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di e h c a n cro

Ci sono persone che parlano, parlano... sinché finalmente trovano qualcosa da dire

Sacha Guitry

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 9 DICEMBRE 2009

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

A Roma il Papa critica il sensazionalismo dei media: «Ci abituano all’orrore». E difende l’accoglienza: «Tutti meritano rispetto»

Chiesa e Stato contro la Lega A Milano Napolitano e Bertone insieme respingono gli attacchi pagani del Carroccio.I leghisti non sono monelli innocui come pensa Berlusconi ma integralisti che non possono più stare al governo di Errico Novi

di Giancristiano Desiderio

di Franco Insardà

Ormai la maggioranza è in preda all’egemonia «culturale» (ma sarebbe più corretto dire «ignorante») della Lega: il nuovo progetto centrista è un buon argine a tutto ciò. In un’intervista al Sole 24ore Rutelli sembra far dipendere la riuscita del progetto dall’adesione di Fini: in verità l’alternativa centrista dipenderà solo dalle sue idee e dai suoi elettori.

«Inutile stupirsi delle critiche della Lega alla Chiesa: è una strategia precisa del Carroccio. Hanno la golden share del governo e vogliono farla contare a ogni costo. Tutto questo, del resto, nasce dall’accordo tra Bossi e Berlusconi». È questa l’opinione del politologo Paolo Feltrin che tanti studi ha dedicato al rapporto fra la Lega e l’elettorato del Nord.

Lo Stato e la Chiesa insieme contro la Lega: è successo ieri a Milano, nello spazio simbolico della Biblioteca Ambrosiana, dove il presidente della Repubblica Napolitano e il segretario di Stato vaticano Bertone hanno difesa l’autonomia e la funzione sociale e religiosa dell’Arcivescovo Dionigi Tettamanza che il Carroccio continua a insultare giorno dopo giorno. «La funzione sociale della Chiesa è intoccabile», ha detto Napolitano. «Chiediamo rispetto per la Chiesa», gli ha fatto eco Bertone. Da Roma, intanto, sono rimbalzate le parole durissime del Papa sui media e sulla loro cattiva abitudine al sensazionalismo: «Ogni giorno raccontano e amplificano il dolore abituandoci all’orrore», ha detto Ratzinger durante la consueta cerimonia dell’Immacolata. Poi, sull’intolleranza della Lega ha ribadito che «ci vogliono accoglienza e rispetto per ogni uomo».

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L’OPINIONE DI PAOLO FELTRIN

IL PROGETTO DI UN NUOVO CENTRO

Ci vuole un’alternativa «È il frutto dell’asse tra il premier e Bossi» (anche senza Fini)

Comunque vada il vertice, un cosa è certa: tutti vogliono tagliare i gas serra e aprire al mercato delle emissioni. Negli Usa si stima che entro il 2020 potrebbe crearsi un giro d’affari tra i 300 e i 2000 miliardi di dollari. Per la stessa data la Ue prevede che la vendita all’asta delle quote potrebbe generare entrate per 50 miliardi di euro all’anno. Un business impressionante.

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«Nessun trattato, solo accordi non vincolanti» di Enrico Singer Il supermarket dei gas serra

L’esponente del Pdl analizza la legge che oggi arriva in Aula: non difende i lavoratori dalle aziende che evadono i contributi

di Gennaro Malgieri

Dal vertice di Copenhagen uscirà soltanto una bozza, un’intesa politica. «Non aspettatevi accordi vincolanti. Non ci sarà nessun nuovo porotocollo», ha detto ieri il presidente della Commissione europea, Manuel Barroso, gelando le speranze dei più ottimisti sull’esito della conferenza. Ma se i risultati si annunciano più di facciata che di sostanza, una cosa è già sicura: gli Stati Uniti stanno vincendo la guerra industrial-commerciale del Ventunesimo secolo, quella del business verde.

Barroso gela Copenhagen Vi spiego qual è l’unico limite della Finanziaria

Datemi almeno un Saragat ui al Nord, in un lembo dimenticato dell’estrema Europa, dove l’inverno è già arrivato ed il vento batte forte ai vetri delle finestre del mio rifugio, giungono fastidiosi ed inquietanti rumori dall’infelice Repubblica che ho per qualche settimana lasciato. Speravo che ritirandomi in un luogo quasi sperduto, nessuno mi avrebbe trovato e mi sarei potuto dedicare alla rifinitura di uno studio che richiede quiete e concentrazione. Viaggiatori indiscreti ed invadenti mi hanno scovato portandomi gli echi di disperati assalti alla ragione che scandiscono la vita quotidiana del mio Paese. Non che mi fosse ignota la lacerazione profonda di una società che inspiegabilmente ancora definiamo “civile”, ma neppure immaginavo, osservandola da lontano, che la sua crisi avesse raggiunto livelli tanto preoccupanti da far disperare in una auspicabile ricomposizione delle fratture che si registrano in ogni dove, tanto nella vita pubblica quanto in quella privata. Cerco di non guardare la televisione che, per quanto avara di notizie dall’Italia, pur sempre ne offre in quantità tale da rappresentare un quadro a tinte livide di ciò che accade nel Belpaese.

Il presidente della Commissione Ue è pessimista sull’esito del summit

Tra crisi e occupazione

Il lamento civile di un “rappresentante del popolo” sulla decadenza politica dell’Italia

Giuliano Cazzola pagina • 8 se1,00 gue a (10,00 pagina 9CON EURO

I QUADERNI)

• ANNO XIV •

di Maurizio Stefanini

NUMERO

243 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

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IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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Patti. A Roma il Papa critica il sensazionalismo dei media: «Raccontano e amplificano il dolore abituandoci all’orrore»

Il presidente e il cardinale Per Napolitano «il ruolo sociale della Chiesa è insostituibile». E Bertone chiede rispetto per Tettamanzi: «Sta con il suo popolo» di Errico Novi

ROMA. Il vero linguaggio della Chiesa, del cristianesimo, percorre tutto il discorso pronunciato da papa Benedetto XVI nel giorno dell’Immacolata, a piazza di Spagna, cuore della Roma dalle mille etnie dei suoi cittadini e dei suoi turisti. Ringrazia, il Pontefice, chi ha capito «che non serve condannare, lamentarsi, recriminare, ma vale di più rispondere al male con il bene». Non esita a individuare nei mezzi di comunicazione uno degli ostacoli all’affermarsi di questa visione della società, Benedetto XVI: parla di media e delle cose più orribili da essi raccontate, ripetute, amplificate, «fino a farci diventare insensibili» e a intossicarci. È questa la visione della Chiesa, che si solleva come un soffio leggero sulle polemiche scatenate dalla Lega contro una parte del mondo ecclesiastico, in particolare contro l’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi. È l’amplificazione delle cose orribili, a «inquinare lo spirito» e a rendere «in certi luoghi irrespirabile» l’aria delle città, dice ancora il Papa, «è un inquinamento più invisibile e pericoloso». Mentre la polemica su immigrazione e accoglienza continua a scuotere la maggioranza – con la Padania impegnata anche ieri a colpire Tettamanzi, colpevole di coltivare «l’indifferentismo

religioso» anziché «occuparsi del suo gregge e della sua salvezza» – il Pontefice rilegge il rapporto con l’altro in un’ottica completamente diversa: parla delle «persone invisibili che ogni tanto balzano in prima pagina o sui teleschermi e vengono sfruttate fino all’ultimo», secondo «un meccanismo perverso»

Il presidente Napolitano a Milano ha incontrato sia l’Arcivescovo Tettamanzi (nella foto) sia il segretario di Stato vaticano Bertone. Sotto, Fini; nella pagina a fianco, Paolo Feltrin con cui «la città prima nasconde e poi espone al pubblico, senza pietà o con una falsa pietà», quando invece «in ogni uomo c’è il desiderio di essere accolto come persona e considerato una

realtà sacra, perché ogni storia umana è una storia sacra e richiede il più grande rispetto». Ogni uomo desidera essere «accolto» e deve essere rispettato in sé. Occorre guardare gli altri

«con misericordia, con amore, con tenerezza infinita, specialmente quelli più soli, disprezzati, sfruttati». Si tratta di un linguaggio e di una profondità di visione evidentemente incompatibili con il basso profilo quotidiano della politica. Eppure una politica come quella praticata dal Carroccio, che pensa di

Il progetto del nuovo Centro è l’unico strumento per combattere l’egemonia politica dei Carroccio

Serve un’alternativa (con o senza Fini) di Giancristiano Desiderio l grosso limite del Pdl è che non comanda a casa sua. Può sembrare una cosa strana assai perché in fondo è il partito del Cavaliere e quindi si basa sul carisma e sul comando.Tuttavia, proprio questa è la ragione della minorità politica del Pdl che è costretto a subire la superiorità del suo alleato leghista. Non è un caso se il ministro dell’Interno è Roberto Maroni: è la Lega che esprime il primato della politica nell’attuale assetto del centrodestra e l’interpretazione radicale e islamica che il leghismo dà del classico “legge e ordine”le permette di sedere nella“cabina di regia”della stessa politica del Pdl. Non è una questione di numeri, ma di cultura: il Pdl non guida ma è guidato. Ecco allora il problema: può il Pdl, che nonostante tutti i suoi limiti aspira ad essere il partitoistituzione del centrodestra, subire il primato territoriale del leghismo? Il disagio - chiamiamolo così - di Gianfranco Fini nasce innanzitutto su questo terreno: la dipendenza del centrodestra dai diktat della Lega. Non nascondiamoci dietro un dito: il dopo-Ber-

I

lusconi è già iniziato, potrà essere più o meno lungo, ma è iniziato. Se gli vogliamo dare un tempo possiamo dire che coincide con la durata di questo governo. Poi inizierà un’altra storia. Ma se quella storia inizia con una leadership culturale del leghismo, allora, Fini non ha alcuna speranza di subentrare al Cavaliere. Da qui il braccio di ferro di Fini con la Lega che, in verità, non è nato adesso, ma risale nel tempo.Visto così, però, il problema Lega - la Lega che trasforma la tradizione religiosa in un’arma politica, la Lega che risponde all’Islam con un’islamizzazione uguale e contraria della politica, la Lega che vede in Tettamanzi un nemico - ecco, questa Lega, sembra diventare un problema risolvibile o limitabile solo nel duello personale con il presidente della Camera che gioca le sue carte come eterno delfino di Berlusconi. In realtà, l’attuale primato politico del leghismo trova il suo naturale contrafforte nel centro che esiste prima e al di là di Fini. Ha ragione, dunque, Rutelli quando (come ha fatto ieri in un’intervista al Sole 24ore) indica il centro politico come il naturale equilibratore del siste-

In un’intervista al “Sole 24ore”, Rutelli indica la giusta meta unitaria. Ma poi sbaglia a vincolarla alle nuove, possibili adesioni


prima pagina poter impartite lezioni di ortodossia a Tettamanzi dopo aver obbedito al dio Po, potrebbe trarre l’occasione per riflettere su stessa.

Se le parole di Benedetto XVI sono tanto universali da non poter essere calate facilmente nella polemica delle ultime ore, il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone non esita a prendere in modo esplicito le difese del cardinal Tettamanzi, e a indirizzare così un messaggio chiaro al partito di Bossi sull’indisponibilità della Chiesa a farsi modellare secondo la propaganda del patriottismo padano. «Raccomando il rispetto e la verità per il cardinale di Milano, che è un grande pastore della Chiesa ambrosiana e del suo popolo», dice Bertone appena congedatosi dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla Biblioteca ambrosiana, dove si è inaugurata una mostra sui disegni del Codice atlantico di Leonardo e altri documenti storici di civiltà diverse. È infondato, fa intendere ancora il segretario di Stato, denunciare l’eterodossia dell’arcivescovo rispetto ai dogmi della tradizione, come invece continuano a fare il quotidiano della Lega e Roberto Calderoli («nel giorno di Sant’Ambrogio avrei gradito che qualcuno parlasse dei milanesi, dei nostri santi e dei nostri poveretti, non vedo perché pensare sempre a quelli che vengono da fuori», insiste il ministro). Si tratta di contestazioni insensate visto che «come diceva il Papa, ricchi e poveri, sviluppati e in via di sviluppo, siamo tutti soggetti protagonisti della nostra vita, siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo salvarci insieme».

A corroborare il discorso di Bertone interviene il presidente della Repubblica, che coglie proprio nell’oggetto della mostra inaugurata alla Biblioteca ambrosiana l’occasione per appellarsi alla «universalità dei valori spirituali e culturali». Napolitano definisce «essenziale per la società italiana» l’impegno della Chiesa nella vita sociale del Paese. E trova giusto che la Chiesa difenda questa propria vocazione, come in fondo ha fatto Tettamanzi nel discorso alla città di sabato: «Tante volte ho detto che la Chiesa è un fatto pubblico», ricorda il Capo dello Stato, non insensibile evidentemente all’esempio dato da Tettamanzi nel sostegno anche finanziario dato alle famiglie colpite dalla crisi con il fondo di solidarietà istituito l’anno scorso. La risposta al Carroccio è dunque articolata, a più voci, e Bertone fa riecheggiare anche la replica del quotidiano dei vescovi, Avvenire: «Le parole dell’articolo di fondo hanno difeso degnamente», dice, a proposito di Tettamanzi, il segretario di Stato vaticano, che cita anche «le autorità politiche che si sono mosse sulla stessa linea e hanno espresso il loro impegno per coniugare sempre insieme legalità e accoglienza». La Lega non può che uscirne assai isolata e inevitabilmente colpita da censure come quella del capogruppo Udc al Senato Gianpiero D’Alia, secondo il quale «gli insegnamenti religiosi della Padania meritano di essere sommersi da pernacchie», tanto più che «con gli attacchi alla Chiesa rea di praticare la solidarietà» i lumbàrd «sono diventati i nuovi imam del fondamentalismo: non i nuovi barbari ma veri e propri talebani».

«Ogni uomo desidera essere accolto: guardiamo gli altri con amore, specialmente chi è sfruttato», dice Benedetto XVI

ma politico, ma ha torto quando fa dipendere da Fini l’esistenza del centro. Il nuovo Centro vive delle sue idee, non di questa o di quella adesione.

Sembra un tema passato di moda e la cosa è ancora più strana e curiosa se si considera che solo fino a un anno fa riempiva le pagine dei giornali: il Ppe. Già, che fine ha fatto quella vocazione del centrodestra, che già fu Casa delle libertà, a diventare attraverso il cosiddetto partito unico del centrodestra il partito popolare europeo? Come accade spesso alle cose alle quali lavora il presidente del Consiglio, il Ppe italiano è uscito magicamente di scena senza che nessuno dicesse: scusi, Cavaliere, ma non dovevamo fare il Ppe? È proprio questo l’argomento politico capace di ri-mettere a sistema il centrodestra e che diventerà ancora più forte e pressante una volta che Silvio Berlusconi avrà tolto il disturbo (non ce ne voglia Berlusconi se ci esprimiamo così, ma in fondo è lui che ha mancato l’occasione storica per essere ricordato come uno statista e non come il dominatore dell’età berlusconiana). Fini sta giocando la sua partita dentro i confini del Pdl, ma è evidente ai più che, se non si vuole ricreare il primato del leghismo né dare vita a un centrodestra altamente instabile e turbolento, la partita ha la sua soluzione al di là degli angusti confini politici del Pdl. La soluzione è nel progetto di un nuovo centro; un progetto che è già nella realtà politica del nostro paese e che tale rimarrà che Fini vi partecipi o no. A deteriminarne il successo saranno le idee che animeranno e gli elettori che lo sceglieranno, non questo o quel leader. Se così non fosse, si tornerebbe indietro, al partito «di» Berlusconi o «di» Bossi o «di» questo o quel delfino.

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Il politologo Paolo Feltrin analizza il doppio binario dei “lumbàrd”

«La causa è Berlusconi che li lascia liberi» «Certe esternazioni degli esponenti del Carroccio fanno parte dell’accordo fra Bossi e il premier» di Franco Insardà

ROMA. «L’atteggiamento della Lega non mi stupisce. Da anni gli esponenti del Carroccio adottano questa strategia, ribadendo il loro status di partito di lotta e di governo». È questo l’opinione di Paolo Feltrin, professore di Scienza dell’amministrazione dell’università di Trieste e profondo conoscitore della Lega. Professore, come spiega l’attacco del ministro Calderoli al cardinale Tettamanzi? La Lega non ha alcun problema sul tema immigrazione ad attaccare l’ortodossia, in questo caso la chiesa cattolica, perché sa bene che il suo elettorato, ma anche quello non leghista, ragiona in questo modo. In che senso? Quello che a qualunque analisi intellettuale sembrerebbe una contraddizione per il cittadino-elettore proprio non lo è. Il ragionamento che si fa è questo: sono cattolico, rispetto la Chiesa, ma se c’è qualcuno che attacca gli immigrati va bene lo stesso. È interessante notare anche come a fare questa operazione sia Calderoli. Perché? È il più legittimato dal ceto politico nazionale e ha ricevuto ultimamente il plauso bipartisan sulle riforme istituzionali. Contemporaneamente, però, è quello che le spara sempre più grosse in certe circostanze. Un ruolo che non è soltanto di Calderoli. Lo stesso Bossi, spesso osannato nel centrosinistra, in alcune occasioni è il più odiato. Anche il ministro Zaia si comporta così: difende tutti i prodotti italiani, ma quando può ha atteggiamenti fortemente razzisti. Un altro campione dell’uso strategico del colpo al cerchio e uno alla botte è Maroni. È questa la strategia caratteristica della Lega. È una novità? Direi di no. Questo sdoppiamento è tipico della tradizione italiana: da una parte si appoggiano le tesi massimaliste e dall’altra si vota in modo responsabile. Con questa strategia e questi eccessi la Lega può essere partito di governo? La definizione di partito di lotta e di governo è perfetta ed è interpretata in modo ineccepibile. L’operazione di scindere i temi di mobilitazione dalle questioni di governo è stata l’operazione più abile che portano avanti da quindici anni, altrimenti sarebbero scomparsi. Dopo l’attacco al cardinale Tettamanzi gli alleati si sono dissociati, ci saranno dei contraccolpi a livello politico? Sul terreno politico dell’alleanza l’accordo tra Berlusconi e Bossi si regge su altri presupposti che sono le elezioni regionali, i ministeri e il governo. C’è una scissione molto forte tra i temi le-

ghisti classici e la politica di coalizione. Va evidenziata, ad esempio, la diversità strutturale con i dissidi tra Fini e Berlusconi che assumono una valenza politica e incidono sull’agenda di governo. La Lega, infatti, è molto attenta a non trasformare i casi che solleva in agenda di governo. Non li fa mai interferire. Ci può essere un centrodestra diverso, senza la Lega? In questo momento no, perché non si può governare senza il Nord. Bisogna prendere atto che in Italia il Centrosud elettoralmente conta una testa e un voto, ma politicamente conta metà. Questa è stata la difficoltà maggiore che hanno avuto i governi di centrosinistra con un asse sbilanciato sul Centrosud e con un Nord costantemente all’opposizione. Lo scenario quindi è destinato a non mutare? Un centrodestra diverso dovrebbe riuscire a scalzare la Lega dal Nord, un’impresa difficile visto che negli ultimi anni il partito di Bossi continua a crescere. Lo scontro principale nel post-Berlusconi, infatti, è proprio tra Fini e Tremonti. Due posizioni molto diverse. Tremonti gioca tutto sull’asse con la Lega. Fini, invece, vorrebbe provare a rappresentare tutto quello che nel centrodestra c’è di alternativo alla Lega, per poter arrivare a un accordo con Bossi su basi diverse. Più che un Fini che si sposta verso il centrosinistra è più credibile un suo tentativo di trovare equilibri diversi all’interno del centrodestra su basi paritarie con la Lega. Ma questi atteggiamenti sono provocazioni o è la vera anima del Carroccio? L’equilibrismo è il loro spirito vero attuato in modo consapevole. Gli esponenti leghisti interpretano i sentimenti del loro elettorato o li stimolano? In parte interpretano gli umori di un elettorato un po’ schizofrenico che vorrebbe il presepe, la croce, ma allo stesso tempo chiede leggi dure contro gli immigrati e non accetta l’Islam. Il punto fondamentale è un altro. Quale? L’elettorato leghista viene rappresentato dagli esponenti nazionali senza le mediazioni prorie della politica e questo viene fatto non in maniera ingenua, ma con una precisa strategia di accumulo di consenso. Quali sono gli obiettivi politici di Bossi? Le questioni fondamentali sono: immigrazione, sicurezza e la battaglia non tanto per il federalismo, ma contro il Meridione con la completa delegittimazione della classe dirigente del Sud. In sintesi: dominare il Nord e comandare a Roma

Non ci può essere un centrodestra diverso, perché non si può governare senza il Nord e l’accordo tra i due leader si regge su questo


politica

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Provocazioni. Il lamento civile di un “rappresentante del popolo” sulla drammatica caduta di progetti e ideali

Datemi almeno un Saragat La vita pubblica italiana ormai è al suo picco massimo di decadenza e il confronto con il passato non regge: ci tocca solo la «nostalgia»? di Gennaro Malgieri dalla prima pagina E per quanto i giornali da queste parti si limitino soltanto a dare notizie incomprensibili ai più che riguardano i miei connazionali, capisco benissimo lo stato di confusione che regna al di là delle Alpi.Vorrei restarmene qui, estraneo al mondo che è comunque il mio mondo, non ritornare più almeno fino a quando un minimo di civile convivenza non verrà ristabilita, ma non me la sento davvero. Perché devo chiudermi la porta alle spalle quando tutto ciò che accade nella Repubblica lo sento comunque gravare sulle mie spalle? Non posso far finta di niente anche se il desiderio dell’esilio mi tenta terribilmente.

Tornerò tra qualche giorno, dunque. Non so bene a fare che cosa. Guarderò da vicino la bagarre che si dispiega sotto gli occhi attoniti degli italiani come me e non mi darò pace, alla stessa stregua della stragrande maggioranza dei cittadini, riflettendo su quali errori tutti noi abbiamo commesso al punto di sopportare i progressi della decadenza di un Paese che meritava ben altro destino. Mi attardo, intanto, nel piccolo giardino già innevato, in questo grande Nord dove non si odono voci ostili, né volgari, spingendo il mio sguardo verso un Sud immaginario che ovviamente non riesco ad intravvedere, dove, nel cuore del Mediterraneo, come per effetto di un cataclisma naturale, una nazione si sta inabissando. Non nascondo il furore e la commozione che mi segnano mentre preparo il piccolo bagaglio, raccolgo i miei libri, riordino le mie carte. Sarà per un’altra volta. Devo tornare anche se non so bene per quale motivo. Nell’infelice Repubblica è comunque doveroso condividere tutti lo stesso destino. Non è patriottismo, ma sentimento di appartenenza. Laddove sono le mie memorie, ho pensato, devo esserci pure io. Nel bene e nel male. Anzi, soprattutto nel male,

pur consapevole che nessun Dio verrà a salvarci.

Eccomi sulla soglia dell’addio. Sul tavolo della piccola sala-studio, riscaldata da un grande camino, restano i frammenti di un racconto che ho deciso di non portare con me. Li ritroverò quando tornerò, forse a primavera, sperando che con il cuore più leggero possa dedicarmi ad essi. Oggi il tempo della letteratura è così stridente con l’orrore della politica che non me la sento di dedicarmi a ciò che mi è più caro. Anche l’altra sera, al concerto della locale filarmonica che eseguiva alcuni brani del mio amato Arvo Part, non sono riuscito a concentrami: l’inquietudine mi ha sopraffatto ed ho lasciato il piccolo auditorium prima della conclusione. Nelle testa avevo le frasi confuse di un caro amico amico italiano il quale telefonicamente mi aveva mandato cartoline orrende che non potevo far finta di non aver ricevuto. L’arrivo all’aeroporto è struggente. Raccolgo qualche quotidiano nella sala d’attesa. E l’angoscia cresce scorrendo gli articoli. La pubblicità che li inframmezza rimanda alla liturgia di un Natale profano, consumistico, volgare. E rappresenta in maniera efficacissima lo spirito del tempo. Nel mio Paese, dove sarò tra circa quattro ore, questa festa dello spirito è finita molti anni fa, come ovunque del resto e la circostanza non mi consola affatto. Mi chiedo perché dovremmo essere diversi da ciò che siamo se non crediamo più in niente, non onoriamo più niente, non amiamo più niente che non corrisponda ai nostri immediati ed elementari istinti che comunque dobbiamo soddisfare. Non so se questa è la risposta al perché della decadenza, ma credo di esserci in parte vicino. E se niente e nessuno ci appartiene al punto di compiere un qualche sacrificio in nome del bene comune, per quale motivo dovremmo

Non nascondo il furore e la commozione che mi segnano mentre preparo il piccolo bagaglio, raccolgo i libri, riordino le carte. Devo tornare nell’infelice Repubblica, anche se non so bene per quale motivo

amare la nostra terra, la nostra comunità, il nostro piccolo mondo, le nostre radici, le istituzioni pubbliche, la morale collettiva, la legalità repubblicana, i diritti dei popoli? Domanda complessa, me ne rendo conto, alla quale certamente non risponderò mentre una voce metallica diffusa dagli altoparlanti mi chiama all’imbarco. Il volo non è riposante. Si accendono dentro di me le ansie di sempre. Non ho concluso niente appartandomi in quel sereno cantuccio dell’estrema Europa. È cresciuta invece l’angoscia alimentata dal distacco dal mio Paese infelice. Infelice, poi, per quale motivo? Sì lo so, lo sanno tutti. Ma non riesco a capacitarmi del fatto che le speranze di un quindicennio sono state tutte bruciate. Tanti rivoluzionari (“moderati”, per carità) hanno occupato la scena, senza tentare di fare neppure uno straccio di rivoluzione. Sono nati e morti una decina di partiti politici (forse anche di più, non ho tenuto il conto), ma nessuno è riuscito a dare nuova linfa alla politica. La semplificazione del sistema ha favorito la sua complicazione: in ogni partito convivono più partiti e siccome in Parlamento ce ne sono cinque o sei, più altri gruppi minori, ci è stato detto, con grande sprezzo della logica, che il nostro è un sistema bipolare che dovrebbe diventare addirittura bipartitico. Inutile dire che il metodo elettorale è proporzionale cioè atto a favorire il pluripartitismo. In questo caos i poteri dello Stato, costituzionalmente ordinati, sono in conflitto tra di essi. L’un contro l’altro armati. Esecutivo, legislativo e giudiziario se le danno come gladiatori all’ultimo sangue. Ma naturalmente tutti, indistintamente, un giorno sì e l’altro pure proclamano l’urgenza di “fare le riforme”. Tra sordi, naturalmente, che, come tutti sanno, sono i migliori dialoganti.

La piazza mediatica è invasa di puttane, transessuali, carabinieri felloni, mafio-

si che si svegliano dal loro sonno dogmatico quindici anni dopo aver commesso delitti agghiaccianti ed accusano chiunque per guadagnarsi un tanto d’impunità. Li chiamano “pentiti”che, insieme alle suddette puttane, ai ricordati transessuali e a tutori dell’ordine felloni, con il corteggio di compiacenti giornali dallo spirito libero e libertino, dettano l’agenda politica dell’infelice Repubblica. Insomma, tra le lenzuola sporche e sulle strade malfamate ha preso forma una nuova Costituzione materiale, quella del prossenetismo politico che poco ha a che fare con le idee, anzi niente; molto, invece, con la corruzione dei costumi la quale, piuttosto che scandalizzare, sembra riempire di ilarità beota gli italiani ai quali non è rimasto molto altro per dirsi partecipi della vicenda pubblica del loro Paese.

Scomparse le idee, per cui la politica si nutre di misfatti che attengono alla cronaca nera e agli intrighi mediatico-finanziari, i riferimenti “culturali” sono i giornali che solitamente si occupano di gossip. I partiti, pertanto, nuotano in una melma che essi stessi hanno contribuito a produrre disperando di venirne fuori. Poco male se il tutto non avesse effetti sulla decomposizione della comunità nazionale la quale giorno dopo giorno, come un animale morente, sembra spenta al punto di non dare più prove di vitalità. Si è soli, insomma, come alla fine di una grande storia quando franano le istituzioni che dovrebbero tenere insieme una koiné: Bisanzio non è mai finita del tutto. Ed il ricordo della frantumazione del grande impero, in toni più miseri naturalmente, ritorna guardando alla disunione nazionale che progredisce incessantemente fino a far intuire anche ai ciechi ciò che inevitabilmente, se la deriva non verrà arginata, accadrà di qui a poco. Nei fatti è già nata un’altra nazione nel cuore dell’Italia più produttiva e dinamica:


politica

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Qui accanto, una recente immagine felice - di Silvio Berlusconi con Umberto Bossi: sono quindici anni, dice Gennaro Malgieri, che nel loro nome viene alimentata l’illusione di una rivoluzione moderata che non avviene mai. E intanto la società politica continua a scendere in basso, tra escort, trans e totale assenza di morale. Insomma, il confronto con il passato non regge: nelle foto in bianco e nero, dunque, Bettino Craxi (in questa pagina), Enrico Berlinguer, Amintore Fanfani e Giuseppe Saragat (pagina a fianco)

l’hanno chiamata Padania. Per quanto i suoi fautori si siano impegnati nell’allontanare dall’immaginario collettivo lo spettro della secessione, nei fatti questa è già all’opera assecondata da leggi votate perfino da quelle forze che retoricamente si richiamano alla difesa dell’intangibilità della nazione. Grottesco e tragico allo stesso tempo.

Nel 2011 celebreremo così non il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, ma la sua divisione nelle forme di un federalismo che sancirà la nascita di almeno due nazioni: nell’estremo Sud della Penisola le cose non vanno meglio che al Nord. Chi ci metterà riparo? Dove non c’è politica c’è il suo contrario, vale a dire il dispiegarsi di fenomeni disgregatori nella sfera civile, sociale, morale e culturale. Si ha un bel dire che bisogna riformare la Costituzione, ma riuscite a vederli all’opera gli improbabili padri costituenti che il destino ci ha mandato? Il pessimismo è d’obbligo avendoli visti alla prova in imprese infinitamente più

semplici. Insomma, non c’è un De Gaulle in giro, ma neppure un Fanfani, un Craxi, un Berlinguer. Ci accontenteremmo anche di un Saragat, ma a trovarlo... Emergono i queste condizioni nuovi egoismi; il tribalismo italico produce xenofobia; la cultura dell’inclusione suscita raccapriccio; la carità è bandita da una legge che introduce nel nostro “liberale” ordinamento il reato di immigrazione clandestina da applicarsi a dannati della Terra che fuggono miseria, guerre e persecuzioni. Il Mediterraneo, mare di tolleranza e di libertà, di dialogo e di confronto, di epifanie divine e di incontri tra uomini e dèi è oggi il simbolo della disperazione su cui galleggiano i detriti di una grande civiltà. Tornasse in vita il “mio” Imperatore non riconoscerebbe più le acque solcate dai saggi arabi e greci, dagli studiosi egiziani e tedeschi, dai padri della Chiesa e dai peccatori in cerca di redenzione. Il suo sarcofago dovrebbe essere meta di pellegrinaggi espiatori. Ma chi ricorda più Federico II lo svevo di Sicilia la cui avveniri-

Non riesco a capacitarmi del fatto che le speranze di un quindicennio sono state tutte bruciate. Tanti «rivoluzionari» hanno occupato la scena, senza tentare di fare neppure uno straccio di rivoluzione

stica concezione del tempo e della storia ce lo fa sentire fratello nella tragedia che viviamo?

Lo straniero è, dunque, il nemico. Nelle remote regioni che sto lasciando sono stato accolto come un messaggero di pace e di amore: mi sono sentito un ragazzo di Woodstock alla ricerca di una bellezza elementare. Tra poco atterrerò tra i barbari che mi guarderanno con diffidenza, come ci guardiamo tutti in questa Italia sopraffatta dagli egoismi elementari, smarrita, impaurita, logorata. Eppure non posso non amarla. La mia patria la vorrei diversa. Un popolo, una nazione, una comunità, uno Stato. E mi piacerebbe se cultura e religione si rispettassero; se uomini e donne di tradizioni e lingue diverse dalla nostra si integrassero ed i loro colori si confondessero con i nostri colori ed i loro canti si mescolassero con i nostri canti ed i loro cibi comparissero sulle nostre mense accanto ai nostri e se tutti pregassimo il nostro unico Dio.Che cos’è questo moto oscuro dell’animo che ci fa

tremare e ci tiene in apprensione? Da dove deriva l’inquietudine che non possiamo frenare? Perché nel vicino vediamo il nemico e nel diverso addirittura il “mostro”? Non era così la civiltà da cui discendiamo. E non dovrà essere così, mi dico mentre agguanto un taxi all’uscita dell’aeroporto di Roma facendomi largo in un suk infernale dove si grida, si litiga, si minaccia. Ho sperato, ingenuamente, fino all’ultimo di aver preso l’aereo sbagliato. Non è andata così. Sono a Roma finalmente. E da domani, riposte le mie carte ed i miei libri, tornerò ad occuparmi della cosa pubblica, pensate un po’, come rappresentante del popolo. Non avrei mai pensato varcando la soglia di Montecitorio di dover dire «Che ci faccio io qui?» alla maniera di Bruce Chatwin. Ognuno ha la sua Patagonia.

Una volta Emil Cioran ha annotato nei suoi taccuini: «Se obbedissi al mio primo impulso, passerei le giornate a scrivere lettere di ingiurie e d’addio». È un proposito attraente, non c’è dubbio.


diario

pagina 6 • 9 dicembre 2009

Altalena. Il caso Dubai e la continua instabilità delle Borse ci impone di ripensare le ragioni della recessione

La crisi? Questione di soldi

Troppa liquidità (con monete deboli) alla base delle nuove bolle di Gianfranco Polillo se quella che doveva essere la crisi del secolo fosse stata solo un miraggio? O meglio un incubo dopo una nottata brava e una grande abbuffata di profitti, stock option e retribuzioni miliardarie ad un pugno di manager e grandi finanzieri? L’interrogativo comincia a serpeggiare, specie nelle sedi internazionali più attente all’evolversi del fenomeno. Del resto quello che hanno detto e scritto gli economisti fa sempre meno testo. Hanno sbagliato nel non prevedere il grande crollo, perché dovrebbero aver ragione nel dipingere una catastrofe, che tale sembra essere sempre meno? Giulio Tremonti, nei loro confronti, aveva usato parole dure, in una delle tante polemiche a distanza, soprattutto con Mario Draghi. Ma se gli economisti sbagliano, cosa fanno, invece, i politici? Dalla parte dei primi ci sono solo numeri tutt’altro che univoci e convergenti. Per i politici, invece, dovrebbe essere diverso. Dalla loro parte dovrebbero essere i contatti con il mondo reale da cui desumere il reale andamento delle cose. Canali che, a quanto sembra, si sono occlusi, creando una grande zona d’ombra. Ed ora tutti – economisti e politici – annaspano nel buio. Ci vorrebbe la lanterna di Diogene per ritrovare il bandolo di una matassa da dipanare.

E

Grazie a queste grandi incertezze, il dubbio avanza. Ma è proprio questo, oggi, l’elemento di novità. L’operazione non è facile. Pesa il ricordo di quella che fu veramente la grande crisi – il crack del 1929 – che divenne tale soprattutto per l’imperizia dei governanti e la loro incapacità di abbandonare i vecchi postulati di una teoria, ch’era stata travolta dai mutamenti incompresi del mondo reale. Esempio da non imitare e rischio da evitare, anche a costo di buttare il cuore oltre l’ostacolo ed avventurarsi lungo strade inesplorate, interpretando i segni che provengono dal mercato in una chiave inedita ed inconsueta. Ma quali sono questi segnali? Alcuni immediati e visibili ad occhio nudo. Altri più sotterranei, ma per questo non meno importanti. Il più vistoso è forse quello relativo alla crisi di Dubai World. Lo sta-

to di insolvenza dichiarato dall’emiro di quel piccolo Stato. In un altro momento quella crisi avrebbe innescato un vero e proprio terremoto. A distanza di qualche giorno, invece, il puzzle sembra essersi ricomposto, a tutto vantaggio di Abu Dabi, l’altro Stato della federazione degli Emirati arabi che, attingendo dalle enormi riserve valutarie derivanti dal petrolio, potrà acquistare a prezzi minori assets e beni immobiliari. Crisi evitata, quindi, nonostante gli eccessi e gli azzardi commessi. Per molto meno, negli anni passati, un colosso, come Enron, era miseramente fallito. Allora avevano pesato le stravaganze di un management che gettava soldi dalla finestre nello shopping sul mercato internazionale e feste da mille ed una notte. Ma nel caso di Dubai si è andati ben oltre: alberghi a 6 o 7 stelle, grattaceli dalle forme inusitate, isole artificiali a forma di palme, una grande porto internazionale scavato nella roccia, piste di scii in pieno deserto. Insomma una grande Disneyland per il jet set internazionale. Tutto realizzato a debito, con la compiacenza delle grandi banche internazionali che vedevano nell’Emirato – fino a ieri parente povero tra i grandi ricchi del mondo arabo – una sorta di Eldorado. Oggi miseramente ridimensionato.

Il rally di borsa è il secondo elemento da tenere presente. Anche in questo caso la speculazione l’ha fatta da padrone. La grande liquidità internazionale non si risolve a favore delle aziende manifatturiere, ma alimenta la corsa dei prezzi. Crescono le quotazioni di borsa specie sulle piazze asiatiche. Crescono i prezzi della materie prime e dei beni di rifugio: a partire dall’oro. Le cause non sono misteriose. Alla base di tutto è la debolezza del dollaro e la rivalutazione delle monete concorrenti, a partire dallo yen. Ad operare

tasso di interesse, che si riversano copiosi sui mercati esteri alimentando la ricorsa dei prezzi, nonostante la bassa congiuntura. Quanto potrà durare prima di innescare una nuova bolla speculativa?

Sta in questo nuovo elemento il rischio del double dip – una seconda caduta – che turba i sonni di tanti analisti: inchiodati di fronte ai computer nella speranza di uscire dal mercato un secondo prima del possibile crollo. Ma finché la ruota gira, i profitti aumentano e con essi i compensi per

Si pensava che la soluzione fosse il passaggio del testimone dalla locomotiva americana a un traino meno potente: ma non è stato così sono, ancora una volta, i fondamentali. L’economia americana, per l’eccesso di debito accumulato – debito del Governo centrale e delle famiglie – deve contrarre i consumi. Le imprese che operano su quei mercati non trovano sbocco alla loro produzione. Devono quindi licenziare mano d’opera, come risulta evidente dal crescente tasso di disoccupazione. In compenso possono utilizzare il credito di cui dispongono per investire all’estero. È il cosiddetto fenomeno del carry market. Dollari presi a prestito, a bassissimo

lo sterminato esercito degli operatori finanziari. È, indubbiamente, un pallone sospeso nell’aria, ma forse, anche, il nuovo modo di operare di un mercato che è diverso dal passato. Il termine tecnico è: «nuovo paradigma». Un modo diverso di far funzionare l’economia: più finanza, più specializzazione internazionale (la Cina crescerà nel 2010 di oltre il 9 per cento, grazie all’export), più rischio, ma anche maggiori opportunità per coloro che sapranno leggere il presente togliendosi gli occhiali deformanti delle vec-

chie teorie. Si era pensato che la soluzione – secondo i vecchi stereotipi – fosse il decoupling. Vale a dire il passaggio del testimone dalla locomotiva americana ad un convoglio guidato da macchine meno potenti – il Giappone, la Germania e la Cina – in grado, comunque, di trainare l’intera economia mondiale.Visione illuminista, che rientrava appunto nel vecchio mondo della politica economica. Si sta scoprendo, invece, che questa soluzione è razionale solo in apparenza. Non tiene conto del fatto che i consumi interni cinesi possono aumentare solo con estrema lentezza. Che il Giappone incontra ostacoli insormontabili in una popolazione troppo anziana per farsi suggestionare dai nuovi prodotti di mercato. Che la Germania non è disposta a sacrificare il suo primato, come paese esportatore. Che quindi quell’ipotesi non funziona. Ed allora? È ancora il mercato a dare la sua risposta, con il ballo delle monete (euro, yen, renminbi) e l’accumulo di risparmio presso i principali paesi esportatori. Capitali che devono essere riciclati e dati a prestito. In questa nuova partita c’è chi vince e c’è chi perde. Come sempre è avvenuto. Non lasciamoci quindi suggestionare. L’ipotesi del crollo è solo il riflesso di una cattiva coscienza.


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9 dicembre 2009 • pagina 7

Nella mappa (smentita) anche Montalto e Trino Vercellese

È stato uno dei più autorevoli studiosi del movimento cattolico

Nuove centrali nucleari: i Verdi svelano i siti dell’Enel

Muore a 92 anni lo storico De Rosa

ROMA. È sempre polemica per la riconversione nucleare dell’approvvigionamento energetico in Italia. I Verdi, infatti, hanno rivelato i siti in cui il governo sarebbe intenzionato a costruire le nuove centrali nucleari previste nel nostro Paese. Di questi siti, due sono nel Lazio a pochi chilometri da Roma: Montalto di Castro e Borgo Sabotino. Le altre localizzazioni, che sarebbero state individuate in uno studio inviato dall’Enel al governo, sono: Garigliano (Caserta), Trino Vercellese (Vercelli), Caorso (Piacenza), Oristano, Palma (Agrigento) e Monfalcone (Gorizia). «Le aree sono idonee, secondo l’Enel, perché vicine a zone costiere e ai fiumi, poiché come è noto le centrali necessitano di un gran quantitativo di acqua per funzionare. Chiamiamo alla mobilitazione democratica le popolazioni per dire no alle centrali nucleari», afferma il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli. E ancora: «Noi Verdi avvieremo il presidio dei siti nucleari per dire no al nucleare e sì al solare. Il governo sta portando l’Italia in una pericolosa avventura che porterà alla militarizzazione dei territori e a far aumentare la bolletta elettrica degli italiani, perché i 20 miliardi di euro per la costruzione delle centrali li pagheranno gli italiani. Berlusconi in Italia ammazza le energie rinnovabili e finanzia la speculazione del costoso nucleare».

ROMA. Lo storico Gabriele De Rosa è morto ieri nella sua casa romana. Nato il 24 giugno 1917 a Castellammare di Stabia, aveva 92 anni. Oggi, dalle 10 alle 18 la camera ardente sarà allestita all’Istituto Luigi Sturzo (in via delle Coppelle a Roma) di cui era presidente dal 1979. I funerali si svolgeranno giovedì mattina alle 11,30 nella chiesa di Sant’Agostino, officiati dal cardinal Silvestrini.

Enel ha subito smentito la veridicità del documento diffuso dai Verdi; ma è decisamente facile prevedere proteste in futuro. Soprattutto in considerazione del fatto che in alcuni di questi siti (da Montalto di Castro a Trino Vercellese) le centrali nucleari erano già state progettate (appunto fra mille proteste) prima che il nucleare fosse bandito dal Paese.

In arrivo l’impedimento e uno scudo a Cosentino Smentita l’estensione del proceso breve ai reati di mafia

Storico del movimento cattolico, De Rosa è stato anche senatore (1987-92) e deputato (199296) prima per la Dc e poi il Ppi. Nel 1958 vinse il concorso per la prima docenza di storia contemporanea in Italia. La stessa disciplina ha insegnato nelle univer-

di Riccardo Paradisi n’altra vigilia di passione per la maggioranza e per il premier Silvio Berlusconi. Dopo l’audizione del pentito di mafia Gaspare Spatuzza arriva domani al pettine del Parlamento il nodo Casentino. Un doppio nodo, perché a Montecitorio si voterà sia per la richiesta di arresto del sottosegretario all’Economia, indagato per associazione mafiosa, sia per decidere sulla richiesta delle sue dimissioni dall’ufficio governativo che ricopre presentata dalle opposizioni. Una vigilia segnata da nervosismo e retroscena clamorosi poi smentiti. Come quello di Repubblica che in prima pagina, lunedì mattina, parlava del lavoro dei legali di Berlusconi per estendere il processo breve ai processi per mafia e terrorismo.

U

Una notizia, «destituita di ogni fondamento e totalmente inventata» come dichiarano in una nota congiunta gli esponenti del Pdl Niccolò Ghedini e Piero Longo: «Nessuna ipotesi di estensione del processo breve per i reati di mafia è stata da noi proposta, nè è stata discussa o posta all’ordine del giorno nell’ambito della consulta giustizia del Pdl». Il processo breve insomma non riguarderà i procedimenti per mafia e terrorismo. La strategia del centrodestra per contenere quella che viene definita un’offensiva politica della magistratura si ridurrebbe quindi a due soli provvedimenti chiave. Lo scudo del processo breve e la norma del legittimo impedimento, che dovrebbe mettere in protezione il premier da eventuali nuovi processi che potrebbero piovergli addosso. Un provvedimento quello del legittimo impedimento estendibile a tutti i parlamentari che per un anno – fino a quando cioè potrebbe essere impugnato presso la Corte costituzionale – regala al Cavaliere una relativa tranquillità rispetto a eventuali nuove sortite delle procure. La notizia di Repubblica aveva indignato molti, tra cui le associazioni delle vittime della mafia, ma la sua smentita non fa cambiare di

una virgola l’atteggiamento dell’opposizione dipietrista: «Il processo breve resta una porcata anche se non include i reati per mafia e terrorismo. Le parole di Ghedini e Longo – dice il capogruppo Idv alla Camera Massimo Donadi – non spostano di una virgola la nostra valutazione. Per salvare il premier e i suoi amici si concede un’amnistia mascherata». Un’atteggiamento quello dell’Italia dei Valori criticato ieri da Luciano Violante che sulla manifestazione del No B day non spende certo parole di elogio: «Chi ha responsabilità politiche non combatte le persone; combatte i progetti politici, le idee e non una persona. Incentrare una manifestazione su una persona significa dare un peso enorme a quella persona, farne lo spartiacque. Non si ragiona più di politiche concrete, ma su chi è a favore o contro Berlusconi». Per quanto riguarda il nodo Cosentino invece sembra che nel centrodestra esista una certa serenità. Insomma all’interno della maggioranza non si temono più né fronde né franchi tiratori. «La situazione, spiega a liberal un berlusconiano di prima linea, è rientrata. Lo stesso Italo Bocchino, il più politicamente attivo dei finiani, quello che con le firme prese nella lettera fatta passare tra i deputati aveva fatto l’appello di tutti gli uomini del presidente del Consiglio disponibili ai colpi bassi, s’è impegnato a che non si verifichino scherzi sulle votazioni di giovedì».

Sul voto per difendere il sottosegretario, nella maggioranza non si attendono sorprese. Finiani rientrati nei ranghi?

Cosa è cambiato allora rispetto ai giorni delle polemiche sull’opportunità della candidatura Casentino tra ex An e ex Forza Italia? «Sono accadute due cose – risponde la fonte berlusconiana – c’è stato il fuori onda di Fini, che ha invitato il presidente della Camera a una maggiore prudenza. E c’è stata l’audizione di Spatuzza. Che doveva essere una bomba atomica e invece s’è rivelata un petardo bagnato. Ecco, queste due cose hanno fatto rientrare nei ranghi i finiani». Di fronde se ne parlerà la prossima volta. Magari nel passaggio alla Camera sulla cittadinanza breve.

sità di Padova, di Salerno (di cui è stato rettore) e di Roma. Autore di numerosi saggi di storia sociale e religiosa, e di altrettanti manuali per le scuole medie e superiori, il suo nome è legato alla pubblicazione di saggi su Alcide De Gasperi e, in particolare, della biografia e di diversi epistolari di Luigi Sturzo, col quale strinse amicizia nel 1954. Tra le altre sue opere, vanno ricordate la Storia del movimento cattolico e la Storia del Partito Popolare Italiano, pubblicate da Laterza rispettivamente nel 1962 e nel 1966. Con un telegramma inviato ai familiari, il presidente del Senato, Renato Schifani, ha manifestato il suo «profondo dolore per la scomparsa di una figura di spicco della cultura cattolica italiana degli ultimi cinquant’anni». «Con Gabriele De Rosa - ha aggiunto il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini - scompare un uomo straordinario per cultura, tempra morale e spirito di servizio, il più grande studioso dei cattolici impegnati in politica nel XX secolo. Ha dedicato la sua vita a preservare la memoria di Sturzo, del Partito Popolare e della Democrazia Cristiana che ha anche rappresentato dai banchi del Parlamento. È un momento di profondo dolore per quanti lo hanno conosciuto e hanno avuto l’onore di collaborare con lui».


economia

pagina 8 • 9 dicembre 2009

Polemiche. ll testo approvato dalla maggioranza si occupa diffusamente del rapporto fra autonomi e crisi, eppure...

L’errore della Finanziaria La legge ha un limite: non salva i lavoratori dalle aziende che evadono i contributi di Giuliano Cazzola econdo l’Istat, nel primo semestre del 2009 l’occupazione alle dipendenze è diminuita dello 0,3% (su base annua): un dato non allarmante. Più serie sono invece le statistiche riguardanti l’andamento delle diverse componenti. A fronte, infatti, di un incremento dello 0,9% dell’occupazione a tempo indeterminato, vi è stato un crollo dell’8,3% del lavoro a termine. In questa diminuzione sono coinvolti prevalentemente dei giovani fino a 34 anni (che costituiscono il 75% delle perdite). Sull’altro versante – per effetto di norme positive sull’età di pensionamento – è cresciuta di 130mila unità l’occupazione degli over 50. Dei 240mila lavoratori autonomi che hanno perso il lavoro (rispetto al corrispondente periodo del 2008) 86mila sono cocopro. In tale ambito, dei 474mila lavoratori al di sotto dei 35 anni che hanno perduto l’impiego, 145mila sono lavoratori a termine che non hanno avuto il rinnovo del contratto. Il governo è assolutamente consapevole di tale realtà.

S

Con la franchezza che lo contraddistingue il ministro Maurizio Sacconi non ha mai nascosto che riteneva prioritario, in una situazione di grande difficoltà come l’attuale, tutelare il lavoratore adulto, occupato stabilmente. È sicuramente questa la principale figura di sostegno delle famiglie, ivi inclusi i giovani che non sono ancora entrati compiutamente nel mercato del lavoro, per i quali il governo ha favorito ogni possibile forma di impiego, anche saltuario, che consentisse di «passare la nottata». Inoltre, per la prima volta, è stata introdotta una forma di tutela specifica – l’indennità di reinserimento – a favore dei collaboratori in regime di monocommittenza (ovvero che prestano la loro opera per un solo committente e che sono poi la grande maggioranza), che perdevano il lavoro. La prestazione – in forma di erogazione sperimentale e una tantum, da riconoscere a fronte di taluni requisiti lavorativi e contributivi – non ha dato buona prova (le richieste sono state poche migliaia).

Anche per l’Immacolata, proteste nello stabilimento Fiat

E Termini Imerese spera nel miracolo di Alessandro D’Amato

ROMA. La festa non è qui. Da giovedì scorso gli operai dell’indotto Fiat di Termini Imerese sono incatenati davanti al duomo e passano le notti in una tenda della Protezione civile. Ieri mattina, nel giorno dell’Immacolata, le tute blu della Bienne Sud, azienda che si occupa della verniciatura delle auto, hanno partecipato alla processione, trasportando per un tratto la statua della Madonna. «Di fronte all’indifferenza dell’azienda e alla debolezza della risposta della politica - hanno detto gli operai - solo lei può salvarci. Bisogna fare di più e vogliamo credere che nell’incontro del 21 dicembre il ministero dello Sviluppo economico e i sindacati faranno cambiare idea all’azienda». L’amministratore delegato del Lingotto Sergio Marchionne ha più volte ribadito che dal 2011 in Sicilia non si produrranno più auto e la prospettiva, se complica moltissimo il futuro dei lavoratori diretti, rischia di spazzare via tutto l’indotto. Peraltro i lavoratori hanno subito in questi giorni un altro periodo di cassa integrazione che si riproporrà nuovamente durante le feste, dal 21 dicembre al 6 gennaio. Un altro Natale e un altro Capodanno amari.

Anche perché Marchionne è stato chiaro: «L’industria automobilistica europea ha bisogno di razionalizzazione: si tratta di un bisogno non più negabile. Il problema della sovracapacità va affrontato e risolto alla radice e con un sentire comune perché gli interventi unilaterali dei singoli governi rischiano di essere pericolosi. E proprio nell’ottica di razionalizzazione della produzione, se dovessi disegnare Fiat non realizzerei mai gli impianti dove sono ora»,

ha dichiarato intervenendo al Peterson Institute for International Economics. E questo proprio mentre il governo decideva di rimandare la proroga degli incentivi a un decreto legge, togliendoli quei soldi dalla Finanziaria: dopo le dichiarazioni bellicose dei membri della maggioranza e dell’esecutivo, sembra un segnale preciso e per nulla distensivo nei confronti dell’azienda di Torino.

Sicché i metalmeccanici siciliani sono sul piede di guerra. «Se al culmine delle iniziative indette unitariamente a Termini Imerese a sostegno della vertenza Fiat e delle fabbriche dell’indotto, con la manifestazione del 14, e dello sciopero previsto per il 10 dicembre del gruppo Fincantieri, non dovessero arrivare risposte positive, è indifferibile la programmazione assieme alle altre organizzazioni sindacali Fim e Uilm dello sciopero generale delle tute blu della provincia di Palermo», ha detto il segretario della Fiom Cgil di Palermo Francesco Piastra. «Gli scioperi si proclamano con i lavoratori e gli organismi direttivi. Non condivido gli scioperi annunciati sui giornali al di fuori di ogni rapporto con i lavoratori e gli organismi dirigenti», ha poi precisato Piastra. A pesare sulla decisione di scioperare saranno i risultati dell’incontro che si terrà a Roma il 14 dicembre con il ministro Scajola e quello del 21 (o il 22) dicembre con il governo e con Marchionne. Proprio sotto Natale: lì si deciderà il destino di Termini e del comparto Fiat, compreso l’indotto, dell’isola.

Piuttosto che aiutare i giovani a trovare un impiego, il ministro Sacconi ha sempre ritenuto prioritario, in questa fase di crisi, tutelare gli adulti occupati stabilmente. E, tramite loro, le famiglie

Nel disegno di legge Finanziaria il governo si è a lungo interrogato sull’opportunità di rendere strutturale questo intervento, mediante l’introduzione di un prelievo contributivo specifico (calcolato in misura dell’1,2% da aggiungere alle aliquote oggi vigenti nella Gestione separata presso l’Inps). Alla fine è prevalsa l’opinione di riconfermare il provvedimento, mantenendone il carattere sperimentale, ma estendendone l’applicazione al prossimo biennio. Così, nell’emendamento del governo in Commissione Bilancio della Camera, è previsto che nei limiti di 200 milioni di euro per ciascuno degli anni 2010 e 2011, e nei soli casi di fine lavoro, sia riconosciuta una somma liquidata in una unica soluzione pari al 30 per cento del reddito perce-

pito l’anno precedente e comunque non superiore a 4.000 euro, ai collaboratori coordinati e continuativi (con l’eccezione delle partite Iva) iscritti in via esclusiva alla gestione separata presso l’INPS, i quali soddisfino in via congiunta le seguenti condizioni: a) operino in regime di monocommittenza; b) abbiano conseguito l’anno precedente un reddito lordo non superiore a 20.000 euro e non inferiore a 5.000 euro; c) con riguardo all’anno di riferimento siano accreditati presso la predetta gestione separata un numero di mensilità non inferiore a uno; d) risultino senza contratto di lavoro da almeno due mesi; e) abbiano accreditati nell’anno precedente almeno tre mesi presso la predetta gestione.

In un altro emendamento viene rafforzato il regime sanzionatorio per i committenti che non versano i contributi dovuti ai collaboratori. Questa norma tende ad affrontare – in modo inadeguato – un aspetto dell’ordinamento gravemente lesivo dei diritti previdenziali dei collaboratori: la non applicabilità nel loro caso del principio dell’automaticità delle prestazioni di cui all’articolo 2116


economia

9 dicembre 2009 • pagina 9

Con la manovra, Tremonti trasferisce alla Sanità i soldi per l’Alta velocità

Il doppio binario del Tfr cambia i piani di Moretti

Al centro del contendere 3,1 miliardi di euro, quelli raccolti dal fondo Inps e vincolati da Prodi per Ferrovie di Francesco Pacifico

ROMA. Di fronte a un governo che blinda la sua Finanziaria prima del passaggio in aula, Mauro Moretti sa che lamentarsi serve a poco. Eppure è alta la rabbia in piazza della Croce Rossa, dopo che la legge di bilancio ha “sottratto” al vettore liquidità per gli investimenti pari ad almeno 3,1 miliardi di euro.

del codice civile. Tale principio è un caposaldo del diritto previdenziale, in quanto stabilisce che, a fronte di attività lavorativa svolta, la prestazione è dovuta al «prestatore di lavoro» anche se il datore (che è il titolare dell’obbligazione contributiva) non ha versato la prevista contribuzione, nel senso che spetta all’ente previdenziale contrastare l’evasione. I collaboratori in via esclusiva – privi di partita Iva, essendo questi soggetti tenuti in proprio agli adempimenti contributivi – si trovano nella medesima condizione del dipendente, perché il versamento dei contributi (anche quelli ritenuti al lavoratore) è a carico del committente. Ma l’Inps, in caso di inadempienza del committente, non riconosce le prestazioni perché considera

Più volte, con iniziative di carattere parlamentare bipartisan, si è cercato di risolvere il problema con una norma di interpretazione autentica. Ma il governo si è sempre opposto, adducendo problemi di mancata copertura finanziaria. Il che è semplicemente assurdo. Nel caso del regime previdenziale dei collaboratori sono previste aliquote contributive tanto a copertura delle pensioni (dal 1° gennaio 2010 pari al 28%) quanto delle altre prestazioni minori (malattia, maternità, assegni familiari in misura dello 0,70%). Queste aliquote sono calcolate per garantire l’equilibrio contributiprestazioni (per inciso: la Gestione separata ha un attivo d’esercizio di 8 miliardi ed è la «gallina dalle uova d’oro» dell’Inps). Quindi la copertura fi-

Il governo dice che non ci sono fondi per risolvere il problema della garanzia contributiva dei dipendenti per i quali le imprese non versano il dovuto: ma la copertura è data dall’attivo Inps non applicabile ai collaboratori (ritenuti lavoratori autonomi) il principio dell’automaticità delle prestazioni, vigente (dal 1942) per i lavoratori dipendenti. In conclusione del ragionamento, la tutela previdenziale dei collaboratori è non solo parecchio scadente, ma le stesse prestazioni sono a rischio, essendo questi lavoratori del tutto indifesi nei confronti delle violazioni del committente.

nanziaria è in re ipsa. Non si capisce perché si dovrebbe trovare una copertura ulteriore per l’evasione contributiva. Non ha senso, quindi, immaginare grandi progetti di riforma degli ammortizzatori sociali quando non si riesce a risolvere un problema come quello dell’applicabilità dell’articolo 2116 c.c. , condannando così i collaboratori a veder prescrivere i loro diritti previdenziali.

La Finanziaria arriva oggi alla Camera e il governo si prepara a sfondare il record delle 26 approvazioni con voto di fiducia. Operazione non difficile per una maggioranza che 48 ore fa è riuscita a superare lo scoglio della commissione Bilancio, impedendo alle opposizioni di emendare la manovra. Ma se non si attendono scossoni nei prossimi giorni, sono tanti i capitoli che l’ultima Finanziaria di Tremonti lascia in sospeso. E il primo nodo – in una lista che comprende fondi alle famiglie o incentivi alle imprese – potrebbe essere quello delle risorse a Ferrovie. Per coprire i tre miliardi di euro in più concessi ai governatori per la sanità, Giulio Tremonti ha attinto alle risorse del Fondo Tfr istituito presso l’Inps. Quello a cui le aziende sopra i 49 dipendenti girano gli accontamenti per le liquidazioni dei lavoratori. Peccato che questo stesso fondo fosse stato usato nel 2007 dall’ex premier Romano Prodi per gli investimenti del vettore. Nell’accordo di programma 2007-2011 fu previsto che da qui sarebbero arrivati soldi per l’Alta velocità, la rete tradizionale, e, all’occorrenza, apporti al capitale sociale di Ferrovie dello Stato. Quest’operazione è a tutti gli effetti un prestito per il quale lo Stato riconosce un rendimento garantito superiore a quello dei Btp. Ma se la destinazione della raccolta non può essere vincolata, un conto è usarla per gli investimenti, un altro per la spesa corrente. Anche se si tratta della sanità. Nota Mario Valducci, presidente della commissione Infrastrutture della Camera: «Andrò controcorrente, ma mi sembra che alla sanità, dove non si frenano gli sprechi, si conceda troppo. Personalmente, avrei guardato ad altre necessità come le infrastrutture». Aggiunge Agostino Megale, segretario confederale della Cgil: «Da un lato questa manovra non dà nulla sul versante del sostengo ai redditi e della riduzione delle tasse dei lavoratori e dei pensionati, dall’altro non sente neppure il bisogno di discutere con le parti sociali di fondi che arrivano dagli stessi lavoratori». Da Ferrovie sarebbero arrivate le prime timide richieste di chiarimento al governo. Al momento la pratica sarebbe al vaglio del diretto-

re finaziario, Luigi Lenci. Nessuno vuole alzare i toni, anche perché sono ancora aperte le trattative con il ministero delle Infrastrutture per il contratto di programma di quest’anno. Senza contare che il monopolista del trasporto su ferro ha beneficiato di fondi dal governo già con le misure anticrisi del decreto di primavera. In questo ambito l’esecutivo ha dato risorse per il trasporto locale stanziando 480 milioni per le spese correnti e 960 per la parte in conto capitale. E soprattutto ha permesso di allungare la durata delle convenzioni con gli enti locali attraverso contratti 6+6. È grazie a questo che Ferrovie ha potuto costituire un’apposita società con la regione Lombardia, la Tnl, per il trasporto locale. Un’esperienza che si vuole ripetere altrove. Dal Pirellone l’assessore alle Infrastrutture, Raffaele Cattaneo, fa sapere: «Sono aumentati i treni e diminuiti i ritardi, ma gli obiettivi che ci poniamo sono molto più ambiziosi». Fatto sta che, da quando si è saputo delle nuove finalizzazioni del fondo del Tfr, sono in molti a leggere in filigrana le parole pronunciate da Mauro Moretti sabato scorso, mentre inaugurava con Silvio Berlusconi il servizio Tav tra Torino e Salerno: «Non dimentichiamo i pendolari. Uno degli investimenti che ho attivato da quando sono in Fs sono i 150 locomotori per il trasporto locale». Guarda caso quest’investimento è legato proprio al contratto di programma 2007-2011. Da Ferrovie spiegano che non dovrebbero esserci rallentamenti nelle opere. Sono da poco partiti o partiranno a breve i lavori sui tratti evidenziati dal precedente accordo di programma: il Terzo Valico (il Cipe ha sbloccato 500 milioni) e quelli la Treviglio Brescia (a disposizione 950 milioni).

La compagnia guarda con preoccupazione ai prossimi anni quando sarà da completare la linea Tav verso Trieste e Palermo

I problemi, casomai, potrebbero presentarsi nei prossimi anni, quando saranno da rifinanziare queste opere oppure quando si dovrà estendere il percorso ferroviario dell’alta velocità a Sud verso Palermo, seguendo il Corridio 1, oppure verso Trieste, come prevede il Corridio 5. Al riguardo nota Marco Ponti, ordinario di economia dei Trasporti al Politecnico e già consulente della Banca Mondiale e del ministero delle Infrastrutture: «Ogni anno lo Stato garantisce alle Ferrovie qualcosa come 6 miliardi. Soldi in base ai quali si mettono in ordine i conti. Il problema, casomai, è chi si dovrebbe iniziare a discutere dell’eccesso di offerta che c’è in Italia: l’80 per cento dei nostri treni è sottoutilizzato».


panorama

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ragioni&torti di Giancristiano Desiderio

La via di mezzo tra la Lega, il Pd e i 150 km/h cusate, ma tra i 130 e i 150 km/h non si può decidere di adottare i 140? Sarà anche una soluzione banale, ma non capisco proprio perché sulla polemica che è sorta sul limite di velocità da rispettare sulle nostre autostrade non si prenda mai in considerazione la “via di mezzo”, che anche in questo caso sembra essere quella più saggia e più sicura. Il ministro Matteoli accogliendo in parte la proposta della Lega ha sollevato un polverone con il Pd che si è subito schierato contro. Eppure, la soluzione utile per tutti è lì a portata di contachilometri e di tutor: 140 km/h. Ma le soluzioni semplici non fanno per noi. Se non ci complichiamo la vita non siamo soddisfatti. Anzi, se non ci complicano la vita non sono soddisfatti.

S

Così il tema in questione è stato subito arricchito dallo stesso Matteoli che ha introdotto un’ulteriore distinzione: si può andare anche a 150 km/h, ma non tutti: le auto più piccole devono andare più piano. Hai detto niente: e quali sono le auto più piccole? Ho una vettura normale, una Mégane con motore diesel cilindrata 1900 e in autostrada rispetto il limite di velocità prendendomi qualche naturale permesso che, del resto, è tollerato dallo stesso tutor che difatti calcola la velocità media e non la massima, tuttavia sono regolarmente superato da auto non solo di piccola cilindrata, ma anche automobili proprio piccole che potremmo anche chiamare automobiline: le Smart. I proprietari delle Smart credono di poter fare praticamente tutto: non solo utilizzano la loro automobilina in città per la sua indiscutibile comodità, ma soprattutto per la facilità di parcheggio. Praticamente chi ha una Smart ritiene di avere uno scooter e quindi parcheggia ovunque: su un tombino, su un lampione, su pianerottolo di casa vostra. Tanto è una Smart: è piccola e va dappertutto. Ma il proprietario della Smart pensa che la sua automobilina sia anche una sorta di auto di Batman, crede che abbia delle speciali caratteristiche che si innescano al momento opportuno, quando servono. Tra queste c’è anche l’alta velocità: così mentre siete in autostrada sui 140 km/h in corsia di sorpasso vi accorgete che sopraggiunge un’auto alle vostre spalle che inizia a lampeggiare con insistenza perché cambiate corsia, quindi un po’ stupiti e un po’ infastiditi passate alla corsia di mezzo, fate passare e con ulteriore stupore vi accorgete che il bolide che avevate alle spalle era la piccola Smart che evidentemente monta il motore di una Lamborghini. Allora, se portiamo il limite di velocità a 150 km/h, le Smart a quale categoria apparterranno: alle auto grandi o alle auto piccole? E se verranno “declassate” alla categoria delle auto piccole, chi lo spiega ai proprietari delle onnipotenti e rivoluzionarie Smart che devono mordere il freno? Per evitare la rivolta degli “smartisti” la soluzione dei 140 km/h è perfetta.

Bmw, addio all’idrogeno Il futuro è l’auto elettrica Rivoluzione politica e industriale per il colosso tedesco di Renato Calvanese a schiera dell’idrogeno scricchiola e perde un altro dei suoi campioni. La Bmw, l’azienda che fin dagli anni Settanta lavorava al progetto dell’auto a zero emissioni, ha annunciato lunedì che abbandonerà i test per la costruzione di automobili di lusso alimentate a idrogeno. Il compito di diffondere la notizia è stato affidato a Klaus Draeger, responsabile del gruppo automobilistico tedesco per lo sviluppo di questa tecnologia, che in un’intervista rilasciata al quotidiano economico tedesco Handelsblatt ha dichiarato «Per ora non ci sarà una flotta di prova di motori alimentati ad idrogeno». Fine della corsa.

L

E così dopo Ford, Puegeot, General Motor, Nissan, Volkswagen e la Ballard power system, principale azienda fornitrice di celle a combustibile delle motor company di tutto il mondo, anche la casa bavarese si ritira dalla competizione sull’idrogeno per concentrarsi sul più promettente e sussidiato mercato dell’auto elettrica. All’ultimo salone di Francoforte qualcosa si era capito: in un intero padiglione dotato addirittura di una pista sopraelevata e pieno zeppo di concept elettriche, la Bmw non aveva trovato neanche un angolino dove ficcare l’Hydrogen 7, il primo veicolo a idrogeno liquefatto prodotto al mondo. Da anni a un passo dall’uscita in commercio, finora è stato prodotto in soli cento esemplari, nessuno dei quali venduto: sono stati tutti regalati e affidati alle cure amorevoli di personaggi del calibro di Brad Pitt, Cameron Diaz, Edward Norton per i loro giretti in macchina nel weekend. La ritirata delle case automobilistiche segue soltanto di poco quella effettuata dalla politica, ormai infatuatasi dell’auto elettrica. Il passaggio all’era delle batterie al litio e il definitivo abbandono dei sogni all’idrogeno è stato sancito dalle recenti dichiarazioni del segretario americano all’Energia, Stephen Chu: «I veicoli a celle a combustibili non saranno disponibili prima di dieci o venti anni» ha affermato. Troppo tardi per un mondo e per un’amministrazione come quella guidata da Obama, così sensibile alla catastrofe climatica. In un articolo pubblicato il 14 maggio sul MIT’s Technology Review, l’obamiamo Chu ha spiegato chiaramente i quattro motivi che giustificano lo scetticismo sulle possibilità immediate dell’idrogeno. Primo: non esistendo l’idrogeno in natura il modo più semplice di produrlo è dal gas natu-

rale con gran dispendio di energia; secondo: ancora non esiste un buon sistema per immagazzinare l’idrogeno; terzo: le fuel cell non sono ancora pronte; quarto: non esiste un sistema di distribuzione dell’idrogeno. «Se hai bisogno di quattro miracoli tecnologici - scriveva il segretario Chu - il successo è improbabile. Per diventare santi servono solo tre miracoli», e la cosa è già abbastanza complicata.

L’ultimo fortino dell’idrogeno si trova dall’altra parte del Pacifico rispetto all’America, in quell’isoletta vulcanica chiamata Giappone. L’evangelista più determinato dell’era dell’idrogeno è da sempre Honda che dal 1999 trascina in giro per il mondo i suoi prototipi a celle a combustibile. Solo nel 2009 è riuscita a consegnare i primi esemplari della sua FCX Clarity ad una decina di clienti californiani che possono permettersi un leasing di seicento dollari al mese per una macchina che dopo tre anni non potranno riscattare. In realtà anche gli sforzi sull’idrogeno di Honda si sono fatti più tiepidi. Già nel 2007 il presidente Takeo Fukui dichiarava: «Io penso che il livello della tecnologia dell’idrogeno per autotrazione diverrà disponibile per un uso diffuso verso il 2018». Da quel momento Honda ha moltiplicato gli investimenti sui motori ibridi, e concentrato la ricerca sulle potenzialità dell’elettrico. La rivale Toyota, sfidando la previsione di Fukui, di recente ha annunciato l’uscita di un suo modello a celle a combustibile per il 2015. Ma prima di impegnarsi su altri fronti tecnologici la motor company giapponese deve prima di tutto rientrare dell’investimento colossale fatto sull’auto ibrida, rientro minacciato dal recente arrembaggio dell’auto elettrica. Da una parte quindi cerca di spiegare al pubblico che l’auto elettrica è inefficiente, dall’altro si affida ai proclami per convincere la politica a non spendere soldi nell’elettrico, di accontentarsi per ora dell’ibrido Toyota, perché l’idrogeno è ormai alle porte. In realtà neanche Toyota sembra aver risolto l’unico problema serio dell’auto a idrogeno: non tanto se si riesca tecnicamente a realizzare delle fuel cell dove stoccare il combustibile, produrre elettricità e far entrare tutto questo apparato in una macchina, quanto piuttosto se si riesca a realizzare un’auto e un’infrastruttura a idrogeno a prezzi accessibili. La risposta finora è stata sempre la stessa: no.

Ormai restano solo i giapponesi di Honda e Toyota a progettare veicoli con quella alimentazione alternativa


panorama

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L’azienda è ancora incerta se sostituirlo con un nome di spicco o un giovane professionista da lanciare ex novo

Matrix non va, Vinci nemmeno A picco gli ascolti del talk show di Canale 5. Per la Rete è colpa del conduttore di Francesco Capozza

ROMA. Pensare a Porta a porta senza Bruno Vespa? Impossibile. Un po’ come immaginare Roma senza il Colosseo. Ovvero Matrix senza Chicco Mentana. Eppure, nonostante il divorzio sofferto con Enrico il “mitraglia” (geniale soprannome affibbiato a Mentana ai tempi della sua esperienza in Rai), i fiumi d’inchiostro versato - e spesso sprecato - sull’addio dell’ex direttore del Tg5 a Mediaset, i vertici dell’azienda che fa capo alla famiglia del presidente del Consiglio avevano deciso di andare avanti con la messa in onda del principale prodotto d’intrattenimento giornalistico della Tv privata, affidandone la conduzione al brillante Alessio Vinci, proveniente direttamente da Cnn. A parte un inizio non proprio schioppettante, ma comunque dai risultati accettabili visto il brusco cambio di conduzione in itinere, negli ultimi mesi Matrix ha registrato un netto calo degli ascolti. Basta guardare i dati. La stretta attualità del fuorionda “rubato” a Gianfranco Fini, ha quasi inevitabilmente drogato la serata televisiva del primo dicembre. Complice la fortunata coincidenza, la messa in onda di Ballarò ha attirato tutto il pubblico interessato a questa nuova vicenda. Le curve degli ascolti non mentono e in termini di valori assoluti si può notare come la curva s’impenni già alla partenza del programma condotto da Floris. La linea

passa infatti dal milione circa di telespettatori delle ore 21 fino ai 5.500.000 delle 21.17. Nella seconda serata netta vittoria di Porta a porta con un picco del 25% di share. Scarsissimo, invece, il risultato di Matrix, che naviga o per meglio dire galleggia fra il 5 ed il 10%.

Passano pochi giorni e dopo mesi di ascolti in costante calo, la puntata di Matrix trasmessa in diretta per la sen-

tenza ai danni di Amanda Knox e Raffaele Sollecito ottiene il risultato di 1.574.000 telespettatori e il 19,06% di share. Per la prima volta il programma di Alessio Vinci ottiene un risultato in linea con quelli del predecessore Mentana. A spingere Matrix, più che il fascino del talk di Canale5, il tema della serata. Ma quello sulla rete ammiraglia Mediaset era il solo programma ad occuparsi del caso Meredith sui canali in chiaro. L’unica alternativa era il satellite con SkyTg24. Basta però tornare ai dati di appena due giorni prima ed ecco che lo share di Matrix si attesta solo sul 9%.Voci interne all’azienda ci confermano come questa tendenza abbia creato un vero e proprio caso a Canale5. Il risultato realizzato dalla puntata su minareti e crocifissi avrebbe infatti fatto scattare l’allarme rosso tra i dirigenti del Biscione. Addirittura sarebbe tornata in auge la possibilità di ridurre le messe in onda a favore di un inserimento del Chiambretti Night sulla prima rete di Mediaset. Nonostante le rassicurazioni di Piersilvio Berlusconi che, stuzzicato dai giornalisti sul fallimento di Vinci ha di recente assicurato che nulla sarebbe cambiato, oggi un assetto diverso sembra essere una necessità.

L’erede di Enrico Mentana non è quasi mai riuscito a prendere in mano le redini della trasmissione

Enrico Mentana, piaccia o meno, era riuscito a caratterizzare in maniera

ben precisa il proprio salotto politico, risultando fortemente concorrenziale nei confronti della “terza Camera” messa in piedi da Bruno Vespa sulla prima rete della Tv di Stato. Alessio Vinci non è riuscito, invece, a fare lo stesso e a prenderne in mano le redini in maniera corretta. Con ogni probabilità, la sintesi migliore delle ragioni alla base dell’insuccesso sono rintracciabili in quel fastidioso ma incontrovertibilmente azzecato nomignolo sfornato da Roberto D’Agostino che non si crea troppi problemi nel “rinominare” Alessio Vinci CatAlessio. Tra l’altro, il fatto che un salotto politico debba ricorrere alla puntata “ludica” del venerdi per sperare in un recupero last minute degli ascolti, risulta francamanente imbarazzante. L’ipotesi di declassare Matrix su Italia1 significherebbe la resa di Canale5 per l’informazione giornalistica. Motivo per cui a molti dirigenti (in primo luogo, pare, a Mauro Crippa, direttore generale news di Mediaset) appare imminente e indispensabile un cambio di conduzione. Chi andrà a Matrix? Difficile da dire. L’azienda è ancora incerta. Nome di spicco (circola quello di Maurizio Belpietro) o in alternativa un giovane professionista da lanciare per segnare un definitivo distacco dal passato. Scelta quest’ultima che viene valutata con attenzione per evitare il ripetersi di un Alessio Vinci Bis.

Nomine. Il Pse lascia un posto libero nella direzione: andrà agli uomini di Bersani, se si decideranno

Pd, una poltrona vuota in Europa di Marco Palombi

ROMA. Alla fine c’è una sedia vuota. Non per banalizzare – anche se un po’ è necessario – ma pare che la collocazione europea del Partito democratico sia simbolicamente riassunta in uno degli strumenti tipici della Gestalt, la terapia messa a punto da Friz Perls negli anni Cinquanta. Tre sedie. Una per il paziente, una per il terapeuta e una, appunto, vuota: il lavoro analitico si fa proprio sulla relazione tra il paziente e qualunque interlocutore, reale o meno che sia.

Non si sa se Pierluigi Bersani voglia iniziare un percorso di questo genere, fatto sta che il Partito socialista europeo – riunito a congresso a Praga – gli ha messo a disposizione appunto una sedia vuota nell’ufficio di presidenza del partito per darsi da fare con la terapia. I fatti: i pochi appassionati della vicenda ricorderanno che l’annosa questione di che genere di animale fosse il Pd nelle famiglie politiche europee si trascina da ben prima che esistesse il partito stesso. A Strasburgo la faccenda è stata risolta senza stare troppo a sottoliz-

zare: il Pse ha concesso il cambio di nome del gruppo in Alleanza dei socialisti e dei democratici e Dario Franceschini, all’epoca segretario, mandò i suoi a sedere coi socialdemocratici (parola comunque impronunciabile per Rutelli, che infatti adesso s’è dato). Se in Parlamento, però, è possibi-

Per D’Alema pare sia pronta la guida del Global progressive forum, il think tank internazionale di socialisti e democrats le cavarsela all’ingrosso, il partito è un’altra faccenda: il Pd non è entrato nel Pse e al Congresso figurava solo come «ospite».

Ovviamente - quando s’è trattato di assegnare i posti nell’ufficio di presidenza niente Pds o Ds e niente “democratici”, solo il socialista, nel senso di Psi, Luca Cefisi. Modello pre-1992. Ora, quindi, il posto finora occupato da Luciano Vecchi in quota

Quercia, è vacante, in attesa che i democratici decidano se stare dentro o fuori dalla famiglia socialista (per gli ospiti, d’altronde, si lascia al massimo un posto vuoto). Nel frattempo Massimo D’Alema partecipa, ma «a titolo personale», alle cene dei leader e gli viene offerta la guida del Global progressive forum, il think tank che – nei sogni brussellesi – dovrebbe fare da ponte tra i socialisti europei e i “democrats” di Obama. Bersani, invece, ha fatto sapere ai congressisti che serve «un nuovo pensiero progressista»; Fassino ha spiegato loro che stavano dando un contributo «all’avvio del cantiere progressista»; e infine Susta (vicepresidente dell’eurogruppo, ma ex Dl) s’è lamentato dello «stridente silenzio» praghese proprio sulla faccenda del cantiere. Come si vede i democratici già cominciano a parlare alla sedia vuota.


il paginone

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l primo grande dramma romano di Shakespeare fu scritto nel 1594, ed è ambientato nell’epoca delle terribili guerre gotiche, nel VI secolo d.C., in quella che è stata definita la «Roma dei secoli oscuri». E certo bisogna subito dire che tale realtà si addice assai bene a questo straordinario esordio, che con il retaggio di Seneca e di Ovidio, il Bardo ci regala in maniera terribilmente goliardica, ironica e, a tratti, anche leggera. Tito Andronico è un testo in cui la barbarie viene descritta in maniera anche divertita, sorniona, ma che poi non esita a farsi sentire nel modo più tragico. Così un aspetto che ci sembra non sia stato ancora evidenziato dalla critica è che proprio il Titus rappresenti un contraltare, in senso drammaturgico, della grande opera che S. Agostino scrisse al cospetto dell’invasione romana da parte del Re Visigoto Alarico, la celebre Città di Dio.

I

Dietro alla disperazione dei personaggi di Shakespeare c’è un primo grido esistenzialista - che proviene dall’Africa e nel contempo dalle regioni dei Goti, proprio come nella storia in oggetto - che l’africano Vescovo di Ippona aveva certo assai bene intravisto. E non a caso nel Titus appare anche il primo personaggio di colore shakespeariano, il gagliardo negro Aaron, amante della bellissima regina dei Goti Tamora, già madre di tre figli, che poi anche lui mette incinta divenendo padre di un bellissimo moretto, «brigante d’un labbrone». In questa Roma allo sfascio, sfibrata dalle lotte fra il partito di Saturnino e quello di Bassiano, assisteremo ad una guerra intestina che rischia di annientare le stesse istituzioni civili. Quando infatti torna vincitore il grande generale Tito Andronico, padre di 25 figli, che ha sconfitto i Goti e fatti prigionieri la Regina e la sua infida compagnia, non si trova in una situazione di minore barbarie. Tanto che viene costretto ad uccidere uno dei suoi figli, Muzio, solo perché schieratosi per un momento dalla parte Bassiano, che ha rapito Lavinia al rivale politico Saturnino. Ma dei 25 figli di Tito, già la metà erano morti. E tuttavia proprio al cospetto di tale orrore, subentra in scena quello che è forse il personaggio più importante dal punto di vista politico, il fratello di Tito, Marco Andronico. Questi appare subito come una sorta di moderator, un politico che tenta di elevarsi super partes proprio per salvaguardare la stessa possibilità del vivere civile. Ma la barbarie non si arresta, e proprio Marco è costretto ad una delle più crudeli agnizioni del

dramma, quando trova la nipote Lavinia, violentata dai figli di Tamora che, per vendetta dell’uccisione del fratello Alarbo, le hanno pure mozzato le mani e tagliato la lingua: tanto che per rivelare il delitto sarà costretta a scrivere i nomi dei suoi stupratori attraverso un ramo che riesce a muovere con i denti!

S’intravede subito la tematica di fondo che anima Shakespeare e la sua concezione della storia: questa è mossa principalmente dalla vendetta, dal concetto stesso della vendetta che, memore della terribile vicenda del Tieste di Seneca, assurge in realtà a motore stesso della storia. La storia romana, quindi la storia occidentale tutta, è essenzialmente una “Storia di Vendetta”. E in questo Shakespeare si fa interprete insuperato di quella serie di revenge tragedies che, da Thomas Kyd a Cyril Tourner, hanno animato il teatro elisabettiano. Altro che Shakespeare “drammaturgo del perdono”, come hanno scritto Urs Von Balthasar e recentemente Pietro Boitani. Il Bardo perviene sicuramente alla meditazione e alla messa in atto del perdono, ma ci arriva solo nell’ultima fase delle sue opere, nelle romances.

Nel testo la barbarie viene descritta in maniera anche

La vendetta

È il tema che ricorre in molte delle sue opere. A cominciare dal primo, grande dramma romano “Tito Andronico” di Franco Ricordi Prima, e in maniera più che evidente, la vendetta è quasi una costante tematica e ideologica dei suoi drammi. Tanto che proprio qui appare per la prima volta la Vendetta personificata: nel V atto la regina Tamora si reca in casa di Tito Andronico intenzionalmente travestita da “Dea Vendetta”, insieme ai due figli Demetrio e Chirone che rappresentano ri-

A fianco, la copertina del dramma di William Shakespeare “Tito Andronico”. In basso, un fotogramma dell’omonimo film, tratto dall’opera del drammaturgo inglese. Nella pagina a fianco, un ritratto di Shakespeare. In alto a destra, un disegno di Michelangelo Pace

spettivamente lo Stupro e l’Omicidio. Tamora cercherà di ingannare ulteriormente il generale, ma stavolta sarà lui a vendicarsi nel modo migliore: anzi interpreterà la “Dea Vendetta” nella maniera più consona alla tradizione occidentale, da Tieste alla vicenda del Conte Ugolino. Riuscirà infatti a trattenere in casa i figli della Regina dei Goti, li ucciderà, li farà a pezzettini e poi - e qui si avverte lo straordinario volo ironico e anche post-moderno di Shakespeare - ne farà uno squisito pranzo di polpette che, vestito rigorosamente da cuoco, offrirà alla perfida Regina. Ecco insomma spiegato perché evidentemente nella letteratura occidentale, sussiste una possibilità particolare di interpretare e ricorrere alla vendetta nel suo grado estremo: far divorare i figli ai propri nemici. E Shakespeare certo lo intuisce bene, e lo concepisce con altrettanta maestria, nell’improvvisazione culinaria del vecchio generale. E a questo eccesso fa eco la maledizione di Aaron che proferisce nel V atto: «Che la Vendetta vi stermini tutti!». La storia romana, sembra dirci l’Autore, si muove soltanto attraverso un grande meccanismo di offesa e conseguente vendetta, e se ne accorge anche il moderato Marco quando nel IV atto si inginocchia insieme al fratello e al nipote elevando una preghiera di vendetta.

E memorabile ci appare anche l’episodio in cui, insieme al fratello Tito, Marco uccide un grosso e fastidioso moscone. Il generale è talmente esasperato dal dolore che reagisce in maniera sorprendente: «Uccidere! Uccidere! Tu mi uccidi il cuore; ho gli occhi consunti dallo spettacolo della violenza». E a Marco che replica «ho solo ucciso una mosca», Tito risponde esasperato:

Qui la storia romana è essenzialmente una “Storia di Vendetta”. E in questo il Bardo si fa interprete di quella serie di revenge tragedies che hanno animato il teatro elisabettiano «Che pure era nata di padre e di madre. Ora aprirebbe le sue leggere ali d’oro, vagando qua e là per l’aria col suo malinconico ronzio. Una povera mosca innocua che con la sua sottile melodia era venuta forse a distrarci un attimo: e l’hai uccisa!». Marco si giustifica col fatto che il moscone nero gli ricordava il terribile Moro Aaron, e allora Tito lo scusa, e anzi rincara la dose di violenza facendo ulteriormente a pezzettini la mosca. Una scena as-


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divertita, sorniona, ma poi non esita a farsi sentire nel modo più tragico

di Shakespeare

Il drammaturgo, nel tempo, sicuramente perviene alla meditazione e alla messa in atto del perdono. Ma ci arriva solamente nell’ultima fase delle sue opere, cioè nelle «romance». surda, proto-esistenzialista, ma che soprattutto ricorda la descrizione teatrale della peste di Artaud che certo, nel suo Teatro della Crudeltà, deve aver tenuto presente questa situazione: la distruzione causata dalla peste è, per Artaud, l’essenza stessa del teatro. L’orribile gratuità dei gesti inconsulti che si descrive fra gli appestati, il figlio che uccide il padre o il casto che sodomizza i vicini, l’avaro che getta oro dalla finestra e il lussurioso

che diviene puro, tutto ciò è conseguenza di quella epidemia chiamata “peste”: e in tal senso l’attore e l’appestato rappresentano la medesima realtà ontologica, una epidemia, una malattia mortale che non si riesce ad eliminare.

È proprio questa situazione che Shakespeare ha creato nel Tito Andronico, penetrando in maniera ludica, goliardica ancorché tragica, la quintessenza del teatro come epidemia di vendetta. E non c’è grand guignol, non c’è compiacimento macabro da teatro ottocentesco; c’è invece una ricerca disperata della quintessenza teatrale, che Shakespeare intuisce fin da questa sua prova giovanile, e che solo Artaud sarà in grado di recuperare nel Novecento. C’è uno sprofondamento ludico nella quintessenza del teatro, nelle sue forze dissestanti e crudeli, nel trauma dell’impatto che riesce a coinvolgere gli spetta-

tori nell’agone dionisiaco e massacrante.

E non è un caso che Artaud abbia citato nei suoi scritti proprio la Città di Dio quando, volendo penetrare e ripensare il teatro, ricorda l’emozionante passo del primo libro in cui Agostino si scaglia contro gli spettacoli, elogiando con la sua forte passionalità il console Scipione Nasica, che aveva fatto ricoprire di terra tutte le cavee degli anfiteatri. Tito Andronico è anche un viaggio divertito in questa essenza crudele della teatralità, qualcosa che sconvolge la stessa identità dell’uomo, ma che alla fine risulta in qualche maniera catartica: come nella Poetica di Aristotele la grande tragedia conduce ad una catarsi dello spettatore, così il Titus riesce ad annunciare il primo grande messaggio politico, in senso positivo, del teatro shakespeariano. Infatti Marco e Tito riusciranno ad allearsi con i Goti che si sono ribellati alla loro Regina e attraverso il comando di Lucio, primo figlio di Tito, muoveranno l’attacco definitivo alla Roma di Saturnino che nel frattempo, nonostante i trascorsi erotici dell’esuberante Tamora, l’ha voluta comunque prendere per moglie. Essa viene uccisa da Tito, nella scena del banchetto dove è costretto a uccidere anche la sventurata figlia Lavinia, ed è a sua volta ucciso da Saturnino. A questo punto, anche con l’aiuto di una fede che viene contrapposta intenzionalmente all’assoluta a pervicace anarchia e scelleratezza di Aaron, il partito dei “giusti” si fa strada, e alla fine sbaraglia gli invasori. Finalmente lo Stato può riprendersi: su tutti viene fatta giustizia e Aaron viene condannato ad essere interrato fino al petto, a consumarsi di rabbia e di fame. Ma lui non si arrende, e lancia la cattiveria e l’anatema finale: «Diecimila volte peggio di quel che ho fatto farei, se potessi». Un vero e proprio insulto al pubblico, una linguaccia goliardica di fine recita, per rimarcare il carattere (anche simpatico, alla fine) di questo grande villain. Soltanto adesso, che Lucio è stato acclamato nuovo Imperatore, Roma può considerarsi nuovamente fondata. Non a caso Marco la paragona a Troia, ferita dall’interno, ma in tal caso capace di risorgere. Insomma, un grande testo, compiuto e compatto anche se con qualche imperfezione e giovanile follia. Shakespeare intuisce qui per la prima volta quello straordinario “spazio teatrale” che è la nostra Città Eterna, non soltanto come retaggio politico ma anche religioso, e ci regala un geniale affresco metastorico.


mondo

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Copenhagen. I negoziati sul taglio delle emissioni sono ancora in corso, ma la finanza già si prepara con delle Borse ad hoc

Supermarket gas serra Solo nella Ue l’asta delle quote può generare un fatturato di 50 miliardi di euro l’anno di Maurizio Stefanini egli Stati Uniti si stima che entro il 2020 potrebbe crearsi un mercato tra i 300 e i 2000 miliardi di dollari. Per la stessa data l’Unione Europea prevede che la vendita all’asta delle quote potrebbe generare entrate per 50 miliardi di euro all’anno. La Banca Mondiale ha calcolato per intanto una crescita a livello planetario dai 10.908 miliardi di dollari del 2005 ai 31.325 del 2006 e ai 64.035 del 2006. A partire da questo concetto è nata addirittura una nuova branca dell’economia: la Carbon Finance. E, con essa, anche delle vere e proprie Borse: la Chicago Climate Exchange, creata nel 2003; il Marché climatique de Montréal , lanciato nel 2005; European Climate Exchange di Londra, anch’esso funzionante dal 2005. Sembra l’uovo di Colombo, per conciliare economia e ambiente. Ma negli Stati Uniti la Chicago Climate Exchange si è dedicata a sviluppare le piazze di Montréal e Londra proprio perché in patria mancava un quadro normativo, che tuttora mal-

N

grado l’impegno di Obama è bloccato al Senato. In Australia un progetto locale è appena stato bloccato per almeno un altro anno. E a Copenhagen un blocco tra Cina, India, Brasile e Sudafrica si è presentato con un documento uno dei cui obiettivi è appunto quello di bloccare alcuni dei principi base di questo schema.

Emissions trading è il nome in inglese: in italiano normalmente reso con “mercato delle emissioni”, o “mercato dei diritti d’emissione”. Ma in inglese si dice anche Cap and Trade:

mento tollerabile. Poi dividerla in “quote”. E dopo ancora assegnare queste quote in parti eguali a chi opera nei settori che producono queste emissioni inquinanti: gratis, nel modello europeo attuale; a pagamento, in quello che hanno in mente negli Stati Uniti. A quel punto, ci sono quattro alternative. Primo: ci si dota delle tecnologie tali per restare nella quota assegnata; che, evidentemente, costa. A quel punto, però, se si è tanto bravi da inquinare addirittura di meno del consentito, si può rivendere le quote utilizzate a chi non ce

Come prima cosa bisogna calcolare il tasso di smog tollerabile. Poi dividerlo in parti da assegnare in misure eguali a chi opera nei settori a maggior tasso di inquinamento qualcosa come “Limita e Commercia”. L’idea venne tra 1967 e 1970 a Ellison Burton e William Sanjour, che svilupparono per la National Air Pollution Control Administration degli Stati Uniti un complesso modello di simulazione microeconomica attraverso un uso pionieristico dei computer. E, alla base, è semplice. Non si può vietare del tutto l’inquinamento, e neanche serve, perché la natura ha dei meccanismi naturali per autoripulirsi. Ma oltre un certo limite, questi meccanismi non ce la fanno più. Bisogna allora come prima cosa calcolare la quota di inquina-

la fa a starci o a chi non vuole investire in tecnologie più pulite: che è la seconda alternativa. L’importante è che il volume delle emissioni complessive resti sempre quello. La terza possibilità è di compensare il sovrappiù finanziando attività che aumentano la capacità di autoripulitura della natura in proporzione equivalente. La scelta più comune è di piantare alberi o di aiutare a salvaguardarli. Ma un recente servizio dedicato da Bloomberg al tema ha ad esempio ricordato la Land Rover, che ha distribuito nelle aree rurali ugandesi un tipo di cucine economiche meno inquinanti di quelle precedentemente in uso.

Infine, quarta alternativa, se proprio si è tanto pigri e incapaci da non poter fare altro, si paga una multa, che servirà da un lato a disincentivare questa pigrizia, e dall’altro a ripagare le spese di “ripulitura” che dovranno essere fatte dal settore pubblico. L’Unione Europea ha fissato per i primi tre anni in 40 euro la tonnellata l’ammenda da pagare: a chi eccedeva le quote stabilite il 28 febbraio 2005 in base a quella direttiva 2003/87 che era partita il precedente primo gennaio, per tutte le imprese operanti nei settori di energia, siderurgia, minerali, ceramica e carta. Ma poi si è

passati a 100 euro. Anche in Nuova Zelanda uno schema analogo è stato formalmente introdotto, con una legge del 10 settembre 2008. Ma in concreto la sua partenza è stata ritardata, in attesa che una commissione parlamentare ne determini le modalità concrete di realizzazione.

Quanto a quegli Stati Uniti dove l’idea era stata elaborata, il primo schema nacque in base al Clean Air Act del 1990, per combattere le piogge acide. E tutte le valutazioni dicono che ha funzionato: meno 50% di emissioni tra 1980 e 2007; e meno 80% di costo per arrivare a questo risultato. Ma da allora questo pionieristico mercato di emissioni è rimasto l’unico a livello nazionale. Invece,

naio del 2009. Pure dal 2003 la Chicago Climate Exchange ha iniziato a trattare emissioni di Co2 da parte di imprese che sono andate in Borsa volontariamente, per farsi un’ambita pubblicità di società eticamente e ecologicamente responsabili. Nel 2007 la California ha approvato una legge per un mercato delle emissioni integrale. Pure nel 2007 sette Stati Usa e quattro province canadesi hanno creato una Western Climate Initiative sui gas serra. E, fuori dal Nord America, un’altra iniziativa locale è stata quella realizzata nel 2003 dallo Stato australiano del Nuovo Galles del Sud. Ma la lobby della grande industria Usa, spaventata per costi di adeguamento che secondo alcuni avrebbero potuto inghiottire fi-

Il Brasile, che gode dell’Amazzonia, chiederà che la possibilità di “compensare” piantando o salvaguardando alberi fuori dai propri confini sia limitata drasticamente a non più del 10 per cento sono partiti alcuni schemi a livello locale. Nel 1997, in particolare, l’Illinois ha avviato un programma per la riduzione dei composti organici volatili nell’area di Chicago. E non a caso, proprio in quella città è nata la già citata Borsa. Poi dal 2000 si è estesa a altre 100 fonti di inquinamento in otto contee, sempre dell’Illinois. Nel 2003 dallo Stato di New York è partito uno schema per il diossido di carbonio esteso ad altri nove Stati nel Nord-Est, effettivamente partito il primo gen-

no al 45% dei profitti, ha sempre fatto lobby contro l’introduzione di un mercato nazionale comprensivo.

Così come aveva fatto lobby contro la ratifica di quel Protocollo di Kyoto del 1997, che un tale schema avrebbe dovuto in teoria rendere obbligatorio. Anche se poi nei fatti è stata solo l’Unione Europea a muoversi. Finché il 17 novembre del 2008 Obama non ha annunciato quella proposta di legge che è stata poi approvata a giugno


mondo

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Barroso ridimensiona i risultati della conferenza: nessun accordo vincolante

Ma il business verde lo ha già vinto Obama di Enrico Singer al vertice di Copenhagen uscirà soltanto una bozza, un’intesa politica. «Non aspettatevi accordi vincolanti. Non ci sarà nessun nuovo porotocollo», ha detto ieri il presidente della Commissione europea, Manuel Barroso, gelando le speranze dei più ottimisti sull’esito della conferenza dell’Onu sul clima che è in corso nella capitale danese. Ma se i risultati si annunciano più di facciata che di sostanza, una cosa è già sicura e testimoniata dalle cifre: gli Stati Uniti stanno vincendo la grande guerra industrial-commerciale del Ventunesimo secolo, quella del business verde. E l’Europa, che ha firmato gli impegni di Kyoto quando Washington e Pechino non ne volevano nemmeno parlare, rischia di giocare ancora una volta il ruolo della mosca cocchiera. Sempre all’avanguardia nella teoria e nelle buone intenzioni, sempre ad inseguire nella pratica, quando si tratta di produrre e applicare le nuove tecnologie. Perché si può dire che la green economy è stata inventata dagli europei, ma porterà i suoi frutti intesi come miliardi di dollari o di euro - nelle casseforti delle corporations americane.Tanto che le possibilità di successo della conferenza di Copenhagen sono legate anche - se non soprattutto - alle possibilità di guadagno che la produzione di beni e servizi a basso impatto ambientale fa intravedere. La prova migliore, al di là delle dichiarazioni di Barack Obama, sono gli stanziamenti che il presidente ha aumentato del 34 per cento nel bilancio 2010 per sostenere le tecnologie ecologiche. O meglio, eco-sostenibili.

D

dalla Camera dei Rappresentanti ed è ora in discussione dal Senato. Ma lo ricordate quel film in cui Eddie Murphy diventava deputato e gli chiedevano di schierarsi su una discussione a proposito di tariffe doganali sullo zucchero, spiegandogli che c’erano soldi in vista? «E per chi devo votare?». «Per chi ti pare. Se voti per i dazi, pagano i produttori di zucchero. Se voti contro, pagano i produttori di dolciumi». In quel caso la scelta era contro: «mi piacciono i dolciumi!».

Ma adesso stanno avendo invece un effetto controproducente i centinaia di milioni di dollari che sta investendo in Senato la lobby dei bancari: per far togliere il divieto a utilizzare nel mercato delle emissioni i derivati, posto da una Camera dei Rappresentanti ancora scioccata dalla crisi che questo tipo di strumenti finanziari ha di recente provocato. Dunque, si calcola che la discussione rimarrà bloccata almeno fino all’anno prossimo. Pure il Senato australiano ha rinviato di un anno la legge proposta dal governo laburista, malgrado si fosse proposto di escludervi il settore primario. Può sembrare incredibile, ma in Australia e Nuova Zelanda la principale fonte di emissioni è rappresentata dai gas prodotti nella digestione dalle immense mandrie di bestiame locali. E poi c’è il Brasile. Non solo chiederà che la possibilità di “compensare” piantando o salvaguardando alberi fuori dai propri confini sia limitata dra-

sticamente a non più del 10 percento: un modo per evitare che l’immenso potenziale dell’Amazzonia brasiliana sia utilizzato per sostenere la crescita produttiva di Paesi concorrenti, piuttosto che quella nazionale.

«Se davvero temono tanto l’inquinamento, taglino le emissioni in casa loro», ha detto il ministro dell’Ambiente Carlos Minc, nello spiegare che il Brasile intende a sua volta utilizzare i progetti di riforestazione amazzonica per raggiungere un 38-42 per cento di emissioni in meno entro il 2020, senza dover per questo compromettere uno sviluppo industriale sempre più vorticoso. Nel contempo, il Brasile ha pure convinto Cina, India e Sudafrica a sottoscrivere un documento in base al quale a Copenaghen si opporranno compatti a tutti gli obiettivi proposti dai Paesi sviluppati: sia il dimezzamento delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2050; sia il picco mondiale delle emissioni entro il 2020; sia il tetto massimo dei 2 gradi di riscaldamento globale in più rispetto ai livelli preindustriali. Per questo, nel presente momento gli operatori sui mercati delle emissioni sono più nervosi che mai. Se a Copenhagen e a Washington va in un certo modo, questa può essere l’occasione per far definitivamente decollare il nuovo grande business del millennio. Ma se va invece nel modo opposto, il rischio è che crolli tutto come un castello di carte.

mesi ha installato 8.300 megawatt di impianti eolici, un primato storico, seguita dalla Cina con 6.300 megawatt di energia prodotta dal vento. Arranca un po’ indietro l’Unione europea, che pure si è proposta come modello di virtù per avere sottoscritto quasi da sola gli impegni di Kyoto sulla riduzione delle emissioni carboniche. E il discorso si può estendere dall’eolico a tutti gli altri settori del business verde che comprende, oltre alla produzione di energia da fonti rinnovabili, la gestione dei rifiuti, la gestione delle risorse idriche e una nuovissima scienza applicata che gli americani hanno battezzato energy management e che va dalle smart grid (le reti intelligenti), ai sistemi di costruzione eco-compatibili di case private o di grattacieli.

Il boom del comparto verde negli Usa si riassume in queste cifre: dal 2001 a oggi la Borsa americana è cresciuta soltanto del 2 per cento, messa al tappeto dalla crisi finanziaria innescata dal disastro dei mutui subprime,

Nell’ultimo anno l’America ha conquistato il record negli impianti eolici: 8300 megawatt installati. Le azioni delle aziende che producono tecnologie ambientali crescono con tassi a tre cifre

Green economy non significa soltanto riduzione dei gas serra immessi nell’atmosfera dall’industria pesante, dalle centrali termoelettriche o dalle marmitte delle auto: fattori d’inquinamento sui quali anche l’America di Obama vuole procedere con cautela e gradualità per non danneggiare l’economia nazionale, magari favorendo il “mercato delle emissioni”. Il business verde che interessa gli Usa è quello proiettato verso il futuro: è lo sviluppo di tecnologie alternative, più che la - costosa - messa in sicurezza ecologica dei sistemi produttivi esistenti. E c’è un termine - sustainable, sostenibile, appunto - che è diventato il nuovo credo dell’industria di punta americana. Anche perché, come ha scritto il Financial Times riferendo i risultati di un’analisi condotta negli Usa da Hsbc, la produzione di beni e l’erogazione di servizi a basso impatto ambientale ha appena superato i ricavi dei settori della difesa e dell’aerospaziale messi insieme: 534 miliardi di dollari contro 530. La logica del profitto, piegata a fini virtuosi, ha già fruttuto un record agli Usa: l’America negli ultimi 12

mentre nello stesso periodo i titoli delle aziende legate all’eco-business hanno registrato tassi di crescita addirittura a tre cifre: più 339 per cento per il comparto eolico e più 579 per cento per quello solare. Anche grazie ai fondi pubblici destinati all’Epa, la Environment Protection Agency, equivalente americano del ministero dell’Ambiente, che hanno toccato la punta di 10,5 miliardi di dollari con Obama. E si è messo in moto un virtuoso “effetto palla di neve” che - solo per fare qualche esempio - ha portato Wal-Mart a installare pannelli solari sopra i suoi grandi magazzini, la contea di Los Angeles a offrire ai suoi 90.000 impiegati pendolari incentivi per acquistare veicoli ibridi e a progettare secondo regole sostenibili numerosi edifici come il San Francisco Federal Building o il New York City’s Hearst. Tutto con tecnologie americane che presto sbarcheranno in Cina. E in Europa.


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Terrorismo. Cinque auto esplodono vicino alla zona verde: oltre 127 morti e notizie giunte ieri dal Medio Oriente e dall’Asia Centrale devono aver fatto tremare i polsi ai responsabili della diplomazia e della sicurezza a Washington. A Baghdad una serie di attentanti, per il terzo giorno di seguito, ha provocato oltre 120 morti. In Pakistan, nella città di Multan, cuore della cultura punjabi, un attentato alla sede locale dei servizi di intelligence (Isi) si è concluso con 20 persone uccise. In Afghanistan, infine, era attesa la pubblicazione della lista del nuovo governo Karzai. Il Presidente afgano però, pur in coincidenza con la visita a sorpresa del Segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, ha preferito rinviare la dichiarazione. E sempre ieri il generale Stanley McChrystal ha preso parte a un’audizione del Congresso sull’Afghanistan e la nuova surge. Ma torniamo agli avvenimenti devastanti che rischiano di mettere in crisi l’intero sistema della politica estera dell’amministrazione Obama. La sequenza di attentanti in Iraq riporta il Paese a una drammatica situazione di insicurezza. Per il terzo giorno consecutivo, Baghdad è stata scossa da attacchi mirati alla popolazione e alle istituzioni.

L

Ieri cinque bombe sono esplose contemporaneamente, presso una moschea e l’università, ma soprattutto altre due hanno colpito rispettivamente il ministero dell’Interno e quello del Lavoro. Domenica il Parlamento iracheno aveva varato fi-

Strage a Baghdad e l’Iraq torna a tremare Attentati anche in Pakistan, mentre in Afghanistan Karzai non vara il governo di Antonio Picasso

tempo tutti gli analisti locali intervistati dalla tv qatariota sottolineavano l’incompetenza del governo al-Maliki perché esclusivamente concentrato nella raccolta di fondi per la campagna elettorale e quindi disinteressato alle sorti del paese. Il messaggio inviato al premier iracheno può essere facilmente inoltrato alla Casa Bianca, la quale ormai vede nell’AfPak war l’unico e prioritario centro di crisi.

La prima autobomba è esplosa vicino al ministero dell’Interno, la seconda in un parco a est della capitale, la terza all’Università nalmente la nuova legge elettorale, che assegna una maggior visibilità politica alle minoranze etniche e religiose del Paese. In vista delle elezioni legislative previste per il 16 gennaio, poi procrastinate al 23 febbraio, si era trattato del superamento di uno scoglio non indifferente nel processo di normalizzazione politica del Paese. Gli attentanti a questo punto mettono in discussione ogni cosa. Nel pomeriggio di ieri la televisione al-Jazeera dava già la notizia della rinvio del voto al 6 marzo, nel frat-

Altrettanto spiazzante per Washington deve essere stato l’attacco alla sede dell’Isi a Multan. È sempre stato un luogo comune, comunque fondato, quello di vedere nell’intelligence pakistano il trait d’union fra i centri di potere contrari alla partnership fra Pakistan e Usa, e i terroristi talebani attivi nel loro stesso paese. Se l’Isi viene colpito significa che i finanziamenti di 7,5

Il generale McChrystal ha parlato al Congresso

«Io fermerò i talebani» «Sconfiggere al-Qaeda e distruggere le forze talebane». Questa è la promessa fatta ieri a Washington dal generale Stanley McCrystal, comandante in capo delle forze Isaf e Nato in Afghanistan, nel corso di un’audizione della Commissione congiunta per i Servizi Militari della Camera e del Senato del Congresso Usa. Al suo fianco c’era l’Ambasciatore degli Stati Uniti a Kabul, Karl Eikenberry. L’obiettivo della convocazione era capire le nuove strategie operative in seguito alla decisione di Obama di inviare altri 30 mila uomini nella zona di guerra. I primi 16 mila partiranno già all’inizio del 2010. Non deve essere stato facile per McCrystal confrontarsi con l’opposizione repubblicana, ma soprattutto con la corrente più progressista dei democratici. Entrambe si dicono scettiche sulla surge di Obama. Forse è stato anche per risvegliare l’interesse del Congresso a sostenere la

guerra che McChrystal si è esposto con una promessa tanto azzardata. «I primi 18 mesi saranno decisivi», ha sottolineato il four star general. McChrystal così ha fugato le polemiche relative a un suo possibile disaccordo con la Casa Bianca su come chiudere l’Af-Pak war. Tuttavia emergono alcune discrasie in merito. Il Presidente ha concesso i 30 mila uomini richiesti da McChrystal, ma ha aggiunto che nel 2011 inizierà un processo di exit strategy, un concetto ben diverso e molto più concreto rispetto a quei «18 mesi decisivi» indicati dal suo comandante di campo. Contemporaneamente il Segretario della difesa Robert Gates, ieri a Kabul, ha dichiarato che la smobilitazione richiederà molti anni. Nessuno infine si è espresso su come, a livello politico e in termini di addestramento, le autorità afgane riprenderanno il controllo del Paese. Solo Karzai ha fatto un’ipotesi, chiedendo un contributo finanziario e in training militare della durata di 15-20 anni. Una richiesta realistica, ma che collide con l’exit strategy di Obama.

miliardi di dollari previsti dalla Legge Kerry-Lugar in favore di Islamabad sono stati distribuiti in modo tale da far cambiare fronte anche agli avversari interni al governo pakistano. Strictu sensu i servizi segreti pakistani “deviati”sarebbero stati comprati dagli Usa. Questo vorrebbe anche dire che i talebani potrebbero accanirsi ulteriormente in Pakistan, sia contro la popolazione sia attaccando tutte le sue istituzioni governative. Infine il nodo Afghanistan. O meglio, il problema Karzai. Oggi era attesa la nomina del suo governo. nuovo Non è un caso che Gates sia atterrato a Kabul, molto probabilmente per dimostrare il coinvolgimento fisico dell’Amministrazione Obama nell’avvenimento. Il Presidente afgano però ha deciso di modificare l’agenda. Perché? Possibile che la lista dei suoi ministri dopo una lunga campagna elettorale, a quasi quattro mesi dalle elezioni e con l’ombra dei brogli - non sia ancora pronta? Con l’insediamento di Karzai, Hillary Clinton, aveva espressamente chiesto la formazione di nuovo governo afgano composto da personalità competenti e non da signori della guerra o capi tribali. Per tutta risposta, Karzai ha già scelto come suoi vice il tagiko Mihammad Fahim e il generale Abdul Rashid Dostum, entrambi warlord senza ombra di equivoci.

Praticamente

l’esatto

contrario dei desideri di Washington. Obama, come sostanzialmente Bush prima di lui, si trova per la terza volta a credere di gestire un leader afgano secondo i calcoli politici che si possono fare nel contesto asettico della Casa Bianca. Il suo desiderio sarebbe quello di confrontarsi con governi locali - in Afghanistan, ma anche in Pakistan e Iraq - costituiti da tecnici o comunque da personalità politiche non dissimili da quelle occidentali. Questo è l’errore strutturale della politica estera degli Stati Uniti: pensare che sparse nel mondo ci siano tante Washington con cui negoziare e chiudere le trattative nel più breve tempo possibile. Ieri Baghdad e Kabul, ciascuno a suo modo, ha per l’ennesima volta smontato questo sogno americano.


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9 dicembre 2009 • pagina 17

Rammarico di Israele per la proposta di negoziato lanciata dai 27

Il procuratore generale avverte: «La nostra pazienza è finita»

Appello Ue: Gerusalemme sia capitale di due Stati

Iran, il regime ordina 200 nuovi arresti contro l’Onda

BRUXELLES. I ministri degli

TEHERAN. Il governo iraniano ha minacciato nuove e più severe repressioni contro il movimento studentesco, che nei giorni scorsi ha portato in piazza decine di migliaia di persone per protestare contro l’esecutivo guidato da Mahmoud Ahmadinejad. I pasdaran, nella sola giornata di lunedì, hanno arrestato 200 persone nel corso di quella che, secondo i media indipendenti, è stata «la più grande manifestazione degli ultimi mesi». L’avviso di nuove repressioni, emanato ieri dal ministero dell’Interno di Teheran, lascia supporre che il regime degli ayatollah tema un’iniezione di fiducia fra l’opposizione dell’Onda verde, che si era molto calmata nelle ultime

Esteri della Ue hanno lanciato ieri un appello ad Israele perché accetti di negoziare lo status di Gerusalemme come futura capitale sia dello Stato di Israele che del futuro stato palestinese. Il compromesso dei 27, però, non ha soddisfatto - evidentemente per ragioni opposte tra loro - nè gli israeliani, che l’hanno accolta con «rammarico», nè i palestinesi, che hanno espresso «delusione» per un testo considerato troppo debole. La proposta iniziale della presidenza svedese dell’Ue, avanzata la scorsa settimana, menzionava Gerusalemme est, occupata da Israele nel 1967 e formalmente annessa nel 1981, come «capitale di un futuro Stato palestinese». Anticipata dal quotidiano israeliano Haaretz, la proposta aveva provocato tensioni tra gli Stati Ue e reazioni molto dure da parte israeliana, che considera Gerusalemme est parte della sua «eterna e indivisibile capitale» (anche se questo status non è riconosciuto dalla comunità internazionale).

Una settimana di colloqui tra i 27 ha obbligato la Svezia a togliere riferimenti diretti allo status di Gerusalemme est. Nonostante le modifiche, il ministero degli Esteri di Israele ha espresso comunque «rammarico», lamentando che il testo

Strategia anticrisi Usa: via alla seconda fase Obama: «Basta fondi alle banche, ora soldi al lavoro» di Luisa Arezzo hiedo al mio segretario del Tesoro di continuare a utilizzare i rimanenti fondi Tarp (Troubled asset relief program, ovvero i fondi stanziati un anno fa e che miravano a salvare il sistema finanziario americano e il credito alle aziende, ndr.) per facilitare il credito alle piccole aziende». Lo ha detto ieri il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, parlando a Washington alla Brookings Institution, il più antico think tank democratico della capitale e da sempre a fianco dell’Amministrazione Obama. Un piano di stimolo incentrato su tre punti: infrastruttire, piccole imprese ed energia e che potrebbe dunque beneficiare di una quota consistente dei 200 miliardi di dollari “risparmiati” e a cui si potrebbero aggiungere i fondi che molti istituti di credito hanno già iniziato a restituire superata la crisi di Wall Street. Al netto di questo, Obama non ha però precisato quanti di quei 200 miliardi di dollari intende utilizzare per il pacchetto di stimolo per il mercato del lavoro. Ma secondo fonti dell’Amministrazione, solo gli investimenti nelle infrastrutture ammonteranno a 50 miliardi di dollari.

«C

settore delle infrastrutture e dei lavori pubblici (autostrade, ponti, acqua e ferrovie) per sostenere gli sforzi portati avanti per rilanciare l’occupazione e migliorare la produttività americana. Mandando un messaggio anche al vertice di Copenhagen Obama ha detto che l’Amministrazione prevede nuovi incentivi per i consumatori che investono in tecnologie verdi per le proprie abitazioni. «Investimenti mirati nell’efficienza energetica possono aiutare a creare occupazione, consentendo allo stesso tempo ai consumatori di risparmiare».

«Il presidente - precisano dall’amministrazione - chiede al Congresso di considerare un nuovo programma di incentivi per i consumatori che introducono tecnologie pulite nelle loro abitazioni, con l’obiettivo di ricreare quanto accaduto con il programma di incentivi alla rottamazione di auto» che ha avuto un grande successo. Tutte le misure avanzate dal presidente rientrano, sono le sue parole, «nella politica portata avanti non solo per creare lavoro nel breve termine ma anche per rafforzare la competitività delle attività americane, incoraggiare gli investimenti e promuovere le esportazioni». «Non stiamo ancora creando posti di lavoro ad un ritmo che possa aiutare tutte le famiglie - ha detto Obama - che hanno subito l`ondata della recessione. «Ci sono sette milioni di americani in meno che lavorano rispetto all`inizio di questa recessione. E questo vuole dire che c`è un bisogno urgente di accelerare la creazione di posti di lavoro nel breve periodo, e allo stesso tempo di gettare le basi per una durevole crescita economica». Il pacchetto, che potrebbe ammontare a decine di miliardi di dollari, dovrà adesso essere approvato dal Congresso. E certamente potrebbe essere molto utile a far risalire il consenso popolare per la sua presidenza. Un sondaggio di ieri, dava il gradimento di Obama sceso ai minimi: 47%. Un dato che va ad aggiungersi alla perplessità dimostrata dagli americani circa il Nobel per la pace assegnatogli dall’Accademia di Svezia, visto che solo il 26% della popolazione ritiene che se lo meriti.

I finanziamenti previsti per salvare gli istituti serviranno «per creare posti di lavoro e ridurre il deficit pubblico»

non contiene nulla di nuovo, e che non tiene conto delle responsabilità attribuite alla parte palestinese per lo stallo del negoziato di pace. Al contempo però il ministero israeliano si rallegra per il fatto che la dichiarazione si discosta da quella che viene definita «la bozza estremista» sottoposta dalla Svezia e tiene invece conto delle «voci di paesi responsabili ed equilibrati» della Ue. Il ministro dell’Interno d’Israele, Eli Yishai (Shas, destra religiosa) ha ribadito però il ’no’secco del suo governo a qualsiasi ipotesi di suddivisione di Gerusalemme e la volontà di mantenere la città quale capitale unita del solo Stato ebraico.

Nel suo discorso alla Brookings, Barack Obama ha delineato tre principali aree di intervento: aiutare le piccole aziende a crescere e assumere nuovo personale, ammodernare le infrastrutture per i trasporti e rendere le abitazioni più efficienti in termini di consumi energetici. Obama ha inoltre ribadito la volontà dell’Amministrazione di iniziare a varare un piano di risanamento dei conti e a questo scopo intende ridurre il deficit statale della metà entro il 2012. Per le piccole imprese l’amministrazione propone interventi soprattutto di tipo fiscale. Si tratta della capital gain a zero per le piccole imprese per un anno, sgravi per le assunzioni e l’eliminazione delle commissioni per quelle imprese di piccole dimensioni che ottengono prestiti attraverso il programma Small Business Adiministration. Ulteriori investimenti sono stati inoltre annunciati nel

settimane. Invece, i violenti scontri con la polizia in tenuta anti-sommossa hanno dimostrato che la resistenza è ancora decisa a far cadere il presidente, accusato di aver compiuto estesi brogli durante le elezioni presidenziali dello scorso giugno. Inoltre, sembra destare molta preoccupazione anche il nuovo atteggiamento dei manifestanti: nelle strade della capitale sono arrivati a bruciare apertamente dei manifesti che rappresentavano la Guida suprema, Ali Khamenei.

E nella notte, dicono i blog dell’Onda, dai tetti di Teheran sono risuonati incessantemente slogan che inneggiavano a Mousavi, leader dell’opposizione e candidato sconfitto alle urne. Quello che spaventa di più Ahmadinejad, scrive via Twitter una ragazza che ha partecipato alle manifestazioni di lunedì, «è che mesi di arresti e intimidazioni non ci hanno fermato. Certo, la violenza dei pasdaran ci ha costretti a limitare le dimostrazioni pubbliche. Ma non ci bloccheranno». Il procuratore generale Gholam Hossein Mohseni Ejehi ha detto: «Fino ad ora siamo stati clementi, abbiamo dimostrato pazienza e voglia di capire. Da oggi, non sarà applicata più clemenza».


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Media. Diritti d’autore, pubblicità online, mercato dei motori di ricerca e dei browser: una sfida a tutto campo scuote Internet (e non solo)

21th Century Wars Murdoch e Microsoft contro Google In palio: il futuro dell’informazione di Alessandro D’Amato ultima notizia, almeno per il pubblico italiano, in realtà non lo era. Corriere e Repubblica la scorsa settimana hanno titolato aggressivamente «Google si arrende a Murdoch» riportando un’intervista del Wall Street Journal a un funzionario di Big G., John Mueller, nella quale si diceva che la società di Mountain View ha annunun ciato nuovo sistema che consentirà agli editori di obbligare gli internauti a identificarsi e pagare un diritto d’accesso se consulteranno oltre cinque articoli al giorno sul sito Google News. di Trattavasi equivoco, amplificato forse dal desiderio, da parte degli editore, di leggere finalmente la resa di Google ai loro interessi. In realtà Mueller stava parlando di un programma già esistente (il first click free program) che dava agli utenti la possibilità di leggere gratuitamente contenuti che richiedono normalmente la sottoscrizione: «il primo contenuto si può leggere gratuitamente, per gli altri si richiede la registrazione e il pagamento».

L’

La novità annunciata da Mueller si risolveva soltanto nella limitazione a cinque articoli da leggere al giorno: vederci una resa, in tutto ciò, è quantomeno fantasioso. Eppure la situazione non può che essere sintomatico di un clima che sta rapidamente cambiando, e in peggio, tra gli editori e Google; sia dall’altra parte dell’oceano che da questa. Il capofila della guerra è

Rupert Murdoch, che ha deciso di scendere in campo contro chi, a suo parere, gli sta “rubando” lettori e pubblicità, e mettendo in difficoltà il business. Ma ce ne sono tanti, di editori Usa, pronti a mandare avanti il magnate australiano per poi seguirlo non appena ci sarà da prendere. E in Italia è la stessa cosa: ha cominciato Mediaset, chiedendo 500 milioni di euro di danni a Google perché Youtube violava, a suo parere, il copyright ospitando spezzoni delle sue trasmissioni.

Mentre si attendevano le decisioni del tribunale, Fedele Confalonieri ha chiesto al governo «di intervenire su internet» per far rispettare le leggi sul diritto d’autore. Non si capisce in che modo, visto che l’unico applicabile sarebbe oscurare tramite filtro parte della rete (e sarebbe un sistema facilmente “bucabile”, come succede per i siti stranieri

Le prime mosse sono state di Brin & Page con la diffusione di Open Office e Chrome. Ora il tycoon australiano e la società di Gates reagiscono, insidiando Google nel suo territorio di scommesse sportive), ma l’importante è spararla grossa, per mettere paura all’avversario e costringerlo ad arrivare a un accordo. Anche la Fieg, in piena estate, ha deciso di promuovere un esposto contro Google News all’Antitrust. Nel provvedimento che ne è seguito l’Autorità si è detta pressoché convinta che la posizione dominante occupata da Google sul mercato dei servizi di ricerca, ponga Big G in una posizione egualmente dominante nel mercato della raccolta pubblicitaria on-line. E a questo proposito, ha scritto Guido Scorza, avvocato ed esperto di diritto informatico, su Punto Informatico: «I dati disponibili in Rete non sembrano suppor-

L’intero segmento dei motori di ricerca costituisce una percentuale di circa il 30 per cento rispetto al fatturato complessivo generato dalla pubblicità online nell’ultimo anno

tare la tesi secondo cui la leadership di Google nel mercato della raccolta di pubblicità sul canale search gli consentirebbe di porsi in una posizione dominante nel mercato della raccolta di pubblicità online tout court, un mercato che varrà alla fine del 2009 oltre 900 milioni di euro. L’intero segmento costituisce, infatti, una percentuale di circa il 30 per cento rispetto al fatturato complessivo generato dalla pubblicità online nell’ultimo anno, con l’ovvia conseguenza che dominare tale segmento non significa necessariamente dominare l’intero mercato di riferimento».

Nel merito, poi, il torto degli editori sembra ampliarsi: in primo luogo, gli editori possono sempre richiedere la rimozione dei propri contenuti dai servizi Google News senza con ciò dover rinunciare necessariamente a che i propri contenuti compaiano tra i risultati della ricerca restituiti dal motore generalista di Big G. In secondo luogo, la questione secondo la quale il deep linking di Google consentirebbe di bypassare le home page dei quotidiani, infarcite di pubblicità, è facilmente risolvibile: basta spostare (o replicare) l’advertising nella pagina dell’articolo, e il problema sarebbe risolto. Insomma, in attesa delle decisioni dell’Antitrust, le basi giuridiche su cui poggia la guerra della Fieg sembrano debolucce.

Così come allo stesso modo sembrano abbastanza evanescenti le ragioni della News Corp. Ma in questo caso, poco conta: la forza economica del tycoon è tale che potrebbe impegnarsi in una battaglia tale da mettere in difficoltà persino Google. Specialmente se a schierarsi dalla sua parte fosse anche il principale concorrente di Mountain View: la Microsoft di Bill Gates. Di questo si è parlato negli ultimi giorni: la News Corp. sarebbe in trattativa con Seattle per cedere a quest’ultima il diritto esclusivo d’indicizzare nel proprio motore di ricerca Bing, che, soprattutto nei Paesi anglofoni, vuole proporsi come vera alternativa a Google, i risultati inerenti ai siti di proprietà di proprietà dello squalo. In parole povere (davvero molto povere, come vedremo), Bill Gates sarebbe disposto a pagare per sottrarre a Mountain View il traffico generato dalle risultati delle ricerche che riportano ai siti di Murdoch, i quali scomparirebbe dalla lista di siti indicizzati da Google. A prima vista, sembrerebbe davvero che siamo arrivati alla sfida finale. Quando a muovere contro il “gioiello” di Brin&Page sono due titani come Gates e Murdoch, l’unione dovrebbe fare la forza. D’altronde, l’ostilità contro Google di Microsoft e di News Corp. è palese. Quella di Seattle risale a qualche anno fa, da quando Mountain View ha cominciato a “uscire” dal for-


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gle) potrebbero davvero esplodere. E il gioco varrebbe davvero la candela? Secondo il Financial Times le mosse di Microsoft rappresentano un «assalto diretto» a Google, perché mettono la società sotto pressione proprio sull’ipotesi di sborsare fondi alle case editrici. In precedenza Google aveva sminuito la questione, con il direttore della divisione britannica, Matt Brittin che aveva affermato che le news non rappresentano una porzione significativa della generazione di fatturato del gruppo. Ma secondo il quotidiano le sue affermazioni vanno interpretate come mosse di preparazione a possibili negoziati. Costringere Google a pagare per quei contenuti, per lo meno per quanto riguarda i grandi editori, rappresenterebbe comunque una vittoria per Gates che così toglierebbe risorse che Big G. poteva destinare ad altri business. E il tutto costituirebbe anche una boccata d’ossigeno per gli editori della carta, che vivono una crisi del modello di mercato dalla quale difficilmente potrebbe uscire altrimenti.

mat di motore di ricerca per cominciare a proporre gratuitamente servizi e prodotti che Microsoft faceva pagare. Ha appoggiato la diffusione di Open Office, che sostituisce il pacchetto Office, software per la videoscrittura, i fogli di calcolo e così via. Ha diffuso un browser per navigare in internet (Google Chrome) che andava a colpire il monopolio di Internet Explorer nel settore. Ha annunciato addirittura un proprio sistema operativo basato sul web (Chrome OS), che sarà pronto l’anno prossimo e caricherà i programmi per il proprio funzionamento direttamente dalla rete.

Tutte tecnologie “aperte”, sulla quale gli sviluppatori potranno far nascere applicazioni: l’esatto contrario della filosofia chiusa e monopolistica di Microsoft. Alle accuse dell’imprenditore australiano, che ha parlato

Il vero rischio è che sulla Rete, media disaggregato e liquido per definizione, si scateni una guerra tra pochi grandi e una marea di piccoli, sponsorizzati e supportati da Big G. senza mezzi termini di furto di contenuti da parte di Big G., Google ha sempre replicato che il motore di ricerca porta traffico ai siti e che per titolari dei domini web in qualsiasi momento è possi-

bile decidere di escludere il loro sito dall’indicizzazione di Google.

Ma si vede che Murdoch non ci crede, visto che a farsi avanti con Gates è stata la stessa News Corp, da settimane in attrito con Google. E sembra nel frattempo Microsoft abbia contattato altri grandi editori online per persuaderli a rimuovere i loro siti dal motore di ricerca di Google. Creare una coalition of the willings di editori che passano a farsi indicizzare soltanto da Microsoft e a pagamento? L’idea sembra buona, soprattutto se sarà davvero remunerativo il prezzo pagato da Gates; solo che a quel punto i costi di lancio del suo motore, che oggi raccoglie il 9% delle ricerche sul web in America (in Italia la sua quota è irrisoria, tutti continuano a preferire Goo-

Ma per essere credibile una minaccia deve essere anche economicamente sostenibile. Paid Content, autorevole sito americano di tecnologia, nota come la questione per i giornali sia capire se il denaro di Bing potrebbe essere sufficiente a coprire le perdite di traffico (e dunque di ricavo pubblicitario) derivanti dalla scomparsa da Google. Allo stato attuale delle cose, anche uno studio ottimistico difficilmente potrebbe sostenerlo: la quota di mercato della Big. G. è troppo preponderante, specialmente nei paesi non a lingua inglese, per poterne anche solo discutere. Quindi Bing dovrebbe aumentare in maniera considerevole la propria quota di ricerche sul web per rendere anche solo sostenibile economicamente lo sforzo di pagare per contenuti. Ma è possibile? Volendo, Murdoch potrebbe uscire da Google domani mattina. E la stessa cosa vale per gli altri editori. Che però a quel punto dovrebbero rinunciare a quel 25% di visite in più che, secondo le statistiche, il motore di ricerca trasferisce ai siti internet dei quotidiani nazionali. E quindi, giocoforza, anche del 25% di pubblicità pay-per-click che generano. Basterà l’indennizzo teorico di Microsoft (non si precisa se è un forfait, oppure Gates propone una forma di remunerazione in percentuale

alla pubblicità raccolta) a coprire il calo di visite? In attesa di conoscere la risposta a queste domande (e registrando anche che l’ipotesi di alleanza, stando alle ultime notizie, ha subito di recente una brusca frenata), è utile andare ad analizzare quali ripercussioni avrebbe un muro contro muro per gli editori italiani. Luca Lani, ceo del gruppo Smg, fa due conti sul suo blog: «Ipotizziamo che in Italia la stima dei ricavi di Google sia prudenzialmente di 250 milioni di euro e ipotizziamo che anche qui sia divisa 70%-30% (Google- Editori). Si presume che Google si trattenga una quota editore del 20%-30% e quindi io ipotizzo che Google distribuisca in Italia agli editori circa 56 milioni di euro. A chi vanno? Alcuni grandi operatori (Virgilio e Libero) hanno un accordo con Google per la search e più o meno sappiamo quanti soldi ci fanno. Diciamo che verso i 2-3 grandi che hanno la search vanno circa 20 milioni, mentre il resto va a tutta la platea di editori medi, piccoli e piccolissimi. Parliamo quindi di 30-35 milioni netti che Google porta a questi piccoli editori italiani. Per quelli un po’ più grossi parliamo di 100/200mila annue (ma sono pochissimi), sino a calare ai 20mila annue per i medi, per poi avere una media di siti semi-amatoriali che stanno sui 3mila annui. E poi sotto gli amatoriali che magari neanche arrivano alla soglia per riscuotere l’assegno. Io credo che in Italia possano essere anche 10mila questi editori che esistono grazie a Google. Messi insieme sono il primo editore italiano per raccolta pubblicitaria». Il rischio quindi è che su Internet, media disaggregato e liquido per definizione, si scateni una guerra tra pochi grandi e una marea di piccoli, però supportati e sponsorizzati da Google, pronto a veicolare traffico (e quindi pubblicità) sui loro siti. Sono sicuri, alla Fieg, di vincere?

In attesa di una risposta anche a questa domanda, è interessante conoscere la soluzione proposta da Eric Schmidt in un editoriale pubblicato proprio sul Wsj di proprietà dello Squalo: «I problemi del giornalismo non sono colpa di Google, ma il più grande motore di ricerca del mondo vuole comunque aiutare il settore a costruire un futuro finanziariamente più solido. Noi vogliamo lavorare con gli editori per aiutarli a costruire un pubblico sempre più grande, a interessare di più i lettori, e a guadagnare più soldi. È comprensibile voler dare la colpa a qualcun altro. Ma come ha detto Rupert Murdoch, è la compiacenza causata da monopoli passati, non la tecnologia, la vera minaccia per l’industria giornalistica».


spettacoli

pagina 20 • 9 dicembre 2009

n mese caldo, novembre scorso, per quanto riguarda le nuove uscite discografiche. Bon Jovi, Norah Jones, Leona Lewiss, Janet Jackson. C’è solo l’imbarazzo della scelta. Ma se la buona musica e il pop sono la colonna sonora dei vostri momenti migliori, non potete non essere a conoscenza dell’ultimo grande successo di John Mayer. “Rocker pop”americano adorato dalle sue fan, per motivi non sempre musicali (visto il suo aspetto fascinoso e sensuale), noto anche in Europa per il suo pop alla Tracy Chapman al maschile, la sua voce calda e romantica e le sue canzoni riflessive e sognatrici, torna dopo l’acclamatissimo Continuum del 2007 riproponendo un sound tra il classico pop anni Settanta americano condito con una spolverata di blues.

U

Pochi virtuosismi dalla chitarra dell’artista in Battle Studies in uscita dallo scorso 17 novembre. Piacevoli riff di pianoforte e di chitarra con cui si accompagna rigorosamente da solo, nei dischi come dal vivo. Undici brani, tra le migliori melodie composte nella sua carriera musicale, breve ma intensissima. A soli 32 anni John Mayer può vantarsi di aver affiancato sullo stage alcune tra le più importanti leggende della musica blues e country. Da Eric Clapton a BB King, da Buddy Guy, T-Bone Burnett, a Herbie Hancock, Dixie Chicks, Jay Z, Alicia Keys e la nuova diva della musica country al femminile, la biondissima Taylor Swift che collabora in Battle studies e fa parte dei cori della terza track, Half of my heart. Uno tra i molteplici aspetti del disco che invita e incuriosisce i fan. Un album senza tempo proprio come quelli di Tom Petty, Neil Young, Flatwood Mac. Melodie e testi concisi, semplici pieni di anima e seduttività. La prima canzone Heartbreak Warfare ha un sound molto “U2”; chitarre effettate e una venatura di ultra patinato. Una di quelle canzoni che si vuole ascoltare e riascoltare infinite volte. Il piatto forte dell’Lp sono ancora una volta la voce delicata e suadente di Mayer e le sue atmosfere sognanti. Primo singolo in uscita: l’aria pop folk di Who Says, molto bella e coinvolgente. Anche la canzone successiva, Perfectly Lonley, è molto solare e orecchiabile. Assassin è la metafora dell’assassino, parla di un uomo abituato ad amalliare le donne

Musica. “Battle Studies”, il nuovo album del «bello e maledetto» John Mayer

Il James Dean della chitarra pop di Valentina Gerace ad entrare nei loro letti e ad andarsene in silenzio senza lasciare traccia.

Da ascoltare Friends, Lovers or Nothing, in cui ritroviamo lo spirito di un tempo e un arran-

page ma sempre vivo come il blues; sono evidenti le influenze di mostri sacri come B.B. King o Eric Clapton, ma è altrettanto vero che caratteristica di questo ramo musicale è il continuo confronto con le pro-

Johnson. Voce calda e dall’anima blues, dedito alle ballate zuccherose, a conferenze stampa ironiche e provocatorie, a numerosisimi video sul sito internet di Youtube e alle conquiste famose (nota la sua recente

Funky, soul, pop, blues, reggae. C’è davvero di tutto in questo disco inedito. Un lavoro riuscitissimo, considerato dalle principali riviste musicali di tutto il mondo uno tra i migliori Lp dell’anno, carico di emozioni e riflessioni giamento perfetto. Il ragazzo del Connecticut è uno di quei nomi capaci di entusiasmare una fetta di pubblico propensa ad un genere forse poco à la

prie radici. Manifesto di questo concetto può essere la scelta di inserire nella tracklist Crossroads, immortale classico di uno dei padri del blues, Robert

Sopra e in alto, tre immagini dell’artista John Mayer, di nuovo sotto i riflettori della musica internazionale con il suo nuovo album “Battle Studies” (a destra, la copertina dell’Lp)

relazione con l’attrice Jennifer Aniston) John Mayer appare in questo quarto cd rilassato e in ottima comapagnia. Oltre alla collaborazione con Taylor Swift, alle spalle di Mayer vegliano il manager Michael Mc Donald e il capo della Columbia americana Don Ienner. E come sempre accompagnano l’artista i fedelissimi Pino Palladino (basso) e Steve Jordan (percussio-

ni e co-produzione), componenti dello storico Trio.Originario del Connecticut, Mayer ha il suo primo contatto con la musica a 13 anni quando si innamora della musica di Stevie Ray Vaughan, del rock, del blues e del soul. In pochi anni forma la band “Villanova Junction”con Joe Beleznay,Tim Procaccini e Rich Wolf. A 19 anni entra alla rinomata Berklee School of Music, nel Massacchussetts ma solo dopo essersi trasferito ad Atlanta inizia la sua carriera da chitarrista, pubblicando il suo primo Ep da solista. Ma è Room for Squares il disco del 2001 che viene considerato l’inizio della sua brillante carriera. Nel 2003 pubblica Heavier things. L’abum denota influenze musicali di vario tipo e segna anche una svolta nella carriera dell’artista, e fa brillare le sue capacità di scrittore e compositore, ancora di più che nei precedenti lavori. L’album debutta alla prima posizione della classifica americana e successivamente ottiene il doppio disco di platino negli Usa e il disco di platino anche in Canada e Australia. Il terzo singolo estratto, Daughters, vince nel 2005 un Grammy come Canzone dell’anno.

Il 2006 è l’anno di Continuum, dove si denotano influenze di Steve Ray Vaugnan, BB King, Eric Clapton, Herbie Hancook. Disco ricco di blues, rock ma anche soul che vede la collaborazione di Alicia Keys. Non mancano brani di denuncia sociale o politica, come Belief o Waiting on the World to Change, in cui esprime il suo disappunto verso la situazione politica di questi tempi. L’album vince il doppio platino in America, due Grammy nel 2007 e due nel 2009. Funky, soul, pop, blues, reggae. C’è di tutto in Battle Studies. Un album riuscitissimo, considerato dalle principali riviste musicali di tutto il mondo, uno tra i migliori dischi pop dell’anno. La colonna sonora perfetta per un viaggio in macchina, per dei momenti speciali, fatti di riflessione, di relax.Testi ricchi di simbolismi, osservazioni e riflessioni sull’amore, sulla vita, sulle relazioni di coppia. Spesso descritte sottoforma di metafore di guerra. Ogni storia d’amore o relazione tra due persone, riflette John durante un’intervista, contiene aspetti violenti, aggressivi, di lotta, quasi militareschi. E sono queste sfumature che nel disco John vuole rilevare. Autobiografici o meno, I testi sono profondi e abbracciano tematiche universali. Come tutti I suoi altri album. John Mayer dimostra di essere non solo un ottimo chitarrista ma un ottimo poeta e scrittore.


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

da ”The Australian” dell’08/12/09

Virgin in orbita spaziale l multimiliardario hippie, patron della compagnia low cost Virgin, ne ha combinata un’altra delle sue. Richard Branson ha appena presentato un nuovo mezzo per il turismo tra le stelle. Ricconi in grado di sborsare 219mila dollari a biglietto potranno godersi un panorama unico, la terra dallo spazio, galleggiando in assenza di gravità. Lo Spacecraft darà la possibilità a coloro che sono a caccia d’avventura e forti emozioni di poterle vivere solo ad una frazione del costo richiesto dalla Nasa o dall’agenzia spaziale russa per imbarcare passeggeri paganti. Un low cost spaziale che è frutto anche di un progetto formidabile.

I

Il varo del Virgin galactic spaceliner – così si chiama l’avvenieristico mezzo – è avvenuto come la tradizione aeronautica insegna: nel deserto californiano del Mojave (lì, si trova la famosa base di Edwards dell’Air Force. Lì, fu testato l’altrettanto famoso aerospia North American X-15, ndr). Branson ha promesso che sarà uno dei primi passeggeri a volare nello spazio, fatto che avverrà entro i prossimi 18 mesi. La gita spaziale avverrà in compagnia della sua famiglia e di un altro pioniere del mondo aeronautico: il mitico Burt Rutan, che negli anni ha dato vita a numerosi dream project. Aerei da sogno per prestazioni aerodinamiche e innovazioni tecnologiche. È lui il papà dello spaceliner. Il mezzo è formato da due componenti. Lo SpaceShipTwo e il WhiteKnightTwo, il cui prototipo è stato battezzato VirginMotherTwo in onore della madre di Branson. L’aereo dall’aspetto alquanto futuristico è abbellito dall’immagine di una giovane donna – la madre delll’eccentrico miliardario britannico – che si libra verso l’alto della stratosfera. Insomma, scara-

manticamente sembra che sia lei a dare la spinta al nuovissimo mezzo per farlo entrare in orbita. Il Cavaliere bianco, un quadrireattore bideriva, traghetterà in alta quota come una nave-madre, lo SpaceShipTwo con con due piloti d’equipaggio e sei passeggeri. nella vicinanze della startosfera la vera e propria capsula spaziale si staccherà per superare il confine della troposfera. «È ancorata nel mezzo della nave-madre. Alla quota di 60mila piedi (circa 9mila metri, ndr) la navetta spaziale si staccherà» ha spiegato Branson – che la leggenda vuole non amante del jet set e delle cravatte – durante la cerimonia di presentazione del nuovo veicolo aerospaziale. «Allora verrà acceso il motore a razzo e in poco meno di 10 secondi si otterrà un’accelerazione fino a 4.020 chilometri all’ora. Una vera botta». I passeggeri a bordo dello SpaceShipTwo potranno scegliere se guardare il panorama legati ai sedili, attraverso i numerosi oblò, di cui è dotata la navicella, oppure farsi cullare dall’assenza di gravità.

«Questa è veramente una capsula spaziale molto spaziosa, ci si potrà muovere facilmente per guardare il panorama dalle diverse angolazioni, attraverso le finestre della carlinga» assicura il magnate aeronautico. «Ci saranno due astronauti ai comandi, ma anche i passeggeri lo saranno diventati alla fine di questa esperienza unica». La navemadre ha completato la prima fase – durata un an-

no – di «rigorosi e coronati da successo» test di volo, prima che decollasse con il carico utile dello spacecraft, spiegano fonti della compagnia aerea. E un altro lungo periodo di prove dovrà seguire. Si parla di una lista di trecento persone che avrebbero già prenotato – e pagato – il biglietto per questo tuffo nello spazio.

Questi pochi fortunati amanti del brivido sono stati tra gli invitati per asssitere al cosiddetto rollout, avvenuto nello spazioporto nel mezzo del deserto del Mojave. Un posto adatto per condizioni climatiche e morfologiche a ospitare strutture di questo genere. Si dice che nella lista dei 300 fortunati ci sia anche il pilota di Formula 1 Rubens Barrichello.Così sembra che Branson sia ad un passo dal realizzare uno dei sogni proibiti della sua lunga carriera di tycoon immaginifico. Di lui molti compagni d’università dicevano «o finisce il galera o diventa milionario» e, a quanto vediamo, il suo destino pare l’abbia proiettato ben al di fuori dei confini del pianeta.

L’IMMAGINE

1223: San Francesco prepara un presepe per ricordare la nascita del Signore Noi giovani dell’associazione nazionale Papaboys vi invitiamo a scoprire di nuovo l’emozione che si respirava nella mangiatoia di Bethlemme.Vogliamo riempire case, uffici, parrocchie con il calore che la nascita di Gesù suscita nel cuore di ogni uomo. Il Santo Padre Benedetto XVI incoraggia tutti a fare il presepe in casa. Nel benedire i “Bambinelli”dei presepi delle parrocchie romane. Di fronte a un approccio spesso consumistico al Natale, Benedetto XVI ha incoraggiato ad allestire un presepe in ogni casa, mettendo in rilievo il ruolo centrale del Bambino Gesù.Tanti i ragazzi e le ragazze presenti in piazza San Pietro per la preghiera dell’Angelus, per rinnovare la tradizione della benedizione dei Bambinelli, le statuette di Gesù Bambino da deporre nei presepi delle case, delle scuole e delle parrocchie romane. In particolare, il Papa ha pregato perché «queste immagini di Gesù, che sta per venire tra noi, siano, nelle nostre case, segno della tua presenza e del tuo amore».

I Papaboys

LOTTA PER LA LEADERSHIP

VOLI CANCELLATI, COSA FARE?,

Speriamo che la lotta intestina per la leadership dell’opposizione non duri quanto la guerra dei trent’anni. Quindici anni sono già passati, ma prima o poi si dovrà ammettere che gli unici effetti concreti della manifestazione dell’altro giorno, sono i contraccolpi interni all’opposizione, che resta condizionata da una minoranza tanto rumorosa quanto politicamente inconcludente. Piazza San Giovanni è tornata in ordine e anche Berlusconi ancora non si è dimesso. E non succederà un bel nulla almeno fin quando non verrà sconfitta la linea dipietrista e ci si convincerà che solo una leadership riformista può portare l’opposizione a competere seriamente contro il centrodestra.

I 300 passeggeri diretti per New York, bloccati per oltre 25 ore a Malpensa, dopo diverse vicissitudini hanno visto annullato il volo. Il volo è stato cancellato da Data Airlines, che dovrà ora risarcire i danni. Telefono Blu ricorda la sentenza della Corte di giustizia europea che afferma: «anche i passeggeri vittima di un ritardo sull’arrivo previsto subiscono un danno analogo, consistente in una perdita di tempo, e si trovano pertanto in una situazione paragonabile» a quelli il cui volo è stato cancellato. In effetti i passeggeri di un volo cancellato a breve termine hanno diritto alla compensazione pecuniaria, anche quando la compagnia aerea offre di trasportarli su un volo alternativo, purché per-

Riccardo

Su con la vita! Che cosa affligge questo leone marino della California? Sconsolato com’è il poveretto - ospite di uno zoo di Wuppertal, Germania - dev’essere appena sceso dalla bilancia. La forma fisica infatti, non è esattamente il punto forte di queste otarie che in alcuni casi, possono sfiorare i 390 chili di peso

dano tre ore o più rispetto alla durata inizialmente prevista. I passeggeri dunque potranno ricevere un indennizzo compreso tra i 250 e i 600 euro, salva la richiesta di rimborsi spese documentati (per esempio l’intero prezzo dei biglietti aerei acquistati per voli sostitutivi) e/o risarcimenti ulteriori per danni specifici documentati e provati. Con-

servate dunque copia dei biglietti acquistati, dei reclami, degli scontrini o delle ricevute d’acquisto e anche ogni possibile prova di occasioni importanti perse (esempio visite mediche o incontri di lavoro) per colpa dei ritardi e delle cancellazioni. L’associazione dal portale www.telefonoblu.it, presente anche su Facebook, invita a mettersi in contat-

to con il centralino dedicato ai problemi di navigazione area nel mondo 02 76003013 o dal web direttamente. È opportuno il contatto come già precisato ad alcuni ricorrenti al fine di agire anche in gruppo per il risarcimento del danno che comunque dipenderà dalle istanze individuali.

Pierre Orsoni Telefono Blu Consumatori


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

…e la Vita è davvero generosa La cosa più meravigliosa, Mary, è che tu ed io camminiamo sempre insieme, mano nella mano, in un mondo singolarmente bello, ignoto ad altra gente. Tendiamo entrambi un’unica mano per ricevere dalla Vita... e la Vita è davvero generosa. Pierre Loti è partito per l’ombra di qualche tempio d’Oriente. Ha lasciato New York disgustato «dalla rumorosa America e dai rozzi americani». Riesce a essere felice solo tra le esili ombre del passato. L’ho rivisto dopo la rappresentazione della sua opera tetrale La figlia del cielo, notevole come serie di quadri cinesi, ma non eccelsa come dramma. Ha promesso che poserà per me quando tornerò in Francia. Sue ultime parole a me rivolte: «Ora, Gibran, lasciati dire a nome della Siria che devi salvarti l’anima tornando in Oriente. L’America non è posto per te». La guerra traTurchia e Stati balcanici è un conflitto di due diversi spiriti, Civiltà e Barbarie. La gente ricca e felice protesta contro i giovani Stati balcanici perché teme che possano «infrangere la pace nel mondo». E perché mai non dovrebbero infrangere l’ipocrita pace nel mondo? Hanno sofferto abbastanza sotto quella pace unilaterale. Prego Dio che questa guerra porti allo smembramento dell’impero turco. Kahlil Gibran a Mary Haskell

ACCADDE OGGI

L’INFLUENZA SUINA DELLA SINISTRA ITALIANA La malattia della sinistra italiana, contagiosa e virulenta come e peggio dell’influenza suina, continua a essere quella dell’estremismo parolaio e inconcludente. Noi non siamo nella piazza del No B-Day con Di Pietro, Ferrero, Vendola e Veltroni, perché sappiamo che questa è la strada che ci allontana dall’obiettivo di costruire un’alternativa seria e percorribile al governo di Berlusconi. Chi corre dietro ai Di Pietro e agli Spatuzza di turno, rinuncia a costruire una linea politica per l’alternativa di governo. Non possiamo riconoscerci nell’antiberlusconismo, senza alleanze politiche credibili e senza un programma di governo condiviso. Non possiamo delegare solo al popolo di internet, che è sceso in piazza e che forse domani non troveremo con noi nelle urne, la guida al rinnovamento della società italiana, del rilancio dell’economia, della riforma delle istituzioni. Per questo abbiamo lanciato l’appello alla legalità democratica contro il giustizialismo, che ha già raccolto centinaia di firme, perché l’Italia ha un bisogno vitale di riforme, di regole fondamentali definite con il concorso più largo possibile, ha bisogno di mettere fine a questo sciagurato quindicennio fatto solo di immobilismo, fratture, odi e divisioni. I socialisti non saranno presenti all’assemblea del 19 dicembre. Se il dialogo si ria-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Stefano Zaccagnini (grafica)

9 dicembre 1950 Harry Gold viene condannato a 30 anni di carcere per aver sottratto segreti nucleari agli Usa in favore dell’Urss 1953 La General Electric annuncia che tutti i dipendenti comunisti verranno licenziati dall’azienda 1958 Viene fondata la John Birch Society 1959 Viene ritrovata la tomba de L’Atleta di Taranto 1961 In Israele, Adolf Eichmann viene riconosciuto colpevole di crimini di guerra 1962 Il Tanganika diventa una Repubblica 1980 A Palermo nasce il primo circolo Arcigay 1982 Norman Mayer minaccia di far esplodere il Monumento di Washington, prima di essere ucciso dalla polizia forestale 1987 Inizia la prima intifada nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania 1990 Lech Walesa diventa il primo presidente eletto direttamente della Polonia 1992 Viene annunciata la separazione tra il Principe Carlo e la Principessa Diana

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

prirà, dipenderà proprio da quello che avverrà il 19. In vista del turno elettorale di primavera, proponiamo un tavolo nazionale dei partiti di centrosinistra che tracci regole generali condivise per le primarie.

Riccardo e altri socialisti

AMMIRAZIONE RESPONSABILE ...E ora Paolo Berlusconi e Vittorio Feltri offrano all’«ammirevole» dottor Dino Boffo la direzione (ritornanda) responsabile de Il Giornale!

Matteo Maria Martinoli - Milano

GLI ITALIANI DI MONONGAH NEL GIORNO DI BABBO NATALE Ricordiamo la tragedia di Monongah (West Virginia, Usa), la Marcinelle americana (6 dicembre 1907- 2009). Molti i molisani e gli abruzzesi tra le mille vittime. A Monongah, cittadina del West Virginia, nel cuore minerario degli Stati Uniti, si consumò una tragedia che costò la vita a 361 minatori, 171 dei quali italiani. Stima per difetto, perché i morti furono più di 900, di cui 500 italiani perché neanche un terzo dei minatori era registrato. Fra le vittime decine di molisani e abruzzesi emigrati in cerca di fortuna in America. Alcuni di loro erano appena dei ragazzini. Alle vittime ufficiali sono da aggiungere bambini, amici e aiutanti che ogni minatore regolarmente assunto portava con sé, senza l’obbligo di comunicarlo al datore di lavoro. Onoriamo l’emigrazione sepolta.

PROMOZIONE E SOSTEGNO DELLA PACIFICA CONVIVENZA TRA PERSONE DI DIVERSE ORIGINI E NAZIONALITÀ Nelle ultime settimane dalla Libia ottanta clandestini hanno tentato il viaggio della speranza su di un piccolo gommone. Cinque di loro ce l’hanno fatta, per gli altri 75 il destino è stato più crudele: i loro corpi sono stati gettati dai compagni nel Mediterraneo, ormai un vasto e grande cimitero senza nomi e senza croci. Questi sono solo gli ultimi protagonisti di una tragedia silenziosa e terribile che non conosce limiti. L’emigrazione dal Sud del Mondo verso i Paesi dell’Europa occidentale è un fenomeno purtroppo che ha raggiunto numeri stratosferici. Basti ricordare che nel 2009 sono già 500 le persone che hanno perso la vita nel canale di Sicilia nella disperata, straziante e angosciosa ricerca di un futuro migliore. Nel 2008 erano state 1250. Dati resi ancora più atroci dal fatto che i numeri si riferiscono anche a donne incinte e bambini. È una vera e propria strage degli innocenti. L’Italia, dagli anni Novanta del secolo scorso in poi, è uno dei Paesi maggiormente colpiti dal fenomeno dell’immigrazione. Terra di emigrati prima, terra di immigrati adesso. Il nostro Paese però, pur avendo ratificato molte convenzioni internazionali e recepito le relative direttive dell’Unione europea, non possiede ancora una normativa organica condivisa da maggioranza e opposizione. Eppure per l’Italia, aperta alla globalizzazione e agli scambi internazionali, il tema dell’immigrazione rappresenta una delle materie centrali della politica nazionale. Il diritto d’asilo, ad esempio, è uno dei principi fondativi della Repubblica italiana, perché garantito dall’articolo 10 della nostra Carta costituzionale. Solo nel 2008 le richieste pervenute alle commissioni territoriali per il diritto d’asilo sono state 31.097. Solo 11.849 hanno avuto esito positivo sulle 21.933 richieste esaminate. Un ruolo importante potrebbe essere svolto dalle regioni che, nell’ambito della loro potestà legislativa, avrebbero la possibilità di sostenere interventi di sostegno e di protezione per i rifugiati. Va, altresì, tenuto in considerazione che a partire dal 1° gennaio 2010, in riferimento al Protocollo sottoscritto a Barcellona da tutte le Nazioni che si affacciano sul Mediterraneo, nel Mare Antico, ci sarà la libera circolazione di uomini e merci che comporterà una massa di relazioni sociali ed economiche incalcolabile. Gaetano Fierro P R E S I D E N T E CI R C O L I LI B E R A L BA S I L I C A T A

APPUNTAMENTI DICEMBRE 2009 VENERDÌ 11, ORE 11, ROMA PALAZZO FERRAJOLI - PIAZZA COLONNA Consiglio nazionale dei Circoli liberal.

VINCENZO INVERSO, SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

Nicola Facciolini

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma

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Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


2009_12_09  

di Franco InsardàdiGiancristianoDesiderio Il presidente della Commissione Ue è pessimista sull’esito del summit C i sono persone che parlano...

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