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Il coraggio è la prima

delle qualità umane, perché è quella che garantisce le altre Winston Churchill

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • GIOVEDÌ 14 GENNAIO 2010

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Diario della catastrofe mentre ancora la gente urla da sotto le macerie

IL TERREMOTO NEI CARAIBI

È stato come una bomba atomica

È morta Haiti

di Osvaldo Baldacci Un’isola devastata, una città distrutta, un bilancio di morti ancora difficile da chiarire ma che si potrebbe assestare sulle centinaia di migliaia di vittime. a pagina 14

Tutto cominciò con lo scontro tra il colonialismo e i seguaci del vudu

Quella lunga storia che non c’è più

Port-au-Prince rasa al suolo. Già oltre centomila le vittime. Scuole e ospedali pieni di cadaveri. Un Paese, già poverissimo, colpito in modo forse irreversibile

di Maurizio Stefanini Il terribile terremoto che ha colpito Haiti rischia di cancellare una storia millenaria piena di miti e contraddizioni. Una storia di libertà, magia e colpi di stato. a pagina 12

Malumore nel Pdl per l’ennesimo dietrofront: molti accusano il “rigorismo” di Tremonti. Che in serata litiga in tv con Vespa

La ritirata del Cavaliere

Improvviso contrordine sulla riduzione delle tasse: «Non ci sarà, non abbiamo i soldi». Rinuncia anche al decreto bloccaprocessi. Ma dichiara: «Certi pm peggio di Tartaglia» L’ULTIMO BLUFF

di Alessandro D’Amato

Ora è finito davvero il sogno berlusconiano

ROMA. Silvio Berlusconi, dopo oltre un anno, si è accorto che il mondo sta attraversando una crisi economica terribile. Ergo: c’è poco da essere ottimisti e di tagliare le tasse non se ne parla. Il problema è che fino a poche ore fa il premier e i “suoi” organi d’informazione di riferimento (Libero e il Giornale in testa) ripetevano che l’intervento per la riduzione delle tasse era solo questione di ore. E invece ieri Berlusconi ha annunciato che «l’attuale situazione di crisi non permette nessuna possibilità di riduzione delle imposte». Tutto rinviato a tempi migliori. Di chi è la colpa di questo dietrofront? I parlamentari Pdl non hanno dubbi: Tremonti. Il quale ieri sera a Porta a Porta, dopo aver sgridato Vespa per avergli fatto una domanda non concordata, ha spiegato che i tempi sono maturi per... un grande dibattito sulla riforma fiscale. Tanto per ingannare l’attesa. a pagina 2

di Carlo Lottieri a davvero qualcosa di patetico la retromarcia sul tema delle tasse compiuta da Silvio Berlusconi, solo a distanza di pochi giorni dall’intervista rilasciata a la Repubblica, in cui il premier aveva ricordato il suo antico sogno della riforma a due aliquote Irpef: al 23 e al 33 per cento. Ed è una tristezza che induce a pensare quanto continui a pesare, sulla nostra società, l’insieme degli interessi e delle clientele che generano la spesa pubblica e sono schierati a difesa dello status quo. Perché se il governo volesse ridurre le uscite e accantonare i progetti faraonici, non c’è dubbio che un ridimensionamento delle imposte sarebbe possibile. Ma ieri il premier ci ha detto chiaramente che tra la rivoluzione liberale e la difesa di questa Italia in declino e dei suoi vizi, egli sceglie la seconda strada. Questo segna la definitiva fine non già del suo sogno, ma di quello cullato da quanti hanno pensato che egli potesse aiutare il Paese a muoversi verso una riduzione della sfera del potere pubblico. Si volta pagina. a pagina 2

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CON I QUADERNI)

• ANNO XV •

NUMERO

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WWW.LIBERAL.IT

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Continuano le contestazioni dei cattolici

Pd, partito della diaspora

Dal 2008 i democratici hanno dato 14 parlamentari al centro, recuperandone solo uno dall’Idv di Franco Insardà

ROMA. Dalla vocazione maggioritaria a quella alla diaspora. Dalle elezioni del 2008, il Pd ha perso 14 parlamentari e ne ha conquistato uno. L’emorragia è verso il centro, in parte con approdo all’Udc e in parte con la scissione rutelliana che ha portato alla nascita del movimento Alleanza per l’Italia. Senza contare gli addia annunciati di Binetti e Carra. a pagina 8 IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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pagina 2 • 14 gennaio 2010

Dietrofront. Il Cavaliere attacca i pm («Sono peggio di Tartaglia») e poi se la prende con la depressione economica

Meno tasse per nessuno Dopo l’ennesima promessa, Berlusconi cambia opionione e annuncia: «Non ci sono margini per ridurre la pressione fiscale. Colpa della crisi» di Alessandro D’Amato

ROMA. «L’attuale situazione di crisi non permette nessuna possibilità di riduzione delle imposte». Silvio Berlusconi fa cadere il velo su ciò che a questo punto è possibile catalogare come un grande bluff: non ci sarà nessuna riduzione delle imposte, fa sapere durante la conferenza stampa che segue il consiglio dei Ministri insieme al responsabile della Giustizia Angelino Alfano.«È possibile lavorare intorno all’ipotesi di introdurre il quoziente famigliare», concede soltanto il presidente del Consiglio, riportando in auge una proposta dell’Udc, sostenuta da Alleanza Nazionale, che nel frattempo era caduta nel dimenticatoio. Ma comunquem, niente illusioni, anche su questo terreno c’è poco da fare: «Ribadisco che il quoziente familiare resta un nostro impegno, ma purtroppo non c’è nessuna possibilità che questo possa avvenire in questa situazione di bilancio».

Il premier aveva annunciato una possibile riforma fiscale in un’intervista a Repubblica di qualche giorno fa, non smentita dal sottosegretario Paolo Bonaiuti come accade al contrario in tutti quei casi in cui il premier parla di «forzature giornalistiche». Si è smentito da sé, ieri: «La situazione attuale del debito pubblico comporterà, solo di interessi, una spesa di 8 miliardi di euro all’anno. In questa situazione - ha dichiarato ieri il premier - è fuori discussione poter pensare a un taglio delle imposte». D’altro canto, continua, «non abbiamo introdotto nessuna tassa nuova, non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani, nemmeno nell’ultima Finanziaria». Il profilo si abbassa, insomma: allo studio - si limita a promettere ora Berlusconi - c’è una semplificazione del sistema tributario: «Sarà un lavoro lungo, duro. Spero che possa essere sufficiente un anno, ma è

Ora il sogno è diventato bluff. E addio alle riforme... di Carlo Lottieri a davvero qualcosa di patetico la retromarcia sul tema delle tasse compiuta da Silvio Berlusconi, solo a distanza di pochi giorni dall’intervista rilasciata a la Repubblica, in cui il premier aveva ricordato il suo antico sogno della riforma a due aliquote Irpef: al 23 e al 33 per cento. Ed è una tristezza che induce a pensare quanto continui a pesare, sulla nostra società, l’insieme degli interessi e delle clientele che generano la spesa pubblica e sono schierati a difesa dello status quo. Perché se il governo volesse ridurre le uscite e accantonare i progetti faraonici, non c’è dubbio che un ridimensionamento delle imposte sarebbe possibile.Ma ieri il premier ci ha detto chiaramente che tra la rivoluzione liberale e la difesa di questa Italia in declino e dei suoi vizi, egli sceglie la seconda strada.

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Solo pochi giorni fa in un nostro intervento su questo giornale si era sostenuto come le preoccupazioni di Giulio Tremonti in merito alla tenuta dei conti pubblici (oggi rievocate da Berlusconi quale impedimento al taglio delle imposte) fossero serie e da tenere in giusta considerazione, ma non rappresentassero affatto un ostacolo insuperabile.

Si possono aiutare sia il bilancio pubblico che l’economia produttiva italiana se insieme al taglio del prelievo fiscale si procede ad alcuni altri passi. Si era detto, in particolare, quanto sia urgente liberare lo Stato dal fardello degli enti pubblici, usando le risorse ottenute dalla cessione di Eni, Enel, Poste Italiane e tutto il resto per ridimensionare il debito pubblico e di conseguenza gli interessi da pagare. Evidentemente, i privilegi e le logiche privatissime di quanti amministrano il parastato hanno fatto premio sulla necessità di aiutare l’economia nel suo insieme.

Ma un tema che avevamo toccato era pure quello del federalismo fiscale, perché se quello delineato dal governo fosse davvero tale – prospettando un sistema di imposte manovrabili e bilanci veramente locali, che entrano in concorrenza tra loro – sarebbe più che legittimo attendersi una razionalizzazione dei servizi, una riduzione delle uscite, un ridimensionamento degli oneri. Se però non sarà così e avremo solo un pericolosissimo “federalismo di spesa”, con tasse decise da Roma e solo più soldi lasciati in periferia, dovremo certo attendersi un aumento dei gravami sul bilancio generale: e quindi un motivo in più per non tagliare le imposte. Si era anche sottolineata l’esigenza di cancellare quell’insieme di aiuti alle imprese che, per loro natura, seguono logiche discrezionali anche quando sono venduti come interventi di carattere “ecologico”. Ed egualmente si può dire che una riduzione importante delle uscite verrebbe dalla rinuncia – da parte dei nostri ministri – a giocare a “Monopoli” con i soldi altrui, rinunciando a mettere le mani nelle tasche dei contribuenti. Insomma, se si mettessero in soffitta – come sarebbe giusto fare – il ponte sullo Stretto, la Tav, la Banca del Sud, il nucleare di Stato e ogni altra grande opera variamente keynesiana sarebbe possibile trovare risorse da lasciare a chi davvero produce ricchezza. Con ogni probabilità, nel momento in cui ha rispolverato (dopo ben 16 anni!) il vecchio progetto di abbassare le imposte e realizzare il progetto che fu tremontiano delle due aliquote, Berlusconi ha avuto l’ultima chance storica di fare davvero qualcosa di liberale. La goffa smentita di sé delle scorse ore segna la definitiva fine non già del suo sogno, ma di quello cullato da quanti – tanti o pochi che fossero – hanno pensato che egli potesse aiutare il Paese a muoversi verso una riduzione della sfera del potere pubblico. Si volta pagina.

un lavoro davvero improbo. Siamo di fronte a un caso che ci impone una semplificazione. Anche i commercialisti si mettono le mani nei capelli quando devono interpretare queste norme». Però, per chiarire ulterioremente: «Semplificare non vuol dire tagliare». Da “Meno tasse per tutti” a “Meno tasse per nessuno”.

Eppure, a dar retta alla pubblicistica di centrodestra, lo scontro sulle tasse sarebbe stato decisivo per il futuro del Popolo delle Libertà, al punto che su questo ci si giocava la credibilità dopo i tanti annunci. Libero non faceva mistero che il premier si trovava a un bivio: «Realizzare il suo sogno per spingere il Pdl alle Regionali potrebbe comportare tensioni con Tremonti». E il Giornale di Vittorio Feltri parlava addirittura di resa dei conti e nell’editoriale del condirettore Alessandro Sallusti non usava mezze misure per spronare Berlusconi ad una rivoluzione

C’è molta tensione tra i parlamentari del Pdl: tutti vedono in Tremonti il «colpevole» del voltafaccia del Premier fiscale: «Non c’è alternativa – diceva il quotidiano –. Questo insieme alla riforma della giustizia è ciò su cui deve puntare un governo liberale e moderno». L’obiettivo è fallito miseramente. «Perché non ci sono i soldi, è chiaro - fa sapere un onorevole del PdL - una cosa sono i desideri, un’altra la realtà. E si vede che Tremonti ha spiegato a Silvio qual è la realtà». Eppure stavolta gli annunci sembravano così chiari che pareva fosse la volta buona… «E invece è il contrario: quando Silvio fa gli annunci è perché vuol focalizzare l’attenzione mediatica su una cosa rispetto un’altra». Il pensiero va subito alla giustizia, ma il parlamentare non ha voglia di entrare nei dettagli. Anche perché è stato Berlusconi stesso a escludere altre ipotesi: «Essendosi avviate le prime avvisaglie elettorali, vorrei chiarire che non intendiamo


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14 gennaio 2010 • pagina 3

Il governo ritira il decreto, ma l’opposizione continua a non fidarsi

Retromarcia anche sul blocca-processi Nuovo duro attacco del premier alla magistratura «Certi giudici usano i processi come armi politiche» di Riccardo Paradisi l governo fa retromarcia sulla giustizia e la maggioranza rinuncia a procedere sul cosiddetto decreto sospendi processi. «Riteniamo che la sentenza possa essere applicata direttamente senza bisogno di interpretazione» ha detto lo stesso premier Silvio Berlusconi al termine del Consiglio dei ministri. Il Cavaliere si riferisce a una sentenza della Corte costituzionale del 14 dicembre scorso che garantisce del tempo all’imputato, con la sospensione del processo, per valutare se ricorrere al rito abbreviato nel caso in cui gli sia stata rivolta una nuova contestazione da parte del pubblico ministero. Secondo Silvio Berlusconi, la sentenza della Consulta può essere applicata immediatamente e senza la necessità di un ulteriore provvedimento legislativo.

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Ieri c’è stato un nuovo scontro tra il premier e Tremonti, da tutti accusato di aver bloccato il «taglio delle tasse». Sul caos-giustizia, invece, tutti accusano Niccolò Ghedini assolutamente introdurci in questa campagna elettorale per le elezioni regionali e amministrative con delle promesse di riduzioni delle imposte».

Alla fine del Consiglio dei Ministri le bocche erano tutte cucite. Mentre l’opposizione (PD e Idv) andava all’attacco, solo Umberto Bossi aveva la forza di ribadire l’ottimismo: «Certo, c’è la crisi economica, il debito pubblico è aumentato ma se Berlusconi dice che il taglio si farà, state sicuri che si farà». Tra i parlamentari invece c’è stata maretta. Fino a individuare il colpevole : «Tremonti, Tremonti», si lasciano scappare tutti a mezza bocca. E c’è anche chi sottolinea altre occasioni di malcontento: «Ora le tasse, poi le candidature nelle regionali, dove non c’è un uomo di Forza Italia che sia uno… è incredibile», dice qualcuno. E c’è anche chi ipotizza che le cose siano andate proprio così: «Un mese fa Berlusconi promise il taglio dell’Irap durante la Finanziaria, salvo poi doversi rimangiare tutto con tanto di scontro con Tremonti e minaccia di dimissioni. È probabile che stavolta sia andata allo stesso modo, ma senza scontri. Giulio avrà mostrato a Silvio i conti e gli avrà fatto capire che i soldi non ci sono. Meglio soprassedere che provarci lo stesso, rischiando il flop. Un po’ quello che il ministro dell’Economia aveva fatto capire nell’intervi-

sta al Messaggero qualche giorno fa».

E in serata è stato proprio Tremonti a intervenire nel dibattito, registrando Porta a Porta: «Il sistema fiscale attuale non è molto efficace e non è molto giusto. Io e il presidente del Consiglio - ha detto a Vespa il suoerministro - pensiamo sia giusto aprire un grande dibattito. Per essere giusti ed efficienti come paese dobbiamo porci la sfida di un grande cambiamento del sistema fiscale. L’ideale sarebbe un sistema fiscale efficiente e giusto». Ma il siparietto successivo con il conduttore è stato la spia del nervosismo del ministro: quando Vespa gli ha chiesto qualcosa a proposito dei tempi, Tremonti prima ha detto «dobbiamo studiare molto seriamente, senza fare stupidate o follie. Noi siamo comunque durante una fase economica complicata. Abbiamo, e lo sa bene e lo dice il presidente del Consiglio, il terzo debito pubblico del mondo ma non la terza economia del mondo», e poi gli ha fatto capire che la domanda non era gradita: «Come era nei nostri accordi redazionali... è una domanda che lei deve fare in termini di attrazione, ma sa anche bene che prima bisogna capire come stanno le cose…». Insomma, il taglio delle tasse, secondo il superministro, si potrà fare soltanto nel cosiddetto lungo periodo. Quando, diceva Keynes, saremo tutti morti.

Una decisione quella di non presentare alcun decreto legge sulla giustizia in Consiglio dei ministri che avrebbe dovuto quietare un poco le acque che avevano comunicato ad agitarsi nuovamente tra maggioranza e opposizione. Ma l’esito sembra diverso. L’opposizione non rinuncia a tenere alta la polemica. «Le leggi ”pro premier” – dice il segretario del Pd Pierluigi Bersani – hanno un atteggiamento ondivago, ma il governo non si decide a sgombrare il campo. Da parte nostra noi teniamo un atteggiamento lineare e fermo: si a riforme di sistema, no a leggi per una persona sola». Un’atteggiamento fermo dunque che per il segretario del Pd ha portato al buon risultato raggiunto ieri con il rinvio al Senato del processo breve in commissione. Non si fida nemmeno Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato: «Io penso che il governo alla fine non abbia presentato il decreto cosiddetto blocca processi perché le esigenze per far valere la costituzionalità del testo non erano sufficienti a garantire il premier. Ovviamente io penso male, ma ogni tanto ci si prende a pensar male». «Non è possibile - ha osservato Anna Finocchiaro - da una parte auspicare un clima e un dialogo di confronto sulle riforme e dall’altra continuare a mettere le dita negli occhi all’opposizione. Lo voglio dire con molta chiarezza: la responsabilità del clima politico nel Paese è innanzitutto del premier e della sua maggioranza». Alla domanda rivolta poi al responsabile per il Pd per le riforme, Luciano Violante se si pro-

cederebbe più rapidamente se, invece del binario parallelo per le riforme costituzionali e la riforma della giustizia, si percorresse un binario unico affrontando prima il tema delle riforme costituzionali Violante ha risposto che se il centrodestra intende fare una riforma costituzionale della giustizia fuori del contesto generale il Pd non la voterà ma chiederà il referendum. Violante dunque sconsiglia al centrodestra di affrontare questa strada scivolosa e pericolosa di spingere per far passare solo le leggi salva premier e di affrontare invece rapidamente la riforma costituzionale generale, in quell’ambito si potrà discutere seriamente del rapporto tra giustizia e politica». Anche perché il sistema è in crisi da tempo, ammette Violante , «anche da prima del governo di centrodestra, ma con il passare del tempo la crisi si è accentuata e fare le riforme istituzionali è ormai un’esigenza che si configura come servizio all’Italia, allo scopo di renderla in grado di reggere la competititività con gli altri Paesi». La riforma della giustizia è indispensabile anche per Silvio Berlusconi, ma la sua prospettiva non è esattamente quella di Violante. Il premier promette che il governo non arretrerà di un millimetro sul fronte della giustizia: «Continueremo a lavorare intensamente su questa riforma. Adempiamo al nostro dovere: è indispensabile farlo, perché abbiamo trovato un sistema che è fanalino di coda rispetto a tutti i sistemi democratici e civili». Poi annuncia: «Riproporremo l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione di primo grado».

Il presidente del Consiglio promette che il governo non arretrerà di un millimetro: «Proporremo l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione di primo grado». Violante intanto rilancia la sua bozza

Tradotto: chi è stato dichiarato innocente da un Tribunale in primo grado, non può essere più richiamato in appello o in un processo di Cassazione. «Perché i Pm, è il loro lavoro, lo fanno sempre di richiamarlo in appello – accusa Berlusconi – anche solo per un puntiglio, per il loro teorema accusatorio, per indivia personale o magari per un pregiudizio politico. Per i cittadini, invece l’appello è una tragedia. Una vita civile e di benessere economica può essere distrutta anche per tutti i costi che un processo comporta». È solo il prologo dell’attacco che il premier riserva ai magistrati: «Mi attaccano sul piano politico e, lo vedete, sul piano giudiziario le aggressioni sono parificabili a quelle di piazza del Duomo, se non peggio».


politica

pagina 4 • 14 gennaio 2010

Regionali. Anche i dirigenti Campani contro il diktat bondian-leghista. Il nodo sarà sciolto oggi nel vertice Berlusconi-Fini

«Se vogliamo perdere...»

Sconcerto nel Pdl per gli attacchi all’Udc. «Rinunciare all’alleanza in Calabria è da folli», dice la Napoli. E Polverini: «Nel Lazio il patto non si discute» di Errico Novi

ROMA. Nello staff di Renata Polverini regna una comprensibilissima inquietudine. È fissata per le 16 di oggi pomeriggio l’inaugurazione del comitato elettorale, allestito dalle parti di piazzale Flaminio. Si chiamerà «Laboratorio Lazio» e sarà lì, si legge nel comunicato stampa, che verrà definito il programma elettorale «aperto al contributo di tutti i partiti della coalizione». Peccato che sulla schiera dei sostenitori incomba un’incognita pesante: il patto programmatico sottoscritto la settimana scorsa dal segretario dell’Ugl con Lorenzo Cesa rischia infatti di restare per aria, a causa del veto preteso dalla Lega sull’alleanza con il Centro.

La Polverini resta ferma sulla scelta : «L’alleanza con l’Udc non è in bilico, è una posizione in cui tutto il Pdl si è già riconosciuto», dice a liberal, «ritengo che anche nelle altre regioni si stia lavorando per arrivare ad accordi fondati su obiettivi programmatici comuni come quelli che hanno portato a siglare l’intesa nel Lazio». E nella componente alemanniana del Pdl, la più immediatamente contigua alla Polverini, regna lo stesso sconcerto. «Non riesco a capire il senso di un aut aut», dice il senatore Andrea Augello, considerato fino a qualche settimana fa l’alternativa alla leader sindacale. Se non altro al «Laboratorio Lazio» dovrebbero riuscire ad avere qualche certezza in più giusto in tempo per l’incontro con i giornalisti: poche ore prima infatti a Montecitorio si terrà il vertice tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. Si parlerà di giustizia, processo breve e legittimo impedimento, naturalmente: ma vista la relativa distensione assicurata ieri dal ritiro del decreto blocca-processi e dal ritorno in commissione Giustizia della legge Gasparri, il piatto forte sarà appunto la strategia per le Regionali. Il presidente della Camera considera a sua volta inaccettabile il diktat con cui si vorrebbe imporre all’Udc di correre in tutta Italia con la maggioranza di governo, pena l’esclusione dalle poche regioni in cui l’accordo è già stato raggiunto. Soprattutto perché gli unici due candidati che Pier Ferdinando Casini è davvero disposto ad appoggiare, la Polverini, appunto, e il calabrese Giuseppe Scopelliti, sono guarda caso esponenti dell’ex Alleanza nazionale. Fini può considerare i due aspiranti governatori sue dirette espressioni: con la rinuncia forzata al sostegno dell’Udc il co-fondatore del Pdl rischierebbe dunque di perdere le due partite a cui tiene di più. Non è il solo, il presidente della Camera, ad augurarsi che le tensioni siano rapidamente superate. La sfuriata di Berlusconi alla riunione di lunedì scorso a Palazzo Grazioli, seguita dalle esplicite

minacce di Sandro Bondi a “Porta a porta”, ha già prodotto infatti la preventiva chiusura di Cesa: trattative con il Pdl sospese anche nelle regioni in cui erano a buon punto, finché la maggioranza non avrà ritirato gli ultimatum. E nel corso di una lunga riunione alla Camera si intravede la rottura definitiva: «Se si mettono veti all’alleanza con l’Udc in alcune Regioni salta anche l’accordo già siglato nel Lazio», dice il coordinatore regionale Luciano Ciocchetti, «non potremmo fare altrimenti, non è che se in Puglia e Calabria ci dicono no nel Lazio possiamo fare finta di nulla».

Anche alla punta dello Stivale infatti si rischia di dover mandare all’aria tutto il lavoro fatto finora. Il commissario del Pdl calabrese Antonio Gentile ha tessuto faticosamente la tela nei giorni scorsi, fino all’accordo firmato a casa sua. E ancora non si fa capace della possibile retromarcia imposta da Berlusconi. «Sono certo che Pdl e Udc costruiranno una forte alleanza programmatica in Calabria, è un percorso di affinità e condivisioni che vuole garantire alternanza e discontinuità alla Regione». Anche perché nella terra governata finora da Loiero il sistema clientelare sembra capace di opporre una certa resistenza ai pur disastrosi risultati ottenuti finora. «Rinunciare al sostegno dell’Udc è da pazzi», dice senza esitazioni Angela Napoli, deputata calabrese del Pdl

Sud, governo giù alla Camera ROMA. Continuano le scaramucce tra governo e opposizioni, malgrado, o forse proprio a causa dela clima elettorale. Ieri la maggioranza è stata battuta alla Camera sulla mozione del Pd relativa alle iniziative per favorire l’occupazione del mezzogiorno. L’Assemblea di Montecitorio ha approvato, con 269 voti a favore e 257 contrari, la parte della mozione su cui il governo aveva espresso parere contrario. Il risultato della votazione è stato salutato da un forte applauso dai banchi dell’opposizione. «È merce rara mettere sotto il governo e non volevo far mancare il mio contributo, ma è da capire come questo sia possibile, con una margine in più di 80/90 parlamentari, andare sotto alla Camera», - ha commentato presidente dei deputati del Pd, Dario Franceschini. È la trentacinquesima volta che il governo viene battuto alla Camera in questa legislatura, e la nona proprio su questioni riguardanti il Mezzogiorno. «Quella di oggi - ha rilevato il segretario d’Aula dei democratici Erminio Quartani - è una doppia bocciatura per l’esecutivo perché non solo è la dimostrazione che la maggioranza è sempre più debole, (l’Mpa ha votato contro e più di un quarto di deputati del Pdl era assente dimostrando, una ancora volta, disinteresse per i lavori delle Camere), ma anche perché è la netta bocciatura dell’azione del governo nel Mezzogiorno e del continuo scippo dei fondi Fas al Sud da parte del ministro Tremonti. Adesso il governo dovrà reintegrare rapidamente le risorse impegnate del fondo per le aree sottoutilizzate per destinarle a un programma mirato al rilancio del tessuto produttivo e dei livelli occupazionali del Mezzogiorno».

proveniente da An, «ci sono regioni come la nostra in cui il sostegno del partito di Casini è determinante per la vittoria». Appunto. «Oltretutto credo sarebbe giusto che le intese per le regionali vivano di una loro autonomia, non possono certo basarsi sul solo consenso al candidato presidente, non si riducono a una questione di nomi, vanno costruite attorno a programmi chiari concepiti per quel determinato territorio».

C’è l’ombra pesante della Lega su questo improvviso aut aut rivolto all’Udc? «Non credo possano permettersi di condizionare le scelte anche al Sud, dopo aver ottenuto Piemonte e Veneto». Intanto lo fanno. «È chiaro che vedono un pericolo nell’intesa con il Centro al Mezzogiorno, perché ne viene fuori un modello di alleanza alternativa a quella stipulata con loro».Che poi il valore aggiunto del partito di Casini sia essenziale nelle regioni meridionale è cosa ben nota anche in Campania, dove pure l’intesa è ancora fortemente in dubbio. «Ma di certo io sono contrario alla logica degli ultimatum», chiarisce il vicecoordinatore campano del Pdl Mario Landolfi, «io auspico che l’Udc ci sostenga, ma se dovesse decidere di non farlo non credo sarebbe il caso di imporre dei diktat». Allearsi con lo stesso schieramento in tutta Italia «è una scelta che a mio giudizio il partito di Casini dovrebbe fare. Può scegliere di obbedire a una logica di schieramento e restare dunque all’opposizione, con il Pd, dappertutto. Oppure decidere in base ai contenuti, e aggregarsi a quella parte politica di cui condivide gli stessi valori e l’appartenenza al Partito popolare europeo. Ma appunto si tratta di una scelta assolutamente libera». È casomai «un’impostazione difficile da capire» quella di chi nel Pdl pone un ultimatum all’Udc, dice Augello, «nel momento in cui si è stipulata l’alleanza con la Polverini era già assolutamente chiaro che il partito di Casini avrebbe fatto scelte diverse in altre regioni. Non capisco quali rilevanti elementi di novità ci siano stati negli ultimi giorni perché si possa giustificare una rottura nel Lazio». Non bastano, per il senatore della destra alemanniana, le lamentele del Carroccio: «Anche la scelta di schierarsi contro i candidati leghisti in Piemonte e Veneto era ben nota all’atto di siglare l’intesa qui a Roma. E quel giorno ricordo che tutti i massimi dirigenti del Pdl, coordinatori e capigruppo, si sono compiaciuti. D’altronde non credo che la sfida nel Lazio si possa dare per vinta a priori: questa è una regione da sempre in equilibrio, con variabili tutte particolari come quella di Rutelli. Diciamo che val netto delle fratture provocate da Emma Bonino nell’elettorato di centrosinistra partiamo da un leggerissimo vantaggio». Leggerissimo.


politica I candidati comuni RENATA POLVERINI La candidata Pdl nel Lazio, molto legata a Fini, ha trovato con l’Udc un terreno di incontro soprattutto sui temi della famiglia e della salute

14 gennaio 2010 • pagina 5

L’opinione del “finiano” Briguglio sulle trattative per le Regionali

«C’è ancora spazio per allearci con l’Udc» «Anche gli ex di Forza Italia insistono molto sulla necessità di coinvolgere Casini» di Angela Rossi

STEFANO CALDORO È arrivato alla candidatura alla Regione Campania dopo l’uscita di scena di Nicola Cosentino: per questo i centristi hanno deciso di appoggiarlo

NAPOLI. Tensioni in vista per le elezioni regionali di primavera, tra Berlusconi e l’Udc? Dopo la discussione a Porta a Porta tra Casini e Bondi, oggi nell’ufficio di presidenza del Pdl si dovrebbe decidere delle alleanze con l’Udc previste in Lazio, Calabria e Campania mentre nel Nord Italia è tutto ancora in alto mare. Ieri però Cesa ha inviato una nota ai coordinatori regionali del partito di Casini nella quale chiede di sospendere ogni trattativa in questo senso fino a che, appunto dopo l’ufficio di presidenza, si avrà chiaro il quadro della situazione. Si arriverà a rinnovate intese? Sentiamo il parere dell’onorevole Carmelo Briguglio sugli scenari che si stanno delineando per la tornata elettorale di primavera per i rinnovi dei vertici regionali. Onorevole Briguglio, ieri in aula c’è stata la discussione della legge sulla cittadinanza. La Lega ha imposto ancora il ritorno in Commissione perché pone il niet ad ogni piccolo aggiustamento. Vietti ha affermato che «ciò che la Lega non vuole non si fa». Questo è vero anche a proposito delle regionali? No, quella della legge è un’altra faccenda. Abbiamo aperto una grande questione sulla cittadinanza perché in Italia ci sono paure e il tutto va affrontato con razionalità. La legge la si vuole fare ed è un tema aperto e traversale, non di parte. Tanto è vero che all’interno del Pdl ci sono molti che la pensano come a sinistra. Occorre però sottrarla allo scontro elettorale che è improprio e quindi la riprenderemo dopo le elezioni. Non vedo alcun nesso con le regionali. La regione centrale è il Lazio dove l’Udc ha scelto la Polverini e la Lega non ha posto veti. L’Udc non facendo parte della maggioranza di governo o corre da solo o, per coerenza, decide di scegliere regione per regione con chi allearsi. È un modo di essere coerenti. Nelle due regioni cosiddette sicure, Lazio e Calabria, in relazione all’alleanza con l’Udc, si candidano ex aennini. Un’eventuale decisione di Berlusconi orientata alla non alleanza non sarebbe un modo di far perdere candidati anche ad An? Non credo si possa arrivare a questo punto. Aspettiamo qualche giorno, c’è

GIUSEPPE SCOPELLITI Sempre a destra (ha militato anche nel Movimento sociale), è coordinatore regionale del Pdl in Calabria: nel 2002 è stato eletto sindaco di Reggio

ancora qualche settimana di tempo. Credo però che gli accordi stipulati non verranno disattesi. Decisioni così delicate è giusto che vengano prese da poche decine di persone dell’ufficio di presidenza e non in una sede diversa? O ritiene che sarà l’incontro di domani (oggi per chi legge) la sede della decisione? Il Pdl è nato a marzo ed ha un organo centrale che è l’ufficio di presidenza ed è a quello che dobbiamo fare riferimento. Faccio l’esempio del Pd: con quanti organi si sono riuniti? Ha deciso Bersani. Questa è la stagione delle decisioni rapide. Il Pdl ha dei ritardi in molte regioni. Non è per caso che ha qualche fondamento la battuta di Calderoli il quale sul Riformista dice che sembra che il Pdl non abbia voglia di vincere queste elezioni? Le regioni cosiddette rosse come Marche, Umbria ed Emilia Romagna sono un’anomalia italiana. Sono governate dal centrosinistra da quando sono state istituite, quindi diciamo che c’è una minore urgenza nell’affrontare la campagna elettorale. Sembrerebbe che in un partito non più esclusivamente suo come Fi, Berlusconi non sia molto contento di avere Governatori forti e con forte autonomia. Vedi Formigoni, in qualche modo isolato in Lombardia. Potrebbe essere presente questo tipo di problema? Formigoni fa parte del Pdl, è una personalità del mondo cattolico che si riconosce nel Pdl. E’all’interno del partito che è nata questa discussione. Da un anno in Abruzzo e in Sardegna ricordiamo che ci sono due governatori molto radicati nella vicinanza a Berlusconi.Vedremo come finirà. Nel 2008 Berlusconi vinse con larghissimo margine di voti, grazie al cosiddetto “discorso del predellino” ed ebbe anche maggiore spazio politico essendosi “liberato” dell’Udc. Non è che è tentato di farlo anche per la tornata elettorale delle regionali? Questa possibilità non è un’ulteriore motivazione per prendere decisioni di non alleanze? Ho visto fino a qualche giorno fa una classe dirigente ex Forza Italia che ha insistito molto sulla necessità di coinvolgere Casini.

Gli accordi stipulati non verranno disattesi. Il Pdl ha un organo centrale: l’ufficio di presidenza. Dobbiamo riferirci soltanto a quello


diario

pagina 6 • 14 gennaio 2010

Scontri. Gli operai dell’impianto di cui Marchionne ha confermato la chiusura bloccano tutte le attività

La sfida siciliana della Fiat

La fabbrica di Termini Imerese scende in piazza e arriva a Palermo ROMA.

Un’adesione tanto ampia non se l’aspettavano neanche i sindacati. Che hanno dovuto organizzare in tutta fretta due pullman in più per portare altri lavoratori da Termini Imerese a Palermo. Ieri mattina il capoluogo siciliano è stato attraversato da un lungo serpentone di tute blu, arrivate per difendere lo stabilimento della Fiat che Sergio Marchionne intende chiudere.

Dipendenti diretti del Lingotto, lavoratori dell’indotto, semplici cittadini, un migliaio di persone, che non sono stati convinti dal «non si può ignorare la realtà» pronunciato anche ieri da Marchionne. E con loro il governo, pronto a mandare nuovi moniti a Torino. «È comprensibile una larga adesione allo sciopero di Termini Imerese», ha dichiarato Maurizio Sacconi. Il ministro del Lavoro ha ricordato che la priorità deve essere quella di «garantire la continuità produttiva che riguarda non solo i lavoratori diretti, ma anche l’indotto che è molto vasto». E al Lingotto non basterà né parlare di generiche riconversioni né lamentare i problemi strutturali dello stabilimento. «Vogliamo innanzitutto verificare la possibilità di produrre auto qui piuttosto che altrove», ha aggiunto Sacconi, «Siamo molto impegnati per un sito che ha oggettivamente una serie di caratteristiche positive. Il problema relativo alla logistica può esser risolto». Proprio all’esecutivo il governatore siciliano, Raffaele Lombardo, chiede «un atteg-

di Francesco Pacifico

Secondo corso d’Italia «il governo deve riprendere in mano il filo della matassa perché dobbiamo trovare una soluzione». Sulla stessa linea il segretario nazionale Ugl Metalmeccanici, Giovanni Centrella: «Il governo deve convocare un tavolo tecnico perché non c’è più tempo da perdere, l’azienda non può abbandonare questo stabilimento». Anche perchè soltanto in questa sede, aggiunge Luigi Sbarra della Cisl, «si può risolvere il tema infrastrutturale».

Il governo con gli operai. Sacconi: «Comprensibile l’alta adesione. Verificare la possibilità di produrre auto in Sicilia piuttosto che altrove» giamento fermo. Si impegnato a concedere l’incentivo soltanto se non si fosse indebolito o dismesso lo stabilimento di Termini». Ma Marchionne perde consensi anche verso i sindacati confederali, da sempre costruttivi nei suoi confronti. Il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, ieri ha fatto rilevare che i termini usati dall’Ad di Fiat e Chrysler sono «eccessivi e sbagliati. Alimentano e gettano benzina sul fuoco e non a caso i lavoratori giustamente e correttamente hanno reagito».

Al riguardo è ancora più netto l’assessore siciliano all’Industria, Marco Ventura, lo stesso che ha disposto un piano per stanziare 4 miliardi per i collegamenti da e verso lo stabilimento: «Marchionne mi deve spiegare perché la Fiat imbarca a Catania le auto assemblate a Termini Imerese e non dalle banchine del porto delle città, che si trovano a pochi metri dal sito. Se la logistica gli è imposta da ambienti non sani, ha il dovere di denunciarlo». E se Venturi fa intendere lo spettro di pressioni e del racket, Epifani arriva persino a

La lezione del salone di Detroit

Tutta Europa a rischio on soltanto l’Italia, ma tutta l’Europa è sempre meno strategica nei piani dei big dell’auto. E la pensano come Sergio Marchionne – che al suo arrivo al Salone di Detroit ha parlato di un milione di immatricolazioni in meno – anche i suoi diretti concorrenti. Concorrenti per certi aspetti ancora più sepessimisti, condo i quali il differenziale tra il picco 2008 (17 milioni di euro) e le stime per 2010 potrebbe essere negativo anche di due milioni di vetture. In ogni caso inferiore anche al pessimo consuntivo previsto per il 2009:15,7 milioni di veicoli. Per Nick Reilly, responsabile di Gm Europe, «il 2010 non sarà un buon anno. Ce ne vorranno almeno tre prima che la domanda torni a livelli sostenuti». Tanto che la casa sta studiando un piano per guadagnare in Europa anche se il mercato si collocherà tra 13

N

e 13,5 milioni di vetture. Il suo omologo di Ford, John Fleming, stima invece che le vendite potrebbero scendere tra i 13,5 e i 14 milioni. È emblematico che il Vecchio continente, con la sua forte densità abitativa e il parco mezzi obsoleto, risulti in calo nel momento in cui le case Usa importano in America un modello di vettura europeo, di dimensioni e consumi più contenute.

La cosa poi potrebbe avere forti ripercussioni sui livelli occupazionali, già messi a dura prova dalle dismissioni di Gm e Ford. Senza contare che difficilmente gli Stati membri potranno confermare l’entità degli incentivi erogati nel 2009. Non tutti però sono così pessimisti. Secondo gli analisti di J.D. Powers la produzione di auto, a differenza delle immatricolazioni, in Europa potrebbe salire nel 2010 del 3 per cento. (f.p.)

mettere indubbio i progetti di Marchionne. «Continuo a insistere nel ricordare che solo due anni fa aveva invece pensato non solo di mantenere in vita la fabbrica, ma anche di portarvi nuovi modelli». Su questo versante il manager del Lingotto ha spiegato che è stata la crisi internazionale a spazzare via quel piano. Se a questo si aggiunge che la stessa crisi ha reso i mercati europei più asfittici e persino messo a rischio il marchio Alfa – «Qui abbiamo già messo troppi soldi» – si comprende perché guardi con più attenzione verso l’America e l’Asia. Intanto la situazione in Sicilia diventa ogni giorno più tesa. Come dimostra lo stato di disperazione tra gli operai dello stabilimento Fiat di Termini e quelli dell’indotto che, dopo aver attraversato la città, hanno tenuto un presidio davanti a Palazzo d’Orleans, sede del Parlamento a Palermo. Decine i cartelli esposti. Da “Riconversione industriale = chiusura totale” a “Marchionne e Scajola cumpari senza parola”, fino a “Fiat - Furbi Industriali Abbandonano Termini”. In questo clima ha fatto capolino anche l’ironia amara di qualche lavoratore che ha issato una bara in polistirolo con la scritta Fiat.

Difficilmente, Torino cambierà idea. Anche perché dato l’avallo politico al rinnovo degli incentivi, il governo ha meno armi di pressione verso il Lingotto. Quindi non resta che valutare le ipotesi di riconversione dello stabilimento annunciate qualche settimana fa da Marchionne. Alle quali per nessuno crede, ma che restano l’unico appiglio per non trasformare la piana in un cimitero industriale. Il consiglio regionale ha approvato una mozione per salvare Termini. E se i capigruppo all’Ars di Pd e Udc, Antonello Cracolici e Rudy Maira, chiedono a Raffaele Lombardo un ruolo più diretto nella trattativa, in giunta si guarda ad altri scenari. «Se Marchionne vuole chiudere», intima Ventura, «ceda lo stabilimento e i terreni a un euro e noi bandiremo una gara internazionale per cercare una casa interessata a rilevare la fabbrica». La stessa minaccia usata dall’ex governatore Salvatore Cuffaro nel 2004 per tenere il Lingotto sull’Isola. Ma quella volta andò bene.


diario

14 gennaio 2010 • pagina 7

L’annuncio di Maroni dopo la vergogna di Rosarno

Il Pontefice «ha perdonato» la giovane Susanna Maiolo

Un progetto di governo contro la ’ndrangheta

Il Papa riceve la donna che lo ha fatto cadere

ROMA. Il governo prepara un piano antimafia da approvare in tempi brevi in Calabria. Lo ha annunciato il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, nel corso di un’informativa alla Camera sui fatti di Rosarno e sull’ordigno fatto esplodere nei giorni scorsi nei pressi degli uffici giudiziari di Reggio Calabria. «Il Consiglio dei ministri ha deciso di tenere entro gennaio in Calabria una seduta straordinaria - ha detto Maroni - per approvare il Piano straordinario antimafia presentato da me e dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano». Intanto una nuova operazione dei carabinieri ha portato ieri a 27 ordinanze cautelari nel Reggino per associazione a delinquere di stampo mafioso, tentato omicidio, estorsione, traffico d’armi e droga dopo i 17 eseguiti ieri a Rosarno nei confronti di altrettanti affiliati della cosca Bellocco. «È la risposta migliore che lo Stato può dare dopo i gravi fatti avvenuti in quella zona» ha detto Maroni.

CIITÀ DEL VATICANO. Susanna

Parlando degli scontri di Rosarno, Maroni ha puntato il dito contro la autorità locali e in special modo sulla Regione, forse dimenticando che la sua requisitoria ha inevitabilmente assunto un valore elettoralistico. «In tante regioni – ha detto

Emergenza carceri, basterà un anno? Luci e ombre nel piano presentato dal ministro Alfano di Marco Palombi

ROMA. Cominciamo con le notizie positive. Il governo ha finalmente riconosciuto che la situazione delle carceri è un’emergenza (64mila detenuti, in aumento di quasi mille al mese, 44 mila posti regolamentari) e ieri ha approvato un piano ad hoc messo insieme dal ministro Angelino Alfano e dal capo del Dap Franco Ionta. Il Guardasigilli, tra le altre cose, ha annunciato un disegno di legge con due “norme di accompagnamento” che decongestionino il prima possibile i penitenziari, entrambe improntate a quella che con brutta parola si definisce“decarcerizzazione”: i domiciliari per chi ha una pena residua inferiore ad un anno e la cosiddetta “messa alla prova” (già bocciata da Lega ed ex An un anno fa), ovvero la possibilità di sospendere il processo a chi avrebbe al massimo una condanna a tre anni in cambio dello svolgimento di lavori di pubblica utilità. In questo modo, a stare alle stime del ministero, potrebbero “uscire” almeno dodici mila detenuti. Le buone notizie purtroppo, per il pianeta carcere, finiscono qui; il resto sono annunci un po’ confusi quando non demagogici e che, almeno nel caso della costruzione di nuovi istituti, sembrano anche contraddire il tentativo di slegare la pena dal carcere che ispira queste “norme di accompagnamento”.

nescenza della road map del Guardasigilli. Cominciamo dai numeri: non si capisce come dai 44 mila posti attuali si possa passare agli ottantamila in tre anni annunciati da Alfano aumentando la capienza di sole 21.749 unità. Altra questione aperta resta la copertura economica: in Parlamento il costo del piano carceri fu quantificato da via Arenula in un miliardo 650 milioni di euro, mentre tra Finanziaria e bilancio del ministero ad oggi ci sono solo 600 milioni (che dovrebbero servire a mettere in funzione 47 nuovi padiglioni).

Non è chiaro, peraltro, se il ministero intenda fare qualcosa per i circa 40 istituti già pronti e non utilizzati per mancanza di personale: Alfano, ad esempio, ha annunciato l’assunzione di duemila agenti penitenziari, i quali secondo i sindacati servono appena a coprire gli attuali buchi di organico. Quantifica il sindacato autonomo Osapp: “47 padiglioni entro il 2010 per 9.650 detenuti in più che potrebbero tranquillamente diventare, alle attuali condizioni 15 mila, stanno a significare l’esigenza di almeno 7mila unità di polizia penitenziaria in più”. E questo senza contare educatori, psicologi e altre figure necessarie anche solo per aprire un carcere. Le vecchie, care nozze coi fichi secchi, insomma. Mentre tutti gli operatori del settore, agenti penitenziari compresi, predicano nel vento riguardo alle misure alternative al carcere: 13mila detenuti stranieri l’anno scorso sono passati dal carcere per aver violato il decreto di espulsione, mentre poco meno di un terzo dei carcerati sono dentro per reati connessi alla propria tossicodipendenza. Se si volesse poi parlare dei danni di sistema delle cosiddette leggi ad personam basterebbe citare il caso della ex Cirielli, che impedisce ai recidivi di accedere a pene diverse dal carcere e crea un danno a tutta la società: la percentuale “normale” di recidiva – che indica quanti detenuti tornano a delinquere una volta scarcerati - è del 68%, ma si scende al 30 per chi ha avuto accesso alle misure alternative.

Tra gli altri, c’è il problema economico: in Finanziaria ci sono 600 milioni contro il miliardo e 650 milioni che servirebbero

- e non solo del nord, il modello di integrazione degli immigrati funziona e garantisce il rispetto delle leggi sul lavoro. In Calabria ciò non è avvenuto e sono evidenti negligenze e omissioni della Regione sotto molti punti di vista, da quello igienico-sanitario all’integrazione e alla gestione del territorio». Poi ha ricnarato la dose sostentendo che la zona è caratterizzata da «una situazione di insanabile tensione» tra extracomunitari e popolazione residente, «che deriva da una grande situazione degrado che le autorità locali e la Regione Calabria hanno colpevolmente trascurato per anni e che si è trasformata in un serio problema di ordine pubblico».

Maiolo, la giovane donna svizzera che, la vigilia di Natale, ha fatto cadere il Papa nella Basilica di San Pietro ieri mattina ha potuto incontrare Benedetto XVI, per pochi minuti, in una saletta accanto all’Aula Nervi a conclusione dell’udienza generale del mercoledì. La ragazza aveva scavalcato le transenne della basilica vaticana, all’inizio della messa notturna di Natale, per raggiungere Benedetto XVI che si stava avviando in processione verso l’altare della Confessione. Era stata subito bloccata dai gendarmi vaticani ma aveva fatto in tempo ad afferrare il ”pallio” del Pontefice, sbilanciando così Papa Ratzinger e trascinandolo per terra,

Il Guardasigilli, come detto, ha incassato la dichiarazione dello stato di emergenza fino al dicembre 2010, tempo durante il quale il capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria avrà poteri straordinari simili a quelli di Guido Bertolaso in Abruzzo per approvare progetti, concedere appalti e quant’altro praticamente senza alcun controllo. Obiettivo: grazie a 47 padiglioni in istituti già esistenti e 18 nuove carcere disporre entro entro il 2012 di ottantamila posti, cioè – dice il governo - 21.749 in più di quanti ce ne siano ora. Il problema non è solo l’indirizzo politico (“se la scelta è la carcerizzazioni, le nuovi carceri non basteranno mai”, aveva spiegato tempo fa la direttrice dell’istituto modello di Bollate, Lucia Castellano, in un’intervista), ma anche l’effettiva eva-

senza conseguenze evidenti. Nel parapiglia era caduto anche l’anziano cardinale Roger Etchegaray, che riportava invece una frattura del femore, per la quale è stato operato al Policlinico Gemelli (dove sabato ha ricevuto la visita del Pontefice). Dopo essere stata fermata, la Maiolo, che già l’anno scorso aveva la transenna nella stessa occasione, per tentare di raggiungere il Papa (dichiarando poi la propria intenzione di graffiarlo sul viso), era stata accompagnata dagli uomini del Corpo della Gendarmeria all’Ospedale Santo Spirito e poi trasferita al reparto di psichiatria dell’ospedale di Subiaco (dove il 31 dicembre aveva ricevuto una visita del segretario del Papa, don Georg).

A carico della Maiolo è attualmente in corso un’istruttoria presso il Tribunale della Città del Vaticano, anche se il presidente di questo organo, Giuseppe dalla Torre, ha anticipato in dichiarazioni alla stampa la possibilità che sia ritenuta non imputabile a causa delle sue condizioni psichiche. Un’amica della giovane ha dichiarato in Svizzera che l’episodio del 24 dicembre scorso era stato pianificato da Susanna Maiolo che si era procurata il biglietto d’invito alla messa del Papa con un nome falso.


politica

pagina 8 • 14 gennaio 2010

Inchiesta. L’emorragia dei democratici verso il centro continua. Adesso anche i “prodiani” minacciano l’addio

Pd, Partito della Diaspora Dopo l’abbandono della «vocazione maggioritaria», il Nazareno ha perso 13 parlamentari. Senza trovare nuove strategie di alleanza di Franco Insardà

ROMA. «Più che un partito sembra una stazione ferroviaria dove tutti partono e dove nessuno arriva mai». Al Nazareno la capacità di consenso del Pd è diventata quasi una barzelletta. E quest’immagine, spietata quanto efficace, trattegiata da uno sconsolato dirigente racconta meglio di altri il Totodefezioni, che è l’unico indice nel quale il Pd cresce. Walter Veltroni aveva immaginato per il suo Pd un partito “leggero”, Pier Luigi Bersani, invece, ha sempre pensato a un partito organizzato e strutturato. Risultato? Dalle elezioni politiche del 2008 a oggi il Pd è passato da 336 a 323 parlamentari, perdendo cinque senatori e otto deputati. Con l’eccezione dell’ex assessore capitolino Jean Leonard Touadi che, eletto con l’Italia dei valori di Antonio Di Pietro, passò con il Partito democratico, già a luglio 2008, quando il segretario era ancora Walter Veltroni. Ma l’emorragia continua ed è destinata a non arrestarsi. E c’è già chi prevede che dal 29 marzo, alla chiusura dei seggi delle Regionali, si dovrà parlare di migrazioni e non più di semplici defezioni. Che i contrasti tra l’anima centrista e quella socialista del partito saranno ormai insanabili. Ovviamente chi si trova più a disagio nel Pd targato Bersani-Bindi sono quelli che provengono dall’area cattolica. E l’ok alla candidatura della radicale Emma Bonino alla regione Lazio ha aumentato i malumori. Il pensiero va subito a Paola Binetti, ma la deputata teodem, da sempre considerata in uscita, ha annunciato che «deciderà dopo le elezioni», aggiungendo che «la nuova FRANCESCO RUTELLI Dopo la vittoria di Bersani alle primarie per l’elezione alla segreteria dei democratici, ha lasciato il partito per fondare Alleanza per l’Italia

proposta politica di Rutelli è interessantissima». Proprio Alleanza per l’Italia di Francesco Rutelli e l’Udc sono le formazioni verso cui guardano con più interesse i tranfughi del Pd. Linda Lanzillotta, Massimo Calearo, Gianni Vernetti, Donato Mosella, Massimo Calgaro e Claudio Gustavino sono stati tra i promotori, insieme all’ex sindaco di Roma e a Bruno Tabacci, di Alleanza per l’Italia, presentata a Roma l’11 novembre scorso, che ha celebrato a Parma un mese dopo la sua assemblea nazionale. Con loro an-

Il percorso di Pannella, dai cespugli al cuore della coalizione

Radicali (liberi) alla riscossa di Antonio Funiciello certo quanto ovvio: più il Pd perde pezzi, più i partiti intorno al Pd che raccolgono i pezzi persi dai democratici si rafforzano. Non solo, ma radicalizzando il Pd il suo carattere di partito di sinistra old style, concentra le sue emorragie interne alla sua destra, verso quel centro che, una volta perso, sarà impossibile recuperare per chicchessia.

È

E l’asse privilegiato con l’Udc? D’Alema e Bersani sembrano ancora convinti di persuadere Casini a stare con Di Pietro,Vendola e Ferrero, nonostante non esista possibilità di un programma comune e nonostante Casini si sia detto ampiamente indisponibile a mettersi a capo di un nuovo circo Barnum dopo i nefandi fasti dell’Unione. Chi, invece, come i radicali di Pannella e Bonino, aveva un ruolo da protagonista nel circo Barnum prodiano, ha subito fiutato l’aria e si è messo a giocare al rialzo. I radicali vivono così la loro stagione ”cespuglista”, entrando nella tipica ottica rivendicazionista dei piccoli partiti che ieri si accalcavano intorno alla Quercia diessina e oggi si preparano a tenere ostaggio il Pd bersaniano. Ieri Mastella, oggi Pannella? Difficile crederlo, ma pare proprio così. Con l’ipotesi caldeggiata in Campania da Bassolino di cedere all’Udc la leadership della coalizione per le regionali e l’investimento sulla Bonino, il Pd di fatto rinuncia a giocare da protagonista la prossima tornata elettorale nella seconda (Campania) e nella terza (Lazio) regione d’Italia, mentre nella prima (Lombardia), nella quarta (Sicilia) e nella quinta (Veneto) ha deciso da tempo immemore di non giocarsela nemmeno e mandare in

campo la primavera. In metà paese così il Pd marca visita. Ma mentre la strategia del Pd è di difficile comprensione, più semplice appare quella dei radicali, che si sono affrettati a ritirare alla Camera gli emendamenti che forzavano la mano su testamento biologico ed eutanasia, senza rinunciare ieri a manifestare sotto la commissione di vigilanza Rai contro elezioni regionali che considerano già illegali. La falsariga di quello che faceva Rifondazione ai tempi del secondo esecutivo Prodi, quando la mattina, in Consiglio dei Ministri, teneva un profilo basso sulle risoluzione più complesse e la sera, in piazza, andava a manifestare contro il governo di cui era parte. I radicali, che alle ultime elezioni regionali laziali neppure si sono presentati, nel 2000 candidarono presidente l’attuale deputata Bernardini, riscuotendo il 2,17% pari alla bellezza di 53mila voti. Era l’anno successivo alla campagna per le europee Emma for President, con la Bonino candidata alla presidenza del Piemonte (perché la Bonino è piemontese) a totalizzare un più ragguardevole 4,46%.Alle politiche del 2001 i radicali passarono da 53 a 62mila voti nel Lazio (1,97%) e a quelle del 2006 arrivarono con la Rosa nel Pugno, dunque insieme ai socialisti di Boselli, a 94.665 preferenze, pari al 2,85% (sono voti relativi al Senato, poiché il Lazio conta due collegi camerali).

I radicali sono, insomma, una minoranza rumorosa, ma sempre una piccola minoranza. La delega ricevuta per la testa di lista è un atto di debolezza che spiega, meglio di ogni altro dato, la debolezza politica del Pd in questa fase. E tuttavia, anche guardando all’attualità dal punto di vista radicale, dà un po’ da pensare questo passaggio da quella vocazione maggioritaria che i radicali per primi, nella lunga e felice stagione referendaria, hanno dimostrato di rappresentare e l’odierna vocazione rivendicazionista. Ma i tempi, si sa, cambiano e i leader, anche i grandi leader, invecchiano.

che Franco Bruno e Bruno Cesario ed è dato per imminente il passaggio della senatrice teodem Emanuela Baio. Ma se Rutelli e il suo movimento hanno dato la stura alla fuga, il partito di Pier Ferdinando Casini è, in questo momento, quello più attrattivo per quanti non si riconoscono più nel Pd. Dopo il passaggio all’Udc di Pierluigi Mantini, Lorenzo Ria e Dorina Bianchi sembra che anche Renzo Lusetti stia sul punto di decidere il suo passaggio con i centristi per ritrovare il suo

PIERLUIGI MANTINI È stato uno dei primi a lasciare il Pd: nel marzo dello scorso anno ha aderito all’Udc in polemica con la gestione Franceschini

mentore Ciriaco de Mita. Un altro che è sul punto di decidere di ritornare tra i vecchi amici democristiani è Enzo Carra che, insieme alla Binetti e a Luigi Bobba, è nel gruppo teodem. Dei tre l’unico che, almeno per il momento, non ha manifestato alcuna intenzione di abbandonare il partito è proprio l’ex presidente delle Acli.

Nella galassia centrista all’interno del Pd il gruppo più numeroso è quello popolare che fa capo all’ex presidente del Senato Franco Marini e a Beppe Fioroni che sono allineati e coperti sulla linea del partito, tanto che Marini ha dichiarato di appoggiare la candidatura di Emma Bonino, facendo chiaramente capire che qual è la linea che ha deciso di adottare. Anche Pierluigi Castagnetti, seppur meno entusiasta della candidatura della leader radicale, resta al suo posto. Così come Giorgio Merlo, che alcuni avrebbero indicato in uscita. Altra componente in fermento, poi, è quella dei prodiani vicini ad Arturo Parisi come Mario Barbi e Pier Fausto Recchia che, avendo appoggiato la candidatura di Dario Franceschini, ora si sentono un po’ emarginati. Ma Mario Barbi, facendo riferimento a un articolo della Stampa, ha precisato: «Sono nel gruppo del Pd della Camera e ho la tessera del Partito», aggiungendo, poi, che «è vero invece che, non da oggi, ho una posizione assai critica sulla linea del Pd e che resto in questo partito con crescente disagio, come peraltro ho avuto modo di scrivere in un piccolo opuscolo distribuito ai colleghi parlamentari e ad alcuni amici». In quell’opuscolo Barbi scriveva: «A un Pd che lavora in questa direzione, lo ammetto, non so più che contributo dare. Al momento, non ho alternative da proporre o altri


politica

14 gennaio 2010 • pagina 9

CON RUTELLI Franco Bruno Massimo Calearo Marco Calgaro Bruno Cesario Claudio Gustavino Linda Lanzillotta Donato Mosella Gianni Vernetti

CON CASINI Dorina Bianchi Pierluigi Mantini Lorenzo Ria

Emanuela Baio?

Enzo Carra? Renzo Lusetti?

CON IL GRUPPO MISTO

INCERTI Mauro Barbi Arturo Parisi Pier Fausto Recchia

Antonio Gaglione

CON L’MPA Riccardo Villari luoghi dove andare, ma dove sono non posso che stare con disagio e con un senso crescente di straniamento». E, proprio a ribadire questa sua posizione Mario Barbi ammette che «la vicenda non entusiasmante delle Regionali mi induce a ribadire e ad arricchire di nuovi commenti e ulteriori riflessioni la questione». Capitolo a parte è quello che riguarda Riccardo Villari. Il senatore napoletano dopo essere assurto agli onori della cronaca come presidente votato dal Pdl, ma non dalla sua maggioranza, e costretto alle dimissioni abbandonò il suo partito per approdare all’Mpa di Raffaele Lombardo. Ma il suo arrivo è coinciso con una querelle nata tra i seguaci del governatore siciliano all’ombra del Vesuvio. Infatti la candidatura di Villari a presidente della Regione ha fatto andare su tutte le furie il sottosegretario Vincenzo Scotti e i parlamentari campani dell’Mpa, che hanno abbandonato il partito.

E le elezioni regionali saranno per il Partito democratico, ancora alle prese con le candidature in alcune regioni, un banco di prova determinante per la sua tenuta. Ambienti vicini al segretario Bersani dicono RICCARDO VILLARI Protagonista della bagarre per la presidenza della Commissione di Vigilanza sulla Rai, ora è candidato in Campania per l’Mpa

che il segretario sarebbe già soddisfatto di mantenere le poltrone di governatore in Emilia, Toscana, Marche e Umbria, tenendo assieme quel blocco di potere non soltanto politico che sono le Regioni rosse. Proprio la consapevolezza che sarà un’impresa titanica confermare la Campania, il Lazio e la Calabria l’avrebbe spinto ad appoggiare candidature esterne come quella di Emma Bonino alla Pisana. Sull’emorragia al Nazareno c’è chi minimizza: «Chi si agita lo fa per conquistare qualche posizione. Alla fine rimangono qui».

Linda Lanzillotta: «Il problema è che il bipolarismo è fallito. Non tutti l’hanno capito»

«I fatti ci danno ragione» di Francesco Capozza

ROMA. Nelle scorse settimane tra le righe di qualche quotidiano aveva fatto capolino l’ipotesi che l’Api di Rutelli&Co stesse valutando l’ipotesi di stringere alleanze “a macchia di leopardo” con il Pdl. Una sostanziale smentita l’aveva data l’ex vice-presidente del Consiglio in una lunga intervista al Corriere della sera pochi giorni dopo. Le acque agitate nel Pdl sul nodo Giustizia e quelle non più quiete nel Pd sulle candidature per le prossime elezioni regionali hanno dato a Liberall’occasione per sentire cosa ne pensa in merito Linda Lanzillotta, un’altro autorevole esponenete di Alleanza per l’Italia, fuoriuscita anche lei come Rutelli dal partito di Largo del Nazareno. Onorevole Lanzillotta, il governo ha deciso di non presentare un decreto legge blocca processi: è un segnale positivo? Credo che innanzitutto sia un segno di buon senso da parte del governo. Evidentemente qualcuno ha valutato meglio le conseguenze negative che avrebbe avuto sull’immagine stessa dell’esecutivo (tanto più in una campagna elettorale che è di fatto già iniziata) un provvedimento del genere, mirato essenzialmente a bloccare i processi di una persona sola. La decisione è saggia, che ci sia margine per il dialogo mi sembra una valutazione prematura, si vedrà in parlamento. Sempre ieri, il premier ha annunciato che «con questa crisi è impossibile ridurre le tasse». Un dietrofront significativo, non crede? Gli annunci dei giorni scorsi si sono rivelati, come al solito, un bluff. Il problema vero è che dalla crisi non si esce senza ridurre il carico fiscale e affinché questo sia possibile bisognerebbe ridurre la spesa corrente (che invece aumenta vertiginosamente) e battere l’evasione fiscale. Lo scudo fiscale, che pure sta dando qualche risultato positivo, è comunque un provvedimento contraddittorio. Per il resto non si è fatto nulla per limitare la spesa, e le norma “tagliaenti”, così come quella sui tetti agli stipendi dei manager pubblici - solo per fare due esempi - sono rimaste sostanzialmente inapplicate.

Alle prossime regionali, smentito che possiate andare col centrodestra, che farete? Vorrei precisare una cosa innanzitutto. Api non risponde a logiche di schieramento, noi abbiamo detto dall’inizio che questo bipolarismo è fallito e che le nostre alleanze saranno valutate caso per caso e sui singoli programmi. Avevamo proposto delle “legislature d’emergenza” per quelle regioni, come il Lazio, che hanno un deficit enorme. Non siamo stati ascoltati e a questo punto torniamo a ribadire: valuteremo caso per caso i singoli programmi. Nel Lazio, quindi, che farete? Non avevamo alcuna pregiudiziale sulla Polverini (che, personalmente, e l’ho anche detto pubblicamente, stimo) ma siamo rimasti davvero stupiti nel vedere come ha iniziato la sua campagna elettorale. Aveva detto che la sua candidatura sarebbe nata dalla società e svincolata da logiche partitiche. Assistiamo invece a un’inizio a braccetto con Tilgher (che è un neo-nazista), Storace (l’artefice del disastroso buco nel bilancio regionale), senza una vera piattaforma programmatica per risanarare i bilanci in rosso, specie quello della Sanità. Attendiamo di vedere il programma di Emma Bonino sulla cui candidatura al momento non possiamo fare alcuna valutazione. E in Puglia? Aspettiamo di vedere come si risolve il garbuglio tutto interno al Pd. Personalmente posso dire che sarebbe necessaria una discontinuità forte soprattutto nella sanità. Se il Pd rompesse con l’Idv tornerebbe ad essere il vostro primo interlocutore? Guardi, le alleanze sono materia pre-elettorale, noi non abbiamo criticato quella con l’Idv, ma il fatto che in un momento così delicato il Partito democratico sia stato ad essa pressoché subalterno. Quindi l’Udc resta il principale interlocutore? Al momento, nonostante le differenze che ci contraddistinguono, come, per esempio, il modo di gestire le alleanze in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, abbiamo avviato con l’Udc un confronto di carattere strategico.

Abbiamo contestato il Pd perché in troppi casi si è mostrato subalterno al partito di Di Pietro


panorama

pagina 10 • 14 gennaio 2010

ragioni&torti di Giancristiano Desiderio

Se l’ultimo giorno è sempre il penultimo l titolo e il senso del nuovo libro di Paolo Macry - Gli ultimi giorni pubblicato da Il Mulino - sono utili non solo per pensare la Storia e i grandi crolli degli Stati nel Novecento, ma anche per interrogarsi sul presente e cercare di dare un senso alla cronaca a noi più prossima. Le due categorie utilizzate dallo storico, la necessità e il caso, la struttura e gli avvenimenti, la «lunga durata» e, appunto, come recita il titolo del libro, «gli ultimi giorni» sembrano, una volta fatte le dovute differenze, calzare a pennello sulla storia politica e amministrativa di Napoli e della Campania (se non addirittura dell’Italia).

I

Anche a Napoli, infatti, si è affacciata sulla scena «la fenomenologia degli ultimi giorni» e abbiamo assistito in “presa diretta” al crollo imminente del potere di Bassolino. Solo che, a differenza di quanto accade nella Storia e si racconta nel libro dell’editorialista del Corriere del Mezzogiorno, nella cronaca napoletana non c’è il crollo degli ultimi giorni perché gli ultimi giorni non sono mai gli ultimi e alla fine vince proprio la “lunga durata”che qui ha il volto della “struttura profonda”del potere politico ben consolidato nelle clientele economiche e sociali. Se facciamo un rapido e piccolo salto indietro nella memoria e nella cronaca possiamo facilmente ricordare i giorni della crisi della spazzatura a Napoli e nel suo grande hinterland. Ci vengono in mente il titolone del Corriere, quel BASTA a caratteri cubitali che, forse, un po’ scosse le coscienze, e le parole del presidente Giorgio Napolitano che disse «Sono i giorni peggiori della storia di Napoli». Si era all’epoca nel maggio del 2007 e otto mesi dopo, gennaio del 2008 ci sarebbe stata la “guerra di Pianura” e sulla sua drammatica scia la crisi e la caduta di Romano Prodi. Il governo Prodi cadde, mentre il governatore della Campania restò al suo posto ipotizzando semplicemente le dimissioni da lì a un anno, ma di anni ne son passati due e Bassolino - vero campione della longue durée - è sempre dov’era e guida con continuità la «politica della discontinuità». Di “ultimi giorni” Bassolino ne ha visti passare molti, ma sono sempre stati gli ultimi giorni di qualcun altro, mai i suoi.

Sembrerebbe questa una diretta smentita della metafora di Macry, invece stranamente ne rappresenta la conferma. Napoli è una città che vive quotidianamente «gli ultimi giorni» o, si potrebbe dire, «i penultimi giorni» senza però giungere mai effettivamente al crollo finale. Le istituzioni sembrano dover collassare da un momento all’altro, il Palazzo sembra essere così decrepito da venir giù non con il “mito della spallata” ma per un suo interno movimento franoso, gli stessi protagonisti della scena sembrano destinati a scomparire nel nulla da dove sono usciti e, invece, tutto resta come sospeso e “gli ultimi giorni” si prolungano all’infinito come i fotogrammi di un film che si replica giorno dopo giorno e “passo dopo passo”.

Cultura e mass-media, il Papa (non) fa spettacolo La battaglia di Ratzinger contro la dittatura dell’immagine di Franco Ricordi on si può fare a meno di riflettere sull’atteggiamento fondamentale, ancorché complesso, che è stato riservato dai due ultimi Pontefici nei confronti della spettacolarizzazione del mondo. La teologia di Hans Urs Von Balthasar, con la sua geniale Teodrammatica, è chiamata in causa direttamente. Andrà riconosciuto come Giovanni Paolo II ne sia stato in tal senso un interprete insuperabile, per come si è prodigato nei suoi viaggi in tutto il mondo, e anche per gli attentati che ha dovuto subire. Un Papa “attore” e interprete esistenziale del Cristianesimo. Ma è anche vero che quest’ultimo non è sfuggito ad un coinvolgimento nella spettacolarità universale che, a lungo andare, potrebbe snaturare il suo stesso messaggio religioso e filosofico. Per questo motivo, crediamo, Ratzinger ha compiuto un grande passo avanti facendo un “passo indietro” nei confronti di quella spettacolarità che ci distrae, in un senso ormai nichilistico, anche dalla stessa contemplazione della società.

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che a causa della fondamentale ancorché positiva deiezione della vita quotidiana. E così rimaniamo sempre spettatori della morte, in una mondanità che ci nasconde per sua quintessenza l’autenticità e la verità della nostra esistenza.

Questo discorso che Heidegger sviluppava negli anni ’20 del secolo scorso si è oggi esasperato a livello universale, in maniera particolare attraverso ciò che definiamo globalizzazione: e così la tragedia dell’11 settembre 2001, in cui sono morte più di 5.000 persone, è stata recepita per la stragrande maggioranza dell’umanità alla stessa maniera di un film catastrofico, dal quale comunque alla fine si rimane immuni. E’ questo il rischio autoritario della nostra epoca: è evidente che la maggioranza dell’umanità sarà sempre fra gli spettatori, anche di fronte a tragedie che potrebbero coinvolgere milioni di persone, ma che rimarrebbero comunque in una disgraziata ancorché falsa e surrettizia minoranza democratica. Non si comprende evidentemente come la potenza della spettacolarità stia giocando proprio su questo aspetto: riferire sempre e “democraticamente” delle calamità e delle tragedie universali, anche perché comunque ci sarà sempre un distacco degli spettatori dovuto essenzialmente al loro essere in maggioranza.

Il Pontefice ha denunciato che ormai il nostro tempo punta su un’umanità solo spettatrice delle calamità che la riguardano

Non a caso nel discorso tenuto il giorno dell’Immacolata, e nella sua forte invettiva contro la spettacolarizzazione di ogni male, ci ha particolarmente colpito un aspetto che, certamente, non è casuale o estraneo. Nel deplorare l’atteggiamento dei mass-media, Benedetto XVI ha posto l’accento sul fatto che ormai la tendenza naturale del nostro tempo sia proprio quella di rendere l’umanità spettatrice – sempre più distaccata e quindi non partecipe – delle calamità che la riguardano. I mass-media ci obbligano sempre più ad uno status di spettatori; ma in realtà, ha precisato il Pontefice, «noi tutti siamo attori, nel bene come nel male, e siamo quindi responsabili di tutto ciò che accade». Si potrebbe pensare ad una nuova etica, ovvero ad un impegno per il nostro essere coinvolti e non distaccati dalle vicende alle quali assistiamo ormai come si può guardare una colossale fiction. Ma la vita umana non è una fiction, è la nostra realtà esistenziale qui e ora, in carne ed ossa. E certamente il teologo Ratzinger deve aver tenuto presente il pensiero di Heidegger, nella sua meditazione sulla morte: questa è sempre “la morte degli altri”, non ci riguarda mai, e da essa rifuggiamo sempre più an-

E certo Benedetto XVI ha avvertito assai bene questa problematica e l’ha inaugurata fin dall’inizio del suo Pontificato quando ha inteso ridurre, in maniera discreta ancorché evidente, la forza spettacolare dello straordinario Papa che l’ha preceduto. E se ci si pensa bene, affermando che “siamo tutti attori nel bene e nel male, quindi responsabili”, ha anche riavvicinato il peso di una cultura – quella della drammaturgia occidentale – che per secoli era stata bandita da tutti i più grandi Padri della Chiesa, da Agostino a Boezio e Tertulliano, ma che in realtà, come propone magistralmente Von Balthasar, ha avuto epicentri come Calderon e Shakespeare e possiede tuttora un fondamentale confronto con il messaggio cristiano di tutti i tempi. Amleto, che ci fa riflettere sul nostro essere o non essere, è un personaggio profondissimamente cristiano: non dimentichiamolo.


panorama

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La Banca d’Italia annuncia che a novembre c’è stato un calo di 18 miliardi di euro. Malgrado i bot a rendita zero

L’Italia nel guado del debito Per la prima volta dall’inizio della crisi, il deficit diminuisce: è tempo di exit strategy di Gianfranco Polillo opo tanti patemi d’animo, finalmente qualche buona notizia: la spirale del debito pubblico italiano, che tanto preoccupa banchieri e operatori economici, sembra aver subito una battuta d’arresto. A novembre 2009, secondo i dati del bollettino della Banca d’Italia, il calo sarebbe stato pari a circa 18 miliardi di euro. Più di 1 punto di Pil. Se è ancora presto per stappare lo champagne, qualcosa comunque si muove. In generale, gli ultimi mesi dell’anno sono sempre positivi per la finanza pubblica, visto il forte aumento degli incassi tributari. Nei due anni precedenti, tuttavia, il miglioramento interveniva nel mese di dicembre. Questa volta è risultato anticipato di un mese. Dovremmo aspettare le prossime rilevazioni per giudicare della forza della correzione. Segnali positivi comunque non mancano. Le ultime aste dei Bot a tre mesi si sono concluse con un forte successo per il Tesoro. I rendimenti sono scesi ad un livello record, che è addirittura negativo (-0,08 per cento) se si tiene conto delle imposte e delle commissioni bancarie. Situazione paradossale, quasi che prestare soldi allo Stato da parte del contribuente fosse un privilegio piuttosto che un favore.

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menti sui titoli emessi scendono, questo significa che l’offerta di danaro supera la richiesta di rinnovo dei titoli in scadenza. E’ una delle facce poco rassicuranti di questa crisi: scendono i consumi e, di conseguenza, aumenta la quota di reddito risparmiata. Un accumulo in vista di tempi peggiori. In compenso aumentano le entrate tributarie. O meglio: diminuiscono meno delle previsioni avanzate qualche mese fa. Nei primi 11 mesi dell’anno la

loro diminuzione è stata pari a circa 15 miliardi. Si riducono, per effetto della crisi, le imposte dirette: -1,3% l’Ire (la vecchia Irpef) e -21,4 % l’Ires (le imposte sulle società). E quelle indirette: -8,4% l’Iva. Ma in questo secondo caso la caduta mostra segni di rallentamento, specie negli ultimi mesi. Che sia, come pure si dice, il sintomo premonitore di una possibile inversione di tendenza? Crescono invece le entrate delle macchinette “mangiasoldi”, che hanno portato nelle casse dell’Erario ben 2,5 miliardi di euro.

La recessione ha colpito duro i risparmi europei, anche in paesi ricchi come Francia, Germania e Gb

A queste poche rondini seguirà la primavera? Sono in molti a sperare, cominciando da Giulio Tremonti, che già pensa a come riformare la macchina fiscale, se non altro in vista del federalismo. Comunque sia il clima è più disteso, come sono costretti a riconoscere i nemici – che non sono pochi – del titolare di Via XX settembre. Il quale si sente più tranquillo guardando all’Europa. L’Italia non è più quell’anomalia degli anni passati. Ad avere oggi un debito pubblico eccessivo sono anche coloro che, in precedenza, la guardavano con un misto di dileggio e compassione. Paesi come la Francia, la Germania e la stessa Inghilterra, mentre il Financial Times si vede costretto a tessere le lodi del super Ministro. A rompere

Pur con questi inconvenienti, i dati indicano, se non altro, un miglioramento del clima. Se debito e rendi-

questo quadro idilliaco, sono solo quei guastafeste di Moody’s che teorizzano “anni difficili”, ai fine della gestione del debito accumulato, per l’intera Europa. Per quanto ci riguarda, rimaniamo con i piedi per terra. L’economia italiana ha retto meglio di altri alla crisi finanziaria. Merito soprattutto dell’arretratezza-solidità del suo sistema finanziario. Banche che, non parlando inglese, non avevano subìto il fascino della grande speculazione internazionale. Quindi una gestione da lesina dei conti pubblici, nonostante l’esortazione da parte del Pdl ad aprire i cordoni della borsa. Finora tutto è andato bene. Ma quanto potrà durare? Sullo sfondo ci sono i rischi di una possibile ripresa dell’economia, specie internazionale, che renderà indispensabile l’avvio dell’exit strategy, da cui si parla da tempo. Vale a dire una politica monetaria meno accomodante, con assorbimento della base monetaria e maggiori tassi di interesse. Sarà allora che i differenziali tra i diversi Paesi si faranno sentire. Chi avrà le migliori carte da giocare potrà continuare ad essere finanziato a basso costo. Chi, invece, non potrà vantare un più giusto equilibrio sarà penalizzato. L’Italia, per il momento, si trova in mezzo al guado. Dalla sua ha, tuttavia, un atout: le riforme finora non fatte. Che in quel momento potrebbero divenire improcrastinabili.

Scissione in vista nel movimento di Raffaele Lombardo: in Campania nasce un nuovo partito

L’autonomia di Vincenzo Scotti di Valentina Sisti

ROMA. Lo scontro nel Movimento per l’Autonomia diventa scissione. Dopo le prese di distanza per l’apertura di Raffaele Lombardo al Pd – per tenere in piedi la sua traballante Giunta in Sicilia – e dopo la nomina di Riccardo Villari a commissario per la Campania, sta per nascere Autonomia Sud, per iniziativa di quattro parlamentari campani e dirigenti campani e pugliesi, che entro fine settimana dovrebbero ufficializzare la loro scelta in una conferenza stampa.

La nomina di Villari a commissario era scaturita «avendo preso atto della presa di distanza di alcuni suoi componenti dalla gestione commissariale collegiale che era stata transitoriamente costituita per il Mpa della Campania» era scritto in una nota, che ha portato all’esplosione dello scontro. Per cui, «anche alla luce delle esperienze di questi ultimi mesi e dei prossimi fondamentali appuntamenti elettorali, l’onorevole Lombardo ha invitato il senatore Villari a costituire un organismo dirigente in grado di dare nuova linfa e nuovo entusiasmo al

movimento nei territori». Pomo della discordia anche una dichiarazione di Lombardo di sostanziale solidarietà, se non sintonia, con i governatori meridionali del centrosinistra, Bassolino compreso, unitamente alla dichiarata volontà di aprire le «trattative a 360 gradi», in vista delle prossime regionali. «La nostra storia e la nostra

te, ma anche più breve, nel movimento di centro fondato fa Marco Follini.

Frena Villari, parla di «cortesia istituzionale», per spiegare l’incontro di Lombardo con Bassolino. Ma con Iannaccone sono pronti al grande salto anche il sottosegretario agli Esteri – ed ex ministro – Enzo Scotti, il deputato Antonio Milo gran parte degli iscritti campani. Poco serve ormai che Villari assicuri «discontinuità» col centrosinistra nel motivare la sua candidatura alla Regione. Con Iannaccone Milo e Scotti è pronto a fare le valigie anche il parlamentare pugliese Luciano Sardelli, insieme a loro una folta pattuglia di consigliere regionali, tra cui Franco Brusco e provinciali anche della Basilicata. Iannaccone e Scotti hanno già incontrato il capogruppo del Pdl alla camera Maurizio Gasparri per anticipare la loro scelta.

Tutto è cominciato con la solidarietà dell’Mpa nei confronti di Bassolino. «Stiamo col centrodestra», gli hanno contestato i militanti tradizione sono nel centrodestra: Lombardo è pronto a fare altre scelte. Ecco perché la nostra permanenza nell’Mpa non era più compatibile», spiega Antonio De Vita, vicesindaco di Solofra, e dirigente provinciale dell’Mpa di Avellino. Capo della rivolta è proprio il deputato avellinese Arturo Iannaccone, con un passato da dirigente giovanile nella Dc demitiana e uno più recen-


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speciale terremoto

ono terribili le testimonianze che, in queste ore, arrivano da Haiti dopo il durissimo sisma che ha colpito il più povero dei Paesi caraibici. Un tempo colonia francese, Haiti è stata - dopo gli Stati Uniti - una delle prime nazioni delle Americhe a dichiarare la propria indipendenza. Hai-ti: nella lingua dei Taíno, etnia pre-colombiana di ceppo Arawak, è la «Terra delle Montagne». Pure Taíno sono d’altronde altri toponimi dell’area. Cuba: forse da Cubao, «Terra Fertile», o forse da Coabana, «Terra Grande». Giamaica: da Xaymaca, «Terra del legno e dell’Acqua». Boriken: «Grande Terra dei Nobili e Valorosi Signori», da cui quel termine Boricua con cui i portoricani usano ancora autodefinirsi. E anche il Kiskeya, «Terra posta in Mezzo alle Montagne», da cui i dominicani si autodefiniscono anche Quisqueyanos. Il Mar dei Caraibi, però, prende il nome da quell’altra etnia pre-colombiana della regione, di cui i Taíno furono grandi nemici. È qui, nel cuore di questa terra lontana, mitica e contraddittoria che ieri un terremoto terribile ha travolto persone e cose, memorie labilli e miti millenari.

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Infatti i Taíno hanno lasciato anche un bel po’di reperti archeologici, e un mazzo di parole tipiche, a volte passate attraverso lo spagnolo nel vocabolario delle altre lingue europee: amaca, ananas, batata, cacicco, canoa, iguana, mais, savana, uragano... Adesso che si sono messi a fare anche le indagini genealogiche col dna, si è visto pure che in effetti non si sono neanche del tutto estinti come si pensava, ma si sono fusi con i nuovi venuti. Gli occhi a mandorla di Jennifer Lopez, ad esempio, vanno confrontati a quelle analisi che danno per i portoricani il 61,1% di geni amerindi, contro il 26,4% africano e il 12,5% europeo. A Haiti, dove non hanno ancora fatto studi del genere, presumibilmente l’eredità africana è più forte, ma non esclusiva. E anche il bohío, la tipica casa dei contadini di Cuba, Repubblica Dominicana e Haiti, è di chiara origine Taíno, fin nella denominazione. Taíno puri, però, nei Caraibi non ce ne sono più, anche se sopravvivono alcuni loro cugini di etnia Arawak nelle aree amazzoniche di Venezuela, Brasile, Bolivia, Guyana, Suriname e Guyana Francese. Anche se erano di meno, per la loro maggior aggressività, da cui anche il termine“cannibale”, hanno invece retto meglio i Caribe: una piccola comunità sopravvive a Dominica, e discendenti di Caribe deportati da Saint Vincent abitano oggi nel Belize. Curiosamente, il poco che è restato degli aborigeni Taíno è comunque più che non l’eredità dei primi conquistatori. Non rimane infatti nulla degli spagnoli, che avevano costruito proprio ad Haiti il loro primo insediamento nel Nuovo Mondo. Ma abbandonarono il Paese per la parte orientale dell’isola, l’attuale Repubblica Dominicana, quando videro che gli indios avevano ucciso tutti i coloni, e si convinsero che la regione era jellata. Tre cose restano invece dei francesi, che vennero dopo di loro e, dopo aver popolato l’isola di schiavi negri, furono tutti massacrati nella violenta rivolta che divampò tra il 1791 ed il 1804. La lingua, deformata però nel creolo, un dialetto fortemente influenzato dalle strutture logiche delle grammatiche africane. La religione cattolica, anch’essa però deformata a livello popolare nel vudu, un’originale sintesi sincretica con i culti tradizionali del Golfo di Guinea. E la violenza. Quella violenza per cui, al tempo della schiavitù, agli schiavi poteva accadere di essere dati vivi in pasto ai cani. E per cui, al tempo della rivolta, ai prigionieri bianchi si beveva il

Haiti, la storia che L’angolo di Caraibi, appena sconvolto dal sisma, ha un passato complesso e tormentato. Tutto cominciò con la sfida tra i colonialisti e i seguaci del vudu di Maurizio Stefanini sangue. Ma in qualche modo, è il vudu che assorbe tutto: coi suoi dei dai nomi in creolo, e coi suoi riti dalla fama di violenza. È il “made in Haiti” più conosciuto al mondo, e i diplomatici haitiani confermano che la maggior parte delle telefonate con richiesta di informazioni che ricevono le loro ambasciate riguardano il vudu. Romanzi, fumetti e film hanno ripetuto all’infinito la sinistra iconografia di antri tenebrosi dove uno stregone minaccioso trafigge con spilloni una bambola di pezza. Oppure dà ordini agli zombi, i morti che un arcano incantesimo trasforma in disumani automi. Stereotipi che però mandano in bestia gli antropologi. L’autore di queste note ricorda una sua vecchia

intervista con Laënnec Hurbon: direttore di ricerca al Cnr francese, fondatore dell’Università Quisqueya di Port-au-Prince e massimo esperto vivente del fenomeno. «Il vudu non è magia nera. È una vera e propria religione basata sul culto dei Loa: spiriti ancestrali che gli schiavi portarono con loro dall’Africa».

Ridurre il vudu a zombi e spilloni, insomma, sarebbe come limitare il cattolicesimo al macabro culto delle reliquie o alla sinistra iconografia sull’inferno e le anime dannate. «Il vudu - spiegava Hurbon - è memoria di un passato in cui Dio, l’uomo e la natura parlavano lo stesso linguaggio. Ed è stato forza di resistenza degli schiavi

di Haiti e ovunque, nel Nuovo Mondo, la tratta ha riversato l’avorio nero». Non solo ad Haiti la tratta dei negri ha infatti mescolato l’animismo africano al cattolicesimo. Comune al vudu, alla santeria cubana, ad umbanda e candomblè brasiliani, a tutti i culti sincretici dei Caraibi è l’assimilazione tra deità pagane e santi cristiani, entità che possono “afferrare” i fedeli in cerimonie sciamaniche, a gettare un ponte tra il mondo degli uomini e quello degli spiriti. Solo ad Haiti, però, il vudu è divenuto ideologia di una rivoluzione. Fu il 14 agosto 1791 che il sacerdote vuduista Boukmann diede il segnale della rivolta contro i francesi, suonando con forza in una conchiglia. Narrano le cronache che gli schiavi levarono al


speciale terremoto Nel 1804 è stata una delle prime nazioni americane a dichiarare la propria indipendenza. Una vicenda che risale addirittura all’era pre-colombiana

Alcune immagini del terribile sisma (7° grado della scala Richter) che ha colpito Haiti

come rivalsa bruciarono subito quelle piantagioni di zucchero in cui avevano tanto sofferto, ma che però costituivano la grande ricchezza dell’isola. E un’altra disgrazia fu la sostituzione dell’equilibrato Louverture da parte del violento Dessalines, che nel 1804 emulò il suo ex-nemico Napoleone procalandosi a sua volta Imperatore: salvo venire assassinato in capo a un paio d’anni. Fu il primo di quell’interminabile serie di “colpi di lingua”, come in creolo si definiscono i golpe, che fece definire da uno storico la storia di Haiti indipendente «una serie di

e non c’è più cielo le mani libere da catene «e pareva portassero lunghi guanti scarlatti». La riconquista fu tentata da Napoleone, che con un falso accordo di tregua riuscì a far imprigionare a tradimento Toussaint Louverture: l’ex-schiavo che era riuscito a istruirsi da solo, leggendo perfino quei Commentarii di Cesare che furono il suo manuale di Arte Militare. Ma la sua deportazione sulle montagne del Giura, dove sarebbe morto di freddo, servì solo a far prendere il suo posto al brutale Jean-Jacques Dessalines, che rispose a ferocia con ferocia. Ad aiutarlo contribuì l’epidemia di febbre gialla, che uccise anche il generale Charles Leclerc: capo del corpo di spedizione e cognato di Napoleone, come marito di sua sorella Paolina, futura “Venere Imperiale”della statua di Canova.

Ad Haiti ricordano con orgoglio «la seconda rivoluzione anticolonialista vittoriosa al mondo dopo quella degli Stati Uniti, la prima in America Latina, e l’unica che ha avuto per protagonisti gli schiavi». I 12 anni di feroci rappresaglie e contro-rappresaglie, però, distrussero quasi del tutto economia e infrastrutture, anche perché gli ex-schiavi

Soltanto nel 1990 si sono svolte le prime elezioni democratiche del Paese. Dopo un massacro ai seggi elettorali, due colpi di Stato e un’altra rivolta popolare. Viene eletto presidente Aristid, adepto della teologia della liberazione. Sarà René Préval, un suo ex seguace, ad affrontare le conseguenze della scossa disastrosa sanguinose operette». Septimus Rameau, un presidente, fu fatto a pezzi dalla folla inferocita mentre cercava di scappare con la cassa dell’oro. Cincinnatus Lecomte, un altro capo di Stato, sparì in una vampata, una notte d’agosto, insieme al palazzo presiden-

ziale, fatto saltare con la dinamite. Le cose arrivarono al punto da giustificare, nel 1915, uno sbarco di marines, che mutò l’isola in una colonia americana e lasciò intatte, alla fine, quasi vent’anni dopo, abitudini e regole della lotta politica. Dalla popolazione nera, dopo l’indipendenza, era intanto emersa un’elite europeizzante di mulatti, che avevano fatto di francese e cattolicesimo un segno di distinzione sociale. Contro di loro, come al tempo della schiavitù, le masse affamate si aggrapparono a creolo e vudu, come bandiere di una rozza lotta di classe. Fino al 1957, quando un ennesimo ”colpo di lingua”portò alla presidenza il sacerdote vudu François Duvalier.

Intellettuali marxisti e atei come Jacques Roumain o Jacques Stephen Alexis hanno celebrato nei loro romanzi il vudu come simbolo della “cultura subalterna”del proletariato haitiano. E Alejo Carpentier, grande scrittore cubano che è stato un po’ un fiore all’occhiello per un regime castrista che gli intellettuali nazionali se li è trovati piuttosto contro, ha dedicato alla rivoluzione di Haiti un grande romanzo: Il regno di questo mondo. Ci ricordava poi Hurbon che «in un paese come gli Stati Uniti, dove anche dopo l’abolizione della schiavitù i negri sono stati a lungo discriminati, il vudu è stato il simbolo stesso di quello che per i razzisti era l’incubo del potere negro. Per questo, intorno al vudu è stata costruita quella leggenda tenebrosa che tutti conoscono». Se calunnia era,“Papa Doc”, così chiamavano Duvalier per la sua professione di medico, fece di tutto per renderla veritiera. In particolare, vestiva un abito da cerimonia nero con cilindro: nella mitologia vudu, la tenuta di Baron Samedi, il signore dei cimiteri. Della borghesia mulatta e di ogni potenziale oppositore fece, per usare le sue stesse parole, un “Himalaya di cadaveri”. E per aver proclamato il vudu “religione nazionale” fu scomunicato dal Vaticano. Ma per i sottoproletari organizzati nella milizia dei tonton macoutes, gli “zii orchi”, anche quella era una rivalsa sociale. Anche se poi “Papa Doc” profitta-

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va dei loro risentimenti per costruirsi una spettacolare fortuna personale. Comunque poi firmò un Concordato che dava alla Chiesa il monopolio sulla scuola, e suo figlio Jean-Claude sposò una mulatta. Nel 1971, quando Duvalier morì, il figlio JeanClaude gli successe alla presidenza. ”Piti tig ce tig”, «il piccolo di tigre è anch’ esso una tigre», amava ripetere in creolo Baby Doc. Ma del padre aveva solo la smania di arricchirsi, e non la selvaggia energia. Per giunta, la moglie mulatta finì per scontentare gran parte dei suoi seguaci. Nel 1986, una rivolta lo costrinse all’esilio, mentre i militari, cui la concorrenza dei ”tonton macoutes”dava non poco fastidio, stavano a guardare. La sommossa, comunque, fu guidata dal prete cattolico Jean Bertrand Aristide, e la fuga di “Baby Doc”fu accompagnata da linciaggi di sacerdoti vudu. Solo nel 1990 fu però finalmente possibile fare le prime elezioni democratiche nella storia del paese. Dopo un massacro ai seggi elettorali, due colpi di Stato ed un’altra rivolta popolare. E a dicembre, divenne così presidente lo stesso Aristide: adepto della teologia della liberazione e popolarissimo tra i poveri. Un uomo di buona volontà, ma a cui il potere diede però quasi subito alla testa, e i cui seguaci avevano inoltre la deplorevole abitudine di scatenare disordini in continuazione, e di sottoporre gli avversari allo scherzo di ”Pere Lebrun”: un copertone intriso di benzina in fiamme intorno al collo. «È caduto nella tentazione del totalitarismo», disse di lui il generale di brigata Raoul Cedras, per giustificare il golpe con cui il 30 settembre 1991 lo costrinse in esilio. «Ha violato la Costituzione e il diritto. Ha condannato senza processo numerosi oppositori politici. Ha formato una polizia parallela». Peccato che anche lui, per consolidarsi al potere, non trovasse di meglio che riarmare i tonton macoutes, facendo appello ai loro machete contro i seguaci del prete. Un ennesimo regolamento di conti tra cattolici e vudu, che provocò migliaia di morti ed intasò la Florida di profughi. Costringendo alla fine gli Usa all’intervento militare con cui il 19 settembre del 1994 riportarono Aristide al potere.

Nel nuovo clima il vudu è ormai una religione con status ufficiale, anche se tra vuduisti e cattolici si è inserito il terzo incomodo delle sette protestanti di derivazione Usa, in continua espansione. E anche il creolo è ormai lingua ufficiale alla pari del francese. In creolo deve giurare anche il presidente della Repubblica dopo l’elezione: «Mwen leve menm devan Bondye ak devan Nasyonan, map mache dapre konstitisyon», «Giuro davanti a Dio e davanti alla nazione di rispettare la Costituzione». Ma Haiti resta il Paese più povero dell’Emisfero Occidentale: un reddito pro-capite di 790 dollari l’anno, un tasso di analfabetismo del 34,1%, un indice di mortalità infantile del 63,83 per 1000, un’aspettativa di vita alla nascita di 57 anni. E anche la democrazia resta a livelli i minimi. Nel 1996 le nuove elezioni portano alla presidenza René Préval: un seguace di Aristide, con cui però Aristide rompe quasi subito. E di qui la rissa continua che paralizza le istituzioni, e che porta nel 2000 la rielezione di Aristide in consultazioni boicottate dall’opposizione. Salvo poi la nuova guerra civile del gennaio-febbraio 2004 che porterà a un nuovo intervento multinazionale, stavolta a guida brasiliana; al ritorno di Aristide in esilio, stavolta in Sudafrica; e alla rielezione di Préval. Quel Préval che è sopravvissuto per miracolo al crollo del palazzo presidenziale, e che deve ora affrontare gli esiti del più disastroso terremoto nella storia dei Caraibi.


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speciale terremoto

Un sisma del 7° grado della scala Richter e molte scosse di assestamento, con epicentro ad appena 15 chilometri dalla capitale

Diario di una catastrofe

Centinaia di migliaia le vittime, città rase al suolo. Dopo il più grave terremoto nella storia del Paese, il mondo si mobilita per i soccorsi

n’isola devastata, una città distrutta, un bilancio di morti ancora difficile da chiarire ma che si potrebbe assestare sullo spaventoso bilancio di decine di migliaia di vittime. Nella scorsa notte italiana un sisma di magnitudo 7 ha scosso Haiti con epicentro ad appena 15 chilometri della capitale Port-auPrince. Secondo un giornalista dell’Afp sul posto, la scossa molto violenta, è durata più di un minuto, arrivando fino a far saltare i veicoli. «Alcune scuole sono piene di cadaveri», ha

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di Osvaldo Baldacci detto il presidente di Haiti, Renè Preval. Preval ha riferito di migliaia di morti, ma ha evitato di fornire cifre esatte. «Dobbiamo ancora valutare l’estensione della tragedia – ha detto Il Parlamento è crollato, il ministero dell’Economia è crollato. Sono crollati scuole e ospedali. La situazione è inimmaginabile». La parte bassa della città, secondo il ministro degli Esteri francese Kouchner, è stata «completamente distrutta», mentre resta in pie-

di nonostante i gravi danni la parte urbana collinare.

Il più potente terremoto sull’isola da almeno un secolo è stato seguito da diverse scosse di assestamento di forte intensità. Lo scenario nel paese è apocalittico e sono enormi anche le difficoltà dei soccorsi nonché quelle della comunicazione, con le reti elettrica e telefonica perlopiù fuori uso.Tra le macerie si scava con le mani e dei tre

ospedali solo uno è rimasto in piedi ed è costretto a rifiutare i feriti perché si è subito riempito. La comunità internazionale si è immediatamente attivata per inviare soccorsi, ma ci sono da affrontare i problemi logistici, a partire dalla funzionalità dell’aeroporto. Sono crollati anche gli edifici pubblici e molte di quelle strutture che avrebbero potuto servire da punto di riferimento.

Bisogna tener conto che il Paese è il meno sviluppato dell’America Latina e ha vissuto gli ultimi anni tra enormi

Il 54% degli abitanti si trova in condizioni di “povertà assoluta”. Mentre dilagano criminalità e corruzione

Tutti i problemi dell’isola “dimenticata” hanno battezzata “l’isola dimenticata”: Haiti, uno dei gioielli naturali del Mar dei Caraibi. Il terremoto che l’ha devastata però ha tolto il velo sul disastro umano in cui versa da oltre quarant’anni questo Paese centro-americano e del quale nessuno si è mai curato. Le contraddizioni haitiane sono tante.

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Da una parte la natura lussureggiante che coabita con un tasso di povertà spalmato sull’80% dei suoi 10 milioni di abitanti. Il 54% di questi si trova in condizioni di “povertà assoluta”. Dall’altra l’arretratezza che convive nella stessa isola con la Repubblica dominicana, sotto la cui giurisdizione spetta la parte orientale del territorio. Si rileva invece una certa omogeneità nella classificazione pessi-

di Antonio Picasso mistica del Paese da parte della stragrande maggioranza degli osservatori internazionali. Nel 2008, la Banca mondiale ha calcolato un +1,3% di Pil rispetto all’anno precedente. Questo dopo un breve periodo di crescita abbastanza sostenuta, iniziato nel

rale del Paese. Da segnalare la pressoché totale assenza di infrastrutture sul territorio nazionale. Si aggiungono poi un tasso di inflazione incontrollabile (+14,4% nel 2008) e un debito estero che non riesce ad essere ridotto in quanto Haiti praticamen-

Bassi ritmi di crescita, tasso di inflazione incontrollabile, industrie inesistenti: ecco i numeri di un’economia invisibile 2004 ma interrotto improvvisamente. Le Nazioni Unite a loro volta hanno relegato Haiti al 148 esimo posto nella loro classifica di povertà, su 179 Stati. L’agricoltura costituisce oltre il 30% della produzione nazionale, mentre all’industria è assegnato un peso quasi irrilevante nel quadro gene-

te è esclusa dai circuiti del mercato globale. Solo nel 2009, il Fondo Monetario Internazionale ha spinto affinché al Paese venisse accordato uno sconto di 1,2 miliardi di dollari in modo da concedergli quella boccata di ossigeno necessaria per la ripresa economica.Tuttavia il terremoto non

farà altro che bloccare questa opportunità. Altrettanto drammatici sono gli indici sociali. Consultando il World Factbook della Cia, le aspettative di vita media per tutta la popolazione si arrestano ai 61 anni di età. La disoccupazione è pari al 70%, mentre solo poco più della metà degli abitanti dell’isola risulta aver ricevuto un’istruzione di base.

Sul piano della sicurezza Haiti è pervasa da fenomeni di corruzione e criminalità diffusa. I pochi stranieri che decidono improvvidamente di avventurarsi tra le sue bellezze naturali rischiano di essere sequestrati da bande armate presenti su tutto il territorio. Una pratica, questa, adottata in molti contesti di arretratezza, dove il guadagno facile è spesso collegato con le attività illecite.


speciale terremoto difficoltà politiche e sociali, con periodi di dittature e colpi di Stato alternati a momenti di anarchia. Per questo motivo ad Haiti è presente da anni la Missione di stabilizzazione dell’Onu ad Haiti (Minustah), che conta circa undicimila persone, ma anch’essa non è in grado di intervenire più di tanto perché è stata a sua volta colpita dal sisma: è crollato anche il suo quartier generale, e secondo Kouchner sarebbero tutte morte le persone che si trovavano al momento del sisma all’interno della sede, compreso il capo della missione, il tunisino Hedi Annabi. Fonti di Brasilia, Pechino e Amman hanno già confermato la morte rispettivamente di quattro Caschi blu brasiliani, otto cinesi e tre giordani. Anche l’Unesco ha dichiarato che mancavano all’appello almeno 14 suoi impiegati ad Haiti.

Il presidente René Preval e la moglie

Le prime operazioni di soccorso prestate dalla popolazione haitiana ai feriti del terremoto. A destra, l’ex presidente Clinton

Come sempre però il nucleo del problema è di tipo politico. Alla radicata instabilità, si affianca l’atteggiamento di schietta indolenza da parte della classe dirigente nazionale nel tentare di risollevare le sorti del Paese. È esemplificativo come, prima ancora del taglio del debito estero deciso dall’Fmi l’anno scorso, ben 9 miliardi di dollari investiti da partner stranieri per aiuti umanitari restassero e restino ancora in giacenza nelle casse dello Stato. Sembra che Haiti non intenda sfruttare le occasioni che le vengono messe a disposizione per affrancarsi da questo stato di minorità. Per far fronte al problema della sicurezza interna e in appoggio al governo Préval, le Nazioni Unite hanno dato vita nel 2004 alla United Nations Stabilization Mission in Haiti. È una missione di peacekiping composta da 9mila Caschi blu che ha l’obiettivo di «riportare l’ordine e la legge nel Paese, in vista di libere e democratiche elezioni e proteggere il personale delle Nazioni Unite impegnato in progetti umanitari».

sono sopravvissuti al sisma, mentre tra le vittime si conta l’arcivescovo di Portau-Prince, monsignor Serge Miot. La cattedrale, il palazzo dell’arcivescovado e tutti i seminari cattolici di Port-auPrince sono rimasti distrutti dal terremoto, e oltre all’arcivescovo si ritiene che molti altri religiosi siano rimasti sotto le macerie, ha riferito il nunzio apostolico ad Haiti Bernardito Auza. Accertamenti sono in corso per assicurarsi della sorte degli italiani sull’isola, circa 190 quelli registrati, 182 iscritti all’anagrafe consolare, più 12 persone che si sono registrate sul sito della Farnesina www.dovesiamonelmondo.it. La maggior parte già ieri pomeriggio era stata raggiunta e stava bene. L’Italia comunque pensa anche a fare la sua parte per assistere la popolazione: sono un paio di milioni le persone coinvolte dai danni del terremoto. Stanziato un contributo di un milione di euro, mentre sono già partiti alcuni carichi di aiuti e di specialisti, compresa un’equipe di chirurgia d’urgenza da Pisa. Aperte sottoscrizioni da molte realtà nazionali, prima fra tutti la Chiesa, essendo tra l’altro Haiti un paese cattolico. Tra le prime manifestazioni di solidarietà, quelle dell’Aquila e dell’Abruzzo.

La stessa mobilitazione è stata subito avviata dalla diverse realtà internazionali. Onu, Pam e organismi internazionali hanno garantito il massimo sforzo per mettere in campo tutte le risorse possibili. La Croce rossa ha annunciato che è pronta ad assistere fino a tre milioni di persone. Il presidente statunitense Obama ha detto che «bisogna essere pronti a giorni difficili» nei giorni a venire, quando il mondo «scoprirà le vere dimensioni di questo disastro», e ha garantito che gli aiuti americani sia civili che militari saranno «rapidi, coordinati e energici», annunciando l’imminente invio delle prime squadre di ricerca e soccorso da Florida, California e Virginia. La Commissione europea ha annunciato lo sblocco di tre milioni di euro in aiuti di urgenza a favore di Haiti. Altrettanto ha fatto la Spagna, legata ad Haiti dal passato coloniale, che ha inviato anche tre aerei carichi di aiuti umanitari. Diversi altri Paesi hanno annunciato la loro disponibilità ad inviare aiuti, come il Venezuela e il Canada. La Francia deve inviare due aerei con decine di soccorritori e cani specializzati nel soccorso a persone rimaste sotto le macerie.

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Perché Haiti non riesce a emergere dal degrado

Il laboratorio fallito di Usa e Francia

Dopo il crollo della dittatura di Papa e Baby Doc anche Bill Clinton sbagliò due volte con Aristide di Enrico Singer

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uando una catastrofe naturale come quella che si è abbatuta su Haiti uccide migliaia di persone e devasta intere città, chiedersi se ci sono anche delle responsabilità politiche è sempre un’esercitazione rischiosa. Il terremoto colpisce tutti e non si ferma di fronte a dittature o a democrazie. Certo, se questa metà dell’isola che Cristoforo Colombo battezzò Ispaniola avesse avuto una storia meno tormentata - dal regime dei tonton macutes di Papa Doc e di suo figlio Baby Doc fino ai continui colpi di Stato - anche il suo sviluppo economico sarebbe stato diverso e, magari, i palazzi che si sono sbriciolati schiacciando la gente sarebbero stati costruiti secondo standard antisismici che nel Paese più povero dell’emisfero occidentale sono rimasti sulla carta. Ma la vera domanda è un’altra: come mai Hati colleziona oggi tanti record negativi non solo la povertà, ma il tasso di malati di aids e di delinquenza - che la mettono in coda a tutte le classifiche mondiali e la tagliano fuori anche dal circuito delle vacanze che potrebbe essere la sua migliore risorsa. E che fanno del confine con Santo Domingo una specie di muro tra un paradiso per turisti e un inferno per diseredati. Eppure, quando Jean-Claude Duvalier, nel febbraio del 1986, fu travolto dalle proteste popolari e fuggì in Francia - dove vive tuttora in dorato esilio Haiti sembrava destinata a recuperare il tempo perduto. Ma la realtà ha tradito le previsioni. E il fallimento dell’esperienza post-dittatoriale è anche il fallimento delle scelte dei due Paesi che più contano nell’area: gli Stati Uniti, il grande fratello continentale, e la Francia, l’ex potenza coloniale che nei Carabi conserva ancora Dipartimenti d’Oltremare come la Guadalupa e la Martinica.

Parigi e Washington avevano le loro colpe già nel sostegno offerto ai Douvalier, ma l’errore più grosso lo hanno commesso con Jean Bertrand Aristide che è il personaggio-chiave - in positivo e in negativo - della storia recente di Haiti. Ex sacerdote salesiano, Aristide era un esponente della “teologia della liberazione” e fu eletto democraticamente presidente con il 67 per cento dei voti nel 1991. I primi successi della sua azione in campo economico, però, suscitarono sospetti tanto negli Usa che in Francia. Washington lo considerava un possibile, pericoloso modello per altri Paesi della regione. Parigi era preoccupata da uno scomodo personaggio che pretendeva anche la restituzione dell’enorme cifra che Haiti aveva dovuto pagare, dopo la conquista della propria indipendenza, per essere riconosciuta come Stato sovrano. Una cifra esorbitante: 150 milioni di franchi al-

l’inizio del 1800 equivalenti a circa 21 miliardi di dollari. E non è davvero un caso se la prima presidenza di Aristide durò soltanto un anno e fu rovesciata da un nuovo golpe militare.

Nel 1994, a due anni dal suo ingresso alla Casa Bianca, Bill Clinton impresse una virata nella politica americana nei Caraibi e riportò ad Haiti il presidente legittimo con un’operazione militare di grande impatto, imponendo in cambio ad Aristide le ricette del Fondo monetario internazionale per lo sviluppo economico del Paese che si sono, poi, rivela-

Tra interventi militari e ricette del Fondo monetario internazionale, un disastro post-coloniale te più teoriche che praticamente applicabili nella realtà degradata di Haiti. Col risultato di far scivolare anche il regime di Aristide sul piano inclinato dell’impopolarità e delle contestazioni. Fino all’ennesimo tentativo di golpe di truppe ribelli del febbraio 2004. Così, nella notte tra il 28 e il 29 i marines tornarono nel palazzo presidenziale, ma questa volta per portare via Aristide, sua moglie e i suoi più stretti collaboratori che, in aereo, furono trasferiti nella Repubblica del Centroafrica (sotto controllo francese). Nell’isola rimasero i soldati inviati da Usa, Francia e Canada fino al primo giugno del 2004 quando è entrata in azione la forza multinazionale dell’Onu, guidata dal Brasile. La Minustah(dal francese Missions des Nationes Unies pour la Stabilisation en Haiti) è ancora laggiù e ha avuto anche i suoi morti nel terremoto. Ma non ha stabilizzato il Paese che, dal 2006, è guidato dal presidente Réné Préval. Un disastro, anche come laboratorio di democrazia.


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Iran. Il regime ha oltrepassato il punto di non ritorno ed è in caduta libera artedì mattina, il professore di fisica Ali Massoud Mohammadi è stato ucciso da un’esplosione mentre, in automobile, si avviava verso l’università di Teheran. L’esplosione è nata da una motocicletta imbottita di esplosivi che era stata parcheggiata per tre giorni davanti alla sua casa. La detonazione è avvenuta tramite un controllo remoto. Nonostante il regime abbia creato intorno al caso un torrente di disinformazione, Ali Mohammadi non era coinvolto in alcun progetto segreto di sviluppo di armamenti nucleari; contrariamente alle bugie del governo, inoltre, non era certo un fedelissimo degli ayatollah. Al contrario, era uno dei tanti docenti universitari che ha sostenuto il leader “verde” Mir Hossein Mousavi durante l’ultima, dibattuta campagna elettorale. E allora perché è stato ucciso adesso? Perché aveva deciso di lasciare l’Iran per andare a Stoccolma, dove gli era stato offerto un anno di insegnamento della sua materia preferita, fisica delle particelle. E quindi, a meno che gli assassini non si siano sbagliati di grosso, questo non è stato un assalto al regime portato avanti dai suoi nemici, interni o esterni, ma esattamente il contrario: è stato un vergognoso assalto che il regime ha compiuto ai danni di uno dei suoi critici. Nonostante questo, Teheran ha accusato tramite i media ufficiali ogni tipo di organizzazione: dell’omicidio sono stati accusati gli Stati Uniti, Israele, oscure organizzazioni che dall’estero tramano per il ritorno dello Scià e il Mossad. L’uso della motocicletta nell’attentato è suggestivo, perché è lo stesso metodo che usano i militari iraniani in Iraq. Mi hanno detto che

M

La morte del fisico? Voluta da Khamenei La Guida suprema ha iniziato a eliminare chiunque gli si opponga. Troppo tardi di Michael Ledeen

che Khamenei ha deciso di sconfiggere del tutto i suoi nemici. E se avete bisogno di un’altra conferma, basta ascoltare quello che ha detto il portavoce della Guida – uno dei rappresentanti delle Guardie – secondo cui «la morte di 75mila persone sarebbe giustificata, se servisse a preservare l’esistenza della Repubblica islamica».

Per commettere l’omicidio del docente sono stati usati i membri della legione straniera, un colpo addestrato dall’Hezbollah libanese questo assassinio è il primo atto sul suolo nazionale compiuto dalla “legione straniera” della Guardia Rivoluzionaria: trattasi degli uomini, altamente addestrati, che hanno compiuto il loro tirocinio presso Hezbollah. Alcuni membri della legione hanno partecipato agli scontri di strada che si sono verificati durante le manifestazioni degli ultimi mesi, e altri sono stati visti sul luogo dove è morto lo scienziato. Il loro sanguinoso gesto di martedì mattina dimostra però un’altra cosa, ovvero

Come se il massacro perpetrato contro il popolo iraniano non fosse stato già abbastanza violento, dobbiamo aspettarci una nuova escalation nel prossimo futuro. Il regime potrebbe usare proprio la disinformazione sulla morte di Ali Mohammadi per giustificare una nuova stretta su larga scala. I comandanti delle Guardie non devono poi lasciarsi sfuggire una significativa lezione: il leader supremo si è rivolto a degli arabi libanesi, e non agli iraniani, per uccidere il fisico dissidente. E questo

I parlamentari di Teheran: basta diplomazia

Londra sotto accusa TEHERAN. Decine di parlamentari iraniani hanno inoltrato una proposta per tagliare le relazioni diplomatiche con la Gran Bretagna, che Teheran ha spesso accusato di interferire indebitamente in questioni interne. Una radio di Stato ha fatto sapere che l’iniziativa è appoggiata da 40 parlamentari su L’agenzia 290. stampa Isna, invece, riferisce di 35 parlamentari come promotori di un completo stop alle relazioni “politiche” con la Gran Bretagna. Il presidente del Parlamento iraniano Ali Larijani ha detto che è compito della commissione parlamentare sulla sicurezza nazionale e per la politica estera gestire i rapporti diplomatici con la Gran Bretagna, che è tra i Paesi che hanno accusato Teheran di sviluppare armi atomiche. A fine dicembre, l’I-

ran aveva convocato l’ambasciatore britannico a Teheran e il ministro degli Esteri Manouchehr Mottaki aveva detto che Londra avrebbe ricevuto «un pugno in bocca» se non avesse smesso di interferire in questioni puramente interne. Mottaki aveva così commentato l’intervento del Segretario di Stato per gli Affari Esteri britannico David Miliband, che aveva attaccato le autorità iraniane per l’uccisione di otto persone durante le proteste del 27 dicembre. «Considerando le azioni sinistre del governo britannico, è compito della commissione per la sicurezza nazionale prendere eventuali decisioni..e io li ringrazio perché si stanno occupando del tema», ha detto Larijani. Ancora in silenzio invece il presidente Ahmadinejad, da tempo lontano dai media.

può voler dire soltanto una cosa: è venuta a mancare la fiducia nei confronti dei pasdaran e delle forse di sicurezza locali. Se i sospetti di Khamenei fossero giustificati, ora avrà altri motivi per preoccuparsi. E per mettere un punto esclamativo a questa affermazione, sono venuto a sapere che il vice comandante dei fedelissimi del regime, il brigadier generale Azizollah Rajabzadeh, è in ospedale in gravi condizioni dopo che uno dei suoi soldati lo ha aggredito armato di ascia. A questo va aggiunto l’omicidio del generale Ahmad Reza Radan, freddato con un colpo di pistola sempre da uno dei suoi uomini.

Mentre si avvicina il giorno del giudizio, e si erodono sempre di più i confini dell’ordine sociale, il regime torna a uno stadio naturalistico così come descritto da Hobbes: con le parole del grande filosofo, «la guerra di ogni uomo contro ogni altro». E per Khamenei questo è doppiamente vero, così come sono due i fronti su cui combatte: da una parte c’è lui contro una vasta maggioranza di persone, che rifiutano di accettare la sue legittimità giuridica e che guadagnano in forza e coraggio ogni volta che ordina alle sue truppe di attaccarli. Sull’altro fronte ci sono significativi membri del regime che cercano di preservare il loro potere e la loro vita. Khamenei, da parte sua, vorrebbe mettere entrambi i gruppi in una gabbia robusta per poter poi comandare a proprio piacimento. Ma se ci dovesse provare scoprirebbe che sono molti i membri della sua fazione che sono pronti a fare un’alleanza, almeno temporanea, con i “verdi”. Perché avrebbero almeno un punto in comune. Siamo testimoni di un momento raro, uno che dovrebbe essere sfruttato dall’Occidente in campo strategico e morale. La caduta della Repubblica islamica potrebbe letteralmente cambiare il mondo, a nostro favore. Per quanto ne sappiamo, né gli Stati Uniti né gli altri Paesi occidentali sembrano riconoscere la natura del momento: e questo rappresenta una grande vergogna per un’intera generazione di cosiddetti leader. Credo che il regime abbia oltrepassato il punto di non ritorno. Ma non possiamo ignorare il fatto che il nuovo, libero Iran ci tratterà con molto sospetto, se non con odio. Perché se non lo aiutiamo oggi, che ha profondamente bisogno di noi, perché domani dovrebbero aiutare loro noi?


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L’esercito regolare: siamo pronti allo scontro con l’islam radicale

Il governo centrale impone dei limiti alla politica dei prestiti

Yemen, ucciso in battaglia uno dei leader di al Qaeda

Inflazione alta, la Cina ferma l’immissione di capitali

SANA’A. Un leader di al Qaeda nella provincia di Shabwa, nello Yemen orientale, è stato ucciso in una operazione delle forze di sicurezza nella notte fra il 12 e il 13 gennaio. Lo annunciano fonti ufficiali del governo provinciale, secondo cui il sospetto terrorista è morto nell’assedio al nascondiglio nel quale si era rifugiato.Ali Hassan al-Ahmadi, governatore della provincia di Shabwa, 600 km a est della capitale Sanaa, conferma che «Abdullah Mehdar era il leader provinciale di al Qaeda ed è stato ucciso dalle forze di sicurezza, che hanno circondato la casa in cui si era nascosto a Houta». Ieri un’operazione dell’esercito yemenita nella provincia ha portato inoltre all’arresto di quattro terroristi affiliati ad al Qaeda. Due dei sospetti sono stati feriti durante uno scontro a fuoco. L’agenzia ufficiale dello Yemen aggiunge che sono morti due soldati governativi. I militari sono caduti in un’imboscata tesa dai militanti islamici.

PECHINO. Il governo centrale cinese ha deciso di tenere sotto stretto controllo l’inflazione galoppante e i prezzi delle azioni quotate in Borsa tramite un ritiro del denaro contante immesso nell’economia nazionale. Lo ha annunciato ieri la Banca del popolo, che ha costretto le banche a tenere all’interno il denaro alzando la percentuale di contante da tenere in riserva dallo 0,5 al 16 per cento. Un modo per impedire di fatto l’erogazione di prestiti alle aziende. È la prima volta dal novembre del 2008 che il governo interviene sui tassi, una mossa che si integra con l’aumento degli interessi concessi sui fondi di Stato a un anno e su quelli a tre mesi. Secondo diversi

Intanto fonti governative di Riyadh riferiscono che l’esercito ha riconquistato il controllo di un villaggio al confine con lo Yemen, occupato dallo scorso novembre da ribelli sciiti. In un intervento alla tv di Stato il principe Khaled bin Sultan, vi-

Papandreou sicuro: «Rimaniamo nell’Ue» La Grecia dopo le accuse di Eurostat sui conti truccati di Pierre Chiartano l premier George Papandreou esclude «in qualunque caso» una uscita della Grecia dall’area dell’euro dopo il rapporto negativo di Eurostat. E mentre ad Atene è giunta una delegazione di tecnici del Fondo monetario internazionale, durante una conferenza stampa il capo del governo precisa che la Grecia non dovrà far ricorso agli aiuti dell’istituzione di Washington. Gli economisti dell’Fmi sono stati chiamati dallo stesso governo greco, per una missione di valutazione sull’eventuale assistenza tecnica sulle riforme dei sistemi pensionistico e fiscale. Per il ministero Finanze greco le accuse di Eurostat ricadrebbero su precedenti governi. Il governo di Atene ribadisce l’impegno a ridare credibilità alle rilevazioni statistiche del Paese, dopo che ieri i dati sui conti pubblici degli scorsi anni sono stati oggetto di dure accuse da parte di Eurostat, l’ente statistico della Commissione europea. L’esecutivo socialista, in carica da poco più di due mesi, scarica gli addebiti sui governi precedenti, e promette che al prossimo Consiglio europeo informerà gli altri Paesi delle misure che intende mettere in campo. Ieri, la Borsa di Atene mette a segno un lieve rimbalzo positivo, con un più 0,87 per cento, dopo la forte contrazione di martedì. Un calo innescato proprio dal rapporto di Eurostat, che ha lamentato «gravi irregolarità» dei dati sui conti pubblici degli anni scorsi, almeno fino al 2008, e pesanti ingerenze del governo sulla loro raccolta ed elaborazione. Il rapporto ha offuscato il messaggio di fiducia alla Grecia lanciato martedì dal presidente dell’Unione, Herman van Rompuy, a seguito di un incontro ad Atene con il premier Geroge Papandreou. Secondo il ministero delle Finanze Greco le storture dei dati sui conti sono proseguite solo fino allo scorso ottobre, il mese in cui i socialisti di Papandreu hanno vinto le elezioni e varato un nuovo governo. Al consiglio europeo la Grecia informerà gli altri Stati «dell’insieme delle politiche che saranno applicate nel corso dell’anno per ristabilire la credbilità delle statistiche – recita un comuni-

I

cato – per creare un sistema nazionale di alto spicco, basato sull’indipendenza e sull’autrorevolezza». Intanto i banchieri centrali di Eurolandia si apprestano alla loro prima riunione del 2010 sui tassi di interesse, oggi a Francoforte, mentre su alcuni segmenti del mercato pesano ipotesi di rialzi futuri. Tuttavia per l’immediato non sono attese variazioni sul costo del denaro, al minimo storico dell’1 per cento. E con molte incognite che permangono sull’evoluzione del quadro, con la disoccupazione che aumenta mentre la ripresa del Pil potrebbe procedere a rilento.

Eurotower potrebbe inoltre tornare ad analizzare proprio la situazione della Grecia, dove il pesante deterioramento dei conti pubblici ha innescato allarmi di tutte le autorità europee. Ma se il triennio 2007-2009 è stato tra i più difficili per la storia delle Banche centrali, e sicuramente il più difficile per la Bce, che opera solo da poco più di 10 anni, il 2010 non si annuncia meno impegnativo. Sarà l’anno della delicatissima attesa rimozione di molte delle misure espansionistiche a carattere eccezionale, messe in campo dalla politica monetaria per contribuire a uscire dalla tempesta finanziaria e dalla recessione. Comunque la Grecia non è sola nel mare economico in burrasca, anche Irlanda e Spagna sembrano scricchiolare come tutto il castello europeo. Almeno secondo l’interpretazione della scuola americana che pensava che la Ue con la moneta unica non potesse funzionare. Un segnale è la forbice dei rendimenti dei titoli di Stato dei vari Paesi: sempre più larga. Però la struttura sembra resistere anche in momenti drammatici come quello in cui il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, ha escluso ogni aiuto ad Atene per le sue difficoltà di bilancio. L’entrata in vigore, il Primo dicembre, del Trattato di Lisbona, ha introdotto nell’Unione Europea la possibilità giuridica della secessione unilaterale. In passato nel 1975 solo la Gran Bretagn aveva minacciato di uscire dalla Cee.

La piena entrata in vigore del Trattato di Lisbona ha introdotto nell’Unione la possibilità della secessione unilaterale

ce-ministro della Difesa, aggiunge che negli scontri sono morti quattro soldati sauditi e «centinaia» di ribelli. Sempre dall’Arabia Saudita giunge un intervento di un leader religioso, che lancia una fatwa contro al Qaeda e il terrorismo. Lo sciecco Abdul Mohsen alObeikan, figura di primo piano del Paese e consigliere del re Abdullah, sottolinea che «appartenere alla cosiddetta rete terroristica di al Qaeda è haram» (proibito secondo i precetti dell’islam, ndr).Tuttavia, le scomuniche dell’islam “ufficiale” all’organizzazione guidata da bin Laden non hanno interrotto il reclutamento: secondo alcune fonti, migliaia di yemeniti sono pronti al jihad.

economisti, si tratta della prima fase di rientro dei capitali concessi all’interno del pacchetto di stimoli economici con cui Pechino ha affrontato la crisi finanziaria internazionale. Per stimolare la produzione e il mercato interno, infatti, nei primi undici mesi del 2009 la Cina ha stanziato più di 9mila miliardi di yuan. Gli esperti hanno apprezzato la decisione della Banca centrale, sottolineando i pericoli che si celano nel continuare a erogare denaro contante. Yao Zhizhong e He Fan, ricercatori proprio del ministero dell’Economia, avevano scritto alcuni giorni fa: «Se il governo continua a immettere stimoli economici pari a quelli del 2009, l’anno appena iniziato sarà molto pericoloso».

I pericoli principali riguardano l’inflazione, in rapida crescita dopo l’immissione di troppo denaro contante da parte di Pechino, e la bolla immobiliare. Se questa dovesse esplodere, l’economia reale del Paese – considerando tutto l’indotto collegato all’edile – ne risentirebbe fortemente, con conseguente aumento della disoccupazione e lo stop del settore. La manovra ha avuto anche effetti negativi: le Borse di Hong Kong e di Shanghai hanno perso tre punti percentuali.


cultura

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Libri. Nel nuovo saggio, il giornalista individua la miopia dei pensatori responsabile della cancrena del dibattito italiano

Il suicidio dell’intellettuale Pierluigi Battista racconta la (brutta) fine della cultura per mano dei conformisti di Gabriella Mecucci a cultura è in coma profondo? Purtroppo sì, siamo arrivati al capolinea. Se ne sono viste e sentite troppe. Tanto si è fatto, tanto si è detto che il mondo degli intellettuali ha finito col popolarsi di conformisti. Sono tanti, sono la maggioranza. Sono quasi tutti. Che fine hanno fatto gli irregolari, quelli che sfidano l’opinione corrente, l’ideologia, l’incredulità, il potere per affermare una cosa perché gli sembra corrispondere alla realtà? Ce ne sono rimasti davvero pochi, messi a tacere o irrisi da quelli che privilegiano il “luogo comune”, il racconto “scontato” che non disturba il quieto vivere.

L

Pierluigi Battista racconta con ironia e con non poca amarezza l’abdicazione della cultura italiana, e non solo di questa. Il saggio da ieri in libreria s’intitola I conformisti. L’estinzione degli intellettuali d’Italia, edito da Rizzoli. In questa corsa a imbrancarsi, a esagerare nella mania del consenso a tutti i costi raggiungono il successo «libri farciti di banalità politicamente corrette». «Gli autori si atteggiano a profeti, a martiri, a tirannicidi»: tutte messe in scena molto ben pagate. In questa pomposa saga dell’ovvio che transita nei giornali, nei romanzi, nei saggi, come nella televisione, viene penalizzata - ha ragione Battista - «la semplicità di un ragionamento dell’irregolare», sommerso «dall’esasperazione parossistica dello scontro amiconemico». Dietro queste parole sembra di intravedere il profilo saccente di Marco Travaglio, ma non il solo: il nuovo conformismo che fa finta di essere anticonformista ha i suoi corifei a destra, al centro come a sinistra. E Il bello è che tutti cercano di apparire coraggiosi, capaci di dire verità scottanti, che fanno male ai poten-

ti. E invece si acconciano ad attaccare un potere per conto di un altro potere. Come siamo arrivati a tanto? La storia è lunga e Battista la tratteggia nei

cinque capitoli del suo libro. Si parte con gli intellettuali che si innamorano dei tiranni. È successo a Bertold Brecht con Stalin e a Martin Heidegger con Hitler. E giù a scendere sino ad arrivare a Gianni Vattimo, che pure ha avuto una storia libertaria, e che ora non fa mistero delle sue preferenze per Chàvez. Del resto, a un raffinato germanista come Cesare Cases è capitato di passare lunghi periodi

nella Ddr senza denunciare che quel paese era stato ridotto a carcere e di accoglierne con mestizia la scomparsa, dopo la caduta del Muro. E che dire di tutti quegli intellettuali - e furono tanti - che cercarono di impedire a Carlo Ripa di Meana di realizzare nel 1977 la Biennale del dissenso? Lasciamo perdere l’elenco che è troppo lungo e poi chi scrive l’ha già pubblicato in un articolo e in un libro, scritto insieme a Ripa di Meana (L’ordine di Mosca. Fermate la Biennale del Dissenso, Liberal edizioni). Nessuno di quei coltissimi signori ha ancora pronunciato una parola di ripensamento. Dal canto suo, Rossana Rossanda non ha mai raccontato delle pressioni che fece su Giangiacomo Feltrinelli perché non pubblicasse il Dottor Zivago. Peccato che il figlio dell’editore a un certo punto lo abbia scritto e «la ragazza del secolo scorso» non ci ha fatto

Che ne è stato degli irregolari come George Orwell e Albert Camus, dei grandi pensatori anticonformisti come Georges Bernanos e Simone Weil, che arrivarono a tradire la loro appartenenza pur di non tradire se stessi? una gran figura. Anche lei ha portato il suo obolo alla distruzione della cultura. Di episodi Battista ne racconta molti. Ci sono quelli che vanno iscritti al capitolo “anatema contro l’ex”. Arthur Koestler ne subì di tutti i colori. Renzo Foa ha ricordato nel suo In cattiva compagnia. Viaggio frai ribelli al conformismo che «sulla stampa comunista si giunse a pubblicare una cartina con una freccia che indicava la villetta dove abitava in quel periodo». Il linciaggio toccò a Gide e a Orwel, criticato persino da uno scrittore mite e intelligente come Calvino. Attacco agli ex ed esaltazione dei “redenti”: di coloro cioè che abbandonano il fronte opposto ed entrano nel tuo, non conservando nemmeno un po’di spirito critico. E poi c’è stata l’incredibile storia di quelli che «era meglio aver torto con Sartre, che ragione con Aron». Fu un pezzo importante della cultura francese quella che si schierò col filosofo in base a questo paradossale principio, e lo fece persi-

no quando sostenne che sui gulag era meglio tacere. Sartre è probabilmente il caposcuola di coloro che non ne azzeccano una, ma che vengono seguiti ed esaltati.

Ce ne sono però tanti. Anche molto meno colti e intelligenti di lui. Aron invece aveva il torto di aver ragione di abbandonare l’università tedesca alla vigilia dell’avvento di Hitler, di seguire Charles De Gaulle nella “Resistence”, di non smettere mai di denunciare il totalitarismo comunista, di analizzare con freddezza il ’68. La scuola sartriana ebbe molti amici e allievi anche in Italia, quella aroniana pochi o niente. Da noi poi si è sviluppato il ricordo edulcorato e inascoltabile - prosegue la denuncia di Battista di chi è«giustificazionista» sugli orribili anni Settanta, segnati da crimini e violenze politiche, e quello di chi fa del discutibile «reducismo» sui «ragazzi di via Milano». Il gruppo di giornalisti che lavorava al Secolo d’Italia: erano isolati ma


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ardimentosi, tanto è vero che oggi hanno «scalato il potere». Avevano torto marcio anche loro. Non sarebbe meglio ricordare quelli che almeno allora ebbero ragione? E cioè chi condannò ogni forma di violenza, chi denunciò il gulag, chi non si mescolò ai neofascisti. Gli anni Ottanta furono di gran lunga migliori dei Sessanta, definiti invece favolosi, e dei Settanta, di cui si cerca di limitare la portata degli orrori. Eppure, il periodo in cui tutte le ideologie vennero messe in discussione non è molto amato dall’intellighentia italiana. L’intolleranza è sempre in agguato ed è accaduto così che Peter Handke, dopo aver insopportabilmente in-

In queste pagine: Pierluigi Battista e la copertina del suo libro “I conformisti”; Rossana Rossanda; Calo Ripa di Meana; Martin Heidegger; Bertolt Brecht; Luca Ronconi. In alto, nell’immagine grande, un disegno di Michelangelo Pace

censato Milosevic, si sia visto negare il diritto alla parola; cosa però che non è accaduta a Saramago, dopoché aveva manifestato il suo odio contro lo stato ebraico. Due pesi e due misure per due posizioni entrambe inaccettabili, ma purtroppo diffuse anche in Italia. In realtà, la possibilità di esprimersi andrebbe data a tutti: ciascuno è libero di affermare le proprie opinioni, anche quelle aberranti. E naturalmente ne è responsabile. Non deve accadere però che per una convinzione si finisca in galera come alcune leggi vorrebbero. Ce ne sono che prevedono il carcere per i negazionisti e altre che comminano un’identica pena a chi parla bene del comunismo. C’è sempre qualcuno che vuol censurare usando violenza e manette. Non basta esporre il proprio totale disaccordo e la riprovazione più netta per certe tesi? Se non si può fare a meno della tolleranza, non fanno bene alla cultura le furie ideologiche come l’antiamericanismo o l’ateismo fanatico. Ci sono quelli che dicono - denuncia Battista - che gli Stati Uniti l’attentato dell’11settembre se lo sono fatto da loro. Dei nuovi negazionisti fanno parte anche persone di tutto rispetto come

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lo storico Franco Cardini. A Roma è stato presentato il film Zero, «accompagnato dalle suadenti voci narranti di Dario Fo, Lella Costa e Moni Ovadia». Una tesi - quella emersa durante la manifestazione - che potremmo definire di “complottismo estremo”, indimostrabile e indimostrato. Non fa bene alla cultura nemmeno questo accanimento senza alcuna prova. E gli fanno molto male certi libri di Piergiorgio Odifreddi che stabiliscono fantasiose connessioni etimologiche fra il “cristiano”e il “cretino”. Questo non ha nulla a che vedere con la difesa della laicità, è semplicemente un insulto volgare verso chi crede. Battista nota acutamente che una cosa manca al laico moderno: il dubbio. Ma - si domanda - non era il dubbio una categoria intrinseca alla laicità? D’altro canto, anche certe posizioni portate avanti dall’Islam fanno venire i brividi. E, pur con gradi diversi, non mancano forzature anche in certi intellettuali cattolici.

E siamo arrivati infine al rapporto fra cultura e politica. È nata e cresciuta una numerosa schiatta di intellettuali che vedono nel risultato elettorale la svolta del loro destino. Battista li enumera così: «I medici che sperano nel riconoscimento di qualche Asl colorata politicamente. Gli architetti che consultano con apprensione la nomenklatura degli assessorati all’urbanistica. I giornalisti schierati e affamati di visibilità. I tecnici desiderosi di prestare le loro competenze a qualche ministero. Le folle che si accalcano attorno ai comuni, alle

province e alle regioni per racimolare incarichi per l’organizzazione di mirabolanti eventi. Gli uomini di scienza e i ricercatori attentissimi agli organigrammi del Cnr. Gli economisti a caccia di consigli di amministrazione di qualsivoglia impresa pubblica. I cineasti che si aggirano inquieti e famelici attorno alle mostre e ai festival di nomina politica». E questo è vero alla stessa maniera a destra e a sinistra. È spuntato un ceto di intellettuali che non esercita la critica, ma l’arte di innalzare lodi al potente di turno. Di tutti i comportamenti che Battista enumera come distruttivi per la cultura, questo raggiunge il livello più basso. Se gli intellettuali organici sottomisero la cultura all’ideologia, quelli - diciamo così - ossequienti al potere in nome dei propri interessi, la sommergono di ridicole bassezze. Il risultato è che siamo arrivati al termine di un cammino. Il conformismo, il politicamente corretto, la banalità, l’intolleranza e persino la nobile arte dell’arraffare stanno trionfando su tutto. Gli “irregolari”sono rimasti quattro gatti ed è sempre più diffusa l’opinione che siano persino un po’ fessi: perché non siedono alla tavola di qualche

potente? E perché non imparano a dargli smodatamente ragione? Che sarà mai? Non hanno che da guadagnarne. Il libro di Battista è importante perché racconta senza iperboli ed eccessi di moralismo questo continuo ruzzolare degli intellettuali sotto il tavolo dei politici, degli imprenditori, dei manager, degli amministratori locali eccetera. Si può fare qualcosa per cambiare questo andazzo, per invertirlo? Il conformismo di qualsiasi natura esso sia - e nella storia più o meno recente ce n’è stato di tutti i tipi - uccide la cultura e mortifica il ruolo dell’intellettuale. Questo libro cerca di iniettare a politici, giornalisti, scrittori artisti qualche antidoto. Perché «la cultura di sinistra ha smesso di pensare, e quella di destra non riesce nemmeno a cominciare. Quindici anni perduti. Quindici anni di vuoto assoluto e conformista. Iniziare da capo sarà dura». E se la cultura è morta, anche l’Italia non sta bene.


cultura

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ieci anni fa, Luigi Baldacci volle introdurre il libro di poesie di un suo giovane allievo, avallandone il talento con un gesto il cui peso non va misurato soltanto sull’eccellenza del critico, ma anche sulla sua salutare ritrosia a concedere patenti del genere. Il libro, edito da Manni, s’intitolava Ospiti, e lo firmava il venticinquenne Paolo Maccari; che vi aveva profuso un manierismo cupo, biologico e inconciliato davvero vicinissimo ai gusti del maestro.

Pur essendo un artista versatile, non si compiace mai, ponendoci di fronte alla débâcle di ogni forma di comprensione

dianità domestica e affettiva, che il giovane adulto sperimenta solcando la linea d’ombra, fin troppo simile alla rarefatta cella del «quasi ragazzo» superstite. I passi che s’odono accanto a sé sono in entrambi i casi felpati e feroci, la carezza e lo scherno alternati secondo il medesimo imperscrutabile gioco di scena. Del resto, uguale si mantiene in ogni angolo della raccolta lo «spazio d’attesa» che «si slabbra paziente e c’ingoia»; e uguale resta l’atteggiamento degli altri. Le leve che si muovono sono sempre le stesse: per innocenza o per dolo, l’orgoglio più impudente si confonde con lo slancio maldestro ma sincero; e tra questi confini incerti s’agita chi pretende patenti di moralità superiore, chi sfrutta una malafede ormai ubiqua per ridicolizzare i tentativi altrui di uscirne, chi oscilla sonnambulicamente tra il «rigagnolo» e l’«oceano». E si dice “chi” per dire “gli altri in noi”: la coscienza affollata di spettri che incarniamo di volta in volta, per ipotesi e sempre soltanto in parte. I primi corollari di questa situazione sono la fiacchezza, l’accidia, l’opacizzazione della colpa. Il cratere, il fosso che s’allarga intorno all’io «è usuale... è sentiero», o per usare il lessico che ricorre più di frequente è stagno, ristagno, pantano: una specie di annosa e invalicabile “adolescenza senile”, uno stato di fisiologica impotenza esistenziale. E il poeta, da cima a fondo, continua a sventolarci davanti agli occhi la sindone in cui il suo testimone impotente, segnato da piaghe senza scopo né rimedio, s’è rivoltato invano già per molte stagioni. Tutto quello che lui vede «si dispone / docile a non voler significare»: ma l’eccezionalità di Maccari sta poi nel fatto che, sebbene sia artista versatile e armatissimo, non descrive questa insignificanza compiacendosi di qualche giro di verso o scandendo di volta in volta la sua pointe brillante, bensì la ricostruisce davanti ai nostri occhi come un castello di carta o di vapore usando le parole anche come gesti.

il magro rigagnolo/ che eleggemmo per la navigazione/ solitaria fosse più tempestoso/ del grande oceano della consuetudine./ Coloravamo di rabbia e di studi/ la languida infantile ammirazione/ per noi stessi, soli in un mondo esploso». Data questa situazione esistenziale, è sintomatico che il passaggio da L’ultima voce alla sezione Interni, cioè dal carcere al condominio, avvenga quasi senza scosse o cambi di temperatura. L’abile sovraccarico dell’allegoria e la sua implicita decostruzione rendono la «gabbia estranea e premurosa» dell’allarmante quoti-

La sua scrittura è animata dall’inesausta dialettica tra una densità semantica che non si dissolve mai nell’apparente dilapidazione, e appunto questa dilapidazione gesticolante, quest’uso di parole-oggetti e parole-mimi che affastellandosi l’una di sbieco all’altra costruiscono “concretamente” gli spazi subdoli, i filamenti e i tritumi dell’esistenza informe, anziché indicarli soltanto. È una scrittura in grado di non dimenticare il secondo 900 e al tempo stesso di non farsene inghiottire: fatto rarissimo, in un panorama letterario che oscilla tra sterile ipercoscienza epigonale e felice bovarismo.

D

Oggi, con la nuova raccolta Fuoco amico - edita da Passigli - Maccari si conferma come uno dei migliori poeti, anzi come uno dei migliori scrittori italiani tout court di questi anni. All’inizio di Fuoco amico ci parla «l’ultima voce» di un loico, idealista, «cruento peter pan» rinchiuso in cella. Nella breve prosa collocata a sipario della suite, l’indefinita autorità che l’ha fatto prigioniero lo indica come il «superstite» di una brillante «operazione». «Non è un membro di spicco», «forse è addirittura uno degli irresoluti»: «è giovane, quasi un ragazzo». Ma questo documento «strettamente riservato» non accenna poi né al gruppo di cui il prigioniero sarebbe membro, né al potere che legittimerebbe i vincitori a incarcerarlo e forse perfino a «stabilire inutile la sua sopravvivenza». Per parte sua, nei 18 sonetti sfarinati e implosi che seguono il referto, il «giovane» allude a clan, interrogatori, tradimenti, ribelli, scontri, confessioni, ideologie. Ma nessuno di questi termini è inserito in un perspicuo contesto di senso, niente ci permette d’incarnare i personaggi o di arredare una scenografia. Davanti a noi abbiamo soltanto gusci di parole, brandelli stilistici strappati a codici diversi e convocati a mimare un dramma in cui gli emblemi di Stato e Terrorismo si rovesciano l’uno nell’altro sfacendosi in una nuvola di gas. Di contro, mentre aspetta condanne e torture, questo superstite tende alla sinistra individuazione fisiognomica del Futuro, del Giorno, insomma del Tempo. Tuttavia queste figure poetiche, così come gli speculari gusci vuoti dei gerghi, servono ancora a lasciarci in balia di fumi e nubi, del «cieco latte infermo» di un’esistenza assurda (cecità, nebulosità che ottunderanno poi buona parte del libro). Ma è soprattutto lo stridore di un endecasillabo ostinatamente leso, troncato di colpo o allungato come una spoglia goffa e oscena, il mezzo con cui l’autore ci costringe a constatare a ogni passo la débâcle (tanto più chiara quanto più sottilmente insinuata) di ogni arma

Libri. Esce per Passigli la nuova raccolta di versi di Paolo Maccari

Gli ultimi fuochi di un giovane poeta di Matteo Marchesini di comprensione e di scrittura. Col suo calcolato eccesso di allegoria («ogni gesto sputa una tremenda eco») e col suo «mutismo prolisso», L’ultima voce

Nella foto grande, un’illustrazione di Michelangelo Pace. Qui sopra, “Fuoco Amico” di Paolo Maccari

vuole instillarci quel sentimento di annichilente nausea intellettiva che è connaturato al tema fondamentale di Fuoco amico: e cioè alla furiosa, rigorosa e quindi disperata ricerca di un contenuto vitale e poetico ormai irrimediabilmente informe, di un progetto e di un avversario finalmente attendibili, di una biografia diversa dal già fisiologico e larvale dormiveglia.

In particolare, i precedenti attivistici e insieme pseudoelitari del monologante consentono a Maccari di circoscrivere subito quella inaggirabile “malafede della volontà” che sarà poi minuziosamente indagata lungo le sezioni successive: «Riflettere su sperpero e guadagno./ Questo ci inorgogliva soprattutto:/nature grandi perse nel rigetto/ di sé, che si levano dallo stagno/ comune, fuggono il tiepido bagno/ dell’altro. Quasi non fosse profitto/quel rifiuto, lusinga quel contatto/ stretto. Come se


spettacoli

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Dischi. Il gruppo ispano-americano reso celebre da “La Bamba” reinterpreta in modo eccentrico le colonne sonore Disney

I Los Lobos, musica da favola di Alfredo Marziano

Nella foto grande, i Los Lobos, gruppo ispanoamericano che raggiunse la notorietà con la colonna sonora de ”La Bamba”. In basso, la copertina di ”Goes Disney”, loro nuovo album

otto l’albero di Natale, a fine 2009, è fioccata una fitta nevicata di album a tema. Con My Christmas Andrea Bocelli ha conquistato l’America e il resto del mondo. Con Christmas In The Heart Bob Dylan in versione Santa Claus ha spaccato fan e critica (ma lo scopo era nobile, raccogliere fondi per un’organizzazione che in America sfama gli indigenti). E con If On A Winter’s Night uno Sting barbuto e pensoso è rimasto più che mai in bilico tra musica colta e popolare, folk delle isole britanniche, Bach ed Henry Purcell. Però il disco più divertente di stagione, il più vivace e a minor rischio di scadenza, è probabilmente Los Lobos Goes Disney: dove i corpulenti ispanoamericani di La Bamba reinterpretano i temi musicali dei classici d’animazione perché anche loro sono stati bambini e la fabbrica dei sogni di Burbank, in fondo, è a un tiro di schioppo dalla loro East Los Angeles.

2000: un complessino da party che con i suoi cuatros e i suoi guitarrones allietava matrimoni, barbecue e feste di paese sul confine tra la Califor-

Molti avevano perso le tracce dei Lupi del Barrio, che proprio La Bamba (il film di Luis Valdez sulla breve vita del rocker chicano Ritchie Valens) aveva catapultato nel lontano 1987 ad effimera popolarità di massa, con il video trasmesso in alta rotazione su Mtv e la canzone guida della colonna sonora sparata a ripetizione dalle radio. Non sono stati uno one hit wonder, però, un gruppo da una botta e via come quelli che si vedono sfilare malinconicamente in certi programmi nostalgia della tv italiana. Il loro è stato piuttosto un esilio autoimposto, sereno e meditato: i Lobos non hanno mai cercato di lucrare su quell’unico hit, cancellandolo spesso e volentieri dalle scalette dei concerti perché già presi a seguire un percorso artistico differente. Consapevoli della loro straordinaria naturalezza nel fare musi-

nia e il Messico. I primi Ottanta sono gli anni della maturazione e della rivelazione: nell’83 Anselma, dal mini LP …And A Time To Dance, conquista un Grammy

S

ca e della loro cultura enciclopedica, scarpe grosse e cervello fino, muscoli rock ed estrema raffinatezza interpretativa: questa avventura a Disneyland, in fondo, è solo un altro capitolo della loro trentacinquennale storia d’amore con la migliore popular music americana (del Nord, del Centro o del Sud che sia).

All’inizio erano soltanto «un’altra banda dell’Est di Los Angeles», come recitava il primo album di fine anni Settanta finalmente ristampato all’inizio del

Award come miglior performance “mexico-americana”, sdoganando la musica di frontiera presso il pubblico yankee come non era riuscito neanche a Ry Cooder in compagnia dell’illustre Flaco Jimenez. Subito dopo Will The Wolf Survive? e By The Light Of The Moon svelavano una band tosta, elettrica, a suo agio con la fisarmonica come con le chitarre elettriche, versata nel texmex come nel rockabilly, nel norteño e nel blues, nella ballata rock e nel boogie da balera suonato a tutto volume e a tut-

Di cultura enciclopedica, la band ha grande raffinatezza interpretativa: questa avventura è solo un altro capitolo di una lunga storia d’amore con la migliore pop music americana ta velocità: una musica d’incrocio, la loro, che cita indifferentemente il re del pachuco Lalo Guerrero e Steve Winwood, Carl Perkins e Bo Diddley, Elvis e il John Fogerty dei Creedence. Esaurito il warholiano quarto d’ora di celebrità hanno continuato imperterriti a sfornare dischi mai meno che dignitosi, spesso ricchi di ispirazione: il cinematografico Kiko, nel 1992, resta una pietra miliare del rock americano di quel decennio, quattro anni dopo Colossal Head apriva una breve parentesi sperimentale in cui, fiancheggiati dal produttore Mitchell Froom, David Hidalgo, Cesar Rosas e gli altri compañeros si divertivano a sporcare il loro sound armonico e lineare sconfessando la fama di gruppo dedito esclusivamente al revival. Della considerazione di cui godono si è avuta riprova nel 2004, quando per The Ride, album celebrativo di trent’anni di onorata carriera, sono stati raggiunti in studio da nomi illustri della scena latina di ieri e di oggi (Little Willie G e Ruben Blades), della soul mu-

sic (Bobby Womack, Mavis Staples) e del cantautorato rock (Tom Waits, Elvis Costello, Richard Thompson).Tra i loro ammiratori figura anche Hal Willner, grande archeologo musicale votato alla riscoperta di tesori più o meno nascosti (le canzoni di Kurt Weill, quelle di Leonard Cohen) che con bella intuizione li chiamò nell’88 a contribuire a una sua splendida e bizzarra idea di rivisitazione e rivalutazione del patrimonio disneyano, Stay Awake, cui parteciparono altre teste d’uovo come Waits, Bill Frisell, Sinead O’Connor e Michael Stipe dei R.E.M. Goes Disney è figlio di quell’intuizione, direttamente da lì proviene la tambureggiante versione a ritmo di rumba di I Wanna Be LikeYou, la“canzone delle scimmie”dal Libro della giungla che i vecchi ragazzi di East LA evidentemente non avevano dimenticato.

Solo che i Lobos sono i Lobos, una band con un curriculum, una personalità e un “suono” inconfondibile che David Hidalgo (ultimamente molto presente alla corte Dylan: un sigillo di qualità) guida con mano dolce e sicura lasciando il giusto spazio al grintoso alter ego Cesar Rosas, al sax prorompente di Steve Berlin e a tutti gli altri membri del combo. Cosicché nelle loro mano sapienti i temi e le canzoni da La carica dei 101 e da Lilly e il vagabondo, da Biancaneve e da Toy Story cambiano pelle, umore, connotati: il Robin Hood di Nottingham somiglia più a un fuorilegge western, e più che Crudelia Demon e i Sette Nani ad ascoltare il disco vengono in mente Johnny Cash e Jerry Garcia, Harry Belafonte e Perez Prado, la surf music anni Sessanta e gli Specials a ritmo di reggae di Ghost Town. Lo spiega bene il sassofonista Berlin: questi sono i Los Lobos «alle prese con vecchie, eccentriche canzoni, in un disco per bambini che non suona affatto come un disco per bambini».


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

da ”The Australian” del 13/01/10

La sindrome cinese di Google di Michael Sainsbury stata chiesta una spiegazione a Pechino sulla guerra cibernetica. Lo ha fatto, ieri, il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton. Numerosi attacchi informatici provenienti dal Chung Kuò avrebbero preso di mira il gigante Google e una ventina di altre società. Il motore di ricerca più famoso del mondo sta pensando di ritirarsi dal mercato cinese, dopo una serie di incursione massicce che hanno provocato il furto di numerose proprietà intellettuali. «Google ci ha aggiornato sugli eventi che hanno sollevato delle serie preoccupazioni e molte domande» ha affermato la Clinton, durante la sua visita alle Hawaii per incontrare il ministro degli Esteri giapponese, Katsuya Okada.

È

«Aspettiamo che il governo cinese ci dia delle spiegazioni. In una economia moderna è essenziale potersi muovere con fiducia nel cyberspace. Farò un intervento sull’importanza della libertà su internet nel XX secolo, la prossima settimana. E ci saranno altri commenti in materia, appena la vicenda si chiarirà» ha aggiunto il segretario di Stato. L’incursione informatica è stata portata contro una ventina di grandi aziende che operano in Cina ed è opinione comune tra loro che l’obiettivo fosse accedere agli account di posta elettronica gmail appartenenti a numerosi attivisti cinesi dei diritti umani. Questa minaccia senza precedenti, fatta contro la più grande società internet al mondo, getta una nuova luce sulla già nota scarsa attenzione che la Cina ha sempre posto al rispetto della proprietà intellettuale. Solleva dei seri dubbi sulla possibilità che Pechino possa e voglia integrarsi nella comunità internazionale e seguirne le sue leggi. Google nel 2006, quando lanciò google.cn, fu

ampiamente criticata, perché aveva accettato la censura governativa, pur affermando che questo non l’avrebbe fermata. Proprio in queste ultime settimane era al tavolo con il governo cinese, per trovare la strada per elimanere quanti più filtri possibile al motore di ricerca, nel rispetto delle leggi del Paese. «A metà dicembre, ci siamo accorti di un attacco portato con mezzi molto sofisticati, che proveniva dalla Cina e che ha provocato il furto di diritti intellettuali della società» ha dichiarato David Drummond, responsabile dell’ufficio legale della società di Mountain View. L’azienda non è riuscita ad individuare esattamente la fonte dell’incursione e non accusa direttamente il governo di Pechino. Resta il fatto che sono stati colpiti gli account di gmail di attivisti politici. Il giorno di Natale la giustizia cinese a rinchiuso in carcere il più importante intellettuale della dissidenza, Liu Xiaobo, con una condanna a 11 anni che vedrà il ricorso in appello.

«Nella nostra attività investigativa, ma a parte rispetto l’ultimo attacco a Google, ci siamo accorti che molti account gmail di nostri clienti in Europa, negli Usa e in Cina vengono regolarmente violati. Appartengono tutti a gente legta alla difesa dei diritti umani in Cina» spiega Drummond. «Gli accessi illegali non avvengono attraverso brecce nel sistema di sicurezza di Google (che si basa su di un complesso sistema a chiave asimmetrica, ndr), ma utilizzando dei programmi «spia» in-

filati via web nei pc dei malcapitati. Molte società Ict hanno timore di operare in Cina proprio per i rischi che si corrono.

I furti sui diritti di proprietà sono molto frequenti. «Abbiamo deciso di rendere pubblico il problema perché in ballo non ci sono solo gli interessi della compagnia, ma anche e soprattutto la libertà di parola» ha aggiunto Drummond. «Negli ultimi vent’anni in Cina, le riforme economiche e lo spirito imprenditoriali dei suoi cittadini hanno tolto dalla povertà milioni di persone. La Cina è veramente al centro di una grande cambiamento, è il cuore e il motore di molti progressi in campo economico a livello mondiale». Insomma Google starebbe facendo delle considerazioni finali sulla presenza in Cina. Nel caso dovesse emergere una situazione non gestibile dal punto di vista della sicurezza commerciale «non esiteremmo a riconsiderare la nostra presenza nel Paese» la minaccia di Drummond.

L’IMMAGINE

Quoziente familiare: dalla Bonino prova di mentalità veterofemminista Forse Emma Bonino non ha ben chiaro che cosa sia il quoziente familiare. Altrimenti risulta davvero singolare la sua opposizione ad uno strumento studiato appositamente per dare un sostegno economico alle famiglie numerose. Il quoziente è una misura di equità e di giustizia sociale e serve a non penalizzare, anzi a premiare dal punto di vista fiscale, le famiglie che desiderano avere più figli. Ma forse il punto è proprio questo. Probabilmente la Bonino è convinta che, per una donna, avere dei bambini comporti l’isolamento e l’esclusione sociale. Lo dice chiaramente quando, con mentalità veterofemminista, paragona le madri a dei “service provider”. Credo che questo tipo di approccio fortemente ideologizzato abbia fatto già molto male alle donne italiane.

Barbara

IL TRENO DEVE ANDARE VELOCE Berlusconi sembra un uomo ritrovato, pronto al dialogo con l’opposizione e conciliante con tutti. Non ha però voglia di perdere tempo con il processo delle riforme e l’ammodernamento. Credo che se l’opposizione vuole andare avanti con prudenza in tale ambito, deve capire che non può fermare ancora una volta il treno nel deserto, corrodendolo con ulteriori polemiche.

Gennaro Napoli

IL LASSISMO DELLA SINISTRA L’Italia si fa domande sul tasso di razzismo posseduto, come se fosse la scoperta dell’acqua calda, solo perché lo sfruttamento nelle regioni meridionali della manodopera extracomunitaria, ora non è il retrobottega di una società sbagliata, anche grazie alla politica

dell’attuale governo. Cosa succede allora? Gli oppositori del premier se la prendono con la Bossi-Fini, senza sapere che è stata giudicata anche dall’Europa una delle migliori leggi mai promulgate, solo che non ha avuto il tempo di essere migliorata, proprio per l’ostruzionismo latente della sinistra illuminata, ma in realtà molto oscura, che preferisce da sempre il lassismo delle sue leggi.

Bruna Rosso

GIUSTIZIA E FISCO Berlusconi in questi anni ci ha abituato alla politica degli annunci, ma questa volta ha esagerato. In poche ore, dal governo sono arrivati annunci di leggi sul processo breve e il legittimo impedimento, assieme a «una grande riforma della giustizia», come dice il ministro Alfano, contenuta in «un testo

Come porti i capelli bella bionda Siete biondi naturali? Chi ha ciocche dorate, per motivi genetici, ha anche una chioma particolarmente folta: circa 140mila capelli, ben più dei castani (che ne hanno in media 100mila) e decisamente più dei rossi (“appena” 80mila). Colore a parte, tutte le nostre capigliature vanno incontro allo stesso destino. Dei 250 capelli per cmq che abbiamo, ogni giorno ne cadono una cinquantina

di riforma costituzionale da sottoporre al dibattito in Parlamento» e, dulcis in fundo, la riforma fiscale. Ce n’è abbastanza per tenere impegnate le Camere anche per la prossima legislatura a meno di non pensare che si tratti più semplicemente dell’avvio della campagna elettorale per le regionali.

Checco

IL TERRORISMO IN SOMALIA Auspichiamo che l’intervento e la comprensione dell’urgenza Somalia, dimostrato dalla vicepresidente Catherin Ashton non siano contrastati e vanificati dal perpetrarsi delle ottusità che fino ad ora hanno impedito all’Europa di avere una posizione chiara e utile per contrastare il

terrorismo. In Somalia esso è diventato sempre più forte, sanguinario e organizzato grazie anche al sistema europeo. Auspichiamo inoltre che la missione Atlanta serva anche a colpire la pesca di frodo nelle acque somale, impoverendo una popolazione già allo stremo.

Cristiana Muscardini


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Quanto è spiacevole che tu abbia simili noie Carissima! Riesco a risponderti solo ora. Il permesso di scrivere lettere fuori del tempo concesso deve ora venir richiesto il sabato, eccentuati casi urgentissimi. E l’annuncio della concessione deve essere dato la domenica o il lunedì. Ero in dubbio che questo fosse considerato come un caso straordinario e mi presentai ieri l’altro al «colloquio», nel quale del resto il signor direttore diede a conoscere che avrebbe ammesso il caso eccezionale. In breve: scusa presso la Camera dei deputati il mio ritardo a restituire i libri, causato dalle circostanze... Spero che queste indicazioni bastino a renderti lieve questo affare; quanto è spiacevole, che tu oltre al resto abbia anche simili noie sulle spalle! Quanto all’ordinamento della biblioteca, io voglio usarti riguardo e ti dico energicamente: tu ti dai troppi rompicapo e difficoltà, tu stessa ti poni ogni ostacolo sul tuo cammino e completamente senza senso pratico. E ti fai aiutare e consigliare da gente, che non è adatta a ciò e ti riesce d’impaccio. Perché a tal proposito non segui il mio consiglio e le mie preghiere? Ora io mi aspetto decisamente e categoricamente che tu mi annunzi che il lavoro è compiuto: il concluderlo è assolutamente necessario anche per il tuo stato, prescindendo da me. Karl Liebkchnet a Rosa Luxemburg

CHE IL 2010 SIA L’ANNO DELLA FAMIGLIA La riforma fiscale è tornata al centro dell’agenda politica. A questo riguardo, credo che il 2010 debba essere innanzitutto l’anno della famiglia. I dati diffusi dall’Istat confermano come la crisi abbia inciso sul reddito reale delle famiglie italiane, diminuendone il potere d’acquisto. Perciò ritengo che, prima della semplificazione delle aliquote, la priorità debba essere il raggiungimento di un regime fiscale stabile che tenga in conto i carichi familiari. Ciò significa introdurre misure di alleggerimento del prelievo fiscale sulle famiglie con figli o con persone a carico, introducendo le deduzioni per componente del nucleo familiare in luogo delle attuali detrazioni di imposta. Già a livello locale, d’altronde, il tema della famiglia, come risorsa centrale per la comunità e soggetto attivo delle politiche sociali, si sta imponendo con grande forza. Solo pochi giorni fa il sindaco Gianni Alemanno ha lanciato nella città di Roma un innovativo progetto per l’inserimento del quoziente familiare nel sistema delle tariffe e delle imposte locali. E questo laboratorio di sperimentazione per un welfare più equo e moderno potrà estendersi anche alla regione Lazio, nel caso di vittoria del centrodestra. La candidata del Pdl, Renata Polverini, ha infatti ribadito come l’attenzione alla famiglia costituisca un punto qualificante del suo programma, trovando nell’appoggio dell’Udc ulteriore coesione sui temi so-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Stefano Zaccagnini (grafica)

ACCADDE OGGI

14 gennaio 1954 Marilyn Monroe sposa Joe Di Maggio

1968 Il terremoto del Belice, che provoca vittime, ingenti danni, e la distruzione parziale o totale di alcuni paesi 1972 La regina Margherita II di Danimarca sale al trono 1985 Martina Navratilova vince il suo 100esimo torneo di tennis 1990 I Simpson debuttano sul canale televisivo Fox come serie regolare 1994 Bill Clinton e Boris Yeltsin firmano gli accordi del Cremlino, che fermano il puntamento preprogrammato dei missili nucleari e provvedono per lo smantellamento dell’arsenale nucleare dell’Ucraina 1996 Jorge Sampaio viene eletto presidente del Portogallo 1998 Ricercatori di Dallas presentano prove della scoperta di un enzima che rallenta l’invecchiamento e la morte delle cellule 2004 La bandiera nazionale della Georgia viene riportata ufficialmente in uso dopo circa 500 anni

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

ciali. L’auspicio è che questo percorso serva da stimolo e da esempio virtuoso anche in ambito nazionale. È urgente, quindi, che sull’argomento si apra la discussione interna al partito per arrivare ad una proposta da presentare in Parlamento.

Lettera firmata

VENDITA DI SEMI DI CANNABIS Sono titolari di licenze di commercio comunali, sono iscritti alla Camera di commercio, possono essere costituiti in vere e proprie società di capitali o persone; sono soggetti sottoposti al pagamento di imposte e tasse di varia natura e che operano alla luce del sole. Ciò nonostante l’essenza della loro attività lavorativa, spesso forma oggetto di indagini penali, le quali, talora, sfociano in conseguenze di natura sanzionatoria di enorme gravità. Mi riferisco a tutti coloro che, o per il tramite di negozi, o con strutture online, pongono in vendita semi di cannabis e commercializzano fertilizzanti ed altri oggetti per la coltivazione agricola. La vexata quaestio sollevata da alcune procure della Repubblica, concernente l’ipotesi di specifiche violazioni del Testo unico sugli stupefacenti, in capo agli esercenti di tali attività. Proprio in queste ultime settimane, si è potuto osservare una recrudescenza di indagini, nonché di pronunzie giudiziarie, che hanno reso nuovamente attuale la necessità di soffermarsi su questa tematica.

MEGLIO UN COMUNISTA O UN LEGHISTA CHE UN LIBERALE (II PARTE) Ora al Nord vince la Lega anche perché la fine della Dc non significò la fine del sentimento dell’antirisorgimento cattolico perché conservato inconsapevolmente simbolicamente. Nei primi anni, nelle elezioni amministrative al Nord al momento dei ballottaggi quel che restava di “guidabile”della Dc appoggiò la Lega, facendola vincere, pensando che fosse un fenomeno provvisorio. Come con il fascismo, settori del mondo cattolico si opposero alle liste civiche locali di alleanza laica espressione di religione civile. Successe anche a Pordenone. Erano i tempi di Alleanza democratica. Creammo la lista Alleanza per Pordenone, che vinse alla grande il primo turno, e perse inspiegabilmente con la Lega il ballottaggio. Allora la Lega con il sistema maggioritario sbancò al Nord e mise le radici definitivamente: il sindaco leghista durò 8 anni e a Treviso dal 1992 a oggi. Insomma meglio un comunista o un leghista che un liberaldemocratico. Acqua passata. Tuttavia, bisogna affrontare la realtà se si vuole guardare con fiducia al futuro: il mondo cattolico soffre ancora, come in passato, una coscienza religiosa politica diversa dalla sua al punto da preferire un avversario ateo o antinazionale? Eppure la matrice di libertà di coscienza e di tolleranza in Occidente non può che dirsi cristiana. Anche oggi, parte del mondo cattolico ha fondamenti nel timore per la possibilità di un vero partito nel dopo Berlusconi liberale e laico. Padre Enrico Rosa affermava inoltre che è «un minor male, cioè, nelle condizioni presenti, un bene che restino al potere i fascisti, più che altri partiti o peggiori o deboli». Causa lo spirito antirisorgimentale (non expedit, non conviene) e la reazione antipapista, i liberaldemocratici e i cattolici sia favorirono che combatterono il fascismo. Il male secolare dell’Italia e di gran parte dei suoi problemi è proprio questa divisione assurda. Senza questa divisione non avremmo avuto prima il fascismo e poi il Pci e tanto meno la Lega. Oggi la novità politica del progetto del Partito della Nazione, o come si chiamerà, è proprio questa: voler disinfettare d’ambo le parti e alla radice della costruzione della Nazione e dello Stato, il male che ha impedito il risultato politico dell’Illuminismo nell’alveo della spiritualità e dei valori cristiani diversamente da molti altri paesi occidentali, nonostante i Padri della Patria fossero per Filadelfia e non per Parigi. La creazione di “Uno” Stato ed “Una” Nazione nella libertà. Trasformando gli errori in insegnamenti e valori per tutti senza paura della verità della storia. La qualità del frutto va ricercata nella salute della radice. Se si ha coraggio e si ama veramente il Popolo e l’Italia. Leri Pegolo C I R C O L O LI B E R A L PO R D E N O N E

APPUNTAMENTI GENNAIO 2010 LUNEDÌ 18, ORE 18,15, MILANO SALA CONSIGLIO REGIONALE LOMBARDIA Direttivo Circoli liberal Lombardia.

VINCENZO INVERSO, SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

Carlo Alberto Zaina

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

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Chi vuole continuare a essere italiano faccia un passo avanti In edicola il nuovo numero dei Quaderni Verso il 150o anniversario dell’Unità d’Italia, una riflessione su come ricostruire lo Stato e la Nazione. In cento pagine gli atti del convegno di liberal

Con interventi di Adornato, Bondi, Capotosti, Casavola, Casini, Ciampi, Cisnetto, D’Onofrio, De Giovanni, Folli, La Malfa, Malgieri, Rutelli

2010_01_14  

Continuano le contestazioni dei cattolici QUOTIDIANO • GIOVEDÌ 14 GENNAIO 2010 DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK I l coraggio è la prim...