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Il vizio del capitalismo

di e h c a n cro

è la divisione ineguale dei beni; la virtù del socialismo è l’eguale condivisione della miseria

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Winston Churchill di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • SABATO 30 GENNAIO 2010

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Scajola incontra i rappresentanti dei lavoratori. Bonanni: «Fare di tutto per salvarli». Marcegaglia: «Non difendiamo i siti inutili»

Ma la Fiat è ancora Italia?

Riunione fiume di governo e sindacati.Appello al Lingotto perché ceda la struttura siciliana. Ragionevole.Il fatto è che finora nessuno ha tenuto conto che ormai comanda la globalizzazione di Alessandro D’Amato

Dopo il caso-Puglia

ROMA. Da ieri la Fiat non

Se alla fine le primarie affondano il Pd

è più «naturalmente filogovernativa», come invocava l’Avvocato: la querelle per salvare Termini Imerese ha portato a un aut-aut al Lignotto. Sul terreno ci sono tante soluzioni possibili per salvare lo stabilimento siciliano, bisogna che Torino faccia la sua parte, ha minacciato Scajola.

di Enrico Cisnetto aneggiare con cura. Il “caso Puglia” ci ricorda che la democrazia è cosa troppo seria, delicata e preziosa per potersene permettere un uso meno che accorto. A chi ha sottolineato l’anomalia dell’uso delle primarie per scegliere il candidato del Pd, è stato ribattuto che non c’è nulla di meglio che consultare democraticamente la base elettorale per scegliere il proprio candidato ad una qualsiasi elezione. Vero, teoricamente. Ma a parte il fatto che allora non si capisce perché il criterio non sia stato adottato ovunque, in modo uniforme e condiviso, ci sono almeno due ordini di motivi per cui questa scelta si è invece rivelata una sciagura. Il primo riguarda le modalità dello strumento primarie, ed è questione che si era già manifestata nelle precedenti occasioni – la scelta di Prodi candidato per le politiche 2006 e quelle di Veltroni e Bersani per la segreteria del Pd – negli stessi identici termini: la mancanza di regole che diano certezza di trasparenza a votazioni e scrutini. Bastava copiare modalità e regole americane, ma si sono inventate le primarie all’italiana, dove chiunque si presenti ai seggi e dichiari in autocertificazione di essere un elettore del Pd può votare, e magari anche più volte. E se sono opache le modalità a monte (il voto), figuriamoci i controlli a valle (lo scrutinio).

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Il mito infranto del personaggio creato da Salinger

Holden: non fu vera gloria

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IL DESTINO DI TERMINI IMERESE

PARLA LO STORICO GIUSEPPE BERTA

Libero mercato in libero Stato

«È finito il mito dell’italianità»

di Carlo Lottieri

di Vincenzo Bacarani

a senso contestare la Fiat quando, attraverso i suoi amministratori, dichiara che l’impianto di Termini Imerese non è in condizione di aiutare l’azienda a reggere in questa fase difficile, ma anzi rappresenta un problema da superare? Se a Torino vogliono mettere la parola “fine”alla loro presenza in Sicilia, non c’è nessuno in grado di opporre buoni argomenti economici.

on è più tempo di italianità a ogni costo, dice Giuseppe Berta, uno dei massimi storici della Fiat: «Siamo usciti da questa definizione nel momento in cui l’amministratore delegato Sergio Marchionne ha potuto dare vita a un nucleo globale dell’auto. Questo sta inevitabilmente cambiando tutto: la preoccupazione oggi è di essere credibile nel mondo, non solo in Italia».

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La Cei contraddice Berlusconi

«Immigrato non vuol dire criminale»

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È stato l’icona preferita da una generazione che prima si è scoperta adolescente e poi si è persa. Ne discutiamo con Alfonso Berardinelli, Raffaele La Capria e Gordon Poole Francesco Lo Dico • pagina 12

Le toghe cercano mediazioni. Alfano: «Le leggi le fa il Parlamento»

I giudici cercano la pace «Processi lenti: sì alla riforma, ma basta offese» di Errico Novi

Giuseppe Cascini, Anm

ROMA. I giudici provano a

Monsignor Crociata: «Gli italiani non commettono meno reati degli stranieri. E in politica è giusto scegliere chi difende i valori della famiglia» Guglielmo Malagodi • pagina 7

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I QUADERNI)

«Nessuno scontro, ma siamo a disagio»

tendere la mano al governo sulla riforma della giustizia: all’inaugurazione dell’anno giudiziario, per bocca del procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, le toghe si sono dette disposte a discutere il processo breve («I procedimento sono troppo lunghi», hanno ammesso), ma hanno chiesto più rispetto dalla politica.

• ANNO XV •

Filippo Berselli, Pdl

«Cambieremo la Carta, si rassegnino» Franco Insardà • pagina 5

a pagina 4 NUMERO

20 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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pagina 2 • 30 gennaio 2010

Trattative. Scajola incontra le parti per salvare Termini Imerese: «I posti di lavoro prima di tutto», dice Bonanni

Detroit non è in Sicilia

Ormai il «caso Lingotto» riguarda il rapporto fra una multinazionale e l’interesse nazionale: forse governo e sindacati non l’hanno capito di Alessandro D’Amato

ROMA. «Senza adeguati incentivi, le fabbriche rischiano di chiudere». Il rinnovo degli incentivi «è una scelta del governo. Faccia quel che deve fare ma se non si continua ovviamente scenderà la domanda e se questa scenderà noi perdiamo volumi e chiudiamo stabilimenti. Non bisogna fermare la produzione». Parole e musica di Sergio Marchionne, e la data non è per niente sospetta: fine settembre 2009. Probabilmente ha torto, l’amministratore delegato della Fiat, quando dice di aver informato per tempo il governo della Cassa Integrazione per gli operai in programma alla fine del mese. Ma ha ragione quando ricorda che questa situazione, nei suoi termini era generali, ampiastata mente annunciata dall’azienda in tempi nei quali si vedeva che il mercato dell’auto stava rinculando, e che presto si sarebbe arrivati alla situazione di oggi.

Anche ieri è stata una giornata di parole. Ha cominciato Raffaele Bonanni della Cisl, dicendo che la decisione della Fiat di chiudere lo stabilimento di Termini Imerese va combattuta «in ogni modo possibile»: «Quando abbiamo di fronte la perdita di posti di lavoro, la cui difesa è l’essenza dell’azione sindacale, siamo disposti a tutto per scoraggiare l’azienda». Ha risposto, idealmente, il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia: «Mantenere bloccate delle imprese che non stanno sul mercato è un costo per le aziende e per il Paese - ha detto la presidente di Confindustria -. Non possiamo rimanere bloccati su quello che c’è e che non vuole nessun cambiamento». D’altra parte, il min-

Occorre separare le scelte di Marchionne e quelle dell’interesse generale

Il futuro dell’auto è segnato Libero mercato in libero Stato di Carlo Lottieri a senso contestare la Fiat quando, attraverso i suoi amministratori, dichiara che l’impianto di Termini Imerese non è in condizione di aiutare l’azienda a reggere in questa fase difficile, ma anzi rappresenta un problema da superare? Se a Torino vogliono mettere la parola “fine” alla loro presenza in Sicilia, non c’è nessuno – politico o sindacalista – in grado di opporre buoni argomenti economici. Non che Sergio Marchionne sia infallibile, ovviamente; ma certo si tratta di un uomo che conosce il mercato e la sua azienda, ha il polso della situazione e se pensasse che Termini rappresenta un’opportunità, di sicuro non se la lascerebbe sfuggire.

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che l’Italia rimanga per le automobili di Torino una specie di mercato “garantito”. Se la Fiat non è più nazionale della Renault o della Honda, le amministrazioni non devono avere alcun occhio di riguardo quando acquistano vetture o progettano treni e metropolitane. E questo deve valere fin da ora, di fronte al drammatico caso della cittadina palermitana. Per giunta, all’indomani di sostanziosi aiuti che la Fiat ha chiesto e ottenuto, la politica è più che legittimata a pretendere dall’azienda che quegli impianti siano messi a disposizione di chiunque voglia utilizzarli: si tratti di un gruppo dell’India, della Cina o di chissà dove. Può darsi che nessuno si faccia avanti, ma il tentativo va fatto e la Fiat – a questo punto – deve accettare l’idea che possano esserci un competitore all’interno dei confini italiani. Invece che forzare a restare chi ha già deciso per un futuro diverso, i “tavoli” che si susseguono e che vedono incontrarsi l’azienda, il governo e i sindacati dovrebbero collocare ogni discussione entro un quadro che prenda atto davvero della competizione sovranazionale e che quindi induca tutti – a partire dalla Fiat – ad accettare la sfida fino in fondo.

Oltre agli aiuti, va anche rigettata l’idea che un solo Paese resti per Torino una specie di guadagno “garantito”

D’altra parte, non per propria scelta ma in seguito a trasformazioni generali a cui non ha potuto sottrarsi, la Fiat è ormai un’impresa destinata a guardare al mondo come al proprio ambito di riferimento. Se c’è stato un tempo in cui da corso Marconi si sosteneva che l’interesse della Fiat era l’interesse dell’Italia, non è più così. Ed è bene per la stessa azienda che essa non si sottragga a quei processi di delocalizzazione che portano a produrre il motore in un continente, la carrozzeria in un altro e via dicendo. Tutto ciò al fine di realizzare un prodotto che, per costo e qualità, sia in grado di soddisfare i consumatori e quindi di garantire un futuro all’impresa. È però egualmente vero che se l’azienda gioca la carta della globalizzazione, lo stesso devono fare il governo, i sindacati e le istituzioni locali. Questo vuol dire molte cose, ma in primo luogo significa che va abbandonata la logica degli incentivi e degli appelli alla “italianità”. Se la Fiat intende lasciare la Sicilia e investire nell’Europa orientale o altrove, la sua scelta è del tutto rispettabile. Ma allora bisogna anche smettere di usare il pretesto dell’ecologia o della crisi globale per trasferire soldi dai contribuenti agli azionisti che posseggono titoli Fiat. Se oggi essa è globale esattamente come tutte le altre maggiori aziende di questo e altri settori, il rubinetto dei favori di Stato va chiuso una volta per tutte. Oltre agli aiuti va anche rigettata l’idea

L’ipotesi che a Termini venga a produrre autovetture un altro player multinazionale dovrebbe essere attentamente valutata soprattutto dalle istituzioni locali, che devono fare il possibile per creare un contesto (costo del lavoro, tassazione, burocrazia, e via dicendo) in grado di rendere attraente il fatto di investire lì. Al momento attuale, è forse difficile che quello che la Fiat ha scartato possa interessare altri. Ma molto dipende dal contesto delle regole in cui si trova ad agire. Sotto vari punti di crisi, la crisi di Termini potrebbe servire a capire quanto è difficile la situazione in cui l’Italia si trova e, al suo interno, quanto è ancor più drammatica la condizione del sistema produttivo meridionale. L’epoca degli investimenti di Stato, dei sostegni pubblici e degli incentivi è tramontata. Riusciremo ad aprire una fase veramente nuova?

stro Scajola, che ieri ha ricevuto i sindacati per «risolvere» la crisi siciliana, ha annunciato che ci sono «sette soluzioni possibili per Termini Imerese». E ha spiegato: «Noi abbiamo tutta l’intenzione di riannodare con la Fiat perché partiamo da due presupposti. Il primo: la Fiat è un valore per l’Italia. La Fiat nel settore automobilistico si è impegnata con prodotti innovativi; è cresciuta in Italia ed è cresciuta nel mondo; dà lavoro a molti italiani ed ha prospettive ulteriori nel campo dell’innovazione. Il secondo pilastro è quello di mantenere l’occupazione e di accrescere la produzione di auto Fiat in Italia». Fa riflettere perché il ministro ha esattamente centrato quali sono i termini della questione, ma le sue conclusioni saranno veramente difficili da realizzare. Come ha scritto il Giornale utilizzando i numeri dell’Unrae, nel solo 2009 il gruppo Fiat ha incassato in incentivi 850 milioni di euro: i bonus dello Stato hanno avuto un peso soprattutto nella vendita di vetture a metano, categoria che beneficiava di un contributo fino a 3.500 euro in base al livello di emissioni di CO2. Sommando questi contributi a quelli per la vendita di vetture con alimentazione a Gpl e con motorizzazioni tradizionali (benzina e Diesel), l’«eco-sostegno» dello Stato al Lingotto ammonta alla fine dell’anno a oltre 750 milioni di euro. L’ecoincentivo per le auto verdi del Lingotto, però, sale se si prendono in considerazione le vetture a metano o Gpl acquistate a fronte di un veicolo rottamato. In questo caso al bonus di 3.500 si deve sommare quello da 1.500 euro, una sorta di super premio, garantiti dalla demolizione dell’auto inquinante. E se, come accade nelle auto ad alimentazio-


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Lo storico Giuseppe Berta e la scontro per la Sicilia

«Con la crisi è finito il mito dell’italianità» «Il Lingotto non ha più l’obbligo di essere filogovernativo: deve rispondere al mondo» di Vincenzo Bacarani

TORINO. . Oltre duemila posti di lavoro in

L’entrata dello stabilimento Fiat di Mirafiori. Qui sotto, Bonanni. A destra, Giuseppe Berta. Nella pagina a fianco, Sergio Marchionne, Emma Marcegaglia, Claudio Scajola e Maurizio Sacconi ne tradizionale, una su tre beneficia del bonus rottamazione, lo stesso potrebbe valere per i veicoli ecologici di Torino: uno su tre si sarebbe assicurato il super premio di 1.500 euro: circa 70mila unità, ovvero altri 100 milioni.

Questo, oltre alla Cig, è soltanto una parte dell’aiuto che l’anno scorso lo Stato italiano, con i soldi dei contribuenti, ha fornito alla Fabbrica Italiana Automobili Torino. Questo le ha consentito, come diceva Scajola, di crescere in Italia e nel mondo. Una scelta antica quanto lo slogan «Ciò che è bene per Fiat è bene per l’Italia» che ci ha fatto ingoiare negli anni di tutto: dai soldi delle tasse finiti nelle rottamazioni o per aprire stabilimenti Fiat nel Mezzogiorno, fino all’obbligo “nazionale”di tifare Ferrari. E le ha permesso di perseguire il piano di diventare “too big to fail” con l’acquisizione di Chrysler all’inizio dell’anno scorso, quando si sono gettate le basi per la situazione che si vive oggi. All’epoca Fiat, particolarmente esposta sulle auto piccole e con mercati limitati (gli utili arrivano praticamente solo da Italia e Brasile), era una vittima designata, ma ha sfruttato al massimo la forza relativa di cui godeva in quel momento. Il Lingotto non aveva un modello di gestione diverso dalle sue prede, né risentiva meno della crisi, né possedeva qualche ritrovato tecnologico che le fornisse un duraturo vantaggio competitivo, ma non aveva tanti debiti, né urgenza di trovare aiuto all’esterno, per cui trattava da una posizione di

forza. Di qui la fretta di Marchionne: il rischio era che la situazione si ribaltasse e che il Lingotto potesse finire inglobato in un gruppo più ampio. Fiat si stava giocando l’unica carta per la propria sopravvivenza, gestendo i soldi che i vari governi gli hanno dato per salvare sé stessa e i loro campioni in disarmo. Per questo oggi Fiat si può permettere di gestire la situazione da una posizione di forza: è cresciuta ed è diventata una multinazionale vera.

Come? Al tempo delle trattative con Opel e Chrysler, sulla Rete si ironizzava suggerendo un nuovo acronimo per la casa torinese : “Funded (by) Italian (and) American Taxpayers“. Si sa, nell’ironia e nel sarcasmo c’è sempre un fondo di verità. E per questo le parole di Scajola (e gli echi di Sacconi, che lega la concessione degli incentivi al mantenimento degli stabilimenti produttivi) difficilmente porteranno a risultati concreti nel medio-lungo periodo: ormai Fiat ragiona da grande. E poco conta che per diventarlo si è sfamata con i soldi dei governi: ormai lo è. Continuare a pretendere attenzione alla realtà locale è un pio desiderio nei rapporti con una multinazionale. Anzi: gli esecutivi farebbero bene, invece, a prendere atto della mutata situazione e a trarne le legittime conseguenze. Smettendo di drogare il mercato e favorendo invece la libera concorrenza nel settore automobilistico, e utilizzando i denari per investire in campi dove i risvolti per l’occupazione, in occidente, hanno ancora dei margini, oppure aiutando direttamente chi perderà un lavoro senza futuro a trovarne uno con l’avvenire assicurato. In una parola, prendere atto che i tempi del motto “Ciò che è buono per Fiat, è buono per il paese” sono ormai finiti. Sempre che siano veramente esistiti.

serio pericolo, uno stabilimento già avviato sulla strada di una chiusura annunciata ufficialmente agli inizi del 2012 (Termini Imerese in Sicilia), un altro appeso a un filo (Pomigliano d’Arco in Campania) quest’ultimo con un programma di “ristrutturazione” che - secondo i sindacati - non promette nulla di buono, cassa integrazione per due settimane in tutti gli stabilimenti italiani. La Fiat è di nuovo al centro dell’attenzione del mondo politico e sindacale. Il ministro allo Sviluppo economico, Claudio Scajola, sta esercitando in questi giorni una pressione sui vertici del Lingotto affinché rivedano la loro strategia di politica industriale. Il presidente di Fiat Group, Luca Cordero di Montezemolo, assicura che l’azienda torinese è pronta al dialogo e non intende esercitare alcuna forma di pseudo-ricatto per ottenere altri incentivi per l’auto. Ma la situazione certamente è molto seria e lo scenario prossimo venturo che sta presentando la più grande industria italiana non è certo rassicurante. Quali sono le reali intenzioni del gruppo? Siamo di fronte a un fallimento della politica industriale che la Fiat ha portato avanti negli ultimi decenni investendo nel Mezzogiorno? Come potrà essere il prossimo futuro? Lo abbiamo chiesto a Giuseppe Berta, professore associato di Storia contemporanea all’Università Bocconi di Milano, tra i fondatori dell’Associazione di Storia e Studi dell’Impresa e profondo conoscitore della Fiat. Professore, quali possono essere le cause di questo cambiamento di strategia della Fiat? Siamo di fronte a una situazione in cui i rapporti tra l’azienda torinese e l’Italia sono mutati. In che senso? Ricordo una battuta dell’avvocato Agnelli, una battuta che conteneva tuttavia la verità. La Fiat – soleva ripetere – è governativa per necessità e per natura. Ecco, oggi non è più così. Siamo usciti da questa definizione nel momento in cui l’amministratore delegato Sergio Marchionne ha potuto dare vita a un nucleo globale dell’automobile. Questo sta inevitabilmente cambiando tutto in Italia. Vuol dire che un’espansione di Fiat all’estero comporta una riduzione della produzione nel nostro Paese?

Marchionne sa che deve avere un occhio di riguardo nei confronti dei mercati anglosassoni. Deve essere coerente fino in fondo e non può permettersi di fare sconti a nessuno, tantomeno all’Italia. Chiudono gli stabilimenti all’estero e chiudono gli stabilimenti da noi. La preoccupazione della Fiat oggi è di essere credibile a livello globale non facendo sconti a nessuno. La chiusura di Termini Imerese comporta però non pochi problemi a livello sociale. Parliamoci chiaro: Termini Imerese produce in perdita perché ha una struttura logistica inadeguata. Assemblare un’auto in quello stabilimento ha costi superiori rispetto ad altri siti. Se l’azienda del Lingotto vuole essere credibile non può fare altrimenti. Quale può essere il destino alternativo dello stabilimento siciliano? Non credo a produzioni alternative all’auto in quella zona che ha molti problemi di carattere logistico. Credo che sarebbe invece praticabile attrarre un’industria automobilistica straniera che potrebbe avere interessi a occupare una certa zona di mercato e, soprattutto, che potrebbe essere interessata a entrare in Italia. E non credo che la Fiat si spaventerebbe più di tanto, visto che è proiettata ormai su un’ottica globale della produzione automobilistica. Siamo di fronte a un fallimento di una politica industriale che ha investito molto negli ultimi decenni nel Mezzogiorno con appunto Termini Imerese, Pomigliano d’Arco e Melfi? Fallimento? No. Direi piuttosto che si è chiusa un’epoca di politica industriale. Tenere in vita stabilimenti in Italia che non sono più produttivi sarebbe una smentita a una strategia operata da Marchionne per far uscire la Fiat sullo scenario globale. Se poi si vuole approfondire ancora di più l’analisi di questa situazione, si può tranquillamente dire che l’Italia per l’industria dell’auto ha fatto molto meno degli altri Paesi europei. Basti pensare ai sostanziosi investimenti di Francia, Germania, Gran Bretagna per dare aiuto e sostegno al sistema produttivo. In Italia questo sostegno, chiaro e senza indugi, non c’è mai stato. Se vogliamo, lo scenario che si prospetta ora è figlio anche della mancanza di una politica economica dei governi.

Parliamoci chiaro: Termini Imerese produce in perdita perché ha una struttura logistica inadeguata. Fare auto lì costa più che altrove


politica

pagina 4 • 30 gennaio 2010

Sistema al collasso. Toni costruttivi all’inaugurazione dell’anno giudiziario. Alfano: «Presto la riforma, non possiamo arrenderci»

Giudici (in cerca) di pace «Contrasti non più tollerabili», dicono il pg di Cassazione e Mancino. Il primo presidente: «Basta magistrati nei talk show» di Errico Novi

ROMA. Cosa si vuole di più, di fronte a un procuratore generale di Cassazione che dice persino sì al processo breve, o comunque a qualsiasi legge che favorisca la ragionevole durata, «a patto che siano stanziate risorse per tutto il sistema»? Cos’altro possono aspettarsi, il governo e la sua maggioranza, dopo che il primo presidente della Suprema corte Vincenzo Carbone ammonisce le toghe sulla «eccessiva partecipazione ai talk show, a processi mediatici che pretendono di sostituire le aule processuali vere e proprie»? Le relazioni d’apertura svolte presso la Cassazione dai due alti magistrati confermano che è solo una parte dei giudici ad alimentare il vento della protesta. «Serve il metodo del confronto», ricorda anche il vicepresidente del Csm Nicola Mancino, e il clima che si respira è indiscutibilmente positivo. Seppur appesantito dai numeri pazzeschi che Carbone sciorina con evidente sadismo (l’Italia è ferma al 150esimo posto in quanto ad efficienza della macchina, scalzata anche dall’Angola) e dalla netta affermazione del primo presidente Vitaliano Esposito: «È il sistema nel suo complesso a non essere più in grado di rispondere alla domanda dei giustizia». Cosicché il ministro della Giustizia Angelino Alfano non può fare a meno di riconoscere l’equilibrio delle parole pronunciate prima del suo intervento, e di rivolgere con tono di sfida il suo estremo appello: «Non ci rassegnamo, il Paese non merita questa resa, e noi non intendiamo acquietarci a questa logica della conservazione».

Ecco, la vera inquietudine forse non deriva nemmeno dalle statistiche agghiaccianti di Carbone o dalle sentenze senza appello di Esposito, e nemmeno dagli inevitabili richiami di Mancino («basta conflitti tra Se Procure»). un’inquietudine deve esserci è proprio in quel piccolo passaggio della relazione di Alfano sulla «conservazione» e nell’estremo atto di protesta a cui si abbandonerà oggi, nella seconda giornata di celebrazioni, una parte

delle toghe, invitata dall’Anm a lasciare le aule con la Costituzione in mano non appena prenderà la parola il rappresentante del governo. Tutte e due le posizioni – anche quella del guardasigilli – rimandano a un’interminabile partita, in cui

Non senza soffermarsi sui «comportamenti scorretti di alcuni colleghi» che vanno «denunciati», per consentire alla stessa magistratura di marginalizzare e, nei casi più gravi, «espellere dal suo seno chi non è degno di svolgere l’altissima funzione della quale è investito». Con tono più prosaico, il primo presidente della Suprema corte Vincenzo Carbone ricorda con che razza di disagi si debba fare i conti ogni giorno:

carenza di filtri, al numero eccessivo di avvocati, alla mancata maturazione di alternative al ricorso al giudice».

Poi vengono i numeri e quelli hanno il loro indubbio potere terrifico: «Il ministero della Giustizia ha pagato, fino al 2009, 150 milioni di euro di risarcimento per la legge Pinto, ha un debito ancora esistente, fino al 2008, di 86 milioni di euro, e per il solo anno 2009 sono

Anche la Cei chiede di «superare i conflitti». Ma oggi Md e altre componenti usciranno dalle aule con la Costituzione in mano per contestare l’esecutivo

ciascun giocatore rilancia sempre la palla nel campo altrui. Maggioranza e magistratura associata fanno sponda sulle reciproche contraddizioni per giustificare il mancato varo della grande riforma, da un lato, e per nascondere le proprie ritrosie conservatrici dall’altro. È difficile liberarsi completamente del sospetto, per esempio, che all’esecutivo faccia comodo tenere ben rinserrata in fondina l’arma del grande riordino costituzionale, con l’intendo di tenere così a bada gli slanci più estremistici della magistratura.

Passaggi come quello di ieri dovrebbero certo inchiodare ciascuno alle proprie responsabilità. «I contrasti tra foro, magistratura e classe politica non sono più tollerabili», dice il pg di Cassazione.

«Lavoriamo per consentire a ciascun consigliere un tavolo e una sedia per l’esame dei ricorsi. Può sembrare un’ovvietà, ma allo stato è ancora solo una speranza». Al di là rari casi di indegnità, dunque, la maggioranza dei giudici lavora sodo, e i pur notevoli costi che si pagano ogni anno per risarcire i cittadini dell’irragionevole durata dei processi «non possono essere addebitati a una pretesa improduttività dei giudici», dice Carbone. D’altronde «non si può al tempo stesso avere il primato di sentenze pro capite tra le Corti supreme d’Europa e processi più lenti che in Gabon». Il problema non è nell’indolenza degli addetti ai lavori ma in difetti strutturali, dagli «abusi nel ricorso al processo, alla

già stati contratti 31 milioni di debiti, per un totale di 267 milioni». L’esercizio statistico an-

nuncia in realtà aggravi mostruosi per il sistema produttivo: «I ritardi costano tantissimo alle imprese del Nord», prosegue Carbone, «ogni anno le aziende lombarde sono penalizzate dalla lentezza dei processi per un totale di 454 milioni di euro. Seguono le imprese del Lazio con 305, quelle della Campania con 244, dell’EmiliaRomagna con 199, della Toscana con 160, della Puglia con 159». Sarebbe un ottimo argomento di campagna elettorale, se non fosse che tutti gli schieramenti sono chiamati a rispondere dalla requisitoria del primo presidente di Cassazione: «Non si può andare avanti a piccoli passi e cambiando strada continuamente: il ricorso a riforme legislative asistematiche provoca effetti diversi da

Intanto il Papa chiede «prudenza, ma anche giustizia e fortezza» CITTÀ DEL VATICANO. Il Papa ha ammonito il Tribunale della Sacra Rota Romana, in occasione dell’inaugurazione del suo anno giudiziario, a non indulgere nell’annullamento dei matrimoni per «accondiscendenza ai desideri e alle aspettative delle parti, oppure ai condizionamenti dell’ambiente sociale», e sottolinea che la giustizia «non va confusa con disumana freddezza». Per i fedeli divorziati, insomma, niente scorciatoie per essere riammessi ai sacramenti, ma piuttosto l’invito a tornare insieme, «ove si intraveda una speranza di buon esito». Per Benedetto XVI, c’è il rischio che, lasciandosi prendere da questioni contingenti, nel giudizio sulle cause di nullità dei matrimoni, venga «più o meno oscurata l’essenza stessa del matrimonio, radicata nella natura dell’uomo e della donna, che consente di esprimere giudizi oggettivi sul singolo matrimonio». La riammissione alla Comunione eucaristica, ha aggiunto, «è un bene altissimo che si può concedere tenendo conto dell’autentico bene delle persone, inscindibile dalla verità della loro situazione canonica. Sarebbe un bene fittizio – ha proseguito Ratzinger - oltre che una grave mancanza di giustizia e di amore, spianare loro in ogni caso la strada verso la ricezione dei sacramenti, con il pericolo di farli vivere in contrasto oggettivo con la verità della propria condizione personale». Per questo, Benedetto XVI ha esortato gli “operatori del diritto” a esercitare le «virtù umane e cristiane della prudenza e della giustizia, ma anche della fortezza. Quest’ultima diventa più rilevante quando l’ingiustizia appare la via più facile da seguire, in quanto implica accondiscendenza ai desideri e alle aspettative delle parti, oppure ai condizionamenti dell’ambiente sociale. La carità senza giustizia non è tale, ma soltanto una contraffazione», ha concluso Ratzinger.


politica

30 gennaio 2010 • pagina 5

Giuseppe Cascini, segretario dell’Anm: «La nostra è una testimonianza, un gesto simbolico»

«Nessuno scontro, ma il disagio c’è» di Franco Insardà

ROMA. «La nostra iniziativa vuole essere

quelli voluti. Serve un disegno organico e di ampio respiro, da attuare con coerenza e senza approssimazioni».

Sono le stesse frasi che da inizio legislatura si sentono rivolgere da Giorgio Napolitano alla maggioranza e al suo governo. Peraltro alla cerimonia inaugurale dell’anno giudiziario il Capo dello Stato è presente, e alla fine si intrattiene a scambiare opinioni con il presidente del Consiglio. A Berlusconi arriva la solita pioggia di domande dai cronisti, lui si nega così: «Parlo solo delle cose realizzate dal governo». In realtà non ne ha nemmeno bisogno, perché Alfano provvede con grande puntiglio: «Abbiamo mantenuto gli impegni in materia penale, con grandi interventi sulla sicurezza e sul contrasto alla criminalità». Vengono citate le misure antimafia, l’inasprimento del 41 bis. Puntualizzazioni che suscitano il disappunto della capogruppo democratica di Palazzo Madama Anna Finocchiaro: «Dal governo sentiamo la solita autoattribuzione di meriti. C’è stata anche la promessa di un progetto chiaro per risolvere i problemi della giustizia, ma ahinoi il progetto non lo conosciamo ancora». Schermaglie a cui si è abituati. Come ai paradossi, che appunto nello stesso discorso del guardasigilli non mancano. Quando evoca il suo precedente auspicio a una riforma condivisa, Alfano ammette che «il dibattito politico istituzionale non sempre si è indirizzato in tal senso». Oltre che all’ala dura di Md, dovrebbe dirlo anche al capo del governo di cui fa parte. Resta comunque la positiva impressione di una giornata augurale, con il componente Udc della commissione Giustizia di Montecitorio Robero Rao che si appella a maggioranza e opposizione perché pongano rimedio a «una legislazione frammentata, non organica». Tutto il contrario di una «riforma da fare nell’interesse dei cittadini». L’equilibrio istituzionale viene invocato persino dalla Cei, con il segretario generale Mariano Crociata chiede di «superare i conflitti e le tensioni per trovare soluzioni a favore del bene comune». Possibile che dopo quattro lustri sia la volta buona?

una testimonianza, con un gesto simbolico, della preoccupazione della magistratura italiana per la crisi in cui versa la giustizia in Italia, per la mancanza di riforme che possano assicurare una giustizia che funziona e per iniziative legislative che, secondo noi, vanno in direzione opposta a quello che è necessario per fornire un servizio giudiziario adeguato». Così Giuseppe Cascini, segretario dell’Anm, spiega a liberal la decisione di abbandonare le aule delle Corti d’Appello al momento dell’intervento del rappresentante del ministero della Giustizia. Dottor Cascini, un’iniziativa contro qualcuno? L’Anm non ha un ruolo di opposizione politica. Siamo operatori di un settore, segnaliamo la gravità della situazione in cui versa e chiediamo interventi urgenti. Lo facciamo con un costume che è proprio della magistratura italiana, cioè senza clamore e senza bloccare il funzionamento dei tribunali. Quali sono le iniziative che un governo responsabile dovrebbe assumere per la giustizia? Bisogna rivedere la distribuzione dei tribunali sul territorio, delle risorse e puntare sull’innovazione tecnologica. Non si può parlare di processo breve se le norme, sia nel settore civile sia in quello penale, sono costruite in maniera tale che la parte che non ha interesse a una decisio-

ne può ritardare la durata del processo, utilizzando tutti i formalismi e i cavilli. In questo contesto qualunque normativa sulla prescrizione non diventa una sanzione della patologia, ma un obiettivo da perseguire da parte dell’imputato. Il procuratore generale della Cassazione,Vitaliano Esposito, ha detto che non sono più tollerabili contrasti tra foro e magistratura e tra magistratura e classe politica. C’è piena collaborazione con il foro tanto che con l’organismo unitario dell’avvocatura abbiamo sottoscritto un patto per la giustizia. C’è invece una piccola parte degli avvocati penalisti, molto rumorosa, rappresentata dall’Unione delle camere penali che ha un atteggiamento ostile nei confronti della magistratura. Il primo presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone ha invitato le toghe a non fare le prime donne. Penso che l’invito fosse rivolto ai magistrati, titolari di inchieste che hanno una rilevanza mediatica, a rispettare le nostre regole deontologiche. I magistrati non devono parlare

dei loro procedimenti, commentarli, apparire sui media in relazione alle inchieste che svolgono. Nulla a che vedere con il diritto e anche il dovere dei magistrati a partecipare al dibattito pubblico. Il ministro Alfano ha accusato l’Anm di fare campagna elettorale per le elezioni del Csm. La trovo una dichiarazione fuori luogo. L’Anm rappresenta tutta la magistratura e non ha interesse a fare una campagna per il rinnovo del Csm. Da più parti c’è stato un invito a superare i conflitti per una riforma condivisa. La magistratura è sempre stata disponibile al dialogo e al confronto ed è disponibile a offrire il suo contributo fondato esclusivamente sull’esperienza maturata sul campo. Senza alcun pregiudizio ideologico e politico. Di fronte a riforme che mettono in crisi la possibilità di fare indagini, di celebrare processi e di contrastare le varie forme di criminalità noi, come magistrati e cittadini, abbiamo il dovere di dirlo con forza.

Siamo sempre disponibili al dialogo e al confronto, per offrire il nostro contributo fondato sull’esperienza

Filippo Berselli, presidente della commissione Giustizia del Senato: le resistenze delle toghe verranno superate

«Cambieremo la Carta, si rassegnino» ROMA. Senatore Filippo Berselli, lei presiede la commissione Giustizia del Senato dove sono in transito tutte le leggi sull’ordinamento giudiziario: converrà che parole del pg e del primo presidente di Cassazione sono il miglior viatico per una grande riforma. Ho sentito parole da apprezzare, non c’è dubbio. Ma sono state dette anche cose inquietanti: siamo l’ultimo dei Paesi Ocse in quanto a efficienza della giustizia, dopo di noi vengono solo il Gabon, Timor est, Trinidad. A maggior ragione: si deve far presto. Certo, ma i magistrati dovrebbero essere i primi riformatori anziché i fautori della conservazione. Ce ne sono tanti preparatissimi, equilibrati, altri però fanno politica, si atteggiano a partito, senza aver ricevu-

to un consenso popolare. È una contestazione che la politica rivolge da troppi lustri. Ma anche domani (oggi per chi legge, ndr) li vedremo alzarsi davanti al rappresentante del governo e andarsene con la Costituzione in mano. Intendiamoci, impugnare la Costituzione è legittimo. A patto però di ricordare che c’è anche l’articolo 111, che prescrive il giusto processo e la parità fra accusa e difesa. E sa qual è l’unico modo per attuarlo? Lo dica lei. Separare le carriere: solo così si garantisce la terzietà del giudice. Scusi la malizia, ma non è che con la scusa delle toghe conservatrici la maggioranza si tiene stretta stretta la grande riforma, così da poterla sempre agitare come minaccia? Guardi, sono meno pessimista. Il punto è che quando andremo a intervenire con una riforma organica arriveranno violentissime reazioni dalla magistratura e dalle forze di sinistra. Quando si tocca la Costituzione si

Ci sono magistrati equilibrati, altri difendono rendite di posizione. Ridurre i distretti? I parlamentari si opporrebbero

eliminano rendite di posizione. Allora facciamo così: indichiamo una data d’inizio della grande riforma. Diciamo fine anno, se vogliamo essere ragionevoli. Nel frattempo al Senato dobbiamo licenziare la riforma dell’ordinamento forense, quindi quella sul processo penale, mentre il 3 marzo scade il termine per gli emendamenti sulle intercettazioni. Bisogna metterci il via libera sul legittimo impedimento, l’eventuale lodo Alfano costituzionale e la legge sull’immunità. Perciò, dico che sulla riforma costituzionale potremo lavorare da fine anno. E un intervento che dispiegherebbe i suoi benefici in termini qualitativi, ma se vogliamo anche la quantità non sarebbe più urgente l’eliminazione di qualche distretto? No, guardi: lì i parlamentari dei vari territori farebbero le barricate. Inutile illudersi. Casomai, con il piano carceri, si può depenalizzare qualche reato minore. Dopodiché, ripeto, la cosa essenziale è attuare il programma e mettere mano a Csm, funzione disciplinare, separazione delle carriere e obbligatorietà dell’azione penale. Senza timore per le inevitabili resistenze. (e.n.)


diario

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Crisi. A tinte fosche il 22° studio sulla situazione italiana presentato ieri a Roma: siamo al 23esimo posto sui 30 dell’Ocse

Italia, il Paese del futuro immobile Rapporto Eurispes: «Abbiamo i salari più bassi di tutta l’Europa»

ROMA. Peggio del futuro nero

visite ai musei sono diminuiti del 7,55% e il numero di visitatori ha subito una diminuzione del 2,52%, mentre il mecenatismo culturale, imperniato sulle sponsorizzazioni e sulle agevolazioni fiscali, non è mai riuscito a decollare in maniera significativa, frenato anche dalla farraginosità dei meccanismi fiscali.

di Osvaldo Baldacci

c’è l’assenza di futuro. È a tinte fosche il 22° rapporto Eurispes sulla situazione italiana, presentato ieri a Roma. Un Paese immobile, privo di idee e progetti, dove gli italiani si impoveriscono dal punto di vista economico ma anche da quello della capacità di costruire prospettive. Ma l’analisi non vuol essere un esercizio di pessimismo nichilista, quanto una scossa per cercare di ridestare le energie positive che nel Paese ancora ci sono. Continuando così l’attuale classe dirigente rischia di togliere il futuro all’Italia, dice l’istituto di ricerca, ma allo stesso tempo il cantiere è aperto e un’inversione di tendenza è ancora possibile.

Il rischio di una transizione senza fine è quindi l’immagine controcorrente e politicamente scorretta che osa tratteggiare l’Eurispes, col suo direttore Gian Maria Fara che si spinge a criticare l’attuale bipolarismo: «Un bipolarismo forzato che ha impoverito la democrazia espellendo dal parlamento tutte quelle espressioni politiche e culturali che davano voce comunque alle diverse istanze provenienti dalla società»; «si sono consolidati due blocchi politici, che di fatto si sostengono a vicenda senza riuscire ad esprimere nessuna altra prospettiva oltre quella del mantenimento del potere. Un bipolarismo che non ammette eccezioni e che vede gli attori principali attivamente impegnati ad annullare qualsiasi ipotesi o proposta politica che pretenda di esercitare un qualche ruolo non diretta-

coloro che considerano la situazione economica «nettamente peggiorata»: 47,1% contro il 37,6% dell’anno prima. E motivi per preoccuparsi della crisi purtroppo ce ne sono parecchi. L’Italia è fanalino di coda nell’Ocse per i salari. Ammonta a poco più di 14.700 euro il salario medio netto annuo percepito in Italia, cifra che pone il Paese al 23° posto, in coda dopo gli altri Paesi europei: il lavoratore italiano percepisce un compenso sala-

Fara: «Il bipolarismo ha impoverito la democrazia, espellendo dal parlamento espressioni politiche che davano voce alle diverse istanze della società» mente riconducibile all’uno o all’altro». Inoltre «lo spreco diffuso che caratterizza la spesa pubblica ha creato una situazione non più governabile. Gli sforzi centrali sono del tutto vanificati dalle voragini aperte dalla Regioni, dalle Province e dai Comuni diventati ormai centri di spesa incontrollabile». Ciononostante è quasi raddoppiata la quota di chi si dice convinto che ci sarà un futuro migliore per il Paese (18,3% contro il 10,9% precedente), però aumentano

riale che è inferiore del 44% rispetto all’inglese, del 32% in meno di quello irlandese, il 28% di un tedesco, il 19% di un greco, il 18% del francese e il 14% in meno di quello spagnolo. Al contrario è nella top ten per il cuneo fiscale. Emerge anche che la laurea non è più garanzia di lavoro stabile e ben retribuito; e che gli incidenti sul lavoro costano al Paese 40 miliardi l’anno. Una famiglia su tre non arriva a fine mese. Intanto i prezzi dei beni di prima necessità

salgono e per far quadrare i conti si taglia sul resto. A partire dalla stretta su regali e ristoranti, attuata dal 70%, mentre la spesa si fa low cost. Il 17,3% ha smesso di concedersi cappuccino e cornetto serviti al bar, il 32,5%, ha modificato il modo ed il luogo in cui consumare il pranzo, il 30,4% ha modificato le loro abitudini per la cena e adottato piccole accortezze per fare economia. Regge l’happy hour, ma solo perché l’aperitivo rinforzato sostituisce la più costosa cena al ristorante. D’altro canto è alto il consumo di alcol, e un terzo dei giovani dichiara di bere spesso. Almeno diminuiscono gli italiani che devono “raschiare il fondo del barile” dei loro risparmi (comunque il 42,9%) o che hanno difficoltà a pagare il mutuo (23,3%) o l’affitto (18,1%). Tuttavia, prevale la quota dei pessimisti: il 34,1% prevede con molta probabilità di non riuscire a risparmiare nulla nel prossimo anno ed il 19,8% ne è proprio sicuro. Disoccupazione in crescita, stipendi bassi, difficoltà economiche: non è solo questo e la politica a mettere a rischio il futuro italiano. Ci sono anche altre realtà a cavallo tra il cul-

turale e il sociale, seppur sempre riferibili anche alle scelte di orientamento della classe dirigente. Caso eclatante quello dei beni culturali: l’Eurispes non si stanca di ricordare come questa sia un’enorme risorsa per l’Italia, capace anche di produrre grandi ricchezze. Ma avviene il contrario: continui tagli mettono a rischio il patrimonio, la sua fruibilità e il suo sviluppo, e questa miope politica pervade anche i mezzi di informazione indebolendo la percezione che gli stessi italiani hanno della cultura. Ecco che gli introiti da

Nella legge di bilancio 2010 per i beni culturali è stato previsto uno stanziamento di 1.358 milioni di euro, con una riduzione di 58,9 milioni di euro rispetto al 2009, mentre sono ancor più rilevanti i tagli ai programmi di tutela dei beni archeologici (-14,7%), archivistici (-13,7%), librari (-7,1%) e di tutela delle belle arti, dell’architettura, dell’arte contemporanea, e del paesaggio (9,1%). E il futuro si compromette anche impedendo di costruire famiglie. I single infatti sono in costante crescita: nel 2010 sono +10% rispetto al 2007, e d’altro canto risulta evidente che per il lavoro e le spese essere single è un vantaggio. Ma anche questo non costruisce futuro. Poi c’è il capitolo stranieri, con la sottolineatura di una incongruenza: per il 60,4% gli stranieri contribuiscono alla crescita economica del Paese, però sempre sei italiani su 10 pensano che la presenza degli immigrati aumenti la criminalità. Concludiamo con qualche curiosità tra i tanti dati del Rapporto Italia. Facebook, Myspace, m Taggedd e Twitter nel 2009 hanno superato le tradizionali email. Al pari della telefonia cellulare, dove gli italiani sono notoriamente riconosciuti come amanti del telefonino al punto da possederne anche più di uno a testa, così nel mondo dei social network l’appartenenza di più profili ad un unico individuo non costituisce più l’eccezione, bensì la regola. E c’è infine un dato sugli Ufo: il 2009 è l’anno in cui sono avvenute più segnalazioni da dieci anni a questa parte, ben 192 nei primi sette mesi secondo il Centro Ufologico Nazionale.


diario

30 gennaio 2010 • pagina 7

Il ministro Gelmini ha usato la Rete per l’annuncio

In Italia la disoccupazione è all’8,5%: è record

Diffuse su Youtube le materie della maturità

Crescono ancora i senza lavoro in Europa

ROMA. Greco al Liceo classico; matematica al Liceo scientifico; lingua straniera al Liceo linguistico; pedagogia al Liceo pedagogico; figura disegnata al Liceo artistico: sono queste alcune delle materie scelte per la seconda prova scritta degli esami di Stato 2010. Lo ha annunciato il ministro Gelmini con un video sul suo canale www.youtube.it/mariastellagelmini Le prove scritte dell’esame di maturità si terranno il 22 giugno (prima prova) e il 23 giugno (seconda prova). In particolare per la seconda prova scritta sono state selezionate, per i licei: liceo classico-greco; liceo scientifico-matematica; liceo linguistico-lingua straniera; liceo pedagogico-pedagogia; liceo artistico-figura disegnata.

ROMA. Il mercato del lavoro continua a segnare rosso sia in Italia sia in Europa: il tasso di disoccupazione a dicembre è salito all’8,5% dall’8,3% di novembre. Lo ha reso noto l’Istat precisando che il tasso di disoccupazione è in crescita di 1,5 punti percentuali rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Secondo l’Istat, questo è il dato peggiore da gennaio 2004, inizio delle serie storiche. I senza lavoro sono 2.138.000, 57mila in più rispetto a novembre e 392mila in più rispetto a dicembre 2008. Il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 26,2%, invariato rispetto al mese precedente ma in aumento di 3 punti percentuali rispetto a dicembre

Per gli istituti tecnici e professionali sono state scelte materie che, oltre a caratterizzare i diversi indirizzi di studio, hanno una dimensione tecnicopratico-laboratoriale. Per questa ragione la seconda prova può essere svolta, come per il passato, in forma scritta o grafica o scritto-grafica o scrittopratica, utilizzando anche i laboratori dell`istituto. Le materie scelte per alcuni indirizzi sono: istituto tecnico commerciale (ragionieri)-economia aziendale; istituto tecnico per

«Immigrati e criminali, equazione sbagliata» La Cei risponde a Berlusconi sull’accoglienza di Guglielmo Malagodi

ROMA. «Le nostre statistiche dimostrano che le percentuali di criminalità di italiani e stranieri sono analoghe, se non identiche». Il segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, rispondea Berlusconi che, ieri l’altro a Reggio Calabria aveva spiegato che «meno immigrati significa meno criminali». Sempre sul tema delle organizzazioni criminali, riferendo ai giornalisti i risultati del Consiglio Episcopale, monsignor Crociata ha spiegato che «l’atteggiamento della Chiesa verso i mafiosi è l’invito al ravvedimento e alla conversione». A queste affermazioni ha subito aderito Savino Pezzotta: «Monsignor Crociata ha rappresentato con parole semplici e chiare il pensiero non solo dei cattolici, ma anche della maggior parte degli italiani. Su questi temi – ha aggiunto l’esponente Udc - le forze politiche responsabili e il governo dovrebbero riflettere sulla consuetudine di chi si appiccica l’etichetta della cristianita. Essere cristiani non è facile richiede coerenza e, soprattutto, capacità di voler bene agli altri, specie a quelli diversi da noi e a quelli che hanno più bisogno. Equiparare i “poveri cristi” alla ricerca disperata di una vita serena ai criminali che invece sono da perseguire legalmente mi sembra un azzardo che non possiamo condividere». Il segretario generale della Cei, poi, ha ribadito la «condanna senza riserve nei confronti delle organizzazioni criminali e di chi ne fa parte», ricordando che «c’è una contraddizione insanabile tra l’appartenenza a queste organizzazioni e la comunione con la Chiesa». Sulla scia del celebre appello di Giovanni Paolo II in Sicilia, il segretario della Cei ha ripetuto quindi l’invito dei vescovi ai mafiosi a «ravvedersi e a convertirsi»: «Questo si traduce in un richiamo forte che vale per la coscienza di tutti e deve esprimersi anche attraverso il nostro comportamento pastorale. L’invito che viene dalla Chiesa è a cambiare la prima parola che viene da Gesù è a cambiare vita. Quando noi pecchiamo, e in maniera così grave - ha spiegato - la comunione con la Chiesa è compromessa. E questo vale anche

se non viene emessa una sanzione specifica, come la scomunica».

Inoltre, monsignor Crociata ha spiegato che in vista delle elezioni regionali i vescovi italiani non daranno indicazioni di voto: «Si fa riferimento ha detto ai giornalisti - alla scadenza elettorale, ma noi diciamo anzitutto che è una momento importante di vita sociale, civile politica; di espressione più alta di partecipazione dei cittadini, quindi il nostro è un appello alla responsabilità a vivere anche il voto con grande coscienza civica di credenti che condividono l’appartenenza alla fede». E in linea con questa premessa, il presule non ha voluto rispondere alle domande specifiche dei giornalisti circa la candidatura nel Lazio della radicale Emma Bonino. «Diamo indicazioni fondamentali - ha detto - a partire dai quali è possibile pervenire a giudizi concreti». Monsignor Crociata così ha messo in guardia dal rischio di «contrapporre i valori antropologici su vita e famiglia e le responsabilità sociali»: «Dobbiamo vivere - ha aggiunto - questo momento, con senso di responsabilità verso la vita pubblica, nella complessità di questo momento». Dunque «le indicazioni che vengono da parte nostra è quello di guardre nel compiere questo gesto di partecipazione civile politica alle esigenze generale più importanti, seguire quei criteri che pemettono di realizzare il bene più grande del Paese, delle regioni, delle realtà interessate».

Monsignor Crociata parla di regionali: «Scegliete candidati che difendano i valori della vita e della famiglia»

geometri-estimo; istituto tecnico per il turismo-lingua straniera; istituto professionale per i servizi alberghieri e della ristorazione-economia e gestione delle aziende ristorative; istituto professionale per i servizi sociali-tecnica amministrativa. Per il settore artistico (licei e istituti d`arte) la materia di seconda prova ha carattere progettuale e laboratoriale (architettura, ceramica, mosaico, marmo, oreficeria ecc.) e si svolge in tre giorni. Materie affidate ai membri esterni: il decreto individua, inoltre, le materie affidate ai membri esterni. Quest’anno, per la prima volta, è stata affidata al commissario esterno la lingua straniera nei licei scientifici.

«Mi piace citare - ha aggiunto il presule - il discorso che il Santo Padre ha fatto agli amminsitrartori del Lazio, della Provincia e del Comune di Roma indicando le cose esseziali: lo sviluppo iumano per essere autentico deve riguardare l’uomo nella sua totalità, la persona umana sia al centro dell’azione politica, la crescita morale e spirituale sia la prima prepoccupazione, e come prioritaria esigenza seguire costantemente il bene comune: se qusto è il compito di chi amministra la cosa punbblica, il compito dei cittadini è eleggere persone che megliano corrdispondano al perseguimento questo obiettivo.

2008. Il numero di inattivi di età compresa tra 15 e 64 anni, è pari a 14 milioni 822 mila unità, con una riduzione dello 0,2% (-25 mila unità) rispetto a novembre 2009 e un aumento dell’1,1% (+164 mila unità) rispetto a dicembre 2008. Il tasso di inattività è pari al 37,6% (-0,1 punti percen-tuali rispetto al mese precedente e in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto a dicembre 2008).

L’aumento, ogni mese più drammatico, dei disoccupati trova conferma anche nei 16 Paesi dell’area euro è salita al 10%, contro il 9,9% rivisto di novembre. Nel dicembre di un anno fa era all’8,2%. Lo rende noto Eurostat rilevando che si tratta del tasso più elevato nella zona dell’euro dall’agosto 1998. Il più elevato della zona euro e tra i più alti in Ue resta quello della Spagna al 19,5%. Nell’intera Ue il tasso di dicembre era al 9,6% (9,5% a novembre) e il 7,6% un anno fa. In questo caso è il tasso più elevato dal gennaio 2000. Secondo stime Eurostat, a dicembre i disoccupati erano nell’Ue 23,012 milioni di cui 15,763 milioni nell’eurozona. In un anno la disoccupazione è aumentata di 4,628 milioni nell’Ue e di 2,787 milioni nella zona dell’euro.


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politica

Sfide interne. In cerca di visibilità (e ruoli), i viceré del partito del Cavaliere continuano ad attaccarsi a vicenda

Pdl, prove di guerriglia Gasparri contro Fini, Bondi contro le correnti, Granata contro Cosentino. Le liste per le regionali fanno scoppiare le contraddizioni del centrodestra di Riccardo Paradisi seguire il dibattito che si è aperto tra le varie componenti del Pdl in questi ultimi giorni sul problema dei potentati locali, delle tentazioni correntizie, della funzione della leadership – dibattito a cui ha fatto da detonatore le candidature per le prossime regionali – la prima cosa che viene in mente è che il problema del centrodestra non è soltanto Gianfranco Fini. Non è cioè solo il presidente della Camera a movimentare, diciamo così, con le sue fughe in avanti, le sue “provocazioni”la sua richiesta di maggiore democrazia interna, il dibattito interno al partito di maggioranza relativa. Sandro Bondi, che del Pdl è uno dei tre coordinatori e quello più duro nel recente passato nei confronti degli assoli dell’ex leader di An, ha recentemente denunciato sul Giornale di Vittorio Feltri la presenza nel partito di soggetti che remano contro la leadership. «Ci sono atteggiamenti trasversali, sempre più diffusi, che hanno in comune un’idea della politica molto distante da quella che ha fatto irruzione nella vita politica italiana grazie alla leadership cari-

A

Non sono solo i finiani, a tirare la corda, ma soggetti che provengono addirittura da Forza Italia e che ora vorrebbero liquidare il partito leaderista smatica di Berlusconi – ha scritto Bondi – le idee di Berlusconi, le sue concezioni, si diffondono tanto rapidamente tra i cittadini quanto incontrano una continua resistenza e persino facili ilarità tra numerosi esponenti politici che hanno aderito prima a Forza Italia e poi al Pdl». Insomma non sono i soliti falchi finiani, i nostalgici di An come l’irriducibile Fabio Granata a tirare la corda, ma soggetti che provengono addirittura da Forza Italia e

La forza della mediazione politica e le contraddizioni del caso-Puglia

E alla fine le primarie affondarono il Pd di Enrico Cisnetto segue dalla prima Ma questo problema viene reso relativamente marginale dalla seconda delle questioni, più decisamente politica: la cultura dei votanti. Se classi dirigenti deboli, per non dire inette, per anni lasciano crescere nel proprio “popolo” idee, parole d’ordine, logiche di stampo populista e giustizialista – e queste sia a destra che a sinistra – cui si aggiunge da una parte il giacobinismo e dall’altra il particolarismo localista con venature di razzismo, poi sarà difficile che da una consultazione di base emerga qualcosa di diverso dal demagogo più demagogo degli altri. Qualcuno ha già detto, e io sono d’accordo, che se De Gasperi avesse chiesto alla base Dc cosa bisogna fare con i comunisti gli avrebbero risposto “mettili fuorilegge”e che se Togliatti si fosse peritato di sapere cosa pensavano gli iscritti del Pci dell’articolo 7 della Costituzione, il Concordato non si sarebbe mai firmato. La democrazia è sacrosanta, ma va maneggiata con cura perché ci vuole poco per fare nel suo nome i peggiori dei guai.

Si dirà: ma le primarie sono patrimonio solo del centro-sinistra, Berlusconi non si è mai sognato di utilizzarle. Vero. Tuttavia non meno pernicioso di quello delle “primarie all’italiana”è il sistema di selezione (si fa per dire) dei candidati del Pdl, che non a caso produce classe dirigente di serie C, anche e soprattutto a livello locale. Dunque, se da una parte c’è un uso distorto della democrazia, dall’altro c’è l’esaltazione della concezione leaderistica della politica, in base alla quale una ristretta oligarchia – quando non il solo capo e basta – decide chi scegliere. Scelta che nel caso del Pdl di solito risponde a criteri di “vendibilità”del “prodotto candidato”, in primo luogo la telegenicità e la notorietà già acquisita al di fuori della politica. Con il risultato che la nomenclatura proveniente dal partito è selezionata sulla base della fedeltà, mentre dall’esterno si pescano imbonitori e “personaggi” cono-

sciuti. Due modalità diverse, come si vede, ma convergenti negli effetti che producono: la formazione di una classe dirigente mediocre.

Tuttavia, una differenza c’è: mentre il centro-destra è sempre stato privo di una cultura di governo, sia essa amministrativa che centrale, e quindi la selezione per via oligarchica dei suoi rappresentanti appare consustanziale al suo modo di essere – tanto che chi, come l’Udc, non ha più sopportato questa deriva ha scelta la strada dell’autonomia – nel centro-sinistra la componente riformista avrebbe motivo di emanciparsi dalla pratica populista delle primarie. E proprio la vicenda pugliese lo dimostra. Peccato però che nessuno si sia ribellato fino in fondo, per cui il combinato disposto tra la scelta di partecipare con Boccia alla consultazione e l’endorsement di Bersani ha rappresentato non solo una sconfitta di D’Alema, del segretario del partito e della componente moderata, ma il fallimento di una politica. L’apoteosi di Vendola e la conferenza stampa che Bersani è stato costretto a fare con Di Pietro il giorno dopo l’incoronazione del candidato ex Rifondazione, suggellano sì la crisi del Pd, ma quel che è peggio certificano quella ormai irreversibile della sinistra riformista, sia essa di derivazione Ds che Margherita. E far finta che non sia così probabilmente ne rappresenta l’epilogo finale. (www.enricocisnetto.it)

che ora di quel partito vorrebbero liquidare proprio il tratto più specifico, ossia il partito al servizio del leader carismatico. Un errore fatale per i teorici della concezione pentecostale alla Baget Bozzo del Pdl: un movimento guidato da un uomo solo che gode delle illuminazioni del genio che lo assiste. Nel momento in cui avviene il contrario – sostiene anche Gaetano Quagliariello – «torniamo indietro verso modelli di democrazia e di partito vecchi, stantii e perdenti». Giorgio Stracquadanio individua nella sindrome dell’ex questa tentazione del ritorno all’indietro verso schemi politici novecenteschi. E non ce l’ha solo con gli ex aennini «Ex aennini, ex socialisti, ex democristiani: sono loro che, retaggio della partitocrazia novecentesca, hanno da ridire quando Berlusconi fa il “dadaista”. Non capendo fino in fondo che quella è la sua e la nostra forza». A gettare acqua sul fuoco della polemica è l’altro coordinatore del Pdl Denis Verdini: «Non vedo alcuna minaccia o deriva se dentro il partito è in atto, com’e’ avvenuto al convegno di Arezzo, una saldatura trasversale fra ex dirigenti Fi ed ex di An. Soprattutto non ci vedo alcuna tentazione correntizia, semmai intravedo una luce alla fine del tunnel: ciò che era fisiologicamente nato sulla base di un’iniziale divisione di quote, pian piano si sta trasformando nell’osmosi».

Un osmosi ancora in fieri se a precisa domanda il presidente dei senatori Pdl Maurizio Gasparri risponde: «Se An e il Pdl si scindono io sto con il Pdl. Io dico sempre le stesse cose nel solco di una posizione di destra che ha una sua storia. Quello che dicevo in An lo dico oggi nel Pdl. Fini, invece, sta percorrendo dei sentieri innovativi, ma sta dicendo delle cose diverse da quelle che diceva nel passato. Lui ha diritto di avere idee nuove, ma io preferisco restare nei confini di quella destra che rappresenta le mie idee». Posizione lineare quella di Gasparri ma che attesta come nemmeno la fusione tra ex aennini finiani e resto del Pdl sia pienamente riuscita. Anche perché, se è vero che non sono solo loro, i finiani, gli agitatori delle acque interne del centrodestra come si è visto, pure va registrata una certa ostinazione a tenere il punto su questioni spinose all’interno del centrodestra. «Adesso – dicono all’unisono Fabio Granata e Angela Napoli – è arrivato per il governo e la maggioranza, il momento della coerenza, a partire proprio dalla selezione delle classi dirigenti, selezionando candidati, in vista delle prossime consultazioni elettorali, inattaccabili sotto il profilo etico. Non è più sufficiente non mettere in lista pregiudicati, ma bisogna anche evitare di candidare o dare responsabilità dirigenziali a soggetti che, per contesto familiare o sociale, hanno contatti con le organizzazioni mafiose». Una regola che per i due finiani di ferro non deve valere solo per le prossime regionali, ma anche per la selezione delle rappresentanze parlamen-


politica

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Il Pd va verso le primarie, ma qui è spaccato più che in Puglia PERUGIA. Peggio che in Puglia. Visto da Perugia, lo scontro fra D’Alema, Vendola, Boccia, Casini, Poli Bortone, Fitto, Berlusconi sembra una discussione da educande del collegio delle Orsoline. Quello che sta accadendo nel Pd umbro è un’implosione del sistema di potere. Uno sbriciolamento in correnti, sottocorrenti, piccole lobby. Il decennio di governo di Maria Rita Lorenzetti termina così: tutto è andato in pezzi. La governatrice-zarina, dotata dell’eloquio più inelegante mai ascoltato, ha perso la poltrona, ma nella sua caduta ha trascinato con sè molti altri. La berluschina umbra, in barba a tutto, voleva il terzo mandato in Regione e ha caricato a testa bassa. Alla fine Bersani – nonchè le commisioni di garanzia – gli hanno dovuto spiegare che se ne doveva andare: lo statuto lo imponeva. Ma quello fra la zarina e il parlamentino umbro del suo partito non è stato uno scontro propriamente paragonabile ai conflitti fra Caterina la Grande e la Duma: nessuna finezza politica alimentata dalle letture di Voltaire e Diderot, ma solo un brutale muro contro muro. Finita la Lorenzetti, il sistema è imploso come fosse la Romania di Ceausescu. Del resto quando un potere è stato concentrato nelle mani di una o poche persone, è durato molto a lungo, ed è stato gestito in modo arrogante e clientelare, la sua fine è tristemente spettacolare. E così la sconfitta della zarina è passata per un assedio di quasi due mesi durante i quali si è visto di tutto: patetiche lettere dei clientes ai quotidiani locali, sondaggi che davano vincente solo Super Rita, dichiarazioni piagnucolose o esaltate degli assessori della sua giunta. Nulla da fare però: gli assedianti, brandendo le tavole della legge di partito, l’hanno defenestrata. Su-

Così in Umbria è esploso il potere rosso bito dopo, è iniziata la comica di midterm: la ricerca cioè del Cc (candidato condiviso da tutti). È stata esilarante: ogni nome fatto, veniva, nel giro di poche ore, sepolto da critiche, pettegolezzi, e qualche volta improperi: i bersaniani stoppavano i franceschiniani, questi ultimi legnavano duro sui bersaniani. Insomma, teatro dei pupi. Prima di raccontarlo occorrerà ricordare che nel Pd umbro i bersaniani sono in maggioranza,ma hanno solo il 49% dei voti, i franceschiniani raggiungono il 41% e i mariniani circa il 10%. E ora, via allo spettacolo.

Sono sfilati davanti a questo tribunale politico di compagni: l’ex sindaco di Renato Perugia Locchi, bersaniano, bocciato dai franceschiniani, ma anche dalla zarina; il segretario regionale del Pd Bottini, bersaniano voluto dai franceschiniani ma stoppato dai lorenzettiani (sottocategoria di dalemiani doc che più doc non ce ne sono); la vicepresidente del Pd Marina Sereni, persona autorevole e equilibrata, col difetto terribile di essere franceschiniana, stoppata dunque da una carica a testa bassa di Super Rita. Questi i nomi pubblici, ma dietro le quinte ne circolavano altret-

di Gabriella Mecucci

me umbro è quello che si è mosso con maggior compostezza. Ha detto sin dall’inizio che occorreva andare alle Primarie e che lui si candidava. Da allora ha ripetuto la formula come una litaniama e alla fine ha avuto ragione. C’è poi, Alberto Stramaccioni, segretario provinciale, indipendente, appoggiato dai franceschiniani. Ha condotto una battaglia di grande efficacia infliggendo alla Lorenzetti un duro colpo congressuale e portando la sua corrente sopra di quasi 10 punti rispetto alle quotazioni nazionali. Proprio per questo, probabilmente il più odiato dalla zarina. Infine c’è Gianpiero Bocci, parlamentare, amico di Fioroni e di Marini. Il suo nome non è mai emerso come possibile papabile, ma è uomo di sicuro potere e di intelligenza tattica: da lui arriverà forse qualche sorpresa nella volata finale.

I candidati probabilmente saranno quattro: Mauro Agostini, Catiuscia Marini e anche Renato Locchi e Giampiero Bocci. Con una sola sconfitta: Rita Lorenzetti tanti e giù mazzate anche a loro. Alla fine la zarina, ha indicato la sua erede, Catiuscia Marini, ex sindaco di Todi (città poi passata al centrodestra) e membro della segreteria nazionale del Pd. È finita? No, e prima di arrivare alle comiche finali, occorrerà dar conto di qualche altro prim’attore. Innanzitutto, Mauro Agostini, senatore, franceschiniano ed ex tesoriere del Pd. Nel baillam-

tari, di governo e di partito. Una richiesta cui fa da immediato contraltare la dichiarazione su Nicola Cosentino del ministro per l’Attuazione del Programma di Governo, Gianfranco Rotondi. «È persona perbene Cosentino e il processo gli renderà giustizia. Nel frattempo, resterà membro del nostro governo che ancora ieri a Reggio Calabria ha sfidato a viso aperto la criminalità organizzata del Mezzogiorno con provvedimenti apprezzati anche dall’opposizione». Granata si era battuto molto perché Cosentino facesse un passo indietro. Insomma il quadro che emerge è quello di un mosaico i cui tasselli cominciano a distaccarsi l’uno dall’altro e dove il centro magnetico sembra non esercitare più una sufficiente forza d’attrazione. Di fronte a

Siamo sul filo delle ultime riunioni e i tempi dello spettacolo si stringono. Si fanno martellanti. Il Cc (candidato condiviso) non si trova, e allora si decide, anzi ci si trascina sgambettando rumorosamente verso le Primarie. Un approdo che tutti volevano scongiurare, ma che, per insipienza, diventa l’unico attracco

questo panorama l’esponente siciliano del Pdl Gianfranco Miccichè dà all’Espresso di questa settimana una una lettura apocalittica della situazione «Abbiamo messo a capo del partito un lupo, un agnello e un cane pastore, che dovrebbe difendere il gregge, ma di fronte al lupo. La Russa non per-

Commedia finita? C’è da stare tranquilli: ci attendono ancora parecchie gag irresistibili. Per esempio, quella delle trattative su chi resta nella contesa e chi ritira la propria candidatura. Un mercatino in cui si scambieranno figurine con gli assessorati, con qualche seggio da consigliere, con lo scranno più alto di Palazzo Cesaroni e chi più ne ha più ne metta. Si sbizzarrisca la creatività. Fantasia al potere, non si diceva così un tempo? Intanto, il centrodestra è una sorta di giovane mammuth, ma in questo baillame avrebbe potuto vincere; ma è diviso e con una classe dirigente di basso livello.Tanto è vero che ha candidato Fiammetta Modena. Il vecchio, granitico potere del Pci è al tramonto, condotto per mano dalla zarina. All’orizzonte però non spunta nulla. Buio pesto per l’Umbria.

ra in Veneto Sacconi e Brancher non vogliono si candidi Galan, come in Sicilia un anno e mezzo fa Alfano e anche Brancher non vollero Micciché. Alla fine Berlusconi, per liberarsi dalle scocciature dei veti incrociati, sceglie gente terza. In nome delle correnti gli dicono tali e tante bugie. E lui non può certo fare il giro di tutte le province, subisce le menzogne che gli raccontano. Ma quando ci sarà la riunione dei presidenti di Regione e non ce ne sarà uno di Forza Italia, chi aiuterà Berlusconi? Cota, Zaia, Scopelliti? L’unico sarà Formigoni». Infine l’epicedio: «Ho l’impressione che si stia dissolvendo tutto. La fusione nel Pdl c’é stata: ma nel senso che Forza Italia è fusa, sparita». Antonio Bassolino dice che il Pd è morto, ma anche il Pdl sembra sentirsi poco bene.

«Se An e il Pdl si scindono – sostiene Gasparri – io sto con il Pdl. Io dico sempre le stesse cose nel solco di una posizione di destra che ha una sua storia. Fini, invece, ne sta dicendo diverse rispetto al passato» de un colpo per ottenere quello che interessa ad An, mentre Bondi e Verdini non riescono a gestire questa lotta intestina». Miccichè dà indirettamente ragione a Bondi quindi: «Con la nascita del Pdl stanno emergendo posizioni correntizie: ecco allo-

possibile nel mare tempestoso. Mauro Agostini è candidato sin dall’inizio, fa quindi gli onori di casa ai nuovi venuti. Rischia di presentarsi una vera folla, che assomiglia vagamente alle immagini di gruppo dei quadri di Velazquez sulla Corte spagnola. La seconda candidatura è quella della principessa ereditaria in un Umbria per fortuna o sfortuna non vige la legge salica -: Catiuscia Marini. La regina madre scommette il suo regno su di lei. Poi potrebbe esserci – le voci corrono – l’ex sindaco di Perugia Renato Locchi e anche Gianpiero Bocci. Siamo già a quattro. Ma ci sono altri che si stanno scaldando i muscoli. Per non dire dei rifondaroli che reclamano le Primarie di coalizione e che presenterebbero un loro candidato, il sindaco di Gubbio Orfeo Goracci, un vetero comunista appassionato di Lenin. Entro la mezzanotgte di oggi saranno presentate tutte le candidature, poi il 7 febbraio si andrà al voto.


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ragioni&torti di Giancristiano Desiderio

Dalla, Prodi e la cura per Bologna ucio Dalla ha rilasciato una bella intervista ad Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera. Ha detto tante cose interessanti, altre non condivisibili ma stimolanti. Ma ha anche detto una cosa né interessante né stimolante sulla quale, peraltro, il quotidiano ha titolato: Bologna è una città depressa, ci vuole un uomo come Romano Prodi per farla risorgere. Ora, vi pare che Prodi possa essere la cura giusta per la depressione? Se non sei depresso, ti deprime lui, figurarsi se sei depresso.

L

Si capisce, naturalmente, lo stato d’animo del cantautore bolognese: ha nel cuore la città della sua giovinezza e sotto gli occhi la città della sua età incerta (come diceva Flaiano, dopo una certa età è meglio parlare di età incerta).Vorrebbe una città all’altezza del suo passato e dei suoi ricordi e, invece, deve fare i conti con la storica vittoria di Guazzaloca - primo sindaco non di sinistra e non comunista - poi con i cinque anni incolore di Cofferati - il sindacalista che riconquista Bologna alla sinistra fuori tempo massimo - quindi con lo scandalo di Delbono che non è tanto uno scandalo quanto un pasticcio che mostra come i sindaci credano di essere dei reucci. Pare che sia stato proprio il professor Prodi a consigliare il professor Delbono di lasciare la mano. Se fosse vero, come potrebbe ora l’ex presidente del Consiglio e papà dell’Ulivo prendere il posto di Delbono? Non farebbe una bella figura. Ma se Prodi seguisse il consiglio di Dalla e lasciasse da parte la sua attività preferita - è un professore e preferisce pensare, così dice Dalla, bontà sua - come potremmo evitare tutte le perniciose conseguenze dell’elezione di Prodi a sindaco di Bologna? Forse, la città ne ricaverebbe qualche beneficio, ma l’Italia?

Già sembra di sentire il ritornello nell’aria: il ritorno di Prodi, il ritorno del Professore, rinasce l’Ulivo. Non si capisce davvero bene perché, ma Prodi con quella sua aria insignificante, con quell’eloquio incerto e sussurrato accende l’immaginario degli elettori di sinistra che, forse, non potendo aspirare a nulla di meglio sono almeno riusciti in questi anni confusi e convulsi della cosiddetta Seconda repubblica a farsi piacere Romano Prodi. Lucio Dalla sarà, è evidentemente uno di questi milioni di italiani elettori di Prodi e ora che è tornato a fare il professore - a pensare - lo vorrebbe come sindaco della loro città. Possibile che Bologna, per quanto sia una “città depressa”, non abbia altri uomini su cui puntare? Non si sa cosa abbia detto Prodi dopo aver letto l’intervista di Dalla, mentre si sa che nella stessa intervista il cantautore ammira Firenze che è riuscita a eleggere un sindaco come Matteo Renzi che ha trentacinque anni. Non che la giovane età sia garanzia di buona amministrazione, tutt’altro. Tuttavia, è difficile che ci siano vere svolte e cambiamenti, in bene e in male, nelle cose degli uomini se non cambiano proprio gli uomini e i più giovani non vengono richiamati alle responsabilità della vita. Bologna deve voltare pagina e con Prodi tornerebbe indietro.

Le donne di «Avatar» tutte casa e disoccupazione Una ricerca Usa (e il film ) rovesciano un mito degli anni ’70 di Anna Camaiti Hostert e hai la pelle blu, sei alto e non somigli a un militare americano che vuole far esplodere il luogo dove vivi, allora Pandora è un posto davvero piacevole dove passare i tuoi giorni. Nel film Avatar Pandora è infatti il nome del pianeta in cui gli abitanti vivono in sintonia con la natura e combattono gli umani che la vogliono distruggere. Con un chiaro riferimento alla figura mitologica di Pandora, origine di tutti mali della terra, il regista James Cameron ne recupera il significato simbolico con alcune modifiche di fondo. Pandora mandata da Giove agli umani per punirli del fatto che Prometeo aveva loro regalato il fuoco è pericolosa, ambigua, infida.È il poeta greco Esiodo che dà una torsione negativa alla figura femminile includendo tra i doni degli dei anche la capacità di ingannare e di mentire. Per traslato è divenuto in seguito l’archetipo femminile negativo per eccellenza: la donna è colei che sparge nel mondo male e distruzione.

S

presenza maschile, adesso sono gli uomini a dover contare sulle donne. Che i tempi siano cambiati lo dimostra il recente rapporto del Pew Research Center che è stato pubblicato alcuni giorni fa negli Stati Uniti. Mentre prima il fondamento di ogni sicurezza per il genere femminile era rappresentato dall’istituto del matrimonio, oggi sono gli uomini che in numero sempre crescente ricevono stabilità e un incremento economico dal legame matrimoniale. Negli Stati Uniti, durante i passati quaranta anni, le donne hanno superato gli uomini sia nel settore dell’istruzione che in quello del reddito. Facendo un paragone con gli anni Settanta, un numero crescente di uomini è sposato con donne la cui istruzione e il cui reddito supera il loro ed un gruppo maggiore di donne è sposato con uomini meno istruiti e con salari più bassi. In passato inoltre proprio a causa di una quota relativamente più bassa di donne sul mercato del lavoro, il matrimonio rappresentava una sorta di avanzamento sociale per il genere femminile. Ora le cose si sono ribaltate. Nel 2007 questo pattern si è rovesciato con il 19% di mogli che avevano mariti con un’istruzione maggiore paragonate al 28% i cui mariti avevano un’istruzione minore. Con tutto ciò il gap delle differenze salariali è tutt’altro che colmato. Infatti se le donne mantengono più degli uomini il posto di lavoro durante la recessione spesso proprio per la tipologia dei settori di lavoro (scuola e sanità), vengono ancora pagate di meno rispetto agli uomini.

Per il recente rapporto del Pew Research Center, l’universo femminile dà più sicurezza ma ha meno garanzie

Nel film Pandora è tuttavia un pianeta dove gli alieni, esseri giganteschi con caratteristiche a metà tra indiani americani ed extraterrestri, sono a ragione diffidenti degli umani e vivono in simbiosi con l’ambiente circostante verso cui agiscono con prudenza e di cui conoscono i pericoli. «La figura di Pandora nell’interpretazione esiodea, ricorda quella di Eva - afferma Dan Garrison di professore di filologia classica alla Northwestern University - il cui significato è proprio quello che le è stato attribuito da James Cameron nel film Avatar: un giardino dell’Eden con denti e artigli. Allo stesso tempo tuttavia Cameron usa il significato pre-esiodeo del mito che la vede come dea della natura. Il risvolto sentimentale del film implica che la natura è benigna e che bisogna ritornare a un rapporto più stretto con essa. Il protagonista, grazie alla donna aliena, rinuncia alla sua umanità per divenire parte del suo popolo». D’altronde l’associazione del mito greco con un ritorno alla natura va di pari passo con una società che combatte il riscaldamento globale e un altissimo tasso di inquinamento nel mondo. Così dal film emerge non più una figura femminile portatrice di sventura, ma un’ancora di salvezza nei confronti dei mali che ci affliggono. Pandora dispensa doni propizi e diviene simbolo positivo di liberazione da un mondo dominato da uomini violenti e animati da spirito distruttivo. La donna passa a simbolo di sicurezza e si determina un’inversione dei ruoli. Prima erano le donne a sentirsi rassicurate dalla

Il Pew Research Center ha concluso che dall’inizio della recessione nel 2007 a oggi la percentuale della perdita di lavoro è cresciuta per gli uomini dal 4,4% al 7,2% mentre per le donne dal 4,3% al 5,9%. «Se non fosse stato per le conquiste che il movimento delle donne ha prodotto portando ad una crescita dell’uguaglianza salariale e a nuovi incentivi per le donne ad avere una maggiore istruzione, molte famiglie sarebbero vissute in una situazione stagnante anche prima della recessione» afferma Stephanie Coontz professoressa di storia all’Evergreen State College di Washington. Tuttavia proprio a causa del cambiamento della tipologia delle donne presenti sul mercato del lavoro il trend è cambiato e con esso i ruoli all’interno della famiglia. Molti mariti oggi non si sentono più obbligati a sentirsi l’unico sostegno economico e cominciano a condividere di più con le loro partner i doveri domestici, la crescita e l’educazione dei figli. Con un’evidente modificazione della famiglia e dei valori che la ispirano.


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Il feudo dell’ex sindaco di Napoli si appresta ad andare alle primarie in un clima da smobilitazione generale

La Campania infelix di Bassolino Nelle analisi dello Svimez tutti i dati di un fallimento annunciato (e mai ammesso) di Antonio Funiciello lla fine anche in Campania il Pd farà le primarie, il prossimo 7 febbraio, per scegliere il candidato alla presidenza della regione. Si sfideranno il bassoliniano Marone, attuale assessore regionale alle attività produttive e al turismo (successore di Velardi), e il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca. Si faranno, a meno che il Pd non accetti di appoggiare il candidato avanzato da Rifondazione Comunista, Sinistra e libertà, Italia dei Valori, ovvero l’attuale rettore della Federico II, professor Guido Trombetti. Dopo tutto, appoggiare candidati di altri partiti, è quanto il Pd più predilige per questo turno elettorale. Se comunque le primarie si faranno, succederà soltanto perché a deciderlo è stato il capo indiscusso del Pd e della Campania, Antonio Bassolino. Il leader politico più longevo della seconda repubblica, come lui stesso ieri ricordava amabilmente in un’intervista al Foglio: «Tra una cosa e l’altra sono quasi 6 mila i giorni da me trascorsi al comando delle principali istituzioni della Campania».

A

Caldoro si insedi al posto di Bassolino nei primi giorni del prossimo mese di aprile. Il candidato del centrodestra però, sicuro vincitore, difficilmente riuscirà ad eguagliare il record dell’allievo di Pietro Ingrao. Il quale, per altro, oltre ad essere stato sindaco di Napoli dal 1993 al 2000 e presidente della Campania dal 2000 al 2010, può anche vantare due elezioni alla Camera, un’anonima parentesi come ministro del Lavoro nel primo Governo D’Ale-

ma, all’epoca della tragica uccisione del giuslavorista Massimo D’Antona e una miriade di incarichi politici nel Pci-Pds-Ds-Pd. Da segretario della federazione comunista di Avellino (1971) a membro del comitato promotore dei 45 (2007) che diede vita al Pd, passando per il ruolo di ”pontiere”tra i favorevoli e i contrari alla svolta, nel congresso di Rimini che mise fine al Pci (1991), primo firmatario della mozione «Per un moderno partito antagonista e riformatore». Di governo e di lotta.

Negli ultimi dieci anni la sua, tra le regioni italiane, è quella che è cresciuta di meno (+ 0,3)

Di quanto fatto nei sedici anni di «comando» (è citazione letterale) della Campania, Bassolino va molto fiero: «Nonostante in molti mi abbiano a lungo descritto come se fossi una specie di diavolo a quattro teste, sono orgoglioso di quello che ho fatto in questi anni». L’ultimo rapporto 2009 dello Svimez (Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno) ce ne dà un resoconto dettagliato. Secondo il rapporto, le cui linee e sintesi sono agilmente reperibili su internet, la Campania è la regione più povera d’Italia. Negli ultimi dieci anni tra le regioni italiane è quella che ha registrato il più basso tasso di crescita (+ 0,3); e, difatti, è la regione col tasso più basso di occupazione (42,5%) e il reddito pro capite (¤ 15.494) più bas so, nettamente sotto la media europea,

A voler essere pignoli, contando dall’insediamento al comune di Napoli nel lontano 6 dicembre 1993 al commiato di Bassolino dalla presidenza della Campania alle prossime elezioni regionali del 28 marzo, i giorni sono 5.893, che potranno ancora aumentare di qualche unità, in attesa che Stefano

con un gap impressionante rispetto a una regione di confine come il Lazio (¤ 29.645: il doppio di quello campano). Se negli ultimi dieci anni 700mila meridionali sono emigrati nel centro-nord, portando l’emigrazione a livelli sconosciuti da decenni, è sempre la Campania quella col più alto numero di suoi residenti che partono in cerca di lavoro. Peggiore prestazione per la Campania anche in termini di dispersione scolastica. La Campania è anche la regione con la più bassa aspettativa di vita, il maggior numero di omicidi e il primato dei comuni commissariati per infiltrazioni della criminalità organizzata. Le coste campane sono quelle più inquinate e, a detta di Legambiente, il maggior numero di reati ambientali in Italia si commette proprio in Campania.

Di suo invece, lasciato il «comando - è sempre citazione letterale - delle principali istituzioni della Campania», Bassolino vorrebbe dedicarsi a realizzare col Pd il sogno di Enrico Berlinguer. Quel sogno realizzato in Francia da François Mitterand e che dovrebbe essere l’obiettivo della segreteria nazionale dell’amico Bersani: il ricongiungimento delle forze socialiste e comuniste. Per puntare poi a vincere le elezioni (o, a quel punto, fare direttamente la rivoluzione) ed estendere i tanti record raggiunti in Campania all’intera penisola. In bocca al lupo.

Polemiche. La Juventus lo sostituisce con Zaccheroni, ma l’ex difensore ne esce a testa alta

Forza Ciro, campione di dignità di Filippo Maria Battaglia eterminazione, carattere, abilità tattica, persino carisma: a sciorinare gli aggettivi che fino a poco tempo fa alcune delle più note firme delle gazzette nostrane riversavano sulla carta stampata, dedicandole impudicamente a Ciro Ferrara, si corre il rischio di dare un colpo mortale alla credibilità del giornalismo sportivo italiano.

D

accuse e di insulti accompagnati da veleni e rivalse mai sopite. Incurante, Ciro è rimasto lì. Sereno, correttissimo, ma anche molto determinato, non ha evitato i microfoni e le telecamere, ha ricordato che «sei mesi alla Juve valgono come dieci anni altrove» e fino all’ultimo si è persino fermato a siglare autografi agli ormai pochi tifosi che glieli chiedevano. Non ha accusato, insinuato, protestato vittimismo, lanciando grida strozzate di commiserazione. Piuttosto, ha marcato stretto la sua dignità, come faceva ai tempi d’oro del Napoli di Maradona e della Juve di Ravanelli, glissando alle domande di alcuni sicofanti che ora lo trattavano come un ingombrante oggetto di modernariato: troppo giovane per fare l’allenatore, troppo vecchio per replicare i fasti di arcigno difensore di club e nazionale. Ma Ferrara ha fatto di più: è diventato il parafulmine di una società che fino a poco più di un mese

Gli elogi di Mourinho, le parole d’affetto dell’amico Gianluca Vialli: a volte per essere un campione è più importante vincere nella vita

A fine settembre, il difensore che con Napoli e Juventus aveva conquistato davvero tutto, era «l’allenatore delle quattro vittorie consecutive e di un solo gol subito». Un dominus, uno stratega, «l’uomo che aveva fatto risollevare la Juventus». I paragoni si sprecavano, confrontando addirittura le sorti dell’ex scugnizzo partenopeo ai trionfi di Pep Guardiola e del suo inarrivabile Barcellona. Non è stato così, e le nove sconfitte nelle ultime dodici gare si sono affrettate a dimostrarlo. Gli elogi allora si sono trasformati in una grandinata di

prima non aveva alcun dirigente con esperienze calcistiche, tentando così di tenere fermo un timone ormai impazzito.

Il suo caso si è così trasformato in un virtuoso prisma, in grado di decomporre il conformismo culturale del giornalismo sportivo, ma anche di valorizzare certi rari gesti ormai dimenticati alle latitudini nostrane. Josè Mourinho che invoca rispetto per il suo collega è un bel momento di calcio, d’accordo. Ma Gianluca Vialli che commenta: «Mi dispiacerebbe molto se dovesse arrivare una chiamata della Juventus, significherebbe che uno dei miei migliori amici perderebbe un lavoro al quale tiene molto e per il quale sta dando tutto», è qualcosa di più, e il suo gesto non può essere semplicemente derubricato come coreografico.Anche in questo, la lezione di Ciro è servita a dirci qualcosa che, si spera, non evapori insieme alle polemiche sportive di questi giorni.


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E

ra stato buon profeta, quel cocciuto novelliere che abitava a Cornish . Aveva lasciato la vita schifa di Manhattan, per rifugiarsi nel New Hampshire. Per lui che accoglieva i fans a colpi di pallettoni, essere lasciato in pace era diventato una specie di mestiere. E così, pur di fare l’ultimo dispetto ai suoi scocciatori, ha deciso di morire. Solo un po’più vecchio, ma arrabbiato come sempre. Anche dopo morto. Salinger l’aveva detto che una volta tirate le cuoia, avrebbe voluto essere scaraventato in un fiume. E tutto, da quando non c’è più, è proprio come l’aveva immaginato. Gente che gli mette mazzi di fiori sulla pancia, e che insieme ai coccodrilli poggia sulla sua pancia una cospicua dose di cretinate.

C’è chi gli sussurra in un orecchio che è stato «Il Che Guevara dell’upper class pre-globalizzata», chi gli rimprovera di aver fatto sfoggio di stile ma che in fondo ha assemblato temi e situazioni trite e ritrite, chi non concepisce che abbia potuto scrivere un solo romanzo. E chi gli fa pesare inorridito il disimpegno. Un’occasione propizia per scoprire, ad esempio, che secondo i criteri di analisi in voga qui da noi, Canova è formalmente perfetto, ma nella sostanza è solo un pirla che ha copiato Mirone e Policleto. O che Moccia ha ragione a pub-

il paginone

La scomparsa di Salinger ha sollevato interrogativi intorno alla sua oper

Processo al Gi

È stato l’icona preferita da una generazione che prima si è scoperta adolescente e poi si è persa. Uno scrittore e due critici di fronte a un’eredità scomoda di Francesco Lo Dico blicare tutto quello che gli viene in mente, senza scusarsi mai se qualcuno lo chiama orrore.

«La fama di

Salinger – dice a liberal Alfonso Berardinelli, critico che ha dedicato numerosi saggi alla letteratura italiana – sembra essere affidata alla sua opera più famosa, in italiano Il giovane Holden, e alla sua meravigliosa misantropia. Quel suo famoso personaggio ha avuto il torto di aver dato il nome alla scuola di scrittura Holden di Baricco. Se Salinger avesse visto Baricco, forse lo avrebbe fatto scappare imbracciando il suo fucile. Questo strano rapporto Salinger-Baricco è uno dei segni di quanto spesso la fama letteraria sia fondata sul travisamento. Riuscire a immaginare Salinger che dà lezioni di scrittura creati-

Qui a sinistra, e nella pagina a fianco, due foto che ritraggono lo scrittore americano J.D.Salinger

poli – avevo la stessa età di Holden Caulfield. E nelle parole di quell’irriverente ragazzino, come tanti giovani americani di allora, sentii di aver trovato, finalmente espresso, quell’inconfessabile disagio di cui allora soffrivo interiormente. Era il tempo del maccartismo e del sorriso imposto per decreto. Dalla musica alla cultura, era tutto un pullulare di sorrisi. Nella canzoni fiorivano smile e love, l’ottimismo si era fatto dogma e l’happy-end colorava le pellicole. Il libro di Salinger ci tuffò nel dubbio e nell’inquietudine e ci obbligò a ripensare noi stessi. Ad andare oltre quello che ci insegnavano i libri. Ricordo ancora di un mio vecchio professore gallese di filosofia alla Boston University che si interrogava insieme a noi studenti sui criteri che distinguono il vero dal falso. Io, con un po’ di arroganza giovanile, gli risposi che il modo giusto era distinguere per intuito ciò che era autentico da ciò che invece era phoney, fasullo. L’avevo imparato da Holden».

va? Non è riuscito a darle neppure a se stesso, tanto è vero che quanto a creatività ha presto smesso del tutto». «A chi gli rimprovera l’ostinata fuga, bisogna rispondere che è privilegio di pochissimi fare un unico atto immenso e poi dissolversi nel niente. Magari fosse così per RAFFAELE LA CAPRIA tutti, lieviterebbe il numero di scrittori veri, e sarebbe molto più facile riconoscere quelli fasulli – argomenta Raffaele La Capria, decano dei narratori italiani – È auspicabile che un grande scrittore, riesca a dire tutto ciò di cui ha bisogno in un’opera unica. Dovrebbe essere il sogno di chiunque si confronta con la pagina. E poi Salinger ruppe l’odioso precetto dell’obbligo di frequenza. La realtà può esse- E della comparsa de Il giovane Holden, re raccontata una sola volta, perché nes- porta con sé un vivido ricordo anche suno deve imporre a chi scrive, di interpel- Raffaele La Capria: «Mi ricordo di averlare di continuo i fatti che gli si parano lo letto con passione non appena uscì. dinnanzi. Non si riceve la patente di intel- Dentro quelle pagine sentii subito una lettuale dietro prescrizione medica. forza nuova. Era come se da quelle righe «Quando The Catcher in the Rye fu dato scomposte e scapigliate, così come potealle stampe – racconta Gordon Poole, do- vano apparire di primo acchito, si trasfecente di Letteratura nordamericana che risse d’un colpo nella letteratura occida più di cinquant’anni insegna l’amore dentale quell’atmosfera zen che veniva per Hemighway e soci all’Orientale di Na- dall’Oriente. C’era una valutazione dell’attimo che si rarefaceva subito ma ALFONSO BERARDINELLI scompigliava il modo di vivere il tempo, tipico del mondo occidentale. Un approccio che scardinava la ragione dai suoi perni e modellava una diversa percezione. In Salinger lo stupore e la meraviglia, diventavano i nuovi cronometri del mondo. Non si trattava di un’invenzione studiata, ma piuttosto di una scoperta. Holden riportava alla lu-

È auspicabile che un grande scrittore dica tutto in un’opera unica. Ha coronato il sogno di chi si confronta con la pagina

Forse era disgustato dai suoi lettori Non sempre la letteratura va d’accordo con le scuole di scrittura creativa


il paginone

ra più celebre. Fu vera gloria? Rispondono Berardinelli, La Capria e Poole

iovane Holden

Un mito o un vizio? Riproponiamo una riflessione (letteraria ma anche politica) controcorrente

Analisi del“salingeriano di ferro” di Renzo Foa

L

a principale caratteristica dell’holdenista doc è, infatti, la convinzione non solo di essere stato il primo lettore del libro o, quanto meno, il primo ad averlo capito ma soprattutto di essere stato lui, e solo lui, il vero, autentico, unico Holden Caulfield. Con tutte le conseguenze, a cominciare dal tic di sentirsi autorizzato a cambiare umore passeggiando nell’inverno di Manhattan, a scoprire dimestichezza con un campo di segale - in montagna se ne trovano ancora più di quanto non si immagini - o ad assolvere sempre la propria scontentezza. In altre parole a esibire la piacevole sensazione di provare, per usare una felice e sperimentata immagine, «il disagio dei privilegiati».

Il fatto è che, come era già accaduto qualche anno prima nei licei e nelle università americane mentre James Dean interpretava Gioventù bruciata, Il giovane Holden intercettò - o ne venne intercettato? - una generazione in formazione, l’ultima numerosa generazione italiana, appunto quella del baby boom, su cui si sarebbe caricata la responsabilità delle mode, della scelta dei consumi, degli atteggiamenti mentali, delle culture e, per ultimo, della gestione del potere nella prima società di massa. E che, per puro caso, ne diventò un manifesto, con un successo che si è tramandato fino a ora, di padre in figlio.

pace di condizionare le successive generazioni, senza sollevare problemi? … senza provocare danni? E, se si vuole essere più precisi, nell’holdenismo non si rispecchiano i vizi, i difetti, i tic, i limiti di quella fetta di mondo che l’ha assunto a modello? (…) Difficile dire se chi si imbatte oggi in uno dei più enigmatici personaggi della letteratura possa cadere in tanti equivoci. … Non so se lo snobismo, l’irresponsabilità e soprattutto l’idea che ci sia solo un mondo tuo, insomma che il resto non conti, siano difetti culturali che è possibile scaricare interamente su un piccolo libro. Certo oggi che i ragazzi del baby-boom hanno creato mode, condizionato consumi e soprattutto impiantato una precisa idea della politica è abbastanza facile pensare che è anche possibile che sia andata così. Per una ragione: in Holden Caulfield - anche se il suo profilo politico è indistinto, anzi è proprio assente - ci sono già molti difetti di quei ragazzi della sinistra, che furono l’essenziale del mercato italiano di Salinger e che a pensarci bene sembrano ragazzi anche ora che sono attempati.

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del one-shot più invidiato del Pianeta. «Holden fu il vindice profeta della scomparsa di Salinger. Lo nascose per sempre nei suoi diciassette anni, affinché restasse per sempre nella luce. Una e una sola volta, per tutta la vita. Come un lampo che si fissa per sempre nella grande fotografia del mondo», commenta La Capria. «Alcuni si sono chiesti per quale insondabile ragione questo scrittore abbia smesso di scrivere. In fondo credo che oggi appaia incredibile ciò che non dovrebbe mai esserlo. Per quale mai ragione dovrebbe essere garantito che un artista, come un impiegato o un burocrate, debba continuare a produrre arte per tutta la vita?» – si chiede Berardinelli –. Le ragioni per cui si scrive sono così tante che nessuno può immaginare di averle a disposizione ininterrottamente. Nel caso di Salinger credo la ragione più ovvia potrebbe essere questa: semplicemente non aveva più voglia di comunicare alcunché né ai suoi connazionali né al genere umano. Forse era disgustato da quelli che potevano essere i suoi lettori. Succede. Naturalmente tutto questo in un’allegra scuola di scrittura non è concepi-

Nel 2006 Renzo Foa scrisse un capitolo del libro «Sciagurati quegli anni. Contro la beatificazione dei mitici 60». Era dedicato a «Il giovane Holden», di J.D. Salinger Dico per caso, perché di tutti i miti di quella stagione questo è forse quello meno spiegabile. Misteriosi sono il successo costante e la longevità del suo fascino, inafferabile è la chiave grazie a cui quarantott’ore di libertà di un teenager americano, vissute tra un college della Pennsylvania e Manhattan, diventano un modello. Non basta la spiegazione più semplice, quella che invoca la poesia dell’età adolescenziale o, magari, l’aggancio a uno stato d’animo diffuso. Non basta la novità del linguaggio, così fintamente immediato e così minuziosamente ricercato. (…) Così come non basta accontentarsi di constatare che, alla fin fine, Holden Caulfield è migliore di tanti cattivi moralisti di oggi. In quel racconto di duecentocinquanta pagine … non c’è la politica che ha schiacciato, sconvolto e riplasmato il mondo, e soprattutto non c’è la storia … non c’è nulla di contemporaneo. Sì, probabilmente è per questo, solo per questo, che The Catcher in the Rye è diventato una favola destinata a un eterno successo. Un best-seller che si trascina di padre in figlio. Detto questo, resta però una domanda (…): può una poesia fuori del tempo diventare il manifesto di una generazione, cace, sepolto tra le macerie positiviste, il diritto all’inadeguatezza, al rifiuto che non si faceva ricattare dall’obbligo della soluzione. La difficoltà di essere adulti non apparteneva soltanto a quel giovanotto, ma ci strappava tutti, d’un tratto, da quell’enorme sipario che nascondeva la modernità». «Tutto ciò che Holden sapeva – gli fa eco Poole – era in ciò che vedeva intorno a lui, senza filtri o lezioni di vita preimposte. In lui c’era l’istinto puro, l’incanto o il disgusto che affioravano a pelle e non lasciavano scampo all’intelletto. Dopo Il giovane

Si tratta di difetti - direi collettivi, di carattere - affogati in quel calderone dove continuano a bollire gli altri vizi del «semplicismo» della cultura del Pci, del «gruppettarismo» e del «nuovismo» dell’ultimo quindicennio. Cioè i difetti di non vedere né riconoscere un mondo al di fuori dei propri simili, di scambiare l’irresponsabilità per senso di responsabilità e lo snobismo per una qualità dell’animo, di essere loro gli unici titolati a definire tutto ciò che è politically correct e così via. La stessa ambiguità dell’holdenismo sta lì a dimostrarlo. Viene presentato dai suoi esegeti come una poesia e uno stato d’animo, spesso come la testimonianza più autentica dell’adolescenza, ed è indubitabile che per molti versi lo sia. Ma in realtà è soprattutto un alibi. L’alibi in virtù del quale Il giovane Holden è usato come un passaporto della purezza grazie al quale poi è consentito tutto.

Holden, noi ripensammo alla libertà, e ci mettemmo in discussione, e capimmo che non tutto può sottostare all’imperio della ragione. Proprio come teorizzava Marcuse: la razionalità oppressiva del sistema andava contestata dall’irrazionalità rivoluzionaria.

A molti giovani americani il pragmatismo non bastava più. Holden ci aveva mostrato ciò che si nascondeva nei nostri sorrisi. Nel suo incantato disincanto, nel suo impietoso candore, c’era già l’America di James Dean e di

Marlon Brando, della psicoanalisi freudiana di massa e dell’Actor’s Studio. Certo, ognuno sapeva già di essere infelice, ma ora imparavamo a esprimere la nostra infelicità, a confrontarci, quindi a porla come problema, non solo privato ma collettivo. Basti pensare che quel disagio descritto da Holden si articolò come punto di partenza della Dichiarazione di Port Huron, documento fondamentale per l’SDS (students for a democratic society) e per le lotte degli anni Sessanta». Non è poco, per quell’asociale di Salinger. Quello

bile. Ma la letteratura non è detto che vada d’accordo con le scuole in cui si insegna».

Forse Salinger aveva fatto abbastanza. Aveva fatto molto di più di un romanzo, per pretendere di ripetersi. «Negli anni Sessanta Holden rappresentò l’urgenza di fare drop-out, di abbandonare il sistema per rifare il mondo daccapo. E a partire da Salinger, la beat-generation mise al centro delle sue istanze di ribellione, quella ricerca interiore sperimentata da Caulfield», spiega Poole.«C’è un paradosso, che mostra quale sia stata l’importanza di Salinger – conclude il professore – Lui, scrittore in fuga dal mondo che si radicò in un’ostinata solitudine, contribuì alla politicizzazione di una massa di giovani che combatterono per un mondo più vicino ai loro desideri, più libero, più giusto». «Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti», diceva Salinger. Un po’ ci mancherà pure lui.


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Contrattacco. Di fronte alla commissione d’inchiesta, l’ex premier dice: rifarei tutto quello che ho fatto, la svolta fu l’attentato dell’11 settembre

«Iraq, non ho sbagliato» Tony Blair difende la guerra contro Saddam e i giovani laburisti lo contestano in piazza di Enrico Singer a guerra contro Saddam Hussein non fu un errore, ma una scelta politica imposta dall’attacco dell’11 settembre contro le Torri Gemelle. Una scelta giusta che Tony Blair sarebbe pronto a ripetere. Fuori dal modernissimo Conference Center di Londra intitolato alla regina Elisabetta, migliaia di giovani - che per lo più sono elettori del suo stesso partito - lo contestano con slogan e cartelli che lo accusano di essere un bugiardo, ma in aula, di fronte alla commissione d’inchiesta presieduta da sir John Chilcot, l’ex premier laburista che ha guidato il governo britannico dal 1997 al 2007, più che difendersi, contrattacca. «Fino all’11 settembre abbiamo pensato che Saddam Hussein fosse un rischio e abbiamo fatto del nostro meglio per tenerlo a bada con la pressione internazionale e le risoluzioni dell’Onu. Ma dopo l’attentato alle Torri, la nostra percezione cambiò drammaticamente. In quell’attacco terroristico morirono tremila persone: fu una strage orribile e, personalmente, non l’ho mai considerata come un’azione contro

L

gli Stati Uniti, ma contro tutti noi. E mi sono convinto che non potevamo più prendere altri rischi, che un regime brutale come quello iracheno di allora, se ne fosse venuto in possesso, avrebbe usato armi chimiche, biologiche o nucleari».

Saddam Hussein «non c’entrava niente con al-Qaeda e con l’11 settembre», gli ha fatto notare sir Roderic Lyne, uno dei componenti della commissio-

non si allineò a una richiesta di Washington. «Per dirla in modo chiaro: non era soltanto la posizione americana: era la mia posizione, la posizione britannica». E non ci fu alcun accordo segreto quando incontrò, nell’aprile del 2002, George Bush nel suo ranch di Crawford, in Texas. «Quello che dissi al presidente americano l’ho detto anche in pubblico: che la Gran Bretagna avrebbe affrontato insieme agli Usa la minaccia

Nessun patto segreto con Bush: «Abbiamo deciso l’invasione soltanto quando non c’erano più alternative». L’attuale primo ministro, Gordon Brown, spera di recuperare consensi, ma il partito si divide ne. Ma l’ex premier non si è scomposto. L’Iraq, ha detto, era già riuscito a eludere tutte le sanzioni dell’Onu e «dopo l’11 settembre, erano rimeste soltanto due opzioni: o adottare sanzioni davvero efficaci o rimuovere Saddam. Avevamo a che fare con un regime che poteva avere armi di distruzione di massa e dovevamo fermarlo». Tony Blair ha anche molto insistito su un punto: Londra

posta da Saddam con le sanzioni, con le ispezioni e, se si fosse arrivati a quello, anche con la forza militare. Ma il modo di procedere era aperto alla discussione e una seconda risoluzione dell’Onu ci avrebbe reso la vita più semplice». E all’invasione dell’Iraq, scattata il 20 marzo del 2003, si arrivò dopo «continue analisi e discussioni». Niente bugie, niente patti nascosti, insomma. Nella verità

di Blair non ci sono ripensamenti. «Rifarei tutto quello che ho fatto», ha detto l’ex premier. Come, del resto, era ampiamente previsto e come lui stesso aveva anticipato in un’intervista televisiva in cui aveva spiegato che, anche nel caso fosse stato possibile verificare che Saddam non aveva armi di distruzione di massa - verifica che il regime iracheno non consentì - l’azione militare fu decisa «soltanto quando ogni sforzo per evitarla era stato fatto».

Fuori dall’aula migliaia di manifestanti hanno protestato contro Blair che, nei cartelli è diventato “Bliar”, provocatoria

fusione tra il cognome dell’ex premier e la parola liar, bugiardo. Lo slogan più ritmato era «Blair lied, thousands died»: Blair ha mentito e migliaia sono morti. E molti hanno chiesto che l’ex capo del governo finisca di fronte a un vero tribunale per crimini di guerra. Il Queen Elizabeth Conference Center è stato praticamente circondato. Ma Tony Blair, per evitare i manifestanti, è arrivato con quasi due ore di anticipo ed è entrato da un ingrersso secondario. Facendo, così, salire il tono delle proteste: i giovani lo hanno anche accusato di essere un vigliacco e, quando ha cominciato la sua deposizione,

Sarebbe stata più corretta un’assunzione di responsabilità. Non uno scaricabarile che assomiglia troppo a un’assoluzione

Con le sue parole, Tony ci ha deluso on hanno finito di risuonare le parole del premier Blair, che immediatamente non potevano che iniziare le prevedibili polemiche. L’ex primo ministro di Sua Maestà britannica, ora controverso inviato del Quartetto per il Medio Oriente, ha giustificato il proprio operato di fronte alla commissione d’inchiesta sull’intervento in Iraq del 2003 con un problema legato alla percezione della minaccia. A voler essere magnanimi, comprensivi e generosi nei confronti dell’ex inquilino del numero 10 di Downing Street, le sue spiegazioni sono sinceramente inaccettabili. Chi vi scrive è stato un sostenitore dell’intervento contro Saddam in quanto inaccettabile dittatore e massacratore della sua stessa popolazione. Ma un politico con alte responsabilità di governo ha il dovere, prima di mettere a repentaglio

N

di Andrea Margelletti la vita dei propri militari, di prendere delle decisioni sulla base delle migliori informazioni disponibili e non su una percezione di minaccia avvertita. Bush e Blair hanno, vogliamo pensare, montato il “caso Iraq” su basi sostanzialmente ideologiche e non certamente sulla qualità delle informazioni ricevute dalla propria Intelligence. Anzi gli apparati dei servizi segreti statunitensi e britannici sono stati consapevolmente piegati ai desideri dei loro leader, che è esattamente il contrario di quello che un servizio segreto, anche solo vagamente dignitoso, dovrebbe fare.

L’uso politico delle informazioni o, ancora peggio, l’interpretazione delle stesse per conseguire un risultato non

informativo ma di consenso interno, non risulta certamente nelle attribuzioni e nei rapporti che dovrebbero esistere tra il responsabile di un governo e chi ha il compito di informarlo sugli affari del mondo. Compito che, sia ben chiaro, non può essere nell’interesse di un singolo ma dell’intera comunità. Non è un caso che si chiama “sicurezza nazionale” e non “sicurezza del governo”. Gli stessi servizi anglosassoni non sono stati assolutamente immuni da questa follia, fornendo al decisore sostanzialmente le informazioni che lui avrebbe voluto ricevere e non piuttosto un crudo resoconto delle migliori valutazioni possibili. Se mai un direttore di un servizio di Intelligence italiano si fosse comportato in siffatta maniera,

scoperta la cosa, gli avrebbero regalato un viaggio premio sul Golgota.

Per questo, pur sostenendo che la caduta di Saddam sia stata nell’assoluto interesse del popolo iracheno, le ragioni che hanno portato all’intervento sono state viziate dal desiderio di farlo e non da oggettive e sostanziate prove sui programmi per armi di distruzione di massa. Per questo la relazione di Blair non solo non ci convince, ma ci stupisce. Ci saremmo aspettati da un uomo che ha rappresentato indiscutibilmente una novità nel paludato scenario politico europeo, e al quale va dato il merito di aver posto l’accento sulla capacità di leadership dei quarantenni, un «ho sbagliato» ed una piena assunzione di responsabilità, piuttosto che uno sfuggente comportamento che tanto sa di politico “latino”.


mondo nacce che arrivano oggi da Afghanistan, Iran,Yemen e Somalia dove «esistono legami molti forti tra ribelli locali e la rete del terrorismo internazionale».

tutti i dimostranti hanno voltato le spalle al palazzo mentre uno dei leader della protesta Andrew Murray del Comitato anti-guerra in Iraq - ha letto i nomi dei 179 militari britannici che sono morti nel conflitto. Sessanta familiari dei soldati uccisi erano sati ammessi tra il pubblico che ha potuto assistere, da una galleria, alla deposizione di Blair di fronte alla commissione d’inchiesta che si è svolta in due fasi, tra la mattina e il pomeriggio, con una sosta per il pranzo. L’ex premier che ora è inviato speciale per il Medio Oriente - ha dedicato la seconda parte della sua deposizione proprio alle nuove mi-

La commissione d’inchiesta che ha ascoltato ieri Tony Blair non è un tribunale. E lo stesso presidente, sir John Chilcot, lo ha ricordato precisando che l’ex capo del governo è stato convocato soltanto come testimone. L’obiettivo dell’Iraq Inquiry costituita il 30 luglio del 2009, è quello di «valutare il coinvolgimento britannico nel conflitto in Iraq e il modo in cui sono state prese le decisioni». Una specie di operazione-verità che, nelle intenzioni dell’attuale primo ministro, Gordon Brown, dovrebbe risollevare le sorti del Labour scaricando su Tony Blair le critiche che una parte importante della base rimprovara al partito per la guerra contro Saddam che ha coinvolto 45mila militari britannici. E non è certo un caso se ieri, in piazza, ad attaccare Blair c’erano tanti giovani laburisti. Tra pochi mesi in Gran Bretagna ci saranno le elezioni politiche - la data del voto non è stata ancora fissata - e tutti i sondaggi prevedono già la vittoria del partito conservatore guidato da David Cameron. Il disegno di Gordon Brown - rovesciare gli errori sul suo predecessore nella speranza di recupeare consensi è, tuttavia, rischioso. A giudicare dalla convulsa giornata di ieri, i malumori e le preoccupazioni che agitano il Labour sono in aumento. Di sicuro Tony Blair non si è prestato a questa manovra e ha difeso il suo operato a spada tratta tanto che molti dirigentti del partito dell’ex premier temono che la sua deposizione finirà per allontanare dai laburisti un elettorato già disilluso.

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Lo “sceicco del terrore” accusa gli Stati Uniti di distruggere l’ambiente

Contrordine, mullah: il jihad è per il clima di Vincenzo Faccioli Pintozzi opo la guerra agli infedeli, la guerra ai crociati, la guerra al male, Osama bin Laden cambia veste, indossa il suo miglior turbante verde e si butta sull’ecologia. In un nuovo messaggio audio diffuso ieri, di cui ancora non si può confermare l’autenticità, lo “sceicco del terrore” ha infatti per la prima volta in assoluto messo da parte la guerra di religione per indossare i panni del no global e attaccare l’Occidente sui cambiamenti climatici e gli altri «tragici effetti» della globalizzazione. Nell’audio di poco meno di tre minuti, diffuso dall’onnipresente al Jazeera, il capo della “Rete” dell’islam fondamentalista ha anche invitato a boicottare il dollaro «per mettere fine alla schiavitù dagli Stati Uniti». Tutti i Paesi industrializzati, dice infatti il numero uno di al Qaeda, «soprattutto quelli grandi, sono responsabili per la crisi dovuta all’effetto serra. Dovremmo smettere di usare i dollari e liberarcene: so che ci sarebbero grosse ripercussioni, ma sarebbe l’unico modo per liberare l’umanità dalla schiavitù dall’America e dei suoi compari». Convinto evidentemente da quei dati che non sono riusciti a convincere i leader mondiali riuniti il mese scorso a Copenhagen, Osama ha incentrato l’intervento sul tema per lui inconsueto dell’ambientalismo. Possibile anche che volesse sfruttare la coincidenza con il dibattito al Forum economico mondiale di Davos. «Discutere di cambiamenti climatici non è un esercizio intellettuale – ha avvertito ma una realtà. Questo è un messaggio a tutto il mondo su quelli che stanno causando i cambiamenti climatici, intenzionalmente o meno, e su ciò che dovremmo fare». Interessante anche notare il fatto che, sempre per la prima volta, lo yemenita non si sia rivolto a un popolo (gli americani o gli europei) come in passato, ma ha scelto di rivolgere la sua parola «a tutto il mondo». Ovviamente, non poteva mancare l’accusa all’ex presidente George W. Bush e al Congresso Usa per essersi rifiutati di ratificare il Protocollo di Kyoto «solo per compiacere le grandi compagnie. Quelle stesse compagnie che sono dietro alle speculazioni, ai monopolii, agli aumenti dei prezzi, alla globalizzazione e ai suoi tragici effetti».

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per cento entro il 2020». Un’ulteriore curiosità riguarda le “fonti” scelte dal terrorista nel suo messaggio. In un passaggio, infatti, cita: «Aveva ragione Noam Chomsky: gli Usa sono come la mafia». Il linguista e intellettuale radicale del Massachusetts Institute of Technology era già stato usato dai qaedisti, ma mai nel parallelo tra politica americana e criminalità organizzata. Bin Laden ha recuperato un’intervista del padre della grammatica generativa al Guardian dello scorso novembre: «Aveva ragione Chomsky quando ha sottolineato la somiglianza tra le politiche americane e l’approccio delle gang della mafia».

Osama è un attento lettore di Chomsky: aveva già citato il filosofo del linguaggio nel 2007. «Espresse buoni consigli prima della guerra, ma il leader del Texas [l’allora presidente George W. Bush] non ama chi cerca di

Al terrorista risponde, indirettamente, Obama: la sua Amministrazione ha annunciato che taglierà le emissioni prodotte dagli uffici e dai dipendenti del 28 per cento entro il 2020

E poco importa che sia stato Bill Clinton a non lottare per il Protocollo firmato in Giappone, o che le compagnie a cui fa riferimento siano i principali clienti dei governi islamici. Per uno strano caso del destino, allo sceicco ha risposto indirettamente il presidente americano, Barack Obama, che poche ore dopo la diffusione del messaggio ha annunciato che la sua Amministrazione «taglierà le emissioni prodotte dagli uffici e dai dipendenti del 28

dare consigli», disse all’epoca. Con il riferimento a una delle più autorevoli voci critiche dell’imperialismo americano in Occidente, autore tra l’altro di un pamphlet sull’11 settembre, bin Laden torna a inserirsi nel gruppo di “nemici” dell’America che tengono in palma di mano l’intellettuale americano. Chomsky, infatti, sembra essere diventato suo malgrado un “oracolo” anche per Hugo Chavez, che nel settembre 2006 ne consigliò la lettura dal podio dell’Assemblea Generale del’Onu. Saggista di nicchia negli Usa i cui libri sono stati messi al bando a Guantanamo, il professore del Mit vide schizzare al rialzo del vendite del suo “Egemonia e Sopravvivenza. I rischi del dominio globale americano” quando Chavez ne sventolò una copia durante il suo discorso in Assemblea: «Tutti i fratelli e sorelle americani dovrebbero leggerlo», aveva detto il presidente venezuelano dopo essersi fatto il segno della croce. E aveva aggiunto sarcastico: «Per conoscere il diavolo (Bush) che hanno in casa».


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Reportage. Il contingente internazionale a guida italiana sorveglia una delle zone più calde del Medioriente

Quella sottile linea blu Panoramica dal confine che separa Libano da Israele: due mondi (militari) a confronto dal nostro inviato Pierre Chiartano

NAQOURA. P 1-31. Non è la sigla di un nuovo robot, ma uno dei ventidue posti d’osservazione delle Nazioni Unite lungo la Blue Line che divide il Libano da Israele. «Non è un confine, ma una linea convenzionale, scelta per la cessazione delle ostilità» spiega a liberal il colonnello Carmelo Abisso, portavoce del comandante del Sector West di Unifil 2, generale Luigi Francavilla. Una linea che corre lungo i 122 chilometri da capo Naqoura sul mare, fino Sheeba farm, zona contesa poco prima delle alture del Golan. Lì, all’altro capo del confine, dal villaggio cristiano di Marjayoun, in territorio libanese, si vedono le pendici innevate del Maramoun verso la Siria. Il paesaggio è solcato dal cosiddetto technical fence, una sorta di muro di Berlino che separa lo Stato ebraico dal Libano di Hezbollah. Corre come una sorta di profonda ferita nella terra rossa e tra gli ulivi, appena oltre la Blue line. Sorvegliatissimo dai militari di Tsahal, con filo spinato, bunker e campi minati. Dall’altro lato

ci sono i baschi blu guidati per tre anni, fino ad oggi, dal generale Claudio Graziano che ha garantito un perfetto coordinamento tra Lebanes armed forces (Laf), baschi blu e Israele. Grazie anche all’idea di utilizzare un ciclo periodico d’incontri - la cosiddetta Tripartita che si svolgono presso “1-32 Al-

Una fredda denominazione numerica per ciò che gli uomini del reggimento Savoia cavalleria chiamano “fort Apache”. Un plotone di 32 uomini, alcuni mezzi blindati come il Centauro e il Puma, presidiano quella che nelle speranze di tutti dovrebbe rimanere la fortezza Bastiani sulle alture della Galilea. Pro-

La “blue line” è una scelta geografica convenzionale fissata per fermare le ostilità. Sono 122 chilometri: da capo Naqoura (sul mare) fino a Sheeba farm, zona contesa prima del Golan fa”, una base sul mare, dove c’è una villa con doppio ingresso: da nord e da sud. In quel luogo sul confine si discute e si decidono le procedure per mantenere la pace in quella martoriata regione. Con modalità e atmosfere che tanto ricordano altri tempi, quando il mondo era diviso in blocchi.

Verso occidente a soli 3 chilometri dalla costa e dal quartier generale di Unifil 2 a Naqoura, c’è invece il posto d’osservazione denominato 1-31.

prio di fronte al Golfo di Haifa. Per raggiungere l’Observation post dell’Onu, ci vogliono poco meno di 20 minuti su e giù per quelle alte colline. Dai quattrocento metri dell’Op tocchi con un dito Israele e i villaggi di Hanita e Idmith, poi più a ovest sulla costa ci sono le campagne dove sono caduti gli ultimi razzi, l’11 settembre del 2009. Probabilmente lanciati da elementi usciti da un campo palestinese di Tiro, vere zone extraterritoriali incistate in territorio libanese. E dove non entrano né i

soldati Unifil e neanche l’esercito libanese. Ci sono forze di sicurezza interne a campi gestite principalmente da Fatah e Hamas. Sono stati lanciati nascosti nel fitto fogliame di un bananeto ad Al Qulaylah, vicino la costa a metà della strada tra Tiro e Naqoura.

Nonostante l’intensa attività le Crlo, acronimo che indica le operazioni per contrastare proprio il lancio di razzi, «sono zone molto difficili da controllare» continua Abisso, che è anche addetto alla pubblica informazione dell’Aerobrigata Friuli, responsabile di far rispettare la risoluzione 1701 per uno dei settori a sud del fiume Litani. In risposta a quell’attacco, il sistema di difesa automatico israe-

liano aveva sparato una salva di nove colpi di cannone, tutti caduti lontano da persone e abitazioni di civili.

A Unifil spiegano che Tsahal avvisa sempre qualche minuto prima di effettuare la cosiddetta “retaliation”. L’impressione è che tra le parti ci un forte senso di responsabilità nel mantenere la situazione sotto controllo. Ricordiamo che il mandato della 1701 prevede che la United nation interim force fornisca assistenza umanitaria alla popolazione civile, facilitando il rientro degli sfollati; protegga i civili dalla minaccia di violenze fisiche; assicuri che l’area d’operazione non venga utilizzata per attività ostili; garantisca la sicurezza e la libertà di movi-

Graziano: «Ma qui vogliono la pace» Parla il comandante di Unifil-2, che ha ceduto il posto di comando agli spagnoli NAQOURA. L’Italia lascia il vertice della missione Onu in Libano. Claudio Graziano, generale di corpo d’armata è stato per tre anni in una posizione delicata. All’interno di una polveriera mediorientale, dove si sono fronteggiati uno degli eserciti più efficienti al mondo e le agguerrite milizie sciite di Hezbollah. Graziano lascia il posto al generale di divisione spagnolo, Alberto Asarta. La cronaca del disastro aereo accaduto poco a largo di Beirut, con più di novanta vittime, ha condito la vigilia del passaggio di consegne. Le unità di Maritime, la componente navale di Unifil, sono state infatti utilizzate per le attività di ricerca e soccorso. Nella sede del comando di missione nella base di Naqoura, Graziano risponde a liberal, sugli esiti dell’intervento dei baschi blu a sud del fiume Litani. Nel 2008, molti analisti ritenevano che il 2010 potesse diventare un anno a rischio per la stabilità e la pace in Libano. Il continuo afflusso d’armi all’esercito di Hezbollah e il clima della regione facevano prevedere il peggio. Poi l’estate scorsa ci sono state le elezioni presidenziali con i partiti sciiti - Amal ed Hezbollah - che hanno segnato il passo. Non solo,

di Etienne Pramotton ma Saad Hariri ha voluto coinvolgere gli uomini di Nasrallah nelle responsabilità di governo. Quindi da una parte abbiamo avuto un coinvolgimento internazionale, con la missione del Palazzo di vetro, dall’altro una politica di assimilazione attuata dalla coalizione 14 marzo che ha vinto le elezioni. Anche se qualcuno afferma che Hezbollah abbia voluto perdere, siglando un

2006. Un’azione di forza che Tsahal, l’esercito di Gerusalemme, aveva attuato per porre termine ai continui lanci di razzi sul proprio territorio. Il buon lavoro svolto del comando italiano e da tutte le componenti nazionali di Unifil sono state riconosciute da tutti. Generale, oggi chi arriva a Naqoura percepisce un clima diverso: la temperatura delle tensioni sembra calata. È solo un’impressione? Ho verificato con le parti il gradimento dell’azione di Unifil, che ha svolto non solo una funzione di peacekeeping, ma anche di stabilizzazione. Per avere effetto la forza dispiegata deve essere credibile ed è ciò che è stato fatto, anche se l’attività di prevenzione, come nel caso del lancio dei razzi è molto difficile. Prevenire è più difficile che intervenire, perché prevede una presenza capillare sul territorio. Unifil però non può diventare ostaggio di se stessa, nonostante ci sia apprezzamento per il lavoro che abbiamo fatto e svolgiamo. Ma Unifil non può stare qui in eterno, la componente politica si dovrà attivare per trovare una soluzione. In Medioriente la parola pace è un concetto complicato. Forse è me-

Stiamo lavorando affinché lo stop delle ostilità diventi un cessate-il-fuoco. La nostra azione cerca anche di creare fiducia tra le parti. Ecco perché è nata la procedura tripartita accordo sottobanco con l’attuale premier. Il generale ha tenuto il suo ultimo incontro con la stampa martedì 27 prima della cerimonia di passaggio di consegne del 28. Un cambio al vertice dei caschi blu per una missione fortemente voluta dal contesto internazionale, dopo l’invasione del Libano del sud da parte d’Israele nel


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Immagini scattate dal nostro inviato in Libano nei pressi della blue line, il confine altamente militarizzato che separa il Paese dei cedri da Israele. Il contingente internazionale, guidato fino a pochi giorni fa dal generale italiano Graziano, è oggi sotto il comando spagnolo: il compito principale è quello di far rispettare la Risoluzione 1710 dell’Onu sul disarmo mento al personale Onu e delle organizzazioni umanitarie. E mantenere l’area tra il Litani e la Blue Line libera da armi non autorizzate. Qui cominciano alcune dolenti note.

Le continue violazioni da parte dell’aeronautica di Gerusalemme dello spazio aereo del Libano meridionale sarebbero

veglianza elettronica del sottosuolo tipo sigint e telint.

Il generale Luigi Francavilla, comandante del settore Ovest di Unifil, ha risposto a liberal durante un briefing nella base di Tibnin: «Non ho elementi per affermare il contrario». Fonti d’intelligence inoltre ritengono che le milizie sciite abbiano

Le milizie sciite di Hezbollah, dice Tel Aviv, hanno spostato i depositi di armi poco più a nord del Litani, in modo che in caso di necessità bellica sia agevole recuperarle senza sgradite incursioni motivate dal timore che le milizie di Hezbollah stiano continuando ad armarsi e dalla necessità di effettuare voli di sor-

spostato i depositi poco più a nord del Litani, in modo che in caso di necessità sia agevole recuperarle.Osservando le strette

glio parlare di non-guerra. I media possono influenzare molto l’opinione pubblica , ma la retorica negativa non ha trovato riscontri sul terreno, per ora. Ho avuto sul terreno riscontro dell’assoluta mancanza di volontà di riaccendere un conflitto, anzi tutti vogliono che ci sia la pace. Dopo tre anni e mezzo, per la prima volta, le municipalità funzionano di nuovo. Anche il problema del villaggio di Gahjar, diviso a metà dalla Blue Line, verrà risolto. Certo posso parlare solo di ciò che succede a sud del Litani, Non conosco la situazione nel resto del Paese. Il vertice tripartito è una sua idea che sembra aver dato dei risultati positivi. Come funziona? Ha funzionato anche durante l’operazione Cast Lead a Gaza. Hanno capito l’importanza di mantenere aperto il dialogo anche in quei frangenti. Alla volte non si concludeva nulla altre volte molto. Ricordo il caso di un cittadino israeliano entrato in Libano. Su indicazione di Gerusalemme fu poi fermato dalle forze libanesi e restituito agli israeliani. Stiamo lavorando affinché la cessazione delle ostilità si

e scoscese pendici di quella valle si intuisce il perché sia stato quello il limite scelto dall’avanzamento delle truppe israeliane durante l’invasione del 2006. Difficile avanzare oltre su di un terreno difficile e soprattutto quella posizione garantisce il vitale controllo della maggiore riserva d’acqua della regione.

Il coordinamento con i 10mila uomini della Laf funziona, fonti bene informate però fanno notare come anche queste ultime siano state fortemente infiltrate da elementi del partito di Dio. Almeno nei quadri bassi e intermedi della gerarchia militare. Una situazione che potrebbe essere legata a una volontà di Nasrallah di boicottare gli sforzi del governo di

Beirut di muoversi in autonomia rispetto alla capitale.

Oggi, però, il coinvolgimento di Hezbollah nel governo libanese potrebbe aver fatto cambiare atteggiamento agli sciiti, ma in Libano la calma è sempre e solo apparente. Sindaci e moukhtar – una specie di pubblico ufficiale – che abbiamo incontrato, di Amal, di Hezbollah oppure Maroniti si sono sempre dichiarati più interessati a risollevare le difficili condizioni di vita della popolazione che ha giocare un ruolo sul tavolo della politica. Il sud del Libano è una regione depressa economicamente, con una rete stradale disastrosa, per fare pochi chilometri a volte servono ore. Mancano acqua ed energia

trasformi in un cessate-il-fuoco. La nostra azione è stata mirata anche a creare fiducia tra le parti. Per questo abbiamo costituito la procedura tripartita. Incontri mensili, dove libanesi e israeliani parlano per risolvere problemi che sorgono. Con Unifil in mezzo a fare da mediatore. Tra i risultati di questi colloqui anche la marcatura della Blue Line con dei barili che richiede un processo di confidence bulding. La forza del tripartito è questa: non si parla di massimi sistemi, ma di questioni pratiche. Ad esempio, permettere al contadino libanese di poter andare a lavorare nel campo che si trova a sud della linea, con l’autorizzazione israeliana, è importante. Gli incidenti terrestri sono diminuiti, andando scemando negli ultimi tre anni. C’è ancora molto da fare, serve liberare la zona dalle armi, ci sono stati lanci di razzi e minacce. In maniera da creare i presupposti per quel progresso politico che non è nelle nostre mani. Ci racconta come funziona Unifil 2? Le nostre funzioni, nonostante un robusto mandato, ricadono in pieno nel capitolo sesto, cioé quellev-

elettrica e nonostante lo splendido lavoro delle unità Cimic del contingente italiano e delle forze Unifil 2 i libanesi che hanno caparbiamente deciso di restare in questa regione non vivono in condizioni ottimali. E ogni villaggio conta i suoi morti, i suoi miliziani di Hezbollah e quelli dell’esercito del sud, Al Jaroum, scappati in Israele dopo il ritiro del Duemila.

Il puzzle libanese è complesso in un Paese passato dalla dominazione dei mamelucchi, a quella degli ottomani e poi dei francesi, ma l’approccio dei militari italiani ancora una volta ha saputo mediare con la popolazione libanese, nel difficile rapporto tra bisogni e dignità, tra paura e voglia di ricominciare.

di peacekeeping. Operiamo grazie ad un accordo tra le parti. Compito delle missioni Onu è quella di aprire una finestra di possibilità, perché non possono risolvere i conflitti, specialmente in ambito mediorientale dove sono le parti in conflitto a dover trovare una soluzione. Noi possiamo facilitare il compito attraverso il dispiegamento di forze di sicurezza e attività di supporto. Il mandato di Unifil è stato proprio confezionato su queste esigenze. Un ruolo che si può svolgere solo con il supporto e in supporto delle Lebanon armed force. Queste sono motivate ad operare come forze sovrane e penso che sia un fatto positivo per tutta la missione.


cultura

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Amarcord. Da “Ben Hur” a “La dolce vita”, da Gregory Peck ad Audrey Hepburn: quando le star americane facevano a gara per girare film nella capitale

Hollywood alla romana Vent’anni di storia del cinema nel documentario di Marco Spagnoli sull’epoca d’oro di Cinecittà di Orio Caldiron egli anni Cinquanta e Sessanta, Roma divenne ancora una volta un impero», dicono Gene Lerner e Hank Kaufman in Hollywood sul Tevere, la bibbia sull’argomento. «Non in conseguenza di uno schiacciante potere militare o a causa di una posizione geografica di vitale importanza per strategie geopolitiche, bensì attraverso il magnetismo della celluloide e grazie alla illusione operata dalla macchina da presa. I vasti stabilimenti cinematografici di Cinecittà divennero il nuovo Palatino. Roma stessa divenne un gigantesco set cinematografico da mozzare il respiro e accolse un numero infinito di divinità dello schermo provenienti dai più vari domini, con seguito di domestici e di sicofanti, che volevano creare il loro nuovo Mercurio: il paparazzo».

«N

A u d r e y H e pb ur n – smilza e ossuta, volto da elfo, occhi da cerbiatta, sorriso sensuale e innocente – sembra il prologo, quasi il fuori testo di un’epoca del divismo maggiorato e muscolare in cui dominano i corpi e le forme. In Vacanze romane (1953) di William Wyler, il suo sguardo irrequieto attraversa la città eterna, dal Colosseo alla Bocca della Verità, dai bar all’aperto ai dancing movimentati, per impadronirsene nella labile ma tenace freschezza del ricordo come chi fa i sopralluoghi a futura memoria. Sospesa tra realtà e sogno, neorealismo che non c’è più e commedia all’italiana che non c’è ancora, la principessa in libera uscita è l’attrice che si avvia a diventare diva, ma anche la diva che si toglie la corona, scende dal trono e corre in Vespa tra il pubblico per rannicchiarsi nel letto del giornalista Gregory Peck, senza che tra di loro cadano mai le mura di Gerico. Se nella sua autobiografia Kirk Douglas rievoca l’avventura di Ulisse (1954) di Mario Camerini come una piacevole vacanza nel paese del sole, dove gli appuntamenti mondani si alternano alle grandi nuotate, in

realtà il match comincia ancora prima dell’inizio delle riprese. Con un memorandum a Dino De Laurentiis in cui l’attore esprime la sua perplessità nei confronti della sceneggiatura che non gli piace. Non va meglio neppure con il regista, che punta su un’interpretazione

borghese di Ulisse, visto come un giornalista curioso del mondo. Sul set si moltiplicano i dissapori. Kirk Douglas diveggia, è arrogante, sgradevole, sgarbato con tutti. Girata l’ultima inquadratura, Camerini si sfoga pubblicamente prima di lasciare il teatro di posa: «Adesso vorrei che l’interprete traducesse al signor Douglas quanto

segue, ossia che io ho portato avanti l’Ulisse perché ho una coscienza professionale e so l’impegno finanziario che un film implica, però il signor Douglas si è comportato veramente male, in un modo che tante volte mi è venuta la tentazione di smettere e piantare tutti in asso. E altrettanto male si è comportato con voi, ragazzi della troupe».

Alla festa finale, al ristorante Apuleius di Ostia Antica con i camerieri in costume da antichi romani, il regista, dopo aver giurato di non andarci, si lascia convincere da De Laurentiis. Kirk, più su di giri che mai, lo accoglie buttandosi in ginocchio e cantandogli in italiano, sull’aria di “Mamma”, una canzone inventata lì per lì che intitola “Papà”. Seguono applausi, abbracci, brindisi. Il carisma del divo hollywoodiano porta comunque fortuna al film, che in Italia è subito in cima alla classifica degli incassi prima di trionfare in tutto il mondo. Ulisse segna la piena consacrazione di Silvana Mangano che, lasciatasi alle spalle l’immagine aborrita della mondina, è affascinante nei ruoli di Penelope e di Circe, il doppio volto della femminilità, la perfetta incarnazione del teorema della bellezza terrena e esotica, quotidiana e misteriosa. Il modello sofisticato a cui si rifarà in tutta la carriera l’attrice che non vuole essere attrice, in cui si avverte sempre di più il senso allarmante dell’inquietudine esistenziale. Chi sono i divi di un kolossal come Guerra e pace (1956) di King Vidor – duecento giorni di riprese, milleduecento metri cubi di neve artifi-

ciale, centoventimila comparse, centosessantamila metri di pellicola, Mosca lunga tre chilometri costruita in quaranta giorni negli studi della Tuscolana – dove Cinecittà e Hollywood si guardano allo specchio in un impossibile confronto all’ultimo ciak?

Potrebbero essere i produttori, nonostante la prevedibile battuta in voga all’epoca: «Ponti e De Laurentiis producono Guerra e pace, ma Ponti ha letto solo il primo volume e De Laurentiis il secondo». O il regista che per più di un anno e mezzo lavora al film tutti i giorni, domeniche comprese, ricorrendo sempre per dirimere i dubbi e le incertezze a quella meravigliosa sceneggiatura che si rivela il romanzo di Tolstoj. O Mario Soldati, il regista della seconda unità, che si diverte a girare le scene di battaglia nel suo Piemonte, a Pinerolo sotto la pioggia battente, al Sestiere nella neve, a Valenza Po, nel castello di Stupinigi. S’impone tra

Qui sopra (dall’alto): Liz Taylor in “Cleopatra”; una scenografia di “Ben Hur”; Audrey Hepburn e Gregory Peck in “Vacanze romane”. Nella pagina a fianco: Giulietta Masina

gli attori Audrey Hepburn, una Natasha straordinaria che corre, ride, si arrabbia, piange, svaria dalla spensieratezza alla disperazione, vivendo il personaggio dal di dentro, dimenticandosi di recitare. Quando esce nel febbraio del ’60, il successo di La dolce vita è enorme. Sulla soglia degli anni Sessanta, rappresenta la fine del dopoguerra e avvia la svolta epocale del nuovo decennio. La strada (1954) aveva fatto discutere, suscitando entusiasmi e malumori anche per l’immedia-


cultura

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del divismo internazional-autarchico. Ma il film è curioso se non altro per la polemica presenza di Sergio Leone, a cui il ruolo di regista della seconda unità sta ormai stretto. Non solo ha lavorato con quasi tutti gli “invasori” americani della

Hollywood sul Tevere – da Quo vadis? (1951) di Mervyn LeRoy a Elena di Troia (1953) di Robert Wise e Ben Hur (1958) di William Wyler dove alla troupe si continua a far vedere e rivedere il film muto di Fred Niblo per carpirne il segreto della corsa delle bighe – ma ha già esordito in proprio con Il colosso di Rodi (1960).

fetto. A Fellini è bastato un vecchio manifesto sdrucito di un film dell’attore americano per riconoscere il suo personaggio.

tezza quasi naîve con cui l’autore vi esibisce alcuni dei suoi più tenaci miti personali, con Giulietta-Gelsomina in bilico tra la brutalità animalesca di Anthony Quinn e l’acrobatica follia di Richard Basehart. Sul momento neppure Il bidone (1955), poi rivalutato, convince del tutto, nonostante Broderick Crawford greve e massiccio, con gli inconfondibili occhi a fessura, sia per-

Se sono molte le ragioni per cui Federico non ha mai preso sul serio l’idea di lavorare in America, è anche perché l’America era sempre pronta a venire in Italia con grandi divi come Paul Newman, disponibile per questo o quel ruolo. Svedese, ma già da qualche anno attiva nel cinema americano, soltanto con La dolce vita Anita Ekberg diventa l’incarnazione irripetibile della donna: «Chi sei? Tu sei tutto, sei tutto, ma lo sai che sei tutto? Eh? Everything. Everything. Tu sei la prima donna del primo giorno della creazione. Sei la madre, la sorella, l’amante, l’amica, l’angelo, il diavolo, la terra, la casa». Non bisogna dimenticare Walter Santesso, che è Paparazzo, e cioè una delle figure-simbolo dell’intero periodo. Anche perché il film prende il via dall’aneddotica della Hollywood sul Tevere, distilla i frequentati crocevia di un’intera epoca, dai gossip più fantasiosi ai cocktail party più scatenati. Mancano solo i matrimoni, i riti di esorcismo di una stagione in cui amare fa rima con altare, da

Linda Christian e Tyrone Power a Anita Ekberg e Anthony Steel, da Audrey Hepburn e Mel Ferrer a Dawn Addams e il principe Vittorio Massimo, da Elsa Martinelli e il conte Franco Mancinelli Scotti a Marisa Allasio e il conte Pier Francesco Calvi di Bergolo. Non andrebbe neppure la pena di occuparsi di Sodoma e Gomorra (1962) di Robert Aldrich, dove siamo ormai agli spiccioli

Tutti i divi che hanno segnato un’epopea La scorsa settimana è uscito l’atteso Nine di Rob Marshall, clamorosa celebrazione musicale dell’italianità anni sessanta ispirata al felliniano 8 e 1/2, con cui il coreografo-regista americano spera di fare il bis di Chicago, Oscar compresi. Nel frattempo il Centro Sperimentale di Cinematografia e Cinecittà Luce festeggiano la mitica stagione di Hollywood sul Tevere con un volume fotografico, a cura di Stefano Della Casa e Dario E. Viganò, che comprende testi di Raffaele De Berti, Enrico Magrelli, Guglielmo Pescatore, Simone Venturini, interviste, testimonianze d’epoca e numerose foto inedite. Pubblichiamo parte dell’intervento di Orio Caldiron dedicato al fenomeno del divismo.

Solo pochi anni dopo, Per un pugno di dollari (1964) segna la nascita dello spaghetti-western. Star in declino e strepitose new entry, gli attori americani – da Clint Eastwood a Lee Van Cleef, da Eli Wallach a Charles Bronson, da Rod Steiger a James Coburn – sono chiamati a prestare volti e corpi alla geniale contraffazione della mitologia della frontiera, attraverso cui si delinea la nascita di un autore. Nonostante le ambiziose intenzioni del regista, Cleopatra (1963) di Joseph L. Mankiewicz è un flop terrificante che manda a gambe all’aria la Fox. Se il “ciclone Cleopatra”mette a dura prova la routine degli studios romani, la grande storia d’amore promessa dalla pubblicità non è quella tra Antonio e Cleopatra, ma avviene tutta fuori campo tra Liz Taylor e Richard Burton, seguita dai giornali con il fiato sospeso come se potesse avere conseguenze internazionali. Come reagisce Mankiewicz? Con l’ironia, come si intuisce dalla storiella attribuitagli all’epoca: «6 aprile 1962. I giornali italiani pubblicano in prima pagina un articolo in cui si cita la solita fonte anonima, ma autorevole, secondo la quale fra Burton e Liz non ci sarebbe nulla. Il terzo uomo sarebbe Joseph L. Mankiewicz, che avrebbe convinto Burton – definito «un idiota dal passo strascicato» – a portare in giro Elizabeth per fargli da paravento. Qualcuno è venuto sul set per chiedere a Mankiewicz se ha qualcosa da dire su questa storia. «Sì», ha risposto, «in realtà Mr. Burton e io siamo innamorati

uno dell’altro e Miss Taylor ci serve da paravento».

Nella conferenza stampa dedicata nell’ottobre 1966 al lancio di La Bibbia, i duetti tra il regista John Huston e il produttore Dino De Laurentiis sono irresistibili. L’accidentata lavorazione del film agita per parecchi mesi le cronache mondane grazie agli amori tempestosi di Ava Gardner e George C. Scott, Sara e Abramo. Quasi sempre ubriaco, lui la riempie di pugni, continuando a chiederle nel clou del delirio alcolico: «Perché non mi sposi?». Sara dagli occhi pesti, che ogni mattina il truccatore s’ingegna a cancellare, la bellissima Ava anima le notti romane, fa strage di cuori, ma non riesce a nascondere la masochistica predisposizione a mettersi nei guai nella vita e sullo schermo. Il segreto di Santa Vittoria (1969) di Stanley Kramer, l’ultimo film di Anna Magnani prima dell’approdo in tv, ha tutta l’aria del definitivo congedo della Hollywood sul Tevere. Orson Welles vi si è ispirato per Operation Cinderella, uno dei suoi progetti rimasti nel cassetto a cui avrebbe dovuto partecipare anche Anna, imperniato sull’arrivo di una compagnia cinematografica hollywoodiana in un piccolo paese italiano. Se nel passato c’erano stati saraceni, mori, normanni, tedeschi, americani, ora è la volta dei cinematografari, ma la nuova occupazione è in tutto e per tutto un’occupazione militare e la lavorazione del film trasforma completamente la vita degli abitanti. La troupe di Kramer invade Anticoli Corrado, a cinque chilometri da Roma, ma l’entusiasmo cinefilo della popolazione ha perso l’innocenza degli inizi e tutti vogliono soldi per apparire sullo schermo. Non aggiunge nulla alla carriera di Anna Magnani che era andata direttamente alla fonte, preferendo la Hollywood sul Pacifico, dove, prima attrice italiana, si aggiudica l’Oscar con La rosa tatuata (1956) accanto a Burt Lancaster, lo straordinario principe di Salina di Il Gattopardo (1963). Per interpretare poi Selvaggio è il vento (1958) con Anthony Quinn e Pelle di serpente (1960) con Marlon Brando. Quinn in Italia è di casa, vi ha girato molti film, da Attila (1954) a Barabba (1961), ponendo le basi di una lunga e onorevole carriera internazionale. Ogni tanto qualcuno fa il suo nome per questo o quel film, ma Brando nessuno è riuscito mai a catturarlo. L’unica trasferta italiana di Marlon risale all’ottobre ’54, quando viene a Roma per presenziare al cinema Fiamma alla prima di Fronte del porto e dà di matto non appena si accorge che il film è in italiano: «Non mi sono mai visto doppiato. Sono un attore, non il pupazzo di un ventriloquo». Si consola solo guardando insistentemente nell’abissale decoltè di Sophia Loren.


cultura

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Esposizioni. Fino a domani, 31 gennaio, la 34esima edizione della mostra-mercato d’arte contemporanea “Arte Fiera” di Bologna

La notte bianca dell’«estetica» di Diana Del Monte

BOLOGNA. Uscendo dalla stazione centrale di Bologna si viene investiti dall’aria pungente tipica dei panorami innevati. Il clima di questa città che, ammettiamolo, non è generalmente dei più invidiabili, in questi giorni riserva un particolare benvenuto ai suoi ospiti; la neve, infatti, è da poco arrivata a decorare la “dotta” in uno dei suoi week-end più belli e impegnativi, donandole, per l’occasione, un aspetto intimo e suggestivo. Le vie sono libere, ma ai bordi delle strade, sui prati, gli alberi ed i tetti, l’ospite ghiacciata veglia come un gatto sonnecchiante sul lavoro di un gruppo di giovani artisti: si tratta dei partecipanti ad Art First, uno degli appunta-

menti della 34esima edizione di Arte Fiera, la mostra-mercato d’arte contemporanea che si è aperta oggi nel polo fieristico del capoluogo emiliano-romagnolo.

Tre giorni, dal 29 al 31 gennaio, per uno dei più importanti appuntamenti italiani dedicati all’arte contemporanea, punto d’incontro tra galleristi e collezionisti provenienti da tutto il mondo. 15.000 mq di spazi espositivi occupati da più di 200 gallerie e numerosi appuntamenti paralleli organizzati nel centro storico e in altri punti chiave del capoluogo. Alcuni degli artisti presenti alla fiera interagiranno con la città per dare vita ad Art First, un’unica grande mostra collettiva che “invade”i luoghi più significativi del centro con performance pensate e realizzate appositamente per i palazzi storici bolognesi. Una trasformazione del profilo urbano quotidiano e dei siti storici che andrà ben oltre il tempo della fiera, fino a fine febbraio, e che troverà il suo culmine in Art White Night. Più bianca che mai, la notte dell’arte è stata organizzata

da Arte Fiera Art First per stasera, 30 gennaio con aperture straordinarie di musei, gallerie, palazzi e mostre dalle 20 alle 24. Abbiamo ancora negli occhi l’immagine della facciata del Palazzo dei Notai trasformata in una grande tela dipinta dalla luce per la scorsa edizione, che già il capoluogo emiliano-romagnolo si ripropone a noi, grazie ai 47 siti sparsi per tutta la città, come un’unica grande vetrina d’arte. A brillare come neve al sole nel programma di questa edizione, tuttavia, è il Diario dell’anima.

re Woman e Tristan’s Ascension (The Sound of a Mountain Under a Waterfall), accompagnati da sette brevi composizioni di Pärt.

no, Caravaggio e Goya. Tanto schivo e riservato Pärt, che raramente si offre alla vista del suo pubblico, quando affascinante e comunicativo Viola; i due, apparentemente così di-

Nato nel 1935 a Paide, cittadina estone di tradizioni rurali con meno di diecimila abitanti, Pärt è uno dei maggiori compositori viventi, apprezzato soprattutto per la semplicità dell’ascolto e la trasparenza emotiva delle sue opere. Allievo di Heino Eller, Pärt, a partire dai primi anni Settanta, sostituisce alla sua personalissima dode-

L’incontro di due grandi artisti del nostro tempo di Arvo Pärt e Bill Viola, prima memorabile collaborazione tra il compositore estone e il videoartista americano organizzata in partecipazione con la Fondazione Musica per Roma. Questa sera, nello splendido scenario della chiesa sconsacrata di Santa Lucia, oggi Aula Magna dell’Università di Bologna, verranno proiettati due lavori di Viola, Fi-

Nell’ambito della rassegna, anche una sezione dedicata alle giovani gallerie con non più di 5 anni di attività che propongono opere di artisti emergenti

In questa pagina, alcune immagini di Arte Fiera di Bologna; i due grandi artisti Arvo Part; (a sinistra) e Bill Viola (a destra)

cafonia le infinite variazioni del cosiddetto “tintinnabulum”, uno stile rigoroso ed originale influenzato dai grandi maestri del Rinascimento europeo e costruito interamente su triadi e scale tonali. Newyorkese di origini italiane, invece, è Bill Viola, uno degli artisti più noti e affermati al mondo. Nato nel 1951, risiede a Long Beach ed è certamente l’esponente più raffinato della videoarte; i suoi lavori rivisitano in chiave tecnologica, poetica e contemporanea i grandi maestri, quali Giotto, Mantenga, Bosch, Tizia-

versi, sono, invece, uniti da una profonda tensione verso la spiritualità e dalla comune visione dall’arte come viaggio interiore nell’anima dell’uomo contemporaneo. Si sono conosciuti di persona lo scorso novembre, durante l’Incontro con gli artisti di Benedetto XVI nella Cappella Sistina, e, specchiatisi l’uno nell’altro, hanno da subito sentito l’urgenza di lavorare insieme, al di là delle apparenti differenze.

L’evento ha attirato l’attenzione di tutto il mondo dell’arte ed i pochi inviti, su prenotazione, sono finiti immediatamente. Coloro che non riusciranno ad essere presenti all’Aula Magna, potranno, comunque, ammirare le opere di Viola negli spazi della fiera, dove verranno esposte sabato e domenica. Ma Arte Fiera è principalmente e soprattutto un momento dedi-

cato al mercato dell’arte; per il secondo anno consecutivo la manifestazione dedica il programma degli incontri al tema del collezionismo e, in particolare, alle problematiche relative ai musei privati. L’arte come alternativa agli investimenti tradizionali in grado di trarre un giovamento consistente dal rientro dei capitali dall’estero è forse l’aspetto meno noto e considerato dal grande pubblico; l’arte italiana, in particolare, già al centro della scena internazionale nel 2009 con il centenario del futurismo, potrebbe incontrare un nuovo periodo d’oro, attirando collezionisti italiani e stranieri grazie al vantaggioso rapporto qualità-prezzo e alla solidità delle sue quotazioni. Per gli estimatori, in grado di fiutare anticipatamente le future tendenze dell’arte, Arte Fiera Art First ha, inoltre, pensato una sezione dedicata alle giovani gallerie con non più di 5 anni di attività che propongono opere di artisti emergenti.

I prezzi sono decisamente più bassi, ma destinati a lievitare notevolmente laddove si riuscisse a captare un “affare”, e vanno dai 500 ai 10.000 euro. Per tutti coloro che l’arte la possono o la vogliono solo guardare, ma soprattutto per tutti coloro che hanno voglia di scoprirla quest’arte contemporanea, l’appuntamento è sabato sera con l’Art White Night. Per gli amanti delle due ruote, e per i volenterosi in genere, sono stati organizzati percorsi guidati in bicicletta mentre, per tutti gli altri, è previsto un servizio di navetta che collega i vari luoghi dell’arte. Un «fidanzamento ufficiale tra la città e l’arte», come l’ha definito Silvia Evangelisti, Direttore Artistico della fiera; una festa, a cui Bologna si presenta adeguatamente fasciata in un candido abito da sera per chiudere la serata e salutare i suoi ospiti a mezzanote, con lo spettacolo pirotecnico in Piazza Maggiore.


sport oco più di cinquant’anni fa era ancora una colonia inglese nel cuore dell’Africa con un nome suggestivo alquanto: Costa d’Oro, di fianco a quella d’Avorio, nel cosiddetto golfo di Guinea, che la dice lunga sulla sua massima risorsa. Un litorale per l’appunto costellato di miniere di quel prezioso metallo del quale gli occidentali erano, e sono, tanto ghiotti. E mentre in riva al mare si estraeva l’oro, nelle zone interne prosperavano gli indigeni e quell’impero Ashanti ricordato niente popò di meno che da Erodoto. Oggi si chiama Ghana ed è noto ai praticanti delle pagine sportive, e soprattutto a quelle relative ai calciopedatori, per una squadra di rango e qualche giocatore che ha calcato le nostre terre come Asamoah (vedi Udinese). Ora son sicuro che a quelle latitudini equatoriali stanno festeggiando l’ingresso in finale nella Coppa d’Africa appena conquistato. Ma suggerirei loro di lasciar stare: più bello capire quanto ormai accertato e cioè che per 21 milioni di abitanti esiste 1 sciatore, vero, forse l’unico di tutto il continente, e ovviamente nero di carnagione. Questo il bilancio degli sport invernali in un paese, il Ghana, che al solo pensiero possa avere uno sciatore nessuno ci crede. Eppure è proprio così.

P

La notizia è di qualche giorno fa: dopo quattro anni di allenamenti in Val di Fiemme Kwame Nkrumah Acheampong ha potuto realizzare il sogno: prendere parte ai Giochi invernali di Vancouver 2010 dopo esserci andato molto, molto vicino a quelli di Torino 2006. Nato in Scozia e cresciuto nella capitale ghanese Accra, Acheampong, 35 anni, è salito sugli sci per la prima volta 5 anni fa e quest’anno ha raggiunto il punteggio minimo per partecipare alle gare fissato dalla Federazione internazionale. Gareggerà ben due volte: nello slalom gigante e nello speciale. Un sicuro incoraggiamento per tutti, come dire non è mai troppo tardi o cose del genere. Kwame, soprannominato “il leopardo delle nevi”, ora abita in Inghilterra ma si allena in Italia e, se non ho sbagliato i calcoli, dovrebbe essere l’unico rappresentante

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Lo sciatore ghanese si inserisce a pieno titolo nell’elenco di atleti provenienti a sorpresa da nazioni con una tradizione di sport invernali nulla. Nella nostra memoria i quattro ragazzi della Giamaica - Devon Harris, Dudley Stokes, Michael White e Samuel Clayton - che stupirono il mondo a Calgary 1988 e poi approdati al grande schermo in un film della Disney

Olimpiadi. Si allena in Italia l’unico atleta africano in gara a Vancouver

Acheampong, il leopardo delle nevi di Francesco Napoli africano nella rassegna a cinque cerchi canadese. E già siamo a livello di record. Il leopardo delle nevi indossa una tuta da sci a chiazze come il manto

costituirà la mosca bianca del circus invernale. Lo sciatore ghanese si inserisce a pieno titolo nell’elenco di atleti provenienti a sorpresa da

no il mondo a Calgary 1988 e poi approdati al grande schermo in una storia narrata nel film della Disney Cool Runnings. Quattro sottozero e al

Nato in Scozia e cresciuto in Ghana, è salito sugli sci per la prima volta cinque anni fa, da trentenne. Nel 2010 ha raggiunto il punteggio minimo per partecipare alle gare fissato dalla Federazione internazionale del felpato felino (d’altronde poteva fare diversamente?) e chi l’ha visto sfrecciare, si dice così ma i suoi tempi sono ben al di sopra della media bianca euro-americana, ha già capito che

nazioni con una tradizione di sport invernali nulla. Nella nostra memoria i quattro ragazzi della Giamaica - Devon Harris, Dudley Stokes, Michael White e Samuel Clayton - che stupiro-

piccolo schermo in una parodia per reclamizzare una nota autovettura nostrana. Nel 1998, a Nagano, Giappone, un altro africano, il keniota Philip Boit, spiccò sul candore bianco della

neve. Era alle prese con la 10 km di fondo, forse l’unica disciplina invernale praticabile per chi come lui appartiene a un popolo abituato all’analoga disciplina dell’atletica leggera. Arrivò più di venti minuti dopo del vincitore, lo svedese Bjorn Daehlie, che, potenza decoubertiniana, rimase lì al freddo ad attenderlo per brindare insieme al vero successo di quella gara. Philip è stato riconoscente al campione olimpico per tutta la vita al punto di chiamare suo figlio Bjorn.

A Vancouver, dunque, occhi puntati su Kwame ma non solo. Nello sci di fondo cercherà di fare bella figura il peruviano Roberto Carcelen, anche lui abituato a correre in altura, e nella stessa disciplina un occhio anche all’indiano Tashi Lundup mentre il suo connazionale, Jamyang Namgial, si cimenterà sulle piste di Whistler Blackcomb cercando di non inforcare i paletti. Sarà una gara appassionante certo per l’oro ma anche per chi non sarà l’ultimo della lista d’arrivo tra Namgial e i tagichi Alisher Kudratov e Andrey Drygin. Per tutti loro ci sarà il momento di gloria quando al via penseranno ai loro paesi e alle motivazioni che li hanno spinti a partecipare. Poi potranno anche seguire i consigli di uno che di queste cose se ne intende. Il capitano del magico bob giamaicano di ventidue anni, Devon Harris, è diventato un motivational speaker e workshop facilitator, come recita il suo sito. Roba da guru orientali. «La nostra storia - scrive non è una favola, ma la prova vivente che tutto è possibile se credi in te stesso e lavori duro. La nostra squadra, pur venendo da un’isola tropicale famosa per sole, mare e surf, raggiunse le Olimpiadi invernali. Molti ci deridevano, non avevamo nè soldi nè equipaggiamento. Ma si può vincere contro forze apparentemente insormontabili se crediamo in noi stessi e ci diciamo sì, ce la posso fare». Prestate ascolto Kwame, Roberto, Tashi e tutti voi che siete a Vancouver per puro spirito olimpico. Meditate gente, meditate.


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

dal “Daily Times” del 29/01/2010

La fine di Asif Ali Zardari di Iqbal Sharouf Ordinanza per la riconciliazione nazionale emanata dal governo di Islamabad, sostenuta in un secondo tempo persino dalla magistratura pakistana, sta diventando ogni giorno che passa una tempesta in una tazza da tè. La strategia dell’esecutivo per scendere a patti con la crisi politica sembra funzionare, mentre è il primo ministro a comportarsi da incendiario. Il suo incontro con il leader della Lega pakistana musulmana-N, Shahbaz Sharif, sembra si sia concluso con una garanzia di sostegno da parte del leader dell’opposizione al governo di Islamabad. Persino gli avvocati hanno rinviato il loro sciopero generale, dopo che la Corte Suprema li ha rassicurati. Per questa maratona favorevole si deve ringraziare il principio base, adottato dal governo, che poggia sulla continuità del sistema. Questo sembra aver funzionato, proprio come sperava il presidente Zardari. È andata bene persino nella questione politica, dato che la Lega musulmana ha deciso di condividere il principio e rimanere da parte. Come ha dichiarato un funzionario, «soluzioni di facciata o troppo rapide per combattere la corruzione dei pubblici ufficiali non sono quello di cui il Pakistan ha bisogno. Ora abbiamo bisogno di unità». Eppure, il presunto burattinaio di tutto questo, il presidente Asif Ali Zardari, non si fa vedere da giorni. Ad esempio, è stato il primo ministro a presentarsi davanti alla Corte Suprema per dire che il governo «accetta l’idea di riconciliazione nazionale», salvo poi sottolineare che «non verranno accettate inchieste contro il presidente, protetto dall’immunità». Ovviamente, questa rappresenta quasi una prima assoluta, per il nostro Paese. Il Parlamento ha più volte dimostrato che ha, e sa usare, il potere di emanare le leggi ed emendare la Costituzione; il sistema giudiziario è soltanto deputato

L’

ad applicare la legge. È già capitato, per buttare via qualcuno, che i parlamentari emendassero la Costituzione e gli togliessero l’immunità. Oggi, invece, il primo ministro ci dice il presidente non può essere toccato; e aggiunge addirittura che il governo farà qualunque cosa per salvare il Parlamento e la democrazia che rappresenta. Un compito, ha aggiunto, che tutte le forze democratiche – al governo o all’opposizione – devono condividere. Lasciando da parte ogni considerazione di parte, non è nell’interesse di questa nazione affrontare un altro ciclo elettorale. Il trauma e l’incertezza creati dalla pericolosa situazione della sicurezza interna sono troppo grandi per permettere a un nuovo problema di affacciarsi. Nonostante i suoi numerosi limiti, il governo deve completare il suo mandato: sarà la popolazione a decidere, ma solo durante le prossime elezioni indette, se confermarlo o meno. Sono troppe le minacce che puntano a distruggere il Pakistan, minacce esterne e interne, e non possiamo pensare di affrontarle senza la guida di un governo stabile.

Ma, ancora una volta, il presidente non si fa vedere. Ci sono problemi costituzionali, come l’autonomia provinciale e il 17esimo emendamento, che necessitano un intervento diretto. La ripresa economica viene minacciata quotidianamente da povertà, mancanza di risorse energetiche e militanza in organizza-

zioni fondamentaliste. L’accesso del pubblico a servizi essenziali come scuole e ospedali, la possibilità di un lavoro per tutti e la riduzione dei prezzi di beni essenziali rimangono un sogno lontano. La situazione internazionale ci ha trasformati in una nazione nuova: oramai a noi basta il nostro rapporto con i Paesi vicini e l’interesse della comunità internazionale per la questione terrorismo. Eppure neanche una fervida immaginazione potrebbe pensare che questa situazione possa risolvere i problemi economici e strutturali del Pakistan. Tutti questi problemi, anzi, hanno estremamente bisogno di una mano ferma: quella del nostro presidente. E invece siamo costretti a sentire le dichiarazioni del primo ministro, che di fatto invita tutti i pezzi del puzzle politico a continuare il gioco delle sedie musicali per mantenere intatto ognuno il proprio potere. Eppure, proprio la restaurazione dell’indipendenza dei giudici ci ha convinti a cacciare Musharraf. Forse Zardari è sparito perché non vuole fare la stessa fine.

L’IMMAGINE

Alimentare il plurilasmo, linea vincente del Popolo delle libertà Il pluralismo è la strada obbligata se si vuole far crescere e radicare il Pdl nel Paese. C’è bisogno di un cammino plurale, riformista e liberale, che rappresenta l’unica linea vincente per un Pdl del futuro e che voglia vivere da protagonista, e i moniti del sottosegretario Bonaiuti per la partecipazione servono proprio per aprire riflessioni ad ogni livello. Lo schieramento si alimenta e si fortifica attraverso i dibattiti, le discussioni, i punti di vista anche diversi ma funzionali ad arricchire il processo decisionale che non può restare ancorato a discorsi elitari o verticistici. I contributi di ciascuno, quindi, non soltanto sono bene accetti ma anche ascoltati e valorizzati nonostante, magari, non veicolino il pensiero maggioritario. Riuscire ad inglobare le varie anime del partito affinché sia una forza unita pur nel rispetto delle specificità e delle distinzioni interne, implica consegnare alla società civile una formazione politica matura e in grado di elaborare e gestire le diverse posizioni attraverso la negoziazione e la discussione.

Ferruccio

BRUNETTA, OVVERO, COME FARSI PUBBLICITÀ Attraverso quali canali passa la pubblicità? Quelli della televisione, della radio, di Internet e dei giornali, risponderebbero all’unisono i bambini. Questo assioma deve essere ben presente nella mente del ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, il quale deve aver pensato come farsi pubblicità, visto che è anche candidato alla carica di sindaco di Venezia. Spararle grosse, così da ottenere l’attenzione dei media? Ottima idea! Così il nostro ministro ha pensato, “provocatoriamente”di far sloggiare, dal dorato e mollacchioso vivere quotidiano delle calde abitazioni familiari, i giovani che tardano ad uscire di casa. Per legge, dice. Così arrivano mezze pagine di

giornali, interviste radio e tv e si accende il dibattito in Internet. Il nostro ministro rincara la dose e propone 500 euro ai giovani che vogliono abbandonare il tetto domestico. Altro profluvio di pubblicità, come prima, e tutto gratis! Ogni abitante di Venezia sa chi è il ministro e il candidato a sindaco. Idea geniale. Noi vorremmo altro da un ministro alla Funzione Pubblica, che pubblica sarà ma di funzione ha poco.

Primo Mastrantoni

ROTTA L’EQUILIBRATA TRIPARTIZIONE DEI POTERI Il magistrato italiano lavora mediamente 4,2 ore al giorno. Al vertice della carriera, guadagna quasi il quintuplo del cittadino normale. Gli esami per le promozioni so-

Chi mi ha visto? Questo ippopotamo perfettamente camuffato da montagnetta di fango, non vuole proprio essere scovato. Forse si sta nascondendo da un coccodrillo o magari da un suo simile. Perché a discapito della loro aria un po’ sorniona, gli ippopotami sono animali aggressivi e i combattimenti per la conquista delle femmine sono molto frequenti e sanguinosi

no superati dal 99,6% dei candidati. Il sistema giudiziario nazionale gode della fiducia del 31% degli italiani. L’assoluta imparzialità di giudizio è illusione, speranza, non realtà. Chi giudica può essere soggetto a errore ed equazione personale. La foga, la passionalità, l’animosità e il furore si contrappongono a serenità ed equanimità. L’azione penale del pubblico ministe-

ro - costituzionalmente obbligatoria - è fattualmente discrezionale, nel mare magno dei reati. L’imprevidente rinuncia dei parlamentari all’immunità ha rotto l’equilibrata tripartizione dei poteri: così, la fisiologica autonomia e indipendenza della magistratura rischia di degradare nelle patologie dell’onnipotenza e dell’irresponsabilità. E, in particolare, nella possibi-

lità di tenere sotto schiaffo governanti e parlamentari ritenuti avversi. In 16 anni sono arrivate 2mila comunicazioni giudiziarie al premier Berlusconi: ciò delegittima il presidente del Consiglio, eletto dal popolo. Azioni, rapide riforme e pronte decisioni governative vengono ostacolate e paralizzate da caste e corporazioni.

Gianfranco Nìbale


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

La proverbiale povertà dei poeti Signora, serve tutta la prodigiosa presunzione di un poeta per avere l’ardire di attirare l’attenzione di Vostra Maestà su un caso piccolo come il mio. Ho avuto la sventura di essere condannato per una raccolta di poesie intitolata I fiori del male, non avendomi sufficientemente protetto l’orribile franchezza del mio titolo. Ho creduto di fare un’opera bella e grande, soprattutto un’opera chiara, invece è stata giudicata abbastanza oscura perché io sia condannato a rifare il libro e a togliere alcune poesie (sei su cento). Devo dire che sono trattato dalla Giustizia con un’ammirevole cortesia e che i termini stessi del giudizio implicano la riconoscnza delle mie alte e pure intenzioni. Ma l’ammenda, gonfiata da spese per me incomprensibili, supera le facoltà della proverbiale povertà dei poeti e, incoraggiato dalle tante dimostrazioni di stima che ho ricevuto da amici altolocati, e allo stesso tempo convinto che il Cuore dell’Imperatrice sia aperto alla pietà per tutte le tribolazioni sia spirituali che materiali, dopo un’indecisione e una timidezza di dieci giorni, ho concepito il progetto di sollecitare la graziosissima bontà di Vostra Maestà e di pregarla d’intervenire in mio favore presso il ministro della Giustizia. Charles Baudelaire all’Imperatrice

ACCADDE OGGI

LA NOMINA DEL PROF. LORENZELLI ALL’ISTITUTO GASLINI DI GENOVA Premessa: il problema è a monte, nel meccanismo perverso delle nomine politiche e governative non per selezione concorsuale o per graduatoria. Gli effetti si vedono a valle, e nella sanità sono in alcuni casi disastrosi. Proviamo con un esempio concreto: l’atto di governo n. 54 per la nomina del prof. Vincenzo Lorenzelli a presidente dell’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico Giannina Gaslini di Genova. Consultando il curriculum si evince che il prof. Lorenzelli abbia ricoperto molti incarichi sia nel passato che nel presente, anche se si approfondisce la sua carriere di professore di chimica e in particolare i diversi ruoli ricoperti nell’Università di Genova. Segue l’elenco di cariche ricoperte attualmente e in passato e di pubblicazioni. Dalla paginetta viene però espunta una carica attuale: consigliere comunale per l’Udc a Genova. Il prof. Lorenzelli infatti viene eletto nel maggio 2007 dopo una tormentata vicenda conclusasi con le sue dimissioni da presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Genova e Imperia, ente che controlla la maggioranza della banca Carige, un incarico che ricopriva dal 1998, cui si era aggiunto dal 2001 quello di presidente di Vita Nuova spa, società assicurativa controllata dalla banca stessa. Per questo è stato oggetto di numerose interrogazioni che denunciavano la condizione di incompatibilità e di conflitto d’interesse in base alla legge sulle Fondazioni. Lorenzelli si dimette e

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Stefano Zaccagnini (grafica)

30 gennaio 1948 Mahatma Gandhi viene ucciso da un estremista indù 1964 La sonda spaziale Ranger 6 viene lanciata. La sua missione è di trasportare delle telecamere e schiantarsi sulla luna 1966 Viene siglato il Compromesso di Lussemburgo per l’utilizzo del metodo maggioritario nella Cee 1968 Guerra del Vietnam: l’offensiva del Têt ha inizio quando le forze Viet Cong lanciano una serie di attacchi a sorpresa nel Vietnam del Sud 1969 Londra: ultima esibizione pubblica dei Beatles sul tetto della Apple Records. Il concerto viene interrotto dalla polizia 1972 Il Pakistan esce dal Commonwealth 1989 L’ambasciata statunitense di Kabul viene chiusa 1996 Il presunto capo della Irish national liberation army, Gino Gallagher, viene ucciso mentre è in coda per il suo sussidio di disoccupazione 1998 Usa: emissione del francobollo commemorativo di Jim Thorpe

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

viene sostituito da monsignor Giorgio Noli, vicario episcopale per il Servizio e la testimonianza nella carità. Il prof. Lorenzelli è per molti anni presidente della Fondazione Rui, attualmente presidente del consiglio di amministrazione della Asrui, autentico business core dell’Opus Dei con le numerose ramificazioni imprenditoriali ad essa connesse nei cinque continenti, tra queste il Campus Biomedico di cui lo stesso Lorenzelli è magnifico rettore dal 1998. Dell’affiliazione all’Opus Lorenzelli non fa mistero ma - tiene a precisare - «la Prelatura non gestisce il Campus», anche se «vigila su di esso offrendo l’assistenza pastorale e l’orientamento dottrinale delle attività formative». Ma torniamo alla proposta di nomina al vaglio del Parlamento. Nell’agosto 2005 Lorenzelli viene chiamato dal cardinale Bertone, presidente della Fondazione Gaslini per ricoprire l’incarico di commissario straordinario dell’Istituto Gaslini. Lorenzelli è sorprendentemente rimasto al suo posto per 4 anni, commissario straordinario e consigliere della stessa Fondazione. Oggi il governo lo propone a presidente dell’Istituto. Il suo curriculum (vero), gli obiettivi che si era prefisso da commissario straordinario e i risultati raggiunti sarebbero le uniche informazioni utili al Parlamento per valutare professionalmente la nomina. Speriamo che giungano entro il 31 gennaio, data ultima per l’espressione del parere da parte delle commissioni di Camera e Senato.

IL SOGNO DI BAGNASCO… È LA NOSTRA SPERANZA Il capo dei vescovi, in un messaggio alla Cei, alcuni giorni fa, ha richiamato l’attenzione su tre grandi questioni: l’urgenza delle riforme, la questione meridionale e, soprattutto, una nuova generazione di italiani e di cattolici impegnati in politica, che «sia disposta a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro progetti, dei loro giorni; che senta la cosa pubblica come importante». Il tutto per accrescere il valore dell’impegno e il bene comune. Un messaggio chiaro e forte, credo, rivolto a tutti: ai dirigenti politici, cui spetta la programmazione, la formazione, la promozione del cambiamento non solo generazionale, e agli elettori che possono, con la loro verifica elettorale, promuovere o bocciare il loro operato. Infondo ad entrambi è richiesta la medesima coerenza e il medesimo impegno a cambiare… in meglio. Ma il cardinale Angelo Bagnasco, nel suo sogno “ad occhi aperti”, ci mette anche il richiamo ad una politica meno rissosa, più attenta ai bisogni reali della gente, della famiglia, dei nuovi e vecchi disoccupati, dell’immigrazione, ricordando che «l’immigrato è uno di noi, anche Gesù lo fu». Infine il suo appello cade sul nostro modo di “essere Nazione”, ricordando a tutti che «la questione meridionale riguarda l’intero Paese», così come l’indifferenza verso le istituzioni non può e non deve essere un’emergenza solo meridionale. Il sogno di Angelo Bagnasco è la nostra speranza, e la speranza dei giovani del sud; ma più in generale di tutti i giovani della Nazione, pronti oggi a scendere in campo per dare forza e valore, e finalmente un volto diverso, a questa nuova classe di politici cattolici, sempre che il sogno del capo dei Vescovi abbia la forza di trasformarsi in realtà con la benedizione di nostro Signore. Io credo nei miracoli ed attendo fiducioso. Vincerso Inverso S E G R E T A R I O OR G A N I Z Z A T I V O CI R C O L I LI B E R A L

APPUNTAMENTI FEBBRAIO 2009 SABATO 6, ORE 17, MESAGNE AUDITORIUM DEL CASTELLO Convegno Udc, “Sviluppo del Mezzogiorno ed Enti Locali”. Interverranno: Vito Briamonte, Angelo Sanza, Ignazio Lagrotta, Euprepio Curto, Massimo Ferrarese. Conclude: Ferdinando Adornato. VENERDÌ 26, ORE 11, ROMA PALAZZO FERRAJOLI Convocazione Consiglio Nazionale dei Circoli Liberal. SEGRETARIO

Lettera firmata

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

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PAGINAVENTIQUATTRO Il caso. Dopo il terremoto di Haiti la Rete e la scienza hanno cercato soluzioni per assistere le popolazioni

Se una tragedia aiuta di Maurizio Stefanini ersonFinder; haitianquake.com; Project Ushahidi… Accade spesso che, come le guerre, anche le grandi catastrofi naturali, compensino in qualche modo i lutti che provocano, con l’essere occasione per nuovi progressi tecnologici. Di fronte all’emergenza di Haiti, sono centinaia gli esperti che si sono mobilitati a tamburo battente. E già da ora l’armamentario per affrontare i terremoti si è arricchito di nuovi, importanti strumenti.

P

Tin Schwartz, programmatore e artista 28enne di San Diego in California, sede di un importante distretto industriale della New Economy, è per esempio l’ideatore di haitianquake.com: un portale per aiutare gli haitiani dentro e fuori dal Paese a localizzare i propri parenti. A motivarlo, il timore che con tutta la gran quantità di reti sociali circolante su Internet l’informazione cruciale su vittime e sopravvissuti finisse per disperdersi troppo, rendendo le ricerche troppo complicate. Sul modello di Wikipedia e con il cruciale aiuto della Croce Rossa, ha dunque creato una basse dati attualizzabile da chiunque, e in grado di racogliere 6000 viire già a 24 ore dal sisma. Solo due giorni dopo un colosso pubblico come il Dipartimento di stato, uno privati come Google e un sistema di successo come Twitter hanno avuto l’idea di creare qualcosa di analogo: il portale PersonFinder. In compenso, in quest’altro progetto è stata immessa la tecnologia che era stata a sua volta inventata per individuare i dispersi dopo l’Uragano Katrina. Ovviamente, c’era però il rischio di ricreare proprio quella Babele e sovrapposizione che Schwartz aveva cercato di evitare. Christopher Csikszentmihalyi, direttore del Centro Media Civici del Futuro del Mit, ha dunque lanciato un’appello alla messa in comune di tutti i dati attraverso Google che haitianquake.com ha accolto. Chi cerca ora di collegarvisi, dunque, viene informato che “il sito è stato fuso nel progetto di Google http://haiticrisis.appspot.com. Questa sara la lista raccolta di dati primaria per la gente coinvolta nel terremoto. Potrete cercare attraverso i loro profili qui sotto. Tutti i nostri dati saranno nel loro sistema dall’una orario della Costa Est degli Stati Uniti del 16 gennaio 2010”. Adattamento al contesto culturale, il portale non funziona solo in inglese, francese e spagnolo ma anche in creolo haitiano, che comunque a Haiti ha rango di lingua ufficiale accanto al francese. È stata idea di un gruppo di volontari sul campo, invece, il Progetto Ushaidi: un sistema basato su messaggi di testo per aiutare i soccorritori. Grazie a un accordo con gli operatori telefonici locali, infatti, gli haitiani in difficoltà possono inviare un messaggio dai loro cellulari a un numero gratuito, informando così su rischi alle strutture, dispersi e carenze di acqua e cibo. All’istante i messaggi sono tradotti, localizzati su una mappa realizzata negli Stati Uniti e di lì mandati alle Ong attiva ad Haiti, che possono così intervenire in modo celere e mirato. Oltre che dalla stessa Ushaidi, la mappa è aggiornata anche da Twitter e dal modulo Web form. All’inizio, anzi, sono stati

la TECNOLOGIA È nato «haitianquake.com», una sorta di wikipedia che dà un’organizzazione razionale ai messaggi di chi cerca i dispersi dopo il dramma e di chi vuol dire ai propri parenti di essere vivo soprattutto Rete e Twitter a costruire la mappa, perché in gran parte della regione meridionale di Haiti i ripetitori erano andati fuori uso. Poi però sono stati riattivati in tempi rapidi, e il cellulare è passato a costituire la risorsa più importante.

Ma è in particolare quello delle mappe d’emergenza un settore nel quale il terremoto di Haiti potrebbe segnare un fondamentale giro di boa. In aggiunta a Ushaidi, ad esempio, vi ha lavorato Crisis Commons: una rete di professionisti in tecnologia specializzata nella creazione di strumenti per le emergenze umanitarie, che ha annunciato un progetto per mappare gli aiuti umanitari e generare una mappa di riferimento specifica per la crisi a Port-au-Prince, in modo da poter fare da rife-

rimento alle stesse organizzazioni umanitarie. Poi ci sono le mappe interattive on line, continuamente modificate e aggiornate, che a New York sono state create dalla New York Public Library. Due gli obiettivi: localizzare i centri dove i sopravvissuti possano trovare rifugio; identificare le aree e gli edifici danneggiati.

Immagini non interattive ma con una visione più generale della situazione sono quelle del Center for Satellite Based Crisis Information. Permettono infatti di misurare le distanze che separano l’epicentro del sisma dai luoghi dove viveva la popolazione prima del terremoto, indicando con diversi colori la densità di popolazione. C’è pure il Servizio Geologico statunitense, che ha organizzato le informazioni in una mappa di facile lettura che include le varie città divise per numero di abitanti e secondo l’intensità del sisma. Così si può capire più rapidamente quante persone vivevano nei luoghi maggiormente colpiti dal disastro. Sempre il Servizio Geologico statunitense ha pubblicato una mappa dei resoconti sul terremoto ricevuti per telefono, che permette di ricostruire le percezioni della gente che chiamava per raccontare quanto succedeva. Insomma, una radiografia della catastrofe vissuta dall’interno.

2010_01_30  

Scajola incontra i rappresentanti dei lavoratori.Bonanni:«Fare di tutto per salvarli».Marcegaglia:«Non difendiamo i siti inutili» QUOTIDIANO...