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La storia è testimone dei tempi,

he di c a n o r c

luce della verità, vita della memoria, maestra della vita, nunzio dell’antichità

9 771827 881004

Marco Tullio Cicerone di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 3 FEBBRAIO 2010

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

L’opposizione prepara una grande manifestazione per il trentennale della rivoluzione: gli oligarchi rispondono con le esecuzioni

Il patibolo torna a Teheran È deciso:saranno impiccati altri nove dissidenti dell’Onda.Mousavi denuncia:«È un regime più violento di quello dello Scià».Ahmadinejad minaccia:«La forca è pronta anche per chi sarà in piazza l’11 febbraio» FERMARE IL BOIA

Il mondo non può tacere

Oggi l’Aula vota il sì alla nuova legge

L’impedimento della Repubblica Scontro alla Camera tra la maggioranza e il Pd sul legittimo impedimento. L’Udc insiste: bisogna fermare insieme quella specie di guerra civile che finora non ha permesso all’Italia di essere governata di Riccardo Paradisi

ROMA. Era previsto lo scontro sul voto per il legittimo impedimento alla Camera e scontro, puntualmente, è stato. Da una parte Pd e Italia dei Valori e dall’altra maggioranza e Udc che ha appoggiato il provvedimento sul legittimo impedimento utile a mettere al riparo il premier e i ministri Parla l’avvocato del premier dai processi consentendo loro di saltarli per impegni istituzionali. L’Aula ha cominciato bocciando le questioni pregiudiziali al testo, respinPecorella spiega quale deve essere il percorso gendo i testi di Pd e Idv con 238 sì, 343 no, per risolvere due astenuti. Alla volo scontro tazione, avvenuta in tra la giustizia un’Aula gremita e e la politica nervosa, hanno parNovi • pagina 9 tecipato 11 ministri e diversi sottosegretari, a testimonianza di quanto il provvedimento stia a cuore al premier e al suo governo. L’Udc ha ribadito che occorre una soluzione che permetta di fermare «tutti insieme» quella sorta di guerra civile che non ha permesso all’Italia di essere governata. Oggi il voto definitivo.

«Ora Lodo Alfano, ma solo all’interno della riforma»

La comunità internazionale fa bene, quando cerca di fermare l’escalation nucleare del regime degli ayatollah iraniani. Ma fa molto male quando rimane in silenzio mentre il leader di quel regime sventola la forca davanti ai suoi oppositori. Ha fatto bene Berlusconi ad affermare di voler tagliare i contratti con l’Iran, ma questo non basta. Ahmadinejad, la cui legittimità è ancora dubbia, non ha usato mezzi termini per fermare le proteste dell’Onda verde, e ha indicato nel patibolo la pena per chi non lo ascolta. Ci sono i cadaveri di due persone, uccise settimana scorsa, a dimostrare che non scherza; e altri nove potrebbero presto aggiungersi alla macabra lista. Chiedere a Usa, Ue, Cina e Russia una condanna unanime di questo modo di fare non è retorica e non intacca la tanto amata realpolitik. Anzi, sarebbe un modo per dimostrare ai dittatori che ci sono limiti che non si possono tollerare. Oggi potremmo salvare delle vite. Domani (forse) potremo fermare la Bomba.

Berlusconi: basta affari con l’Iran che vuole l’atomica

a forca, avranno pensato a Teheran, è rimasto l’unico e ultimo deterrente. Dopo aver provato a ricompattare l’opinione pubblica con la solita retorica contraria a Israele, dopo aver cercato di fomentare gli animi con la corsa nucleare, dopo aver blandito i leader dell’opposizione (tutti espedienti falliti) gli ayatollah sono tornati a usare la strumentazione che conoscono meglio: altre nove persone, processate e condannate per le manifestazioni di protesta avvenute negli scorsi mesi in Iran, saranno impiccate dopo le due giustiziate il 28 gennaio.

L

di Pierre Chiartano Berlusconi a Gerusalemme, in visita ufficiale, incontra il ministro degli Esteri Liebermann e coglie l’occasione per condannare duramente l’Iran: «Ahmadinejad ricorda certi personaggi nefasti del passato... C’è uno stato che prepara l’atomica per usarla, premeremo per nuove, dure sanzioni». E poi annucia il blocco degli investimenti Eni per gas e petriolio: «L’Eni ha un contratto da rispettare, salvo pagare indennità pesanti - ha spiegato il premier ai cronisti - ma ha già disdetto la possibilità di sviluppare la terza fase di una attività in un importante giacimento petrolifero». a pagina 4

Oggi i «rilievi» al piano economico di Papandreou

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Annunciati i candidati

Oscar, questione L’Europa decide come salvare la Grecia di famiglia

L’Ue processa Atene di Luisa Arezzo

Ma chi comanda nell’Unione?

a Grecia, o meglio, il suo deficit, preoccupa l’Europa. Talmente alto (12,7 per cento del Pil) che lo stesso premier Papandreou ieri ha giurato di voler rispettare alla lettera il piano di risanamento su cui proprio oggi si pronuncerà la Commissione Ue.

onfusione, malattia infantile della nuova Unione. Questa è la diagnosi e i sintomi sono già allarmanti. Da quando, poco più di un mese fa, la Ue ha il tanto faticosamente atteso presidente stabile del Consiglio, non si sa più chi comanda a Bruxelles.

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a pagina 8 seg1,00 ue a p(10,00 agina 9 CON EURO

di V. Faccioli Pintozzi

Il premier blocca gli investimenti dell’Eni

I QUADERNI)

• ANNO XV •

NUMERO

James Cameron e la ex moglie Kathryn Bigelow ottengono nove nomination ciascuno per «Avatar» e «The Hurt Locker». Tra gli attori, si sfidano George Clooney, Morgan Freeman e Colin Firth

di Enrico Singer

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WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

Boschi • pagina 21 19.30


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Regimi. Attesa per l’11/2 una nuova, imponente manifestazione dell’Onda verde: si teme una violenta repressione

Un boia si aggira per l’Iran Gli ayatollah avvertono gli oppositori: «Pronto il patibolo» E Mousavi: «Questo regime è peggiore di quello dello Scià» di Vincenzo Faccioli Pintozzi a forca, avranno pensato ai piani alti del governo di Teheran, è rimasto oramai l’unico e ultimo deterrente. Dopo aver provato a ricompattare l’opinione pubblica con la solita retorica contraria a Israele, aver cercato di fomentare gli animi con la corsa nucleare, aver blandito i leader dell’opposizione (tutti espedienti falliti) gli ayatollah sono tornati a usare la strumentazione che conoscono meglio. La violenza cieca, feroce, senza limiti. Ed ecco che altre nove persone, processate e condannate per le manifestazioni di protesta avvenute negli scorsi mesi in Iran, saranno impiccate dopo le due giustiziate il 28 gennaio. Lo ha detto il vice capo della magistratura, Ebrahim Raissi, citato dall’agenzia semiufficiale Fars: «Tutti i condannati hanno legami con correnti anti-rivoluzionarie e hanno preso parte alla rivolta per rovesciare il sistema». Tutti i condannati - ha aggiunto Raissi «hanno legami con correnti anti-rivoluzionarie e hanno preso parte alla rivolta per rovesciare il sistema».

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Ma queste sono accuse di prammatica, quasi scontate per un regime che - diciamocelo sinceramente - potrebbe fare di meglio per mascherare l’eliminazione dei propri oppositori. Intanto, il 28 gennaio scorso, sono stati impiccati Mohammad Reza Ali-Zamani e Arash Rahmanpur. Entrambi ventenni, sono stati riconosciuti colpevoli «di essere mohareb, nemici di Dio; di aver fatto parte di un gruppo di opposizione monarchico e di avere pianificato attentati contro autorità dello Stato». Raissi è stato costretto ad ammettere, dopo le testimonianze corse su internet, che i due giustiziati erano stati arrestati nelle proteste di piazza degli ultimi mesi, cominciate dopo la rielezione alla presidenza di Mahmud Ahmadinejad del 12 giugno 2009. Ma ha aggiunto che «presto» saranno pronte le forche per gli altri dissidenti». In risposta a quella che oramai sembra sempre di più una repressione cieca, è intervenuto il leader dell’opposizione “verde” Mir Hossein Mousavi, che ha affermato: «Il nostro Paese corre il pericolo di essere riportato ad un

dispotismo peggiore di quello di prima della rivoluzione, perché il dispotismo esercitato in nome della religione è il peggiore possibile».

Il leader, che comunque ricopriva la carica di primo ministro con Khomeini regnante, ha rilasciato una lunga intervista pubblicata dal suo sito, Kaleme, in occasione del 31esimo anniversario della Rivoluzione islamica che ha portato alla caduta dello Scià. Questa «ha fallito il suo obiettivo di estirpare la dittatura in Iran.

«polvere e sterpaglia» i manifestanti scesi nelle piazze per protestare contro i risultati delle elezioni che lo vedevano rieletto, Mousavi ha ammonito che «quella interpretazione dell’islam che definisce la gente “polvere e sterpaglia” e crea divisioni tra il popolo è influenzata dalla cultura della monarchia di Reza Pahlavi».

L’eredità migliore, «più preziosa», delle proteste del 1979 che portarono alla Rivoluzione islamica vivono oggi «nell’opposizione della gente alla men-

che l’appuntamento diventasse occasione di massicce proteste, le forze di sicurezza hanno cercato di limitare gli ingressi a Qom nei giorni precedenti la commemorazione: testimoni raccontano di rigidi controlli sulle strade che portano in città con posti di blocco e agenti che chiedevano i documenti a tutti i pellegrini in circolazione.

Ma le azioni di controllo non si sono limitate all’esterno. Il regime aveva aumentato da giorni la presenza dei suoi uo-

Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad interviene al Parlamento di Teheran. Nella pagina a fianco, i manifestanti dell’Onda verde per le strade iraniane

Non credo più che la Rivoluzione abbia rimosso tutte quelle strutture che possono portare alla tirannia e alla dittatura. Oggi si possono riconoscere le radici e i fattori che sono all’origine della dittatura, così come la resistenza contro un ritorno alla dittatura. Mettere a tacere i mass media, riempire le prigioni ed uccidere brutalmente gente che chiede in modo pacifico il rispetto dei propri diritti sono cose che mostrano come le radici della tirannia e della dittatura dell’epoca della monarchia esistono ancora... Non credo che la Rivoluzione abbia raggiunto i suoi obiettivi».

«Per preservare la libertà e la democrazia – spiega ancora - è necessario cambiare la Costituzione». Ricordando che Ahmadinejad definì l’estate scorsa

zogna, all’imbroglio e alla corruzione». Ma il movimento verde, assicura «non abbandonerà la sua lotta pacifica... finché i diritti di tutto il popolo non saranno rispettati».

Nel frattempo, però, i vecchi fantasmi che agitano il sonno di Khamenei e soci sembrano non voler andare via. Una folla di persone nella città santa di Qom in Iran si è riunita infatti per commemorare il quarantesimo giorno della morte dell’ayatollah Hossein Ali Montazeri, il Grande religioso indicato come guida spirituale del movimento. I manifestanti hanno sfilato per via Saheli al grido di “Morte al dittatore, morte a Khamenei, Dio benedica Montazeri”, lo slogan che da mesi si sente anche per le strade di Teheran. Per paura

mini a Qom, creando un’atmosfera di terrore e intimidazione. Gli agenti del ministero dell’Intelligence e della Sicurezza hanno cordonato la casa di Montazeri per impedire a chiunque di avvicinarsi. Intensificate le misure di sicurezza anche a Isfahan, dove sono stati dispiegati agenti armati anche sui tetti. Montazeri, morto a 87 anni, era uno dei religiosi iraniani più critici del regime, ex successore designato dell’ayatollah Ruhollah Khomeini alla


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Intanto la paura corre sui blog Internet rimane l’unico mezzo di comunicazione dei democratici. Che ora temono di morire di Osvaldo Baldacci è molto fermento sui siti e sui blog iraniani in patria e nel mondo. Se in questi mesi l’Onda verde non si è mai fermata, in questi giorni la spuma ribolle sempre più. Si avvicina infatti la ricorrenza della Rivoluzione Islamica, e questa sarà occasione per grandi manifestazioni e per un confronto con il regime. Un confronto che si è fatto sempre più duro, ora che i manifestanti degli ultimi mesi sono sotto processo, due sono stati impiccati e nove lo saranno nei prossimi giorni. Intanto si intravedono titubanze nei capi politici della protesta, con tentativi di mediazione e alcune dichiarazioni in favore del governo, qualcosa che molto fa discutere i giovani iraniani, e che con la loro pressione è stata rettificata da leader come Kharroubi e Musavi.

C’

Per questo c’è eccitazione tra gli utenti di internet che cercano di sostenere l’opposizione iraniana grazie alle nuove tecnologie. Da subito videofonini, twitter, facebook, blog e altri mezzi informatici sono stati decisivi nel propagare la rivolta dell’Onda Verde e nel far sapere all’estero cosa stava succedendo, comprese le scene di repressione da parte di basiji e pasdaran. Allo stesso tempo però bisogna registrare un profondo mutamento in quello che accade su Internet. Una specie di specializzazione, che ancora non sappiamo se guida della Repubblica islamica. Dopo le contestate elezioni del giugno scorso, che hanno confermato alla presidenza Mahmoud Ahmadinejad, Montazeri ha preso decisamente posizione al fianco del cosiddetto “movimento verde” di protesta, guidato oltre che da Mousavi anche dall’altro grande sconfitto alle presidenziali,

possa giovare oppure danneggiare i gruppi di contestatori. Quello che succede sul web, infatti, è che è molto diminuita la partecipazione emotiva dei commenti spontanei, mentre si sono consolidati gruppi auto organizzati che si preoccupano di diffondere soprattutto le notizie, e intorno ai quali, per esempio su Facebook, gruppi di persone che tra loro si conoscono scambiano idee e commenti. Anche perché c’è un certo timore verso l’azione delle autorità iraniane. Molti dei primi blog più famosi che partivano dall’Iran sono stati chiusi e i loro responsabili sono finiti in carcere. A volte le notizie su di loro sono incerte, e questo è uno dei temi principali sui blog internazionali: il destino dei prigionieri politici e degli scomparsi. Così come l’esito dei processi in corso, che a dire la verità sembrano destare grande sdegno ma anche un po’ di timore, anche perché le autorità giudiziarie hanno alzato il tiro, accusando i manifestanti di “lotta contro Dio”. Perdurano i siti ufficiali dei leader dell’opposizione, ma certo si sa che questi devono quanto meno mantenere alcune accortezze. Setareh Sabety, nota giornalista dissidente, scrive sul suo blog: «Sono giorni di tensione ed anche eccita-

il riformista Mehdi Karoubi. Cerimonie di commemorazione si sono svolte, tra giovedì e venerdì, anche nella città natale di Montazeri, Najaf-Abad. Anche qui, sempre sotto il rigido controllo dei pasdaran. Sono tutti segnali, che caricano di estrema importanza il prossimo, grande appuntamento atteso in Iran: l’11 febbraio. Per

zione, nell’opposizione dell’Iran. Preparando l’11/2, l’opposizione punta a usare un’altra sponda del governo per portare in piazza migliaia di oppositori. E il regime, questa volta, mostra segnali d’ansia che non gli erano mai appartenuti». Meno positivo il commento di un anonimo “studente iraniano”, che su un sito riformista molto spesso inaccessibile scrive: «La troika della riforma (Khatami, Mousavi e Karoubi) ci ha delusi, facendo troppo poco e troppo tardi. In questo caso, persino Karoubi non ha fatto una bella figura. Parliamo ovviamente del ruolo della Guida Suprema, Ali Khamenei, che invece di essere ripudiato con forza viene a volte indicato come legittimo leader del Paese». Sul sito in farsi della Bbc, Ahmed scrive: «Abbiamo raddoppiato l’attività di guerra cibernetica. Ognuno di noi, in giro per il Paese, sente l’urgenza di agire per cacciare questo regime odiato e spaventato. La ciliegina sulla torta delle recenti protesti viene dalla Francia: alcuni giorni fa, infatti, i gendarmi hanno rampognato con durezza l’ambasciatore iraniano che voleva attaccare alcuni dimostranti. La stessa polizia che, nel 1978, ha protetto l’ayatollah Khomeini e la

Fared scrive: «È la prima rivoluzione che non ha bisogno di ideologie, perché ha un desiderio di libertà»

quella data, infatti, sono state convocate due manifestazioni uguali e contrarie. La prima è stata chiamata dalla Guida Suprema Khamenei, e intende giurare fedeltà al regime.

La seconda è stata convocata invece proprio da Mousavi e Karoubi, che intendono riempire strade e piazze del

sua gente oggi attacca il regime. La Rivoluzione sembra aver compiuto un cerchio completo». Quindi, conclude Fared sul suo sito, «la prima grande Rivoluzione islamica affronta oggi la prima grande sollevazione popolare anti-islamica. Noi abbiamo paura, perché loro hanno le armi e gli strumenti giuridici per condannarci a morte, ma questa è un’occasione da non perdere».

Siamo davanti a una rivolta «senza leader, senza agenda e quindi più libera in futuro. È la prima rivoluzione che non ha bisogno di ideologia, perché va avanti spinta da un desiderio di libertà insito nell’uomo. Questo non è soltanto un nuovo movimento per i diritti civili: è un nuovo tipo di Rivoluzione. Che chiede democrazia e non tirannia delle masse. Che vuole un governo libero dalla corruzione e una forza di sicurezza senza bastoni. Che crede nella libertà». Ora bisogna vedere quanti di questi commentatori resteranno sulla Rete dopo l’appuntamento fatidico dell’11 febbraio. Quel che è certo è che l’Onda verde ha definitivamente sdoganato l’uso di internet come strumento di sollevazione di massa, di circolazione delle idee e di organizzazione pratica degli eventi. L’Iran, che porta sulle spalle il terribile peso di una rivoluzione, potrebbe dunque passare alla storia anche per il carattere “cibernetico” dei suoi militanti.

colore verde del movimento. La nota interessante è nell’uguaglianza delle due convocazioni: entrambe le folle, infatti, sono chiamate a celebrare il 31esimo anniversario della Rivoluzione islamica. Ed entrambe sostengono di esserne legittimo erede. La parola dovrebbe dunque passare alla penna della Storia,

quella che scrive la parola fine su dispute del genere.

Purtroppo, però, il rischio estremamente reale è che l’ultima parola spetti di nuovo al boia. Senza il sostegno dell’Occidente, infatti, l’Onda si scontrerà sull’estabilishment. A farne le spese saremo tutti noi, sotto l’occhio (atomico) di Teheran


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A Gerusalemme, il ministro degli Esteri israeliano convince il Cavaliere

E Berlusconi promette: «Ora basta affari con l’Iran» di Pierre Chiartano

eri, seconda punata del viaggio del premier italiano in Israele. E sull’Iran Silvio Berlusconi ha sparato a palle incatenate nel corso della conferenza stampa pomeridiana. Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, «avrà il piacere di ricevere l’amministratore delegato dell’Eni per parlare di questa situazione – aggiungendo che – l’Italia dal 2007 ha tolto ogni supporto del Governo alle esportazioni di nostre aziende in Iran, dal 2007 abbiamo cominciato a diminuire la nostra presenza che si riduce praticamente all’azienda Eni, che ha un contratto che deve rispettare, salvo pagare pesanti indennità, ma ha già disdetto la possibilità che gli viene riconosciuta contrattualmente, di sviluppare la terza fase, un’attività in un importante giacimento petrolifero». E l’Italia farà «tutto il possibile affinché si ristabiliscano rapporti di grande amicizia tra Israele e Turchia» ha sottolineato il premier Berlusconi che è tornato anche sull’argomento dell’entrata di Israele nella Ue. «L’ingresso di Israele nell’Unione Europea metterebbe fine alle ansie di tutti gli israeliani», grazie appunto all’ingresso «in un organismo internazionale verso cui nessuno potrebbe pensare di portare offesa». Nella complicata situazione mediorientale, l’Italia è «sempre stata vicina a Israele e continueremo a farlo». Parlando dei rapporti internazionali e del ruolo svolto dall’Italia, Berlusconi ha ribadito: «la nostra posizione credo sia assolutamente chiara. Siamo sempre stati vicini a Israele e al popolo di Israele in molte occasioni. Continueremo a farlo per la vostra buona causa». La risposta del premier di Gerusalemme, Benjamin Netanyahu, ha coinvolto anche i temi di politica internazionale nel corso di una conferenza stampa congiunta a Gerusalemme con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, trasmessa in diretta tv: «vogliamo fare la pace con tutti i nostri vicini, compresa la Siria, e siamo pronti al dialogo senza condizioni». Berlusconi è tornato ancora sul tema iraniano: «spero che la comunità internazionale sappia mettere in campo sanzioni forti per dissuadere il governo iraniano dal progetto nucleare».

I

me. Lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, nella conferenza stampa a Gerusalemme con il primo ministro d’Israele Benjamin Netanyahu. «Stiamo riflettendo su misure individuali che potrebbero limitare la circolazione e la concessione di visti ai componenti di quella organizzazione», ha spiegato Berlusconi, precisando che «questo tipo di decisioni si prendono a livello europeo con un voto all’unanimità e sulla base di un’istruttoria approfondita», in cui saranno valutati «tutti gli elementi utili in questo senso con tutto il contributo di informazioni che hanno i nostri partner». Sul Medioriente, Berlusconi ha ribadito «sviluppiamo una politica preoccupata per la situazione mediorientale che si deve chiudere arrivando alla formula ”due popoli due Stati” – aggiungendo – restiamo attenti sulla pericolosità del progetto iraniano. È quello che faccio in tutti gli incontri, in Italia e all’estero, perchè questo di Israele è un problema nodale per tutto il mondo».

Occhi puntati anche sugli incontri bilaterali. Le delegazioni si sono incontrate per la firma di diversi accordi nell’ambito della collaborazione culturale e di quella scientifica. Lunedì il premier aveva infatti sottolineato come obiettivo dell’Italia sia annoverare Israele tra i 5-6 più importanti partner. Il programma prevedeva un pranzo di lavoro ristretto, poi una riunione plenaria, quindi la firma degli accordi. Oggi invece sarà la giornata del discorso del presidente del Consiglio alla Knesset, il parlamento israeliano. La visita si concluderà quindi con un colloquio con il presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen che si terrà a Betlemme. Intanto si è lavorato alla chiusura di accordi in vari settori economici. Porti, trasporto aereo e ferroviario: questi i temi affrontati nel incontro bilaterale tra il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti Altero Matteoli e il collega Israel Katz nell’ambito del vertice IsraeleItalia in corso a Gerusalemme. «Si è trattato - ha dichiarato Matteoli al termine del vertice - di un lungo e proficuo incontro nel quale sono state toccate varie tematiche di comune interesse. Abbiamo discusso della cooperazione tra le portualità dei due Paesi, dei rapporti tra la Guardia Costiera e il costituendo Corpo israeliano. Abbiamo affrontato - ha aggiunto - le problematiche inerenti il trasporto aereo, con particolare riguardo alla sicurezza dei voli e dei controlli a terra. Si è discusso anche del trasporto ferroviario per il quale Israele ha in programma cospicui investimenti per ampliare la propria rete.

«Ahmadinejad ricorda certi personaggi nefasti del passato. E poi chi vuole la bomba, prima o poi vorrà usarla»

Quello iraniano è «un governo che contro di sé ha una forte opposizione che è nostro dovere aiutare». «Le sanzioni potranno svolgere un ruolo importante», ha aggiunto Berlusconi, per una «dissuasione rispetto a questo progetto senza arrivare allo scontro armato che tutti non vogliamo». Intanto l’Italia sta riflettendo insieme agli altri Paesi europei sulla richiesta di Israele di mettere nella black list i Pasdaran iraniani. Ma sarà appunto tutta la Ue che dovrà deceidere con una presa di posizionme unani-

Iran di oggi ricorda l’Europa dell’Est durante la fase finale della Guerra Fredda. Come la Polonia nel corso delle esaltanti giornate di Solidarnosc all’inizio degli anni Ottanta, i manifestanti nelle strade delle città iraniane non sono dei membri di minoranze etniche usciti di senno che protestano per conto di una qualche forma di nazionalismo illiberale atto a rivendicare un legame tra sangue e suolo natio, ma una moltitudine illuminata e dotata di adeguati strumenti tecnologici, che valori invoca universali quali la democrazia e la tutela dei diritti umani. In quanto tale, essa ha ridato nuova linfa alle fantasie degli intellettuali liberali in Occidente. In un periodo in cui gli Stati Uniti mantengono 200.000 effettivi in Iraq ed Afghanistan, l’Iran si profila come la questione più sensibile della nostra epoca.

L’

Proprio come il nemico dei lavoratori polacchi era una religione secolare oramai calcificata – il comunismo – il nemico dei democratici iraniani è ora rappresentato da un’autocrazia clericale nella fase gerontocratica, brezneviana, della sua esistenza. Al di là delle sue pretese religiose, essa è protetta solo da picchiatori dei servizi segreti. Solidarnosc costituì la scintilla che contribuì al crollo del Muro di Berlino, evento che aprì la strada alla ridefinizione della mappa d’Europa. Un nuovo regime in Iran rappresenterebbe una scintilla di eguale portata per il Medio Oriente. Un tale cambiamento avrebbe un influsso positivo e determinante tanto sulla politica quanto sulla sicurezza dell’Iraq – in quanto spingerebbe la Siria verso un approccio squisitamente moderato, contribuirebbe ad indebolire la posizione di Hezbollah e spalancherebbe le porte ad un accordo di pace israelo-palestinese. In un’ottica più ampia, ciò darebbe libero sfogo alle tendenze democratiche da un capo all’altro del Medio Oriente, dal Nord Africa alle regioni popolate da-


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Diplomazie. La crisi del regime iraniano ormai è evidente, ma i tempi della sua caduta definitiva sono difficili da prevedere

L’illusione occidentale Va bene la mano testa di Obama, ma senza legittimare i tiranni di Teheran: bisogna seguire il metodo usato da Reagan con l’Urss di Robert D. Kaplan gli hindu, ed obbligherebbe regimi e popolazioni a concentrarsi maggiormente sui propri problemi interni, minando così alle fondamenta le tendenze più radicali.

Un Iran democratico e sciita farebbe incrinare il predominio dei sunniti wahabiti, emanazione diretta dell’Arabia Saudita. E, in un mondo globale e interconnesso, in cui la notizia di un tale cambiamento di regime non potrebbe essere facilmente sottaciuta: i leader di paesi analogamente autocratici come il Venezuela o la Cina avrebbero di che preoccuparsi. Chiaramente l’Iran, bagnato dal Golfo Persico e dal mar Caspio, entrambi ricchi di petrolio, svolge un ruolo ben più importante che quello di perno del più Grande Medio Oriente; costituisce il dramma principale dell’Eurasia. Il regime iraniano è sempre meno una teocrazia religiosa, con un’aura prossima all’infallibilità papale, e sempre più una vera e propria dittatura, paralizzata da un’opposizione vitale ed innovativa. Appare plausibile affermare che, qualunque sia il destino della Repubblica Islamica, l’ayatollah Ali Khamenei potrebbe essere

l’ultima Guida Suprema dell’Iran. Molti altri aspetti rimangono però assai difficili da prevedere. La rivolta proletaria in Russia contro lo zar nel 1905 portò ad un cambio di regime solo dodici anni più tardi. Vi fu uno iato di un decennio tra l’ascesa di Solidarnosc e la formazione di un governo non comunista in Polonia. Malgrado l’effetto ispiratore determinato dalla Rivoluzione Zafferano in Myanmar, tale paese è ancora avviluppato tra le spire della sua retrograda giunta militare. Così mentre noi in Occidente speriamo che il 2010 possa rappresentare l’anno della contro-

lancio di vittime contenuto, a danno di una serie di installazioni, potrebbe indebolire ulteriormente il regime. Ma un’offensiva condotta con approssimazione potrebbe al contrario dare sfogo al nazionalismo iraniano, offrendo al regime un’ancora di salvataggio per gli anni a venire: un po’ come l’attacco di Saddam Hussein all’Iran nel 1980 consentì a una classe colta in declino di consolidare il proprio potere politico. La stranezza è data dal fatto che un tale attacco, pur assestando una battuta d’arresto al programma nucleare, si rivelerebbe un disastro dal punto di

Casa Bianca, egli ha tentato di rispolverare la politica nixoniana della distensione: dialogare, riaprire canali ormai chiusi, convincere i due governi a negoziare sulla base dei rispettivi interessi nazionali. Tale approccio sembra aver fallito; non tanto perché tale strategia non abbia senso, quanto più per il fatto che il regime iraniano sia così diviso a livello interno da non poter definire un’adeguata risposta uni-

Non possiamo indirizzare il corso dei fatti iraniani. Ma un qualcosa di importante è senza dubbio iniziato: l’alba di una fase nuova di sviluppo in quella zona del mondo rivoluzione iraniana, la verità è che in realtà possiamo prevedere ben poco: tali inflessioni rivoluzionarie dipendono infatti da tutta una serie di variabili intangibili che rendono difficoltoso per le agenzie di intelligence il capire quanto avverrà.

Un attacco militare contro le installazioni nucleari iraniane non farebbe altro che complicare i calcoli. In teoria, un’azione ben pianificata, e con un bi-

vista della più nobile causa del cambiamento di regime. Ma un Iran nucleare con un regime diverso potrebbe rivelarsi un paese non meno bonario di quell’India dotata anch’essa di armamenti nucleari.

E allora, poiché il regime di Teheran potrebbe durare un altro mese tanto quanto un altro decennio, cosa ha intenzione di fare il Presidente Obama? Nel corso del suo primo anno alla

taria. Ciò ci riconduce all’approccio reaganiano: aprire le porte a negoziati di ampio respiro, come fece il Presidente Reagan con il leader sovietico Michail Gorbaciov, ma non fare nulla per conferire legittimità al sistema iraniano. E, attraverso il dialogo, adottare la retorica del-

la democrazia. Chiarire come Washington sia dallo stesso lato della storia dei manifestanti, ma chiarire altresì quanto la porta rimanga aperta al dialogo con coloro che detengono il potere. E, per evitare il rischio di indebolire i manifestanti dimostrando un palese sostegno alle loro iniziative (la qual farebbe il gioco di chi, all’interno del regime, parla di teorie cospirative), Obama dovrebbe parlare di democrazia solo in termini generici, quantunque mirati, senza fare esplicito riferimento all’Iran. E dunque, dovrebbe adottare il linguaggio dei valori universali e diffonderlo attraverso le frequenze iraniane quanto più possibile, incoraggiando così i manifestanti senza sostenerli apertamente.

Non possiamo indirizzare il corso dei fatti iraniani. Ma un qualcosa di meraviglioso è senza dubbio iniziato: l’alba di una fase non diversa dal più positivo periodo di sviluppo in Medio Oriente, il quale ebbe inizio con la visita a Gerusalemme del Presidente egiziano Anwar Sadat. E, sebbene quell’audace gesto portò solo ad una tiepida pace bilaterale tra Egitto ed Israele, la Rivoluzione Verde in Iran racchiude in sé il potenziale per dare il là ad un’autentica Riforma Islamica.


diario

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Sfide a Mezzogiorno. Sulla scia del modello-Cavaliere, la sinistra al Sud s’affida al populismo vecchia maniera

Piccoli “Berluschini” crescono

Nel duello tra De Luca e Bassolino il segno di un tramonto politico uello che talora si trascura della crisi in cui versa la classe politica del Mezzogiorno è il dato relativo all’italiano più amato dagli italiani, che risponde al nome del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Che è non solo un meridionale molto orgoglioso di esserlo. Ma anche un uomo decisamente di sinistra. Una prova che i partiti di sinistra dell’arco costituzionale in passato svolgevano nel Mezzogiorno una vera funzione nazionale, tanto da crescere nelle loro fila un ceto politico di primissimo ordine. In tal senso, pensando al Pd di oggi e al Pci di ieri, il raffronto lascia più che interdetti. Da Napolitano a Emanuele Macaluso, da Gerardo Chiaromonte a Pio La Torre, Napoleone Colajanni e tanti altri: un elenco di nomi che sgomenta raffrontati a quelli del presente. L’istituto di ricerche Ekma, che in questi ultimi anni ha seguito le oscillazioni del gradimento dei presidenti di regione, ha registrato la progressiva disaffezione dei cittadini meridionali nei confronti degli amministratori che si sono scelti. E Vendola, Loiero e Bassolino occupano le ultime posizioni nelle classifiche che registrano la popolarità e il favore dei governatori d’Italia. Per non parlare della pessima percezione che di loro si ha nelle regioni del centro-nord.

Q

Il raffronto col passato evidenzia anche che i principali esponenti politici di sinistra del passato fossero, in gran parte, tutti ascrivibili alla corrente migliorista del Pci - oggi

della loro dimensione locale. Due piccoli sosia di Berlusconi, pur senza l’intelligenza di Berlusconi, che alimentano un culto di sé decisamente premoderno. Per quanto possa spiacere ad entrambi, Vendola e De Luca si collocano perfettamente sulla scia di Bassolino, non a caso un ingraiano, ovvero un esponente della corrente di sinistra del Pci, avversario indefesso dei comunisti moderati. È Bassolino ad avere il brevetto del populismo meridionale che tanta fortuna ha avuto nel Mezzogiorno (purtroppo per il Mezzogiorno) negli anni della seconda repubblica.

Mauro Agostini si ritira dalle primarie

E in Umbria è caos PERUGIA. Tutto è cominciato con un’intervista a l’Unità di Mauro Agostini, veltroniano, candidato alle primarie umbre per le regionali: «È successo un fatto gravissimo. Hanno demolito la mia candidatura, proprio le stesse persone con cui ho condiviso la battaglia congressuale». Con queste parole, Agostini ha annunciato la sua rinuncia a correre dopo che i franceschiniani di Area de-

Ormai il problema del Pd è soprattutto riuscire a selezionare una nuova classe dirigente in grado di rompere con l’immediato passato li potremmo definire ”comunisti moderati”. Il contrario di quello che accade in vista delle prossime regionali, con la Puglia affidata al movimentismo gruppettaro di Nichi Vendola e la Campania a un De Luca che ieri (in un’intervista al Fatto) Isaia Sales non ha esitato a definire «un satrapo di provincia». A conti fatti, si tratta di due populisti che esauriscono la loro visione politica nel proprio protagonismo e in una egocentrica concezione del potere politico, che tutto riduce alla misura

preferito mettersene alla testa. Convinti che il loro pedigree politico e la loro diversità antropologica e discendenza morale comunista, potesse essere sufficiente per trasformare il vecchio circolo vizioso in un rinnovato circolo virtuoso. Come se si volesse rivoltare un calzino non dal suo bordo elasticizzato ma dalla punta: un’impresa impossibile. Se De Luca fa registrare qualche differenza in positivo nel governo della città di cui è il dominus dal ’93, il suo sistema di potere non cambia però di una virgola da quello di Bassolino. Entrambi spesso in contrasto con l’apparato nazionale, hanno sempre trovato riscatto nel favore popolare delle percentuali bulgare con le quali erano eletti dal popolo. Esattamente lo stesso recente approccio di Vendola con le primarie pugliesi.

di Antonio Funiciello

Il meccanismo alla base di questo brevetto è di facile funzionamento.Vendola, De Luca e Bassolino hanno trovato, alle prese col governo locale nei rispettivi ambiti istituzionali di competenza, una situazione indubbiamente già disastrata: indebitamento, inefficienza complessiva dello stato, infiltrazioni poderose della criminalità organizzata. Invece di intervenire nel corpo vivo di questi meccanismi, cambiando radicalmente i rapporti di forza alla base del loro funzionamento, hanno

mocratica avevano deciso di appoggiare Gianpiero Bocci. «C’è stato un confuso e opaco dispiegarsi di apparati e filiere che stanno infeudando il percorso delle primarie. Prendo atto di un comportamento assolutamente sleale. Questi non so-

no comportamenti da Pd» è stata la conclusione del discorso. Insomma, comunque vadano le cose, in Umbria il modello rosso esce a pezzi. La corsa a due tra Bocci e Catiuscia Marini, candidata di ferro dell’ex presidente Rita Lorenzetti, porterà al nome del probabile vincitore delle elezioni di fine marzo, ma di certo getta un’ombra sul Pd. Al di là dei nomi, infatti, la sfida per la poltrona più altra della Regione Umbria ha coinciso con una battaglia senza esclusione di colpi, come se a confrontarsi ci fossero apparati, partiti e logiche di potere contrapposte. Il tutto mentre il mitico segretario del «partito solido» Pierluigi Bersani non riusciva a dire una sola parola in merito. Sicché il problema del Pd oltre a essere di “potere” sembra ormai anche si carisma del suo segretario. Al punto che Catiuscia Marini, ieri, presentando la sua candidatura ha potuto dire: «Invito tutti a riflettere su quanto denunciato dal senatore Mauro Agostini all’atto di ritirare la sua candidatura alle primarie. Le sue denunce sono pesanti e hanno creato malcontento».

Il punto politico così, non è scegliere tra Bassolino e De Luca, come parrebbe aver fatto il segretario del Pd Bersani a favore di quest’ultimo, dopo che entrambi lo hanno sostenuto al congresso. Ma sperimentare nuovi strumenti di selezione del ceto politico, alla scopo di invertire la tendenza e provare a dare al Mezzogiorno e all’Italia tutta altri Napolitano, Macaluso e Chiaromonte. Al momento, partito solido equivale nel sud a partito strutturato per feudi personali. Non è appoggiando un feudo contro un altro, scegliendo oggi De Luca al posto di Bassolino e domani (chissà per il comune di Napoli?) di nuovo Bassolino, che si smantellano i feudi e si rafforza il partito. Anzi, in questo modo l’asfittica logica feudale trova una nuova legittimazione nazionale e tende a perpetuarsi. In un progressivo aumento di incapacità d’interdizione da parte del vertice nazionale, che rinnova la guerra civile permanente a cui si assiste nel Pd meridionale. È probabile che stavolta ci penseranno i cittadini meridionali a togliersi dal groppone i feudi del Pd. Ma, a quel punto, sarà ancora più difficile per i democratici recuperare l’autorevolezza necessaria per apparire credibili nell’azione di opposizione e in quella di definizione di un percorso che conduca, su basi sensibilmente diverse, nuovamente alla guida del Mezzogiorno.


diario

3 febbraio 2010 • pagina 7

Continua la deposizione del figlio di «Don Vito»

Per il presidente De Vita, cinque sono a rischio chiusura

Ciancimino jr. e i «rapporti» tra Dell’Utri e Provenzano

L’unione petrolifera lancia l’allarme raffinerie

PALERMO. Nell’aula bunker del

ROMA. Il settore della raffinazione di carburanti in Italia è in crisi per il calo dei consumi e la concorrenza dall’Estremo Oriente; dovranno chiudere in Italia 4-5 raffinerie mettendo a rischio fino a 7.500 posti di lavoro. L’allarme è stato lanciato dal presidente dell’Unione Petrolifera, Pasquale De Vita, nel corso della presentazione del Consuntivo 2009 del settore. «Non si può pensare che il nostro sia un settore che comunque fa quattrini - ha detto - il 2009 si chiuderà per l’industria con una perdita di 1 miliardo di euro, siamo in un periodo in cui i conti non tornano». De Vita ha ricordato che negli ultimi 5 anni si è persa una produzione di 15 milioni di tonnellate nella raffinazione «e con il provvedimento 20/20/20 dell’Unione Europea si perderanno altri 10 milioni di tonnellate nei prossimi anni. Le raffinerie stanno sorgendo in Estremo Oriente con costi molto bassi perché lì non hanno vincoli ambientali ed è facile pensare che in Europa e in Italia arriveranno prodotti finiti dall’Oriente».

carcere Ucciardone, nella seconda giornata di deposizione al processo contro il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura di Provengano, Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, continua nella sua ricostruzione dei rapporti fra mafia e politica: «Vito Ciancimino diede indicazioni per la cattura di Totò Riina e convinse Bernardo Provenzano. Non fu facile, perché Provenzano non amava il tardimento». Poi, sul ruolo di marcello Dell’Utri in Cosa nostra: «Dopo l’arresto di Riina e quello - di poco precedente - di Vito Ciancimino, fu Marcello Dell’Utri a subentrare nella trattativa con Cosa nostra. «Dell’Utri e Provenzano avevano rapporti diretti. Me lo riferì mio padre a cui era stato detto dal capomafia». E ancora: «Provenzano parlò con Dell’Utri anche di un atto di clemenza verso l’ex sindaco di Palermo, visto il suo stato di salute». Sulla strage di Via d’Ameli: «Mio padre si sentiva, anche se indirettamente, responsabile dell’ennesima strage. ”Se questo è capitato è anche colpa nostra”, mi disse». Sulla «trattativa» tra lo Stato e Cosa nostra: «Mio padre mi disse che, per riuscire a catturare Riina, i carabinieri avevano bisogno di Provenzano. Nel momento in cui si percepisce la ferocia di Cosa nostra, mio padre reputa interrotto qualsiasi tipo di rapporto con Riina. Ma intorno al 22 agosto mi dice di riprendere i contatti con i carabinieri. L’incontro avviene nel suo appartamento di Roma tra il 25 e il 26 agosto, e ho un documento che ne prova il riscontro». Ancora: «In cambio del suo contributo per la cattura di Riina, Provenzano ottenne una sorta di impunità».

Particolare inquietante, in margine alla presenza del figlio di Don Vito nell’aula bunker: il sito internet della testata AntimafiaDuemila è stato oscurato per un attacco di hacker dalle 23 del 31 gennaio fino a lunedì sera, proprio in corrispondenza dell’annunciata diretta streaming della deposizione di Ciancimino jr.

Telecom/Telefonica, la strada è in salita L’accordo sulle tlc è vicino, ma c’è il nodo della Rete di Alessandro D’Amato

ROMA. Nonostante le smentite, il piano Telecom-Telefonica c’è. Dopo una serie di spifferi che si sono rincorsi per mesi, l’anticipazione di Repubblica, ieri, riguardo al progetto (approvato dal governo) di matrimonio tra il colosso spagnolo e quello italiano ha causato la deflagrazione del titolo a Piazza Affari e una serie di smentite ufficiali: quella della presidenza del Consiglio è arrivata di prima mattina, mentre il ministro delle Attività Produttive Claudio Scajola, da Gerusalemme, ha parlato di «troppe chiacchiere», ma ha anche aggiunto che giovedì vedrà l’amministratore delegato di Telecom Franco Bernabé, ed evidentemente tra i punti all’ordine del giorno ci sarà anche una discussione riguardo le strategie dell’azionista di maggioranza.

Più sottile il distinguo del viceministro alle comunicazioni Paolo Romani: «Siamo preoccupati che una governance non italiana possa decidere di non investire sulla Rete, su questo il governo sta facendo e farà un grosso sforzo», ha dichiarato Romani al quotidiano online Affariitaliani.it. «Non c’è né un via libera né un’opposizione da parte del governo perché non c’è stato ancora nessun contatto. Sicuramente ci sarà un incontro, anche se non è stato formalmente ufficializzato». Ma soprattutto, per quanto riguarda l’eventuale unione fra le due società, «il problema esiste. Ci auguriamo che qualcuno ci chiarisca che cosa sta succedendo. Noi per ora abbiamo posto un problema infrastrutturale e di selezione di investimenti. Dovrà essere fatto un ragionamento con Telecom e tutti gli altri player del settore. C’è il problema in Italia di costruire una banda ultra larga che andrà messa in sintesi con l’attuale rete in rame. Insomma, è un problema che va affrontato in questi termini». È vero, quindi: c’è un problema con la rete. E pure, anche se Romani non lo dice, con gli attuali azionisti italiani. Benetton se n’è già andato, ma soprattutto né Mediobanca né gli altri hanno la minima intenzione di fare ulteriori sforzi per investire in un’azienda anco-

ra troppo indebitata, e che sembra un pozzo senza fondo. Ecco perché l’opzione Telefonica non è la migliore, ma bensì l’unica soluzione praticabile in assenza di alternative italiane. Gli spagnoli si prenderebbero tutta, o la gran parte di Telecom volentieri (era questo il piano con cui erano sbarcati in Italia quando l’azienda era ancora guidata da Marco Tronchetti Provera) anche con un’offerta pubblica di scambio.

Il problema però è un altro: la nuova società sarà controllata dagli spagnoli, ma una delle condizioni poste da Roma è che la gestione della rete nazionale di telecomunicazioni rimanga in mani italiane, mentre è prevista anche una clausola che impedirà ai soci italiani di lasciare in tempi brevi. In ogni caso, nessuno degli interpellati ha voglia, tempo o modo di investire nell’ammodernamento della rete; nemmeno il governo, si direbbe, vista la difficoltà con cui (non) è (ancora) riuscito a sbloccare i fondi per la banda larga, quegli 800 milioni che costituivano comunque soltanto una prima tranche della cifra che servirebbe (più del doppio). Ecco quindi che l’eventuale “lodo ispanico”non risolverebbe comunque i problemi della rete. Sapendolo, dalle parti dell’esecutivo continuano a girare progetti come quello dell’infrastruttura “open reach” sul modello inglese, far entrare nella partecipazione la Cassa Depositi e Prestiti, oppure ancora il conferimento a una società a cui far partecipare tutti gli operatori ed eventualmente quotare in Borsa in un secondo momento. Progetti e piani che però sono ancora lontani dal concretizzarsi. Quello che invece è già reale, è l’atteggiamento di Telefonica. Il cui titolo ieri è rimasto fermo in Borsa, a dimostrazione del fatto che l’operazione in ogni caso è ancora lontana dall’essere definita (si parla di un’accelerazione dopo le Regionali). E gli analisti fanno anche notare che l’acquisizione peggiorerebbe il già importante indebitamento degli spagnoli. Insomma, la strada, per Telecom, è comunque in salita.

Malgrado tutte le smentite ufficiali del governo, la trattativa è proseguita. Domani Scajola incontra Franco Bernabé

«Il vero problema che abbiamo - ha aggiunto De Vita - non è il centesimo in più o in meno sul prezzo dei carburanti ma è che il settore è andato in crisi. Se alla capacità attuale di 106 milioni di tonnellate di lavorazione delle raffinerie siamo già scesi a 90 con la prospettiva di arrivare a 60 milioni di tonnellate questo significa che nel nostro paese 4 o 5 raffinerie sono di troppo. È questo il vero problema che abbiamo». Una raffineria, ha spiegato il presidente dell’Up, impiega in media 4-500 persone con un indotto «che è tre volte tanto. Se le chiusure saranno 4 o 5 il conto è presto fatto; ricordiamoci che attorno alle raffinerie c’è tutto un mondo». De Vita ha ricordato che comunque non si parla di decisioni già adottate ma di previsioni «che allo stato si realizzeranno».


politica

pagina 8 • 3 febbraio 2010

Nodi. L’opposizione attacca a testa bassa maggioranza e centristi: «Una sfida alla Costituzione». Casini: «È il male minore»

Impedimento di governo Scontro tra maggioranza e Pd. L’Udc insiste: «Bisogna rimuovere insieme quella specie di guerra civile che ha bloccato il Paese» di Riccardo Paradisi

sottrarsi all’equazione non disinteressata dell’esponente del Pdl arriva immediatamente: «Cicchitto – dicono i centristi –non deve confondere le alleanze per le regionali con il legittimo impedimento».

ra previsto lo scontro sul legittimo impedimento che s’è puntualmente verificato alla Camera. Scontro frontale che ha visto l’opposizione del Pd e dell’Italia dei Valori di Antonio di Pietro caricare a testa bassa maggioranza e Udc che ha appoggiato il provvedimento utile a mettere al riparo premier e ministri dai processi, consentendo loro di saltarli per impegni istituzionali.

E

Ma l’attacco sull’Udc è appunto concentrico: «Il diverso atteggiamento tra Pd e Udc sul legittimo impedimento mostra la differenza tra i due partiti che non è episodica ma di sistema – dice Antonello Soro del Pd – che esprime dubbi sull’inseguimento dei centristi da parte del partito per cercare un’alleanza alle regionali». Il segretario Pd risponde subito alle istanze della minoranza interna che contesta l’interlocuzione tra democratici e Udc: «Se fossimo uguali non ci sarebbero problemi. C’è ancora molto da lavorare, ma siamo ancora all’inizio della legislatura. Del resto, alle regionali scorse l’Udc era dall’altra parte. Oggi lo è so-

L’aula sin dalla mattina aveva bocciato le questioni pregiudiziali al testo sul legittimo impedimento respingendo i testi di Pd e Idv con 238 sì, 343 no e due astenuti. Alla votazione, avvenuta in un’aula gremita e nervosa, hanno partecipato anche 11 ministri e diversi sottosegretari. L’Udc ha votato con il governo contro le pregiudiziali dunque, attirandosi gli strali del Pd – «I centristi fanno finta di non vedere l’anticostituzionalità del provvedimento» – ma il Comita-

I processi di Berlusconi sono un problema politico, sostiene l’Udc. E se sbaglia la maggioranza a cercare di risolverlo con leggi ad personam, sbaglia anche chi finge che il problema politico non ci sia to dei nove della commissione Giustizia aveva dato parere favorevole ad alcuni emendamenti presentati dall’Udc al testo. Si tratta di proposte di modifica che puntano ad estendere il legittimo impedimento solo alle attività relative alle funzioni di governo del premier e dei ministri. In mattinata era stata accol-

ta anche la proposta di fare non un riferimento generico alle norme che regolano le attività del presidente del Consiglio, ma di indicare specificatamente le leggi. Una posizione quella dell’Udc che Casini ha difeso con decisione nel suo intervento in aula. «Smettetela di dire che questo provvedimento mette in

una condizione particolare il presidente del Consiglio rispetto agli altri cittadini, perché anche i parlamentari sono in una condizione particolare rispetto a tutti gli altri cittadini. Capisco le critiche ma riteniamo che le questioni vadano affrontate di petto, che il toro vada preso per le corna». Un’apertura quella dell’Udc sulla quale il presidente dei deputati Pdl Fabrizio Cicchitto s’è inserito subito: «Casini può fare tutti gli sforzi possibili ed immaginabili per mettere in piedi una politica dei due forni nelle

Per Pd e Idv il legittimo impedimento resta una sfida alla Costituzione. Il segretario Bersani promette che alle regionali la sinistra dirà basta a questa politica di leggi a difesa del premier Regioni, ma poi quando si discute dello stato di diritto i suoi alleati in Piemonte e in qualche altra Regione lo attaccano senza remore perché il Pd e l’Idv sono giustizialisti, e l’Udc, al di là del suo desiderio di smontare il bipolarismo, si ritrova sull’altro fronte, quello del garantismo». La replica dell’Udc per

È bagarre anche per una proposta del senatore Pdl Valentino

Alfano: «No alla legge anti-pentiti» ROMA. La nuova legge proposta dal senatore Pdl Giuseppe Valentino che restringe la possibilità dell’uso dei pentiti nei processi per mafia ha creato problemi anche all’interno del governo. È intervenuto infatti lo stesso ministro della Giustizia e lo ha fatto in modo deciso: «Sono assolutamente contrario». Angelino Alfano ha risposto così ai cronisti alla Camera che chiedevano la sua opinione in merito. Il ddl Valentino «è fuori dal programma di governo, non se ne è discusso con la coalizione», insomma, chiarisce il Guardasigilli Alfano si tratta «di un’iniziativa personale». Secondo il Presidente del Gruppo del Pd al Senato, Anna Fi-

nocchiaro «con la riforma Valentino le dichiarazioni di uno o più pentiti, anche se attendibili, sono assolutamente inutilizzabili se non esistono, a prescindere, altre prove. Altra conseguenza di questo pericolosissimo disegno di legge è che le dichiarazioni ricevute, anche da un ufficiale di polizia giudiziaria, da un soggetto che con le sue ultime parole indica l’autore di un reato non potranno neanche essere riferite in giudizio, perché la testimonianza di quell’ufficiale di polizia giudiziaria non potrà essere ammessa». «Dicono solo Stupidaggini», ha risposto elegantemente il diretto interessato, Giuseppe Valentino.

lo in parte. E io sono troppo pragmatico per preferire la prima ipotesi alla seconda». I processi di Berlusconi sono un problema politico, insiste restando invece nel merito il Centro. E se «sbaglia la maggioranza a cercare di risolverlo con leggi ad personam, è altrettanto sbagliato – dice il presidente dei deputati Udc, Rocco Buttiglione – far finta che il problema politico non ci sia». «È chiaro che anche per noi questo provvedimento è il male minore – specifica ancora Casini nel secondo passaggio in aula – e ci assumiamo tutta la responsabilità per la nostra scelta di voler risolvere la questione dei problemi tra politica e magistratura». Secondo il Centro infatti è necessario trovare un nuovo equilibrio nei rapporti tra politica e magistratura, «anche attraverso questo testo che comunque ha una giustificazione di carattere politico». Il legittimo impedimento dunque come male minore, «perché consente di difendere il senso dello Stato che viene prima di tutto, senz’altro


politica

3 febbraio 2010 • pagina 9

L’avvocato del Pdl lancia un altolà alla sua stessa maggioranza ROMA. Una cosa è certa: all’esito di oggi la maggioranza arriva per vie tortuose. Secondo la road map data per immodificabile fino a due settimane fa, la legge sul legittimo impedimento sarebbe dovuta arrivare solo dopo il processo breve.Test di ogni tipo hanno suggerito l’improvvisa sterzata, che culmina nel voto di oggi e nel sostanziale accantonamento del testo sulla ragionevole durata. Sarebbe forse più utile procedere con una pianificazione diversa anziché per tentativi. Di sicuro mentre la Camera dà il primo via libera alla norma del relatore Enrico Costa si pone subito il problema del passaggio successivo, cioè dello scudo costituzionale (lodo per le alte cariche o immunità parlamentare) che dovrebbe superare la transitorietà del legittimo impedimento. E lì si profila anche uno scenario da armageddon sul conflitto politica-magistratura, vista la probabile appendice referendaria. A meno che la maggioranza non decida di risparmiarsi la fastica dei tentativi a vuoto, e si rivolga subito, stavolta, alla soluzione indicata da Gaetano Pecorella. Se oggi infatti il presidente della commissione parlamentare Ecomafie e avvocato del premier può compiacersi per essere stato il primo, dei suoi, a spingere per l’impedimento a comparire anziché per il processo breve, già indica per il futuro una via meno drammatizzante: «Sarebbe un errore sottoporre al Paese solo la norma costituzionale sull’immunità o la sospensione dei processi: meglio inserirla in un quadro di riforma più complessivo che comprenda anche separazione delle carriere e responsabilità civile dei giudici», dice infatti Pecorella. Chissà se almeno stavolta gli daranno retta subito, anziché battere ripetutamente la testa contro il muro per poi arrivare in ritardo sulle sue posizioni. Farlo costerà certo la rinuncia definitiva allo spauracchio (da agitare sotto il naso dei magistrati) della grande riforma. Ma porterebbe il beneficio a questo punto impagabile di un definitivo superamento della questione giudiziaria. prima degli interessi personali». Anche se, ecco l’obiezione dell’Udc, il legittimo impedimento dovrebbe essere previsto solo per il presidente del Consiglio «perché se si allarga la compagnia si fa solo danno». Argomenti sottili, troppo per l’Idv: «Solo in un regime fascista o piduista - dice sobriamente Antonio Di Pietro – si può accettare che delle persone, semplicemente perché fanno i ministri o il capo del governo, non devono andare dal giudice se chiamati a rispondere di reati». Il deputato dipietrista Francesco Barbato usa un registro ancor

«Il lodo? Inseriamolo nella grande riforma» Pecorella: «La legge costituzionale non basta, serve una norma generale» di Errico Novi In ogni caso, onorevole Pecorella, oggi prevale la sua linea e non quella ultraconflittuale del processo breve. Mi limito a osservare che la maggioranza ha scelto di non intaccare il sistema processuale nelle sue linee generali ma di approvare una normale legge procedurale. E visto che di questo si tratta, trovo incomprensibile la battaglia di parte dell’opposizione: con questo testo si stabilisce che, quando ricorrono certi impedimenti, il processo va rinviato e basta, ma già oggi esiste la possibilità di farlo. In più è una norma transitoria. Quindi certe drammatizzazioni sono insensate: non è oggi che si mette un punto definitivo sulla questione. È così. Converrà però che prima o poi si arriverà al nodo della norma costituzionale e che lì il pathos dovrà per forza esserci: è improbabile che si avrà la maggioranza dei due terzi, quindi una parte dell’opposizione chiederà il referendum. E a

un pacchetto di riforme in cui sarebbe inserita anche quella sui processi di chi ha un ruolo istituzionale. E quindi non ci sarebbe nessun giorno del giudizio. Non avremmo una scelta tra magistratura e politica, né su una questione di privilegi, ma su un quadro complessivo di modifiche alla Costituzione. Anche l’idea suggestiva ma a sua volta un po’ millenaristica di un referendum su Berlusconi verrebbe eliminata. Guardi, qui si tratta semplicemente di dare attuazione al precetto costituzionale del giusto processo: il nostro sistema è solo per alcuni aspetti coerente con questa impostazione, fondata sul processo accusatorio tipico della giustizia americana, alcune norme sono ancora quelle del processo inquisitorio. L’anello mancante riguarda il ruolo dei pm. Sull’ipotesi assai gettonata nella maggioranza di sdoppiare il Csm e creare un organismo separato per la magistratura inquirente incombe l’obiezione di Violante: così rafforzate ancora di più i pm.

Sarebbe un errore sottoporre al Paese solo la norma sull’immunità o la sospensione dei processi: meglio inserirla in un quadro più complessivo di riordino del sistema

più greve per polemizzare con l’Udc: «Non pensate di essere cristiani solo facendo il baciamani a papi e cardinali...siete l’unione dei casalesi, il partito delle poltrone e delle polpette». «Parole dissennate e delinquenziali dell’onorevole Barbato che si deve vergognare di quello che ha detto – replica Casini – così come non accettiamo lezioni dal Giornale di proprietà della famiglia Berlusconi per quanto riguarda le alleanze regionali, così non ci intimidiscono le lezioni morali degli altri partiti dell’opposizione»Rintuzzati gli attacchi del-

quel punto ci sarà una specie di pronunciamento irreversibile sulla guerra dei vent’anni tra politica e magistratura. Ma io credo che sarebbe un errore sottoporre al Paese solo la norma costituzionale relativa a un’eventuale immunità o alla sospensione dei processi per chi ricopre cariche istituzionali. Meglio che il Parlamento approvi una riforma che comprenda anche la responsabilità civile dei giudici, la separazione delle carriere. Così il giudizio potrebbe estendersi su tutto. Ci presenteremmo al Paese con

l’opposizione Casini torna però ad avvertire la maggioranza: «a non caricare l’esile ponte tibetano del legittimo impedimento estendendo i benefici anche ai ministri. Il testo può essere un ponte, ma è credibile solo se riguarda il presidente del Consiglio. Estenderlo ai ministri significa indebolire la tenuta complessiva del provvedimento e la posizione del premier».

Resta sulle sue posizioni il Pd. Per Massimo D’Alema Il legittimo impedimento è una «sfida alla Corte Costituzionale, un provvedimento che non scioglie

le questioni giudiziarie del presidente del Consiglio, alle quali la maggioranza si è dedicata con un zelo, un’applicazione e un dispendio di tempo senza pari». E Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani rincara la dose: «Alle regionali diremo basta con questa politica. Lì dentro dice indicando la Camera dal piazzale di Montecitorio dove sta solidarizzando con i lavoratori dell’Alcoa che manifestano davanti a Montecitorio - si va avanti a processo breve e legittimo impedimento. Ma noi vogliamo tornare ai problemi degli italiani, ai temi del lavoro,

È il rilievo di chi non ha in mente il sistema del“processo di parti”. Quello in cui il pm è allo stesso livello dell’avvocato e, come avviene in America, il giudice guarda entrambi con lo stesso tipo di sospetto. Se oltre a separare le carriere non si divide anche l’organo di autogoverno, lei dice, questo distacco giudici-pm non avverrebbe mai. Resterebbero insieme sulla politica giudiziaria, le promozioni: sarebbe una separazione a metà. A presiedere il Consiglio superiore dell’accusa d’altronde io ci metterei il ministro. Torniamo al legittimo impedimento: sicuro che allargarlo anche ai ministri non complichi le cose? Nella prima sentenza della Consulta sul lodo Schifani uno dei rilievi riguardava proprio la mancata estensione ai ministri. Semplicemente ci atteniamo. Anche se io credo che con una legge elettorale in cui il nome del capo della coalizione è associato a un programma, il ruolo del primo ministro sia ben distinto. Non temete neanche le perplessità dell’ufficio legislativo del Quirinale sul meccanismo dell’autocertificazione? Di fatto c’è già oggi: sono gli uffici della presidenza del Consiglio a comunicare che c’è un impegno di governo. Si può senz’altro precisare in modo più diretto il modo di certificare eventuali impegni prolungati. Questo voto rappresenta la svolta, nella questione giudiziaria? O la ridondanza di certe critiche impedisce di intravederla? Sa qual è la verità? Che l’opposizione dovrebbe condividere il nostro sconcerto di fronte al fatto che una cosa ovvia come l’impedimento a comparire in udienza per impegni istituzionali debba essere codificato anziché rispettato spontaneamente dal giudice. Quando invece quella parte dell’opposizione dà battaglia su una legge del genere vuol dire che non ha ancora fatto i conti con la sua ala giustizialista.

della famiglia, della crisi». Per il coordinatore del Pdl Sandro Bondi, le parole di Bersani sono la dimostrazione che a sinistra «non c’è una sola voce ragionevole e sensata sul tema della giustizia. Anzi è tutta una gara a chi la spara più grossa, dalla Finocchiaro a Veltroni, da Bersani alla Bindi, nell’illusione di cavalcare a fini elettorali una questione tremendamente seria, la cui mancata soluzione impedisce al nostro Paese di divenire più moderno e civile». Oggi si vota il testo definitivo sul legittimo impedimento. Lo scontro prosegue.


panorama

pagina 10 • 3 febbraio 2010

ragioni&torti di Giancristiano Desiderio

Sandra Lonardo, attrice (mancata) in cerca di voti andra Lonardo Mastella è ormai da mesi nella sua casa di Roma perché i magistrati le hanno inflitto una sorta di “esilio regionale”: l’inchiesta in corso non è compatibile con la permanenza del presidente del consiglio della Regione Campania né a Napoli né a Ceppaloni. Giornalisti - ad esempio Pierluigi Battista hanno criticato il provvedimento e lo hanno giudicato alla stregua di un accanimento quasi personale. Politici le hanno manifestato la propria vicinanza ideale. Il provvedimento nei confronti della Lonardo è senza dubbio “originale”: non se ne capisce bene il senso e non se ne intravede a breve una fine. Con la campagna elettorale per le regionali, praticamente già iniziata, c’è anche una sorta di handicap per la Mastella: come farà a chiedere i voti da Roma? Sembra che per lei si crei uno svantaggio. Non bisogna essere mastelliani per riconoscere che il provvedimento di esilio regionale o di ostracismo poteva e può essere risparmiato alla Mastella la quale, evidentemente, pagherebbe - così sembra di capire - il prezzo delle sue non-dimissioni dalla carica di presidente del consiglio della Campania.

S

Dato alla Lonardo ciò che è della Lonardo, mettiamo ora in luce l’altra faccia della medaglia. Prendendo spunto, in particolare, quanto ha detto la stessa Lonardo a proposito della battuta di Sabrina Impacciatore nel film Baciami ancora. Le parole dell’attrice rivolte al suo ex fidanzato nel film di Gabriele Muccino sono praticamente uguali a quelle pronunciate dalla stessa Mastella al telefono con il consuocero e parlando del direttore generale dell’ospedale di Caserta: «Quello per me è un uomo morto». Assistendo alla scena del film la Lonardo ha avuto, come è comprensibile, un colpo al cuore e in sala ha esclamato: «Attenta che ti arrestano». Si può capire l’amarezza della Lonardo: si può finire sotto processo per aver detto una frase fuori posto? Un moto di rabbia, un gesto di stizza capitano a tutti. Chi di noi non ha mai detto «quello non lo voglio più vedere?». Sono parole abbastanza comuni. Tuttavia, almeno una differenza c’è.

Sabina Impacciatore è un’attrice e le sue parole sono finte. La Lonardo è la presidente del consiglio della Campania e le sue parole sono vere. Le parole della Impacciatore sono riferite al suo ex fidanzato. Le parole della Lonardo sono riferite a un dirigente amministrativo della sanità. La storia d’amore della Impacciatore riguarda l’idea di educazione sentimentale di Muccino. La storia amministrativa della sanità regionale riguarda la vita e la salute, oltre le tasse, dei cittadini della Campania. Nessuno deve essere arrestato, in assenza di prove, per aver detto «quello per me è un uomo morto», ma sarebbe meglio che il presidente del consiglio regionale non dicesse di un amministratore che non esaudisce i suoi desideri «quello per me è un uomo morto».

Primarie di partito o prove di populismo? Dalle Regionali a Bologna, torna un vecchio interrogativo di Francesco D’Onofrio icende regionali (ed ora anche la vicenda di Bologna), hanno posto in evidenza la questione del rapporto tra primarie e partito da un lato e tra primarie e popolo dall’altro. Si tratta di questioni ancora molto confuse, perché l’istituto delle primarie – che si conosce soprattutto per l’esempio statunitense – è ancora sostanzialmente indefinito sia in riferimento a chi può votare nelle primarie medesime, sia in riferimento al significato delle primarie stesse in relazione ai diversi sistemi elettorali esistenti per quel che concerne i comuni, le province, le regioni, il parlamento nazionale, il parlamento europeo infine.

V

Il rapporto molto stretto che esiste tra i diversi modi di intendere le primarie e i diversi sistemi elettorali rende pertanto ancora oggi quanto meno confuso il tema complessivo delle primarie in Italia. Molti sono, infatti, gli interrogativi che si pongono in riferimento a questo nuovo e potenzialmente “attraente” istituto: si pensa alle primarie per scegliere i candidati ai diversi consigli locali e regionali, al parlamento nazionale e a quello europeo? Se così fosse, l’istituto delle primarie sarebbe sostanzialmente una scelta interna ai diversi soggetti politici che concorrono alle elezioni locali, regionali, nazionali ed europee; si pensa, inoltre, alle primarie per far votare soltanto gli iscritti ai partiti (primarie cosiddette chiuse), ed in tal caso occorre capire quale rapporto vi è tra iscrizione al partito, che dovrebbe costituire la base per la scelta degli organi rappresentativi del partito medesimo, e votazione alle primarie, che potrebbe ovviamente contraddire, anche in termini radicali, le scelte che gli stessi iscritti hanno compiuto nel contesto degli organi di partito; si pensa, invece, di far votare alle primarie anche i non iscritti al partito (primarie cosiddette aperte), ma escludendo espressamente gli iscritti agli altri partiti, ed in tal caso occorre capire quali sarebbero da un lato i diritti degli iscritti e dall’altro i diritti degli elettori alle primarie, in riferimento alle medesime persone chiamate a rappresentare il partito nelle competizioni elettorali di volta in volta considerate; si pensa, infine, di far votare alle primarie anche gli iscritti ad altri partiti (sarebbe un caso per così dire di primarie “aper-

tissime”), con l’evidente possibilità che siano proprio gli iscritti ad altri partiti a scegliere i rappresentanti di quello che rimarrebbe il partito degli iscritti nelle diverse competizioni elettorali, con conseguenze anche prevedibili per quel che concerne la rappresentatività medesima agli eletti nelle primarie di questo tipo.

Come si vede, il rapporto tra primarie e partito è un rapporto molto complesso e molto fluido, sì che occorrerebbe un insieme di discipline normative, legislative e di partito, per regolare un istituto in termini istituzionalmente necessari. Per quel che concerne il rapporto tra primarie e popolo, occorre in fondo capire se – come taluni affermano – si stia sostanzialmente passando da un modello di democrazia (che vede nel rapporto tra partiti e popolo un punto di equilibrio fondamentale di ordine costituzionale, che può certamente essere rivisto ma non sostanzialmente rovesciato), ad una ipotesi di ordinamento politico basato esclusivamente sul popolo, che pertanto diventerebbe in tal caso il soggetto unico del sistema democratico ipotizzato. Al pari del dibattito che si è svolto in riferimento al voto di preferenza nelle elezioni politiche nazionali, quello suscitato dalle primarie che si sono svolte o che si svolgeranno, senza alcuna definizione di regole, si tratta dunque della idea stessa di democrazia che si ha: gli eletti sono ancora chiamati a rappresentare in qualche modo il territorio nel quale sono eletti, o no? Questo è il problema che è stato posto in riferimento alla legge elettorale nazionale in vigore, che esclude qualsiasi rapporto tra territorio ed eletti al parlamento nazionale.

Come per le preferenze, anche per le consultazioni per scegliere i candidati si dovrebbe rileggere la Costituzione

Quanto al dibattito suscitato dalle primarie, occorre pertanto capire se si intende costruire un nuovo equilibrio tra partiti e popolo, facendo delle primarie uno strumento utile di raccordo, o se si intende anche un rovesciamento del rapporto medesimo. Questo appare, pertanto, il perno fondamentale di qualunque riforma costituzionale, ed è per queste ragioni che il dibattito sulle primarie che si sta svolgendo in questi giorni deve essere posto a fondamento di ogni riforma costituzionale concernente il sistema politico nel suo insieme.


panorama

3 febbraio 2010 • pagina 11

Ancora una volta si ripete una tradizione antica che porta i milanesi ad adottare molti suoi “immigrati”

Milano, eterna terra di conquista L’ultimo caso è quello di Geronzi che ha «stregato» la grande finanza meneghina di Giuseppe Baiocchi ell’assetto, spesso discreto, del potere finanziario è emerso di recente come il crocevia determinante degli intrecci azionari e dell’influenza economica delle classi dirigenti sia diventato l’attuale presidente di Mediobanca Cesare Geronzi. E qualcuno ha voluto vedere una vera e propria nemesi storica. In pochi anni quel banchiere squisitamente romano che era descritto in contrapposizione, se non in alternativa, della Galassia del Nord non solo si è insediato alla guida della banca d’affari da dove per mezzo secolo aveva esercitato il suo riservato eppure spietato potere il mitico Enrico Cuccia, ma appare ormai il vero regista del capitalismo finanziario del Paese: e il preannunciato approdo alla testa delle Assicurazioni Generali, la vera cassaforte del sistema, ne costituirebbe ormai il riconosciuto sigillo.

N

ticolari. Ma forse si coglie più a Roma che a Milano. Perché nella metropoli ambrosiana esiste un’assuefazione più antica di quanto non si pensi a lasciarsi vivere e considerare come “terra di conquista”. In fondo lo stesso Cuccia, nel diventare “primo motore immobile” della struttura finanziaria italiana, non era certo né milanese né tutt’al più lombardo: veniva infatti da più lontano, dalla Sicilia. Eppure del capitalismo meneghino e dell’intera area delle grandi

aziende è stato per mezzo secolo il “dominus” incontrastato. Semmai Milano ha la seducente e misteriosa capacità di “adottare”e “riempire di sé”chi viene da fuori e per i suoi meriti di trovare fortuna. Così da trasformare tutto sommato in milanesi quasi purosangue tanti “immigrati”che a Milano hanno avuto l’opportunità, pur in feroce competizione, di giungere al vertice indiscusso della loro professione: e forse basta citare al riguardo l’esempio nel giornalismo di Indro Montanelli, altro “immigrato”di lusso.

In fondo, Enrico Cuccia veniva da ancora più lontano: dalla Sicilia. Ma divenne comunque un “dominus”

Piuttosto l’emergere degli “immigrati” ha un senso, e acquista rilevanza, peso e fortuna, laddove riguarda ambiti della vita associata sul terreno immateriale dell’ingegno e dei numeretti della finanza più che nella corposa e concretissima area della produzione fisica e immediatamente percepibile del lavoro. Se infatti il “genio”della creatività è affidato alle cose tangibili, in questo campo i lombardi da sempre sono imbattibili. Se invece tocca ambiti più sofisticati e non immediatamente “toccabili”, ecco che rifulge, quasi per naturale vocazione, la sensibilità e l’immaginazione degli “altri”. E vale soprattutto per le professioni che vivono di procedure e di prova delle dimensioni intellettuali, di cui persino la finanza non è certamente immune. Non è un caso, infatti, che tra gli studenti che

Sia pure sottotraccia, non è tuttavia nascosto l’intimo compiacimento per quella che appare una “rivincita” della Capitale nella guerra del potere e nell’eterno dualismo con Milano. La romanità del banchiere non è mai stata rinnegata: e la conquista progressiva del “sancta sanctorum”che era sembrato per decenni escluso e precluso al peso delle scelte romane (anche quando le banche erano in gran parte pubbliche e influenzate bene o male dai vertici politici) acquista significati anche psicologici del tutto par-

frequentano l’università milanese “Bocconi”, sia di gran lunga prevalente la componente che proviene da Roma e dal Sud d’Italia. Come se le giovani intelligenze più inquiete e più determinate del Paese cerchino proprio a Milano la formazione e l’ingresso nella vita produttiva, a condizione che sia di fatto immateriale, e non comporti di fatto la creatività imprenditoriale concreta e pratica. Non è altresì un caso che un qualche mugugno provenga da quella parte che, invece, storicamente legata alla “roba”, all’invenzione di “cose” da produrre e da vendere sui mercati internazionali, sente come intromissione illegittima l’emergere di figure non legate alla legittimità locale dell’intrapresa: e forse il successo della Lega Nord non è estraneo a questa logica.

Al banchiere Geronzi, comunque “inquinato”dalla milanesità, accadrà poco: anche perché, suo malgrado, è comunque protagonista di un inatteso gioco delle parti. Infatti se Roma conquiste terre incognite e pianeti un tempo inaccessibili, Milano ha da tempo conquistato Roma e sul terreno ostico e inaccessibile della politica. Il fenomeno Berlusconi, al di là di tutti i giudizi e con il conforto del consenso popolare, ha tentato di trapiantare Milano e la“cultura del fare” su Roma. I dubbi sono legittimi: a cominciare dal tempo. Durerà di più (e inciderà di più) Geronzi a Milano?

Polemiche. La lezione della tragedia di Sergio Marra, l’operaio senza lavoro che si è suicidato

Il Papa e i disoccupati da salvare di Luca Volontè l Papa ha ragione, ieri tutti si sono messi a ripetere le parole del Pontefice all’Angelus, con le quali ha invitato tutti a «fare tutto il possibile per salvare, con grande senso di responsabilità, i posti di lavoro in pericolo». E dunque partiamo dal presupposto che in Italia da ieri tutti siano preoccupati della disoccupazione e tutti si sentano responsabili dei posti di lavoro in pericolo. Proprio per questo dobbiamo riflettere sugli effetti devastanti della mancanza di occupazione. Sergio Marra, lo scrivo con le stesse lacrime dei giorni scorsi, è morto. Un signore come molti di noi, come moltissimi italiani che è entrato nella spirale delle disoccupazione, da qui alla solitudine, da qui alla mancanza assoluta di fiducia nel futuro, alle incomprensioni a quella disperata impotenza e, infine alla morte, al suicidio.

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di Sergio però impone, richiama, sprona la politica a gettare la maschera, ad agire, ad accompagnare i propri concittadini ai quali manca il posto di lavoro. Sergio aveva perso il lavoro ed era disperato. Quale società civile può accontentarsi di qualificare queste persone come fossero solo dei numeri, degli indici in una statistica? Possia-

Il governo italiano deve ascoltare le parole di benedetto XVI e chiedere alla Ue una riunione urgente per affrontare subito il tema del lavoro

Non è il primo ad uccidersi per aver perso il lavoro, in Italia e in Europa. La morte

mo rimanere distaccati,afoni,superficiali dinnanzi a centinaia di migliaia di senza lavoro, del 10% di italiani ed europei espulsi dalle imprese e senza certezza del futuro. Rileggiamo la «Laborem Exercens», comprendiamo sino in fondo cosa sia il lavoro per ciascuna persona, l’occasione di prendere in mano il proprio destino, mettere in gioco i talenti, nell’azione e nella fati-

ca scoprire le proprie capacità, lavorando da solo e con gli altri. È questa vita che viene amputata quando si perde il lavoro.

I dati sulla disoccupazione sono sul tavolo di tutti i Governi europei. Dunque, è il momento di rimboccarsi le maniche in fretta: l’Italia chieda una riunione immediata alla Presidenza Ue perché si attuino immediatamente azioni positive verso i disoccupati. E poi qui da noi è indispensabile mettere in campo un politica di rilancio per le imprese che imponga responsabilità sociale. Condivido le parole di Sacconi (chi ha avuto aiuti dallo Stato per anni, eviti di licenziare) ma non ci si può fermare ad un invito, devono diventare criterio importante per concedere finanziamenti pubblici. La politica non sia sorda, eviti le polemiche elettorali e le strumentalizzazioni reciproche, sarebbe un insulto verso le preoccupazioni del Papa, ancor peggio, una inacettabile vergogna nei confronti di Sergio e della sua famiglia.


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on è diventata la numero due alla casa Bianca? Pazienza. Obama ha tanti quei guai... Non è più governatrice dell’Alaska? Pazienza. Ha lasciato la poltrona al vice e amico Sean Parnel. Sarah Palin, 45 anni, prima donna repubblicana candidata alla vicepresidenza, (c’era stata soltanto la democratica Geraldine Ferraro nel 1984), sparata come un razzo nel cielo stellato della politica americana da John McCain, si accontenta della popolarità (per ora). La sua autobiografia Going Rogue: an american Life (in italiano Scelte Ribelli), un mattoncino di 413 pagine scritto in quattro mesi, anticipo di sette milioni di dollari, ha battuto Il simbolo perduto, l’annunciato bestseller di Dan Brown nelle prevendite su Amazon. Ha liquidato le pur attese memorie di Ted Kennedy.

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il paginone

Dopo la sconfitta con McCain alle presidenziali, sembrava destinata ad una rap

Ha costretto la casa editrice Harper&Collins ad anticipare frettolosamente la data di uscita. Ha bruciato, da novembre a oggi, oltre un milione di copie, senza che il contenuto del libro sia particolarmente piccante o scandaloso. Molta retorica patriottica, abbondante autodifesa, rivelazioni zero. Che non l’abbia scritto lei, ma Lynn Vincent, collaudata ghostwriter, con notevole pedigree conservatore, (antiabortista, creazionista, allergica ai gay), non ha importanza. Perché Sarah Palin ci ha messo la faccia, e quella vita, ritoccata come si conviene da un buon marketing, è la sua. L’ha raccontata «con

Un sondaggio Gallup l’ha consacrata “donna più popolare degli Stati Uniti” subito dopo Hillary Clinton, con un distacco minimo di appena l’uno per cento ogni affascinante dettaglio» recita la pubblicità, in qualsivolglia talk show del giorno e della notte - denti sbiancatissimi, levigata (botulinata?), vestita quasi sempre di rosso, come sulla copertina di Going Rogue - quasi stesse facendo il bis della campagna elettorale. Per vincere davvero, stavolta. Per giocare in proprio. E i primi frutti di tanta ostinazione sono già arrivati all’inizio di quest’anno, nell’unica forma che oggi conta: uno spazio privilegiato in televisione, per raccontare “storie americane”alla Fox News, il network nazionale più conservatore d’America. Sarah Palin anchor-women. Contratto a due anni, giusto quello che ci vuole per tenere viva l’attenzione delle folle adoranti, in attesa della prossime presidenziali. Un sondaggio Gallup la consacra “donna più popolare d’America” dopo Hillary Clinton, con appena l’un per cento di distacco (e le due non potrebbero essere più diverse). Che poi sia simpatica, è un altro paio di maniche. Certo, l’autobiografia fornisce involontariamente molto materiale ai comici. «Si dice che inizi bene, diventi interessante, poi confusa, e le ultime cento pagine sono in bianco», ha commentato ridacchiando Jimmy Fallon. «Un grande libro, grandissimo.Tanto che, quando entri nella libreria, lo puoi usare come scalino per raggiungere un libro migliore», ironizza David Letterman, che le ha anche dedicato una velenosa rubrica: ”Things more fun than reading Sarah Palin Memoir”. Larry Flint le ha trovato una quasisosia (Lisa Ann) per girare scene hard, i famosi fotomontaggi (Sarah in versione Terminator, con i fili che le escono fuori

Che fine ha fatto S Un libro da un milione di copie, un contratto da opinionista a Fox News: l’ex governatrice dell’Alaska è ormai diventata un personaggio. E potrebbe restare a lungo sulla scena... di Roselina Salemi dal busto, in versione pitbull, con i dentoni, appesa alla cornice di uno strapiombo con il pugnale allacciato alla coscia, stile Lara Croft, cowboy sexy, Catwoman, professoressa in cattedra con reggicalze a vista), sono ovunque nel web. E lì resteranno, a futura memoria, anche se la signora dovesse diventare, un giorno, presidente degli Stati Uniti.

Insomma, è impossibile non sapere che Sarah Palin esiste, ha le idee molto chiare e non ha intenzione di togliere il disturbo. Venuta dal freddo (ha una casa sul lago Lucilla, quasi sempre ghiacciato), si terrà il suo posto al sole. Il fatto curioso è che altre, al suo posto, sarebbero uscite distrutte dal ciclone di rivelazioni, da otto biografie non autorizzate,

ricordi di ex amici, mezzi scandali, mezze bugie, contravvenzioni, caricature. Insinuazioni a proposito di un amante e della paternità dell’ultimo figlio.

Una campagna ferocissima del “National Enquirer” che ha pagato chiunque avesse succosi pettegolezzi su di lei. Accuse, tante. Ha consegnato budget stratosferici a cinque sue ex compagne di scuola, il famoso gruppo “Elite 6”. Ha interferito, fatto pressioni, licenziato, guidato ubriaca (ma aveva 22 anni). Levi, il fidanzato della figlia Bristol (che posa disinvoltamente nudo su Playgirl godendosi il momento di gloria), ha messo in piazza ogni squallido dettaglio. E poi, le dimissioni a sorpresa, nel luglio 2009, da governatrice dell’Alaska, seguite dal-

l’annuncio: «Non mi ricandiderò». Eppure Sarah Barracuda (uno dei soprannomi più gettonati, che non le deriva dal modo di far politica, ma dal quello di giocare a basket), ha mantenuto la freddezza del clima in cui è cresciuta, l’inaccessibilità delle montagne e dei laghi ghiacciati, si è dedicata anima e corpo alla promozione di Going Rogue, si è fatta fotografare sui divanetti televisivi o insieme al figlio down, ha firmato centinaia di copie sotto la pioggia, ha smentito i pettegolezzi, in particolare quello della sua separazione dal marito, campione di Iron Dog (la più lunga gara di motoslitta al mondo), e di puro sangue Yup’ik, una delle tribù più antiche dell’Alaska: «Ma dico, l’avete visto Todd? Quando lo guardo, so che Dio esiste».


il paginone

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pida “sparizione”. Ma i Barracuda sono duri a morire Non perde occasione per ricordare la loro storia d’amore, cominciata al liceo. Fuggiti per sposarsi, scoprirono di avere bisogno di due testimoni per il rito civile e lo chiesero a due pensionati di una vicina casa di riposo. Che tenerezza.

Un’osservazione giusta l’ha fatta, fuori onda, dopo un’intervista alla Nbc, l’opinionista del Wall Street Journal (e speechwriter di Ronald Reagan) Peggy Noonan. Lei pensa che Sarah piaccia a parecchi americani non perché è brava, ma perché ha una storia convincente: cinque figli, il primogenito Track in Iraq, l’inquieta Bristol incinta diciotto anni, poi Willow, Piper e per ultimo Trig Paxon, il piccolo down che lei ha voluto e accettato pur conoscendone le condizioni. «Sì, ha un cromosoma in più. Lo guardo ora e vedo la perfezione. Continuo a pensare: nel nostro mondo che cosa è normale e che cosa è perfetto?». Le convinzioni assolute in tema di aborto (no), le campagne pro-life e il sostegno alle ragazze madri, i finanziamenti all’istruzione, le danno la forza della chiarezza, la mettono in contatto con l’America profonda, che fatica a leggere le sfumature. Sarah Palin viene da un mondo ruvido, da gente con i piedi per terra, gente che va a caccia e a pesca, senza troppe smancerie animaliste. A dieci anni ha fatto fuori il suo primo coniglio. Spara alle foche, alle renne, ai caribù. Mangia hamburger di alce. Come governatore, ha rifiutato di firmare un documento che dichiara gli orsi bianchi specie protetta (ma non è favorevole allo sterminio degli orsi bianchi...). Dice: «C’è sempre posto per gli animali dell’Alaska: accanto a un piatto di puré». Scelta per conquistare il voto delle don-

Sarah Palin?

Sarah Palin firma le copie di “Going Rogue” (foto grande), posa per la copertina di “Newsweek” (qui sopra), insieme alla famiglia (a destra)

ne, è piaciuta di più agli uomini. Brusca, spiccia, piena di energia. Favorevole alla pena di morte, quando le vittime sono i bambini. Contraria al matrimonio omosessuale. Non cerca di cambiare, si piace così, carnivora, maratoneta, guidatrice di motoslitte, competitiva, ma pronta a raccogliesi in preghiera prima di una gara, di un esame o di una nomination. Non cerca di essere diversa da quella che è, anche se qualcosa ha sbagliato, e non rifarebbe gli stessi errori. Non dichiarerebbe più, con un’ingenuità da bar, che acchiapperebbe Osama Bin Laden, se solo la lasciassero fare, o che l’America potrebbe entrare in guerra con la Russia. Ma continua ad essere senza mezze misure, massimalista. È sempre il “pitbull con il rossetto”, la hockey mum che ha dato la sveglia veri conservatori. “Washington post” ipotizza che da lei possa cominciare la rinascita del partito, dopo la dura sconfitta nella corsa alla Casa Bianca. Nonostante Game Change, il libro scandalo sulla campagna elettorale, di Mark Halperin (di Time) e John Heilemann (del New York Magazine), che di legnate ne dà tante anche ai democratici, le faccia dire, a proposito della candidatura come vice di McCain: «Se avessi

Viene da un mondo ruvido, da gente con i piedi per terra, gente che va a caccia e a pesca, senza troppe smancerie animaliste. A 10 anni ha ucciso il primo coniglio

saputo prima tutto quello che ho imparato dopo, non l’avrei mai fatto». Nonostante la descriva come «un’incompetente velleitaria e incapace di prepararsi ai dibattiti televisivi». Il video, comunque l’ha bucato. E ormai è dappertutto. Su Facebook, dove ha raggiunto il tetto massimo di “amici”. Su Twitter, dove scrive cose tipo: «Non chiuderò la bocca/ so che ci sono centinaia di milioni come me/ che cercano di essere liberi». Non si fa tanto vedere proprio a Wasilla, dove, da sindaco, ha cominciato la sua scalata, e dove la aspettano per firmare le copie di Going Rogue. Ma le amiche, la parrucchiera e il reverendo Larry Kroon, pastore della Chiesa della Bibbia, sono certi che tornerà.

Mentre si parla tanto di politica, c’è però chi ha il sospetto che la strategia dell’ex governatrice dell’Alaska stia cambiando. Sarah Palin, che cercava un comodo parcheggio in attesa della prossima sfida, non ha più bisogno della politica per esistere. È un personaggio. Ha un pubblico. Come spenderà il capitale di popolarità che ha accumulato? E che vale milioni di dollari? Da Oprah Winfrey è stata molto cauta: «Non ho sullo schermo radar le presidenziali del 2012». È troppo presto per scoprire le sue carte. Potrebbe, sì, puntare alla Casa Bianca: la mancanza di ambizione non è il suo problema. Potrebbe anche fare altro. In America succede. (Da noi l’unico caso di osmosi tra politica e spettacolo è quello di Irene Pivetti, ancora misterioso). Sarah Palin potrebbe reclamizzare rossetti (non è una battuta, pare che un’importante azienda di beauty voglia offrirglielo), riciclarsi come conduttrice televisiva nello showbiz (è fotogenica), o nel giornalismo, provare con i romanzi e lasciare ad altri il faticoso scontro democratici-repubblicani. In fondo aveva cominciato come reginetta di bellezza (seconda a miss Alaska, poi miss Congeniality) e commentatrice sportiva ad Anchorage. Per una che viene da Wasilla, a undici ore di aereo da New York, è comunque una bella carriera. La Palin-genesi non è finita.


mondo

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Confusione. Anche Barack Obama snobba il summit bilaterale: tra Zapatero e Van Rompuy non sa con chi parlare

Europa, due teste nessuna guida Il rilancio dell’economia banco di prova del nuovo vertice istituzionale della Ue di Enrico Singer onfusione, malattia infantile della nuova Unione. Questa è la diagnosi e i sintomi sono già allarmanti. Da quando, poco più di un mese fa, la Ue ha il tanto faticosamente atteso presidente stabile del Consiglio e il suo quasi-ministro degli Esteri - il belga Herman Van Rompuy e la britannica Catherine Ashton - non si sa più chi comanda a Bruxelles. Il fatto è che, per non scontentare nessuno, è stato mantenuto anche il sistema delle presidenze di turno a rotazione semestrale adesso tocca alla Spagna - e l’intreccio dei poteri è disastroso. José Luis Zapatero fa finta di guidare gli affari europei come se nulla fosse cambiato e nonostante sorrisi e strette di mano - con Herman Van Rompuy non si coordina affatto. Tanto che in materia economica ha espresso una linea in controtendenza che è stata subito isolata e contestata. Con la crisi della Grecia che proprio

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drone di casa dovrebbe essere il neo-presidente stabile del Consiglio europeo e non quello “di turno”. Beghe interne a parte, il risultato di questa corsa ad ospitare Obama è stato che il presidente americano ha deciso di non partecipare al vertice che si terrà, probabilmente, al livello di ministri nella data prevista (23-26 maggio), o che sarà direttamente rinviato. Il Wall Street Journal, che ha anticipato la notizia poi confermata sia a Washington

Il presidente stabile del Consiglio europeo doveva finalmente essere la voce unica dell’Unione, ma il suo esordio mette in difficoltà la Casa Bianca: «Chiaritevi le idee su chi comanda poi fateci sapere» oggi sarà passata sotto esame dalla Commissione, Zapatero ha proposto che le “raccomandazioni” europee in materia di conti pubblici diventino “cogenti“. In pratica che l’esecutivo della Ue decida al posto dei governi nazionali. Francia, Germania e Gran Bretagna hanno immediatamente detto di no. E Van Rompuy non ha nemmeno commentato l’idea lanciata dal premier spagnolo di fronte all’Europarlamento.

Tutti contro tutti sui temi caldi della crisi economica. Ma non solo. Anzi, la confusione maggiore regna in politica internazionale. Per maggio è in programma il primo dei due vertici annuali Ue-Usa e Zapatero ha immediatamente proposto Madrid come sede dell’incontro che avrebbe duvuto portare Barack Obama nel Vecchio Continente per la settima volta dall’inizio del suo mandato. Ma in base alle nuove regole introdotte dal Trattato di Lisbona, i summit bilaterali devono tenersi a Bruxelles, che è la capitale amministrativa dell’Unione. E il pa-

che a Bruxelles, è stato molto duro - e, soprattutto, molto chiaro - nell’esporre i motivi che hanno spinto Barack Obama ad annullare il suo viaggio in Europa.

Chiaritevi le idee e poi fateci sapere, avrebbero detto ai loro colleghi europei gli sherpa della Casa Bianca che preparavano l’incontro. Le idee sono rimaste molto confuse e Obama,

con l’ottima scusa di essere «trattenuto a Washington dagli affari interni», ha fatto sapere che non andrà né a Madrid, né a Bruxelles. Anche se proprio ieri la Casa Bianca ha confermato che il presiodente andrà, invece, in Indonesia e in Australia in marzo. Per la nuova leadership della Ue, insomma, subito una brutta figura. Addirittura paradossale, perché una delle ragioni che aveva convinto i Ventisette a darsi un presidente stabile del Consiglio era quella di realizzare la cosiddetta “voce unica”dell’Europa: il “numero di telefono” che, già nel lontano 1970, l’allora segretario di Stato, Henry Kissinger, aveva chiesto per «poter parlare con l’Unione europea» che era - e che è rimasta - una specie di soggetto misterioso agli occhi di Washington. Certo, i rapporti tra Usa e Ue sono buoni: «solidi» li ha definiti il comunicato americano che annuncia l’annullamento del viaggio di Obama. E lo stesso José Luis Zapatero, in compagnia di re Juan Carlos, incontrerà Barack Obama già domani alla Casa Bianca in margine al National Prayer Breakfast, annuale incontro di preghiera cui prenderanno parte oltre 160 delegazioni provenienti da altrettanti Paesi. Ma è una magra consolazione.

Il valore politico dell’annullamento della presenza di Obama al summit bilaterale è moltiplicato dalla contemporanea conferma che il presidente Usa andrà, invece, a Lisbona in autunno per il vertice della Nato e, forse, tornerà in Europa prima della fine dell’anno

Sopra, Catherine Ashton; in apertura, Van Rompuy assieme a Zapatero e a sinistra, il presidente Obama. A destra, il premier greco Papandreou, una “vecchia” dracma e in alto, il Partenone

Fallita la “strategia di Lisbona” che doveva costruire entro il 2010 il mercato più competitivo del mondo, adesso il traguardo è spostato al 2020: tra una settimana a Bruxelles si fissano gli obiettivi per firmare il nuovo trattato sul disarmo nucleare al quale sta lavorando con Mosca. Come dire che non sono i chilometri della trasvolata atlantica che spaventano Obama, ma che tutto dipende dai motivi del viaggio. E di sicuro non aiuta la confusione sui centri decisionali della politica europea, tra presidenze stabili e di turno del Consiglio (Van Rompuy e Zapatero), presidenza della Commissione (Manuel Barroso) e quasi-ministro degli Esteri (lady Ashton). La speranza è che questa confusione istituzionale sia soltanto una malattia infantile: un problema che si risolverà con il tempo e con la forza delle personalità in campo. I profili di Herman Van Rompuy e di Catherine Ashton non inco-

raggiano previsioni rosee. Vedremo. Un primo banco di prova sarà il prossimo vertice informale della Ue dell’11 febbraio che è dedicato all’economia. C’è da sostituire un altro sogno infranto: la cosiddetta “strategia di Lisbona” - fissata nella capitale portoghese nel marzo 2000 - che puntava a fare dell’Europa «l’economia più competitiva al mondo entro il 2010» e che, purtroppo, si è rivelata un fallimento. Adesso il traguardo è spostato al 2020 ed è anche molto ridimensionato. Ormai si parla di “crescita sostenibile” e si indicano quattro priorità: innovazione e conoscenza, lotta contro l’emarginazione, crescita verde, sviluppo tecnologico. Obiettivi, però, che devono essere ancora riempiti di contenuti.


mondo a Grecia preoccupa l’Europa. O meglio, il suo deficit. Talmente alto (12,7 per cento del Pil) che lo stesso premier Papandreou ieri ha giurato di voler rispettare alla lettera il piano di risanamento su cui proprio oggi si pronuncerà la Commissione Ue, pur di evitare «l’abisso». Un piano lacrime e sangue, che punta a ridurre il deficit di bilancio di 4 punti e successivamente ricondurlo sotto il 3 per cento del Pil il limite massimo previsto dai trattati europei - entro il 2012. Ma la crisi di Atene pone un interrogativo più ampio all’Europa: se i buoni propositi di Atene non fossero sufficienti ad arginare la crisi, se l’abisso dovesse prendere corpo, come dovrebbe intervenire l’Euroclub? Non è una considerazione peregrina: molti analisti dubitano che il governo di Atene sia capace (o semplicemente abbia la forza di resistere alle pressioni interne dei potenti sindacati contrari agli sforzi diretti verso un taglio radicale del deficit) di trovare una soluzione ai problemi finanziari che hanno colpito il Paese. Se non ce la farà, le altre nazioni che adottano l’euro (e tutti in Ventisette) ne pagheranno le conseguenze, un’ipotesi che nessuno ha voglia di prendere in considerazione. La scorsa settimana, i ministri delle finanze di Germania e Olanda - i due Paesi della Eurozona che prima dell’euro avevano la valuta più forte in Europa (il marco tedesco e il fiorino olandese) - hanno annunciato di non aver intenzione di aiutare la Grecia a risolvere i suoi problemi. E un sondaggio commissionato da una società di Berlino ha rivelato che il 70% dei tedeschi è contrario a usare le proprie tasse per un eventuale “bailout”destinato ad altri Paesi.

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La riluttanza ad aiutare i greci è forte all’interno di una Ue che oggi si trova ad affrontare un tasso di disoccupazione del 10 per cento, il picco più alto dall’introduzione dell’euro di undici anni fa. Ma le regole sono pur sempre tali e quelle dell’Unione dicono che tutti i 27 stati membri sono obbligati ad aiutare un paese in crisi qualora si decidesse di concedergli un prestito. L’articolo 122 del Trattato della Unione, che è entrato in vigore nel dicembre scorso, dice: «Quando uno stato membro è in difficoltà o è seriamente minacciato da difficoltà causate da disastri naturali o avvenimenti eccezionali fuori controllo, il Consiglio dei Ministri, su proposta della Commissione Europea, può assegnare, in determinate circostanze, l’assistenza finanziaria da parte dell’Unione». Una circostanza che sembrava inverosimile, soprattutto per quei Paesi che rappresentano lo zoccolo duro dell’Unione. Come la Grecia e come la Spagna, su cui incombe lo spettro di una crisi ancora maggiore di quella ateniese. Paul Krugman, premio Nobel per l’economia, ieri ha

Oggi la Ue presenta il rapporto sul piano di salvataggio proposto dal premier Papandreou

E chi salverà la Grecia?

In caso di tracollo il Trattato prevede un “bailout”, ma Germania e Olanda hanno già detto di no di Luisa Arezzo lanciato l’allarme: «Concentrandosi sulle difficoltà della Grecia - scrive Krugman - si fa credere che i problemi dell’Euro siano legati a una spesa eccessiva. Ma non è così. Il problema più grosso è la Spagna». Se le sue previsioni (e non sono ovviamente

stampa britannica ha già scritto che, se al fondo di salvataggio Ue per la Grecia si abbinerà il disavanzo del bilancio greco, e l’Ue decidesse che gli stati membri debbano contribuire ognuno secondo la propria parte al totale della economia euro-

Jürgen Stark, membro del comitato esecutivo e capo economista della Banca centrale europea ha già fatto sapere che la Bce non cambierà le proprie regole per aiutare i Paesi in crisi pea, Londra potrebbe essere costretta a pagare un conto di 7 miliardi di sterline per la Grecia, o forse anche di più, se altri Paesi europei in via di bancarotta, come la Spagna, saranno esonerati da questa contribuzione.

solo sue) dovessero concretizzarsi, anche Madrid potrebbe aver bisogno di un aiuto. E nel caso, come si prenderebbe tale decisione? Sempre secondo l’atricolo 122 del Trattato, tramite un voto di maggioranza. Un esempio per tutti: la Gran Bretagna, che ha sempre rifiutato di entrare nell’euro, in linea teorica potrebbe essere costretta ad aiutare a salvare l’euro. La

Ma il timore di creare un precedente è ancora più forte: che succederebbe se altri Paesi dovessero richiedere lo stesso trattamento? E senza alcun intervento, che succederebbe se l’euro dovesse incorrere in un’ulteriore svalutazione, come è appena successo per il deficit greco? (l’euro è sceso sotto quota 1,42 sul dollaro, ai minimi da cinque mesi, a causa della preoccupazione per i conti pubblici greci). Jürgen Stark, membro del comitato esecutivo e capo economista della Banca centrale europea (Bce) ha già fatto sapere che la Bce non

cambierà le proprie regole per aiutare Paesi in difficoltà come la Grecia. «La Grecia sa che deve mettere ordine in casa propria», ha aggiunto Stark. Le priorità assolute del governo greco devono essere «una svolta radicale nelle proprie politiche economiche e un ampio piano di consolidamento di bilancio». Secondo la stampa di Atene c’è chi specula contro la Grecia in particolare e l’euro in generale. E ieri il ministro delle Finanze di Atene, George Papaconstantinou, ha detto che il Paese è vittima di un «vasto attacco speculativo contro l’euro». Secondo il quotidiano To Vima si tratterebbe di John Paulson, il manager americano di hedge fund che ha guadagnato miliardi di dollari scommettendo sui mutui subprime. Secondo il giornale, Paulson avrebbe orchestrato una vasta operazione per speculare contro il debito greco e contro l’euro. La verità è che la Grecia preoccupa l’Europa, e molto. Perché si sta rendendo conto che gli europei, nel 2010, ancora non esistono.


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Libano. I sindaci di Naqoura e Aytarun e la vita a ridosso della “Blue Line” BEIRUT. Naqoura e Aytaroun sono due paesi nel sud del Libano. Sono la cifra per capire cosa sta accadendo in questa polveriera mediorientale, crocevia di interessi che solo in parte nascono da quelle parti. Il primo lo trovi sulla costa vicino al confine con Israele a un paio d’ore di macchina dall’aeroporto di Beirut. Il secondo 40 chilometri più a oriente della città di Tiro, salendo sull’altipiano verso la Siria con le cime innevate dell’Antilibano che fanno da sponda a Nord, segnando un lato dell’ingresso nella valle della Bekaà. Aytaroun ha le ferite della guerra dei trenta giorni, quella del 2006, quando Tsahal, l’esercito di Gerusalemme, entrò per porre fine ai lanci dei missili Kassam contro il proprio territorio. A Naqoura invece c’è la base della missione Onu, Unifil 2, al comando - ancora per pochi giorni - del generale Claudio Graziano. Il sindaco del paese sull’altopiano, che ricorda l’alta murgia pugliese, si chiama Salim Mourad, ha 41 anni e cinque figli.

È un duro, è membro del partito di Dio, fa parte di Hezbollah. Mahmoud Ali Mahdi, invece, ha il sorriso accattivante di tutti i mediorientali che la sanno lunga. È consapevole che col ritiro degli israeliani, sia sparita la ricchezza del commercio di confine. «Prima del Duemila, ogni giorno, nelle casse dei commercianti di Naqoura entrava un milione di dollari al giorno» confessa – forse esagerando un po’ – col tono di chi dice una cosa scontata. Di lì passavano tutte le merci verso il mondo arabo che Gerusalemme non avrebbe potuto esportare ufficialmente e così era anche in senso contrario, per le lucrose transazioni con «i sionisti» che i ricchi musulmani volevano tenere nascoste.Vedevano nella cittadina costiera, a

Viaggio nella terra dove regna Hezbollah Una polveriera sul cui sfondo si staglia una realtà fatta di bisogni primari di Pierre Chiartano gente sul libro paga del Palazzo di vetro: la politica è uguale dappertutto. «Nel 1948 a causa della formazione dello Stato ebraico molti palestinesi lasciarono quei territori e vennero qua ad Aytaroun. Poi c’è stata la rivoluzione palestinese in Libano. Nel 1978 gli israeliani vennero ad occupare la nostra zona e fino al 2000 questa è stata una zona quasi totalmente chiusa rispetto al resto del Paese. Molti abitanti sono emigrati all’estero – spiega Salim - soprattutto in Germania, Australia e Canada. Dei 17mila residenti iniziali ne sono rimasti solo duemila e 500. Una parte di quelli rimasti hanno dovuto collaborare con Israele fino alla liberazione del Duemila. Molti sono tornati da fuori e l’autorità locale ha ripreso ad amministrare. Siamo tornati ad essere 6.500. Qui la guerra del 2006 ha fatto 42 vittime di questi 5 erano combattenti di Hezbollah. Intorno ad Aytaroun si è combattuto molto e le truppe israeliane non sono riuscite ad entrare nel paese. Ben 205 edifici sono stati rasi al suolo. Settecento case sono state parzialmente distrutte». L’ambiente politico è complicato anche nel sud, che la gente di Beirut neanche considera territorio libanese. E

Nel Sud mancano strade, l’elettricità è razionata, acquedotti e depuratori sono un miraggio. Nulla a che vedere con la ricca capitale poche miglia da Tiro, una comoda porta di servizio. Mahdi è stato eletto grazie al sostegno di Amal, l’altro partito della coalizione 8 marzo, guidata dal partito di Nasrallah. Ama gli italiani, i militari di Unifil e «il mio amico Claudio», come chiama il comandante della missione Onu. Non nasconde quanto il problema principale per lui e per gli 11.500 abitanti – di cui solo 3.800 ancora residenti – sia la disoccupazione. «Solo 38 miei concitttadini lavorano nella base» si lamenta il sindaco che vorrebbe piazzare più

non sembra esserlo. Mancano strade decenti, l’energia elettrica è razionata e acquedotti e depuratori sono un miraggio. Nulla a che vedere con la ricca e scintillante capitale. A peggiorare le cose c’è un vero mosaico di partiti. «Nessuno riesce a contarli. Ce ne sono tre o quattro per ognuna delle diciotto confessioni religiose che abbiamo» afferma sconsolato il primo cittadino di Naqoura che, come tutti a sud del Litani, deve lottare affinché il governo centrale si faccia vedere. Uno degli obiettivi della risoluzio-

ne 1701, ovvero il passaggio di consegne tra baschi blu e Lebanon armed force (Laf) sta avvenendo, grazie soprattutto alla perizia dei nostri militari e all’equilibrio con cui si muovono in questo campo minato di interessi, suscettibilità e improvvise fiammate di violenza. Lungo le strade i check point libanesi si moltiplicano di mese in mese e il controllo del territorio comincia a funzionare. A cominciare dal coordinamento tra le forze di sicurezza come conferma a liberal il maggiore delle Laf, Fawzi Chamoun, comparso improvvisamente all’incontro col sindaco di Aytoroun. I soldi arrivano, ma da Beirut pochi. «Solo trecentomila dollari all’anno» a tanto ammonta il bilancio del comune, ci spiega a Najib Kawsan, il vice di Salim. «Ne servirebbero il doppio» rilancia il sindaco. «Ciò che vedete oggi non è il paese distrutto nel 2006, grazie all’aiuto di molte persone ed enti, soprattutto ong e agenzie governative italiane. Ora la guerra è finita e vogliamo solo pensare a ricostruire soprattutto nel campo della sicurezza ambientale – facciamo la raccolta differenziata grazie ai fondi europei e per espandere l’area urbana. La coltivazione del tabacco è ciò che ci fa vivere».

Pochi chilometri da Aytoroun, sulla strda per Tiro, c’è Bint Jebeil. Lì tra il 9 e il 10 agosto 2006 una colonna corazzata di carrri Merkavà israeliani rimase imbottogliata in una stretta valle. Tsahal perse 12 mezzi e cominciò a pensare che Hezbollah forse era un pericolo più reale dei missili iraniani, come scrisse il generale Jakob Amidror, dell’intelligence militare d’Israele, l’Aman, nel rapporto commissionato dal governo di Gerusalemme su quel breve conflitto. «La prima municipalità risale al 1961, poi nel 1975 a causa della guerra civile tutte le amministrazioni locali furono sospese» spiega Salim. Il duro di Hezbollah, un po’religioso e un po’socialista, non avrebbe preclusioni neanche a collaborare con ong israeliane. «Tempo fa, invitai dei rabbini americani». Solo nel 2001 è stato rieletto un consiglio municipale. Il tenente colonnello Enrico Greco intanto vigila discretamente sul colloquio, un po’ arbitro e un po’ giocatore, mentre all’esterno la scorta manovra per le operazioni di rientro. Il blindato Puma accosta a bordo della strada di fronte al municipio, pronto a scortarci lungo la strada verso la costa, attraverso le strade di Hezbolland tra foto di Khomeini e martiri di Allah.


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Nuovi gruppi si affiancano agli uomini di al Qaeda

Il governo del Belgio studia il varo di misure eccezionali

Gennaio di stragi per la Somalia, morte centinaia di persone

Criminalità, Bruxelles come New York Tolleranza zero

MOGADISCIO. La Somalia è

BRUXELLES La “capitale” Ue come New York: tolleranza zero verso la criminalità. A chiedere che anche nella prima città dell’Europa unita venga adottata la ricetta che Rudolf Giuliani mise in atto nella Grande Mela nel 1994 è la comunità politica fiamminga, esasperata da una crescente spirale di reati che ha creato un diffuso clima di insicurezza tra gli abitanti di Bruxelles. L’allarme è stato raccolto dal primo ministro federale, Yves Leterme, il quale ha annunciato che il governo prenderà in esame in tempi strettissimi, forse giò oggi, un pacchetto di misure per fare fronte alla situazione. Tra i possibili interventi si parla di abbassare a

sempre più un cimitero di civili, mentre il gruppo degli Shabaab, il braccio armato somalo di al Qaeda si rafforza sul campo, e nuove organizzazioni integraliste islamiche si stanno unendo a loro. Uno scenario sempre più drammatico: una deriva che rischia di portare un Afghanistan nel cuore del Corno d’Africa, con potenziali effetti dominio devastanti. L’Alto Commissariato Onu per i profughi (Unhcr), ha dichiarato oggi che quello di gennaio è stato il mese più sanguinoso in Somalia dallo scorso agosto. Nella sola regione centro-occidentale, sconvolta da combattimenti senza fine, sono stati uccisi 258 civili (oltre otto al giorno), mentre i feriti sono 253. Decine di migliaia in fuga: nell’intero Paese dall’ inizio dell’anno ci sono oltre 80mila nuovi profughi.

C’è poi Mogadiscio, dove i gli scontri non si fermano mai: Shabaab sempre all’attacco, e con armi pesanti. Tirano su sedi governative e basi dell’Amisom, i peacekeeper panafricani - poco piu’ di 5.000 uomini, ugandesi e burundesi - che non sono in grado di contrastare gli insorti. E nel corso di queste battaglie con armi pesanti inevitabilmente colpi d’artiglieria cadono sulle case civili. Solo ieri una quin-

La Cina minaccia, ma Barack: vedrò il Dalai Pechino intima a Obama di non incontrare il Nobel di Aldo Bacci n gelido vento himalayano soffia su Washington e Pechino. A poche ore dall’uragano che ha attraversato lo stretto di Taiwan. Se Obama incontrerà il Dalai Lama, dice Pechino, le conseguenze saranno pesanti. Ma il presidente americano ignora le minacce del regime cinese e risponde a tono: «Vedrò il leader tibetano». Tuttavia, l’amministrazione Usa non ha sempre mantenuto questa linea di pensiero. Un anno fa, infatti, Obama aveva risposto comportandosi in modo molto accondiscendente verso la Cina, rinunciando a ricevere il Dalai Lama a ottobre per poi fare in Cina una visita beneducata dove l’unico sussulto è stato uno show di fronte a pochi selezionati studenti del partito comunista. D’altro canto con la crisi economica in atto Pechino aveva il coltello alla gola di Washington: detiene infatti un’enorme fetta del debito pubblico americano, ha cominciato a investire nelle aziende USA, e soprattutto sembra l’unica locomotiva in grado di trainare la ripresa mondiale, inclusa quella statunitense. Ora però l’escalation tra le due sponde del Pacifico sta crescendo giorno dopo giorno. Tutto è partito da internet. Lo scontro tra le autorità di Pechino e Google, con il motore di ricerca che rifiuta la censura al prezzo di ritirarsi dal mercato cinese, mentre gli Stati Uniti accusano la Cina di aver violato le mail di uomini d’affari e dissidenti. Intervenne anche Hillary Clinton, mostrando che non si trattava solo di un conflitto commerciale ma di qualcosa che andava oltre. E infatti il crescendo dello scontro si è andato concretizzando giorno dopo giorno, tanto da finire per coinvolgere tutti gli scacchieri mondiali. Il passo successivo infatti è stata la conferma della vendita di armi a Taiwan, cosa che ha mandato Pechino su tutte le furie. E la Cina ha iniziato a minacciare pesanti ripercussioni. A partire dalla sospensione di tutti gli scambi militari bilaterali, dalla consegna di una lettera di protesta ufficiale, fino alle minacce di sanzioni economiche cinesi che andranno a colpire le aziende americane che producono le

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armi vendute a Taipei. Ma Pechino ha anche minacciato «ripercussioni sui principali dossier mondiali», alludendo chiaramente in primis a quello del nucleare iraniano. E ieri la Cina ha fatto sapere di opporsi con forza all’eventuale incontro tra il Dalai Lama, dal 16 febbraio in visita negli Stati Uniti, e il presidente americano, e ha avvertito Obama: «Un incontro minerebbe le relazioni».

Secondo Zhu Weiqun, responsabile del Partito comunista cinese per le etnie e gli affari religiosi, «i rapporti tra il governo centrale e il Dalai Lama sono una questione interna alla Cina». «Ci opponiamo a qualsiasi tentativo di una forza straniera di interferire con le questioni interne cinesi usando come pretesto il leader spirituale tibetano», ha aggiunto. Sulle questioni del Tibet e di Taiwan la Cina è molto sensibile. La Cina non ha rapporti diplomatici con chi riconosce Taiwan. E nell’autunno 2008 la Cina ha cancellato un summit con la Ue dopo che Nicolas Sarkozy incontrò il Dalai Lama. Con la Danimarca è arrivata a sospendere i rapporti dopo che il premier incontrò il leader spirituale tibetano, riprendendoli solo dopo che lo scorso dicembre Copenaghen ha diffuso una nota in cui specifica di opporsi all’indipendenza tibetana. D’altro canto sul Tibet la Cina aveva mostrato seri segni di irrigidimento già dai giorni scorsi. Martedì scorso infatti erano giunti a Pechino per colloqui gli inviati speciali del Dalai Lama, ma erano poi dovuti tornare presto in India dopo il secco no del governo cinese a qualsiasi concessione riguardo la sovranità del Tibet. Gli stessi inviati del governo in esilio avevano ribadito che il Tibet non vuole l’indipendenza, ma di fronte hanno trovato una totale chiusura. L’idea di «un alto grado di autonomia (per il Tibet) costituisce una violazione della Costituzione cinese», afferma un comunicato del Partito. «La sovranità nazionale non è negoziabile e non servirà a nulla internazionalizzare la questione tibetana o cercare l’appoggio delle forze straniere anti-cinesi».

L’escalation tra le due sponde del Pacifico sta crescendo giorno dopo giorno. Tutto è ripartito con forza dal “caso Google”

dicina di morti: le cifre non sono certe, ma dall’inizio dell’anno si ritiene che i civili uccisi nella sola capitale siano un centinaio, ed oltre mille i feriti. Gli Shabaab e i loro alleati controllano tutto il sud della Somalia, larga parte del centro e centro ovest, e la quasi totalità di Mogadiscio. Il Governo federale di Transizione, pur internazionalmente appoggiato e riconosciuto di fatto, sul territorio quasi non esiste. Tutto sembra precipitare, ma ancora l’altro ieri il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha ribadito ad Addis Abeba, nel corso del vertice dell’Unione Africana, che le Nazioni Unite stanno valutando «se ci siano le condizioni per un intervento di peacekeeper».

16 anni la maggiore età ai fini giudiziari, di rafforzare il coordinamento tra le polizie dei tanti comuni in cui è diviso il territorio della regione di Bruxelles-capitale, di istituire una corsia preferenziale nei tribunali per arrivare a giudicare il più rapidamente possibile chi viene arrestato.

Il ministro dell’Interno, Annemie Turtelboom (nella foto), si difende dalle critiche dichiarando alla stampa di non vedere cause specifiche alla base della campagna mediatica scatenata in questi giorni dalla stampa fiamminga nel denunciare l’insicurezza di Bruxelles. Ma è indubbio che il clima è peggiorato rispetto al passato. I furti nelle case si sono fatti più frequenti, così come gli scippi e i sac-jacking, una forma di furto eseguita rompendo con una mazza il vetro delle auto ferme al semaforo per prendere le borse poggiata sui sedili. La stampa fiamminga ha poi denunciato con particolare enfasi la crescita del fenomeno delle baby-gang e il pericolo del consolidamento di zone franche al di fuori della legalità come quella di Cureghem, nel cuore del comune di Anderlecht, dove nelle ultime settimane sono stati registrati numerosi episodi di criminalità giovanile.


cultura

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Esposizioni. La rassegna documenta alcune delle più gloriose epoche, quando la Persia possedeva quasi l’intera Europa occidentale

Istanbul celebra l’Asia Una mostra dedicata ai rapporti con la civiltà persiana nel palazzo dei sultani ottomani di Rossella Fabiani

ISTANBUL. Sembra quasi un paradosso. Istanbul è riuscita a conquistare il riconoscimento di Capitale europea della Cultura per il 2010, ma l’esposizione più importante e preziosa che in questi giorni è ospitata addirittura in un padiglione del Topkapi, il palazzo che fu dei sultani dell’Impero Ottomano, è dedicata al rapporto speciale che la Turchia ha con l’Asia. Nello specifico con l’Iran. Ancora una volta i volti contrastanti di Istanbul prendono le forme e i colori di mondi, culture, religioni diverse. L’Europa e l’Asia, il Cristianesimo e l’Islam, l’Occidente e l’Oriente. Tracce visibili di scontri e di contaminazioni, della storia millenaria di quello che è stato l’Impero romano d’Oriente prima di diventare il Califfato ottomano e che oggi rivendica il diritto di sentirsi una porta piuttosto che una frontiera. E che punta a entrare a pieno titolo nella Ue che, nel 2005, le ha concesso lo status di Paese candidato e ha aperto una difficile trattativa per l’adesione completa anche se non si è data scadenze temporali per arrivare a una firma che cambierà - se e quando ci sarà - non soltanto i suoi confini, ma la sua stessa natura. Il riconoscimento di Capitale europea della Cultura, condiviso con Essen e Pecs, ha il sapore di una prova generale, di un anticipo di quello che sarà. Così, mentre tutta la città è in grande spolvero, con un calendario di appuntamenti - almeno sulla carta - densissimo, il ministero della Cultura ha voluto aprire il palazzo Topkapi al vicino Iran riconoscendo di condividere con il Paese del Pavone duemila anni di patrimonio comune. La mostra Ten Thousand years of Iranian civilization. Two thousand years of Common Heritage (Diecimila anni di civiltà iraniana. Duemila anni di patrimonio comune) - offre un dettagliato resoconto della storia, della società e della cultura dell’antica Persia: la parabola

di un impero che si estese per millenni in Asia Minore, dalla sua ascesa a grande potenza fino all’avvento dell’islam e ai suoi strettissimi rapporti con il vicino mondo turco. Nelle vene della popolazione iraniana di oggi scorre non soltanto sangue ariano-iraniano, ma

conquista musulmana del Paese. Zarathustra e Moametto. Oggi gli storici riconoscono che i greci - che partorirono un patrimonio di cultura decisivo per il futuro dell’Europa - furono affascinati dalla vita spirituale dell’impero persiano. Platone stesso conobbe a più riprese l’impero persiano e le sue province, soprattutto l’Egitto, nelle cui biblioteche cercò gli stimoli filosofici per il proprio pensiero. La sua critica verso i più potenti nemici dell’impero greco, colpiva il sistema politico, non il mondo della cultura. Il filosofo ateniese aveva studiato a fondo i costumi, i metodi educativi e la concezione religiosa dei persiani. Qualcuno ha anche avanzato la tesi ancora da provare - che Platone sia stato influenzato da Zarathustra nella sua dottrina morale, anche nella

L’occasione è quella di conoscere la parabola di un impero che si estese per millenni in Asia Minore, dalla sua ascesa a grande potenza fino all’avvento dell’islam e ai suoi rapporti con il vicino mondo turco anche arabo (quindi semitico), turco e mongolo.

I pezzi esposti (circa trecento provenienti dal museo Nazionale di Teheran che non erano mai usciti prima d’ora dall’Iran) illustrano le grandi fasi della storia persiana, dal periodo pre-islamico con la grande e reffinata civiltà elamita, la dinastia degli Acheminidi, l’epoca di Alessandro Magno e dei Seluicidi, la dinastia dei Parti e infine quella dei Sasanidi, fino ad arrivare alla

sua metafisica. Ma Platone non è stato l’unico grande rappresentante della cultura greca a frequentare le biblioteche delle province persiane. Un grande numero di matematici, astronomi e fisici andarono alla scuola delle scienze persiane che a quel tempo erano le più avanzate. Fu un incontro decisivo per la cultura universale. Democrito, studiando a Babilonia, portò ad Atene i fondamenti classici della geometria spaziale, un metodo sicuro per calcolare la posizione degli astri e, non ultima, l’idea che la terra avesse un polo nord e un polo

sud. Talete di Mileto riprese dagli egizi l’idea che la durata di un anno andava fissata in trecentosessantacinque giorni. Anche Pitagora raccolse dagli egizi stimoli non secondari. Poco prima della sua caduta, l’impero persiano riuscì a garantire ai posteri dell’Europa e dell’Asia l’eredità del suo patrimonio culturale.

Quando gli arabi conquistarono il regno dei sasanidi sembrò che l’impero persiano volgesse al termine. Gli arabi del deserto portavano con sé una concezione politica legata alla loro struttura sociale suddivisa in clan. Già un secolo dopo i sovrani musulmani - i califfi regneranno però nello stile dei re divini persiani. Nonostante l’islam vietasse che un mortale si ritenesse dio, i califfi trovarono la stessa scappatoia degli imperatori bizantini e si proclamarono rappresentanti di Dio sulla terra. Alla stessa


cultura

Fu grazie ad alcune personalità illuminate, come il califfo Abdullah al Mamun, che gli eruditi musulmani arrivarono a conoscere il pensiero greco con profondità e complessità fino a quel tempo sconosciute, affrontando anche lo studio di opere romane, antico-persiane, babilonesi e indiane, una formazione culturale così articolata che non aveva uguali tra gli studiosi di altre nazioni. E i primi frutti furono evidenti già durante la reggenza del califfo Mamum. Il persiano Al Khwarizmi sviluppò teorie matematiche assolutamente originali che faranno epoca. Il suo testo fondamentale portava il titolo Al-gebr val’-makabala: da qui deriva il termine “algebra”. Lo sviluppo del sapere bruciò le tappe. Aristotele, Ippocrate e Archimede vennero tradotti in arabo. In meno di un secolo le

furono gli artefici della rinascita culturale nell’impero islamico. Anche Il Cairo e Cordoba diventarono centri culturali del mondo islamico. E furono gli arabi a trasmettere all’Europa cristiana il loro sapere, a cominciare dalle cifre matematiche cosiddette “arabe”, per passare all’algebra, alla chimica (una parola araba nata a Baghdad) fino a tutto il patrimo-

I pezzi esposti illustrano le fasi dal periodo pre-islamico con la civiltà elamita, la dinastia degli Acheminidi, l’epoca di Alessandro Magno e la dinastia dei Sasanidi, fino alla conquista musulmana del Paese maniera si comportarono i sultani del regno degli osmani, poi gli shah islamici a partire dal XVI secolo, fino alla dinastia Pahlevi. Se l’impero persiano andò in rovina, il titolo imperiale e il cerimoniale rimasero. Erano gli anni in cui in Arabia, Maometto predicava la parola di Allah. La sua comparsa segna per molti Paesi della regione - anche per la Persia - una nuova era.

loro opere diventarono di dominio comune per tutti gli studiosi, i filosofi e i poeti che parlavano arabo, cioè in quasi la metà del mondo allora conosciuto: dalla Spagna dei mori fino ai confini con l’India. Baghdad, allora dominio persiano, divenne il centro di una cultura universale. E i persiani

nio della cultura classica greca. È uno dei paradossi della storia il fatto che Aristotele, Platone, Archimede e Ippocrate fuorno “salvati”dai persiani e dagli arabi. Ma non tutti erano

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d’accordo. Tra gli i teologi conservatori esperti del Corano c’era chi temeva per la stessa sopravvivenza degli antichi dogmi, dato che alcuni teologi iniziavano a interpretare il Libro della religione islamica con gli strumenti del pensiero analitico, con la ragione critica, in armonia con il pensiero greco. Le opere filosofiche greche, sia pure in circoli ristretti, venivano infatti lette e compendiate attentamente. E con l’apertura di molte accademie scientifiche aumentò anche il numero dei teologi influenzati dal pensiero greco. I tradizionalisti li definirono spregiativamente “mutazaliti” che in arabo significa niente meno che rinnegati.

I mutazaliti, molti dei quali erano persiani originari di famiglie colte dove il pensiero greco era un patrimonio consolidato da generazioni, sollevarono una questione che per tanti fedeli ebbe l’effetto di uno scandalo: il testo del Corano, secondo loro, poteva anche presentare passi contradditori. La teologia islamica tradizionale ne fu scossa profondamente. Infatti non era Dio ad avere scritto il Corano, spiegavano i mutaziliti, bensì Maometto. Da Dio proveniva l’illuminazione religiosa, ma l’uomo Maometto aveva redatto il messaggio divino con il patrimonio linguistico espressivo che disponeva, cioè con le forze della sua ragione. Il pensie-

ro umano però non era infallibile, quindi era pressoché inevitabile che anche il profeta avesse formulato passi contradditori. E le generazioni successive erano chiamate a verificare e correggere con la propria ratio le contraddizioni del profeta.

Purtroppo venne il tempo del califfo Mutawakil che fece scacciare i mutazaliti dalle moschee e dalle cattedre di teologia. I conservatori vennero riabilitati in tutti gli incarichi e da quel momento nessun califfo contrastò più la loro posizione. Erano finiti i tempi in cui a corte si discuteva di religione, ormai si sarebbe dovuto soltanto “credere” ciecamente. Eppure i semi erano stati piantati: le opere di diverse grandi figure dell’islam come Avicenna, Omar Caijam, Firdusi, Saadi e Hafis hanno un posto centrale nella storia dell’umanità. La Persia non fu regnata soltanto dai persiani ma per secoli anche da arabi, turchi e mongoli: tutti furono portatori di idee e culture sconosciute. E per questo appare una mistificazione storica ciò che l’ultimo shah di Persia, Mohammed Reza Pahlevi, volle festeggiare con ogni fasto nell’ottobre del 1971 davanti alle imponenti rovine di Persepoli: i duemilacinquecento anni di monarchia persiana. Una ininterrotta continuità da Ciro fino alla dinastia Pahlevi non esiste. Come pure bisogna diffidare della visione dei musulmani ortodossi, Khomeini in testa, quando vogliono far coincidere l’inizio della storia della Persia con l’arrivo dei conquistaori islamici, cancellando tutte le epoche precedenti perché irrilevanti. La mostra ospitata al Topkapi documenta nei fatti - con manufatti in oro, argento e bronzo, vasellame in ceramica e porcellana dipinta, codici miniati alcuni mai pubblicati, vesti, armi, gioelli e scatole dipinte - alcune delle più gloriose epoche persiane quando l’antica Persia possedeva quasi l’intera Europa occidentale.


cultura

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Tra gli scaffali. Da Sellerio arriva “Lo sguardo estraneo”, il libro-rivendicazione del Premio Nobel per la Letteratura

Herta Müller, né romena né tedesca di Alessandro Marongiu el suo Paese d’adozione, quella Germania che l’ha accolta transfuga dall’originaria Romania nella seconda metà degli anni Ottanta, s’è sempre rimproverato a Herta Müller di guardare agli affari tedeschi con uno «sguardo estraneo», cioè con quello sguardo tipico di chi si trova in una terra non sua (non per nascita, almeno), e che può essere accolto dagli indigeni come risorsa - ed è questo il caso della scrittrice italiana Maria Giacobbe nella sua seconda patria, la Danimarca o, al contrario, come distacco magari misto a un sentimento di malcelata superiorità, come indebita intromissione in questioni altrui in cui non si ha il diritto d’impicciarsi - ed è stato di frequente questo il caso della Müller. E non è da pensare che scrivendo nel 1999 Lo sguardo estraneo (ora in traduzione italiana di Mario Rubino per Sellerio, 72 pagine, 9 euro, con una nota di Adriano Sofri in apertura), la recente vincitrice del Nobel per la letteratura intendesse scusarsi o negare alcunché davanti ai tedeschi o chi per loro: ché anzi la sua, sotto le mentite spoglie di una spiegazione, somiglia molto da vicino a una rivendicazione, rivolta soprattutto a chi all’alba della costruzione del Muro ebbe la ventura di trovarsi a Ovest e non a Est.

N

Fa bene la Müller a rivendicare: se non altro per far conoscere o ricordare a chi l’avesse dimenticata una storia personale nel cui inizio è già inscritto il germe dello sguardo estraneo che verrà, visto che, essendo lei nata a Nitchidorf, in quel Banato svevo divenuto territorio rumeno dopo la Seconda Guerra Mondiale, è di origine, tradizioni, lingua e cultura tedesche - ovvero è già straniera in patria nel momento stesso in cui vede la luce, e crescendo capisce presto che anche trasferendosi in Germania sarebbe percepita come tale, in quanto rumena. C’è un altro volume a lei dedicato di assoluto interesse uscito poche settimane fa, in forma di librointervista, ed è Herta Müller, un incontro italiano di Gabriella Lepre (Avagliano, 104 pagine, 6 euro), in cui la ricostruzione della composizione identitaria dell’autrice si complica ulteriormente. Scrive la Lepre: «Cos’è la patria, dove la casa,

E per i tipi di Avagliano esce anche il libro-intervista “Herta Müller, un incontro italiano”, curato per intero da Gabriella Lepre

cos’è Heimat per un’intellettuale che scrive nella lingua della minoranza etnica, il tedesco, in un Paese che parla rumeno? Cos’è Heimat per una scrittrice di sinistra, cresciuta a pane, Brecht, Marcuse, Marx e Che Guevara, che vive l’atroce realtà della dittatura comunista nella durezza del socialismo reale? Che oltretutto è figlia di una generazione arruolatasi con Hitler nelle SS, che poi, travolta dallo stalinismo, va a finire nei lager dell’Unione Sovietica». Queste ultime parole danno perfettamente la dimensione della lacerazione che la comunità germanofona del Banato visse a cavallo della Guerra, e che investì direttamente la Müller per tutto l’arco della sua formazione: perché suo padre fu davvero uno di quelli che si arruolarono nelle Waffen-SS, e perché sua madre Catarina fu davvero una di quelle che furono deportate nei campi di lavo-

ro sovietici. Eppure, incredibile a dirsi, neanche tutto questo complesso mosaico può bastare a dar conto di cosa abbia ingenerato lo «sguardo estraneo»: «Ciò sarebbe dovuto» - le dicono in Germania - «al fatto che io lì ci sono arrivata da un altro Paese. Un occhio estraneo che arriva in una terra che gli è estranea una deduzione che sta bene a molti, ma non a me. Non è questa infatti la causa. Io me lo sono portato dietro dal paese da dove vengo e dove ogni cosa mi era nota». Il punto è proprio questo: il Paese e il momento storico da dove Herta Müller viene, la Romania al tempo di Ceausescu. «Quand’ero bambina, nel villaggio in cui sono cresciuta, per anni e anni sono andata in bicicletta. A quindici anni mi trasferii in città, e dopo cinque anni la conoscevo così bene che anche lì mi venne voglia di vedere scorrere le strade e dipanarsi ciò che sta ai lati. Dopo averci riflettuto un bel po’mi comprai una bici-

cletta». È il periodo in cui la Müller, tutt’altro che sconosciuta al servizio segreto del regime, la Securitate, a causa della sua biografia e della frequentazione col Gruppo d’azione del Banato (un circolo di scrittori, cantanti e cantautori che si oppone alla dittatura), perde il lavoro di traduttrice in una fabbrica di trattori perché, rifiutatasi di diventare un’informatrice, viene accusata di essere una spia al soldo dell’Occidente. Inizia così la persecuzione, fatta di percosse, umiliazioni, pedinamenti, perquisizioni, e soprattutto di interrogatori improvvisi e immotivati in sottoscala bui il cui accompagnamento musicale sono le grida

In alto, Herta Müller. Sopra, “Lo sguardo estraneo” e “Un incontro italiano”, di Gabriella Lepre

straziate di una donna che viene stuprata in una stanza vicina. Durante uno di questi interrogatori, un funzionario le dice che talvolta «càpitano degli incidenti stradali»: la Müller, che gira in bicicletta da meno di una settimana, il giorno dopo viene investita da un autocarro.

Realizza che in ogni faccia che incontra si potrebbe nascondere un delatore, che ogni sua parola è intercettata, che la parrucchiera che cerca di venderle dei profumi francesi importati illegalmente le sta tendendo una trappola per farla accusare di contrabbando, che il caro amico Roland Kirsch, che verrà trovato morto nel suo appartamento nel 1989, con tutta probabilità non si è impiccato da sé. «È in questa vita di tutti i giorni che si è sviluppato lo sguardo estraneo. Lentamente, silenziosamente, spietatamente in mezzo a strade, a pareti, a oggetti familiari. Ombre significative vagano intorno popolando lo spazio. E gli si sta dietro con un sensorio che ti brucia di dentro in un continuo guizzare. Il banale vocabolo persecuzione ha più o meno questo aspetto. Ecco perché non posso lasciar correre quella motivazione dello sguardo estraneo che mi si attribuisce in Germania. Lo sguardo estraneo è una cosa vecchia, che ho portato via con me, già bell’e fatta, dalla realtà che mi era nota».


spettacoli na volta Montanelli affermò che ciò che permetteva al nostro Paese di andare avanti nonostante le crisi politiche continue e i vari dissesti finanziari, era quella peculiarità davvero tutta italiana di ricorrere agli espedienti. Come quello di cambiare, aggiustandoli, gli orari ai treni in perenne ritardo. Non sappiamo se Tom Sherak, presidente dell’Academy Awards, sia imputabile di questo artificio, ma non c’è dubbio che raddoppiare le nomination agli Oscar per il miglior film, portandole da 5 a 10, gli abbia permesso di tenere in ballo un numero decisamente più consistente di interessi, siano essi mediatici o commerciali. L’Oscar per il miglior film è quello che consente a una pellicola di aumentare gli incassi, più di qualsiasi altra categoria. Può anche succedere che un film esca di nuovo nelle sale, proprio sull’abbrivio che questo riconoscimento trasmette. Vediamo allora quali sono questo dieci titoli, e cerchiamo di capire, quando possibile, quali sarebbero stati esclusi con il “vecchio regime”.

3 febbraio • pagina 21

U

Innanzitutto c’è da notare per la seconda volta la presenza di un film di animazione (la prima era stata La bella e la Bestia), quell’autentico capolavoro intitolato Up, candidato anche nella categoria dei film d’animazione. A rigore di logica questo avrebbe potuto essere uno dei sacrificati, ma a rigore d’arte, se di arte vogliamo parlare consapevoli che di arte non si tratta, ci verrebbe da dire che questa candidatura è stralegittima e che Up è davvero uno dei film migliori della stagione. Per altro, anche nella categoria che gli appartiene per definizione, se la dovrà vedere con altri piccoli gioielli, come Coraline e la porta magica di Henry Selick tratto da un racconto di quel genialoide di Neil Gaiman, e Fantastic Mr. Fox dell’amatissimo Wes Anderson. Gli altri titoli in competizione come miglior film: The Blind Side, con Sandra Bullock candidata come Migliore attrice e già vincitrice in questa categoria del Golden Globe; quindi District 9, An Education, Precious, A serious man degli implacabili fratelli Coen, Up in the air, Inglorious Basterds del redivivo (non per noi, che lo abbiamo quasi sempre apprezzato) Quentin Tarantino. Per ultimi, e secondo noi sarebbero stati anche nei “cinque”, abbiamo lasciato i due film che potrebbero dare davvero vita ad una sfida in (ex) famiglia. Avatar, di James Cameron, e The Hurt Locker della di lui ex moglie Kathryn Bigelow, candidati al pari di Inglorious Basterds, Precious di Lee Daniels e Up in the air di Jason Reitman (quello di Juno) anche come Migliore regia. I film della Bigelow e di Cameron non potrebbero essere più diversi: un 3d “avanzato”con temi gran-

Oscar. Portate da cinque a dieci quelle per la categoria “Miglior film”

Ormai una nomination non si nega a nessuno di Alessandro Boschi

Tra le pellicole super favorite, “Avatar”, “District 9”, “Bastardi senza gloria”, “The hurt locker”, “Up” e “Tra le nuvole” di e grandiosi per Avatar e una ricerca psicologica in situazioni di estremo pericolo (la guerra in Iraq) che spinge i soldati a flirtare con la morte in The Hurt Locker. Curiosamente il film della Bigelow, più vecchio di un anno rispetto a quello dell’ex marito, si ritrova a concorre a circa due anni dalla sua uscita. The Hurt Locker, che si è aggiudicato anche la nomination per il migliore Attore protagonista andata a Jeremy Renner, venne presentato infatti nel 2008 alla Mostra di Venezia e, incredibile a dirsi, venne definito un film fascista (questa andava detta, perché osservazioni così sono inconsapevolmente comiche). Avatar è uno di quei film che sembrano destinati a rivoluzionare il concetto di cinema, per lo meno per quello che riguarda l’aspetto tecnologico. Cosa che a Cameron riesce piuttosto bene, vedi ad esempio cosa significarono anni addietro film come Terminator e Terminator 2. Spulciando tra le altre nomination segnalia-

In alto l’attore George Clooney. Sopra, dall’alto, alcuni fotogrammi delle pellicole: “Avatar”, “The Hurt Locker”, “A single man” e infine “The Blind Side”

mo Woody Harrelson per The Messenger, sceneggiato dal regista Oren Moverman e dall’italiano, infine, Alessandro Camon (figlio di Ferdinando). E questa è davvero una bella notizia, perché Camon e Moverman avranno la possibilità di aggiudicarsi l’Oscar per la Migliore sceneggiatura originale. Tra gli attori i soliti noti: George Clooney per Up in the air, nelle nostre sale in questi giorni tradotto in Tra le nuvole, Jeff Bridges per Crazy Heart (che vede presente anche la perfettina Maggie Gyllenhaal come non protagonista), quindi Morgan Freeman e Colin Firth, mezzo italiano per moglie e già acclamatissimo vincitore della Coppa Volpi a Venezia con il film d’esordio dello stilista Tom Ford: A single man.Tra le donne spicca la travet degli Oscar, quella Meryl Streep che alcuni contabili segnalano essere giunta con Julie & Julia alla sedicesima candidatura. Poi Helen Mirren, che va sempre bene (The last station), la giovane Gabourey Sidibe con Precious, tratto da un racconto della scrittrice e poetessa Sapphire nel ruolo di una ragazza obesa e semianalfabeta. E poi la tenace inglesina Carey Mulligan per An Education, quindi Sandra Bullock per il già citato The Blind Side.

In questo caso si può davvero parlare di una attrice completa, in quanto la Bullock sarà in lizza sia per l’Oscar che, in virtù della sua interpretazione in All about Steve, per uno degli altrettanti prestigiosi Razzies (un oscar al contrario). Insomma, purché qualcosa si vinca. Cosa che non potranno fare quest’anno gli italiani. A meno che non ci si accontenti di un premio minore ma significativo che potrebbero aggiudicarsi i nostri Aldo Signorotti e Vittorio Sodano, presenti nella categoria make up per il bellissimo Divo di Paolo Sorrentino. Una possibilità, infine, Mario Fiore, calabrese candidato “forte” per la fotografia di Avatar. Di questi tempi va bene così. Diciamo.


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

da ”The Indipendent” del 02/02/10

Concorde alla sbarra ta per cominciare il processo per l’incidente del Concorde dell’Air France a ben 10 anni di distanza dall’avvenimento. Gli investigatori francesi hanno concordato che fu un pezzo di metallo lasciato sulla pista di decollo dell’aeroporto Charles De Gaulle a causare il crash. Il jet supersonico precipitò sulla pista come una palla di fuoco appena dopo il decollo uccidendo le 113 persone a bordo. In tutti questi anni il lavoro di ricerca e verifica è stato capillare prima di arrivare a un processo tanto atteso. Gli uomini della Procura hanno affermato che nulla sarebbe accaduto se, nel Duemila, il Dc-10 della Continental Airlines non avesse perso un elemento di titanio, pochi minuti prima del decollo del Concorde. Ma il legale della Continental, Olivier Metzer, ha affermato che la compagnia aerea statunitense è un facile capro espiatorio e che le fiamme si sprigionarono dalle turbine del velivolo ben otto secondi prima dell’ingestione del pezzo di titanio. Il caso è l’unico incidente di un volo di linea su Concorde e segna una nota dolente per una meraviglia tecnologica che permetteva di effettuare le trasvolate atlantiche in metà del tempo necessario a normali voli di linea. E provocò umiliazioni e mal di pancia alla Francia. Ci si aspetta che il processo duri circa quattro mesi e si svolgerà presso il tribunale di Pontoise un centro a nord di Parigi a partire da oggi (ieri per chi legge, ndr). È lo sbocco naturale di un procedimento penale contro i colpevoli di aver ucciso 109 passeggeri, per lo più turisti tedeschi, a bordo dell’aereo, e quattro persone a terra. Sia gli investigatori dell’aviazione civile che della polizia giudiziaria hanno affermato che la causa principale dell’incidente sia stato il pezzo di titanio lasciato sulla pista. E la compagnia aerea, con sede a Houston, Texas, e due suoi tecnici sono accusati di strage. Anche tre ex

S

funzionari francesi hanno a loro carico la stessa imputazione. Secondo la procura avrebbero omesso per un lungo periodo di evidenziare e rendere noti alcuni punti deboli del Concorde. L’aspetto finanziario non è l’argomento critico della vicenda, le parti civili delle famiglie hanno già da tempo accettato un accordo per i risarcimenti. E non si tratta nemmeno della certificazioni di aeronavigabilità, visto che nel 2003 l’aereo è stato eliminato si dalla flotta francese che da quella inglese. Il Concorde oggi è solo un pezzo da mostrare nei musei, come unica testimonianza di un periodo in cui il volo supersonico sembrava essere il futuro del trasporto aereo. Gli esperti aeronautici non sono però meno interessati agli esiti del processo.

La fondazione, con base in Virginia, Flight Safety ha sottolineato come tutta la vicenda potrebbe essere deleteria per il settore. Sarebbe un disincentivo per le compagnie aeree a rendere pubbliche le informazioni circa la sicurezza dei voli, visto che poi potrebbero essere usate per metterle sotto processo, come è successo nel caso del Concorde. «Non vedo alcuna utilità nel portare alla sbarra, dieci anni dopo l’accadimento, una tragedia aeronautica causata da tutta una serie di fatti che vedono delle responsabilità multiple, dovute a errori umani e ad altri motivi» ha dichiarato Kenneth Quinn, consigliere generale della fondazione statunitense (che gestisce anche una delle più conosciute scuole di

volo americane, ndr). Negli anni successivi al disastro gli investigatori sono stati concordi nel rilevare come il pezzo di titanio staccatosi dal Dc-10 fosse finito sulla pista e avesse provocato la rottura di un pneumatico del carrello del Concorde. Pezzi di gomma delle ruote, sarebbero poi andati a sbattere violentemente contro i serbatoi, provocando l’incendio del carburante. Ma il legale della Continental, Olivier Metzer è pronto a portare sul banco dei testimoni circa venti persone pronte a giurare che il principio d’incendio fosse già in atto, prima del contatto con l’elemento di titanio che giaceva sulla pista. Quinn è convinto che l’inchiesta sia viziata dalla convinzione che ci sia un legame unico tra incendio e il corpo metallico. Il legale chiederà l’annullamento del processo per mancanza di sufficienti prove a discarico, che avrebbero dovute essere inserite nel procedimento come prevede la legge. Quinn è convinto che si sia scelto di puntare il dito sul Concorde per evitare di coinvolgere Air france che avrebbe invece delle responsabilità evidenti.

L’IMMAGINE

Gli errori della Stroia vengono a galla: si tratta soprattutto di inganni Mi ha colpito la visitazione di un libro raro e antico, nel quale sono raccolti molti discorsi, articoli e lettere di Benito Mussolini. Nel tomo viene esaltata l’immagine della pace e della sana convivenza dei popoli senza razzismi e discriminazioni soprattutto nel lavoro. Solo in uno di questi, traspare la laconica intuizione che l’affiancamento dell’Italia alla Germania di Hitler nelle sue mire espansionistiche, era l’unico modo per evitare che l’Italia fosse invasa e stritolata come gli altri Paesi europei, che caddero come birilli sotto i panzer teutonici. Di personaggi che hanno caratterizzato la nostra Storia ce ne sono molti, ma coloro che hanno lasciato un’impronta indelebile nelle opere, sono coloro che si sono mossi oltre la politica per affermare gli interessi del popolo, finendo per essere gli attori del destino di una Nazione. Il conto che hanno dovuto pagare, nel quale si sono inseriti gli errori propri e le pugnalate degli avversari, lo conosciamo bene. Gli sbagli però nella storia vengono a galla soprattutto come inganni.

Gennaro Napoli

PREVISIONI METEO SBALLATE Temperature in forte rialzo per la fine del 2009 e l’inizio del 2010. Queste erano le previsioni degli esperti, che preannunciavano temperature mai viste e sentite prima. La causa era attribuita a El Nino, un fenomeno climatico che si verifica nell’Oceano Pacifico e che ha influenza sulle condizioni meteorologiche e climatiche a scala globale nel mondo. A causa di questo fenomeno erano state previste temperature particolarmente alte proprio in questo periodo. Invece stiamo assistendo ad un fenomeno totalmente opposto, visto che l’intera Europa è stretta da una morsa di freddo e neve. Ciò dovrebbe indurci a prendere con le molle le previsioni meteo che non vanno al di là

delle 48 ore. A maggio prossimo quando leggeremo o sentiremo che «sarà un’estate calda o asciutta» o «fresca e piovosa», ricordiamo le previsioni fatte per il periodo odierno. La palla di vetro non l’ha nessuno, esclusi i maghi che, per l’appunto... sono maghi.

Primo Mastrantoni

Fatte con lo stampino Di ortaggi bizzarri ne abbiamo già visti: angurie quadrate, pomodori giganti, verdura coltivata nella cassaforte... ci mancavano solo le pere a forma di Buddha! L’originale trovata di un contadino di Weixian, in Cina, ha richiesto ben 6 anni di esperimenti ma alla fine Hao Xianzhang ha brevettato uno stampino nel quale ha infilato le pere e poi le ha appese all’albero

CONFORMISMO IDEOLOGICO Il conformismo fa comodo, agevola relazioni, facilita carriere e alimenta il calore dell’aggruppamento. Molti intellettuali sono affascinati dal mito rivoluzionario e dalle dittature. Numerose persone di sinistra sono antifasciste, ma non antitotalitarie: non riconoscono la natura tirannica dell’ideologia comunista. L’illusoria ipotesi collettivista è stata boccia-

ta dalla sua realizzazione, come dimostrano i regimi dittatoriali assassini che s’instaurarono in Urss, Cina, Vietnam, Corea del nord, Cambogia, Europa dell’est, America latina, Africa, Afghanistan. Il comunismo realizzato è morto, eppure permane l’utopia comunista. Il fideismo d’intellettuali può battere la ragione. Sulle purghe staliniane, Bertolt Brecht

affermò: «Più innocenti sono, più meritano una pallottola in testa». Joan Baez brindò con i dirigenti nordvietnamiti, laotiani e cambogiani, che assassinarono e torturarono oppositori e religiosi. Gli intellettuali discriminano e ostracizzano i solitari e gli autonomi, che ragionano con la propria testa: il branco culturalmente corretto infierì su H. Arendt. Fu

emarginato R. Aron - meritevole per la denuncia del totalitarismo comunista; mentre fu esaltato J. P. Sartre, che minimizzò i crimini sovietici e occultò gli orrori dei gulag. L’intellettuale marxista è prevenuto, per fedeltà all’ideologia: nell’affermazione di P. P. Pasolini «Io so, ma non ho le prove», il giudizio degrada a pregiudizio.

Gianfranco Nìbale


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Separato da te e da voi Sento quanto sei stanca. Io sono presso di te e presso di voi, se anche mi trovo in una cella e dietro sbarre di ferro, separato da te e da voi. Quanto mi rallegro della tua sensibilità per la musica! Sai come ti chiamavo sempre per scherzo? Come comprendevo che - quantunque tu ti dicessi priva del senso musicale - ciò che nella musica vi ha di demoniaco, di profondamente mistico, ti colpiva profondamente? Tu lo afferravi solo istintivamente - per amor mio - ma anche perché nell’azione della musica c’è in generale un elemento formidabile e per così dire fisiologico. Vorrei rivolgere la vostra attenzione sulla gioventù; dovete avere sempre dinnanzi agli occhi il pensiero di provvedere ad essa con buone letture, anche oggi e oggi più che mai. Riflettete su ciò con molta serietà. Tu sai, voi tutti sapete, quanto ciò mi stia a cuore. A te la questione si indirizzano i miei pensieri sovente, ora che posso dedicarmi di nuovo ai libri profondamente - sia pure un quarto d’ora per volta. Il tuo giorno natalizio è passato, come è andato? Quante pene hai dovuto sopportare in questo anno! Se almeno io avessi potuto lievemente carezzare la tua povera afflitta testolina! E non ti posso donare nulla, e nulla anche nei prossimi anni. Karl Liebknecht a Rosa Luxemburg

ACCADDE OGGI

RU486. ACQUISTO CLANDESTINO IN INTERNET? Le vendite illegali e clandestine di farmaci attraverso Internet sono realtà quotidiana che, a livello nazionale e mondiale, le autorità cercano di contrastare con informazioni e avvertenze sulla pericolosità di questi acquisti. A meno che non si abiti in un Paese in cui questo è consentito e i farmaci venduti siano a loro volta consenti. Non è il caso dell’Italia, purtroppo, per nessun tipo di farmaco, sia quelli con ricetta sia quelli che sono fuori del circuito delle pubbliche farmacie. Quest’ultimo è il caso della pillola abortiva Ru486. È di questi giorni l’allarme del sen. Maurizio Gasparri che, nel suo abituale furore, ha avuto modo anche di cercare le colpe dell’Aifa: «Nell’esposto farò presente le responsabilità che si è assunto il direttore dell’Aifa, dottor Guido Raisi, che talvolta ha affrontato con superficialità questo tema». Così il capogruppo del Pdl al Senato, per presentare il suo esposto subito raccolto nel merito dal ministro della Salute e, soprattutto, dalla sottosegretaria Eugenia Roccella. Il sen. Gasparri e i suoi compagni di cordata “se la dicono e se la cantano” con un solo obiettivo: intimorire le donne che decidono di abortire e limitare la loro libertà di scelta rispetto al metodo di interruzione della gravidanza non desiderata. Ma quale donna andrà mai a comprarsi su Internet la pillola Ru486 che dovrebbe trovare gratuitamente in tutti gli ospedali in cui si praticano gli aborti? Perché Gasparri e compagni non sono intervenuti con altrettanta fo-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato

3 febbraio 1913 Viene ratificato il XVI emendamento, della costituzione degli Stati Uniti, che autorizza il governo federale a imporre e incassare la tassa sul reddito 1916 L’edificio del parlamento canadese viene distrutto da un incendio 1917 Prima guerra mondiale: gli Stati Uniti rompono le relazioni diplomatiche con la Germania 1941 Seconda guerra mondiale: i nazisti reinstaurano con la forza Pierre Laval come capo della Francia di Vichy 1954 Nasce Simone Boscardi imprenditore italiano in Sudan 1957 Prende avvio sulla rete Rai il Carosello 1959 In un incidente aereo perdono la vita Buddy Holly, Richie Valens e The Big Bopper. La data divenne nota come “Il giorno in cui morì la musica” 1966 La navetta sovietica Luna 9 effettua il primo allunaggio 1969 Yasser Arafat viene nominato capo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

ga e denuncia per farmaci - questi sì che correntemente si vendono attraverso Internet ed hanno ampio mercato (tipo aspirina o antidolorifici vari)? È evidente che il motivo non è la tutela della salute della donna, bensì un’ulteriore occasione per cercare di mettere i bastoni fra le ruote a ospedali e medici che applicano la legge, non a caso è stata tirata in ballo l’Agenzia italiana del farmaco che, nella fattispecie sollevata dal nostro, nulla c’entra. Non solo. Ma siccome è di moda nel centrodestra prendersela con Internet per tutti i loro problemi, accusare la Rete di fomentare illegalità con connivenze istituzionali (Aifa), fa sempre tendenza e medaglia al merito per la lotta contro libertà di espressione e libertà di scelta.

Donatella Poretti

UNA NUOVA SENSIBILITÀ La Confindustria, dalla Marcegaglia a Montezemolo, ritiene la valenza del futuro in due vie parallele: il dialogo con le istituzioni e lotta alla mafia e al pizzo senza precedenti, con riferimento stretto ai provvedimenti contro gli imprenditori che non la denunciano. La questione lavorativa pura però richiede una maggiore sensibilità come dice giustamente il Pontefice, in quanto, indipendentemente dal fatto che la politica attuale della Fiat in materia licenziamenti lascia molto perplessi, si dovrebbero introdurre delle chiari azioni a sostegno di coloro che perdono il lavoro e non possono assicurare il sostentamento familiare.

APPUNTAMENTI FEBBRAIO 2009 SABATO 6, ORE 17, MESAGNE AUDITORIUM DEL CASTELLO Convegno Udc, “Sviluppo del Mezzogiorno ed Enti Locali”. Interverranno: Vito Briamonte, Angelo Sanza, Ignazio Lagrotta, Euprepio Curto, Massimo Ferrarese. Conclude: Ferdinando Adornato. VENERDÌ 26, ORE 11, ROMA PALAZZO FERRAJOLI Convocazione Consiglio Nazionale dei Circoli Liberal. SEGRETARIO

Br

Anselma Dell’Olio, Alex Di Gregorio Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani, Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari, Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Aldo G. Ricci,

Direttore da Washington Michael Novak

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Collaboratori

Adriano Mazzoletti, Gabriella Mecucci,

Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati,

Roberto Mussapi, Francesco Napoli,

Robert Kagan, Filippo La Porta, Maria Maggiore, Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Andrea Margelletti,

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Nicola Fano, Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Stefano Zaccagnini (grafica)

AGRICOLTURA IN CRISI (IV PARTE) Dalla crisi dell’agricoltura si può uscire o più poveri o più forti e in molti modi. Potrebbe prevalere l’idea che la battaglia per il recupero della funzione produttiva dell’agricoltura italiana sia già persa e secondaria, e allora si compirebbe il disegno in corso e si consoliderebbero i poteri speculativi e la rendita improduttiva. L’Italia si avvierebbe ad essere così una grande piattaforma commerciale in pieno Mediterraneo con i cicli produttivi governati dai grandi marchi del “made in Italy”. Potrebbe prevalere un nuovo protagonismo politico determinato dalle spinte sociali ma con risposte egoistiche, di nicchia, in cui piccoli interessi localizzati contratterebbero il proprio destino sociale senza contraddire il quadro generale: perderebbero i consumatori e l’intero Paese. Potrebbe, al contrario, determinarsi una fase in cui le forze democratiche e progressiste potrebbero dare sponda e sostenere le istanze sociali e democratiche più avanzate, determinando il quadro e le condizioni per una riforma generale del sistema agroalimentare, che ricollochi la produzione, la distribuzione e la trasformazione del cibo nel rapporto con i bisogni sociali e non con gli interessi della speculazione e delle multinazionali. Misure generali per affrontare le crisi da indebitamento delle aziende agricole, così articolate: a) adottare strumenti legislativi atti a creare condizioni alle stesse aziende per far fronte al pagamento dei debiti pregressi, anche ancorandoli alla riconversione e riqualificazione; b) realizzare una misura che consenta un accordo con il sistema bancario per l’abbattimento e la ristrutturazione delle esposizioni scadute, favorendone la trasformazione in mutui di lungo periodo c) rendere disponibili le risorse finanziarie dell’Ismea per interventi a sostegno delle azioni finalizzate alla tutela delle aziende agricole, anche quando investite da crisi e sofferenze finanziarie; d) per rendere disponibili le molte somme che gli agricoltori vantano nei confronti dell’Arbea; e) rimuovere gli ostacoli che rendono impossibile l’accesso a risorse finanziarie indispensabili per la produzione Gaetano Fierro, Agatino Mancusi, Vincenzo Ruggiero C I R C O L I LI B E R A L BA S I L I C A T A

Mario Arpino, Bruno Babando,

Ernst Nolte, Emanuele Ottolenghi,

Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi,

Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci,

Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi,

Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi,

John R. Bolton, Mauro Canali,

Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini,

Franco Cardini, Carlo G. Cereti,

Gianfranco Polillo, Loretto Rafanelli,

Enrico Cisnetto, Claudia Conforti,

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Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


PAGINAVENTIQUATTRO Ritratti. Cinquant’anni fa moriva Buscaglione

Freddy, una vita in prestito di Francesco Lo Dico ra un mercoledì 3 febbraio, proprio come oggi. Ed era un’alba. Da una parte, all’incrocio tra via Paisiello e viale Rossini, c’è una Thunderbird che scivola sull’asfalto. Dall’altra un camion Lancia carico di porfido. Di qua, un uomo che ha appena finito di lavorare. Di là, un giovane che ha appena iniziato. L’urto è violento, l’auto ha la peggio. Accorrono un passante e un metronotte. Si ferma anche un autobus che carica l’uomo, e si lancia in una folle corsa verso l’ospedale. Fu così, in quel livido inverno di cinquant’anni fa, che se ne andò Fred Buscaglione. Un banale incidente come tanti, forse. O forse solo lo schianto di un artista che correva troppo veloce, per non frantumarsi contro quell’Italia degli anni Cinquanta. La Signora con la falce lo sapeva: Freddy l’alba la odiava. Era il momento più distante dal suo bicchiere, dalla notte tenera che nel fondo di un whisky sapeva mettere il cielo di un bar, insieme al rammarico di una donna perduta. E alle prime luci del mattino se lo porta con sé. Resta il suo bolide color lilla a luccicare per metà. L’altra inghiottita nel fianco di un tir. Più che un documento del tempo, una foto di scena tratta di peso da Hollywood. Sembra esserci stato Jacques Tourneur, a girare il biopic di Buscaglione. Si parte con il social drama. Padre imbianchino, madre portinaia che strimpella il pianoforte, Freddy è un ragazzo solare quanto vuoi, ma povero e un po’ indisciplinato. I genitori lo indirizzano al mestiere di fattorino, lui invece ama la musica. E lei lo ricambia subito. Più precoce di Shirley Temple, mette piede nei locali notturni e strappa applausi: canta, suona basso, pianoforte, violino e tromba. Più che un bimbo è già un jazzista con il fiato al brandy e la faccia da schiaffi. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, la sua vita potrebbe diventare una di quelle anonime alla John Houston. Come in Why we fight, dove si muore e nessuno sa il tuo nome. E invece no. Il suo dramma bellico assomiglia a un musicarello di Celentano. Lo mettono su un palco, a sollevare il morale delle nostre truppe.

E

Il Busca non è tipo da alzabandiera. È troppo divertente, per morire così presto. Lo capiscono anche gli americani quando lo fanno prigioniero. Lacrime amare? Macché, il giovanotto entra subito nell’orchestra alleata di Cagliari. Mentre tutti sono impegnati a morire, lui prende appunti per lo swing. Finita la guerra, entrano nel suo repertorio bulli e pupe di Chicago, risse e alcol, macchiette e gangster alla Scarface. Sulle

Nella foto grande, una foto di Fred Buscaglione, nel tipico look hard-boiled: cappello da gangster e baffi alla Gable. In basso, la copertina di un disco Cetra, casa discografica con la quale debuttò nella canzone

da

HOLLYWOOD

mattonelle luride dei locali in cui suona, in giro per l’Europa, è tutto un ticchettio di suole. Che bambola, Teresa non sparare, Eri piccola così: i frizzi e i lazzi, i fischi insolenti alle belle coscie e le gag da cabaret. Il racconto di Hollywood e l’avanspettacolo. Fred indossa un cappello a falde larghe, baffetti alla Gable e un gessato alla Scarface, e da un momento all’altro ti aspetti che tiri fuori una pistola. Beone e screanzato: le donne lo adorano, gli uomini fanno quello che possono. È come un Fitzgerald che ha imparato il solfeggio. Se Tenera è la notte fosse stato cabaret, sarebbe stato una canzone di Fred Buscaglione. Lui, la malinconia la tiene per quando inforca la sua Thinderbird «criminalmente bella», dopo essersi scolato l’impossibile. Un soggetto perfetto, per

Sette anni di matrimonio tra burrasche e spettacoli fianco a fianco. Poi le corna e i rotocalchi, la fama e le burrasche. Fatima sbatte la porta e se ne va. A Fred si spalanca quella del cinema. Decine di film, lo stesso personaggio: un irresistibile spaccone che trancia in due la morale. Un animale da night, che arriva direttamente sul set senza neanche passare dal letto. E quando ci passa è solo per roba fugace. E poi la tv, la pubblicità, la radio. Dappertutto c’è Fred, Fred il duro. Come un Marlon Brando che sa raccontare le barzellette.

Quando scomodi i miti, il cinema esige il pizzo. Siamo al turning point che nei film di Hollywood tracciano la discesa. I più attenti sentono af-

Aveva sempre odiato l’alba. Era il momento più distante dal suo bicchiere, dalla notte tenera che nel fondo di un whisky sapeva mettere il cielo di un bar, insieme al rammarico di una donna perduta una dark lady. La sua la incontra a Lugano. Si chiama Fatima, maghrebina, pelle di luna. Fa l’acrobata e la contorsionista, ma le migliori doti da funambola deve tirarle fuori per resistere alla corte del Busca. Stecchita. I suoi genitori la menano con la storia del bianco usurpatore. Fred risolve il conflitto multietnico a modo suo. La scena dell’amore, a metà del copione, è questa: in una notte di neve Fred se la porta via su una slitta trainata da un cavallo. Fu così che andò.

fiorare nelle sue ultime canzoni una vena malinconica. Guarda che luna, Love in Portofino, Non partir. Un po’di crepuscolo, l’ombra di Fitzgerald che incombe nel suo whisky. Fred ha trentotto anni e qualcosa si è spezzato. È il tempo dell’eroe che sogna il cambiamento, ma è troppo solo per farlo. Una sterzata serve. «Voglio tornare a essere Ferdinando Buscaglione, basta con Fred il duro», dice a Stampa Sera. Tre settimane dopo è a bordo della sua Thunderbird, a quell’incrocio tra via Paisiello e viale Rossini, quartiere Paioli. Uno schianto se lo porta via in quel 3 febbraio 1960. È l’alba di un altro giorno, e quella del boom. Ma Fred di quel mondo sapeva già tutto.

2010_02_03  

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