciò che concerne il Pakistan, la Gran Bretagna potrebbe svolgere un ruolo cruciale. Come Hague affermò l’anno scorso, «la molteplicità dei legami britannici con il Pakistan, attraverso centinaia di migliaia di famiglie così come con i suoi leader, conferisce alla Gran Bretagna un ruolo speciale nella promozione di un futuro democratico per il paese». Mentre l’animosità di fronte alle pressioni americane può rappresentare una elemento preponderante tra alcuni cittadini pakistani, potrebbero essere proprio i rapporti di vecchia data tra Londra e Islamabad a racchiudere la soluzione alle attuali difficoltà. Naturalmente, dato il costante risentimento riguardo al passato imperiale, l’intervento britannico non rappresenta certamente una panacea. Ma ciò che potrebbe risultare utile è una combinazione di influenza statunitense e britannica, finalizzata a portare avanti un’agenda comune con il Pakistan, che sancisca quale paese sia in grado di assumere la guida politica e militare sulle varie questioni all’ordine del giorno. Un approccio di questo tipo produrrebbe risultati più significativi rispetto ad azioni isolate da parte dei singoli paesi. E come reagiranno i Liberal-Democratici ad un atteggiamento britannico più intraprendente nei riguardi dell’Af-Pak? Questo potrebbe essere uno dei banchi di prova più significativi per la neonata coalizione, ed il risultato Dio solo lo sa. Il terrorismo e la proliferazione nucleare rimangono le principali minacce della nostra epoca, e l’Af-Pak rappresenta uno dei principali teatri di scontro. La Gran Bretagna, gli Stati Uniti e l’Occidente nel suo complesso svolgono un ruolo di importanza cruciale nell’assicurare la vittoria contro i talebani. Decisioni difficili dovranno di qui in avanti essere prese, non solo per vincere una guerra, ma per garantire il futuro della Nato.

non bastasse, la Cia lo ha pagato per molti anni in cambio di una lunga serie di servizi. Una circostanza che, ovviamente, l’uomo forte di Kandahar ha sempre negato. Ma non sono pochi i funzionari americani che hanno confermato la notizia. E allora, se è impossibile spodestarlo, perché non trasformarlo in una pedina fondamentale del processo di riconciliazione nazionale? Perché questa, notizia di pochi giorni fa, è l’idea venuta in mente a quegli esperti della diplomazia Usa e della Nato che fino a qualche tempo fa avrebbero voluto la sua testa. Ahmed Wali Karzai potrebbe essere utile come mediatore con i talebani. «Penso che ci possa aiutare nel processo di riconciliazione», ha confermato un alto ufficiale dell’Alleanza.

Chicca finale: sembra che l’inamovibilità di Wali Karzai abbia tolto ogni fiducia alla popolazione circa i reali intenti della coalizione. E come dargli torto? Collaborano con la principale fonte di corruzione della provincia. Un bel rompicapo, insomma. Con Isaf che dovrebbe conquistare Kandhar ma tenere al suo posto il suo governatore corrotto. E come leggere le frasi lanciate dai capi taleban dell’area a distanza dell’attacco finale? «Siamo informati delle vostre mosse - hanno scritto in vari comunicati e video trasmessi dall’emittente del Qatar Al Jazeera -. Quando voi attaccherete noi (i capi, ndr) non ci saremo. Colpirete solo i civili. Quando andrete via, rientreremo». Più che una minaccia, una chiara strategia. L’imminente attacco a Kandhar è stato anche il motivo vero della visita di Karzai negli Usa la scorsa settimana. L’operazione mediatica che ne è scaturita è stata tutta rivolta a rassicurare il presidente e a mostrarlo in patria saldamente in sella. Un’operazione che ha tanto di “afghano” nello stile cortigiano. Ad accompagnare il presidente in America, è stato l’ambasciatore americano a Kabul l’ex-generale Eikenberry, che aveva accusato Karzai di essere un alleato inaffidabile. Ad aspettarlo all’aeroporto c’era invece l’inviato speciale per l’Afghanistan, Holbrooke, che nell’agosto scorso si era alzato da tavola durante una “colazione di lavoro” con Karzai lasciandolo dopo una furibonda lite sui brogli elettorali. La verità, è che l’Alleanza vuole sì minare il feudo dei Karzai, ma si sta muovendo in stile afghano: mentendo. Almeno questo è ciò che tutti gli analisti sperano. Stanley McChristal, comandante delle forze Nato in Afghanistan, lo ha detto chiaro e tondo: sarà possibile giudicare “alla fine dell’anno” il successo delle operazioni delle forze internazionali nella provincia. Insomma, prossima fermata Kandahar. Per colpire la famiglia Karzai.


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Paralisi. Da una parte Berlusconi dall’altra l’Idv impediscono al Nazareno di aprirsi a qualsiasi prospettiva che non sia minoritaria

Pd schiacciato tra due tabù

Dietro il no a un governo di emergenza c’è l’angoscia per l’offensiva dipietrista ROMA. Sarà un caso, ma due

di Errico Novi

quotidiani di area democratica e impostazione “riflessiva”come il Riformista ed Europa ieri esprimevano sconcerto per la dibattito interno sull’esecutivo di unità nazionale. Ragionamenti, dicono i due giornali in altrettanti editoriali non firmati, che in pratica fanno male ai democrat, sono autolesionisti, confermano l’eterna vocazione a farsi del male anziché approfittare sul serio degli spazi da altri lasciati aperti, per esempio in campo economico. Tesi difficile da confutare. È anche vero però che la raccomandazione a non esporsi può essere letta anche con una chiave diversa: nel senso, cioè, che il Pd oggi non è in grado di sbilanciarsi con serenità su scenari clamorosi e futuribili perché troppo diviso, incapace di rappresentarsi in una cornice unica. E di lasciar parlare una voce sola, quella del leader, senza contraddirla o comunque senza intaccarne l’autorevolezza a colpi di rettifiche.

Diagnosi pessimista? Dipende. Sempre il Riformista di ieri ha scandagliato con scrupolo il dibattito sull’ipotesi avanzata dall’Udc e rilanciata a modo suo da Dario Franceschini. È apparsa illuminante la risposta del veltroniano Giorgio Tonini: «Entrare nella maggioranza sarebbe un suicidio, dopo di che sì che Di Pietro schizzerebbe al 15 per cento…», dice il senatore al quotidiano di Antonio Polito. È questo il vero motivo d’angoscia. Percepito indiscriminatamente a tutte le latitudini, tra i democratici. Con l’eccezione dei popolari capitanati, ora, da Beppe Fioroni, il

ze» di fronte alla «medicina amara» da somministrare al Paese per superare la crisi. Lo scivolamento demagogico è in sé una resa al ricatto permanente di Di Pietro, al populismo affabulatore alla Nichi Vendola, all’antiberlusconismo in servizio permanente effettivo alla Santoro e Travaglio. E d’altronde l’approccio iconoclasta riesce per una volta ad accomunare Franceschini e Bersani: se il

Caldarola:«Il sostegno a un esecutivo presieduto dal Cavaliere costerebbe milioni di voti».Menichini: «Nella maggioranza nessuno avanza un’ipotesi simile» solo tra i capi area a non chiudere la porta almeno a un esecutivo tecnico.

Ma appunto le parole di Tonini spiegano tutto. Riferiscono di un Pd sempre più smarrito tra due tabù: Berlusconi da una parte, Di Pietro (e affini) dall’altra. È ancora il Riformista di ieri a pubblicare un’intervista a Rocco Buttiglione in cui il vicepresidente del Senato intravede un’opposizione bersaniana tentata dal «mettere i bastoni tra le ruote, facendo demagogia in Parlamento e nelle piaz-

primo si dice «pronto a tutto, basta che non ci sia Berlusconi», il segretario fa eco e ricorda che «Dario ha ragione» ma tanto «Berlusconi c’è ancora».

Peppino Caldarola, che del quotidiano diretto da Polito è editorialista di punta, osserva come «la discussione sia stata posta in modo tale da obbligare il Pd a una replica negativa. Intanto solo nella difficile stagione del ’76-’79 la sinistra italiana si è aperta a uno schema di solidarietà nazionale. E in ogni caso il Pd non è pronto a un go-

Realacci sul ddl anti-intercettazioni

«Favore a Gomorra» ROMA. Ermete Realacci, l’esponente pd con particolare competenza in materia ambientale, è durissimo con il ddl sulle intercettazioni che ha avuto il primo via libera, lunedì scorso, in commissione. «Il ddl sulle intercettazioni è una vergogna, un vero e proprio regalo a Gomorra. Così com’è si rischia di frenare le indagini su reati odiosi, come le ecomafie, strettamente connessi alle attività della criminalità organizzata», ha detto commentando il disegno di legge sulle intercettazioni varato dalla Commissione Giustizia del Senato. «Una cosa è voler regolamentare l’uso e la divulgazione delle intercettazioni – ha proseguito il parlamentare del Pd . Ben altro è spuntare un’arma investigativa fondamentale. Senza lo strumento delle intercettazioni, infatti, non sarebbero state possibili operazioni determinanti che hanno accerchiato giri di affari milionari ottenuti con i traffici illeciti di rifiuti, con gli sversamenti di fanghi tossici e industriali, con gli smaltimenti illegali di rifiuti radioattivi e pericolosi. Parliamo di delitti devastanti che ogni anno concorrono a danneggiare gravemente il territorio italiano mettendo a rischio l’incolumità delle persone».

verno guidato da Berlusconi. Non lo è e credo che non lo sarà mai. Entrerebbe in conflitto con il proprio blocco elettorale». Altro discorso, secondo l’ex direttore dell’Unità, ci sarebbe se si proponesse «un esecutivo di emergenza la cui guida non fosse affidata al Cavaliere: in quel caso si potrebbe prendere in esame il sostegno». Nessuno spiraglio? Caldarola esclude dal suo ragionamento il piano dell’imponderabile. «Non sappiamo cosa accadrebbe di fronte a un crac dell’Italia, è difficile immaginare cosa potrebbe succedere in quel caso: ma allo stato, ripeto, il Pd non può accettare un gabinetto presieduto da Berlusconi. E la ragione è semplice: rischierebbe di perdere milioni di voti».

C’è stata, è vero, una stagione in cui «centrodestra e Partito democratico hanno avuto la sensazione di potersi fidare l’uno dell’altro», aggiunge Caldarola, «mi riferisco alle iniziative di Veltroni su riforme e legge elettorale coincise con la caduta di Prodi e il tentativo di Marini: allora però fu proprio l’attuale premier a respingere le offerte». Sulla necessità di rispettare i ruoli insiste anche Stefano Menichini: nell’editoriale pubblicato ieri il suo giornale chiede, è vero, che il Pd «metta un pacchetto di proposte per governare il Paese e la crisi come obiettivo e condizione per affrontare qualsiasi scenario di emergenza», ma ricorda anche che a fare il primo passo deve essere «chi ha ricevuto il mandato degli elettori». E il direttore di Europa, interpellato da liberal, rafforza il concetto: «Non c’è all’ordine del giorno un esecutivo di solidarietà nazionale, nessuno nella maggioranza si è mai sognato di sottoporre al Partito democratico una proposta del genere. Dopidiché, nell’ipotesi del tutto teorica in cui si arrivasse a questo, potrebbe anche porsi la questione del fianco sinistro scoperto, come accadde al Pci negli anni Settanta. Ma appunto, adesso non c’è alcuna apertura del centrodestra al Pd». Assolutamente vero. Ma c’è da chiedersi se davvero i democratici sarebbero in grado di ragionarci, sullo schema della solidarietà nazionale. O se quest’ultimo è reso impraticabile dalla coesistenza del tabù Berlusconi con quello altrettanto opprimente dell’antiberlusconismo dipietrista.


diario

19 maggio 2010 • pagina 7

Nei dati dell’Istat l’immagine di un Paese in difficoltà

«La commissione Bilancio di fatto impedisce le decisioni»

Sale l’export ma peggiora la bilancia commerciale

Fini e Vietti: «Il Parlamento non riesce a lavorare»

ROMA. A marzo il saldo della bilancia commerciale italiana risulta negativo per 1,342 miliardi di euro, in netto peggioramento rispetto all’avanzo di 69 milioni del marzo 2009. Lo ha comunicato l’Istat. Nel complesso del primo trimestre, il deficit commerciale è pari a sette miliardi di euro e più ampio di quello (-4,4 miliardi) del corrispondente periodo del 2009. In compenso, però, sempre nel mese di marzo le esportazioni sono aumentate del 17,1 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, con andamenti più dinamici per il mercato comunitario (più 20,5 per cento) rispetto a quello esterno all’Unione (più 12,5 per cento). Le importazioni registrano un incremento del 22,6 per cento, derivante da una crescita del 20,6 per cento dei flussi dai paesi Ue e da un aumento del 25,3 per cento di quelli provenienti dai paesi non comunitari.

ROMA. L’attività del Parla-

In questo contesto, le esportazioni di prodotti agricoli e della pesca sono cresciute in valore del 21 per cento mentre quelle dei prodotti alimentarti e delle bevande del 15 per cento contribuendo in modo determinante al debole segnale di ripresa dell’economia. L’apprezzamento del dollaro nei confronti dell’Euro ha spinto le esportazioni del Made in Italy negli Stati Uniti che rappresentano un importante mercato di sbocco per l’agroalimentare nazionale. Nonostante la sostanziale tenuta delle esportazioni alimentari e dei consumi interni si è verificato - sostiene la Coldiretti che ha analizzato i dati- un crollo dei prezzi riconosciuti agli agricoltori che a marzo sono crollati del 10 per cento su base annuale senza che questo abbia portato benefici ai consumatori.

Arriva la lista svizzera È caccia all’evasore Sono in Italia i nomi ”rubati” alla HSBC di Ginevra

mento è a rischio paralisi. Dopo lo sfogo di lunedì, il presidente della Camera Gianfranco Fini, ieri è tornato a lanciare l’allarme sulla scarsa attività dell’Aula di Montecitorio che anche questa settimana, come la precedente, lavorerà solo di martedì e mercoledì. «La situazione paradossale ha detto Fini dopo la riunione dei capigruppo convocata nella mattinata di ieri a Montecitorio - è che le forze politiche e di governo sono consapevoli che senza un ricorso alla decretazione da parte del governo, si rischia la sostanziale paralisi dell’attività legislativa». E poi ha aggiunto che si tratta di «un paradosso perché l’ec-

di Alessandro D’Amato

ROMA. E ora ci sarà da aver paura. Anche se non è già in mano della Guardia di Finanza, la cosiddetta Lista Falciani, quella che prende il nome dall’ex dipendente della HSBC di Ginevra nel frattempo fuggito a Beirut, e che contiene i nomi di oltre settemila correntisti italiani sospettati di evasione fiscale, sta per arrivare a destinazione. Il procuratore di Nizza, Eric de Montgolfier, sta lavorando «all’estrazione di dati informatici» relativi ai correntisti italiani della banca HSBC in Svizzera, su richiesta dei magistrati di Torino. «Quando questi dati saranno pronti, nei prossimi giorni o nelle prossime settimane - ha spiegato all’Ansa de Montgolfier - li trasmetterò alla Procura di Torino. Non si tratta di liste ma di dati informatici su conti detenuti da italiani in Svizzera fino al 2006-2007. Non si tratta di conti attuali».

La storia è nota: Hervé Falciani, italo-francese con doppia cittadinanza e gestore del sistema informatico della HSBC, a gennaio viene arrestato da de Montgolfier e nel suo computer gli inquirenti trovano quasi 130 mila conti bancari, nomi di sospetti evasori, i loro movimenti e indirizzi. Il 37enne Falciani era partito per il Libano la valigetta dei dati per venderli alla concorrenza prima, al fisco tedesco poi. Infine, ormai braccato, era fuggito presso i suoi familiari in Costa Azzurra, è finito nelle mani degli inquirenti. Secondo la procedura già seguita in altri casi, le Fiamme gialle prenderanno in consegna il faldone a Parigi e lo porteranno in Italia. La lista con i nomi dei presunti evasori italiani sarà consegnata dal procuratore di Nizza al ministro della Giustizia francese, e poi presa in consegna dagli uomini della Guardia di Finanza. Analoga procedura ha riguardato le liste di correntisti americani, inglesi e tedeschi, che saranno consegnate alle autorità dei rispettivi Paesi. Alla lista di nomi italiani si è interessato per primo il Procuratore di Torino, Giancarlo Caselli, che ne ha fatto richiesta al suo collega de Montgolfier per valutarne gli

eventuali profili penali. Sarà poi l’Agenzia delle Entrate, a prescindere dagli aspetti giudiziari, a procedere ad un’analisi approfondita sui soggetti da cui può nascere un eventuale accertamento fiscale. Ma la procedura non sarà indolore, specialmente per i rapporti tra Italia e Svizzera. A dicembre scorso Hans-Rudolf Merz, presidente svizzero, ha fatto sapere che avrebbe sospeso l’ accordo di cooperazione fiscale con la Francia per protesta per l’ uso di dati rubati da parte di Parigi. Fra i due Paesi è calato il gelo, che persiste. E che ovviamente finirà per colpire anche il nostro paese, se accadrà la stessa cosa da noi.

Ma, in tempi di liste e listini come quelli di Anemone, ciò che più interessa ed allarma è la domanda più ovvia: chi ci può stare nella lista? Negli Stati Uniti, l’ex manager dell’UBS Bradley Birkenfeld, che per anni aveva aiutato alcuni ricchi americani ad evadere le tasse, ha poi permesso al fisco statunitense di far riemergere i capitali nascosti all’estero di oltre 20mila persone. Le autorità olandesi hanno chiesto alla Germania una copia dei dati bancari, per esaminare se tra i nominativi figurano quelli di cittadini dei Paesi Bassi. Altrettanto hanno fatto l’Austria e il Belgio. Visti gli interessi in gioco, è verosimile pensare che nei prossimi tempi altri documenti simili faranno la loro apparizione. La revisione degli accordi di doppia imposizione, che permetterà di richiedere l’assistenza amministrativa alle autorità svizzere anche in casi di evasione fiscale e non più solo di frode, non dovrebbe cambiare la situazione. Essendo HSBC una grande banca, le ipotesi su chi finirà nella possibile retata sono molteplici. C’è chi parla di imprenditori e rentiers, chi si spinge fino a ipotizzare la presenza anche di personalità del mondo della cultura e della politica. Difficile dirlo oggi. Di certo c’è che l’analisi dei movimenti bancari è più interessante della semplice lista, visto che può portare alla scoperta di molti reati. Non solo, quindi, l’evasione fiscale.

Nei prossimi giorni sarà nelle mani della Guardia di Finanza il lungo elenco sottratto dall’ex dipendente Falciani

cessivo ricorso alla decretazione d’urgenza è stato sempre stigmatizzato» in quanto scavalca il Parlamento. «Non è normale», ha aggiunto il presidente della Camera, «che anche questa settimana i lavori dell’Aula termineranno di mercoledì».

A sollevare la questione nella riunione dei capigruppo, è stato l’esponente dell’Udc, Michele Vietti, dopo che la commissione bilancio di Montecitorio ha negato il parere positivo al provvedimento sulla semplificazione dei rapporti tra Pubblica amministrazione facendo slittare alla prossima settimana la normativa promossa dal ministro Renato Brunetta. «Il punto vero - ha detto Vietti - è che la commissione bilancio nega la copertura a qualunque provvedimento parlamentare e in questo modo stoppa l’attività legislativa delle Camere. Poi non si dica che i parlamentari lavorano poco - ha aggiunto -. La verità è che non vengono messi in condizione di lavorare». Perché «ci si dice che non ci sono risorse, ma il Parlamento sarà pure autorizzato nella sua competenza a variare per quel che è possibile, per approvare leggi che in definitiva sono a costo limitato!», ha concluso Vietti.


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grandangolo Da domani a Todi il seminario della svolta dell’Udc

Ecco che cosa vuol dire mettere al Centro la nazione Il nuovo soggetto politico, la sfida per l’Italia e l’Europa, il fallimento di un bipolarismo di plastica, il ruolo dei cattolici, la mancanza di riforme condivise e le scadenze economiche: ne abbiamo discusso con Paola Binetti, Rocco Buttiglione, Antonio De Poli, Renzo Lusetti, Roberto Occhiuto e Savino Pezzotta di Franco Insardà

ROMA. «Quest’anno a Todi siamo al centro dell’attenzione perché abbiamo proposto, in anticipo su tutti, la vera questione sulla quale dovremmo indirizzare la politica italiana nei prossimi anni». Rocco Buttiglione difende con orgoglio le scelte dell’Udc. Gli fa eco Savino Pezzotta secondo il quale i centristi esprimono «un’esigenza e una novità nello stesso tempo. L’esigenza di dare una casa comune a quelli che oggi non trovano una collocazione e che non si riconoscono nelle attuali formazioni politiche. Cittadini che hanno un’idea mite della politica, meno aggressiva, secondo la quale valgono di più gli interessi generali del Paese rispetto a quelli personali. Persone che ritengono che la democrazia vada intesa come partecipazione dei ceti più deboli e non soltanto di chi ha i soldi o delle oligarchie».

Per Paola Binetti l’appuntamento di Todi arriva « davanti al duplice ponte lanciato da Pier Ferdinando Casini, da una parte il Partito della nazione e dall’altro un governo di “salute nazionale”, tutti coloro che guardano all’Udc sono chiamati a rispondere a una domanda: il Centro è la risposta necessaria per andare oltre questa sorta di bipolarismo. Non basta più definire la propria identità con una posizione media-

na, né a destra e né a sinistra, occorre che ci sia una ricchezza di contenuti con una proposta capace di catturare nell’elettorato una speranza operativa. Il Partito della nazione è considerato un ossimoro, ma la

Buttiglione: «Raccogliamo la sfida dell’unità nazionale e la riaffermiamo a 150 anni di distanza» sfida di assumere dall’interno come obiettivo di fondo è il bene di tutto il Paese, sottraendosi alle logiche clientelari».

Sull’importanza della tre giorni umbra per i centristi e per l’Italia concorda Antonio De Poli, secondo il quale sarà l’occasione per lanciare «il messaggio politico, culturale e valoriale di un nuovo progetto che mette insieme tutte quelle forze che credono in un’Italia e che va al

di là degli slogan e della piazza in un momento di grossa difficoltà del nostro Paese. Un soggetto consapevole del fallimento di questo bipolarismo e nel quale l’Udc ha dimostrato di credere al punto che il segretario Cesa ha annunciato l’azzeramento di tutte le cariche per dare la possibilità alle persone e alle componenti politiche, sociali e culturali, di costruire insieme il futuro dell’Italia».

Un progetto da realizzarsi, secondo Renzo Lusetti «nei prossimi tre anni, dal momento che il quadro politico è in continua evoluzione e i contenitori politici, tranne la Lega, subiranno molti cambiamenti». È necessario, quindi, per Lusetti creare un partito «dotato di una forte identità aperta e di un radicamento territoriale profondo con l’idea di essere meno comitato elettorale e più struttura organizzata con delle idee. Se ci limitassimo a gestire il potere potremmo ottenere un incremento delle preferenze, ma non un consenso che ci accrediti come forza politica con una prospettiva di largo respiro». In una politica proiettata al futuro, riconoscendo gli errori del recente passato, spera Roberto Occhiuto: «Mi aspetto un dibattito coraggioso con la presa di coscienza da parte dell’Udc della fase nuova per il nostro Paese, in grado di respingere le

spinte verso una disgregazione territoriale. Proprio a Todi fu elaborato il nostro manifesto culturale, ma oggi bisogna avere coscienza del fatto che serve un progetto realmente percepito dagli italiani come nuovo e che sgombri il campo dagli stereotipi che ingiustamente hanno accompagnato la nostra azione politica».

Due sono le questioni all’ordine del giorno secondo Rocco Buttiglione: «La Nazione e l’Europa. La crisi attuale dimostra che abbiamo bisogno di una politica comune europea e non soltanto di una moneta unica. Questo vuol dire che è necessario tornare non soltanto a una disciplina finanziaria come quella di Maastricht, messa da parte in questi ultimi anni, ma bisogna andare molto più in là, come dice con molta chiarezza Angela Merkel. Occorre, cioè, una politica comune perché o i Paesi crescono tutti insieme o, altrimenti, non possono avere la stessa moneta». Per poter far tornare l’Italia a crescere, per Buttiglione, sono fondamentali «quelle riforme di sistema che da tanti anni sono periodicamente oggetto della discussione pubblica, ma che non si sono fatte. Berlusconi dice che il suo è il governo del fare, ma queste cose non le ha realizzate. Si tratta di medicine amare, ma salutari. Per farle, però, occorre un mo-


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Per l’ottava volta la cittadina umbra ospita il convegno della «Fondazione liberal»

Gli ospiti saranno Emma Marcegaglia, Raffaele Bonanni e Carlo Sangalli di Francesco Capozza

mento di concordia nazionale e rigore morale perché il Paese non accetta di fare sacrifici se ha l’impressione che chi lo propone non contribuirà».

«Bisogna essere capaci - dice ancora Paola Binetti - di rispondere ai problemi economici, sociali, culturali e militari con una proposta in grado di intercettare i bisogni. Inoltre in questo momento il Paese ci chiede una risposta etica fortissima: un no alla corruzione. La casta dovrebbe essere in grado di lavorare con quel rigore che gli dà il ruolo istituzionale e di rifiutare mance. Non è possibile che ci si accorga della corruzione soltanto quando il fenomeno assume proporzioni enormi».

Binetti: «Occorre ricchezza di contenuti con una proposta capace di catturare nell’elettorato una speranza operativa» Su questo argomento Buttiglione aggiunge: «È ovvio che tagliare gli stipendi dei parlamentari e ridurre le spese di Camera, Senato e del governo è una goccia in un mare. Non si risolvono così i problemi della finanza pubblica, ma si recupera la fiducia dei cittadini. L’impressione delle persone è che Tangentopoli non è mai finita e che la Prima Repubblica in fondo era migliore della Seconda e tutto il grande cambiamento alla fine non è servito a nulla: non ha portato moralità, decisioni e crescita. Questo non significa che bisogna tornare indietro, ma occorre pensare oltre la situazione presente». Uno dei punti sui quali l’Udc insiste da sempre è il finto bipolarismo e Pezzotta sull’argomento dice: «Non si può più parlare di partiti a vocazione maggiori-

taria, con un Pd ridotto al 25 per cento e un Pdl tenuto insieme dal capo. condizionati da Di Pietro e da Bossi. L’elemento di novità è caratterizzato da chi, invece, propone un bipolarismo basato sulle coalizioni e sui programmi. Ed è normale che si guardi con interesse a Todi, visto come siamo riusciti a superare abbastanza brillantemente tre competizioni elettorali. L’ispirazione valoriale cristiana del nostro partito è chiara, ma con aperture a una dimensione laica». A proposito di bipolarismo Buttiglione fa riferimento alle ultime elezioni politiche inglesi che hanno rappresentato una novita: «Il modello anglosassone sempre considerato all’avanguardia ci dà la lezione del governo di coalizione e fa registrare anche un aumento della partecipazione politica.Il bipartitismo non regge più, può andare bene in tempi tranquilli quando non ci sono grandi riforme da fare».

L’anno scorso dalla tribuna di Todi Savino Pezzotta invitò l’Udc a essere più coraggiosa e oggi rilancia la sua proposta: «Oggi per tutta la nostra area è arrivato il tempo di scegliere se essere una forza minoritaria che vive nel suo nucleo, o essere una minoranza che aspiri a incidere in profondità non soltanto sulla direzione politico-istituzionale, ma anche nei comportamenti e nelle forme sociali. L’Italia ha bisogno di una forza di questo tipo, bisogna avere coraggio per crescere ed essere influenti». Per il vicepresidente della Camera l’appuntamento di Todi rappresenta per l’Udc una sfida: «Scommettiamo sulla nazione italiana, a differenza di chi è contro e dei tanti che stanno a guardare. Raccogliamo la sfida dell’unità nazionale e la riaffermiamo a 150 anni di distanza. Rilanciamo anche quella sull’Europa che può governare la globalizzazione e chiediamo a tutti di prendere posizione su queste due questioni sul quale deve nascere un governo nuovo di responsabilità nazionale. Giovanni Paolo II è stato l’uomo che ha parlato allo spirito delle nazioni e sarebbe sbagliato sottovalutare questo fattore culturale che penetra in profondita».

ROMA. A Todi ci eravamo lasciati, poco più di un anno fa, con un interrogativo che citava le celebri parole di don Luigi Sturzo: «Dove sono oggi i liberi e forti?». In quell’occasione venne presentato al pubblico e alla stampa il manifesto dell’Unione di Centro su cui Pier Ferdinando Casini, Savino Pezzotta, Lorenzo Cesa e Ferdinando Adornato, avevano lavorato nei mesi precedenti. Nell’intervento conclusivo di quella due giorni umbra, il presidente Casini aveva per la prima volta fatto cenno ad un “partito della Nazione” come «unica via d’uscita dal pantano in cui il falso bipolarismo rischia di portarci». Oggi che in quel «pantano» sembriamo esserci finiti davvero, complice anche la crisi economica che attanaglia tutta Europa e che ha richiesto a tutti quel “buon senso” che da tempo lo stesso leader centrista va chiedendo a maggioranza e opposizioni, quel “partito della Nazione” è diventato qualcosa di più che una semplice evocazione. Dopo un anno, dunque, ecco ancora una volta le splendide colline umbre (questo è l’ottavo convegno che la Fondazione liberal organizza a Todi) far da cornice ai temi di maggiore attualità di politica ed economica. «Le elezioni regionali hanno confermato la vitale presenza di una forza autonoma, distinta per programmi e valori, dai contenitori che, a destra e a sinistra, danno vita all’anomalo bipolarismo italiano. La crisi di questo assetto si fa sempre più evidente» è quanto si legge nella presentazione del convegno. «Sia nel Pd che nel Pdl, scissioni o divisioni, figlie di fondamentali differenze di visioni istituzionali, logorano ulteriormente il rapporto di fiducia tra la politica e i cittadini, come il nuovo record di astensioni ha drammaticamente messo in luce. Una litigiosità ormai oltre i limiti del lecito occulta l’interesse nazionale: così le riforme rimangono perennemente al palo». E il rischio del declino continua a incombere. Inoltre, e questo è un tema caro all’Unione di centro «si moltiplicano gli attacchi all’unità nazionale e al concetto stesso di nazione, appena

nascosti dietro un confuso progetto di federalismo che rischia di appesantire i costi di una burocrazia invasiva». «Nello stesso tempo – si legge ancora - appare sempre più urgente una vera e propria rifondazione della Repubblica, del senso dello Stato e del dovere, del rapporto fra i diversi poteri».

Nazione e Repubblica sono i due pilastri storici ed etici del sistema-Italia che oggi chiedono di essere ricostruiti, pena il decadimento dell’intera nostra comunità. Per poter adempiere a questo compito «occorre un cambio di passo». All’interno dei principali partiti e fuori da essi. «Per quanto ci riguarda – è il monito dell’Udc - non basta più un partito di interposizione tra i due schieramenti. Bisogna avere il coraggio di mettere in campo una nuova offerta politica: figlia delle grandi culture del Centro ma capace di andare oltre le vecchie caselle della geografia sistemica per proporre a tutti gli italiani un soggetto in grado di governare la ”seconda modernizzazione”del Paese. Un nuovo partito capace di ”ricucire”la Nazione e la Repubblica. Un nuovo partito di ispirazione cristiana e liberale. Un nuovo partito promotore di un grande rassemblement riformista per fare della ”rivoluzione liberale” non più un sogno irrealizzato, ma una realtà di governo». Quest’anno al convegno non interverranno ospiti politici esterni all’Udc ma, vista anche la difficile congiuntura ecovari nomica, esponenti dell’impresa, del sindacato, del mondo produttivo. Si comincerà domani con l’intervento introduttivo,previsto alle 16.30, di Ferdinando Adornato, presidente della Fondazione liberal. A seguire gli interventi del presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, del segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni e il presidente di confcommercio Carlo Sangalli. Venerdì sarà la volta dei maggiori esponenti del partito, dal presidente Rocco Buttiglione al segretario Lorenzo Cesa oltre Savino Pezzotta, Francesco D’Onofrio, Paola Binetti, Dorina Bianchi, Enzo Carra. Concluderà, nella mattinata di sabato, Pier Ferdinando Casini.


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panorama

ragioni&torti di Giancristiano Desiderio

Supermario, la supermacchina e la minimulta a Supermacchina di Supermario non si tocca. Anche se è parcheggiata sotto il segnale di divieto di sosta e rimozione forzata. In verità, i vigili hanno anche provato a portarla via, ma pare che con i normali mezzi a loro disposizione non ci siano riusciti perché come ha detto un vigile - «questa sembra la macchina di Batman». Non è la macchina di Batman e Robin, ma è qualcosa di molto simile: è la Supermacchina di Supermario Balotelli. Quindi, niente rimozione e solo una minimulta per divieto di parcheggio: costo 36 euro.

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Il fattariello è accaduto qualche giorno fa a Vicenza, dove il calciatore un po’ rompiscatole dell’Inter era andato per sbrigare faccende professionali. Non sapeva bene dove piazzare il suo bolide, una R8 nera come una pantera, e allora ha pensato bene di parcheggiare nelle strisce gialle che, come è noto, indicano che lì non si può sostare. La signora che ha proprio lì il suo negozio si è arrabbiata e ha chiamato i vigili. Contemporaneamente, però, un gruppo di giovani e tifosi interisti ha riconosciuto la Supermacchina e ha fatto ostruzionismo: «No, mica volete portar via questa auto? Lasciate stare, è la macchina di Mario Balotelli». Un po’ per amore di Supermario, un po’ per dimostrare ospitalità, i tifosi si sono messi di traverso e i vigili non sono riusciti a portare via la R8. La signora si è arrabbiata ancora di più perché ha trovato ingiusto elevare la sola multa di 36 euro al campione dell’Inter che forse il prossimo anno giocherà nel Milan. A quel punto cioè se vestirà la maglia rossonera e non più quella nerazzurra - i tifosi interisti di Vicenza che cosa faranno in caso di parcheggio in sosta vietata: chiameranno il carro-attrezzi o chiederanno di chiudere un occhio? È solo un piccolo episodio e nulla più. A volte, però, è nel dettagli che si annida il senso delle cose più grandi. Se quella macchina fosse stata di un perfetto sconosciuto e, anzi, se invece di essere un bolide alla Batmobile fosse stata una vecchia Panda con il paraurti ammaccato, il carroattrezzi avrebbe fatto il suo dovere? Forse, la signora si è comportata in modo un po’ troppo rigoroso e avrebbe potuto mostrare un po’ di senso dell’ospitalità, eppure altro non ha chiesto se non il rispetto di una regola che forse Supermario non ha rispettato sapendo di non rispettarla proprio perché a uno come lui è concesso un po’ tutto. E poi diciamola tutta: questi calciatori con tanti milioni in banca hanno un gusto pacchiano che non manca di venir fuori soprattutto quando si mettono al volante. Certo, se hai soldi a palate vuoi fare una vita comoda, ma nessuno di questi che dimostri che si possa essere persone di buongusto e discrete. No, la prima cosa che fanno è comprare un’automobile di quelle che si vedono nei cartoni animati, solo che nei cartoni animati ci stanno bene e nella vita reale sono una caricatura se non sono portate con ironia e civiltà.

Nel Pd è cominciata la campagna acquisti Franceschini cerca adepti nella corrente di Ignazio Marino di Francesco Costa

ROMA. Il delicato equilibrio raggiunto dal Pd durante il congresso e confermato dalle primarie che hanno portato Bersani alla segreteria del Nazareno potrebbe essere sul punto di cambiare. Se il fronte che sostiene Bersani rimane più che compatto, infatti, non si può dire lo stesso di chi il congresso lo ha perso. Al centro di questi movimenti c’è Dario Franceschini, che nei giorni scorsi si è detto favorevole a un “governo di emergenza”. Una svolta non da poco per l’ex segretario del Pd, che soltanto una settimana fa, a Cortona, aveva chiuso la porta a ogni “inciucio” ribadendo che “il bipolarismo è una conquista che non si tocca”. Lo stesso Veltroni era stato ancora più chiaro: “Casini ha in testa un’altra cosa: la tradizione politica dei due forni”. La svolta di Franceschini non è che il più visibile degli effetti del rimescolamento dell’opposizione interna a Bersani. Area Democratica, salvo qualche cane sciolto, è composta dai popolari e dai veltroniani, schieratisi con Franceschini dopo le dimissioni dello stesso Veltroni da leader del Pd. Benché conditi da critiche e borbottii, gli ammiccamenti che i popolari lanciano ai bersaniani sono frequenti e quotidiani. I toni minacciosi e le improbabili minacce di scissione servono a dare visibilità a una richiesta che Franco Marini formulò già in assemblea nazionale, e che più volte è stata ribadita da quel momento in poi: i popolari vogliono un vicesegretario, la cosiddetta “gestione plurale” non basta. Bersani non ha né la voglia né il bisogno di assecondare questa richiesta, ma basta questo a mettere in difficoltà Franceschini, che di fatto è schiacciato: da una parte ha la dimostrazione evidente del fatto che i popolari – dei quali lui, una volta, era il punto di riferimento – marciano ormai per conto loro; dall’altra parte non potrebbe comunque unirsi alla richiesta di Marini e Fioroni, proprio lui che di Bersani è stato agguerrito avversario fino a pochi mesi fa. Il ritorno in campo di Veltroni complica ulteriormente la situazione, togliendo a Franceschini le truppe che aveva ereditato du-

rante il suo mandato alla segreteria del Pd. Da qui la svolta: piuttosto che rimanere schiacciato e isolato, Franceschini ha preferito fare un passo in avanti e smarcarsi. Una decisione facilitata dal fatto che le forti critiche di Veltroni a Bersani non hanno avuto l’eco preventivato: non hanno smosso i palazzi, non hanno dato inizio a polemiche e articoli sui giornali, non hanno scalfito il fronte che sostiene il segretario.

La discussione sulle primarie è un altro indicatore di questo genere di movimenti, e aggiunge anzi un dettaglio in più. La proposta iniziale puntava a ridimensionare l’utilizzo delle primarie rendendole di fatto facoltative; una successiva revisione ha ammorbidito la norma - ora le primarie sono la prima opzione, ma basta il sessanta per cento dei voti assembleari per evitarle – lasciando però intatta una conseguenza che ad Area Democratica non dispiace più di tanto, visto che rende proibitiva qualsiasi candidatura terza rispetto alle due aree di maggioranza e concede ai popolari un ulteriore strumento di contrattazione nei confronti di Bersani.È significativo, inoltre, che la proposta finale sia stata sottoscritta da tutte le aree del Pd, compreso l’ex responsabile nazionale della mozione Marino, Michele Meta. In questo quadro di singolare “bipolarizzazione” del Pd, infatti, vanno viste anche le presenze a Cortona di diversi esponenti della terza forza venuta fuori dal congresso. Sembra che un pezzo del variegato schieramento che sostenne la candidatura di Marino al congresso – il pezzo meno movimentista e più d’apparato, la sinistra romana portata in dote da Bettini – potrebbe rompere le righe col resto della corrente e comportarsi come lo stesso Bettini fa da mesi: giocare da battitore libero, stringere rapporti più complici con Area Democratica. Un rimescolamento completo, quindi: quando si fa un congresso dividendosi sulla base delle appartenenze e delle rivalità storiche, piuttosto che sulle idee, basta un soffio di vento per rimettere tutto in discussione.

L’ex segretario si muove per rispondere al ritorno in campo di Walter Veltroni accanto al vecchio gruppo di sostenitori


panorama

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La manovra concordata con l’Europa «ridurrà la mano pubblica»: meno aiuti e più tagli nel futuro dello Stato

Se Tremonti scopre l’evasione Il ministro annuncia: «Contro la crisi, lotta dura a chi non paga e ai falsi invalidi» di Alessandro D’Amato

ROMA. «Si preoccupino falsi invalidi e veri evasori». In conferenza stampa al termine dell’Ecofin, Giulio Tremonti comincia a dare l’idea delle misure che saranno inserite dal ministero dell’Economia nella manovra finanziaria. Il ministro ha dato pochissimi dettagli sulla manovra, ma ha detto che «È ora di ridurre effettivamente il peso della mano pubblica, e non aumenteremo le tasse». Tremonti ha anche assicurato che il governo intende rispettare gli impegni presi con l’Unione Europea: «L’Italia ha ricevuto nel dicembre scorso indicazioni dalla Ue per la correzione dei propri conti pubblici. Noi intendiamo rispettare quegli impegni e quei numeri. Non c’è stato chiesto nient’altro». Il ministro dell’Economia ha assicurato poi che la Finanziaria non inciderà sulle pensioni: «Se lei mi chiede se stiamo stravolgendo il sistema pensionistico le dico di no, perché funziona bene», ha risposto a un giornalista, aggiungendo che «abbiamo il sistema previdenziale più stabile d’Europa». E ha anche ripetuto per l’ennesima volta: «Non metteremo le mani nelle tasche dei cittadini, non aumenteremo le tasse». La manovra che l’Italia si accinge a varare «deve essere una correzione non solo dei conti, ma del sistema» ha aggiunto Tremonti. «Se si costruisce bene una correzione, c’è anche una cifra etica», ha sostenuto il ministro, ribadendo l’impegno dell’Italia a «ridurre il debito pubblico perché rappresenta

un fattore di distorsione, ma noi non vorremmo che gli altri continuassero con gli antichi vizi di debito privato».

E intanto l’Agenzia delle Entrate sta per varare il nuovo Redditometro. Tra i nuovi parametri considerati per la determinazione del reddito presunto ci saranno l’acquisto di mini-car, le iscrizioni a club e scuole esclusive, le spese per i viaggi all’estero, la stipula di polizze assicurative e le spese di ristrutturazione.

Gli ”indicatori” saranno molti di più di quelli attuali, saranno basati sulle spese realmente effettuate, e verranno parametrati sulle varie tipologie di famiglia, guardando anche alla distribuzione sul territorio italiano. Ma, anche se Tremonti non lo ha specificato uno dei punti cardine della nuova manovra sarà la sanità. «La finanziaria è una manovra verosimilmente abbastanza pesante e quindi credo che sia ineludibile che in qualche modo ci possano essere delle ricadute su tutti i settori, primo tra tutti quello che rappresenta il 70-80% della spesa regionale», ha detto il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, a margine di un convegno sulle stroke unit durante il quale è stato presentato uno dei «Quaderni della Salute», dedicato a questo tema. Insomma, la scure si abbatterà soprattutto sul settore più accusato di sprechi, e appannaggio delle Regioni. E il ministro ha aggiunto che allo stato attuale sono in corso della valutazioni, «da sottoporre al ministero dell’Economia». Occorre tenere presente, secondo Fazio, «che abbiamo ancora un ampio margine di sprechi, un ampio margine di miglioramento dell’efficienza. Abbiamo parlato così, a braccio, del 10%, che non è poco e da solo basterebbe, se fosse tutto recuperabile subito, per un pezzo della manovra». È prioritario per Fazio intervenire sulla parte attinente agli sprechi, cioè sulla «centralizzazio-

Intanto Ferruccio Fazio minaccia: «Interverremo sugli sprechi della sanità». Ed è subito polemica

ne di beni e servizi, e l’ottimizzazione delle spese del personale. Per tutte queste cose occorre prendere decisioni quanto prima - ha proseguito il ministro - soprattutto per le regioni con piani di rientro. È una cosa che va fatta e dobbiamo pensare anche al futuro, però questo è possibile che non sia sufficiente per la manovra attuale».

Ma c’è chi dice no. Anzi, chi vuole che i tagli, se proprio ci devono essere, non siano indiscriminati. «Se anche la sanità deve dare il suo contributo alla crisi - ha detto intervistato da Quotidiano Sanità il presidente di Farmindustria, Sergio Dompé - lo deve fare nel suo insieme. Questo sia chiaro. Mi auguro che siano adottati provvedimenti trasversali, nella logica di razionalizzare e ottimizzare l’efficienza del sistema, e non tagli secchi unilaterali. Iniziamo a gestire l’intera catena assistenziale come un’unica sequenza di atti e prestazioni della quale va valutato unitariamente il costo, abbandonando la logica dei bilanci spezzettati dove una voce viene valutata indipendentemente dalle altre e indipendentemente dalle connessioni e dai benefici reciproci che possono derivare da una gestione unitaria del paziente. Il farmaco e’ una componente essenziale di questa catena del prendersi cura e qualsiasi analista attento sa che resta l’anello con il rapporto costo-beneficio migliore».

Incidenti. Un conduttore annuncia la scomparsa di un’amica chiamata “The Queen”. E la Bbc chiede scusa

La Regina è morta. Su Facebook di Francesco Lo Dico

LONDRA. Interrompiamo le trasmissioni per un luttuoso comunicato: «La regina è appena morta». La clamorosa notizia arriva come un fulmine a ciel sereno nel corso di una trasmissione radio della Bbc. Il conduttore Danny Kelly accompagna il necrologio con voce rauca mentre l’inno nazionale risuona drammatico. Più di 250mila sudditi di Sua Maestà sono all’ascolto della diretta da Birmingham e i centralini, in men che non si dica, subissano l’emittente di squilli. Già nelle redazioni dei maggiori giornali britannici si squadernano coccodrilli e telefonini, ma è tutta fatica sprecata, perché si tratta soltanto dell’ennesimo sfoggio di humour british. Poco dopo, Danny Kelly precisa che “The Queen”non è la gloriosa Elizabeth, ma più modestamente, una sua amica di facebook misteriosamente scomparsa dai suoi contatti. Lo speaker inglese, trentanove anni, non nuovo a simpatici atti corsari e gag di successo, è un ex venditore di automobili che da svariati anni è on air sulle fequen-

ze della Bbc nel West Midlands e South Staffordshire. E la sua carriera potrebbe chiudersi qui, perché i datori di lavoro non si sono mostrati particolarmente inclini alla goliardia. Poco dopo il falso scoop, alcuni uomini sono piombati sulla sua console,

gna la Bbc, mentre alcune associazioni di spettatori hanno bollato lo scoop di Kelly come un «episodio di cattivissimo gusto», «scioccante» per il pubblico. Mogio e silente, il conduttore si è arroccato in un no comment non si sa se sdegnoso o penitenziale. Ha bloccato persino la sua pagina web sul sito della Bbc ed ora è in attesa di sanzioni disciplinari: al momento non si sa ancora se martedì prossimo sarà ancora in onda oppure verrà messo alla porta.Elisabetta II, che di recente ha compiuto 84 anni e gode di ottima salute, non ha rilasciato nessun commento.

La stampa ha colto l’occasione per ironizzare sulla fama di autorevolezza della tv nazionale, mentre le associazioni di spettatori parlano di «cattivo gusto» gli hanno sottratto il microfono e si sono scusati in perfetto stile british con i gentili ascoltatori che avevano dovuto sorbirsi la «frase inopportuna». A seguire, arriva anche il comunicato ufficiale del network, pubblicato anche sul web, in cui si specifica che «non c’era da parte di nessuno intenzione di offendere». Meno abbottonata la reazione della stampa britannica, che invece ha colto l’occasione per ironizzare sulla fama di autorevolezza che accompa-

Ma certo, le reazioni del Regno, che per quanto Unito è nel terzo millennio, fanno pensare. Era il 1938, quando Orson Welles annunciò dai microfoni della Cbs un’invasione aliena ispirata a “La guerra dei mondi” che terrorizzò l’intera America. Allora non si offese nessuno.


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ultimo parallelo fra poeti e filosofi, dopo Heidegger-Pasolini e Leopardi-Severino, ci riporta indietro a coloro che nella modernità hanno per primi infranto le secolari distanze che hanno spesso separato o per lo meno tenuto a distanza la poesia con la filosofia. E questi due grandi spiriti sono certamente Shakespeare e Nietzsche, anche considerando l’importanza che per il grande filosofo tedesco ha avuto l’opera del Bardo di Stratford. Potremmo dire che Nietzsche sia stato il primo grande“filosofo-poeta”, e in questo senso certamente il primo filosofo “shakespeariano” della modernità, volendo alludere all’influenza esercitata dall’inglese su tanti altri poeti e pensatori, tra cui sicuramente Marx, Freud, Wittgenstein, Levinas, Cioran, per citare solo alcuni. Ma con Nietzsche il discorso shakespeariano è certamente più profondo e articolato, e crediamo che la grande frattura del pensiero ottocentesco da lui creata, come specificato magistralmente nel libro di Karl Loewith, Da Hegel a Nietzsche, non sarebbe stata possibile senza il costante influsso e l’ispirazione derivate dal poeta di Stratford. E se la filosofia di Nietzsche, come ha proposto Eugen Fink, si può dividere in tre parti nella sua evoluzione, a ciascuna delle tre corrisponde un riferimento shakespeariano ben preciso, rispettivamente

L’evoluzione del pensatore tedesco, sosteneva Eugen Fink, si può div

L’

Così parlò Willia solo compositore in grado di poter riesumare nella sua arte il grande mito della tragedia attica.

Tuttavia lo spirito tragico cui corrisponde l’essenza della musica, e che viene inaugurato solennemente nelle opere di Eschilo e Sofocle, verrà poi tradito per Nietzsche dall’opera “razionale” di Euripide, di cui spettatore per eccellenza viene designato l’odiato Socrate, il primo spirito critico dell’umanità, il primo che non si sia lasciato adeguatamente all’abbandono nell’essenza del dionisiaco. Questa prima grande crisi del dionisiaco, che molti hanno voluto leggere in stretta analogia con ciò che Heidegger ha poi inteso per «abbandono dell’Essere a favore dell’ente», viene riferita da Nietzsche ad un personaggio ben preciso: «La conoscenza uccide l’azione, per agire occorre essere avvolti nell’illusione – questa è la dottrina di Amleto. In questo senso l’uomo dionisiaco assomiglia ad Amleto: entrambi hanno gettato una volta uno sguardo vero nell’essenza delle cose, hanno conosciuto, e provano nausea di fronte all’agire». La conoscenza, per il giovane Nietzsche, è legata a questa visione, a questo principium individuationis che si può interpretare adeguatamente seguendo proprio la dottrina di Amleto, colui che evidentemente si deve considerare come il primo “personaggio dionisiaco” della modernità. Non per nulla Amleto è un filosofo, e la sua filosofia si riferisce ad una precisa Alma Mater che è la Germania di Wittemberg, dove il principe di Danimarca ha compiuto i suoi studi.Tutto torna, se si pensa naturalmente al forte spirito germanico del pensiero di Nietzsche: non per nulla Franco Volpi, nel suo splendido libro sul Nichilismo, è arrivato a definire Nietzsche come un grande personaggio tragico, ovvero am-

Se l’apollineo rappresenta il sogno, quindi le arti visive e plastiche, il dionisiaco è il principio dell’ebbrezza, da cui sgorga il grande spirito della musica verso i personaggi e le vicende di Amleto, poi di Bruto e infine di Macbeth e Re Lear. La prima fase della filosofia di Nietzsche, come tutti ricordano, è quella segnata dal geniale libro La nascita della tragedia, dallo spirito della musica, la folgorante opera del 1872 in cui l’allora 28enne professore di filologia a Basilea si impose all’attenzione del mondo culturale tedesco. La grande novità, che provocò non poche discussioni e critiche soprattutto nell’ambito della filologia classica, fu l’elaborazione del concetto di dionisiaco, il termine che di fatto ha rivoluzionato l’estetica del XIX ma anche XX secolo.

Il dionisiaco è per Nietzsche il fenomeno drammatico originario, che insieme al suo corrispettivo, l’apollineo, crea di fatto la quintessenza di tutte le arti. Ma se l’apollineo rappresenta il sogno, quindi le arti visive e plastiche, il dionisiaco è il principio dell’ebbrezza, da cui sgorga il grande spirito della musica, che Nietzsche eredita dal suo amatissimo maestro Schopenhauer. A questo concetto di dionisiaco è in realtà dedicata l’intera opera, anche nella prefazione a Richard Wagner, che Nietzsche interpreta come il

Al centro della pagina, William Shakespeare e Friedrich Wilhelm Nietzsche. Nelle fotine, Richard Wagner, Arthur Schopenhauer e le rappresentazioni di due opere teatrali del drammaturgo inglese: Amleto e Macbeth

Le opere del Bardo di Stratford hanno avuto un’enorme influenza sul pensiero di Nietzsche, il primo “filosofo-poeta” della modernità di Franco Ricordi


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videre in tre parti: prima Amleto; poi Bruto; infine Macbeth e Re Lear

am Shakespeare letico. La seconda fase del parallelo riguarda il testo di Shakespeare evidentemente più amato da Nietzsche, Giulio Cesare. Siamo nel momento centrale del pensiero nietzscheano, il periodo de La Gaia Scienza, un atteggiamento di riflessione più razionale, distaccato, e anche maturo. Qui Nietzsche riconosce in Bruto il personaggio storico al quale, evidentemente, anche il poeta Shakespeare deve arrendersi: egli «ha creduto in Bruto, e non un granello di diffidenza ha gettato su questo tipo di virtù!». E ar-

riva ad esaltarlo ancora più di Amleto: «Che cos’è la melanconia di Amleto di fronte alla melanconia di Bruto?».

Nietzsche che poco tempo prima ha saputo per la prima volta criticare la storia e la storiografia come nessuno aveva osato, nel testo Sull’utilità e il danno della storia per la vita, contraddicendo sé stesso riconosce la grandezza dell’uomo che si è ribellato a Cesare e al suo apogeo storicistico per un principio di «indipendenza dell’anima». Ma c’è di più, e

forse qui si raggiunge l’apice di questo stesso parallelo fra filosofia e poesia: Nietzsche fa notare come per ben due volte, nel Giulio Cesare shakespeariano, un poeta venga maltrattato o addirittura ucciso come accade nel momento della rivolta al povero Cinna il poeta, che viene scambiato per Cinna il cospiratore; nella scena del IV atto, lo straordinario e drammatico diverbio fra Bruto e Cassio nella tenda, che Shakespeare reinventa mirabilmente avendone avuto un semplice e assai parziale accenno da Plutarco, si intromette un poeta che, «presuntuoso, patetico e inopportuno come sono soliti essere i poeti», pretende con l’aiuto della sua lira di voler placare i due generali che stanno affrontando le sorti del mondo. Giustamente, Bruto, lo caccia via in malo modo. Ebbene, secondo Nietzsche (prodigiosa interpretazione), quel poeta sarebbe lo stesso Shakespeare, la coscienza del genio drammatico che, essendo peraltro anche un poeta, si inchina di fronte alla sua creatura storico-filosofica, e ne riconosce la grandezza maggiore, tanto da accettare di essere maltratto e scacciato da lui. In questa maniera si intuisce forse meglio che mai l’atteggiamento dei due grandi spiriti nei confronti della poesia: essa è certamente una attività fondamentale nell’esistenza dell’uomo, come poi anche quasi tutti i filosofi esistenzialisti del ‘900 hanno inteso; tuttavia anche la poesia «deve stare al suo posto», non può pretendere di insinuarsi in questioni che non la riguardano, tanto meno in certi momenti più che mai delicati e importanti. E non può assumere quella narcisistica prosopopea che, in ultima analisi, rischia di svilirla agli occhi di tutti. È evidente come proprio qui si infranga, per la prima volta in un libro filosofico ancorché strutturato in aforismi, quella secolare barriera fra pensiero e poesia che Nietzsche e Shakespeare, nella loro genialità parallela, hanno ampiamente amalgamato ma anche saputo distinguere e superare. Dobbiamo ad essi la possibilità di considerare oggi la filosofia, come avviene in Heidegger e tanti suoi prosecutori, come qualcosa di assai vicino e legato al senso poetico dell’esistenza. Allo stesso modo dovremo considerare tutte le poetiche avanguardistiche sulla poesia e sulle arti, che hanno inteso indagare anche scientifica-

mente sulle possibilità del linguaggio poetico, come risultato di questo nuovo rapporto fra poesia e filosofia, come rilevò bene Gianni Vattimo in un suo libro di molti anni fa, intitolato significativamente Poesia e ontologia. C’è infine un’ultima fase del rapporto NietzscheShakespeare, ed è quella che riguarda la disperazione gioiosa di Macbeth insieme alla follia di Re Lear. In un aforisma di Aurora, intitolato Della moralità del palcoscenico, Nietzsche profetizza in qualche maniera quello che sarà il suo ultimo atteggiamento nei confronti del gioco tragico, dedicando proprio a Macbeth il proprio sentimento: «È l’incanto di tutti gli incanti, questa esistenza eccitante, mutevole, pericolosa, e spesso rovente di sole!».

Nietzsche si identifica nel naufragio di Macbeth ma, come lui, è disposto a giocare l’ultima carta. E in questa maniera si redime anche di quella coscienza cristiana che tanto l’ha oppresso e che lui ha tanto criticato, ma da cui non è riuscito pienamente ad allontanarsi. Macbeth, la quintessenza dell’attore «come un ombra in cammino», è per Nietzsche l’ultimo giullare, l’ultimo poeta tragico consapevole del proprio destino, che osi sfidare anche la coscienza cristiana del “risentimento”. Ma proprio questo superamento esteti-

La riflessione di Amleto si radica in una precisa Alma Mater che è la Germania di Wittemberg, dove il principe di Danimarca ha studiato. Tutto torna, insomma co, contro quella che viene definita «moralità del palcoscenico», rappresenta anche l’ultima spiaggia del discorso filosofico sulla poesia: la poesia tragica, quella di Macbeth, è anche il grido di rottura fra la secolare e accademica distinzione tra la filosofia, intesa come scienza rigorosa ma sempre priva della verità evanescente, e la poesia, intesa come ispirata possessione della verità me sempre priva di metodologia. Qui si infrange ulteriormente il divario tra filosofi e poeti, laddove Nietzsche ammetterà di aver almeno in parte «sbagliato» con la filosofia: «no, solo giullare, solo poeta!». Siamo ormai ai confini della follia, alla catastrofe finale di Nietzsche, che sembra l’epilogo di una tragedia. Ma anche in tal caso il pensatore è consapevole della propria situazione, proprio come Re Lear: il vecchio Re, folle ma al contempo non ignaro di questo «grande palcoscenico di pazzi che è il mondo intero». E tale consapevolezza della follia, che sembra avvicinare l’ultimo Nietzsche a Re Lear, è il punto di arrivo di tutto il percorso: la critica dell’Occidente e la «verissima pazzia» decantata anche da Leopardi e Severino.


mondo

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Equilibri. Dall’Ecofin arriva il primo passo verso una stretta contro le speculazioni di hedge funds e private equity

Ecco i vincoli deboli Mezza Europa pronta a far valere le nuove regole sul deficit solo per i Paesi a rischio di Francesco Pacifico

ROMA. La stretta sugli hedge funds si avvicina. S’allontana, invece, la tassa sulle transizioni finanziarie per far pagare alle banche i costi dei salvataggi finanziari. Mentre l’imperativo di rientrare dal deficit o dal debito dilatati in seguito alla crisi resta centrale soltanto per alcuni Paesi. E non sono certamente Francia e Germania. La tre giorni europea che si chiuderà oggi a Bruxelles non è riuscire a sciogliere i tanti nodi ancora aperti sulla futura governance dell’Unione. E in questo clima può apparire anche un successo l’accordo preliminare sulle nuove regole da applicare ai fondi d’investimento alternativi raggiunto. Il tentativo di frenare la speculazione, andando alla fonte e colpendo hedge fund e private equity, fondi che operano nel mattone o nelle commodities e tutti gli altri veicoli che non rientrano nella direttiva degli strumenti di investimento collettivi. Un successo non tanto per il merito della proposta, quanto per il metodo, per l’accordo tra le vecchie economie manifatturiere del continente che ha messo all’angolo la Gran Breta-

gna, legata nonostante la crisi a un modello incentrato su servizi e finanza. I 27, infatti, hanno approvato un “approccio generale” per dare mandato alla presidenza di turno spagnola di trattare con l’Europarlamento su un «quadro armonizzato di controllo e di vigilanza», che dovrebbe arrivare prima dell’estate. Su spinta di Berlino e Parigi si sono stabiliti sette cardini sui quali articolare la nuova nor-

no sede in Paesi terzi potranno operare nell’area euro soltanto se «assicurano un sufficiente scambio di informazioni». Si valutano poi esenzioni per le realtà che gestiscono asset inferiori ai 100 milioni di euro se utilizzano la leva finanziaria, oppure ai 500 milioni se non si affidano all’indebitamento. Ora la palla passa all’assemblea di Strasburgo, che proprio due giorni fa ha votato una risoluzione meno bellicosa ri-

La Ue non spingerà gli altri Stati con i conti in rosso ad applicare lo stesso rigore imposto a Grecia, Spagna e Portogallo. Junker: «Il consolidamento di bilancio non si può applicare uniformemente» mativa. I veicoli speculativi dovranno ottenere il via libera da parte dell’autorità competente del proprio Stato d’origine. Non potranno operare senza aver dato garanzie sufficienti sulla loro liquidità. Sarà poi obbligatorio il massimo della trasparenza sulle strategie di investimento. Non mancheranno paletti in relazione ai livelli di leva e requisiti minimi per le operazione di private equity. I fondi che han-

spetto alle proposte uscite dal G20 di Londra. È per questo e per la decisione dell’Ecofin di non escludere esenzioni che ha spinto la Gran Bretagna - non la Repubblica Ceca che ha pronunciato un no secco e senz’appello – a un approccio più morbido sulla manovra. Il governo Cameron – come del resto quello Brown – resta contrario all’idea che l’attività finanziarie svolte da strutture extraeuropee debbano sotto-

stare alle regole comunitarie su trasparenza e supervisione. Senza contare le ripercussioni in una fase di bassa liquidità come l’attuale. Eppure i britannici si sono detti pronti a fare la loro parte se la proposta finale sarà meno restrittiva.

Più duri i britannici sulla proposta della commissione di aumentare il suo bilancio del 6 per cento. «È inaccettabile», ha dichiarato il nuovo Cancelliere dello scacchiere, George Osborne, «E non sono stato il solo a dire che è una cosa inaccettabile. Soprattutto in un momento nel quale la maggior parte dei Paesi europei sta cercando di tagliare i costi della

pubblica amministrazione». L’asse franco-tedesco non ha bissato il successo sulla tassazione sulle transazioni finanziarie, per recuperare in questo modo parte di quanto stanziato nei mesi scorsi per salvare banche e assicurazione. Il suo ideatore, il ministro tedesco Wolfgang Schaueble, ha ribadito di «essere favorevole», ma ha anche ammesso che «sarà difficile raggiungere un accordo globale». La francese Christine Lagarde ha invece invitato «alla massima attenzione sulla scelta della base sulla quale calcolare l’imposizione». In sostanza l’Ecofin di ieri è stato abbastanza in linea con quanto si è deciso all’Euro-

Pirati somali, la Ashton vola in Africa Ma finora la baronessa inglese si è dimostrata mediocre e priva d’iniziative degne di nota i è sempre parlato dell’evanescenza della politica estera dell’Unione Europea. La responsabilità di questo “buco” a Bruxelles è stata attribuita per lo più alla riottosità, da parte di ciascuno Stato membro, nel rinunciare a una significativa percentuale della propria sovranità nazionale. L’autonomia diplomatica di un governo è la colonna vertebrale della indipendenza di uno Stato. Superando però questo ostacolo, che resta comunque ostico per avere un’integrazione unitaria a tutti gli effetti, meritano una critica anche le istituzioni Ue.

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Evidente è la loro incapacità nel tenere a freno le spinte centrifughe dei governi nazionali. In questo caso la prima imputata è la baronessa Cathrine Ashton, da sei mesi esatti Alto rappresen-

di Antonio Picasso tante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione Europea (Pesc). La responsabile della diplomazia comunitaria è atterrata ieri in Kenya, per un tour di tre giorni che la porterà anche in Tanzania e Seychelles, al fine di discutere con i governi locali della pirateria al

al suo ruolo una volta provenienti da Parigi, un’altra da Berlino e dalla sua stessa Madrid. In qualche modo Solana però era riuscito nel suo intento. All’inizio del suo mandato, a Cathrine Ashton era stato chiesto di far fare alla politica estera europea quel salto di

Da sei mesi “ministro”, la responsabile della diplomazia comunitaria doveva dare una scossa alla politica estera europea, ma si è fatta notare solo per l’assenza di qualsiasi strategia largo della Somalia e delle possibili soluzioni da adottare. Finora la Ashton non ha dimostrato la stessa energia del suo predecessore Javier Solana. A onor del vero anche il politico spagnolo si era dovuto destreggiare fra gli ostacoli posti

qualità che è richiesto all’Ue affinché possa diventare un soggetto unico e forte a livello internazionale. Insomma, fatto l’Euro con la Ashton si sarebbe dovuta costruire la futura politica estera di Bruxelles. La baronessa inglese però si

è dimostrata finora mediocre e priva di iniziative degne di nota. Una sorta di missing in action nel contesto europeo e anche internazionale.

Ieri a Bruxelles si è riunito il Consiglio dell’Ecofin, per valutare un’eventuale stretta su hedge fund e private equity. È vero che le questioni economico-finanziarie sono di competenza dei ministri addetti e non della Pesc. Ma non ne sono nemmeno una loro esclusiva. L’Ecofin dovrebbe infatti rappresentare l’addendo di una sommatoria di attività politiche in cui la Pesc dovrebbe fare da cardine. L’Ue è priva della concertazione fra tutti i suoi settori. Solana aveva tentato di organizzare la struttura comunitaria. Ora questa, con l’indolenza della Ashton, sta crollando miseramente.


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Per i tedeschi la cultura della solidità e della stabilità nel lungo periodo non è negoziabile

La Germania si sente tradita, ma può tornare a guidare la Ue Per ora prevalgono amarezza e delusione. Sul rigore la Merkel ha ragione, ma dovrà rinunciare a qualcosa per ritrovare la leadership perduta di Aldo Bacci enza questa Europa sarebbe molto peggio, ha ripetuto pochi giorni fa la cancelliera Angela Merkel mostrando lo spirito europeista della Germania nonostante tutto. Ma è evidente che l’amore tedesco per l’Europa è scemato. Ci sono preoccupazioni concrete ma si tratta soprattutto di amarezza e delusione. E anche della sensazione di una parziale impotenza. Non perché ci sia pessimismo assoluto sul futuro, ma perché c’è disamore e sfiducia nei partner. I tedeschi si interrogano se l’Unione europea e l’euro valgano la candela, e anche se non ci sono alternative certo gli entusiasmi non sono altissimi. Una cosa è certa, i recenti dissesti hanno riproposto lo storico dilemma della scelta tra una Germania europea e un’Europa tedesca, e senz’altro la bilancia pende adesso per la voglia di un’Europa tedesca, almeno nei conti. Ma allo stesso tempo sanno che un’Europa tedesca non ci può essere, e tantomeno nei conti, nel rigore, nella mentalità. E non sanno come uscirne. Chiedono ai partner europei una strategia di grandi sacrifici, e ovviamente di fronte al baratro qualcosa ottengono, ma sanno che non otterranno tutto quello che vogliono. D’altro canto l’Europa è ancora troppo poco omogenea sotto tutti i profili per poter imboccare una strada unica. E se la crisi è un buon momento per richiamare alla responsabilità e per costringere a stringere la cinghia, senz’altro non è il momento migliore per risolvere tutti i problemi, punendo chi non ha soldi chiedendogli più soldi.

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gruppo di 24 ore prima. Ovvero quasi nulla, come dimostra il mancato accordo sulle modalità di erogazione del fondo da 750 miliardi di euro contro la crisi. Vicenda che fa leggere sotto un’altra ottica le parole del presidente del consesso, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, che ha provato a tranquillizzare gli animi e i mercati con un secco «l’euro rappresenta una valuta credibile. Lo è stato per 11 anni e lo sarà anche nei prossimi anni». Ma le distanze tra i Paesi dell’area non hanno riguardato soltanto quelli che il commissario Ue agli Affari economici e monetari, Olli Rehn, definisce «dettagli tecnici e giuridici». Le divisioni riguardano anche gli strumenti per realizzare quel maggiore coordinamento delle politiche di bilancio chisto non solo dalla Commissione. Lo dimostra l’alzata di scudi generale contro la richiesta dei tedeschi di prevedere in tutta l’area “tolleranza zero”per i deficit pubblici di tutti gli Stati membri, seguendo il divieto a disavanzi superiori allo 0,3 per cento, sarà vigente dall’anno prossimo in Germania. Al riguardo Juncker ha spiegato ai giornalisti: «L’approccio al consolidamento di bilancio non si può applicare uniformemente, ma deve essere differenziato per paese membro, secondo il margine di bilancio che ha ciascuno di essi. Chi non ha margine dovrà accelerare il passo del consolidamento, mentre chi ce l’ha deve mantenere i propri obiettivi». Un po’ come dire che in quest’Europa a due velocità la contabilità si applica in un modo in Grecia, Spagna o Portogallo e in un altro in Germania e Francia.

nia ce l’ha con la Grecia, ma ce l’ha anche con le istituzioni europee. Ed è proprio questo quello che manda in tilt il meccanismo: la Germania avrebbe forse la tentazione di fare da sola ma questo non è possibile, allora vorrebbe imporre agli europei i suoi standard ma anche questo è difficile, e oltretutto è stata minata la fiducia che è alla base dei meccanismi comuni. Per questo la Merkel indica e quasi pretende delle azioni concrete che sono molto difensive. Se infatti è vero come lei afferma che il salvataggio della Grecia non è una soluzione strutturale (ricevendo le critiche di Juncker), però la

versi paesi senza che il gioco valesse la candela. Ma le cose cambierebbero se la politica economica fosse fatta a livello Ue. Ha ragione invece la Germania, e sta in parte riuscendo ad ottenerlo, quando vuole che si riducano drasticamente i deficit nazionali. Certo, anche qui qualche altolà arriva.

Il primo è quello di non danneggiare la crescita a breve. Ma poi c’è anche il fatto di dover fare i conti con i governi e i politici di 27 Paesi, e sappiamo quanto sia difficile per un politico assumersi la responsabilità di far ingoiare agli elettori medicine amare. E poi non tutti leggono gli stessi numeri allo stesso modo: il famoso tetto del 3% tra deficit e Pil fissato a Maastricht, è per i tedeschi un limite massimo occasionale, non una media. Ora la Germania vuole costringere gli altri Paesi a un rapporto 0, anzi 0,35. Si dice poi che stia spingendo per sostituire Jean-Claude Trichet dalla presidenza della Bce con il presidente della Bundesbank Axxel Weber da subito e non dal 2011. Il ministro delle finanze Schauble, ha lanciato l’idea di inserire nella Costituzione dei Paesi euro un freno al deficit, fissando un limite massimo da non oltrepassare, come per prima ha già fatto la Germania. Secondo Angela Merkel l’economia non si sostiene con tagli alle tasse o maggiori spese pubbliche, ma cercando «a tutti i costi» la solidità di lungo periodo. Per la Germania questa cultura della solidità e della stabilità non è negoziabile: come è scritto già nel Trattato di Maastricht, non può esistere un’Unione dei Trasferimenti, cioè una Ue nella quale alcuni Paesi sono costretti a coprire i deficit di bilancio di altri. Per questo la Merkel ha ribadito l’importanza dell’introduzione di nuove regole per i mercati finanziari e appoggia l’idea della creazione di un’agenzia di rating europea. E soprattutto vuole tolleranza zero per il deficit. Anche ob torto collo, i paesi europei si stanno accorgendo che nel rigore la Germania ha ragione, e la Merkel può riportare il suo Paese alla leadership del continente. Va bene l’Europa, ha detto, ma a decidere devono essere i Paesi forti e sani, non gli altri. Ma non potrà avere tutto, e dovrà digerire che gli altri europei non sono tedeschi, nel bene e nel male.

Il Cancelliere vorrebbe che il famoso tetto del 3 per cento tra deficit e Pil fissato a Maastricht fosse un limite massimo occasionale, non una media. Anzi, vuole costringere gli altri Paesi a un rapporto 0,35

Allora bisogna cercare una via alternativa, ed è appunto quello che chiede la Germania, ma con idee un po’ velleitarie. O almeno così sembra. Ripartiamo dalla delusione: i tedeschi, e non solo loro, si sentono traditi. Il problema non è costituito solo dalla crisi economica né dai debiti greci o di altri Paesi. Il problema è che per tanti anni i conti sono stati truccati e mentre la Germania sudava nel suo tradizionale rigore, altri si comportavano più allegramente e chi doveva vigilare non lo faceva. E questo con conseguenze per tutti, compresa la Germania, perché l’euro vale per tutti e l’Europa è un blocco con tante distinzioni ma anche una forte permeabilità. Per questo la Germa-

Germania è anche il Paese che in questa fase vuole rafforzare l’autorità nazionale e imporre che ogni eventuale piano di intervento economico, di garanzia dei prestiti e di salvataggio debba essere sottoposto al vaglio dei singoli parlamenti nazionali. Qualcosa che in ambito economico rischia di riproporre i problemi piuttosto che di risolverli. Infatti il problema europeo è proprio la mancanza di una politica economia comune, e anche di una politica comune che governi l’economia.

Il mondo globalizzato, i mercati aperti, la concorrenza dei giganti emergenti costringerebbe l’Europa a lavorare insieme, perché ogni Paese non ha la forza di agire individualmente per contrastare la crisi e ogni impegno riversato nello sviluppo spalmerebbe i suoi vantaggi su di-


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Russia. L’ex magnate di Yukos annuncia (dalla galera) lo sciopero della fame arò uno sciopero della fame sino a quando otterrò conferma che Dmitri Medvedev ha ricevuto da Lei o da un’altra persona competente tutte le informazioni relative alla violazione della legge sulla detenzione preventiva». Già proprietario della Yukos, già uomo più ricco di tutta la Russia, attualmente galeotto, Mikhail Khodorkovsky ha così annunciato ieri l’inizio della sua protesta, in una lettera aperta al presidente della Corte Suprema inviata attraverso i media russi. «Ritengo essenziale che il presidente Medvedev sappia come viene applicata la legge di cui lui stesso è l’iniziatore, o piuttosto come venga sabotata dai funzionari».Tra marzo e aprile il capo dello Stato ha voluto far approvare nuove normative che vietano il carcere preventivo per i sospettati di crimini economici. Ed in questa fattispecie rientra anche il nuovo processo iniziato contro di lui e contro il suo ex-socio Platon Lebedev, per sottrazione di fondi e rivendita illegale di petrolio. Intendiamoci: in ogni caso resterebbe in prigione, in seguito alla condanna a otto anni che ricevette nel 2005 per frode e evasione fiscale. Ma con una nuova condanna potrebbe totalizzare altri vent’anni di prigione. Curiosa l’amicizia tra Silvio Berlusconi, che ha impostato la propria carriera politica proprio per evitare di finire in carcere per accuse di natura economica che lui sostiene motivate da secondi fini appunto politici; e Putin, che di accuse economiche opportunatamente montate si è appunto servito per spedire in galera chi gli dava fastidio.

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Di famiglia ebraica di piccoli ingegneri, 46 anni, Khodorkovsky iniziò la sua meteorica carriera laureandosi a 23 anni all’Istituto Mendelev, la più prestigiosa facoltà di chimica dell’Urss. Iscritto da giovane al Komsomol, imbevuto dell’ethos militarista di epoca brezneviana, il giovanotto sognava allora di diventare direttore di una fabbrica nel settore militare, «per difendere la patria dai nemici esterni». Ma intanto era arrivata la Perestroika, e con essa la legge che permetteva di ottenere finanziamenti pubblici per aprire piccole attività commerciali. L’anno dopo la laurea, nel 1987, il 24enne chimico aprì così una cooperativa che disegnava software e importava computer. Nel 1988, a 25 anni, aveva già fatturato 10 milioni di dollari. Nel 1989, a 26, fondò la Menatep, una delle prima banche

Khodorkovsky sfida Medvedev e Putin L’appello al presidente per capire se i suoi dissapori con il primo ministro sono veri di Maurizio Stefanini

d’affari russe. In capo a due anni collassò non solo il sistema comunista, ma l’intera Unione Sovietica. La nuova Russia di Eltsin diede via libera alle privatizzazioni, e così nel 1995 il 32enne Khodorkovsky fu nella condizione di impiegare il denaro accumulato con i computer e con la banca per comprare Yukos: società petrolifera già di proprietà statale. La pagò 300 milioni di dollari: in gran parte, oltretutto, anticipatagli da alcuni amici del ministero della Difesa. E nel 1997 la Yukos già valeva 9 miliardi. Il tycoon confessa che, pur non avendo mai fatto «niente di illecito», ha comunque «approfittato di qualsiasi falla nella legislazione» per imporsi e fare fuori i suoi concorrenti. L’Amoco, ad esempio, si ritrovò estromessa sen-

Il capo dello Stato ha appena approvato una legge che vieta il carcere per i sospettati di crimini economici za alcun indennizzo da un accordo per lo sviluppo di un giacmento petrolifero nella Siberia Occidentale. Tuttavia Khodorkovsky seppe anche occidentalizzare il suo modello di impresa: sia introducendo per primo nella Russia post-sovietica moderni criteri di trasparenza nella gestione; sia assumendo manager dall’estero. E grazie a questa modernità riuscì a sopravvivere anche alla crisi del 1998, malgrado il crollo del prezzo del petrolio che l’aveva lasciata

addirittura senza un rublo per pagare gli stipendi. Khodorkovsky dunque si riprese, e nell’aprile del 2003 provò addirittura a rilanciare, attraverso un progetto di fuzione con Sibneft.

A quell’epoca l’ex-ragazzo del Comsomol era l’uomo più ricco del Paese e il sedicesimo nella classifica mondiale Forbes dei miliardari, e viveva in una specie di fortezza attorno agli alberi nei dintorni di Mosca: assieme alla moglie, a quattro figli e a un esercito di guardie del corpo, un po’come un antico boiardo. E lui con gli altri nuovi ricchi l’opinione pubblica li aveva infatti ribattezzati “gli oligarchi”. È però pure un classico della storia russa, quello del nuovo zar accentratore che ogni tanto si

mette a infierire contro i boiardi che hanno alzato troppo la testa con le loro velleità di autonomia, e magari utilizzando contro di loro proprio i dell’opinione risentimenti pubblica. Dopo Ivan il Terribile e Pietro il Grande è ora Putin il Karateka che dopo aver ottenuto la successione di Eltsin decide di rafforzare la propria popolarità prendendosela con gli “oligarchi”. Capendo l’antifona, Vladimir Gusinskij e Boris Berezovsky se ne vanno all’estero. Malgrado l’eloquente avvertimento rappresentato dall’arresto di Lebedev, però, Khodorkovsky non si piega. Anzi, risponde con la sfida, creando quella fondazione “Russia Aperta” che ha nel board Kissinger e Lord Rotschild; come obiettivo strategico dichiarato quello di far attecchire nel Paese i valori della liberal-democrazia occidentale; come strumento tattico il finanziamento alle forze dell’opposizione. Senza distinzione: i liberali di Yabloko come i comunisti. Qualcosa sarebbe andato perfino a Russia Unita di Putin, ma per condizionarla.

Per Putin è troppo. Il 25 ottobre del 2003 all’aeroporto di Novosibirsk gli agenti dell’Fsb circondando l’aereo di Khodorkovsky, per trarlo in arresto. Il 31 ottobre tutto il pacchetto azionario della Yukos è congelato, con l’accusa di evasione fiscale. E il 31 maggio del 2005 arriva la condanna. Al carcere di Krasnokamensk, una regione della Siberia al confine con la Cina, deve passare otto ore al giorno a cucire guanti, e gli è vietato incontrare giornalisti. Però sono i suoi avvocati a trasmettere fuori articoli che ogni tanto sono pubblicati sulla stampa: anche se l’ultimo prima di questa Lettera, uscito a aprile della Nezavisimaja Gazeta, aveva portato a un’inchiesta della Procura per violazione della legge contro l’estremismo. Sono pure gli avvocati che gli hanno permesso di mantenere un epistolario con alcuni letterati di spicco. Adesso, Khodorkovsky starebbe pensando addirittura di far uscire un libro. L’iniziativa rivolta a Medvedev rivela che l’ex-oligarca continua anche a articolare una strategia politica. Da tempo si parla infatti di una crescente divaricazione tra una linea più autoritaria di Putin ed una più aperturista di Medvedev, manifestata anche da questa riforma sulla carcerazione proventiva. La mossa punterebbe dunque a scoprire il bluff; a vedere se effettivamente questa spaccatura tra Presidente e Primo ministro esiste; e, nel caso, ad aumentarla.


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19 maggio 2010 • pagina 17

Forse raggiunta l’intesa con Cina e Russia contro il nucleare

La denuncia dell’International Campaign for Tibet

Clinton: tutti d’accordo sulle sanzioni all’Iran

Pechino arresta 50 intelletuali tibetani

NEW YORK. I cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu avrebbero trovato un’intesa su nuove sanzioni all’Iran. Lo ha riferito il segretario di Stato americano Hillary Clinton nel corso di una relazione alla Commissione esteri del Senato sul rinnovo del Trattato Start. Secondo l’ex first lady, la bozza di risoluzione comincerà a circolare tra tutti i 15 membri del Consiglio già da oggi. La notizia giunge proprio mentre parte della stampa Usa criticava il presidente Barack Obama perché l’accordo raggiunto lunedì tra Iran,Turchia e Brasile avrebbe allontanato le sanzioni consentendo nel contempo a Teheran di proseguire le sue attività di arricchimento dell’uranio in patria.

LHASA. La polizia cinese ha ar-

In effetti, poco dopo l’annuncio di questa intesa, Pechino aveva espresso la propria soddisfazione, manifestando «apprezzamento per gli sforzi diplomatici fatti da tutte le parti coinvolte». Il portavoce del ministero degli Esteri, Ma Zhaoxu, aveva anche ribadito come l’intesa con Brasile e Turchia avrebbe «favorito il processo volto a risolvere pacificamente e attraverso il dialogo e i negoziati» la disputa sul nucleare. Dichiarazioni che sem-

La marea nera arriva in Florida Miami lancia l’allarme. E Obama annuncia un’inchiesta di Antonio Picasso opo il Mississippi e la Louisiana, le prossime vittime della marea nera potrebbero essere le Keys Island e la Florida, con i loro mari paradisiaci, le ricchezze naturali e le coste più celebri del mondo. Ieri l’istituto oceanografico dell’Università di Miami ha annunciato di aver rilevato tracce di petrolio al largo di Key West. I tecnici non si sono voluti sbilanciare nel confermare se queste “chiazze” siano originarie della falla sottomarina della piattaforma petrolifera “Deepwater Horizon”, oppure dovute ad altre cause di inquinamento. Tuttavia lo squillo di allarme è stata suonato. Sono ormai quattro settimane che la marea di greggio sta tinteggiando grottescamente le acque del Golfo del Messico e le coste meridionali degli Stati Uniti. Solo per fare un esempio, finora sono state 150 le tartarughe trovate morte sulle spiagge della Loiusiana. Un bilancio palesemente parziale sia per quanto riguarda le specie faunistiche coinvolte, sia perché il flusso di petrolio sembra inarrestabile. La British Petroleum, compagnia petrolifera proprietaria della piattaforma e quindi responsabile del disastro ecologico, ha dichiarato che attraverso l’adozione di un tubo di gomma inserito nella falla – una sorta di “siringa gigante”del diametro di 15 metri – si starebbe estraendo il 40% dei 10 mila barili che fuoriescono in mare aperto. Lunedì una nota della compagnia spiegava che il nuovo sistema sarebbe stato capace di aspirare il 20% di petrolio.

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molto vasto, dunque la marea nera, fatte le debite proporzioni, è piccola. E se a qualcuno interessa saperlo, io non verrò licenziato». Per tutto questo in Usa si percepisce un sentimento di rabbia per un incidente che molto probabilmente si sarebbe potuto evitare. L’incidente è sorto in seguito alla scarsa attenzione dei sistemi di sicurezza. Peraltro, controllato il flusso di greggio che ancora potrebbe uscire dalla falla, resta da risolvere il problema relativo a quello che ha già devastato le acque, le coste e i fondali marini. Oltre alla marea nera che oggi minaccia la Florida, si calcola che in fondo all’oceano si sia depositata una patina di petrolio lunga 16 chilometri, larga 5 e spessa 100 metri. Per questa, secondo gli esperti i solventi finora adottati per ripulire il Mississippi e la Louisiana saranno ben poco efficaci.

Da un punto di vista politico pare che il presidente Obama abbia reagito in modo furibondo per l’atteggiamento degli inglesi e per le spese che gli Usa stanno sostenendo. Le operazioni di intervento sono costate al momento 625 milioni di dollari a Washington. La Casa Bianca avrebbe certamente preferito destinare la stessa somma verso altre criticità, dopo già aver messo mano alle tasche delle sue risorse di emergenza per il terremoto di Haiti. La Bp a sua volta ha speso 70 milioni di dollari. Obama ha fatto sapere che alla compagnia britannica arriverà l’intero conto da saldare e che il contribuente Usa non sarà sovraccaricato di nemmeno un centesimo. Tuttavia, se effettivamente la marea nera arriverà anche a Key West e alla Florida, a risentirne in tempi brevi saranno anche il turismo, la pesca e altri settori che sono trainanti per l’economia degli Stati bagnati dal Golfo del Messico. C’è da chiedersi chi pagherà queste enormi perdite per la produttività statunitense. La British Petroleum, oppure la sua assicurazione? Ammesso che questa intenda accollarsi un danno di proporzioni ancora non calcolabili nella loro completezza.

«La chiazza di petrolio è molto grande, ma l’oceano è molto vasto, e io non sarò licenziato». Parole del Ceo della Bp

bravano confermare l’opposizione cinese a nuove sanzioni, allontanando quindi nuovi provvedimenti restrittivi verso la Repubblica islamica. Secondo quanto riferito dalla signora Clinton, invece, evidentemente l’accordo con Ankara e Brasilia non è considerato sufficiente ad evitare una nuova tornata di sanzioni. Il segretario di Stato ha infatti precisato che la bozza di risoluzione al vaglio del massimo organismo dell’Onu è stata preparata in collaborazione con Russia e Cina, oltre che con gli altri membri permanenti dell’Onu e con la Germania. La bozza dovrebbe essere sottoposta al Consiglio di Sicurezza il prossimo 16 giugno.

Ieri da Londra è giunta una stima che raddoppierebbe queste nuove misure tecniche adottate. Di questo passo, la situazione potrebbe tornare sotto controllo nell’arco di due settimane al massimo. Gli inglesi evidentemente cercano di salvare l’immagine aumentando le cifre e ostentando ottimismo. Questo però risulta eccessivo e tardivo. Del resto lascia a bocca aperta il comportamento sprezzante del direttore generale della compagnia britannica, Tony Hayward. «La chiazza di petrolio è grande, ma l’oceano è

restato nell’ultimo anno circa 50 tibetani, fra scrittori e artisti, per il loro ruolo nelle proteste antigovernative avvenute in Tibet e nelle province cinesi a maggioranza tibetana nella primavera del 2008. L’arresto del noto scrittore Shogdung, avvenuto lo scorso 23 aprile, dimostra che il governo continua la sua politica di repressione contro quella fascia della società civile che ha usato i propri canali per comunicare al mondo la vera situazione della regione e criticare le politiche “coloniali” di Pechino. I cinquanta intellettuali fermati, ha spiegato ad AsiaNews una fonte locale, «sono coloro che hanno dimestichezza con il computer e che hanno qualche contatto con

l’Occidente. Buona parte dei tibetani non soltanto non parla inglese, ma non conosce neanche i caratteri occidentali: loro, invece, sono stati in qualche modo il megafono delle proteste locali».

Nel frattempo il“secondo”Panchen Lama – quello scelto da Pechino – ha compiuto la sua prima visita ufficiale nella zona di Yushu, devastata lo scorso 14 aprile da un terremoto. Secondo Pechino il sisma ha provocato 2.110 vittime, mentre gli attivisti locali parlano di una cifra che oscilla fra i 4 e i 10mila morti e puntano il dito contro i soccorsi, inadeguati e lenti. Il contestato leader buddista, scelto di imperio dai funzionari centrali dopo il rapimento del primo Panchen (riconosciuto invece dal Dalai Lama), non ha voluto commentare l’arresto degli artisti e dei monaci tibetani, che volevano portare soccorso ai terremotati e sono stati allontanati con la forza pubblica. Secondo un rapporto presentato lunedì dall’International Campaign for Tibet, fra gli arrestati vi sono «13 scrittori, mentre gli altri sono coinvolti nelle arti e nella sfera pubblica. Non sappiamo molto di coloro che sono stati portati via, ma alcuni testimoni parlano di torture contro chi ha espresso il proprio punto di vista».


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Libri. In attesa dei mondiali, esce per Mondadori una raccolta di aneddoti incredibili ma veri messi insieme da Massimo Veronese: “Tuttepalle mundial”

Si fa presto a dire “Pirlo” L’intervista al fantasma di Yascin, i riti wodoo di Ronaldo e le gag di Maradona: arriva lo stupidario del calcio di Francesco Napoli itulo numero uno, Coppa Italia, assegnato: Inter; titulo numero due, Campionato Italiano, assegnato, e aggiungerei con merito, oltre ogni ragionevole dubbio: ancora Inter. Sul titulo numero tre, quello più desiderato, Champions, incombe l’incognita tedesca (Bayern) e di questi tempi è a tutti noto come i teutonici siano alquanto restii nel concedere, e quindi ci sarà da sudare, anche per la migliore performance della banda Mourinho.

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Così, sistemate le cose italiche per quanto riguarda scudetto e altre posizioni, quelle eccellenti e quelle decadenti in serie B, su cosa si può mai discettare nei canal televisivi? Un certo scoramento, appena tenuto lontano da strascichi sul Pupone e su calcioni e striscioni galeotti e fedifraghi, ha serpeggiato nei talk show, dalla mezza sera di Enrico Varriale (Stadio Sprint) alla notte inoltrata di Massimo De Luca & company (Domenica Sportiva) e Alberto Brandi (Controcampo), senza parlare di Sky, già tristemente orfana di Ilaria D’Amico. E ora che si fa a sbornia televisiva e mediatica post celebrazioni tricolori avvenuta? La ciambella di salvataggio sta per essere lanciata: Sudafrica 2010, alias Campionati del Mondo di calcio. Per intanto il ct ha scelto i suoi 28 per il ritiro – con poche sorprese, senza italo-vattalapesca e senza il richiamo di veterani della prima spedizione - e fino all’1 giugno ci si potrà scervellare sui 5 che verranno tagliati. Qualche timido discorsetto poi si è già intavolato e si è iniziato dal fondo, cioè dalla nostra difesa azzurra, incentrata su quella bianconera juventina, che notoriamente quest’anno ha reso quanto uno scolapasta. In chiave azzurra, però, si è subito detto che di migliori nel ruolo in Italia non ce ne sono, che il

reparto da solo non può essere giudicato in una stagione così storta dell’intero club bianconero, et cetera, et cetera. Ma signori, rassegniamoci. Risuona ormai imminente il leitmotiv dell’intero universo televisi-

Un arbitro di serie C uruguagia espelle in meno di un’ora sei giocatori ospiti: denudato dai tifosi e lasciato in intimo bianco

vo e pallonaro italico a far data dall’11 giugno: Sudafrica e il tentativo dei nostri (azzardo subito un gufo-pronostico con l’uscita ai quarti, così mi levo il pensiero e amen) di riconquistare quel titolo. E ci credono tutti, dal presidente Abete al magazziniere Pippo (nome de plume per non metterlo nei guai), dal commissario tecnico al generoso capitano Fabio Cannavaro): Marcello Lippi come Vittorio Pozzo, 2006-2010 come 1934-1938. Questa volta, però, sarà possibile giocare d’anticipo. Come? Aprendo le pagine di Tuttepalle mundial (Mondadori, 212 pp., 11,50 euro) firmate da Massimo Vero-

nese. D’anticipo perché finalmente si ride del calcio e della pretesa seriosità da addetti al mestiere fin troppe volte ostentata. La raccolta messa insieme dall’autore, «nato il giorno in cui hanno scattato a Che Guevara la sua foto più famosa ma l’unico che lo ha assunto è stato Indro Montanelli» recita un passo della sua breve bio in quarta di copertina, offre un florilegio ricchissimo di autentiche (letteralmente) notizie, incredibili e spesso esilaranti fino alle lacrime (promesso) da quel vasto sommerso che anima dal profondo il cosiddetto pianeta-calcio. La collezione spazia geograficamente in lungo e in largo, organizzata com’è per continenti e nazioni. La prima in pagina proviene dall’Austria, anno 1963, e ci racconta come il ct scelse la formazione del Wun(com’era derteam chiamata la potente armata austriaca del pallone negli anni Trenta) attraverso un sondaggio popolare in occasione di un Austria-Irlanda. Bene: «venticinque milioni di ct, undici nomi che mettono d’accordo

tutti. Risultato: 0-0. Milioni di lettere. Finite tutte in un pacco». L’ultima dall’Uruguay, datata 2000. L’arbitro di un incontro di serie C uruguagia espelle in meno di un’ora 6 giocatori ospiti. Risultato? Denudazione sul campo della giacchetta nera alla quale resta indosso soltanto l’intimo bianco. E in mezzo? Tutte le nazioni del mondo, o quasi, anche dalle aree più

Nella foto grande, la nazionale azzurra vittoriosa nel 2006. A sinistra, il ct dell’Italia Marcello Lippi che è tornato in sella alla squadra dopo la breve avventura di Donadoni. Nella pagina a fianco, in alto, Lev Yascin. Più giù, Diego Maradona e “Tuttepalle mundial”

impensate. Dalla Palestina? Certo: Gaza, 2000. Un uomo dopo aver stravinto al Totocalcio locale si è comprato un… harem; o, consolazione di tutto il giornalismo sportivo terracqueo, da Hanoi (Vietnam), 1994. Il locale “Settimanale della gioventù”, nell’ambito di un’inchiesta sui portieri più forti del mondo, ha pensato bene di intervistare niente popò di meno che Lev Jascin. «Peccato solo una cosa: che Lev Jascin, eroe del lavoro socialista – ricorda Veronese – sia morto quattro anni prima». Difficilissimo scegliere la più inverosimile: proviene forse dal Congo, Kinshasa 1998, dove un fulmine “tifoso” cade sul campo di gioco e folgora soltanto, e per intero, la squadra avversaria; o dal Brasile, da Rio per la precisione, e data 1994, quando il sindaco della popolosa capitale ha firmato un decreto comunale con il quale si autorizzava l’uscita un’ora prima di tutti i dipendenti comunali. Ah, se Brunetta lo sapesse; o forse dalla nostra Milano, 1998, quando dietro il Castello Sforzesco carabinieri in borghese, sette, lanciano la sfida a un gruppo di pusher nordafricani alla fatidica voce “fate due tiri al pallone con noi?”in attesa di ricevere i rinforzi necessari per arrestare tutti gli avversari.

Un piccolo decalogo comportamentale sarà poi possibile metter su proprio da questo libro.Traendo spunto dalle balzane notizie contenute nel Tut-

tepalle mundial, infatti, si può capire che: meglio non spegnere la tv durante la partita. In Perù il marito ha ucciso la moglie perché gli ha staccato la spina del televisore mentre guardava Argentina-Bulgaria. E non era neanche la partita clou; evitare di far troppo casino se l’Italia vince il mondiale. A Genova, scocciato per i troppi festeggiamenti dopo la conquista del mondiale, un anziano ha sparato alla vicina casinara. Con una doppietta; mandare il proprio uomo a lavorare dopo i supplementari perché quelli tra Argentina e Inghilterra hanno salvato la vita a un poliziotto antimafia polacco ritardando la sua uscita di casa. Nella sua auto c’era una bomba a tempo. Il tempo era giusto; è inutile insistere nel fare sesso: meglio i mondiali in tv che una notte d’amore con la donna dei tuoi sogni, lo rivela un sondaggio inglese; o insistere nel voler fare sesso come uno studio americano testato sul campo spiega: tifare squadre che vincono rende virili. Ogni successo della squadra infatti aumenta moltissimo il testosterone, con tutte le conseguenze del caso; meglio cercare di parlare d’altro con il tuo partner. Gli italiani, sempre secondo l’ennesima ricerca, parlano di calcio un’ora al giorno contro i 37 minuti dedicati al lavoro, i 20 per il sesso e 2 alla politica. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti; meglio non invitare a casa i suoi amici a vedere le partite: l’amico


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che bivacca in salotto, la fidanzata dell’amico che finge una competenza che non ha, i figli dell’amico che scatenano la guerra dei pop corn.

Il mondiale è un grande moltiplicatore di casalinghe disperate; mai mostrarsi felice se la sua squadra vince. Perché tifare per la squadra del cuore? Molto meglio gufare. Il tifoso italiano gode di più a veder perdere che a vincere; è pericoloso uscire per strada a far festa con gli amici: in Messico un tifoso è stato colpito da una pistolettata mentre celebrava in piazza la vittoria della nazionale. Il problema è che se n’è accorto quattro giorni dopo; è bene stare attenti a fine partita quando si

stringe amichevolmente la mano all’avversario. Negli Stati Uniti i più giovani ci sputano sopra prima di porgerla.

E la causa principale delle risse nei dopo partita. Per precauzione non farlo in salotto. O mettersi i guanti. C’è però da dire che ci sono cose che solo il calcio spinge a fare: ... si fanno arrestare pur di non perdersi la partita che vale lo scudetto; ... mangiano una brioche 53 anni dopo solo per vincere una scommessa; ... si spogliano a 102 anni per aiutare la squadra a iscriversi al campionato; ... uccidono la moglie solo perché spegne la tv durante la partita; ... si fanno battezzare con il nome dei loro 11 campioni; ... e seppellire accompagnati, come marcia funebre, dall’inno della squadra; ... vendono la verginità in cambio della promozione del club del cuore; ... si trasformano in clochard per andare a vedere le partite dei mondiali; ... vendono tutto quello che hanno solo per seguire l’idolo che va all’estero; ... si fanno 10mila km in bici solo per un autografo di Maradona; ... entrano in campo, tifosi, per tirare un rigore al posto del bomber; ... o per chiedere pietà per la propria squadra agli avversari; ... si candidano al parlamento

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solo per mandare in galera chi parla male della loro squadra; ... rubano i teschi dal camposanto per giocare a pallone; … ritornano in galera per aiutare gli ex compagni galeotti a vincere il campionato.

Il calcio, questo calcio rivelato da Massimo Veronese, allora è per davvero unico, irripetibile, diverso da quello sempre raccontato dalle cronache. Allora prendo carta e penna e azzardo un ipotetico undici del sorriso così come l’offre in questa collezione: 1) Gigi Buffon (Italia): la miglior parata l’ha esibita respingendo le manganellate che alcuni poliziotti gli hanno rifilato a un posto di blocco scambiandolo per un ultra. Le ha prese tutte...; 2) Cesc Fabregas (Spagna): la traiettoria più velenosa l’ha infilata schivando per puro caso un attentato dell’ex Kgb. La sua partita migliore l’ha vinta battendo il …polonio; 3) Frank Lampard (Inghilterra): l’uomo squadra, tutti lo vogliano ma lontano il più possibile da loro: un paesino inglese imbufalito lo ha messo al bando come Jesse James. Perché il casino che fa nella sua villa disturba i sonni di tutto il villaggio; 4) Xabi Alonso (Spagna): il calciatore dei sogni, si materializza nei sogni notturni di uno dei suoi tifosi più accaniti. E gli fa vincere 36mila euro alle scommesse; 5) Ronaldinho (Brasile): il tiro a campanile più riuscito è quello con cui frantuma le vetrate della Cattedrale di Santiago di Compostela giocando sul sagrato. Così per

spot; 6) Thierry Henry (Francia): la mano de Dios che senza volere scatena una rissa sugli spalti mandando baci alla moglie. A mani aperte; 7) David Beckham (Inghilterra): il miglior tiro (e basta), quello del suo sosia londinese che sfruttando la somiglianza fa super affari come gigolo; 8) Kaka (Brasile): il miglior scatto, cioè quello con cui è riuscito a evitare una fan che si è convertita al cristianesimo solo per sposarlo. Ha fatto le nozze con un fico secco; 9) Samuel Eto’o (Camerun): il miglior colpo di testa lo ha rifilato sul naso di un radiocronista africano. Lo aveva innervosito con un’intervista troppo impertinente; 10) Leo Messi (Argentina): il miglior contropiede. Nessuno si sarebbe mai aspettato che la Pulce del calcio mondiale scatenasse una rissa da far west con una banda di ultra in un locale argentino: ne è uscito alla grande in dribbling; 11) Cristiano Ronaldo (Portogallo): la magia più incredibile l’ha fatta una delle sue fidanzate mollate che lo ha maledetto con un rito woodoo. Dicono che il nome cominciasse per Paris e finisse per Hilton.

E il mister di questo undici mondiale? Ovviamente Diego Armando Maradona (Argentina), quando la classe non è acqua: su suggerimento di una strana santona beve una pozione magica per guarire dall’epatite. Ma è solo un intruglio schifoso di germi. Forse per questo dicevano di Maradona che pensava con i piedi.


spettacoli

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In questa pagina, alcuni momenti di “Urban Rabbits”, spettacolo teatrale dell’ungherese Arpàd Schilling che contamina felicemente arti circensi e tradizione teatrale. La pièce sarà a Modena fino al 29 maggio

MODENA. Strani animali con una bizzarra evoluzione che rispondono, tuttavia, a regole semplici e istintuali: “atto primo: l’accoppiamento”. Sotto un classico tendone da circo istallato nei pressi della cinta muraria di Ferrara, i giovani artisti dello Cnac hanno portato sulla pista le dinamiche, spesso assurde, dei rapporti fra l’esemplare femmina e il maschio della razza umana, rappresentandoli e rappresentandosi con sguardo ironico e divertito.

Affidato alla regia dell’ungherese Arpád Schilling, Urban Rabbits è il 21° spettacolo della classe dei diplomandi del Centre National des Arts du Cirque, una delle tre scuole professionali di livello superiore riconosciute dal ministero della Cultura francese. Dopo aver piantato il loro tendone al Parc de la Villette di Parigi, a Reims, di fronte all’Auditorium Parco della Musica a Roma (24 aprile – 1 maggio) e a Ferrara (11-15 maggio), la compagnia, formata da 16 tra ragazzi e ragazze, fisserà di nuovo i picchetti a Modena (22-29 maggio) per poi proseguire la tourneé fuori dai confini italiani, verso l’Ungheria, la Romania e la Serbia. Il titolo dello spettacolo è ispirato alla scoperta di un ricercatore francese che, studiando il sistema nervoso dei conigli di garenna, ha notato che questi animali non solo sono in grado di coabitare con l’uomo, ma hanno liberamente deciso di farlo per poterne sfruttare le risorse; in particolare, questa specie di conigli ama farsi vedere, spesso appostandosi vicino alle piste ciclabili, per mostrare la sua presenza all’altro abitante della zona, ma soprattutto, ama osservare la razza umana che popola la vicina cittadina all’opera. Per questo, sono stati soprannominati “conigli urbani”. In questo suo nuovo lavoro, il giovane regista ungherese, una figura emblematica del rinnovamento teatrale nei paesi dell’ex blocco sovietico, ha spogliato la scena dai costumi, dalle attrezzature, dall’immagine del meraviglioso tipica dello spettacolo del circo per tuffarsi nel quotidiano, lavorando a stretto contatto con i sedici giovani artisti, con la loro arte, la loro personalità, la loro presenza. «Al circo realtà e illusione si distinguono molto chiaramente. Quando un artista esegue delle figure pericolose, la presenza è reale. Altrimenti, non potrà evitare di farsi del male. Quando un uomo “fa l’attore”, tentando di rivivere dei sentimenti e di incarnare dei pensieri, diventa terri-

Teatro. A Modena fino al 29 maggio “Urban Rabbits” di Arpàd Schilling

Se il circo mette le tende sulla scena di Diana Del Monte bilmente fragile: semplicemente, cade dal trapezio e muore davanti allo spettatore, metaforicamente ovviamente. Lo spettatore disattento non se ne accorge, tranne se la scena si svolge al circo, poiché in questo luogo, lo spettatore riesce a sentire la presenza, anche se non la comprende pienamente». Il “nouveau cirque” è un approccio all’arte circense inaugurato negli anni ’80 da Guy Laliberté e Daniel

compagnia canadese, che ha ormai raggiunto le dimensioni di una multinazionale, sono nate molteplici nuove compagnie affiancate, in ogni parte del mondo, da altrettante scuole.Tra queste, il centro di Châlons è certamente la più importante istituzione europea, un istituto che, ogni anno, accoglie una quindicina di selezionatissimi ragazzi tra i 20 e i 27 anni per impegnarli in un percorso triennale volto

fatta di numeri isolati in sequenza viene abbandonata per sposare un’idea più teatrale della scena e in cui la tecnica corporea ricorda la fluidità dei movimenti della nouvelle danse, del parcour, del mimo alla Etienne Decroux, tutti esempi profondamente radicati nel paese oltralpe. I corpi di scuola francese si distinguono così, per quella nonchalance, quell’indifferenza nell’essere appesi a 20 metri dal

Il giovane regista ungherese, una figura emblematica del rinnovamento nei Paesi dell’ex blocco sovietico, ha spogliato le quinte dall’immagine del meraviglioso tipica dello spettacolo per tuffarsi nella realtà quotidiana Gauthier, fondatori del Cirque du Soleil. Preannunciato già alla fine degli anni ’60 dalla nascita del francese Circo Bidone, il nuovo circo di Pierrot e François “Bidon”, prima, e del Cirque du Soleil poi, ha saputo dare nuova linfa vitale ad un’arte che stava, via via, perdendo il suo fascino, rinnovandola attraverso la contaminazione con altre forme di spettacolo dal vivo, quali la danza, il teatro e la musica. Oggi, accanto alla

al perfezionamento dei futuri artisti del circo contemporaneo.

In tal senso, Urban Rabbits, la cui tourneé è stata promossa dall’Alliance Française, è un ottimo esempio dell’arte circense contemporanea di scuola francese in cui la classica struttura

suolo a testa in giù senza nulla sotto, intenti a corteggiare un’altrettanto noncurante fanciulla salita in cima allo chapiteaux con un divertente tono di sufficienza e strafottenza. Ne nasce un percorso fisicamente leggero, piacevole e divertente venato dalla delicata intimità delle due coppie di acrobati, sulla pista come nella vita, a cui il regista affida due scene aeree di grande e tangibile tene-

rezza. Allo stesso tempo, tuttavia, Schilling non rinuncia alla sua cifra stilistica, costruendo nello spettacolo un sottobosco di tristezza, ma soprattutto di rabbia. Con Urban Rabbits, dunque, il circo, tradizionale catalogo di meraviglie e stranezze esotiche, si trasforma in una vera e propria rappresentazione teatrale in cui la parola si mescola al lavoro fisico che, a sua volta, si fonde con l’ambientazione sonora curata da Lawrence Williams.

Nonostante ciò, questa fusione di linguaggi, un territorio solo formalmente nuovo, porta a un ritmo interno altalenante che non mantiene l’attenzione dello spettatore attiva per tutta la durata dello spettacolo. Pensare di portare i bambini a vedere Urban Rabbits, poi, vuol dire prepararsi a uscire prima della fine; oltre ad essere lungo due ore abbondanti, infatti, lo spettacolo non è certamente stato pensato per e su di loro. Questo non esclude affatto, ovviamente, che si tratti di una performance di alto livello, in grado di divertire e stupire, lasciandoci nella mente la curiosa immagine di un coniglio che ci osserva incuriosito dal bordo della strada e che all’improvviso, come fanno i ragazzi del primo atto con la loro compagna, si mette in mostra per corteggiarci e ottenere la nostra massima attenzione.


spettacoli

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Passerella. Alla Croisette è stato il giorno delle tematiche familiari, presenti nei film di Kiarostami, Iñárritu, Leigh e Allen

Genitori e figli, istruzioni da Cannes di Andrea D’Addio

Nella foto grande, una posa di “Copie conforme” di Abbas Kiarostami. Qui sopra, la locandina del film in concorso a Cannes oncorso fiacco a Cannes. Il settimo giorno non regala particolari picchi di qualità né per quanto riguarda il concorso ufficiale né nelle sezioni collaterali. Il film Copia conforme di Abbas Kiarostami, non rilancia una selezione ufficiale piuttosto deludente, anzi, se possibile, contribuisce ad alimentare i commenti dei delusi.

C

Nella storia scritta e diretta dal regista iraniano, Juliette Binoche è una gallerista d’arte francese trasferitasi da quindici anni in Italia che incontra un celebre scrittore venuto in Toscana per presentare il suo ultimo libro. I due decidono di passare una giornata assieme tra i vicoli di San Gimignano giocando a prendere i ruoli di marito e moglie. I discorsi sull’amore, il matrimonio e il ruolo dell’arte si susseguono senza interruzione né invenzioni di regia come se si stesse ascoltando un audiolibro anziché vedendo un film e così, a fine proiezione, i buu di disapprovazione sono stati piuttosto rumorosi. Migliore accoglienza è stata riservata a Des Hommes et des dieux, pellicola francese sui sette frati del monastero di l’Atlas in Algeria uccisi il 21 maggio 1996 da terroristi musulmani del Gia (Gruppi islamici armati) dopo cinquantasei giorni di prigionia nella macchia algerina. Qualche applauso, ma anche parecchi sbadigli. Alla luce di quanto visto finora, tra pubblico e giornalisti, comincia a farsi strada l’idea che nelle scelte dei selezionatori abbia pesato, ancor più della qualità dei film, la volontà di realizzare un festival con un vero e proprio fi-

lo narrativo: l’esplorazione del rapporto padre figlio. L’inaugurazione è stata dedicata a un’inedita versione di Robin Hood in cui il protagonista riesce nei suoi intenti patriottici solo dopo avere scoperto chi e come fosse stato ucciso anni prima quel padre di cui non ricordava nulla. Da qui una serie di flashback rivelatori, forse tecnicamente non eccezionali, ma comunque fondamentali per il prosieguo della storia: senza gli ideali del papà, Robin non avrebbe rubato ai ricchi per dare ai poveri. In Tournée di Mathieu Amalric, un manager di un gruppo di artiste americane del burlesque, organizza un tour in Francia al solo scopo di poter rivedere i figli abbandonati da tempo. Si può essere genitori sbagliati in mille modi diversi, partire, dimenticare, fare finta per un po’ che non esista sangue del tuo sangue, ma è impossibile soffocare fino alla cenere la fiammella del sentimento. Prima o poi si torna indietro. Persino il sequel del cinico Wall Street di Oliver Stone è dovuto andare a scavare nell’animo dell’un tempo perfido Gordon Gekko, per dare un seguito alla sua storia da broker senza scrupoli. È l’affetto per una figlia lasciata quando andò in galera che spinge il personaggio interpretato da Michel

Douglas a mettere finalmente in secondo piano il dio denaro. Niente più truffe, meglio un abbraccio e qualche lacrima di rimpianto per ciò che si è perso, con la speranza che si possa diventare persino nonni. In Biutiful di Alejandro González Iñárritu, un papà progressivamente distrutto da un cancro senza speranze, cerca di mettere ordine nella propria vita per lasciare un minimo di tranquillità ai due figli ancora non adolescenti. La mamma è una donna con seri problemi di nervi, non ci si può fare affidamento, picchia i piccoli e scompare nel mezzo della notte per andare a divertirsi nei locali.

Gli unici soldi che entrano in casa provengono dalla malavita catalana: si contrabbandano borse cinesi. Non c’è lavoro, non c’è speranza, solo la preoccupazione per i due pargoli dà forza necessaria per andare avanti il più possibile e rimandare l’inesorabile momento degli addii. «È la storia di un uomo che lascia per sempre i suoi figli, la sua vita che seppur complicata e torbida, era pur sempre una vita proprio grazie a loro», ha dichiarato il regista messicano in conferenza. Anche dal Ciad arrivano analo-

ghi echi di contenuto. In Un homme qui crie, primo film proveniente dallo sfortunato stato centroafricano a essere mai stato scelto da Cannes per la sua competizione ufficiale, un ex campione di nuoto manda il figlio nell’esercito per combattere i ribelli nella guerra civile che da

Il festival si scopre vetrina per storie che escludono la figura femminile, che giocano sulla sua assenza per mettere a nudo gli uomini dieci anni sta dilaniando il paese. Gli vuole bene, ma non ha sopportato il fatto che proprio lui lo abbia sostituito nell’ambito posto di lavoro di custode della piscina di un centro vacanze. Nella povertà di ambizioni locali, anche una mansione così misera riesce a incrinare l’amore tra un padre e la sua creatura. Il rimorso per ciò che ha fatto lo perseguiterà per tutta la vita. Un’altra prospettiva dell’argomento è proposta da Mike Lei-

gh. Con Another Year – finora la migliore pellicola vista in concorso – l’autore inglese racconta il mondo attorno a una coppia felicemente sposata. Il suo non è propriamente un film sull’essere genitori, ma il tema ricorre in più momenti della storia. C’è un figlio amabile e c’è uno sbandato cugino a cui muore la madre e che incolpa il papà di averne fatte di tutti i colori. Guarda il frutto, capirai il seme. L’essere stati dei bravi educatori si vede da qui. Woody Allen, in You Will Meet a Dark Tall Stranger, tra i suoi tanti personaggi tratteggia un anziano padre, interpretato da Anthony Hopkins, che abbandona la famiglia per una giovanissima attricetta e si dimentica di dare il proprio aiuto all’adulta figlia maggiore, in crisi sia matrimoniale che lavorativa.

Anche l’Italia porterà domani il proprio contributo. L’intenso La nostra vita di Daniele Luchetti è la storia di un padre solo alle prese con tre figli. Siamo nella periferia di Roma, e un capocantiere felicemente amato dalla sua giovane moglie, si trova improvvisamente vedovo. Come crescere nella maniera giusta i bambini? Quali valori trasmettergli? Insomma, nell’attesa di scoprire i prossimi titoli della manifestazione, Cannes si scopre vetrina per storie che escludono la figura femminile, che giocano sulla sua assenza per mettere a nudo le responsabilità dei padri. In un’epoca in cui i diritti dei divorziati uomini nell’affidamento della prole risultano ancora un problema estreme mante sensibile per la società civile, la Croisette sceglie di prendere di petto la questione.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g L’IMMAGINE

Lazio. Aumentare le tasse? No grazie, abbiamo già dato Aumentare le tasse per coprire i buchi di bilancio sanitario? No grazie, abbiamo già dato. È dal 2006 che l’addizionale Irpef è stata aumentata per coprire il disavanzo sanitario. I contribuenti hanno già fatto la loro parte, sia per le tasse nazionali che per quelle regionali, ora tocca alla presidente della regione Lazio, Renata Polverini, rimboccarsi le maniche e mettere ordine nelle casse regionali, soprattutto con una coraggiosa riorganizzazione dei servizi sanitari: ridimensionamento e riqualificazione della rete ospedaliera, potenziamento dei servizi distrettuali, governo degli accreditamenti, integrazione tra sociale e sanitario e controllo della qualità della spesa. Da subito si possono razionalizzare i 75 enti e agenzie regionali, che costano 4 miliardi di euro e che hanno insediato 45 presidenti, 167 consiglieri di amministrazione, 39 direttori generali, 189 revisori dei conti, 88 membri di comitati tecnico-scientifici. Razionalizzare, dovrebbe essere la parola d’ordine della presidente Polverini, che significa risparmiare e non gravare ulteriormente sulle tasche del contribuente laziale.

Primo Mastrantoni

DIFENDIAMO L’AMBIENTE. MAREA NERA: MASSIMA ATTENZIONE ALL’ADRIATICO Bisogna garantire la massima sicurezza degli impianti estrattivi di gas e petrolio, e diversificare le fonti di approvvigionamento energetico perché non si sia mai schiavi di nulla. Non bisogna trovarsi impreparati davanti ad una eventuale, e mai auspicabile, catastrofe ambientale nell’Adriatico. E dobbiamo dimostrare di aver imparato la lezione di Seveso o del Prince William Sound’s Bligh Reef, dove nell’89 si arenò la petroliera Exxon Valdez riversando in mare 40 milioni di litri di greggio. Se accadesse qualcosa di simile nel Mediterraneo sarebbe il disastro. Per tutti e per il Veneto in particolare, prima regione italiana per turismo. Già vantiamo un sistema di Protezione civile fra i migliori d’Italia che conta 16mila volontari, dotati di mezzi e professionalità speciali, come i sommozza-

tori per le verifiche in ambiente marino e i reparti volo per le ricognizioni aeree. Risorse, queste, che sarebbero certamente un adeguato supporto a quelle forze chiamate istituzionalmente a intervenire, come capitaneria di porto, guardia costiera, vigili del fuoco e il dipartimento nazionale protezione civile che, in una situazione di particolare emergenza, assumerebbe la direzione delle operazioni. L’ambiente è un patrimonio comune e una risorsa che dobbiamo saper sfruttare e difendere.

Lettera firmata

ANEMONE Un’Anemone di mare, vista la vastità dell’acqua salata che si riversa nei palazzi della politica, partendo da una lista definita segreta la adopera ad hoc per farla rimbalzare sui media con il clamore necessario. Giudici e architetti, registi e giornali-

Un fulmine a Città del Capo Il fulmine è una grande scarica elettrica che scocca nell’atmosfera tra due corpi con una elevata differenza di potenziale elettrico. I fulmini più facilmente osservabili sono quelli fra una nuvola e il suolo, proprio come quello nell’immagine, fotografato a Città del Capo (Sudafrica)

sti: come è possibile organizzare una cricca del genere come se fosse una squadra di calcio organizzata? Ciò che conta sono i collegamenti, perché un nodo senza maglia in una rete telematica, resterebbe isolato e incapace di essere prezioso per altri nodi, inconsapevoli o meno.

Gennaro Napoli

IL SENSO DEL DOVERE Stefano Gugliotta è su tutti i giornali a testimoniare un fatto che non dovrà as-

L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

solutamente accadere più, anche perché vi sono coinvolte forze dell’ordine che non fanno certo onore alla fondamentale categoria. La dichiarazione del Viminale di costituirsi parte civile, una volta accertata la responsabilità degli agenti, è giusta e doverosa, perché le vittorie ottenute dal governo in termini di ordine pubblico all’uscita degli stadi calcistici, non devono essere stralciate da chi perde il senso del proprio dovere.

Bruna Rosso

da ”YnetNews” del 18/05/10

Gli amici di Israele di Attila Somfalvi enta ma inesorabile continua a crescere la disaffezione verso Israele di molti alleati storici. In giro per il mondo aumentano con drammatica costanza le distanze di molti amici dello Stato ebraico. Lo si evince da un rapporto confidenziale commissionato dal ministero degli Esteri e che YnetNews è riuscito a leggere. Da ultima, all’elenco stilato dal ministero, si è aggiunta l’Olanda che da sempre aveva coltivava una speciale relazione con Israele. Ora sembra che anche le liberali “terre basse” non siano più vicine come un tempo alle posizioni di Gerusalemme. «Negli ultimi anni c’è stato un costante declino del sentimento pubblico a favore d’Israele. L’Olanda è un Paese che mette molto in alto nella propria agenda politica i diritti umani, così come altre materie che riguardano il diritto internazionale» si legge nel documento. Il prolungato conflitto tra Israele e i palestinesi, così come la sua non favorevole copertura dei media olandesi, ha determinato il calo di consenso» sottolinea la relazione.

L

seconda guerra mondiale e il ruolo sempre meno centrale svolto dalla religione (e il conseguente declino del supporto dei cristiani)».

I palestinesi, secondo l’attuale approccio mediatico «sono presentati come la parte più debole nel conflitto, i cui diritti vengono violati e, come risultato, godono della simpatia e dell’appoggio dell’opinione pubblica olandese. Un altro elemento da prendere in considerazione è l’influenza che la comunità islamica esercita in Olanda. Un fattore che incide non poco nelle scelte politiche del Paese (ricordiamo la vicenda di Ayian Hirsi Ali che ha dovuto abbandonare il Parlamento e riparare negli Usa perché minacciata dai radicali islamici, ndr). Poi c’è il sempre più debole senso di colpa per il destino degli ebrei olandesi durante la

Nella relazione è trattato anche il caso dell’operazione Cast Lead (l’invasione da parte dell’esercito israeliano della Striscia di Gaza avvenuta nell’estate del 2006, ndr) e di come è stata presentata dai media ha contribuito all’ulteriore polarizzazione dell’opinione pubblica. «L’apparente risultato di questa operazione militare – secondo le critiche che sono state espresse dagli olandesi – è una lenta ma costante erosione della legittimità dello Stato ebraico. Questo espone la comunità ebraica locale ad altrettante critiche, per via delle connessioni con Israele». Il ministro degli Esteri israeliano accusa il suo collega olandese per il mancato appoggio a Gerusalemme. Sempre secondo il documento «il ministro degli Esteri olandese si trova nell’scomoda posizione di dover mediare tra una burocrazia non proprio amichevole di un ministero, da un lato e l’opposizione parlamentare, dall’altro. Comunque dall’interno del dicastero esteri sono in molti a considerare il ministro Maxim Verhagen «molto amico d’Israele», mentre il primo Ministro olandese, Jan Peter Balkenenede, è comunque considerato – sempre nelle considerazioni del documento – in maniera abbastanza favorevole per le sue posizioni molto equilibrate all’interno del governo

nei confronti d’Israele. Occorre ricordare che un tribunale olandese ha da poco assolto un’associazione culturale araba dall’accusa di «istigazione all’odio». Il gruppo aveva pubblicato una storia a fumetti che metteva in dubbio la realtà dell’Olocausto, lo sterminio attuato dai nazisti degli ebrei in Europa. La corte penale di Utrecht ha deciso che la sezione olandese della Lega araba europea «voleva solo provocare un dibattito» e che si è tenuta all’interno delle regole sulla libertà d’opinione.

Nella sentenza scritta, pubblicata la scorsa settimana, si legge che le immagini erano offensive per il popolo ebraico – per questo è stata comminta una multa – ma che la Lega degli arabi europei voleva scatenare una discussione sul perché fosse possibile pubblicare delle vignette sul profeta Maometto e invece l’Olocausto ebraico fosse considerato un tabù da non poter trattare.


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

A Londra la noia si combatte allevando i polli Cara Mrs Ford, ho visto il vostro dolce ricordino - un così diletto e discreto piccolo ricettacolo per il suo scopo! - ma i giorni londinesi sono giorni congestionati anche se mi impongo di tenerli rigorosamente a bada, e la parola scritta viene vergata quando si può. Vi ringrazio moltissimo per aver pensato così attivamente a me. Trovo che per resistere a Londra bisogna darsi molto da fare, ma che questo da fare - intendo, resistere e salvarmi la vita - è il solo modo possibile. L’aria si sta un po’ rischiarando e Goffrey è venuto a trovarmi ieri ma con mio grande dispiacere io non c’ero. Sta fantasticamente dedicandosi ai polli! Voi lo fare a Budds (deduco) ma Budds è un mondo di polli o deve esserlo assieme a tutte le altre cose che è: vedete come la visione di Budds mi apre un senso infinito delle cose. Bene, possa la felice festosità del vostro Natale essere anch’essa infinita. Sono con voi tutti in spirito - come lo ero un tempo - in quel tempo di gozzoviglie - in carne ed ossa, e sono, cara Mrs Ford, il vostro e del prode Francis, il fedelissimo Henry James a Mrs Ford

LE VERITÀ NASCOSTE

Il re della moda è un “barbone” SHANGAI. Da barbone a icona della moda. È la parabola di un barbone di Ningbo, una città della Cina nordorientale, che grazie ad una foto messa su internet, è diventato“Fratello Eleganza”, richiesto da diverse case di moda. Il giovane, dell’apparente età di 35 anni, è stato fotografato da una ragazza di Nigbo che ha messo la foto in un social network. La foto di Brother Xili, come lo chiamavano le ragazze on line, che significa appunto eleganza, è stata la più cliccata, tanto che l’attenzione è montata intorno al giovane del quale non si sapeva nulla.Vedendo la sua foto su internet, un tale Cheng Guosheng ha affermato che l’affascinante barbone sarebbe suo fratello, Cheng Guorong, scappato all’età di 23 anni dalla loro città, Shangrao, nella provincia di Jiangxi, dove l’uomo aveva anche una moglie e due figli. Sconosciute le cause che lo avrebbero portato a scappare da casa. Il presunto fratello aggiunge tragedia a tragedia rivelando on line che poco dopo la sua fuga, la moglie di Cheng Guosheng è morta in un incidente stradale. Certo è che Brother Xili è diventato una icona mediatica. Sue foto sovrapposte a quelle di modelli delle famose case di moda fanno il giro della rete e lo scorso primo maggio il barbone elegante ha fatto anche la sua comparsa sulla passerella. Ma qualcosa lo ha disturbato e se ne è andato quasi subito. Diventando così sempre più una celebrità. Il suo stile trasandato da barbone vero viene copiato da diversi ragazzi, che si vestono utilizzando una sull’altra magliette e abiti sgualciti. Tanto che ad Hangzhou è apparso un grande murale che lo ritrae con la sua immancabile sigaretta e l’inconfondibile stile di capelli trasandati.

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

MA BISOGNA ABOLIRE LE REGIONI A STATUTO AUTONOMO? Abolire le regioni a statuto autonomo? L’autonomia avrebbe dovuto consentire a queste regioni di meglio governarsi ed avere, quindi, bilanci in pareggio o, addirittura, in attivo, secondo la vulgata del federalismo fiscale che va tanto di moda: maggiore autonomia significa miglior utilizzo delle risorse esistenti. Invece, secondo i dati della Cgia Mestre, una maggiore autonomia regionale non ha portato ai risultati che ci si aspettava. Le regioni a statuto autonomo, Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna ricevono, in servizi e trasferimenti, più di quello che i suoi cittadini pagano con le tasse e contributi, la cosiddetta “differenza fiscale”. Insomma, tutte costano di più di quello che danno, anche quelle del nord che, sempre secondo la vulgata, dovrebbero essere più virtuose. Le regioni che danno di più di quel che ricevono (in ordine decrescente) sono la Lombardia, il Lazio, il Veneto, l’Emilia Romagna e il Piemonte, tutte a statuto ordinario. L’idea che a maggior autonomia corrisponda un miglior funzionamento lascia, dunque, il tempo che trova. È arrivato il tempo di riconsiderare la validità di un istituto, quello delle regioni autonome, che nel tempo non ha dato la miglior prova di sé.

Anselma Dell’Olio, Alex Di Gregorio Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Roberto Genovesi, Aldo G. Ricci,

Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci,

Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Collaboratori

APPUNTAMENTI MAGGIO 2010 DOMANI ORE 16, TODI, HOTEL BRAMANTE

Consiglio Nazionale Circoli liberal

SEMINARIO TODI 2010 20, 21 E 22 MAGGIO - TODI - HOTEL BRAMANTE

“VERSO IL PARTITO DELLA NAZIONE” - Per difendere l’unità d’Italia e ricostruire la Repubblica Inizio lavori domani, ore 16,30 SEGRETARIO

P.M.

Robert Kagan, Filippo La Porta, Direttore da Washington Michael Novak

LA CLASSE DIRIGENTE PUGLIESE ASCOLTI LE NOSTRE ISTANZE E NE FACCIA TESORO Sono pienamente soddisfatto dell’ultimo coordinamento regionale del movimento giovanile. È stato un incontro produttivo e utile dato che ne sono scaturiti interessanti spunti di riflessione condivisi. All’incontro hanno partecipato i coordinatori Udc delle sei provincie pugliesi e numerosi responsabili di movimenti giovanili Udc a livello cittadino. Presenti anche i due candidati alle elezioni per il rinnovo del Cnsu nella lista Unicentro, Robert Amato, e Alessandro Micaglio. È intervenuto telefonicamente il coordinatore regionale del partito on. Angelo Sanza, che si è compiaciuto per il dinamismo fruttuoso mostrato dall’intero movimento giovanile pugliese. Il gruppo ha deciso di attuare una strutturazione dell’organizzazione in dipartimenti settoriali da seguire costantemente in modo costruttivo e professionale, suggerendo proposte e apportando idee utili. È emersa anche la volontà di cooperare con i quattro neo consiglieri regionali, al fine di operare congiuntamente, assicurando spazio alle istanze e alle idee giovanili. Questo coordinamento è servito a ribadire l’impegno di noi giovani al servizio della nostra regione, sottolineando però la nostra forte volontà di creare una rete sinergica di collaborazione politico-amministrativa con i consiglieri regionali. La volontà di attuare confronti seri e tematici con i rappresentanti della giunta regionale, in particolar modo con l’assessore Nicola Fratoianni in merito alle politiche giovanili, con l’assessore Alba Sasso per la formazione e il diritto allo studio e con l’assessore Elena Gentile per il welfare e il lavoro. L’organizzazione giovanile intensificherà la propria attività, attivando anche dialoghi continui con le associazioni del territorio e con chi non vive attivamente la politica, ma si impegna nella società civile per il bene delle diverse comunità. Nell’ultima tornata elettorale abbiamo mostrato di essere capaci di apportare un contributo valido sia in termini elettorali sia in termini di idee innovative per il territorio per cui la classe dirigente pugliese dimostri di dare adito alle nostre istanze e di farne tesoro. Sergio Adamo U D C MO V I M E N T O GI O V A N I L E - ME Z Z O G I O R N O

Ernst Nolte, Emanuele Ottolenghi,

Maria Pia Ammirati, Mario Arpino,

Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci,

Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi,

Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi,

Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi,

Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini,

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ULTIMAPAGINA Il personaggio. È morto a settantanove anni il grande intellettuale

Il poeta, il critico e l’avanguardia. Il mondo secondo di Pier Mario Fasanotti n tale diceva che è sempre meglio non conoscere di persona lo scrittore, amato o non amato. Perché il rischio che deluda è altissimo. Questo assioma, generalmente molto valido, si deve capovolgere nel caso di Edoardo Sanguineti, morto ieri all’età di 79 anni.

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Nelle interviste e nei dibattiti si mostrava dolce, disponibile, cordialmente ironico, e quindi distante dalla sensazione di arroganza e perentorietà che si aveva quando il poeta genovese – anche autore teatrale, prosatore e docente universitario – tirava come una fionda certe sue radicali posizioni politiche. Che apparivano ancorate a schemi veteromarxisti, o appese a posizioni (per esempio il filocastrismo o lo smodato tifo, quasi calcistico, per i palestinesi che lanciano razzi micidiali) che la sua brillante intelligenza e la sua innata elasticità mentale in teoria avrebbero smontato, magari con quella mezza risata che appariva nella sua bocca che a vederla non era mai stata palestra di denti. «Grazie, professore»: così i più garbati intervistatori concludevano l’incontro con lui. Un’espressione che ci permettiamo di usare oggi. Oggi e ogniqualvolta ci lascia una mente fortemente pensante, una penna in grado di scrivere ancora tantissime cose, e pure una vis polemica che scandalizzava e irritava, e comunque stimolava in questo mondo di appassite prudenze e di banalità globalizzate. Ridacchiava spesso dinanzi a chi gli poneva una domanda, e teneva a precisare di essere «un ottimista catastrofico»: non credeva che ci fossero molte possibilità per la salvezza del mondo, ma invitava «a darsi da fare». In questo senso il suo conclamato materialismo storico perdeva il colore del rancore e della rabbia per assumere una tonalità quasi cristiana.Tanto è vero che un giorno disse: «Uno che se ne intendeva tanto sosteneva di amare il prossimo come se stessi. In effetti amare l’altro più di noi sarebbe un’utopia stupida». Il tema della vita e del suo significato è sempre stato al centro della sua poetica. Sanguineti, che fece parte del Gruppo ’63 – quindi teorico in qualche modo dell’o-

scurità e complessità tortuosa del testo in contrapposizione al narrare piano e lucido alla Cassola – negli ultimi tempi insisteva sul valore “comunicativo” della poesia, considerata una degli strumenti per cambiare o solo per comprendere il mondo. Una felice contraddizione con quanto aveva sostenuto anni addietro. Ci sono suoi versi che paiono significativi in quanto specchianti la sua personalità di ricercatore dell’essere: «Vivendo per capire perché scrivo, scrivo per capire perché scrivo e scrivo per capire perché vivo». Cito a memoria, ma il senso è questo. Insisteva proprio sulla necessità di «comunicare con gli altri». E tra le cose intelligenti che affermava, ce n’è una che riguarda non solo la sua opera, ma l’intera produzione artistica dei suoi colleghi: «La poesia insinua una visione del mondo, non la declama. Sono dell’avviso che la poesia sia una forma di persuasione occulta: scrivere della verità, della propria verità, in modo indiretto». Però, aggiungeva, «la verità è indicibile». E allora? Sanguineti spiegava che lui partiva da un piccolo fatto, esaminato e osservato con attenzione quasi maniacale, per poi allargarsi a possibilità di interpretazio-

e aveva la consapevolezza della propria condizione di umiliato sociale». Da ricordare, a proposito dell’esprit polemico di Sanguineti, quella che lui stesso, criticando Aldo Busi e Oliviero Toscani, chiamò «polemica da parrucchiere». Bravo lo scrittore bresciano a dare alloggio agli albanesi, anzi tenga duro, però quel narciso, diceva, spreca decine e decine di righe parlando di sé. Quanto a Toscani, inventore delle t-shirt politically-correct inneggianti alla solidarietà tra bianchi e neri e tra poveri e ricchi, come non dimenticare che quell’intenzione, pur nobile, è finita ad arricchire un industriale che nella pratica è accusato di sfruttare maestranze poverissime di Paesi del quarto mondo? E qui Sanguineti calciava il pallone verso l’angolo più radicale della rete ideologica, sostenendo che anche un kalashnikov «può sperare di essere qualcosa di diverso da un mero strumento di rapina».

Era nato a Chiavari, figlio unico di un impiegato di banca (sua madre era torinese). Fin da ragazzo si appassionò di jazz, di tennis e di corse in bicicletta. La sua primaria ambizione pare fosse sta-

SANGUINETI ne del mondo. E così arrivava a quel che credeva la giusta meta: «il realismo allegorico». I vari distinguo, casualmente o no, preferiva farli con un interlocutore davanti. Sì, certo, ma quale verità, tenuto conto che un grande come Fernando Pessoa sosteneva che il poeta è essenzialmente un «fingitore»?

ta la danza, cui rinunciò. È a Torino, al liceo e all’università, che si accosta all’ambiente culturale. Si laurea con una tesi su Dante (col professor Giovanni Getto, all’epoca famosissimo). Dopo il 1968 aderisce al Pci, si trasferisce a Salerno in qualità di professore ordinario. Scrive su Paese Sera e su Il giorno. Infine sull’Unità e sul Lavoro di Genova. Diventa abbastanza famoso con Laborotintus, che Pasolini definisce «un tipico prodotto del neo-realismo post-ermetico». Tra i due è polemica. Sanguineti promuove la cosiddetta“disgregazione dei linguaggi”, rifacendosi alle musiche di Berio o alla pittura di Pollock e Rothko.A poco a poco il suo intellettualismo – certo poco disposto a dialogare con le amate “masse”– si sposta sui fatti quotidiani, fino ad arrivare al diarismo di alcuni dei successivi libri. Il ricorso alla metrica del sonetto e della canzonetta non lo distoglie dall’intenzione, mai abbandonata, di “frantumare” il linguaggio. Il suo limite è stato forse il corteggiare “il gioco linguistico”. Considerava “logori”molti importanti testi. Privilegiava, e fin troppo, l’uso ludico della parola e smontava le forme tradizionali della narrazione. Alternava, ignorando volutamente la canonica punteggiatura, realtà e sogno. Pungente e acuta è parte della sua conclamata neo-avanguardia. Ma fu davvero “comunicativa” come suggerì molto più tardi che avrebbe dovuto essere la poesia e in genere la letteratura?

Il ricorso alla metrica classica del sonetto e della canzonetta non lo distoglie dall’intenzione, mai abbandonata, di frantumare il linguaggio. Il suo limite è stato corteggiare “il gioco linguistico” Col poeta portoghese si dichiarava sostanzialmente d’accordo e, sorridendo, spiegava che «il poeta dice meno verità dei denti che ha in bocca, quando li ha». A chi gli rimproverava la sua ammuffita insistenza sulla classe operaia, Sanguineti pareva stemperare tutte le polemiche, anche molto aspre, che facevano seguito ai suoi j’accuse, dicendo che, proprio in base ai testi marxisti, oggi si deve considerare proletario chi lavora al terminale di un computer: «Mi sembra addirittura più solo del vecchio minatore che, se non altro, era in compagnia


2010_05_19