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Oggi il supplemento di arte e cultura del sabato

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • SABATO 13 FEBBRAIO 2010

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

La politica si divide sul «caso Bertolaso». Gianni Letta lo difende: «Chi ha riso sul terremoto non avrà una lira»

Ma in che Paese viviamo?

Corruzione e sesso per i grandi eventi.Ancora tangenti a Milano.Al di là delle polemiche sulla magistratura,15 anni dopo Tangentopoli viene da chiedersi se il nostro sia un male incurabile La transizione infinita

Il potere a luci rosse

Che disastro, quando i leader contano più delle regole

Dagli indifferenti agli spudorati. Ma è un cattivo romanzo

di Enrico Cisnetto

di Pier Mario Fasanotti

i stupisco che ci si stupisca. Di fronte all’ennesimo “caso” di presunto malaffare e malcostume – la vicenda Bertolaso – vedo gente sempre più attonita assistere al crescente imbarbarimento della lotta politica, sia che assuma le sembianze del conflitto tra magistratura e mondo politico-istituzionale, sia che si tratti di incursioni nella vita privata della classe dirigente operate dai media, con i magistrati sempre pronti ad aprire fascicoli e inviare avvisi di garanzia. Eppure era scritto che tutto questo dovesse accadere. a pagina 5

vrei un modesto desiderio. Nel 1929 uscì il romanzo-rivelazione di Alberto Moravia, Gli indifferenti. Ecco, oggi un valente scrittore italiano potrebbe scrivere un romanzo intitolato Gli spudorati. Riflesso di un’epoca, cosa che bene o male si chiede sempre alla narrativa. Il materiale, come si dice, sarebbe l’unica cosa a non mancare. Questo racconto potrebbe cominciare dalle escort. Oggi si fanno chiamare così, le prostitute. Un esempio di come il riferimento a un termine straniero (pur di derivazione latina) edulcori la realtà zoccolesca. a pagina 2

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Angelo Balducci

Milko Pennisi

BIAGIO DE GIOVANNI

EMANUELE MACALUSO

È una sorta di anarchia

Forse è la fine di Mani pulite

«Può darsi che dipenda dal pessimismo che mi affligge da un po’ di tempo, ma non riesco a vedere la via d’uscita, a immaginare la cura», dice dell’Italia Biagio De Giovanni, il filosofo che si è impegnato direttamente in politica a sinistra e che non cede al pregiudizio quando riflette sul prevalere della destra.

Non si tratta solo di una crisi morale, per Emanuele Macaluso: «È una crisi che riguarda tutto il sistema politico, la crisi del “berlusconismo”». Per l’ex direttore dell’Unità «è stata un’illusione credere che la crisi politica degli anni 92-93, che è stata anche una crisi ”morale” potesse venire risolta con la Seconda Repubblica».

DOMENICO DE MASI

GIOVANNI SABBATUCCI

Tutto il mondo è superficiale

La politica senza controllo

«I farabutti sono in tutto il mondo, non è una specialità soltanto italiana». Il sociologo Domenico De Masi non si mostra affatto meravigliato per quello che sta succedendo nel nostro Paese. «Di fronte a tutto ciò, l’atteggiamento maturo è quello di affrontare certe cose con distacco, considerando che in questa fase storica tutto è preso con gran superficialità».

«Di qua la corruzione, sempre di più, di là la magistratura inquirente che non solo è svincolata dal controllo politico e per carità finalmente, ma avendo acquisito il protaganismo e la libertà d’azione assoluta si sente svincolata dalle elementari norme di prudenza». Questo, secondo Giovanni Sabbatucci, il problema dell’Italia. alle pagine 2, 3, 4 e 5

Il discorso del presidente Napolitano ai Lincei

I mille volti del movimento democratico

Il grande inganno del global warming

Attenti, non spaccate in due l’Italia

L’Onda deve conquistare il centro

Se adesso anche al Qaeda diventa Verde

di Giorgio Napolitano

di Gennaro Malgieri

di Carlo Ripa di Meana

on l’avvicinarsi del centocinquantenario dell’Unità d’Italia, si vedono emergere, tra loro strettamente connessi, giudizi sommari e pregiudizi volgari sul quel che fu nell’800 il formarsi dell’Italia come Stato unitario, e bilanci approssimativi e tendenziosi, di stampo liquidatorio, del lungo cammino percorso dopo il cruciale 17 marzo 1861.

ue Iran si fronteggiano in queste settimane. Le manifestazioni che hanno avuto luogo in occasione del trentunesimo anniversario della rivoluzione islamica, li hanno messi in evidenza come mai era accaduto precedentemente. Il Paese è letteralmente spaccato a metà. Chi sostiene il contrario, cullandosi nell’illusione che gli oppositori al regime sarebbero di gran lunga in maggioranza, si sbaglia di grosso.

rmai solo chi vuol chiudere gli occhi non se ne è accorto: la convinzione che sia in atto un catastrofico riscaldamento della terra, il tanto propagandato global warming, è quantomeno opinabile. E, forse, del tutto destituita di fondamento. Dopo il fallimento di Copenaghen, avremo i nuovi appuntamenti di Bonn, a primavera inoltrata, e di Città del Messico, in autunno.

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I QUADERNI)

• ANNO XV •

NUMERO

30 •

WWW.LIBERAL.IT

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IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


pagina 2 • 13 febbraio 2010

prima pagina

Sesso e soldi sono ormai ingredienti fondamentali del potere

Dagli indifferenti agli spudorati. Un cattivo romanzo di Pier Mario Fasanotti vrei un modesto desiderio. Nel 1929 uscì il romanzo-rivelazione di Alberto Moravia, Gli indifferenti. Ecco, oggi un valente scrittore italiano potrebbe scrivere un romanzo intitolato Gli spudorati. Riflesso di un’epoca, cosa che bene o male si chiede sempre alla narrativa. Il materiale, come si dice, sarebbe l’unica cosa a non mancare. Questo racconto potrebbe cominciare dalle escort. Oggi si fanno chiamare così, le prostitute. Un esempio di come il riferimento a un termine straniero (pur di derivazione latina) edulcori la realtà zoccolesca. Bisogna usare bene le parole, diceva Nanni Moretti in un film.Vero. Oggi, grazie anche alla mutazione lessicale che riassume ipocrisia post-femminista e buonumore da osteria fuoriporta, le prostitute sono soggetti diversi. Hanno studi medi, un’arroganza manageriale che fa impressione, e in ogni intervista dicono più o meno apertamente di non provare vergogna, anzi equiparano l’uso genitale del proprio appeal, in cambio di soldi o favori televisivi o immobiliari, alla sfera, ambiguamente elastica, delle pubbliche relazioni. Molto pubbliche, ci verrebbe da dire, altro che coppie aperte.

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Certo, di passi avanti ne abbiamo fatti. Come ci insegna lo storico francese Jean Claude Bologne ne La conquista amorosa (Angelo Colla editore), l’uomo primitivo conosceva solo il ratto e lo stupro. Abbiamo accennato alla sfrontata iniziativa eroticocommerciale di alcune donne di oggi ma, scusatemi, nulla di nuovo sotto il sole. Fedra chiede al genero di «soddisfare la sua passione; le figlie di Lot seducono il padre ubriaco in una grotta (dopo la distruzione di Sodoma e Gomorra), convinte di non trovare marito. Tuttavia il mito ci narra di situazioni estreme, ad alto tasso simbolico. Oggi, per spiegare certi scandali, non basta più l’antica formula investigativa: cherchez la femme. Semmai occorre ricordare il motto di quei due giornalisti americani che denudarono il presidente Nixon (Watergate affair): «Follow the money». E c’è da giurare che accanto alle banconote troverete sempre una qualche “femme”(prezzolata, non amata).

L’ultima invenzione riguarda il linguaggio: e così le semplici “prostitute” di una volta sono diventate “escort”

Lo scandalo che coinvolge Guido Bertolaso coniuga questi due elementi. La massaggiatrice Francesca diventa “massaggiatrice” secondo l’uso che se ne fa negli annunci erotici, sui giornali o sul web. Si legge dalle intercettazioni: «…senti, quante situazioni devo creare? Una… due?». E la risposta (di un imprenditore):«Io penso due… lui si diverte». Che cosa siano “le situazioni” non c’è bisogno di dilungarsi. Sarebbe fuori tema, oggi, quell’Ovidio che diceva «Io canto amori certi e furti leciti, nessun delitto toccherà il mio carme». Semmai si dovrebbe rileggere Tibullo, Catullo e Properzio che si lamentavano di un’età che valuta l’amore in denaro. Ma non basta ancora. Gli spudorati del ventunesimo secolo si scambiano mazzette, offrono escort, ostentano auto da burini, si fanno spacconi a fronte di certe conoscenze, sono gli dei grevi del decennio miserabile. Ormai si parla del “metodo Tarantini”, quello che ci ha mostrato la bellissima Patrizia D’Addario, che il settimanale Panorama ha definito «la pupa dei pupari», ad adombrare il “complotto” contro il premier. Spudorati è riduttivo se si pensa alle frasi (intercettate) di due imprenditori poco dopo il sisma dell’Aquila: «Oh, occupati di ‘sta roba del terremoto perché qui bisogna partire in quarta subito… non è che c’è un terremoto al giorno….». E suo cognato: «Lo so, lo so. Io ridevo da stamattina alle tre e mezza dentro il letto». Reazione del Comune e della Provincia: sono corvi, sciacalli, sono bestie! Viviamo tra iene con la patta aperta e l’occhio rapace sulle disgrazie da cui trarre profitto? Basta ascoltare la radio quando dà la parola ai cittadini. Le lamentgazioni più frequenti: «Ma in che mondo viviamo?», «Ditemi, ci sono ancora punti di riferimento?». Ricordo una frase dello scrittore Roberto Saviano, autore di Gomorra, dopo un lungo viaggio all’estero: «Mi sono accorto che il mio è un paese cattivo».

Inchiesta. Dall’indagine di Firenze alle nuove tangenti milanesi

L’Italia è davvero un malato incurabile? Favori, affari, festini. Senza controllo. Al di là delle polemiche sui pm e 15 anni dopo Tangentopoli, la morale pubblica va sempre più giù a cura di Franco Insardà, Errico Novi, Riccardo Paradisi e Valentina Sisti e risate per le vittime del terremoto, foriere di buoni affari, sono solo l’ultimo esempio - magari uno dei più odiosi - della caduta verticale della morale pubblica in Italia. Che Paese siamo dinetato? Esiste una cura per uscire da questo lungo incubo che intreccia affari, tangenti, favori, sesso a pagamento, festini? Liberal lo ha chiesto a quattro osservatori privilegiati: Biagio De Giovanni, Domenico De Masi, Emanuele Macaluso e Giovanni Sabbatucci. Si tratta di capire quale sia la deri-

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va verso la quale questa nostra Italia sembra incamminata. Con le prostitute che hanno libero accesso nella residenza del premier, con i sindaci che vanno in vacanza con le findanzate a spese dello Stato, con i governatori che non possono fare a meno dei trans, con i deus-ex-machina dell’emergenza che finiscono per operare in assenza totale di regole o controlli. Senza contare l’antica pratica delle mazzette, come quella che a Milano ha portato all’arresto di Milko Pennisi, colto in flagranza di reato.


prima pagina BIAGIO DE GIOVANNI

«Sì, ormai è come una sorta di anarchia»

Ci vorrebbero molte grandi riforme ma senza un minimo di coesione, tutto sembra impossibile ROMA. Più grave degli appalti truccati, del sesso offerto in cambio di favori, è la sensazione di trovarsi in un tunnel. «Può darsi dipenda dal pessimismo che mi affligge da un po’ di tempo, ma non riesco a vedere la via d’uscita, a immaginare la cura», dice dell’Italia Biagio De Giovanni, filosofo che si è impegnato direttamente in politica a sinistra e che non cede al pregiudizio quando riflette sul prevalere della destra – vedi il saggio pubblicato un anno fa per Marsilio. Stavolta d’altronde non si tratta di scegliere la ricetta migliore, perché «l’Italia ora appare davvero incurabile», dice l’ex europarlamentare del Pci-Pds. E la ragione non è solo in una nuova, forte crisi della moralità pubblica («la corruzione è anche più diffusa rispetto al ’92»), ma nell’impossibilità di imboccare l’unica strada capace di tirar fuori il Paese dalla palude in cui è scivolato, la strada delle riforme. «C’è una complessità di problemi, perché alla corruzione si aggiungono lo scontro tra magistratura e classe politica e il peso soffocante della burocrazia, che facilita il ricorrere di comportamenti illegali». Ci vorrebbe, per esempio, una grande riforma della pubblica amministrazione, del rapporto tra macchina pubblica e impresa privata, «ma come si fa una grande riforma della pubblica amministrazione, in Italia? Sarebbe una cosa lunga, difficile, che in quanto tale implicherebbe una coesione di fondo nel Paese e nel suo sistema politico, mentre noi siamo sempre nel pieno di una guerra». Un conflitto in cui «gli uni gioiscono se capita un guaio giudiziario agli altri» e «l’obiettivo è sempre quello di distruggere l’avversario e non semplicemente di sconfiggerlo in battaglia».

In condizioni simili cambiare davvero il Paese, le sue re-

gole, è impossibile. «Non convengo sull’analisi per cui la responsabilità è del sistema bipolare: certo il bipolarismo accentua la contrapposizione, ma in realtà l’assenza di un riconoscimento reciproco deriva da una malattia tutta italiana. È questa a bloccare tutto, a cominciare dalle riforme che aiuterebbero anche a combattere la corruzione». Fenomeno che d’altronde c’è «e tende a espandersi a macchia d’olio, tanto da disegnare una situazione non dissimile rispetto al ’92. La differenza è nel fatto che quello era un sistema centralizzato, con i grandi partiti che si compromettevano con le imprese in modo oscuro: ora il moltiplicarsi dei poteri locali produce anche una moltiplicazione delle occasioni». E l’incredibile susseguirsi di casi nelle ultime ore lo conferma: dal G8 della Maddalena all’arresto del consigliere comunale Milko Pennisi a Milano, dal rinvio a giudizio di Loiero alle tangenti che travolgono la Provincia di Vercelli. «Vicende che d’altronde», dice De Giovanni, «mostrano anche un altro volto del problema, almeno in certi casi: c’è qualcosa di patologico nel rapporto tra la magistratura e la pubblica amministrazione. Nel senso che l’accerchiamento della burocrazia, l’estrema difficoltà del amministrativo, controllo espongono chiunque prenda decisioni al rischio di finire indagato».

Se si aggiunge la possibilità che «alcuni magistrati siano animati anche da motivazioni politiche» si arriva a una complessità «in cui poi la corruzione fiorisce».Viene naturale domandarsi: ma l’esistenza di tutti questi nodi non è nota da quasi vent’anni? «Certo, e non c’è stata una ve-

ra risposta politica, una semplificazione dei controlli per esempio». Quindi il vizio dell’Italia, il più grave, è l’indolenza, prima ancora che la corruzione dei comportamenti. Il che davvero avvalora quel pessimismo con cui De Giovanni non riesce a «indicare una cura». Peraltro la maggiore capacità di tenuta del sistema politico rispetto a quello dei

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primi anni Novanta «che era debole anche per il concorrere di fattori internazionali», per certi aspetti «ci condanna a una stasi in cui si accentuerà sempre più lo scollamento del sistema». E allora non c’è da stupirsi che «la disistima nella coscienza collettiva sia arrivata a un punto tale da rovinare persino le celebrazioni dell’unità d’Italia»

DOMENICO DE MASI

«Ma non dite che è solo un problema italiano»

Il fatto è che in questa fase storica, tutto è preso con superficialità. Dovunque nel mondo evoluto ROMA. «I farabutti sono in tutto il mondo, non è una specialità soltanto italiana». Il sociologo Domenico De Masi non si mostra affatto meravigliato per quello che sta succedendo nel nostro Paese e sta occupando pagine e pagine dei maggiori quotidiani. Insomma, professor De Masi, ma in che Paese viviamo? La risposta è apparentemente fuorviante: «I Paesi, intanto, sono 194, l’Italia è tra i primi trenta perché fa parte dell’Ocse ed è uno degli otto Stati del G8. Si può senza dubbio dire che è un Paese tutto sommato solido, ha una sua economia, un prodotto interno lordo di rispetto e una collocazione a livello internazionale. Questo mi sembra il dato essenziale». E poi? «Poi ci sono i problemi connessi alle scaramucce quotidiane e contingenti, dovuti al modo italiano di fare politica. Ma è un malcostume non soltanto italiano». In che senso? «È difficile dimenticare che gli Stati Uniti hanno discusso per un anno intero sul-

le vicende sessuali del suo presidente Clinton. E di vicende simili se ne possono ricordare tante in ogni Paese».

E, a questo punto , la domanda è d’obbligo: come bisogna affrontare queste situazioni? Per Domenico De Masi, «l’atteggiamento maturo è quello di affrontare tutte queste vicende con distacco, considerando che in questa fase storica tutto è preso con gran superficialità. La commistione tra affari grandi e piccoli, purtroppo, è totale. È necessario, quindi, che chi ha voglia di farlo lavori seriamente». Queste situazioni vinene da pensare - sono il sintomo di una scarsa moralità del Paese. Non è così? «Certamente, ma fa il paio con tutti i giornali che sprecano pagine e pagine per parlare di questa vicenda, piuttosto che interessarsi dei

problemi veri che affliggono i cittadini: dal lavoro, alla scuola, all’università». Parallelamente si registrano altri fenomeni degenerativi come il corporativismo, il familismo con una conseguente poca attenzione al merito. «C’è anche questo - dice De Masi ma come ho già detto non è un problema che interessa soltanto la nostra Italia: è globalizzato. Non mi pare che in altri contesti mondiali ci sia una qualche attenzione al merito. Prenda l’Inghilterra. Il fatto che il figlio della regina debba diventare per forza re senza alcun merito, mi sembra un esempio affatto edificante. In Italia almeno il presidente della Repubblica è eletto dai deputati».

Ma allora questo male che affligge, come dice De Masi, tutto il mondo e non soltanto l’Italia è curabile? «Per fortuna l’umanità va avanti, la popolazione è raddoppiata rispetto a un secolo fa, si allunga la vita media e la qualità. Nonostante i farabutti si va avanti». I furbetti non sono localizzati? «Sono E dappertutto». questa scarsa mobilitazione che si registra per le celebrazioni dell’Unità d’Italia e il tentativo di non voler riconoscere i valori del risorgimento sono segnali di decadimento morale, come sembra suggerire il presidente Napolitano? «No - dice De Masi - la questione è diversa, nel senso che la Nazione per i giovani è un fatto del tutto contingente. Oggi per le nuove generazioni è più importante l’Europa dell’Italia». Non c’è una sorta di timore a guardarsi allo specchio e scoprire che esistevano valori e una moralità diversa? «Purtroppo non è così - conclude il sociologo -. La recente fiction sulla Banca romana ha fatto conoscere alle nuove generazioni e uno scandalo e dei comportamenti molto simili a quelli di oggi».


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EMANUELE MACALUSO

«Tangentopoli, un’epoca mai passata»

La politica sempre più opaca e la deriva leghista ci dicono che siamo alla fine del “berlusconismo” ROMA. Forse è questo Paese che ha bisogno di una ripassata. Ripassata, non «rilassata» come Luigi Sotis, presidente del “Salaria Sport Village” nella versione ufficiale, successiva e tutta da verificare. Non si tratta, infatti, solo di una crisi morale, per Emanuele Macaluso. «È una crisi che riguarda tutto il sistema politico, la crisi del ”berlusconismo”». Per l’ex direttore dell’Unità, un esperto di Prima Repubblica che è stato al fianco di Enrico Berlinguer sul versante ”migliorista” «è stata un’illusione credere che la crisi politica degli anni 92-93, che è stata anche una crisi ”morale” potesse venire risolta con la Seconda Repubblica». Perché, «non poteva reggere a lungo un partito-sistema, guidato da un imprenditore che aveva dimostrato di tifare per Di Pietro per trarne vantaggio». Salvo poi a pentirsene amaramente, indicandolo come la quintessenza di tutti i mali. Ma tutti sanno, è vero, che la Fininvest berlusconiana di allora e soprattutto il Tg4 di Emilio Fede (al pari di Vittorio Feltri) cavalcarono ampliamente l’onda giustizialista. E in un primo momento Berlusconi non entrò nelle inchieste. Poi però, «Silvio Berlusconi – ricorda Macaluso – ha fondato un partito mettendo insieme quello che era rimasto del centro e della destra, mentre la sinistra tentava invano di recuperare la forza del suo passato. E ora tutti i nodi stanno venendo al pettine».

Tutti i grandi partiti attuali, insomma, sono figli di Manipulite. E del populismo che ne conseguì. «L’errore è stato identificare un partito con un leader. Manca una classe dirigente, manca la democrazia». Partiti col respiro corto. E ora anche «il ”berlusconismo” è arrivato al capolinea, è finito un modo di pensare la politica facendo l’antipolitica». Altrettanto, «l’opposizione è un grande partito di sinistra, ma non riesce a trovare una propria identità». E poi c’è, infine, «il problema di un centro che non riesce ad avere peso, non riesce a decollare». Ma come si può uscire, allora da questa crisi? «Occorre che tutte le forze politiche facciano una profonda riflessione. Ma è uno sforzo che deve compiere soprattutto il

centrodestra. Altrimenti la situazione potrebbe degenerare e il Pdl rischiare di implodere. La conflittualità che si è venuta a determinare tra il Pdl e la magistratura è un fatto gravissimo, mai verificatosi in nessun altra parte del mondo. Solo Fini ha capito questo pericolo. Il Pdl deve diventare un partito democratico, se vuole sopravvivere. E questo comporta la necessità dimettere in discussione la leadership di Berlusconi. Accade in tutti gli altri Paesi d’Europa».

Per trovare qualcosa di simile bisogna andare alla Francia di 40 anni fa. Ma «anche il gaullismo a un certo punto è finito e De Gaulle è stato messo in minoranza», e la stessa Tatcher, venendo ad anni più recenti e all’esempio britannico, «a metà legislatura è stata messa da parte. Cosa che dovrebbe fare ora anche Silvio Berlusconi, è giunto il momento», per Macaluso. Non si può infatti prescindere dalle storie politiche che hanno costruito l’Italia. «La Liberazione è stata consolidata dai grandi partiti, dal Partito Comunista, dalla Democrazia cristiana e dal Partito Socialista, che hanno potuto garantire l’unità d’Italia. La crisi dei partiti, infatti, coincide con la nascita e la crescita della Lega, una forza che contesta in modo violento l’unità d’Italia. E il Carroccio ha un leader nordista, che comporta il rischio di una frattura ancora più

profonda tra il Nord e il Sud del Paese», avverte Macaluso, indicando il vero “vulnus” del berlusconismo.

Ed ecco le vicende che affollano le pagine di questi tempi.

Berlusconi all’Aquila. Sotto, Milko Pennisi arrestato mentre incassava una tangente. A sinistra, Flavio Delbono

«La crisi inizia quando la battaglia politica non ha più una forte connotazione ideale. E quando non ci sono più battaglie culturali si fa strada la corruzione. Abbiamo una burocrazia asservita e con troppo potere», è la sua analisi. «E anche questo lascia spazio alla corruzione del

potere. È il caso di grandi direttori generali, e quindi anche di un direttore della Protezione civile cui è stato dato troppo potere». Per riempire il vuoto lasciato dal potere legittimato dal voto popolare.

GIOVANNI SABBATUCCI

«Magistratura e politica senza più mediazioni» Il potere giudiziario dilaga senza freni perché quello legislativo non sa più controllare se stesso icatti, scandali, corruzione, tangenti. L’Italia rischia di entrare di nuovo in un tunnel? Sono mesi che il ritmo delle fibrillazioni politico-giudiziarie, col loro corollario di fango e polemiche, si sta intensificando, sottoponendo istituzioni e Paese a uno stress intenso. Giovanni Sabbatucci, professore ordinario di storia contemporanea alla Sapienza di Roma, ragiona con liberal sullo stato dell’Italia degli anni dieci. Anni che rischiano di assomigliare molto all’immediata vigilia di quella formidabile scossa del nostro sistema politico che è stata Tangentopoli.

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L’intervista a Rino Formica sul Corriere della sera conforta almeno l’ipotesi di questo parallelismo. Nell’intervista però Formica fornisce una lettura insolita di Tangentopoli. L’ex ministro socialista sostiene che non erano toghe rosse ma deviate quelle che picconarono il sistema, deviate e indirizzate nella loro azione dall’interesse americano in Italia. «Suggesti-

va ipotesi – dice Sabbatucci – peccato che personalmente a questa teoria non ho mai creduto, anzi l’ho sempre ritenuta addirittura stravagante. Non è plausibile che da parte dell’amministrazione degli Stati uniti di allora si facesse un’operazione distruttiva nei confronti di un paese alleato. Volevano vendicarsi di Sigonella si dice, ma insomma per questo avrebbero mandato in aria un sistema politico che aveva garantito gli interessi americani in un crocevia strategico per il controllo del Mediterraneo come come l’Italia?». La replica di chi a questa teoria presta credito è che il progetto era quello di rompere un ordine per ricomporne un altro. «Si un ordine retto dai postcomunisti ma garantito da De Benedetti. Ma no, credo che la spiegazione più vera sia anche la più semplice: è che c’è una magistratura che si è accorta che le maglie del controllo politico si erano aperte e che finalmente poteva fare tutto quello gli era impedito, ossia indagare. Il guaio è che questa attività si è


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Il «caso Bertolaso» è il frutto di una transizione mai completata

Questo sistema preferisce i leader alle regole Il bipolarismo ha rinunciato a fare tutte le riforme che servono, accontentandosi di aggirare i vincoli di Enrico Cisnetto i stupisco che ci si stupisca. Di fronte all’ennesimo “caso” di presunto malaffare e malcostume – la vicenda Bertolaso – vedo gente sempre più attonita assistere al crescente imbarbarimento della lotta politica, sia che assuma le sembianze del conflitto tra magistratura e mondo politico-istituzionale, sia che si tratti di incursioni nella vita privata della classe dirigente operate dai media, con i magistrati sempre pronti ad aprire fascicoli e inviare avvisi di garanzia. Eppure era scritto che tutto questo dovesse accadere. Era scritto nello specifico della Protezione Civile, perché nel momento in cui il “potere senza poteri” rappresentato da governo e maggioranza parlamentare – gli attuali, ma la condizione del centro-sinistra era pure peggiore – rinuncia a riscrivere norme e regole che impediscono a qualunque ente o amministrazione pubblica di realizzare qualsivoglia opera o anche semplicemente di gestire la cosa pubblica e preferisce usare l’emergenza come corsia preferenziale anti-burocrazia, ecco che si pongono le premesse per un’inevitabile conflitto giudiziario. Che in Italia sia impossibile governare e amministrare senza incorrere in un’ipotesi di reato è assodato, ma la risposta della politica – concordemente, nell’interesse di tutte le parti – avrebbe dovuto essere quella di porre rimedio a questo, non di tentare di aggirare l’ostacolo. Perché così facendo nell’ostacolo ci si finisce per inciampare, senza scampo.

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la versione peggiore, patologica e persino farsesca, della “politica spettacolo” importata da altri lidi. Ovvio che se altrove imperava il marketing, da noi avrebbe imperato – come impera sempre più – il “marchetting”.

Ma anche questa debolezza della politica, che opta per la scorciatoia anziché per la via maestra, è cosa scontata. Oggi come ieri. È caratteristica della Seconda Repubblica. Cioè di quella stagione della storia d’Italia in cui si è scelto di dare al paese un sistema politico di tipo maggioritario e di smantellare i partiti dopo averli demonizzati. Già allora era in atto quel fenomeno che potremmo chiamare “americanizzazione” della politica e vita pubblica più in generale, che cancella il confronto delle idee e lo sostituisce con quello delle persone. Non contano i programmi, la capacità progettuale, ma le biografie e l’immagine. Un fenomeno che si accentua con la caduta delle ideologie, da noi più forte che altrove per il ruolo egemone che in precedenza avevano avuto le “grandi chiese”. La discesa in campo del “grande venditore”e la contemporanea crisi irrisolta della sinistra hanno fatto il resto, consegnandoci

Si dirà: che c’entra la personalizzazione e teatralizzazione della politica con gli scandali, il prevalere del gossip, l’invasione di campo della magistratura? C’entra eccome, perché nel paese delle trame, vere e presunte, il passaggio dai partiti ai leader (o presunti tali) non poteva che produrre una lotta politica basata sulle contrapposizioni personali, fatta sul proscenio di reciproca delegittimazione e dietro le quinte di dossier, di spie, di registrazioni telefoniche, di foto, di filmati. E in questo contesto, peggio per chi crede di poter manovrare il ventilatore che spande liquami: quando si mette in moto la macchina dello sputtanamento, non c’è nessuno che possa né guidarla né fermarla. C’è solo spazio per il gioco al rialzo, per il dossieraggio sempre più spinto. Perciò, se gli obiettivi che ci si era dati quando si è passati dalla Prima alla Seconda Repubblica erano da un lato fermare la deriva della corruzione imperante nella politica e nella pubblica amministrazione, e dall’altro sanare lo squilibrio formatosi a suon di forzature tra la magistratura e il potere legislativo ed esecutivo, si può ben dire non solo che quegli obiettivi non sono stati raggiunti, ma anche che si è prodotta una condizione della vita pubblica ben peggiore di quella che si voleva cambiare. Da ciò ne discende che è inutile affrontare le tante sfaccettature di questa situazione – la magistratura, il ruolo dei media, il confine tra privacy e vita pubblica, e così via fino ai compiti e ai poteri della Protezione Civile – se prima non si affronta il tema del sistema politico che ci siamo dati e della cultura politica che lo alimenta. Non servono né gli anatemi – anche perché questo è un paese che da anni è permeato dalla cultura della denuncia e non da quella della proposta – né le difese d’ufficio. Serve una riflessione finalmente libera sul paese che abbiamo costruito (o distrutto) negli ultimi vent’anni. Senza che si pronunci il nome di Berlusconi, né di chiunque altro. Proviamoci, almeno. (www.enricocisnettoit.)

È inutile affrontare le tante sfaccettature di questa situazione se prima non si affronta il tema della politica che abbiamo e della cultura che lo alimenta

trasformata in attivismo, un attivismo da cui una parte della magistratura ha pensato anche di trarre vantaggi». Il risultato secondo Sabbatucci è lo schema, lo stesso di oggi, che si instaura da quel momento: «Una magistratura inquirente che non solo è svincolata dal controllo politico e per carità finalmente, ma avendo acquisito il protaganismo e la libertà d’azione assoluta si sente svincolata dalle elementari norme di prudenza. Sicchè è invalso l’uso ormai di sparare a casaccio sulla politica, salvo quando si decide di prendere la mira sul bersaglio grosso». Ed eccoci alla stretta attualità, al caso Bertolaso. «Insomma i magistrati avevano sotto mano una serie di scandali, potevano perseguire i responsabili diretti e invece, attraverso delle deduzioni che andranno dimostrate, hanno deciso di colpire subito Bertolaso. Del resto ci sono dei precedenti: il caso abruzzese di Ottaviano Turco è uno di questi. E se il caso finisce in una bolla di sapone che accade? Per i magistrati nulla. Ma insomma ila parabola de Magistris a me sembra paradigmatica».

Eppure se è vero che la magistratura entra a gamba tesa e in

modo scomposto nella dimensione politica, è anche perché c’è la materia su cui indagare. C’è insomma la corruzione. O no? «Come no – risponde Sabbatucci. Di corruzione ce n’è come sempre anche troppa ma non mi pare che l’attivismo della magistratura abbia risolto il problema, che insomma rispetto alla Prima repubblica oggi ci sia meno corruzione. Perché l’anello che manca sono i controlli intermedi, gli organismi che vengono prima della magistratura. Ecco, noi dovremmo rivedere il sistema dei controlli che dovrebbero essere pochi ed efficaci. Corte dei conti, Tar, Invece authority. oggi la magistratura penale ha un ambito vastissimo ed è venuta meno ogni forma di osmosi tra lei e la classe dirigente». Peraltro la magistratura per l’opposizione più radicale a Berlusconi è l’ultima ratio nei confronti del suo potere. «Non so come se ne possa uscire, con quale forma di tregua. Vedo questa lunga guerra continuare. Una guerra che logora tutti: la politica, il Paese, ma anche la magistratura, che rischia in credibilità e autorevolezza. Un uomo intelligente come Luciano Violante questo rischio l’ha capito»


diario

pagina 6 • 13 febbraio 2010

A due velocità. Nel 2009 il Belpaese ha perso 4,9 punti di Pil. A fine anno i dati del gettito alleggeriscono il debito pubblico

Ripresa: la Ue frena, l’Italia arretra A quarantotto ore dall’operazione Atene, l’Europa appare più vulnerabile ROMA. La Germania si ferma. La Francia riesce a dare una scossa soltanto grazie alle iniezioni di liquidità destinate nei mesi scorsi ai consumi. L’Italia addirittura fa un passo indietro. Stando alle stime fatte dagli economisti, si è chiuso nel peggiore dei modi l’anno segnato dalla più ampia crisi dell’età moderna. Leggendo il risultato delle tre maggiori economie nel quarto trimestre 2009 – pari, rispettivamente, a zero, +0,6 e un -0,2 per cento – si comprende perché la Ue non abbia ancora deciso le misure per salvare la Grecia. Si capisce però che il Vecchio continente, nonostante o a causa delle risorse date soltanto al lavoro e non all’innovazione, non è ancora in grado di intercettare le commesse che arrivano dall’est del mondo. Di attaccarsi alla ripresa che arriva con la domanda dei cinesi. L’Eurozona segna nel quarto trimestre del 2009 una crescita dello 0,1 per cento contro lo 0,4 dei tre mesi precedenti. E proprio questi numeri confermano il timore che finora una scossa all’attività l’hanno garantita soltanto i rimbalzi delle scorte. Quelli seguiti all’inversione di marcia alle importazioni che la grande industria di Pechino ha dato nel secondo semestre dell’anno. Si tratta del peggiore “abbrivio” tra i grandi dell’Eurozona. L’effetto di trascinamento sul Pil 2010 è per la Francia pari a +0,61 per cento, per la Germania a un +0,48, per la Spagna ancora in recessione a +0,49. Mentre l’Italia non va oltre un tondo zero.

di Francesco Pacifico

ma legata al superamento del modello fordista, alla fine del boom e all’estensione delle garanzie sociale a un numero superiore di italiani.

«Anni prima di risalire» ROMA. A differenza del suo

Sicuramente questo dato – come quello del quarto trimestre – risente di una Germania, che doveva crescere almeno dello 0,2 per cento e che – di conseguenza – non ha ripreso a ordinare le nostre macchine di precisione, un po’ il fiore all’occhiello del made in Italy. Ma a ben guardare – oltre a che a concause meramente

Anche la Germania rallenta nel quarto trimestre e spera di arginare la crisi greca. Il Vecchio Continente non sa intercettare le commesse cinesi Proprio a Roma gli analisti e il governo si attendevano di chiudere con un +0,1 per cento. E in verità non cambia di molto le cose crescere di 120 milioni di euro o indietreggiare della stessa cifra. Soprattutto se riferiti a un Paese che ha visto in un anno il suo Pil crollare di quasi 8 miliardi di euro. Tornare ai livelli di ricchezza di 5 anni fa. Nel 2009 il prodotto interno lordo dell’Italia segna un calo del 4,9 per cento. Questo è il dato peggiore che si registra dal 1971. Quando la crisi non era certamente finanziaria,

Romano Prodi non nasconde il suo pessimismo

“statistiche” come il numero inferiore di giorni lavorativi rispetto al 2008 – la scossa non è arrivata anche per la debolezza dell’industria, che da almeno un decennio attende una riconversione a produzioni meno labour intensive. Studiando il dato diffuso dall’Istat, si scopre che sono rilevanti una diminuzione del valore aggiunto dell’industria, una sostanziale stasi del valore aggiunto dei servizi e un aumento del valore aggiunto dell’agricoltura. Forse di più non si poteva di più. Indirettamente lo si com-

successore a Palazzo Chigi, Romano Prodi non brilla certo per ottimismo. «Dalla crisi», ha spiegato intervenendo al festival “Manifutura”di Pisa, «non siamo affatto usciti, anzi ci vorranno ancora molti anni prima di superarla del tutto».

L’ex premier ha sottolineato «la fatica nelle imprese: l’utilizzazione dei macchinari è piombata fra il 60 e il 70 per cento della capacità. E’ un problema serio: ci vorranno 20 punti di ripresa per ritornare allo sfruttamento pieno degli impianti. Nel frattempo, si indebolisce la struttura finanziaria delle imprese. Rischiamo quindi che nei prossimi mesi diventi estremamente serio il problema degli insoluti». Secondo Prodi l’Italia rischia di restare fuori dalla direttrice delle grandi produzioni – «che va da Amburgo a Firenze» – anche

per «la nostra limitata presenza a Bruxelles». Dovremmo quindi imparare dai nostri partner, che sanno fare lobbying in seno alla Ue e portare risorse ai loro campioni nazionali. Proprio all’Unione europea risponde il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, dopo che 24 prima a Bruxelles Silvio Berlusconi aveva lanciato l’allarme sulla spesa previdenziale. ha «Voleva», chiarito, «sollecitare a mettere in campo politiche comuni su questo tema».

Nessun riferimento alla situazione italiana. «Non c’è», ha aggiunto Sacconi, «intenzione di mettere mano di nuovo all’innalzamento dell’età. La riforma è stata appena fatta e sta andando a regime in questi anni». Concorda con lui Guglielmo Epifani: «Le pensioni sono in equilibrio». Nel Pdl chiedono di fare di più Giuliano Cazzola e Benedetto della Vedova.

prende anche guardando il livello del debito pubblico di dicembre diffuso ieri da Banca d’Italia, che non ha segnato l’ennesimo record ma rispetto a novembre è passato da 1.784,1 miliardi di euro a 1.761,1 miliardi. Se il debito delle amministrazioni centrali è cresciuto di 94.078 milioni di euro, raggiunge quota 1.650.249, e quelle delle amministrazioni locali è aumentato di 3.971 milioni, a 110.929, buone nuove arrivano dalle entrate tributarie: nel 2009 si sono infatti attestate a quota 401,677 miliardi di euro, con un calo “soltanto”del 2,5 per cento rispetto ai 412,318 miliardi di euro del 2008 e fortunatamente lontano da quel 4 per cento nei giorni della crisi. Sempre ragionando in termini millesimali – che però incidono sull’economia reale – in valori assoluti il rapporto tra debito e pil raggiunge del 114,9 per cento, leggermente più basso della previsione governativa del 115,1. Non c’è da stare allegri, ma almeno la stabilità finanziaria che è alla base del successo delle aste die Btp è salva. Una vera svolta – come ha confermato giovedì la Bce nel suo bollettino – arriverà nella seconda metà dell’anno. E per l’Italia non potrà essere disgiunta da quanto accadrà nelle economie dei suoi maggiori vicini: cioè Germania e Francia, che giovedì hanno provato a rilanciare quel direttorio per frenare le finanze allegre del “Club Med”europeo e che si accingono a stringere un patto per portare Axel Weber alla presidenza della Bce.

Proprio Berlino è frenata dalla lentezza con la quale riparte l’export. Se a questo aggiungiamo la strutturale crisi della domanda interna e il timore di una ripresa dell’inflazione a fine 2010 si comprende perché Angela Merkel non riesce a convincere i liberali di Guido Westervalle ad accollarsi il debito greco. Nonostante sia chiaro a tutti che la cosa colpisce soprattutto i maggiori acquirenti dei prodotti tedeschi. Non vanno meglio le cose a Parigi. Dietro il rimbalzo del quarto trimestre c’è il traino dei consumi delle famiglie, aumentati del 0,9 a livello congiunturale. Ma che non bastano per distribuire ricchezza, visto che nello stesso periodo 560mila francesi hanno perso il lavoro.


diario

13 febbraio 2010 • pagina 7

A processo il 27 maggio tre maestre, una bidella e un autore televisivo

Traffico in tilt nella Capitale. Intanto il maltempo imperversa in tutta Italia

Rignano, a giudizio tutti e cinque gli imputati

E Roma si risvegliò imbiancata dalla neve

ROMA. Il giudice dell’udienza preliminare di Tivoli, Pierluigi Balestrieri, ha disposto il rinvio a giudizio dei cinque imputati, accusati di essere i responsabili dei presunti abusi sessuali compiuti su almeno ventuno bambini dell’asilo Olga Rovere di Rignano Flaminio. A processo andranno le tre maestre Patrizia Del Meglio, Annalisa Pucci e Silvana Magalotti. Rinviati a giudizio anche la bidella Cristina Lunerti e l’autore televisivo, marito della Del Meglio, Gianfranco Scancarello. Il processo comincerà il 27 maggio.

ROMA. Un’abbondante nevica-

È stata accolta, dunque, la richiesta del pubblico ministero Marco Mansi di mandare a processo le maestre Magalotti, Del Meglio e Pucci, Scancarello e la bidella Lunerti. Le ipotesi di reato a carico degli indagati sono atti osceni, maltrattamenti, sottrazione di persone incapaci, sequestro di persona, violenza sessuale aggravata, corruzione di minorenni, violenza di gruppo e atti contrari alla pubblica decenza. Gli indagati respingono tutte le accuse e lamentano che mancano riscontri, a cominciare dalla assenza di tracce del loro Dna e delle loro impronte digitali su peluche e altri oggetti sequestrati. Ieri mattina, l’ultimo intervento difen-

Calabrò: «Rischio ricorsi per lo stop ai talk-show» L’Agcom avverte Zavoli. Casini: «Par condicio ridicolizzata» di Ruggiero Capone

ROMA. Con il regolamento “anti-talk show”varato in Vigilanza Rai da Pdl e Lega e dal radicale Marco Beltrandi, l’Authority per le comunicazioni è «a un bivio» sulla par condicio. Ne è convinto il presidente dell’organismo, Corrado Calabrò, che in una nuova lettera al presidente della commissione parlamentare Sergio Zavoli descrive due possibili scelte a disposizione dell Agcom: «O uniformarsi alle norme appena emanate che potrebbero essere ritenute lesive della stessa legge sulla par condicio e dunque passibili di ricorsi amministrativi», oppure «regolamentare in modo diverso la par condicio per le tv private, realizzando però una distonia non di poco conto». In ogni caso l’Autorità, «al massimo fra una decina di giorni», dovrà varare le disposizioni per l’emittenza privata nella seconda fase della campagna elettorale, che scatta il 28 febbraio. A sottolinearlo è sempre il presidente dell’organismo di garanzia, che si è rivolto al numero uno della commissione di Vigilanza a seguito del confronto avvenuto nell’ufficio di presidenza di San Macuto, a cui hanno partecipato anche i vertici della Rai.

mente importante per garantire pluralismo e rappresentanza, la legge del 2000 per noi rimane valida e non va cancellata», sottolinea Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd, «quel regolamento sembra più una indebita compressione, che sa un po’ di autoritario, del diritto all’informazione e siamo convinti che questo travalichi il senso vero e originario della legge stessa».

La possibilità di modificare il nuovo regolamento si gioca in due settimane: da ora al 28 febbraio, quando parte la seconda e ultima fase della campagna per le Regionali. È in questo lasso di tempo che ci si può muovere per modificare, se possibile, il regolamento nella parte in cui prevede l’inserimento delle tribune elettorali nei programmi d’informazione. «Abbiamo chiesto all’azienda di fare una sorta di simulazione sull’applicazione del palinsesto, dunque una successiva, attenta lettura dei dati consentirebbe di apportare dei correttivi», dice Roberto Rao, che nella commissione di Vigilanza è il capogruppo dell’Udc. Il leader centrista Pier Ferdinando Casini da parte sua spiega di aver «sempre difeso la par condicio, ma chi la ridicolizza rende un grande favore a Silvio Berlusconi che vorrebbe eliminarla».

«Con quelle regole si autorizza Berlusconi ad abolire la legge», dice il leader udc. Che a Torino lancia il ticket Bresso-Delfino

sivo era stato quello dell’avvocato Franco Coppi, che assiste la Del Meglio e lo sceneggiatore tv. Nel corso dell’ultima udienza, avvenuta invece venerdì scorso, l’altro avvocato di Scancarello e Del Meglio, Roberto Borgogno, aveva affermato che in questa vicenda c’è stato «un effetto a catena, una devastazione nata da un sentito dire, da un quasi nulla». Per il difensore infine, il caso «Rignano Flaminio è partito da una sorta di suggestione collettivà». Dal canto suo la Procura di Tivoli è convinta del fatto che ci siano «riscontri per arrivare al vaglio dibattimentale della vicenda» e che gli elementi accusatori raccolti invece «siano tanti».

Nella lettera il presidente dell’Agcom auspica il successo dell’opera di mediazione di Zavoli e ribadisce che la legge 28/2000, quella sulla par condicio appunto, distingue tra «informazione e comunicazione politica». Distinzione peraltro ribadita anche dall’interpretazione della Corte costituzionale e «ora messa in discussione dalle nuove norme varate dalla Vigilanza», sottolinea Calabrò. Perciò «nel momento in cui l’Autorità sarà chiamata a varare il suo regolamento, si troverà di fronte a questa alternativa: o adottare disposizioni conformi a quelle approvate da codesta commissione (il che espone al rischio di ricorsi presso il giudice amministrativo che desterebbero non poca preoccupazione) ovvero disciplinare i programmi di informazione delle emittenti private in maniera difforme dalle regole approvate per la concessionaria pubblica». Una bella distonia di sicuro, che continua a suscitare le proteste dell’opposizione. «Il rispetto della par condicio è assoluta-

ta ha imbiancato ieri mattina tetti e strade della Capitale. Grandi fiocchi sono caduti copiosi sulla città che si è ritrovata sotto un manto bianco. Nelle zone ovest di Roma e sulla Pontina intorno alle 7.30 del mattino la temperatura era di -4°C, ma in poco tempo è risalita a 1° provocando un’immediata nevicata. Il Colosseo è stato chiuso, così come le Terme di Caracalla e la Tomba di Cecilia Metella, per «inagibilità interna», ma il sovrintendente per l’area archeologica centrale, Angelo Bottini, ha rassicurato: «Non c’è alcun pericolo per i monumenti, si teme solo che la gente scivoli e si faccia male. È solo un problema di incolumità».

Casini interviene a margine di un incontro elettorale con la presidente del Piemonte, Mercedes Bresso, ricandidata anche con il sostegno dell’Udc: «Nelle elezioni passate non c’è stata una vera par condicio, ma ci sono state almeno un minimo di regole e di garanzia», ricorda Casini, che poi si sofferma a lungo con l’alleanza scelta per Torino: «In Piemonte l’Udc appoggia la presidente uscente Mercedes Bresso, candidata del centrosinistra, per bloccare l’avanzata della Lega al Nord», ricorda. Nell’occasione il leader udc ha presentato il ticket con Teresio Delfino, che sarà vice della Bresso in caso di vittoria. «Delfino ha una vita che testimonia i suoi valori, è sempre stato il punto di riferimento per il mondo cattolico piemontese, ed è di Cuneo, una parte del Piemonte in cui ci giochiamo una grande battaglia politica».

Nessun disagio è stato registrato in mattinata all’aeroporto di Fiumicino mentre per scarsa visibilità, dovuta al maltempo, è stato chiuso per diverse ore lo scalo di Ciampino. La neve non ha causato problemi alle linee ferroviarie regionali della regione Lazio ma disagi si sono registrati a Roma alla circolazione delle auto. Paralizzate le vie del centro con imbottigliamenti in via del Corso e sul lungotevere, all’altezza di ponte Garibaldi.

Il Campidoglio ha deciso di disattivare i varchi elettronici della Ztl (cioè la Zona a traffico limitato). Il traffico è poi tornato regolare. «La nostra Protezione Civile, i nostri volontari e le ditte si sono mossi rapidamente e hanno fatto tutto il possibile. Credo che abbiamo fronteggiato bene un’emergenza che si è rivelata limitata» ha detto ieri pomeriggio il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, spiegando che «la nevicata è stata un po’ superiore a quanto preannunciato della Protezione Civile». Il maltempo intanto continua a imperversare su tutta la Penisola. Situazione particolarmente difficile in Sardegna, dove eccezionalmente si sono avuti dei fiocchi di neve anche a Cagliari e Alghero (Sassari).


mondo

pagina 8 • 13 febbraio 2010

Rivolte. Spinto sull’orlo del baratro dalla dittatura di Khamenei e Ahmadinejad, il Paese ormai è spaccato in due

Non è solo un’Onda Le proteste dimostrano che il movimento democratico in Iran è più vasto del previsto di Gennaro Malgieri ue Iran si fronteggiano. Le manifestazioni che hanno avuto luogo in occasione del trentunesimo anniversario della rivoluzione islamica, li hanno messi in evidenza come mai era accaduto precedentemente. Il Paese è letteralmente spaccato a metà. Chi sostiene il contrario, cullandosi nell’illusione che gli oppositori al regime sarebbero di gran lunga in maggioranza, si sbaglia di grosso.

D

L’Iran di Khamenei e di Ahmadinejad si è ritrovato, imponente e arrogante, sotto la bandiera della Repubblica khomenista inneggiando al fondatore e scandendo violentissimi slogan contro l’Occidente, gli Stati Uniti e Israele. Milioni di persone hanno affollato tutte le piazze iraniane additando in Moussavi, Karroubi e Khatami i capi della rivolta contro il potere costituito. Il presidente è stato a lungo acclamato nei pressi dell’imponente arco di Teheran che oggi è intitolato ai martiri della rivoluzione, ma venne costruito dallo Scià

come simbolica porta della nuova Persia sul mondo, infatti alle sue spalle snoda il lunghissimo viale che termina all’aeroporto della capitale. Nelle altre città le autorità locali hanno fatto le cose altrettanto in grande per dimostrare la forza del regime. Non si può dire che le folle di Shiraz, di Isfahan, di Tabriz, di Bandar Abbas siano state tutte precettate dai miliziani basiji o dai pasdaran. Bisogna prendere atto che esiste una forte componente “ortodossa” motivata sia dal fanatismo che dagli interessi. Entrambi gli elementi si tengono sotto l’usbergo del clero sciita meno incline alle aperture perché teme di perdere privilegi acquisiti e di abdicare al ruolo che si è ritagliato in trent’anni. In Occidente a nessuno viene in mente che i trecentomila pasdaran, ben pagati e sostenuti socialmente dal governo, rappresentano altrettante famiglie: i conti sono presto fatti e si capisce perché quanti gravitano, a diverso titolo, intorno a loro hanno tutto l’interesse a mantenere lo status quo. Lo stesso dicasi per basiji, religiosi di vario rango, impiegati e funzionari della pubblica amministrazione (vastissima e capillare fin nel più piccolo villaggio iraniano) che non ci pensano nemmeno a mettere in discussione chi li sfama. E neppure i facoltosi commercianti del bazar che fanno affari con gli ayatollah hanno interesse a voltare le spalle al regime. Restano i professionisti, gli intellettuali, i rampolli dei uni e degli altri, i pochi religiosi “illuminati” che pur naturaliter khomeinisti immaginano esiti diversi dopo tanti anni per una rivoluzione invecchiata e tradita. È l’altro Iran. È l’Iran che protesta, che non accetta il dominio crudele dei custodi dell’odio. È il Paese che immaginava una quindicina d’anni fa riforme in sintonia con

i tempi. Questa realtà, relativamente sommersa fino al 12 giugno scorso, quando dai brogli elettorali venne fuori un’altra volta Ahmadinejad, ha cominciato a farsi sentire. Risulterà anche numericamente importante, ma non tanto da impensierire chi può neutralizzarla come e quando vuole. Qualitativamente, tuttavia, preoccupa poiché ha la capacità di attrarre soprattutto coloro i quali non sono compromessi con il potere, vale a dire i giovani che in Iran costituiscono la maggioranza assoluta e sono già ben inseriti nel mondo del lavoro e nelle professioni che contano. Questo Iran, banalmente identificato come “Onda verde” (minoranza che attrae mediaticamente gli osservatori occidentali), sta lavorando nel profondo, cercando di fare breccia in quell’altro Iran che sembra impermeabile alla ragionevolezza, per il quale le prigioni-fortezza sono indispensabili al mantenimento dell’ordine, che si sente perseguitato dall’Occidente materialista, consumista, peccaminoso, che non ritiene la violenza dei miliziani particolarmente dolorosa se poi è compensata da un livello di vi-

un’identità nella quale ritrovarsi. Non a caso la Persia non si è mai fatta “arabizzare” a differenza di altre nazioni ed altri popoli islamizzati. I rivoltosi hanno compreso quali possono essere gli sbocchi di una“sovversione”pilotata e perciò continuano sulla strada intrapresa che l’Occidente con difficoltà capisce. Se gli Usa

C’è un pezzo della società che sta continuando a lavorare nel profondo per rompere il fronte della irragionevolezza generale che, di fatto, rappresenta la linfa della dittatura ta minimamente accettabile sotto il profilo economico e del soddisfacimento dei bisogni primari. In questo mondo, refrattario all’apparenza ad ogni apertura, l’opposizione tenta la contaminazione con gli strumenti che ha a disposizione. E con uno in particolare: rivendicando la continuità con la rivoluzione che cacciò i Palhavi nel 1979 e si liberò delle trame economico-finanziarie che avevano reso dipendente il Paese da una famiglia che faceva affari con tutti e dei quali soltanto essa e chi le stava vicino beneficiavano.

Per di più gli oppositori rivendicano un nazionalismo iraniano che si sovrappone alla religione e piace molto ai giovani i quali avvertono che l’islamismo da solo non può costituire l’essenza di

e l’Ue sostengono la necessità di sanzioni economiche, non si rendono conto che vanno a colpire l’orgoglio iraniano, il loro nazionalismo e fanno così un regalo ad Ahmadinejad il quale potrà sempre dire che è lui il difensore degli interessi dell’Iran profondo che non è quello delle classi colte di Teheran, dei poeti, dei romanzieri e dei cineasti che applaudiamo nei nostri Paesi dove, spesso, sono costretti a soggiornare come esiliati. Nel discorso del tiranno khomeinista, l’altro giorno, i riferimenti all’eventualità dell’isolamento economico sono stati numerosi ed ogni accenno è stato salutato da un boato dalla folla in delirio. Gli iraniani non sono sprovveduti. Sanno che molti Stati occidentali a parole condannano il regime e sottobanco continuano con esso a fare ac-

cordi tecnologici e militari. Si possono fidare? È questa la domanda che molti si pongono. I più rispondono negativamente poiché si guardano intorno e vedono quel che noi dalle nostre parti non vediamo: ipocrisia e disinteresse. Ed allora concludono che sono migliori Khamenei, Ahmadinejad, i basiji, i pasdaran fino a quando gli offriranno condizioni materiali accettabili. Sanno anche che difficilmente il loro Paese diventerà una grande potenza nucleare: l’arricchimento del 20% dell’uranio non basta a costruire la bomba atomica. Ma sanno anche che, volendo, possono fare molto male a coloro che considerano nemici poiché il potenziale bellico di cui l’Iran dispone lo permette.

Sono consapevoli che se vi fosse un’alternativa seria all’attuale assetto si mobiliterebbero come quando prepararono il ritorno di Khomeini, ma la loro intelligenza gli suggerisce di attendere gli esiti della lotta all’interno delle gerarchie. E sperare che il vecchio Khamenei tiri le cuoia quanto prima, sempre che nel frattempo una volpe (che prima veniva chiamato “squalo”) come Alì Hashemi Rafsanjani, depositario di tutti segreti degli ultimi trentuno anni, non decida di raccontare quanti scheletri ha nell’armadio la vecchia Guida Suprema creando i presupposti di una contestazione globale che, comunque non


mondo

13 febbraio 2010 • pagina 9

L’Onda verde sopravvive perché è composta da migliaia di leader

«Il mondo fermi subito le violazioni di Teheran» Ebrahim Nabavi, scrittore e dissidente iraniano, accusa: «Le sanzioni sono inutili, colpiscono soltanto il popolo» di Valerio Venturi

MILANO. In Iran è il giorno della rivoluzione

World Press Photo a un reporter italiano sui tetti di Teheran Quella che pubblichiamo qui sopra è una fotografia importante. Questo scatto del trentenne italiano Pietro Masturzo sulle proteste in Iran ha vinto il World Press Photo 2009, uno dei riconoscimenti più prestigiosi della fotografia internazionale. La «foto dell’anno» raffigura alcune donne che gridano da un tetto di Teheran, in segno di protesta contro il regime. L’istantanea è stata scattata il 24 giugno nella capitale iraniana. «Pochi giorni prima delle elezioni presidenziali in Iran, ero stato arrestato per tre giorni assieme ad altri fotografi freelance» ha raccontato il giovanissimo fotografo nato a Napoli. «Una volta esplose le proteste post-voto, il mio interprete mi ha obbligato, per ragioni di sicurezza, a non scendere in strada a scattare foto». L’unica possibilità che da casa Masturzo aveva di testimoniare quanto stava accadendo era salire sui tetti. È così ha fatto, attirato dalle urla delle donne. «La foto che ha vinto - ha spiegato incredulo - è quella cui sono più affezionato: è la prima infatti che ho scattato dai tetti di Teheran».

potrà mai essere guidata da quanti appartengono al passato, hanno fatto carriera all’ombra dei vecchi ayatollah, hanno sostenuto il regime, ne sono stati perfino l’anima, in cambio di onori e ricchezze. Loro possono aprire la strada, ma deve esserci qualcun altro che la rivoluzione deve farla sul serio.

Nel 1979 Khomeini, nella sua lungimiranza, individuò in Bani Sadr l’uomo nuovo, ma due anni dopo questi fu costretto a fuggire. Il nuovo Iran non aveva ancora imparato a camminare ed il giovane capo del governo voleva farlo correre. Il vecchio Imam scelse la gradualità che poi gli sfuggì di mano: i guardiani dell’ortodossia assaltarono l’ambasciata americana, dichiararono guerra agli occidentali nel nome di Allah, immaginarono l’Iran come grande potenza regionale capace di influenzare il Medio Oriente ed orientare la politica dei Paesi vicini con il petrolio e la tecnologia importata dallo Scià. Scaltri mullah s’impadronirono di tutto. E tutto rimane ancora nelle loro mani.Tranne le speranze di una buona metà del Paese che sarebbe disposta a mettersi in gioco qualora intravedesse un orizzonte diverso. Soltanto quando i due Iran si uniranno nella costruzione di una nuova nazione, la guerra civile che sta lacerando il Paese finirà. Ma ci vorrà ancora molto tempo. E Ahmadinejad sa far lavorare il boia.

islamica. Sembra che siano due, i popoli che si scontrano. Invece è la stessa gente: sono gli iraniani. Ma celebrare il cambiamento assume significati diversi a seconda che si sia contro Ahmadinejad, la maggioranza, o a suo favore. Oppositori “della porta accanto”che non temono la violenza delle milizie governative e che scendono in piazza senza paura. Nonostante tutto. Nonostante i morti, le incarcerazioni. Dopo la manifestazione del 27 dicembre, si piangono infatti nuove vittime. Secondo le notizie postate su twitter, sarebbero tre i morti; molti gli incarcerati. Le condanne internazionali non servono a fermare la brutalità dei miliziani basiji, ma neanche di chi combatte per avere un Paese libero. Ebrahim Nabavi, esule in Belgio, è un noto esponente della nuova iraniana. cultura Scrittore, giornalista, autore teatrale e conduttore radiotelevisivo, è attivo su Internet con il suo sito è www.roozonline.com. In Italia è pubblicato da Spirali: molto valido il suo Iran. Gnomi e giganti. Paradossi e malintesi (con le illustrazioni di Reza Abedini). Conosce la brutalità dei basiji: è stato perseguitato e incarcerato. Ora è dissidente e attivista, e cerca di smuovere l’opinione pubblica internazionale perchè non venga meno l’attenzione su quello che definisce “il Paese del paradosso”. Cosa sta succedendo in Iran? La manifestazione di giovedì ha avuto luogo con la grande partecipazione dei Verdi; il regime ha cercato di bloccare le loro presenza nella piazza Azadi dove Ahmadinejad voleva parlare. Il tentativo è stato quello di “rubare” questa presenza di persone a favore del governo, per fare sembrare che abbia sostegno. Il mio stato d’animo è comunque positivo, perché fortunatamente non c’è stata tanta violenza contro la gente, questa volta: il regime non è stato aggressivo contro chi ha manifestato con un atteggiamento non violento e questo è senza dubbio molto positivo; ma allo stesso tempo sono un pò triste perchè hanno strumentalizzato la presenza in piazza dei Verdi, come se fossero sostenitori di Ahmadineijad. La popolazione che è stata nelle strade invece non lo sostiene; ma il regime, usando la censura, ha rubato questa occasione. È molto importante la censura? Certo. Riceviamo notizie attraverso facebook, mail, telefono, siamo sempre in contatto. La

censura ha funzionato, nel caso specifico, e i nostri amici sono sotto pressione, senza dubbio. Ma i Verdi cercano di trovare le vie per sfuggire alla censura. Questa è una strada molto difficile da attraversare. I capi hanno pagato tanti soldi per bloccare internet e i media. Ma tutti cercano e trovare un modo per continuare. Devo dire che la pressione da parte del governo aumenta prima di ogni protesta e noi possiamo organizzare e fare quello che vogliamo prima che loro blocchino internet. I manifestanti riescono a vincere la paura? L’atmosfera di pressione è molto pesante e c’è vera paura. Noi siamo costretti a continuare comunque. Il movimento verde sta vivendo da otto mesi così. Ma l’Onda verde ha migliaia di leader intelligenti e saggi. Il motivo per cui è sempre vivo è proprio perché tutti sono leader e se uno viene arrestato si può andare avanti. Karroubi e Khatami sono in pericolo? La macchina di Karroubi è stata attaccata. Khatami é stato attaccato e Zahra Rahnavard, moglie di Moussavi, è stata ferita. Tutti e tre sono in pericolo, ma non credo che il regime abbia coraggio per toccarli, perchè questo sarebbe come gettare fuoco nel bosco e non vogliono crearsi un’altro problema. Il regime incarcera e uccide gli oppositori. Anche le ambasciate internazionali sono prese d’assalto... Tante sedi diplomatiche sono state attaccate. L’obiettivo è la risoluzione dei problemi interni. Cercano di provare che dietro ai problemi interni ci sono gli stranieri. Servono le sanzioni? Se le sanzioni hanno come obiettivo la caduta del governo non sono efficaci. Di fatto raddoppiano solo i problemi della popolazione. Purtroppo, da una parte si pensa alle sanzioni; dall’altra si corteggia l’Iran. Cosa accadrà ora? Cosa è bene faccia la comunità internazionale? Noi continuiamo le proteste. Due giorni fa il regime ha usato tutte le forze armate per bloccare la gente ma la gente è stata nelle strade lo stesso. Questo vuol dire che il movimento è vivo. Noi continuiamo il nostro movimento e vorremmo che la comunità internazionale di posare sanzione operasse perchè il regime iraniano ha violato i diritti umani in Iran. Secondo me questo è piu importante di questioni vaghe come quelle inerenti il programma nucleare.

Noi continuiamo le proteste. Due giorni fa il regime ha usato tutte le forze armate per bloccare la gente ma la gente è scesa per le strade lo stesso


panorama

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ragioni&torti di Giancristiano Desiderio

Sette centimetri contro le teorie di Darwin ette centimetri bastano a mettere in crisi l’evoluzionismo. Sette centimetri di troppo, quelli che l’evoluzionismo non aveva preso in considerazione. Eppure, quei sette centimetri ci sono e fanno la differenza. Sette centimetri, contro le misure di non più di un centimetro fino ad ora osservate nei loro contemporanei: i fossili scoperti da una squadra di ricercatori americani, francesi, tedeschi e svizzeri sono fuor di misura. Eppure risalgono a un periodo successivo all’estinzione di massa più catastrofica di tutti i tempi, il Permiano-Triassico, dopo il quale si è sempre parlato di effetto Lilliput, alludendo a un ridimensionamento significativo degli organismi abitanti il Pianeta. Che fare? Ignorare i sette centimetri di troppo e salvare la teoria o prendere atto della differenza significativa e rivedere la teoria dell’evoluzione?

S

Nel periodo geologico dalla definizione misteriosissima - Permiano Triassico - circa il 96 per cento delle specie animali marine si estinse e complessivamente scomparve il 50 per cento delle famiglie animali esistenti. Potrebbe essere stato un episodio di vulcanismo intenso verificatosi circa 250 milioni di anni fa a causare questa ondata distruttiva. Ciò che è certo è che da lì in poi nulla fu più come prima. Pare che dopo, lentamente, la vita tornò sulla Terra, ma tutto si fece molto più piccolo. Come spiegare l’esistenza dei gasteropodi di taglia forte, più di un milione di anni dopo la grande estinzione di massa (quella che viene chiamata dai paleontologi transizione biotica)? Già, come spiegarla? “Gasteropode” letteralmente significa “animale che striscia sulla pancia”: il gasteropode, pur nel suo aspetto non particolarmente interessante, è in realtà fonte di grande interesse per gli studiosi. I fossili di gasteropodi ritrovati sono cruciali perché questa specie, come i bivalvi, ha una notevole importanza paleoecologica essendo legata a condizioni ambientali ben precise. Ora questa specie gigantesca dello Utah rimette in discussione molte certezze ormai acquisite sull’origine della vita sulla Terra. Tuttavia, se sette centimetri fossili bastano a far vacillare la teoria così nota e affermata dell’evoluzione, allora, non sarà forse il caso di considerare la teoria dell’evoluzione per quello che effettivamente è e non può non essere: ossia solo un’ipotesi? La teoria dell’evoluzione della vita sulla Terra funziona, ma ha un piccolo difetto: somiglia molto da vicino a un’idea metafisica piuttosto che a una teoria scientificamente controllabile. Se sette centimetri sono sufficienti a metterla in crisi, come si farà con tutti quegli infiniti centimetri dei quali non si sa nulla né mai si saprà qualcosa? La teoria evolutiva proprio perché vuole essere una teoria capace di spiegare empiricamente nientemeno che l’origine della vita e il suo sviluppo evolutivo sulla Terra è una teoria che si contraddice da sola. In fondo, che l’uomo discenda dalla scimmia, come vuole Darwin, o che sia creato da un dio, come vuole la tradizione religiosa, nulla cambia ai fini morali dell’esistenza umana.

Storia del «Cinziagate», lo scandalo di Bologna Un istant-book sulla brutta parabola di Flavio Delbono di Gabriella Mecucci o scandalo sessuale - questa la novità politica degli anni recenti - è eternamente in agguato e a tutte le latitudini geografiche e politiche. Ne vengono fuori di tutti i tipi. Le escort per il premier, i transessuali per Marrazzo,i centri massaggi molto compiacenti per Bertolaso. Persino la Chiesa viene lambita da una faccenda di cui non si comprendono bene i contorni ma che indiscutibilmente ha a che fare con il sesso. A confronto con tutto questo, la vicenda bolognese fra il sindaco Flavio Delbono e Cinzia Cracchi, a prima vista, sembrerebbe una storia da educande: qualche viaggio all’estero, con contorno erotico, insieme alla segretaria. Eppure, la questione che sembrava risolversi in quattro e quattr’otto è probabilmente quella che avrà le conseguenze politiche più significative. Non solo ha portato alle dimissioni del primo cittadino, ma condanna Bologna ad un lungo commissariamento prima di poter ritrovare un sindaco. E potrebbe ritrovarlo - visto la scandalo - di colore diverso da quello che ha perso. E il terremoto sotto le due torri, potrebbe sottrarre al Pd anche la Presidenza della Regione. Insomma, ce n’è abbastanza per voler capire meglio che cosa è successo in quei viaggi.

L

trova indagato per peculato, abuso d’ufficio e truffa aggravata. Si sospetta che il sindaco abbia portato con sé in numerosi viaggi all’estero, compresi alcuni fine settimana, la segretaria-amante, Cinzia Cracchi, e che abbia scaricato le spese di entrambi sulla Regione, di cui all’epoca dei presunti reati era vice presidente.

C’è poi la strana storia di un bancomat e quella ancora più strana dei 16 viaggi in Bulgaria in veste di assessore regionale, mentre si sa che a Sofia Delbono aveva anche interessi personali. I magistrati non si fermano più: iniziano gli interrogatori. A questo punto c’è un vero e proprio colpo di scena: mentre il sindaco proclama ai quattro venti che è tutta una montatura, Cinzia lo accusa di avergli offerto del danaro per farla tacere. C’è di più: un’assessore comunale, Luisa Lazzeroni avrebbe fatto da mediatrice fra lei e il sindaco. La questione diventa sempre più intrigata: non si capisce bene dove potrà andare a parare e si saprà davvero come è andata soltanto quando si arriverà al processo. Delbono però ritiene che sia giunto il momento di dimettersi: non ce la fa più a reggere. Il Pd è in stato confusionale, le elezioni probabilmente si terranno fra un anno. L’ennesimo vicenda di sesso ha portato alla fine di una brillante carriera politica. Fatte salve le responsabilità penali, che spetta alla magistratura appurare e che devono passare pertre gradi di giudizio, il Cinziagate è uno dei tanti casi dello stesso tipo scoppiati negli ultimi mesi. È come se le classi dirigenti politiche fossero state colpite da una nuova mania: la ricerca spasmodica dell’avventura erotica. Delbono ha scelto la segretaria e i viaggi all’estero - questo il sospetto - a spese della mano pubblica. Altri puntano direttamente sul sesso a pagamento: facile da trovare e da consumare. C’è chi lo fa a Palazzo Graziali, chi in festini appositamente organizzati per lui, chi a casa del transessuale di turno. Le conversazioni telefoniche intercettate trasudano volgarità. Il potere fa rima con tutto questo a Roma come a Bari, come a Bologna. Il mestiere più vecchio del mondo trionfa negli ambienti politici. È stato sempre così? Oppure c’è qualcosa di nuovo e di preoccupante nello stile e nella morale dei potenti?

Tutto cominciò prima delle elezioni, quando lo sfidante di destra, Alfredo Cazzola, fece una domanda impertinente...

Chi è Flavio Delbono e che cosa ha combinato davvero? Tutte informazioni che si possono trovare in un’agile libretto, un istant book, dal titolo il Cinziagate. Scandalo a Palazzo: il caso Delbono di Cristiano Zecchi, Minerva Edizioni. La storia scoppia poco prima delle recenti elezioni e a tirarla fuori è il candidato del centrodestra, Alfredo Cazzola. Un giorno va ad un dibattito con Delbono in una radio locale. Cominciano a fioccare domande su sue presunte evasioni fiscali.Teme che il Pd abbia organizzato una sorta di agguato contro di lui e, allora, decide di difendersi contrattaccando. Se ne esce con una battuta che viene considerata l’apertura dello “scandalo” bolognese: «Porgo i saluti della signora Cinzia, la sua ex compagna, che ha tantissimo da dire in termini di moralità del signor Flavio Delbono». Pettegolezzi di basso rango? Lì per lì sembrerebbe di sì. Il candidato sindaco del centrosinistra stravince le elezioni e, due mesi dopo, la Procura di Bologna chiede l’archiviazione del Cinziagate. Ma non è affatto finita. Delbono infatti, poco dopo, si ri-


panorama

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Fra i democratici ultimamente circola una battuta che, in fondo, ha poco di scherzoso e molto di preoccupato

Pannella, segretario ombra del Pd Dalla Bonino ai nuovi regolamenti tv: tutte le mosse vincenti del leader radicale di Antonio Funiciello

ROMA. Le mille vite di Marco Pannella dovevano regalargli la possibilità di prendere ancora a pugni i compagni del Pci che oggi sono alla guida del Pd. Negli ultimi giorni, dai microfoni di Radio Radicale, Pannella non fa che ricordare continuamente che Bersani e compagni non possono certo far paura a uno come lui. Uno che coi comunisti, quelli veri, c’ha fatto a botte da sempre - e qui seguono reiterati amarcord radiofonici sul congresso del ’79 del Pci a Roma, quando a un plotone di delegati radunati nella capitale per discutere sull’inesorabile ”avanzata verso il socialismo” (sobrio tema del congresso), Pannella biasimò nel suo intervento i compagni assassini della guerra civile. Con seguito di immancabile denuncia per vilipendio alla Resistenza da parte dei risentiti Amendola, Lama e Trombadori. Se questi tre non gli facevano paura ieri, figurarsi oggi D’Alema, Bersani e Fassino. E, infatti, dal congresso del Pd, Pannella non fa che piazzare pugni in faccia al tramortito pugile democratico, che mentre strizza l’occhio pesto alla folla per rassicurare i suoi, riceve ben assestato un colpo allo stomaco.

il presidente dellaProvincia di Roma, poco disponibile a ubbidire come altri e notato che non c’era l’unità della potenziale coalizione sul suo nome, ha rispedito al mittente l’invito. Il Pd si è dovuto così accodare dietro una candidata che non convince metà partito, in primis il capogruppo alla Camera Franceschini che, provvidenziale come un pioggia acida, in piena campagna elettorale ha fatto in tempo a dire che lui non l’avrebbe mai scelta. Ber-

sani, di suo, aveva chiesto ai Radicali intese ampie per le regionali alle porte, ma Pannella gli ha ancora imposto le sue scelte. In sole quattro delle tredici regioni al voto, i suoi stanno col Pd e solo in due (Piemonte e Veneto) sostengono un candidato presidente democratico. E malgrado le capriole di quelli che tentano di spiegare che l’operazione è lungimirante perché toglie voti alla destra, basta soltanto sfogliare la legge elettorale di tipo presidenziale delle regionali per capire che ognuno corre per sé e, dunque, i Radicali corrono anche contro il Pd. Non bastasse, i democratici lombardi si sono ritrovati, come candidata capolista radicale in Lombardia, la stessa Emma Bonino, già acclamata da Bersani come «una fuoriclasse». Tutti hanno abbozzato: in fin dei conti, se dici che la Bonino è una fuoriclasse, allora ben venga la testa di lista lombarda e, perché no, anche le teste di lista nelle altre regioni.

Dario Franceschini continua a polemizzare con «la pessima scelta» compiuta per le elezioni nel Lazio

L’assalto di Pannella non finisce certo qui. Si sa che in commissione vigilanza Rai i democratici cercano, più o meno dall’inizio della legislatura, di arginare e mettere definitivamente nel sacco il pannelliano Marco Beltrandi. Hanno flirtato in commissione con Pdl e Lega per ridurre l’interdizione mediatica dei partiti minori: strate-

Ha cominciato imponendo ai democratici Emma Bonino come candidata presidente nel Lazio. Il Pd ha cercato di opporre al diktat pannelliano il mandato esplorativo di Zingaretti, ma

gia delle grandi alleanze sì ma in tv ci andiamo solo noi, è il leit motive del Nazareno. Ma alla fine è stato l’ormai mitico Beltrandi a mettere nel sacco i dodici membri democratici della commissione, votando con la maggioranza il regolamento che ha fatto infuriare gli sponsor televisivi del Pd. Dodici contro uno e ha vinto Beltrandi. Ma Pannella è come Eddy Merckx, un vero cannibale, e continua a non darne vinta una al Pd, neanche sulle questioni meno importanti. Nel Pd del Lazio, per raccontarne l’ultima, il coordinatore della campagna elettorale Milana (ex rutelliano e neo mariniano) aveva scelto come responsabile del programma il costituzionalista Stefano Ceccanti. Il quale vantava tutte le credenziali del caso. Tuttavia, proposta la cosa a Pannella, il capo dei Radicali ha detto un altro no.

Se ne attendono ulteriori nelle prossime settimane: la campagna elettorale è lunga ed è certo che i Radicali cercheranno di ottimizzare al meglio la visibilità che si sono conquistati dando pugni al Pd. Pare che i democratici, per ripicca, non stiano dando una mano ai Radicali per la raccolta delle firme. Che è un po’ come la storia del bambino che, siccome perde sempre, abbandona il campo da gioco e si porta con sé il pallone. Non proprio una bella figura.

Polemiche. Il candidato leghista alla Regione Veneto fa campagna contro se stesso ministro

Zaia, l’antinuclearista elettorale di Alessandro D’Amato

ROMA. A leggere le dichiarazioni di questi giorni, pare che per l’atomo all’italiana la nuova stagione sia finita già prima di cominciare. Il sottosegretario alle Attività produttive Stefano Saglia ha fatto sapere che le centrali si edificheranno solo, soltanto e solamente dove le Regioni sono d’accordo. E, dal canto loro, da parte dei candidati alle poltrone di governatore sono arrivati un coro di no. In Puglia, oltre allo scontato diniego di Vendola, è arrivato anche quello di Rocco Palese; nel Lazio la Polverini proprio ieri ha detto “no pasaran”; soprattutto, Luca Zaia dal Veneto dove la Lega punta alla conquista del Nord, ha dichiarato che non ha alcuna intenzione di vedere impianti nucleari nel suo territorio. A dire sì alle centrali sono rimasti in pochini tra quelli che hanno possibilità di vittoria (Scopelliti in Calabria, Caldoro in Campania, Biasotti in Liguria e Cota in Piemonte). Ma, andando a scandagliare più nel profondo, sembra proprio che le posizioni di netto diniego, specialmente in zone can-

didate come il Veneto (Porto Tolle?) o il Lazio (Montalto di Castro?) non possono che essere puramente elettoralistiche. Perché, come il ministro Zaia sa benissimo visto che ha votato la legge Scajola sul nucleare, e come sa anche il sottosegretario Saglia visto il conflitto di attribuzione appena sollevato contro Puglia, Basilicata e Campa-

pronta ad essere utilizzata in caso di bisogno se davvero si arrivasse allo scontro (improbabile, ma nel caso succeda pronti con popcorn e patatine) tra governo centrale (Pdl e Lega) che vuole la centrale in Veneto e maggioranza della regione Veneto (Pdl e Lega) che invece non la vuole. Insomma, se quella norma non viene impugnata davanti alla Corte Costituzionale e di seguito bocciata, il nucleare si farà anche nelle regioni che oggi dicono di no. Ma affinché succeda, davanti alla Consulta dovranno presentarsi i governatori eletti con i voti che oggi sostengono il governo, oppure questi ultimi dovranno sperare che a impugnare siano quelli del centrosinistra. E poi eventualmente ringraziarli per aver fatto il lavoro “sporco”al loro posto, con l’esecutivo magari pronto a dare la colpa ai giudici per il fallimento.

Per paradosso, il centrodestra spera che la Consulta eviti il conflitto (in molti casi interno alla maggioranza) tra il governo e le Regioni nia davanti alla Corte Costituzionale, l’ultima parola sulla decisione di edificare o meno una centrale non spetta al Governatore, ma al consiglio dei ministri integrato daò presidente della Regione ed - eventualmente - dal rappresentante del comune dissenziente: una norma ampiamente discussa e considerata a rischio censura da parte della Consulta, ma che tuttavia è lì,


clima e ideologie

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Bin Laden,

Dopo tre anni di preparazione, il 29 gennaio il discorso che ha reso ufficiale la “nuova via” del movimento terroristico

el suo ultimo comunicato audio diffuso il 29 gennaio sorso su al Jazeera, Osama bin Laden si è presentato come il campione della lotta contro il riscaldamento globale, denunciando «la responsabilità dei Paesi industrializzati, in particolare gli Stati Uniti», colpevoli di «non aver firmato il Protocollo di Kyoto in favore degli interessi delle grandi imprese». Professionista del “marketing del caos, il leader di al Qaeda sa che dietro la scorza verde dell’ambientalismo si nasconde spesso il rosso della parte interiore, colore dell’estrema sinistra rivoluzionaria, anti-capitalista, che condivide con gli islamici l’odio per l’Occidente e gli Stati Uniti. E per sedurre gli antiamericani di ogni tipo, Osama propone di «boicottare il dollaro, unico modo per liberare l’umanità dalla schiavitù dell’America e delle sue ditte». Per estendere il suo pubblico ai “No Global” ecologisti-anti-capitalisti, l’8 settembre 2007 - nel suo «messaggio al popolo

N

americano» - il leader di al Qaeda spiegava già che «la vita di tutta l’umanità è in pericolo a causa del riscaldamento climatico in gran parte provocato dalle emissioni gassose delle fabbriche delle grandi imprese». Usando uno stile che sarebbe piaciuto a Marx, proseguiva: «Quelli che veramente hanno il potere e sono influenti sono i possessori del capitale maggiore. Questi sono i veri terroristi». In un altro discorso del 14 marzo 2008, bin Laden accusava i Paesi industriali di essere «responsabili del riscaldamento globale» e gli Stati Uniti di essere colpevoli «della morte di milioni di esseri umani in Africa».

Denunciava la schiavitù «dei monaci, dei re e del feudalesimo medievale degli occidentali», invitandoli a «liberarsi della menzogna e della pressione del sistema capitalistico, che trasforma il mondo in un feudo per le grandi imprese sotto l’etichetta della globalizzazione, per tutelare la democrazia». Un

La svolta progressista fa ridere, se ricordiamo che l’islam wahabita giustifica la schiavitù e promuove il Medioevo

discorso “progressista”, che fa ridere se ricordiamo che il wahabismo di bin Laden giustifica la schiavitù e promuove un sistema ancor più medievale. Ma per molti rivoluzionari anti-americani affascinati dall’islamismo rivoluzionario anti-occidentale, Osama è diventato il nuovo Che Guevara, il nuovo difensore dei “popoli oppressi dagli imperialisti”. Infatti, il nuovo discorso trasversale anti-sistema di al Qaeda mira a sedurre i rivoluzionari terzomondisti, No Global, anti-americani e antisionisti di tutto il mondo. Lo scorso 24 gennaio, rivendicando il fallito attentato su un aereo di linea americano nel giorno di Natale, Ossama minacciò gli americani di ulteriori attacchi se avessero continuato «il loro sostegno a Israele». Desideroso di riconfermare il primato acquisito dai suoi concorrenti sciiti - dall’Iraq di Moqtada al-Sadr al Libano di Hezbollah e all’Iran di Ahmadinejad - prova di sedurre tutti quelli che sono sensibili alla causa palestinese (causa suprema dei


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la svolta Verde del terrore Come e perché al Qaeda comincia a usare la retorica ecologista contro il global warming come ulteriore arma per creare nel mondo un grande fronte antioccidentale di Alexandre del Valle “rivoluzionari”) con discorsi sempre schierati contro Israele e a favore degli “oppressi palestinesi”. In diversi discorsi trasmessi dal marzo 2005, ha corteggiato gli ex nemici nazionalisti arabi del Partito Ba’ath e tutti gli oppositori di sinistra alla guerra voluta da Bush per federare la “resistenza” in Iraq.

Ovviamente, questi nuovi leitmotiv non rispecchiano gli obiettivi prioritari di al Qaeda. Quest’ultima combatte infatti qualunque forma di nazionalismo (arabo o palestinese) perchè rappresenta una divisione (asiliyya) della comunità islamica (Umma al Islamiyya), necessariamente senza frontiere, come l’Internazionale marxista. Quando rivendicò gli attacchi dell’11 settembre, Osama bin Laden espresse i veri scopi strategici di al Qaeda parlando non «dell’umiliazione dei alestinesi», ma dell’occupazione dei giudeo-crociati (Al-Yahud wal-salibiyun) in Arabia Saudita, in quanto sede delle due città sacre proibite ai non musulmani (alHaramain): la Mecca e Medina. Bin Laden denunciò prima di tutto la “grande umiliazione” che costitui l’abolizione (nel 1924) del Califatto turcoottomano compiuta “dall’apostata Ataturk”, fondatore della Turchia moderna, la cui ideologia laica (kemalismo) è combattuta oggi dai dirigenti turchi islamici dell’Akp. Lungi dall’essere un “anti-imperialista”, Osama Bin Laden vuole ricostituire il Califfato islamico dopo aver distrutto gli Stati nazionali arabi “artificiali”, quelli creati dopo la caduta dell’impero ottomano. Con il suo nuovo discorso rivoluzionario, bin Laden prova a fare crescere la sua popolarità (in calo) fra i terzomondisti e far dimenticare che i suoi peggiori nemici sono i regimi nazionalisti rivoluzionari arabi, gli “eretici”sciiti della rivoluzione islamica iraniana, gli Hezbollah e i loro alleati sunniti di Hamas, i più terribili combattenti anti-israeliani. Per strumentalizzare la sinistra rivoluzionaria mondiale, in un audio diffuso il 14 marzo 2008 rese omaggio a Noam Chomsky, il famoso docente di linguistica al Mit eroe dei No Global: «Chomsky è tra i più competenti nel trattare la manipolazione dell’opinione, ha dato consigli ragionevoli prima della guerra». Ricordiamo che, dopo gli attentati dell’11 settembre, Chomsky dichiarò che l’America è uno «dei principali Stati terroristici». E durante la “guerra dei 30 giorni”(estate 2006) si incontrò con il

leader Hezbollah Hassan Nasrallah e approvò la decisione di mantenere l’uso delle armi. La prova dell’efficienza propagandista della retorica anti-sistema di al Qaida e di molte organizzazioni islamiche sovversive si è anche materializzata nel fatto che il terrorista d’estrema sinistra pro-palestinese Carlos ha abbracciato la fede “neo-wahhabita” e appoggia il jihad di al Qaeda, come

miche a fare proselitismo fra le masse amerindie “diseredate” e sedotte dalla retorica anti-occidentale di Chavez e degli islamici radicali. Ricordiamo che alcune tribù indiane del Venezuela e della Bolivia e alcune sezioni rivoluzionarie indiane del Comandante Marcos nel Chiapas (Messico) hanno già abbracciato la fede islamica in funzione “anti-sistema” e “anti-Gringos”. In Italia, non è

In Italia non è un caso che le nuove Brigate rosse si siano schierate con i jihadisti iracheni e con i talebani. Così come Toni Negri

spiega nel suo libro scritto in prigione nel 2005 L’Islam rivoluzionario (Le Rocher ed). Spostandosi su di un altro livello geopolitico, l’alleato latino-americano del presidente iraniano Ahmadinejad, Hugo Chavez (il presidente venezuelano, rosso discepolo di Fidel Castro), fa l’apologia dell’islamismo rivoluzionario e aiuta le organizzazioni isla-

Tre totalitarsimi contro la democrazia L’Occidente è sotto attacco. Mai nella sua storia è stato così odiato. Ce la farà a resistere? Questo il tema del nuovo lavoro di Alexandre Del Valle, appena uscito per Lindau

un caso che il “cervello”delle nuove Brigate Rosse (il braccio armato del Partito comunista combattente) Nadia Desdemona Lioce, si sia schierata con jihadisti iracheni dell’ex Ba’ath e di al Qaeda in Iraq e con i talebani e al Qaeda in Afghanistan sin dal 2001, in funzione “anti-imperialista”.

Allo stesso modo Toni Negri, l’ex ideologo di riferimento delle Brigate Rosse, oggi idolo dei No Global, ha dichiarato dopo l’11 settembre che la «sua compassione» era riservata solo agli «irregolari» scomparsi con le Twin Towers... Ad un altro livello, il discorso sovversivo degli islamisti radicali ha permesso l’avvicinamento, sin dall’11 novembre 2004, fra i No Global del Forum sociale europeo e gli islamisti salafiti dei Fratelli musulmani europei, vicini a Yussef Qardaoui (l’imam telepredicatore di al Jazeera che giustifica gli attentati kamikaze in Israele e in Iraq, anche

compiuti da donne e handicappati...) e alle associazioni dei fratelli Hani e Tariq Ramadan, che si sono unite ufficialmente all’Fse. Allo stesso tempo, il discorso patologicamente anti-ebreo e anti-americano di al Qaeda e degli islamici radicali seduce alcuni ideologi nazi-fascisti: il leader ideologico neonazista e pro-palestinese David Myatt, molto popolare fra gli “skin head” mondiali e il movimento americano razzista “Aryan Nation”, si è convertito all’islam per gli stessi motivi di Carlos: lottare per la Palestina, contro gli ebrei, gli americani e il capitalismo finanziario occidentale. Convertito nella moschea di Finsburry Park da Omar Bakri Mohammad, l’ex imam portavoce di al Qaeda a Londra, David Myatt, alias “Abdulaziz Ibn Myatt”, invita i nostalgici dell’Asse ad adottare la via della jihad, «vera religione marziale», che lotta più efficacemente contro gli ebrei e gli americani.

Ma sul mercato dell’odio anti-occidentale e “revanscista”, bin Laden deve ormai affrontare una concorrenza spietata: quella del rivoluzionario sciita Ahmadinejad, il presidente iraniano che sostiene concretamente (a differenza di al Qaeda) i terroristi palestinesi di Hamas o Hezbollah. Legato strategicamente ai rivoluzionari No Global, agli ultimi Stati comunisti del pianeta (Cuba, Corea del Nord, Cina, Bielorussia stalino-nazista, ecc) e agli Stati rossi latinoamericani “bolivaristi” e pro-Chavez, l’Iran seduce ancor meglio di bin Laden sia i rossi che i neri che vogliono “rovesciare l’ordine mondiale americano, sionista e imperialista”. I primi hanno sostenuto Ahmadinajad a Durban II, a Ginevra, quando ha denunciato l’America e Israele e ha difeso il programma nucleare iraniano. I secondi, gli “storici” nazisti-negazionisti come Irving, Faurisson o Mahler partecipano ogni anno a Teheran ai convegni per «provare che la Shoah è un invenzione, creata per giustificare i crimini compiuti da Israele contro i palestinesi». La concorrenza anti-sistema rappresentata da Ahmadinejad che vuol “cancellare Israele dalla mappa mondiale”e lottare contro“l’arroganza occidentale”è temuta da bin Laden e dal suo cervello, l’imam al Zawahiri. Entrambi sanno che gli sciiti, Hezbollah o Hamas li odiano e che i musulmani sunniti deplorano il fatto che al Qaeda uccida tanti musulmani. Tuttavia questa corsa al rilancio anti-sistema spinge questi due poli concorrenti a aumentare sempre di più il radicalismo verbale per tentare di sedurre sempre di più nuovi“utili idioti” e riguadagnare popolarità per frantumare il“fronte infedele”a livello, politico, psicologico e mediatico.


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Nell’ambito di questa concorrenza per la “leadership anti-imperialista”, il presidente nazislamista Ahmadinejad si è rivolto come bin Laden al “popolo americano”, scrivendo una lettera all’ex presidente americano George Bush infarcita di messaggi subliminali scientificamente pensati per elettrizzare i rivoluzionari anti-occidentali di tutto il mondo. Consapevole dell’ascesa dell’estrema sinistra in America Latina, dei rancori africani anticolonialisti e della crescita del movimento “altromondialista”in Europa,Ahmadinejad scrive: «I latinoamericani non hanno il diritto di chiedersi perché i loro governi eletti democraticamente vengono contrastati e invece i leader golpisti vengono appoggiati? Gli africani non hanno il diritto di chiedersi perché le loro enormi risorse vengono saccheggiate? […]. Il divario tra possidenti e indigenti, tra Paesi ricchi e Paesi poveri si allarga sempre di più? […]. Il liberalismo e la democrazia di tipo occidentale non sono capaci di contribuire alla realizzazione degli ideali dell’umanità». Alla stregua di Gheddafi, Arafat o Castro, Ahmadinejad tenta di unirsi al blocco dei nuovi “non allineati”e di sedurre i «cretini utili» della sinistra occidentale contraria alla mondializzazione. In conclusione, assistiamo attualmente ad un crescendo generale di odio anti-occidentale che mira a fare entrare in guerra contro le democrazie tutte le forze rivoluzionarie “utili” per gli obiettivi strategici dei protagonisti terroristi, associativi, statali, proseliti o criminali della “nuova conquista islamica mondiale”. Il fatto che i poli del totalitarismo islamico siano frammentati non impedisce al “fronte dell’odio” di allargarsi e di minacciare da fuori e da dentro un Occidente psicologicamente e demograficamente indebolito e diviso.

Il discorso “anti-sistema” di bin Laden o di Ahmadinejad procede ad una tattica globale che consiste nel federare tutte le forze che ce l’hanno contro Israele, l’Occidente, il capitalismo industriale e le democrazie liberali. Ricordiamo che la tattica adottata dai poli dell’islamoterrorismo non deve necessariamente essere coerente con la strategia globale per essere efficace, perchè la tattica è momentanea mentre la strategia è a lunga scadenza. Bisogna quindi precisare ai “rivoluzionari” sedotti dal revanscismo islamico anti-occidentale che questo darà profitto solo agli islamici, non agli alleati “infedeli”. Ricordiamo due esempi. Il primo è il “ringraziamento” per l’aiuto americano ai combattenti anti-sovietici musulmani durante la Guerra fredda: al Qaeda ammazzò 3000 americani l’11 settembre 2001. Il secondo è quello avvenuto in Iran dopo la vittoria di Khomeini, che si era alleato con i guevaristi, i nazionalisti palestinesi e i mujahiddin del popolo: furono tutti eliminati. Gli attuali alleati rivoluzionari non musulmani degli islamo-terroristi saranno anche loro eliminati dai cavalieri del jihad islamico, esattamente come i cristiani orientali che accolsero l’Islam in funzione anti-bizantina durante il primo secolo dell’islam, ma che furono poi perseguitati. O come gli ebrei di Medina, che accolsero Maometto e i suoi compagni nel 622 e poi furono sgozzati. Perchè il totalitarismo islamico concede la pace solo a quelli che abbracciano l’islam, mentre gli alleati “infedeli” hanno solo diritto alla “tregua”, che può essere rotta in qualsiasi momento. Lo prevede il Corano.

Dall’Himalaya alle calotte polari, dobbiamo capire cosa si sta sciogliendo

Il Raggiro Globale Dopo gli scandali sui dati falsi relativi al clima, ora l’Italia deve lanciare un’inchiesta seria: è l’unico modo per affrontare davvero il problema di Carlo Ripa di Meana rmai solo chi vuol chiudere gli occhi non se ne è accorto: la convinzione che sia in atto un catastrofico riscaldamento della terra, il tanto propagandato global warming, è quantomeno opinabile. E, forse, del tutto destituita di fondamento. Dopo il fallimento di Copenaghen, avremo i nuovi appuntamenti di Bonn, a primavera inoltrata, e di Città del Messico, in autunno. Se non vorremo andare incontro ad una nuova débacle, occorrerà riprendere in mano l’intera questione, ripensare criticamente i vecchi assunti sui cambiamenti climatici, e correggere la rotta. A Bonn e in Messico dovrebbero finalmente scendere in campo “i grandi” che a Copenaghen sono stati ai margini. Gli Usa, che s’interrogavano sulle risorse che, come abbiamo appreso più tardi, mancavano persino per la sanità. La Cina, che recitava la parte del paese virtuoso, che attendeva però, dovendo spendere molto, prima di muoversi di vedere impegni e fatti dell’Occidente. E poi Bra-

O

sile, Messico, Indonesia e altri che stanno facendo un loro gioco: vogliono soldi per ridurre le emisioni di Co2. Insomma, un complesso, variegato, reciproco ricatto.Tutti costoro nei prossimi vertici internazionali non potranno più giocare a rimpiattino, dovranno uscire allo scoperto.

L’Italia sarà presente ai due summit: perché non lavora per arrivarvi forte di una sua analisi e di proprie proposte,

anziché ripetere, insieme agli europei, tesi propagandistiche manifestamente sbugiardate? Perché, anzichè assistere a questa indigeribile sceneggiata, un qualche leader politico non avanza la meritoria proposta di fare un’inchiesta, attraverso una commissione parlamentare che coinvolga i migliori scienziati del clima, e che fornisca risposte chiare su questo imbroglio? Così facendo si potrebbe arrivare ad elaborare una posizione italiana sull’argomento, da portare nei due vertici internazionali.

Lancio dunque un appello affinché si arrivi ad un’inchiesta sull’imbroglio del global warming. E sarebbe inspiegabile se non venisse raccolto e fatto proprio da nessun leader politico italiano. Un terreno favorevole c’è: la commissione Ambiente del Senato si è mossa con serietà e non ha ceduto ai luoghi comuni politically correct di Bruxelles, e, peggio ancora, di Al Gore,


clima e ideologie

Dopo Copenhagen ci aspettano altri due incontri internazionali sull’ambiente. Se rimaniamo su questa rotta falliranno entrambi

del Principe Carlo e di Nicholas Stern. Ci sono poi, in Italia, scienziati come Franco Prodi, che non è certo “un reazionario negazionista”, e Antonino Zichichi, le cui competenze sono indiscusse, che non hanno abboccato a queste manovre propagandistiche. E poi c’è Franco Battaglia e il centro Leoni. E testate come Liberal e Il Foglio che martellano da tempo e correttamente su questi temi. Il bivio è questo: correggere la rotta prima di Bonn e del Messico, o fallire di nuovo. Voglio elencare almeno alcuni dei numerosi episodi che hanno dimostrato l’inattendibilità del global warming, anzi cito per primo una ricerca che minerebbe dalle fondamenta la teoria del riscaldamento globale. Secondo questo studio, apparso sull’autorevole rivista Science, un terzo dell’aumento delle temperature avvenuto fra il 1990 e il 2000 non sarebbe causato dall’impennata delle emissioni di Co2, prodotto dall’attività umana, ma dalla crescita del vapore acqueo presente nella stratosfera, dove l’uomo non ha nessun potere di influenza. La controprova sta nel fatto - sempre secondo la ricerca che dopo il 2000, quando il vapore acqueo della stratosfera è andato calando, c’è stato un rallentamento sensibile nel riscaldamento. L’inverno che stiamo vivendo segna poi un’inversione di tendenza.

La ricerca pubblicata da Science è l’ultima delle smentite che si sono presi i fanatici del global warming. Ma di fatti che l’avevano fatto considerare inattendibile ne erano già successi parecchi. È il caso della East Anglia University che è stata beccata con le mani nel miele: i suoi prestigiosi ricercatori e questo è accertato - si scambiavano email galeotte per esortarsi a vicenda ad alterare i dati sul riscaldamento del pianeta perché le loro tesi catastrofiste non venissero contraddette e per non perdere conseguentemente i lauti fianziamenti ricevuti. A questo increscioso episodio si è aggiunto quello riguardante i ghiacciai dell’Himalaya. Varrà la pena raccontare anche questa. Fra le montagne di carta messe in giro, poco prima di Copenaghen, dai ricercatori dell’Ipcc

(Gruppo intergovernativo per il mutamento climatico) ce n’erano alcune, super propagandate, che davano per altamente probabile lo scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya entro il 2035. Con tutti i terribili guai che un simile evento potrebbe produrre, compreso l’innalzamento catastrofico dell’Oceano Indiano e le montagne del Nepal ridotte a luoghi di elioterapia. Ebbene, subito dopo che questa valanga di fantasiose sciocchezze avevano cominciato a circolare vorticosamente, i grandi studiosi dei ghiacciai indiani intervennero per dire che non era vero nulla. Anzi, non solo il ritiro della calotta bianca si era fermato, ma in più punti la tendenza, negli ultimi dieci anni, si era invertita.

Una smentita tanto autorevole che il presidente dell’Ipcc, Rajendra Pachauri è stato costretto ad intervenire per spiegare il tutto. Ha raccontato che quei dati non erano stati diffusi da scienziati Ipcc, ma apparivano in un’

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si bianchi, causa il ritiro della calotta artica, avrebbero rischiato di affogare tutti entro una quindicina di anni. Per dire ciò si faceva forte delle conclusioni di un importante studioso. Peccato che lo stesso scienziato smentì Al Gore da lì a qualche ora, osservando che nella calotta polare artica è in atto un consolidamento, e in alcuni punti si assiste addirittura ad alcune estensioni. Complessivamente - nonostante il gran parlare che si è fatto di una nuova rotta resa praticabile dallo scioglimento dei ghiacciai - la tendenza degli anni Duemila è alla crescita dei ghiacciai artici. Per non dire dell’aumento del freddo avvenuto di recente sia nel Nord America, che nel Nord Europa, che nei massicci dell’Asia centrale: è recentissima l’ondata di gelo catastrofica, con tanto di centinaia di morti, che ha investito alcune zone dell’Afghanistan: segnatamente il Pamir e l’IndoKush, regioni prehimalayane. Come dimostrano il caso Pachauri, il caso East Anglia, i favolosi introiti del film di Al Gore, la valanga di soldi dati a Jeremy Rifkin (solo il Comune di Roma gli ha passato 280mila euro), piazzatosi come consulente a Bruxelles ed eternamente impegnato in costose tournèe, il catastrofismo non solo è basato su ricerche inattendibili, ma si è anche trasformato in uno straordinario business.

Siamo insomma di fronte ad un Circo di torbidi e consapevoli affaristi. Cose che hanno fatto scrivere sul Times a John Beddington, capo consigliere

Il fronte catastrofista non solo è basato su ricerche inattendibili, ma si è anche trasformato in un business conveniente

In alto il vice presidente americano Al Gore, autore di “Una scomoda verità” e Nobel per la pace. A destra, Jeremy Rifkin. In basso Noam Chomsky; secondo Del Valle, il fatto che Osama lo abbia citato «dimostra la pericolosità della svolta verde dello sceicco e di al Qaeda»

intervista di un dirigente del Wwf, che forniva queste notizie, mai confermate da studi scientifici. E quindi manifestamente infondate. Peccato però che si trovavano fra le carte diffuse dall’Ipcc. E del resto è emerso che lo stesso Pachauri ha un serio conflitto d’interessi: è capo dell’Ipcc, ma anche consulente di organizzazioni pubbliche e imprese industriali impegnate nella promozione di energie rinnovabili. E che dire di Al Gore? Nella terza giornata di Copenhagen, l’ex vice presidente americano aveva annunciato che i poveri or-

scientifico del governo laburista inglese, che gli scienziati dovrebbero «comportarsi con maggiore onestà» nell’elaborazione e diffusione dei dati sul global warming. E la richiesta di serietà e di chiarezza di Beddington va a maggior ragione raccolta perché da questa pagina squalificante per leggerezza ed affarismo, che è il global warming, si vogliono far sgorgare le motivazioni per imporre una nuova fiscalità, basata sul rimorso degli occidentali per i loro comportamenti. Attraverso gli scritti di Ronald

La guerra ecologista lanciata da bin Laden dimostra quanto sia urgente fare chiarezza nel settore: rischiamo davvero troppo

Dworkin, pubblicati dall’Harvard University Press, si cerca di introdurre un’ideologia che sorregga ogni correttivo alle esternalità negative prodotte. Si ritiene così che qualsiasi attività capace di produrre degli effetti sui terzi o meglio sui beni collettivi, deve essere accompagnata da un segno opposto, ovvero sia di natura compensativa. Con ciò si cerca pertanto di legittimare - come sostiene il meritorio lavoro di Giulio Cuzzolaro, giovane tributarista tutte quelle nuove imposte ambientali che difficilmente si armonizzerebbero con un sistema incentrato sul principio della capacità contributiva. Con questa nuova fiscalità si dovrebbero poi fare dei mega investimenti pubblici nella green industry, senza preoccuparsi se queste tecnologie verdi siano davvero un buon affare.

Dulcis in fundo, sul treno del global warming è salito, senza pagare il biglietto, lo sceicco del terrore, Osama bin Laden che con un’abile mossa mediatica ha lanciato un seducente appello per tutti i fondamentalisti verdi che odiano l’Occidente, aprendo così i suoi ranghi anche a laici miscredenti. È certamente non religiosa la ricetta proposta da Osama per far fronte ai cambiamenti climatici. Propone infatti un’economia che si discosti il più possibile dal dollaro. Al Qaeda, in difficoltà nel condurre la propria guerra, rafforza la sua posizione ideologica con motivazioni di stampo economico. Per tutte queste ragioni è auspicabile che si faccia davvero chiarezza sul global warming. E sarebbe davvero importante se l’Italia si rendesse protagonista di questa glasnost internazionale.


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Iraq. La Commissione esclude dalle liste centinaia di “sospetti ba’athisti” BAGHDAD. La polizia e le Forze di sicurezza irachene «prendono parte alla campagna elettorale in Iraq». È quanto mai significativo il titolo di ieri dell’agenzia stampa irachena, Aswat alIraq (La Voce dell’Iraq), in relazione all’apertura ufficiale della corsa al voto per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale (325 seggi complessivi), il secondo dalla caduta di Saddam Hussein. Come stabilito le urne saranno aperte solo il giorno del 7 marzo. Quella del giornale iracheno pubblicato on line in arabo, kurdo e in inglese è un’esagerazione. Non si può negare però che il Paese si avvii alle elezioni vivendo una rinnovata fase di insicurezza e di instabilità politica. Per quanto riguarda il terrorismo e gli scontri fra sciiti e sunniti, il 2010 sta già dimostrando un preoccupante continuità con l’anno trascorso. Due anni fa, la surge del generale Usa, David Petraeus, era stata valutata come la soluzione per tutti i problemi del Paese. Effettivamente il gruppo di “alQaeda in Iraq” era stato sgominato dalla sua vecchia roccaforte, la provincia di alAnbar. La soluzione del Pentagono tuttavia, già dopo le elezioni provinciali di gennaio 2009, aveva dimostrato che la sua efficacia fosse relativa esclusivamente al breve periodo. In particolare i Governatorati di Kirkuk e Dyala erano e sono tornati a vivere una nuova insorgenza di terrorismo e lotte tribali. Il primo dei due resta oggetto della diatriba insoluta fra il governo di Baghdad e quello regionale kurdo.

Entrambi vorrebbero accaparrarsene il controllo per gestire le concessioni alle immense risorse petrolifere locali. Dyala a sua volta continua a essere l’epicen-

La scure del governo sui candidati sunniti Il rinnovo del Parlamento, il secondo post Saddam, si vota (solo) il 7 marzo di Antonio Picasso

pagna elettorale si sia aperta ufficialmente ieri, sono ancora molte le liste dei candidati che risultano incomplete e soprattutto sono troppi i nomi di aspiranti parlamentari che rischiano di non poter essere votati. La Commissione elettorale che risponde direttamente al governo di Nouri al-Maliki ha preferito escludere

Kirkuk e Dyala diventano l’ago della bilancia. Ancora irrisolto, infatti, il contenzioso tra Baghdad e i curdi su chi debba controllarli tro insicurezza nel Paese. Il fatto di confinare con l’Iran, di essere abitata da tribù sciite, ma anche sunnite e kurde, oltre che da una minoranza cristiana, rende questa provincia una polveriera che le istituzioni centrali non riescono a controllare. Sul fronte politico il problema è che le differenti realtà religiose, etniche e tribali non riescono a convivere e a trovare un compromesso per imboccare la giusta strada della pacificazione e della normalizzazione politica. Per quanto la cam-

177 persone dal voto perché sospettate di essere legate al Partito Baath, dichiarato illegittimo dopo la caduta del regime. Inizialmente la lista degli esclusi era composta da 500 nomi. Adesso si parla di una prossima e ulteriore riduzione a circa 140 aspiranti candidati ai quali verrà negato il diritto di partecipare alla campagna elettorale. A loro difesa i sunniti adducono il fatto che la maggior parte della classe dirigente nazionale, che non sia stata vittima della repressione di Sad-

Per la prima volta, un Partito unisce sunniti e sciiti

E l’Inm prova il colpaccio Si chiamerà “Iraqi National Movement” (Inm) il partito formato da candidati sia sciiti sia sunniti che prenderà parte alle prossime elezioni. L’iniziativa merita di essere segnalata per due motivi. È la prima volta infatti che nel Paese si presenta una realtà politica trasversale alle due confessioni religiose di maggioranza nella società nazionale, sciiti e sunniti. Non è un caso che nel nome sia presente l’accezione di nazionalità. Altrettanto importante è la secolarità espressa dal movimento, un elemento che non ha precedenti nell’agone politico iracheno post-Saddam Hussein. Le intenzioni dell’Inm sono quelle di superare i contrasti confessionali ed etnici, sorti dopo il crollo del regime e che hanno portato l’Iraq a una guerra civile sfruttata da attori stranie-

ri, per esempio al-Qaeda, interessati alla destabilizzazione di tutta l’area. Tra le ambizioni dell’“Iraqi National Movement”, vi è l’assunzione di un atteggiamento unitario fra le parti, che superi le differenziazioni religiose. L’iniziativa vede coinvolte personalità quali l’ex Primo ministro del governo provvisorio, lo sciita Ayad Allawi, e l’attuale vice Presidente, il sunnita Tariq al-Hashemi. Proprio la presenza dei loro nomi nella lista dell’Inm però è suscettibile di perplessità. Il soggetto, candidando alcuni esponenti della stessa classe dirigente che vorrebbe sostituire, rischia di perdere tutto il suo valore innovativo e di svilire il messaggio di ricambio dell’establishment che ha fatto suo come manifesto programmatico di governo. (a.p.)

dam, presenta inevitabilmente un qualche coinvolgimento con quest’ultimo. La questione ha suscitato polemiche accese in seno alla stampa nazionale e da parte di alcune organizzazioni straniere. La censura politica subita da Saleh al-Mutlaq and Dhafir al-Ani, esponenti della comunità sunnita, ha provocato le accuse più animate nei confronti del Premier al-Maliki. Si parla infatti di una sistematica emarginazione dei sunniti dal governo del Paese a esclusivo vantaggio del suo partito, il Dawa.

Già alla fine del 2009, in seguito a un’operazione politica che mirava a compattare il fronte sciita, al-Maliki era stato fatto oggetto di critiche anche dagli alleati dello Scii (il Consiglio supremo islamico in Iraq). Le intenzioni del premier apparivano quelle di chi intende assumersi poteri di un presidenzialismo che non sono contemplati dalla Costituzione irachena. Ma soprattutto di al-Maliki non era stato apprezzato l’eccessivo dialogo con il vicino Iran. Dato il precario livello di sicurezza, tutte le forze politiche si sono trovate d’accordo nello sconsigliare il Premier in merito a un’infiltrazione degli interessi di Teheran nel Paese, oltre a quelli che già ci sono. Ciononostante, sembra che il governo di Baghdad non intenda retrocede, né sulla politica delle alleanze regionali né sulla censura dei candidati sospettati di collusione con il passato regime.Di fronte a tutto questo, suscita perplessità la decisione degli Stati Uniti di dimezzare comunque la loro presenza militare nel Paese entro l’estate. Ad agosto il contingente Usa passerà dalle 100 mila alle 50 mila unità sul territorio iracheno. Nessuno parla di exit strategy a tutti gli effetti. Del resto l’Occidente sarà attivo in Iraq ancora per lungo tempo, grazie all’operazione “Nato Training Mission - Iraq” (Ntm-I), della quale fa parte anche l’Italia, impegnata nell’addestramento delle “Iraqi Security Forces” (Isf). Tuttavia, mentre il contributo dell’Alleanza atlantica resta assodato, è lecito domandarsi quanto non sia altrettanto utile un prolungamento della presenza delle truppe Usa. Questo per la costruzione di una democrazia nel Paese, onde evitare che forze di destabilizzazione interne ed esterne facciano fallire i fragili successi ottenuti dalla caduta di Saddam Hussein a oggi.


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Gli Usa confermano la visita, e Pechino si infuria

Occidente “preoccupato”, i soldati bloccano la capitale

La Cina intima a Obama: «Non vedere il Dalai Lama»

Colombo blindata per il processo a Fonseka

PECHINO. La Cina chiede uffi-

COLOMBO. Il governo ha rafforzato le misure di sicurezza a Colombo in vista del processo a Sarath Fonseka, mentre la Corte suprema è chiamata a valutare una domanda in cui si contesta l’arresto del generale. Il leader dell’opposizione - sconfitto alle presidenziali da Mahinda Rajapaksa e arrestato l’8 febbraio scorso - deve rispondere delle accuse di “cospirazione” e istigazione alla rivolta. Rischia la Corte marziale, perché considerato ancora un membro delle forze armate. Fonseka respinge ogni addebito e attraverso la moglie, che lo ha incontrato nel carcere militare, invita i suoi sostenitori alla calma. Egli intende sedare gli animi, dopo i

cialmente agli Stati Uniti di cancellare l’incontro programmato per la settimana prossima fra il presidente Barack Obama e il Dalai Lama. Parlando ieri mattina ai giornalisti, Ma Zhaoxu (portavoce del ministero degli esteri) ha detto che il suo governo ha presentato una richiesta in modo “solenne” e espresso la sua posizione in modo “consistente e chiaro”. «La Cina si oppone con fermezza - ha aggiunto - a che il Dalai Lama visiti gli Stati Uniti e che i leader Usa lo contattino… Noi facciamo pressione alla parte statunitense perché capisca appieno la sensibilità alta delle questioni legate al Tibet, onori il suo impegno a riconoscere il Tibet come parte della Cina, si opponga alla sua indipendenza». Due giorni fa Robert Gibbs, portavoce della Casa Bianca, ha confermato che Obama incontrerà il leader spirituale tibetano il 18 febbraio. «Pensiamo di avere un rapporto abbastanza maturo con la Cina – ha detto Gibbs – così da poter essere d’accordo su temi di comune interesse», senza essere d’accordo su tutto. L’ottobre scorso Obama non ha ricevuto il Dalai Lama, a poche settimane da un suo viaggio in Asia, che comprendeva anche una tappa in Cina. In un suo in-

Il patto franco-tedesco conquista anche la Bce Spiegel anticipa: Weber sarà presidente, non Draghi di Enrico Singer leggere le anticipazioni di Der Spiegel, che tutte le agenzie di stampa hanno rilanciato ieri pomeriggio, la partita per la successione di JeanClaude Trichet alla guida della Banca centrale europea sarebbe stata già vinta da Axel Weber, l’attuale governatore della Bundesbank, grazie all’appoggio che la Francia di Nicolas Sarkozy gli ha promesso. Con buona pace della possibile candidatura di Mario Draghi. Ed anche delle assicurazioni di Silvio Berlusconi che, non più tardi di mercoledì sera, da Bruno Vespa, aveva smentito l’esistenza di un «muro di Berlino» contro il governatore di Bankitalia avvertendo che «è del tutto prematuro parlare dell’identikit del futuro presidente della Bce». In effetti il mandato di Trichet scade alla fine dell’ottobre 2011. C’è più di un anno e mezzo per aprire formalmente la corsa, ma nel risiko delle poltronissime europee i grandi giocatori cominciano molto presto a stringere le alleanze e a piazzare le loro bandierine per assicurarsi il risultato finale. E l’accordo tra Parigi e Berlino sul cambio della guardia alla Banca centrale fa parte di quella più generale diarchia che ha ormai conquistato saldamente le redini dell’Unione europea come ha dimostrato in questi giorni anche il caso del protettorato economico imposto da Francia e Germania alla Grecia in crisi.

A

zione della moneta comune e della stessa Banca centrale che ha sede a Francoforte nel palazzo tutto vetro e cemento dell’Eurotower. Quando, nel 1998 (allora l’euro era ancora soltanto un’unità di cambio), si trattò di scegliere il primo presidente della Bce, proprio per non fare un torto né a Berlino, né a Parigi, fu trovato il compromesso attorno al nome di Wim Duisenberg, già governatore della Banca centrale olandese e ministro delle Finanze dell’Aja, che il primo novembre del 2003 ha passato il testimone al francese Jean-Claude Trichet in vista della staffetta con un tedesco.

Il primo appuntamento formale per il rinnovo dei vertici della Bce è fissato già per lunedì prossimo quando l’Eurogruppo designerà il candidato alla successione del vicepresidente della Banca centrale, il greco Lucas Papademos, il cui mandato scade quest’anno a maggio. I candidati sono due: il lussemburghese Yves Mersch e il portoghese Vitor Constancio. Il governatore della Banca centrale del Granducato, però, è considerato ormai fuori gioco perché al suo più illustre compatriota Jean-Claude Juncker, premier del Lussemburgo, è andata la presidenza stabile dell’Eurogruppo per la quale era stato fatto anche il nome di Giulio Tremonti. La vicepresidenza della Bce andrà, quindi, al portoghese Vitor Costancio e anche questa scelta, secondo i commentatori tedeschi, potrebbe giocare a sfavore di Draghi nella gara per la poltrona di numero uno perché c’è una regola non scritta che, finora, ha assicurato la vicepresidenza a uno dei Paesi del “Club Med”e la presidenza a uno dei Paesi del “Club del Nord” anche se non è previsto da nessuna parte che possa esser fatto valere un simile criterio di divisione della governance della Banca centrale europea. Ma la spartizione delle poltrone tra i veri padroni dell’Europa, questa sì che è una realtà. E da quando il francese Dominique Strauss-Kahn è andato a guidare il Fondo monetario, l’irresistibile ascesa di Axel Weber alla Bce era già segnata.

La successione a fine ottobre del 2011, ma le alleanze si stringono adesso e già lunedì la vicepresidenza a un portoghese

contro con il presidente Hu Jintao egli aveva affermato che gli Usa riconoscono il Tibet come parte della Cina, ma che esortavano Pechino a riprendere i colloqui con il leader buddista.

Il cambiamento apparente di politica si lega a una serie di tensioni Cina-Usa emersi in questi mesi: la polemica sulla censura di Google; le armi vendute a Taiwan; il deprezzamento dello yuan; le diversità di approccio al nucleare nordcoreano e a quello iraniano. Nei confronti dell’Iran, Pechino vuole che si continui sulla strada del dialogo e della diplomazia; Washington vuole un inasprimento delle sanzioni internazionali.

Der Spiegel, bontà sua, nell’articolo che verrà pubblicato nell’edizione di lunedì, scrive che Mario Draghi «è ancora in corsa per la presidenza della Bce», ma nota che l’appoggio di Parigi a Weber «è considerato decisivo» da quelle stesse «fonti diplomatiche europee» che hanno passato al settimanale la notizia dell’endorsement francese alla promozione del governatore della Bundesbank che sarebbe una «ricompensa adeguata» per Berlino rimasta fuori dall’ultima tornata di nomine europee proprio per ottenere il posto che più le interessa. In realtà, il patto franco-tedesco per il controllo della cabina di regia dell’economia europea - e dell’euro - è nato insieme alla crea-

violenti scontri dei giorni scontri fra simpatizzanti governativi e sostenitori dell’opposizione.

La crescente tensione in Sri Lanka preoccupa Stati Uniti, Unione europea e le Nazioni Unite. Il segretario generale Onu Ban Ki-moon ha discusso dell’arresto di Fonseka con il presidente Rajapaksa. Egli ha manifestato i “timori” della comunità internazionale per gli ultimi sviluppi nel Paese. Intanto i reparti speciali della sicurezza hanno blindato le vie di Colombo. Prashanth Jayakody, portavoce della polizia, spiega che sono state prese «misure preventive per assicurare il mantenimento della legge e dell’ordine». Le opposizioni denunciano la continua opera di accentramento dei poteri nelle mani del presidente. Rajapaksa, già capo di Stato, Ministro della difesa e delle finanze, ha assunto anche il controllo del Dicastero dell’informazione. Egli lancia anche accuse a Stati Uniti e Norvegia, che avrebbero “speso un sacco di denaro” per finanziare la campagna del generale Fonseka, nascondendo “interessi personali” dell’Occidente dietro la scelta politica. Preoccupazione viene espressa anche dalle associazioni per i diritti umani.


cultura

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Negare l’Unità risorgimentale significa rompere la continuità del progetto sul quale la nostra comunità è nata e vive Quella che pubblichiamo, è la parte del discorso che il presidente Napolitano dedicata alla questione della «disunità d’Italia» e dell’Antirisorgimento. on l’avvicinarsi del centocinquantenario dell’Unità d’Italia, si vedono emergere, tra loro strettamente connessi, giudizi sommari e pregiudizi volgari sul quel che fu nell’800 il formarsi dell’Italia come Stato unitario, e bilanci approssimativi e tendenziosi, di stampo liquidatorio, del lungo cammino percorso dopo il cruciale 17 marzo 1861. C’è chi afferma con disinvoltura che sempre fragili sono state le basi del comune sentire nazionale, pur alimentato nei secoli da profonde radici di cultura e di lingua; e sempre fragili, comunque, le basi del disegno volto a tradurre elementi riconoscibili di unità culturale in fondamenti di unità politica e statuale. E c’è chi tratteggia il quadro dell’Italia di oggi in termini di così radicale divisione, da ogni punto di vista, da inficiare irrimediabilmente il progetto unitario che trovò il suo compimento nel 1861.

C

Non deve sottovalutarsi la presa che può avere in diversi strati dell’opinione pubblica questa deriva di vecchi e nuovi luoghi comuni, di umori negativi e di calcoli di parte. E bisogna perciò reagire all’eco che suscitano, in sfere lontane da quella degli studi più seri, i rumorosi detrattori dell’Unità italiana. (…) Io vorrei solo suggerire, qui, il punto di osservazione dal quale si può meglio cogliere la forza e la validità dell’esperienza storica dell’Italia unita. Un punto di riferimento come quello costituito dagli eventi che fanno per così dire da spartiacque tra l’Italia che consegue la sua unità e l’Italia che inizia, ottantacinque anni dopo, la sua nuova storia. Parlo del momento segnato dall’avvento della Repubblica, dall’elezione dell’Assemblea Costituente, dall’avvio e dallo svolgimento dei lavori di quest’ultima. Campeggia, nella Carta che l’Assemblea giunse ad adottare nella sua interezza il 22 dicembre 1947, l’espressione «una e indivisibile», riferita alla Repubblica ch’era stata proclamata poco più di un anno prima. E ci si può chiedere se si tratta di un’espressione rituale, di una meditata e convinta visione della condizione effettiva

del Paese, o di un supremo, vincolante impegno politico e morale. Ma in quel momento non poteva comunque mancare, nei padri costituenti, la consapevolezza di come l’unità della nazione e dello Stato italiano fosse stata appena, faticosamente messa al riparo da prove durissime che l’avevano come non mai minacciata. Una consape-

C’è chi tratteggia il quadro di oggi in termini di così radicale divisione, da inficiare gravemente il progetto che trovò il suo compimento nel 1861

volezza che dovrebbe oggi essere seriamente recuperata: avrebbero potuto resistere a quelle prove le basi della nostra unità nazionale se fossero state artificiose, fragili, poco sentite e condivise, come da qualche parte si continua a ripetere? L’unità forgiatasi nel Risorgimento aveva ben presto dovuto far fronte all’esplodere - già nell’estate del 1861 - del brigantaggio meridionale, che sembrò mettere in causa l’adesione delle popolazioni del Mezzogiorno al nuovo Stato nazionale, e su cui fece leva il tentativo borbonico di suscitare una guerriglia politica a fini di restaurazione. Le forze del giovane Stato italiano dovettero impegnarsi per anni, fino al 1865, per sventare quel tentativo, per sconfiggere militarmente il “grande brigantaggio”, senza che peraltro venissero date risposte a quel che era stata anche una disperata guerriglia sociale dei contadini poveri del Mezzogiorno. Le ragioni storiche profonde dell’Unità risultarono più forti dei limiti e delle tare, pure innegabili, del-

l’unificazione compiutasi nel 1860-61; e ressero per lunghi decenni, da un secolo all’altro, a fratture e sommovimenti sociali, a conflitti e rivolgimenti politici che pure giunsero a scuotere l’Italia unita. Ma con la crisi succeduta alla prima guerra mondiale, con il rovesciamento, ad opera del fascismo, delle istituzioni liberali dello Stato unitario, e con la conseguente estrema deriva nazionalistica e bellicista della politica italiana, si crearono le premesse per un fatale processo dissolutivo che culminò emblematicamente nella giornata dell’8 settembre del 1943.

Quando l’Assemblea Costituente si riunisce a Roma e si mette all’opera per assolvere il suo mandato, essa ha dunque alle spalle precisamente il collasso dello Stato che era nato, nazionale e unitario, sotto l’egida della monarchia sabauda, per finire travolto dalla degenerazione totalitaria e dall’avventura di guerra del fascismo, avallata dalla monarchia. Non a caso, lo Stato rinasce nella forma repubblicana, per volontà popolare, e si appresta a darsi un nuovo quadro di istituzioni, di principi e di regole per accogliere le istanze di libertà, di democrazia, di progresso civile e sociale, di degna e pacifica presenza nel mondo, di un’Italia che ha ritrovato la sua unità. L’ha ritrovata a carissimo prezzo. Perché allo sfacelo del vecchio Stato sono seguiti gli anni dell’occupazione straniera, liberatrice al Sud e ferocemente dominatrice al Nord; sono seguiti i 20 mesi dell’Italia tagliata in due. È guardando all’estrema drammaticità di quell’ancora vicinissimo e scottante retroterra storico, che si può - dall’altura, per così dire, della neonata Repubblica e della sua appena insediata Assemblea Costituente - osservare e pienamente valutare la profondità delle radici su cui l’unità della nazione italiana ha dimostrato di poggiare e di poter fare leva. Nel dicembre 1943 Benedetto Croce si diceva «fisso nel pensiero che tutto quanto le generazioni italiane avevano in un secolo costruito politicamente, economicamente e moralmente è distrutto»; e infatti tra il ’43 e il ’45 l’Italia unita rischiò di perdere la sua dignità e indipendenza nazionale e vide perfino insidiata la sua compagine territoriale. (…) Certo si è che oggi assistiamo - e per alcune zone ci troviamo

Il documento. L’Intervento del capo dello Stato all’Accademia dei Lincei

Attenti, non spaccate l’Italia di Giorgio Napolitano

col fatto compiuto - ad un fenomeno inverso a quello del Risorgimento, e sembra anch’esso irresistibile, verso le autonomie locali. Non si tratta soltanto, come si diceva allora, di «portare il governo alla porta degli amministrati», con un decentramento burocratico ed amministrativo, sulle cui neces-

sità tutti oggi concordano; si tratta di «porre gli amministrati nel governo di sé medesimi». Quella fu dunque la scelta dei Costituenti: e io mi limito ora a rievocarla - qualunque giudizio si possa esprimere sugli svolgimenti che essa ha avuto nei decenni successivi - solo per integrare l’argomento da cui sono


cultura di rafforzarne le basi e le prospettive. E qui non posso non toccare il tema del più grave dei motivi di divisione e debolezza che hanno insidiato e insidiano la nostra unità nazionale. Mi riferisco, ovviamente, alla divaricazione e allo squilibrio tra Nord e Sud, alla condizione reale del Mezzogiorno. Anche le analisi più recenti hanno confermato quanto profondo resti, per molteplici aspetti, il divario tra le regioni del Centro-Nord e le regioni meridionali, al di là delle pur sensibili differenziazioni che tra queste ultime si sono prodotte.

partito sulla profondità delle ragioni e delle radici del processo unitario e sulla drammaticità delle prove da esso superate in frangenti storici cruciali; per integrare questo argomento con quello dell’efficacia che scelte volte a incidere su antichi e nuovi motivi di debolezza dell’Unità possono avere al fine

E oggi meritano forse una riflessione formule come quella, per lungo tempo circolata, della “unificazione economica” che avrebbe dovuto seguire e non seguì alla “unificazione politica” del paese; s’impone un approccio meno schematico, più attento alle peculiarità che possono caratterizzare lo sviluppo nelle diverse parti del paese, e ai modi in cui se ne può perseguire l’integrazione riducendosi il divario tra i relativi ritmi di crescita. Si impone un approccio più attento a tutte le molteplici componenti di un aggravamento della questione meridionale che ha la sua espressione più evidente nel peso assunto dalla criminalità organizzata. E nell’allargare e approfondire l’analisi, si incontra il nodo di una crisi di rappresentanza e direzione politica nel Mezzogiorno che è stata fatale dinanzi alla prova dell’autogoverno regionale. È futile e fuorviante assumere questo stato di cose come prova che l’Italia non è unita e non può esserlo. Si deve comprendere che la condizione del Mezzogiorno pone il più preoccupante degli interrogativi per il futuro del paese nel suo complesso. L’affrontare nei suoi termini attuali la questione meridionale non è solo il maggiore dei doveri della collettività nazionale, per avere essa fatto della trasformazione e dello sviluppo del Mezzogiorno una delle missioni fondative dello Stato unitario; ma è anche un impellente interesse comune, perché è lì una condizione e insieme un’occasione essenziale per garantire all’Italia un più alto ritmo di sviluppo e livello di competitività. E infine, per ardui che siano gli sforzi da compiere, non c’è alternativa al crescere insieme, di più e meglio insieme, Nord e Sud, essendo storicamente insostenibili e obbiettivamente inimmaginabili nell’Europa e nel mondo d’oggi prospettive separatiste o indipendentiste, e più semplicemente ipotesi di sviluppo autosufficiente di una parte soltanto, fosse anche la più avanzata economicamente, dell’Italia unita. Tutte le tensioni, le spinte divisive, e le sfide nuove con cui è chiamata a fare i conti la nostra unità, vanno riconosciute, non

taciute o minimizzate, e vanno affrontate con il necessario coraggio. Di queste sfide è bene avere una visione non provinciale. Non è solo l’Italia che vede messa alla prova la sua identità e funzione di Stato nazionale nel rapporto con l’integrazione europea. Il nostro è sempre stato tra i paesi fondatori dell’Europa comunitaria più sensibili e aperti all’autolimitazione della sovranità nazionale come elemento costitutivo della costruzione di un’Europa unita. Ciò non ha peraltro mai significato - anche per i più conseguenti fautori, fin dal 1950, di un modello d’Europa con significativi connotati sovranazionali - sottovalutare il peso degli Stati nazionali e degl’interessi nazionali, né tantomeno il ruolo delle identità storico-culturali nazionali. (…)

Chiudo questa digressione, volta a suggerire un allargamento delle nostre riflessioni e discussioni italiane, volta cioè a dare una percezione corretta di quel che accomuna e di quel che distingue le sfide, le prove cui sono sottoposte le compagini nazionali in Italia e variamente in Europa o, su scala e su basi molto diverse, negli Stati Uniti, protagonisti della più grande e ricca esperienza di costruzione democratica unitaria. Naturalmente, noi abbiamo da fare come italiani il nostro esame di coscienza collettivo cogliendo l’occasione del centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Possiamo farlo, non ignorando certo i modi concreti della nascita dello Stato unitario, le scelte che prevalsero nel confronto tra diverse visioni del percorso da seguire e dello sbocco cui tendere; non ignorando, anzi approfondendo i termini di quell’aspra dialettica, ma senza ricondurre ai vizi d’origine della nostra unificazione statuale tutte le difficoltà successive dell’Italia unita così da approdare a conclusioni di sostanziale scetticismo sul suo futuro. Le delusioni e frustrazioni che furono espresse anche da figure tra le maggiori del moto risorgimentale, e che operarono nel profondo dei sentimenti e degli atteggiamenti popolari, hanno sin dall’inizio costituito un problema da affrontare guardando avanti. Questo fu, io credo, l’apporto del meridionalismo che con Giustino Fortunato, e grazie anche a illuminati uomini del Nord - si caratterizzò come grande cultura dell’unitarismo critico, impegnata a indicare la necessità di nuovi indirizzi nella politica generale dello Stato nazionale la cui unità veniva però riaffermata categoricamente nel suo valore storico. Certo, la frattura più grave di cui il nostro Stato nazionale ha fin dall’inizio portato il segno e che ha finito per protrarsi - nonostante i tentativi, benché non

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del tutto privi di successo, messi in atto a più riprese - e quindi restando ancor oggi cruciale, è quella tra Nord e Sud. E ho già detto in quali termini essa ci si presenti ora e ci impegni più che mai. Ma altre fratture originarie si sono ricomposte: come quella tra Stato e Chiesa, tra il nuovo Stato, che anche con il contributo degli uomini del cattolicesimo liberale nel corso del Risorgimento era stato concepito, e la Chiesa spogliata, perdendo Roma, del potere temporale. E sono state superate con successo dalla comunità nazionale.

C’è da chiedersi quanto, da alcuni decenni, questo patrimonio di valori unitari si sia venuto oscurando - anche nella formazione delle giovani generazioni - e come ciò abbia favorito il diffondersi di nuovi particolarismi, di nuovi motivi di frammentazione e di tensione nel tessuto della società e della vita pubblica nazionale. E non possiamo dunque sottovalutare i rischi che ne sono derivati e che ci si presentano oggi, alla

È l’ora di guardare all’orizzonte più largo del futuro della Nazione, per elevare al livello di valori comuni il fare politica e l’operare nelle istituzioni

vigilia del centocinquantesimo anniversario dell’Unità. È indispensabile, ritengo, un nuovo impegno condiviso per suscitare una ben maggiore consapevolezza storica del nostro essere nazione e per irrobustire la coscienza nazionale unitaria degli italiani. Dobbiamo innanzitutto - torno a sottolinearlo attingere a una ricerca storiografica che ha dato, fino a tempi recenti, frutti copiosi e risultati di alto livello : come il fondamentale studio dedicato da Rosario Romeo a Cavour e al suo tempo. Uno studio dal quale emerge il ruolo preminente e innegabilmente decisivo dello statista piemontese, guidato

dalla «convinzione che esistesse una sola nazione italiana e che essa avesse diritto a una propria esistenza politica»; il ruolo decisivo di quel Cavour grazie al quale, al Congresso di Parigi del 1856, per la prima volta nella storia uno Stato italiano aveva «pensato a tutta l’Italia» e «parlato in nome dell’Italia». Nello stesso tempo, è emersa ad opera degli studiosi tutta la ricchezza del processo unitario e degli apporti che ad esso vennero dai rappresentanti più alti di concezioni pur così diverse del movimento per l’Unità, come Cavour, Mazzini, Cattaneo, Garibaldi, che concorsero, dando vita all’Italia unita, al maggior fatto nuovo nell’Europa di quel tempo.

Ebbene, è pensabile oggi un forte impegno per riproporre le acquisizioni della nostra cultura storica, relative a quel che hanno rappresentato il Risorgimento e la sua conclusione nella storia d’Italia e d’Europa? E per collegarvi una riflessione matura su tappe essenziali del lungo percorso successivo, fino alla rigenerazione unitaria espressasi nei valori comuni posti a base della Costituzione repubblicana? Dovrebbe essere questo il programma da svolgere di qui al 2011: un impegno che vogliamo considerare pensabile e possibile, anche perché ci sono nuove e stringenti ragioni per condividerlo. Questo esigono le incompiutezze dell’opera di edificazione dello Stato unitario, prima, e dello Stato repubblicano disegnato dai Costituenti, dopo, e le nuove sfide al cui superamento è legato il nostro sviluppo nazionale, ed è nello stesso tempo legato il nostro apporto al rilancio di un’Europa riconosciuta e assertiva nel mondo che è cambiato e che cambia. Non c’è bisogno che dica a voi quale sforzo e contributo si richieda al mondo della cultura e alle sue istituzioni. Ma l’impegno condiviso di cui parlo implica una svolta da parte dell’insieme delle classi dirigenti, un autentico scatto di consapevolezza e di volontà in modo particolare da parte delle forze che hanno, o possono assumere, responsabilità nella sfera della politica. Spero ci si risparmi il banale fraintendimento del vedere sempre in agguato l’intento di un appello all’abbraccio impossibile, alla cessazione del conflitto, fisiologico in ogni democrazia, tra istanze politiche e sociali divergenti. È tempo che ci si liberi da simili spettri e da faziosità meschine, per guardare all’orizzonte più largo del futuro della Nazione italiana, per elevare al livello di fondamentali valori e interessi comuni il fare politica e l’operare nelle istituzioni.


cultura

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Mostre. Arriva nella Capitale, dal 16 febbraio al 13 giugno al Museo Fondazione Roma, l’esposizione milanese dedicata al grande artista statunitense

Il Sole in una stanza Viaggio nei paesaggi e nelle solitudini dell’uomo attraverso Edward Hopper, il padre del realismo americano di Rita Pacifici

ROMA. «Forse non sono umano» diceva di sé Edward Hopper commentando quella strana predilezione per i luoghi e gli edifici deserti o abitati da figure solitarie, e quella particolare filosofia artistica, di difficile definizione ma enunciata in modo scarno ed essenziale, che consisteva soltanto nel voler «dipingere il sole sul lato del muro di una casa». In effetti, l’artista americano, nato nel 1882 a Nyack, nello stato di NewYork, è celebre per la scelta ossessiva dei soggetti, ed è tra pittori che più hanno contribuito a disegnare nella cultura del Novecento gli scenari del nuovo mondo, colto nel suo lato dimesso e quotidiano e sospeso tra memorie vittoriane e suggestioni della modernità che avanza.

Un paesaggio esplorato a lungo con Jo, anche lei pittrice, moglie e unica musa, prima in treno nel New Mexico e nel Colorado poi, a partire dal 1927, con la macchina acquistata dopo i primi successi sul mercato dell’arte, percorrendo il Maine e il New Hampshire. Lunghi mesi di viaggio per conoscere la propria terra, una vita “on the road” che è innanzitutto la ricerca di una nuova poetica dello sguardo e di rinnovate ispirazioni da trasferire sulla tela. È in questi anni che Hopper torna a guardare alle proprie radici e a modelli autoctoni, emancipandosi dalla cultura straniera, assimilata durante i lunghi studi in Francia, pur senza mai abbandonare la profonda lezione formale appresa nella vecchia Europa che segna per sempre la sua formazione. È un percorso artistico articolato e di grande forza espressiva, raccontato nella mostra progettata dalla Fondazione Roma, in una prima tappa allestita a Milano e dal 16 febbraio fino al 13 giugno visitabile nella capitale, presso il Museo della Fondazione. Oltre 160 opere, con 5 novità nell’edizione romana, provenienti per la maggior parte dal Whitney Museum of American Art, istituzione alla quale Hopper era indissolubilmente legato, sede delle prime esposizioni

che rivelarono al pubblico la genialità del pittore. Un ricco spaccato dell’intera produzione di oli disegni e acqueforti, che evidenzia la duplice anima e questa divaricazione della pittura di Hopper, dai primi lavori

segnati dall’infatuazione per Parigi e per i suoi linguaggi, alla formulazione di un registro espressivo nello stesso tempo più preciso e più astratto, in una originale meditazione del realismo americano. La passione

E ora, tutti pazzi per lui di Pier Mario Fasanotti uando si parla tanto di un artista, o pittore o scrittore, si ha la tentazione, avendolo amato prima dello scoppio di notorietà globalizzata, di dire che non ci piace più o solo “abbastanza”. Come se l’enorme esposizione mediatica risultasse un furto compiuto nella nostra mente estetica ed emozionale. La mostra su Edward Hopper è stata vista a Milano da oltre 200mila persone. Fatto mirabile, che si ripeterà, e con code più lunghe, a Roma.Tuttavia rimane in piedi questo nostro vizietto narcisistico: Hopper non è più “mio” perché se ne sono appropriati gli altri, troppi altri. Per fortuna ci sono anche “altri”che colgono l’occasione per creare, a margine di un evento, riflessioni e suggestioni narrative. Mi riferisco al libro di Aldo Nove intitolato“Si parla troppo di silenzio”(edizioni Skira), dove lo scrittore fa il regista, come su un palcoscenico di carta, di un improbabile incontro-discussione tra il pittore e lo scrittore Raymond Carver. Li unisce l’essenzialità, cosa di cui avremmo tanto bisogno oggi, in Italia ma non solo. Ma una domanda esce in modo prepotente: perché tanti applausi a Hopper? Non è da trascurare il fatto che l’artista ebbe un iniziale percorso come illustratore. E la tecnica dell’illustrazione è rimasta come approccio alla realtà contemporanea, non da ridimensionare a mera didascalia di fatti quanto piuttosto “scatto”sull’emozione imperante: la solitudine, ritratta in una fissità sconcertante, quasi sempre in un interno. E l’interno ha una potente valenza nel nostro modo di vivere: c’è una quasi maniacale attenzione alla nostra casa, al nostro privato, delusi come siamo delle sciatte e contradditorie parole che si odono all’esterno. È come se Hopper ricorresse al silenziatore e aumentasse il volume del silenzio delle donne ritratte, attonite, perplesse, ondeggianti tra la pacata riflessione e lo scoramento. Come abbandonate a un destino, di cui però non c’è indizio. L’arte di Hopper presenta anche un altro aspetto in grado di spiegare il suo successo. I quadri e i disegni paiono costruiti per consentire, se non incoraggiare, la dualità dell’arte, ossia la doppia figura del creatore e dell’osservatore. È un dialogo intimo, che prima afferra la bocca dello stomaco e poi i nostri dormiveglia più immaginativi. In un certo senso Hopper ha inventato il voyeurismo. Noi, infatti, continuiamo a guardare quelle figure malinconiche, ci specchiamo in esse, e cogliamo ciò che caratterizza meglio quella pittura: non tanto la situazione quanto l’atmosfera. Noi, così sfibrati dalle situazioni, voliamo dentro le atmosfere. E queste non respingono mai in quanto possibili contorni di vite, le nostre comprese.

Q

del giovane per la capitale culturale dell’Europa fu fortissima. Hopper vi si fermò per tre soggiorni diversi. Il primo a 24 anni nel 1906, quando timido e non incline alla vita di bohemien, alloggiò presso una missione battista in rue de lille, poi nel 1909 e ancora nell’anno successivo, tappa di un percorso anche in Spagna. Tra un soggiorno e l’altro, mesi di nostalgia per questa città che colpisce l’artista perché più armoniosa di New York e dove «tutto sembra modulato su un tono più delicato».

È l’immersione in un mito artistico e letterario che porta Hopper ad allontanarsi dagli schemi compositivi appresi a scuola, caratterizzati da colori molto scuri, ben visibili nei primi e numerosi autoritratti e a schiarire la tavolozza nel tentativo di restituire, nel lavoro en plein air, l’intensa luminosità del lungo Senna, dei boulevard, delle atmosfere parigine. La nutrita sezione dei lavori di questo periodo, rappresenta nella mostra una parte significativa del debito formativo contratto da Hopper nei confronti della fascinosa “ville lumière”, basti pensare a soggetti convenzionali come Notre-Dame, Le Ponts des Arts, Le Pont

Royal, Le Pavillon de Flore e Le bistrò, riuscita evocazione dei vasti spazi di Parigi, o all’olio del 1914 Soir bleu, il dipinto più grande che l’artista abbia mai prodotto, un teatrale caffè dalle atmosfere torbide e dall’intenso cromatismo. La tela, definita dai critici «un’ambiziosa fantasia», ebbe un clamoroso insuccesso in patria, così lontana dal gusto realista che

dominava l’ambiente contemporaneo e costituì, forse proprio per il mancato apprezzamento, uno spartiacque, l’inizio di un cambiamento e della rottura con i precedenti schemi compositivi. Non è infatti quello del periodo parigino l’autentico Hopper, artista capace di costruire storie di sottile incanto e non è certo il linguaggio impressionista, quella tecnica che crea dissolvendo, che decompone e polverizza i soggetti, a interessarlo. Tra i maestri francesi la cui lezione sarà decisiva per la sua maturità, non ci sono Monet né il Cezanne visto al Salon d’Automne e ignorato perché «troppo piatto», ma piuttosto Manet e in particolare Degas, l’artista che alla “vita naturale” degli impressionisti contrapponeva quella “artificiale” e quel lavoro esclusivo

sulla linea, che a sua volta aveva appreso da Ingres. Anche Hopper dimostra una resistenza fortissima alla disgregazione della materia nella luce e l’attenzione alla compiutezza delle forme è un dato imprescindibile in tutta la sua opera.

È evidente questa ricerca anche nella sua imponente opera grafica, qui proposta in un’am-


cultura

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«senza tempo». È una personalissima costruzione che trova il suo apice nei dipinti degli anni Cinquanta e Sessanta, dove il colore trionfa nei verdi, negli azzurri, nei forti contrasti cromatici. Sono tutti capolavori assoluti gli oli presenti in mostra, da Mattino in South Carolina a Sole del mattino, da Secondo piano al sole a Una donna nel sole del 1961, posto a chiusura del percorso espositivo. Storie immobili o appena accennate, di figure investite dalla luce che entra da porte e finestre, che si riversa sulle terrazze, intrappolando i personaggi in un attimo dall’infinita durata. Sono opere nelle quali Hopper mette sempre in scena una soglia, un limite tra interno ed esterno, tra luce e ombra. Varchi altamente simbolici, custoditi da personaggi anonimi e misteriosi ed esaltati dalla rigorosa costruzione geometrica. Un’enigmaticità totale scaturisce da questo sguardo mentale che raccoglie gli oggetti al-

In queste pagine, alcune delle opere di Edward Hopper, in mostra al Museo Fondazione Roma (dal 16 febbraio al 13 giugno) e provenienti per la maggior parte dal Whitney Museum of American Art pia selezione di disegni preparatori di qualità, che non rappresentarono soltanto uno strumento tecnico occasionale ma un costante esercizio, un modo più stringente di esplorare le figure in rapporto allo spazio.

È un dato che va rilevato perché il percorso pittorico di Hopper conosce una pausa, una battuta d’arresto, un prolungato tuffo nel bianco e nero, che gli darà successo e riconoscimenti importanti. Parallelamente al lavoro d’illustratore per i giornali, per circa 8 anni, dal 1915 al 1923, Hopper si dedica in modo quasi esclusivo all’attività dell’incisione, sperimentando in una nuova visione i propri temi. Accanto agli immancabili soggetti francesi, appartengono a questo periodo le acqueforti La casa isolata, Paesaggio americano e diversi scorci di vita urbana, testimonianza di un’ispirazione che, attraverso la sottrazione della materica pittorica, si andava rafforzando. Caratteristiche tematiche e stilistiche ancora incomprese nella reale portata che avranno in pittura e così commentate dall’amico e critico Guy Pène du Bois «...è freddo rispetto alla pittura, evita certe cose, ha poca libertà nel trattamento. Porta avanti la sua idea, pensa allo spazio. Si affida poco al caso, fa dipinti statici». La particolarissima vi-

sione estetica di Hopper era già pienamente affermata in quei caratteri che non abbandonerà più: l’individuazione di poche tipologie narrative, la totale assenza di dinamismo delle scene, quel non cedere all’impressione visiva affidandosi a schemi geometrici, in un’evoluzione sempre più complessa e moderna della composizione. Dall’immersione nell’acquaforte Hopper riemerge con una rinnovata voglia di pittura. L’artista si rimette metaforicamente, ma non solo, in cammino, osserva ed elabora il paesaggio in modo sempre più personale. «Mentre tutti dipingevano le navi e il fronte del por-

approdare a una visione dove i luoghi e le cose siano anche figure della mente. Dopo il 1925, l’americano innamorato di Parigi che recitava a Jo i versi di Verlaine, torna definitivamente alla pittura, e lo fa realizzando numerosi acquerelli e nuovi oli, tra i quali l’autoritratto dal disegno morbido ed elegante, novità nella mostra romana, e trasferendo sulla tela la propria passione per un’America minore, quella dei villaggi e delle campagne, un mondo rurale del quale sembrava presagire la scomparsa. È l’inizio di un primo periodo di vero fulgore della sua pittura, caratterizzato da un nitore classico delle forme, dal tratto definito e come

Oltre 160 splendide opere provenienti per la maggior parte dal Whitney Museum of American Art, istituzione alla quale Hopper era «indissolubilmente legato» to io me ne andavo in giro ad osservare le case. Gloucester ha un’aria solida. I tetti hanno linee decise e i cornicioni ancora di più. Gli abbaini proiettano ombre ben definite. La zona mi affascinava per la varietà di coperture e finestre, soprattutto il tetto a mansarda... sarà l’influenza dei capitani di mare e delle forme incisive delle navi, immagino». Il nuovo approccio alla pittura di Hopper dovrà passare attraverso questa tipologia del vedere, che scompone e sintetizza, per

cristallizzato dalla lunga pratica incisoria, dai colori pieni e smaglianti.

Esemplare a questo proposito, Tramonto a Cape Cod, del ’34, splendido primo piano di una casa che incombe con la sua presenza assoluta su un paesaggio naturale e vagamente minaccioso.Tema ripreso nel più tardo Le sette del mattino, risolto con immutato fascino nel bianco dell’edificio che argina il verde-nero del bosco, altra e inquietante faccia del reale. Sono questi gli anni in cui si

definisce anche un modo tipicamente hopperiano di raccontare la presenza umana in rapporto allo spazio. Figure solitarie rapprese, scolpite in un gesto, in un momento che non avrà mai svolgimento. La dimensione dell’attesa è certo quella più vicina a definire l’immobilità e la sospensione delle scene di Hopper e quella strana solitudine che attanaglia le figure fino a renderle emblema di un disagio, di un malessere che è stato riconosciuto come tipicamente moderno. «Le persone di Hopper paiono non avere occupazioni di sorta. Sono come personaggi abbandonati dai loro copioni... senza una chiara destinazione, senza un futuro», scrive il poeta Mark Strand. In verità, talvolta, le figure di Hopper, che mai intrecciano rapporti tra di loro, mai fanno incrociare i propri sguardi in un muto dialogo, sono presenze prive d’interiorità che hanno quella opacità, quella stessa silenziosa evidenza delle nature morte. Autentico soggetto verso cui gravita la costruzione dei dipinti, vera protagonista, è semmai la luce naturale, scandita nelle sue fasi e che dà i titoli ai dipinti, una luce che non smaterializza, che non ha a che fare con il luminismo ottocentesco e con l’atmosfera ma che, per citare ancora Strand, è

l’interno di figure precise, come il quadrato o il trapezio e di piani, inquadrature, si è detto, intrinsecamente cinematografiche, che ispireranno altre arti e altre visioni, ad esempio quelle di Alfred Hitchcock e di Wim Wenders.

Edward Hopper, che morirà nel 1967 all’età di 84 anni, visse abbastanza a lungo da assistere alla rinascita critica delle proprie opere, ottenendo consensi tanto dai fautori del figurativismo quanto da quelli dell’astrattismo. Componenti opposte e divergenti coesistono, infatti, nella sua opera, dando origine a un realismo anomalo, e forse “magico”, contaminato dall’astrazione e dalla ricerca dell’assoluto, dove l’incanto non è nei contenuti narrativi ma nella restituzione del racconto depurato di ogni dettaglio fino a mostrarne la struttura segreta. Mondrian sosteneva che «un quadro astratto è più concreto di un quadro naturalistico: il primo è una cosa il secondo non è che l’immagine di una cosa». Ecco, i quadri di Hopper sono concreti, sono insieme cose e immagini di cose, e la sua stessa pittura è pittura sulla “soglia”, che rimane al di qua degli spazi siderali della metafisica, ma anche al di là della sola rappresentazione del visibile.


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

dal “People’s Daily” del 12/02/2010

La crisi e il capitalismo di Zhang Zhirong o scoppio della crisi finanziaria globale ha costretto molte persone che vivono nelle nazioni occidentali a considerare o ri-esaminare gli orientamenti per lo sviluppo del capitalismo e della società capitalista, che deve imporsi dei seri cambiamenti in quella che verrà ricordata come l’era post-crisi. In una recente intervista, lo studioso giapponese Iwo Nakatani – brillante economista e direttore del più grande think tank nipponico, il Centro di ricerca e sviluppo Mitsubishi – ha fornito le proprie percezioni sui movimenti del capitalismo durante la crisi. Secondo i suoi dati, gli Stati Uniti hanno lasciato per strada la metà del proprio Prodotto interno lordo, così come agli inizi della Seconda guerra mondiale. Dopo quel periodo, gli Usa divennero una potenza egemonica con enormi vantaggi economici e militari, ed ha guidato il mondo per un lungo periodo di tempo.

L

Fino all’emergere della crisi, i prospetti e gli orientamenti sullo sviluppo del capitalismo americano si sono limitati a un ciclo di dibattiti fra i governi, i gruppi accademici ed i media. All’interno di questi dibattiti e dispute, è emerso il professor Luigi Zingales dell’Università di Chicago, coautore del libro “Salvare il capitalismo dai capitalisti”. Inoltre, lo stesso Zingales ha da poco scritto un altro articolo dal titolo “Il capitalismo dopo la crisi”. Secondo l’accademico, le recenti crisi economiche sono da ricondurre al sistema bancario, il nucleo centrale del capitalismo americano. La crisi in corso è destinata ad alterare le relazioni fra la supervisione finanziaria e il ruolo delle grandi banche, ma anche il sistema del mercato e dei suoi attori. Infine, la cri-

si è destinata a cambiare l’atteggiamento della popolazione americana rispetto al proprio sistema. Il governo ha mantenuto un fortissimo controllo sociale in cui, scrive Zingales, «la risposta alla crisi è stata caratterizzata dal grande fallimento della correttezza e dell’accesso alla giustizia».

Le precondizioni che hanno portato alla crisi, dice ancora, e in modo speciale le misure di ripresa tattiche messe in atto dalle industrie finanziarie e dai dipartimenti governativi, hanno orientato l’economia statunitense verso una sorta di combinazione europea, ovvero una maggiore centralizzazione del potere. Secondo Yoshihiro Francis Fukuyama, professore alla John Hopkins, la crisi non infliggerà gravi danni alla presidenza Obama. Ma, come spiega ancora, «potrebbero farlo le buone notizie economiche che continuano ad arrivare. Buone notizie veloci significano cattive notizie sul lungo termine. In altre parole, sembra che non siano stati messi in atto sistemi di ripresa reali, ma soltanto cerotti finanziari». La pensa allo stesso modo il professore Jean-Marc Coicaud, dirigente delle Nazioni Unite, secondo cui il sistema capitalista sta per «farsi del male da solo». Secondo il dirigente, il sistema analitico ed economico di molte delle nazioni occidentali si è sviluppato realmente fra gli anni ’90 e il 2000. In questo lasso di tempo, si è ascritto un concetto sbagliato che ha condotto a sotto-stimare i rischi causando speculazioni e imponendo all’economia dei valori sociali. Lo dimostra la crisi dei mutui subprime statunitensi, che si è sviluppata con enorme rapidità e ha dato il colpo di grazia a tutto il resto. La recessione di questi anni è infatti diretta di-

scendenza di un’economia che confonde i valori del mercato e della Borsa con quelli della società, in cui i banchieri sono chiamati per alcuni giorni a essere usurai e in altri compassionevoli.

I governi di tutto il mondo si sono uniti e hanno deciso delle misure positive per ridurre i danni: Australia, Germania e Francia sono riuscite a stabilizzare la crisi nella seconda metà del 2009, ma soltanto perché non si erano fatte ingannare dalle sirene del guadagno facile. Ad oggi, però, l’impatto della crisi finanziaria continua a colpire le sotto-strutture economiche mondiali, e il sistema capitalista rimane di fondo vulnerabile. Un giudizio preliminare, ma speranzoso, vuole che sia già iniziata l’era post-crisi. Ora bisogna ripensare i canoni dell’economia, capitalista e mondiale. Lo impone la salvaguardia delle prossime generazioni.

L’IMMAGINE

Sclerosi multipla, un grande gesto d’amore in un semplice scatto: partecipa anche tu La Lega Italiana Sclerosi Multipla Onlus lancia un concorso fotografico dedicato ai malati di sclerosi multipla. Le immagini raccolte saranno esposte durante il Photoshow 2010, principale rassegna italiana di fotografia e immagine digitale in programma alla Fiera di Roma, dal 27 al 29 marzo, di cui la Lega itaiana sclerosi multipla è la charity ufficiale. Titolo dell’iniziativa è “Un gesto d’amore”. Chi parteciperà al “concorso” dovrà scattare foto che ritraggono gesti, emozioni declinate sotto vari aspetti - solidarietà, affetto, gentilezza, amore, tenerezza, tristezza, gioia - e che traggono ispirazione anche dal mondo animale e da qualsiasi fenomeno di origine naturale. Le immagini più belle, selezionate anche grazie al contributo diretto degli utenti, andranno a comporre un mosaico, un photo wall, che riprodurrà la foto più votata.

Lettera firmata

CAZZOLA E LE PARTITE IVA Ieri su liberal l’onorevole Giuliano Cazzola, in un articolo dedicato al “sindacato delle partite Iva”, ha citato l’inchiesta che sto svolgendo da settimane sul Corriere della Sera sul tema degli “invisibili” e della loro rappresentanza. Passi che Cazzola la definisca «campagna di stampa», ma se il suo alfabeto giornalistico è limitato non sarò certo io a poterne ampliare (tardivamente) gli orizzonti. L’onorevole, infatti, sostiene che «le inchieste giornalistiche finiscono spesso per deformare la realtà», altre volte - in mia presenza - ha richiamato i giornalisti a dare più spazio alle tematiche del lavoro. Sarò io a mettere d’accordo il CazzolaUno con il Cazzola-Due? Dispero di riuscirci, altri più potenti di me

hanno già fallito. Passo al merito. L’onorevole nel suo articolo stabilisce un nesso logico tra «l’inseguimento dei professionisti da parte di Cgil e Cisl» e la mia inchiesta, quasi che la seconda fosse propedeutica al primo. La mia opinione è tutt’altra: come ho scritto sul Corriere del 29 gennaio (“Se la Cgil diventa una lobby”), trovo sbagliata la tentazione di Cgil e Cisl di muovere in direzione della conquista di nuovi mercati (i lavoratori autonomi, i giornalisti) perché così «si caricano di rappresentanza impropria proprio nel momento in cui paiono indeboliti su quella di base, il lavoro dipendente». Infine Cazzola sostiene che «l’establishment sindacale-mediatico», chiedendo tutele e protezione per le partite Iva punta nella buona

Tra cielo e terra Davanti a un arcobaleno come questo, gli antichi osservatori celesti si lanciavano nelle interpretazioni più fantasiose. Secondo la mitologia greca per esempio, questo cerchio colorato era il sentiero che percorreva Iris, messaggera degli dei, portando i messaggi dall’Olimpo alle case dei mortali. Per gli induisti invece è l’arco di Indra, il dio dei temporali

sostanza a statalizzarle. Non conosco ovviamente quali siano gli intendimenti dei sindacati confederali, conosco però la posizione delle associazioni di rappresentanza dei consulenti con partita Iva, che hanno già polemizzato duramente con Cazzola. Hanno scelto il mercato e non se ne sono pentiti. Invece di denigrarli il compito della politica dovrebbe

essere quello di dare risposte nel merito. Non “sotto sotto”, ma “sopra sopra”.

Dario Di Vico

NAPOLI È Hotel Continental a Napoli, la presentazione dei candidati del Pdl. Fuori il solito coro di facinorosi con le bandiere rosse che ripetevano i soliti slogan contro

Berlusconi e i politici del governo. Il traffico è impazzito e la polizia urbana è riuscita a malapena a regolarne il flusso. Di fronte all’albergo, una panchina con un barbone che dorme, cullato dal profumo del mare. Napoli è questa, uguale a tante altre, un po’ eclettica, ma desiderosa di risorgere, attraverso un canale fattivo e comunicativo.

Bruna Rosso


o p i n i o n ic o m m e n t il e t t e r ep r o t e s t eg i u d i z ip r o p o s t es u g g e r i m e n t ib l o g

dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Meriterei di essere trattato meglio dal Destino Stai cercnado un alibi per allontanarti da me. Suppongo qualsiasi cosa; ho il diritto di supporre qualsiasi cosa. Ma francamente meriterei di essere trattato meglio dal Destino di quanto non sia trattato: dal Destino e dalle persone. Vediamo se riesco a farti pervenire questa lettera oggi stesso, con qualche pretesto. Se no, te la darò domani, quando ci troveremo qui a mezzogiorno e mezzo. Leggi attentamente anche la lettera che ti ho scritto stamane all’alba e che non ti ha trovato, perché Osorio te l’ha portata a casa proprio mentre tu venivi qui.Vedi un po’ cosa significa scrivere una lettera e ricevere in risposta una serie di notizie e «scherzi» come quelli che mi hai dato. P.S. Comincio a diffidare di tutto e di tutti. Cosa significa il fatto che non volevi andare... e poi invece sei andata... nella ditta Dupin? Perché all’improvviso decidi di fare confidenze a tua sorella? Comincio a non capire bene... Comincio a non sapere quel che pensare. P.S. II. Ancorauna cosa: se la tale «persona rispettabile» esiste (cosa di cui dubito), cerca di capire quali fini personali può avere per allontanarmi da te. Vedi se non ci siano, almeno, ragioni di amicizia verso qualche altro tuo pretendente. Ti aspetto domani in ufficio all’ora stabilita. Fernando Pessoa alla fidanzata

ACCADDE OGGI

SANATORIA PER REATI ANCORA DA COMMETTERE Il decreto milleproroghe stavolta ha superato sé stesso. È già di per sé uno tra gli atti più assurdi da un punto di vista legislativo, una sorta di resa a fronte di leggi che non riescono a entrare in vigore e di proroghe per interventi straordinari che poi divengono ordinari, ma con un voto gravissimo in commissione affari costituzionali ha decretato la sanatoria per reati ancora da commettere. Proposto dalla Lega Nord, l’emendamento propone di allungare i termini dal 31 maggio 2009 al 31 maggio 2010 per sanare e far decadere le denunce delle affissioni illegali dei manifesti, per lo più elettorali. Eravamo abituati a partiti che fanno leggi per sanare atti e comportamenti illegali degli stessi partiti, ma forse ora abbiamo superato l’immaginazione, sanando comportamenti ex ante. I muri già oggi e in particolare a Roma sono imbrattati di manifesti abusivi: l’invito delle istituzioni è quello di proseguire in questa direzione, anche peggio, tanto non ci saranno contestazioni o denunce!

Donatella

UN REGALO PER SAN VALENTINO? CONSULENZA DI COPPIA Divorzionline.it a San Valentino propone alle coppie in crisi un primo passo verso il percorso della riconciliazione. La fase di innamoramento ed idillio è passata, emergono i primi contrasti, o già da anni esistono problemi irrisolti nella relazione. Il regalo più utile per San Valentino? Acquistare on line un

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

13 febbraio 1983 A Torino, incendio del cinema Statuto. I fumi tossici uccidono 64 persone 1984 Konstantin Chernenko succede a Yuri Andropov come segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica 1986 Inizia a Sanremo il trentaseiesimo festival della canzone italiana 1988 A Calgary si aprono i XV Giochi olimpici invernali 1990 Alla conferenza Cieli Aperti di Ottawa viene raggiunto un accordo per un piano in due fasi di riunificazione della Germania 1991 Prima guerra del Golfo: due bombe intelligenti a guida-laser distruggono un bunker sotterraneo a Baghdad, uccidendo centinaia di civili iracheni 1994 Topolino esce con un numero uguale all’anno 1996 Inizia la guerra del popolo nepalese 1998 Dalla svolta del Partito democratico della sinistra nascono i Ds 2000 L’ultima striscia dei Peanuts appare sui quotidiani il giorno dopo la morte di Charles M. Schulz

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

voucher, da donare al partner, per usufruire di un incontro con un consulente di coppia in grado di fornire aiuto per superare il momento di empasse. Il voucher – del costo di 50 euro - è acquistabile con carta di credito dalle pagine del sito Divorzionline.it e può essere regalato anche ad un amico che sta vivendo un momento difficile nella relazione con il partner. Una volta acquistato il voucher basterà chiamare gli uffici di Divorzionline.it per fissare il primo appuntamento con il consulente. Dopo la prima seduta sarà possibile decidere senza impegno - se proseguire il percorso di sostegno. Il servizio è attivo a Roma, ma dopo l’interesse registrato già prima del lancio in rete, l’iniziativa sarà estesa in altre città. Il portale offre anche un servizio di consulenza psicologica, al singolo e alla coppia, che è un utile strumento per risolvere le difficoltà nate nella relazione ed evitare la disgregazione del nucleo familiare.

Vanda Lops

L’INUTILE GIUDIZIO La richiesta di giudizio per il premier da parte dell’opposizione è una burla, perché sappiamo che se ciò accadesse, con conseguente assoluzione, l’infinita saga delle critiche e delle supposizioni sul giudizio finale proliferebbero. Neanche in America Latina succede una cosa del genere, perché il popolo segue chi guida il governo come un cucciolo il suo padrone, e solo quando l’errore è palese, tutti vanno in piazza fin quando non cade il governo.

APPUNTAMENTI FEBBRAIO 2009 VENERDÌ 26, ORE 11, ROMA PALAZZO FERRAJOLI Convocazione Consiglio Nazionale dei Circoli Liberal. SEGRETARIO

VINCENZO INVERSO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

Gennaro Napoli

Anselma Dell’Olio, Alex Di Gregorio Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Aldo G. Ricci,

Direttore da Washington Michael Novak

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Collaboratori

Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci,

Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati,

Roberto Mussapi, Francesco Napoli,

Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti,

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Stefano Zaccagnini (grafica)

SERVE LA CONTINUITÀ, PER QUESTO MI RICANDIDO Bilancio positivo e proficuo, per me,quello del 2009. Un anno di soddisfazioni e di impegno per la crescita e lo sviluppo del territorio tranese e provinciale, pieno di grandi impegni su più fronti politici e amministrativi. Un bilancio positivo, il mio, ricco di soddisfazioni sotto il profilo dei risultati e che ha visto la crescita costante delle adesioni al progetto politicoculturale dell’Udc. Le tappe fondamentali sono state innanzitutto la nascita istituzionale della nuova provincia pugliese, un territorio che ora ha bisogno di compattarsi, di fare sistema e di intraprendere la strada del dialogo e della concertazione strategica tra i dieci comuni per funzionare al meglio. Poi una serie di importanti entrate di personalità illustri e dal grande spessore umano e professionale nel nostro partito, il che ha segnato nettamente la validità del progetto dell’Udc del presidente Casini. E infine aggiungerei la nutrita partecipazione giovanile agli incontri del partito e alla vita attiva nel partito. Ho sfiorato il 18% di consensi nel collegio IV di Trani alle elezioni provinciali ha costituito un risultato lusinghiero che ha, però, premiato la dedizione verso questo territorio e verso la mia città. Dal punto di vista pratico, penso innanzitutto al mio emendamento presentato durante la discussione sul ddl della tutela delle acque e sull’attività estrattiva che ha in effetti casato alcuni divieti che rappresentavano un ostacolo per gli operatori del settore. Penso anche alla intermediazione effettuata per ottenere lo sblocco dei finanziamenti che spettavano a Trani per il completamento strutturale di una parte della costa tranese e poi alla mobilitazione per accelerare i tempi per la riattivazione del reparto di ginecologia dell’ospedale di Trani. Per il prossimo futuro, voglio dare continuità all’azione politico-amministrativa svolta in questi 5 anni in regione. E maggiore linfa alla Provincia di Barletta-Andria-Trani con azioni mirate e più incisive sotto l’aspetto dell’utilità per il territorio. Mi ricandido anche alle prossime regionali per ribadire il discorso della continuità dell’azione politica e per dare rappresentanza nel massimo consesso regionale alla città che amo, Trani, e all’intero territorio provinciale. Perciò ho bisogno della fiducia della gente che, tengo a dirlo, non è mai mancata in questi anni, anzi, è andata sempre più crescendo. La fiducia degli elettori indica la bontà del lavoro svolto e, finora, i fatti dicono che abbiamo lavorato concretamente per il bene di questo territorio. Carlo Laurora CONSIGLIERE REGIONALE DELL’UNIONE DI CENTRO

Mario Arpino, Bruno Babando,

Ernst Nolte, Emanuele Ottolenghi,

Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi,

Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci,

Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi,

Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi,

John R. Bolton, Mauro Canali,

Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini,

Franco Cardini, Carlo G. Cereti,

Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli,

Enrico Cisnetto, Claudia Conforti,

Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi,

Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma

Distributore esclusivo per l’Italia Parrini & C - Via di Santa Cornelia, 9 00060 Formello (Rm) - Tel. 06.90778.1

Amministratore Unico Ferdinando Adornato

Diffusione Ufficio centrale: Luigi D’Ulizia 06.69920542 • fax 06.69922118

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Angelo Crespi, Renato Cristin,

Katrin Schirner, Emilio Spedicato,

Tipografia: edizioni teletrasmesse New Poligraf Rome s.r.l. Stabilimento via della Mole Saracena 00065 Fiano Romano

Francesco D’Agostino, Reginald Dale

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2010_02_13  

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