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Le anime piccole debbono

diffidare più delle proprie passioni quanto sono più intense Ippolito Nievo

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • GIOVEDÌ 1 APRILE 2010

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Il Quirinale spiega il no in una nota: «Non c’è equilibrio tra legislazione, contrattazione collettiva e contratto individuale»

Riforme sì, ma con giudizio Napolitano non firma e rinvia alle Camere la legge che modifica il diritto del lavoro: «Non è chiara e rischia di indebolire le tutele». Maroni e Sacconi rispondono: «Ne terremo conto» Viaggio nel partito di Bersani dopo il voto

L’alternativa che non c’è Nel Pd si apre il solito dibattito tra veltroniani e dalemiani: ma non è il momento di una svolta profonda come, ad esempio, abbandonare davvero il concetto di sinistra? PARLA BARBERA

OLTRE LA SINISTRA

di Errico Novi

l partito democratico oscilla tra due errori o, meglio, illusioni: la inesistente vocazione maggioritaria e la esistente ma sterile squadra di centrosinistra. Con la sfida solitaria del Pd di Walter Veltroni si è raggiunto il risultato più positivo per Silvio Berlusconi e Umberto Bossi. D’altra parte, con le esperienze dell’Ulivo e dell’Unione si è messa in campo un’alleanza abborracciata del tutti dentro che è una cosa molto simile alla parrocchiale banda di scarpa sciolta. Con la prima illusione non ci sono i voti; con la seconda invece non c’è il governo.

ROMA. «È venuto il tempo di darsela, una linea». È l’invito di Augusto Barbera, uno dei padri nobili del Partito democratico, «adesso non se ne vede una, se non quella tutta basata sull’antiberlusconismo». È molto netto il giudizio del costituzionalista, anche di fronte alla principale inevitabile obiezione: e se il Pd fosse bloccato dal timore di perdere l’egemonia? Oiezione senza fondamento, risponde il professore dell’università di Bologna ed ex onorevole del Pci-Pds: «Adesso l’egemonia è in mano a Di Pierrtro. Casomai si tratta di riprendersela».

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a pagina 9 I QUADERNI)

po aver vinto le elezioni in cui ha perso il suo partito, si veste dei panni di statista per recuperare terreno nei prossimi tre anni. Avanti con il federalismo, il presidenzialismo, la riforma del fisco per abbassare le tasse e, ovviamente, quella della giustizia. Solo che, curiosamente, nello stesso giorno è arrivato lo stop del Quirinale alla legge delega sul lavoro collegata alla Finanziaria e approvata a inizio marzo. Metaforicamente: le riforme non basta volerle fare, bisogna anche saperle fare. Almeno saperle scrivere.

Casini: «Il Centro è stato decisivo. Continua la sfida al bipolarismo»

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Il presidente della Commissione Finanze del Senato

Mario Baldassarri: «Caro Tremonti, il fisco va cambiato sul serio, non fare il gioco delle tre carte»

di Pierre Chiartano

ROMA. Si corre veloci verso la fase costituente del partito della Nazione. Bandite le analisi emotive per lasciar spazio all’azione. Una nuova classe dirigente, nuove idee e maggiore trasparenza nei tesseramenti. Viene così ribadita la necessità di rimettere in moto la Costituente di centro dopo questa tornata elettorale. È quanto emerge dal consiglio nazionale dell’Udc riunitosi ieri nel tardo pomeriggio nella sede romana del partito sotto la guida del leader Pier Ferdinando Casini. a pagina 6

Riccardo Paradisi • pagina 4

di Giancristiano Desiderio

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Il Consiglio nazionale Udc

ROMA. E adesso sotto con le riforme. Silvio Berlusconi, do-

«I soldi per rilanciare l’economia ci sono: basta tagliare davvero gli sprechi pubblici. E poi giù le tasse, con il coefficiente familiare»

Se continua «Oggi la linea così, sarà eterna la determina opposizione Di Pietro»

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di Marco Palombi

È scomparso all’età di 87 anni l’indimenticabile protagonista di cabaret e tv

Il Totò della canzone italiana

Addio a Nicola Arigliano, uno dei più grandi “intrattenitori”

• ANNO XV •

di Nicola Fano morto Nicola Arigliano, aveva 87 anni. Era stato uno dei protagonisti dello spettacolo dagli anni Cinquanta, Sessanta in poi tra musica, teatro e tv. Tecnicamente, si chiamano crooner, ossia cantanti intrattenitori. Lui in questo sport praticava il versante comico. Perché Nicola Arigliano era pazzerello, perché aveva un modo un po’ assurdo di porgere se stesso e la musica sul palcoscenico e perché gli piacevano gli azzardi. Anche musicali: era un campione di «canzone jazz», anche se questo genere in Italia non esiste.

È

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WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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pagina 2 • 1 aprile 2010

Licenziamenti. L’euforia riformista del premier è bloccata dal Colle: «Non si può intervenire così su temi tanto delicati»

Più lavoro per il governo Napolitano non firma la legge sull’articolo 18: «Non dà garanzie». «Terremo conto dei rilievi del Quirinale», gli risponde subito Sacconi di Marco Palombi

ROMA. E adesso sotto con le riforme. Silvio Berlusconi, dopo aver vinto le elezioni in cui ha perso il suo partito, si veste dei panni di statista per recuperare terreno nei prossimi tre anni. Avanti con il federalismo, il presidenzialismo, la riforma del fisco per abbassare le tasse e, ovviamente, quella della giustizia. Solo che, curiosamente, proprio il giorno in cui su giornali e tv si rincorrono le dichiarazioni ufficiali o in camera caritatis sul magnifico accordo

è quello che riguarda il ricorso all’arbitrato e alla conciliazione sulle controversie di lavoro, strumento che secondo le opposizioni e la Cgil scardina l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (quello che prevede il reintegro di chi viene licenziato senza “giusta causa”). Privilegiando il canale dell’arbitrato e della conciliazione – che deve essere scelto al momento dell’assunzione, in una condizione di particolare debolezza per la maggior parte dei lavoratori –

«Da parte dell’esecutivo proporremmo alcune modifiche che mantengano in ogni caso l’arbitrato che lo stesso presidente della Repubblica ha dichiarato di apprezzare» ha risposto ai rilievi del Capo dello Stato il ministro del Welfare tra capi e capetti della maggioranza per rivoltare l’Italia come un calzino, il Quirinale rinvia alle Camere la legge delega sul lavoro collegata alla Finanziaria e approvata definitivamente dal Senato ad inizio marzo. Metaforicamente: le riforme non basta volerle fare, bisogna anche saperle fare. Almeno saperle scrivere.

Il presidente della Repubblica ha chiesto al Parlamento – peraltro per la prima volta da quando è stato eletto - di rimettersi al lavoro sul testo, si legge in una nota ufficiale, a causa «della estrema eterogeneità della legge e in particolare dalla complessità e problematicità di alcune disposizioni che disciplinano temi, attinenti alla tutela del lavoro, di indubbia delicatezza sul piano sociale». Senza contare che, al di là degli «apprezzabili intenti riformatori che traspaiono dal provvedimento», questa legge delega è passata dai nove articoli e 39 commi con cui è entrata in Parlamento ai cinquanta e 140 con cui ne è uscita, contenendo «le materie più disparate»: «Già altre volte - ha aggiunto il capo dello Stato nella sua lettera alle Camere - ho sottolineato gli effetti negativi di questo modo di legiferare sulla conoscibilità e comprensibilità delle disposizioni e quindi sulla certezza del diritto». Nel merito, Giorgio Napolitano ha citato diversi punti controversi: l’articolo 31, ad esempio,

viene in sostanza limitata la competenza del giudice del lavoro e, per questa via, indebolita la capacità contrattuale della parte più debole. È questo il parere del capo dello Stato, che ha chiesto quindi al legislatore una nuova formulazione «coerente con la necessità di garantire l’effettiva volontarietà della clausola compromissoria e una adeguata tutela dei diritti più rilevanti del lavoratore», cioè cambiamenti che «vanno al di là della questione delle garanzie dall’articolo 18» ma investono invece

I dati dell’Istat confermano che la crisi non è passata

Crescono inflazione e disoccupazione: i numeri ci bocciano di Alessandro D’Amato

ROMA. Disoccupazione stabile su numeri preoccupanti, inflazione in crescita: in numeri dell’Istat disegnano un quadro sempre più preoccupante della situazione economica italiana. Il tasso di disoccupazione a febbraio resta infatti invariato rispetto a gennaio all’8,5%. L’istituto nella stima mensile sottolinea che il dato resta comunque il peggiore da gennaio 2004, inizio delle serie storiche. Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) a febbraio è schizzato al 28,2% con una crescita di 0,8 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 4 punti percentuali rispetto a febbraio 2009. Il tasso italiano è superiore di 7,6 punti rispetto a quello relativo alla Ue-27 (20,6%). Sale poi all’1,4% a marzo l’inflazione su base tendenziale. L’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), relativo al mese di marzo 2010, presenta una variazione di più 0,3 per cento rispetto al mese di febbraio e di più 1,4% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. L’incremento pari all’1,4% dei prezzi al consumo registrato a marzo rispetto allo stesso mese dell’anno precedente rappresenta il valore più alto da febbraio 2009, quando l’inflazione si attestò a +1,6%. Sulla base dei dati gli aumenti congiunturali più significativi si sono verificati per i capitoli Trasporti (più 1,1%), Abitazione, acqua, elettricità e combustibili (più 0,4%) e Servizi ricettivi e di ristorazione (più 0,3%).Variazioni nulle si sono registrate nei capitoli bevande alcoliche e tabacchi e istruzione.Variazioni negative si sono verificate nei capitoli Servizi sanitari e spese per la salute (meno 0,3%) e Comunicazioni (meno 0,1%). Gli incrementi tendenziali più elevati si sono registrati nei capitoli trasporti (più 5,1%), altri beni e servizi (più 2,9%) e istruzione (più 2,5%). Una variazione nulla si è registrata nel capitolo servizi sanitari e spese per la salute. Variazioni tendenziali negative si sono verificate nei capitoli Abitazione, acqua, elettricità e combustibili (meno 0,9%) e Comunicazioni (meno 0,3%).

Sempre ieri, Bankitalia ha reso noti i dati del credito spiegando che la loro frenata è attribuibile in misura prevalente al calo della domanda di prestiti. «Questo rifletterebbe, per le imprese, soprattutto la diminuzione del fabbisogno finanziario, a sua volta legato alla netta contrazione degli investimenti; sui prestiti alle famiglie hanno inciso la caduta dei consumi e la debolezza del mercato immobiliare», dice il documento. Secondo l’analisi «in Italia il credito bancario aveva iniziato a decelerare già nella prima metà del 2007, all’indomani di una espansione lunga quasi un quinquennio. La dinamica dei prestiti si è ancora affievolita con lo scoppio della crisi, fino a divenire negativa alla meta’ del 2009».

la «stessa disciplina sostanziale del rapporto di lavoro rendendola estremamente flessibile anche a livello del rapporto individuale» (e qui, per farsi capire, Napolitano tira dentro esplicitamente anche gli articoli 30 e 32 che riguardano certificazione dei contratti e ingaggi a tempo determinato).

L’articolo 20 invece, anch’esso citato dal Quirinale, introduceva «un’interpretazione autentica» della legge 51/95 sulla prevenzione degli infortuni che abbassava gli standard di sicurezza anche per i lavoratori del «naviglio di Stato», spesso a contatto con amianto e altre sostanze nocive. La norma, fosse entrata in vigore così com’è, avrebbe avuto l’effetto di bloccare un’inchiesta della Procura di Torino su 142 uomini della Marina militare morti per amianto e un processo a Padova sul decesso di altri due soldati per le stesse cause. L’articolo 50 infine, ultimo tra quelli esplicitamente bocciati da Napolitano, interviene a posteriori sulle cause di lavoro di chi, pur avendo un contratto di collaborazione, svolgeva in realtà lavoro subordinato: secondo la legge delega il datore di lavoro se la sarebbe cavata versando da un minimo di 2,5 ad un massimo di sei mensilità. Nel governo e nel centrodestra, comunque, tutto appare tranquillo. Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, prima si è lanciato in un commento gentile («Il Capo dello Stato chiede un ulteriore approfondimento al Parlamento che ci sarà e da parte del governo proporremmo alcune modifiche che mantengano in ogni caso l’arbitrato che lo stesso presidente della Repubblica ha apprezzato»), poi ha raffreddato i toni dicendo che il governo spera in «un rapido esame del ddl circoscritto alle materie segnalate» e indica la soluzione per l’arbitrato: convertire in legge l’avviso comune siglato l’11 marzo tra le parti sociali – esclusa la Cgil – che prevede che la clausola compromissoria venga siglata tra datore e lavoratore al momento dell’assunzione, ma escludendo il licenziamento. Si avrebbe così il doppio effetto di non depotenziare l’arbitrato scaricando la figuraccia fatta col rinvio su una guerra tra sigle sindacali. In privato, poi,


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Parla Natale Forlani, presidente di Italia Lavoro e consulente del ministro

«Ma noi volevamo solo tutelare i più deboli»

Secondo l’ex collaboratore di Marco Biagi «l’arbitrato si applica a tutti i lavoratori, porta diritti dove non ci sono» di Francesco Pacifico

ROMA. Con la praticità imparata quando si oc- più politiche e generali, che vanno oltre le eccupava dei diritti degli edili, Natale Forlani fa fatica a comprendere tutte le polemiche sull’arbitrato. Per l’amministratore delegato di Italia Lavoro ed collaboratore di Marco Biagi nella stesura del Libro bianco, «si sta tentando di introdurre una tutela universale, che non riguarda solo chi è assunto a tempo pieno, ma i più deboli. Eppoi non si applica al licenziamento». Aiuta i più deboli? Certo. Ogni anno ci sono 5 milioni di persone che cambiano lavoro. E buona parte lo fa per scelta altrui – quando le aziende dismettono personale – o perché è forzata – non ci sono più le condizioni per andare avanti –. E parliamo di persone per lo più occupate in contesti scarsamente sindacalizzati, dove si è soli nel fare valere i propri diritti. Bella consolazione. Costruire nella contrattazione un pacchetto di tutele è sempre complesso. La realtà è che le cause, quelle che arrivano a dibattimento, sono contraddistinte da tempi lunghi e di per sé vedono svantaggiato il dipendente: è lui, non il datore che per mantenersi deve trovare un altro lavoro. E l’arbitrato? Semplifica la materia, permette una soluzione in tempi più rapidi. Eppoi siccome stiamo parlando di attuazione non di superamento delle tutele, mi si deve spiegare per quale motivo l’arbitro non dovrebbe rispettare la legge. Sa qual è l’errore? Qual è? Lo sbaglio è pensare che, siccome i sindacati sono meno scafati degli imprenditori, soltanto la legge o la magistratura garantiscano la protezione dei lavoratori. E ne sono convinti componenti della sinistra e dello stesso sindacato. Non tutti sono tutelati allo stesso modo. Ma è chiaro. Le tutele però non sono unilaterali. E le sentenze nascono proprio dalla valutazioni degli diritti opposti. Ripeto, mi spiega perché questo non dovrebbe avvenire negli arbitrati e i magistrati dovrebbero essere sempre e comunque più lungimiranti? Napolitano non ha firmato la norma. Forse su alcuni passaggi ci possono essere aspetti tecnico giuridici discordanti, ma personalmente, e in via generale, non vedo elementi di anticostituzionalità. Il Colle spinge per riforme condivise. Sarebbe il caso che ci si soffermasse sull’aspetto della pertinenza costituzionale del provvedimento. Tutto il resto fa parte di considerazioni

cezioni sulle quali si discute. È mancata organicità nelle riforme. Sono uno dei coautori del Libro bianco che nel 2001 auspicava un ripensamento organico di ogni processo del mondo del lavoro. Poi questo obiettivo ha fatto i conti con la realtà, con i livelli della dialettica sociale. In via generale è ancora valida l’idea di introdurre uno statuto dei lavori per dare risposta al tema della mobilità e a quello della riforma degli ammortizzatori sociali. Il problema sorge quando usciamo dai convegni e torniamo nel mondo reale. L’arbitrato va modificato. Non mi sembra che il problema posto dal capo dello Stato sia sull’opportunità o meno di introdurre l’istituto dell’arbitrato. Di conseguenza, bisogna trovare dei punti di equilibrio e dare tutti i chiarimenti alle accezioni poste dal presidente della Repubblica. Ma la questione vera, mi si permetta, non mi sembra questa. Allora qual è? Anche quando insigni giuslavoristi si soffermano sulle formulazioni, non dicono che il problema vero è proprio quello di fare ricorso all’arbitrato. Ricordo ancora quando nel 1998, da segretario confederale della Cisl, non riuscimmo in questo intento nonostante ci fosse una sostanziale concordanza sulla bontà di questo strumento. Davvero i sindacati sono a favore? Credo di sì, non fosse altro credo perché rafforza il ruolo delle parti sociali. A me, personalmente, sembrano più contrari gli avvocati, che sono disposti a mantenere lo status quo di tutto quello che si riverbera in contenzioso. Dimentica Guglielmo Epifani? Ma lui e la Cgil sono contrari all’arbitrato in quanto tale. Con loro è anche inutile fare distinguo sulle modalità di applicazione. Anche Bonanni si lamenta. Il segretario della Cisl parla di irrigidimento delle procedure, ma è uno dei fautori dell’arbitrato. Quest’uscita dimostra che ci sono i margini per ripensare il testo senza snaturarne la finalità. Per concludere, vale la pena scatenare una guerra di religione su un arbitrato che di fatto non interviene neppure sui licenziamenti? La storia ci insegna che le novità più importanti nella legislazione del lavoro sono arrivate attraverso strappi.

L’errore sta nel credere che soltanto con la legge o con la magistratura si difendano i diritti dei lavoratori. Come se i giudici decidessero sempre in modo lungimirante

Napolitano ha rinviato alle Camere la legge sul lavoro scritta dal ministro Sacconi. A destra, Natale Forlani, consulente del ministro laborare (Pd e Udc, peraltro, hanno già detto di sì a patto che si parli di cose serie).

fonti di governo spiegano che nessuno è sorpreso: «Dopo aver firmato il legittimo impedimento questa proprio non poteva firmarla la sinistra gli avrebbe dichiarato guerra. O rinviava quella o questa: è andata bene così». Esclusi gli appassionati della materia, infatti, ormai nel governo tutti pensano al bersaglio grosso: giustizia e intercettazioni subito, federalismo e presidenzialismo a seguire. È vero che sono dieci anni – senza contare la Bicamerale D’Alema – che il centrodestra s’arrovella attorno alle riforme di sistema, costituzionali o meno che siano, ma stavolta a palazzo Chigi sembrano convinti di potercela fare. «Ora o mai più», drammatizzava ieri di prima mattina Paolo Bonaiuti invitando l’opposizione a col-

La strategia – discussa in un vertice pomeridiano con Silvio Berlusconi a palazzo Grazioli – è chiara: vestirsi da agnelli, agire da lupi. Il PdL continuerà ad ingolosire i democratici agitando il fantasma della bozza Violante (riduzione del numero dei parlamentari, Senato delle Regioni, maggiori poteri al premier), ma il banco di prova dell’accordo sarà la riforma della giustizia che il Guardasigilli dovrebbe portare in Consiglio dei ministri subito dopo Pasqua. Se il clima s’incattivisce, com’è probabile, la maggioranza andrà avanti anche da sola. Il Cavaliere continua a ripeterlo ai suoi: per fare le riforme serve un largo consenso e noi abbiamo quello dei cittadini, quindi non bisogna avere paura del referendum confermativo perché «questa volta lo vinceremmo». Per il momento, insomma, siamo ancora alle chiacchiere.


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Rivoluzioni. L’esponente del Pdl, presidente della Commissione Finanze del Senato, ha una ricetta per l’economia

«La mia riforma del fisco» Mario Baldassarri risponde al diktat di Tremonti: «Ridurre gli sprechi subito, poi ridisegnare le tasse inserendo il coefficiente familiare» di Riccardo Paradisi desso la riforma fiscale torna a essere una priorità nell’agenda del governo. «Sarà la riforma delle riforme» dice il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che di riforme fino ad oggi non ha voluto saperne. Mario Baldassarri sorride, è da mesi che parla della necessità della riforma fiscale. Sostenendo, con buona pace dei niet di via Venti Settembre, che farle era possibile e necessario. In particolare, ripeteva ancora a dicembre, si può e si deve fare il taglio delle tasse, trovando il coraggio politico di effettuare il taglio della spesa pubblica. L’economista del Pdl che presiede la commissione finanze di palazzo Madama ammoniva gli immobilisti del suo partito – che adducevano come motivo dello star fermi la crisi economica – che «è nel codice genetico del centrodestra la riforma e la riduzione delle pressione fiscale». E che se si aspettano le condizioni ideali per agire queste non arriveranno mai: «Se tra quattro anni piovesse la manna di 3040 miliardi in più saremmo comunque in deficit se intanto non avremo trovato il coraggio di ridurre la spesa pubblica». Per Baldassarri che ora si parli almeno dell’apertura dei cantieri per la modifica del sistema tributario è una vittoria. Insomma, non sembra caduto nel vuoto

A

il pacchetto di proposte presentato al Senato durante l’ultima manovra finanziaria. Ora si tratta di vedere che tipo di riforma fiscale dovrebbe profilarsi. Presidente non è ancora precisa la morfologia che avrà questa riforma annunciata. Si parla di spostamento progressivo del carico dell’Irpef alle imposte indirette come l’Iva, di federalismo fiscale, di lotta all’evasione. Che riforma fiscale dovremmo fare professore? Una riforma che riduca la pressione fiscale sulle famiglie e sulle imprese anzitutto. Paradossalmente abbiamo un vantaggio perché Visco, Prodi e Pa-

Il calendario dell’economia

Privatizzare Eni e Enel, poi i tagli: ecco da dove cominciare di Carlo Lottieri

doa Schioppa l’hanno aumentata di tre punti. Basterebbe tornare alla pressione lasciata dal precedente governo di centrodestra del 40,6 per cento per cominciare l’opera. Secondo punto: applicazione del coefficiente famigliare attraverso la deduzione per carichi famigliari. Terzo, togliere almeno il monte salari dall’Irap. Quarto, io contribuente devo sapere con chiarezza il totale delle tasse da pagare attraverso il federalismo fiscale. Quanto devo dare allo

netto taglio della spesa pubblica. Se non c’è questo c’è il gioco delle tre carte. Se uno dice si fa la riforma fiscale a parità di gettito non fa la riforma fiscale. Se dice meno dirette e più indirette non fa la riforma fiscale. Se uno dice meno tasse sul reddito ma più sul patrimonio anche questa non è riforma fiscale. È qualcos’altro, non è la rivoluzione liberale che il Pdl ha promesso quindici anni fa. Appunto sono quindici anni che si parla di rivoluzione liberale. Dopo il grande consenso elettorale delle politiche, delle europee e di queste regionali – contrariamente alle previsioni di tanti corvi che aspettavano potenziali cadaveri – se non la si fa adesso quando la si fa? Pdl e Lega hanno ragione d’essere solo se rispondono al consenso elettorale con il primo degli impegni assunti che è questo; liberare imprese e famiglie dal giogo del fisco. Ma liberare coi numeri non cambiando le pedine nella scacchiera. E secondo lei ci siamo a questa svolta? Penso e soprattutto spero di si. Ma ci vuole il coraggio, la forza e la volontà della decisione politica di tagliare la spesa, di ridurre sprechi e

malversazioni: tutto quello viene chiamato servizi ai cittadini ma che è accumulazione di rendite e di potere da parte di 2-300mila italiani che fanno pagare ai restanti 57 milioni 70miliardi di spesa in più all’anno. Su quali capitoli della spesa pubblica si potrebbe cominciare a tagliare da subito? Quelli che ho indicato a dicembre in finanziaria: i fondi perduti, che sono inutili e ali-

Dopo il grande consenso elettorale delle politiche, delle europee e delle regionali, è il momento giusto per la rivoluzione liberale stato, al comune alla provincia, così che posso mettere in relazione le tasse che pago ai servizi che ricevo. Questo è quello che io intendo con riforma fiscale, che è l’essenza della rivoluzione liberale. Come precondizione per la riforma, però, lei ha posto un

on la chiusura della fase elettorale si torna a parlare di riforme economiche: e in primo luogo della necessità di cambiare il fisco. Da tempo il ministro Giulio Tremonti va promettendo che consacrerà i prossimi tre anni a una revisione complessiva delle norme tributarie, che dovrebbero ricalcare sue vecchie idee risalenti ai primi anni Novanta. Ma non si parla ancora di “quoziente famigliare”, che della riforma fiscale dovrebbe essere il punto di partenza concettuale. È però del tutto chiaro che la riscrittura delle leggi riguardanti la finanza pubblica può avere luogo solo entro un più generale ripensamento del rapporto tra lo Stato e l’economia privata. Tanto più che senza cambiamenti strutturali l’Italia rischia d’incamminarsi sulla strada già segui-

C

mentano mafia, camorra e n’drangheta e la voce di spesa dirompente dei consumi intermedi, cioè gli acquisti delle pubbliche amministrazioni. Prima si fa questo e poi si parla di federalismo fiscale. Perchè la spesa pubblica di 810 miliardi all’anno per il 53% è decisa dagli enti locali, il governo centrale decide so-

ta dalla Grecia. Per evitare il disastro di un collasso di sistema è in primo luogo necessario, allora, che si proceda con coraggio a un ridimensionamento della spesa pubblica. Se questo non verrà realizzato, infatti, la riforma fiscale potrà solo ridisegnare la situazione attuale in forme magari meno irrazionali, ma certo non potrà ridurre il prelievo. Ed è questo però che è massimamente urgente abbandonare gli scenari keynesiani delle “grandi opere” e iniziare a ridimensionare l’intera funzione pubblica.

Ma l’iniziativa più urgente per avviare una riduzione della spesa pubblica (da considerarsi politicamente “fattibile”, se solo lo si vuole) consisterebbe nell’avvio di un vasto piano di privatizzazioni, volto a ridare più


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1 aprile 2010 • pagina 5

Giulio Tremonti (a sinistra) e Mario Baldassarri (a destra). Qui sotto: Tommaso Padoa Schioppa. Nella pagina a fianco: Vincenzo Visco nella foto grande e Renato Brunetta nella foto piccola

lo il 47 per cento. Questo è il nodo del federalismo. Lo stato centrale è responsabile di raccogliere il 90 per cento delle entrate ma decide solo il 47 per cento delle spese. Gli enti locali sono responsabili di raccogliere il 10 per cento delle entrate ma gestiscono il 53 per cento delle imprese. Se non mettiamo il paletto della riduzione della pressione fiscale totale rischiamo che alla fine la pressione aumenti perché ogni livello di governo potrà mettere più tasse. Negli

ultimi anni abbiamo tagliato all’osso la spesa dei ministeri e degli enti locali ma abbiamo fatto esplodere la spesa degli enti locali. L’Fmi si esprime su uno degli argomenti all’ordine del giorno dell’agenda italiana: il federalismo: «È una opportunità, ma può portare ad un aumento della spesa pubblica». Il federalismo è uno strumento efficacissimo: se avviene entro quei paletti che le ho indicato. Se noi non tagliamo questa spesa corrente succede che quando attuiamo il federalismo fiscale il nodo politico sarà il passaggio dai costi storici ai costi standard. Ma se nel frattempo i costi storici continuano a esplodere ogni piccola comunità giustificherà il suo costo

storico dicendo che quello per loro è un costo standard. Sarà difficile farli tornare indietro. Lei contesta l’impostazione della riforma fiscale limitata al numero delle aliquote. Non ho nulla in contrario se invece di 5 aliquote Irpef se ne fanno due. La priorità però è spostare il soggetto di riferimento dall’individuo al nucleo famigliare e sulle imprese abolire l’Irap. Questo è il centro. Poi sul numero delle aliquote si può ragionare. Lotta all’evasione fiscale: perché un principio banale come quello delle deduzioni e delle detrazioni fiscali continua a non essere applicato?

permettere un significativo abbassamento delle imposte.

dinamismo all’economia e a ridimensionare – grazie alla dismissioni – l’entità del debito pubblico e la quota di interessi che mensilmente lo Stato deve pagare.

La lista delle imprese pubbliche che bisognerebbe cedere è molto lunga: si tratta di vedere se si vuole iniziare con Eni o con Enel, con Trenitalia o con Poste Italiane, con la Cassa Depositi e Prestiti o con la Rai. Bisogna comunque che lo Stato usi le privatizzazioni per ridurre il debito e quindi il suo stesso fabbisogno di risorse. Le privatizzazioni, insomma, possono

Bisogna inoltre responsabilizzare gli enti locali, a partire dalle Regioni. Qui sarà decisiva la partita dei decreti attuativi riguardanti il federalismo fiscale, perché se si avranno tributi davvero locali e manovrabili (che permettano ai sindaci e ai governatori di modificare le imposte sulla base dei loro progetti) quello che ne deriverà sarà un sistema concorrenziale, il quale “obbligherà” tutti a dare il proprio meglio e creerà una specie di mercato tra istituzioni. Si deve quindi lavorare perché, in un domani non lontano, regioni come la Puglia o la Basilicata possano adottare livelli impositivi moderati, al fine di farsi interessanti per quelle imprese che, fino

Sul Sole 24 ore del 1978 per sei mesi io e il mio amico Visco abbiamo fatto a ping pong discutendo sui metodi per combattere l’evasione. Emergeva già allora questa differenza di impostazione. Visco pensa oggi come allora che l’evasione fiscale si com-

Quando la pressione fiscale nelle economie moderne supera il 40 per cento l’effetto è quello di un abbattimento della crescita economica

batte con le vessazioni e i controlli burocratici. Io penso che l’evasione fiscale si combatte col contrasto di interessi e le detrazioni fiscali.

ad oggi, hanno preferito investire a Sofia o a Timisoara. Un altro gruppo di riforme fondamentali – provò ad avviarle il precedente governo, ma fece poco e male – riguarda il capitolo delle rendite parassitarie e dei troppi lacci che ostacolano l’impresa. L’Italia resta il regno dei notai e dei farmacisti, degli ordini professionali e delle licenze. Ognuna di queste realtà è diversa e merita uno studio accurato, ma è indubbio che la nostra economia non potrà rimettersi in moto se l’intero sistema dei servizi resterà tanto ingessato e costoso, se per prendere un taxi bisognerà continuare ad aspettare un quarto d’ora, se ogni transazione di un certo peso – acquisire un’attività, ad esempio – seguiterà ad implicare un taglieggio da parte del notaio di turno.

La cedolare secca sugli affitti per le persone fisiche, per esempio, farebbe emergere parte consistente di quelle 32mila abitazioni affittate in nero di cui conosciamo l’indirizzo e il catasto. Ancora l’Fmi dice che la riforma economica in questo senso è urgente. Se non la facciamo subito il percorso della ripresina ”lenta e fragile” ci riporterà nel 2015 al reddito del 2007. Come reggiamo da qui al 2015? Del resto quando la pressione fiscale nelle economie moderne supera il 40 per cento l’effetto è un abbattimento della crescita economica, quando sta sotto il 40 c’è un impulso alla crescita. il quadro teorico è questo, la prassi è il taglio alla spesa. Ci vuole la volontà politica di farla.

In una qualche forma confusa (si pensi alla protesta manifestatasi con il voto alle liste di Beppe Grillo), gli stessi risultati usciti dalle urne hanno segnalato quanto l’Italia sia ormai insofferente di fronte al peso esorbitante della politica e dinanzi all’intreccio tra potere ed affari, quale discende da uno Stato onnipresente e da regole che intralciano l’iniziativa privata. Liberalizzare il sistema ferroviario e cedere Trenitalia, in fondo, significa soddisfare esigenze che provengono dal mondo del lavoro e corrispondere a regole che l’Europa da tempo ci chiede di accogliere; e lo stesso può dirsi per le poste, le libere professioni, le attività commerciali e via dicendo. Abbiamo perso tanto tempo: ora non possiamo più permettercelo.


diario

pagina 6 • 1 aprile 2010

Consiglio nazionale. Un documento ufficiale per rilanciare l’azione del partito e offrire una vera alternativa di governo

Casini: «Il Centro è decisivo» Il leader dell’Udc: «Continua la nostra sfida al bipolarismo»

ROMA. Si corre veloci verso la

«Ora facciamo insieme le riforme»

Un appello di Letta

Creare un’alternativa credibile che possa finalmente cambiare i giochi di una politica nazionale non più all’altezza di gestire un Paese moderno. Uscire dal ruolo di semplici

ROMA. «Con questo voto noi

Per Cesa serve uscire dal ruolo di semplici «testimoni» per diventare aggregatori di una nuova proposta politica per l’Italia «testimoni» per diventare aggregatori di una nuova proposta per l’Italia. Il risultato elettorale che ha meno soddisfatto i vertici dell’Unione di centro è quello del Piemonte. Ma il segretario Lorenzo Cesa nel suo intervento ha voluto sottolineare ulteriormente che «il quadro generale che ci viene offerto dal voto nelle tredici regioni per l’Unione di Centro contiene molte luci, ma anche alcune ombre che non dovremo enfatizzare più del necessario ma nemmeno sottovalutare». Comunque la scelta di essere presenti a livello regionale ha guidato le decisioni sulle alleanze a geometria variabile. «Abbiamo

di domenica e lunedì, è la polarizzazione delle ali nei due schieramenti. La vittoria della Lega aumenta il potere di ricatto sull’attuale governo nazionale e la comparsa, non di semplice bandiera, delle liste Grillo, apre un contenitore sui voti in fuga dal centrosinistra. Il ruolo di ago della bilancia del partito è uno degli elementi che hanno confortato le scelte della direzione nazionale. «Siamo stati determinanti in molte regioni – ha continuato il segretario nel suo intervento – a partire dal Lazio, per arrivare alla Campania, alle Marche, alla Calabria, alla Basilicata e alla Liguria e lo siamo stati in Puglia, dove le dimissioni del ministro Fitto rappresentano la dimostrazione “palese” – consentitemi il gioco di parole – che avevamo ragione noi e torto il Pdl». Anche la forte diserzione alle urne ha catalizzato l’analisi dei vertici del partito, valutata come frutto dello scadimento del linguaggio politico.

di Pierre Chiartano

fase costituente del partito della Nazione. Bandite le analisi emotive per lasciar spazio all’azione. Una nuova classe dirigente, nuove idee e maggiore trasparenza nei tesseramenti. Viene così ribadita la necessità di rimettere in moto la Costituente di centro dopo questa tornata elettorale. È quanto emerge dal consiglio nazionale dell’Udc riunitosi ieri nel tardo pomeriggio nella sede romana del partito. Dopo gli interventi dei più autorevoli membri del consesso nazionale, da Pier Ferdinando Casini a Rocco Buttiglione, da Savino Pezzotta a Francesco D’Onofrio e Ferdinando Adornato, per un’analisi a caldo sui risultati delle elezioni regionali – giudicati non «soddisfacenti» da Casini – è stato elaborato un documento ufficiale che rilancia l’azione dell’Udc. Una nuova spinta per trasformare la proposta politica in modo da rompere «con il falso bipolarismo» che rischia di bloccare il Paese.

voluto così andare da soli nel 60 per cento delle regioni – ha ribadito Cesa – e di stringere alleanze nelle altre, cercando di costruire un argine alla prevedibile avanzata della Lega al Nord, consapevoli che avremmo dovuto rinunciare a diversi posti di potere. E di favorire un rinnovamento nelle regioni del Sud mal governate dalla sinistra negli ultimi anni». Una scelta politica che ha sottoposto il partito al fuoco incrociato di entrambe le coalizioni, soprattutto nelle regioni dove i centristi hanno deciso di correre da soli. Un altro elemento emerso nel summit di via dei Due Macelli, nell’analisi del voto amministrativo

del Pd possiamo andare ai tempi supplementari. Ma sapendo che sulla politica delle alleanze dobbiamo ripartire da zero e che su fisco e immigrazione dobbiamo trovare proposte molto più persuasive di quelle che abbiamo messo in campo finora». Lo afferma Enrico Letta, in un’intervista che apparirà sul prossimo numero di Panorama in edicola da oggi. Nell’intervista, il vicesegretario del Pd analizza il risultato elettorale del suo partito. «Nel Nord la situazione è grave. Continua a non funzionare il nostro dialogo con la parte più produttiva del Paese, anche se non bisogna sottovalutare i risultati diVenezia e di Lecco. Non funzionano le nostre parole d’ordine su fisco e immigrazione. Continuiamo ad essere percepiti come il partito che non si preoccupa dei flussi migratori e che considera le

tasse ”bellissime”». Dopo avere ammesso che «opporsi alla ricandidatura di Vendola è stato un errore, anche se grazie a quell’errore ci sono state le primarie che l’hanno rafforzato e la scelta dell’Udc di andare da sola che ha indebolito il centrodestra», Letta parla dei rapporti con l’Udc. «La novità è che non basta più nemmeno l’Udc per vincere. Non si tratta più di scegliere tra Casini e Di Pietro. Non è con una nuova politica delle alleanze che vinceremo nel 2013, ma solo con un nuova «idea di Italia per il 2020». Nell’intervista, Letta lancia comunque un appello a Casini, e anche a Fini, ad aprire una stagione di riforme condivise. «A Fini e Casini, che hanno puntato sull’abdicazione di Berlusconi, faccio un appello a rassegnarsi e puntare su progetti che puntino da subito a rivoluzionare il quadro politico».

Per Cesa il cattivo risultato del Piemonte nasce dalla scelta sbagliata di «rincorrere l’elettorato del Pd a sinistra», con la lista Grillo che ha sottratto voti all’Italia dei valori di Di Pietro. Nel cahier dei successi però sono stati sottolineati i risultati di Giorgio Orsoni, nuovo sindaco di Venezia e di Domenico Zinzi a Caserta. «Sul piano nazionale ci aspettano tre anni di legislatura liberi da distrazioni elettorali. Ci attendiamo che il governo e la maggioranza finalmente si dedichino ai problemi del Paese»: è lo sguardo sull’immediato futuro lanciato da via dei Due Macelli. «Nessuna chiusura pregiudiziale» verso le proposte del governo, ma analisi del merito. Un esempio è quello sulla natura del presidenzialismo che la maggioranza ha intenzione di presentare. Nessun grimaldello per disgregare il Paese verrà accettato. Barra al centro per tenere unita l’Italia. «Ma vogliamo anche sapere se è ancora valido il progetto del quoziente familiare su cui avevamo registrato una convergenza con i partiti più grandi due anni fa», domanda ancora Cesa. E «occorre vedere quale anima della Lega prevarrà, se quella protestataria o quella istituzionale» ha concluso Casini.


diario ROMA. Per farcela le aveva provate tutte. Persino tappezzare di manifesti con la sua faccia i bagni sebach presenti a piazza San Giovanni durante la manifestazione del Popolo delle Libertà a Roma. E già che c’era, aveva chiesto alla Polverini tre assessorati (per sé quello alla cultura), puntando al 12% secco in tutto il Lazio. Ma purtroppo Vittorio Sgarbi, con la sua lista, alla fine si è dovuto accontentare della miseria di 14mila voti e lo 0,63% sul totale: per lui niente elezione e quindi niente assessori, tantomeno alla cultura. E pensare che sabato aveva annunciato che si sarebbe presentato al Quirinale con un gregge di capre, violando il silenzio elettorale con un gesto di disobbedienza civile dopo che il Tar aveva negato alla sua lista, prima esclusa dalla competizione e poi riammessa, lo slittamento delle elezioni per avere il tempo di fare la campagna elettorale. I carabinieri lo hanno fermato in tempo, sabato scorso. Il 20 marzo, saputo a caldo della decisione dei giudici, aveva commentato a caldo: «Hanno deciso così di perdere le elezioni. Dove potrebbero applicare le regole non lo fanno. È il fascismo globale. Sono dei mascalzoni e delinquenti, peggio dei comunisti e vanno presi a calci nel c..... E sono pure pedofili». Ce l’ha invece fatta, nel Lazio, Mario Brozzi. Un nome che ai più non dirà nulla, ma ai tifosi giallorossi della Capitale invece suona molto familiare: è stato per anni infatti il responsabile delle auree caviglie e dei dorati ginocchi dei calciatori della Roma, occupandosi in particolar modo di Francesco Totti; ora è stato eletto nella Lista Polverini in città, dove è risultato il più votato. Complimenti a lui, e ancora maggiori complimenti alla neogovernatrice, che prima di farsi vedere in Curva Nord con la Lazio insieme a Zarate nella partita persa qualche domenica fa aveva fatto in modo di coprirsi “a sinistra” con la mossa Brozzi. E anche con una visita a Trigoria di appena un mese prima nella quale aveva chiesto a Totti una maglia autografata. Peccato per tutte quelle schede con scritto “Lotito vattene”, che avrebbero di certo aumentato il suo vantaggio nel conto totale delle visite, anche se il calcio potrebbe essere uno dei problemi che sarà chiamata a risolvere. Alla voce parenti non c’è solo da festeggiare per Umberto Bossi per l’ele-

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Elezioni. È la bocciatura di Sgarbi la vera sorpresa delle regionali

Consiglieri, famigli e vecchi consulenti Ecco chi sono tutti i vincitori e i vinti nella tradizionale corsa alle preferenze di Alessandro D’Amato zione del figliolo Renzo, affettuosamente soprannominato il trota, il quale ieri, già che c’era, ha anche proposto una partita tra Italia e Padania al mister Lippi. Anche Marco Scajola, nipote di Claudio, Ettore Zecchino, figlio dell’ex ministro Ortensio, Pietro Sbardella, figlio dello «squalo» Vittorio, Romano La Russa, fratello di Ignazio, ed Elisabetta Fatuzzo che a 42 anni rappresenta il Partito pensionati, fondato dal padre Carlo, ce la fanno. Delusione invece per altri «figli d’arte»: Andrea Tremaglia, nipote di Mirko, e Piera Levi Montalcini, nipote della senatrice a vita premio Nobel, rimangono a casa. Stessa sorte di Mario Cito, di Giancarlo. Ovvero, il mitico sindaco di Taranto

che faceva il bagno d’inverno per dimostrare la sua mascolinità, e dovette lasciare per i processi e le condanne.

In Puglia, da segnalare l’elezione a sindaci a Margherita di Savoia di Gabriella Carlucci e ad Andria dell’avvocato Nicola Giorgino, fratello del più celebre anchorman Francesco. In Calabria e Basilicata non ci sarà neanche una donna. In Lucania ha raccolto un buon 8,7% lo scrittore e giornalista Magdi Cristiano Allam. Non ce l’ha fatta invece Gustavo Selva, meglio conosciuto con il nomignolo di Radio Belva, a vincere in Emilia Romagna. Ma la storia più divertente è quella del candidato eletto anche

se non era più candidato: dopo le accuse di Gianpaolo Tarantini, Michele Mazzarano aveva deciso di fare un passo indietro, rinunciando formalmente alla sua candidatura a un seggio in Puglia. Ad accusarlo anche le parole di Michele Emiliano, che alla cena a cui prese parte anche Massimo D’Alema e pagata da Tarantini aveva detto di essere stato invitato da lui, e il direttore amministrativo della Asl di Lecce, Vincenzo Valente, il quale aveva confermato la circostanza. Ma Mazzarano è stato ugualmente eletto in consiglio regionale. Dopo aver osservato un silenzio di otto giorni e aver chiuso il comitato elettorale, la sua idea adesso è quella di sedere in assemblea. «Circa 4.100 dei 6.340 voti raccolti sono arrivati nella mia Massafra che ha risposto con affetto e solidarietà alle ombre piovute su di me. Andrò in consiglio». L’ultimo segretario regionale dei Ds ha ulteriormente motivato la sua decisione. «È come se ci fosse stata una reazione democratica rispetto a quanto accaduto. Io ho effettivamente sospeso la campagna, annullato tutti gli appuntamenti elettorali e spento il cellulare - ha aggiunto Mazzarano ma ho preso atto che le persone mi hanno sostenuto ugualmente». È bello sapere che c’è gente che ha ancora tanta voglia di sacrificarsi per gli elettori.

Infine, capitolo Campania. A Napoli record di preferenze (uno sproposito: 55.740) per Mara Carfagna che ormai punta alla poltrona di sindaco. Molto distaccata (15.494 preferenze) Alessandra Mussolini: fra le due c’era un duello annunciato.


politica

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Dilemmi. Sconfitta sì, sconfitta no. Le anime del Nazareno si confrontano sulla lettura delle elezioni, ma nessuno ancora parla del futuro

Il partito sul lettino Veltroni attacca Bersani, D’Alema (forse) lo difende. E la Bonino accusa tutti: «Non mi hanno sostenuto» di Antonio Funiciello

L’equivoco dei democratici si gioca tutto sulla parola “sinistra”

ROMA. Quando Churchill dichiarò guerra al Giappone, lo fece con una dichiarazione tanto forbita da far storcere il naso a molti. Al che lui commentò: «Quando decidi di uccidere un uomo essere gentili non costa nulla». La gentilezza con cui il gruppo dirigente del Pd sta rassicurando Bersani che non si tratta di mettere in discussione la sua leadership ma di correggere la rotta del partito, civetta malamente il primo ministro britannico. Una gentilezza di maniera, che finge di celare il grande e confuso movimento in corso al Nazareno per prendere le distanze dalla lettura dei dati elettorali elaborata da Bersani e prospettare un qualche sbocco politico che guidi il Pd nei tre ani che lo attendono prima del voto. Uno sbocco che chiaramente trascende l’attuale leadership, ancorché sia ancora vago nello sviluppo dei rapporti di forza interni, nell’opzione strategica prescelta e sul tipo di leadership a cui affidarla. Ogni sottocorrente del Pd, che compone le disomogenee macroaree congressuali, ha la sua personalissima idea sul da farsi e martedì sera l’ha pure abbozzata nel caminetto convocato da Bersani.

Senza arrivare agli eccessi di Emma Bonino che ha accusato pezzi di Pd di non averla sostenuta nella campagna (persa) nel Lazio, i più «duri e gentili» nei confronti del segretario democratico sono quelli della sua corrente d’origine. I dalemiani contestano Ber-

«Non cominciamo il solito rito del tiro alla leadership», è la parola d’ordine. Ma in realtà è cominciata una resa dei conti dove tutti sono contro tutti sani da mesi, rimproverandogli scelte (in primis quella di Franceschini come capogruppo alla Camera) che considerano in contrasto col disegno politico elaborato da D’Alema per il futuro del Pd e del paese. Il portavoce dei dalemiani Latorre ha detto ieri che «è necessario definire in maniera più chiara l’idea di futuro di paese che ha il Pd». Per tradurre occorre risalire all’intervista di D’Alema alla Stampa, di pochi giorni precedente al voto, in cui il presidente di Italianieuropei sosteneva che il Pd dovesse lavorare per il superamento dell’attuale assetto bipolare. L’indicazione di lavoro per Bersani è precisa: il riequilibrio di forze nel centrodestra in favore della Lega farà presto o tardi precipitare la situazione sul lato della maggioranza; nostro compito è quello di prepararci allo sgretolamento già in corso e al rimescolamento delle carte che gli seguirà. Al di là della sua sensatezza, l’analisi dalemiana suggerisce a Bersani di ccondurre il Pd a un’iniziativa che punti a una riforma elettorale di tipo tedesco, che consenta di costruire alleanze parlamen-

Ma così sarà solo eterna opposizione di Giancristiano Desiderio l partito democratico oscilla tra due errori o, meglio, illusioni: la inesistente vocazione maggioritaria e la esistente ma sterile squadra di centrosinistra. Che si tratti di due illusioni non lo diciamo noi ma la storia di questi anni e la cronaca di questi giorni: con la sfida solitaria del Pd di Walter Veltroni si è raggiunto il risultato più positivo per Silvio Berlusconi e Umberto Bossi. D’altra parte, con le esperienze dell’Ulivo e della ancor più triste Unione si è messa in campo un’alleanza abborracciata del tutti dentro - il famoso “da Mastella a Cossutta” - che è una cosa molto simile alla parrocchiale banda di scarpa sciolta. Con la prima illusione, quella maggioritaria, non ci sono i voti; con la seconda illusione, quella del vestito di Arlecchino, non c’è il governo. In entrambi i casi non resta che prendere atto di questo fatto: il Pd deve farla finita con l’idea stessa di centrosinistra. Sembra solo una battuta, ma se si guardano le cose con il necessario disincanto si vedrà che in fondo in fondo il Pd è prigioniero proprio di questa idea, se non addirittura di questa parola: centrosinistra.

I

C’è una controprova insospettabile: il centrodestra. In verità, il centrodestra in Italia non c’è. C’è il berlusconismo che è composto da due elementi: Berlusconi e la Lega. Ancora una volta è la storia che ci parla con grande chiarezza. Mettete insieme Berlusconi e la Lega - An è un’appendice e comunque appartiene al mondo minore degli sdoganati - e avete le vittorie elettorali e politiche degli ultimi sedici anni; separate Berlusconi e la Lega e avrete l’unica vittoria del centrosinistra degna di essere ricordata: quella del 1996. Infatti, quella del 2006 non è degna di menzione dal momento che non fu una vittoria ma una sconfitta camuffata da vittoria, come poi si rivelò appieno due anni dopo. Dunque, se non c’è il

centrodestra, perché a sinistra si continua a pensare di contrapporre a Berlusconi e la Lega il centrosinistra? È un’idea folle che conviene soltanto al berlusconismo leghista o al leghismo berlusconiano. Il centrosinistra è un’assicurazione a vita sulla vittoria di Berlusconi. Il centrosinistra è una prigione della quale il Pd sta misurando da anni i confini. E’ un incantesimo dal quale si esce in un solo modo: con un’invenzione.

L’invenzione da farsi è un nuovo partito. Quello che c’è non serve a niente. Non serve a niente perché può fare solo due cose e sono entrambe improduttive: la corsa solitaria e l’alleanza con il centro. Invece, bisogna provocare uno choc, rifare un altro e diverso partito che la faccia finita con l’idea stessa di sinistra. Agli italiani bisogna proporre un’alternativa di governo. Occorre dire loro che le facce di Berlusconi e Gasparri e Calderoli le possono sostituire perché è stata creata un’alternativa di governo che non è più la solita minestra riscaldata della sinistra e del centrosinistra. Certo, un’invenzione politica comporta coraggio, iniziativa, visione. Ma se non si ha coraggio, iniziativa, visione delle cose e degli uomini e si vuole fare politica significa che si è sbagliato mestiere. Si guardi in faccia la realtà: la sinistra che un tempo si definiva radicale e antagonista dov’è? Si è estinta come in un’evoluzione darwiniana ed è stata rimpiazzata dal grillismo e dal vendolismo. Berlusconi e la Lega non chiedono niente di meglio. Ma la prossima tappa della lotta per la sopravvivenza riguarderà proprio il Pd che giustamente Giulio Tremonti definisce il “partito appenninico”. Il Pd è già oggi una riserva tosco-emiliana. Sciogliersi, dopo tutto, per rivolgersi al Paese e proporre un’alleanza di governo non è un rischio, ma un’occasione.

tari di governo dopo e non prima il voto, e ad un rafforzamento del sistema parlamentare nel suo insieme. Il proporzionale, infatti, meglio si adatta costruire maggioranze post elettorali nel vaticinato contesto di smembramento del Pdl. D’Alema ha in proposito le idee chiare e va ripetendo da tempo questa ricetta che considera l’unica praticabile per riportare il centrosinistra al governo. Perciò Latorre ha sottolineato ieri che «Bersani non ha commesso errori, ma dobbiamo essere più netti nel descrivere le nostre proposte». Il segretario, di suo, non è molto convinto d’incamminarsi per questa strada. Non perché creda fermamente nell’assetto bipolare, pur in una seria prospettiva di rinnovamento di cui tale assetto, visti i suoi grami risultati, abbisogna. Il segretario democratico teme la delega politica della sua segreteria al disegno dalemiano, che comporterebbe un sostanziale commissariamento del suo ruolo di leadership. Sa che la maggioranza che lo ha eletto capo del Nazareno non c’è più, se anche la Bindi insiste col dire che il Pd «non riesce a trasmettere un’idea di società alternativa a quella di Berslusconi» (dagli amici mi guardi Dio...).

Intanto ieri Bersani ha ricevuto una lettera di quarantanove senatori che gli chiedono di cambiare passo. Naturalmente non dicono come, ma il tono di dissenso usato contro il segretario non si nega neppure un certo sarcasmo: «Non intendiamo - scrivono - farci consumare addosso i prossimi tre anni della legislatura, immersi in un attendismo fideistico che assegna al destino il compito di liberare l’Italia dal sultanato che la devasta». Si tratta


politica

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Il costituzionalista ed ex parlamentare invita tutto il Pd a trovare strade innovative

«Gelosi dell’egemonia? Ormai ce l’ha Di Pietro»

Barbera: centro moderato e riformismo democratico possono incontrarsi su una linea che non si riduca all’antiberlusconismo di Errico Novi

di senatori per lo più fassiniani, mariniani, popolari (sia franceschiniani che fioroniani), prodiani, veltroniani e bassoliniani che alzano il tiro nella critica al segretario chiedendo di essere coinvolti nella definizione di una linea politica che - accusano - non c’è. Ma al di là del merito, che resta deboluccio, è interessante risalire alla fonte dell’iniziativa, che è quell’Area democratica (l’ex mozione Franceschini) data per morta negli ultimi mesi. Le sue tre sottocomponenti - popolari, fassiniani e veltroniani - si sono ritrovate compatte nel criticare l’anali del voto avanzata da Bersani. «Dobbiamo dirci la verità», ha detto

Quarantanove senatori del gruppo “Area Democratica”, quella che sosteneva Franceschini, hanno scritto una lettera al segretario perché ammetta di aver perso Walter Veltroni e la verità, condivisa da tutti quelli di Area democratica, è che le elezioni il Pd le ha perse ed è andato addirittura peggio che nel voto europeo dello scorso giugno.

Detto questo, da Area democratica non arrivano altri segnali. Fioroni, Franceschini, Fassino e Veltroni si ritrovano certo uniti nel denunciare la sconfitta del Pd, contro il tentativo di rimozione della stessa praticato dal segretario, ma sul da farsi hanno idee differenti. Sono d’accordo che il Pd le regionali di ieri le ha perse, ma restano in disaccordo su come dovrebbe vincere le elezioni politiche di domani. Per quanto Giorgio Tonini invochi un ritorno alla strategia del Lingotto, unica prospettiva politica di respiro degna di questo nome, in Area democratica ognuno va per i fatti suoi, rafforzando le microstrutture esistenti che sorreggono le sottocomponenti. Per il momento, però, la sconfitta alle regionali ha rallentato quella corsa a puntellare Bersani che Fioroni e Fassino avevano intrapreso da subito dopo il congresso. Ma a meno di elaborare una linea di minoranza comune da opporre dialetticamente a Bersani, di qui a poche settimane quella corsa è destinata a riprendere e a modificare l’equilibrio interno. I più ostili nei confronti di questo riequilibrio appaiono così D’Alema e Veltroni che, ironia della sorte, si ritrovano vicini pur avendo disegni che restano decisamente alternativi.

ROMA. «È venuto il tempo di darsela, una linea». Perché secondo Augusto Barbera, uno dei padri nobili del Partito democratico, «adesso non se ne vede una, se non quella tutta basata sull’antiberlusconismo». È molto netto il giudizio del costituzionalista, anche di fronte alla principale inevitabile obiezione: e se il Pd fosse bloccato dal timore di perdere l’egemonia? Obiezione senza fondamento, risponde il professore dell’università di Bologna ed ex oparlamentare del Pci-Pds: «Adesso l’egemonia è in mano a Di Pietro. Casomai si tratta di riprendersela» Se si osserva il panorama del centrosinistra non si scorge una proposta di alternativa credibile al governo di Pdl e Lega. Certo non la si vede dalle parti del Pd. Ma è anche il caso di chiarirsi su un punto: non è un problema di segretario, almeno a mio giudizio. Ne abbiamo già cambiati tre: quattro sarebbero troppi anche per un partito come il nostro. Qual è il punto debole del Pd? Il problema è la linea politica: si tratta di trovarne una alternativa a quella di centrodestra che non si riduca all’antiberlusconismo. Ce lo siamo detti tante volte ma ci siamo cascatio di nuovo. Puntuali. Stavolta a tendere il tranello è stato lo stesso Berlusconi insieme ad alcuni pm. Pm alleati di Berlusconi, dunque. È un alleanza oggettiva. Parlo naturalmente dei pm di Trani. Non entro nel merito, ma il meccanismo è che di fronte a un’iniziativa giudiziaria avviata alla vigilia del voto, la gente dice: allora ha ragione il Cavaliere. E invece no, perché i comportamenti discutibili sul caso Santoro ci sono davvero, e invece così si rafforza l’idea della persecuzione. Poi c’è stata la lista del Pdl a Roma. E anche su quello Berlusconi si è trovato perfettamente a suo agio e ha sfruttato la situazione benissimo. D’altronde il Pd ha sbagliato anche su quella vicenda: prima ha detto troviamo una soluzione politica, poi quando Napolitano ha dato il nulla osta a una seppur fragilissima soluzione, si è scesi in piazza a manifestare contro. Una linea politica: ma si può trovarla con un’alleanza che assomigli alla vecchia Unione? Il problema non è con chi ci allea, ma evitare di ridurre tutto a una specie di

comitato di liberazione nazionale. Il punto, ripeto, è darsi una linea politica che sia una. Perché, ora non c’è? No. Nei documenti si trovano tante cose, ma quello che alla fine emerge è solo l’antiberlusconismo. Si è già visto con Prodi, però, che alcuni alleati per il Pd sono fatali. Primo: non credo servirebbe tornare a enfatizzare il discorso della vocazione maggioritaria. Secondo, c’è il nodo dell’Udc: a mio giudizio deve prendere atto che il bipolarismo esce rafforzato da questa consultazione. Piuttosto che lavorare per disarticolarlo, credo che al partito di Casini convenga più dare un contributo perché esso migliori. E mi sembra che con la sinistra ci sia una possibilità di questo tipo.

nelle quali il Pd dovrebbe insinuarsi. Invece io penso che la Lega non abbia interesse a rompere con Berlusconi, ma solo ad alzare il prezzo. E poi il travaso di voti, nel centrodestra è stato interno. Noi invece li abbiamo ceduti a Grillo, che in cinque regioni ne ha presi 400mila. Magari l’innovazione così difficile da realizzare può venire meglio proprio a un’espressione genuina della tradizione comunista come Bersani. O no? C’è un problema collettivo, serve l’intelligenza collettiva di un partito che collabora ad elaborare una linea. Non credo ci sia un problema di superamento del passato per gli ex Pci, e poi Bersani è sempre stato un riformista, per giunta dalle origini cattoliche. Senta professore, ma non è che il problema è nel timore del Pd di perde l’egemonia, nel momento in cui si inoltrasse in mare aperto? Ma con questo tipo di linea antiberlusconiana l’egemonia ce l’ha Di Pietro. Il quale è forte finché c’è Berlusconi e che forse è l’unico a dover temere un viaggio in mare aperto. Nel caso del Pd si tratta di riacquistarla, casomai, la leadership, di evitare che con il 30 per cento dei voti ci si lasci trascinare da chi ha il 6, o anche l’8 per cento. Senza esaltare un modello a vocazione maggioritaria. Poi c’e un’altra cosa. Dica pure. C’è la pigrizia mentale, che ha la sua importanza. Anche andando in giro per i Circoli in questa campagna elettorale ho osservato una caduta: gli anni scorsi sentivi proposte, ora siamo tornati alla solita tiritera su Berlusconi. Mettiamoci pure Santoro… Santoro ha il suo ruolo, ormai. Dà un contribuito alle vittorie di Berlusconi. Ogni volta che spunta lui aumentano i voti per il Cavaliere. Tra poco il premier telefonerà in Rai per dire: non toccate Santoro. Ma davvero possono stare insieme Udc e Pd nonostante le divisioni sui temi etici? Non c’è una linea invalicabile. Su questo non ho dubbi: da anni sostengo che riformismo cattolico e riformismo democratico possono incontrarsi. Mi rendo contro che ci sono delle difficoltà a trovare un percorso condiviso sulle materie eticamente sensibili. Ma confido anche in questo caso in un’intelligenza collettiva che è già venuta in soccorso su aborto e divorzio. L’importante è evitare un’esasperazione dei principi.

L’importante è evitare una semplice sommatoria tra un partito cattolico e uno di sinistra, che fa solo perdere voti a entrambi come in Piemonte

Ma l’alternativa può essere nell’incontro tra un centro moderato e una sinistra innovatrice? A condizione che non si riduca a un’alleanza di vecchio tipo, in cui si mettono insieme in modo un po’casuale un partito di centro e uno di sinistra. Se significa lavorare a qualcosa di nuovo su base riformista va bene. Altrimenti, una semplice sommatoria fa perdere voti a entrambi. In Piemonte è andata così: sono venuti meno sia i consensi dell’Udc che quelli sottratti da Grillo al Pd. Le cose nuove sono difficili. Però sono anche cose di cui parliamo da anni e che finora non siamo riusciti a determinare. Adesso per assurdo l’unica alternativa è votare per la Lega. Sento dire che il rafforzamento della Lega, insieme con l’indebolimento del Pdl, produrrà tensioni tra i due partiti


panorama

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ragioni&torti di Giancristiano Desiderio

Smettiamola di crocifiggere il crocifisso onviene ritornare sul caso del crocefisso prima bocciato e poi promosso. Infatti, il caso della scomunica del crocefisso da parte dell’Europa e poi la notizia che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha accolto il ricorso del governo italiano manifestano la confusione ideale e morale del mondo istituzionale e politico dell’Europa. La sentenza europea, che cacciava il crocefisso dalle scuole d’Italia, non era arrivata il 3 novembre dello scorso anno come un fulmine a ciel sereno. Vi erano state già delle avvisaglie. Il caso era stato sollevato da Soile Lautsi, cittadina italiana originaria della Finlandia, che nel 2002 aveva chiesto all’istituto statale Vittorino da Feltre di Abano Terme, in provincia di Padova, frequentato dai suoi due figli, di togliere i crocefissi dalle aule.

C

Dopo essersi rivolta ai tribunali italiani aveva fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo che aveva sentenziato che la presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce «una violazione dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione alla «libertà di religione degli alunni». Il dietrofront dell’Europa è significativo proprio perché la sua decisione era stata giustificata con concetti importanti quali «educazione» e «libertà». Possibile che il crocefisso sia contrario a educazione e libertà? Il caso sarà esaminato nei prossimi mesi dalla Grande Camera che si pronuncerà con un verdetto definitivo. La notizia del ripensamento europeo è stata appresa con rallegramenti in Italia. Il ministro degli Esteri si è compiaciuto: «È con soddisfazione che constato che sono stati accolti i numerosi e articolati motivi di appello che l’Italia aveva presentato alla Corte». Il ministro dell’Istruzione ha sottolineato l’importanza delle tradizioni: «È un grande successo dell’Italia nel riaffermare il rispetto delle tradizioni cristiane e l’identità culturale del Paese, ma è anche un contributo all’integrazione che non va intesa come un appiattimento e una rinuncia alla storia e alle tradizioni italiane». Tutto è bene quel che finisce bene, si potrebbe dire. In realtà, non si sa se il caso finirà bene. Soprattutto, vale la pena notare che per non mettere ancora in croce il crocefisso si è dovuto far ricorso a ragioni di tradizione e di costume. Il problema, insomma, è impostato male. Il crocefisso è prima di tutto un simbolo di libertà e di sofferenza dell’uomo. La sua universalità va al di là della stessa iconografia cattolica e la presenza nelle aule scolastiche - per altro non è neanche vero che il crocefisso sia presente in modo sistematico: sono più le classi dove non c’è che quelle dove c’è - si giustifica o si dovrebbe giustificare con l’educazione alla libertà che nelle scuole dovrebbe praticarsi. Il caso vero da discutere dovrebbe essere questo: l’idea di libertà in Europa. Quel «non possiamo non dirci cristiani» è ancora l’origine della nostra libertà, anche se l’Europa finge di non saperlo. O davvero non lo sa?

Parte il toto-nomine per il successore di Zaia Forse il piemontese Fogliato al ministero dell’Agricoltura di Valentina Sisti arà pure «il ministero delle mozzarelle», come lo aveva definito sdegnosamente Giancarlo Galan – che sotto sotto oggi come oggi forse lo accetterebbe, per come si sono messe le cose – ma non è che manchino contendenti, nella Lega, per andare alle Politiche agricole. Dicono che sarebbe piaciuto anche a Roberto Cota, se avesse perso, anzi qualcuno ha malignato, scherzando, che potesse giocare a perdere in Piemonte. Esagerazioni. Ma non è esagerato, ora, considerare che sia un piemontese il più probabile successore di Zaia. Umberto Bossi in campagna elettorale, ma solo per rinforzare l’immagine del candidato in Veneto, aveva anche ipotizzato il doppio incarico per l’attuale ministro-governatore, ma era solo un modo per dire che la Lega non avrebbe mollato l’osso. E infatti non lo mollerà, il doppio incarico andrà avanti per un po’, sino a trovare la mitica “quadra” con Silvio Berlusconi e nella Lega stessa.

S

ha fama di grande lavoratore (94 per cento di presenze in aula) e che proviene da una terra ad alta vocazione agricola e si è spesso occupato di provvedimenti del settore, e ha rapporti molto stretti con la filiera dello spumante e del riso, che fanno ricco il Sud del Piemonte, per non dire del polo della nocciola, della castagna e del tartufo, nel cuneese.

Certo, c’è anche il Veneto, che non rinuncia volentieri a un ministero che si è rivelato così prolifico in termini di visibilità e consensi (Zaia ne sa qualcosa). I nomi che si fanno, se prevalesse questa tesi sono tre: Franco Manzato, da Oderzo (Treviso), capogruppo alla Regione del Carroccio. L’altro Giampaolo Dozzo, da Treviso, che avrebbe dalla sua il fatto di essere stato il “sacrificato” l’altra volta, quando fu indicato Luca Zaia. Ma in realtà, il vero nome veneto per la successione sarebbe quello di Federico Bricolo, rampante capogruppo al Senato, veronese come Flavio Tosi e Aldo Brancher, il grande tessitore dei rapporti fra Lega e Popolo della libertà. Ma pare che il ministro in carica, governatore del Veneto, non sarebbe tanto d’accordo a far crescere nella sua stessa regione un antagonista così ingombrante in una città di stante anni luce dalla Marca Trevigiana di cui Luca Zaia è espressione. Per cui, a sorpresa, viene fuori che proprio Zaia sia il maggiore alleato di chi pensa a un successore, per lui, che venga da fuori regione. Ed allora, esclusa l’ipotesi di Roberto Castelli (il gran trombato di Lecco) che porterebbe a un terzo ministro lombardo, resta in pole position proprio l’ipotesi Fogliato. Che, curioso a dirsi, trova il suo sponsor (segreto) più convinto in Zaia. Che alla supremazia del Carroccio in Veneto, la vera gallina dalle uova d’oro del Carroccio, non rinuncia certo. C’è poi un’ultima ipotesi, che si faceva prima delle elezioni. Un ministero al Popolo della libertà a un uomo di Gianfranco Fini. Ma dopo la vittoria dei finiani Giuseppe Scopelliti alla presidenza della Regione Calabria e Renata Poverini a quella del Lazio, il presidente della Camera non ha proprio di che lamentarsi.

Tra i leghisti in lizza, anche i veneti Franco Manzato (Treviso), Giampaolo Dozzo (sempre Treviso) e il senatore Federico Bricolo (Verona)

Un fatto è certo, ormai, al terzo ministero Umberto Bossi non rinuncia. «Se Silvio Berlusconi decidesse di dare ancora questo ministero a un leghista dopo l’ottimo lavoro di Luca Zaia, ne saremmo felici e onorati», dice Roberto Maroni. «Di nomi – spiega il ministro dell’Interno – ne abbiamo tanti. Prima che diventasse ministro – ricorda Maroni – pochi conoscevano Zaia e ne abbiamo tante di sorprese, uomini e donne della Lega in grado di ricoprire qualsiasi incarico da sindaco a ministro. Deciderà però il presidente del Consiglio». E ripete il ritornello ricorrente in questi giorni, già sentito anche a proposito della contesa per il futuro sindaco di Milano: «Noi non chiediamo poltrone, anche se abbiamo vinto le elezioni», assicura Roberto Maroni. Ma non sarà un incastro facile, c’è anche da vedere se Raffaele Fitto lascia per davvero, in tal caso sarebbero due i ministri da rimpiazzare. Ma rimanendo alle Politiche agricole – come detto – a sorpresa avanzano le chances di un uomo del Piemonte, la nuova perla preziosa nel forziere di Bossi. Il nome che circola insistentemente – anche se è presto per chiudere la partita, è quello dell’astigiano Sebastiano Fogliato, un deputato che


panorama

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Sul caso pedofilia continuano le accuse alla Curia e al Papa. Ma Oltretevere inizia a delinearsi un contrattacco

Il Vaticano risponde al NY Times Le inchieste del quotidiano Usa definite “sciatte e inaccurate” da Radio Vaticana di Gabriella Mecucci l New York Times da grande accusatore è diventato accusato. Sulla vicenda dei preti pedofili e delle presunte responsabilità di Benedetto XIV nell’insabbiare lo scandalo, il quotidiano della Grande Mela è stato ieri duramente attaccato da Radio Vaticana e dalla diocesi di Milwaukee. Gli argomenti usati sono pressochè identici e partono da un giudizio negativo sugli articoli del New York Times, definiti «sciatti, imprecisi, inaccurati, basati su menzogne». Il reverendo Thomas Brundage, giudice vicario dell’arcidiocesi di Milwalkee, ha rilasciata una lunga dichiarazione all’agenzia cattolica Cna sulla storia di padre Murphy, accusato di aver abusato di 200 bambini sordomuti fra il 1950 e il 1974. Monsignor Brundage giudica che «accusare il Papa di aver coperto le responsabilità del prete pedofilo è una fantasia non basata sui fatti, un enorme salto logico, privo di giustificazione». Il processo a carico di Murphy «non fu mai sospeso come ha sostenuto il New York Times e l’allora segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, cardinale Tarciso Bertone non avanzò mai una simile richiesta.Tanto è vero che, quando Murphy morì, era ancora in corso il processo». Brundage accusa poi i cronisti del quotidiano di patente scorrettezza: «Non ho mai parlato con loro e, nonostante ciò, mi sono state messe in bocca e virgolettate dichiarazioni mai

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rilasciate». «In passato - racconta il prelato - la maggior parte dei processi del tipo di quello a Muphy finivano alla Rota dove potevano languire per anni, ma quando arrivò Ratzinger alla Congregazione per la Dottrina della fede tutti i casi di abusi iniziarono ad essere esaminati in modo veloce e corretto». Su questo piano, dunque, Benedetto XVI «ha fatto più di ogni altro Papa o vescovo». Ieri mattina Radio Vaticana ha ripreso in modo integrale le dichiarazioni di Brundage, facendo in più no-

tare che il testimone principale usato dal NYT, il grande accusatore di Ratzinger in questa vicenda, è Rembert Weakland, costretto a lasciare la guida dell’arcidiocesi di Milwaukee dopo il coinvolgimento in una storia omosessuale con un ex studente di teologia. Ma gli articoli del quotidiano americano vengono smentiti anche dall’Austria. Secondo la Bbc, l’arcivescovo di Vienna, cardinale Schoenborn in un’intervista all’austriaca Orf avrebbe sostenuto che Ratzinger nel 1995 fece ogni sforzo per aprire un’inchiesta sull’allora vescovo di Vienna, Hermann Groer, indicato dai media e dalle sue vittime come autore di numerosi abusi su giovani che stavano in monastero. L’attuale Papa al contrario di quanto va sostenendo la campagna mediatica newyorkese - fu il più severo in quell’occasione. Sempre secondo la Bbc, che attinge dall’ Orf, fu invece un’ala della Curia romana a non volere che si procedesse con troppa rapidità e a chiedere maggiore prudenza. Il cardinale Groer, comunque, tre anni più tardi, per ordine della Santa Sede si dimise da tutti i suoi incarichi. Annunciò pubblicamente il suo ritiro, ma non ammise mai di aver com-

In campo anche l’arcivescovo di Vienna, cadinal Schoenborn: «Benedetto XVI estraneo alle accuse»

messo ciò che gli era stato addebitato. Lasciò Vienna e visse in Germania sino alla sua morte avvenuta nel 2003.

All’epoca il Vaticano ricevette parecchie critiche per aver atteso tre anni prima di rimuovere l’arcivescovo di Vienna. Secondo la ricostruzione, attribuita dalla Bbc a Schoenborn, il caso divise le alte gerarchie romane. Alcuni esponenti di queste sarebbero riusciti a convincere Giovanni Paolo II a non usare troppa precipitazione nel decidere su una questione tanto delicata. E bloccarono così l’inchiesta proposta da Ratzinger che risultò sconfitto. «Ricordo ancora molto chiaramente - afferma Schoenborn - il momento in cui il cardinale Ratzinger mi disse con tristezza che l’altro campo aveva avuto il sopravvento». «Accusarlo - conclude l’altissimo prelato viennese - di essere una persona che copre gli scandali vuol dire sostenere cose assolutamente non vere, e io lo affermo perchè lo conosco da molti anni». Dopo giorni e giorni che sul Papa piovevano dall’America continue accuse di essere stato un insabbiatore, ieri il clima si è capovolto. A finire sotto accusa è stato il New York Times, ma non è difficile prevedere che il duro attacco al Vaticano proveniente da Oltreoceano non finirà così. Si attendono nuove puntate di un’inchiesta la cui credibilità risulta però fortemente incrinata.

Consumi. il 2009 è stato un anno nero: negli alberghi italiani i pernottamenti sono scesi del 4,5%

C’è la crisi, anche per i viaggiatori di Gualtiero Lami

ROMA. Il 2009, l’anno della crisi, è stato nero anche per il turismo: secondo Federalberghi, nel corso dei 12 mesi, sono stati persi oltre 11,2 milioni di pernottamenti alberghieri (di cui -7,1 milioni di stranieri e 4,15 milioni di italiani). Gli alberghi italiani hanno fatto registrare 240,4 milioni di presenze pari a -4,5% rispetto al 2008. I dati sono stati diffusi dall’Osservatorio Turistico-Alberghiero di Federalberghi sulla base di un’indagine realizzata su un campione di oltre 1.100 alberghi. «In pratica commenta il Presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca - siamo tornati in un colpo solo ai livelli del 2005, arretrando di un quinquennio risultati conquistati sul campo grazie al sacrificio economico e professionale di migliaia di imprese turistiche. In dettaglio i pernottamenti degli stranieri sono diminuiti del 6,4%, passando a 103,4 milioni dai 110,5 milioni del 2008 e quelli degli italiani sono diminuiti del 2,9% passando dai 141,2 milioni del 2008 a 137 milioni nel 2009». In più, ad aggravare una situazione già a tinte fosche, il saldo attivo

della bilancia valutaria turistica ha registrato un -12,9%, passando dai 10,1 miliardi di Euro nel 2008 a 8,86 miliardi di Euro del 2009, con gli italiani che hanno speso per vacanze all’estero 19,9 miliardi di Euro rispetto ai 20,9 miliardi del 2008 e gli stra-

nienza, nel periodo monitorato giugno-dicembre la componente proveniente dal Regno Unito ha fatto segnare il peggior risultato (-17,4%) di presenze, seguito dal 5,9% degli Stati Uniti, dal -2,6% della Germania e dal -1,3% della Francia. In controtendenza i turisti provenienti dalla Svizzera (+7,1%), seguiti dal Belgio (+5,4%), dal Canada (+3,7%), dall’Austria (+3,2%) e dal Giappone (+1,7%). I cali di consumi turistici sono stati costanti per l’intero anno, ad eccezione del mese di agosto, con un primo semestre catastrofico (febbraio -12,5%, marzo -17,4% e giugno -8,1%) ed un secondo semestre caratterizzato da percentuali sempre negative ma meno drammatiche (luglio 3%, settembre -1,3%, ottobre -2.6%). Nel solo mese di dicembre, tuttavia, nonostante le festività di Natale e Capodanno, si è registrato un calo complessivo del 5,2% di pernottamenti (di cui 4,3% di italiani e -6,7% di stranieri).

Neanche per le feste di fine anno le cose sono migliorate: in quei giorni c’è stato un calo del 5,2% di presenze nieri che hanno speso in Italia 28,8 miliardi di Euro rispetto ai 31,1 miliardi di Euro del 2008.

Tra le tipologie turistiche nessuna «raggiunge» il segno positivo e nell’ordine troviamo in testa le località lacuali (-6,1%) seguite dalle località di montagna (-5,3%), quindi le località d’affari con un -5,2%, a loro volta le città d’arte (-5%), località di mare (-3,4%) e le località termali (-0,8%). Quanto infine alle nazionalità di prove-


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«Sessant’anni prima di Nietzsche - scrive il maggiore pensatore italiano - l’autore

Il poeta, il filosofo l parallelo fra Heidegger e Pasolini, di cui scrivemmo su queste pagine, ci ha stimolato ulteriormente sulla vicinanza e la relazione che intercorre nella nostra epoca tra filosofia e poesia. Fu del resto lo stesso Heidegger a paragonare le due discipline e a definirle come «due vette altissime, prossime ancorché distinte, su cime separate». E al proposito non possiamo non rilevare la forte tensione intellettuale dimostrata da Emanuele Severino, oggi il maggior filosofo italiano, nei confronti del suo poeta evidentemente più amato, che peraltro viene anche definito come più il importante filosofo della modernità, Giacomo Leopardi.

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Il pensiero di Severino, che realizzò la sua tesi di laurea proprio su Heidegger e la metafisica, si è poi evoluto in una riflessione che è stata definita neo-parmenidea: l’errore dell’Occidente, la strada della Notte, è sostanzialmente quella di aver concepito l’essere in relazione al divenire; il pensiero che tutte le cose entrino dal nulla e nel nulla escano. La vita dell’uomo, degli animali, delle piante, gli stessi oggetti, l’essenza di tutto ciò che «proviene e poi diviene» rappresenta il sostrato del pensiero occidentale: che in questo modo ha conce-

Nichilismo e Parmenide: lettura in parallelo del pensiero (e della poetica) di Giacomo Leopardi ed Emanuele Severino di Franco Ricordi pito l’ente «come un niente», laddove tutto ciò che è, come premesso dal pensiero di Parmenide, «non può non essere». L’Essere parmenideo, che Severino rielabora coraggiosamente anche attraverso l’insegnamento della Neo-Scolastica da lui frequentata negli anni della formazione, non si può concepire nella dimensione temporale che segnerebbe un inizio, un percorso e una fine. Se l’essere “è”, è in quanto eternità, stabilità, dimensione che non può venir degradata alla relazione con il tempo, quindi con il divenire di tutte gli enti. «L’essere è, il nulla non è», in questa povera affermazione sta «il gran segreto»; nel momento in cui si comincia a dichiarare un “quando” nei confronti dell’essere, il discorso già si dilegua. Il tramonto dell’essere comincia laddove si pensi che possa esistere un tempo in cui l’essere abbia avuto inizio, che potrebbe presupporre una fine, e quindi a degra-

l’interpretazione del nichilismo che spicca nel panorama della filosofia italiana per coerenza e sistematicità”. Severino si è attirato naturalmente più di una critica, alcune anche costruttive come da parte di Lucio Colletti; ma il problema maggiore, sul piano professionale, fu rappresentato dal contrasto che nacque con l’Università Cattolica di Milano dove egli insegnava.

L a t e s i p a r m e n i d e a del pensiero di Severino fu avversata nel modo più intransigente dalla Chiesa, tanto che egli lasciò l’Università Cattolica e si trasferì, seguito dai suoi allievi come scrive sempre Volpi nel suo libro Il Nichilismo, presso l’Università di Venezia. Qui insegnò per molti anni, e il suo collega veneziano Massimo Cacciari riconobbe come solo lui possa rappresentare in Italia un pensiero e una posizione teoretica del livello di Heidegger. Severino

Lo studioso bresciano si è attirato più di una critica, alcune anche costruttive come da parte di Lucio Colletti, ma il problema maggiore nacque con l’Università Cattolica darlo in altra dimensione. Questa è l’essenza del nichilismo occidentale. Anche il principio aristotelico di non contraddizione, attribuendo un quando all’essere – quando l’essere è, è e quando non è, non è – diviene un principium firmissimum che “chiude la stalla dopo che i buoi sono scappati”. E in questo senso già il filosofo parmenideo Melisso, nel cui frammento I si legge «se infatti l’essere fosse nato, è necessario che prima di nascere non fosse un nulla», rappresenta un “intorpidimento del pensiero che avvolge poi l’intera metafisica occidentale”, come scrive Severino nell’opera che ha segnato la sua prima grande affermazione nel 1972, Essenza del Nichilismo.

Una posizione filosofica, assai forte, suggestiva e certo teoreticamente affascinante. Come scrisse Franco Volpi si tratta “del-

per la verità sottolinea come il suo pensiero sia strutturato in maniera totalmente diversa da quello del filosofo di Messkirch: l’annientamento dell’ente che, pensato alla stregua del divenire, domina la metafisica occidentale si è affermato in quanto nichilismo, ed è presente anche nel pensiero di Nietzsche e Heidegger. In questa maniera Severino propone di «Ritornare a Parmenide», di ripensare il «sentiero del Giorno» verso il quale soltanto l’Occidente potrà ricercare la propria strada.

Severino sviluppa il suo forte pensiero nell’arco di 50 anni, dal primo libro La struttura originaria, fino ai più recenti La Gloria e Oltrepassare, sempre nella coerenza di questo discorso di fondo. Tuttavia in una fase già matura del suo pensiero, nell’arco di tempo che va dal 1985 al 1997, si sofferma pure su due grandi poeti che per lui rappresentano l’inizio e


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de La Ginestra vede con chiarezza la morte di Dio»

o e il deserto il compimento del nichilismo occidentale, essendo loro stessi anche grandissimi filosofi: questi sono Eschilo, cui dedica il libro Il giogo, alle origine della ragione: Eschilo, del 1989, anticipato da una Traduzione e Interpretazione dell’Orestea, del 1985, e quindi Leopardi. Se si può affermare che Eschilo «apra la strada in cui cammina il corso del pensiero occidentale, vale a dire appunto il sentiero della Notte», con i due libri dedicati a Leopardi, Il nulla e la poesia, alla fine dell’età della tecnica: Leopardi del 1990 e Cosa arcana e stupenda, Leopardi e L’Occidente del 1997, Severino realizza ancor più compiutamente ciò che per lui rappresenta anche il rapporto tra filosofia e poesia: convinto anzitutto che Leopardi rappresenti «l’ultimo tratto, il culmine di questo sentiero della Notte» che peraltro «vede dove il sentiero conduce».

Bellissimo e suggestivo è l’inizio del primo libro che propone una forte simmetria fra il «fuoco annientante» della «funerea lava» de La Ginestra leopardiana e il «fuoco che si accende nella notte di Argo» all’inizio de l’Orestea di Eschilo. Certo, in questa costellazione poetico-filosofica, non possiamo fare a meno di pensare anche al «fuoco delle armi» che domina con cupa potenza l’intera prima scena di Amleto, da alcuni considerato come la più importante riscrittura de l’Orestea in epoca cristiana. E Severino si affretta a citare uno dei pensieri di Leopardi sui tragici antichi che «non vollero altro che por sotto gli occhi e l’immaginazione degli spettatori quasi un volcano ardente», e in questa maniera si apre quel confronto tra filosofia e poesia che certo ne La Ginestra o il fiore del deserto trova una più che mai mirabile realizzazione. E a questa grande poesia, che Walter Binni considerava «la più grande della nostra epoca», Severino ritorna più volte nel suo primo libro leopardiano sottolineando la dimensione peculiare del deserto, anche in una comparazione con Le Supplici di Eschilo. Si potrebbe pensare che Leopardi, passando nella sua fase giovanile nel deserto del Bruto minore e poi in quella centrale nel deserto del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, trovi in La Ginestra la realizzazione esistenziale da sempre ricercata: che in ogni caso si configura come “deserto” (che sia della battaglia di Filippi o del solitario pastore delle steppe centro-asiatiche) e ora della “estinta Pompei”. In ogni caso, afferma Severino, anche la tensione etico-politica leopardiana cede poi al genio che, alla fine

dell’età della tecnica, «canta nel deserto». In tal senso Severino si riferisce in maniera decisiva anche al canto che precede direttamente, seppure in maniera ironica e sferzante, La Ginestra: questa è la Palinodia al Marchese Gino Capponi, scritta due anni prima, in cui Leopardi prende di mira le illusioni della tecnica moderna; in essa sono presenti i suoi tratti fondamentali: «scienza, industria, tecnologia, organizzazione economica, dominio del mondo, organizzazione planetaria, e amore universale».

I n q u e s t i d u e g r a n d i Canti «viene messa in primo piano la degradazione del secolo XIX rispetto alla grande filosofia moderna». E così, afferma Severino, «sessant’anni prima di Nietzsche, Leopardi vede con chiarezza totale il nichilismo dell’uomo europeo, la morte di Dio e la riduzione della fede cristiana a maschera che nasconde il vuoto». Così la ricerca continua nel secondo libro leopardiano, che parte da un ulteriore parallelo con Eschilo, questa volta attraverso il raffronto del Coro di morti che precede il Dialogo di Fe-

Il filosofo Emanuele Severino. Nella pagina a fianco, Giacomo Leopardi. Qui sotto, William Shakespeare (a sinistra) e Martin Heidegger (a destra) saranno l’oggetto della prossima “lettura in parallelo” di Franco Ricordi derico Ruysch e delle sue mummie, e l’Inno a Zeus, in Agamennone, la prima parte de l’Orestea. Il Coro di morti risponde, secondo Severino, al suddetto Inno eschileo, che aveva

«Proprio per la sua radicalità del negativo, per la sua estrema lontananza dalla verità autentica, la filosofia di Leopardi è anche il più vicino alla verità, il più capace di sentirne il respiro»

cacciato «con verità il dolore che culmina nella morte e che angosciando rende folli». Si giunge pertanto all’affermazione leopardiana che l’essere è “un nulla”, anche nel riferimento al celebre pensiero dello Zibaldone per il quale «Tutto è male, ovvero tutto quello che è, è male». In questa maniera Severino esplica il senso più compiuto del nichilismo, che si può interpretare con Leopardi: egli si trova esattamente agli antipodi dal «sentiero del Giorno» parmenideo: «ma proprio per questa radicalità del negativo, per questa sua estrema lontananza dalla verità autentica, tale pensiero è anche il più vicino alla verità, il più capace di sentirne il respiro». Questa, per sommi capi, la lettura che il grande filosofo bresciano propone del nostro maggior poeta moderno. E anche in questa occasione si può assistere senza troppe difficoltà ad una verosimile inversione delle parti, pur nel massimo rispetto dei ruoli: per quanto Severino affermi che Leopardi «è uno dei grandi pensatori dell’Occidente perché apre e fonda la dimensione in cui si muove l’intera filosofia contemporanea», tanto più siamo portati a riflettere sulla grande quintessenza poetica del pensiero di Severino, che anche sotto questo aspetto si libra ad una altezza alla quale soltanto attraverso Nietzsche e Heidegger ci è stato dato esperire.

Così, per essere coerenti, annunciamo una prossima riflessione che potrà completare il quadro di questo parallelo fra filosofia e poesia nell’epoca moderna. E sarà quello che vedrà inevitabili protagonisti il grande “poeta” Nietzsche, e il grande “filosofo” Shakespeare.


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Stati Uniti. Politiche dei trasporti, green economy: le attenzioni dell’amministrazione sono totalmente rivolte verso città e metropoli. Ma gli americani votano “con i piedi”

Obama contro Suburbia La Casa Bianca attacca i sobborghi per spingere gli americani a spostarsi verso i centri urbani di Joel Kotkin n anno di amministrazione Obama e il territorio dominante dell’America, i suburbia (i centri residenziali esterni alle città, ndr), sono in piena rivolta contro un regime urbano-centrico che molti credono minacci modi di vivere, valori e futuro economico. La grande e sbalorditiva vittoria di Scott Brown con un 5% di scarto in Massachusetts, Stato che aveva nel 2008 supportato Obama con una percentuale del 26%, è stata largamente favorita da un’ondata di sostegni provenienti dai suburbia con reddito medio, intorno a Boston. Il contrasto con il 2008 non potrebbe essere più chiaro.

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Il trionfo di Brown era stato preceduto da analoghe vittorie da parte dei candidati governatori repubblicani lo scorso novembre in Virginia e nel New Jersey. In queste competizioni gli elettori dei sobborghi in luoghi come Middlesex County, New Jersey e Loudon County, Virginia – che avevano sostenuto il Presidente Obama solo un anno prima – hanno abbandonato in massa i democratici. In Novembre, gli elettori di Nassau County, New York hanno rovesciato l’esecutivo di Thomas Suozzi, un carismatico democratico che aveva sapientemente coltivato gli elettori suburbani. La lezione è che i movimenti politici ignorano gli spazi esterni alle città a loro rischio e pericolo. Per quasi un secolo, gli americani hanno votato con le loro gambe, spostandosi inesorabilmente fuori dalle città centrali e verso i sobborghi suburbani. Oggi la grande maggioranza degli americani vive fuori dalla città, in numero più grande dei residenti della campagna e della città messi insieme. Come risultato, gli elettori di suburbia sono divenuti determinanti per la nostra politica nazionale, cultura ed economia. La crescita della maggioranza repubblicana dopo il 1966 è stata ampiamente un fenomeno suburbano. I democratici sono risorti – come fecero all’epoca di Bill Clinton ed ancora nel 2006 e 2008 – quando sono riusciti a spaccare il voto dei sobborghi. Ma ora le cose sono nuovamente cambiate. Per la prima volta, i sobborghi vivono sotto il consapevole e costante attacco di Washington. Poco di quello che l’amministrazione ha disposto – dalle garanzie di Wall Street alle proposte di politiche “cap and trade” – si offre alle periferie predominanti a reddito medio e anzi sembra si sia lavorato per alienarle. Inoltre, ci sono politiche che sembrano fatte apposta contro le periferie. In generale, dall’utilizzo dello spazio e dei trasporti alla politica di energia “verde”,

l’amministrazione Obama è andata promuovendo un’agenda che cerca di far spostare gli americani dagli amati sobborghi verso habitat affollati e trafficati che hanno evitato per generazioni. In molte aree del paese questa posizione è il riflesso della forza sorprendente del nucleo cittadino del partito e della lobby “verde” ad esso associata. Ora, da un punto di vista politico, la posizione antisuburbia sembra sia ulteriormente confermata dalla recente scarsa influenza elettorale dei democratici nell’ottenere consensi nei sobborghi. Di certo né Bill né Hillary Clinton avrebbero probabilmente approvato questa posizione.

in febbraio che “i giorni dell’espansione edilizia”erano, secondo lui,“finiti”. Inoltre, l’incentivo presidenziale – con l’allocazione di 8 miliardi di dollari per le linee ferroviarie ad alta velocità e il progetto di incremento massiccio dei trasporti di massa – sembra offrire ben poco a coloro che abitano al di fuori dei grandi nuclei metropolitani.

Lo scrittore ed economista Robert Samuelson, tra gli altri, ha denunciato il piano ferroviario dell’alta velocità come un “contentino” non adatto a un paese enorme e multicentrico come lo sono gli Stati Uniti. Gli schemi dell’iniziativa verde sembrano, inoltre, più adatti a promuovere occupazione per i ricercatori universitari e i residenti all’interno delle città piuttosto che per i sobborghi a medio reddito. Le periferie suburbane potrebbero non essere ancora a conoscenza della posizione, ad esse avversa, del team di Obama, ma forse possono leggere tra le righe. Le amministrazioni pubbliche hanno inoltre cominciato a distribuire 300 milioni di dollari in concessioni a fondo perduto alle città che seguono «principi di crescita ragionata». Fondi alle città per uniformarsi ad uno sviluppo orientato alla «sostenibilità» che interesserà le comunità con uno specifico piano di indirizzo.

La rivolta elettorale contro i democratici è iniziata proprio nelle zone suburbane di Virginia, New Jersey e Massachusetts che nel 2008 avevano votato per Barack e oggi non si fidano più Ogni volta che è stato possibile, i Clinton hanno dimostrato una certa sintonia con i sobborghi e gli elettori delle piccole città. Al contrario, l’amministrazione Obama sembra ostinatamente rivolta alle metropoli. Pochi rappresentanti di rilievo provengono dagli stati rossi o dai sobborghi; le schiere d’eccellenza dell’amministrazione giungono, quasi completamente, dai grandi centri urbani – in maniera più consistente da Chicago, New York, Los Angeles e San Francisco. Questi rappresentanti, a volte, sembra non comprendano nemmeno le ragioni per le quali le persone si trasferiscono nei piccoli centri. Molti esponenti del governo Obama – come i Dipartimenti dei Trasporti e dello Sviluppo Urbano (Hud) e l’Agenzia di Protezione Ambientale (Epa) – si fanno promotori di un’agenda politica che vorrebbe indurre un numero maggiore di americani a stabilirsi nei grandi centri. Lo stesso Presidente sembra approvare questa strategia, avendo dichiarato

Ben poco di rilevante andrà a beneficio di suburbia, come ad esempio il miglioramento del sistema stradale o l’investimento in altre infrastrutture basilari. In definitiva, saranno i bastoni e non le carote che gli urbanisti sperano di utilizzare per guidare la de-suburbanizzazione. Forse la cosa più importante saranno i nuovi controlli draconiani sulla gestione del territorio. Gli amministratori pubblici, in particolare dell’Epa hanno partecipato alla stesura del recente rapporto “Moving Cooler”, che ha ispirato politiche come il pagamento di dazi nel Sistema di Autostrade Interstatali, il pagamento a carico delle persone per parcheggiare di fronte alla loro stessa abitazione e il dirottamento del 90% della crescita preventivata negli spazi più affollati delle già esistenti concentrazioni urbane. Sicuramente politiche come queste hanno poche o nessuna speranze di essere approvate dal Congresso.

Troppi rappresentanti provengono da distretti suburbani o rurali per sostenere politiche che penalizzerebbero quella parte di popolazione che utilizza automobili, più del 98% dei casi, per spostarsi e, il 95% per motivi di lavoro. Ma i quadri presidenziali potrebbero trovare altre strade per imporre la loro agenda. Nuovi controlli, ad esempio, potrebbero essere predisposti dalle corti insieme ad un’azione regolatrice. In questo senso ci sono dei precedenti: come il Direttore dell’Epa ai tempi di Clinton, l’attuale “zar del clima” Carole Browner, che ha minacciato di bloccare i fondi federali per la regione di Atlanta a causa della mancanza di compatibilità con le regole di salvaguardia dell’atmosfera. Tali minacce diventeranno più di un luogo comune non appena il regolamento dei “gas serra”sarà sottoposto allo scrutinio amministrativo. Come si è già potuto vedere in California, i regolatori possono usare la minaccia del cambiamento climatico come fondamento logico per bloccare gli investimenti – e i permessi – anche per progetti ben concepiti, residenziali, commerciali o industriali visti, però, come probabili generatori di un eccesso di gas serra. Questi sforzi saranno supportati da una complessa coalizione di nuovi urbanisti e gruppi ambientalisti. Allo stesso tempo, un forte interesse per il territorio urbano, che abbraccia molti affiliati del Partito democratico, potrebbe indurre ad ostacolare la crescita subur-


il paginone sciuto come “riempimento”, che sta a significare agglomerazione forzata in aree geografiche sempre più limitate. Per la passata generazione ciò ha stimolato una rapida diminuzione delle misure delle case. Oggi il nuovo modello abitativo britannico, benché abbastanza costoso, misura appena 800 piedi, grosso modo un terzo di una residenza media americana. Anche in luoghi piuttosto periferici molte delle caratteristiche proposte – cortili piuttosto grandi, ampie camere da letto, spazi studio – stanno scomparendo. Ma questi abitanti suburbani vivranno comodi se comparati alle sardine che saranno obbligate a spostarsi nei centri urbani. A Londra, una città già densamente stipata, i progettisti vengono contattati per blocchi di appartamenti sempre più concentrati e vicinati congestionati. Questo scenario estremo potrebbe verificarsi presto in America. Seguendo gli emendamenti proposti dal “Moving Cooler”, la crescente soluzione urbana potrebbe diventare l’unica alternativa possibile alla campagna. Diversamente dalla generazione dei genitori, la nuova potrebbe avere poche scelte di case accessibili in sobborghi confortevoli, a bassa e media densità e case singole. La proprietà di una casa singola potrebbe divenire retaggio solo della provincia opulenta o dei sobborghi delle città americane di secondo ordine. A causa degli alti costi di costruzione degli appartamenti multifamiliari nei centri urbani, molti degli eventuali padroni di casa potrebbero essere portati a rimanere affittuari. Benché apertamente salutate come “progressiste”, queste politiche potrebbero annunciare un ritorno al tipo di metropoli affollata, dominata dai locatori, che esisteva prima della Seconda Guerra Mondiale.

Uno studio del 2008 ha rivelato che le comunità suburbane manifestano il più altro grado di soddisfazione rispetto a chi abita nelle grandi e piccole città e in campagna bana e fornire il monopolio sullo sviluppo futuro per le decadi a venire. Si può avere una visione fugace di questo futuro osservando cosa accade in molti paesi europei, incluso il Regno Unito, dove l’uso del territorio è controllato dal centro. Per decadi, ipotesi di un nuovo

sviluppo sono state fortemente limitate con provvedimenti a favore di lotti e case sempre più piccole piuttosto che a favore di un modello per le residenze monofamiliari. In Gran Bretagna il modello dominante di pianificazione è ampiamente cono-

L’impulso anti-sobborgo non è niente di nuovo. Le periferie suburbane raramente sono state popolari tra gli accademici, gli urbanisti e l’intelligenzia. La perifericità ha scontentato «i pianificatori professionisti e gli intellettuali difensori della cultura cosmopolita», ha notato il sociologo Herbert Gans. La controcultura degli anni ’60 ha ampliato questa critica vedendo i sobborghi come uno dei tanti «travestimenti senza gusto della società di massa», così come i fast food, la plastica e le macchine di grossa cilindrata. Suburbia rappresenta l’opposto dell’ambiente cosmopolita cittadino; un critico l’ha apostrofata come “vulgaria”. I liberal hanno etichettato i sobborghi come il portato razzista della“fuga bianca”. Più recentemente le cause ambientaliste – in particolare sulle emissioni dei gas serra così come il terribile avvertimento che prospetta il “picco di petrolio”– guidano, ora, la gran parte delle argomentazioni contrarie alla sub-urbanizzazione. Fondamentalmente, oggi, la vulgata anti sobborghi ha a che fare meno con l’ambiente e più con un radicato desiderio di cambiare il modus vivendi degli americani. Per anni i promotori dell’urbanizzazione hanno enunciato che più americani avrebbero dovuto risiedere in comunità che ritenevano “più vivibili”, più affollate, dotate di infrastrutture fatte nel loro stesso interesse. Un esempio recente, Green Metropolis di David Owens sostiene l’idea che gli americani dovrebbero essere incoraggiati ad abbracciare una “compattezza estrema” – prendendo Manhattan come modello. Convinti che il modello

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Manhattan sia il nostro futuro, alcuni “progressisti” hanno già previsto cosa fare con i resti del nostro futuro abbandonato. Contrariamente a molta dell’attuale pubblicità dei media, parecchi americani continuano a preferire la vita nei sobborghi.

Infatti, per quattro decadi, in linea con numerose indagini, la quota di popolazione che preferisce vivere nelle grandi città è rimasta stabilmente tra i 10 e i 20 punti percentuali, mentre grossomodo il 50 percento, o più, opta per le periferie o per zone esterne alla città. Le ragioni? Il semplice desiderio di privacy, quiete, sicurezza, buone scuole e comunità coese. La casa singola, detestata da molti urbanisti esercita anche una considerevole attrattiva. Studi dell’Associazione Nazionale degli Agenti per la compravendita degli immobili e l’Associazione Nazionale dei Costruttori riscontrano che l’83 percento dei potenziali acquirenti preferisce questo tipo di abitazione piuttosto che una casa di città o un appartamento. In altre parole, i sobborghi si sono espansi perché piacciono alle persone. Uno studio del 2008 ha rivelato che le comunità suburbane manifestano il più altro grado di soddisfazione in coloro che ci vivono, rispetto a chi abita nelle grandi e piccole città e in campagna. Ciò contraddice un’altra delle grandi leggende urbane del ventesimo secolo – sposata da urbanisti, professori della pianificazione e intellettuali e rappresentata nei film hollywoodiani – secondo cui i sobborghi sarebbero alienanti, emarginanti, mentre gli ambienti cittadini hanno un profondo senso dell’appartenenza e legami con il vicinato. In effetti, praticamente in ogni dato – dal lavoro, all’ambiente e alle famiglie – i residenti dei sobborghi manifestano un più forte senso d’identità e di coinvolgimento civico con le loro comunità rispetto a coloro che vivono in città. Un recente studio dell’Università della California ha riscontrato che la densità, come si è spesso supposto, non incrementa l’approccio sociale tra vicini né porta a coinvolgimenti sociali d’insieme. Per ogni 10% di riduzione della densità le possibilità che le persone parlino con i loro vicini aumentano del 10% e la probabilità che appartengano a un club locale del 15. Tali preferenze hanno aiutato a fare della sub-urbanizzazione la tendenza predominante in ogni regione del paese. Forse nulla riflette il fascino universale degli stili di vita dei sobborghi più della loro crescente diversità etnica. Nel 1970, quasi il 95% degli abitanti dei sobborghi era bianco. Oggi le minoranze costituiscono più del 27% delle comunità suburbane della nazione. Forse in modo ancor più affascinante, questa varietà è a sua volta diversa, includendo non solo afro-americani ma anche latini e asiatici. Dal 2002 ben più della metà delle famiglie multietniche vive nei sobborghi, percentuale questa, che continua a crescere. Oggi probabilmente i locali per i nuovi centri commerciali etnici d’America, per i templi Hindu e le nuove moschee non si trovano nelle brulicanti città ma nei sobborghi esterni di Los Angeles, New York e Houston. «Se la società multietnica si sta formando in America», suggerisce il demografo californiano James Allen, «questo sta accadendo proprio nei sobborghi. Il futuro dell’America è lì».


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Terrorismo. Altri 12 morti dopo le bombe nella metropolitana di Mosca opo Mosca, Kizlyar. Dal cuore dell’impero russo a una delle sue province più turbolente della regione del Caucaso: il Daghestan. Ma la stessa tecnica e la stessa mano: due attentati suidici in rapida successione che hanno ucciso dodici persone facendo balzare a 50 il numero delle vittime del terrorismo islamo-nazionalista in meno di 48 ore. Ai morti della metropolitana, attaccata lunedì dalle fidanzate di Allah, si sono aggiunti otto poliziotti - tra loro anche il capo della polizia della città, il colonnello Vitali Vedernikov - e quattro passanti falciati dall’esplosione di un’autobomba e poi di un kamikaze, anche lui vestito da poliziotto, che si è fatto saltare in aria tra i soccorritori accorsi sul posto del primo attentato, a pochi passi dalla locale sede del Fsb, il servizio per la sicurezza interna della Russia, l’erede del Kgb. Almeno 23 i feriti, alcuni gravi, che sono stati portati nell’ospedale di questo grosso centro agricolo sulle colline daghestane che è anche noto come la «città del cognac» perché i vigneti della zona producono un vino poi distillato in un liquore molto famoso e apprezzato.

D

Vladimir Putin ha subito convocato nella sua dacia di Novo Ogariovo, alle porte della capitale, una riunione ristretta del governo e ha dichiarato che ad agire, tanto a Mosca che a Kizlyar, «è stata la stessa banda di terroristi». Con ogni probabilità la Jamaat Shariat, il fronte ormai unificato della guerriglia islamica che dalla Cecenia è dilagata nelle confinanti repubbliche del Caucaso del nord - il Daghestan e l’Inguscezia - che fanno parte della Federazione russa. «Per noi non è importante in quale

Daghestan, una strage per colpire il Cremlino Putin aveva dichiarato vinta la guerra ai ribelli che ora aprono un nuovo fronte di Enrico Singer

ribelli alle forze speciali di Ramzan Kadyrov, il giovane e fedele presidente della Cecenia che ha raccolto l’eredità politica del padre, Akhmad Kadyrov, assassinato il 9 maggio del 2004. Per questo il feroce ritorno del terrorismo islamo-nazionalista degli ultimi giorni non ha soltanto riacceso la paura tra

Doppio attentato suicida a Kizlyar, la «città del cognac». Presa di mira la sede dell’Fsb, la polizia segreta simbolo del potere di Mosca parte del nostro Paese è stato commesso il crimine, non importa di quale nazionalità e di quale fede sono le vittime: questo crimine è contro la Russia», ha detto Putin che ha promesso una guerra senza quartiere contro i responsabili degli attentati. Il problema, però, è che lo stesso Vladimir Putin aveva annunciato di avere già vinto questa guerra un anno fa quando ritirò una parte del contingente russo inviato per domare la rivolta del Caucaso e affidò la repressione dei

la gente: sta alimentando una sempre maggiore irritazione per i falsi proclami di vittoria sul terrorismo che sono stati lanciati a più riprese dal Cremlino. E ne intacca la credibilità.

Soprattutto adesso che l’offensiva dei terroristi ha investito di nuovo anche il Daghestan. Finora il centro di tutte le preoccupazioni era la Cecenia: cecene erano state le prime bombe (sei) nella metropolitina di Mosca alla fine degli Anni Novanta;

Nel Caucaso l’islam si fonde col nazionalismo

Jihad e vendette dei clan NON

SOLO JIHAD , ma anche vendette personali e conflitti etnici. Una miscela esplosiva che giorno dopo giorno diventa sempre più micidiale. I due milioni di abitanti del Paese delle Montagne (questo significa Daghestan) appartengono a una trentina di tribù di ceppi caucasici diversi che parlano addirittura lingue incomprensibili tra loro. Con i due maggiori gruppi che si contendono il potere politico ed economico a livello nazionale: gli àvari (il 28 per cento della popolazione), a cui appartengono i ribelli, e i darghini (il 16 per cento) che compongono gran parte della classe dirigente filo-russa, compreso il presidente Magomed Ali Magomedov. La lotta contro la dominazione di Mosca e la forzata unità - prima nel-

l’impero zarista, poi nell’Urss, ora nella Federazione russa affonda le sue radici nella storia. Risale ai tempi dell’Imam Shamil, il condottiero e leader religioso àvaro che a metà del

XIX secolo guidò la resistenza contro l’invasione zarista. Per un quarto di secolo le gole di questo Paese furono pressoché precluse alle forze russe. Shamil si arrese al principe Baryatinski nel 1859. Ora il Paese delle Montagne è di (e.s.) nuovo in rivolta.

ceceno era il commando che, nel 2002, prese in ostaggio gli spettatori del teatro Dubrovka; ceceni, ancora, i terroristi che fecero strage dei bambini nella scuola di Beslan nel 2004. La repressione attuata dal regime di Kadyrov, spalleggiato dagli spetsnaz (corpi speciali) russi, ha avuto un relativo successo, ma ha spinto fuori dai confini della Cecenia i ribelli che si sono rapidamente alleati con i movimenti nazionalisti delle Repubbliche caucasiche confinanti. Nel Daghestan, del resto, era già forte l’attività dei mujaheddin, i combattenti anti-russi, tanto che la capitale, Mahachkala, era definita dalla stampa russa come «la città delle bombe».

La Jamaat Shariat, guidata dall’emiro Abdul Majhid, ha preso di mira principalmente gli agenti della polizia segreta federale, visti come il simbolo del dominio degli “infedeli” russi (anche ieri l’obiettivo dell’attentato è stato il Fsb), ma i ribelli hanno anche colpito politici e alti funzionari, come dimostra il recente assassinio di un parlamentare e di un giudice della Corte Suprema. La fusione tra nazionalisti ceceni e daghestani è cominciata sei anni fa quando, nel distretto di Nojay-Yurt nel sud-est della Cecenia, a ridosso del confine con il Daghestan, centinaia di guerriglieri ceceni comandati dall’emiro Avdorhanov di Gudermes, furono accerchiati daikadyroviti (così sono chiamati i miliziani di Kadyrov), e, dopo giorni di battaglie, riuscirono a fuggire dall’accerchiamento scappando in Daghestan attraverso le montagne e rifugiandosi nel distretto di Khasavyurt. È da allora che la regione occidentale di questa Repubblica caucasica è diventata la nuova retrovia dei ribelli ceceni, il loro rifugio sicuro, quello che una volta erano le Gole del Pankisi in Georgia. Kadyrov, che nel Khasavyurt vende di contrabbando il petrolio ceceno e che anche per questo non vuole intralci al suo business, ha lanciato più volte spedizioni delle sue milizie in territorio daghestano, ma con scarsi risultati. Anzi, con l’effetto di spingere molti abitanti dei villaggi del Khasavyurt ad unirsi ai ribelli scatenando anche in Daghestan una rivolta armata contro il governo filo-russo che governa a Makhachkala. Quello daghestano è ormai il secondo fronte della ribellione islamo-nazionalista che sta dilagando nel Caucaso.


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Per la Ashton è un passo avanti, ma manca l’arresto di Mladic

Prima delle elezioni, la giunta prepara nuovi arresti

Srebrenica, dopo 13 anni la condanna della Serbia

Myanmar, pronto un giro di vite contro gli oppositori

BELGRADO. Per la prima volta

RANGOON. Il regime militare birmano attuerà «con molta probabilità» un giro di vite contro il partito. È quanto afferma U Win Tin, membro del Comitato esecutivo della Lega nazionale per la democrazia (Nld), prigioniero politico dal 1989 al 2008. «I nostri movimenti saranno assai limitati – spiega – e se ci metteremo contro di loro [la giunta], essi dichiareranno associazione illegale il nostro partito». Intanto il governo giapponese annuncia il “congelamento” degli aiuti al Myanmar, fino al rilascio di Aung San Suu Kyi. La Nld non parteciperà alle elezioni politiche indette dalla giunta militare e in programma nel 2010. La decisione è stata presa il 29 marzo

nella storia, la Serbia si assume la responsabilità per il massacro di Srebrenica nel 1995 in cui vennero trucidati circa 8mila uomini dai 15 anni in su. Il Parlamento serbo, infatti, ha adottato una risoluzione di condanna della strage di musulmani bosniaci compiuto dai militari serbo-bosniaci al comando del generale Ratko Mladic che, non va dimenticato, avvenne sotto gli occhi dei Caschi blu olandesi dell’Onu i quali non intervenirono. Nella dichiarazione, votata solo dai partiti della maggioranza (democratici e socialisti, filo-occidentali), non compare la parola «genocidio» ma Belgrado si scusa per non avere fatto abbastanza per impedire l’ecatombe. Il documento è stato approvato al termine di un infuocato dibattito durato 13 ore e trasmesso in diretta tv.

L’opposizione ha insistito perché fosse inserita anche la condanna dei crimini commessi contro il popolo serbo. La Serbia ha presentato lo scorso 22 dicembre la domanda per entrare a far parte dell’Ue e spera di ottenere lo status di Paese candidato a metà 2011. «È un passo avanti importante», ha commentato l’Alto rappresentante della Politica este-

E alla fine, il burqa lo ha vietato il Belgio Fra Francia e Italia, è Bruxelles a regolare il velo di Nicola Accardo

PARIGI. Si tratta della prima legge in Europa che vieta totalmente d’indossare il velo integrale, in qualsiasi “spazio pubblico”. La commissioni interni della Camera dei deputati in Belgio ha adottato all’unanimità un testo che non fa riferimento diretto al burqa o al niqab (il velo che lascia liberi solamente gli occhi), ma che impedisce di fatto alle donne che seguono i rigidi dettami del salafismo di andare in giro incappucciate. «Siamo orgogliosi di aver osato fare questo passo avanti mentre il dibattito sul tema è molto intenso in Francia, Svizzera e Italia», ha commentato il deputato del Movimento riformatore belga Denis Ducarne. Il Belgio, che con tutta probabilità approverà la legge alla Camera il 22 aprile, accelera proprio mentre la Francia rallenta. Martedì il Consiglio di Stato infatti ha emesso un parere che dissuade il governo dal legiferare sul divieto totale, consigliando di limitare il burqa «agli spazi pubblici», proibendolo solo nei luoghi dove è necessaria l’identificazione delle persone. Il testo belga parla di «qualsiasi veste che copra totalmente o renda irriconoscibile il viso» e definisce le sanzioni che saranno previste dal codice penale: ammenda (da 15 a 25 euro) o fino a sette giorni di carcere. Chi vuole può indossare il burqa a casa propria, ma nello «spazio pubblico» non sarà più tollerato. Il che vuol dire sui marciapiedi, presso le banchine della metro e del tram, in passaggi pedonali, parchi, giardini pubblici, campi sportivi, aree di gioco, negozi, musei, monumenti e servizi pubblici. Sono compresi anche gli hotel di lusso frequentati dai principi sauditi. Un «segnale etico» secondo il liberale fiammingo Bart Somers: «Difendiamo la necessaria dignità e il rispetto di tutte le persone della nostra società, affermando la nostra solidarietà con le donne costrette a portare il burqa». La legge ha messo d’accordo tutti i partiti, dai socialisti ai nazionalisti fiamminghi, suscitando solo i dubbi degli ecologisti, che hanno messo in guardia contro una possibile bocciatura della Corte costituzionale o della Corte europea dei Diritti

umani. La bocciatura da parte del Consiglio di Stato, in Francia, ha allontanato una legge che avrebbe creato lo scalpore di quella sul velo del 2004 (divieto in tutte le scuole pubbliche, che invece paradossalmente manca in Belgio).

Tutto cominciò nel giugno dell’anno scorso, quando il comunista André Gerin creò una commissione parlamentare che per studiare il fenomeno del burqa e del niqab. Qualche giorno dopo davanti alla camere riunite solennemente a Versailles il presidente Sarkozy fu lapidario: «Il burqa non è benvenuto in Francia». Poi due mesi fa la proposta di legge del partito di maggioranza Ump che spingeva sul divieto totale. È stato il Primo ministro François Fillon a chiedere un parere al Consiglio di Stato, che ha parlato di «rischi seri e forti dubbi» sulla costituzionalità di tale legge. L’Ump dovrà ora rinunciare al divieto nello spazio pubblico e le circa 2.000 donne (stime del ministero dell’Interno) col volto coperto saranno libere di continuare a passeggiare con i pacchi dei grandi magazzini lungo gli Champs Elysées o in Boulevard Haussman a Parigi. La legge in Francia però si farà e seguirà le linee generali tracciate dal Consiglio di Stato: collegamento alle leggi che già proibiscono la dissimulazione del viso in determinati tempi e luoghi; nuove norme che stabiliscano il divieto permanente nei servizi pubblici e nei luoghi che necessitano verifiche relative all’identità o all’età. Potrebbe applicarsi ai trasporti, ai commerci, certamente alle banche, alle gioiellerie, agli eventi sportivi e alle conferenze internazionali. O ancora al cinema e ai luoghi dove è proibita la vendita di alcol ai minori. Nella lista ci saranno tutti gli edifici pubblici e istituzionali: tribunali, seggi elettorali, scuole, ospedali e università. All’inizio le sanzioni saranno blande: si suggerisce «l’ingiunzione tramite mediazione sociale», con tanto di multa se non viene rispettata.Verrà istituito un nuovo reato per chi istiga le donne a tenere il viso nascosto, con eventuali pene carcerarie.

Il 22 aprile il testo di legge verrà votato alla Camera: pronte sanzioni per chi si nasconde il viso in spazi pubblici

ra Ue, Catherine Ashton. Nella risoluzione, il Parlamento ribadisce la sua disponibilità a una piena collaborazione con il Tribunale penale internazionale (Tpi) dell’Aja, che chiede da tempo alla Serbia di cooperare per l’arresto e l’estradizione di Mladic, ricercato numero uno del Tpi. Anche l’Olanda ha giudicato positivamente la risoluzione serba. L’Olanda è l’unico membro Ue che si oppone alla candidatura della Serbia a causa della scarsa cooperazione con il Tpi per l’arresto. Un diplomatico che all’epoca era di stanza a Sarajevo ha detto che la dichiarazione avrà un valore minimo se non verrà presto seguita dalla cattura di Mladic.

scorso, all’unanimità, dai 113 membri del consiglio direttivo del principale partito di opposizione. La mancata registrazione entro il 6 maggio porterà alla dichiarazione di “movimento fuorilegge” per il partito di Aung San Suu Kyi, che ha vinto le ultime elezioni del 1990 - mai riconosciute dalla dittatura con l’82% dei consensi.

Win Tin, 80 anni (19 dei quali trascorsi in prigione per la sua lotta per la democrazia), si è battuto con forza contro la registrazione del partito, come indicato dalla Nobel per la pace. «Lavoriamo per lo smantellamento della dittatura militare – conferma l’oppositore – per questo ci puniranno duramente». Egli spiega che è impossibile accettare «l’espulsione di Aung San Suu Kyi dal partito» per poter competere alle elezioni, così come è impensabile accettare una Costituzione «approvata in modo arbitrario dalla giunta» con il solo scopo di «stabilire una dittatura militare permanente» in Myanmar. Intanto la scelta della Nld continua a destare controversie nel Paese e fra gli oppositori all’estero. Il poeta birmano Ko Lay è “soddisfatto”della decisione del partito e ritiene che «le elezioni, alla fine, non si terranno».


cultura

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Dibattiti. La provocazione la lancia un editoriale del quotidiano Hurriet, che domanda se non sia il caso di riprendere la shari’a dell’Impero Ottomano e abbandonare Kemal

Disfida su Ataturk La società turca si interroga su legge coranica e modernità Per cercare di coniugare (e far convivere) al Qaeda e Europa di Vincenzo Faccioli Pintozzi olenti o nolenti, dovremo presto fare i conti con la Turchia. Paese estremamente popoloso, economicamente in via di eccellente sviluppo e militarmente fondamentale, la porta d’Oriente - o d’Occidente, dipende dal lato in cui ci troviamo il Bosforo guardando il terreno nazionale - si avvicina a grandi passi verso Bruxelles. Le questioni collegate all’ingresso del mondo turco all’interno della già variegata Unione Europea sono note e molteplici, ma senza alcun dubbio la questione dell’islam turco e l’avanzata dell’ondata radicale - sono e saranno sotto i riflettori ancora per molto tempo. Di questo dato di fatto la società turca, sia quella laica che quella più religiosa, è estremamente consapevole. L’intellighentzia cresciuta nei canoni del laicismo kemalista, così come la cupola teologica che si è tenuta sotto l’ala protettiva dell’islam di Smirne, sanno di dover presto rispondere ai Ventisette che temono la prospettiva di una Turchia “testa di ponte” del fondamentalismo nel cuore stesso del proprio territorio.

V

Così come sanno che la questione dello scontro di religione non è plausibile: aver bocciato le radici cristiane dalla stesura della Costituzione europea ha dimostrato a chi ci guarda dalla porta che il problema non è lo scontro teologico, quanto una più pragmatica preoccupazione di ordine pubblico sopranazionale. Nell’ambito di questo dibattito si sono prepotentemente inseriti il Convegno in svolgimento nella città turca di Mardin, incentrato sulla fatwa che dà il principio e la copertura teologica al jihad, e la questione sollevata nei giorni scorsi dal quotidiano semi-laico Hurriyet. Questo, con la penna del suo editorialista Mustafa Akyol, ha chiesto ai propri lettori e alla borghesia intellettuale di Istanbul e Ankara quale sia la differenza fra la legge coranica in vigore durante l’Impero Ottomano e la legge laica promulgata da Ataturk nel corso del suo pro-

cesso di secolarizzazione del Paese. Un dibattito estremamente animato, che al suo termine darà con ogni probabilità un’indicazione di massima sulla direzione che prenderà la Turchia nel suo cammino verso l’Europa. Innanzitutto bisogna spiegare però che la parola shari’a può essere tradotta, in maniera abbastanza approssimativa, con “legge islamica” o “legge coranica”. Nominarla, cercarne le origini, analizzarla può rivelarsi soprattutto di questi tempi un passatempo pericoloso per una serie di ottime ragioni.

Abusando del termine shari’a, infatti, sono stati commessi moltissimi gesti terrificanti, in diverse nazioni del pianeta. Le nazioni che impongono la shari’a come base del diritto, pensiamo all’Iran o all’Arabia Saudita, si sono trasformate nel tempo in dittature che vio-

Il sultano Selim, alla conquista dell’Ovest, cerca di convertirlo all’islam. Lo ferma uno sceicco, che sottolinea l’empietà del suo gesto lano in maniera sistematica i diritti umani delle proprie popolazioni. Con un’attenzione particolare per la situazione delle donne. Ovviamente, questi esempi sono forzature: si tratta di governi corrotti, che dichiarano di rappresentare la purezza dell’islam quando in realtà usano le leve di potere della religione per mantenere intatta la presa sul potere. Per riuscire in questa impresa, però, è necessario che i governanti di queste nazioni abbiano una forte bandiera da poter

sventolare contro chi li accusa di estremismo. Questa bandiera è quella dell’interpretazione letterale: un letteralismo senza senso, che impone a chi lo applica le catene delle condizioni storiche in cui il concetto è nato. Ed ecco che l’applicazione letterale della shari’a ha il sapere dell’Arabia del settimo secolo, fatta di punizioni corporali e giurisprudenza pastorale, in cui non esiste il concetto di riabilitazione e dove il dolore fisico è considerato l’unica strada per punire un crimine. D’altra parte, tutto il mondo è paese: il Medioevo europeo vanta crudeltà che non hanno pari, neanche lontanamente simili a quelle contemporanee.

Ma l’interpretazione letterale non è, e non può essere, l’unica strada per accostarsi alla shari’a. Invece di recepirlo come un set di rigide regole da mettere in pratica parola per parola, infatti, la legge coranica può essere interpretata come un coacervo di principi, che devono necessariamente essere re-interpretati con un occhio al tempo in cui si vive. L’imam Shatibi, figura nobile dell’islam rinascimentale, ha trovato nel quattordicesimo secolo i fondamenti teoretici che legittimano l’idea di intepretazione non letterale della shari’a. Ha esaminato tutte le sentenze emesse sulla base del Corano e ha sostenuto che, andando oltre i dettagli particolari dei singoli casi, tutti i pronunciamenti erano stati vergati con lo scopo di proteggere cinque valori fondamen-

tali: vita, religione, proprietà, progenie e intelletto. Questi, secondo Shatibi, sono «gli obiettivi più importanti, i valori che la legge islamica protegge e difende con ogni mezzo». Ma, scrive il giurista musulmano, «non esistono sistemi invariabili chiamati a proteggere questi valori. La loro difesa, e la punizione per chi li minaccia, possono e devono variare a seconda dei tempi, dei luoghi e delle circostanze». Basandosi su questi precetti, comunque integrati da tutto l’islam dell’epoca, le scuole coraniche più flessibili hanno stabilito che fosse possibile adattare la legge.

Arrivando a definire “obsolete” le punizioni corporali e a permettere al sistema bancario l’acquisizione di interessi. Fra


cultura

Per la prima volta, infatti, Selim punta a conquistare le città sante di Medina e Mecca, per poi rivolgersi verso l’Europa cristiana. Sulla strada incontra e sconfigge lo Scià Ismaele di Persia, segnando un primo punto contro gli sciiti. Arrivato in Serbia, è oramai convinto che sul suo capo aleggi un’aura mistica che gli rende ogni nemico battibile; decide quindi di convertire il continente europeo all’islam, anche e soprattutto attraverso l’uso della scimitarra.

Mustafa Kemal, noto come Ataturk, il padre della Turchia moderna. In alto Maometto; in basso, la Moschea blu queste scuole spicca quella Hanafi, fondamento teologico alla base dell’Impero Ottomano che ne tenne a bada gli eccessi proprio grazie alla sua natura. Uno fra i valori più importanti della shari’a, una delle particolarità più ignorate dai suoi presunti difensori contemporanei, è infatti quella di essere antecedente lo Stato. Si tratta di una legge incastonata nella volontà divina, e quindi superiore agli uomini fossero anche politici. Di conseguenza, il sultano e la sua corte non erano autorizzati a comportarsi in totale libertà: i loro eccessi erano tenuti sotto controllo dalla shari’a e dai religiosi che la appli-

cavano. Per fare un esempio si potrebbe citare Selim l’Oscuro, uno dei più feroci sultani ottomani, la cui storia è oggi di straordinaria attualità. Nato nel 1470, Selim disultano venta dell’Impero Ottomano nel 1512; è anche il primo della sua stirpe ad assumere però il titolo di Califfo dell’Islam, date le conquiste che grazie al suo feroce impero di religione sunnita riesce a collezionare nel Medioriente.

Consultato con successo il suo Consiglio di guerra, si prepara per la grande crociata “all’incontrario”ma viene fermato dallo sceicco Sheik-ul Islam, che lui stesso ha nominato primo teologo di corte. La shari’a, gli spiega il dotto, proibisce la conversione forzata dei cristiani; e la shari’a è superiore alla legge terrestre. Selim, sconfitto sul campo della fede, indietreggia. Ai livelli più bassi del sistema giudiziario in vigore nell’Impero Ottomano, l’autorità morale della legge coranica ha molto contribuito alla salvaguardia dei diritti umani della popolazione. Haim Gerprofessore ber, emerito di Studi islamici, sottolinea nel suo La

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legge e la cultura islamica dal 1600 al 1840 quanto la shari’a abbia aiutato gli ebrei e i non musulmani nella sopravvivenza all’interno dei Paesi arabi. Nel territorio del sultano, la legge iscritta nel Corano non è uno strumento che l’elite usa per aiutare la propria supremazia sociale; al contrario, è la scimitarra che i poveri brandiscono contro chi cerca di molestarli. I muftì ottomani - gli interpreti della legge nel sistema islamico - sono inoltre dei dipendenti governativi che non esitano però a emettere sentenze contrarie al potere costituito, quando si trovano in presenza di palesi ingiustizie. Poco nota al mondo occidentale, ma affascinante, è la storia del medico occidentale che cerca una via per studiare con Ibn Sina, il curatore e filosofo che diverrà più noto con il nome di Avicenna. Il giovane occidentale entra nel Sultanato

Il famoso medico Avicenna salva la vita a un giovane occidentale che voleva studiare con lui grazie agli editti islamici dei muftì arabi con un intricato stratagemma che prevede, fra le varie cose, una truffa ai danni di un notabile di corte. Scoperto e arrestato, verrà salvato proprio dai muftì che intendono premiare la sua sete di conoscenza. Un atteggiamento che i talebani contemporanei hanno deciso di ignorare. In ogni caso, con questa premessa si spiegano le masse che invocano - oggi come ieri l’avvento della shari’a: vogliono soltanto giustizia.

D’altra parte questo desiderio di giustizia è presente anche nella Turchia post-ottomana, che però rinnega l’idea che la giustizia intesa come valore sia superiore allo Stato propriamente detto. Mustafa Kemal, o se preferite Ataturk, accetta il concetto dei cinque valori primari espressi dall’imam Shatibi e quando scrive la Costituzione della moderna Turchia tiene conto di alcune delle priorità espresse dal Corano. Ma la legge coranica in quanto tale viene rigettata, rimpiazzata non da una teoria liberale di politica basata sulla legge naturale, quanto piuttosto da un sistema autoritario basato sul positivismo. In altre parole, nella Turchia repubblicana lo Stato diventa la misura di ogni cosa. E gli interessi primari dello Stato diventano superiori, per importanza e realtà filosofica, a ogni altra casa. Da qui nasce (ad esempio) la durezza estrema del sistema giudiziario turco, che punta con decisione verso l’illiberalismo più sfrenato. Un recente sondaggio condotto da un think tank indipendente dimostra questo assunto: chiedendo a migliaia fra giudici e pubblici ministeri turchi quali siano gli interessi da tutelare nel loro lavoro, la stragrande maggioranza ha risposto «gli interessi statali». E non i diritti dei cittadini.

A prima vista, dunque, la shari’a applicata dai sultani vince senza sforzo la gara con la democrazia miope dei militari di Ataturk. Ma si deve anche sottolineare che il campo dei diritti umani - in particolar modo nel campo dei diritti delle donne - ha avuto possibilità di sviluppo e sopravvivenza soltanto nell’ambito repubblicano. Si potrebbe dunque dire che la repubblica crede che la giustizia debba servire lo Stato, mentre per gli Ottomani era il contrario. Ma questo, nei palazzi di Bruxelles che decideranno sull’ingresso o meno di Ankara nell’Unione del Vecchio Continente, non è argomento da potersi sollevare. Ecco perché, dunque, la società turca deve cercare, anche attraverso un dibattito su scala nazionale, di prendere una decisione sulla fine da riservare all’islam radicale. Perché è questo, e non la sua interpretazione, il problema alla base dell’illiberalità diffusa nei Paesi musulmani. Che, se applicassero la shari’a, probabilmente smetterebbero di essere all’indice del mondo libero. Ma questo, come dimostra l’esperienza di Iran e Arabia Saudita, è un concetto di difficile e pericolsa applicazione; chi perde la teocrazia perde il potere, e spesso la vita. Il bivio della Turchia ha dunque due sentieri difficili davanti. Uno porta all’Europa, l’altro alla dittatura.


cultura

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MILANO. «Ripenso con nostalgia agli anni Sessanta. Un’epoca eccitante, a suo modo irripetibile. Avevo il privilegio di risiedere a Londra e di frequentare Carnaby Street, mentre la maggiorparte degli altri artisti proveniva da fuori. Fu stimolante incontrarli, conoscerli, condividere con ognuno di loro il linguaggio Pop. Joe Tilson e Peter Blake non li ho mai persi di vista e ho mantenuto i contatti anche con Peter Phillips, benché abbia scelto di vivere in Svizzera». Memorie di Allen Jones, in mostra da Lorenzelli Arte a Milano, fino al 17 aprile, nella personale Aphrodite on the catwalk. Di colui, cioè, che la British Pop Art ha marchiato con la tripla X. Gli altri (Tilson, Blake, Phillips, Paolozzi, Hockney, Hamilton) con il loro immaginario figurativo che frullava stelle del cinema e personaggi dei fumetti, sembravano anime pie quando confrontavano i loro quadri col peccato mortale di quei tacchi a stiletto, di quei collari da schiava, di quelle uniformi sadomaso.

tabilmente perduto la sua velenosa sfrontatezza. Ma non il gusto del proibito e del vedonon-vedo, che ritrae nel suo studio col sottofondo radiofonico di musica classica, gli immancabili dischi modern jazz di Gerry Mulligan e il rock che fa soprattutto rima con Rolling Stones, eredità di quell’energia visionaria e creativa vissuta ai tempi della Swinging London. A testimoniarlo sono le opere di Aphrodite on the catwalk (Afrodite, la dea dell’amore, che sfila in passerella) eseguite negli ultimi dieci anni. «La femmina è ancora il succo della mia pittura. Ma se prima era il soggetto centrale, ora è un tassello di una più ampia “performance” che la fa dialogare con musicisti e illusionisti». Le veneri sadomaso non ci sono più, fatta eccezione per Enchanteresse del 2006: mirabile scultura in patinato bronzo dipinto e cuoio, inguainata in una tuta verde acqua, che svetta su tacchi vertiginosi. Al loro posto, danzano sinuose bellezze.

Dopo essere stato espulso nel 1960 dal Royal College of Art per via dei suoi comportamenti non proprio ortodossi, dopo i primi quadri dai colori fluttuanti che citavano Vasilij Kandinskij, Paul Klee e Robert Delaunay e i colpi d’occhio Pop che catturavano con rosse fiammate e cerchi concentrici lo sfrecciare dei bus a due piani a Piccadilly Circus, Allen Jones aveva fatto centro con la cultura high & low delle sue donne proibite: postribolari pin-up capaci di mandare su tutte le furie le femministe. A metà degli anni Sessanta, l’artista nato a Southampton nel ‘37 aveva portato da un viaggio a New York un mucchio di riviste pseudo erotiche illustrate da Eneg e Eric Stanton, e qualche fotografia ritagliata da Playboy. Quei riferimenti dall’impronta feticista, li aveva concretizzati in figure femminili con teste, busti, cosce, polpacci e piedi come dettagli del desiderio, e nella provocante stilizzazione di sculture in fibra di vetro che spesso e volentieri si tramutavano in feticci d’arredo. Sedie, tavoli e appendiabiti, evidenziavano la sottomissione della donna alle più torbide fantasie maschili. «C’è ancora chi è convinto», sottolinea Jones, «che siano mie le sculture che appaiono nelle scene di Arancia Meccanica ambientate al Korova Milk Bar. Dopo averle viste in una galleria d’arte, nel ‘70 Stanley

Mostre. Fino al 17 aprile, a Milano, la personale «Aphrodite on the catwalk»

Ecco Allen Jones, il provocator cortese di Stefano Bianchi Kubrick mi telefonò dicendomi: “Sono un famoso regista e vorrei quelle opere nel mio film”. Gli risposi che avevano un prezzo e lui replicò: “Me le

serie di statue piuttosto simili alle mie. Kubrick non si era arreso e le aveva commissionate a Liz Moore, già set designer di 2001: Odissea nello Spazio». Si

al contrario degli altri young contemporaries si era messo rischiosamente in gioco isolando il suo linguaggio artistico da quello dei massmedia («Volevo

Donne sinuose, tacchi a stiletto, collari da schiava, uniformi sadomaso. Sono le trasgressive ma sempre eleganti opere dell’artista di Southampton, che negò le sue creazioni al regista Stanley Kubrick dia gratis. Le vedranno dappertutto e il suo nome non potrà che trarne vantaggio”. Depistato da tanta megalomania rifiutai l’offerta. Qualche mese dopo, notai nel film una

rifarà nel ’76, disegnando il manifesto cinematografico di Maîtresse, la scandalosa pellicola diretta da Barbet Schroeder e interpretata da Gérard Depardieu. Trentaquattro anni dopo, l’enfant terrible che

In questa pagina, alcune delle opere dell’artista Allen Jones, esposte da Lorenzelli Arte a Milano, fino al 17 aprile

cogliere di sorpresa chiunque approcciasse i miei quadri e le mie sculture. Provocare una reazione che fosse del tutto libera da preconcetti»), ha inevi-

Divine creature seducono pianisti da nightclub e “ipnotizzano” il pubblico, tratteggiato in maniera frammentaria ai margini delle opere; eppure fondamentale presenza affinché ogni quadro possa considerarsi risolto. Una sensuale ragazza, lievita in trance alla mercè di un illusionista (Not in the Script, 2008) per poi dar vita a un’imprevedibile unione di corpi che scopriamo essere un abile gioco di prestigio (Tumble, 2009). Si alza il sipario, nel trittico Invitation Only del 2006, e lo spettacolo va in scena facendo esplodere dionisiaci colori fra ballerine stile Burlesque e voyeurs che scattano furtive foto. «Mi hanno fatto notare affinità fra i soggetti dei miei quadri e All That Jazz di Fosse, oppure Otto e mezzo di Fellini. Avendo voluto identificare ogni tela come un immaginario palcoscenico dove tra sogno e realtà tutto può accadere, è possibile che certi riferimenti siano affiorati dal mio inconscio. D’altronde, entrambi i registi appartengono all’immaginario collettivo». Cromatismi che trasudano voluttà si espandono e si compattano alla maniera di Henri Matisse per svelare, più che l’ovvietà dei dettagli anatomici, le psycho-ossessioni che ruotano attorno al corpo. E quando la fusione di uomini e donne (confondendo la danza con l’amplesso) viene spettacolarizzata fra sipari e sfondi “dipinti nel dipinto”, non è il rapporto sessuale a palesarsi ma il sussurro leggero di sublimi pennellate. Poesia estetica di corpi che si confondono, volti che sfumano, gesti che alludono. La donna, finalmente, non è più merce di scambio. Semmai, è un coinvolgente scambio d’amore.


spettacoli

1 aprile 2010 • pagina 21

Il personaggio. È morto Nicola Arigliano: un crooner all’italiana che amava il jazz ma cantava come un divo del varietà

Il Totò della canzone italiana

di Nicola Fano morto Nicola Arigliano. Se il suo nome vi dice solo qualcosa di lontano, leggete qui e poi valutate se è una perdita significativa o no. Dunque, qualche anno fa, meno di dieci, chiamai Nicola Arigliano a tenere un concerto: aveva appena pubblicato un cd con una casa discografica indipendente che gli aveva chiesto di recuperare le sue origini jazzistiche. L’occasione era l’inaugurazione di una mostra dedicata al teatro di Varietà. Lo portai in giro per l’esposizione in via di allestimento e lui si fermò davanti a una foto di Totò. Dopo un po’, ossia dopo averci pensato, disse: «Totò sono io». Aveva passato gli ottant’anni ed era ammalato: una stravaganza ci poteva anche stare. Ma dopo un altro po’ di silenzio aggiunse: «No. Sono il figlio di Totò». Stando alle date, ci poteva pure stare, ma figurarsi: se davvero Nicola Arigliano fosse stato il figlio di Totò, si sarebbe saputo... Ma lui aggiunse subito: «Quindi posso anche suonare per lui». Evviva. Lo disse anche in scena e improvvisò una versione un po’ pazza ma molto affascinante di Malafemmina. Il pubblico apprezzò.

È

È morto Nicola Arigliano e aveva 87 anni: non so se fosse il figlio di Totò ma era un uomo di un altro mondo. Tecnicamente, si chiamano crooner, ossia cantanti intrattenitori. Lui in questo sport praticava il versante comico. Perché era pazzerello, perché aveva un modo un po’ assurdo di porgere se stesso e la musica sul palcoscenico e perché gli piacevano gli azzardi. Anche musicali. Dicono che fosse un campione di «canzone jazz», ma il genere «canzone jazz» in Italia non esiste: l’unico che potrebbe essere iscritto ragionevolmente sotto questa etichetta è Renato Carosone. Ma anche Renato Carosone era un comico travestito da cantante: semplicemente negli anni Cinquanta il jazz (o per meglio dire lo swing) era il genere musicale del futuro al quale i giovani talenti si ispiravano. Carosone (Torero, O sarracino, Tu vuo’ fa’ l’americano, Caravan Petrol), Arigliano (Un giorno ti dirò, Amorevole, I sing ammore, My wonderful bambina, I love you forestiera, Arrivederci Roma!), ma anche Fred Buscaglione (Che bambola!, Teresa non sparare) erano tutti giovani talenti che cercavano strane nuove per esprimere se stessi.

differenza di Jannacci per campare aveva dovuto fare di tutto: l’arte non basta a se stessa. Non solo oggi, naturalmente. E poi il trambusto creativo (e non solo) degli anni Settanta lo aveva travolto letteralmente: che c’entrava lui con i cantautori, l’impegno, la musica banale e ripetitiva ma piena di significati? Niente. Lui era un genio intrattenitore. Il figlio di Totò.

Nella foto in alto, Nicola Arigliano nel 2002. Accanto, Renato Carosone al pianoforte. Qui sopra, Arigliano nel 1962, in uno spettacolo nel quale attori e cantanti si esibivano come acrobati o clown

Cantavano canzoni, come nella grande tradizione popolare italiana e suonavano il jazz perché il jazz era moderno. Ecco tutto. Gorni Kramer, che fra loro era il musicista più geniale preferiva far cantare gli altri: nessuno oggi si sognerebbe di dire che quelle di Gorni Kramer (Un bacio a mezzanotte, Non so dir ti voglio bene, Le gocce cadono, Chérie, Simpatica) sono «canzoni jazz», ma sempre della stessa roba stiamo parlando. In più, Arigliano ci metteva la sua chiacchiera: il crooner, insomma. Perché «l’intrattenitore musicale» all’americana è uno che canta i classici (tipo Frank Sinatra, per dire il massimo), ma è anche uno per parla, racconta, inventa, intrattiene. Dice d’essere il figlio di Totò, insomma.

È morto Nicola Arigliano che era salentino. È morto dalle sue

parti, in una casa di riposo per anziani, dove scontava una lunga malattia. L’ultimo brandello di fortuna lo ebbe nel 2001 (ai tempi di quel concerto di cui si diceva all’inizio) quando alcuni grandi del jazz italiano, da Franco Cerri a Enrico Rava, da Gian-

È morto Nicola Arigliano e se ve lo ricordate davvero non è per una ragione musicale. Ma perché aveva fatto una réclame epocale: quella del digestivo Antonetto: una roba che imperversava nei Caroselli degli anni Sessanta. Una specie di Fiorello, a confrontarlo con l’oggi: spot a non finire e magnifiche comparsate televisive fatte di chiacchiere e canzoni. Lo stesso fu per Nicola Arigliano all’epoca: pensate che il digestivo Antonetto (una pasticca che si diceva essere prodigiosa) mise la silouette di Nicola Arigliano fin sulla scatola dove c’era un ometto con le mani sullo stomaco come a dire ahhh!, come sto digerendo bene! Lo stesso faceva il cantante nella réclame televisiva. Ma in fondo questo singolare destino d’essere famosi più per le pubblicità inter-

Nel 2001 i grandi jazzisti italiani gli resero omaggio nel cd «Go Man!». Ma la vera popolarità gli derivava da una pubblicità degli anni Sessanta ni Basso a Massimo Moriconi vollero incidere con lui, dal vivo, il cd Go Man!. Era, onestamente, un omaggio postumo, perché il povero Arigliano se l’erano scordato un po’ tutti (non gli spettatori che apprezzarono assai la tournée che ne nacque) e il suo talento era stato messo nel dimenticatoio. Diciamo che (musicalmente) era una specie di Enzo Jannacci del Sud: burlone, geniale, straniato nel modo di stare sul palcoscenico, ma a

pretate che per il proprio specifico era comune a molti. Tanto per dire: il grande chitarrista jazz Franco Cerri (quello che nel 2001 tornò a suonare con Arigliano) divenne famoso come «uomo in ammollo»: reclamizzava un detersivo stando a bagno dentro a una lavatrice. Basta tutto questo per dire l’importanza di Nicola Arigliano? Forse almeno basta per suggerire come abbia segnato di sé un’intera epoca.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g L’IMMAGINE

Immigrazione: serve un nuovo approccio per tutelare le famiglie La sentenza della Corte di Cassazione che ha respinto il ricorso del signore albanese di Busto Arsizio, privo di diritto di soggiorno in Italia e sposato con una donna in attesa di cittadinanza italiana, che chiedeva la temporanea permanenza in Italia nell’interesse dei figli minori in età scolastica, è purtroppo comprensibile, stante l’attuale legislazione. È molto meno accettabile una politica che si accontenta di questa legislazione restrittiva, discriminatoria, certamente non adeguata ai tempi. Tutti comprendiamo come possa esistere e vada evitato l’uso dei minori come lasciapassare o salvacondotto da parte dei clandestini, ma il caso in questione è molto diverso. Non stiamo parlando dell’immigrato clandestino appena arrivato in Italia con un barcone ed un figlio minore per mano. Qui si tratta di una famiglia ben integrata nel tessuto sociale italiano, che si trova a vivere il disagio di un genitore regolarmente residente in Italia e di un altro privo di diritto al soggiorno. È un peccato che alcuni, nel Pdl, abbiano avuto il riflesso (quasi condizionato) di commentare con soddisfazione la sentenza avendo in testa il barcone e non la famiglia. È la tutela della famiglia, invece, che dovrebbe spingerci a riconsiderare nel profondo il nostro approccio ai temi dell’immigrazione e della cittadinanza.

Benedetto

GURU ARRESTATO: PLAUSO ALLE FORZE DELL’ORDINE Vorrei rivolgere un plauso alle forze dell’ordine per l’importante arresto di Danilo Speranza, guru di una setta aberrante che, stando alle indagini, sarebbe responsabile di violenze inaudite contro donne e bambini. Lo scenario che emerge dalle investigazioni è, a dir poco, spaventoso. Senza voler creare allarmismi, credo che occorra tenere alta la guardia verso questo tipo di fenomeni, di cui ancora si conosce molto poco, e che si basano sulla manipolazione e sull’abuso della fragilità psichica. Ciò che preoccupa maggiormente è il potenziale coinvolgimento di minori, trascinati nella setta dai genitori o irretiti da losche figure carismatiche. Questi bambini rischiano di diventare dei veri e propri invisibili, sottoposti ad abusi di ogni tipo che

Il poliziotto clonato

difficilmente riusciranno a dimenticare. A questo riguardo un’utile iniziativa potrebbe essere quella di specifici interventi di prevenzione da effettuarsi direttamente nelle scuole, per sensibilizzare i giovani e le relative famiglie sui pericoli derivanti dalle sette pseudo religiose.

Barbara

DISFUNZIONI SCOLASTICHE La scuola è decaduta a custodia, parcheggio e intrattenimento. La sinistra livellatrice - che condiziona le scuole d’ogni ordine e grado - è riuscita ad abbattere il valore primario del merito, con lo scopo sottinteso d’ideologizzare la società. Hanno contribuito allo sfascio: il pedagogismo orientato; il sessantotto e lo slogan “vogliamo tutto e subito”; il lassismo, il giovanilismo, l’alunnocentrismo, i voti gonfiati e le promozioni

La polizia americana usa la clonazione per risolvere il problema della carenza di personale? Non esattamente: quelli ritratti nella foto sono i tre gemelli Koralja (Andrew, Joseph e Robert). In totale, 42 anni di onorato servizio nelle forze di polizia del New Jersey

facili. E inoltre: i decreti delegati del 1974; il ridicolo “Statuto delle studentesse e degli studenti”; l’introduzione, col “modulo”, di tre o più maestri per classe nel 1990. Ciò ha trasformato la scuola in uno stipendificio. Lacune di studenti su storia, geografia, calcolo e grammatica vengono addirittura giustificate dal didattismo permissivo. Le migliori università sono costrette a organizzare corsi d’alfabetizzazione per matricole (carenti nella corretta scrittura). La funzione docente è sminuita, snaturata e deresponsabilizzata. L’insegnante è ridotto a

L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

impiegato, esecutore, burocrate e numero: deve compilare molte scartoffie e partecipare a frequenti riunioni, collegi e collettivi. L’allievo sta troppe ore a scuola. Scarseggiano gli approfondimenti e i compiti domestici. Fra le patologie morali moderne, si annoverano: l’incomprensione del ruolo demiurgico dell’imprenditore; la disubbidienza e il ribellismo sistematici; il rifiuto del rischio (insito nella vita) e della sanzione connessa all’errore. Si vuole sbagliare senza pagare.

G.N.

da ”le Figaro” del 31/03/10

Parigi: Ankara, aiuto! di Elsa Bembaron a storia dei rapporti tra Turchia e Francia è storicamente molto particolare. Parigi non ha mai nascosto la scarsa propensione a far entrare Ankara nel salotto europeo. Ora, in tempi di crisi, è arrivato il momento di guardare dritto negli occhi chi dalla Turchia è arrivato per salvare una fabbrica legata al settore dell’auto. Si tratta dell’uomo d’affari Alphan Manas. Il marchio in questione è quello di Heuliez Mia (una specie Abarth italiana, che si stava lanciando nel settore dell’auto elettrica, ndr).

L

Il signor Manas era alla guida di una cordata di altri imprenditori turchi, come Aku Inci, un produttore di pile elettriche e la società B Plas, specializzata in componenti plastiche per automobili. L’offerta è per l’acquisizione del 15 per cento della società francese in difficoltà. Una proposta che il ministro dell’Industria, Christian Estrosi non ha ritenuto sufficiente per il risanamento aziendale. Ricordiamo che Manas aveva firmato un accordo preliminare col governo francese, dopo settimane di trattative. Parigi avrebbe garantito il finanziamento di 30 milioni di euro per l’intera l’operazione. La partnership potrebbe allargarsi ad un altro imprenditore turco-tedesco, come Murat Gunak, già in rapporti con l’azienda francese. Il business ruota intorno ai nuovi veicoli ecologici in produzione «l’esperienza di Heuliez nel settore delle auto elettriche è molto interessante» aveva affermato il portavoce del consorzio turco. Però l’offerta turca nulla dice e nulla cambia rispetto alla crisi industriale che attanaglia la fabbrica francese. Manas non ha ancora rivelato

quanto abbia veramente intenzione d’investire e il ministro dell’Industria ritiene che l’attuale offerta non sia all’altezza del problema. Parliamo di cifre irrisorie, visto che l’imprenditore turco aveva proposto 16 milioni di euro per il 100 per cento del pacchetto azionario. Ora l’offerta sarebbe scesa a 2,4 milioni di euro più qualche spicciolo per l’acquisizione del marchio, difficile da prendere in considerazione. Probabilmente sono i debiti a spaventare gli investitori, oppure un mercato non ancora in ripresa. O entrambe le situazioni. Come costruttore a contratto Heuliez aveva fatto il botto con la catena di montaggio della Opel Tigra, terminato nel 2008, proprio in concomitanza con la grande crisi mondiale che non ha fatto che peggiorare le cose. In una recente intervista Manas ha sottolineato come quello firmato martedì sia «un memorandum of understanding su base non esclusiva» quanto di meno vincolante ci sia in campo economico.

E intanto si va avanti con la due diligence per analizzare e verificare le condizioni dell’azienda francese, come ha fatto sapere alla stampa il manager turco. «Il governo prenderà in considerazioni altri fattori che potrebbero integrare l’offerta» aveva affermato il ministro Estrosi, mercoledì. La Heuliez impiega circa 600 dipendenti e ciò spiega l’intervento diretto del governo. I turchi non sono stati i primi

ad essersi interessati all’acquisizione, ma non si è mai arrivati a una conclusione positiva che potesse far tirare un sospiro di sollievo ai dipendenti della casa francese. Un fattore frenante è sicuramente un mercato automobilistico che solo in Cina, nell’estate del 2009, ha dato segni di ripresa. Un altro è il rallentamento di tutto il mercato legato alla cosiddetta green economy. Quindi più che l’investimento in se, ciò che spaventa gli investitori è il doversi far carico di una forza lavoro sovrabbondante rispetto alle capacità di vender un prodotto, l’auto elettrica, che avrà sicuramente un futuro, ma non si sa bene ancora a partire da quando. Il consorzio turco per dividere il rischio ha lasciato la porta aperta ad altri investitori, in particolare ai fondi d’investimento e private equity.

È evidente che Manas non tiene conto dei soldi del Fondo d’investimenti strategici, di marca pubblica, ma è convinto che questo tipo d’assetto dovrebbe permettere a Heuliez di riprendere la produzione e l’acquisizione di ordini dal mercato.


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Con la smania di gloria ci si brucia l’anima Mio caro Bob, ho ricevuto la tua affettuosa lettera giorni fa, ma ho avuto troppo da fare per risponderti. Non so se Hegel è spaventosamente intelligente o è un asino calzato e vestito: sarei più propenso a questa seconda ipotesi. Che strano, non faccio altro che arrovellarmi sempre con la stessa idea: diventare un grande, grande, grande! Ci si brucia l’anima con la smania di gloria: un’infezione purulenta quando ci contagia, pur se immunizzati, come nel mio caso, da qualcosa di imperturbabile - autocoscienza o buon senso, chissà - che potrebbe impedire che mi avveleni come Chatterton o mi ubriachi come Burns, qualora fallissero le mie più ambiziose speranze. Ho un’indole sanguigna e ambiziosa, ma non sono talmente pazzo da fare uno zimbello di me stesso. Persino nei miei pensieri più vili e vergognosi - chi ne patisce più di me? - è mescolato qualcosa di nobile: sarà forse l’ultimo tentativo dello Spirito di elevarmi; o sarà forse qualcosa di intrinsecamente buono. In ogni caso, è l’unica risorsa della mia natura che mi dia speranza, l’unica che riconosco e che non posso ricondurre a un assoluto self-love. Eppure, di cos’altro si tratta se non dell’eterno ritorno dei rimorsi di coscienza che mi impongono di dar voce alle paure per condividerle? Robert Louis Stevenson a Bob Stevenson

LE VERITÀ NASCOSTE

Cina, McDonald’s apre la sua Università HONG KONG. Il capitalismo passa anche, o forse soprattutto, attraverso la globalizzazione. Ed ecco che, come il cinema indiano mutua quello americano, così il junk food sbarca nel Paese che più di ogni altro al mondo imputa alla cucina un ruolo sociale da primadonna. Il colosso mondiale del fast food, McDonald’s, ha aperto la prima università dell’hamburger in Cina non per insegnare a cucinare meglio polpette e patate fritte, ma per formare la nuova propria classe dirigente. La Cina rappresenta uno dei mercati più importanti per McDonald’s Inc., ha detto Tim Fenton, presidente e responsabile per l’Asia, Pacifico, Medioriente e Africa. Il mercato del mangiare veloce, da 300 miliardi di dollari all’anno, cresce del 10 per cento all’anno, rispetto al 2-3 per cento degli Stati Uniti. «La priorità numero uno è di dare un’educazione e una possibilità di carriera ai propri impiegati», ha spiegato Edward Jones, general manager regionale della compagnia. I nuovi studenti dell’università dell’hamburger saranno accolti all’ingresso dal simbolo dell’azienda, Ronald McDonald. E pazienza per le mille delizie di una delle gastronomie più varie del mondo. Al posto delle uova dei cent’anni e degli involtini vietnamiti - che sono stati trasformati in Europa in quelli “primavera”, che in Cina non esistono - si avranno sempre di più Mcpanini tutti uguali, da qualunque latitudine li si addenti. D’altra parte, il Paese è enorme e le riserve alimentari interne - le sterminate risaie celebrate da Mao - non bastano per tutti. Se a questo si aggiungono gli espropri terrieri, che trasformano le campagne in città, si spiegano meglio patate e pezzi di pollo surgelati e provenienti dall’Occidente.Tutto gestito da professionisti, ovviamente.

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

ENERGIA ELETTRICA E GAS: NOVITÀ 2010 È stata pubblicata una nuova scheda pratica: “Energia elettrica e gas: novità 2010”. È uno strumento per capire cosa sta succedendo nelle bollette che arrivano a casa e che - sempre - hanno importi più alti del nostro trend medio. Una nuova definizione del nostro rapporto economico con i gestori che non è detto l’affrontino con competenza e professionalità. Sono numerose le segnalazioni di disservizi che giungono a “Cara Aduc”, servizio di consulenza online; alcune delle quali sono anche servite per denunciare pratiche commerciali scorrette all’Antitrust. A seguire un indice ragionato della scheda pratica: Gas - contatori malfunzionanti: nuove regole per la sostituzione e il ricalcolo dei consumi. Dal 1 aprile entrano in vigore alcune novità inerenti le regole sulle verifiche ai contatori del gas. Prima bolletta 2010: applicazione retroattiva delle nuove tariffe gas 2009/2012 e del nuovo coefficiente C. Entrata in vigore - retroattiva dal 1/7/2009 di alcune delibere che modificano le tariffe per il periodo 2009/2012, con applicazione di un nuovo coefficiente di conversione dei consumi, il coefficiente C. Energia elettrica - Tariffa bioraria per tutti dal 1 luglio. Verranno gradualmente introdotte le tariffe biorarie per tutti gli utenti non passati al mercato libero. Ci saranno infine nuove bollette uniche per utenze gas ed elettriche. Tutti i gestori e venditori dovranno adottare questo nuovo modello di fattura entro il 2010, per essere tassativamente in regola dal 1 gennaio 2011.

APPUNTAMENTI ELETTORALI APRILE 2010 VENERDÌ 16, ORE 11, ROMA PALAZZO FERRAJOLI-PIAZZA COLONNA

Consiglio Nazionale Circoli liberal. SEGRETARIO

Rita Sabelli

Anselma Dell’Olio, Alex Di Gregorio Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Aldo G. Ricci,

Direttore da Washington Michael Novak

Inserto MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Collaboratori

Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci,

Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati,

Roberto Mussapi, Francesco Napoli,

Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti,

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Stefano Zaccagnini (grafica)

DURATA DELLE CARICHE E DURATA DEI CANTIERI Si parla sempre poco della durata delle cariche amministrative elettive. In più di qualche regione si tende a legiferare o è già consentito andare oltre i due mandati. Da molte parti se ancora non è possibile, non è tanto per un’idea precisa e condivisa del funzionamento della democrazia, ma piuttosto per veti incrociati tra partiti all’interno della competizione, talvolta anche nella stessa alleanza politica. La faccenda non riguarda solo la questione morale, per il rischio che la mancanza di ricambio politico per volontà degli elettori significhi anche l’immutabilità delle persone e la creazione di tirannie locali. Il problema può riguardare anche l’efficienza stessa dello Stato. Il nostro Paese soffre di lunghezza nei tempi di realizzazioni di opere o di modernizzazione dei servizi. E questo è quanto mai più grave in un periodo di crisi economica come questa. I ritardi nelle infrastrutture, ad esempio, possono condizionare anche le possibilità o le opportunità di ripresa o la sua tenuta. È dimostrato che il problema è generale ed è imputabile in modo trasversale a tutti i colori politici delle amministrazioni. L’unica novità da un po’ di tempo è stata l’uso di scorciatoie legislative o istituzionali per accelerare i tempi. L’esempio eclatante è l’abuso della protezione civile e delle sue corsie preferenziali per risolvere i problemi. Eppure se voi chiedete a un sindaco o a un presidente di regione o provincia perché ritenga sbagliata la norma che prevede solo un mandato, tutti vi risponderanno che nei 5 anni di un solo mandato non si può riuscire a fare granché. A parte il fatto che mi pare sia riduttivo valutare un amministratore per le cose che fa in termini di opere, e quindi di debiti futuri, ritengo che se invece non fosse ripetibile il mandato accadrebbero due fatti. Il primo che la politica porrebbe molte decisioni riguardo le infrastrutture. Il secondo fatto è che, proprio per poter realizzare nel breve mandato quanto ci si propone, si creerebbe uno spirito generale e trasversale teso a migliorare il sistema per rendere i tempi più brevi. Che sono normali in altri Paesi. Si riuscirebbe a fare finalmente in 5 anni quello che viene realizzato in 10 o 15. Ne andrebbe del futuro personale del politico, che per forza si dovrebbero rivolgere ad altre esperienze amministrative per continuare nella sua legittima ambizione di carriera politica. Solo allora, quanso saremo tornati ad essere un Paese normale, normali potrebbero essere finalmente le regole sulle possibilità di rielezione. Leri Pegolo C I R C O L I LI B E R A L PO R D E N O N E

Mario Arpino, Bruno Babando,

Ernst Nolte, Emanuele Ottolenghi,

Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi,

Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci,

Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi,

Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi,

John R. Bolton, Mauro Canali,

Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini,

Franco Cardini, Carlo G. Cereti,

Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli,

Enrico Cisnetto, Claudia Conforti,

Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi,

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e di cronach

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