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L’arte di governare richiede più carattere che intelligenza. T.E. Lawrence

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QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 21 APRILE 2010

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

La conta interna acuisce il dissidio tra i due “cofondatori”: non solo i fedelissimi del premier bocciano la componente finiana

L’eresia di Fini: vuole un partito In 53 firmano il suo appello per l’autonomia nel Pdl e Alemanno e altri 73 ex-An fanno un controdocumento. Ma Berlusconi può rinunciare alla sua gestione padronale? NIENTE CORRENTI

di Errico Novi

Ma il Cavaliere non può cambiare

ROMA. Tra documenti e controdocumenti, è stata la giornata della conta: 53 con Fini, 74 contro.Tra gli ex-An, naturalmente. Perché tra gli ex-Forza Italia, Fini ha perso senza neanche giocare: i fedelissimi di Berlusconi non accettano nemmeno l’idea che possa esistere una corrente finiana dentro il Pdl. Più che un’anomalia, sarebbe un’eresia.

di Giancristiano Desiderio arafrasando Gaetano Salvemini si potrebbe dire che la libertà del Pdl è il diritto di Fini di dissentire. C’è da chiedersi che partito sia quel partito che esprime solo consenso per il suo leader e non tollera alcun dissenso. Ma la domanda sarebbe strana perché già si conosce la risposta: è il Pdl. È curioso, infatti, che ieri Fini organizzando il dissenso politico interno al Pdl si sia rivolto indirettamente a Silvio Berlusconi dicendo: «Spero che Berlusconi accetti che esista un dissenso». L’esistenza del dissenso non può dipendere dalla tolleranza del capo perché è l’esistenza del capo che dipende dall’esistenza del dissenso. Purtroppo, siamo arrivati a questo. segue a pagina 2

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a pagina 2

L’approfondimento. L’operazione di potere all’origine dello scontro

Carlo Ripa di Meana e il caos vulcanico nei cieli

«La scienza è finita nella cenere» di Francesco Lo Dico

L’opinione di Stefano Folli

«L’illusione del dissenso»

Così Tremonti e Bossi prendono le banche del Nord

«I tempi sono sbagliati: la Lega è troppo forte» Francesco Capozza • pagina 5

Dopo Unicredit, adesso tocca a IntesaSanpaolo passare al vaglio del gradimento del Carroccio. Ma c’è già chi è pronto a salire sul carro del vincitore

I colonnelli non mediano più: «Il Pdl non si discute»

Giancarlo Galli • pagina 4

Riccardo Paradisi • pagina 3

In campo gli “anti-finiani”

Quanti pontieri per un giorno

ROMA. «C’è un discrimine basilare che condiziona il ragionamento sul principio di precauzione adottato dalle compagnie aeree: il fattore tempo». Carlo Ripa di Meana, parla di paura e di vulcani, concludendo che la scienza è finita nella cenere. a pagina 10

L’avvicendamento era previsto e spinge alla separazione tra auto e finanza

Ora John si traduce davvero Gianni Montezemolo lascia la presidenza Fiat. Al vertice arriva Elkann di Alessandro D’Amato

ROMA. Alla Fiat è rivoluzione annunciata: Luca Cordero di Montezemolo lascia la presidenza: al suo posto arriva John Elkann, erede designato, a suo tempo, da Gianni Agnelli, che guida anche l’accomandita, la cassaforte del gruppo. Montezemolo invece resta alla Ferrari: «Sono contento, sereno e sollevato».

È finito il tempo del «traghettatore»

Lo storico Valerio Castronovo

Così la famiglia torna sul trono

«Il futuro è scritto E porta negli Usa»

di Gabriella Mecucci

di Pierre Chiartano

aronte-Montezemolo ha terminato il suo compito: il traghettamento, durato quasi sei anni, è compiuto. La crisi più dura della Fiat è ormai alle spalle, anche se ancora la strategia per il futuro non è definita.

alerio Castronovo, uno tra i massimi storici della Fiat, segnala il «ritorno nei binari della tradizione» della casa di Torino e soprattutto della Famiglia; «che ora ha un solo destino, aprirsi agli Usa».

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I QUADERNI)

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• ANNO XV •

NUMERO

75 •

WWW.LIBERAL.IT

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IN REDAZIONE ALLE ORE

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19.30


pagina 2 • 21 aprile 2010

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Separazioni. Tra appelli e controappelli, la “conta interna” al Popolo della libertà non risolve il dissidio tra i due cofondatori

Il Pdl stacca la corrente

I fedelissimi di Berlusconi rispondono no alla richiesta di Fini: un partito a «gestione padronale» non consente spazi di dissenso organizzato di Errico Novi

ROMA. Tanto è forte il senso di sfida che, per la prima volta dall’inizio della legislatura, Gianfranco Fini dice veramente qualcosa di destra: «Se non si ha il coraggio delle proprie idee vuol dire che o quelle idee non valgono niente o non vale niente lui». Frase di Ezra Pound. L’ex leader di An non vuole resuscitare la mistica neofascista. È il fuoco dell’azione temeraria a suggerirgli il riferimento. Perché una cosa è chara, in questo convulso D-day della sua corrente: nel Pdl è come se qualcuno avesse tirato una grossa bestemmia. E il clima generale – persino tra i fedelissimi di Gianfranco – è di preoccupata attesa per l’imminente, e inevitabile, scarica di fulmini. Dalla riunione con i “suoi” il presidente della Camera esce con oltre 50 firme in calce a un documento di solidarietà. Testo che domani farà da supporto al discorso di Fini davanti alla direzione nazionale: dopodiché arriverà la controrelazione di Silvio Berlusconi. E quella, secondo molti ex forzisti ed ex aennini fedeli al Cavaliere, sarà una scomunica.

Eppure il cofondatore si è limitato ad augurarsi che il premier «accetti l’esistenza di un dibattito interno». E a precisare: «Chi ha parlato in questi giorni di scissione pensa che io voglia andarmene. E invece non ho nessuna intenzione di togliere il disturbo, né di stare zitto». Nient’altro che una richiesta di confronto aperto.Tanto che persino i 75 ex aennini capeggiati dagli ex colonnelli Gasparri, La Russa, Alemanno e Matteoli riconoscono «l’esistenza di problemi politici e organizzativi», anche di quelli ricordati nelle «osservazioni del presidente della Camera Gianfranco Fini, che devono essere oggetto di corretta valutazione». Formalmente insomma gli ex An che non si riconoscono nel vecchio capo possono parlare di eresia. Certo, c’è una novità: il confronto richiesto dal cofondatore non è più quello delle conversazioni riservate nell’ufficio di Montecitorio, sotto la discreta e rassicurante vigilanza di Gianni Letta. Ora l’interlocutore si è fatto corrente. Magari piccola. Magari incapace di andare oltre la cinquantina di adesioni raccolte nella riunione alla sala Tatarella. Ma pur sempre corrente. E tanto basta per suscitare forti perplessità tra i berlusconiani.

Tutti i limiti di un partito di plastica

Ecco che cosa dice il documento dei finiani

Ma il Cavaliere non può «Nessuna scissione, cambiare abitudini solo dibattito interno» di Giancristiano Desiderio segue dalla prima Ossia: abbiamo un partito carismatico che si dice liberale ma non ha l’abc del liberalismo. Quale potrà essere, dunque, il destino della minoranza in un partito che vuole essere solo e soltanto maggioranza? Gianfranco Fini ieri ha fatto il suo piccolo strappo. Ma che fatica. La paura che tutti avevano era quella di sventare il pericolo che ritengono mortale: la scissione. Sembra quasi che la nascita di una minoranza interna non sia il frutto di un disegno o di una volontà, bensì di una non prevista eterogenesi di Fini. Il presidente della Camera nel suo controcanto si è spinto troppo in là e non poteva fare ritorno alla casella di partenza senza perdere faccia e credibilità. La rottura è sembrata davvero concretizzarsi e sono stati gli stessi finiani a ripiegare sulla scelta del dissenso interno pensato come male minore. Tuttavia, è proprio questo il punto delicato: il dissenso politico è il sale stesso di un partito - è il partito - che in questo caso ha due grandi problemi. Il primo: non nasce da una convinzione, ma da una delusione. Se Berlusconi avesse detto sì alle richieste del co-fondatore adesso non si parlerebbe di nessuna minoranza, di alcun dissenso e nessuno avrebbe posto la questione, come se militare in un partito in cui non c’è un minimo di confronto e democrazia interna fosse la cosa più normale di questo mondo.

Il secondo problema riguarda naturalmente lui, Berlusconi. Se la cosa non gli andava bene ieri e non gli va bene oggi perché gli dovrebbe andare bene domani? Su questo punto Fini non può farsi illusioni e il fatto che i suoi amici e colonnelli della ex Alleanza nazionale stiano con Berlusconi gli dovrebbe facilmente far intuire che il capo del governo farà di tutto per uccidere sul nascere il tentativo di trasformare il suo partito carismatico in un partito normale o istituzionale. Quella di Fini è in pratica una eresia e Fini è un eretico. L’eresia è la fine del dogma. Berlusconi non potrà accettarlo e se giovedì lo accetterà lo farà solo per cambiare idea venerdì. Perché Berlusconi non ha costruito un partito ma il “suo” partito sulla sua persona e su alcuni maggiordomi che lo devono servire e assecondare nella sua idea plebiscitaria della democrazia e patrimoniale del partito. L’eresia di Fini è una bestemmia e Berlusconi le scaglierà contro l’anatema del tradimento.

di Marco Palombi

ROMA. Gli “Amici di Gianfranco”sono poco più di una cinquantina. Questo si apprende guardando il numero delle firme dei parlamentari ex An sotto il documento di sostegno al presidente della Camera diffuso ieri dopo la riunione dei finiani di ogni credo nella sala Tatarella di Montecitorio.“Amici di Gianfranco”perché, come hanno spiegato i partecipanti all’incontro, non si tratta di una corrente, non nasce per far “impazzire” Berlusconi, né per lavorare contro i piani del Cavaliere su giustizia e riforme, né – tantomeno – per sostenere le tesi del capo su laicità e cittadinanza agli immigrati. È, dunque, solo un’associazione di amici di Fini, visto che se si fosse andati avanti con un vero progetto politico, le firme non sarebbero state neanche la metà. A parte l’universo ex An – che comunque ieri ha diffuso pure un documento elaborato dagli ex colonnelli con 75 sostenitori – va segnalato che la penetrazione delle istanze finiane all’interno degli ex Forza Italia è praticamente inesistente: gli unici due ex azzurri a sostenere il presidente della Camere sono Benedetto Della Vedova e l’ex ministro dell’Interno Beppe Pisanu.

Questo il documento elaborato dai finiani: «In merito alle polemiche che l’incontro tra Fini e Berlusconi ha suscitato nei media e nell’opinione pubblica riteniamo necessario esprimere solidarietà a Gianfranco Fini contro il quale sono stati espressi giudizi ingenerosi con toni a volte astiosi. Per parte nostra riteniamo che le questioni poste da Fini meritino un approfondimento e una discussione attenta nelle competenti sedi di partito. Nel corso della direzione di giovedì prossimo – scrivono gli amici di Gianfranco - sarà lo stesso presidente della Camera a chiarire le sue proposte. (...) La prospettiva di una escalation e anche il solo parlare di scissioni ed elezioni anticipate risultano incomprensibili per noi e per l’opinione pubblica che invece si aspetta una fase più incisiva dell’azione del nostro governo. Bisogna quindi riportare il confronto su un piano costruttivo, isolando quanti più o meno consapevolmente stanno in queste ore lavorando per destabilizzare il rapporto tra i cofondatori del Pdl». La mina però è già pronta. Se bisogna fare politica democraticamente - scrivono Gasparri, La Russa, Alemanno e gli altri - allora sia: al prossimo congresso via le quote fisse tra ex An ed ex Forza Italia. E a quel punto gli“Amici di Gianfranco” sarebbero davvero, come sostiene Berlusconi,“quattro gatti”.

Tra quelli della prima ora come Enrico La Loggia, secondo il quale «non è realistico» pensare che nel Pdl possa instaurarsi la logica delle correnti. «Considerato il tipo di struttura che abbiamo, una corrente organizzata sarebbe un contraddizione in terminis», dice il vicecapogruppo di Montecitorio, «ci sono sempre state opinioni diverse, sollecitate per ravvivare la discussione. Ma non è mai esistito nulla del genere». Perché? Semplice: il meccanismo è troppo collaudato per pensare di alterarlo. Continua il parlamentare ex forzista: «Il nostro è un partito carismatico e non solo: ha un carattere misto, prevede che la discussione si svolga negli organismi dirigenti dove poi si vota. Ma una corrente non la vedo proprio». Anche più severo un berlusconiano filoleghista come Aldo Brancher, uno considerato persino più essenziale di Giulio Tremonti come ambasciatore presso il Senatùr: «Pensare che nel Pdl possa funzionare il meccanismo delle componenti organizzate è molto difficile». Segue previsione funesta: «Se davvero lavorano a una cosa del genere, si arriverà inevitabilmente ad accelerare il chiarimento». Che secondo la prospettiva dell’asse del Nord vuol dire eliminare l’anomalia.

Poco dopo la conclusione dell’incontro dei finiani, a Palazzo Grazioli Berlusconi riunisce il vertice del Carroccio e alcuni suoi fedelissimi, compreso Maurizio Gasparri. Non è un summit di guerra, assicura Brancher: «La riunione era in programma da giorni, l’aveva chiesta Bossi per discutere degli assessorati all’Agricoltura in Piemonte, Lombardia e Veneto, come da accordi stipulati con l’investitura di Galan». D’altronde è stato già detto tutto, sostiene il deputato: «Non ci sono novità rispetto alle questioni sulle quali il presidente Berlusconi si era già espresso», secondo Brancher, «e cioè il rapporto con la Lega e le riforme istituzionali concepite in base a un certo schema. Su questo il premier è stato chiaro: Bossi è il miglior alleato possibile». E allora? Non ci può essere spazio per un contrappunto giacché, continua il parlamentare, «ci sono un sacco di cose da fare, di problemi concreti che il governo deve risolvere. Non si tratta di mettere Fini nell’angolo ma di consentire al governo di affrontare le questioni vere». E l’argomento del prag-


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Settantaquattro “antifiniani” in campo per difendere Berlusconi

Il ponte è rimasto in piedi un giorno solo Gli ex colonnelli di An firmano in tutta fretta un controdocumento: «No, il Pdl non si discute» di Riccardo Paradisi olti di loro – dei settantacinque che hanno firmato il documento anti-Fini – erano i pontieri, i mediatori ufficiali del Pdl: il sindaco di Roma Gianni Alemanno, il ministro della Gioventù Giorgia Meloni, il ministro alle Infrastrutture Altero Matteoli, per citare i più esposti, quelli del né contro Fini né contro Berlusconi, quelli del «si deve discutere ma per arrivare a una sintesi». Oggi i mediatori hanno dovuto trarre il dado, accettare e sottoscrivere la logica del ”con me o contro di me”che percorre il Pdl mentre s’apparecchia la riunione dei “congiurati”finiani. Il documento che firmano sottolinea le nette affermazioni elettorali del PdL alle politiche del 2008 e nelle successive tornate elettorali, con risultati che rappresentano «un chiaro giudizio positivo sul governo guidato da Silvio Berlusconi». Risultati che dimostrano come il Pdl sia un approdo definitivo, ”una scelta irreversibile”. Certo, occorre garantire il massimo della democrazia interna e il rispetto di tutte le posizioni – concedono i 75 – affidando però le decisioni finali agli organi di volta in volta competenti. Netto invece il giudizio dei 75 sull’immigrazione clandestina contro le aperture finiane sulla cittadinanza: «Non deve essere trascurato il disagio dei cittadini a fronte dei guasti provocati dall’immigrazione clandestina».

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Berlusconi e Fini restano ai ferri corti. Anche gli ex-An ieri si sono divisi: La Russa, Giorgia Meloni e Alemanno con il premier; Fabio Granata con il presidente della Camera matismo è di certo quello preferito anche dai leghisti. Ma pur sempre di rimozione si tratta: nel caso dei berlusconiani ortodossi, il nodo della componente finiana va sciolto perché non è nella natura del partito. Secondo la visione nordista, perché è un inutile impaccio che fa perdere tempo. Nella maggioranza del Pdl insomma non si ritiene accettabile una proiezione della dialettica così accentuata da materializzarsi in corrente. Dal D-day finiano però si capisce una cosa: che anche nell’area, per ora maggioritaria, degli ex An non disposti a morire per Fini (e assenti alla riunione della sala Tatarella) il confronto è necessario: con la precisazione di «voler stare nel Pdl» e di difendere «l’irreversibilità» del partitone unico. Ma senza un disconoscimento assoluto rispetto alle ragioni del cofondatore. Ed è forse questo l’elemento che complica notevolmente i piani di Silvio Berlusconi in vista della direzione di domani.

Si potrebbe ricordare, al presidente del Consiglio, il precedente di Sidney Sonnino, che nel 1906 riuscì imprevedibilmente a mettersi alla testa di un Esecutivo anti-giolittiano, capace di comprendere un esponente della destra laica come lui insieme persino a rappresentanti del Partito socialista. Nonostante il sostegno leghista dunque la risoluzione del dis-

senso non è cosa semplice. Certo, vanno considerate le molte tensioni esplose tra gli stessi sostenitori di Fini: Amedeo Labocetta contesta «l’atteggiamento incendiario di chi ha evocato lo spettro della scissione», e prima di dare per scontato uno suo sostegno a un’eventuale mozione Fini dice di voler sentire «i discorsi dei due fondatori». Ma Flavia Perina e Fabio Granata non esitano a dire che «si è aperta una fase nuova» e il Pdl «non sarà più quello di prima». Diversamente da Labocetta considerano la firma in calce al documento pro-Fini «una delega in bianco a Gianfranco perché chieda alla direzione nazionale di ridiscutere la linea del Pdl». E già questa è una frase eretica, perché di ridiscutere la linea, dalle parti di Berlusconi, non si era mai parlato. Infine il vicepresidente dell’Antimafia e la direttrice del Secolo considerano «non ancora esclusa» l’ipotesi dei gruppi autonomi e in ogni caso non esitano a parlare di «uno schieramento ben individuato» che da ieri si è formato attorno al cofondatore. Basta? Non per Alessandra Mussolini, secondo cui «le idee non possono essere minoritarie» e che si dice «orgogliosa» di non essere stata all’incontro con Fini. Ma ieri la paura di schierarsi forse è stata per la prima volta affrontata a viso aperto.

parte». Svanisce quindi l’ipotesi di fare gruppi autonomi e si concretizza la nascita di una corrente di minoranza che vede in Fini il suo leader. Il rapporto all’interno della maggioranza, dice però Fini, va riequilibrato, perchè la Lega è ormai il “dominus” della coalizione.

Fini ha anche spiegato di «non aver mai parlato di scissioni o di voto anticipato: se qualcuno li evoca è perchè auspica che io me ne vada». A questo proposito, l’ex numero uno di An ha anche criticato «Chi in questi giorni ha cercato di interpretare il mio pensiero, andando da una parte all’altra in tv ad incendiare il dibattito». Una frecciata diretta agli incendiari interni che avrebbero esasperato i toni. Polemica raccolta e rilanciata da alcuni finiani che hanno auspicato che nella minoranza interna al Pdl non si creino figure simili agli ex colonnelli di An. Un attacco implicito alla visibilità assunta da Italo Bocchino come voce ufficiale e ufficiosa dell’ex leader di Alleanza nazionale. Roberto Menia, che poco prima della riunione in sala Tatarella ha avuto un violento alterco proprio con Bocchino, spiega: «Abbiamo detto a Fini che deve essere lui a guidarci in prima persona, basta con gli interpreti, basta ventriloqui. L’invito a Fini di non dare deleghe a nessuno per suo conto viene confermata anche da Angela Napoli: «Deve essere Fini il responsabile – sottolinea la deputata – non si devono creare ruoli simili a quello che gli ex colonnelli hanno avuto in An. Lui non ci ha dato una risposta su questo, parlerà giovedì nella direzione nazionale del Pdl». Amedeo La Boccetta è il più duro contro i fiammiferai finiani: adesso questi kamikaze se ne stiano in panchina. Imparino il senso della misura. Fini aveva mandato il valium a Feltri perché si desse una calmata sarebbe bene che una boccetta di Valium la spedisse anche a loro». Ma Italo Bocchino non rinuncia alla sua dichiarazione: «Noi vogliamo rappresentarci nel Pdl attraverso Fini. Gli altri, anche legittimamente, dicono che dopo essere entrati nel Pdl con Fini vogliono starci autonomamente rispetto a lui, stanno nel Pdl a prescindere da Fini. Ora spetta a Berlusconi decidere se minimizzare o affrontare, come noi chiediamo, il problema politico». Giovedì si capirà cosa segnerà il barometro dei prossimi mesi. Per ora i naviganti solcano acque agitate.

Fini chiede di aprire una fase nuova con un confronto nel partito: «Non penso a scissioni ma non ho intenzione di farmi da parte»

Oltre a quelle dei primi firmatari – il capo gruppo Pdl al Senato Maurizio Gasparri, i ministri Ignazio La Russa, Altero Matteoli, Giorgia Meloni e di Gianni Alemanno – seguono le firme degli altri. Tra loro gli ex finiani di ferro: Alfredo Mantica, Alfredo Mantovano, Riccardo De Corato, Riccardo Migliori, Domenico Nania, Fabio Rampelli. «Credo che in cuor loro siano d’accordo con me ma ufficialmente non vogliono che si sappia», dice Gianfranco Fini che sembra calare la carta del romanticismo in questa battaglia di minoranza interna al Pdl. Nella riunione di Montecitorio a porte chiuse con i suoi cita anche il poeta fascista Ezra Pound: «Chi non rischia qualcosa per le proprie idee o non vale niente lui o non valgono niente le sue idee». Eccole le idee di Fini: «Non ho intenzione di stare zitto nè di togliere il disturbo. Ora si apre una fase nuova con un confronto aperto nel partito, Non penso a scissioni o a elezioni e non cerco poltrone: ma non ho intenzione di farmi da


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l’approfondimento

Il retroscena. Che cosa c’è alla radice dello scontro di potere in atto nella maggioranza tra il fronte filo-leghista e i finiani

Così Bossi e Tremonti si prendono le banche

Dopo le polemiche per la gestione di Unicredit, adesso tocca a IntesaSanpaolo passare al vaglio del gradimento del ministro e del Carroccio. Ma c’è già chi è pronto a salire sul carro del vincitore. A Torino, per esempio... di Giancarlo Galli acendo un fracassante ingresso nelle delicate cristallerie dell’Alta Finanza, Umberto Bossi è già riuscito ad ottenere un risultato psicologicamente importante, e in notevole misura un jamais vu: far tremare i polsi e le poltrone di una casta di banchieri che si riteneva inamovibile, autoreferenziale. Che ciò, in prospettiva, possa risultare un bene per il Paese, da sempre condizionato dal comportamento dei banchieri, è tutto da dimostrare. Tuttavia, i fatti, piaccia o meno, parlano chiaro.

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Non s’era ancora spenta l’eco della categorica affermazione del leader del Carroccio a Montecitorio («Abbiamo i Comuni e le Province, è chiaro che anche le più grosse banche del Nord avranno uomini nostri ad ogni livello…»), che da Torino è arrivato un annuncio-choc: la Compagnia di San Paolo, primo azionista della superbanca IntesaSan Paolo, ha designato, dopo lungo e sofferto dibattito, l’ex ministro del Tesoro berlusconiano Domenico Siniscalco, a presidente

del Consiglio di gestione. In sostituzione di Enrico Salza. Se l’operazione andrà in porto (le nomine verranno ufficializzate all’assemblea del 30 aprile), potrebbe essere l’inizio di una “rivoluzione” ai piani alti del sistema bancario italiano che il ministro Giulio Tremonti, in totale sinergia col Carroccio, va da anni immaginando, e che dopo gli ultimi risultati elettorali sembra avere i “numeri” ed i mezzi per concretizzare.

Il mondo della finanza è un labirinto, in cui è facile perdersi. Confusione artificiosa ed interessata, dietro la quale si sviluppano, in complicità con la politica ed i potenti di turno, manovre di potere. Chi ha “in mano” le banche, influenza in maniera decisiva l’economia. Il torinese Salza (classe 1937), alle origini piccolo imprenditore di un’aziendina familiare dal nome bizzarro (“Lavaggi fiammiferi”), mosse i primi passi da liberale. A braccetto del coetaneo Valerio Zanone, assai vicino sia all’establishment degli Agnelli che alla massoneria piemon-

tese. Assurto a banchiere, fu folgorato dal “podismo”; quindi “incantato” dal bresciano Giovanni Bazoli che non faticò a convincerlo al matrimonio del secolo: la fusione fra Banca Intesa e san Paolo. In molti, sotto la Mole, storsero il naso, originando mai sopite polemiche sottotraccia sulla ripartizione delle poltrone. Il deus ex machina Bazoli, nonostante le perplessità della Banca d’Italia sin dalla stagione di Antonio Fazio (che aveva parecchi difetti, ma non era cieco), escogitò la formula della duplice cupola: Comitato di gestione e Consiglio di sorveglianza. Quindi, la galassia dei manager. Parità più formale che sostanziale, poiché in definitiva l’ultima parola è sempre spettata a Bazoli.

Con Bazoli, la Lega ritiene di avere “conti da regolare” da parecchi lustri, per reciproca e inguaribile allergia etica-ideologica-politica. In que-


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La doppia battaglia dentro la coalizione secondo l’editorialista del “Sole 24ore”

«Fini ha sbagliato i tempi Ora la Lega è troppo forte» Stefano Folli: «Non scommetto un euro sul fatto che Berlusconi accetti l’idea di trasformare il Pdl in un partito plurale» di Francesco Capozza

ROMA. «Poche settimane fa Fini ha accettato che nel gioco delle candidature la Lega fosse premiata secondo le intenzioni di Bossi, ponendo così le premesse per lo strapotere del Carroccio nel Nord». Questo il corollario della tesi di Stefano Folli, apparsa ieri su Il Sole24 Ore in merito allo strappo consumato da Gianfranco Fini nei confronti dell’«uomo del predellino». Ciò porta l’editorialista politico di punta del quotidiano confindustriale a ritenere che «tutto questo toglie credibilità, non tanto agli argomenti di Fini, che sono validi, quanto alla prospettiva politica da lui indicata, che resta confusa. Ed è qui la ragione per cui il presidente della Camera in questi giorni sta meditando bene le sue prossime mosse». Dottor Folli, se capisco bene lei ritiene che il presidente Fini abbia un’unica prospettiva se non vuole, oltretutto, fare una pessima figura di fronte ad un’opinione pubblica che, dati alla mano, lo apprezza di più del premier: rimanere nel Pdl ma fare sentire il peso suo e dei “suoi”. Quello che ho scritto non è una mia tesi ma piuttosto l’analisi dei fatti, alla luce dei quali direi che Fini si è messo nella condizione di poter fare una sola scelta: rimanere nel Pdl e cercare di far emergere le sue idee, quelle di una destra moderna e liberista, in antitesi alla Lega. Ci riuscirà? Chi può dirlo. Ma al momento è l’unica strada percorribile e francamente ipotesi diverse sarebbero state ben più pericolose. E se andasse via farebbe la «fine di Follini», per dirla con il presidente del Consiglio? Questi sono schemi politici e le battute lasciano il tempo che trovano. Comunque una cosa è certa: le scissioni si fanno quando una minoranza è convinta non solo di poter essere autonoma, ma per di più di superare la maggioranza. Così fu nel 1921 quando nacque il Pci dalla scissione con il Partito socialista. Una scissione poteva essere ipotizzabile se la maggioranza fosse uscita dalle elezioni regionali con le ossa rotte, come probabilmente sperava Fini. Invece è stato il contrario, ha vinto l’asse Lega-Berlusconi e Fini è rimasto spiazzato. Adesso uscire sarebbe un errore tecnico e tattico. A suo avviso è realistico che il Pdl diventi un partito vero, fatto di correnti ma soprattutto di democrazia interna? Non saprei. Questo è l’unico obiettivo su cui può puntare Fini, ma ha contro di sè un partito che ha fatto della trasfigurazione nella figura del capo la carta vincente. Se dovessi puntare dei soldi sulla vittoria di Fini in tel senso...beh, non so se sarebbe un bell’investimento.

Secondo l’ex direttore dell’Ansa, Pierluigi Magnaschi, «l’abilissimo Fini è finito in un cul de sac». È d’accordo con questa visione delle cose? Non ho letto l’intervento di Magnaschi. Mi limito a dire che è possibile che il presidente della Camera si stia giocando tutto in una partita per lui assai più delicata che per Berlusconi che ha sempre nel cassetto il fantasma delle elezioni anticipate. D’altra parte, ribadisco, per Fini le cose potevano andare diversamente se Berlusconi fosse stato indebolito dal recente passaggio elettorale. Di contro decidere di fare un gruppo autonomo sarebbe stato un gesto suicida perchè un conto è firmare un documento - e lì ecco accorrere decine di parlamentari ben altro passo è lasciare un partito

c’è chi, diciamo,“tiene famiglia”. D’accordo che 25 deputati e 14 senatori sono sufficienti per «far ballare» Berlusconi su ogni provvedimento, ma è pur vero che se snoccioliamo i nomi dei finiani, a parte Bocchino, la vera cassa di voti dell’ex An è fa quadrato attorno a Berlusconi. Non è come se Fini avesse nel suo arco solo frecce spuntate? Ripeto, il Pdl è di Berlusconi e l’unica vera cassa di voti ce l’ha lui: laddove ci mette la faccia lui il Pdl vince. Nel suo “Punto” di ieri lei scrive che «né il grosso del Pd, escluso appunto D’Alema, né l’Udc hanno acceso qualche luce». Che motivazione si è dato? Diciamolo francamente: il Pd non sa che pesci prendere, e per di più ha una

«Una cosa è certa: le scissioni si fanno quando una minoranza è convinta di poter essere autonoma e di poter superare la maggioranza» senza una certezza per il futuro. Quindi tornerà tutto come prima? Una tregua armata, poi settimane di silenzi alternati a qualche frecciatina e infine una spigola mandata di traverso? Ma questo fa parte della dialettica politica! Direi l’unica cosa nel Pdl che mi ricorda un partito vero. Certo, è difficile immaginare di nuovo Berlusconi e Fini sotto lo stesso ombrello in piazza San Giovanni. Più facile vederci Umberto Bossi. Ieri, dicevamo, Fini ha convocato i “suoi” alla Camera mettendo formalmente mano al pallottoliere che, stando alle indiscrezioni, si sarebbe fermato a 25 deputati e 14 senatori. A dispetto dei numeri, comunque significativi, non le pare che in un anno e mezzo Fini si sia perso per strada due terzi di Alleanza nazionale? Questo è indubbio, ma il motivo è presto spiegato: il Pdl è di Berlusconi e siccome non mi pare che ci sia in vista il cambiamento delle legge elettorale,

paura blu delle elezioni anticipate. Elezioni che tra l’altro, a mio avviso, Berlusconi farà in modo di ottenere prima della scadenza naturale della legislatura, un po’ per ipotecarsi il Quirinale, un po’ per togliersi dai piedi un po’ di personaggi scomodi nel partito. In tutto questo il Pd gioca un ruolo marginale facendomi venire in mente quella frase che Churcill pronunziò davanti ai comuni: «potevate scegliere tra la guerra e il disonore. Avete scelto il disonore e ora vi prendete anche la guerra». Per i democratici è la stessa cosa piuttosto di andare ad elezioni sarebbero pronti a tutto. Ma si prenderanno anche le elezioni anticipate. E l’Udc? Anche l’Udc deve capire bene cosa fare. In tal senso è significativo lo studio di D’Alimonte pubblicato ieri sul Sole. Tutto sommato però, Casini ha fatto bene a non esporsi in questa querelle tutta interna al Pdl: se avesse fatto un passo verso Fini avrebbe fatto senz’altro quello sbagliato.

sto, in sintonia con Berlusconi, che tuttavia, in occasione del fallimento della vecchia Alitalia, riuscì a convincere Corrado Passera, braccio destro di Bazoli, a sponsorizzare il rilancio della Compagnia in veste privatizzata. Bazoli, comunque, se è pur sempre il “gatto nero” della Lega («È l’ultimo dei moicani di Prodi, il cattolico integralista e sinistrorso», lo definiscono in via Bellerio a Milano, al quartier generale del Carroccio), è guardato con l’acrimonioso rispetto che si riserva all’Intoccabile. Il perché sia, al momento, intoccabile, è questione che andrebbe analizzata, sviscerata, sapendo quanto stia “sulle croste” a tantissimi, a cominciare da Berlusconi e Tremonti; e pure al circuito di Comunione e Liberazione, specie dopo la conquista del comune di Brescia da parte del centrodestra. Comunque, restando ai fatti, il siluro ad Enrico Salza ha rappresentato un segnale forte all’indirizzo di Bazoli imperatore. E Roberto Cota, neogovernatore non ha perso tempo, infischiandosi delle inevitabili polemiche, delle ricadute. Evidentemente, Bossi gli ha chiesto di lanciare un segnale, dimostrare che la Lega è ben decisa ad “entrare in banca”; e lui, da bravo colonnello leghista ha eseguito.

Oltre i personalismi e gli intrighi di palazzo, s’impongono altre considerazioni. Chiamando Domenico Siniscalco a sostituire Enrico Salza, e se risponde a verità (difficile dubitarne) che il ricambio è stato voluto dal binomio Tremonti-Lega, bisogna prendere atto: la Lega è riuscita (smentendo la faciloneria di troppi osservatori incapaci di calarsi nelle realtà del territorio, nel mutamento delle opinioni), ad attrarre nella propria orbita nuovi spicchi di classi dirigenti. Il che ha da far riflettere. Va da sé che, nella galassia bancaria, esista una seconda scuola di pensiero: l’Accademia del gattopardo. Traduzione: poiché la Lega+Tremonti si presenta come il cavallo vincente, perché non salire sul carro? Qui a Milano, corrono voci di auto blu che scaricano “doppiopetto” in via Bellerio. Liste d’attesa per un colloquio col Senatore (Bossi), non disdegnando Giancarlo Giorgetti, “il tessitore”. Già il “Gianca”. Chi è l’uomo che “può fare e disfare” un banchiere? Quarantacinque anni, varesotto di Cazzago Brabbia, in apparenza timido. Divenne leghista quando frequentava la Bocconi. Deputato a trent’anni, il suo hobby sono i bilanci aziendali. Ora è presidente della commissione Bilancio Tesoro Programmazione della Camera. Non chiedergli dichiarazioni, interviste. Lui ha già metabolizzato lo stile degli gnomi, per i quali il silenzio è d’oro. A far baccano ci pensa “padron” Bossi, mentre la regia è di Giulio Tremonti, sempre più in auge ed ormai ascoltato e riverito, anche perché (ricordate?) «i banchieri sono governativi per definizione». E adesso, con l’ambizioso cavallo Gianfranco Fini in rottura, per Tremonti si spalanca la prospettiva di capo del governo, appena il Cavalier Berlusconi sarà riuscito a scalare il Quirinale. Quindi l’assalto della Lega ai santuari bancari, va letto in questa chiave: un progetto di conquista del potere a 360 gradi, imperniato sul controllo politico delle banche.


economia

pagina 6 • 21 aprile 2010

Capitalismo. Cambio al vertice del Lingotto, come previsto, aspettando la separazione tra attività finanziarie e produzione

Ecco John (senza auto?) Montezemolo lascia: arriva Elkan, il prediletto dell’Avvocato, è il nuovo leader dell’impero di Alessandro D’Amato

ROMA. Un cambio della guardia per crescere. Questo, nei piani della Fiat, il motivo dell’avvicendamento annunciato più volte e ieri diventato improvvisamente operativo, con Luca Cordero di Montezemolo che lascia la carica di presidente, e John “Jaki” Elkann che sale sul gradino più alto del Lingotto. In nome della consonanza di obiettivo con l’amministratore delegato Sergio Marchionne, con il quale punta all’internazionalizzazione dell’azienda e condivide l’attitudine a ragionare su scenari globali. E anche, forse, ad affrontare quello scorporo del settore auto che sembra ormai stabilmente nei piani del management.

Montezemolo lascia dopo sette anni di presidenza, anche se manterrà la carica di consigliere e la presidenza della Ferrari. Elkann - presto alla guida anche dell’accomandita della famiglia Agnelli - è stato nominato vice presidente di Fiat Group nel 2004, società di cui ha ricoperto la carica di consigliere dal dicembre 1997. Nel Consiglio di amministra-

La Famiglia non aveva più bisogno di un “reggente”

Così gli Agnelli tornano sul trono di Gabriella Mecucci aronte-Montezemolo ha terminato il suo compito: il traghettamento, durato quasi sei anni, è compiuto. La crisi più dura della Fiat è ormai alle spalle, anche se ancora la strategia per il futuro non è definita. L’arrivo di John Elkann alla presidenza del gruppo torinese e a quella dell’accomandita di famiglia (succederà a Gabetti) segna un ritorno in piena regola alla tradizione. In Fiat – come ha spiegato Giancarlo Galli nel suo libro sugli Agnelli – c’è sempre stata una diarchia: un re e un primo ministro. Fu così quando il capo indiscusso era il fondatore, quel senatore Giovanni Agnelli, che ebbe sempre accanto a sè uno straordinario manager come Vittorio Valletta. Erano quelli anni straordinari, in cui il colosso italiano dell’automobile arrivò a piazzarsi al quinto posto a livello mondiale.

C

Poi toccò a Gianni, l’erede al trono designato dal nonno, che scelse come“compagno di viaggio”Cesare Romiti. Un bilancio contraddittorio quello del binomio Agnelli-Romiti. L’avvocato una volta disse: «Quelli di mio nonno furono anni eroici, a me è toccato tirare avanti la baracca». Affascinante, dominatore del jet set internazionale, inventore di uno stile tutto suo, gran comunicatore, non sempre però riuscì a far quadrare al meglio i conti dell’azienda. Quando scomparve, nel 2003, lasciò la Fiat in gravi difficoltà: la crisi era già pesantissima. Morto Umberto, per la prima volta, diventò presidente un uomo che non proveniva dal-

la famiglia: Luca Cordero di Montezemolo, affiancato da Sergio Marchionne nel ruolo di amministratore delegato. Gli Agnelli erano allora molto divisi al loro interno: più tardi si sarebbero evidenziati i pesanti scontri fra Margherita, la madre, i figli e alcuni vecchi amici di famiglia.

Il candidato re - per volontà di Gianni - rimaneva però pur sempre John Elkann. Ma nel 2004 era troppo giovane per prendere il timone di una nave che si trovava fra alti marosi. La famiglia decise di soprassedere e di farlo solo vicepresidente, ritardando così l’applicazione della volontà dell’avvocato. Oggi le cose vanno meglio: anche la rissa intestina scatenata da Margherita Agnelli sembra essere rientrata, o meglio: è stata chiusa dalla magistratura. Il nuovo monarca, quindi, può insediarsi. Un re c’è, ma per quale regno? Ancora non si intravedono tutti i contorni del progetto. La coppia Elkann-Marchionne due punti però sembra averli già fissati. Il primo prevede una Fiat sempre meno italiana: l’abbandono di Termini Imerese la dice lunga. La seconda direzione riguarda la costruzione di un gruppo sempre meno dipendente dall’auto. Per il resto si vedrà. Elkann è in sella e oggi ne sapremo di più sul bilancio del gruppo, sui risultati della partnership con la Chrysler. Certamente il periodo più nero è alle spalle. Adesso tocca a quel trentenne con la faccia da ragazzo «tirare avanti la baracca». Il reggente si è dimesso, la famiglia si è riappropriata del trono e il primo ministro è della miglior risma. Tutto secondo la migliore tradizione Fiat.

zione di Fiat Group rappresenta l’azionista Exor, di cui ricopre la carica di presidente. Con questo incarico, con la nuova presidenza Fiat e la nomina in arrivo dell’accomandita di famiglia, Elkann assumerà le 3 maggiori cariche di tutta la ’galassia’ Agnelli. Nato a New York nel 1976, ha conse-

L’uscita di Montezemolo era nell’aria fin da quando hanno cominciato a diffondersi le prime ipotesi di scorporo del settore auto dal resto del gruppo. In una Fiat senza auto, lo stesso ruolo della famiglia sembra destinato a modificarsi, e una figura di garanzia come quella di Montezemolo sarebbe comun-

Per varare il nuovo assetto non c’era più bisogno di aspettare l’entrata in vigore del piano strategico studiato per la Chrysler: tutti pensano ormai che la grande crisi sia alle spalle guito la maturità scientifica al Liceo Victor Duruy di Parigi e la laurea in ingegneria gestionale al Politecnico di Torino. Durante il periodo universitario ha maturato esperienze di lavoro in numerose società del gruppo Fiat: in Gran Bretagna e in Polonia (nell’area produzione) e in Francia (vendite e marketing). Ha iniziato la sua carriera professionale nel 2001 presso la General Electric come membro del Corporate Audit Staff con incarichi in Asia, Stati Uniti e in Europa. È presidente di Itedi e della Editrice La Stampa, e membro del Consiglio di amministrazione di Rcs Mediagroup, Le Monde, The Economist Group e Banca Leonardo. Fa anche parte del Comitato di presidenza di Confindustria ed è consigliere della Fondazione Italia-Cina. È inoltre vice presidente dell’Italian Aspen Institute e della Fondazione Giovanni Agnelli. È stato scelto per la presidenza dall’Avvocato, dopo la morte di Giovanni Alberto, figlio di Umberto.

que stata messa in discussione. Assumendo la carica a 33 anni, John Elkann diventa il più giovane presidente nella storia del Lingotto, record che peserà ancora di più tra venti giorni, quando Elkann sarà chiamato anche a guidare l’accomandita della famiglia Agnelli. Lo spin off, invece, del quale si discuterà oggi nell’Investor Day, dovrebbe essere programmato per l’estate. Anche perché le condizioni ci sono già tutte prima che il piano strategico FiatChrysler vada a regime nel 2014: il Lingotto e la sua controllata americana già oggi sono molto oltre la soglia di 4 milioni di vetture prodotte all’anno con previsione di andare presto sopra i 6 milioni. Ecco quindi che si immaginano due grandi Fiat, la prima sotto la guida di Marchionne e la seconda con l’egida di Elkann e la benedizione della famiglia. D’altronde, la Fiat che Luca Cordero di Montezemolo si appresta a lasciare è un’azienda con una nuova vocazione internazionale che nei prossimi an-


economia renza stampa di ieri. «Oggi Fiat è un’azienda sana e competitiva. È cresciuta a tutti i livelli e in tutti i settori, grazie al lavoro di Marchionne e di tutti gli uomini e le donne che lavorano in Fiat. Il piano strategico che sarà portato domani all’attenzione del Cda apre una pagina nuova per l’azienda. È un piano estremamente ambizioso e importante, decisivo per il futuro di Fiat e che approvo», ha poi aggiunto l’ex presidente. Il cui addio è stato salutato dal ministro per lo Sviluppo Economico Claudio Scajola – «Gli dobbiamo una profonda riconoscenza» – il quale poi ha fatto anche gli auguri ad Elkann: «Sono sicuro che saprà assicurare la centralità dell’Italia nella gestione della Fiat». Ancora Montezemolo ha spiegato che «da domani (oggi, ndr) cominciano cinque anni diversi a tutti gli effetti», e che adesso si occuperà della Ferrari a tempo pieno. Soprattutto, sollecitato in tale senso da una curiosità generalizzata, Luca Cordero ha annunciato che non ha intenzione di scendere in politica, ma che è consapevole che adesso potrà «esprimere più liberamente le sue opinioni» sull’attualità.

no potrebbe vederla protagonista su inediti mercati, come quello americano. Nel 2009, il Gruppo Fiat ha avuto un fatturato di 50,1 miliardi di euro, con un utile della gestione ordinaria di 1,1 miliardi, che tuttavia diventano una perdita di esercizio di 848 milioni. L’indebitamento netto industriale era pari a 4,4 miliardi di euro, con una liquidità di 12,4 miliardi. Nove settori operativi gestiscono 21 bran, presenti in 190 paesi. In totale i dipendenti sono 190 mila (il 42% in Italia.

«Lascio perché è finito il mio ruolo di traghettatore», ha detto Montezemolo nella confeJohn Elkann ha preso il posto di Luca Cordero, sulle tracce del nonno Gianni Agnelli

«Avrei voluto che ci fosse qui mio nonno», ha invece detto Elkann nella conferenza stampa. «Sono riconoscente alla famiglia per la fiducia», ha poi aggiunto, precisando che nel gruppo non ci saranno vicepresidenti, che non è prevista l’entrata di Marchionne nell’accomandita di famiglia («La tendenza è avere più rappresentanti nostri») e dicendo anche di non voler parlare della Juventus, un argomento “difficile” dopo gli attacchi di Luciano Moggi, che l’ha definito «l’Innominato dei Promessi sposi» per il suo atteggiamento nel processo sportivo a lui e alla società. Anche quello dei bianconeri che non vincono è un problema da risolvere. Presto. Durante la giornata, il titolo ha continuato a crescere in Borsa, arrivando a guadagnare anche il 9% a Piazza Affari: la fiducia intorno al nuovo presidente, da parte del mondo della finanza, pare essere forte. E questo non può che costituire un’ottima base di partenza per il lungo cammino che attende il Lingotto. Un percorso che sarà, nel bene o nel male, indissolubilmente legato all’uomo che l’Avvocato ha scelto come suo sostituto. Un traghettatore per i mari, un capitano per gli oceani. La famiglia Agnelli spera di aver trovato quello giusto. Le rotte che prenderà ce lo diranno presto.

21 aprile 2010 • pagina 7

Un esempio per risollevare anche le migliaia di piccole imprese italiane

«Il futuro è già scritto e porta in America»

Parla lo storico Valerio Castronovo: «La linea di continuità c’è. Dagli Usa va assorbito un modello di cultura, etica e business» di Pierre Chiartano

ROMA. Luca Cordero di Montezemolo passa la mano a John Elkann. Si chiude una fase transitoria per la grande azienda automobilistica italiana o, come l’ha definita lo stesso Montezemolo, «di traghettamento» dalla crisi a una nuova realtà industriale. Abbiamo chiesto a uno storico dell’industria nazionale, il professor Valerio Castronovo, cosa significa questo passaggio per l’azienda di Torino e per il nostro Paese. «È perfettamente nella linea di continuità. Si tratta di un passaggio di consegne da Montezemolo a Yaki Elkann che l’Avvocato aveva già designato da tempo, dopo la scomparsa di Giovanni Alberto. Era già l’erede designato. In passato c’era stato già un lungo interregno: quello di Valletta. Che era durato più di vent’anni. Si è arrivati poi alla terza generazione, quella di Umberto, durata solo un anno». Se guardiamo il panorama internazionale molte dinastie industriali sono scomparse di scena, alcune anche storicamente più radicate o blasonate. «Pochi gruppi privati calcano ancora la scena. È importante che sia rimasta la Fiat, tanto di più dopo l’accordo americano». L’elemento di continuità al Lingotto non era solo l’assetto proprietario, che ha sempre avuto come punto di riferimento la famiglia Agnelli, ma che la sua linea abbia «sempre guardato oltre Atlantico e al mercato globale». Era una delle poche imprese esportatrici italiane. «È vero che è stata in molte fasi assistita e sorretta dalla mano pubblica. Un fatto però comune a gran parte delle imprese automobilistiche in Francia e in Germania. Dopo l’ultima crisi anche quelle Usa hanno beneficiato dell’intervento dello Stato. La Fiat è stata anche uno status symbol del capitalismo italiano». Ciò che è bene per la Fiat è bene anche per il Paese. «Lo diceva anche Ford!». Torino come modello aveva sempre guardato agli Stati Uniti. «Negli anni Settanta l’Avvocato fu mandato negli Usa, durante i governi di solidarietà nazionale, per garantire la lealtà dell’Italia alla Nato». C’era uno «stile Fiat» e Gianni Agnelli impersonava l’imprenditore illuminato. «In un Paese come l’Italia popolato da una miriade di piccole e medie imprese poteva sembrare una presenza ingombrante. Oggi ne vorremmo di più di imprese così ingombranti, cioè di grandi imprese. Oggi nel manifatturiero abbiamo solo Finmeccanica e poche altre medie aziende». Adesso che il Lingotto è diventato più americano, cosa può cambiare per l’Italia, per lo stile imprenditoriale e per la cultura manageriale del nostro Paese? «Negli Usa l’industria si sta riprendendo, non solo Wall

Street. Sarà un processo lungo. Un terremoto del genere l’avevamo visto solo nel 1929. In Italia spesso il mondo delle medie imprese è stato poco esplorato. Queste aziende che spesso vengono definite delle multinazionali tascabili, derivano il loro successo da una precisa cultura manageriale che viene dagli Usa. Sempre che siano sorrette da condizioni ambientali favorevoli. Fino a ieri abbiamo risposto alla competizione con la riduzione dei costi del lavoro e con le svalutazioni competitive. Ora, che non possiamo più attingere a questi strumenti, e che ci sono altri Paesi che lo possono fare meglio - pensiamo ai quelli del Bric - serve introdurre un maggior valore aggiunto nel prodotto». Questo lo può dare solo la tecnologia e la cultura manageriale. Cultura che significa soprattutto sapere come utilizzare commercialmente l’offerta tecnologica, cosa che non sempre avviene. «Abbiamo avuto una prima generazione di imprenditori, spesso ex mezzadri e artigiani, gente che è riuscita a far galleggiare l’economia italiana nel periodo peggiore di crisi e conflittualità. Adesso la seconda generazione di questi piccoli imprenditori dovrebbe fare il salto di qualità». Molti vanno a studiare all’estero e uniscono poi l’esperienza in azienda.

«Oggi non bastano più neanche le filiere legate ai distretti». Servono aggregazioni d’imprese e presenza diretta sui mercati esteri. È auspicabile che l’avventura del Lingotto in America possa dare l’esempio alle nostre migliaia di piccole aziende nel cercare la nuova frontiera oltre Atlantico. Spesso tanti matrimoni commerciali e industriali non sono avvenuti per un gap culturale che non permetteva alle imprese di parlare la stessa lingua. Non si tratta solo di cultura economica, ma di qualcosa di più profondo che investe l’etica e i principi di chi si muove in economia. «In questo senso Confindustria si è attrezzata per fare opera di formazione, con tante missioni commerciali. Le nostre rappresentanze all’estero dovrebbero però assumere la veste di ciò che sono da tempo quelle inglesi e tedesche, organizzare match-making». Insomma meno cocktail e più meeting commerciali. Ora che Montezemolo non è più presidente della Fiat forse potrebbe avere più tempo per pensare alla politica. «Non penso. Lo ha escluso tantissime volte». Anche i salvatori della patria designati sono stati molti. «Prima si era indicato Monti, ora si parla di Draghi». L’ultima volta che si è fatto sul serio fu quando venne chiamato come vicepresidente del Consiglio e ministro del Bilancio, Luigi Einaudi. Altri tempi.

Abbiamo avuto una prima generazione di imprenditori, spesso ex mezzadri e artigiani. La seconda generazione adesso dovrebbe fare il salto di qualità


pagina 8 • 21 aprile 2010

panorama

ragioni&torti di Giancristiano Desiderio

L’illusione regionale della Gelmini ariastella Gelmini, ministro della Pubblica istruzione, ha fatto sua una proposta della Lega, ma anche del presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, per rivedere il sistema delle graduatorie dei docenti e, contestualmente, il modo di reclutarli. Se il sistema attualmente in vigore è quello classico o nazionale, quello a cui pensa la Gelmini è stato già definito regionale. Nel dettaglio ancora non si sa bene che cosa sia e come funzionerà. Quando qualche giorno fa ne parlò il presidente Formigoni furono soprattutto due le proposte: la nascita di graduatorie regionali e la possibilità delle scuole di scegliere i docenti. Che cosa ha aggiunto il ministro? Sembra di capire che la Gelmini voglia valorizzare soprattutto la continuità didattica che, fissata a un minimo di cinque anni, eviterebbe quel fenomeno di migrazione di professori e di girandola di cattedre con gli alunni che non solo cambiano ogni anno insegnanti come, in moltissimi casi, avviene oggi, ma cambiano più docenti anche nello stesso anno scolastico. Ma per raggiungere questo obiettivo è necessario regionalizzare il sistema scolastico?

M

In realtà, dire che le graduatorie dovranno essere regionali non significa granché dal momento che le graduatorie dei professori già sono organizzate su base regionale e chi dà la propria disponibilità a insegnare a Milano ma è di Napoli dà anche la propria disponibilità a risiedere in Lombardia. Ma la proposta della regionalizzazione diventa estrema quando si pensa, con la Lega, che il docente deve avere la residenza nella regione in cui insegna. Il gioco, però, non vale la candela. Se si vuole evitare il fenomeno dei “docenti pendolari” o i casi di professori che sono titolari di cattedra ma che sono assenti si può seguire un’altra strada. La logica della regionalizzazione, infatti, si basa semplicemente sullo spostamento della logica ministeriale in periferia. Ma una volta che abbiamo spostato il ministero in regione e lo abbiamo moltiplicato per venti o giù di lì non abbiamo per nulla cambiato la logica ministeriale che resta esattamente la medesima. La cosa più importante, quindi, non è la regionalizzazione, bensì il reclutamento dei professori. Sia Formigoni sia la Gelmini dovrebbero chiarire meglio cosa intendono dire con «libertà da parte delle scuole nella scelta dei docenti».

Dare la possibilità alle scuole di scegliere direttamente i professori significa fare una rivoluzione. Probabilmente avrebbe effetti diversi al Nord e al Sud (come per la sanità) perché la scelta può essere fatta in meglio e in peggio. Ma libertà di scelta significa anche cambiamento dello stato giuridico dei docenti che non possono essere più impiegati ma professionisti o “liberi docenti”. I cambiamenti non sarebbero pochi e, per forza di cose, si toccherebbe anche il dogma del monopolio statale dell’istruzione. Chissà se al ministero ci hanno pensato.

Per l’industria la ripresa è ancora troppo lenta Segnali contraddittori dall’Istat su fatturato e esportazioni di Gualtiero Lami

ROMA. Fatturato e ordinativi in forte rialzo a febbraio su base annua, ma ancora in calo rispetto al mese precedente. L’Istat rileva infatti per il fatturato dell’industria italiana un aumento del 4,2% (il dato è corretto per effetti di calendario) rispetto al febbraio 2009 e un calo del 2,6% rispetto al gennaio. Mentre per gli ordinativi registrano a febbraio un aumento del 5,6% rispetto allo stesso mese del 2009 e un calo dello 0,4% rispetto a gennaio. Nel confronto degli ultimi tre mesi (dicembre-febbraio) con i tre mesi immediatamente precedenti (settembre-novembre) il fatturato ha registrato un aumento del 3,8%. È aumentato inoltre su base annua del 5,4% sul mercato estero e del 3,6% su quello interno, mentre rispetto a gennaio ha segnato un calo del 3% sul mercato estero e del 2,4% su quello interno. Guardando ai raggruppamenti principali di industrie, il fatturato (corretto per giorni lavorativi) a febbraio è cresciuto del 15,4% per l’energia, del 7,4% per i beni intermedi e del 2,3% per quelli strumentali, mentre è diminuito dello 0,5% per i beni di consumo (+8% per i durevoli e -1,8% per quelli non durevoli). Per quanto riguarda i settori, le variazioni tendenziali positive più ampie si sono avute nella fabbricazione di prodotti chimici (+25,2%), della fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+15,8%) e della fabbricazione di mezzi di trasporto (+12,3%). Le variazioni negative più marcate si sono avute nell’estrazione di minerali da cave e miniere (-15,3%), nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-4,4%) e nella fabbricazione di apparecchiature elettriche e per uso domestico non elettriche (-1,4%).

(+21,8%) e nella fabbricazione di mezzi di trasporto (+11,6%). Cali sono invece stati registrati nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (6,5%) e nella fabbricazione di macchinari (-0,6%). Un discorso a parte va fatto per gli autoveicoli, il cui fatturato è aumentato a febbraio del 31,2% rispetto allo stesso mese del 2009 (effetto probabilmente per l’ultima volta degli incentivi) mentre gli ordini hanno registrato una flessione del 14,9% (effetto contrario degli incentivi non rinnovati per le automobili per il 2010).

Sempre l’Istat, poi ha comunicato anche i dati relativi alle espoortazioni italiane. Peggiora il deficit commerciale extra Ue italiano. Il disavanzo a marzo, stima l’Istat, è risultato pari a 1.213 milioni di euro, in peggioramento rispetto all’avanzo di 165 milioni di euro dello stesso mese del 2009. Segnali di miglioramento della situazione economica arrivano però dall’aumento di esportazioni (12,5% rispetto allo stesso mese del 2009) e di importazioni (25,4%). Al netto della stagionalità, rispetto al mese di febbraio, prosegue l’Istat, le esportazioni crescono del 2,3 per cento e le importazioni del 4,5 per cento. Nel trimestre gennaio-marzo 2010, rispetto al trimestre precedente, le esportazioni aumentano del 7,2 per cento e le importazioni del 14,5 per cento. Nel periodo gennaio-marzo 2010, rispetto allo stesso periodo del 2009, si registrano incrementi sia per le esportazioni (più 6,8 per cento), sia per le importazioni (più 10,3 per cento). Il saldo commerciale dei primi tre mesi del 2010 è pari a meno 6.030 milioni di euro, in peggioramento rispetto al deficit di 4.556 milioni di euro registrato nello stesso periodo del 2009. Al netto del comparto energetico, la bilancia commerciale con i paesi extra Ue mostra un attivo di 5.968 milioni di euro, in diminuzione rispetto allo stesso periodo del 2009 (più 6.318 milioni di euro). A marzo 2010 si rilevano incrementi tendenziali delle esportazioni verso la maggior parte dei principali partner commerciali, ad eccezione del Giappone (meno 3,1 per cento) e dei paesi Opec (meno 1,9 per cento). Dal lato delle importazioni aumentano quelle dalla Cina (più 43,3 per cento), dalla Russia (più 36,7 per cento), dalla Turchia (più 29,6 per cento) e dai paesi Opec (più 28 per cento).

Aumentano notevolmente le importazioni dalla Cina. Mentre solo il settore energetico dimostra una buona vitatlità

L’incremento tendenziale degli ordinativi registrato a febbraio (+5,6%) è il risultato di un +8,6% sul mercato estero e di un +3,9% su quello interno. Rispetto al mese di gennaio gli ordinativi nazionali hanno registrato invece una flessione dello 0,3% e quelli esteri dello 0,5%. Nel confronto degli ultimi tre mesi (dicembre-febbraio) con i tre mesi immediatamente precedenti (settembre-novembre) gli ordinativi hanno registrato una variazione del +4,8%. Per quanto riguarda i settori, gli aumenti tendenziali più rilevanti si sono avuti nelle fabbricazioni di prodotti chimici (+24%), nella fabbricazione di computer e prodotti di elettronica e ottica


panorama

21 aprile 2010 • pagina 9

Discussioni. Molti leader spesso fanno riferimento ai sentimenti: ma si tratta solo di uno specchio deformante

La politica senza solidarietà Che cosa si nasconde dietro il falso dibattito su «amore» e «odio» egli ultimi tempi, vi è stato – e non solo in Italia – un uso sempre più crescente di parole più proprie di una politica dei sentimenti che non di una politica antica, fatta prevalentemente di contrapposizioni tra destra e sinistra. Da un lato vi è stato chi ha parlato di partito dell’amore, contrapposto ad un ipotetico partito dell’odio e dell’invidia, dall’altro chi ha parlato di un’epoca della empatia, contrapposta alla lunghissimo scontro – prevalentemente europeo – tra fede e ragione. Non vi è stata probabilmente attenzione adeguata a queste molto significative mutazioni del linguaggio stesso della politica: dal XVI secolo in poi – almeno in Europa – vi è stata una progressiva sostituzione del “noi”, tipico della civiltà agricola con l’“io”, tipico della civiltà industriale, e di conseguenza si è pian piano passati ad una ipotesi sostanzialmente individualistica, che ha finito col diventare determinante per i linguaggi che la politica secolarizzata ha adoperato da allora in poi.

N

L’emergere attuale di un linguaggio nuovo, caratterizzato proprio dalla testimonianza della ricerca costante, e talvolta ossessiva, di quel che accomuna più persone in riferimento ai sentimenti della condivisione, dovrebbe pertanto costituire l’oggetto stesso di una più continua attenzione politica, perché gli uomini – e non so-

obsolete le categorie di destra e di sinistra, mentre sembra prender quota in modo nuovo, anche se non sufficientemente percepito, il sentimento della temperanza, che costituisce a sua volta una delle fondamentali virtù cardinali. Occorre pertanto da questo punto di vista vedere la politica contemporanea nel senso di una contrapposizione tra sentimenti profondi: superbia da un lato e umiltà dall’altro; avarizia da un lato e generosità dall’altro; invidia da un lato e condivisione dall’altro. Per finire – se si vuole – con la contrapposizione tra amore da un lato e odio dall’altro.

di Francesco D’Onofrio

Sono queste le ragioni che dovrebbero indurre a considerare fino in fondo le trasformazioni che anche l’Italia sta vivendo, dopo il lungo periodo nel quale sono state vissute contrapposizioni che erano ideologiche – comunismo e anti-comunismo – e non venivano percepite in quanto sentimentali: la classe contro la comunità. Il passaggio dal vecchio parametro culturale – prima ancora che politico – che ha caratterizzato soprattutto l’Occidente europeo (nel senso della distinzione soprattutto economica tra destra e sinistra) ad un nuovo parametro capace di percepire le categorie psicologiche innanzitutto, che caratterizzano la persona umana in quanto tale, dovunque essa risieda e quale che sia la sua razza e la sua cittadinanza, è dunque un passaggio che si impone a quanti non intendano continuare ad operare con le categorie del passato, anche se questo passato ha rappresentato sostanzialmente il transito da quello che chiamiamo il Medio Evo a quello che chiamiamo l’Evo Moderno.

chi non veda che una delle ragioni più significative delle difficoltà attuali, anche politiche, dell’orientamento post-comunista, può trovare proprio nel vizio capitale della superbia una ragione di fondo, che spinge tanti italiani a preferire un orientamento politico contrario alla superbia medesima.

Basti pensare ancora a quanto moderno è il motivo di fondo che può spiegare il

La tradizione cristiana può aiutarci perché essa ha già elaborato temi universali in grado di parlare anche all’uomo di oggi lo in Italia – sembrano sempre più attratti dai sentimenti nuovi. L’antica tradizione cristiana può soccorrere proprio in riferimento a queste novità, perché essa aveva elaborato sentimenti che risultano essere non soltanto tipici della civiltà agricola ma capaci proprio di parlare anche all’uomo di oggi, perché si tratta di sentimenti per loro natura universali. Basti pensare a quanto moderno è il catalogo di quelli che abbiamo a lungo chiamato i vizi capitali: e non è

risultato elettorale della Lega Nord: avarizia nei confronti dell’Italia unita; avarizia nei confronti dell’integrazione europea; avarizia nei confronti della globalizzazione stessa. In qualche modo, si può dire che la Lega Nord per un verso ha capitalizzato sul desiderio di Padania (avarizia in senso fiscale); per altro verso sul contrasto all’Europa (avarizia localistica contrapposta al senso europeo della condivisione); per altro verso infine per contrasto all’immigrazione (avarizia nei

confronti dell’immigrazione medesima, considerata sempre e comunque come fonte di attentato alla vita quotidia-

na delle persone etnicamente diverse dai nuovi immigrati). È di tutta evidenza che in questo caso sono sempre più

Se stiamo vivendo in una stagione definita post-moderna, forse è necessario cercare di andare alle origini culturali medesime dell’Evo moderno. In questo senso, può darsi che cercare pian piano di affrontare la politica dei sentimenti quale politica tipica dell’epoca postmoderna può aiutare a comprender meglio il passaggio dal moderno al post-moderno, anche per quel che concerne la politica.


società

pagina 10 • 21 aprile 2010

Blocco aereo. Il principio di precauzione e le esitazioni degli esperti: la nube che ha paralizzato l’Europa solleva molti interrogativi

La scienza in cenere Carlo Ripa di Meana: «Un piccolo vulcano d’Islanda ha riassegnato l’uomo ai suoi limiti» di Francesco Lo Dico ono stati cinque giorni di caos che milioni di passeggeri non dimenticheranno facilmente. E anche se ieri è arrivata una parziale riapertura dei voli, la nube generata dall’eruzione del vulcano Eyjafajallajokull è ancora lontana dal rischiararsi.

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Non solo perché ieri nuove polveri hanno ripreso a marciare sull’asse Islanda-Gran Bretagna, ma anche perché alcuni Paesi europei dalla Norvegia ai Paesi Bassi, hanno deciso di mantenere il blocco parziale del proprio spazio aereo in via cautelativa. «Nenche il principio di precauzione può essere elevato a certezza – spiega a liberal Carlo Ripa di Meana, presidente di Italia Nostra già ministro dell’Ambiente nel primo governo Amato – nè può essere assunto solennemente come un dogma. Sarebbe stato più opportuno, semmai, praticare la precauzione. Già nel 1991, quando si verificò l’eruzione del Pinatubo alle Filippine, vi fu deposito di ceneri. E anche in Italia, prima nel 2002 e poi nel 2006, si formarono nubi in seguito alle eruzioni dell’Etna. Si è fatto molto poco anche in Paesi che presentano attività vulcanica». Perché il problema è stato sottovalutato? «Non c’è

ragione di credere che ci sia stata negligenza, dietro lo scarso approfondimento del fenomeno – precisa Ripa di Meana – io credo che la cosa debba essere fatta rientrare nell’orizzonte della fallibilità umana. Accertato che sulle polveri di silicio ci sono molte teorie ma pochi dati certi, sarebbe sciocco abbarbicarsi a un credo piuttosto che a un altro. Anzi, la vicenda può essere d’aiuto nel

Non c’è ragione di credere che ci sia stata negligenza, dietro lo scarso approfondimento del fenomeno. L’assenza di certezze scientifiche rientra nell’orizzonte della fallibilità umana rilanciare una nuova cultura scientifica e valori di ricerca condivisi. E in questo senso, gli effetti prodotti dalle polveri di silicio sul caccia della Nato che ieri (lunedì per chi legge, ndr) ha effettuato il test della nube, sono una base di partenza obiettiva».

Quali indicazioni trarre dal volo prova? È giustificato, in prima battuta, il principio di precauzione? «È emerso che le polveri presenti al momento nell’atmosfera hanno un’azio-

ne abrasiva sulle componenti metalliche dell’aereo. Nonostante il caccia sia riuscito ad atterrare, c’è insomma il rischio che il motore possa accusare contraccolpi per causa delle polveri. Tutto sommato ritengo che la cautela della prima ora sia al momento giustificata – osserva il presidente di Italia Nostra –. Ma temo che gli esiti del volo verranno strumentalizzati in nome delle derive ideologiche e dei dogmi di parte cui accennavo. Le grandi compagnie aeree potrebbero

servirsi della verifica, per dire che l’allarmismo era esagerato. Altri, invece, hanno motivi per ritenere che la soglia di rischio, relativamente ad alcune fasce di spazio aereo sia ancora troppo elevata». La vicenda della nube, assomiglia a molte recenti diatribe scientifiche. «Sarebbe tempo di sottrarre la l’analisi a enti troppo compresi nel tutelare interessi privati. Proprio come nel caso delle polveri islandesi, troppe volte il principio di precauzione è stato forzato da grimaldelli ideologici o

da improvvisi colpi di mano. Occorrerebbe piuttosto demandare la verifica di temi scientifici cruciali a centrali, laboratori e scuole lontani da fazioni e gruppi di pressione.

Alle volte, come nel caso del Golden Rise, si è potuto accertare che l’ogm si è rivelato sicuro, ed efficace nell’abbattere i disturbi della vista genereati dalla carenza di vitamina A, ad esempio. E altre volte, dubbi e preconcetti su certi farmaci si sono rivelati fondati. Occorre-

«La ricerca faccia chiarezza» L’opinione di Manlio Sgalambro: «Prendiamo esempio da Ulisse» ROMA. «C’è un discrimine basilare che condiziona il ragionamento sul principio di precauzione adottato dalle compagnie aeree: il fattore tempo. L’ultima volta che si verificò l´eruzione del vulcano islandese era il 1821, e allora il fenomeno durò due anni. Se anche in questo caso dovessimo attendere lo stesso tempo, non dovremmo far altro che farci epigoni di Ulisse. Quando l’eroe omerico si trovò a dover affrontare il canto delle Sirene, fu prudente perché ebbe cura di legarsi all’albero della sua nave. Ma allo stesso tempo, non seppe resistere al desiderio di conoscenza. Udì quel canto, e le sue orecchie ne vennero straziate, certo. Ma infine conobbe quella melodia irresistibile, e fu in grado di dominarla. Il principio di pre-

cauzione adottato nell’antica Grecia, si adatta alla perfezione a questo fenomeno che per certi versi è oscuro. Bisogna premunirsi e mettersi al riparo dal pericolo, insomma, ma la scienza deve attrezzarsi nel più rapido tempo possibile affinché questa polvere scura diventi conoscibile. Ciò che può essere conosciuto, è in qualche modo oltrepassabile. E i media, piuttosto che votarsi a timor panico e sensazionalismi, dovrebbero farsi in questa congiuntura vettori di scienza e di raziocinio». Cavaliere dell’intelletto, ottantasei anni di cui buona parte spesi a scrutare l’umanità contemporanea dietro lenti taglienti, Manlio Sgalambro vede nell’impronunciabile vulcano islandese che ha paralizzato il traffico aereo di

questi giorni, uno di quei ciclici accidenti che ricordano all’uomo la sua finitezza. Maestro, bisogna dar retta agli scettici che minimizzano la pericolosità della nube, oppure a quanti predicano cautela assoluta? Il buon senso mi fa ritenere che se molte compagnie aree sono orientate a mantenere il blocco del traffico aereo nonostante le clamorose perdite economiche, quel qualcosa, lassù, non dev’essere innocuo. Mi pare di avere capito che sulle polveri vulcaniche non esistono certezze consolidate ma solo quelle che un tempo nell’antica Grecia erano considerate divinazioni. Le stesse che oggi l’era tecnologica ribattezza come “simulazioni”.


società

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Nella foto grande, l’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajkull, che ha provocato attraverso le polveri la paralisi dello spazio aereo in tutta Europa (a destra). A sinistra, in alto, Carlo Ripa di Meana. In basso, il filosofo Manlio Sgalambro

surriscaldamento non avevano tenuto in debito conto l’incidenza delle eruzioni vulcaniche recenti sulla temperatura rilevata. Il vulcano islandese è l’ennesima riprova di quanto sia imprevedibile l’andamento del Pianeta, e di quanto sia aleatorio impancarsi a profeti dell’apocalisse infarciti di presupponenza scientifica. Specie quando quel presumere, sia sbugiardato alla prova dei fatti. È accaduto così nel caso dell’anidride carbonica di origine

Il pensiero corre al generale ridimensionamento dell’impegno contro il global warming, cui la crisi ha impresso una forte accelerazione. «I termini stabiliti dall’Europa in merito alle emissioni di anidride carbonica, sono al momento fuori portata, e comunque irraggiungibili in Italia, prima che il nucleare non cominci a funzionare a pieno regime. I costi dell’operazione sono troppo elevati per tutti, ed è naturale che intervenga adesso la ragionevolez-

L’enorme caos scatenato dalla nube è l’occasione per riflettere sulla ricerca: occorrerebbe affidare la verifica di temi cruciali a centrali, laboratori e scuole lontani da fazioni e gruppi di pressione rebbe insomma, una revisione della disciplina scientifica, così come si è andata formando negli ultimi anni a causa dell’enorme ascesa tecnologica». Quanto incide la disastrosa condizione della ricerca italiana sull’assenza di dati certi sulle polveri vulcaniche? «Questa volta l’equazione non è così immediata – ragiona Carlo Ripa di Meana – l’incidenza delle polveri vulcaniche sulle rotte aeree non riguarda infatti soltanto i voli commerciali, ma anche quelli militari. E credo che in

merito ad aspetti così importanti per la sicurezza interna, nessun governo nazionale avrebbe fatto mancare i fondi necessari. È piuttosto un piccolo problema di lungimiranza. L’uomo non può prevedere ogni cosa, e anche i più grandi strateghi possono avere piccole miopie».

Ce ne sono state molte, e quante, anche a proposito del global warning. «Spiace citarmi – argomenta l’ex ministro – ma molti mesi orsono scrissi su questo giornale che i teorici del

Può essere deciso che un aereo prenda o non prenda il volo in base a una verità simulata? È lo stesso concetto di verità simulata che deve farci riflettere. Essa trova oggi in molti ambiti dello scibile piena applicazione: in economia si prevede l’andamento di un determinato titolo azionario, in meteorologia si presente l’arrivo di un vento o di un acquazzone. L’osservazione empirica, cioè, procura una serie di dati che l’uomo elabora dalla storia passata per produrre modelli di narrazione del presente. Nell’era capitalistica, la simulazione ha ben figurato, e si è spesso rivelata affidabile. Non fosse che l’imprevisto, l’incombere delle ragioni della natura, scompiglia spesso le ragioni dell’uomo. Il fatto che negli ultimi decenni l’uomo tecnologico abbia assistito impotente a numerosi cataclismi, non è privo di ironia tragica. Sospetto che questo ci possa riporta-

antropica, per esempio. La verità è che non c’è presidente al mondo che possa stabilire per decreto quale debba essere l’altezza del termometro fra quattro, cinque o dieci anni. Invece di mettere in campo superomismi, o per converso, catastrofismi, faremmo meglio a rivolgerci alla saggezza. A ritenere cosa utile la consapevolezza di avere dei limiti, e un buon punto di partenza il ritorno alla trasparenza e all’obiettività che presiede a ogni atto scientifico degno di questo nome».

re all’antica Grecia. Proprio così. Il principio di precauzione applicato allo spazio aereo, ci fa riflettere però su una differenza. Al tempo dei Argonauti, era il mare l’elemento nebuloso contro il quale il marinaio opponeva l’esperienza, ossia quell’insieme di mille raggiri che consentono all’essere umano di prolungare l’esistenza. Il mare nutriva il senso del viaggio insito in ciascuno come espe-

Che lezione trarre dalla nube che ha paralizzato il mondo? Carlo Ripa di Meana fa un respiro e poi procede spedito: «All’Etna, come ai fenomeni naturali, non si possono spedire raccomandate con ricevute di ritorno. Dopo troppe spericolatezze e funambolismi scriteriati, arriva un piccolo vulcano d’Islanda che ci rimette al nostro posto, e ci riassegna alle nostre misure. Ci ricorda, che siamo uomini.

tato di segno. Non c’è più aspirazione verso il limite, ma necessità utilitaristica, il bisogno di esistere quasi ubiqui, in luoghi che un tempo non sarebbero stati raggiungibili nel volgere di pochi minuti. Come dire che questa nube islandese, e il blocco dei voli, ci abbia come rimpiccioliti di colpo. Almeno per qualche giorno, ci sentiremo forse come piccoli Icaro precipitati. Ma, al di là di quanto possa durare la cautela, sta di fatto che l’uomo non rappresenta per la natura nessun fine, come direbbe Lamarck. La natura non è consapevole che laddove si addensano le ceneri di un vulcano islandese, volino aerei che trasbordano uomini in ogni dove. Ciò che ci appartiene é il raziocinio scientifico, che oggi rappresenta l’audacia di Ulisse. Ma lo sforzo di adattare l’inadattabile ai nostri meccanismi di comprensione impone il principio di cautela. E che cos’è la cautela, se non saggia paura? (f.l.d.)

Nell’era capitalistica, la simulazione ha ben figurato e si è spesso rivelata affidabile. Non fosse che l’imprevisto, l’incombere delle ragioni della natura, scompiglia tutto di colpo rienza del limite, in contrasto e a favore della conservazione della specie. La cautela con la quale si parla oggi dello spazio aereo, ci dice invece che l’uomo è cosmonauta, ma che il senso del viaggio ha mu-

za». Eravamo partiti dalle polveri, ma tutto si tiene.

L’annuncio dell’Oms

Niente rischi per la salute Nessun pericolo per la salute. È questa la schiarita più importante apparsa ieri sul nebuloso fronte delle polveri islandesi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha precisato che i dati raccolti sulla qualità dell’aria dicono che l’inquinamento non ha raggiunto il suolo in gran parte dell’Europa. Per quanto riguarda la situazione degli aeroporti, Eurocontrol ha comunicato che «il 75 per cento degli scali europei è aperto e volerà fino al 50 per cento degli aerei», per un totale di 14mila voli. Il ripristino degli spazi aereei, si è configurato ieri a macchia di leopardo. In Italia sono partiti i primi voli da Fiumicino e dagli scali di Malpensa e Linate, mai voli cancellati erano a ieri un centinaio. E a proposito del graduale ritorno alla normalità, Brian Flynn ha precisato che molti aerei hanno attraversato la ”zona gialla”, deputata alle verifiche.

Ma se l’Italia torna lentamente alla normalità, Norvegia e Ungheria hanno chiuso per la seconda volta parte del loro spazio aereo, la Svezia non lo riaprirà prima delle venti di stasera, la Polonia riconferma la chiusura. Ieri ha poi ripristinato i voli l’Irlanda, mentre Finlandia e Danimarca lo faranno quest’oggi. L’allarme tuttavia non è ancora cessato. Una nuova nube si dirige a rapidi passi verso la Gran Bretagna. Smentita infine, la notizia dell’eruzione di un secondo vulcano islandese


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el 1897 il New York Journal mentre lui si trovava in Europa - annunciò che era morto. Lui, reagì con il suo collaudato sense of humour, inviando un cablogramma all’Associated Press precisando che si trattava di «un’esagerazione». Mark Twain sopravvisse tredici anni a quella notizia. E previde l’anno della sua morte. Nel 1909 scrisse: «Sono arrivato nel 1835 con la cometa di Halley, che torna l’anno prossimo, e penso di andarmene con lei». E così fece. Morì a Redding, nel Connecticut, il 21 aprile 1910, esattamente cento anni fa. Negli Stati Uniti sono in programma solenni celebrazioni per lo scrittore che - con un pizzico dell’ironia della quale era un maestro - può essere paragonato al nostro Dante Alighieri. Fu Ernst Hemingway a dire che «tutta la letteratura moderna statunitense viene da un libro di Mark Twain, Le avventure di Huckleberry Finn: tutti gli scritti americani derivano da quello. Non c’era niente prima». Claudio Gorlier, illustre storico della letteratura americana, osservò molti anni fa che la «paradossale battuta di Hemingway ha un suo fondo di verità soprattutto se si pone mente al linguaggio: con Walt Whitman,Twain fu il primo a staccarsi radicalmente dall’inglese letterario, dando piena cittadinanza all’inglese d’America e al paesaggio umano e geografico del Nuovo Continente». E ricordò che Twain «sostenne in un suo saggio che l’inglese d’America andava ormai considerato lingua autonoma e indipendente».

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Nei suoi scritti Twain aveva rimproverato James Fenimore Cooper (l’autore de L’ultimo dei Mohicani) di far parlare i suoi personaggi in un inglese letterario, che risultava artificioso e fuori registro. Quando raccontò la storia di Huckleberry Finn si attenne alla regola opposta. Huck è un ragazzo che, per sottrarsi alla tutela di una zia conformista impregnata di pregiudizi borghesi, si rifugia su un’isola, scoprendo nuove relazioni umane, fuori dall’ambiente chiuso e per bene nel quale è stato allevato. È un ragazzo che non vuole essere “educato”, perché l’educazione comporterebbe l’accettazione dei pregiudizi e delle ingiustizie presenti nella società americana. La ribellione riguarda anche il linguaggio: i borghesi parlano il buon inglese della tradizione; lui si esprime in americano, che è la lingua della irriverenza, ma anche della libertà. Fosse nato cent’anni dopo, Huck sarebbe montato su un’Harley Davidson, come gli eroi di Easy Rider, avrebbe letto i romanzi di Kerouac e di Mailer, le poesie di Allen Ginsberg e Gregory Corso, e avrebbe cantato le canzoni di Bob Dylan. Lo straordinario successo che arrise ai suoi romanzi (Le avventure di Tom Sawyer, Il principe e il povero, Un americano alla corte di re Artù, Vita sul Mississippi) fu merito dell’immediatezza della lingua (comprensibile anche per le casalinghe del Vermont), oltre che della leggerezza e dell’ironia dell’autore, un maestro assoluto in questo campo. Samuel Langhorne Clemens era nato in Florida nel 1835. Lo pseudonimo con il quale divenne famoso se lo scelse lui stesso, ricordando gli anni nei quali si era guadagnato da vivere lavorando come aiuto pilota sui battelli a vapore che solcavano le acque del Mississippi: mentre scandagliava i fondali,

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Fine narratore, sapeva raccontare storie semplici che piacevano alla gente

Mark Twain, l’um A cento anni dalla scomparsa, viaggio nell’acuta ironia dello scrittore che seppe interpretare gli usi e le abitudini popolari del suo tempo e che, con “Le avventure di Huckleberry Finn”, sradicò l’inglese letterario dell’epoca dando vita alla moderna lingua americana di Massimo Tosti nere una conferenza agli studenti di un’università, esordì annunciando che avrebbe parlato di un argomento molto serio. Uno scroscio di risate accolse questa dichiarazione. Profondamente irritato, Twain esclamò: «Poiché non mi credete capace di fare un discorso serio, non mi resta che andarmene». E se ne andò.

Una reazione giustificata, ma il comportamento dell’uditorio era altrettanto giustificabile. Tutti si erano abituati ad amare l’autore di aforismi memorabili, l’uomo dalla battuta sempre pronta, il narratore capace di rendere comprensibile e (e divertente) qualunque teoria scientifica. Come dimostra l’incipit del XVII capitolo della sua autobiografia, nella quale volgarizza in questo modo le scoperte di Darwin: «Io credo che il no-

Vero nome Samuel Langhorne Clemens, nacque in Florida nel 1835. Un giorno predisse l’anno della sua morte: «Sono arrivato con la cometa di Halley e con lei me ne andrò». E così fu, il 21 aprile 1910 il pilota gli ripeteva: «Mark twain» (segna due: le tese, circa 3,7 metri, indispensabili per non correre il rischio di incagliarsi). Un nom de plum dettato, forse, dalla nostalgia. O forse del suo orgoglio - tutto americano - di aver frequentato molti mestieri (fece anche il minatore, il tipografo e il cercatore d’oro, tanto per dire) prima di approdare al giornalismo, prima, e alla narrativa, poi.

L’aver vissuto a lungo in mezzo alla gente comune (e l’aver viaggiato molto, anche in Europa) gli fu di grande aiuto come scrittore: sapeva interpretare le abitudini, e i gusti, popolari. Sapeva raccontare storie semplici che piacevano alla gente semplice. Sempre con un tot di umorismo che invogliava ulteriormente i lettori. Negli ultimi anni della sua vita, la fama di umorista lo mortificò in più di una occasione. Desiderava scrivere libri seri, ma gli editori non volevano saperne. Una volta, invitato a te-

Nella foto grande Mark Twain. Sopra, la copertina del suo libro “Le avventure di Tom Sawyer”. A sinistra, un ritratto dello scrittore e a destra la sua casa di Hartford

stro Padre celeste inventò l’uomo perché la scimmia lo aveva deluso». Ma è chiaro, dalle frasi successive, che non si trattò di un’idea geniale: «Credo che ogni qualvolta un essere umano, pur se di intelligenza e cultura elevate, offre un’opinione su un argomento estraneo ai suoi particolari interessi, alla propria educazione ed esperienza, sarà sempre un’opinione così insulsa e inutile da suggerire certamente al nostro Padre celeste che l’uomo è un’altra delusione


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e comune. Non dimenticando mai quel pizzico di sarcasmo che lo rese famoso...

morista semiserio La liaison tra lo scrittore e la segretaria

Il mistero della “leonessa” Isabel Lyon Due libri usciti di recente riaprono il mistero dei rapporti di Mark Twain con Isabel Lyon, la donna che lui assunse come assistente personale. Il primo si intitola Mark Twain’s Other Woman ed è opera di Laura Trombley; il secondo reca la firma di Michael Shelden (Mark Twain: Man in White). Isabel fu certamente qualcosa di più di una segretaria. Amministrava le finanze, si occupava della costruzione della casa di Hartford, aiutava Twain nel suo lavoro, lo consigliava e lo guidava. I giornali chiacchieravano insinuando che il loro non fosse un rapporto esclusivamente professionale. Proprio per mettere a tacere i pettegolezzi, Isabel sposò un avvocato, Ralph W. Ashcroft, e convinse lo scrittore a donarle 20 acri di terreno della proprietà di Hartford per costruirvi una propria casa. Ma il legame fra Mark (che lei chiamava “The king”) e Isabel (che lui, storpiandone il cognome, chiamava “The Lioness”) si interruppe bruscamente. Lo

e non costituisce un notevole progresso rispetto alla scimmia».

Ce l’aveva, in particolare (e questo farebbe la gioia di molti qualunquisti dei giorni nostri) con i parlamentari, ai quali riservò giudizi al vetriolo. Come questo: «Lettore, supponi di essere un idiota; e supponi di essere un membro del Congresso. Scusate, oggi mi sto ripetendo». Ma - scrupoloso custode della par condicio - riservava lo stesso trat-

tamento agli scrittori. «Il valore di un libro», sosteneva, «è inestimabile, ma varia secondo le occasioni. Un libro rilegato in pelle è eccellente per affilare il rasoio; un libro piccolo serve a meraviglia per la gamba più corta di un tavolino. Un libro antico rilegato in pergamena è un ottimo proiettile per i gatti. Un atlante, con i fogli larghi, ha la carta più adatta per sostituire i vetri». E - tanto per chiarire che non desiderava affatto essere considerato un intellettuale -

scrittore ricoprì Isabel di ogni genere di ingiurie. In una lettera alla figlia Clara la definì, fra le altre cose, bugiarda, ladra, ipocrita, spiona, traditrice e cospiratrice, accusandola di aver tentato di sedurlo e soprattutto di averlo derubato di duemila dollari, lucrando sui lavori della nuova casa. Secondo le ultime ricostruzioni, la leonessa fu vittima delle gelosie di Clara, l’unica figlia sopravvissuta di Twain, che temeva di dover spartire con lei l’eredità paterna. Dai due libri emerge anche che Isabel non aveva tralasciato nulla nel tentativo di sedurre l’ormai vecchio scrittore: quando fu assunta aveva 38 anni (30 meno di Mark), ma vestiva in modo provocante. Il romanziere scrisse un voluminoso dossier di accuse (lasciando scritto che avrebbe dovuto restare segreto per cent’anni dopo la sua morte) contro Isabel soprattutto come arma di ricatto, per evitare che lei rivelasse una relazione segreta di Clara con un uomo sposato, un evento a quei tempi decisamente scandaloso. Isabel, a sua volta, decise di non raccontare la propria verità, se non dopo la morte di Clara. Ma morì nel 1958, precedendo la figlia dello scrittore. (m.t.)

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raccontava: «Non ho mai lasciato che la scuola interferisse con la mia educazione». Le avventure di Huckleberry Finn (il suo capolavoro) è classificato fra i “classici per bambini”, ma «non è un libro per bambini come lo si intende oggi», ha scritto la critica inglese Diana Gobel: «Se molte avventure sono divertenti, e l’ingenuità di Huck nel riferirle è spesso usata con intento umoristico, la semplicità del racconto permette alla narrazione di passare in modo imprevisto dall’assurdo a un terreno più cupo. Sono proprio questi improvvisi passaggi, e i relativi contrasti, a rendere il libro molto più che un romanzo d’avventura. Huck non è necessariamente un innocente, ma nel raccontare la sua storia tende ad accettare la morale tradizionale e i rapporti sociali per quelli che sembrano. Così facendo fa gravare su di loro una serietà morale che ne smaschera ipocrisia, ingiustizia, falsità e crudeltà in una maniera più sottile e graffiante di quanto non potrebbe mai fare una satira diretta». Proprio queste caratteristiche crearono parecchi problemi all’autore e all’editore. Nel 1885, molte biblioteche misero all’indice il libro, considerandolo pericolosamente sovversivo. Twain reagì da par suo, scrivendo all’editore: «Hanno espulso Huck giudicandolo “spazzatura buona per la periferia”. Questo ci farà vendere almeno altre 25 mila copie».

Le censure erano rivolte forse più che al libro all’autore, che stava intensificando l’impegno politico. Era una delle figure di spicco della Lega Anti-imperialista Americana, attaccò duramente Cecil Rhodes, l’imprenditore inglese che stava raggranellando una fortuna in Africa con lo sfruttamento delle miniere di diamanti, scrisse più di un pamphlet contro la guerra, e alcuni ar-

ticoli contro la religione. Alcune disavventure finanziarie (prima fra tutte la bancarotta della sua casa editrice) e i gravi lutti familiari (morirono la moglie Olivia e tre delle quattro figlie) lo avvilirono profondamente. Si risollevò soltanto grazie all’amicizia con un imprenditore miliardario, Henry Rogers, che era uno dei principali azionisti della Standard Oil. La morte di Rogers (che lo aveva aiutato a risollevarsi dalla crisi) fu probabilmente il colpo definitivo per Twain, che morì pochi mesi dopo. Fra le sue battute migliori vale la pena di ricordare anche questa: «Tutti dicono: “Come è duro dover morire”. Strana lagnanza, da parte di gente che ha dovuto vivere». A cento anni di distanza dalla sua scomparsa, la sua fama si è irrobustita negli Stati Uniti. La sua casa di Hartford nel Connecticut è un «luogo di interesse storico nazionale» e ospita un museo a lui dedicato. La piccola casa di Hannibal, nel Missouri (dove aveva trascorso gli anni della fanciullezza) è una meta turistica, come le cave che Tom Sawyer esplorava con la sua banda di amici. Nel parco di Disneyland un battello a vapore è stato battezzato “Mark Twain”.


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LO STALLO DI ISRAELE

L’ostinazione di Benjamin di Daniel Pipes e cose non sono sempre semplici come sembrano: l’attuale crisi nei rapporti fra gli Stati Uniti e Israele non viene per nuocere. Quattro osservazioni, tutte derivanti da esempi storici, inducono alla seguente conclusione. Innanzitutto, il “processo di pace”è in realtà un “processo di guerra”. I negoziati diplomatici degli anni Novanta del secolo scorso condussero a una sfilza di ritiri israeliani che sortirono l’effetto opposto di trasformare la situazione abbastanza cattiva del 1993 in quella pessima del 2000. Le dolorose concessioni israeliane, adesso lo sappiamo, non stimolano la reciproca buona volontà dei palestinesi, ma piuttosto l’irredentismo, l’ambizione, la furia e la violenza. In secondo luogo, le concessioni israeliane agli arabi sono di fatto durature, mentre i rapporti con Washington sono fluttuanti. Una volta che gli israeliani hanno abbandonato il Li-

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Menachem Begin a Jimmy Carter, Yitzhak Rabin, Binyamin Netanyahu ed Ehud Barak a Bill Clinton, e Ariel Sharon a George W. Bush. Al contrario, la diffidenza di Washington rende più rigidi gli israeliani e riduce la disponibilità a voler correre rischi. Così è stato con George H. W. Bush ed è ancor più così con Barack Obama.

L’attuale disagio è iniziato ancora prima che Obama si insediasse nello Studio Ovale, visti i suoi rapporti pubblici con personaggi di spicco che detestano Israele (ad esempio, Ali Abunimah, Rashid Khalidi, Edward Said, Jeremiah Wright). I rapporti sono degenerati nel marzo scorso, quando la sua amministrazione, il 9 marzo, finse una certa indignazione per l’annuncio di ordinari lavori edilizi a Gerusalemme, reazione seguita qualche giorno dopo, il 12, da una brutale telefonata da parte del Segretario di Stato Hillary Clinton e da un incontro al vertice carico di tensione alla Casa Bianca, svoltosi il 23. A peggiorare le cose, Dennis Ross, la figura dell’amministrazione Obama che più di tutti desidera mantenere ottimi rapporti fra gli Usa e Israele, il 28 marzo è stato accusato in modo anonimo da un collega di essere «assai più sensibile alla politica di coalizione di Netanyahu che agli interessi americani». Un eminente analista di politica estera ha utilizzato ciò per sollevare degli interrogativi riguardo al fatto che Ross abbia “un doppio vincolo di fedeltà” verso Israele, mettendo in dubbio i pareri politici forniti da Ross. Queste pericolose tensioni senza precedenti hanno avuto un prevedibile effetto sull’opinione pubblica israeliana, rendendola diffidente nei confronti di Obama, refrattaria alle pressioni americane, inducendo i politici che in genere altercano a lavorare insieme per opporre resistenza alla politica di Obama. In quarto luogo, le tensioni fra gli Stati Uniti d’America e Israele accrescono l’intransigenza e le pretese dei palestinesi. Quando Israele si trova in una cattiva posizione concede autorità ai loro leader; e se le tensioni derivano dalle pressioni americane perché vengano fatte delle concessioni ai palestinesi, questi ultimi si mettono comodi e si godono lo spettacolo. Ciò è accaduto a metà del 2009, quando Mahmoud Abbas insegnò agli americani cosa ottenere da Gerusalemme. Al contrario, quando i rapporti fra gli States e lo Stato di Israele prosperano, i leader palestinesi sentono la pressione di incontrare gli israeliani, fingono di negoziare e firmano documenti. La combinazione di queste quattro congetture porta a una conclusione contro-intuitiva: dei forti legami fra gli Stati Uniti e Israele inducono a degli irreversibili errori da parte israeliana. Dei cattivi rapporti fra gli Usa e Israele interrompono questo processo. Obama può pure aspettarsi che attaccare briga con Israele produrrà dei negoziati, ma ciò avrà l’effetto opposto. Egli potrebbe pensare di approssimarsi a una svolta dell’attività diplomatica, ma di fatto la sta rendendo meno probabile. Coloro che temono maggiormente un “processo di guerra” possono così trovare qualche consolazione nei madornali errori commessi dall’amministrazione. La complessità dei rapporti fra gli Stati Uniti e Israele lascia troppo spazio al paradosso e alla disattenzione. Uno sguardo che vada oltre un preoccupante corso degli eventi rivela che da esso potrebbero derivare dei benefici.

Tel Aviv sembra diffidente nei confronti di Obama, refrattaria alle pressioni americane e pronta a unire tutti i partiti politici maggiori per contrastarlo bano meridionale e Gaza, lo hanno fatto definitivamente, come sarebbe il caso delle alture del Golan e di Gerusalemme est. Nullificare quelle decisioni costerebbe eccessivamente caro. In antitesi, le tensioni fra gli Usa e Israele dipendono dai personaggi e dalle circostanze, pertanto hanno degli alti e bassi e le poste sono relativamente più basse. Ogni presidente o primo ministro può confutare le opinioni e i toni del suo predecessore. I problemi possono essere risolti rapidamente.

Più in generale, il legame esistente fra gli Stati Uniti e Israele ha dei punti forti che vanno ben oltre i politici e le questioni del momento. Non c’è nulla sulla terra che assomigli a questo rapporto bilaterale, che è “la più speciale” delle relazioni speciali e “il legame di parentela della politica internazionale”. Come ogni legame familiare, esso ha dei punti forti (Israele è al secondo posto, dietro solo agli Usa, per numero di società quotate al Nasdaq) e dei punti deboli (il caso di spionaggio di Jonathan Pollard continua a scottare un quarto di secolo dopo che è scoppiato). Il legame ha una singolare intensità se si tratta di cooperazione strategica, di rapporti economici, di legami intellettuali, di valori condivisi, di voting records delle Nazioni Unite, e anche se parliamo di mutua ingerenza nei reciproci affari interni. Dalla prospettiva israeliana, poi, i rapporti politici con gli arabi sono caricati, ma quelli con Washington hanno leggerezza e flessibilità. In terzo luogo, quando i leader israeliani godono di rapporti con Washington forti e basati sulla fiducia essi danno di più agli arabi. Golda Meir fece delle concessioni a Richard Nixon,

Due obiezioni a Obama


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LA POLITICA DEL CREMLINO

La debolezza di Dmitri di Gary J. Schmitt el bel mezzo di un tifone diplomatico con Israele, il Segretario di Stato americano Hillary Clinton è riuscita a ingaggiare una mini crisi con la Russia, durante la sua ultima visita ufficiale a Mosca. Il primo ministro Vladimir Putin l’ha umiliata pubblicamente durante un incontro con i giornalisti, maltrattandola con l’annuncio che il proprio Paese avrebbe permesso all’Iran - entro la fine dell’anno - di ottenere il reattore nucleare che sta costruendo. E questo proprio mentre Washington cerca di stringere i tempi e ottenere una risposta dura della comunità internazionale riguardo l’illecito programma nucleare degli ayatollah. Il trattamento che Putin ha riservato alla Clinton fa dubitare della strategia intrapresa dall’amministrazione guidata da Barack Obama nei confronti della Russia. Una strategia che si basa sostanzialmente sul sostegno al presunto moderato Dmitri Medvedev - uno dei pochi leader stranieri con cui Obama ha legato - che dovrebbe divenire il contrappeso di Putin. Lo scopo del presidente americano, l’idea di legare a livello personale con un leader russo, non è nuovo; si tratta in effetti di una rilettura delle strategie adottate da diversi presidenti americani alle prese con il Cremlino. Dopo il primo incontro con il presidente Putin, avvenuto nel giugno del 2001, George W. Bush ha pronunciato una frase rimasta celebre: «L’ho guardato negli occhi. Sono stato in grado di percepire la sua anima». Ma, nonostante alcuni accordi del primo minuti che hanno permesso agli Stati Uniti di ritirarsi dal Trattato sui missili anti-balistici e una cooperazione nell’Asia centrale subito dopo gli attacchi terroristici dell’11/9, alla fine del secondo mandato di Bush i suoi rapporti con la Russia erano sensibilmente peggiorati. E la democrazia in Russia era in piena ritirata. Ovviamente è ancora possibile che Medvedev sia il Gorbaciov della sua generazione.

N

sue azioni e non dalla sua retorica. Da quando è divenuto il delfino designato da Putin, nel maggio 2008, Medvedev ha fatto molto poco per limitare le politiche revansciste del suo predecessore. Sotto gli occhi del presidente, la Georgia è stata invasa; l’Abkhazia e l’Ossezia meridionale sono state annesse e la Russia ha continuato a minacciare i suoi vicini portando avanti una “nuova architettura della sicurezza”, che di fatto cerca di indebolire il ruolo dell’Alleanza atlantica in Europa.

I difensori di Medvedev - sia quelli che abitano Washington che quelli che lavorano a Bruxelles - sostengono che questo è il prezzo da pagare se si vuole dividere il potere con Putin. Inoltre, anche prendendo le parole più moderate e liberalizzatrici di Medvedev come un riflesso dei suoi pensieri, si deve concludere che

Washington ha basato il suo reset con la Russia sui rapporti personali fra due leader. Ma a Mosca chi comanda è ancora Vladimir Putin, poco incline alla pace

Ma, considerato tutto quello che abbiamo visto fino a oggi, questa possibilità sembra remota. L’attenzione di Bush per la sua relazione personale con il “bullo” Putin è stata giustamente derisa. Ma Bush non è stato il primo americano a scommettere su un leader di Mosca. Mentre l’Unione Sovietica si accingeva alla distruzione totale, Bush padre ha preferito trattare con Gorbaciov invece che con Eltsin. Ma l’agenda di Gorbaciov prevedeva di salvare l’Urss, mentre quella di Eltsin - con tutti i suoi difetti - cercava di seppellire quell’eredità e traghettare la Russia verso l’Occidente e la democrazia. Oggi, ci sentiamo dire che Obama crede di avere con Medvedev, un uomo indipendente da Putin, una diversa e più promettente relazione. Medvedev, per essere chiari, gioca un gioco diverso dal suo primo ministro. Sul fronte interno, ha più volte scritto e parlato a favore della necessità di liberalizzare la politica e l’economia nazionale, combattere la corruzione e diminuire il sistema autocratico e oligarca che regna in Russia. E su queste basi vengono giustificati gli sforzi dell’amministrazione Obama di costruire un rapporto personale con Medvedev. Ma è una giustificazione accettabile? Nel suo parlare di riforme - e fino ad ora si è trattato soltanto di questo, parole - Medvedev definisce ancora la Russia una “democrazia reale”, che protegge le libertà degli individui. Nonostante siano numerose le prove che dicono il contrario. E sul fronte della sicurezza nazionale, è difficile vedere molta differenza fra Medvedev e Putin; quanto meno se giudichiamo il presidente dalle

non ha molto controllo sulla nota burocrazia del Cremlino; in particolare sui servizi di sicurezza, dato che non sono noti sforzi per riformare il regime russo all’interno o cambiare le tattiche aggressive della Russia all’esterno. Infatti, i suoi commenti benevoli dal punto di vista occidentali su questioni come il controllo degli armamenti o l’Iran sono stati poi oscurati alcuni giorni dopo dalle più bellicose mosse di Putin. Proprio come ha scoperto Hillary Clinton. Il punto centrale è che è Putin a guidare ancora la baracca, e continuerà a farlo per molto: è ovvio che voglia candidarsi di nuovo alla presidenza nel 2012. Ma questa non è una sorpresa: ed è molto difficile pensare che Medvedev potrebbe rivoltarsi al sistema che ha creato, che gli ha dato il potere ed aspettarsi che rimanga al suo posto. Come ha imparato anche Michael Corleone, il figlio più giovane del Padrino, è molto difficile essere legittimati quando si fa parte della mafia. In breve, ci sono poche speranze che il “reset” delle relazioni russo-americane possa funzionare, se lo si basa soltanto sulle relazioni personali fra due presidenti. Al massimo, potrà convincere Mosca che le conviene il gioco dei due poliziotti, quello buono e quello cattivo. Lo scorso gennaio, migliaia di russi sono scesi in strada a Kaliningrad per chiedere riforme democratiche, e altre migliaia hanno protestato contro il deterioramento dell’economia in diverse città della nazione. Il successo o il fallimento di queste forze democratiche sembrano molto più importanti, dal punto di vista americano, rispetto al rapporto personale di Obama con un leader che molti russi considerano una marionetta. Il presidente deve stare attento: rischia di posare il mondo su un rapporto personale.


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Carovita. Pullman e auto private in colonna al confine per risparmiare ATENE. Sandanski, cittadina di 30mila abitanti nel sud della Bulgaria, i dentisti lavorano soprattutto nel fine settimana e hanno imparato ad appendere, fuori dai loro studi, grandi insegne pubblicitarie in greco: Odontoiatreio (studio odontoiatrico). Non solo: Technomarket, il grande centro commerciale nei pressi della frontiera elleno-bulgara, una ventina di chilometri più a sud di Sandanski, è sempre pieno e da uno scaffale all’altro riecheggia sempre più spesso la lingua di Aristotele. È l’effetto crisi che affligge i consumatori greci. Ma di conseguenza riempie i borsellini bulgari di euro, effigiati con la caratteristica civetta simbolo di Atene. A dedicare un soddisfatto reportage al fenomeno è il quotidiano Standard di Sofia, poche settimane fa. Ma da Salonicco, capoluogo della Macedonia sull’Egeo, la più grande regione del nord ellenico, confermano tutto. «Ogni week end dai comprensori di Serres e di Drama, le nostre cittadine più vicine alla frontiera con la Bulgaria, ma anche da Salonicco, partono almeno 1000 abitanti in pullman per andare a fare la spesa oltreconfine.

Colpiti dalla crisi, i greci scelgono la Bulgaria Oltre frontiera tutto costa la metà: spesa, dentista, abiti e benzina di Gilda Lyghounis

Senza contare le automobili private!» dice Pantelis Filippidis, vicepresidente dell’Unione commercianti di Salonicco particolarmente ferrato sull’argomento, dal momento che è anche titolare di un’impresa tessile che dal 1998 ha «delocalizzato» i suoi capannoni in Bulgaria, licenziando 180 operai greci per assumere altrettanti lavoratori locali («li pago l’equivalente di 6 euro e mezzo al giorno, in Grecia mi costerebbero 42 euro!»). «Per quanto riguarda il flusso

Ogni week end dalle città partono più di mille persone. Una “fuga di capitali” che potrebbe toccare i dodici milioni di euro l’anno dei miei compatrioti verso Sandanski e la più vicina Petrich, o Petritsi come la chiamano i greci, vanno a rifornirsi non solo di scarpe e di vestiti “taroccati” di grandi firme a basso prezzo, ma anche di frutta, verdura e carne nei supermarket, oltre che di prodotti elettrici – spiega Filippidis. Tutto costa la metà rispetto alla Grecia, dove negli ultimi dieci anni i prezzi sono schizzati alle stelle, con un rincaro maggiore che in Italia o in Germania». Gli stipendi medi invece «rimangono fra i 700 e i 1300 euro: la metà di quelli europei – continua Filippidis. Così le famiglie si mettono d’accordo: percorrono i 70 chilometri che separano,

per esempio, Serres da Sandanski e ogni week end fanno la spesa per tutta la settimana. Si dividono il costo della benzina: ma riempiono il carrello del supermarket con 100 euro invece dei 200 che spenderebbero a casa loro. Risultato: se partono in due capofamiglia hanno ognuno un vantaggio di 80 euro la settimana: non è poco per chi fatica ad arrivare a fine mese!».

Inutile dire che in uno dei momenti più difficili dal punto di vista economico per la Grecia dal dopoguerra ad oggi, questa fuga di euro all’estero è un duro colpo. «Basta fare due conti - afferma Filippidis. Se in mille persone ogni week

end spendono 100 euro a testa, e in realtà ne spendono molti di più se ai viveri aggiungono altri acquisti, per non parlare delle spese mediche, fanno ogni mese un milione di euro greci finiti in Bulgaria, 12 milioni l’anno». Troviamo puntuale contrappunto nelle testimonianze raccolte dal quotidiano di Sofia Standard: «Con la crisi si ci organizza. Talvolta si spedisce una sola persona a fare il pieno e a riempire la macchina con tutte le taniche che riescono a starci, e che poi vengono divise tra amici e vicini» spiega George Ephtimios, un contadino del piccolo villaggio greco di Vironia. Lui stesso viene parecchie volte a settimana a Sandanski alla ricerca di buoni affari come formaggi, legna da ardere e mobili. Mostra delle scarpe da tennis comprate in Bulgaria: «A 5 euro!». L’agricoltore

ne ha prese tre paia. Alcuni suoi compatrioti, soprattutto pensionati, hanno fatto addirittura il grande passo e si sono trasferiti a Petrich, prendendo in affitto un piccolo appartamento o una casa. Si prodigano di consigli verso i loro concittadini o si trasformano addirittura in guide turistiche.

«Accolgono gruppi interi e fanno loro visitare la regione», racconta sempre a Standard Nikola Chopov, che abita a Petrich. «Segnalano loro i migliori affari, le boutiques e i ristoranti che praticano sconti per i greci. In cambio ricevono una piccola percentuale». Ma non è finita. Ricordate le insegne con scritto Odontoiatreio che affollano le strade di Sandanski? «Quegli studi dentistici sono presi d’assalto da tutta la Grecia, non solo da quella del nord - continua Filippidis - perché permetto-

no di spendere un terzo rispetto a un’analoga parcella ateniese. Un esempio concreto? Tre impianti endossei a Salonicco costerebbero 4.500 euro, a Sandanski 1.500. E in genere i medici bulgari sono preparati, tanto è vero che in passato molti studenti greci, che non riuscivano a superare la difficile barriera del numero chiuso delle facoltà elleniche, sono andati a studiare medicina all’università di Sofia. Semmai, la qualità non è sempre eccelsa nei materiali usati, ma dipende dall’odontoiatra, come dappertutto. E il passaparola, qui vale moltissimo».

Insomma, grazie alla crisi greca i supermarket, i rivenditori di prodotti elettrici e i dentisti bulgari sono già entrati nella zona euro, anche se la Bulgaria intesa come Stato non lo è ancora, pur essendo stata accolta nell’Unione europea. Per non parlare dell’economia sommersa del turismo sessuale: le lucciole dell’Est, alloggiate nelle cittadine di frontiera, attirano gli agricoltori e i montanari greci come fari nel buio. Non solo. «Al flusso degli abitanti di Salonicco, Serres e Drama verso la Bulgaria, fa da contraltare l’esodo da shopping dei residenti di Alexandrupolis e dintorni (nella Tracia ellenica ai confini con la regione di Istanbul, ndr) verso la Turchia, anch’essa meno cara rispetto all’Ellade», aggiunge Filippidis. Per rincarare la dose, è notizia di questi giorni una fuga di euro ben più cospicua: secondo la Banca Centrale Greca – riferiscono quotidiani inglesi come il Daily Telegraph - solo nel mese di febbraio 3 miliardi di euro appartenenti a facoltose famiglie elleniche sono “fuggiti” all’estero, aggiungendosi ai 5 miliardi di euro portati al sicuro in banche svizzere o in paradisi off shore nel mese di gennaio. L’unica consolazione per la terra degli dèi? «C’è anche un flusso controcorrente di denaro portato in Grecia dai nuovi ricchi bulgari - conferma Filippidis - comprano ville e hotel in Calcidia, oppure fanno shopping di lusso nei negozi di Salonicco. Per i bulgari, infatti, prima della caduta della Cortina di ferro, Salonicco equivaleva a un grande sogno: venire a “Solun”, come chiamano la nostra città con la sua Torre Bianca, significava vedere il mare, assaporare l’odore della libertà e dei grandi spazi mediterranei. Ora, anche grazie alla nostra crisi, quel sogno lo possono realizzare». © Osservatorio Balcani e Caucaso


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Era sul palco assieme a King il giorno di «I have a dream»

Il Paese sempre più nel caos mentre dilagano scontri etnici

Usa, è morta Dorothy Height madrina dei diritti civili

Medvedev: «Kirghizistan a rischio guerra civile»

WASHINGTON. È morta ieri al-

BISHKEK. Il Kirghizistan ri-

l’età di 98 anni Dorothy Height considerata la madre del movimento per i diritti civili che per oltre 60 anni in America ha guidato le battaglie per i diritti degli afroamericani, ed in particolare delle donne della comunità nera. La notizia, anticipata dal sito del Washington Post, è stata data dalla portavoce del National Council of Negro Women che la Height ha guidato per 40 anni fino al 1997. Nata nel 1912, la Height è stata una delle attiviste che hanno animato le proteste ad Harlem negli anni Trenta e negli anni Quaranta cercò di convincere la first lady Eleanor Roosevelt ad affrontare la questione dei diritti civili, in un’America ancora completamente segregazionista. Nel dopoguerra partecipò alla coalizione dei leader afroamericani che cercarono di portare la dell’eguaglianza questione razziale al centro del dibattito politico americano.

schia di diventare un Paese in rivolta permanente, uno di quegli stati falliti che, come buchi neri in una regione, si trasformano in fattori d’instabilità permanente. Le notizie che arrivano, a due settimane dagli eventi che hanno fatto crollare il regime di Kurmanbek Bakiev e portato all’istituzione di un governo provvisorio nominato dall’opposizione, parlano di rivolte, del pericolo che inizi un conflitto con connotati etnici e di un potere centrale che rischia di sfaldarsi. Il presidente dell’Uzbekistan Islam Karimov, in visita ieri a Mosca, ha paventato esplicitamente questo scenario parlando col leader russo Dmitri

E fu, naturalmente, una delle protagoniste della grande stagione delle battaglie del movimento afroamericano contro la segregazione nelle scuole, per il diritto di voto, le pari opportunità nel lavoro e nell’impiego pubblico negli anni ’50 e ’60. Lavorò insieme a Martin

La Somalia affonda, i pirati fanno affari Human Rights Watch dice che va meglio. Ma su quali basi? di Antonio Picasso l Corno d’Africa continua a essere fonte di contraddizioni e offre agli osservatori internazionali uno scenario nebuloso. È di ieri la notizia del sequestro di tre pescherecci thailandesi, con un equipaggio complessivo di 77 persone, caduti nelle mani della pirateria somala in una zona di mare distante circa un migliaio di chilometri dal corridoio pattugliato dalla Navfor, la missione navale congiunta della Ue e della Nato, (Combined Maritime Forces - Cmf). L’accaduto mette in luce che i casi di abbordaggio si stanno lentamente spostando dall’epicentro originario delle acque territoriali somale verso il mare aperto. Questo significa che l’intervento internazionale si sta dimostrando efficace. Ciò non toglie che il problema della pirateria nel cuore dell’Oceano indiano non è stato ancora risolto. La ragione primaria di questa criticità va rintracciata sulla terraferma, in Somalia. Il Paese continua a rimanere lontano dalla attenzione dei governi stranieri ed esposto agli interessi di coloro che traggono vantaggio dal mantenere elevata l’instabilità. La condizione di fallimento dello Stato somalo e la pirateria rappresentano un’opportunità tattica per al Qaeda, la quale riesce così a connettere le sue aree dov’è tuttora operativa: Maghreb, Iraq e Asia centrale, vale a dire Afghanistan e Pakistan. D’altro canto, l’ultimo rapporto di Human Right Watch sulla Somalia sostiene che il livello di sicurezza del Paese è lievemente migliorato. «Un risultato positivo pagato a caro prezzo però dalla popolazione», si legge nel documento. Gli Shabaab, i giovani mujaheddin locali, stanno tentando di imporre un regime islamico, modificando l’identità culturale del Paese, il quale vanta una tradizione laico-secolare in cui la religione non si è mai intrecciata con la politica. HRW mette in evidenza come gli Shabaab, insieme all’altro gruppo islamico armato HizbulIslam, abbiano imposto il velo alle donne, vietato le scuole alle bambine, bandito la musica dalle radio locali e introdotto altre misure di questo genere. A questo si aggiunge una situa-

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zione di guerra permanente spalmata su tutto il territorio. Gli Shabaab finora mantengono il controllo delle province meridionali della Somalia. Mentre Somaliland e Puntland si dichiarano indipendenti e autonomi dal resto del Paese e sono dominati rispettivamente dai clan Yasin e Hersi. Mogadiscio a sua volta offre lo scenario più inquietante. Qui le Forze del Governo Federale di Transizione riescono con difficoltà a controllare alcuni quartieri. Il resto della città è “terra di nessuno”, dove le truppe regolari si confrontano con i mujaheddin oppure altre bande tribali.

Dall’inizio dell’anno, la sola capitale è stata il fronte di guerra di tre furiose battaglie – a gennaio, poi nei giorni di febbraio e una settimana fa – che hanno causato decine di morti e aumentato il numero di sfollati, che spesso cercano rifugio in Kenya, oppure nel lontano Yemen. Da anni per quanto riguarda il Corno d’Africa si parla di crisi umanitaria dimenticata. L’Ua (Unione Africana) è intervenuta inviando un suo contingente, che però non è riuscito a instaurare un dialogo nemmeno con il Governo provvisorio. D’altra parte, alcuni Paesi membri dell’Ua hanno sempre rifiutato l’intervento dell’Onu. In particolare Libia e Algeria si sono fatte promotrici di una fiera opposizione contro l’invio dei Caschi blu, che costituirebbero una nuova ingerenza militare e colonialista. Gli Shabaab infine stanno perdendo il consenso della popolazione locale. Questi mujaheddin d’Africa sono composti sempre più da stranieri, provenienti dall’Afghanistan e dal Medioriente, giunti in Somalia per farne un “chockpoint”di jihad locale. La vecchia identità delle Corti Islamiche è andata perduta e con essa l’alleanza con i capi tribù della regione. Proprio ieri uno scontro fra un manipolo di Shabaab e il clan filo-governativo di Ahlu Sunna ha provocato una decina di morti. Di fronte a questo disastro, sfugge come Human Ritgh Watch possa dire che il livello di sicurezza in Somalia sia “lievemente migliorato”.

Gli Shabaab hanno imposto il velo alle donne, vietato le scuole alle bimbe e bandito la musica dalle radio

Luther King, Roy Wilkins, John Lewis - ora deputato democratico della Georgia - nell’organizzazione del movimento. La Height era accanto al reverendo King sul palco da cui nell’agosto del 1963 pronunciò il famoso I have a dream. In seguito l’attivista ha raccontato che quel giorno rimase delusa perché alla marcia al Lincoln Memorial nessuno parlò in difesa dei diritti delle donne. Nel 1963 fu tra gli invitati del presidente John Kennedy per la firma dell’Equal Pay Act. Per il suo impegno per i diritti civili Bill Clinton nel 1994 le ha conferito la Presidential Medal of Freedom, la più importante onorificenza civile in America.

Medvedev. «Ci sono serie preoccupazioni che possa diventare permanente», ha detto, facendo riferimento alla situazione d’instabilità che s’è creata a Bishkek. Medvedev, dal canto suo, ha detto che «essenzialmente dobbiamo far rivivere lo stato, lo stato non esiste in questo momento».

Come dire che il rischio di guerra civile, che sembrava essere stato allontanato dalla partenza di Bakiev giovedì scorso (è in Bielorussia), non è stato affatto sventato. E un paese come l’Uzbekistan, che condivide una frontiera “calda” che attraversa la valle di Ferghana, una roccaforte dell’islamismo radicale, non può che esserne preoccupato. Circa 600 poliziotti sono stati mandati oggi a Maievka, il villaggio a pochi chilometri da Bishkek dove ieri ci sono stati violenti scontri quando dei kirghisi hanno occupato lotti di terreno appartenenti prevalentemente a russi o a turchi mescheti (turchi deportati nel dopoguerra da Stalin). Ci sono stati cinque morti, una quarantina di feriti e decine di arresti. «Tutti i provocatori saranno puniti conformemente alla legge», ha dichiarato il governo provvisorio.


cultura

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Anniversari. 2762 anni fa nasceva la Città Eterna. Ma tra i suoi simboli soltanto la Lupa che allatta i gemelli è messa in discussione dagli studiosi

Vedi alla voce Amor Oggi Roma festeggia il suo Natale. E le ultime scoperte dell’archeologia confermano i suoi miti più antichi di Osvaldo Baldacci e pietre parlano agli archeologi, e Roma può celebrare la sua nascita con sempre maggiore consapevolezza. Dovrebbe essere la festa più importante del mondo, a parte quelle religiose. Eppure il 21 aprile passa sempre in sordina. Non è campanilismo voler celebrare la fondazione di Roma: è che da lì nasce la nostra civiltà. Con apporti molteplice e continue varianti, ma tutto si origina là. Se in Sud America si parla una lingua latina, se in Cina per riformare il diritto studiano quello romano, se a Washington si governa da Capitol Hill, se Mosca è la terza Roma, tutto questo e molto altro è figlio di Romolo. La cultura occidentale è figlia di Romolo, e la cultura occidentale ha impregnato l’intero pianeta, quindi... Potremmo fare mille esempi. Perché il capodanno si festeggia il 1 gennaio? In molte culture il capodanno viene con la primavera, ed era così anche nella prima Roma: a marzo, con il ciclo agricolo, e proprio il 21 aprile con il capodanno pastorale. Poi le vicende della storia hanno portato i romani ad anticipare via via l’entrata in carica dei consoli e dei magistrati al primo gennaio, e così... Col cristianesimo il capodanno era spesso celebrato a Natale, finché Papa Gregorio, quello del calendario gregoriano, da Roma fissò l’attuale capodanno, via via accettato da tutti, non senza resistenze. E si potrebbero fare molti altri esempi.

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Ad esempio in tutto il mondo i grandi edifici, specie quelli del potere, si chiamano “palazzi” (palace, palais, etc.): non è solo un’assonanza con Palatino, né il Colle ha preso il nome dagli edifici sovrastanti. È esattamente il contrario: è da quel colle delle divinità Pales e Pa-

latua, dove Romolo tracciò il solco primigenio, che il Palazzo ha preso il nome, nel senso di “edificio che sorge sul Palatino”. E via così.

Ma cosa c’è di vero nel racconto della nascita di Roma, quello che nella versione tradizionale più nota vede la sfida tra i gemelli Romolo e Remo per fondare la città dove una lupa li aveva allattati, ordalia che finisce con l’uccisione di Remo e con Romolo che erige le mura intorno al Palatino? Beh, gli ultimi studi archeologici ci rivelano che di vero c’è molto più di quanto gli studiosi razionalisti e ipercritici degli ultimi due secoli erano disposti ad accettare. Gran parte dei

La datazione con il radiocarbonio attribuisce alla statua simbolo della capitale un’origine che risale addirittura al XIII secolo nuovi elementi che illuminano i primi momenti di Roma si devono agli scavi archeologici dell’archeologo Andrea Carandini e della sua scuola. Partiamo dalla data. Che il giorno esatto fosse il 21 aprile non lo possiamo sapere. Però questa data era oggetto di festa fin dall’antichità, e “da sempre” coincideva anche con la celebrazione delle Palilie, un capodanno pastorale. Il 21 aprile 753 a.C. fu fissato da Varrone (ante diem XI Kalendas Maias). Il processo con cui Varrone fissava quell’anno non è proprio esente da dubbi: teneva conto della cronologia delle olimpiadi greche, integrate da una ricostruzione dell’astrolo-

go Lucio Taruzio. Ma il 753 (che peraltro andrebbe corretto perché ci sono almeno tre anni del calendario romano che risultano inesistenti a causa di calcoli sbagliati) non è l’unica data proposta dagli antichi. A parte alcune versioni erudite che fanno risalire Roma ad Enea e quindi ne collocano la nascita prima del mille, Ennio cita la data dell’875, Timeo di Tauromenio l’814, Fabio Pittore il 748, e Cincio Alimento il 729.

Siamo comunque in un arco temporale circoscritto. E che l’archeologia conferma. In passato infatti si tendeva a spostare la nascita di Roma alla fine del settimo secolo, praticamente con i re Tarquini. Oggi invece il panorama storico sta cambiando. Tracce di insediamento umano a Roma risalgono fino al XIV secolo a.C. specie su Campidoglio e Palatino. Dal mille in poi i ritrovamenti diventano più comuni, ma è proprio nell’VIII secolo che si concentrano i ritrovamenti più sensazionali, quelli che confermano l’età di Roma. La sorpresa più sensazionale è venuta dal proprio Palatino. Il professor Carandini ha ritrovato proprio le mura di Romolo. O,

La statua equestre del Marc’Aurelio al Campidoglio. Nella foto piccola l’archeologo Andrea Carandini. In basso lo skyline di Roma con la lupa capitolina. Nella pagina a fianco, la Colonna Traiana

per essere archeologicamente più corretti, delle mura che risalgono alla metà dell’VIII secolo. Qualcosa di sorprendentemente concreto e riscontrabile. La leggenda racconta del solco che Romolo tracciò intorno al Palatino, sollevando ritualmente l’aratro per permettere l’inserimento di porte. Intorno al Palatino, non sopra, e infatti sulle pendici del colle, dalle parti dell’Arco di Tito, è venuto alla luce il complesso fossato più mura che ripercorre esattamente quel tracciato. Con la Porta che probabilmente era l’antica Porta Mugonia. E i segni di una conservazione rituale di quelle realtà per diversi

secoli, prima dell’oblio. Non delle grandi mura, per la verità, ma è proprio questo un altro elemento di conferma: il Palatino era difeso dalle sue erte pareti, molto più scoscese di oggi. Non servivano mura, essendo poi al centro di un insediamento più vasto di cui doveva essere l’acropoli.

Le mura alla base del colle, una palizzata riempita di mattoni di terra e preceduta da un fossato, dovevano avere soprattutto un significato sacrale. Erano il perimetro sacro della città, la delimitazione della “vasca” simbolica che doveva contenere al suo interno la benedizione di Giove. Il valore difensivo era in quel caso marginale, ma enorme era quello sacrale e rituale. Cosa che spiega perché il torto di Remo nel valicare il solco era talmente grave da meritare la morte, e ci ricorda anche che mai nella storia di Roma, neanche nella più arcaica, neanche nella prima guerra con i sabini, i romani si difesero dietro le mura palatine cui avevano appena dato tanta importanza. Ma questa scoperta


cultura

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gno e argilla con un pavimento di legno levigato e di argilla compressa. Le Vestali erano le vergine sacre di Roma, le custodi del fuoco divino. Così importanti da vivere insieme al re e poi al capo dei sacerdoti, il pontefice. Il fuoco di Vesta era il cuore della città, un altro elemento fondativo determinante.

ci getta anche all’interno del più acceso dibattito storico sulla nascita di Roma.

Roma è nata da un lento agglomerarsi di villaggi o è nata per l’istantaneo atto politico di una volontà precisa? Per secoli gli studiosi si sono accapigliati su questo che a molti sembra un dettaglio, e continueranno. In realtà la verità sta nel mezzo, Roma probabilmente nacque in tutti e due i modi. Come abbiamo visto testimonianze archeologiche attestano l’esistenza di villaggi fin da secoli prima di Roma. Recenti studi di geologia hanno anche rafforzato l’ipotesi della coesistenza di due villaggi vicini e separati lungo gli assi Esquilino-Palatino e Quirinale-Campidoglio: l’attuale Foro era infatti una palude, e molti corsi d’acqua facevano da confine. Cosa che peraltro ci riporta a molti aspetti della dualità ro-

mana e comunque richiama alla mente il conflitto con i Sabini dopo il celebre “ratto”. Romolo non agì nel vuoto. Ma probabilmente agì. Un Romolo, un primo re cambiò qualitativamente in modo significativo lo status di Roma.

Creò la realtà politica che sarebbe stata Roma, una potente città-Stato e non una serie di villaggi. Creò le istituzioni, assunse il controllo della forza. A lui la tradizione attribuisce la prima “costituzione”romana, la nuova divisione organizzativa del popolo, la creazione dell’esercito. E prima di tutto l’atto politico e sacrale di una consapevole fon-

dazione, di una delimitazione dello spazio.

Ora le tracce di quel pomerio (così i latini chiamavano fin dall’antichità il perimetro sacro e inviolabile della città) sono tornate alla luce. Difficile ignorarle. Così come è difficile ignorare altri clamorosi ritrovamenti. Come la prima casa delle Vestali, ai piedi del Palatino, edificio che allo stesso tempo era la prima reggia del re: un palazzo di 3.700 piedi quadrati, 1.130 piedi quadrati dei quali coperti ed il resto cortile. Vi era un’entrata monumentale, ed elaborati arredi e ceramiche. Le pareti dovevano essere composte di le-

Sempre Carandini nell’area della Regia e del Tempio di Vesta ha ritrovato la più antica casa delle Vestali, risalente all’ultimo quarto dell’VIII secolo, subito dopo la fondazione. C’è una cosa che rende ancor più straordinario questo ritrovamento che ancora una volta riporta le lancette della storia di Roma al periodo di cui parlava la tradizione: la casa delle vestali è fondata sulla roccia, prima non c’è niente, se non i graffi che intaccano il tufo, quei graffi fatti dai primi romani che prepararono l’area per la costruzione, pulendo la roccia dai rovi. In una conferenza Carandini ha confessato di essersi emozionato quando ha individuato quelle antiche prime ferite nella roccia che costituisce la radice di Roma. D’altro canto di evidenze che invitano a tenere in più seria considerazione la tradizione storica romana ce ne sono molte. Recenti analisi portano a datare più indietro nel tempo, più vicino all’epoca della fondazione, la pavimentazione del Foro Romano, in particolare il primo battuto di quel Comizio che era il luogo dell’assemblea. E poi c’è un tesoro straordinario e purtroppo quasi dimenticato: i reperti del cimitero Esquilino che risalgono proprio ai primi secoli di Roma. Quindi Romolo è esistito davvero? Andiamoci piano con l’ironia. Gli scettici hanno a lungo ritenuto che il nome Romolo derivi da Roma, e non il contrario. Cosa possibile. Anche perché per il nome Roma esistono altre etimologie molto verosimili, come quelle che ricollegano Roma a “rumon”, cioè “fiume”, o a un analogo termine che sta per “mammelle”, non tanto in relazione all’allattamento da parte della lupa quanto piuttosto nel senso di “colli”. Però recenti studi linguistici hanno

riservato una sorpresa: il nome Rumele esisteva, Carlo de Simone ha accertato che è attestato tra VIII e VI secolo in area etrusca, con il gentilizio Rumelna. È proprio lui il fondatore di Roma? Può essere, perché no? La sua storia può essere stata sacralizzata e mitizzata subito, con ulteriori sviluppi in seguito. Ma non sarebbe tanto strano: è successo spesso nella storia, in modi vari ma a volte anche simili, da Sargon di Akkad alla faraona Hatsepsut al persiano Ciro il grande, fino a molti altri casi anche assai più vicini a noi. Davvero Romolo ha ucciso Remo, realmente ha rapito le sabine? Beh, abbiamo visto che può trattarsi di una narrazione leggendaria di significati considerati reali. Davvero ha disceso il Tevere in una culla col suo gemello? Davvero sono stati allattati da una lupa?

Qui il valore mitico sembra prevalere, con una serie di significati da non trascurare (il passaggio dallo stato ferino a quello civile, ad esempio) ma che non entrano nella storia. D’altro canto a far le spese delle più recenti ricostruzioni è proprio la povera lupa. Già gli antichi cercavano di razionalizzare accennando all’ipotesi che i gemelli non fossero proprio figli del dio Marte ma piuttosto di una lupa umana, intesa nel senso assai meno nobile di prostituta. Ma un colpo durissimo all’animale più amato dai romani viene dalle recenti teorie di una restauratrice: la Lupa capitolina, simbolo di Roma e forse il più celebre bronzo del mondo, deve essere ridatata. Secondo Anna Maria Carruba, che ha curato il restauro della statua, in base alla tecnica di fusione l’opera risalirebbe all’epoca altomedievale e non a quella etrusca, come si è sempre ritenuto. La datazione con il radiocarbonio ha indicato un’età simile, attribuendo la statua addirittura al XIII secolo. Certo, la storia della lupa e dei gemelli è molto più antica della statua, e esistono raffigurazioni assai antiche. Ma per i romani è un duro colpo. Se non si troverà una scappatoia, toccherà celebrare il 2762° Natale di Roma (non essendo esistito l’anno zero non sembra corretto parlare di 2763, occorre infatti togliere un’unità alla somma degli anni prima e dopo Cristo), pare che l’archeologia chieda a Roma di sacrificare una lupa per ritrovare e gustare appieno la comprovata antichità delle sue origini. Auguri Roma, cuore del mondo.


cultura

pagina 20 • 21 aprile 2010

l celebre incipit del libro di Horkheimer e Adorno, Dialettica dell’Illuminismo, va ripreso per introdurre il libro di cui ora dirò: «L’Illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha perseguito da sempre l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura». La padronanza totale del mondo e della verità, oltre a essere uno sviamento del pensiero, è un arbitrio politico e morale. L’umanità, di cui si è programmato lo sterminio nel Novecento, ne ha già fatte le spese. La ritornata barbarie del recente passato dovrebbe insegnarci a non ripetere i medesimi errori che sono al contempo crimini del pensiero e dell’azione.

I

Ecco perché il libro di Sergio Belardinelli, L’altro Illuminismo è istruttivo: la verità è necessaria per limitare i danni del relativismo, ma è al contempo necessaria una diversa idea della verità per limitare il pericolo che è insito nell’idea illuministico-strumentale della verità. Da qui, l’altro illuminismo. Il libro di Belardinelli, che insegna Sociologia dei processi culturali all’università di Bologna, parte da una necessità: rendere utile la comunicazione tra credenti e non credenti, laici e cattolici, perché spesso (e forse anche volentieri) tra credenti e non credenti prevale non la necessità di una reciproca comprensione, quanto l’incomunicabilità. Alla base del libro c’è, in sostanza, una motivazione prima di tutto etico-politica e poi solo secondariamente una esigenza di teoresi. Eppure, è proprio sull’idea di verità che si concentrano le pagine del testo e - posso dire - si concretizza il lavoro degli ultimi anni del sociologo. Perché, in sostanza, che cos’è che può accorciare le distanze tra credenti e non credenti se non la verità? O, per essere più rigorosi, che cos’è che può fare da ponte tra laici e cattolici se non lo schiarimento non della verità, ma della sua funzione pubblica? La caratteristica del nostro tempo è il pluralismo. Max Weber, al principio del Novecento, ne era consapevole. Ma oltre al nome del grande sociologo potremmo fare tanti altri nomi. Sarebbe però inutile. Meglio dire che cosa è il pluralismo. Spesso, infatti, il pluralismo degenera semplicemente nel relativismo culturale e nel nichilismo. Il relativismo va bene per il caffè, il tè, la gastronomia, il mare, i monti, le vacanze, il maglioncino, la cravatta, l’abbigliamento, ma non va bene per la convivenza sociale perché questa non si riferisce a gusti personali, ma a valori. I valori hanno una carat-

In libreria. “L’altro Illuminismo”, il nuovo saggio di Sergio Belardinelli

La verità, quel bene non ancora disponibile di Giancristiano Desiderio teristica: sono molti, ossia plurali e quindi non unici, ma sono comunque finiti, nel senso che saranno venti o venticinque, ma dai limiti delle cose umane non si uscirà. Da che cosa dipende il pluralismo, ossia l’esistenza di più valori? Weber diceva più o meno così: i valori non si fondano razionalmente, ma si scelgono. Possiamo dirlo anche in un altro modo: ci sono

re una e una sola risposta uguale per tutti: la risposta giusta non ce l’ha la filosofia, non ce l’ha la scienza, non ce l’ha la religione, non ce l’ha la politica, non ce l’ha l’arte. Le due conseguenze più importanti dell’impossibilità di rispondere a questa domanda sono: il conflitto e la libertà. Quale potrà essere in questa situazione pluralista che non si lascia supera-

la verità - diciamo pure: un riferimento oggettivo ai nostri discorsi - non esiste. Sul piano filosofico generale, ciò significa che di qualsiasi cosa si tratti, se di scienza, di morale o di politica, non bisogna mai stancarsi di cercare ciò che vale per tutti gli uomini. Ragionare significa inevitabilmente fare i conti con la verità dei nostri discorsi. Poiché però il tempo stringe e poi-

Il volume dell’autore parte da una necessità: rendere utile l’incontro e il dialogo tra credenti e non credenti, tra laici e cattolici. Perché spesso prevale non tanto la necessità di una reciproca comprensione, quanto l’incomunicabilità re la funzione della “ricerca della verità”? Osserva Belardinelli: «In una società pluralista, quale è quella in cui viviamo, nessuno può pretendere che una determinata verità o una determinata concezione del bene vengano imposte con la forza, senza il consenso almeno della In alto a destra, maggioranza degli inun’immagine teressati. Ma non si di Sergio può nemmeno pretenBelardinelli. dere che l’opinione A sinistra, della maggioranza la copertina coincida con la verità; del suo nuovo né sarebbe sensato saggio “L’altro supporre che, in mateIlluminismo” ria etica, bioetica o (Rubbettino). biopolitica, tutte le In alto, un disegno opinioni abbiano lo di Michelangelo stesso valore, poiché Pace

domande della vita alle quali la conoscenza non può rispondere perché la risposta è la vita stessa. Una di queste domande è questa: che cos’è il Bene? A questa domanda non c’è una “scienza umana”in grado di da-

ché persino sulle più gravi questioni bioetiche occorre decidere quale strada intraprendere tra le molte che vengono indicate, ecco che a questo livello, al livello delle decisioni politiche, a un certo punto si interrompe la discussione e si decide secondo la volontà della maggioranza». Da qui nascono due diverse idee della democrazia: la prima è quella “procedurale” che ritiene che si possa comunque decidere a maggioranza su temi capitali - vita, morte, dignità, educazione proprio perché non c’è una risposta universale alla domanda “che cos’è il Bene?”; la seconda è quella liberale o moderata che ritiene che sui temi ultimi della vita non si vota per il

medesimo motivo ossia perché nessuno è in grado di poter dire in modo razionale cosa sia il Bene. Quale delle due idee di democrazia si deve privilegiare: Belardinelli - e concordo con lui - crede nella seconda.

Per quale motivo? Possiamo rispondere sinteticamente così: perché nel primo caso si tende indebitamente a identificare la verità con il diritto o con la scienza o con lo Stato. Ma in questo modo si sta manipolando il senso della verità che, invece, essendo indisponibile alla presa unica e definitiva da parte del potere umano ci consente di poter vivere umanamente. C’è stato un tempo in cui la verità si identificava con la fede e la fede diventava legge. Questo non è più il nostro tempo. Ma nel nostro tempo si tende a identificare la verità con la scienza e a trasportare la scienza sul piano statale e legislativo. La fonte ultima della nostra libertà, però, non è né la scienza né la sovranità. Ciò che ai nostri tempi fa difetto è una concezione più rigorosa della libertà. Si crede, ad esempio, che la cultura laica sia la cultura statale, mentre la laicità affonda le radici nella religione. La fonte di ogni nostra libertà è, in ultimo, la distinzione tra potere temporale e potere spirituale.


spettacoli

21 aprile 2010 • pagina 21

Rassegne. Al via da oggi, fino al prossimo 2 maggio, il “Tribeca Film Festival”. Da quest’anno anche on demand su Internet...

De Niro inventa il cinema virtuale di Velia Majo A fianco, l’ingresso dell’edizione 2010 del “Tribeca Film Festival”, la rassegna cinematografica di Robert De Niro e Jane Rosenthal, al via da oggi a New York. Sotto, un fotogramma del nuovo capitolo della saga “Shrek”. In basso, una scena del film “Dottor Zivago”, quest’anno restaurato e riproposto al “Tribeca” in occasione dei suoi 45 anni

a quando Robert De Niro si trasferì a vivere a TriBeCa (Triangle Below Canal Street), quel quartiere a forma di triangolo sotto Canal Street a sud di Manhattan, si è completamente trasformato. Dopo gli attacchi dell’11 settembre, quando ancora la cenere copriva il quartiere di Tribeca, Robert De Niro insieme alla sua amica e produttrice cinematografica Jane Rosenthal, decisero di darsi da fare per riportare la tranquillità e il buon umore, ma soprattutto per promuovere la rinascita di Lower Manhattan e trasformare Tribeca nel centro dell’industria cinematografica della Grande Mela. Nacque così il Tribeca Film Festival. Ora Robert De Niro a Tribeca non solo è di casa, ma è una vera e propria istituzione, tanto che alcuni giornali gli hanno dato l’appellativo di “sindaco di Tribeca”. Lì ha la casa cinematografica, i ristoranti “Nobu”e “Tribeca Grill” e il nuovo albergo.

D

Così dalla prima edizione del Tribeca Film Festival del 2002, che si esauriva in solo 4 giorni, quella del 2010 che si apre stasera di giorni ne avrà 12. Fino al 2 maggio “passeranno” 132 film provenienti da 38 nazioni. Saranno le verdi manone dell’orco Shrek, durante la Opening Night di stasera, a dare il via alla kermesse. Shrek Forever After è il quarto e ultimo capitolo della saga, in 3D e con le voci di Eddie Murphy che doppia Ciuchino, Cameron Diaz trasformata in Fiona, Antonio Banderas che doppia il gatto con gli stivali. Diretto da Mike Mitchell e prodotto dalla DreamWorks Animation, arriverà sugli schermi italiani il 28 agosto. Mine Vaganti di Ferzan Ozpetek, già premiato al festival di Berlino, è una delle 12 opere selezionate in concorso nella sezione World Narrative Feature Competition ed è l’unico film a rappresentare l’Italia. My trip to Al-Qaeda diretto da Alex Gibney, che ha collaborato con il premio Pulitzer Lawrence Wright all’adattamento del libro scritto dallo stesso Wright, The Looming Tower: Al Qaeda and the Road to 9/11, è la cronaca dell’ascesa fondamentalista al potere e delle radici del moderno estremismo religioso e del terrorismo. Nice Guy Johnny di Edward Burns è la storia affascinante di un ragazzo di venticinque anni che si reca a New York per

bilità di votare per la prima volta via internet, per il miglior cortometraggio e per il premio al miglior film. Ma tutti i visitatori del sito internet del festival hanno accesso gratuito a contenuti tra cui cortometraggi selezionati dalle precedenti edizioni del TFF, conversazioni con registi ed esperti del settore ed anche la conferenza stampa di apertura del festival e i red carpets.

Nella sezione ESPN il documentario The Two Escobars: Andres, storia del calciatore colombiano ucciso per aver commesso un’autorete contro gli Stati Uniti durante i mondiali del 1994, e di Pablo Escobar, il celebre “signore della droga colombiana” divenuto uno dei più ricchi uomini al

Stasera il quarto capitolo di “Shrek”. Poi sarà la volta di “Mine Vaganti”, unico titolo italiano, e del restauro del “Dottor Zivago” lavorare in una radio ed è a New York che farà un incontro molto speciale. The Woodmans è il ritratto di una famiglia di artisti la cui figlia Francesca (le sue fotografie ora fanno parte della collezione permanente del Metropolitan Museum di New York), è morta suicida. Il documentario è una lunga intervista ai genitori-artisti di Francesca Woodmans che ne ripercorrono la sua breve ma intensa e produttiva vita di artista-fotografa. Alcune scene sono state girate nella campagna Toscana dove la fami-

glia Woodmans era solita trascorrere lunghi periodi dell’anno. Nella sezione World Narrative Film, Dog Pound diretto da Kim Chapiron, che esamina la brutalità della vita in un istituto penitenziario del Montana. Nel cast recitano anche veri “attori-detenuti”.

The White Meadows è un film allegorico, storia di un marinaio che vaga da un’ isola all’altra ed ascolta i segreti della gente raccogliendo le loro lacrime. Una metafora sulla condizione oppressiva in Iran. William Vincent ambientato a New York e interpretato da Ja-

mes Franco è la storia un corriere che lavora per un “drug dealer” e della sua enigmatica relazione con la sua fidanzata. Per la sezione cortometraggi è atteso Athena, il lavoro di 27 minuti di Max Hoffman, figlio di Dustin Hoffman. Roots in Water è il cortometraggio di Domenica Cameron Scorsese, figlia di Martin Scosese, storia di una riunione di famiglia durante il funerale di una madre. Ci sarà come gli anni scorsi la Family Festival Street Fair lungo Greenwich Street e il Tribeca Drive-in nella World Financial Center Plaza. Ma la novità dell’edizione 2010 del Tribeca Film Festival è nell’introduzione del Tribeca Film Festival Virtual, che permette di seguire da casa tutte le proiezioni e i red carpets tramite un abbonamento on demand. Il festival mette a disposizione un pass virtuale (Tff Virtual) una nuova estensione on line del Tribeca Film Festival possibile solo da qualsiasi parte degli Stati Uniti (dal 23 al 30 aprile). Coloro che seguiranno il festival virtualmente avranno anche la possi-

mondo grazie allo spaccio di cocaina negli Stati Uniti. Nella categoria Eventi Speciali c’è il documentario Untitled Eliot Spitzer Film, un work in progress sulla drammatica situazione creatasi quando il governatore dello Stato di New York Spitzer fu costretto a dimettersi dopo essere stato accusato di adulterio.Tra gli Eventi Speciali anche il restauro del Dottor Zivago per ricordare l’anniversario (45 anni) del film diretto da David Lean. Per il gala di chiusura ci sarà Freakonomics, tratto dal libro di successo che ha venduto oltre un milione di copie negli Stati Uniti: Il Calcolo dell’incalcolabile di Steven D. Levitt, professore di economia all’università di Chicago e di Stephen J. Dubner, giornalista e autore di successo. Il Tribeca Film Festival ha “ospitato” film provenienti da oltre ottanta paesi dal suo primo festival nel 2002. La sua fondazione ha attirato un pubblico internazionale di oltre 2,3 milioni di partecipanti e ha generato circa 600 milioni di dollari per sola la città di New York.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g L’IMMAGINE

Chi ripagherà i danni a una bambina disabile, rimasta senza papà? La giustizia minorile con i suoi annessi e connessi non funziona, le nostre istituzioni trattano i bambini che presentano spie o segni di disagio come veri e propri malati di mente da chiudere in orfanotrofio o in piccoli manicomi, mentre i genitori di fronte a psicologi, psichiatri e assistenti sociali, possono ritrovarsi accusati di colpe mai commesse, sulla base di opinioni soggettive proclamate o come parere “medico” o come parere “scientifico”. Occorre che l’opinione pubblica prenda conoscenza e coscienza di queste problematiche. Urge una maggiore consapevolezza da parte delle istituzioni e dei rappresentati politici della necessità di una riforma radicale dei vari servizi socio-sanitari e del tribunale che metta al primo posto la famiglia, affinché casi come quelli della bimba disabile di 7 anni di Mirandola (risoltosi poi positivamente, ma dopo tre anni di sofferenze), sottratta ai genitori (il papà, tra l’altro, per la dolorosa vicenda è morto di crepacuore) e sottoposta a trattamento psicofarmacologico, non abbiano più a ripetersi.

Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani onlus

RU486: È URGENTE IL RAFFORZAMENTO DELLA RETE DI PREVENZIONE Non è possibile appellarsi alla legge 194 solo per quanto concerne le modalità dell’aborto, senza considerare la parte relativa alla prevenzione e alla tutela della vita nascente. Questa parte è stata lungamente ignorata e disattesa, anche se costituisce il cuore della 194, laddove essa assegna ai consultori e alle strutture socio-sanitarie il compito di aiutare la donna nella rimozione delle cause che portano all’interruzione di gravidanza. È di tutta evidenza che con l’uso della Ru486 praticato in solitudine e al di fuori del contesto ospedaliero, queste pur minime garanzie rischiano di venire a mancare. Credo sia giunto il momento di ripensare in modo più efficace il sistema di prevenzione e di tutela sociale della maternità, rivelatosi ad oggi del tutto inefficace.

Barbara

COMPLIMENTI A DEL VALLE Esprimo il mio apprezzamento per l’ospitalità che date agli articoli di Alexandre Del Valle, uno studioso di grossa caratura, molto documentato. Ho letto in particolare gli ultimi due, sull’islamizzazione della Turchia e sulla strategia di penetrazione islamica in Occidente. Penso che sia necessario diffondere la consapevolezza dei rischi connessi con l’avanzata islamica (che trova precisi riferimenti nel Corano e corrisponde ad un obbligo pseudo religioso di conquista, che maschera interessi politici ed economici e pian piano dovrà condurre tutto il pianeta sotto la legge di Allah) e voi siete uno dei giornali che lo fa meglio. In Italia se ne parla poco e male. C’è troppo buonismo sull’Islam, non si capisce che la diffusione delle moschee, lungi dall’essere una forma di libertà religiosa, è di ostacolo all’integrazione dei musulmani ed è finalizzata a mantenere delle

Fare il pendolare a Edimburgo Andare a lavorare la mattina presto, se si vive a Edimburgo (in Scozia), in alcune stagioni può essere davvero pesante. Nella foto, un gruppo di persone attraversa i viali di Meadows Park, avvolti nella nebbia

enclavi separate dal resto della popolazione, in attesa che l’aumento demografico consenta ai pianificatori di questa strategia di prendere il potere per via pacifica e democratica.

Tommaso Monfeli

BISOGNA DIFENDERE IL SANTO PADRE Bisogna difendere Benedetto XVI anche dal fuoco “amico”. C’è chi non sopporta parole di un certo tipo sulla globalizzazione, sullo sfruttamento delle risorse natura-

L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

li, sulla dignità del lavoro: tematiche affrontate dal kolossal Avatar. È giunta l’ora che la Chiesa passi alla controffensiva mediatica, politica e giudiziaria, per l’affermazione della Verità sugli orrori commessi ogni giorno dall’uomo a danno dei minori, dei giovani, dei più indifesi, dei derelitti, dei bisognosi. Sull’esempio dei Santi, le telecamere, i proiettori cinematografici, le fotocamere digitali, si aprano alla realtà di questi altri orrori.

Nicola Facciolini

da ”YnetNews” del 20/04/10

Il Medioriente no-nuke a pressione internazionale sullo Stato d’Israele sta aumentando. Si vorrebbe partecipasse ad un accordo per trasformare il Medioriente in una zona libera da armi nucleari. Un bando contro le armi di distruzione di massa di cui Israele dovrebbe essere firmataria. L’idea è stata lanciata dal Cairo e ha trovato l’immediato appoggio delle diplomazie di Usa, Inghilterra e Francia. I 189 Paesi che hanno siglato il Trattato di non proliferazione nucleare – l’Ntp – si incontreranno a New York in maggio, nel quartiere generale delle Nazioni Unite. Si parlerà di come il trattato stia perdendo di credibilità, dopo la vicenda nord coreana e quella iraniana. E anche per lo scarso impegno che le maggiori potenze hanno messo negli ultimi anni nella riduzione degli arsenali atomici. La firma del nuovo Start ancora non fa testo.

L

Lo Stato ebraico, come l’India e il Pakistan non hanno mai aderito al trattato di non proliferazione e non parteciperanno in forma ufficiale alla conferenza. Israele dovrebbe possedere un ragguardevole arsenale nucleare anche se non ha mai smentito, né confermato ufficialmente di possedere l’arma atomica. La conferenza d’aggiornamento dell’Ntp si tiene ogni cinque anni. Nel 1995, tutti gli Stati membri appoggiarono una risoluzione che promuoveva il concetto «di un Medioriente libero da armi atomiche così come da altri ordigni di distruzione di massa». Ora l’Egitto ha prodotto un documento preliminare, recapitato a tutti i Paesi che parteciperanno all’incontro di maggio. Il Cairo vorrebbe che la conferenza sottolineasse ufficialmente che nessun passo avanti sia stato compiuto nella direzione auspicata dalla risoluzione del 1995, spingendo per una nuova

conferenza nel 2011. Il punto principale del nuovo appuntamento dovrebbe essere quella «di lanciare un negoziato che coinvolga tutti i Paesi della regione, per arrivare alla firma di un trattato che elimini tutte le armi di distruzione di massa, in maniera verificabile, dal Medioriente» si legge nel documento del Cairo. L’iniziativa egiziana non presenta nulla di nuovo. Ma i rappresentanti diplomatici dei Paesi membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu – Usa, Inghilterra, Francia, Cina e Russia – sarebbero pronti a sostenere il progetto della nuova conferenza, anche se non con un mandato di tipo negoziale. I diplomatici che hanno parlato con Reuters, in forma anonima, affermano anche che le tre potenze occidentali potrebbero spingere Gerusalemme a partecipare all’iniziativa. Non si dovrebbe parlare di negoziato, perché sono ancora troppi i Paesi della regione che non riconoscono lo Stato ebraico. L’Egitto è invece uno dei Paesi arabi che riconosce Israele. Insomma l’appoggio dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dovrebbe garantire un certo sostegno all’iniziativa egiziana. Alcuni diplomatici vedono un unico ostacolo sulla strada della conferenza nell’insistenza del Cairo: quello di ottenere un mandato negoziale. Ma confidano che si possa giungere ad una mediazione. L’ambasciatore all’Onu egiziano, Menagen Abdelaziz, ha invece sottolineato come il punto critico di tutto il progetto sia invece convin-

cere Israele a partecipare. «Vogliamo che gli israeliani si siedano al tavolo per trattare» ha dichiarato a Reuters Abdelaziz. «Siamo flessibili su modi, forme e collocazione della conferenza, che potrebbe anche godere della supervisione del segretario generale Onu, Ban Ki-moon» ha aggiunto il diplomatico del Cairo. La volontà della Casa Bianca di appoggiare questo piano segna, secondo molti osservatori, un passaggio della politica estera Usa, rispetto alla precedente amministrazione Bush.

«È comprensibile la riluttanza d’Israele», si afferma in alcuni ambienti internazionali, anche se la conferenza dovesse avere un «mero valore simbolico». Se Washington dovesse esercitare pressioni su Gerusalemme, gli israeliani non potrebbero però tirarsi indietro. I rappresentanti Onu dello Stato ebraico non hanno ancora espresso alcuna valutazione ufficiale sulla proposta egiziana.


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Le porte sono chiuse, è tutto in silenzio e io sono con te Bene, mia cara, le porte sono chiuse, è tutto in silenzio e io sono di nuovo con te. Quante cose intendiamo con “essere con te”. Durante il giorno non ho dormito, ma mentre nel pomeriggio e nella prima serata me ne sono andato in giro con la testa pesante e il cervello annebbiato, ora scesa la notte sono quasi eccitato, sento dentro di me un tremendo desiderio di scrivere; proprio nei momenti meno opportuni si risveglia il demone che mi costringe a scrivere. Lo lascio fare, io me ne andrò a letto. Ma se potessi trascorrere il Natale scrivendo e dormendo, oh mia cara, sarebbe meraviglioso! Questo pomeriggio ti inseguivo incessantemente, ma invano, naturalmente. O, a dir la verità, non proprio invano, perché sono stato il più possibile vicino a Frau Friedmann, dopo tutto è una tua intima amica da parecchio tempo, vi date del “tu” e si dà il caso che possieda numerose lettere tue, che di sicuro le invidio. Ma perché non ha detto nemmeno una parola su di te mentre io continuavo a fissarle le labbra, pronto ad afferrare la prima parola? Avete smesso di scrivervi? Forse non sa nessuna novità che ti riguardi? Ma come è possibile? E se non sa niente di nuovo, perché non parla di qualcosa di vecchio? E se non vuole parlare di te, perché non cita almeno il tuo nome, come faceva prima, quando ci si vedeva? Franz Kafka a Felice Bauer

LE VERITÀ NASCOSTE

Egitto, una campagna per la poligamia IL CAIRO. Il mondo arabo ha uno strano specchio nell’Egitto, terra che coniuga laicismo secolarista e Fratelli musulmani, Sharm elSheik e sharia. E proprio in Egitto è nata una campagna a favore della poligamia che mira a combattere il nubilato e a proteggere le vedove e le divorziate. L’iniziativa, prima nel suo genere, se l’è inventata l’associazione locale Wifaq. Con un volantino diffuso nelle moschee e nei caffè dei quartieri popolari del Cairo e di Alessandria, l’associazione ha annunciato di aver dato il via ai colloqui tra uomini sposati e donne vedove, divorziate o nubili che desiderano unirsi in matrimonio e che non hanno nulla in contrario ad accettare lo status di seconda moglie. È uno scopo «altamente sociale» quello che si prefigge l’associazione con questo servizio. Un problema, quello del nubilato, che «può essere risolto solo con misure coraggiose». Secondo il volantino, «non si può continuare a nascondere la testa sotto la sabbia, respingendo senza alcun motivo ciò che Dio ha reso lecito per motivi sociali». La reazione della “controparte femminile”non si è fatta attendere: un gruppo di associazioni per i diritti delle donne ha presentato ben 14 ricorsi al procuratore generale egiziano perché vieti immediatamente la campagna a favore della poligamia, che rischia di rafforzare la discriminazione e la disparità tra i sessi. «Se anche la sharia ha dato all’uomo il diritto di sposare più di una donna, la stessa sharia e la legge puniscono l’uso arbitrario di un diritto», ha detto l’avvocato Ahmad Abd al-Mawjud, che assiste una delle organizzazioni contrarie all’iniziativa. Senza contare che l’attività di Wifaq è tutt’altro che benefica, dal momento che «il servizio costa 100 ghinee». Una somma molto elevata, per la media del Paese.

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

RIFORME ESTREME Si fa un gran parlare di riforme istituzionali come ad esempio l’introduzione di un nuovo sistema elettorale che preveda il semipresidenzialismo alla francese. Avrebbe certo senso cambiare il sistema elettorale, ma il semipresidenzialismo alla francese non risolverebbe alcun problema. Il sistema elettorale andrebbe cambiato per garantire la massima rappresentanza elettorale. In particolare di quell’elettorato che - al 40 % oggi si astiene. Poi le riforme di cui si dovrebbe parlare sono ben altre: per tentare di uscire dalla crisi, occorrerebbe liberalizzare il mercato del lavoro e fornire congrui ammortizzatori sociali a chi un lavoro non ce l’ha, seguendo il modello della Gran Bretagna. Le piccole e medie imprese dovrebbero essere le prime ad essere favorite, con una radicale riforma fiscale che preveda l’aliquota unica al 20% per tutti. Stop ad altre imposte, dunque. E i lavoratori potrebbero essere aiutati abolendo una volta per tutte le trattenute in busta paga. Drastica riduzione della spesa pubblica a partire dal taglio immediato di enti inutili quali le Province, i consorzi e le comunità montane e l’accorpamento dei comuni. Si dovrebbe pensare anche ad una riforma delle pensioni che preveda un sistema a capitalizzazione. È necessario separare le carriere dei magistrati e stabilire che, quando un giudice sbaglia, paga di tasca sua. Sui diritti civili, poi, si comprenda, una volta per tutte, che la vita appartiene al singolo: che può decidere di vivere o meno, a sua discrezione. Riforme moderate, quindi, in quanto liberali, ma estreme in quanto necessarie a rivoltare “la casta”come un calzino.

Anselma Dell’Olio, Alex Di Gregorio Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Roberto Genovesi, Aldo G. Ricci,

Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci,

Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo Stefano Zaccagnini (grafica)

Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Collaboratori

APPUNTAMENTI APRILE 2010 VENERDÌ 23 ORE 11, ROMA, PALAZZO FERRAJOLI-PIAZZA COLONNA

Consiglio Nazionale Circoli liberal SEGRETARIO

Luca Bagatin

Robert Kagan, Filippo La Porta, Direttore da Washington Michael Novak

OCCORRE PASSARE DAL PARTITO PER POCHI INTIMI AL GRANDE PARTITO DELLA NAZIONE (II PARTE) Siamo perfettamente d’accordo con Adornato, Casini e Cesa, quando sostengono che «occorre mettere da parte le litigiosità interne e lavorare con spirito di gruppo per rimuovere le incrostazioni, che in molte realtà paralizzano la vita del partito e non lo lasciano crescere». Bisogna avere il coraggio anche qui in Basilicata di passare dal piccolo partito per pochi intimi al grande Partito della Nazione pluralista e democratico, capace di coinvolgere anche i tanti che si sono prodigati nelle diverse competizioni elettorali ad essere reali protagonisti nella costruzione del nuovo soggetto politico. All’indomani del deludente risultato elettorale conseguito dall’Udc in Basilicata (23.760 voti pari al 7,39%) e solo due consiglieri regionali eletti, (rispetto ai 27.100 pari al 7.87%), delle precedenti elezioni regionali in cui vennero eletti tre consiglieri, pur apprezzando il buon posizionamento dell’Unione di centro, che si attesta come terzo partito della coalizione di centrosinistra e quarto partito in Basilicata, sarebbe il caso che chi ha la responsabilità politica del partito a livello nazionale, regionale e provinciale analizzi i risultati conseguiti sul territorio prendendo atto che un maggior calo di consensi è stato evitato grazie ed unicamente all’intraprendenza dei nuovi candidati (Fierro, Orofino, Bruno, Bisaccia, Buoncristiano, Di Leo, Marotta, Gaudiano e di altri provenienti dalla società civile), che restano una risorsa di cui tener conto e per i quali andrebbe anche un non formale ringraziamento. Il calo vistoso nella provincia di Matera, dove l’Unione di centro è sceso (dall’11.12% del 2005 con 12.691 ai 7.236 voti pari al 6,78%) e nella città di Matera dove la lista dell’Udc ha ottenuto solo 1.239 voti pari al 3.30%, rispetto ai circa 4.000 voti della città di Potenza, dove il partito di Casini per la prima volta ottiene un risultato a due cifre 10.01%, è la dimostrazione tangibile che quando c’è una squadra i risultati vanno oltre le aspettative di deboli individualismi. Gianluigi Laguardia C I R C O L I LI B E R A L BA S I L I C A T A

Ernst Nolte, Emanuele Ottolenghi,

Maria Pia Ammirati, Mario Arpino,

Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci,

Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi,

Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi,

Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi,

Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini,

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ULTIMAPAGINA Iran. Per il mullah Sedighi tutte le donne che non vestono secondo i precetti dell’Islam scatenano disastri naturali

Il terremoto? Tutta colpa C del CHADOR

i mancava anche questa: una donna iraniana che non porta il chador in maniera impeccabile - e dunque lascia intravedere qualche ciocca di capelli, un filino di collo, sia mai un’ombra di gamba - non solo è in difetto verso la sua religione e il suo Paese, ma rischia di essere responsabile di una catastrofe naturale. O meglio: del cataclisma per eccellenza: il terremoto. È questo l’avvertimento che il mullah Hojatoleslam Kasem Sedighi ha predicato durante la preghiera del venerdì a Teheran. E che poi ha ribadito ai media del paese, corsi ad intervistarlo. «Molte donne non vestono il chador in modo appropriato - ha detto Sedighi ai giornalisti - e questo non solo disorienta gli uomini, ma corrompe il loro spirito di castità e li induce all’adulterio» questa la prima parte del suo ragionamento, ma c’è dell’altro - «e una tale tensione non può che avere delle ripercussioni sulla natura, incentivando la comparsa di terremoti». Nella repubblica islamica dell’Iran, la legge prevede che le donne siano coperte dalla cima della testa alla punta dei piedi, ma molte di loro specialmente le più giovani - ignorano le restrizioni imposte dal codice e lasciano scoperti i capelli oppure indossano chador più aderenti del dovuto. «Che cosa dobbiamo fare per evitare che vengano sepolte sotto le macerie?» - ha chiesto (un minaccioso dalle sue parole) Sedighi ai suoi fedeli. Ecco la risposta: «Non c’è altra soluzione che cercare rifugio nella religione e adattare le nostre vite ai codici morali dell’Islam».

Il sermone del mullah arriva pochi giorni dopo l’invito del presidente Ahmadinejad ai cittadini di Teheran di lasciare la capitale. «Almeno cinque milioni di persone», questa la richiesta. Motivata dal presidente con un allerta terremoto che sarebbe prossimo a devastare la capitale. Secondo la France Press, il presidente avrebbe detto che «benché impossibilitato ad ordinarvi di andar via, vi esorto a farlo per motivi di sicurezza». E a tal riguardo il governo avrebbe autorizzato una serie di incentivi molto genorosi per convincere i cittadini: un pezzo di terra, sgravi fiscali e mutui bancari più che vantaggiosi. Molti, alla lettura di questo dispaccio d’agenzia, hanno tratto delle conclusioni punto diverse: forse Ahmadinejad cerca di sfrondare la folla della capitale - che conta 12 milioni di persone ed è il cuore pulsante dell’Onda Verde, il movimento di opposizione che contesta la sua elezione a presidente e lo accusa di brogli - per poterla governare (e controllare) meglio. In questa direzione anche l’evacuazione - per suo ordine - dell’Università femminile di Alzahra (sempre nella capitale), che Zahra Rahnavard, la moglie del leader dell’opposizione Hossein Musavi, ha diretto dal 1998 al

di Luisa Arezzo elettorali del giugno scorso, il mullah ha aggiunto: «il terremoto politico che si è verificato non è stato altro che la conseguenza delle nostre azioni. E adesso, se un devastante terremoto colpirà Teheran, nessuno dovrà azzardarsi a definirlo una calamità. Ma un gesto di Dio. Un segno del suo potere...quindi non bisogna contrariarlo». Intanto l’Organizzazione iraniana per l’energia atomica ha fatto sapere che entro la fine di maggio l’Iran entrerà a pieno titolo nel club delle potenze nucleari. «Nessuno potrà più anche solo pensare di attaccare l’Iran», ha detto Behzad Soltani, vice presidente della Aeoi, alla stampa. Per dimostrare il suo ingresso nel cartello atomico, Teheran dovrebbe autorizzare un test incontrovertibile a breve. Secondo Michael Ledeen, proprio l’esperimento potrebbe essere la causa di un eventuale terremoto a breve nella capitale. Ma qui si entra davvero in un campo di supposizioni difficili da verificare.

La scorsa settimana il presidente Ahmadinejad ha invitato i cittadini di Teheran («almeno 5 milioni») a lasciare la capitale in vista di un cataclisma 2006. La chiusura dell’ateneo è stata giustificata sotto l’egida dei motivi di sicurezza, ma non è poi troppo malizioso pensare che sia stata evacuata perché considerata un centro nevralgico dell’Onda Verde.

«Un’autorità divina mi ha chiesto di dire alla gente che è giunto il momento di pentirsi. Perché? Perché una minaccia ci sovrasta», ha detto Sedighi. Riferendosi poi agli scontri post

Quel che è certo, è che l’Iran, convive da sempre con i terremoti. Percorso da almeno sei faglie sismiche, attraversate a loro volta da una sessantina di fratture minori, è fra i paesi più colpiti dell’intero pianeta, e nel corso dei secoli ha versato un pesantissimo tributo di sangue: nel 1641 ci furono 30mila morti, 8mila nel 1926, 25mila nel 1978. Il sisma che ha fatto più vittime è avvenuto nel giugno del 1990 nel nord del paese: i morti furono quasi 40mila. Nel 2003 la cittadina di Bam è stata completamente rasa al suolo lasciando sotto le macerie 31mila persone. Dal 1991 ad oggi l’Iran è stato colpito da ben 950 terremoti che hanno provocato complessivamente 17.600 morti e 53mila feriti. Il fenomeno si spiega con la pressione esercitata dalla piastra tettonica del subcontinente indiano contro quella dell’Eurasia, la stessa frizione che nell’arco di 70 milioni di anni ha determinato la formazione della catena montuosa più alta della terra, quella dell’Himalaya, e che di tanto in tanto si scatena lungo le linee di frattura che dal Pamir si irradiano verso ovest. La scienza non parla di chador indossati male e di capelli lasciati troppo a lungo sotto sguardi impuri. Ma vaglielo a dire al Mullah.

2010_04_21  

L’approfondimento.L’operazione di potere all’origine dello scontro QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 21 APRILE 2010 DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NO...

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