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Se tutti gli economisti

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confrontassero le loro teorie, non raggiungerebbero mai una conclusione

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George Bernard Shaw di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • SABATO 6 FEBBRAIO 2010

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

La Borsa di Milano perde il 2% mentre il premier Zapatero difende il suo Paese: «I nostri conti sono a posto»

Rischia tutta l’Europa del Sud Prima la crisi in Grecia, ora in Spagna: è ormai evidente che il dominio franco-tedesco sulla Ue e l’indifferenza Usa minacciano il futuro dell’intera area. E l’Italia ha il debito pubblico più pesante IL CONTINENTE DIVISO IN DUE

di Pierre Chiartano

Il Cavaliere, Feltri e il Vaticano

ROMA. Le Borse affondano

Se il fattore Berlusconi comincia a inquinare anche la Chiesa

(Milano perde il 2%) dopo la grande paura legata alle voci sugli enormi deficit di alcuni paesi. In realtà, dietro al crollo delle Borse c’è un problema molto più grave: la crisi di Grecia, Spagna e Portogallo, l’asse franco-tedesco e la freddezza di Obama rendono instabile il sud d’Europa. Liberal ne ha parlato con Franco Debenedetti, Francesco Forte, Carlo pelanda e Giacomo Vaciago.

di Vincenzo F. Pintozzi

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ROMA. Lo spunto viene da una fonte non sospetta, che a onor del vero mette le mani avanti e spiega di «non poter confermare nulla». Ma basta la voce per mettersi a indagare su quella che, alla fine, sembra essere molto più che una diceria: dietro la querelle Vittorio Feltri - Dino Boffo (e tanti, tantissimi altri personaggi di spicco del mondo cattolico e Sono molti, politico italiano) ci saormai, rebbe la main Vaticano no del presia chiamare dente del Consiglio Silin causa vio Berluscoil premier ni. Ed è ciò che viene detto, in questi giorni, in Vaticano. Ricordando che la firma del primo attacco «è sotto gli occhi di tutti». Se questa suggestione fosse vera, il nostro premier potrebbe dunque iscrivere nel taccuino dei suoi “successi” anche una spaccatura interna alla Chiesa.

Attenti, siamo tra i “pigs” zavorre dell’euro di Enrico Cisnetto rima o poi tutti i nodi vengono al pettine. La caduta delle Borse, la repentina perdita dell’euro nel cambio con il dollaro dopo una lunga fase di iper-valutazione e il consistente aumento del differenziale di rendimento di molti titoli di Stato decennali rispetto agli omologhi bund tedeschi sono i segnali più evidenti che il “nodo debito” sta venendo al pettine.

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Anche i governatori del centrodestra si oppongono al nucleare

Ci mancava la secessione energetica... di Riccardo Paradisi

ROMA. L’ostruzionismo no tav apparirà uno scherzo di fronte alle opposizioni locali che la scelta di riconversione nucleare imboccata dal governo sta già producendo. Un’opposizione bipartisan che però vede schierato sul fronte nimby – “non il nucleare nel mio cortile” – anche numerosi esponenti del centrodestra (in campo contro il proprio governo). Il candidato leghista del Veneto, Zaia

Resoconto esclusivo di un simposio a Washington

Parla Petraeus «Così cambieremo il mondo» Il nostro prossimo intervento militare sarà su Internet Dall’Iran all’Afghanistan, le ricette del generale che molti vorrebbero alla Casa Bianca. E l’annuncio di una nuova dottrina contro il terrorismo informatico Kimberly Kagan • pagine 12/15

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Scontro sempre più duro tra la Fiat e il governo sugli incentivi alle auto

Duello Montezemolo-Calderoli «Mai avuto un euro». «Barzellette», dice il leghista di Alessandro D’Amato

Ora Termini Imerese fa rima con Arese

ROMA. «Da quando ci sono io, la Fiat non ha avuto un euro dallo Stato: gli incentivi vanno a chi compra»: Montezemolo mette dal suo punto di vista - i puntini sulle i, forzando un po’ la mano al senso (e alla sostanza) degli aiuti pubblici. E subito gli risponde, da par suo, il leghista Calderoli: «Qui siamo alle barzellette».

ROMA. Sulla trattativa per il futuro di Termini Imerese la Fiat mette il suo «macigno»: il Lingotto non solo vuol chiudere e vendere lo stabilimento, ma vuole tenersi i macchinari, di fatto negando a chiunque la possibilità di subentrare per continuare a produrre auto. Proprio come capitò allo storico stabilimento di Arese.

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a pagina 6 seg1,00 ue a p(10,00 agina 9 CON EURO

I QUADERNI)

• ANNO XV •

di Francesco Pacifico

NUMERO

25 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

I limiti della scuola-Gelmini

Una riforma “epocale” senza epoca L’unica cosa storica dei cambi voluti dal governo è il fatto che dimenticano il nostro tempo e lasciano soli i professori

Luisa Ribolzi • pagina 7 19.30


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Inchiesta. Dai conti in rosso all’allarme Borse: parlano Franco Debenedetti, Francesco Forte, Carlo Pelanda e Giacomo Vaciago

Se l’Europa si spezza in due Grecia, Spagna e Portogallo in crisi; asse franco-tedesco; disinteresse totale di Obama: così il sud del Vecchio continente entra in crisi di Pierre Chiartano

ROMA. Dopo il giovedì di paura dulle Borse europee, legato ai timori sul debito e sulla tenuta economica di Grecia, Spagna e Portogallo, i mercati hanno ancora il segno meno. Non bastano le rassicurazioni di Zapatero secondo cui il debito della Spagna resta su un livello «ragionevole» e lo status «di Paese solvibile è garantito». Una situazione che vede un’Europa dell’economia sempre più debole e Washington sempre meno interessata a questa sponda atlantica. Abbiamo chiesto a esperti ed economisti un’analisi della situazione. Giacomo Vaciago, Francesco Forte, Carlo Debenedetti e Carlo Pelanda hanno risposto a liberal. Ma l’allarme è visto con tonalità diverse a seconda delle sensibilità.

Per Carlo Pelanda non siamo davanti a un fenomeno speculativo come gridato da Joseph Stiglitz. «Non è una speculazione, è una leggera caduta di fiducia sulla capacità dei Paesi con economie deboli di poter ripagare il debito. Da sempre il mercato ha avuto dubbi sull’eurozona. La filosofia dell’Ue è stata quella di dare una moneta forte – come era il marco – a economie deboli. Un binomio che porta all’insolvenza del debito o uscita dall’euro». Cioé l’anticamera di ciò che viene chiamato scenario argentino. «Una moneta unica senza un governo unico dell’economia non può funzionare. Se Atene non può svalutare, un governo europeo dovrebbe mettergli a posto i conti». PeFRANCESCO FORTE «L’abbassamento dei tassi ha indebolito il debito pubblico anziché rafforzarlo. Gente come Stiglitz che predicava l’espansione del debito pubblico per sostenere l’economia non si sono resi conto di aver generato un mostro»

landa ricorda che di questi problemi se ne discuteva già nel 1997 nella fase preparatoria per l’euromoneta. E ricorda come qualcuno negli Usa, nel 1999, «predisse il dissolvimento dell’euro». Al pessimismo di Pelanda potremmo contrapporre il differente approccio dell’economista Giacomo Vaciago.

Attenti, siamo tra i Pigs, la zavorra dell’euro di Enrico Cisnetto rima o poi tutti i nodi vengono al pettine. La caduta delle Borse, proseguita ieri al termine di una settimana di passione, la repentina perdita dell’euro nel cambio con il dollaro dopo una lunga fase di iper-valutazione e il consistente aumento del differenziale di rendimento di molti titoli di Stato decennali rispetto agli omologhi bund tedeschi (Italia 92 punti base, Spagna 100, Irlanda 174, Grecia 353), sono i segnali più evidenti che il “nodo debito” sta venendo al pettine. Ma anche che il “nodo Europa incompiuta” sta clamorosamente emergendo in tutta la sua gravità, sia per le difficoltà genetiche di un continente che ha 16 paesi con un’unica moneta ma non un unico governo e per di più si è dato istituzioni (deboli) comuni aggregandone altri undici, sia per l’ormai chiaro doppio passo che nell’eurozona tengono da un lato i paesi mediterranei, in grave difficoltà, e dall’altro i paesi settentrionali, molto più solidi (Olanda) e politicamente forti (Francia, Germania).

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Cerchiamo di capire cosa è successo. Dall’estate 2007 a fine 2009 per fronteggiare la crisi finanziaria e bancaria prima e la recessione poi, i paesi europei hanno messo mano al portafoglio facendo debito. Il caso più macroscopico è quello irlandese: nel 2006 Dublino aveva un rapporto debito/pil del 25%, a fine 2009 il dato è balzato al 65,8%, con un incremento del 160%. La Spagna si è caricata di un 40% in più, arrivando a un debito pari al 54,3% del pil. Ma come si vede, siamo pur sempre a percentuali entro o poco sopra la soglia del 60% prevista dai parametri di Maastricht. Nel caso della Grecia e dell’Italia, l’aumento è stato più modesto, ma dato che si partiva da rapporti pari o superiori al 100%, arrivare rispettivamente al 112,6% e al 114,6% significa non solo essersi allontanati dai livelli che andavano raggiunti, ma muoversi in zona pericolo. Se a questo si aggiunge il fatto che alla Grecia è stato imputato di aver dato un’aggiustatina al bilancio dello Stato, con relativo crollo della sua credibilità sui mercati internazionali, che la Spagna e il Portogallo hanno un deficit corrente rispettivamente dell’11,4% e del 9,3%, e che la disoccupazione è esplosa quasi ovunque, salendo al 10% come media Eurolandia e toccando il 19,5% in Spagna (seconda solo alla Lettonia nella classifica di chi sta peggio), si capisce come non sia solo la spe-

culazione quella che nelle Borse come sul mercato dei cambi ha agito in questi giorni di passione.

Voglio dire che c’è del fondamento nel pessimismo degli operatori finanziari. Perché ai semplici dati congiunturali, per costoro è stato inevitabile aggiungere qualche riflessione più strutturale, arrivando alla conclusione – ed è questo che pensano davvero i mercati – che la costruzione della moneta europea stia mostrando tutta la fragilità che alcuni (pochi, e chi scrive tra questi) avevano denunciato a suo tempo, prendendosi l’epiteto di euro-disfattisti. I mercati capiscono che il combinato disposto tra la ripresa che in Europa è più lenta e parziale che altrove e la disoccupazione che non è destinata a scendere, anzi – in Italia vedi il caso Fiat – impone agli Stati continentali, anche ai più indebitati, di continuare a spendere per sostenere il ciclo economico. “Non è ancora tempo di exit strategy”, ha detto non a caso Strauss-Khan, il numero uno del Fondo Monetario. Ma questo pone alcuni paesi in grave difficoltà – tanto che gli inglesi, più bravi a bacchettare gli altri che a badare a se stessi, hanno coniato con un orrido gioco di parole l’acronimo pigs (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna) per indicare le zavorre dell’euro – e fa correre alla moneta unica un rischio che potrebbe rivelarsi letale. Perché la Bce non è preparata ad affrontare una crisi strutturale della propria moneta, e perché soprattutto non c’è un’autorità sovranazionale che sia davvero in grado di imporre ai governi nazionali le politiche necessarie a ridurre i livelli di debito pericolosi. E qui siamo al nodo dei nodi che viene al pettine: quello di aver concepito l’euro senza gli Stati Uniti d’Europa. Cioè senza un governo federale capace di imporre le scelte, anche impopolari, da fare. Oggi al massimo si fa moral suasion, si estraggono cartellini gialli e rossi, ma non ci sono sanzioni da comminare se non quella di espellere qualcuno dal club, rischiando però di compromettere il club stesso. Naturalmente, speriamo che ciò non accada, anche perché l’Italia sarebbe inevitabilmente sul banco degli accusati. Anzi, voglio scommettere che non accadrà niente di irreparabile, e che nello stesso tempo la paura indurrà a rivedere molte cose nel“sistema euro”. Ma un pericolo non mi sento per nulla di escludere: la frattura tra nord e sud di Eurolandia. Pensiamoci, invece di dire che va tutto bene, perché i problemi non si esorcizzano. (www.enricocisnetto.it)

«Sono un inguaribile ottimista, nonostante ci sia l’euro sottosopra. Per una volta l’Italia non piange, perché, essendo un Paese esportatore, l’euro debole ci avvantaggia. Detto questo, dobbiamo chiederci se l’euro ha un futuro». Se per Pelanda non si tratta dei “cattivi speculatori”, come per Stiglitz, per Vaciago l’accezione della parola non si declina al negativo. «Speculare è un parola latina. I premi nobel quando parlano di cose latine non dimostrano nuove teorie. Nella finanza non sono tutti gesuiti». Insomma si salvano gli uomini, ma non le regole. «Di fronte a una delle crisi più gravi sono andati in galera quattro stupidi: Maddoff e i suoi imitatori. Erano le regole – crescete e moltiplicatevi – che erano sbagliate e gli uomini si sono adeguati a quelle regole. Ai miei studenti insegno che il mercato è una cosa seria. Da sindaco facevo multare chi non esponeva i cartellini con i prezzi. I consumatori così scelgono. La crisi è stata il fallimento del non-mercato». La cura c’è, per l’ex sindaco di Piacenza. «Il buonsenso. I mercati vanno fatti funzionare nell’interesse dei consumatori. Si è arrivati al paradosso che banche nazionalizzate operavano su mercati privati. Mai successo prima. Gli operatori potevano essere privati o pubblici, ma i mercati erano sempre pubblici. Abbiamo fatto una strana operazione di privatizzare i mercati e statalizzare le banche».

Ma in Europa quali sono i meccanismi che hanno fatto scattare la speculazione o «caduta di fiducia» che dir si volglia? Ci soccorre il professore Francesco Forte. «Gli attacchi ai debiti pubblici dipendono dalla debolezza strutturale. Cioè dal rapporto debito pil, come in Grecia. Per Spagna e Portogallo è una base finanziaria poco robusta, nel sistema bancario, nel risparmio delle famiglie e nel bilancio pubblico che ha provocato la speculazione». Anche per Forte «l’Italia sembrerebbe esonerata dal contagio». I soldi facili avrebbero però aiutato l’ondata ”speculativa”. «Il basso tasso d’interesse negli Usa e nella Ue consente trading a buon mercato. Senza parametri patrimoniali per banche e società finanziarie ci si è buttati nel gioco ribassista sui titoli di debito». Le ricadute politiche di questa ulteriore crisi sono diretta conseguenza della divisione tra forti e deboli. «Emergono qualità e difetti dei


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Grecia, Spagna e Portogallo, poi l’Irlanda e più giù l’Italia

Ecco la classifica dei cattivi “risparmiatori” ROMA. Gli inglesi dicono “Pigs”, che ovviamente sta per “maiali” ma è anche l’acronimo di Portogallo, Italia, Grecia, Spagna, considerate dalgi inglesi le zavorre dell’euro. Ma va detto che nella famiglia dei “Pigs”c’era anche l’Italia, or ora rimpiazzata dall’Irlanda. I quattro cavalieri dell’Apocalisse finanziaria sono tutti afflitti da crescenti debiti e deficit pubblici, forte dipendenza delle finanze pubbliche dai capitali esteri, bassa propensione al risparmio delle famiglie ed elevata disoccupazione. Nel mercato che quota le probabilità di insolvenza, su 16 paesi dell’Eurozona ben 3 figurano tra i 20 più rischiosi del mondo. Un scenario fotografato dai Cds, cioè i premi che gli operatori finanziari pagano per assicurarsi contro l’insolvenza degli emittenti di titoli di debito, in questo caso titoli di stato.

Paesi. Vincono quelli che hanno stato solo una fregatura – ci socun governo e una struttura nacorre Vaciago – ci si sente sempre zionale che funziona. Se ne ava casa propria quando si gira vantaggia Sarkozy, con la stessa moneta. CARLO PELANDA poco meno la Ora vanno di moda i Merkel. Il nostro Sarkozy e i suoi imitagoverno di solito si «Da sempre il mercato tori alla Berlusconi». ha avuto dubbi occupa d’altro» riServirebbe che riparsull’eurozona. batte Vaciago. Intisse «una stagione coLa filosofia dell’Ue somma si evidenzia stituente europea» la spaccaturta tra è stata quella di dare l’appello dell’economiuna moneta forte – Europa di seria A e sta piacentino. In ballo come era il marco – di serie B. Ma è una c’è anche il modello fea economie deboli. faglia che corre tra deralista declinato in Nord e Sud? «No, è Un binomio che porta molti Paesi come o all’insolvenza un sconfitta della esplosione della spesa del debito politica keynesiana pubblica. «Il federalio all’uscita dall’euro» – risponde Forte – smo consente di valoin particolare di chi rizzare le preferenze di l’ha predicata negli tutti. Il problema è – Usa. In Europa non è stata predispiega Vaciago – attribuire bene cata, ma praticata da Gran Brele competenze. Oggi c’è la caritagna, Grecia, Spagna, dal Portocatura del federalismo. Come il gallo e dall’Irlanda. La sigla Pigs pasticcio regalato dagli americaracchiudeva Portogallo, ni alla GermaGIACOMO VACIAGO Italia, Grecia e Spagna, la nia, per renderparte molle dell’Europa. le impossibile «I mercati sono Ora gli economisti dalla dichiarare un’aluna cosa seria “i”hanno tolto l’Italia e intra guerra. Ime vanno fatti serito l’Irlanda. Il probleposero una Cofunzionare ma non è far parte delstituzione in cui nell’interesse l’Europa mediterranea, nessun livello di dei consumatori. ma che tipo d’economia si governo potesse Si è arrivati persegue. La Bce potrebdecidere nulla in al paradosso che be, tramite la Bei, costituiautonomia. Il febanche nazionalizzate deralismo all’are un fondo per finanziare operavano una controspeculazione». mericana è disu mercati privati. verso. Se ObaMai successo prima» ma decide nesIl sogno europeo di Ciampi e di molti padri suno può intercome Monet, Adenauer, ferire. In Italia De Gasperi e Schumann sembreinvece c’è il federalismo pasticrebbe sbiadirsi sotto il peso di cione». L’America si accorgerà fragilità ed errori. «L’euro non è che solo facendo squadra con

l’Europa ha speranza di vincere la sfida con la Cina? «Alla Casa Bianca guardano solo verso il Pacifico. Obama senza il nostro aiuto difficilmente riuscirà a tenere testa all’avvento cinese». Forse perché nessuno gli spiega che c’è ancora l’Europa, sostiene Vaciago. «Obama è entrato alla Casa bianca convinto che la sfida sia tra Cina e America. Kennedy, educato in Europa, non avrebbe mai fatto questo errore. Usa ed Europa insieme ce la possono fare, ma temo che non se ne sia accorto». E non se ne sono accorti neanche alla Fed, secondo Forte, perchè mancherebbe un coordinamento con Eurotower. «La Fed ha interesse che l’euro si indebolisca, così il dollaro si rafforza e i cinesi saranno meno propensi a cambiare le loro valute nell’euro. Però sono preoccupati visto il debito Usa. Prima o poi dovranno lavorare insieme per sistemare questa voragine». Per Franco Debenedetti, raggiunto telefonicamente in Asia, è un problema «di primaria importanza per l’euro e l’Europa» innazitutto, ma «che avrà delle ricadute anche all’esterno della Ue». «L’abbassamento dei tassi ha indebolito il debito pubblico anziché rafforzarlo. Gente come Stiglitz – spiega Forte – che predicava l’espansione del debito per sostenere l’economia non si è accorta di aver generato un mostro». La politica del denaro facile e dell’easy fiscal policy avrebbe sconfitto se stessa.

I Cds sulla Grecia quotano 428 punti, cioè si paga un premio di 428 mila euro per assicurare 10 milioni di euro di titoli quinquennali emessi dalla Grecia. Un premio assicurativo che colloca la Grecia al 5° posto tra i paesi più rischiosi del mondo. Peggio solo Argentina, Venezuela, Ucraina e Dubai. Su Atene pesa non solo l’andamento dei conti pubblici (12,7% deficit/Pil e 120% debito/pil) ma soprattutto l’aver “taroccato” i conti presentati alla Commissione Lue; un grave vulnus di credibilità per l’architettura istituzionale dell’Europa. Il Cds sul Portogallo è invece di 229 punti e colloca Lisbona al 13° posto mondiale tra i paesi pià a rischio. Mercoledì scorso, l’asta dei titoli pubblici portoghesi è andata malissimo, con un balzo dei rendimenti di 50 punti base rispetto alla settimana precedente. Un copione che si è ripetuto giovedì per le emissioni della Spagna che presenta un Cds di 178 punti di Cds collocando il paese al 20° posto nella classifica mondiale del rischio. Dietro Madrid c’è Dublino con 172 punti di Cds, ma l’Irlanda ha gia’ preso le misure di risanamento economico. Piu’ lontana l’Italia con Cds a 152 punti, lontanissima la Germania, il paese più virtuoso dell’Eurozona presenta un Cds di soli 47 punti. Ossia, per assicurare 10 milioni di euro di titoli quinquennali della Bundesbank bastano 47 euro. Quando si dice la solidità tedesca…


economia

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Lingotto. Tutti contro il presidente. Solo Emma Marcegaglia lo difende: «Il problema resta come rioccupare i lavoratori»

La guerra degli incentivi

Continua la sfida tra governo e Fiat sugli aiuti: «Mai avuto un euro dallo Stato», dice Montezemolo. E Calderoli: «Siamo alle barzellette» di Alessandro D’Amato

ROMA. «Da quando noi siamo alla Fiat non ho ricevuto un euro dallo Stato». Luca Cordero di Montezemolo dà il via alla giornata della controffensiva del Lingotto e fa scoppiare così la polemica politica tra Torino e Roma. A margine dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’università Luiss, il presidente di Fiat decide di prendere posizione sulla questione degli incentivi, anche se lo fa con diplomazia e l’evidente intenzione di ricucire i rapporti con l’esecutivo: «Tra Fiat e il governo c’è un rapporto molto chiaro e molto positivo, di dialogo e di confronto, così come deve essere. Le scelte industriali che servono a mantenere competitive un’azienda non potranno essere disgiunte dal problema di farsi carico delle famiglie e delle persone», ha detto Montezemolo. Il presidente ha poi garantito che Fiat «è e rimane italiana, non solo perché è l’unica azienda il cui nome è Fabbrica italiana auto Torino ma anche perché da quando sono presidente e Marchionne è amministratore delegato, cioè dalla metà del 2004, abbiamo investito nel mondo 25 miliardi di euro e in Italia oltre 16. Oltre due terzi sono stati investiti in Italia e intendiamo andare avanti su questa strada».

Poi è arrivata la frase sugli incentivi che ha scatenato la polemica: «Da quando ci siamo noi la Fiat non ha ricevuto un euro dallo Stato. Ho visto delle cifre che dicono che gli incentivi, che sono dati non alle aziende ma ai consumatori, sono andati per il 70 per cento alle aziende straniere, solo il 30 per cento alla Fiat. Quindi credo che dobbiamo uscire da un approccio demagogico e guardare alla realtà così com’è». Una frase detta proprio mentre al tavolo dei sindacati il responsabile delle relazioni istituzionali Ernesto Auci ribadiva che l’azienda non avrebbe chiesto incentivi al governo. Dopo un’oretta arriva la replica di Roberto Calderoli: il ministro per la semplificazione affida addirittura ad una nota (e quindi non a un pour parler con i giornalisti, nel quale si può essere fraintesi), la risposta: «Se è una barzel-

letta la dichiarazione di Montezemolo per cui la Fiat, da quando c’è lui, non ha ricevuto un euro dallo Stato, allora la barzelletta non fa proprio ridere. Se invece Montezemolo non scherza e parla sul serio aggiunge Calderoli - allora la faccenda assume contorni “sanitari”. Non mi attendevo, sicuramente, della riconoscenza, ma la negazione dell’evidenza mi porterà ad assumere, a titolo personale, un atteggiamento completamente diverso e intransigente rispetto ad un’azienda, quale la Fiat, che i nostri padri consideravano un’azienda di Stato proprio per via degli interventi statali che ha ricevuto nel corso degli anni».

Al ministro leghista fa eco Gianni Pagliarini, responsabile Lavoro del PdCI - Federazione della sinistra : «Che faccia tosta! Carta canta: Montezemolo sui soldi pubblici ricevuti dalla Stato non dice il vero. Provi, carte alla mano, il contrario. Da quando esiste l’azienda ha sempre goduto di aiuti dello Stato in modo diretto o indiret-

Tutti i contributi pubblici dal 1997 al 2008

Disoccupazione e ricerca, due milioni di euro in dieci anni di Renato M. Calvanese l governo italiano è da sempre la bambinaia più affettuosa della centenaria azienda torinese Fiat. Ma è un po’ di tempo ormai che il pargolo dà segni di essersi stancato delle attenzioni della sua nutrice. Il botta e risposta di questi giorni tra ministri della Repubblica e vertici Fiat è significativo. Da una parte c’è un’azienda come la Fiat che con l’annuncio irrevocabile della chiusura di Termini Imerese fa sapere che non concerterà più le sue strategie industriale con la politica, mentre dall’altra c’è un governo che contestando alla Fiat la sua fama di società assistita, insiste perché la fabbrica siciliana sia mantenuta in vita con denaro pubblico. Da una parte c’è un amministratore delegato come Marchionne che fa sapere alla stampa che «l’eventuale scelta del governo di non rinnovare i bonus ci troverebbe pienamente d’accordo», dall’altra c’è un governo intento a studiare come sostenere anche quest’anno il settore dell’auto.

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Ma nel tentativo di svincolarsi dalla stretta troppo affettuosa dello Stato, capita che la Fiat pronunci parole irriconoscenti. Ieri Luca Cordero di Montezemolo ha dichiarato: «Da quando noi siamo alla Fiat non abbiamo preso un euro dallo Stato». Montezemolo è presidente di Fiat s.p.a dal 2004, e a chi ieri gli contestava che in questi anni la Fiat ha usufruito di lauti incentivi statali, Montezemolo ha risposto: «Ho visto cifre che dicono che gli incentivi che vanno ai consumatori e alle aziende sono andati al 70% alle aziende straniere. Quin-

di credo che dobbiamo uscire dall’approccio demagogico». Secondo uno studio diffuso di recente dall’Unrae, l’associazione di categoria dei marchi automobilistici stranieri, le cose non stanno proprio così: pur avendo una quota di mercato italiano del 32%, Fiat nel solo 2009 ha visto incentivato per rottamazione il 65% del suo venduto, contro il 59% dei principali concorrenti Volkswagen, Ford, Renault e Citroen. Fiat insomma si è avvantaggiata degli incentivi in quota più che proporzionale del suo 32% di mercato, portandosi a casa una fetta sostanziosa dei 1,5 miliardi stanziati.

Incentivi a parte chi nel tempo ha provato a fare calcoli in tasca alla Fiat è stato sepolto da una valanga di numeri. Il politologo Luca Germano provò a fare un po’ d’ordine in un libro uscito nel 2009 dal titolo Governo e grandi imprese (Il Mulino, 251 pagine, 22.50 euro). Riporta Germano che quando alla fine degli anni Ottanta la Commissione europea fece le pulci sugli aiuti di Stato all’auto europea, calcolò che tra il 1977 e il 1987 la Fiat aveva ottenuto 3,2 miliardi di ecu di aiuti, contro i 4,5 della Renault e l’1,5 della Volkswagen. E il trend non si sarebbe interrotto neanche con la presidenza Montezemolo. In un dossier circolato all’inizio del 2009 presso il Ministero dell’Industria, si riportava che a partire dal 1998 e fino al 2007, la Fiat ha ottenuto circa 1,9 miliardi tra cassa integrazione (235 milioni di euro) contributi alla ricerca e per investimenti. La Fiat sta cambiando, è vero, ma non c’è niente di male nel dire che lo Stato le sta dando una mano.

to. Montezemolo, quindi, non bleffi e si assuma le sue responsabilità fino in fondo». Poi il PdCi è tornato a chiedere la soluzione finale: «Davanti allo scenario attuale c’è solo la nazionalizzazione dell’azienda come ricetta per salvare lavoratori e stabilimenti. Con la montagna di soldi versati negli anni, infatti, lo Stato è, di fatto, il socio di maggioranza del Cda di Fiat. Né un lavoratore va licenziato e né uno stabilimento va chiuso: il governo non sia complice della macelleria sociale che Montezemolo vuole attuare». Critiche anche dal Partito Democratico: «Montezemolo dice una bugia grossolana. La Fiat ha sempre ricevuto soldi pubblici. A tal proposito è necessaria una verifica seria delle risorse che sono state date in questi ultimi 10 anni all’azienda torinese», ha detto il senatore Pd Giuseppe Lumia. «Ed è scandaloso – ha aggiunto - che la Fiat sia decisa a sacrificare una delle sue realtà produttive più importanti, per dislocare la produzione all’estero, dove il costo del lavoro è più basso. Il governo ha la grande responsabilità di non aver saputo affrontare la crisi. Piuttosto che tergiversare avrebbe dovuto proporre tempestivamente incentivi e politiche di rilancio della produzione automobilistica, per tutelare e promuovere gli stabilimenti italiani».

Anche i sindacati si sono fatti sentire: «Non voglio entrare in polemica con Montezemolo, ma la Fiat ha sempre goduto di aiuti statali per impostare la sua produzione in Italia. E tutti gli italiani questo lo sanno», dice il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni. «La Fiat deve trovare un equilibrio tra sostegno sociale, attenzione all’occupazione e impresa - aggiunge Bonanni - e a Termini Imerese va mantenuta l’attività, vanno mantenuti tutti posti di lavoro e vanno rispettate tutte le professionalità». Gli fa eco, su Termini, Luigi Angeletti della Uil: «La Fiat non può scaricare le sue responsabilità sul governo e sulla regione. Il problema non è solo sociale ma in primo luogo produttivo, bisogna ristabilire un po’ di verità, se la Fiat non vuole più produrre auto, ha la responsabilità di dire quali prodotti si possono fare a Termini Imerese». Se-


economia

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Termini Imerese fa rima con Arese

A Torino sono pronti a vendere lo stabilimento siciliano ma senza cedere i macchinari di Francesco Pacifico

ROMA. «Mi sembra di assistere ad Arese 2. E in questo film i paralleli tra lo storico stabilimento dell’Alfa e quello di Termini Imerese vanno ben oltre i milioni in sovvenzioni ottenuti dal gruppo». Nella prima parte della sua vita Sergio Cusani ha seguito le vicende di Fiat come finanziere, nell’altra – quella successiva alla condanna per il caso Enimont – le ha fatto le pulci come consulente della Fiom. Ed è proprio allo smantellamento di Arese – «Ricordo ancora la catena di montaggio distrutta e lasciata a marcire» – che Cusani pensa quando viene a sapere le condizioni poste ieri, durante un vertice al ministero dello Sviluppo da Torino per la sua exit strategy dall’Isola: vendita dei terreni e dei capannoni ma non delle tecnologie (per la cronaca una semplice linea di assemblaggio), ultima parola su chi s’insedierà nell’area, mobilità lunga per oltre il 60 per cento dei dipendenti.

L’azienda fa sapere che «c’è massima collaborazione per ridurre l’impatto sociale» e per «trovare le migliori alternative industriali». Fatto sta che in questa serie di paletti si intravede la voglia di impedire a un concorrente straniero di insediarsi in Italia. In questa logica mantenere la catena di montaggio è un pericolo incentivo. Ma soltanto una casa automobilistica può assorbire senza traumi 2mila lavoratori (1.300 diretti Fiat, 150 esternalizzati, 550 dell’indotto) che da decenni producono vetture e ricambi. È per questo che ieri il governatore Raffaele Lombardo, presente all’incondo Angeletti, «creare valore e ricchezza è il modo migliore per salvaguardare l’occupazione», mentre «in Italia la Fiat vende più auto di quante ne produce».

Nel pomeriggio arriva anche la controreplica di Montezemolo, che decide di tenere il punto:

contro, ha ribadito: «Non intendiamo assolutamente rinunciare all’auto, speriamo che la Fiat cambi idea». E che i lavoratori dello stabilimento hanno incrociato le braccia dopo aver conosciuto l’esito del vertice. Dove di fatto si è deciso soltanto di nominare Invitalia (ex Sviluppo Italia) advisor del governo. Anche perché per accompagnare 800 dipendenti alla pensione con la mobilità servono 5 anni e almeno due vanno pagati dal governo. Nel 1987 la Fiat impose al governo di non vendere la disastrata Alfa alla Ford. Com’è andata a finire, lo dimostra quel deserto industriale che oggi è Arese. Carlo Pariani, oggi leader dei Cub di Arese, in quell’anno era il leader della Fim Cisl dello stabilimento. E si oppose con forza all’accordo: «A Termini sembra di rivivere la stessa sceneggiata: l’azienda prima cede i terreni, poi chiede di mantenere qualcosa, quindi interviene la Regione, si fanno grandi progetti ma nessuno mette i soldi. Poi succede si presentano degli avventurieri, ma alla fine l’unico risultato è che gli impianti vengono via via smantellati Noi abbiamo persino scoperto che i 105 milioni concessi con la Finanziaria 2005 sono stati poi usati anche per i forestali della Calabria». Secondo Pariani, «la soluzione migliore è che il Lingotto «abbandoni prima possibile la Sicilia. L’ho detto ai miei colleghi di Termini». Stessa

«Non voglio replicare a Calderoli», dice il presidente di Fiat, che poi si rivolge ai cronisti: «Attenti anche voi, perché non bisogna fare confusione: gli incentivi non sono soldi che vengono dati alle aziende, ma a chi consuma». E sul tema ha parlato anche il presidente di Confindustria, Emma Marcega-

idea ma termini diversi per l’assessore siciliano all’Industria, Marco Venturi: «Marchionne deve dirci subito, non tra due anni, cosa vuole fare: se restare e investire, se vendere i terreni a un euro o a prezzo di mercato».

In questi giorni l’assessore sta facendo una ricognizione su quando lo Stato, la Sicilia e l’Unione europea hanno concesso a Fiat da quanto è a Termini. «E non è un calcolo facile, visto che si parte con la Regione che si è accollata metà delle strutture e i fondi della legge De Vivo, passando poi a sgravi fiscali e incentivi». Soltanto oggi ci sono 350 milioni di Palazzo d’Orleans per ridurre il gap infrastrutturale. «Ma su questo versante vanno fatti dei chiarimenti: Marchionne dice che non può utilizzare il porto di Termini, preferendo lo scalo di Catania. Quando ho chiesto il perché, mi è stato risposto che c’è una convenzione con Grimaldi che abbatte tutti i costi». Lunedì prossimo la giunta regionale proverà ad allargare la destinazione dei 350 milioni, finora canalizzati soltanto sui collegamenti. Ma è difficile pensare che questo basti per mantenere qui una Fiat che ha un alto indebitamento, investe soltanto Oltreoceano e registrerà un surplus di dipendenti in Italia anche portando la produzione domestica a 900mila auto. Nota Giuliano Cazzola: «Non sarà questa la prima crisi che si chiude

Lombardo spera in un ripensamento, ma si teme che l’azienda punti a impedire l’arrivo di un concorrente estero

glia,concordando con l’ad di Fiat, Sergio Marchionne: «Se si fanno stabilimenti, anche fortemente sussidiati ma che non hanno una ragione economica non c’è incentivo che tenga», ha detto la Marcegaglia, che ieri ha presentato il programma di celebrazione del centenario di Confindustria.

con la mobilità, ma un governo coraggioso dovrebbe infischiarsene dell’arroganza di Fiat e far insediare a Termini una casa straniera». C’è poi un’altra possibilità è seguire l’esempio della Merkel e incentivare il mercato dell’auto con sgravi fiscali, bonus e commesse governativi. Ma il rigore imposto da Tremonti non lo permetterebbe. Entro il 5 marzo, data alla quale si è aggiornato il tavolo su Termini Imerese, governo, enti locali e sindacati vogliono mettere nero su bianco tutte le proposte di riconversione. Mentre Invitalia avrà iniziato a valutare le 7 offerte che Scajola dice di avere in mano. E si spera che ne arrivano altre, perché accanto al costruttore lucano Cimmino, ci sono Ikea e Auchan, che per legge non possono occupare più del 10 per cento dei terreni di Arese. Ma sono in molti a ragionare già in chiave post Fiat. Massimo Albanese, presidente dell’Asi, il consorzio che deve vendere i 45 ettari industriali a Termini in mano alla Regione, nota «che se Fiat andasse via in tempi stretti, le aree non sarebbero disponibili prima del 2014. E chi può programmare un insediamento industriale in quest’ottica temporale?». Così consiglia di guardare al presente, a quelle aree non comprese nel perimetro di SicilFiat, «per le quali c’è l’interessamento di un’importante industria cerealicola e di un’altra che si occupa di rinnovabili. Ma intanto la Regione deve approvare la legge per tagliare i tempi delle autorizzazioni: chi vuole aprire un’industria deve pazientare due anni».

« T e r m i n i I m e r e s e è uno stabilimento che non da oggi ha problemi di minore produzione, logistici e di scarsa efficienza. Il tema vero non è quello di obbligare un imprenditore a mantenere uno stabilimento ma di reimpiegare le persone», ha detto ancora il presidente di Con-

findustria, ricordano che in queste ore «si sta ragionando proprio su questo, e c’è anche la disponibilità della Fiat a contribuire. Questo è un atteggiamento giusto. Se a Termini non si produrranno auto - ha concluso - il nostro tema sarà quello del reimpiego».


diario

pagina 6 • 6 febbraio 2010

Retroscena. Parlano da Oltretevere alcuni testimoni di una delle vicende meno pulite dei giorni nostri. E indicano un responsabile

Se il “fattore B” inquina la Chiesa Il premier italiano, dicono vertici vaticani, «non poteva non sapere»

ROMA. Lo spunto viene da una fonte non sospetta, che a onor del vero mette le mani avanti e spiega di «non poter confermare nulla». Ma basta la voce per mettersi a indagare su quella che, alla fine, sembra essere molto più che una diceria: dietro la querelle Vittorio Feltri - Dino Boffo (e tanti, tantissimi altri personaggi di spicco del mondo cattolico e politico italiano) ci sarebbe la mano del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Ed è questo che viene detto, in questi giorni, in Vaticano. Ricordando che la firma del primo attacco «è sotto gli occhi di tutti». Se questa suggestione fosse vera, il nostro premier potrebbe dunque iscrivere nel taccuino dei suoi “successi” anche una spaccatura interna alla Chiesa cattolica. Realtà mai del tutto pacifica, a essere onesti, ma mai come oggi così tirata per la giacca su giornali e televisioni nazionali. Strumenti che per sua natura la Curia romana e il mondo della gerarchia cattolica non hanno mai apprezzato più di tanto; figuriamoci arrivare a usarli in quella che verrà ricordata come una guerra senza precedenti, per numero di titoli dedicati e vittime cadute sul campo. Per capire meglio è necessario riepilogare: nella calura estiva, il Giornale del neo-direttore Feltri sbatte in prima pagina un titolo a quattro colonne («Il supermoralista condannato per molestie») che sottolinea l’ipocrisia di criticare il governo quando si hanno ben altri scheletri nell’armadio. Il riferimento è ovviamente all’allora direttore di Avvenire, Dino Boffo, colpevole di aver autorizzato o persino scritto un fondo contro la morale berlusconiana. Il “moralizzatore”, come viene definito dalla penna al vetriolo di Feltri, è uno «che ha nel suo passato una torbida storia di molestie e di relazioni omosessuali». A riprova di quanto affermato, campeggerà in pagina il giorno dopo un documento che attesta un patteggiamento fra Boffo e un nome, ovviamente secretato, che poi verrà individuato. Una brutta storia di stalking telefonico in cui rientra una liason omosessuale,

di Vincenzo Faccioli Pintozzi

Nel tranello ordito dal “Giornale” sono caduti in molti, fuori e dentro il Vaticano. Ma da chi era voluto? che si conclude con il pagamento di una sanzione pecuniaria da parte dell’allora direttore. Dopo una bufera senza precedenti, Boffo fa un passo indietro e viene sostituito dal suo vice Tarquinio, che verrà poi confermato dalla Cei sulla poltrona. Fino a questo punto, la tesi sulla genesi dello scontro è condivisa.

L’idea generale parla di un Feltri che risponde a palle incatenate alla campagna d’odio che la stampa (di sinistra, ma anche cattolica) ha lanciato contro il suo editore. Eppure, la storia è ben lontana dall’essere conclusa: alcuni mesi dopo, e siamo ai giorni nostri, il direttore del Giornale mette in bella evidenza e in prima pagina la risposta a una lettrice che gli chiede conto dell’affaire Boffo. In sostanza, risponde Feltri, c’è stato un errore nella gestione del linciaggio mediatico: le accuse erano avallate da documenti poi ri-

velatisi falsi, di cui si era fatto latore «un personaggio al di sopra di ogni sospetto. Di cui bisogna istituzionalmente fidarsi». Quel termine “istituzionalmente” suona come una campana a festa per tutti coloro che vedevano, nella brusca caduta del Boffo, una volontà esplicita della Segreteria di Stato vaticana, dominata dal cardinale salesiano Bertone. Qui entrano in gioco altri fattori di cui è necessario tenere

conto: da una parte il pranzo “riparatore”offerto da Feltri al collega defenestrato, in cui è presumibile che si siano spiegati, e soprattutto la ridda di voci e controvoci che si sovrastano cercando di indicare chi e come, in Curia, abbia ordito il tutto. La tesi dominante vuole che la querelle sia nata per dirimere una “guerra fra bande”: da una parte il “partito Bertone”, in cui militano il cardinale e la sua Curia, il direttore dell’Osservatore Romano Gian Maria Vian e, secondo alcuni, anche un ristretto gruppo di intellettuali laici che ruotano nell’ambito del Corriere della Sera.

Dall’altra il “partito Ruini”, di cui Boffo è un fedelissimo, che conta dalla sua Sandro Magister – autorevole vaticanista de L’Espresso, che ha contribuito alla rissa indicando in Vian il vero manovratore di Feltri – lo stesso cardinale ispiratore del Family Day e una par-

te considerevole del giornalismo di destra, che avrebbe però fallito nell’arginare gli attacchi del Giornale. La teoria della longa manus berlusconiana sembra perdersi dunque in un dedalo di tonache e ostensori, mischiati in maniera blasfema con tipografie e caffè scandenti. Ma appena si parla con esponenti di Curia, a cui è stato garantito il totale anonimato, torna prepotentemente in prima fila. Secondo uno dei minutanti che lavorano all’ombra del Palazzo Apostolico, infatti, «non è pensabile che l’attacco primario, quello sulla prima pagina del Giornale, sia partito senza il placet dell’editore Berlusconi. Non scordiamo che fra il premier e la Chiesa il feeling non è mai stato totale, ma meglio la versione “soft”e internazionalista di Bertone rispetto a quella più dura, e tutta italiana, di Ruini». Secondo un quadro dirigenziale di un’importante Congregazione, quella per la Dottrina della Fede, questa è più di un’ipotesi: «Il fatto che l’eminenza grigia di Berlusconi, Gianni Letta, sia stato visto due giorni fa alle celebrazioni liturgiche sia di Bertone che di Bagnasco indica un interesse particolare. E dopo ha chiesto a entrambi un colloquio in forma privata. L’impressione è quella di una persona che deve chiarire molte cose, o che ha bisogno di un aiuto». Un prelato, conosciuto anche in ambito internazionale, non ha molti dubbi: «All’epoca dei fatti, Berlusconi disse pubblicamente di dissociarsi dalle accuse del Giornale. Un bel gesto, che ne fa un editore libero e liberista. Ma non basta a levare il sospetto che sia lui, e non un suo sottoposto, l’artefice di tutto questo. La Chiesa è scomoda, e il detto divide et impera vale anche e soprattutto per noi. Quale che sia la verità dei fatti, e spero che presto venga a galla, uno strumento in mano al premier ha ottenuto una spaccatura profonda, e soprattutto pubblica, in un campo che non gli è propriamente amico». Un risultato non da poco, considerando che da Attila in giù sono moltissimi coloro che, contro le mura vaticane, hanno finito per deporre le armi. Che stia per riuscire a Berlusconi quello che non è riuscito ad Attila?


diario

6 febbraio 2010 • pagina 7

Polemiche. Analisi di un testo pieno di luci (poche) e ombre (tante) tamattina, mentre facevo colazione, ascoltavo alla radio Il ruggito del coniglio e mi ha colpito non poco una battuta che diceva «con la riforma, la scuola secondaria superiore non è più superiore, ma resta secondaria». Buona battuta, ma risata amara. Cerco allora non tanto di descrivere la riforma, su cui sono stati sparsi fiumi di toner, ma di coglierne alcuni aspetti principali, e possibilità di sviluppo.

S

Come prima osservazione, la secondaria riformata resta una secondaria sostanzialmente vecchia: vecchia, non tradizionale. La scuola “tradizionale”, infatti, nasceva in risposta alla domanda educativa di una società profondamente diversa da quella attuale, ed è stata in grado di svolgere onorevolmente questo compito per molti decenni, nel corso dei quali si è modificata e adattata per fare fronte ai vari cambiamenti, come ben mostra Nicola D’Amico nella sua recente e monumentale Storia e storie della scuola italiana pubblicato da Zanichelli. La scuola tradizionale diventa vecchia nel momento in cui continua a seguire le logiche di una società che non esiste più, e non riesce a far sue le logiche nuove: trovo, ad esempio, totalmente sottovalutati gli aspetti legati alla società dell’informazione, che non può essere ridotta all’aumento delle ore di informatica o alla scomparsa del latino dal liceo delle scienze applicate. È certamente positiva la razionalizzazione dell’offerta, che riduce la frammentazione degli indirizzi, accorpando i licei (che in realtà passano da quattro

La scuola cambia per restare vecchia Il limite della «riforma epocale» della Gelmini è proprio che non rispecchia la nostra epoca di Luisa Ribolzi a sei, ma sopprimendo i quasi quattrocento indirizzi sperimentali) e soprattutto gli istituti tecnici e quelli professionali in due settori (economico e tecnologico per i tecnici, dei servizi e industria e artigianato per i profes-

sionali) e pochi indirizzi, rispettivamente undici e sei, lasciando alle scuole la possibilità di una maggiore aderenza alla domanda di formazione del territorio grazie alle flessibilità nella scelta delle opzioni e all’uso accorto dell’autonomia.

La riduzione del tempo scuola è una scelta di chiaroscuro: se è vero che gli orari italiani erano fra i più pesanti d’Europa, c’è però una netta sottovalutazione della possibilità di utilizzare il tempo scuola per attività di completamento del curricolo. Anche il raccordo con il mercato del lavoro ha aspetti ambigui, perché sulla carta la struttura globale degli istituti tecnici è più aderente alla realtà del mercato del lavoro, ma c’è stata una riduzione consistente delle iniziali ambizioni (e, presumo, una conseguente minore motivazione delle imprese a partecipare all’impianto e al governo degli istituti tecnici e professionali). Sono stati ridimensionati i comitati tecnico scientifici, non più obbligatori, non

si è risolto il nodo degli insegnati tecnico pratici e in generale dei laboratori, la cui riduzione non è stata compensata dall’introduzione di incentivi alle imprese per l’intensificazione di attività comuni, che costituisce secondo me l’alternativa all’incremento dei laboratori, sulla falsariga dell’esperienza tedesca delle scuole collegate alle imprese con un

troppo spesso l’affermazione che i riformatori credono di cambiare la scuola con le riforme, ma gli insegnanti cambiano le riforme nella pratica quotidiana. Io vedo un disorientamento diffuso fra i docenti, soprattutto quelli degli istituti tecnici, che non può essere ricondotto solo alle opinioni politiche, ma è frutto di una preoccupazione molto reale su che cosa accadrà nelle scuole e nelle classi una volta richiusa la porta di ingresso. Mi auguro che, finita la volata per l’approvazione dei regolamenti e ricaduto il polverone dei commenti d’obbligo, si ponga l’attenzione necessaria alla (ri)qualificazione dei docenti, utilizzando magari la piattaforma di Ansas che si è mostrata in grado di far fronte all’assalto di migliaia di docenti e che potrebbe essere implementata in base ad un più rigoroso e sperimentato modello di formazione di cui si comincia a vedere qualche timida esperienza, ad esempio in Puglia o in Emilia (e immagino che ce ne

Qualcuno dovrebbe dire al ministro dell’economia che puntare al risparmio su questo settore è una pessima scelta: tutto poi ricade sui singoli ruolo analogabile alle cliniche universitarie per le facoltà di medicina. Personalmente, io ritengo che la principale occasione perduta sia stata quella di sopprimere l’ibrido dell’istruzione professionale, che avrebbe potuto confluire in parte nell’istruzione tecnica e in parte nella formazione regionale, potenziandola e riqualificandola sia pure con tempi cautamente differenziati a seconda delle realtà: i canali restano tre, e le differenze sono troppo sfumate per consentire alle imprese di formulare richieste chiare.

Da ultimo, resta un grosso punto interrogativo sull’attuazione delle riforme. Ho citato fin

siano altri).

Infine, qualcuno dovrebbe dire al ministro dell’economia che in questo settore fare economia è la scelta peggiore, perché affidare alla buona volontà di alcuni l’attuazione di una riforma che richiede agli insegnati una qualità professionale più elevata di quella oggi disponibile comporta il rischio che la riforma medesima resti sulla carta, o nel migliore dei casi si realizzi “a macchia di leopardo” mancando il compito di un miglioramento della qualità complessiva del sistema che costituiva il suo obiettivo principale, e facendo diventare davvero secondaria la scuola secondaria superiore.


politica

pagina 8 • 6 febbraio 2010

Divisioni. La sindrome Nimby – non nel mio cortile – è trasversale. Contro l’esecutivo anche i governatori del Pdl

La secessione energetica

Il fronte antiatomo fa breccia anche nel Pdl e si allarga a macchia d’olio, coinvolgendo quasi tutte le regioni. L’imbarazzo del governo di Riccardo Paradisi

ROMA. L’ostruzionismo no tav

zione alla produzione di energia di ogni regione rispetto al fabbisogno del territorio. Nel nostro programma, prima di esprimere una posizione definitiva, valuteremo questi indicatori con grande attenzione». Tradotto significa che il nucleare nel Lazio crea alla Polverini imbarazzo. Lo dimostra anche il fatto che alla sua dichiarazione s’aggiunge subiDEBORA to la chiosa di Fabio SERRACCHIANI Rampelli, esponente romano Pdl e uo«Chiedo agli mo di punta del coamministratori mitato elettorale del Friuli della Polverini: «La Venezia Giulia posizione assunta di ribellarsi Il governo ha impugnato dida Renata sul nualla decisione nanzi alla Corte Costituzionale cleare mi soddisfa del governo, le leggi con le quali Campania, pienamente. Penso come hanno Puglia e Basilicata avevano sia giusto coinvolfatto altre bloccato la costruzione di cengere le Regioni nelamministrazioni la decisione sulle lotrali nucleari sostenendo che le di centrodestra» calizzazioni degli tre leggi regionali «intervengoimpianti così come no autonomamente in una maè legittimo che il teria concorrente con lo Stato, cioè la produzione e la distribu- una centrale nucleare o un de- Governo difenda la sua impozione dell’energia». Ma i presi- posito di rifiuti radioattivi. I lu- stazione. Ma ancora più giusto denti delle Regioni annunciano cani possono stare tranquilli. è valutare, tra i parametri per la che andranno avanti, e rivendi- Un po’ meno gli esponenti della scelta di un sito, quello della cano il diritto di decidere che ti- maggioranza a Roma. In Puglia produzione reale di energia da po di impianti di produzione la situazione è ancora più com- parte di ciascuna regione. Il Laelettrica ospitare. E sono solo plicata. Il governatore uscente zio – aggiunge Rampelli – gli apripista di un movimento Niki Vendola attacca «la destra quando saranno portate alla trasversale no-nucleare che si che a Bari finge di essere am- piena produzione Torre Valdariespande già a macchia d’olio. bientalista votando a favore ga e Montalto di Castro, e Quando il governo approverà i della legge che lui ha voluto quando saranno conteggiati criteri per la localizzazione del- fortemente per la denucleariz- l’ambizioso piano di Roma sulle centrali nucleari – il prossi- zazione della Puglia mentre a l’energia rinnovabile, i termomo 10 febbraio – e individuerà i Roma diventa ferocemente ne- valorizzatori, i gassificatori, le siti dove costruirli – il dissenso mica dell’ambiente». Lo sfidan- centrali a turbogas, sarà abte Rocco Palese del bondantemente al di sopra del LUCA Pdl replica che lui è suo fabbisogno e potr cedere ZAIA più antinunlcearista una parte dell’energia prodotta al fabbisogno nazionale». di Vendola. «Non vogliamo È un no ancora meno velato di il nucleare Renata Polverini, quello della Polverini. In Friuli qui da noi. candidata Pdl alla Venezia Giulia, il governatore Il Veneto la sua regione la prende Renzo Tondo, non sembra favoparte l’ha già alla larga: «legitti- revole a ospitare centrali nella fatta. Con mo che il Governo regione sostenendo che basta il rigassificatore affidi alla Corte co- quella in Slovenia. Debora Sere poi con stituzionale il com- racchiani, Pd, lo invita a uscire la riconversione pito di dirimere un allo scoperto e prendere una al carbone conflitto di compe- chiara posizione per il no. a Porto Tolle» tenze, definire un atto intimidatorio Lo incalza anche il Wwf che ha un ricorso alla Con- chiesto ai consiglieri regionali aprirà un problema politico sulta mi sembra un indizio di di approvare una legge contro straordinario. Anche perché il scarso rispetto delle Istituzioni, la realizzazioni di centrali nuconflitto sul nucleare mette in un cedimento alla demagogia». cleari in regione diffondendo imbarazzo soprattutto la mag- Detto questo, «È però impensa- una proposta di legge che rigioranza. Il governatore Pdl bile che si possano realizzare prende l’analoga norma approdella regione Sardegna Ugo impianti nucleari senza il con- vata dalla Regione Puglia lo Cappellacci aveva messo in senso delle regione. Una cen- scorso anno. In Veneto è il leghichiaro sin dal suo insediamen- trale nucleare non è un proble- sta Luca Zaia a schierarsi senza to che il nucleare nell’isola non ma ideologico, ma un’opportu- se e senza ma sulla trincea antisarebbe passato. La Sicilia, allo nità da valutare, anche in rela- nucleare: «Il nucleare può esseche ha bloccato per anni la costruzione dell’alta velocità Torino-Lione apparirà uno scherzo di fronte alle opposizioni locali che la scelta di riconversione nucleare imboccata dal governo sta già producendo. Opposizioni bipartisan che vedono schierato sul fronte nimby – “non il nucleare nel mio cortile” (nella mia regione in questo caso) – esponenti del centrodestra e del centrosinistra. Tutti ugualmente preoccupati di rappresentare paure e pregiudizi antinuclearisti che si respirano nel territorio.

stesso modo, ha ribadito chiara la sua indisponibilità a ospitare centrali nucleari mentre in Basilicata quattro parlamentari del Pdl – Guido Viceconte, Cosimo Latronico, Egidio Digilio e Vincenzo Taddei – chiamano la loro regione fuori dalla mischia: qui – dicono – non ci sono le caratteristiche territoriali ed ambientali per realizzare

re una strada dice , ma il Veneto la sua parte l’ha già fatta. Con il rigassificatore al largo delle sue coste, e con la riconversione al carbone di Porto Tolle, da quel che ci dicono i tecnici, il nostro bilancio è positivo». E se il governo le chiedesse di mettersi una mano sul cuore? viene chiesto a Zaia: «Il Veneto la mano sul cuore la mette da sempre. Questo non significa che continueremo a farlo. Prima dovremmo vedere con dati inoppugnabili che non ci sono alternative in tutte le Regioni in cui il bilancio energetico è negativo. E anche allora, io manterrei le mie più totali perplessità». A polemizzare con Zaia e indirettamente con tutto il dssenso interno al centrodestra è Benedetto della Vedova, esponente radicale del Pdl: «Ritengo profondamente sbagliato che Luca Zaia oggi schieri il Veneto sulla trincea anti-nucleare, come se la strategia energetica del Paese e le stesse esigenze di sicurezza degli impianti potessero rispettare i confini amministrativi delle Regioni. Nessuna infrastruttura e nessun impianto nucleare soddisfa solo gli interessi di una comunità locale e serve un senso di respon-

re perduta in anticipo una delle scommesse più significative della legislatura che non sta nel vincere la resistenza ideologica degli ambientalisti ideologici, ma le resistenze di quanti ritengono che il nucleare vada fatto altrove». Come il candidato Pdl in Campania Stefano Caldoro anche il vicemininistro alle infrastrutture Roberto Castelli si

RENATA POLVERINI «Il governo ha fatto una scelta non ideologica: il problema del nucleare non si risolve spostando un impianto nella regione affianco»

dice invece favorevole al nucleare in Lombardia: «Chi avrà l’energia nucleare e produce energia elettrica a metà prezzo e non con i mezzi tradizionali, avrà dei vantaggi, chi non la vuole, avrà fatto una scelta che io rispetto ma poi avrà anche delle conseguenze. Penso che in futuro si arriverà anche al federalismo energetico». Chissà.

Per ora sembra di assistere piuttosto al secessionismo energetico. E al ritorno d’uno scontro vecchio orUGO mai di trent’anni, CAPPELLACCI quello tra nuclearisti e antinuclearisti. «Da noi qui Per il prossimo 13 in Sardegna marzo i Verdi hanno non vogliamo già lanciato il ’No nessuna nuke day’ a Roma: centrale una manifestazione nucleare: contro il nucleare dovrebbero che chiama a racpassare sul mio colta quello che corpo prima vorrebbe diventare di fare una cosa un blocco sociale simile» anti-atomo e per dire invece si al solare. Il presidente dei sabilità nazionale, sia da parte Verdi Angelo Bonelli rivolge del governo centrale, che di poi un invito ad Antonio Di Piequelli locali, nella ripartizione tro a sciogliersi, per il tema del dei costi e delle compensazioni nucleare, in un grande movitra le popolazioni coinvolte». In mento anti-atomo, ricordando effetti, è il ragionamento di del- che il Referendum non deve esla Vedova, se un ministro del sere usato come uno strumento governo che ha deciso il ritorno di lotta politica. L’elemento di al nucleare si fa capofila del novità di questa disputa è che partito Nimby «rischia di esse- sembrano risorti i verdi.


politica

6 febbraio 2010 • pagina 9

Parla il fronte favorevole al nucleare nella maggioranza, sempre più preoccupato

«Troppi giocano sulla paura anche tra i nostri dirigenti» Valducci: «L’egoismo territoriale fa sentire tutti i suoi effetti» Della Vedova: «La situazione rischia di diventare difficile» di Errico Novi

ROMA. Mai come stavolta l’espressione“day after”rischia di suonare inopportuna. Eppure il contraccolpo sul governo c’è, si percepisce: troppe le posizioni dubbiose o apertamente ostili, come quella di Luca Zaia, sul nucleare.Tante da far vacillare l’impalcatura del progetto. E da suscitare seri dubbi sul grado di apertura mentale medio dei dirigenti di Pdl e Lega. Anche se un moderato come Mario Valducci si affida alla «fortissima campagna di comunicazione» che l’Esecutivo metterà in campo. Come dire: informiamoli, i nostri rappresentanti sul territorio, prima di darli per irrecuperabili. Giusto. Ma non sarà facile. Il presidente della commissione Trasporti di Montecitorio lo sa. E come lui il deputato radicale del Pdl Benedetto Della Vedova, tra i pochi a diffondere in mattinata una decisa critica a Zaia: «Se il ministro del governo che ha deciso il ritorno al nucleare si fa capofila del partito Nimby rischia di essere perduta in anticipo una delle scommesse più significative della legislatura». Perché il timore è proprio questo: se già ora arrivano il niet dal candidato governatore veneto, la mezza bacchettata al governo di Renata Polverini («senza le regioni non si decide nulla», ha detto giovedì, anche se ieri ha a sua volta criticato Zaia), le contorsioni del Pdl pugliese e lucano, vuol dire che non c’è niente da fare, meglio lasciar perdere. Della Vedova prova a depurare il giudizio dall’inquinamento pre-elettorale: «Bisogna aspettare che la campagna per le Regionali finisca», dice a liberal. Poi però aggiunge: «Mi auguro che nel Pdl alcuni non finiscano per scommettere sulla paura». Il riferimento a Zaia è esplicito: «Ha sbagliato ad assumere quella posizione. Qui si rischia di perdere un’occasione storica, non perché si debba imporre il nucleare a ogni costo, ma sarebbe almeno il caso di valutarne insieme le ragioni economiche». Com’è che finisce sempre così e che anche la classe dirigente di centrodestra si lascia schiacciare dai tabù? «È un tratto tipico della nostra politica, c’è chi gioca sulla paura irrazionale degli immigrati e chi su questo. Mi auguro che siano schermaglie e che alla fine prevalga nella maggioranza un senso di coesione, che si decida insieme sui siti. Ma se torniamo indietro su decisioni prese insieme certo la situazione può diventare difficile».

zone poco abitate», nota ancora Possa. Qualche dubbio sulla tempistica del governo, che con l’impugnazione delle leggi di regionali ha squadernato il dossier nel pieno della zuffa elettorale? «No, i tempi erano obbligati, la legge delega con cui si è avviato il processo scade il 13 gennaio. Purtroppo quando alcuni mesi fa è partito il treno ancora non si sapeva esattamente quando si sarebbero tenute le elezioni».

Come trascurare d’altronde l’effetto Nimby, ricorda a sua volta Valducci. «Dispiega la sua dirompente efficacia, purtroppo, anche se nell’opinione pubblica è caduto il tabù di qualche anno fa». Il presidente della IX commissione non vede avanzare d’altra parte una particolare tendenza all’egoismo micro-territoriale, «anzi: le cose andavano molto peggio prima del 2002, quando senza la legge obiettivo serviva l’unanimità di tutti gli enti locali interessati altrimenti le opere non si facevano». Ora c’è una «volontà di fare» più diffusa, secondo l’esponente berlusconiano, che però non nasconde le particolari insidie contenute nel dossier dell’atomo: «È un tema comunque sempre difficile, non dimentichiamo che per anni si è fatto passare il messaggio martellante del nucleare come piaga della società. Eppure è il contrario, perché sappiamo che si tratta di un’energia pulita, senza ricadute sui cambiamenti del clima». Come si vince l’esercito dei dubbiosi? «C’è ancora molta strada da fare, dovremmo cominciare con campagne informative nelle scuole e spiegare che è questa la strada per poter diventare un Paese finalmente autonomo sul piano energetico». Si possono fare molti discorsi sull’inadeguatezza culturale della classe politica locale. Ma se poi gli strumenti istituzionali sono quelli che sono, ricorda Antonino D’Alì, alla guida della commissione Ambiente di Palazzo Madama, «dobbiamo piuttosto pensare a una riforma da attuare immediatamente dopo il federalismo fiscale, ossia la riscrittura del federalismo istituzionale, disegnato in modo troppo incerto dal Titolo V». Insomma il decentramento c’entra eccome, intanto perché «per anni la Consulta ha dato quasi sempre ragione ai governatori nei contenziosi con lo Stato, anche se per fortuna negli ultimi tempi s’intravede una maggiore attenzione per l’interesse nazionale». E poi comunque il vizio è andato diffondendosi troppo, «basti pensare a quello che accade ogni volta con le discariche o i centri di permanenza per gli immigrati». C’è «l’esempio eclatante della Tav», dice ancora D’Alì, anche se sulle centrali nucleari più ancora che su altre questioni «ci sarà davvero una bella matassa da dipanare». Conta o no la mentalità“secessionista”diffusa dalla Lega? «Ma non c’è solo il Carroccio, spesso sono le amministrazioni di centrosinistra ad opporsi a tutto. E poi non dimentichiamoci di Raffaele Lombardo, che ha dato parere favorevole all’ordine del giorno con cui l’Assemblea regionale siciliana ha invitato la giunta a non procedere ad alcuna trattativa con lo Stato per il nucleare in Sicilia». Vale a poco rammentare che sull’Isola il Pdl è quasi fuori dalla maggioranza: è il quadro generale che non promette nulla di buono.

Possa: «Certi candidati sanno poco di energia ma sono ferratissimi su come prendere voti». D’Alì: «Sulle centrali c’è davvero una bella matassa da sbrogliare»

Anche Adolfo Urso fa un passaggio sull’analogia tra lo «spauracchio» dell’atomo e quello degli immigrati, e si appella alla «credibilità della classe dirigente». La vede in modo molto realistico il presidente della commissione Cultura del Senato Guido Possa, che nei giorni scorsi ha fatto da relatore per il parere dato insieme con la commissione Industria sullo schema di decreto sui siti: «Sa, parliamo di candidati che non sono al corrente del problema energetico e invece sono ferratissimi sulla necessità d conquistare voti… nessuno vuol fare dichiarazioni compromettenti, Zaia poi è uno ostile anche agli ogm». E ha forte radicamento tra gli agricoltori della Coldiretti, per esempio. «I quali a loro volto non approvano il nucleare perché porta via loro terreni in


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ragioni&torti di Giancristiano Desiderio

Se la scuola ritorna a Gentile a chiamano riforma scolastica, ma non lo è. Propriamente è una riorganizzazione o ristrutturazione che ha anche i suoi utili cambiamenti come l’insegnamento maggiore della lingua straniera. Il principio che ispira questa riorganizzazione scolastica è quello dell’accorpamento in base a due grandi aree o categoria: quella dei licei e quella delle scuole industriali e professionali. La cosa buona di questa riorganizzazione è la fine della sperimentazione spinta e, in sostanza, il ritorno all’antica divisione di Gentile: da una parte la scuola umanistica e dall’altra la scuola tecnica. Scuserete la eccessiva semplificazione, ma la sostanza è proprio questa.

L

Naturalmente, sia il ministro, sia il capo del governo, sia i ministeriali di viale Trastevere, sia i pedagogisti di Stato cercano di mascherare che la riforma è solo una riorganizzazione e che la fine della sperimentazione, che durava da 1969, è il ritorno all’antico, ma le cose stanno esattamente così. Del resto, quando si vuole fare una riforma della scuola si deve mettere mano agli esami di Stato, ma siccome qui gli esami di Stato non sono stati neanche sfiorati e tutto rimane invariato, di riforma scolastica non c’è traccia. C’è solo, come detto, una riorganizzazione attraverso gli accorpamenti e qualche singolo cambiamento. Ma allora - si dirà - hanno ragione i sindacati che dicono che si tratta solo di un’operazione di tagli economici e basta? Sì, hanno ragione i sindacati, ma con un’avvertenza: i tagli della riorganizzazione scolastica sono necessari per tentare di mantenere in piedi un sistema scolastico pan-statale che sta crollando sulle sue gambe perché il suo corpaccione è cresciuto troppo oltre misura. Questo è il vero motivo della riorganizzazione che il ministro Gelmini chiama “riforma epocale”. La scuola italiana negli ultimi quarant’anni è cresciuta al di là delle sue stesse possibilità di crescita e, quindi, c’è da comprendere chi, riuscendo a bloccare la crescita abnorme, sente di aver fatto un’impresa erculea e la definisce “riforma epocale”. Comprensibile, ma inesatto. La scuola, infatti, non è riformata perché non acquista nessuna nuova forma (la parola “riforma” significa questo: nuova forma). La classica distinzione tra “classico” e “tecnico-professionale” rimane identica e anzi è rafforzata, sia pure con il ricorso a una liceizzazione dei professionali e, di conseguenza, a una professionalizzazione dei licei. È un modo come un altro per controllare un sistema che è da molto tempo scappato di mano allo stesso ministero. I sindacati gridano, criticano, manifestano e si organizzano, ma la verità è che dovrebbero ringraziare: il principale alleato del sindacato è proprio il ministero che con questo giro di vite altro non sta facendo che confermare la logica della “scuola napoleonica” rimandando più in là nel tempo l’appuntamento con il collasso finale.

La Toyota va dal medico: è malata di gigantismo Quattro milioni di vetture richiamate. Ed è subito crisi di Renato M. Calvanese el maggio 2006 un imbarazzato Katsuaki Watanabi, presidente della Toyota Motor Company, rivolgendosi ad una folta platea di giornalisti e azionisti pronunciò queste parole: «La qualità è la nostra linfa vitale (...) considero seriamente i problemi attuali e ritengo siano il segno di una crisi». Ad aprile di quell’anno Toyota aveva dovuto richiamare 1 milione di veicoli sparsi per il mondo a causa di un difetto al motore; solo qualche mese prima, nel 2005, nelle officine americane ne erano stati riparati circa 2,3 milioni, una cifra doppia rispetto alla quota del 2004, e dieci volte superiore a quella del 2003.

N

Il male diagnosticato da Watanabi quattro anni fa non è stato curato. La prova è nei numeri: nel gennaio 2009 è stato annunciato un piano di richiamo mondiale per 1,3 milioni di veicoli per un problema alle cinture di sicurezza; nell’agosto 2009 è stata la volta di 690 mila auto vendute in Cina; a settembre 2009 è arrivato il record nella storia della casa giapponese con 4 milioni di veicoli richiamati negli Usa per colpa di un tappetino con il vizio di incastrarsi sotto il pedale dell’acceleratore; a gennaio 2010 un altro tonfo: 2,3 milioni di veicoli statunitensi richiamati per un nuovo difetto al pedale dell’acceleratore; è di qualche giorno fa la notizia che lo stesso difetto è stato riscontrato anche sulle auto vendute in Europa: dovranno quindi essere controllati i pedali di 1,8 milioni di Aygo, Iq,Yaris, Auris, Corolla,Verso e Avensis. L’ultimo colpo, forse il più doloroso, è stato sferrato dal modello prediletto, dalla Prius (tu quoque), la gemma tecnologica di casa Toyota che in tutto il mondo ha già venduto più di due milioni di pezzi: le autorità nipponiche e americane hanno rilevato alcuni malfunzionamenti al sistema frenante che costringeranno la motor company ad allargare anche al suo ibrido la campagna di richiamo.

di veicoli, dal 21 gennaio ha bruciato in borsa qualcosa come 25 miliardi di dollari e nel mese di gennaio le sue vendite sono calate negli Usa del 12%, in controtendenza rispetto ad un mercato in netta ripresa (+25%). Fuori casa è costretta a difendersi dalla campagna vampiresca dei suoi diretti avversari Ford e Gm che battono le strade d’America offrendo mille dollari di incentivo a clienti delusi dalla casa giapponese, mentre in casa deve guardarsi dalla sorella Honda che ha già ritoccato al rialzo le previsioni annuali di crescita. Per rintracciare i motivi del disastro Toyota si può cominciare da una domanda pronunciata a mezza voce dal presidente onorario della compagnia Shoichiro Toyoda nel 2007, durante un incontro tra costruttori giapponesi: «Che senso ha superare General Motors?» Proprio quell’anno infatti la Toyota terminava la rincorsa del colosso americano durata decenni e si piazzava al primo posto della classifica costruttori. Una crescita vertiginosa quella della compagnia di Nagoya che in soli tre anni, dal 2004 al 2007, ha aumentato la sua produzione del 45%, dai 5,5 milioni di veicoli a oltre 8 milioni. Gran parte dei motivi dell’attuale crisi sono da rintracciare in questa esplosione produttiva che ha dilatato a tal punto il tessuto organizzativo da provocare più di qualche strappo.

Da anni le auto hanno problemi, benché il presidente Watanabi abbia sempre detto: «La qualità resta la nostra linfa»

A causa di questa pioggia di cattive notizie la Toyota ultimamente non se la sta passando molto bene: è stata costretta a sospendere la produzione di otto modelli negli stabilimenti statunitensi in attesa che dal Giappone arrivi il kit di riparazione, probabilmente supererà il record assoluto di veicoli richiamati ora detenuto dalla Ford con 12 milioni

A trasformare poi questa lacerazione in contagio è stata la condivisione da parte di molti modelli delle stesse componenti e piattaforme: in questo modo si eliminano le diseconomie quando le cose vanno bene e si rischia il fallimento quando vanno male. Questo vale non solo per Toyota. Molti altri produttori vedono da anni crescere il numero di richiami per lo stesso motivo. Concorre a rafforzare il trend la pervasività della tecnologia, la moda delle soluzioni avanzate a base di elettronica che ha fatto crescere molto la complessità di sistemi già articolati. Inoltre ad aumentare i margini di errore è la frenesia tutta moderna con la quale si sfoderano nuovi modelli, la compressione dei tempi di sperimentazione e di lancio di nuovi prodotti. Dinamismo e velocità sono sicuri ingredienti di successo nell’affollato mondo dell’industria automobilistica di oggi, ma d’altronde si sa, la fretta può essere cattiva consigliera.


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L’assise, curiosamente, si svolge a pochi metri dall’Ergife, l’albergo romano da dove Craxi iniziò la sua avventura

E Di Pietro provò la passerella Aperto il congresso dell’Italia dei Valori: anche De Magistris si schiera con il leader di Francesco Capozza

ROMA. Di alberghi dove tenere un congresso politico a Roma ce ne sono tanti. Come pure centri congressi. E poi c’è la nuova Fiera di Roma, dove si sono uditi i vagiti del neonato Pdl poco meno di un’anno fa. Chissà, però, se Antonio di Pietro quando ha scelto di tenere il congresso della sua Italia dei Valori al Marriot Park Hotelha fatto caso a uno strano segno del destino geografico: basta percorrere poco più di cinquecento metri e, proseguendo per la via Aurelia, si erge l’ormai vecchiotto Hotel Ergife, tempio socialista per tutti gli anni Ottanta. Quelli di craxiana memoria, per intenderci. Quelli dove accorrevano a frotte giornalisti di tutte le testate (gli stessi che Craxi definiva «jene dattilografe»), in attesa di colpi di scena in grado di far saltare un ministro o, addirittura, un intero governo. Oggi, cinquecento metri più giù, si consuma la mesta - seppur copiosa - sfilata dei sostenitori di quello che fu il più grande nemico del defunto ex leader socialista.

(location assai più amena dell’Ergife: ci sono piscine, campi da tennis, centro benessere, suite e televisori al plasma ovunque) l’Italia dei valori riunisce il suo popolo proveniente da tutti gli angoli del paese. Ci sono ragazzi che un tempo avremmo definito no global (ma qui non sono, stranamente, pronti alla tenuta anti-sommossa), c’è una buona rappresentanza del cosiddetto “popolo viola”- gli antiberlusconiani fino al midollo pronti a un secondo no-cav day -

Oggi è atteso Bersani, mentre l’Udc non ci sarà: «Nulla a che fare con certo moralismo»

L’ambiente e l’organizzazione non sono né quelli faraonici del congresso istitutivo del Pdl (niente mozzarelle di bufala e vini frizzantini offerti ai delegati, per intenderci) e neppure quello asettico del congresso democratico. Una via di mezzo, insomma, tra l’immagine dell’opulenza e quella dell’austerity troppo ostentata. Qui al Marriot

e ci sono anche gli immancabili sostenitori delle manette. Ogni tanto sbuca pure qualche coppola, chissà se per il freddo oppure per qualche reminescenza di passate schermaglie dipietriste anti-Cav. Giornata d’apertura, quella di ieri, piuttosto sottotono. Neppure l’intervento dell’ex magistrato, oggi eurodeputato, Luigi De Magistris ha riservato sorprese per quel ridotto nugolo di giornalisti e corrispondenti d’agenzia (altro che Ergife...) presenti ieri nel salone dei congressi del Marriot Park Hotel.

gli una funzione di testimonianza o, come sostiene il deputato Idv Antonio Razzi, è fatta per arginare una possibile discesa in campo di Luigi De Magistris. Quest’ultimo che come si è detto è intervenuto ieri al congresso, ha voluto sgombrare il campo dai «finti dualismi» chiarendo subito che appoggerà la mozione Di Pietro e assicurando che sui contenuti non ha visto «divergenze che possano portare a cambiamenti di rotta». L’ex magistrato di Catanzaro ha però sottolineato che non vanno «repressi» i dissenzi interni al partito.

Momento clou della tre giorni, l’intervento - in programma oggi - del leader e fondatore del movimento, Antonio Di Pietro. L’ex magistrato di Mani pulite si avvia a una scontata conferma alla guida del partito anche se, per la prima volta dalla fondazione dell’Idv, c’è una candidatura alternativa: quella del deputato campano Francesco Barbato (ma sì, quello che si è conquistato l’Oscar come miglior antiberlusconiano del parlamento 2009 e che è in nomination per il 2010). Lo stesso Barbato che qualche collega ha immortalato, proprio alla vigilia di questo congresso, in una nota discoteca romana popolata di vip e belle ragazze riconducibili all’alveo berlusconiano (c’erano pure un paio di sottosegretari). Questa candidatura alternativa, tuttavia, può al massimo valer-

In sala tanta gente comune e pochi volti noti, quelli arriveranno oggi. È atteso Pierluigi Bersani, con cui Di Pietro sta stringendo le ultime alleanze in vista delle prossime regionali (da registrare il venir meno del veto dipietrista sul candidato del Pd in Campania), ma non ci sarà il leader centrista Pier Ferdinando Casini che ieri da Milano, dove ha inaugurato la campagna elettorale di Savino Pezzotta per la poltrona di governatore ha annunciato: «Il congresso si apre senza la nostra delegazione perché con il moralismo di Di Pietro non vogliamo avere nulla a che fare. Se parlasse di noi sarei costretto a ricordargli i rapporti che da magistrato ha avuto con gli imputati». Un evidente riferimento alla foto che ritrae Di Pietro con l’allora dirigente dei servizi segreti, Bruno Contrada.

Vertenze. La riorganizzazione nell’Isola scatena le proteste di tutti i sindacati

La Sicilia in piazza contro Unicredit di Alessandro D’Amato utti (i sindacati) contro Unicredit, per lo meno in Sicilia. «La Fabi unitamente ad altre organizzazioni sindacali che hanno a cuore la sorte delle professionalità siciliane e di tutti i lavoratori del Banco di Sicilia promuoverà nei prossimi giorni iniziative di protesta a Palermo, a Roma e a Milano affinché, ancora una volta, il peso dell’ennesima ristrutturazione aziendale del gruppo Unicredit non ricada sui lavoratori e sul popolo siciliano», ha detto ieri il coordinatore Fabi per il Banco di Sicilia, Carmelo Raffa. La riorganizzazione, il cui piano definitivo sarà portato al vaglio del Cda di Unicredit il 16 marzo, mentre per giugno è attesa l’autorizzazione da parte della Banca d’Italia, sta portando le organizzazioni dei lavoratori sul piede di guerra, visto che la protesta degli agguerritissimi della Fabi arriva dopo quella della Fisac Cgil, che ha ricordato «all’amministratore delegato del gruppo, che dal 2007 ad oggi l’occupazione nell’indotto è diminuita nell’isola di più di mille unità e si sono persi 1.500 posizioni

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di lavoro delle aziende Unicredit presenti in Sicilia. Per queste ragioni - affermano Mariella Maggio, segretaria generale della Cgil Sicilia e Francesco Re, coordinatore nazionale Fisac Bds - la Cgil con altri sindacati ha avanzato la proposta alternativa, che vedrebbe il Banco di Sicilia

Unicredit Group. Il governo non ha dato sostegno, fino ad oggi, a un progetto alternativo che vedrebbe la sopravvivenza del Banco di Sicilia rilanciandolo nel bacino del Mediterraneo». Insomma, in questo caso per piazza Cordusio potrebbe esserci qualche cautela in più da prendere, vista la posizione nel CdA della Fondazione: i 600 posti di lavoro che dovrebbero essere a rischio secondo i sindacati (ma Unicredit ha fatto sapere che nulla è deciso) potrebbero usufruire di una corsia preferenziale rispetto agli altri del gruppo. La stessa cosa sembrava chiedere il capogruppo UdC all’Ars, Rudy Maira. La politica nelle banche, quella che doveva essere buttata fuori dal mercato, ci rientra grazie ai diritti di proprietà. Com’è piccolo il mondo.

In realtà le inziative sembrano voler prendere di mira il governatore Lombardo che non avrebbe fatto nulla per difendere i dipendenti della banca assumere il ruolo di Banca del bacino del Mediterraneo».

Ma nel richiamo della Fabi c’è qualcosa in più: Raffa critica «la totale assenza sull’argomento del governatore della Regione siciliana Raffaele Lombardo che risulta incomprensibile alla luce del fatto che Regione e Fondazione BdS sono azionisti presenti all’interno del patto di sindacato di


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Il comandante in capo di Centcom risponde alle domande di anal

l generale David H. Petraeus non ha bisogno di presentazioni. Già inventore del surge iracheno oggi, a capo di Centcom (il comando centrale statunitense per il teatro mediorientale), controlla e comanda l’area più instabile del mondo: dallo Yemen all’Egitto, dall’Iran al Pakistan, dall’Iraq all’Afghanistan. La sua sfida al terrorismo internazionale di stampo qaedista e il suo rigore militare fanno di lui schivo per indole - il maggiore stratega dell’area. La scorsa settimana, su invito dell’Institute for the Study of the War di Washington, diretto da Kimberly Kagan, ha tenuto una lezione/intervista sullo stato dell’arte della War on Terror. Ne riportiamo una sintesi. Partiamo dallo Yemen. Può dirci fino a che punto crede che la ribellione nel Paese sia “una guerra per procura”tra Iran e Arabia Saudita? Non credo che lo sia, al momento. Anche se il rischio che lo diventi esiste. Abbiamo controllato attentamente se vi fosse un coinvolgimento iraniano, ogni possibile rifornimento di armi o denaro agli houthi. Onestamente, nonostante le dicerie e le accuse, credo che per ora si tratti solo di uno scontro tra il governo yemenita e un gruppo di ribelli nella regione che confina con l’Arabia Saudita, che ovviamente è molto preoccupata. I timori sauditi riguardano il fatto che lo Yemen debba non solo affrontare la rivolta degli houthi nel nord, ma anche i secessionisti nel sud, in un momento di difficoltà economica, politica e sociale. Sono soltanto poco più di dieci anni che il presidente Saleh è riuscito a unificare il Paese, dopo una guerra civile molto dura. Lo Yemen, per sua natura, è un posto adatto agli estremisti. Quando ero in Iraq, eravamo molto preoccupati perché molti combattenti stranieri venivano da lì. Arrivato al Centcom, ho detto che dovevamo dedicarci di più allo Yemen. Sono stato nel Paese un paio di volte. La visita in luglio ci ha permesso di mettere le basi per combattere la minaccia nascente, con le operazioni condotte il 17 e il 24 dicembre, oltre a quelle, più piccole, portate avanti dagli yemeniti. Operazioni che hanno permesso di scoprire due campi di addestramento, uccidere tre attentatori suicidi e catturarne un quarto. Oltre che di uccidere o ferire diversi capi. Durante l’incontro con il presidente Saleh ho visto che eravamo ripresi da una telecamera: nel giro di un’ora eravamo su al-Jazeera. Questo vuol dire che non esisteva alcun tipo di reticenza a mostrare che il presidente si in-

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David H. Petraeus insieme a (da sinistra): George W. Bush; Hillary Clinton; Assal Jassim; alcuni militari canadesi; Angelina Jolie. In basso, mentre lancia la “prima palla” durante un incontro di baseball in Florida

Il mondo se Dal Pakistan all’Afghanistan, dall’Iran allo Yemen: la “dottrina” del generale che ha ideato il surge in Iraq, oggi a capo dell’esercito Usa in tutto il Medioriente, di Kimberly Kagan contrava con il capo del Centcom, per discutere di come potessimo aiutarlo a combattere la crescente influenza di alQaeda nella penisola araba. Per contrastare il terrorismo, serve l’azione di più governi. Per fortuna anche i sauditi sono molto interessati a farlo, così come altri Paesi del golfo Persico, per esempio l’Oman. Perché bisogna mettere al-Qaeda sotto pressione ovunque si trovi. Non puoi colpirla per poi vederla spuntar fuori da qualche altra parte. Per questo dobbiamo tenere d’occhio la Somalia, nonostante il capo di al-Qaeda nell’Africa orientale, Nabhan, sia stato ucciso qualche mese fa. L’Arabia Saudita non è un giocatore neutrale nello Yemen. Lei ha parlato di aiuti allo Yemen per rinforzare lo Stato. Quali sono i diversi interessi che abbiamo con i nostri partner nella regione e come possiamo farli coesistere? Ci sono sempre degli interessi diversi e a volte possono divergere. E’ nella natura di queste cose. In questo caso, credo che ci siano più convergenze che divergenze. Ogni Paese nella penisola araba vuole aiutare il governo yemenita ad affrontare questo problema, evitare che lo Yemen sia diviso in due e che cresca l’estremismo, un problema che riguarda tutti. Si vuole anche evitare la migrazione di cittadini somali nello Yemen, un’ulteriore minaccia da affrontare. Il presidente Saleh, in passato, ha sostenuto dei gruppi estremisti. Possiamo fidarci di lui? Quando si parla di scelte politiche, le al-


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listi e giornalisti all’Institute for the Study of War di Washington

econdo Petraeus “ ternative vengono messe a confronto, ma non vengono presentate come buone o poco realistiche. Credo che la direzione intrapresa sia quella giusta. Non c’è da parte degli Stati Uniti o di altri Paesi la volontà preconcetta di prendere una certa direzione o un’altra. Qui il problema più grande è la minaccia alla sicurezza, una minaccia per il nostro Paese, come abbiamo visto con il fallito attentato a Detroit del 25 dicembre. Sappiamo che quella persona si trovava nello Yemen. Crediamo ci sia stato per diversi mesi. Sappiamo che lo ha lasciato per breve tempo a metà dicembre, quando è andato in un paio di Paesi, in Africa, da dove poi si è diretto nel Regno Unito, dove ha preso l’aereo per Detroit. Siamo abbastanza certi che l’esplosivo sia stato preparato per lui nello Yemen e che lì sia stato addestrato a usarlo. Sappiamo che è entrato in contatto con al-Awlaki, cittadino yemenita e statunitense, che non gli è stato d’aiuto, ma che è una figura di riferimento nel cyberspazio, un altro grande argomento di cui si dovrebbe parlare. Molti hanno espresso critiche sulla linea politica del presidente Obama sullo Yemen. Il motivo è che saremmo andati da un alleato per chiedergli di smettere di combattere il suo nemico, trovando un accordo con i ribelli houthi, per combattere il nostro. Potremmo, e come, aiutare il presidente Saleh a sconfiggere i suoi nemici? Questo è stato un argomento di discussione. Comprendiamo la minaccia alla sovranità dello Yemen e quindi alla sua stabilità, soprattutto nell’area contesa dai ribelli. A un certo punto è nata l’esigenza di trovare un accordo a certe condizioni, ma bisogna vedere come finirà. Di certo questo tentativo nasce dalla preoccupazione per le migliaia di sfollati creati dal conflitto. Questo genere di guerre non sempre termina con un vincente e un perdente, può finire anche con una sorta di riconciliazione. Credo che siamo di fronte al suo inizio. Pensa che sia possibile, per combattere il terrorismo, reclutare gli altri Paesi dell’area e creare un’organizzazione simile alla Nato? Innanzitutto, lasciatemi dire che il mi-

C’è un nuovo campo di battaglia: è quello del cyberspazio. Dobbiamo assolutamente impedire che gli estremisti abbiano libertà d’azione

” glior ufficiale di reclutamento per il Centcom, negli ultimi tempi, è stato il presidente iraniano Ahmadinejad, con la sua retorica, le sue azioni, lo sviluppo del programma missilistico e nucleare. Grazie a lui, c’è un sistema di sicurezza in continua espansione, anche se non si può dire che esista un’organizzazione simile alla Nato. Un sistema che si sta arricchendo grazie a collaborazioni che a volte chiamiamo bi-multilaterali. Per esempio, gli Stati Uniti trovano un accordo con un determinato Paese, poi lo integrano con altri accordi bilaterali, ottenendo degli effetti multilaterali. Questo metodo sta funzionando abbastanza bene. Non si tratta solo di condividere delle informazioni, ma anche i sistemi di di-

fesa. Ne è prova anche l’aumento della spesa militare nei Paesi della regione. Un solo Paese, per esempio, lo scorso anno ha speso, se non sbaglio, 18 miliardi di dollari. E’ una somma incredibile per un piccolo Stato che ha un’aeronautica militare migliore di quella iraniana. L’Iran è visto come una minaccia molto seria dai Paesi che si trovano sull’altra sponda del golfo Persico, cosa che ci ha permesso di realizzare questo sistema di sicurezza. Per esempio, sono state schierate otto batterie di missili Patriot, due per ciascuno dei quattro Paesi coinvolti, dove fino a due anni fa non ce n’erano. Altri Paesi hanno aumentato la dotazione di missili Patriot e navi anti-missile Aegis sono state posizionate nel golfo Persico. Questo è il contesto in cui agiamo. Ma non credo che l’idea di un’organizzazione simile alla Nato sia realistica al momento, a causa delle frizioni esistenti tra alcuni di questi Paesi. Quale ruolo svolge l’Iraq nel sistema di sicurezza del golfo Persico, in una regione dove cresce la forza dell’Iran? Non credo che la posizione strategica dell’Iraq potesse essere più significativa di così. La sua straordinaria fortuna è quella di essere il secondo o terzo maggiore produttore di petrolio al mondo, forse il primo se riuscisse a sfruttare al massimo le sue risorse. Sono stati trovati degli accordi molto confortanti, considerando le fratture esistenti tra arabi e curdi, tra sunniti e sciiti, e l’esistenza di altri gruppi etnici e minoranze. E’ estremamente importante che si faccia tutto ciò che è possibile per aiutare l’Iraq. Ieri mi hanno chiesto cosa abbiamo ottenuto con il nostro intervento militare. È una domanda legittima. Uno dei risultati ottenuti, toccando ferro, è che probabilmente ora è il più democratico tra i 20 Paesi della regione in cui agisce il Central Command. Ha un Parlamento che rappresenta il popolo iracheno ed è significativo che i politici sappiano di doversi sottoporre al giudizio dell’elettorato il prossimo 7 marzo. Per questo hanno combattuto la corruzione, lavorato duramente per aumentare la produzione di energia elettrica e hanno concluso degli accordi petroliferi. Non sto dicendo che

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non ce l’avrebbero fatta da soli, ma la prospettiva di dover affrontare l’elettorato ti dà una maggiore spinta, se vuoi mantenere la tua carica e il tuo potere politico. Al momento ci sono oltre 500 candidati. C’è ancora un po’ di confusione che caratterizza questo processo, ma sta realmente avvenendo e andrà avanti. L’Iraq è un Paese dal potenziale sbalorditivo. Insieme agli iracheni e ai nostri alleati, abbiamo combattuto per dare al popolo iracheno la speranza che il loro potenziale possa essere espresso. Credo che questo sia più comprensibile ora, per loro, molto più di quanto non fosse quando è iniziato il surge e c’erano 53 morti al giorno per le strade di Baghdad, a causa delle violenze settarie. Il nuovo Iraq è stato accettato dai suoi vicini e dai suoi partner? La risposta breve, franca, sarebbe probabilmente no. Ma le cose non stanno proprio così. Alcuni Paesi hanno desiderato abbracciare subito il nuovo Iraq. Alcuni Stati del Golfo hanno mandato i loro ambasciatori e i loro ministri degli Esteri in Iraq molto presto, quando ancora c’era molta violenza e i rischi erano alti. Poi ci sono i Paesi che non possono accettare l’idea che l’Iraq, un tempo governato dai sunniti, sia ora guidato dai rappresentanti della maggioranza del Paese, costituita da sciiti. E’ stato come un terremoto. Ci sono dei leader che ricoprono il loro ruolo da decenni e non accettano le novità senza riserve. In un certo senso, è l’Iraq ai loro occhi che deve dimostrare di meritare di nuovo una mano tesa o almeno un ambasciatore. Recentemente il Kuwait, che ha tutto il diritto di essere il più risentito tra i vicini dell’Iraq, visto cosa fece Saddam Hussein nel 1990, ha compiuto dei passi avanti che fanno ben sperare per il futuro. L’impegno statunitense in Iraq è importante per mantenere la pace nel Paese e renderlo parte della comunità internazionale? Certo, è molto importante. Come credo in qualsiasi altro Paese. Si può discutere della nostra reputazione nel mondo, ma credo sia piuttosto difficile affermare che gli Stati Uniti non siano l’unica superpotenza. Come sempre, l’influenza e la leadership statunitense sono molto importanti, ma abbiamo lavorato duramente per trasformare una situazione in cui gli Stati Uniti guidavano le attività nel Paese in un’altra, in cui l’Iraq è uno Stato sovrano. E’ un grande cambiamento, e lo si è visto con gli accordi sulla sicurezza, e non solo, raggiunti con l’Iraq dopo i difficili negoziati nell’autunno del 2008. E ancora, quando sono stati attuati all’inizio del 2009 e a luglio, quando abbiamo onorato gli accordi e rimosso le nostre truppe dalle città irachene, anche se in alcune zone non abbiamo ancora totalmente voltato pagina. Abbiamo sostenuto la leadership irachena, anche nelle operazioni di sicurezza. Questo non significa, comunque, che non stiamo lavorando per dare assistenza, condividere l’intelligence e cose di questo tipo. Ora è raro che un’operazione sia condotta senza essere basata su un mandato di arresto. Quando abbiamo lanciato il surge, tre anni fa, sembrava impossibile arrivare a questo punto, dove le azioni dipendono, in gran parte, dalla legge. Non siamo forse di fronte ancora a una vera democrazia, ma è qualcosa di unico nell’area. Anche se i problemi e gli ostacoli non mancano, i leader iracheni stanno segnando il percorso da seguire.


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Il rilascio di Qais Qazal faceva parte di uno scambio di prigionieri? E’ ancora pericoloso? No. Il suo rilascio faceva parte di uno sforzo complessivo condotto dal primo ministro al-Maliki e dal governo iracheno per la riconciliazione con il gruppo Asaib Ahl al Haq, di cui Qazal era il leader. Suo fratello, Laith, era stato per questo già rilasciato tempo prima. E’ stato fatto con gli sciiti quello che noi, insieme al governo, avevamo fatto con diversi gruppi sunniti durante la riconciliazione, permettendoci di ridurre le violenze iniziate nella primavera del 2007. Lei ha citato la domanda che le hanno posto su cosa è stato ottenuto in Iraq. Posso allargare il discorso e chiederle una valutazione precisa? Voglio dire, guardando a quanto fatto in Iraq, quali sono i risultati migliori e le conseguenze che hanno prodotto? E quali, invece, i lati negativi? Prima di tutto, bisogna lasciare che la Storia vada un po’ avanti prima di poter dare un giudizio definitivo. Comunque, come ho già detto, l’Iraq è l’unico Paese tra quelli dell’area, dall’Egitto al Pakistan, dal Kazakhstan alloYemen, ad avere un governo democratico. Oltre a questo, naturalmente, è stata rimossa la minaccia rappresentata per i Paesi confinanti da Saddam Hussein. Credo che questo sia il risultato più importante perché, continuando su questa strada, gli iracheni potranno avere un futuro migliore e una democrazia stabile. Certo, dall’altro lato, se guardiamo le cose dal punto di vista dei governi sunniti della regione, è comprensibile che siano preoccupati della maggiore influenza che Teheran potrebbe esercitare. Ma l’Iraq deve avere un rapporto con l’Iran, visto che confinano. Benché sia un Paese a guida sciita, l’Iraq è consapevole della sua identità araba; poi, come sapete, ha un passato differente, una lingua diversa e non ha alcun desiderio di diventare una regione iraniana. Poi la vita è migliore, adesso, per gran parte degli iracheni e migliorerà ancora, a dimostrazione di cosa può succedere quando si smette di sparare. L’Iraq, comunque, non sarà nemmeno il 51esimo Stato americano. Credo si debba essere realisti e riconoscere che l’Iraq è un Paese fiero con una storia straordinaria, la terra dell’antica Mesopotamia. Dovremo essere rispettosi degli iracheni quando avremo a che fare con loro. Dobbiamo capire che in Iraq, come in altri Paesi, vorranno dimostrare, a volte, la loro indipendenza dagli Stati Uniti, nonostante tutto quello che abbiamo fatto per rendere possibile proprio l’esercizio del loro potere. Lei ha parlato del vicino orientale dell’Iraq. Vorrei così cambiare argomento e parlare di Iran. Qual è la sua strategia nella regione e come la sta contrastando il Centcom? Il mondo è solitamente diviso in due: ci sono le potenze tradizionali e quelle rivoluzionarie. Le potenze tradizionali sono quelle che accettano lo status quo. Magari vorrebbero cambiare qualcosa, ma in generale non vogliono sconvolgere l’ordine esistente, mentre le potenze rivoluzionarie non accettano lo status quo e, infatti, cercano di portare alcuni cambiamenti significativi. L’Iran è un Paese rivoluzionario di nome e di fatto. E a proposito delle sue attività, il continuo sostegno in fatto di armi, equipaggiamento, addestramento e soldi agli

Quando partì il surge in Iraq, sembrava impossibile arrivare a questo punto. Non è ancora una vera democrazia, ma è qualcosa di unico nell’area

” estremisti sciiti sta causando problemi in Iraq. Continua inoltre ad aiutare gli Hezbollah e Hamas. A un livello inferiore, anche i talebani nell’Afghanistan occidentale. In più, ora, è passato dall’essere una teocrazia a quello che alcuni esperti hanno definito“un governo di delinquenti”, dove in seguito ai fermenti nati dopo le elezioni truccate dello scorso anno, l’apparato di sicurezza è stato capace di prendere ancora più potere, perché la Guida Suprema è dovuta ricorrere alle Guardie Rivoluzionarie e alle forze Quds molto più che in passato. E questo ha permesso di espandere la loro già considerevole influenza oltre la sfera della sicurezza, fino al campo economico e diplomatico. Per esempio, durante la battaglia contro le milizie nel marzo e nell’aprile del 2008, mi fu consegnato un messaggio, da un’altra personalità irachena, da parte del comandante delle forze Quds, Kassim Suleimani. In questo messaggio, Suleimani mi faceva presente che era lui a occuparsi di Iraq, Libano, Gaza e Afghanistan. Inoltre, l’ambasciatore a Baghdad è un membro delle forze

Quds, così come la persona che lo sostituirà. Questo, ovviamente, rende difficile la diplomazia, se pensate al suo tradizionale significato, al rapporto che si instaura con un altro ministro degli Esteri. Perché, in questo caso, non c’è un ministro. Non c’è Mottaki a controllare la politica estera. Ci sono gli apparati di sicurezza, le forze Quds, a farlo. Questa è la situazione oggi, con un fermento politico che non si era mai visto dai tempi della rivoluzione e che sembra poter andare avanti. A ogni anniversario, a ogni veglia per la morte di un leader, a ogni festa religiosa, il fermento torna a salire, e comincia a creare delle crepe nell’edificio delle strutture di sicurezza che mantengono l’ordine in Iran. Parlando di Kassim Suleimani e delle forze Quds, ha notato uno spostamento di risorse da un teatro all’altro, come fatto dagli Stati Uniti? Non so se questo sia avvenuto. Sicuramente il livello del loro coinvolgimento in Iraq è diminuito dopo la sconfitta dei ribelli, nel marzo e nell’aprile del 2008, nelle battaglie di Basra, Sadr City e in un altro paio di città. In seguito, infatti, molti leader sono tornati in Iran, così come molti combattenti. Altri sono stati uccisi o catturati. E credo che il supporto iraniano alle insurrezioni non abbia più raggiunto il livello precedente a queste battaglie. Credo anche che l’Iraq sia molto sensibile a questo argomento. Voglio dire, gli iracheni non vogliono che le loro decisioni politiche siano prese sotto la minaccia di missili iraniani. Bisogna ricordare, infatti, che prima di queste battaglie, nell’autunno del 2007, due o tre governatori nell’Iraq meridionale furono assassinati e due o tre capi della polizia uccisi da missili Efp forniti dall’Iran. Le autorità irachene lo sapevano bene. E ne erano molto infastidite, a dir poco, quando invece avrebbero voluto avere dei rapporti cordiali. Quante sono le probabilità di una proliferazione nucleare nel mondo arabo, se l’Iran dovesse diventare una potenza nucleare? Credo che questo sia uno dei grandi problemi che gli strateghi stanno affrontando al momento. Se l’Iran si doterà di armi nucleari, alcuni dei suoi vicini arabi potrebbero cercare di averle a loro volta. E’ difficile dire cosa potrebbe succedere. Di sicuro, un certo Paese nella regione, che non si trova nell’area del Central Command, non starebbe a guardare, permettendo all’Iran di dotarsi di armi nucleari. Perché avverte la minaccia di uno Stato che ha messo in dubbio l’Olo-

David H. Petraeus con il presidente Barack Obama (a sinistra) e Silvio Berlusconi (a destra). In basso, insieme al generale Walter Natynczyk che cavalca il siluro di un sottomarino

causto e che nega a questo Paese il diritto di esistere. A un certo punto, nel corso di questo o del prossimo anno, delle decisioni molto difficili dovranno essere prese a tale proposito. Generale Petraeus, sono Lou Clemente. Qual è la strategia degli Stati Uniti per impedire che l’Iran ottenga le armi nucleari? Crede a un intervento degli israeliani? E’ quello cui si riferiva prima, credo. Se non facciamo qualcosa, interverranno loro e diranno “ora basta”? Prima di tutto, non si tratta solo di strategia statunitense, ma di strategia internazionale. Ci sono le decisioni della Aiea e le risoluzioni del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, per impor-


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re delle sanzioni che rendano più difficile, all’Iran, l’ottenimento del materiale necessario per portare avanti il programma nucleare, che potrebbe infine permettere la realizzazione di armi nucleari. Questo è il quadro. Sapete bene che i Paesi del 5+1 hanno recentemente discusso la possibilità di imporre nuove sanzioni. L’Agenzia per l’energia atomica ha parlato con l’Iran, per cercare di trovare un accordo sulla possibilità di spedire i mille chilogrammi di uranio a basso arricchimento prodotto a Natanz in un altro Paese, per la produzione di uranio altamente arricchito che possa essere usato solo nel reattore di ricerca iraniano. Sarebbe molto importante riuscire a trovare un accordo, che non è stato ancora raggiunto. Resta da capire se l’Iran abbia veramente intenzione di arrivare a un compromesso o stia solo prendendo tempo. Certo, il lavoro della diplomazia si è intensificato e, probabilmente, è stato reso più difficile dai problemi interni che l’Iran sta affrontando. A proposito dell’ultima parte della sua domanda, dico che soltanto gli israeliani

Nessuno può valutare con precisione l’impatto che un attacco israeliano all’Iran potrebbe avere. Non solo nell’area, ma nel mondo intero

possono rispondere. Ovviamente siamo in contatto con loro a vari livelli, per capire le possibili conseguenze, in generale, di un attacco. Ma nessuno può sapere l’impatto che potrebbe avere sull’economia globale o sulle infrastrutture dell’area. Siamo di fronte a problemi molto delicati, la cui soluzione potrebbe generare delle conseguenze enormi non solo nell’area, ma nel mondo intero. Ora vorrei parlare di Pakistan e Afghanistan. Partiamo dal Pakistan. Le operazioni militari condotte da Islamabad negli ultimi anni hanno permesso di sconfiggere il Ttp (Tehrik-i-Taliban Pakistan, il movimento talebano in Pakistan)? Non so se il Ttp e gli altri gruppi associati ai talebani pachistani siano stati sconfitti, ma di certo sono stati notevolmente ridimensionati. I militari pachistani hanno ripulito e ottenuto il controllo della valle e del distretto di Swat e del Malakand, nella Provincia della frontiera del nord-ovest. Hanno condotto importanti operazioni a Bajaur, Mohmand e Khyber, nelle Aree tribali di amministrazione federale; recentemente, tre o quattro mesi fa, hanno lanciato un’importante operazione nella zona orientale del Waziristan del Sud, nelle zone tribali controllate dagli estremisti che erano guidati da Baitullah Mehsud, ucciso lo scorso anno. Tutto ciò ha messo sotto pressione i talebani pachistani e i gruppi a loro affiliati. Fino a circa dieci mesi fa, in molti credevano che le forze militari pachistane fossero costrette a combattere la guerra statunitense al Terrore. Poi, qualcosa è cambiato nell’opinione pubblica e di molte personalità autorevoli, tra cui anche quelle religiose, che hanno capito che i talebani stavano diventando la più grande minaccia all’esistenza stessa del Pakistan, anche più dell’India. Questo è stato un cambio davvero significativo, che ha aiutato l’esercito pachistano nelle operazioni nella valle di Swat, dopo che gli estremisti avevano invaso le zone abitate, minacciando in maniera significativa la governabilità del Pakistan. Le forze militari hanno davvero ottenuto risultati importanti, nonostante le risorse limitate, per esempio nel Waziristan del Sud. Ora, potrebbero raggiungere un accordo per permettere ad alcuni gruppi tribali di tornare in quelle aree. Accordo da cui sarebbero estromessi gli estremisti responsabili dell’assassinio di Benazir Bhutto e di tanti civili innocenti, degli attentati all’hotel Marriott e alla nazionale di cricket dello Sri Lanka. Comunque, c’è ancora molto da fare, perché ci sono

Bisogna mettere sotto pressione al Qaeda ovunque. Non puoi colpire e vederla spuntar fuori da altre parti. Per questo dobbiamo tener d’occhio anche la Somalia

” tanti estremisti che rappresentano, per noi, una minaccia. Se parliamo delle organizzazioni che hanno base in Pakistan, naturalmente, viene in mente al-Qaeda. Uno degli elementi più rilevanti che abbiamo notato durante i conflitti in Afganistan e Iraq è il suo apparato di comunicazione, capace, meglio del nostro, di informare la gente. Lei ha l’autorità e i mezzi per contrastare la campagna d’informazione di al-Qaeda nelle aree dove combattiamo? A questo punto torniamo a quanto successo in Iraq, dove abbiamo imparato delle lezioni molto importanti, perché quando vai dietro a un’organizzazione come al-Qaeda devi avere un approccio onnicomprensivo. Non puoi combatterla solo con le tue operazioni speciali o con le truppe convenzionali. Devi farlo con l’esercito del Paese in cui ti trovi. Devi fare politica, devi portare la legge, promuovere la riconciliazione, raccogliere e unire le informazioni dell’intelligence. Devi aiutare il Paese ad affrontare le ragioni per cui le persone possono avvicinarsi all’estremismo: la mancanza di educazione, dei servizi di base, di sanità, opportunità e così via. Poi l’elemento fondamentale è la campagna d’informazione. Ora, non si tratta di propaganda. Perché noi non mentiamo. Noi cerchiamo di raccontare onestamente i fatti. Di far avere alle persone, certamente, delle buone notizie, ma le informeremo anche di quelle brutte. Dovevamo creare una struttura che fornisse contenuti per radio, televisioni, carta stampata. Non è poi diverso da quello che si fa in campagna elettorale. E lo abbiamo fatto. Così, alle azioni degli estremisti, potevamo rispondere affibbiando loro tre etichette. Su cui c’era scritto: violenza indiscriminata, ideologia estremista e azioni oppressive. Violenza indiscriminata: per esempio, fanno saltare in aria un inno-

cente, un gruppo di civili innocenti al mercato. E noi subito martelliamo con questa informazione. Le azioni oppressive: tagliano le dita a qualcuno nella provincia di Anwar perché sta fumando. Benissimo, così ora i sunniti sanno che hanno perso il diritto inalienabile di fumare una sigaretta. Al-Qaeda ha fatto molte cose stupide. Quello che abbiamo ottenuto non è stato frutto del caso, ma di una campagna precisa. Ci abbiamo messo più di un anno a costruire questa organizzazione e ora stiamo facendo la stessa cosa in Afghanistan. Ma quello che ho descritto avviene nei sistemi di comunicazione tradizionali. Ora c’è un nuovo campo di battaglia ed è quello, naturalmente, del cyberspazio. Noi siamo vicini a capire cosa fare, dove intervenire, per affrontare questa sfida e fare in modo che gli estremisti non abbiamo libertà di azione. Per questo il segretario alla Difesa, Robert Gates, ha proposto di istituire un CyberCommand. Abbiamo parlato più volte con Gates e altri funzionari del modo per proteggere i diritti inalienabili garantiti dalla Costituzione e dalla Carta dei Diritti e, allo stesso tempo, difendere i cittadini statunitensi dalla minaccia alla sicurezza che può essere generata e sostenuta nel cyberspazio. Infatti, come ha fatto Anwar alAwlaki ad attrarre l’attenzione del maggiore Hassan? Grazie al cyberspazio. Com’è presumibilmente entrato in contatto con l’attentatore di Detroit? Ancora, grazie al cyberspazio. E non ci sono dubbi che il proselitismo, le discussioni su tecniche e tattiche, le lezioni e tante altre attività degli estremisti siano portate avanti nello spazio virtuale. Dobbiamo capire come venirne a capo. Un’ultima domanda sull’Afghanistan. Si parla di reintegrazione e forse di riconciliazione con il nemico. Non dovremmo prima vincere? Prima di tutto, cerchiamo di capire di cosa parliamo, perché questi termini sono abbastanza nuovi per l’Afghanistan. Sono un po’ diversi da come vengono utilizzati quando si parla di Iraq. Riconciliazione, nel contesto afgano, significa che i leader talebani, persino il Mullah Omar, si possano rappacificare con il governo afgano, accettando di deporre le armi e di diventare parte del processo in corso in maniera costruttiva, piuttosto che continuare a essere parte del problema. La rinuncia alla violenza da parte dei talebani e di altri estremisti, invece, è la chiave per la reintegrazione. Ci sono diversi esempi di questi fenomeni, in aumento grazie alla maggiore pressione che avvertono. Ci sono persone che vedono gli aspetti positivi di questa pacificazione, altri quelli negativi. Io credo che non ci sia maggior incentivo alla riconciliazione della possibilità che tu sia ucciso in caso contrario. Uno dei motivi, tra i tanti, grazie a cui la riconciliazione è cominciata in Iraq, è stata infatti la maggiore pressione esercitata su coloro che attivamente o tacitamente erano coinvolti nelle attività di al-Qaeda e degli altri gruppi. Lei ha perfettamente ragione. Perché mai il capo di un gruppo di rivoltosi dovrebbe accettare un accordo, se non avvertendo un’enorme pressione? Questo è uno degli obiettivi per i prossimi anni. Solo così si potrà arrivare a una reintegrazione e, forse, a una vera riconciliazione. Ma è molto più probabile che si andrà avanti con la reintegrazione di elementi di basso profilo dei gruppi estremisti. (traduzione di Patrizio Cairoli) © Institute for the Study of War


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Pace. Londra cede al governo delle 6 contee la gestione di polizia e giustizia accordo raggiunto in extremis tra protestanti e cattolici sulla devolution delle competenze in materia di giustizia e pubblica sicurezza fa tornare il sereno tra le forze politiche in Irlanda del Nord. L’intesa permette di scongiurare il rischio di una crisi per il governo di coalizione al potere dal 2007, minacciata dai repubblicani del Sinn Fein nel caso di ulteriori rinvii. I protestanti del Partito democratico unionista (Dup) e i cattolici repubblicani hanno raggiunto un accordo che dal 12 aprile permetterà al governo britannico di cedere i poteri di polizia e di amministrazione della giustizia all’autogoverno delle sei contee nordirlandesi. In una conferenza stampa nella residenza del primo ministro dell’Irlanda del Nord, il castello di Hillsborough, nei pressi di Belfast, il premier britannico, Gordon Brown, ha sottolineato che l’accordo «assicura il futuro e una pace duratura» nell’Ulster e ha annunciato uno stanziamento supplementare di 800 milioni di sterline (920 milioni di euro) per coprire i costi del passaggio dei poteri. «Stiamo chiudendo l’ultimo capitolo di una storia lunga e tormentata e ne stiamo aprendo uno nuovo per l’Irlanda del nord», ha affermato Brown. «Un passo essenziale per la pace, la stabilità e la sicurezza» lo ha definito il premier della Repubblica d’Irlanda, Brian Cowen. «Non dico che è stato facile arrivare all’intesa», ha detto invece il primo ministro unionista protestante Peter Robinson, recentemente reintegrato nelle sue funzioni dopo il ritiro delle dimissioni provocate da uno scandalo a luci rosse. «Entrambe le parti hanno dovuto lavorare sodo. E il tempo che è stato necessario investirvi rende l’accordo ancora più

L’

Irlanda del Nord, al via la devolution L’intesa permette ora di allontanare il serio rischio di una crisi di governo di Massimo Ciullo

aprire un ristorante. Sulla stessa lunghezza d’onda Martin McGuinness, l’esponente di Sinn Fein che è anche il vice-premier: «Credo che con una leadership determinata e coraggiosa dobbiamo continuare a lavorare per far uscire le minoranze dalle trincee del passato. E credo che potremo ottenere il sostegno di una ampia mag-

Brown ha annunciato uno stanziamento supplementare di 800 milioni di sterline per coprire i costi del passaggio dei poteri sicuro». Un giudizio positivo ma presentato in maniera prudente: «nelle ultime settimane ci sono stati molti motivi di frustrazione nella comunità, ma sarebbe stata ancora maggiore se l’accordo fosse fallito. Così è stato meglio lavorare più a lungo e fare la cosa giusta». «Questo è il segno più sicuro che non si torna ai tempi oscuri del passato», ha sottolineato il primo ministro nordirlandese, finito nella bufera per il sexgate relativo al finanziamento elargito dalla consorte all’amante diciannovenne per

gioranza dei cittadini. Dobbiamo fare i conti con problemi vecchi centinaia di anni; se dobbiamo avere successo come governo, dobbiamo mostrare alla base che possiamo lavorare insieme». «L’ultima cosa che vogliamo fare è fallire, con gli occhi del mondo puntati su di noi» ha detto l’esponente del partito di Gerry Adams. L’intesa, giunta al termine di due settimane di negoziati intensi e spesso tesi, istituisce tra l’altro il primo ministero della Giustizia nordirlandese e definisce i compiti del Psni (Po-

Tutte le date di un percorso troppo lungo

La road map della pace 10 aprile 1998. I rappresentanti cattolici e protestanti, con la mediazione del premier britannico Tony Blair e di quello irlandese, Bertie Ahern, sottoscrivono un accordo da sottoporre a referendum per dare corso al processo di pace. È cancellata dalla Costituzione della Repubblica d’Irlanda, la rivendicazione dei territori nordirlandesi e si riconosce il diritto di esistere dell’Irlanda del Nord, fatto salvo il desiderio nazionalista di un’Irlanda unita. Si ricostituisce il parlamento nordirlandese, sospeso dal 1973. Luglio 1998. David Trimble, del partito unionista, viene eletto primo ministro dell’Irlanda del Nord. Il suo governo, composto per la prima volta da cattolici e protestanti, assume pieni poteri nel dicembre dell’anno successivo.

Novembre 1999. Gli unionisti moderati riconoscono formalmente la legittimità del perseguimento, attraverso mezzi pacifici, dell’unità d’Irlanda da parte dei nazionalisti, ribadendo l’impegno a formare l’esecutivo. 4 novembre 2001. La Ruc, Royal Ulster Constabulary, la polizia nord-irlandese composta quasi esclusivamente da protestanti viene sostituita dalla Psni (Police Service of Northern Ireland) che accoglie una quota significativa di poliziotti cattolici. 28 luglio 2005. L’Ira rinuncia ufficialmente alla lotta armata. 26 giugno 2009. Anche i paramilitari unionisti dell’Ulster Volunteers Fighters iniziano a smantellare i loro arsenali alla presenza di una commissione indipendente internazionale.

lice Service of Northern Ireland) la nuova forza di polizia che nel 2001, in base agli accordi di Belfast, ha sostituito la famigerata Ruc (Royal Ulster Constabulary), la gendarmeria composta da soli elementi protestanti. Nelle nuove forze dell’ordine invece c’è spazio anche per i cattolici, che attualmente rappresentano solo il 25 per cento dei 7500 agenti in servizio.

Il capo della Psni, Matt Baggott, ha accolto con soddisfazione l’annuncio dell’accordo. «Credo che l’accordo – ha detto Baggott – rappresenti un passo importante per un’Irlanda del Nord più sicura e più pacifica e ci proietta in avanti per il lavoro che svolgeremo insieme al nuovo ministro e al Dipartimento della Giustizia». L’intesa costituisce senza dubbio una tappa fondamentale nei rapporti tra le comunità protestanti e cattoliche: per la prima volta infatti, è stata affrontata e disciplinata anche la controversa questione delle marce celebrative orangiste, che annualmente attraversano le strade dei quartieri cattolici delle principali città dell’Ulster, e puntualmente provocano la reazione delle comunità locali che degenerano in violenti scontri tra dimostranti delle opposte fazioni e la polizia. La questione relativa alle parate orangiste è stato uno dei punti di maggiore frizione: Robinson chiedeva l’abolizione della Parades Commission, un istituto indipendente che pone condizioni alle marce più problematiche, mentre lo Sinn Fein, ha preteso che l’Orange Order, controversa organizzazione protestante, ponga fine all’arrogante richiesta di «poter marciare a suo piacimento nei quartieri cattolici». La devolution delle competenze su giustizia e pubblica sicurezza era considerata una svolta cruciale per il futuro dell’autogoverno nordirlandese. A presiedere le trattative erano giunti a Belfast i primi ministri di Regno Unito e Repubblica d’Irlanda, Gordon Brown e Brian Cowen. I negoziati stavano per naufragare a causa della richiesta degli unionisti di un periodo di transizione, ritenuto necessario per creare fiducia nella comunità protestante. Il Sinn Fein ha preteso invece un immediato completamento della devolution. Nella mediazione è intervenuto anche il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, che secondo quanto riferito da un ministro del Sinn Fein, ha avuto colloqui telefonici con i leader delle principali formazioni.


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Dura presa di posizione del ministro degli Esteri, Yang Jiechi

La protesta di Shelby per difendere le industrie dell’Alabama

La Cina insiste: «La vendita di armi a Taiwan è una violazione»

Un senatore blocca 70 nomine di Obama

MONACO. «La vendita di armi

WASHINGTON. Richard Shelby, senatore junior dell’Alabama al Congresso degli Stati Uniti (eletto nel 1986 con i Democratici e passato al Partito repubblicano nel 1994) ha bloccato il voto su oltre settanta nomine fatte dal presidente Barack Obama per protestare contro il mancato rinnovo di alcuni contratti industriali da parte dell’amministrazione democratica che rischia di mettere in seria difficoltà molti comparti produttivi nello stato dell’Alabama. Il blocco delle nomine del presidente è un’azione straordinaria, molto rara al Senato che, al contrario, di solito approva con procedura veloce e all’unanimità le nuove cariche decise dall’amministrazione. In questo caso però

americane a Taiwan è una violazione evidente del codice di condotta tra le nazioni» e degli accordi tra la Cina e gli Stati Uniti. Lo ha detto ieri il ministro degli Esteri cinese,Yang Jiechi, che si trovava a Monaco di Baviera per partecipare all’annuale Conferenza sulla sicurezza. Per questo «il governo e il popolo cinese devono reagire. È loro diritto sovrano fare quello che è necessario», ha aggiunto Yang Jiechi.

La scorsa settimana il Pentangono aveva annunciato che venderà missili, elicotteri Black Hawk e navi da geurra a Taiwan per un valore di 6,4 miliardi, suscitando la furiosa reazione di Pechino, che lo scorso fine settimana aveva a sua volta annunciato la sospensione dei rapporti militari bilaterali. E continua anche la tensione sul possibile incontro tra il presidente americano Barack Omama e il Dalai Lama. «Il governo cinese si oppone fermamente all’incontro - ha dichiarato ieri l’ambasciatore cinese in Italia SunYuxi - Il Dalai Lama è un religioso ma anche un’esponente politico che si dedica ad attività separatiste. Probabilmente qualcuno ha mal consigliato il Presidente Obama». Intanto Eurocopter, l’industria europea (con sede a Marignane, in Francia) accusata da Pe-

Le elezioni pericolose dell’Ucraina in crisi Tymoshenko e Yanukovich domenica al ballottaggio di Laura Giannone n un’atmosfera di crescente tensione e timori di brogli, l’Ucraina domenica torna alle urne per scegliere il nuovo presidente. E Yulia Tymoshenko, che sente odore di sconfitta, fa già planare la minaccia di proteste di piazza dopo il ballotaggio: «Se Yanukovich vuole dei brogli, noi siamo in grado di opporgli una resistenza che non ha mai visto, neppure nel 2004», ha detto la premier Ucraina, evocando le manifestazioni che portarono all’annullamento del primo voto, favorevole al candidato filorusso, e alla vittoria poi di Viktor Yushchenko. Lo scontro fra Yanukovich e l’ex eroina della rivoluzione arancione si è fatto durissimo negli ultimi giorni, in un crescendo di accuse e frecciate non esattamente politically correct. In disperata rincorsa dei voti degli indecisi, entrambi puntano sui lati deboli dell’avversario: la Tymoshenko accusa Yanukovich di sottrarsi al confronto e in diretta tv gli ha dato del «codardo», mentre il filorusso attacca senza tregua l’operato del capo del governo, consigliandole di «dimostrare le sue capacità attorno ai fornelli». Ma nessuno dei due sembra in grado di unire il Paese ex sovietico, reduce da anni di crisi politica endemica e nel mezzo di una pesantissima crisi economica. E chiunque vinca domenica, la vera sfida sarà proprio riportare un po’ di stabilità ai vertici ucraini.

I

ha fortemente voluto le nuove regole, temendo che la rivale potesse usare le norme precedenti per bloccare il processo elettorale, ritirando i suoi rappresentanti. Ma la Tymoshenko vi vede invece la possibilità dell’avversario di mettere in atto brogli. I detrattori contestano al 59enne Yanukovich l’eccessiva vicinanza con la Russia, i modi bruschi, un’istruzione non brillantissima e i tre anni di carcere scontati in gioventù per furto e aggressione.

Gli anti-Tymoshenko sottolineano soprattutto l’inaffidabilità della 49enne premier, saltata da un’alleanza all’altra sempre e solo in nome della maggiore carica a sua disposizione. Nel concreto, la distinzione tra “uomo dell’Est filorusso” e “donna dell’Ovest pro-europeo” è forse troppo schematica, ma riassume bene i principali punti distintivi tra i due candidati, soprattutto nella fase elettorale, quando nessuno osa entrare nel merito delle misure economiche da prendere per tentare di risollevare le sorti dell’economia. I candidati si sono infatti limitati a ribadire la loro fedeltà al programma-salvagente del Fmi, che attende il nuovo presidente per sbloccare le nuove tranche del mega-prestito da 11,7 miliardi di euro. Consapevole che nella parte orientale del Paese domenica sarà un nuovo plebiscito per Yanukovich, Tymoshenko ha spinto in direzione opposta. «L’Ucraina con l’Unione europea» e anche «Non mettere in pericolo l’indipendenza del Paese», scandiscono i suoi slogan in tv. In realtà, Yanukovich nell’ultimo periodo ha smesso di strizzare pubblicamente l’occhiolino a Mosca e a sua volta si è messo a predicare l’integrazione europea. Sulla Nato, la posizione di partenza è diversissima (Yanukovich contrario, Tymoshenko a favore), ma il punto di arrivo è lo stesso: l’adesione non è in agenda e un referendum in ogni caso deciderebbe in senso contrario. Quanto all’energia, il filorusso ha criticato duramente l’accordo raggiunto dalla premier con il collega russo Putin. Non c’è dubbio, tuttavia, che Yanukovich sarebbe un presidente con lo sguardo rivolto ad Est.

È durissimo lo scontro fra il candidato filorusso e la premier che guarda a Ovest, «sente odore di brogli» e solleva le piazze

chino di voler vendere elicotteri da guerra a Taiwan, ha precisato che i velivoli in questione non sono destinati a uso militare ma a missioni civili di ricerca e soccorso. Lo ha confermato lo stesso costruttore in un comunicato. «Eurocopter - sottolinea il costruttore - conferma di essere stata selezionata da Taiwan dopo una gara d’appalto internazionale per l’acquisto di 3 elicotteri civili EC225, che saranno utilizzati per missioni di ricerca e di soccorso». Ieri mattina, l’aereonautica di Taiwan ha fatto sapere che comprerà elicotteri EC-225, aggiungendo che firmerà nei prossimi giorni un accordo commerciale del valore complessivo di 111 milioni di dollari.

Con alcuni distinguo, soprattutto di politica estera, che potrebbero anche fare la differenza nel duello di domenica 7 febbraio. «Quando si tratta di Tymoshenko, non si può mai dire che i giochi sono fatti, anche se Yanukovich ha più probabilità di vincere», ha sintetizzato Volodymyr Fessenko, direttore del Centro di Studi Politici Penta. Per questo nel campo del candidato filorusso il livello di attenzione è altissimo: soprattutto dopo la firma di due giorni fa del presidenteYushchenko di una forma emendata della legge sulle presidenziali. Grazie alla quale ora sarà possibile procedere allo spoglio delle schede anche senza il quorum del corpo dei rappresentanti di lista, quindi anche in assenza degli emissari di un partito.Yanukovich

Shelby ha deciso di giocare la carta del “diritto di veto” per spingere l’amministrazione a procedere su un mega-contratto per la sostituzione delle aero-cisterne dell’Air Force, alla EadsNorthrop a cui, secondo Shelby, Obama avrebbe preferito la statunitense Boeing (con sede a Seattle, nel democraticissimo stato di Washington). «Sono quasi dieci anni che l’Air Force ha annunciato il progetto di sostituire le cisterne ma ancora non abbiamo un processo di acquisizione trasparente che vada avanti». Ma Shelby avrebbe anche un’altro motivo per mettere sotto scacco Obama: secondo lui il presidente avrebbe bloccato anche la costruzione di un centro Fbi in Alabama per non chiari motivi di sicurezza.

D’altro canto il senatore repubblicano e il presidente democratico sarebbero ai mezzi termini anche sulla famosa riforma fiscale Volker. Proprio ieri il presidente della Commissione bancaria al Senato, il democratico Christopher Dodd, ha fatto sapere di essere arrivato a un completo «impasse» con Shelby sulla stesura“bipartisan” della riforma. «Shelby - ha detto Dodd - mi aveva assicurato che avremmo raggiunto un consenso ma, per ora, siamo solo arrivati a un impasse».


cultura

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Riletture. Le distorsioni della società di oggi nelle intuizioni dell’autore russo

Tutti i “dèmoni” che ispirarono Irène Némirovskij Le declinazioni del male nell’opera di Dostoevskij che attraversarono il romanzo “L’affaire Courilof” di Mario Bernardi Guardi el 1931, la scrittrice ebreo-ucraina Irène Némirovskij avverte che i lettori e i critici parigini si aspettano da lei “qualcosa” di importante. Sì, di più significativo, di più completo del romanzo David Golder che due anni prima è stato un successo. Ancora di più: una “rivelazione”.

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Ma Irène - famosa a 26 anni non aveva dovuto inventare nulla. Anzi, aveva attinto a piene mani all’album di famiglia. Il protagonista, uno spietato banchiere ebreo che precipita in un gorgo di autodistruzione e di morte, era modellato sulla figura del padre, avido e debole. E la moglie, una donna fatua, crudele, egoista, che pensa solo alla propria bellezza, anche se ormai è poco più che una disgustosa vecchia imbellettata, aveva i tratti della madre di Irène, quella che aveva avvelenato la sua infanzia. Una “rivelazione”, dicevamo. Era nata una nuova scrittrice, capace di esplorare l’animo umano con una vivezza torva e feroce, senza un attimo di tregua e fino all’ultimo respiro. Incoronata d’alloro col prestigioso sigillo editoriale Grasset, Irène sapeva che critica e pubblico l’aspettavano al varco. Nel ’31, due anni dopo Golder, esce Les Mouches d’automne, che lascia perplessi i lettori. Il libro, una storia di “émigrés” (come i Némirovsky, fuggiti dalla Russia dei Soviet e approdati a Parigi), appariva alimentato da una vena troppo nostalgica e sentimentale. Anche se per Robert Brasillach, Irène «aveva compiuto il miracolo di tradurre in francese l’immensa malinconia russa» (cfr. Olivier Philipponnat - Patrick Leimhardt, La vita di Irène Némirosvky, Adelphi). Adesso, comunque, la giovane scrittrice si sentiva chiamata a dar prova di qualcosa di più di una dolente e commovente cronaca familiare. Cosa sapeva “davvero” delle idee dei rivoluzionari rossi? Quegli “ambienti” li conosceva? Sape-

va come “erano fatti” i comunisti? Come agivano, che cosa pensavano? Era in grado di scavare in quei tetri paesaggi dell’anima russa - le passioni “radicali”, le mitologie nichiliste, la ferocia terroristica - che Dostoevskij aveva saputo tanto bene illustrare? Sì, Irène era in grado di farlo. Nella sua testa c’erano ricordi e immagini. Molte cose, poi, aveva letto. E si era documentata. L’affaire Courilof ne è una prova evidente. Il romanzo, edito da Adelphi, come le altre opere della scrittrice (L’affare Courilov, a cura di Marina Di Leo), uscì nel 1933, a sessant’anni dai Demoni dostoevskijani. E di nuovi demoni e incubi è tutto attraversato. Al

Lo scrittore aveva previsto la tragedia che covava nella società del tempo e che sarebbe divenuta nel secolo successivo realtà quotidiana punto che agli intellettuali progressisti non piacque. Perché ci sentivano dentro la netta riprovazione per una ideologia sanguinaria, ammantata di millenarismo redentore.

Uno “squalo” capitalista come Golder va bene perché accende il “gran disdegno” contro i biechi padroni. Meno bene vanno i “pesci rossi” pieni di slanci utopistici ma ingordi di sangue. E capaci di ammazzare con assoluta freddezza. Eppure, si badi bene, L’affare Kurilov non è il compitino della brava alunna reazionaria. Ci troviamo, piuttosto, di fronte a una esemplare storia umana, aperta alla “complessità”. Anche “umanitaria”, se vogliamo, ma priva di toni dolciastri. Con sguardo limpido, Irène indaga.

Sforzandosi di illuminare una realtà in cui, al di là delle ideologie, l’umano e il disumano si mescolano. E la scelta “umanitaria” è la loro “rappresentazione” nitida, secca. Guardiamo la storia. Lo scenario: Nizza, nella prima metà degli anni Trenta. Il protagonista: Léon M., un ex terrorista russo, in seguito militante bolscevico, che, prossimo alla morte, scrive la propria confessione. Figlio di due rivoluzionari bombaroli, agitati dal “sacro fuoco”della lotta di classe e della redenzione sociale, con tanto di “testimone” da consegnare alla prole, Léon, quando resta orfano, è “adottato” dal partito.

E siccome l’unica eredità che gli hanno lasciato i genitori, dopo una vita di attentati, galera e miserie, è il germe della tubercolosi polmonare, viene affidato alle cure del Dottor Schwann, fanatico propagandista della causa rivoluzionaria, che prevede abbondanti e giusti spargimenti di sangue. Léon, che non ha l’aura dell’agitatore bello e dannato, ma è «una figura ordinaria, un ometto triste, scosso dalla tosse, con gli occhialini, il naso camuso e cresce le mani sottili», nell’«idea che una rivoluzione sociale sia inevitabile, necessaria e giusta, per quanto possano esserlo le azioni dell’uomo» e dunque quando il Partito, nel 1903, gli affida la missione di far fuori Valerian Alexsandrovic Kurilov, ministro della Pubblica Istruzione del regime zarista, non può se non dir sì con appassionata convinzione. Anche se non è un fanatico, ma ha una natura malinconica e inquieta: ogni tanto è come se lo invadesse una grande indifferenza di fronte alle cose del mondo, e d’altra parte ci sono momenti in cui avverte un gran bisogno di calore umano. In ogni caso, l’azione esemplare va compiuta, perché Kurilov è una carogna, un reazionario della più brutta pasta, represso-

re di ogni forma di dibattito nelle università e responsabile di eccidi di studenti in agitazione. È sacrosanto, insomma, che il Comitato rivoluzionario proponga e disponga l’eliminazione di un mostro di tal genere: e così Léon, assunta la falsa identità del dottor Marcel Legrand, riesce a farsi assumere in casa Kurilov per fare quel che il Dio-Partito comanda.

I suoi compiti sono quelli del medico: assisterà il Pescecane (così lo chiamano gli studenti visto che è «feroce e vorace») che di malanni ne ha un bel po’, compreso un tumore al fegato. Il bello è che lo assisterà davvero. E non solo come medico, ma anche come confidente, perché il “mostro”Valerian è un uomo come tutti, addirittura «umano, troppo umano» nei suoi affetti e nelle sue pene (è innamoratissimo della seconda moglie, un’ex cantante francese, dal passato non proprio irreprensibile, e che lo Zar si rifiuta di ricevere a palazzo). Addirittura umanissimo nella consapevolezza dei suoi errori, nelle sue aspirazioni fondamentalmente “liberali”, nel suo sogno, sostenuto da una profonda reli-

giosità, di un mondo più buono e più giusto. Si può ammazzare a cuor leggero un uomo così, uno a cui per mesi sei stato accanto, dandogli medicine e conforto durante i terribili attacchi della sua malattia? Grande è la confusione sotto il cielo e nel cuore di Léon: ed è davvero un caos inestricabile quando, per parafrasare Schopenhauer, calandoci nel cuore del più odiato dei nostri nemici, scopriamo noi stessi. Alla faccia della Rivoluzione che vuol colpire il “nemico oggettivo” ed “emblematico”. E che ti ha detto: va e uccidi. Ecco: sei dentro


cultura

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dette Sandro Bolchi. Ricordate? Tivù in bianco e nero targata 1972: I Dèmoni, interpreti Luigi Vannucchi, Glauco Mauri, Warner Bentivegna, Luigi La Monica, Lilla Brignone, Gianni Santuccio, Paola Quattrini…).

A sinistra, la scrittrice Irène Némirovskij. A destra, Fëdor Dostoevskij. Sopra, le copertine dei libri della Némirovskij “David Golder” e “Les Mouches d’automne”. Sotto, sempre della scrittrice, “L’affaire Courilof” e il romanzo “I demoni” di Fëdor Dostoevskij

un incubo e non sai come uscirne. Un incubo, il comunismo rivoluzionario, il terrorismo che uccide perché decide che, appunto, sei un nemico “oggettivo”, che incarni qualcosa che va spazzato via per creare il “mondo nuovo”. Il militante che spara addosso non a un essere in carne e ossa ma ad un’idea e a un’istituzione, l’una e l’altra “emblematica”, il mondo nuovo lo abita già. Ne è un cittadino a tutti gli effetti. Ha un altro volto: una faccia che ha qualcosa della “maschera” scrive Dostoevskij nei Demoni. Oscena, perché ostenta una sorta di assolutezza, di edenica perfezione. Ma poi, per dirla con Marx, «esplodono le contraddizioni». Tutte interiori, maledettamente caratteriali, affettive, spirituali, e sconquassano l’anima. Ne sappiamo qualcosa.

Anzi, molto, perché gli ex delle Brigate rosse, o comunque degli altri “gruppi di fuoco”, oltre che fecondi di sangue e di orrore, sono facondi di parole. Parole, parole, parole per illuminare un turbine devastante. Per giustificare. Qualche volta, quasi per chiedere perdono. Qualche volta, quasi per rivendicare.

sco», scrive Enzo Bettiza, «campeggiava, con la forza della premonizione, una tragedia che già covava nella società del tempo e che nel secolo successivo sarebbe diventata realtà quotidiana. Su uno sfondo insanguinato da delitti gratuiti, cupamente illuminato dal bagliore di incendi inesplicabili, si stagliavano le ombre ossesse e voraci degli “uomini nuovi”, atei militanti, assassini, cospiratori, pseudofilosofi, allucinati (…). Un universo grottesco, ma pregno di voluttà distruttiva» (Il mistero di Lenin, Rizzoli, 1982, pagine 36).

E che dire dei fondamentalismi che sconquassano la cosiddetta era post-ideologica e ci urlano che la storia no, non è finita, come negli auspici di Fukuyama, ma che tumultuosamente continua e nuovi mostri continua a partorire?

Dostoevkij, cui nessuna “mistica”era ignota né quella della rivoluzione nichilista né quella del gioco d’azzardo né quella della redenzione cristiana - lo sapeva. Con forza profetica, “intuiva” gli scenari della modernità. “Vedeva” e “descriveva” le immagini spettrali - ma, ahimè, sin troppo reali - di un mondo che si ribella alla Trascendenza, alla Creazione, all’Amore, e in cui l’uomo che ha negato Dio, per trasformare se stesso in Dio, fa dell’autoaffermazione e dell’illimitato arbitrio i propri contrassegni, spingendosi fino all’omicidio e al suicidio, dunque alla distruzione e all’autodistruzione. Un visionario “iperrealista” Fëdor Michailovic Dostoevkij, con lo sguar-

do fisso che va ben al di là della contemporaneità, ma si proietta sul futuro, come nota il filosofo russo Nikolaj Berdjaev nel suo straordinario saggio La concezione di Dostoevkij, scritto nel 1923, sei anni dopo la Rivoluzione d’Ottobre (lo si veda nella Piccola Biblioteca Einaudi, 2002). Il futuro, le maschere agghiaccianti di tanti uomini del futuro. I disumani alfieri dell’Ideologia, i signori della vita e della morte, i giudici-giustizieri, i frenetici annunciatori del mondo nuovo, i dèmoni. Dostoevkij aveva “previsto”. Al centro del suo «possente affre-

Demoni “grandi inquisitori”, verbosi e morbosi, fervidi e gelidi esecutori di sentenze di morte lungamente elaborate e covate nel loro animo. Come ben sa chi, affascinato dal Dostevskij del Giocatore e dell’Idiota, di Delitto e castigo e dei Fratelli Karamazov, lo ha poi scoperto in veste di Evocatore-Cronista di «strani eventi» svoltisi in una «città di provincia», esemplare covo-laboratorio di sfide infernali a Dio e all’uomo (ed esemplare fu, ai bei tempi dei romanzi sceneggiati , la “rappresentazione” che ne

Ma sfide in nome di che cosa? Vogliono davvero, i dèmoni, redimere l’umanità da tutte le forme di oppressione? Già, ma “chi” sono, da dove vengono e dove intendono andare? Stavrogin ha soffocato in sé ogni senso morale e ogni sentimento, e con “tranquilla”, “razionale” lucidità, persegue il male, mettendosi al servizio del nichilismo e della sua furia distruttiva. È pienamente, compiutamente “malvagio”? No, ma aspira a una sorta di sovranità intellettuale che lo liberi da ogni impaccio morale e dalla “malinconia” che gli corrode l’animo. “Quindi”, commetterà il più turpe dei delitti, violentando una bambina. Ma la residua coscienza si ribella: Stavrogin si impicca, ponendo così fine a quella accidia spirituale che, per usare un’espressione leopardiana, «lo lima e lo divora». Kirillov è in guerra con Dio: gli uomini lo hanno creato perché hanno orrore della morte; lo annienteranno, nel momento in cui sapranno superare questa paura. Quali il beau geste e la bestemmia più terribili da parte di chi afferma: «Ogni uomo è il proprio Dio; Io sono Dio e non c’è Dio oltre di me»? Il suicidio. Ma se nel momento estremo ti lampeggia innanzi agli occhi l’immagine della Croce? Chi è il più forte? Verchovenskij professa il più totale amoralismo e tiene le fila del movimento nichilista con bieca determinazione: ma, nella sua velleità di “missionario” dell’ideologia, non riesce ad essere neanche un “eroe negativo”. Stordisce e si stordisce con le chiacchiere, ma la paura di agire in prima persona, correndo dei rischi, lo paralizza. Satov, socialista, ama il popolo e vuole la sua redenzione. Dio è “nel” popolo? Dio marcia alla testa del popolo russo nella lotta contro l’oppressione? O bisogna liberarsi di Dio, del Dio della Tradizione, col suo consistente deposito di leggi, per affrancare il popolo? E quale, come sarà, allora, il “nuovo” Dio della società “nuova”? Tutt’altro che lontani, gli interrogativi di Dostoevskij nella nostra società vuota di tutto (principi, valori, tradizioni, codici etici e morali, ideologie, Grande Politica ecc.) e di tutto sovraccarica (l’“iper” dei nuovi fondamentalismi, del consumismo, delle povertà vecchie e nuove, della tecnologia, della comunicazione di massa, delle variopinte prelibatezze New Age, della sessualità à go go...). Un bel po’ di mostri in giro, un bel po’ di dèmoni. Che fare? Se lo chiedeva, nel 1902, anche Lenin.Tanto per cominciare, dunque, attenzione ai falsi profeti.


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spettacoli

ivoluzione, coraggio e realismo, sono queste le tre parole che ben descrivono C’era una volta la città dei matti, la fiction, in due puntate, che andrà in onda su Rai Uno domenica 7 e lunedì 8 febbraio. Tre parole che ben descrivono il personaggio da cui la miniserie prende spunto: Franco Basaglia, lo psichiatra ribelle che diede il suo nome alla legge 180, approvata nel maggio del 1978, che chiuse definitivamente i manicomi nel nostro Paese per fare posto a strutture di accoglienza nella speranza di ridare dignità ai malati di mente.

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La fiction prodotta da Ciao Ragazzi di Claudia Mori è un lavoro rivoluzionario, non nella forma narrativa, ma nell’argomento trattato, portando in prima serata il tema difficile e spinoso della malattia mentale e del momento di svolta nella psichiatria italiana e mondiale rappresentato dal lavoro di un giovane psichiatra ribelle che, nell’Italia degli anni Sessanta, per primo osò mettere in discussione l’istituzione dei manicomi, quelli che allora venivano chiamati le “città dei matdi Francesca Parisella ti”. Piccole città inglobate nelle vere città, realtà rovesciate della vita reale dove venivano ri- giosa e colta dell’alta borghesia sta romano che ama confroncoverate le persone con disagi veneziana, decide di cambiare tarsi «con personaggi che non mentali. Città che nascondeva- il manicomio, rivoluzionando il sono dei vincenti», di portare no un carico di orrori fatto di destino di questi pazienti, tra- questa difficile storia sul piccoletti di contenzione, camicie di sformando la città dei matti in lo schermo. «Non volevo racforza, celle di isolamento, elet- una comunità terapeutica. Co- contare la vita di Basaglia ma troshock punitivi, infermieri mincia così l’avventura straor- la storia di vite umane dove lui trasformati in carcerieri e ma- dinaria che porta Franco e sua è uno dei tanti» commenta lati, a loro volta, relegati nel moglie, aiutati da altri giovani Marco Turco che, oltre a dirigeruolo di carcerati, veri prigio- psichiatri, a smontare i manico- re la fiction, ha collaborato alla nieri della loro malattia e della mi. Scardina i cancelli, libera i sceneggiatura con Alessandro società. Le città dei matti erano pazienti dalle camicie di forza, Sermoneta, Katja Colja e Elena quelle che si potrebbero defini- dall’elettroshock e dalle celle di Bucaccio, «era un modo per re nonluoghi, perché è lì che i isolamento. È qui, allora, che raccontare delle vite senza enpazienti perdevano la loro di- entra in gioco il coraggio, che è trare nel merito della legge 180, gnità di esseri umani e si tra- contemporaneamente quello di perché con questo film volevo sformavano in semplici nume- Franco Basaglia nel perseguire evidenziare come tutta la storia ri, come nei lager, è lì che veni- il suo sogno, rimettere al centro ha portato a una legge dove i vano etichettati quali mostri il paziente, perchè «il medico malati mentali hanno riacquisenza un passato e privi di un non deve esercitare il suo pote- stato dei diritti che avevano futuro che, per questo, doveva- re, ma il suo sapere mettendosi perso entrando negli ospedali no essere imprigionati, conte- al servizio del suo ruolo pubbli- psichiatrici. Persone che avrebnuti, immobilizzati. La storia co», come ama ricordare Fabri- bero preferito il carcere perché della miniserie inizia in una zio Gifuni, che in questa fiction lì, a differenza dei manicomi, Gorizia degli anni Sessanta che fa rivivere il personaggio di avrebbero saputo quando saper il giovane psichiatra vene- Franco Basaglia, ma anche il rebbe terminata la loro pena e, ziano è un esilio professionale coraggio di Marco Turco, il regi- una volta usciti, avrebbero riavuto la dignità di esdovuto alle sue idee seri umani. ...I racinnovative e rivoluconti, le voci e i volti zionarie. Allontanadei protagonisti di to dalla carriera uniquella storia sono versitaria, a Gorizia Basaglia si scontra stati la linfa per quecon la dura realtà, sto lavoro» dove il quella dei manicomi,“prigioni” per pazienti malati di mente che, della loro malattia, restano prigionieri a vita. L’impatto con questa realtà è durissimo e, con il supporto di sua moglie Franca In questa pagina, alcune immagini della fiction Ongano - nella fic“C’era una volta la città dei matti”, tion Sandra Toffolati in onda domani e lunedì su Rai Uno - una donna corag-

Fiction. Domani e lunedì, su Rai Uno, la miniserie dedicata a Franco Basaglia

C’era una volta la città dei matti...

A vestire i panni dello psichiatra è Fabrizio Gifuni, accompagnato da una bravissima Vittoria Puccini e abilmente diretto da Marco Turco realismo è l’elemento fondamentale. «Volevo attori veneti che mi garantissero l’accento e il suono di un dialetto così bello», prosegue Marco Turco, «quando questo non è stato possibile, come nel caso dei due protagonisti, Fabrizio Gifuni e Vittoria Puccini, è stata la loro straordinaria bravura a sopperire alla mancanza». Infatti, seguendo la fiction a occhi chiusi sembra di sentir parlare Franco Basaglia, magistralmente interpretato da Fabrizio Gifuni. «Per questo film ho subito pensato a lui», ricorda il regi-

sta, «con Fabrizio avevamo lavorato insieme in uno dei miei primi film - “Vite in sospeso”, ndr. -. Quando gli ho proposto questo ruolo sapevo che Basaglia sarebbe stato il personaggio più difficile, perchè non ha niente. Nella fiction non raccontiamo la sua vita privata, è solo lui con tante storie che gli girano attorno. Ma Fabrizio è riuscito a cogliere comunque la sua umanità fatta di una straordinaria dolcezza con i pazienti ma anche di quella durezza tipica degli uomini che scelgono di percorrere strade difficili». Vittoria Puccini per acquistare l’accento veneto è stata seguita da una dialect coach veneta, mentre è stata la sua maturità artistica, raggiunta dopo la fortunata serie di Elisa di Rivombrosa, a dare realismo al personaggio di Margherita, una ragazza bella e piena di vita, una «figlia della colpa» per una madre che vive nel rimorso di averla concepita con un soldato americano, sparito nel nulla e che, per questo, scarica sulla giovane Margherita il peso di questo peccato, destinandola al ricovero nell’ospedale psichiatrico dove le cure, che consistono anche nel tenerla chiusa in una gabbia come una bestia feroce, le strappano via la gioia di vivere. La sua Margherita è uno dei tanti pazienti veri la cui storia è stata riportata fedelmente nella sceneggiatura, così come per Boris, il reduce di guerra interpretato da Branco Djuric, Furlan - Maurizio Fanin -, l’ex partigiano mite e buono che sceglie volontariamente il manicomio per curare le ferite che la guerra ha inferto alla sua mente, Ciccia-ciccia - Federico Bonaconza - bambino ventenne spaventato dalla vita e Nives - Michela Cescon - l’infermiera che racconta la storia di Mariuccia Giacomini, alla quale hanno insegnato che i matti non sono persone ma poco più che cose.

«Sapevo che sarebbe stata un’impresa difficile», Marco Turco, «e la cosa che mi preoccupava di più era come mettere in scena la malattia mentale», per questo un aiuto per ricostruire correttamente il lavoro dello psichiatra veneto è arrivato dalla comunità basigliana, da Giuseppe Dell’Acqua, direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste, e dai pazienti chiamati a lavorare sul set dove hanno rivissuto la loro esperienza precedente, «questo ci ha fatto vivere dei momenti forti che hanno permesso di creare un bellissimo rapporto con questi ex pazienti. E così il set è diventato anche un microcosmo in clima basagliano dove si mescolavano esperienze di cinema a esperienze di vita, e dove la cosa più bella è stata vedere la loro gioia nell’essere trattati come persone normali».


sport

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Fantasisti. Il caso di un dipendente di un night club di Tokyo, aggredito per futili motivi dal lottatore di sumo Asashoryu (ubriaco)

Week end col mostro! di Francesco Napoli

A fianco, sotto e in basso, il lottatore di sumo giapponese Asashoryu, di recente balzato agli onori delle cronache per via di una rissa scatenata in un night club di Tokyo. L’atleta avrebbe letteralmente massacrato per futili motivi uno dei dipendenti del locale

on vorrei dire ma provate a dare questa alternativa a chiunque, anche al più incallito malavitoso. Cosa preferisci: che un lottatore di sumo ubriaco ti pesti in preda al furore o che un tir con rimorchio ti venga addosso? Io dubbi non ne avrei: forse con uno scatto repentino al pesante automezzo puoi scampare, ma dal rikishi, così sono chiamati i professionisti di questo sport, credo sia impossibile scartare. Per cui mettiamoci nei panni dell’ignoto dipendente di un night club del centro di Tokyo che questa situazione se l’è vista paurosamente davanti.

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Un paio di settimane fa, infatti, il più grande di questi atleti in attività si è lasciato appena un po’ andare e dopo aver vinto la sua 25esima Coppa dell’Imperatore, alias Coppa del Mondo, e ha pensato bene di avere un alterco con il summenzionato dipendente. Una bella rissa per futili motivi, naturalmente, ma che ha avuto un esito scontato sotto il profilo agonistico, se così si può dire. Tacitato tutto con la vile pecunia, il fatto era troppo grosso, senza allusioni alla mole di uno dei due attori del fattaccio, per restar circoscritto. Poi salta fuori perfino un terzo incauto protagonista, un cliente che si ritrova, non sa neppure come e perché, naso rotto, lacerazioni alle labbra ed escoriazioni alla nuca e a Dolgorsurengiin Dagvadorj, ragazzo terribile non nuovo a bravate del genere, gli hanno praticamente ritirato la patente e addio al dohyo, il ring del sumo. Aveva prescelto, come tutti i professionisti di questa disciplina, un nome suggestivo: si faceva chiamare Asashoryu, Drago blu della mattina. Ventinovenne, Asashoryu in Giappone è sempre stato rispettato: mentre nello spogliatoio calzava il caratteristico perizoma per arrivare a bordo dell’arena prima di cominciare la lotta si tacitava tutto il palazzetto; quando poi iniziava il lungo rito che precede il combattimento vero e proprio il clima si surriscaldava nel composto silenzio rituale di questo sport. Ecco: lo shiko, Dagvadorj si posizionava a gambe larghe con le ginocchia piegate e, alternativamente, sollevava le gambe in aria facendole ricadere poi con inaspettata leggerezza. Una sorta di stretching, banalizzando. Inamovibile un uomo come lui in quella posizione, assicura

L’atleta in realtà non è mai stato amato in Giappone: è troppo isterico, ribelle alle regole che per gli abitanti del Sol Levante contano molto e lontano dall’aplomb nipponico per essere visto come uno di loro Munari Andrea, allenatore di una gloriosa palestra di arti marziali. Poi le altre mosse del rito fino al lancio del sale sul dohyo, propiziatorio, un gesto ben augurante, finalizzato a proteggere i contendenti da sfortunati scontri, ferite, infortuni e cadute, co-

me facevano i nostri Costantino Rozzi ad Ascoli o Romeo Anconetani a Pisa, veri lottatori del sumo pallonistico italiano. Ma Asashoryu non è mai stato amato in Giappone: troppo isterico, ribelle alle re-

gole che per gli abitanti del Sol Levante sono tanto; lontano da quell’aplomb nipponico per essere visto come uno di loro. Era mongolo e questa cosa non gli è mai stata perdonata nonostante i tanti successi. Una carriera tempestata di vittorie, certo, ma anche di tanti guai. Ha atterrato un avversario prendendolo per i capelli: orrore. Un’altra volta, a un altro lottatore, aveva dato una sberla a combattimento finito: sconcezza. Come se non bastasse, dopo essersi ubriacato, ha sfondato la porta di casa del suo Oyakata, il maestro e allenatore, più d’un padre per chiunque si applichi a una disciplina orientale del genere, per protestare contro l’obbligo di versare a lui gran parte dei premi vinti e dei regali di nozze ricevuti in denaro. Poi ha avuto un flirt abbastanza sereno e stabile con la stampa giapponese che ha tributato ad Asashoryu grandi lodi sportive e i suoi rapporti con il pubblico e i media sono decisamente migliorati. Un rimprovero glielo hanno però sempre mosso ed è quello di non aver preso la cittadinanza giapponese: egli ha candidamente ribattuto di essere orgoglioso di provenire dalla Mongolia, ma di sentirsi

in tutto e per tutto uno Yokozuna,“grande campione”, giapponese. È decisamente un personaggio che ha scosso il mondo del sumo e le sue regole millenarie, spingendo i più tradizionalisti a chiedere l’esclusione degli stranieri dai tornei per farlo fuori.

Poi l’incantesimo si spezza: tre anni fa si era dichiarato infortunato, saltando così un tour promozionale. Invece stava benissimo, tanto da giocare una partita di calcio per beneficenza, e la federazione l’aveva squalificato per due grandi tornei. Primo nella storia del sumo a subire un’umiliazione simile, roba da harakiri per qualsiasi giapponese medio ma non per lui. E poi le contestazioni ai giudici, gli atteggiamenti coloriti fuori dal dohyo. Un ragazzaccio a tutti gli effetti. Così ora, dopo l’ennesimo errore ha deciso che con questo sport può bastare così. «Sono grato per tutto ciò che ho ricevuto ha dichiarato in un’affollata conferenza stampa - Mi ritiro. Ho causato molti problemi, ma adesso mi sento sereno». Decisione presa, Drago blu della mattina, e naturalmente, a riguardo sei inamovibile.


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

dal “South China Morning Post” del 05/02/2010

Torna la Via della Seta di John Lee ei mesi che hanno preceduto la fine del secondo conflitto mondiale, il padrino della geopolitica (per come viene intesa ai giorni nostri) Nicholas Spykman ha pubblicato un’analisi destinata a rimanere negli annali della storia e nelle biblioteche di molti altri autorevoli studiosi. Il cuore di questa analisi, destinata a divenire il vademecum di molti strateghi del mondo moderno, recita più o meno così: «Chi controlla le “terre di confine” controlla l’Eurasia, e chi controlla questa definizione neo-continentale controlla senza ombra di dubbio i destini del mondo intero”. In quell’arco di tempo iniziato oramai da dieci anni, e che viene definito “il secolo cinese”, l’Eurasia viene considerata meno importante di allora. Si ritiene generalmente che essa abbia perso la propria importanza strategica subito dopo la fine della Guerra fredda. Ma la Cina considera l’Asia centrale – il cuore dell’Eurasia – in una luce nuova e diversa, e spera in questi ultimi tempi di poterla usare per riorganizzare la concezione geopolitica dell’Asia stessa. Nella storia millenaria dell’impero cinese, esistono due tradizioni itineranti che hanno contribuito maggiormente a estendere i confini della civilizzazione di Pechino: questi sono nello specifico il commercio e il sistema tributario. Il miglior modo per dimostrare quanto questo concetto sia vero è quello di fare degli esempi. Per il primo caso basta guardare all’ammiraglio Zheng He, che ha guidato l’immensa armata della dinastia Ming in sette viaggi epici verso Indonesia, India, Africa e persino Arabia. Questi si sono svolti sei secoli fa. Per il secondo caso si deve invece considerare il largo impegno svolto da Pechino nello sviluppare la vecchia Via

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della Seta, che connette l’Asia centrale (ma anche quella meridionale e orientale) con Europa, Medioriente e Africa settentrionale. Quando guardiamo alla Cina moderna dobbiamo ricordare la tradizione marittima dell’ammiraglio He, un esempio che va rispettato se non addirittura temuto. Al momento attuale, il governo cinese sta infatti portando avanti il programma di costruzione di sottomarini e navi più ambizioso (e il più rapido a crescere) del mondo intero. Si può pertanto predire senza tema di smentita che l’esecutivo punterà verso una rapida espansione della propria influenza sull’Asia specialmente tramite una via marittima. Dopo tutto, la maggiore vulnerabilità strategica della Cina riguarda la debolezza delle esportazioni di energia via mare. Ma se la geografia è un concetto con dei confini permanenti, la geostrategia non ha gli stessi limiti. La Cina sta cercando di cambiare i propri parametri geostrategici all’interno del Grande gioco, il cui premio è la conquista del continente. Secondo molti analisti, in questo contesto non rientra l’Asia centrale: è un territorio visto come irrilevante, caratterizzato da un apparente vuoto strategico.

Ma è proprio da qui che Pechino vuole ripartire. Mentre focalizza la propria attenzione sulle rivalità navali che può incontrare – e che incontra – soprattutto nella parte orientale e in quella sud-orientale del continente, infatti, la Cina ha lanciato una nuo-

va strategia che riguarda la Via della Seta. Per prima cosa ha cercato di mettere in piedi un sistema di unione geostrategica fra i Paesi dell’Asia: a questo serve l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, che comprende Russia, Kirghizistan, Kazakistan, Tajikistan e Uzbekistan. Il gruppo serve a costruire legami economici, strategici e diplomatici fra queste nazioni e la Cina, che così le tiene sott’occhio tutte insieme. Come secondo passo, la Via della Seta offre a Pechino la possibilità di rilassarsi dall’apparente dipendenza dei propri rifornimenti dal mare. A questo servono le raffinerie cinesi da poco costruite in Kazakistan, così come l’oleodotto del dragone che unisce le altre ex Repubbliche sovietiche al territorio cinese. Esistono tuttavia dei limiti anche ai piani costruiti nel migliore dei modi. È per questo che ha un senso, per la Cina, pensare all’Asia centrale come a un “piano B” in caso di fallimento con le vecchie strutture geostrateghie. Creando un secondo centro terrestre di importanza strategica, infine, è riuscita a diluire il vecchio ordine costruito per mantenere la presenza delle vecchie potenze in Asia.

L’IMMAGINE

Politici,rispettate il prossimo e voi stessi.Imitate San Francesco e la saggezza della casalinga Politici, abbiate rispetto per il prossimo e per voi stessi. Riducete il numero dei membri nelle affollate assemblee e amministrazioni, centrali e locali; mantenete consigli circoscrizionali solo nelle metropoli. Diminuite gli eccessivi compensi e privilegi. Scendete dal piedistallo di casta; imparate dalla povertà francescana e dalla saggezza della casalinga. La vera gratificazione deriva dall’alta funzione politica esercitata, non dall’insaziabilità di denaro e potere. Siate semplici, umili e servitori del cittadino. Evitate venalità, assenteismo, carrierismo e voto di scambio; nonché inconcludenza, ciance, bizantineria e aria fritta.Vivete spartanamente; senza boria, lusso, superfluo, stordimento e ostentazione; senza smanie vacanziere, esterofile ed esotiche. Così costerete meno alla collettività: anziché disistimarvi, il popolo vi apprezzerà e amerà. Quando darete il buon esempio, la gente vi seguirà, imiterà ed emulerà. La società migliorerà, progredirà, lavorerà con amore, sarà rispettosa e guadagnerà in serenità e appagamento.

Gianfranco Nìbale

COSÌ SI SMANTELLA LA GIUSTIZIA TRIBUTARIA Le cause di incompatibilità per i giudici tributari sono state talmente inasprite dal legislatore che hanno privato le Commissioni tributarie di quella specifica competenza tecnica, che all’epoca della loro costituzione avevano, grazie alla composizione multidisciplinare delle stesse, e solo grazie alla quale è stato sino ad oggi possibile rispondere sia alle esigenze del cittadino che delle imprese. Mi riferisco alla progressiva perdita di competenza tecnica di tali Commissioni, che si determina allontanando con un’ingiustificata, intransigente disciplina dell’incompatibilità i quasi unici esperti in materia economica, bilancistica, fiscale oggi presenti nelle Commis-

sioni tributarie, che sono i dottori commercialisti e gli ex ragionieri collegati, quando invece sarebbe sufficiente che il legislatore adottasse per i giudici tributari la stessa disciplina delle incompatibilità prevista per i giudici di pace. Non si può non sapere infatti che nel nostro ordinamento scolastico le materie economiche, contabili, bilancistiche e fiscali sono comprese a livello universitario quasi esclusivamente nel piano di studi della facoltà di Economia. Per evitare quindi di privare il cittadino e le imprese di quella giustizia tributaria competente, urge disciplinare diversamente le cause di incompatibilità. Sarebbe inoltre non da ultimo necessario adeguare il trattamento economico dei giudici tributari ai quali il ministero dell’Eco-

Chiusura ermetica Vi si è mai guastata una valvola del calorifero? Perdite d’acqua, riscaldamento guasto, interventi del tecnico... Per evitare che una cosa del genere accada anche nel nostro cuore, la natura ha studiato un sistema molto efficiente. Quando le valvole cardiache si chiudono, vengono sigillate ermeticamente da una serie di “lacci di sicurezza”: le corde tendinee (qui al microscopio)

nomia corrisponde un fisso lordo di euro 311,00 mensili; un congruo adeguamento non inciderebbe neppure sul già precario bilancio dello Stato, qualora venisse introdotto anche per il processo tributario il contributo unificato previsto per la giustizia civile.

Giuseppe Filipponi giudice Commissione tributaria

STAMPA E INTERNET LIBERI IN UN PAESE DEMOCRATICO Sono un vostro lettore e, recentemente, dal 2009, ho cominciato a sostenere attivamente la linea dell’Udc, spiegando alla gente che è curiosa di sapere e anche male informata su quella che è l’attuale posizione dell’Udc su diverse questioni. Confesso che non riesco a darmi nessuna spe-

gazione a ciò che successo in Senato il 20 gennaio scorso. Mi riferisco all’emendamento al ddl 733 del sen. Giampiero D’Alia. Vorrei avere a disposizione sempre più informazioni, per cui credo che stampa e internet debbano essere liberi in un Paese democratico come lo è nella maggior parte del mondo.

Nicola Cassone - Bari


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Lui mi ha formato il cuore Signore, se vedessi una pallottola colpire un uccello - e l’uccello ti dicesse che non è stato colpito - ti verrebbe da piangere di fronte alla sua gentilezza, ma non c’è dubbio, dubiteresti della sua parola. Ancora una goccia della ferita che macchia il petto della tua margherita - e allora crederesti? La fede di Tommaso nell’anatomia era più forte della sua fede nella fede. È Dio che mi ha fatta - Signore - non mi sarebbe dato d’essere da me stessa. Non so come sia avvenuto. Lui mi ha formato il cuore. Poco per volta è diventato più grande di me, e come una madre minuscola, con in corpo un figlio grosso, mi sono stancata di tenerlo. Ho sentito parlare di una cosa chiamata «redenzione», che ha dato la pace agli uomini e alle donne. Ti ricordi, io te la chiesi, ma tu mi desti qualcosa di diverso. La redenzione, l’ho dimenticata (tra i redenti - per molto tempo - te l’ho tenuto nascosto, ma sapevo che mi avevi cambiata) ed ero stanca - basta - (questo straniero mi era diventato così prezioso che se esso e il mio stesso respiro fossero stati l’alternativa, di quest’ultimo avrei fatto a meno con un sorriso). Sono più vecchia questa sera, Signore, ma l’amore è sempre lo stesso, così pure la luna e la mezzaluna. Emily Dickinson a un destinatario sconosciuto

ACCADDE OGGI

LO SPACE SHUTTLE DI AVATAR Ecco lo Space shuttle di Avatar, le nostre ali nello spazio, degno erede delle navette Nasa. Il 2010 sarà l’anno del contatto? Quale potrebbe essere la space vision italiana, insieme a Israele, per salvare la corsa allo spazio e la flotta di navette shuttle della Nasa? Il motto in Avatar sembra essere: “Save space shuttle program”. Obama e la Nasa potrebbero essere d’accordo per lo sviluppo commerciale dell’iniziativa. Cento delle 1300 tecnologie documentate e sviluppate dalla Nasa, derivano dal programma Shuttle, tra cui: cuore artificiale, isolanti termici, diagnostica medica istantanea, gas detector, analisi del sangue in 30 secondi, sensori, camera infrarossa, “land mine removal device” e protesica. Servono nuovi space shuttle sul modello di quelli di Avatar. Ma bisogna fare presto: la Wide field camera 3 del Telescopio spaziale Hubble il 29 gennaio 2010 ha fotografato la collisione di due corpi celesti nella prima fascia di asteroidi. Perché gli Usa stanno sbagliando sullo spazio: l’astronauta dell’Apollo 11, Buzz Aldrin, riflette sul nuovo programma di sviluppo spaziale americano. L’unico modo di avere voli spaziali sicuri e a basso costo è di farli fare alle imprese private. Le ricadute tecnologiche per risolvere le gravi emergenze planetarie, sarebbero incalcolabili. Che siano i privati ad accollarsi il rischio e ad assumersi il profitto della conquista umana del sistema solare. È, il

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

6 febbraio 1806 Vittoria della Royal Navy britannica al largo di Santo Domingo 1819 Sir Thomas Stamford Raffles fonda Singapore 1853 Scoppia a Milano un’insurrezione anti-austriaca, domata l’indomani 1862 Guerra di secessione americana: Ulysses S. Grant da agli Stati Uniti la prima vittoria della guerra, catturando Fort Henry 1899 Guerra ispano-americana: un trattato di pace tra Usa e Spagna viene ratificato dal Senato degli Stati Uniti 1900 Viene creata la corte di arbitrato internazionale de L’Aia 1908 A Milano viene inaugurata la Borsa 1922 Elezione a papa di Achille Ratti col nome di Pio XI 1933 Entra in vigore il XX emendamento della Costituzione degli Stati Uniti 1952 Elisabetta II diventa regina alla morte del padre Giorgio VI del Regno Unito 1958 Otto calciatori del Manchester United rimangono uccisi nel disastro aereo di Monaco di Baviera

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

sogno di tutti i cittadini che credono nella libertà dell’impresa.

Nicola Facciolini

ESTROMISSIONE DI MORGAN: RIDICOLA IPOCRISIA A SANREMO Morgan, il cantante che in una intervista aveva detto di aver usato cocaina come antidepressivo, è stato estromesso dal Festival di Sanremo. Nientepopodimeno che il direttore di Raiuno, Mauro Mazza, il direttore generale della Rai, Mauro Masi, e il direttore artistico del Festival Gianmarco Mazzi hanno deciso che quelle parole e chi le ha proferite, meritano di essere oscurati, cancellati. I vertici della Rai non mancano mai occasione di fare sfoggio di ipocrisia. Secondo i dati più aggiornati, in Europa consumano cocaina 13 milioni di persone, e l’Italia si attesta fra i maggiori consumatori del continente. Il cantante ha ammesso di fare ciò che fanno moltissimi italiani, tra cui anche parlamentari (lo sanno tutti) e dipendenti Rai. Ma Morgan non è un politico, e quindi difficilmente può farla franca contro la finta indignazione di politici e dei loro sodali piazzati in aziende pubbliche, sempre in cerca di rifarsi l’immagine. Ecco cosa è diventata la guerra alla droga in un Paese devastato da consumo, ricchissime organizzazioni criminali dedite al mercato nero creato dal proibizionismo, e da una partitocrazia che ha occupato tutto l’occupabile: un continuo esercizio di ipocrisia e censura. Ma davvero si è convinti di non coprirsi di ridicolo con queste operazioni da polizia morale iraniana?

APPUNTAMENTI FEBBRAIO 2009 OGGI, ORE 17, MESAGNE AUDITORIUM DEL CASTELLO Convegno Udc, “Sviluppo del Mezzogiorno ed Enti Locali”. Interverranno: Vito Briamonte, Angelo Sanza, Ignazio Lagrotta, Euprepio Curto, Massimo Ferrarese. Conclude: Ferdinando Adornato. VENERDÌ 26, ORE 11, ROMA PALAZZO FERRAJOLI Convocazione Consiglio Nazionale dei Circoli Liberal. SEGRETARIO

Pietro Yates Moretti

Anselma Dell’Olio, Alex Di Gregorio Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Aldo G. Ricci,

Direttore da Washington Michael Novak

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Collaboratori

Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci,

Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati,

Roberto Mussapi, Francesco Napoli,

Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti,

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Stefano Zaccagnini (grafica)

LA CAMPANIA, IL VERO LABORATORIO POLITICO NAZIONALE All’origine doveva essere la Puglia, ma la Campania, anche questa volta, rischia di essere il vero “laboratorio” politico nazionale. Un laboratorio che, da campano e salernitano,prevedo a posteriori. Ecco perchè. La candidatura alla presidenza della regione Campania da parte del Pd,del sindaco di Salerno “lo sceriffo”, Vincenzo De Luca, certamente non lascerà più nulla come prima. Lo sanno bene i suoi compagni di partito, lo sa bene il Pdl, lo sappiamo altrettanto bene noi dell’Unione di centro; cambiano, però, le prospettive e, quindi, il giudizio finale sull’uomo che, di fatto e a modo suo, ha cambiato la storia di Salerno città e della sua provincia. Intendiamoci non tutto “il cambiamento” è avvenuto con metodi fortemente partecipativi, e questo fa sì che Vincenzo De Luca non è uomo di centro, o meglio fortemente moderato, né di destra, né di sinistra: infatti egli è... punto e basta. Di conseguenza l’uomo, in futuro, potrebbe essere di tutti e di nessuno! Ora un presidente così, in una regione che, nella prossima legislatura, sulla base della riforma del titolo V della Costituzione, non sarà più un ente locale ma Regione-Stato con oltre sei milioni di abitanti, potrà far succedere e qualcosa sicuramente succederà in vista della tanta richiesta discontinuità dall’era Bassolino. Se a questo aggiungiamo la storia politica e la figura dell’antagonista alla presidenza della regione, Stefano Caldoro (Pdl), va da sé che in Campania a vincere, e decidere chi vincerà, sarà il partito del “trasversalismo”, che questa volta, più di ogni altra, voterà per l’uomo e la sua storia personale più che per il partito e l’appartenenza politica. Tutto può succedere quindi, e la partita rimane aperta prima, durante e dopo la campagna elettorale. Ecco perché non mi sorprende affatto il sondaggio di Swg per Il Corriere del Mezzogiorno, che dà: Caldoro al 47.5% e De Luca al 47%, con una sottile differenza: mentre Caldoro perde sulle forze che lo sostengono, quest’ultimo vince di circa 5 punti sulla sua coalizione. Chi vivrà vedrà! Vincenzo Inverso S E G R E T A R I O OR G A N I Z Z A T I V O CI R C O L I LI B E R A L

Mario Arpino, Bruno Babando,

Ernst Nolte, Emanuele Ottolenghi,

Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi,

Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci,

Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi,

Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi,

John R. Bolton, Mauro Canali,

Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini,

Franco Cardini, Carlo G. Cereti,

Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli,

Enrico Cisnetto, Claudia Conforti,

Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi,

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2010_02_06  

L’unica cosa storica dei cambi voluti dal governo è il fatto che dimenticano il nostro tempo e lasciano soli i professori LLuuiissaa RRiibbo...

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