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Gli uomini ammucchiano gli errori della vita e creano un mostro che chiamano destino John Oliver Hobbes

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • SABATO 31 OTTOBRE 2009

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Al convegno di liberal la discussione sui 150 anni dell’Unità entra nel cuore dell’attualità. Oggi parlano Casini, Rutelli e Ciampi

Un partito per la nazione La crisi di ogni organo dello Stato, l’attacco all’unità nazionale, la grande decadenza etica: c’è ancora l’Italia? Politici e intellettuali lanciano l’allarme. E una nuova proposta al Paese… DECLINO E RINASCITA

di Errico Novi

Perché la storia ci chiede un nuovo Risorgimento

ROMA. Il dubbio sull’Unità del Paese,

di Rocco Buttiglione In un momento in cui tutti parlano di mercato, Ferdinando Adornato ci propone una riflessione sulla idea di Nazione ed in particolare sulla idea di una Nazione Italiana. a pagina 4

PIERO ALBERTO CAPOTOSTI

«Ora ci vuole un’Italia alla tedesca» di Francesco Capozza C’è una sola strada per risolvere l’impasse istituzionale italiana: una riforma elettorale alla tedesca, dice Piero Alberto Capotosti, ex presidente della Corte Costituzionale. a pagina 5

sulle sue ragioni di oggi, arriva al convegno organizzato da liberal dopo aver già fatto parecchia strada negli ultimi mesi nel dibattito politico italiano. Ma è un dibattito pubblico sempre più dominato dalla disunità più che dall’Unità: al punto che qui a Roma, aspettando oggi i discorsi di Casini, Rutelli e Ciampi, il tema dei 150 anni dal 1861 è un tema politico. Politicissimo e attualissimo, come si intuisce dalla relazione di Ferdinando Adornato. Sullo sfondo, infatti, resta l’intervento del ministro Sandro Bondi che, con il comitato dei garanti presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, ha spostato il programma dal binario morto delle opere pubbliche a quello almeno meglio indirizzato della rielaborazione storica e culturale. Eppure, nonostante il passo in avanti che ha preceduto l’appuntamento di ieri a Roma, resta netta la sensazione di una politica ancora non in grado di offrire risposte compiute. E nemmeno di fornire diffuse rassicurazioni sulla produttività del dibattito. C’è però un tentativo di cercare delle risposte, che sul fronte governativo corrispondo al discorso fatto ieri al convegno proprio da Bondi.

di Savino Pezzotta i piacerebbe molto poter aprire con gli amici un confronto e una riflessione sull’iniziativa che in questi giorni Francesco Rutelli e Lorenzo Dellai, hanno messo in campo. L’iniziativa di Francesco Rutelli e di Lorenzo Dellai va guardata con molta attenzione, interesse e simpatia. Il “Manifesto” con il quale si dà vita a questa nuova iniziativa è da parte mia condiviso nell’analisi e nei contenuti, convinto come sono che «occorre costruire una nuova offerta politica».

M

alle pagine 8 e 9

Accordo tra i 27: dal 2013, cento miliardi di aiuti per i paesi poveri

Europa, compromesso sul clima E Frattini a sorpresa propone un incarico per D’Alema di Alvise Armellini

Verso una doppia presidenza: prima Juncker poi Gonzalez

BRUXELLES. La due giorni

Il “Cencelli” dell’Unione si inventa la staffetta

del Consiglio europeo di Bruxelles si conclude con un accordo al ribasso sul clima e con una novità sul fronte delle candidature per le nuove cariche create dal Trattato di Lisbona. Nella rosa del Pse per l’Alto rappresentante per la politica estera spunta il nome di Massimo D’Alema. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, è sembrato disponibile ma certo la strada per Bruxelles è in salita.

a pagina 6 seg ue a (10,00 pagina 9CON EURO 1,00

Il “niet” di Bonanni

segue a pagina 2

Lettera aperta sulla nuova “offerta politica”

Cari Rutelli e Dellai, volete superare con noi il bipolarismo?

TUTTI CONTRO TUTTI «Basta con questa storia della crisi risolta dal taglio dell’Irap: se il governo aiuta solo le imprese, sarò io stesso a proporre lo sciopero generale». Né con Baldassarri né con Tremonti, il segretario della Cisl sceglie la terza via: fare il sindacalista vecchio stile

di Enrico Singer Una staffetta anche per la nuova carica di presidente del Consiglio della Ue. Una soluzione in stile consoli romani che si alternavano al comando per non diventare arbitri esclusivi del potere. O, per rimanere alla nomenklatura europea dei tempi nostri, in sintonia con quanto già accade per la presidenza del Parla-

a pagina 14 I QUADERNI)

• ANNO XIV •

NUMERO

216 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

mento di Strasburgo che passa di mano a metà legislatura tra centrodestra e centrosinistra. Una poltronissima per due, insomma. I leader dei Ventisette non hanno trovato ancora l’intesa sui nomi, ma sul metodo sembra proprio di sì. E il loro parto è l’ennesimo compromesso.

IN REDAZIONE ALLE ORE

segue a pagina 14

19.30


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pagina 2 • 31 ottobre 2009

Proposte. Il convegno di “liberal” apre il dibattito politico sui 150 anni dell’Unità. Oggi i discorsi di Casini, Rutelli e Ciampi

La nazione che non c’è

Dalla decadenza etica alla crisi di ogni organo dello Stato: contro l’attacco all’unità nazionale, politici e intellettuali lanciano l’allarme di Errico Novi segue dalla prima Nessuno avrebbe potuto meglio di lui dare conto del punto a cui è arrivata l’analisi della maggioranza, sul tema dell’unità nazionale. Nell’intervento che chiude la sessione mattutina del convegno, aperto dalla relazione di Ferdinando Adornato a cui sono seguiti anche i discorsi del filosofo Biagio De Giiovanni e di Bruno Tabacci, il responsabile dei Beni culturali ha individuato la strada della ricostruzione istituzionale e identitaria nel federalismo: «Lo dico con sincerità: credo che la riforma federale sia la strada giusta da percorrere». A una condizione: «Naturalmente deve trattarsi di una ristrutturazione dello Stato inserita in una chiara cornice nazionale, che garantisca l’unità».

L’apertura di Bondi. È un passo, è un segnale. Dal significato non secondario. Perché anche se sul piano dell’elaborazione politicoculturale non sarebbe facile ritrovare le ragioni profonde dell’appartenenza alla Nazione in un percorso come quello promosso dall’attuale governo, è comunque importante che un suo alto rappresentante si ponga appunto il problema dell’unità. È il segno che la complessità dei problemi non solo politici, ma relativi alla coscienza collettiva, alla rielaborazione storica e all’etica pubblica, sono presenti almeno in una parte della maggioranza. Non vuol dire che l’analisi del difficile momento che vive il Paese rispetto alle sue ragioni costitutive coincida, nel caso di Bondi, con le questioni sollevate da Adornato nella sua relazione. Ma nessuno si sarebbe potuto aspettare da un appuntamento come quello di ieri più di un’apertura al confronto. BRUNO TABACCI

Tra i Paesi che si metteranno insieme per decidere i destini della Terra, credo proprio che il Lombardo-Veneto non ci sarà

La richiesta di Adornato. Anche perché il presidente della Fondazione liberal pone l’asticella piuttosto in alto. Sicuramente su un piano diverso rispetto a quello individuato da alcuni osservatori che nelle scorse settimane sono intervenuti nella discussione avviata dal Comitato di Ciampi: «Tommaso Padoa-Schioppa», ri-

corda per esempio Adornato, «ha chiesto di soffermarsi piuttosto sulle condizioni di salute dello Stato, perché mettere in campo il concetto di Nazione rende la discussione più complicata: ebbene, io penso l’esatto contrario, cioè che la Nazione preceda lo Stato». È sull’identità che bisogna riflettere, sostiene dunque il presidente della Fondazione liberal. Ed è così che il margine del confronto si fa più stringente, e anche più delicato. Perché sul tavolo ci sono tre grandi emergenze: «La crisi radicale dello Stato che colpisce tutti i suoi organi, una crisi dell’etica pubblica» e soprattutto «un clima da secessione mentale: il fenomeno della Lega è stato affrontato da

rischio dell’anarchia, dello sfaldamento dell’unità del Paese». È proprio la sensibilità al problema attestata dal ministro con questo avvertimento a lasciare aperto uno spazio di confronto con il grande tema posto dall’Udc e dalla Fondazione liberal, che conosce un passaggio importante con la due giorni avviata ieri e arricchita oggi dagli interventi di Francesco Rutelli, Pier Ferdinando Casini e Carlo Azeglio Ciampi.

FRANCESCO D’ONOFRIO

La deriva vista da Tabacci. I problemi

d’altronde sono assai più complessi: nel sostenerlo, Bruno Tabacci si richiama al passaggio della relazione introduttiva in cui Adornato parla di crisi dell’etica pubblica: «Negli anni Settanta si sono gettati i germi della rottura tra diritti e doveri», ed è in quella fase, secondo il deputato dell’Unione di centro, che si sono create le premesse per la scomparsa «della società della responsabilità» in favore «della società del lotto, della scommessa». È anche qui, dunque, che è andata smarrita «la coscienza nazionale», perché «lo sfaldamento dell’etica pubblica influisce sul nostro stesso modo di ragionare», quindi un’ultima analisi sull’identità e

Non si può cedere a stravolgimenti della Costituzione come quelli di chi esalta il popolo o il territorio come uniche espressioni della politica

alcuni con autosufficienza, da altri è stato visto con molta preoccupazione perché rappresenta, appunto, un forte attacco all’unità d’Italia». In che modo? Adornato richiama la nascita di una sorta di doppia Nazione, «una produttiva contro una improduttiva, una pulita contro una corrotta, una sana contro una malata». In tutto l’Occidente ci sono fenomeni politici come quello della Lega «ma solo in Italia a una forza del genere tocca la golden share dell’Esecutivo». Considerato che è questa la minaccia all’unità, la sola risposta possibile è dunque il formarsi di una «nuova area politica» che il coordinatore della Costituente di centro definisce «partito della Nazione» anche se appunto «non può trattarsi di un solo partito ma di una convergenza di diversi schieramenti che produca una riscrittura della Costituzione secondo un nuovo equilibrio».

La cornice nazionale. Bondi non ignora il segnale d’allarme, come detto. Perché indica, è vero, «con sincerità e convinzione» proprio nel federalismo invocato e promosso dalla Lega «la chiave per risolvere molti problemi del Paese, soprattutto al Sud». Ma appunto avverte che bisognerà inquadrare una simile riorganizzazione dello Stato «in una cornice nazionale, in una cornice di responsabilità: senza un potere centrale più forte c’è il

SANDRO BONDI

Il federalismo, oggi, è la chiave giusta per risolvere molti problemi del Paese. Soprattutto al Sud. Ma sempre in una cornice nazionale

sull’unità stessa del Paese. A questa deriva si ricollega anche il rischio di uno scivolamento del sistema parlamentare «verso il presidenzialismo che in Italia non sarebbe quello di Obama, ma quello argentino o quello russo dove la Duma conta meno del Rotary». Meglio tenersi il sistema parlamentare, dunque, e meglio tenere a distanza, aggiunge l’ex presidente della regione Lombardia, «anche l’idea di un federalismo basato sui dialetti: perché di fronte alla globalizzazione non ci si può rifugiare nel regionalismo, ma bisogna trovare la forza di ricostruire lo Stato su un piano europeo». Riecco l’idea di un modello federale come quello proposto

GENNARO MALGIERI

In questo bipolarismo è assente l’idea della politica, e quindi il fondamento dello Stato-Nazione, idea sconosciuta all’attuale classe dirigente

dalla Lega come incompatibile con le urgenze della modernità: «Non c’è il Lombardo-Veneto tra quelli che si metteranno insieme per decidere i destini della Terra, il confronto deve avvenire per noi quanto meno a livello continentale».

Il vuoto secondo Malgieri. Anche nell’intervento di Gennaro Malgieri, che apre la sessione pomeridiana del seminario – il cui titolo,“Di cosa parliamo quando diciamo Italia” è in sé un richiamo alla gravità della situazione –, c’è un riferimento esplicito al fatto che difficilmente potrà essere l’attuale quadro bipolare a consentire una ristrutturazione dello Stato e dell’identità nazionale. Idea sostenuta nella relazione introduttiva che Malgieri riprende con grande enfasi: «Anche io ho creduto nel bipolarismo, ma perché ho immaginato che potessimo inserirci nel solco delle grandi democrazie occidentali. Invece abbiamo costruito un bipolarismo in cui è assente l’idea della politica». Non c’è dunque «il fondamento stesso dello Stato-Nazione», se il bipolarismo è così vuoto. L’idea che l’attuale classe dirigente «abborracciata» non sia assolutamente in grado di rispondere alla domanda a cui si intitola il convegno di liberal accompagna per intero l’intervento del deputato Pdl ed ex direttore del Secolo d’Italia: «Siamo sospesi tra un leaderismo straccione e un populismo volgare», due categorie «che non a caso, storicamente, STEFANO FOLLI

La parte migliore della Repubblica sta nell’incontro tra laici e cattolici nel segno dell’autonomia della politica dalla Chiesa


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31 ottobre 2009 • pagina 3

Dal Risorgimento alla decadenza Dopo 150 anni siamo ancora a Porta Pia: la sintesi unitaria è nel cattolicesimo liberale di Riccardo Paradisi

ROMA. Parlare di unità nazionale e di Risorgimento, di senso della patria e dello stato mentre da nord a sud del Paese spira una brutta aria di secessione potrebbe apparire un’operazione inattuale. Impressione tanto più forte se si dà un’occhiata ai segni dei tempi: la tomba di Mameli vergognosamente in rovina al Verano, o la parodia dell’inno nazionale trasformato in un gingle per una pubblicità di calze da donna. D’altra parte, che le radici della nostra storia nazionale siano oggetto di pesanti revisionismi unilaterali è dimostrato anche dal fatto che il premier di questo governo, dovendo indicare delle letture guida per le celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, consigli dei testi che contengono una lettura del Risorgimento a tinte foschissime, come guerra d’aggressione piemontese al meridione d’Italia, opera di saccheggio delle elite massoniche contro la Chiesa cattolica. Dall’altra parte l’anticlericalismo di una declinazione laicista del liberalismo ha esercitato una forza eguale e contraria nel rendere il Risorgimento una cosa di parte e non di tutti. Ma si può delegittimare fino a questo livello il Risorgimento o darne una lettura così unilaterale senza minare le basi su cui è nata e cresciuta la nazione?

Se non si è più fratelli o cittadini della stessa nazione perché dovremmo ancora avere un senso dello Stato si domanda infatti nella sua relazione di apertura del convegno di liberal Ferdinando Adornato? «Se oggi ancora ci dividiamo nell’interpretazione del Risorgimento, se da più parti si chiedono riletture e revisioni anche forzate, ciò dipenspesso coincidono». Bisogna almeno tentare «a ricostruire un sentire comune», ma come riuscirci se non si ritorna a una «democrazia partecipata, decidente ma anche elettiva e non nominata?».

La Costituente. È un’idea che ritorna negli interventi del presidente di Società aperta Enrico Cisnetto e, seppur in modo indiretto, in quello di Francesco D’Onofrio. Cisnetto condivide la critica di Adornato e Tabacci al federalismo ma la conduce da un versante diverso: «Basta osservare quello che il decentramento ha

de dal fatto che, sia da parte clericale che da parte laicista si è per troppo tempo rimasti chiusi nella gabbia mentale di Porta pia, trascurando e negando come gli ideali del Risorgimento avessero unito cattolici e liberali. Che esso dunque dovesse considerarsi un loro legittimo figlio. Da parte liberale invece – continua Adornato – ha giocato una sorta di complesso del vincitore che ha impedito di riconoscere che, se si era finalmente raggiunta l’unificazione politica, quella nazionale, nell’assenza o peggio nell’ostilità della comunità cattolica era ancora lontana. Soprattutto perché essa si andava a intrecciare con un’altra drammatica incompiutezza: quella tra nord e sud. Da parte clericale è arrivato l’errore opposto. Porta Pia è diventato lo specchio deformante dietro al quale nascondere che, se il potere temporale della Chiesa confliggeva con quello dello Stato, il processo risorgimentale si era viceversa nutrito in modo sostanziale dei valori del pensiero cattolico». È giusto allora ricordare gli eccessi e le persecuzioni contro i cattolici delle truppe “italiane” ma, dice Adornato, la vera “revisione” del Risorgimento consiste nell’andare oltre le barricate di Porta Pia per ricostruire la natura unitaria, cattolica e liberale della nazione italiana».

ti, Cattaneo più che la rivoluzione francese e il giacobinismo avevano nella mente e nel cuore i princìpi liberali e religiosi della rivoluzione americana: Filadelfia più che Parigi. Lo dimostra tra tutti l’esempio di Bettino Ricasoli, il successore di Cavour che a Pio IX invia nel settembre del 1861 una lettera dove il rivoluzionario aristocratico fiorentino, influenzato dal cattolicesimo liberale concepiva il compimento della rivoluzione nazionale come una riforma religiosa su base civile: «Questa conciliazione sarebbe impossibile se per ciò fosse d’uopo che la Chiesa rinunziasse ad alcuno di quei principi o di quei diritti che appartengono al deposito della fede e all’istituzione immortale dell’uomo Dio… Come la Chiesa non può per suo istituto avversare le oneste civili libertà, così non può essere amica dello svolgimento delle nazionalità. Il concetto cristiano del potere sociale siccome non comporta la oppressione». Dopo 150 anni siamo ancora con la testa a Porta Pia: una barricata secondo Adornato ancora presente nelle nostre teste. Non c’è mai stata la sintesi, il riconoscimento e la valorizzazione di quel filone di cristianesimo liberale. Una contraddizione che continuiamo a portarci dietro e che ci fa essere ancora oggi uno Stato senza nazione dopo essere stati per secoli una nazione senza Stato. Concorda con la lettura di Adornato Biagio de Giovanni, docente di storia delle dottrine politiche all’università di Napoli. Anche se rileva

Se non ci sentiamo più fratelli o cittadini della stessa nazione perché dovremmo ancora avere un senso dello Stato?

Adornato mette poi in rilievo un altro aspetto disconosciuto ma centrale del nostro Risorgimento e dei suoi uomini di pensiero e cioè che Mazzini, Gioberprodotto finora: una moltiplicazione dei centri di spesa, che si aggraverebbe nel momento in cui venisse attuata la legge appena approvata in Parlamento. Non sono io a dirlo: è uno studio della Sapienza a dimostrare come i maggiori poteri delle Province costerebbero 27 miliardi, con un aumento del 65 per cento rispetto ai costi attuali». Una assemblea costituente servirebbe dunque non solo a razionalizzare le istituzioni ma anche «a riaffermare l’iden-

che i cattolici che hanno partecipato al Risorgimento erano tutti in odore di eresia. Ed è anche vero che l’atteggiamento cattolico ha frenato il Risorgimento, per cui Porta Pia s’è rivelata una dura necessità. Sulla questione della divisione del Paese De Giovanni dice che la Lega è il frutto di una questione – quella settentrionale – che non sparirà col tramonto del movimento di Bossi.

Ma è possibile conciliare federalismo e unità nazionale? Sì secondo il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, che evoca il comunitarismo territoriale di Adriano Olivetti e auspica la celebrazione dell’unità d’Italia dove le differenze vengano valorizzate: «La nostra unità è il frutto delle nostre diversità culturale e territoriali». Ma per l’esponente del Pdl Gennaro Malgieri il federalismo non è la soluzione, semmai la fonte dei nostri problemi e delle nostre divisioni: «Lo stato nazione centrale è l’unico antidoto contro le spinte globaliste e le regressioni localistiche». A Stefano Folli, editorialista del Sole 24 Ore il convegno di liberal ricorda le iniziative del Mondo degli anni Cinquanta. Anche all’ex direttore del Corriere della Sera sembra che il ruolo dei cattolici liberali sia stato più problematico rispetto alla lettura di Adronato. Sta di fatto che se questo incontro non avviene oggi, come punto di sintesi tra i filoni che risalgono a Einaudi a de Gasperi e a La Malfa, parlare di riforme istituzionali è praticamente inutile. Perché in questa situazione c’è il rischio di emersione di movimenti ancora più radicali di quelli presenti sulla scena politica del paese. Si rischia che l’Italia non ci sia più.

ENRICO CISNETTO

Il federalismo? Guardiamo alla realtà del decentramento finora realizzato. Solo una nuova Costituente può riaffermare l’idea della nazione

tità e l’idea stessa della Nazione». A metterla in pericolo, ricorda D’Onofrio, «è lo stravolgimento della Costituzione attuale con la pretesa che il popolo sia l’unica espressione possibile della politica e che il rinchiudersi nel territorio sia l’unica risposta possibile alla globalizzazione». La sfida dell’Unione di centro e della Fondazione liberal popolare, spiega, è condotta proprio per questo «sia sul terreno della politica che su quello della storia e delle idee».


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pagina 4 • 31 ottobre 2009

Ideologie. Mentre tutti parlano di mercato, è essenziale, come Adornato propone, ripensare i valori che possono rilanciare l’Italia

Il Risorgimento da rifare

Dopo il crollo del Muro di Berlino, la storia del cattolicesimo liberale, che ha fondato l’Unità, chiede un nuovo progetto per la nazione di Rocco Buttiglione n un momento in cui tutti parlano di mercato, Ferdinando Adornato ci propone una riflessione sulla idea di Nazione ed in particolare sulla idea di una Nazione Italiana. Già nella scelta del tema è contenuta una intera visione culturale: l’uomo non è un essere che vive unicamente per soddisfare bisogni naturali; l’uomo non è un essere che entra con altri uomini in rapporti meramente contrattuali. Ogni uomo viene al mondo attraverso l’unione di altri due esseri umani, viene accolto da essi con un primo e fondamentale atto di gratuità, quando ancora non è in grado di dare nulla in cambio di tutto ciò che riceve. Generato nella famiglia, nella famiglia il bambino cresce affinando la lingua, il concentrato delle sue linfe vitali, i valori dei suoi genitori. In altre parole ognuno di noi è generato all’interno di una comunità e questa comunità non è il risultato di un contratto ma è un dato che ci precede. Dopo la famiglia l’altra grande comunità è la Nazione. Negli anni ‘70 dominava nella cultura una certa vulgata marxista.

luzione e naturalmente meno che mai al rispetto di valori trascendenti. Per tutti questi motivi è importante la scelta di tornare a parlare di nazione. È, in senso forte, una scelta di cultura politica. Andiamo a cercare le ragioni della nostra coesione come italiani non semplicemente al livello del mercato ma al livello della storia, della lingua, del costume e della cultura. Il tema che Adornato propone, però, non è semplicemente quello delle Nazioni ma concretamente è quello della Nazione Italiana. Egli si addentra in quella che Augusto Del Noce avrebbe chiamato una interpretazione “transpolitica”della storia italiana. Su questo percorso noi adesso vogliamo seguirlo.

I

L’idea di Nazione era francamente fuori moda. Al massimo si parlava di un“patriottismo costituzionale”. Come dire: stiamo insieme in uno stato su di una base semi-contrattuale, perché aderiamo ai valori della Costituzione. Poi venne la primavera delle Nazioni di cui Giovanni Paolo II fu in un certo senso il massimo interprete mondiale. In America Latina, nell’Europa dell’Est, anche nel Medio Oriente riemerge con forza la realtà delle Nazioni come una energia capace di fare storia e di cambiare la storia, l’uomo è un essere economico ma prima ancora è un essere culturale e la famiglia e la nazione sono le dimensioni naturali della cultura. Oggi, a ben vedere, ci ritroviamo in una condizione spirituale assai simile a quella degli anni ‘70. Il marxismo è morto, o almeno così si dice. In realtà la cultura dominante è quella di un marxismo senza rivoluzione ridotto semplicemente a quello che Marx chiamava “il materialismo volgare”, il dominio illimitato della preoccupazione del godimento individuale non contenuto da nessuna aspettativa messianica di una imminente rivo-

Dall’alto, Vincenzo Gioberti, padre dell’anima “federalista” del Risorgimento; e Vincenzo Cuoco, che teorizzò la necessità del coinvolgimento popolare nella rivoluzione italiana. Sotto, Giuseppe Verdi, simbolo vivente dell’Unità. A destra, papa Giovanni Paolo II

L’Italia gode del privilegio di possedere una lingua che si è diffusa e consolidata sulla base della sua storia letteraria. In altri paesi la lingua nazionale si è consolidata inizialmente come lingua di corte. La lingua adottata dalla corte e dalla burocrazia di corte è progressivamente divenuta lingua nazionale, escludendo altre lingue regionali e degradandole al rango di dialetti. In Italia il processo è stato differente. Lo Stato italiano si è formato in epoca relativamente tarda ed il volgare fiorentino si è imposto in forza della tradizione letteraria di cui era divenuta veicolo. Le élites culturali del paese hanno imparato a parlare italiano non per comunicare con il centro del potere, ma per poter leggere e comprendere le grandi telenovele del secolo XIV: la Divina Commedia, il Canzoniere del Petrarca e le opere del Boccaccio. La Nazione qui precede lo Stato e per alcuni secoli vivrà senza Stato. La formazione dello Stato viene messa all’ordine del giorno nel periodo immediatamente successivo alla rivoluzione francese. Il proposito di fare in Italia come in Francia non ebbe da noi molta fortuna ed il giacobinismo italiano fu una pianta esile, un fenomeno di ceti intellettuali senza ampio seguito popolare. Facendo un bilancio della rivoluzione partenopea, Vincenzo Cuoco osserva giustamente che non esistono Costituzioni intrinsecamente buone o cattive. La buona Costituzione è una Costituzione che si adatta bene alle virtù ma an-

che ai difetti di un popolo, che sa usare alcuni difetti per contrastarne altri e che sa massimizzare l’effetto delle virtù. Il giacobinismo partenopeo fallisce proprio perché troppo francese, semplice imitazione di un modello le cui radici affondano in un’altra storia, diversa da quella della Nazione italiana.

Nella fase immediatamente successiva alla caduta di Napoleone, anche l’Italia vive lo spirito della controrivoluzione. De Maistre aveva detto che la rivoluzione era stato un fenomeno demoniaco, una rottura totale con il passato, per creare una società totalmente nuova prodotta non dalla storia ma da una mera riflessione razionale illuministica. Quella società rompeva necessariamente anche con un passato cristiano. La rivoluzione d’altro canto era anche una punizione di Dio per il tradimento dei valori cristiani contenuti nella storia della Nazione. L’Ancien Régime aveva permesso che

L’identità è un tema politico: le ragioni della nostra coesione derivano dalla storia, dalla lingua, dal costume

quei valori si corrompessero e venissero strumentalizzati dalla sua pretesa di potere mondano. La restaurazione, dunque, non doveva essere semplicemente un ritorno all’Ancien Régime, ma un recupero di quella sostanza etica di cui l’Ancien Régime rappresentava la caricatura e la corruzione. Quando però tornarono davvero gli antichi regimi, con il loro carico di odi e di vendette, con una ripristinata alleanza del trono e dell’altare, contro la libertà dell’uomo, i giovani entusiasti che, insieme a Chateaubriand, avevano sognato la Restaurazione, rimasero drammaticamente delusi. Diventava evidente ai loro occhi che la restaurazione delle forme sociali del passato non coincideva affatto con la restaurazione dei valori. È in questo contesto che emerge nella sua originalità il concetto di “Risorgimento”. Il Risorgimento doveva essere la restaurazione dei valori cristiani autentici che l’Ancien Régime

aveva tradito e la Rivoluzione aveva tentato di distruggere. La restaurazione dei valori chiedeva il cambiamento delle forme sociali. L’idea di Risorgimento si contrappone, dunque, sia alla Restaurazione dell’Ancien Régime sia alla Rivoluzione. Rosmini e Gioberti hanno espresso nel modo più chiaro questa idea di Risorgimento, e l’hanno legata al tema del primato degli italiani. Bisogna però intendersi sulla natura di questo primato. Il libro famoso di Gioberti si intitola Del primato morale e civile degli italiani. Non si tratta, si badi bene, del primato politico e militare o economico degli italiani, bensì appunto del primato morale e civile. L’Italia avrebbe dovuto indicare all’Europa un cammino nuovo, non con la forza delle armi, ma con la forza dell’esempio di un rinnovamento della persona e della cultura. In «Va’pensiero» Verdi dà un’altissima espressione poetica e musicale esattamente alla medesima idea: «Arpa d’or dei fatidici vati / Perché muta dall’albero pendi /Le speranze nel petto riaccendi /Ci rammenta del tempo che fu». La Nazione risorge attraverso la forza della cultura che fa rivivere la memoria delle virtù il cui tradimento ha fatto precipitare la Nazione stessa nell’abbrutimento presente.

Questa idea di Risorgimento, però, non ha trionfato. Essa ha animato l’epopea del ’48-’49, della Prima Guerra di Indipendenza, ma è risultata alla fine sconfitta sia militarmente sia politicamente. L’Unità d’Italia si realizzerà dieci anni dopo ma non per la forza endogena del Risorgimento italiano. Saranno le armate francesi a battere l’esercito austriaco a Magenta e a Solferino con il sostegno del piccolo esercito piemontese. Saranno le esigenze dei nuovi equilibri europei, magistralmente sfruttate da Camillo Benso Conte di Cavour a creare le condizioni dell’unificazione nazionale. L’ideologia del nuovo Regno nascerà qualche anno dopo l’unificazione a Napoli con la scuola di Silvio e Bertrando Spaventa, gli hegeliani napoletani. È una filosofia che tenta di portare in Italia la filosofia dello Hegel e la filosofia del primato tedesco e prussiano. Non è un caso che quella scuola si prolun-


prima pagina ghi fino alla filosofia di Gentile ed alla sua rilettura del risorgimentalismo cattolico italiano in cui il primato morale e civile degli italiani si trasforma in ciò che secondo Gioberti non voleva e non doveva essere: il primato politico e militare degli italiani. Come quella storia sia andata a finire è noto a tutti e non lo ripeteremo. Il disastro dell’8 settembre 1943 lascia gli italiani, in un certo senso, senza patria. L’ideologia nazionale italiana è scossa fin dalle fondamenta da quel fallimento del fascismo che consapevolmente si era posto sul terreno della violenza e della forza. Negli anni della ricostruzione è mancata la capacità di ripensare il senso della Nazione italiana. In campo cattolico Rosmini era ancora sospetto di liberalismo e difficile restava quindi, al di fuori di gruppi ristretti, il riallacciarsi al suo pensiero sul Risorgimento. Il cattolicesimo politico, che trionfa con la Democrazia Cristiana, tende a pensarsi più in termini universalistici che in termini nazionali e la stessa cosa avviene in quel partito comunista che occupa la gran parte dello spazio del pensiero laico del nostro paese. Dopo la ubriacatura nazionalistica viene un tempo di sostanziale imbarazzo davanti al tema della Nazione. È un tempo, del resto, in cui l’Italia è terra di frontiera tra due imperi e l’identità è definita più dall’adesione ad uno o all’altro degli imperi che da una consapevole coscienza del senso del proprio destino nazionale.

Il problema però si ripropone con il crollo del Muro di Berlino del quale celebriamo adesso il ventesimo anniversario. L’Italia non è più terra di confine, la domanda sull’identità diventa ineliminabile e la risposta non può essere un superficiale europeismo. Al contrario, l’europeismo dell’Italia rimane in larga misura debole e di facciata proprio perché non è fondato su un adeguato possesso della propria identità nazionale. La questione della Nazione torna ad essere argomento attuale e da qui deriva anche la suggestione di un partito della Nazione che forse sarebbe opportuno fondare.

31 ottobre 2009 • pagina 5

PIERO ALBERTO CAPOTOSTI

«Un’Italia alla tedesca» di Francesco Capozza

ROMA. Piero Alberto Capotosti, presidente emerito della Corte Costituzionale (dal marzo al novembre 2005), ha un’idea molto chiara di quello che potrebbe cambiare - in meglio - il sistema politico e l’assetto costituzionale italiano. Per raggiungere una maturità politica tale da poter recuperare l’unità nazionale e recuperare un’etica pubblica il percorso è tutto ad ostacoli, ma dal punto di vista costituzionale non impossbile. Presidente Capotosti, il suo intervento è stato tutt’altro che pessimista, pur riconoscendo che ci sono delle grosse anomalie nel nostro sistema politico. Le chiedo però, per ritrovare l’idea di nazione, la nostra costituzione non è superata? Che “l’alto compromesso”, come lo ha felicemente chiamato Meuccio Ruini, trovato in Assemblea Costituente fra le tre principali forze politiche sia stato superato dai tempi, questo è indubbio. C’è chi data quel superamento in-

torno al 1968, quando iniziarono i moti universiatari e ci fu la fine del centrosinistra organico. Altri datano questa frattura nel 1976, quando, per dirla con Moro, dalle elezioni politiche uscirono due vincitori: il Pci e la Dc. Ma la maggior parte degli storici e politologi pensa sia stata la bufera politico-giudiziaria del 1992-1993 a mettere fine a quel momento d’intesa siglato nel 1946. Da quel momento si è andati speditamente verso il bipolarismo che, secondo il sottoscritto, è del tutto fallimentare. Un vero e proprio endorsement, presidente. È la mia opinione personale. D’altronde dal 1993 in poi non c’è stata più stabilità, anzi, ben due sono state le legislature che si sono concluse anticipatamente e nessun governo è arrivato alla naturale scadenza di cinque anni (anche dal 2001 al 2006 Berlusconi ha governato con due esecutivi). Se guardiamo alla Germania, invece... Qui la volevo, presidente. Nel suo intervento non ha nascosto una particolare simpatia per il sistema tedesco... Non parlo di simpatie o antipatie, io sono

Il bipolarismo è fallito: due legislature sono finite in anticipo e nessun governo è arrivato alla sua naturale scadenza

un costituzionalista e mi interessa cercare di capire quale assetto costituzionale potrebbe rendere il nostro paese più moderno e stabile. Il sistema tedesco potrebbe essere quello giusto? A mio sommesso avviso, sì. Noi dal 1947 ad oggi abbiamo avuto 62 governi, la Germania una decina. E già questo è un dato da non sottovalutare. In più il bicameralismo tedesco è esattamente quello che si attaglierebbe in maniera eccellente al nostro sistema stato-regioni. Lo sbarramento al 5% poi farebbe comunque sì che in parlamento ci vadano solo pochi partiti, non più di quelli che ci sono attualmente. Dirò di più: il sistema tedesco è un mix tra proporzionale puro e liste bloccate, lo dico per gli amanti del genere... Insomma, sarebbe perfetto per il nostro assetto istituzionale. Comunque sia lei pensa sia possibile ritrovare un’unità nazionale? Io penso che si debba assolutamente ritrovare. Ma in un momento storico come questo, in cui l’Europa sta mutando e si sta rafforzando è necessario che non ci sia un’Unione Europea fatta di tante patrie. Inoltre, dobbiamo tornare ad avere un comune senso della nazione, soffocando gli istinti secessionisti e antipatriottici.

BIAGIO DE GIOVANNI

«Tutti ostaggi della Lega» ROMA. «Come prima cosa, permettetemi di manifestare il mio più vivo apprezzamento per quest’iniziativa, la prima o comunque tra le prime che ha come oggetto le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia. In secondo luogo mi permetto di fare i complimenti a Ferdinando Adornato per la sua relazione introduttiva, precisa, interessantissima e piena di spunti, anche se da parte mia non completamente condivisibile». Inizia così l’intervento del professor Biagio de Giovanni, docente di storia delle dottrine politiche presso l’università di Napoli ed ex parlamentare europeo, prima nelle file del PciPds, poi in quelle della Rosa nel pugno. Professor De Giovanni, partiamo dal concetto di nazione? Come ho detto nel mio intervento, trovo questo convegno molto importante, ancor prima che interessanRingrazio te. per Adornato averlo organizzato e per gli spunti, alcuni condivisibili altri meno, che ci ha dato con la sua

relazione. Di solito sono più sfiziose le riflessioni su quello che non si condivide di una relazione piuttosto che i punti di accordo. Nel caso specifico la penso diversamente sul rapporto tra Chiesa e Stato e su quanto questo rapporto abbia influito e influisca ancora oggi sull’unità nazionale. Lei pensa che Chiesa e stato abbiano viaggiato su due binari differenti e che lo facciano ancora oggi? Direi proprio di sì. La Chiesa, anche quella attuale di Giovanni Paolo II prima e Benedetto XVI adesso, è rimasta arroccata su dei principi millenari che spesso cozzano con quello che è la società moderna, specie nell’era della globalizzazione anche politica ed istituzionale. Direi che la Chiesa, anche nel nuovo millennio, è ancorata a quello che definirei “secolarismo estremo”. Nel suo intervento ha citato più volte la Lega, il federalismo: lei ritiene che questa forza politica sia il frutto e non la causa di un certo gap socioeconomico tra nord e sud del paese. Sì, non sono certamente solo io a pensarlo, ma è del tutto evidente e storicamente inconfutabile che una questione settentrionale esista da ben prima che la Lega Nord e Bossi conquistassero le luci della

ribalta politica. La Lega è il frutto del disagio di una certa classe dirigente da un lato e di una certa popolazione dall’altra che sentono forte la volontà di essere autonome dal resto del Paese. Che ne pensa dell’intervento del ministro Bondi? È stato esaustivo in merito ai preparativi cui il governo sta lavorando per la scadenza del 2011? Il ministro ha fatto un intervento poco istituzionale e molto politico. Direi pacato e in un certo senso di buona volontà. Ha difeso a spada tratta il federalismo, e quindi la Lega, e ci ha dato poche risposte sulle tempistiche e sullo stato dell’arte dei preparativi per la fausta ricorrenza. Lei ha detto che questo convegno dovrebbe essere di spunto anche per il Pd. Come? Qui si è citato spesso il rapporto tra Chiesa e Stato. C’è un’ampia parte dell’attuale partito democratico di attivi e nostalgici del vecchio asse Pci-Dc. Temo che nel XXI secolo questo legame sia un po’ passato e, francamente, inadeguato alla nostra attuale società. (f.c)

Il ministro Bondi ha difeso a spada tratta i leghisti e il federalismo e sulle celebrazioni del 2011 ci ha dato poche risposte


diario

pagina 6 • 31 ottobre 2009

L’analisi. Savino Pezzotta spiega l’importanza e l’urgenza di dialogare con il nuovo soggetto politico che si va delineando

Ora superiamo il bipolarismo Ecco perché l’iniziativa di Rutelli e Dellai va guardata con interesse di Savino Pezzotta i piacerebbe molto poter aprire con gli amici un confronto e una riflessione sull’iniziativa che in questi giorni Francesco Rutelli e Lorenzo Dellai, hanno messo in campo. In questa prospettiva cercherò di svolgere alcune riflessioni. L’iniziativa di Francesco Rutelli e di Lorenzo Dellai va guardata con molta attenzione, interesse e simpatia. Il Manifesto, diffuso mercoledì scorso, con il quale si dà vita a questa nuova iniziativa è da parte mia condiviso nell’analisi e nei contenuti, convinto come sono che «occorre costruire una nuova offerta politica». Questo era l’obiettivo che ci eravamo dati all’inizio della costituzione della “Rosa per l’Italia”e nell’avvio del processo costituente dell’Unione di Centro come lo abbiamo tracciato negli Stati Generali di Montecatini.

M

La scelta di Rutelli e Dellai è interessante sul piano politico, si tratta ora vedere a quali sbocchi perverrà. Di certo mette a critica i percorsi di questi quindici anni ed evidenzia come questo bipolarismo anomalo abbia sfibrato le istituzioni, l’economia, il tessuto sociale e come la politica abbia dismesso il governo inteso nel suo profondo senso etimologico di guidare la cosa pubblica. La crisi economica che viviamo in questi giorni, i problemi che si accaniscono sulle famiglie, sulle lavoratrici, i lavoratori e gli immigrati e l’insieme del nostro sistema economico e produttivo sta mettendo a nudo le difficoltà della politica a mettere in campo un “sogno” e una prospettiva per il futuro. Non basta più la demagogia del posto fisso, della riduzione fiscale, o le lezioni sulla globalizzazione di fronte alle trasformazioni che il mutamento del paradigma tecnologico sta introducendo, e che condizionerà

Si deve operare in questa direzione con maggiore determinazione, poiché se è vero che il bipartitismo è finito non è escluso che possa risorgere attraverso il presidenzialismo. In questa situazione le prossime elezioni regionali non sono più una variante localista, ma un passaggio che segna le prospettive politiche. Le nostre attenzioni primarie non possono essere solo quelle delle alleanze, che pure rivestono un carattere di importanza, o discutere degli assessorati o di chi entra nel “listino” - questioni che non sottovaluto - ne possiamo lasciar trionfare la logica del male minore, ma il progetto che vogliamo costruire per le prossime elezioni politiche. Vi è dunque la necessità di mettere in campo un progetto di ricostruzione repubblicana, che dica con chiarezza quale è il modello istituzionale che vogliamo, quale Stato, quale organizzazione, quali poteri e contropoteri si devono mettere in campo, quale orientamento vogliamo fornire alla società italiana.

fortemente la nuova fase della globalizzazione, le forme e le dislocazioni del produrre e dei commerci e, pertanto, la vita delle persone. Se vogliamo evitare che il nostro Paese resti tagliato fuori da questi processi, che a pagare siano i soliti noti occorre che si cambi passo e tabella di marcia. Occorre pertanto pensare a una strategia che ci faccia uscire dalle pulsioni populiste che agitano e condizionano la politica e gli attuali schieramenti di destra e di sinistra e che rischiano di mutare l’ethos popolare degli italiani. Serve oggi che cresca e si unisca un’area popolare d’ispirazione cristiana, liberale, repubblicana e dare vita una un soggetto realmente liberaldemocratico a forte tensione sociale. Non basta più un soggetto politico che si dichiari solo riformista, serve un soggetto riformatore che abbia la voglia e la capacità di ricostruire e di innovare strutturalmente e culturalmente e in profondità il Paese e la Società italiana.

La scesa in campo di Rutelli e di Dellai è in questa prospettiva un elemento interessante e diviene anche una sfida per il progetto costituente messo in campo dall’Unione di Centro. Ogni chiusura sul proprio passato, su poteri e posizioni consolidate non farà altro che alimentare una visione minoritaria e non ci aiuterà a giocare un ruolo importante e forse fondamentale dentro i cambiamenti che si intravedono e che in larga parte sono già tra noi. Purtroppo qua e là incontriamo ancora segnali di resistenza, di

Solo un nucleo forte, ben strutturato, con gestione collegiale e con un progetto chiaramente definito può determinare le possibili e probabili alleanze trasformismo che possono svuotare il progetto costituente, non basta cambiare sigla per essere una cosa nuova.

Sono convinto che in questi mesi abbiamo fatto dei passi avanti, ma occorre osare di più. La vera disgrazia sarebbe quella di restare ancorati solo a quello che siamo e non tentare uno sforzo per ricomporre tutta o larga parte della diaspora centrista verso un nuovo soggetto politico, di cui la governabilità e l’innovazione riformatrice dell’Italia sempre più esigono.

Da questo punto di vista la scesa in campo di Rutelli e Dellai può essere stimolante se si inserisce in un percorso unitivo e non frazionistico. Resta comunque il dato che con questa presenza dobbiamo dialogare e vedere se è possibile lavorare insieme per costruire un nuovo soggetto politico, autonomo dal Pdl e dal Pd, in contrasto con i populismi della Lega e di Di Pietro. Solo un soggetto forte, ben strutturato, con gestione collegiale e, soprattutto, con un progetto politico chiaramente definito può determinare le possibili e probabili alleanze e pertanto essere un soggetto vero del cambiamento. Non credo che questo obiettivo si raggiunga creando nuovi frazionismi. Per queste ragioni la fase costituente del nuovo soggetto politico mantiene in essere tutte le sue potenzialità ma oggi richiede un tasso di coraggio e aperture maggiori del passato. Ci sono tempi, e questo è uno di quelli, in cui bisogna mollare gli ormeggi e avventurarsi sul mare aperto, avendo come bussola la storia, gli ideali e chiarezza di obiettivi, accogliendo gli inviti di un poeta: «Che i martelli del cuore battuti per squillare non fallino su corde lente, debilitanti, o che si spezzino».


diario

31 ottobre 2009 • pagina 7

Sarà ascoltato l’uomo che accusa l’esponente del Pdl

Le scuole rimarranno aperte, vaccini per gli atleti

Il pentito Spatuzza al processo Dell’Utri

Fazio frena, nessun allarme in Italia per la febbre

PALERMO. Marcello Dell’Utri ascolterà dalla viva voce del pentito Gasparre Spatuzza le accuse nei suoi confronti. I giudici della corte d’Appello di Palermo, che stanno processando il senatore del Pdl per concorso esterno in associazione mafiosa, hanno infatti deciso di accogliere la richiesta del pg Nino Gatto e ascoltare le accuse del collaboratore di giustizia, che ha indicato Dell’Utri e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi come i referenti politici di Cosa nostra dopo le stragi del ’92. Il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso a Radio Radicale ha rivelato che Spatuzza è «parzialmente ammesso al programma di protezione». Di conseguenza, i magistrati hanno sospeso la discussione - ormai giunta alle battute finali, la pubblica accusa avrebbe dovuto formulare la richiesta di pena - e hanno stabilito che l’esame del collaboratore è rilevante e assolutamente necessario ai fini del verdetto. I giudici decideranno solo dopo avere sentito il pentito se citare sul banco dei testimoni, come sollecitato dal procuratore generale, i tre capi mafia Giuseppe e Filippo Graviano e Cosimo Lo Nigro. Il processo è stato rinviato al 6 novembre, data in cui verrà stabilito il calendario delle audizioni di Spatuzza.

MILANO. «Il virus dell’influen-

Che cosa è successo a Stefano Cucchi? La Russa: «Carabinieri corretti». Ma i dubbi restano... di Antonella Giuli

ROMA. È possibile non essere al corrente della dinamica di un fatto, uno qualunque, e però dichiararsi assolutamente sicuro della buona fede di una delle parti in causa? Per il ministro della Difesa Ignazio La Russa, sembrerebbe proprio di sì. E poco importa se il caso in questione non è in realta un fatto qualunque, ma la tragica morte di un giovane, Stefano Cucchi di anni 31, deceduto appena un pugno di giorni dopo un arresto e sul cui cadavere sono stati ritrovati lividi e ferite. Poco importa perché il ministro La Russa di dubbi non ne ha neanche uno: «Non sono in grado di accertare cosa sia successo ma di una cosa sono sicuro: del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione». Sarà, ma intanto l’omicidio preterintenzionale è il reato ipotizzato per il momento contro ignoti dal pubblico ministero di Roma,Vincenzo Barba, al quale è stata affidata tutta l’inchiesta. Ma cosa è accaduto al ragazzo romano? Questa la ricostruzione ufficiale della vicenda: la notte del 16 ottobre nel parco Appio Claudio di Roma, i carabinieri bloccano Stefano Cucchi mentre è in possesso di droga (ecstasy, cocaina e marijuana). Cucchi viene accompagnato a casa, dove viveva con i genitori, per una normale perquisizione. Il padre e la madre lo hanno visto che «camminava sulle proprie gambe», hanno dichiarato, «era preoccupato, è normale, ma stava bene. E non aveva alcun segno sul viso».

mal di testa. Così è stata chiamata un’ambulanza, ma Cucchi ha rifiutato le cure e non è voluto andare in ospedale. Poi si è messo a dormire e la mattina è stato condotto in tribunale». Quando il giovane arriva in carcere appare però in precarie condizioni. È finito al pronto soccorso, «per dolori alla schiena», hanno ripetuto Luigi Manconi e Patrizio Gonnella, delle associazioni “A buon diritto” e “Antigone”, e il giorno successivo nel reparto penitenziario del «Pertini». Lì è morto per arresto cardiaco la notte di giovedì scorso. E solo allora ai genitori e alla sorella è stato permesso di vederlo, anche se solamente da dietro una vetrata: «Aveva il volto pesto, un occhio fuori dal bulbo, la mandibola storta», hanno raccontato.

«Penso che occorra solo aspettare l’esito dell’autopsia, che sarà già stato acquisito. L’esame autoptico è fondamentale ai fini tecnici e scientifici per stabilire dove Stefano Cucchi è stato colpito e in che modo». L’affermazione, più cauta rispetto a quella del ministro della Difesa, è del Garante dei diritti dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, che ha comunque aggiunto: «Io continuo a pensare che sia stato colpito fuori dal carcere. È evidente che lui è arrivato a Regina Coeli già malmesso e allora, se è così, bisogna capire i passaggi che sono avvenuti con le forze dell’ordine», ha concluso Marroni, aggiungendo anche che Stefano Cucchi, al di là della polemica di questi giorni su chi effettivamente abbia potuto infierire così sul suo corpo, comunque «è stato malmenato violentemente». L’augurio è che adesso, dopo un’altra tragedia come quella che colpì nel 2005 la famiglia del diciottenne Federico Aldrovandi (vicenda che si concluse con la condanna di quattro poliziotti per omicidio colposo), si possa fare davvero chiarezza e nel minor tempo possibile, che gli organi di competenza lavorino per scoprire la verità, con l’aiuto anche dei ministeri chiamati direttamente in causa: Interni e Giustizia.

La famiglia non si rassegna:«Stava bene,sul viso nessun segno».E i pm indagano contro ignoti per omicidio preterintenzionale

Il provvedimento segue il deposito, da parte del procuratore generale, di un verbale di interrogatorio reso dal collaboratore di giustizia il 6 ottobre scorso ai pm di Palermo. Il pentito ha raccontato di avere appreso la circostanza da Giuseppe Graviano, in due diversi incontri a cui avrebbe partecipato anche il boss Cosimo Lo Nigro. Dai colloqui prima col capomafia, poi col fratello Filippo, quest’ultimo visto in carcere nel 2003, Spatuzza dedusse che tra Cosa nostra e lo Stato era in corso una trattativa e che i referenti politici dei boss fossero proprio Dell’Utri e Berlusconi.

za A è dieci volte meno aggressivo dell’influenza stagionale». Lo ha detto il vice ministro della Salute Ferruccio Fazio, sottolineando ancora una volta «il carattere leggero di questa influenza, che sino ad oggi ha fatto undici morti su 400mila casi stimati, mentre lo scorso anno la stagionale ha fatto 8mila morti su 4 milioni di casi». Dunque, ha precisato il vice ministro, «l’incidenza dei casi di letalità dell’influenza A è dello 0,02 per mille, contro lo 0,2 per mille della stagionale». Insomma, il vice ministro ha risposato così alle polemiche sollevate dalla stampa, circa lo scarsi livello d’attenzione al problema “nuova febbre”. E per far seguire fatti alle parole ras-

La mattina successiva, al termine dell’udienza di convalida in tribunale, il ragazzo viene condotto nel carcere di Regina Coeli dopo che i carabinieri lo avevano consegnato alla polizia penitenziaria. «Non c’è stato alcun maltrattamento», hanno assicurato i militari dell’Arma. Cucchi, secondo la ricostruzione dei carabinieri, avrebbe trascorso la notte dell’arresto in camera di sicurezza nella stazione Tor Sapienza. «Appena arrivato ha detto di essere epilettico - hanno sottolineato i militari dell’Arma. In quella stessa notte il piantone l’avrebbe sentito lamentarsi. Tremava, aveva

sicuranti, Fazio ha ribadito che non è in previsione alcuna chiusura delle scuole: «Ci sono in alcune parti d’Italia parziali chiusure di classi, ma la chiusura degli istituti non è necessaria». Fazio ha poi annunciato che i 350 atleti olimpici e paraolimpici che parteciperanno ai giochi invernali di Vancouver 2010 saranno vaccinati: «Naturalmente non vogliamo che la rappresentanza italiana sia decimata e per questo, su richiesta del Coni, abbiamo deciso di vaccinarli tutti». Intanto al ministero della Salute è stata insediata una commissione che si occuperà di gestire i pochi casi gravi di pazienti colpiti da influenza A che si trasforma in polmonite virale: «Sta predisponendo una rete di centri, al momento ne abbiamo identificati 14, in grado di gestire queste emergenze».

Nel mondo i decessi dovuti alla pandemia sono oltre 5.700, ovvero 700 in più rispetto alla settimana scorsa. Il dato è dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms): al 25 settembre sono stati segnalati almeno 5.712 decessi, contro i 4.999 di sette giorni prima. Il continente con il più alto numero di vittime resta quello americano (4.175).


economia

pagina 8 • 31 ottobre 2009

Piazza. Oggi il sindacato cattolico manifesta da solo contro i tagli alla scuola. E promette nuove battaglie. Ma senza la Cgil

Bonanni contro tutti Il leader della Cisl dice no al taglio dell’Irap: «Sciopero generale se aiutate le aziende» di Vincenzo Bacarani

ROMA. Adesso anche la Cisl si mette di traverso e si appresta a complicare la vita al governo Berlusconi.Tra ieri e oggi il sindacato guidato da Raffaele Bonanni ha “armato”due colpi che certo non faranno piacere all’esecutivo. Ieri il suo leader ha minacciato addirittura uno sciopero generale e oggi a Roma i cislini sono in piazza (da soli) contro la riforma e i tagli alla scuola. Una doppia offensiva che vede in primo piano il sindacato di area cattolica, che per mesi era rimasto in un silenzio. Non solo: Bonanni (insieme anche con il leader della Uil, Luigi Angeletti) aveva sempre giudicato eccessivamente dure le prese di posizione del leader della Cgil, Guglielmo Epifani.Troppi proclami, troppi salti in avanti del sindacato di sinistra. La stessa Cisl – sempre insieme con la Uil – ha accettato la riforma contrattuale isolando di fatto l’organizzazione di Epifani. Ora però la situazione sembra cambiata. Che cosa è successo? Ieri mattina, nel corso della trasmissione Omnibus su La7, Bonanni ha preso di mira gli annunci più volte ripetuti da Berlusconi su un taglio dell’Irap (la tassa alle imprese) e osteggiati da Tremonti:

«Se si apre una discussione solo per le imprese - ha detto Bonanni - per quel che mi riguarda proporrò io lo sciopero generale, perché siamo stufi di pagare anche per altri».

Al leader della Cisl non va giù il fatto che dopo estenuanti mesi di discussioni, incontri e trattative con Confindustria e governo sulla necessità di ridurre le tasse a tutti, e cioè a imprese e lavoratori dipendenti e questo in pratica quasi simultaneamente, ora si parli solo di Irap e di imprese, piccole o grandi che siano, e si trascurino le esigenze di operai, impiegati e pensionati. «Se il governo vuole mettere le risorse solo per le imprese - ha rincarato la dose Bonanni - è la volta che la Cisl va in piazza con molta, molta forza, perché è da tempo che chiediamo una disponibilità verso i ceti più deboli». In Cisl fanno anche sapere che la presa di posizione del segretario generale non risponde a scelte ideologiche o a prese di posizione contro il governo a prescindere, ma si tratta di una reazione “giusta e giustificata” dal comportamento del governo che ignora le richieste dei lavoratori. «Anche per la scuola – ag-

giunge un delegato Cisl – è così. Lo sciopero non è contro il governo e basta, ma contro una politica che prevede solo tagli. Vogliamo invece rivedere questi tagli e i tempi di attuazione, avere risorse giuste per il rinnovo contrattuale del personale, stabilizzare il lavoro precario». Il che, tuttavia, di questi tempi non è poco.

Bonanni è poi tornato ieri pomeriggio, nel corso del Festival internazionale del Lavoro che si è svolto alla Villa del Cardinale a Rocca di Papa, vicino alla capitale, sul tema ormai caldissimo dell’Irap. «Propongo alle imprese ha affermato il segretario generale della Cisl - un avviso comune per individuare gli sprechi e gli enti inutili da rimuovere che possono contribuire a finanziare la riduzione delle tasse. Dobbiamo rafforzare un intervento per il taglio delle tasse per le imprese ma anche per i lavoratori e i pensionati, perchè la manovra sulle tasse per noi deve essere un tutt’uno». E se anche la Cisl adesso si mette di traverso sulla strada del governo Berlusconi, non potevano mancare le “campane” della Cgil. A suonarle è stato, come al solito, il segretario generale Guglielmo Epifani al termine

Guglielmo Epifani ha subito fornito una sponda: «Serve una mobilitazione per una grande iniziativa nazionale se il governo non fa nulla». Noi andremo soli, è stata la risposta dell’assemblea nazionale dei delegati Fiom (l’organizzazione dei metalmeccanici) che si è conclusa a Bologna. «Se non si muove il governo – ha detto Epifani - non c’è dubbio che la Cgil si muoverà». Rispetto alla proposta della Cisl di scendere in piazza per protestare contro le misure anticrisi del governo, Epifani spiega che 1di fronte a un governo che non dovesse fare nulla, tutte le iniziative, nessuna esclusa, possono essere messe in campo. Io -

ha aggiunto Epifani - pensavo ad un processo di mobilitazione che può portare ad una grande iniziativa nazionale se il governo non fa nulla. Questo era l’orientamento della Cgil, come ho detto, per costruire e per chiedere al governo di dare delle risposte».

Ma su quest’ultimo aspetto non sembra che Bonanni sia entusiasta e vorrebbe evitare – se possibile – il coinvolgimento della Cisl in uno sciopero

Nei Paesi dell’area dell’euro, in settembre l’indice è salito al 9,7% rispetto al 9,6% di agosto e il 7,7% di un anno fa

Nuovo record per la disoccupazione in Europa di Alessandro D’Amato

ROMA. L’inflazione torna a crescere. A ottobre, rileva l’Istat nella stima provvisoria, il tasso annuo è salito dello 0,3% (a settembre +0,2%), mentre i prezzi, su base mensile, sono cresciuti dello 0,1% (a settembre erano in calo dello 0,2%). «L’aumento - spiegano gli esperti - è legato soprattutto alla crescita mensile dei servizi, mentre i beni sono stabili, con gli alimentari saliti dello 0,1% e gli altri beni dello 0,2%». L’inflazione di fondo è salita dell’1,3% tendenziale (+0,1% congiunturale), mentre quella al netto dei prodotti energetici ha registrato un +1,3% tendenziale e +0,2% congiunturale. Il tasso d’inflazione acquisito si è attestato a 0,7%.

A ottobre sono aumentati dello 0,4% su settembre i prezzi di abbigliamento e calzature con una crescita annuale dell’1,2%. In particolare, il vestiario è cresciuto in un mese dello 0,3% e dell’1% in un anno. In linea l’andamento dei prezzi delle scarpe: +0,4% su settembre e +1,1% su ottobre 2008. I trasporti risultano in calo dello 0,3% in un mese e del 2,2% in un anno: i trasporti ferroviari sono però aumentati dello 0,1% in un mese e del 5,3% in un anno mentre il trasporto aereo è salito in un mese dell’1,3%, ma mostra

un calo del 14,5% annuale. In generale la lieve accelerazione di settembre dipende da una crescita dei prezzi dei servizi (+0,2%), mentre i beni risultano stabili. In questo caso c’è un rialzo degli alimentari dello 0,1% mensile mentre gli ’altri benì sono cresciuti dello 0,2%. A questa lieve crescita si contrappone un calo congiunturale dell’1,3% dei beni energetici. Per gli alimentari la crescita mensile dello 0,1% si affianca a quella annuale dello 0,7%: il pane e i cereali mostrano una crescita dello 0,6% su settembre e dello 0,3% in un anno, dato sostanzialmente stabile rispetto al tendenziale di settembre. La carne bovina mostra un rialzo mensile dello 0,2% e dell’1,1% annuale.

Ed è anche in aumento la disoccupazione nei Paesi dell’area dell’euro: in settembre l’indice è salito al 9,7% contro il 9,6% di agosto e il 7,7% di un anno fa. Secondo Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, si tratta del livello più elevato dal gennaio 1999. Nell’Ue-27 il tasso è stato del 9,2% contro il 9,1% di agosto e il 7,1% di un anno fa. In questo caso di tratta del dato più alto dal gennaio 2000. In settembre i disoccupati nell’Ue erano


economia

31 ottobre 2009 • pagina 9

Partita doppia. Il presidente della Camera chiede più confronto sulla manovra

Fini rilancia e sfida Tremonti in Parlamento di Francesco Pacifico

ROMA. Messa a riposo forzata la Camera per una settimana, Gianfranco Fini va avanti nella sua personale battaglia contro Giulio Tremonti. Ieri ha ricordato al ministro che la politica economica, «per la sua valenza generale, deve trovare, nelle assemblee elettive, sedi di confronto e decisione». Quasi che il problema della collegialità – lo stesso alla base dello scontro tra Palazzo Chigi, il Pdl e il Tesoro – non fosse stato superato dal vertice di Arcore di martedì scorso.

nazionale a più voci che potrebbe tradursi nella solita manifestazione ideologica, cioè una sorta di spallata all’esecutivo che farebbe solo un grande favore al Pd di Bersani. Non solo, la Cisl vorrebbe anche far vedere che è capace di muoversi da sola e che la mobilitazione di lavoratori e pensionati non è una prerogativa esclusiva della Cgil. La strada scelta da Bonanni in queste ultime ore è certamente a rischio perché il pericolo di un isolamento in un contesto politico-sindacale in continuo fermento non è poi così remoto. Tanto per fare un esempio il 6 novembre a Bergamo la Fiom-Cgil terrà una

Qui sopra, Raffaele Bonanni che vuole mobilitare la Cisl contro il governo. A destra, il ministro Tremonti. Nella pagina a Fianco, Dominique Strauss-Kahn manifestazione contro la FimCisl e la Uilm-Uil che in quella città riuniranno i propri delegati (un caso più unico che raro). Anche per questo «sarebbe ora – dicono in Cisl – che il nostro sindacato faccia sapere quanto è forte e quanto è diffuso su tutto il territorio nazionale». E poi, se mai si farà questo sciopero generale della Cisl, sarà – assicurano – uno sciopero a difesa dei lavoratori e dei ceti più deboli.

22.123.000, di cui 15.324.000 nella zona dell’euro. Si tratta di un incremento rispetto ad agosto di 286.000 unità, di cui 184.000 nell’eurozona. Rispetto al settembre 2008, l’incremento dei disoccupati è di 5.011.000, di cui 3.204.000 nell’eurozona. Dati che spingono le organizzazioni internazionali a preoccuparsi: «Non possiamo dichiarare vittoria prima di avere una riduzione della disoccupazione», ha detto il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn, nel corso del suo intervento al «Festival internazionale del Lavoro» che si è svolto a Rocca di Papa, vicino Roma.

«È ancora presto per abbassare la guardia di fronte alla crisi. I dati preoccupanti sulla disoccupazione indicano la necessità di un ulteriore sforzo per accompagnare e accelerare la ripresa», dice invece il segretario generale dell’Ugl, Renata Polverini, ribadendo come «la spinta debba venire dal basso, dal mercato interno che va stimolato sostenendo i redditi delle famiglie». Per Polverini «le misure anticrisi hanno agito prevalentemente in direzione delle imprese, così sarebbe anche con il taglio dell’Irap. Non è più rinviabile un segnale concreto di attenzione alle famiglie». Gli fa eco Guglielmo Epifani della Cgil: «Si conferma quello che dicevamo noi quando stimavamo 20 milioni di nuovi disoccupati e i dati purtroppo vanno in quella direzione. In Italia si pensa di affrontare i problemi dell’occupazione con un po’di ammortizzatori sociali, ma le cose sono più complesse di una semplice tutela che pure ci vuole: servono stimoli fiscali e sulla domanda, e interventi sui settori più in crisi, compreso il terziario».

Dal fortino di via XX settembre Tremonti incassa i ripetuti attacchi in silenzio. Ma chi ha parlato con lui dice che il titolare dell’Economia non gradisce questo questo continuo fuoco amico. Attacchi che lo indebolirebbero in sedi istituzionali non meno complesse di quelle nazionali: ci sono infatti da considerare le sue ambizioni in Europa per la guida dell’Eurogruppo, lo scontro con le banche per ampliare i livelli di credito, le critiche delle imprese che aspettano maggiori risorse contro la crisi. Proprio oggi verificherà di persona le tensioni con il mondo delle aziende. Interverrà a Capri al convegno dei giovani di Confindustria assieme con Emma Marcegaglia. La stessa che ha definito inesistente l’ultima Finanziaria e che ha chiesto con tutta la sua forza il taglio dell’Irap. Tremonti non dovrebbe fare accenno alle ultime politiche nel suo intervento che è, come richiede il tema dell’incontro, incentrato sul Meridione. E lui rispetterà il copione parlando della nascitura Banca per il Mezzogiorno e della piattaforma che Berlusconi sta predisponendo per l’area. Ma è difficile che non si parli di tasse. Ieri la padrona di casa, la presidente dei giovani imprenditori Federica Guidi, ha ripetuto quello che è il leit motiv dell’associazione: «Ci auguriamo che in questo Paese si possa iniziare ad avere una pressione fiscale che si abbassa e bisogna trovare una copertura incidendo sulla spesa pubblica improduttivà». Pare che il titolare dell’Economia non abbia compreso bene la decisione di Fini di sospendere il lavoro fino al 9 novembre. Anche perché tra i provvedimenti in discussione – come lo spacchettamento del ministero del Welfare o la riforma della Finanziaria – soltanto uno avrebbe veri problemi di copertura: l’abbassamento dell’età previdenziale a 53 anni per i lavoratori con disabili a carico. Per il resto non nasconde che gli attacchi del presidente della Camera siano destinati a ripetersi. Fini, mirando su via XX settembre, si

garantisce maggiori spazi di manovra e attenua le tensioni con Berlusconi. Così come non demorderà mai su un taglio dell’Irap da fare quest’anno. Eppure nell’ultimo attacco si tratteggia uno spettro che Tremonti non può gradire: quello delle secche parlamentari. Non a caso Fini gli ha ricordato che il passaggio da una manovra omnibus a una light è stato contraddistinto dalla nascita di «una “Finanziaria continua”, attraverso il succedersi, nel corso dell’intero arco dell’anno, di provvedimenti di carattere finanziario spesso fra loro intersecati». Se è difficile governare a colpi di maggioranza, ancora di più è farlo senza un disegno e l’appoggio della propria parte politica. Concetto in parte ribadito anche dal presidente della Repubblica nel suo messaggio di saluto al convegno di Capri, quando ha ricordato che soltanto «le riforme condivise atte a superare quelle debolezze» possono aiutare l’Italia a uscire da una situazione di stallo. Giorgio Napolitano infatti ha allontanato i facili entusiasmi: «Restano le preoccupazioni per la lentezza e la fragilità della ripresa in atto, per i pesanti effetti negativi della crisi sui livelli occupazionali, che rischiano di perdurare nel tempo, e per le difficoltà strutturali specifiche del nostro Paese». Se non bastasse Tremonti deve ricucire con la Marcegaglia.Che a quanto pare non avrebbe gradito l’attenuazione dello scontro tra Tremonti e le banche. Eppoi c’è il passaggio al Senato della Finanziaria, l’emendamento comune di Pdl e Lega per ridurre l’Irap di 4 miliardi.

Il responsabile dell’Economia non gradisce gli attacchi e teme blitz sulla Finanziaria al Senato. L’avvertimento di Napolitano: «Servono riforme condivise per uscire dalla crisi»

Ieri Mario Baldassarri,

l’autore della controfinanziaria da 38 miliardi, ha fatto sapere che ripresenterà in aula tutti su suoi emendamenti. «Li discuteremo. Tutti», dice l’economista allievo di Modigliani, «E chiediamo che sia discusso tutto il pacchetto degli emendamenti». Il ministro sa che sarà difficile mettere una pezza a una falla nella tenuta della maggioranza, che non coinvolge più soltanto pezzi di ex aennini, deputati del Sud o ministri scottati dal rigore del Tesoro: a chiedere pubblicamente il taglio dell’Irap c’è anche la Lega. Spiega il senatore del Pdl Andrea Augello: «Come nella trigonometria bisogna guardare la questione attraverso le categoria di spazio, di tempo e di velocità. E se il professor Baldassari ha dimostrato che le disponibilità si possono trovare, dobbiamo anche ricordarci che non possiamo guardare soltanto al rigore quando la Germania taglia pedr 24 miliardi le tasse e che le nostre imprese hanno bisogno immediatamente di incentivi»


panorama

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Cantieri. Pino Pisicchio, eminenza grigia dell’Idv pugliese, è pronto a puntare sul transfuga Rutelli

C’è una falla nei dipietristi di Bari di Ruggiero Capone

ROMA. Luigi Castagnetti (presidente della Giunta per le autorizzazioni della Camera, ex democristiano oggi nel Pd) dopo le sue dichiarazioni è stato già ribattezzato Cassandra: «Il movimento lanciato da Francesco Rutelli è una vera insidia politica per il Pd ha detto Castagnetti - il neosegretario del Pd, Pierluigi Bersani, deve disinnescare il pericolo. L’insidia non è costituita da Rutelli in sé. La sua consistenza elettorale in termini parlamentari è ancora ridotta: il pericolo è in prospettiva, l’anno prossimo, quando si aprirà la Costituente di Centro».

Le parole, presaghe di funesti hanno eventi, scosso alcuni centristi del Partito democratico. Soprattutto hanno rimesso in transumanza tutti gli ex Dc a mezzo tra Pd ed Italia dei Valori.

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

Infatti l’idea d’un grande centro appalesata da Rutelli crea fascinazioni bianche negli ex Dc, ormai in difficoltà sia nel partito di Di Pietro che in quello di Bersani. Non è un mistero che il senatore Stefano Pedica, oggi nell’Idv, non smetta mai di dialogare con gli ex amici democristiani. Ma

ta d’essere stato il primo a dire a Rutelli: «Facciamo insieme il centro». Questo avveniva nel 2001, quando Pino veniva eletto nelle liste delle Margherita in Calabria, poiché inserito in buona posizione di listino proporzionale. Nella Margherita veniva molto considerato, poiché quand’era

Democristiano di ferro nella Prima Repubblica, è l’uomo che ha costruito le fortune prima di Dini e poi di Di Pietro al Sud. E ora tutti tremano il primo a dare segni d’insofferenza pare sia stato Pino Pisicchio, a capo d’una potente famiglia politica. Pino è uno storico Dc barese (figlio di Natale Pisicchio, parlamentare Dc negli anni del quadripartito) eletto per la prima volta alla Camera nel 1987, già sottosegretario alle Finanze nel primo governo Amato (1992-’93) e ai Lavori Pubblici nel Ciampi uno (’93-’94). Finita la prima Repubblica, e con essa la Dc, Pisicchio è transitato da Rinnovamento Italiano di Dini all’Udeur di Mastella, approdando in ultimo all’Italia dei Valori. Ma ora si van-

coordinatore nazionale di Rinnovamento Italiano era riuscito a dimostrare a Lamberto Dini d’avere una maggioranza congressuale, fondata su un oggettivo numero d’amici tesserati (soprattutto pugliesi). Non a caso aveva fondato col fratello Alfonso Pisicchio il movimento “Rinnovamento Puglia” (ben il 60 per cento del partito di Dini). Oggi tutta questa bella forza è stata traghettata nell’Idv Puglia. L’adesione dei Pisicchio all’Italia dei valori è relativamente recente, disale al 2006. Ma tanto è bastato loro per fare del marchio Idv una robu-

sta centrale di reclutamento nel Comune e nella Provincia di Bari e, soprattutto, nel palazzo della Regione Puglia. Non dimentichiamo che il coordinatore regionale IdvPuglia (Pierfelice Zazzera) è un pisicchiano di ferro. Non c’è da scherzare, i pisicchiani sono parte della storia Dc di Bari. Dopo lo scandalo che ha mandato in frantumi l’aurea di buona sanità della giunta Vendola, il consigliere regionale Pd Giacomo Olivieri è subito transitato nell’Idv.

Moralità a parte, oggi Alfonso Pisicchio è il vice sindaco di Bari (il vice di Emiliano del Pd) e con tante deleghe. Nel comune di Bari è consigliere Idv anche l’ex Dc Emanuele Pasculli. Stessa situazione nell’ente Provincia di Bari, dove sono stati eletti Giuseppe Gentile e Michele De Chirico. A conti fatti l’Idv ha in Puglia oltre una ventina d’eletti, tra assessori nelle tante cittadine, consiglieri comunali, provinciali e regionali. Ma tutti di origine Dc, e tutti pronti a seguire il clan Pisicchio nella nuova avventura politica centrista.

Il ritratto del Belpaese nel nuovo libro di Aldo Cazzullo “L’Italia de noantri”

Siamo tutti meridionali. O forse no... a Outlet Italia a L’Italia de noantri (entrambi per Mondadori): Aldo Cazzullo ci ha preso gusto a parlare dei mali del nostro Paese. Il nuovo libro è un approfondimento di una tesi che era già presente in nuce nel primo testo: sostiene Cazzullo che l’Italia, al netto delle inevitabili differenze, sia una e ciò che nei fatti l’unisce è che siamo diventati, anche i settentrionali, quindi anche i leghisti che in fondo sono dei meridionali capovolti o dei meridionali esagerati, un po’ tutti meridionali.

D

Anzi, il giornalista va oltre e dice che Napoli altro non è che «Italia elevata a potenza» perché, in fondo, nei centocinquanta anni di Unità non c’è stata la «piemontesizzazione» dell’Italia, come all’inizio sembrava dovesse esserci, piuttosto c’è stata la vittoria dell’ideologia meridionale o la napoletanizzazione dell’Italia. Insomma, tra il “modello piemontese” e il “modello napoletano” ha vinto quest’ultimo. Dunque, tutti meridionali, tutti uguali? Marco Demarco - il direttore del Corriere del Mezzogiorno, autore a sua volta del libro Bassa Italia (Guida), che lo stesso Cazzullo ha confessato di aver

tenuto presente in special modo nel suo lavoro - parlando in anteprima del libro di Cazzullo presentato a Napoli nei giorni scorsi all’Istituto di cultura meridionale (e non poteva essere diversamente) di via Chiatamone, ha però avanzato una critica precisa e una differenza decisiva: se è vero che l’Italia è tutta meridionale, è altrettanto vero che il «Meridione si è ulteriormente meridionalizzato». Non siamo tutti meridionali allo stesso modo perché se il Nord è come il Sud non è vero che il Sud è come il Nord.

Ciò che fa difetto al Sud è la fiducia nello Stato, una pubblica amministrazione funzionante, un’economia virtuosa. Mancano i fondamentali del buon gioco democratico. E non perché, come pur si sente dire in giro in ambienti po-

litici di sinistra, i meridionali siano ingovernabili, ma perché i governi - anche quelli recenti e illuminati, vedi il Rinascimento di Bassolino - hanno fallito.

Se questo è vero, ed è vero, allora - come dice Cazzullo - il riscatto di Napoli è il riscatto dell’Italia. Sì, ma come? Riscoprendo il modello che ha perso: il Piemonte o, uscendo dalla regionalizzazione dell’Italia, lo Stato. Infatti, dire che l’Italia si è meridionalizzata significa dire che c’è un’Italia dominante che è quella che finge di credere a se stessa e alle istituzioni e si adatta al più classico dei fenomeni italiani: la messa in scena o la recita pubblica, come diceva Barzini jr. È questa un’Italia eterna più che meridionale ed è quella cultura del “particulare” teorizzata da Guicciar-

dini e spiegata come meglio non si potrebbe fare da De Sanctis: il “particulare” non è semplicemente il mio ristretto interesse, bensì un complesso di superiorità con cui l’italiano guicciardiniano si pensa più avveduto degli altri e ritiene che l’unica cosa che conti veramente al mondo sia la furbizia, la scaltrezza, l’inganno. Non crede, forse, l’italiano (e il napoletano che ne è un po’ la versione esagerata) di essere sempre il più intelligente di tutti? Ma l’intelligenza senza virtù, in senso più machiavelliano che cristiano, non basta. Ciò che fa difetto agli italiani è la volontà. Come diceva Alcide De Gasperi: «Non cerco un italiano intelligente, cerco un italiano di carattere».

A pensarci bene, il pamphlet di Aldo Cazzullo si inscrive nella tradizione del «discorso sul carattere degli italiani» e centocinquanta anni dopo ripropone la celebre frase di Massimo d’Azeglio: «L’Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani». Una frase che è la biografia della nazione, perché avendo fatto l’Italia senza gli italiani - e altro modo non c’era - il Piemonte fece un miracolo (l’Italia), ma farne due (gli italiani) era davvero chiedere troppo.


panorama

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Regionali. Gianni Letta riapre i giochi per Galan in Veneto. E il Senatùr propone l’ex Guardasigilli al posto di Formigoni

E ora Bossi pensa a Castelli per la Lombardia di Valentina Sisti on solo l’Irap. Saranno le Regionali a stabilire davvero se c’è la tregua, nel centrodestra, definendo chi sale e chi scende. Umberto Bossi dopo aver ricondotto all’ovile Giulio Tremonti, ora presenta il conto e cerca di fare il pieno per le Regionali, non rinunciando alla più bella del reame padano.

N

Sì, proprio la Lombardia: prima nella Lega lo si diceva tanto per dire, ora anche ai livelli più alti del Pdl assicurano che il Pirellone al Carroccio è una delle ipotesi allo studio. Anzi, visto che i maligni non mancano, c’è chi sostiene che - da un lato - Silvio Berlusconi si fiderebbe più di Roberto Castelli che dello stesso Roberto Formigoni in quel posto, dall’altro lato quelli che pensano male lasciano intendere che mica sarebbe così entusiasta, in fondo, Bossi, di far crescere i veneti più dei lumbard. Si dirà: ma il Veneto e il Piemonte insieme valgono bene la Lombardia. Obiezione respinta. A rinforzare i dubbi sul Piemonte di Bossi - ma anche

A rafforzare i dubbi leghisti sul Piemonte, un sondaggio che vedrebbe Mercedes Bresso battere Roberto Cota (ma non Enzo Ghigo) di Berlusconi - si è aggiunto un sondaggio dell’Istituto Crespi che dà Mercedes Bresso per il centrosinistra vincente contro Roberto Cota (Lega) ma non contro Enzo Ghigo (Pdl), visto che il sottosegretario Guido Crosetto si è tirato indietro. E Cota non avrebbe certo voglia di bruciare una

carriera brillante con una sconfitta bruciante in Piemonte. Inoltre, a mettere in campo Luca Zaia, in Veneto c’è il rischio che la Lega debba rimetterci un ministero e neanche questo piace molto, a Bossi.

A riaprire i giochi è stato Gianni Letta, uno che di soli-

to non parla a vuoto, che a Onna, presente Giancarlo Galan che inaugurava con lui un asilo, lo ha definito alla luce delle statistiche del Sole 24 ore il «miglior governatore» aggiungendo che fosse per lui, «sarebbe da riconfermare per i prossimi 15 anni». Intendiamoci, per Galan l’idea più accreditata resta un ministero (Sanità o Cultura), ma - esclusa ormai l’ipotesi di una corsa solitaria, contro la Lega - riprende quota anche l’idea di una riconferma per lui, a nome di tutto il centrodestra. Ci sarebbe da convincere Bossi, e l’unico argomento convincente, appunto, diventerebbe per lui la Lombardia. «Noi di certo siamo pronti a sostenere la candidatura di Formigoni, ma in caso contrario correremo da soli - avverte il segretario regionale lombardo dell’Udc Luigi Baruffi - Il governatore deve ancora superare degli ostacoli anche se sono convinto che alla fine la spunterà». C’è però - sono sempre i maligni a parlare - chi fa notare lo scoppio concentrico di inchieste giudiziarie che coinvolgono la giunta lombarda e in-

Polemiche. Una risposta ragionata all’ennesimo, duro attacco di “Repubblica” a Benedetto XVI

Le lenti appannate di Scalfari di Luca Volontè l livore non era stato mai taciuto. Fin dai primi giorni della elezione al soglio di Pietro, Benedetto XVI aveva dovuto subire la peggiore campagna offensiva e denigratoria da parte di una certa stampa e della penna bianca di Scalfari.

I

Negli ultimi sette giorni La Repubblica è tornata di gran carriera alla carica del Papa, con una stizzita violenza degna del peggior pregiudizio anticattolico. Scalfari aveva sempre osservato le vicende vaticane da un punto di vista parziale, con le lenti appannate dal desiderio di preferire il cardinal Martini a Giovanni Paolo II e Tettamanzi a Benedetto XVI. Non è mai stato un mistero, gli anni hanno gravemente peggiorato questa mancanza di obiettività. Tant’è che giorni fa, la penna stilo dell’Eugenio macchia di insulti, bugie e offese la Chiesa Italiana e il Vaticano. L’ennesima prova della difficoltà in cui versa il giornalismo italico, la troviamo in un articolo che irride il cardinale Bagnasco, per le sue affermazioni sull’ora

di religione e le emergenze del Paese. L’intervista “catholica” del presidente della Cei, viene considerata odorosa di «giglio, camomilla, valeriana». Dunque Scalfari apprezza di più la Chiesa dei “no”, quella “di Gregorio Magno”. Scalfari apprezza anche quella dei “valori morali”, dei “mistici” che purtroppo, dice lui, di «rado è penetrata nella cerchia della Gerarchia». Così, butta lì, gli esempi di

L’ulteriore prova della difficoltà del giornalismo, la troviamo in un articolo che irride il cardinale Bagnasco per le affermazioni sull’ora di religione Francesco di Assisi e di due eretici, contro i quali i francescani lottarono a fondo, Gioacchino da Fiore e Valdo.

Tutto fa brodo, nella scelta del fondatore di Repubblica, pur di descrivere Benedetto un «modesto teologo che fa rimpiangere i predecessori». Bagnasco sarebbe l’immagine dell’«aura untuosa che si respira nella Chiesa italiana» e, anche in questo caso, il pensiero storto di Scalfari si comprende appieno ricordando le innumerevoli baggianate insultanti verso

Ruini. I Vescovi dalla loro Conferenza Episcopale, lancerebbero “ukase” verso i parlamentari cattolici, la libertà religiosa equivale al relativismo religioso. Tutto male, tranne quel cardinale Martini che la pensa all’opposto della Gerarchia, un tale «tollerato con fastidio» che tuttavia, ricordiamo a Scalfari, la Chiesa ha messo per decenni alla guida della più imponente diocesi del mondo e ha creato cardinale, il massimo della responsabilità e della “gerarchia”. Non è una voce isolata, infatti la conferma della “limitatezza” di Benedetto, Repubblica la conferma ospitando una riflessione di Hans Kung, il quale aveva già rilasciato una intervista recente su Stern, sul “limite teologico”di Ratzinger. Bagnasco e il Papa stiano sereni, le parole di Cristo sugli insulti a lui e ai suoi, confermano la “buona strada” che la Chiesa sta percorrendo. Non saranno né la smemoratezza aggressiva di Scafari, né la stravaganza protestantica di Kung a vincere il mondo, un Altro l’ha già fatto.

chieste giornalista che prendono di mira la Compagnia delle Opere, e il tutto contribuisce a rendere più vulnerabile la posizione di Formigoni. Si vedrà.

Ma fare troppe concessioni alla Lega potrebbe comportare un’altra grana per Berlusconi: spingere l’Udc - sulla spinta dell’ala che aderisce all’unione di Centro, che va da Bruno Tabacci, a Savino Pezzotta a Gianni Rivera - in braccio al centrosinistra. E attenzione: nella blindatissima Provincia di Milano, forse, se l’Udc fosse andata con il centrosinistra avrebbe potuto ribaltare l’esito del voto che ha visto prevalere Guido Podestà per poche centinaia di voti. E il discorso vale anche per il Veneto, dove al centro si registra un bel movimento, e una scelta su un leghista rischia di aprire una fronda nel Pdl e nel mondo industriale veneto, che potrebbe preferire un’intesa con il neonato movimento di stampo rutelliano che fa capo al presidente della Provincia di Trento, Lorenzo Dellai, e aggrega anche il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari.


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er fortuna senza armi e senza morti, ma è ricominciata la guerra tra Libano e Israele. E stavolta non c’entrano né le Fattorie di Sheba’a né i missili di Hezbollah, ma hummus, tabbouleh e falafel. Falafel: polpette di farina di ceci e/o di fave mista a cipolla, aglio e coriandolo, fritte e poi servite nel tipico pane rotondo pita con contorno di burro di sesamo tahina e insalata di pomodori, cetrioli e patatine fritte. Tabbouleh: insalata di bulgur, grano duro germogliato cotto al vapore, seccato, macinato e sminuzzato; assieme a pomodori, scalogno, menta e prezzemolo, conditi con olio d’oliva, limone, pepe nero, pimento e cannella. Hummus: pasta di ceci e tahina aromatizzata con olio d’oliva, limone, aglio, paprika, cumino, e prezzemolo; spalmato sul pane azzimo, oppure messo nella pita prima di farcirla con falafel o kebab; o ancora usato come salsa per verdure crude come carote, sedano o finocchio. Una cosa sicura è che si tratta dei piatti più popolari di tutto il Medio Oriente, anche perché riescono a conciliare i tabù alimentari della grandissima maggioranza della popolazione locale. Non solo infatti la farina di ceci o di fave è una fonte di proteine vegetali alternativa alla carne che, a parte di costare meno, evita alla radice i problemi degli ebrei con la macellazione koscher o dei musulmani con la halal. Perfino l’uso del burro di sesamo al posto dell’olio d’oliva agevola i precetti dei cristiani ortodossi sul mangiare di magro in Quaresima e in tutti i mercoledì e venerdì. Un’altra cosa sicura è che si tratta di piatti antichissimi: abbastanza simili ad esempio a certe preparazioni della cucina dell’antica Roma, anche se ci sono ingredienti come gli americani pomodori che devono essere di introduzione recentissima.

P

il paginone

Sempre più frequenti gli scontri gastronomici internazionali. In Med In America Latina l’oggetto del contendere è il “pisco”. Scozia e Inghilterra si sco ebrei romani. Insomma, furono i coloni sionisti a conoscerli in Palestina, e poi dopo la nascita d’Israele a ritrasmetterli alle comunità ebraiche del pianeta. D’altra parte, sembra pure appurato che il falafel non sia originario dell’area siro-libanese-palestinese, ma sia stato importato dall’Egitto: anche se quello della Terra dei Faraoni si fa con farina di fave, e dunque si deve al Mashreq quella variante ai ceci che è poi diventata la più diffusa.

A favore di un’origine libanese del tabbouleh, viceversa, ci potrebbe essere il particolare che già in epoca romana la fertile Beqaa era diventata famosa come apprezzata fornitrice del miglior farro dell’Impero, quello usato per i sacrifici. A ogni modo, da tempo seccati per l’identificazione di Israele con alcu-

Le polpette fritte e speziate a base di ceci sono diventate un’icona dello Stato ebraico. Ma la ricetta originale è stata importata dalla Terra dei Faraoni , dove era diffusa la variante con farina di fave

di Maurizio Stefanini

Tipico fast-food della regione, sono stati anche esportati con successo in gran parte dell’Occidente, anche se attraverso mediazioni differenti. Negli Stati Uniti, ad esempio, sono arrivati attraverso le comunità ebraiche, anche se poi la loro popolarità è stata rilanciata in modo esponenziale grazie ai ristoranti vegetariani. Viceversa, in America Latina a introdurli sono state soprattutto i cosiddetti turcos: quell’influente minoranza di immigrati libanesi, siriani e palestinesi che costituisce un’aliquota importantissima dell’élite imprenditoriale e intellettuale, e a cui appartengono una quantità di nomi noti che vanno dal miliardario messicano Carlos Slim all’ex-presidente argentino Carlos Saúl Menem, passando per la cantante colombiana Shakira o per il calciatore e allenatore brasiliano Mario Zagallo. Ma chi è che li ha inventati? Certamente sono diventati un’icona di Israele, le cui strade sono piene degli ambulanti che fanno il falafel: un po’ come quelli che rivendono le piadine in Romagna, i panini alla porchetta nel Lazio o quelli alla milza in Sicilia. Ma sono assenti dalle pur ricchissime tradizioni gastronomiche degli ebrei della diaspora: dalla carpa ripiena (gefilte fisch) della cucina yiddish ai carciofi alla giudia degli

Geopolitica de

Il falafel, tipico fast-food della regione, è stato anche esportato con successo in gran parte dell’Occidente, con mediazioni differenti. Negli Stati Uniti, è arrivato attraverso le comunità ebraiche e la sua popolarità è stata rilanciata dai ristoranti vegetariani ni piatti che a loro volta sono da loro considerati un emblema nazionale, il Libano ha condotto un blitz di rivendicazione in un altro modo. Ha per la verità lasciato perdere il falafel: origini egiziane a patte ed a parte l‘israelizzazione troppo forte, sarebbe stato per lo meno complicato eccedere nella normali dimensioni delle polpette senza renderne poi problematico non solo il consumo, ma anche la semplice frittura. Sabato 24 ottobre hanno invece riunito 250 allievi della famosa scuola di catering al-Kafaat, sotto la guida di 50 cuochi e la supervisione generale del famoso chef televisivo Ramzi Choueiri. Utilizzando ben cinque tonnellate di materia prima, grazie ai finanziamenti della locale Confindustria, in capo a due giorni di frenetico lavoro sono riusciti quindi a entrare nel Guinness dei

Falafel, hummuse, tabbouleh provocano una battaglia diplomatica tra Libano e Israele. Mentre Cile e Perù litigano per la paternità dell’acquavite Primati, la cui organizzazione ha fornito regolari arbitri, col realizzare l’hummus e il tabbouleh più grandi del mondo. Strappando così agli israeliani il primato precedente.

Per fare l’hummus, due tonnellate di peso finale, sono stati necessari 1350 chili di ceci passati, 400 chili di tahina, 400 litri di succo di limone, 26 chili di sale, 13 chili di aglio, 160 litri di olio di oliva, 25 chili di peperoncino rosso: più 20 chili di ceci interi, per farne una guarnizione a forma di bandiera libanese. Per il tabbouleh ci sono invece voluti 1600 chili di prezzemolo, 420 chili di scalogno, 420 litri di succo di limone, 24 chili di sale, 60 chili di bulgur, 300 litri di olio di oliva, 150 chili di pomodori e 250 chili di lattuga. Il tutto appunto per dimostrare, secondo lo slogan della ma-

nifestazione, che «l’hummus e il tabbouleh sono al 100% libanesi. Unisciti a noi e dillo al mondo». «La cucina israeliana non esiste», ha sentenziato deciso Chef Ramzi. «Esiste una cucina ebraica, che include ricette di tutto il mondo. Ma da qui reclamare come propri piatti come l’hummus e il tabbouleh, di chiara origine palestinese e libanese, ne corre». Il suo timore è addirittura che gli israeliani finiscano per registrare queste ricette come loro, «obbligando noi arabi a pagare poi a loro i diritti se cerchiamo di esportare i nostri piatti. Dobbiamo impedirlo!».

Il record viene a un anno di distanza dall’azione in tribunale con cui la Confindustria libanese ha citato Israele in giudizio per impedirgli di presentare l’hummus come “prodotto israeliano”.


il paginone

dioriente tre Paesi si combattono per un piatto di origine egiziana. ontrano sull’invenzione di un insaccato di interiora di pecora chiamato “haggis”

elle guerre alimentari l’unanimità una legge che fissava la frontiera marittima col Cile su una linea equidistante dai litorali di entrambi i Paesi: sfidando il criterio cileno secondo il quale avrebbe dovuto invece prolungare il parallelo della frontiera terrestre.

D’altra parte, però, in Israele si fa notare che il Talmud 700 anni fa parla di un piatto chiamato Hamitz che era fatto proprio con purè di ceci, e certe analoghe citazioni della Bibbia risalgono al 1000 a.C.. Insomma, si tratterebbe di un retaggio della Terra Promessa che gli ebrei avevano abbandonato con la Diaspora e avrebbero recuperato col “ritorno”: riapprendendolo da popoli, che però probabilmente era dagli antichi ebrei che lo avevano appreso a loro volta. Si fa osservare anche che la stessa pita è popolarmente definita “pane arabo”, ma probabilmente deve essere nata in seguito alla colonizzazione sionista: per farlo sono infatti necessari forni di tipo moderno, che solo dai tempi della colonizzazione sionista furono appunto introdotti nella regione. Altri argomenti israeliani: semmai sarebbe un piatto palestinese e non libanese, e ne

esiste anche una variante siriana; mentre in Libano è usato solo come antipasto, israeliani e palestinesi lo consumano come piatto principale; la sua popolarità negli Usa è dovuta alla mediazione israeliana; il mercato Usa dell’hummus è quasi tutto assicurato da ebrei piuttosto che da arabi. Insomma, la guerra gastronomica continua.

D’altronde, non è solo un problema tra israeliani e libanesi. Pure annosa e mescolata a problemi geopolitici, ad esempio, è la querelle tra peruviani e cileni per il pisco, la famosa acquavite. Tra l’altro, la richiesta di denominazione geografica esclusiva fatta nel 2005 dal Perù presso l’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale fu quasi contemporanea alla legge con la quale il Congresso di Lima approvò al-

All’alba di tutte le cose c’è quella Guerra del Pacifico del 1879-83, con la quale il Cile tolse alla Bolivia quello sbocco al mare che oggi costituisce la Regione di Antofagasta, e al Perù le altre Regioni di Tarapacá e Arica-Parinacota. «Arica è peruviana e il pisco pure», era il tenore dei messaggi che gli internauti dei due Paesi si scambiavano. In realtà, i cileni non contestano che il Pisco sia stato inventato in Perù: tra l’altro, in Perù si trova la città omonima, e le testimonianze risalgono fino al XVI secolo. Obiettano però che anche il Cile ha iniziato a produrla molto tempo fa: almeno dal XVIII secolo. Dunque, assegnare il nome solo al prodotto peruviano danneggerebbe un altro prodotto altrettanto tradizionale, e peraltro ben distinto, perché anche gli uvaggi sono diversi. Mentre l’ingrediente base del Pisco peruviano è infatti la uva quebranta, varietà genetica nata in Perù dell’uva nera portata dalla Spagna, il Pisco cileno si fa con moscato. La questione è talmente intricata che alla fine la comunità internazionale ha deciso in ordine sparso. L’Italia, come Francia, Italia, Portogallo, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Bulgaria hanno rifiutato la richiesta peruvia-

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na: ma solo “in quanto impedirebbe la commercializzazione del Pisco cileno”, che è protetto dall’Accordo di Associazione economica tra Ue e Cile. Stessa linea di Messico, Corea del Sud, Nuova Zelanda, Singapore, Brunei, sempre in base a vari accordi, mentre Stati Uniti, Canada, Cina, Giappone e El Salvador riconoscono due prodotti distinti: il pisco cileno e il pisco peruviano. Insomma, l’esclusiva al Perù è riconosciuta solo da Algeria, Burkina Faso, Congo, Corea del Nord, Cuba, Georgia, Haiti, Israele, Moldavia, Nicaragua, Serbia, Togo e Tunisia: più che altro, perché non essendo interessati al tema hanno accolto la richiesta di Lima senza obiettare. Il far parte dello stesso Regno Unito, d’altra parte, non ha impedito un’altra recente guerra gastronomica tra Scozia e Inghilterra, sull’invenzione dell’haggis. Si tratta di un insaccato di cuore, polmone e fegato di peco-

L’haggis è la portata d’obbligo della cena in onore di Bruns che gli scozzesi celebrano ogni 25 gennaio, al suono delle cornamuse, declamando i famosi versi mentre la pietanza viene tagliata con una spada ra macinati assieme a cipolla, grasso, sale e spezie e mescolati a brodo, il tutto poi bollito nello stomaco dell’animale per tre ore: insomma, a sentirne la descrizione una vera schifezza.

Chi ha visto “Highlander” ricorderà il moto di disgusto di Sean Connery, scozzese nella realtà ma non in quella finzione, quando Christopher Lambert gliene parlava... Ma d’altronde, anche la pajata romana o il panino alla milza palermitano sono preparazioni di genere splatter. Eppure, chi li assaggia garantisce che si tratta in realtà di prelibatezze. E l’haggis è salutato comunque dagli scozzesi come potente simbolo identitario, quasi allo stesso modo della cornamusa o del kilt. Lo stesso Robert Burns, il “bardo” che è un’altra icona di Scizia, dedicò all’haggis un famoso poema del 1787. «Bel vedere la tua onesta, paffuta faccia/ gran capo della razza delle salsicce». E l’haggis è appunto il piatto d’obbligo della cena in onore di Bruns che gli scozxzesi celebrano ogni 25 gennaio, al suono delle cornamuse e declamando appunto i famosi versi proprio mentre l’haggis viene tagliato: non con un coltello, ma con una vera e propria spada. Ebbene: c’è una ricercatrice inglese di nome Catherine Brown che ha trovato riferimenti all’haggis in un libro di ricette inglesi del 1615: 171 anni prima del poema di Burns, e 132 prima della più abtica menzione di un haggis scozzese. Insomma, secondo la Brown: «era un piatto popolare in Inghilterra fino alla metà del XVIII secolo. Poi avvenne che gli inglesi decisero che non gli piaceva più, e se lo accaparrarono gli scozzesi». Risposta di James Macsween, il più importante produttore di haggis d tutta la Scozia: «Ah, si? Non mi risulta però che Shakespeare abbia mai dedicato all’haggis un poema».


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Nomine. Un vertice straordinario a metà novembre per decidere chi occuperà le nuove cariche previste dal Trattato di Lisbona. Con un candidato a sorpresa

D’Alema a Bruxelles? È nella rosa del Pse per gli Esteri. Berlusconi: nessun veto Sul clima un compromesso per gli aiuti ai Paesi dell’Est di Alvise Armellini

BRUXELLES. La due giorni del Consiglio europeo di Bruxelles si conclude con un accordo al ribasso sul clima e con una novità sul fronte delle candidature per le nuove cariche create dal Trattato di Lisbona. Nella rosa del Pse per l’Alto rappresentante per la politica estera spunta il nome di Massimo D’Alema, in corsa insieme al capo del Foreign Office, David Miliband, e all’ex responsabile del Quai d’Orsay, Hubert Védrine. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, è sembrato disponibile, nonostante il fatto che la scelta di D’Alema obbligherebbe al sacrificio di Antonio Tajani, il commissario italiano ai Trasporti che finora dava per scontata la sua riconferma. E ovviamente dovrebbero essere messe da parte qualsiasi velleità di piazzare Giulio Tremonti all’Eurogruppo nel 2010 o il governatore Mario Draghi alla Banca centrale europea nel 2011. «L’Italia giocherà la sua partita istituzionale, valuteremo tutti i nomi dal primo all’ultimo a prescindere che siano di maggioranza o opposizione», ha detto Frattini. A rafforzare il messaggio ha contribuito un comunicato di Silvio Berlusconi, assente da Bruxelles causa scarlattina. Il presidente del Consiglio ha confermato che i leader europei hanno avviato «una serie di contatti e di colloqui» sulle nuove nomine Ue, precisando che dovranno es-

Francia e Germania per dividere la presidenza Ue tra popolari e socialisti

Una poltrona per due, la corsa diventa staffetta di Enrico Singer segue dalla prima Il compromesso, per la verità, è offerto su un piatto d’argento dalla lettera del Trattato di Lisbona che prevede per il presidente del consiglio “stabile” un mandato di due anni e mezzo rinnovabile. Finora questa formula era comunemente interpretata come un sistema per arrivare, di fatto, a incarichi di cinque anni con un rinnovo scontato in partenza. Anche perché era proprio la stabilità dell’incarico la ragione fondante della riforma dell’attuale sistema delle turnazioni semestrali. Ma a quanto dicono adesso tanto i francesi che i tedeschi – protagonisti del solo asse che ancora funziona, e comanda, in Europa – questa ambiguità temporale servirà per accontentare tutti senza nemmeno bisogno di cambiare le regole che saranno, però, applicate nel modo più rigido. A questo punto, tramontata la candidatura di Tony Blair, la battaglia sui nomi tra il popolare lussemburghese Jean-Claude Juncker e il socialista spagnolo Felipe Gonzalez non conta più di tanto. La sola suspense sarà vedere chi si aggiudicherà il primo turno.

Quello che conta, invece, è che la sottolineatura della staffetta dimostra che il nuovo presidente della Ue, più che l’uomo forte dell’Unione, sarà un’altra casella di vertice da spartire nel grande suk delle cariche europee. Con tante prerogative istituzionali e scarsi poteri reali. Ha un bel dire Jean-Claude Juncker che la sua disponibilità è condizionata «alla volontà di fare sul serio». La verità è che quella che si sta affermando è l’Europa dei governi dove ogni capitale cerca di tenere per sé il massimo del potere delegando a Bruxelles compiti più di coordinamento e di

controllo. È dal fallimento dell’ambizioso progetto della Costituzione europea, silurata dai “no”nei referendum in Francia e in Olanda, che tutte le istituzioni di sapore federalista sono state ridimensionate. Il presidente “stabile”del Consiglio è destinato a svolgere il ruolo di notaio delle decisioni prese dai leader dei Ventisette e per un simile compito ci vuole una personalità disposta a farsi guidare, più che a guidare. Stessa sorte toccherà a quello che doveva essere il ministro degli Esteri della Ue che il Trattato di Lisbona ha retrocesso alla qualifica di Alto rappresentante della Ue per la politica estera e la sicurezza (la stessa che già oggi spetta allo spagnolo Javier Solana) anche se gli ha cucito qualche gallone in più sulla casacca perché sarà contemporaneamente vicepresidente della Commissione.

Lo scettro del potere rimane saldamente nelle mani dell’unica cabina di regia che esiste nella Ue. E che è rappresentata dalle maggioranze che, di volta in volta, si costruiscono tra i leader dei Ventisette sui vari problemi che sono sul tappeto: che si tratti della difesa del clima o della politica agricola. Anzi, più che le maggioranze contano quelle che gli eurocrati di Bruxelles chiamano “minoranze di blocco”. Quando si devono prendere decisioni di rilievo e in Consiglio ci vogliono i due terzi dei voti dei Paesi membri (i più grandi, come Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia hanno un numero di voti superiore a quelli di Spagna e Polonia e così via fino a Cipro e Malta) possono bastare i voti di due grandi Paesi più uno medio e due piccoli per impedire che passi una decisione. Ecco perché l’asse franco-tedesco si può permettere il lusso di lasciare fuori sia l’Italia che la Gran Bretagna dal vero gioco del potere europeo. E può anche scegliere i notai che dovranno ratificare le loro decisioni.

sere spartite tra le «diverse formazioni politiche in Europa». Quindi in uno spirito bipartisan in cui potrebbe rientrare proprio la candidatura dell’ex ministro degli Esteri del governo Prodi, con cui Berlusconi ha avuto un colloquio amichevole poco meno di due settimane fa, officiato dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. «Qualora emergesse in concreto la possibilità per l’Italia di ottenere l’assegnazione di una di quelle cariche - dice la nota di Palazzo Chigi - il governo valuterà con serietà e responsabilità le candidature capaci di assicurare all’Italia un incarico di così alto prestigio». Nel frattempo per la presidenza stabile del Consiglio dell’Ue continua il fuoco contro Tony Blair difeso soltanto dai britannici e scaricato perfino dall’Italia che lo aveva appoggiato con entusiasmo. «Ci sarà sempre un legame tra l’Iraq, Bush e Blair. E se vogliamo rilanciare l’Europa dobbiamo proiettarci verso il futuro. Credo che questo sia stato compreso da molti Paesi», ha commentato il ministro degli Esteri lussemburghese, Jean Asselborn, il cui premier JeanClaude Juncker è il primo nemico dell’ex inquilino di Downing Street.

I giochi sono aperti. Ci sono anche dei passi indietro tattici, come quello di Jan Peter Balkenende accreditato per la presidenza Ue assieme all’ex cancelliere austriaco Wolfgang Schuessel. «Non sono un candidato», ha smentito il premier olandese, aggiungendo però di «non sapere» che cosa potrà accadere in futuro. E il presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha ricordato che «i nomi della prima ora non sono necessariamente i vincitori dell’ultima ora», ma ha assicurato che lui e il cancelliere tedesco Angela Merkel sono «d’accordo per sostenere lo stesso candidato». Per chiudere i giochi sulle nomine servirà un vertice straordinario, previsto intorno a metà novembre dopo la ratifica del Trattato di Lisbona da parte della Repubblica ceca, che a questo summit ha ottenuto l’opt out sulla Carta dei diritti fondamentali chiesto dal presidente Vaclav Klaus in cambio della sua firma. Ieri è stato anche trovato un accordo sugli aiuti ai Paesi in via di sviluppo per affrontare i cambiamenti climatici, ma


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Parla Maurice Fraser, ex consulente di Major per le questioni europee

Londra punta agli Esteri Dai Tories sì a Miliband di Lorenzo Biondi

«Qualora emergesse davvero la possibilità di un incarico di così alto prestigio per l’Italia, il governo valuterà con serietà e responsabilità». Ma sono a rischio Antonio Tajani e Giulio Tremonti Angela Merkel, Nicolas Sarkozy e il ministro tedesco degli Esteri. A destra il suo omologo inglese, David Miliband, vicino alla carica di Alto Rappresentante europeo per gli affari internazionali. In basso, l’ex premier socialista spagnolo Felipe Gonzalez. Nella pagina a fianco, il primo ministro del Lussemburgo Jean-Claude Juncker. Entrambi in corsa per la carica di Presidente del Consiglio Ue

senza indicare cifre precise sul contributo che dovrà venire dai Ventisette. Un esito che soddisfa Germania, Francia e Italia che non volevano scoprire le carte dell’Ue prima della Conferenza Onu di Copenhagen a dicembre, ma che delude la presidenza svedese e la Gran Bretagna, che volevano mettere sul piatto 10-15 miliardi di euro per lanciare un segnale virtuoso agli altri Paesi industrializzati, Stati Uniti in testa. I leader europei si sono limitati a dire che i Paesi poveri avranno bisogno di un contributo globale che dal 2013 al 2020 dovrebbe toccare i 100 miliardi specificando che dalla Ue arriverebbero dai 22 ai 50 miliardi ed il resto da finanziamenti privati e dai proventi delle borse di emissioni CO2. Per siglare quest’intesa annacquata sono state necessarie due importanti concessioni ai Paesi dell’Est: la partecipazione volontaria agli aiuti immediati che i Paesi ricchi verseranno ai Paesi poveri nel 2010-2012, e il rinvio ad un gruppo di lavoro della definizione dei meccanismi con cui i singoli Paesi Ue dovranno contribuire al sistema di aiuti post-2012.

LONDRA. Un governo conservatore nel Regno Unito lavorerebbe a fatica con Tony Blair alla presidenza dell’Unione Europea, mentre la collaborazione sarebbe meno difficile con David Miliband. Che ci sia l’uno o l’altro, o nessuno dei due, la Gran Bretagna a guida conservatrice continuerà a dare del filo da torcere a Bruxelles- Anche senza ricorrere al referendum sul Trattato di Lisbona. Parola di Maurice Fraser, che negli anni del governo Major era special advisor del primo ministro sulle questioni internazionali, mentre David Cameron copriva il fronte interno. Parliamo con lui, ora docente di politica europea alla London School of Economics, dell’attitudine dei conservatori verso l’Europa. William Hague, il ministro ombra degli Esteri, ha detto che scegliere Blair per la presidenza europea sarebbe un «atto ostile» nei confronti dei Tories. David Cameron ha però aggiunto che, da primo ministro, lavorerebbe con chiunque. Due toni abbastanza diversi… Quando la nomina di Blair sembrava uno scenario plausibile, Cameron ha dovuto scegliere il realismo. Ma anche per Hague, la preoccupazione è che - con Blair a Bruxelles - i conservatori si trovino coinvolti in un litigio inutile con la presidenza dell’Ue. Non è nel loro interesse, ci sono questioni più importanti che devono essere discusse con l’Europa. E poi, che altro poteva fare Hague? La linea tory è che dal 1997 il Labour ha distrutto il Paese». Quindi la situazione sarebbe simile con David Miliband In modo meno acceso. L’immagine di Miliband non è così controversa e legata all’Iraq. A Londra il ruolo di Alto Rappresentante è visto come meno rilevante, anche se in realtà è probabile che finisca per avere un peso maggiore di un presidente “manager” Sul Trattato di Lisbona, gli euroscettici del partito chiedono un referendum a tutti i costi. Cameron li seguirà? No, se il Trattato sarà ratificato dai cechi non ci sarà nessun referendum. Negli ultimi giorni Cameron ha detto che la sua politica sull’Europa sarà “realista e non isolazionista”. Man mano che si avvicina a diventare premier, Cameron sta mostrando di agire in modo pragmatico, non ideologico. Anche la stampa euroscettica e il gruppo Murdoch hanno capito che in questo momento non val la pena creare problemi sull’Europa. Non vogliono mettere ostacoli alla vittoria dei Tories, e se ne stanno in silenzio. Perché correre rischi? Ma non c’è il rischio che la «questione europea» riesploda dopo le elezioni? Cameron avrà da fare sull’Europa, ma non da subito. Nel 2011 si discuterà il prossimo bilancio settennale dell’Unione: il Regno Unito ora è in una posizione privilegiata, perché ottiene un “rimborso” che ora viene messo in discussione. Ventisei Paesi contro uno. Se Cameron vorrà mostrare i muscoli e giocare la parte del “patriota”, per far contenti gli euroscettici, quello sarà il momento E fino ad allora? Già da prima emergeranno altre due questioni. Primo, la regolazione dei mercati finanziari: qui Cameron potrà mostrarsi come il difen-

sore della City di Londra e tener buono il sindaco Boris Johnson. Poi c’è il capitolo sociale dei Trattati, ma su questo punto so che alcuni alti funzionari hanno messo in guardia Hague: sarebbe un negoziato lungo e che dovrebbe andare avanti clausola per clausola. Un referendum su questo tema sarebbe complicatissimo, e Cameron non vuole una campagna elettorale nel suo primo anno di mandato, nel bel mezzo della riforma dell’educazione o del welfare. Se fossi un euroscettico, seguirei questa tattica: puntare sulla regolazione dei mercati finanziari nel primo anno, e poi preparare la grossa discussione sul budget e giocare a “Mr. Patriot”

Cameron è euroscettico ma pragmatico. Il primo dovere di un premier è difendere l’interesse nazionale. E David è troppo intelligente per non capirlo

Come sarà il rapporto con Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, dopo la decisione dei conservatori di lasciare il Partito popolare europeo? A Sarkozy importa poco, ma la Merkel è molto attaccata “sentimentalmente” al Ppe. Ricostruire il rapporto con la Cdu sarà difficile. È vero che in fondo Gran Bretagna, Francia e Germania continueranno a lavorare insieme. Ma non bisogna trascurare l’importanza del senso di “solidarietà”all’interno delle famiglie politiche europee. Se Cameron non lavora bene nei primi mesi, sarà difficile convincere Berlino quando si tratterà di discutere il budget dell’Unione». In una parola, qual è l’attitudine di David Cameron verso l’Europa? Euroscettico ma pragmatico; non settario, non ideologico. Il primo dovere di un premier conservatore è difendere l’interesse nazionale. Cameron è troppo intelligente per non capirlo


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Crisi. Micheletti cede a Usa e Brasile e restituisce il posto a Zelaya finita la guerra dei presidenti in centroamerica. È stato ristabilito lo status precedente al colpo di Stato di giugno in Honduras. Soddisfatto il presidente deposto Manuel Zelaya: «Merito di un’iniziativa molto forte del segretario di stato americano». Il 29 novembre le elezioni generali nel Paese. Il presidente di fatto dell’Honduras, Roberto Micheletti, ha accettato, giovedì sera, la prospettiva del ritorno al potere del presidente deposto. Evenienza che però dovrà essere approvata dal Congresso. Micheletti, presidente del Congresso al potere dopo il colpo di Stato che aveva costretto Zelaya all’esilio il 28 giugno scorso, resisteva da allora alle pressioni della comunità internazionale, che ha condannato il suo governo. Con ripetute sanzioni economiche e diplomatiche per costringere le nuove autorità del Paese a ristabilire Zelaya nell’esercizio delle sue funzioni. Il presidente di fatto ha finito per cedere, giovedì, dopo il rilancio dei negoziati con il movimento di Zelaya. su pressioni del delegato americano per l’America latina, Thomas Shannon, inviato a Tegucigalpa dal segretario di Stato, Hillary Clinton.

È

«Ho il piacere di annunciare che, alcuni minuti fa, ho autorizzato il mio gruppo di negoziatori a firmare un accordo che segna l’inizio della conclusione della crisi politica del Paese», ha annunciato Micheletti poco dopo le 22 locali dell’altro ieri. Questo accordo riguarda «la possibilità del ristabilimento nelle sue funzioni» di Zelaya, dopo l’approvazione del Congresso di una proposta di reintegro, sottoposta alla Corte Suprema, cosa che consentirebbe il «ritorno dell’insieme del potere esecutivo precedente al 28 giugno 2009», ha dichiarato. Il segretario di Stato americano Hillary Clinton si è congratulata per la conclusione di «un accordo storico» che avvia a conclusione la crisi politica in Honduras. La giunta golpista ha ceduto alle pressioni della comunità internazionale e in particolare di una missione di diplomatici statunitensi. Roberto Micheletti ha accettato di sottoscrivere un accordo in base al quale sarà il Congresso nazionale a dover dire l’ultima sul ritorno di Zelaya. È uno dei 12 punti inclusi in una proposta portata avanti dal presidente del Costa Rica, Oscar Arias, che dal 7 ottobre ha seguito il negoziato. La prospettiva ora è quella della creazione di un governo di riconciliazione nazionale sotto la guida di un comitato di verifica internazionale e di una

È finita la guerra dei presidenti in Honduras Soddisfazione del segretario di Stato Usa Il 29 novembre nuove elezioni generali di Pierre Chiartano

Hillary Clinton: «Non ricordo un altro Paese in America latina che abbia sofferto per le sue istituzioni democratiche e abbia superato la crisi con il dialogo» commissione di vigilanza sulle elezioni del 23 novembre. Dal Pakistan, dove era in visita. Il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, ha avuto parole d’elogio per la conclusione della vicenda.

«Non mi viene in mente alcun altro esempio di un Paese latinoamericano che abbia sofferto una frattura nelle sue istituzioni democratiche e sia stato in grado di superare la crisi attraverso il dialogo e il negoziato» ha sottolineato la Clinton. La vicenda si trascinava da tempo e aveva assun-

to dei toni parrossisitici, da quando con un colpo a sorpresa l’ex presidente era tornato in Honduras rifugiandosi nell’ambasciata brasiliana. E proprio quel governo sudamericano già ai primi di ottobre era intervenuto decisamente in favore di Zelaya. «Per noi la soluzione della crisi in Honduras è facile da risolvere. Basterebbe che coloro che hanno partecipato al colpo di stato rinuncino al potere e consentano al presidente eletto democraticamente di tornare al governo». Con queste parole il presidente brasiliano,

Luiz Ignacio Lula da Silva, a Stoccolma per un summit con la presidenza della Ue era tornato a parlare della crisi nel Paese centroamericano.

«C’è solo una cosa sbagliata in Honduras, alla presidenza c’è qualcuno che non dovrebbe essere lì», un messaggio chiarissimo inviato da Lula al-

l’attuale leader Roberto Micheletti, insediatosi al potere dopo il golpe militare lo scorso 28 giugno. Mentre il presidente eletto, Manuel Zelaya continuava a restare nascosto all’interno della ambasciata brasiliana a Tegucigalpa, anche gli Stati Uniti cercavano una via di uscita dalla crisi. «Stiamo lavorando ad una soluzione che permetta di giungere a breve a nuove elezioni», aveva detto alla Cnn il segretario di Stato americano, sottolineando che l’Honduras «deve tornare sul sentiero della democrazia». E a quanto pare la determinazione di Stati Uniti e Brasile hanno prodotto il risultato sperato. In termini generali Washington sta cercando di ristabilire buoni rapporti con i Paesi dell’area, dopo che con la creazione dell’Alba (Alternativa bolivariana per le americhe) gli Stati Uniti avevano visto un certo deteriorarsi della loro influenza in tutta l’area.

Lo stesso Honduras ha aderito all’Alba iniziando anche dei progetti di sviluppo regionale con Cuba e Venezuela. Ricordiamo che Washington in Honduras ha interessi di ordine strategico per la lotta ai cartelli della droga. La base di Soto Cano è situata vicino alla città di Comayagua e ospita oltre l’accademia aeronautica hondurena, la Joint task force Bravo dal 1984. Una forza costituita da unità mediche, ospedaliere per interventi umanitari, da un distaccamento dell’Air Force, delle forze speciale della Joint security force e del primo battaglione del 228mo reggimento dell’Aeronautica formato da elicotteri Uh-60 – i famosi Black Hawk – e i Ch-47 Chinook. Un supporto notevole per una forza d’intervento rapido. Opera anche una speciale unità d’intelligence dedicata alla guerra ai narcos. La pista della base è in grado di far atterrare anche gli enormi aerei da trasporto Galaxy. In precedenza quella base era conosciuta col nome di Palmerola, diventata famosa perché fu utilizzata dal generale Oliver North per supportare la guerriglia contras in Nicaragua negli anni Ottanta. Ci sono unità militari hondurene anche in Iraq e la collaborazione militare tra Washington e Tegucigalpa risale al 1965. Ieri il power-sharing agreement sembra aver riportato il Paese verso la nortmalità democratica.


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31 ottobre 2009 • pagina 17

La Francia chiede all’Iran una decisione immediata sul piano Aiea

La Corte Costituzionale russa sta valutando l’ipotesi

Parigi a Teheran: «Subito una risposta»

Mosca pensa al ripristino della pena di morte

TEHERAN. La Francia chiede all’Iran una «risposta ufficiale immediata» sulla proposta per lo scambio di uranio messa a punto la scorsa settimana all’Aiea. Come ha spiegato il portavoce del ministero degli Esteri, Bernard Valero, mercoledì Teheran si è limitato a rispondere “verbalmente” all’Aiea, quando ha spiegato di accettare il quadro generale dell’accordo, su cui tuttavia apportare cambiamenti. Intanto si registra la cauta apertura del governo israeliano alla proposta dell’Aiea per il trasferimento all’estero dell’uranio arricchito iraniano. Si tratta di «un primo passo positivo», ha dichiarato oggi il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, secondo quanto riporta il quotidiano israeliano Ha’aretz. La proposta di accordo presentata la scorsa settimana dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica prevede il trasferimento prima in Russia e poi in Francia di gran parte dell’uranio arricchito iraniano, affinché venga ulteriormente lavorato e restituito a Teheran sottoforma di combustibile per uso civile. Secondo quanto ha rivelato ieri il New York Times l’Iran avrebbe però respinto la proposta, dicendosi pronto a trasferire all’estero l’uranio non in una sola partita, ma in

MOSCA. La Corte Costituzio-

Atene in guerra sfida gli anarchici I giornali titolano: «Cento proiettili contro la democrazia»

Intanto, gli Usa starebbero ancora cercando di ”capire” quale sia la volontà degli iraniani di fronte alla proposta di accordo sul nucleare presentata a Teheran dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Lo ha detto il segretario di Stato Usa Hillary Clinton in una intervista alla Cnn. «Stiamo lavorando per determinare esattamente ciò che loro sono disposti a fare: se questa prima risposta segna la fine» dei negoziati o «l’inizio» delle trattative che dovrebbero condurre ad un esito positivo, ha detto la Clinton.

Tuttavia, il protocollo numero 6, relativo all’abolizione della pena di morte, non è stato ratificato. L’ultima volta che è stata comminata la pena capitale

di Massimo Ciullo ormai guerra aperta tra il nuovo governo greco e i gruppi di estrema sinistra, che hanno risposto alla sfida dello Stato a colpi di kalashnikov. Gli anarco-insurrezionalisti hanno alzato il tiro, dimostrando di non temere le ritorsioni annunciate dal neo-premier socialista, Georghi Papandreu. Dopo l’attacco a colpi di mitraglietta, avvenuto la scorsa notte, contro una stazione della polizia in un sobborgo a nord di Atene, che ha provocato il ferimento di sei agenti (due dei quali versano ancora in gravi condizioni) la Grecia si interroga sulla reale capacità dello Stato di contrastare il rigurgito terroristico delle organizzazioni anarchiche ed estremiste. «Cento proiettili contro la democrazia» si leggeva su uno dei principali quotidiani della capitale ellenica. L’annuncio del premier Papandreu di voler chiudere i conti con il regime di “extra-territorialità”in cui versa il quartiere ateniese di Exarchia (dove si concentrano i centri sociali e i covi degli anarchici) e di assicurare alla giustizia i protagonisti degli scontri del dicembre scorso, ha scatenato la reazione dei gruppi di estrema sinistra, che sono passati all’attacco con l’intenzione di provocare una strage. L’annuncio di una ricompensa di 600mila euro per chiunque fornisca informazioni utili per la cattura di tre rapinatori, legati all’ambiente anarchico, ha scatenato i terroristi. Nella notte tra martedì e mercoledì scorso, un commando di almeno sei uomini a bordo di tre motociclette, ha aperto il fuoco con armi automatiche contro il commissariato del quartiere di Agia Paraskevi, nel nord della capitale.

È

ti-terrorismo hanno scoperto un covo della sedicente Cospirazione dei Nuclei di Fuoco Corrente Nichilista ed arrestato quattro esponenti del gruppo.

Ai quattro giovani, tre uomini e una donna, sono stati contestati una serie infinita di reati che vanno dalla cospirazione contro lo stato all’appartenenza ad organizzazione terroristica, dal reperimento e la detenzione illecita di materiale esplosivo a due attentati dinamitardi, dalla tentata strage al furto, infine traffico e possesso di sostanze stupefacenti. Michalis Chrisochoidis, responsabile per l’ordine pubblico del nuovo esecutivo ha parlato di «attacco vile e criminale … terrorismo al cento per cento.Voglio che questi odiosi terroristi sappiano che pagheranno per ciò che hanno fatto. Questi vigliacchi assassini saranno presto catturati e assicurati alla giustizia» ha detto il ministro greco. «La violenza, specie la violenza omicida, è il peggior nemico della società. La violenza cieca contro una giovane di 20 anni è ancora più spregevole ed atroce», ha aggiunto Chrisochoidis, riferendosi alla giovane cadetta di polizia che ha riportato le ferite più gravi durante l’attentato dell’altra sera. Nessuna organizzazione ha rivendicato l’attentato, ma i sospetti degli investigatori greci si sono immediatamente diretti verso l’area anarco-insurrezionalista ateniese, che dallo scorso anno sta conducendo una campagna terroristica a suon di bombe ed attentati, dopo l’uccisione da parte di un poliziotto di Alexander Grigoropolus, avvenuta il 6 dicembre dello scorso anno proprio nel quartiere di Exarchia. A giugno, un agente dell’anti-terrorismo che scortava un testimone, è stato freddato da due uomini in una strada del centro di Atene. L’omicidio è stato in seguito rivendicato dalla sedicente Setta dei Rivoluzionari, per vendicare la morte di Grigoropolus. La polizia greca teme che i gruppi estremisti stiano preparando una nuova ondata di manifestazioni violente in occasione dell’anniversario dell’omicidio del quindicenne.

Il premier Papandreu vuole chiudere il quartiere di Exarchia, dove si trovano i centri sociali e i gruppi d’estrema sinistra

più lotti, in modo da preserevare le sue riserve di uranio arricchito (materia prima essenziale per la bomba atomica).

nale della Russia sta valutando il ripristino della pena di morte, con la possibilita della reintroduzione da gennaio 2010. Scadrebbe così la moratoria sulla pena capitale attualmente in vigore. La notizia ha provocato una accesa discussione all’interno tra difensori dei diritti umani, avvocati e giuristi. Ma vi è anche la politica estera: Mosca per aderire al Consiglio d’Europa ha firmato la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo.

Solo per pura fatalità non si sono registrate vittime. L’attacco è avvenuto durante l’avvicendamento dei servizi, nel momento in cui un gran numero di agenti lasciava o entrava nel commissariato. La polizia ha poi ritrovato le motociclette usate per il raid abbandonate alla fermata della metropolitana di Halandri. Proprio nel sobborgo di Halandri, alla fine di settembre, gli agenti dell’an-

in Russia, è stato nel settembre 1996, a Mosca. Poi l’allora leader del Cremlino Boris Yeltsin ha firmato un decreto «per la riduzione graduale della pena di morte». Successivamente era stata introdotta la moratoria dalla Corte Costituzionale il 2 febbraio 1999. La ragione principale per la moratoria era stata l’assenza di una giuria in molti tribunali. Oggi, l’unica zona in cui non c’è giuria è la Cecenia, ma ci sono piani per reintrodurre tale istituto anche nella repubblica caucasica con effetto dal prossimo primo gennaio. Ora secondo il primo vice presidente del Comitato per la sicurezza della Duma, Mikhail Grishankov, il problema non è tanto legale, quanto politico: «Un sufficiente numero di nostri concittadini sostiene la necessità di applicare la pena di morte. Mentre ci sono avvocati che ritengono la pena di morte incapace di fermare il problema della criminalità. Si tratta di una questione di consenso sociale e di soluzioni politiche». Ma la reintroduzione della pena capitale di fatto comporterebbe un passo indietro sui diritti umani della Russia e porrebbe un grosso punto interrogativo sulla presidenza Medvedev e sulla reale volontà di difendere lo stato di diritto.


cultura

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Miti. La celebre creatura di Collodi torna in tv, ma la favola più amata dai bambini ha ispirato decine di film e opere

Il Pinocchio degli altri Ha declinato passioni e umori del ’900 diventando una tipica maschera italiana di Orio Caldiron uanti Pinocchi ci sono? Un’infinità se si contano gli apocrifi che hanno cominciato a uscire solo pochi anni dopo il fatale 1883, quando Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi arriva in libreria. Non si contano i libri dedicati ai figli, ai fratelli, alle sorelle, ai cugini, alla nonna del celebre burattino.

Q

Sin dall’inizio del Novecento viene mandato in Africa, anzi in Affrica, dove naturalmente ritornerà negli anni dell’impero, ma nel frattempo va in automobile, in aereoplano, in dirigibile, a caccia, in fondo al mare, diventa esploratore, gentleman, alpinista, magistrato, corridore, fidanzato, palombaro, giornalista, geografo, prestigiatore, va al Polo Nord, in Egitto, a Rodi, a Tripoli, sulla Luna, all’altro mondo. Partecipa alla grande guerra, anche se quanto a statura è sotto standard. Negli anni Venti è innamorato, messo sotto spirito, poliziotto, sciatore, boxeur, fascista, ciclista, corsaro, astronomo, ferroviere, viveur, balilla, continua a viaggiare nel Celeste Impero, a Ceylon, in Siberia, ma anche all’Inferno e in Purgatorio. Non si arresta neppure negli anni Trenta, domatore, inventore, pasticciere, caposquadra, emulo dell’Ebreo Errante, va su e giù per i mondi, tra i selvaggi, diventa istruttore del Negus, e tenta di calzare gli Abissini. Nel dopoguerra fa il politico fino a partecipare alla campagna elettorale della Dc, partecipa alle millemiglia, si lancia nel primo viaggio interplanetario. Nessuno riesce a fermarlo, se negli anni Settanta ha ancora energie per apparire in decine di album a fumetti come corriere dello zar, camicia rossa, olandese volante, in grado di affrontare Mangiafuoco, Peter Pan, la regina Anter, il mago Temporius. La tentazione di rifare Pinocchio parte da lontano. Dagli stessi illustratori che sin dall’inizio accompagnano con i loro disegni – inventivi, estrosi, stravaganti, talvolta geniali, spesso qualsiasi – il testo di Collodi, attribuendo volto e corpo al protagonista e alla folla di personaggi che spuntano a ogni pagina del libro destinato

all’inarrestabile successo che sappiamo. Qualche nome? Il primo che mi viene in mente è Benito Jacovitti, che si è cimentato a più riprese con il personaggio. Non dirò che il maestro abruzzese, abituato a debordare fuori dalla pagina con la sua inconfondibile tendenza all’accumulo, qui si comporti diversamente, intimorito dinanzi a un classico della letteratura. Jacovitti affronta con grande lucidità il rapporto con il temibile longseller, senza mai rinunciare a essere se stesso. Si abbandona al gioco pirotecnico della frenetica carnevalizzazione, allo scatenamento delle traiettorie visive, che sembrano imprimere alla tavola la scalpitante immediatezza del movimento. Non guarda solo al passato ma al futuro, agli anni in cui il personaggio diventa mito fino a delinea-

re una sorta di esilarante paesaggio antropologico italiano in cerca d’identità, dove si moltiplicano le allusioni e le strizzate d’occhio, i guizzi provocatori e le scandalose effrazioni.

Su registri completamente differenti trovo straordinario il lavoro di Lorenzo Mattotti, il grande disegnatore-autore degli anni Novanta, che ci regala una lettura grafica assolutamente originale, tutta sbilanciata verso i toni notturni, misteriosi, sciamanici. Una lettura per immagini che entra fino in fondo nel tessuto narrativo del testo per proporre con la forza dello stile un’interpretazione tendenziosa e struggente. Quella che più si avvicina all’insolente grandezza del personaggio così come l’ha visto Giorgio

Manganelli nel suo bellissimo “libro parallelo”, al briccone divino che sta sulla soglia tra i vivi e i morti, tra il sogno e la realtà, ludico e magico, il Grande Disubbidiente sospeso fra utopia e destino. Come dimenticare Lele Luzzati? Basta l’immagine della carovana guidata dall’Omino di Burro piena di bambini impazienti per apprezzare la forza della composizione in cui la struttura geometrica è al servizio del colore che domina con le sue sorprendenti iridescenze, altrettante suggestioni del grande inganno. Nel caos da luna park del Paese dei Balocchi si avverte lo stupore di chi si accorge che il gioco libero, chiassoso, scatenato, sta scivolando verso l’automatismo. Sarebbe sbagliato pensare che l’artista genovese sappia cogliere soltanto la festa e il gioco, portando tutto dalla sua parte il libro di Collodi, senza fare attenzione ai rintocchi cupi, funebri, fantasmatici di un testo complesso. Bastano alcune apparizioni della fata, la Signora degli Animali, la Regina delle Metamorfosi con il corteo dei suoi servi per introdurci subito dall’altra parte dello specchio, nel mondo inquietante dei segreti e far vibrare la corda di un’improvvisa accensione saturnina. Se il disegno sembra così congeniale nel riproporre il mondo del grande burattino, forse il cinema d’animazione può vantare una marcia in più nei confronti del film dal vero. Il Pinocchio (1939) di Walt Disney è a questo proposito un tentativo particolarmente ambizioso, che si è imposto nel corso delle stagioni come uno dei capolavori applauditi da più di una generazione di spettatori. Poco importa che sia ambientato in Svizzera in un paesino tra le montagne, che l’abitazione di Geppetto sia piena di orologi a cucù e di altri rumorosi giocattoli animati, che le avventure del burattino siano sforbiciate senza pietà. La trovata di fare del Grillo Parlante il narratore è felicissima, perde quasi subito il sottotesto pedagogico per guadagnare in complicità, diventando la guida necessaria in una storia di inizia-

zione. Il ritmo vivacissimo a cui si muovono i personaggi è quello del musical che negli anni Trenta si è già imposto come uno dei linguaggi più efficaci e universali del cinema hollywoodiano. Se lo spettacolo di Mangiafuoco, con la sua serie di numeri internazionali, è straordinario, il viaggio nei sottofondi marini resta un autentico pezzo di bravura.

Non si può dire che il cinema italiano l’abbia trascurato. Il primo Pinocchio risale al 1911, diretto da Giulio Antamoro per la Cines e interpretato da Polidor, il clown che anticipa il Pinocchio acrobatico e snodabile di Totò, la sua anarchica ribellione: «Siamo tutti burattini, burattini, burattini, burattini in libertà!». Nella velocità saltellante della slapstick sfilano quasi tutti i momenti topici del libro. Con la sorprendente aggiunta di alcune sequenze inventate in cui Pinocchio e Geppetto finiscono tra i pellerossa. Il burattino viene scambiato per un mago, mentre si preparano a arrostire Geppetto, fino a che non arrivano i soldati canadesi a salvarli, ammazzando tutti gli indiani. Per rimandare poi a casa Pinocchio a cavallo di una palla di cannone come nelle imprese del Barone di Münchausen. Ma l’aspetto più singolare dell’antico proto-


cultura

31 ottobre 2009 • pagina 19

Domenica e lunedì, doppio appuntamento con la fiction Rai di Alberto Sironi

Ora il burattino ritorna in questa Italia dei balocchi Nel cast di star con Violante Placido, Bob Hoskins, Margherita Buy, Maurizio Donadoni, Luciana Littizzetto di Francesca Parisella ’era una volta un pezzo di legno», così inizia un grande classico della letteratura per l’infanzia: Pinocchio, una favola senza età che, domenica 1 e lunedì 2 novembre torna in prima serata su Rai Uno. Ogni fiaba può essere raccontata più e più volte e, in ogni nuova circostanza in cui prende vita, attraverso immagini e parole, si arricchisce di elementi che la rendono unica.

«C

E così avviene anche nella miniserie girata in inglese, tra Civita di Bagnoregio in provincia di Viterbo e Roma, prodotta da Rai Fiction, Lux Vide e la britannica Power, nella quale,

La miniserie diretta da Alberto Sironi è un’avvincente metafora del rapporto tra padre e figlio. Un adattamento che aggiunge alla fiaba un sapore contemporaneo

tipo è il gusto avanguardistico con cui si mette in scena e insieme si svela la finzione, rappresentando tutti gli animali con grotteschi mascheroni e stravaganti abiti di scena.

Il grande film italiano di Pinocchio è quello realizzato nel 1972 da Luigi Comencini per la tv in cinque puntate, che hanno consentito i tempi distesi della favola audiovisiva. Lo stesso regista ne ha ricavato una versione cinematografica di poco più di due ore che taglia drasticamente molti episodi e perde qualcosa anche sul piano del ritmo. Ma Le avventure di Pinocchio è comunque un capolavoro, in cui la tradizione realistica del neorealismo e la mercuriale vivacità della commedia all’italiana s’incontrano in un grande, arioso affresco. L’aspetto più significativo è il paesaggio della Toscana contadina abbandonata a se stessa, sbattuta dal vento, inseguita dalla miseria, morsa dalla fame. L’attenzione al mondo infantile tipica di Comencini si risolve nello sguardo partecipe con cui l’autore segue il protagonista sempre di corsa. Fino alla fine, quando sfugge dal ventre del pescecane e, divenuto padre del padre, corre con lui sulla spiaggia nell’alba di un nuovo giorno. Qualcuno si chiede se oggi si possa far meglio di così. Non lo so. Credo comunque che bisogna continuare a riraccontarci le favole.

«È bella, moderna, con un taglio particolare, racconta l’infanzia, la crescita, il rapporto tra padre e figlio», così Alberto Sironi, regista del Montalbano televisivo, commenta la fiction da lui diretta, che vede nei panni di Pinocchio il quattordicenne inglese Robbie Kay, «dotato di una mimica incredibile», dichiara Sironi che, tra trecento bambini, lo ha convinto con il suo provino sulla scena della morte della fata turchina. Accanto al giovane attore inglese, nel ruolo di Geppetto che nella versione di Luigi Comencini fu di Nino Manfredi, Bob Hoskins, che torna sul piccolo schermo italiano dopo aver impersonato Papa Giovanni XXIII e Benito Mussolini in Io e il Duce. Ad arricchire il cast internazionale tre figure femminili, molto lontane dalla fiaba originale, che in questa miniserie danno un tono diverso al racconto: la fata birichina dalla fluente chioma rossa, interpretata dalla sensuale Violante Placido, presto su Sky per raccontare la storia di Moana Pozzi e in questi giorni sul set del film The American che sta girando in Abruzzo accanto a George Clooney, il grillo parlante che, diversamente dal racconto di Collodi, non resta schiacciato da una martellata, ma sopravvive seguendo Pinocchio come se fosse il suo angelo custode, «perché sarebbe difficile far sparire Luciana Littizzetto», commenta divertito Sironi, che ricorda l’attrice e comica italiana alle prese con la sua prima recitazione in inglese, e Margherita Buy che libera la maestra Laura dal ruolo marginale che aveva nella favola di Collodi, altra licenza poetica dei due sceneggiatori italiani. Nella finzione entra anche Alessandro Gassman, che nella fiction veste i panni dello stesso Carlo Collodi, in piena crisi creativa e che, nell’accidentale incontro con un falegname toscano, ancora affranto dalla morte della moglie, troverà l’idea delle avventure del burattino più famoso del mondo.

Nella foto grande, e qui sopra, alcune immagini di scena della nuova miniserie dedicata a Pinocchio, in onda sulla Rai l’uno e il due novembre

senza perdere il fascino dell’ambientazione originale, seguiremo un affascinante racconto in chiave moderna. Scritta da Ivan Cotroneo – sceneggiatore della fortunata fiction Rai Tutti pazzi per amore, e Carlo Mazzotta, che ironicamente racconta come «cimentarsi in questa sceneggiatura sia stato un atto di incoscienza», il Pinocchio diretto da Alberto Sironi si trasforma in un’avvincente metafora del rapporto tra padre e figlio, dove un burattino di legno, che dopo tante peripezie diventa un bambino in carne e ossa, impara a essere figlio e un padre, che desidera ardentemente avere un figlio – simbolicamente un rappresentante dei tanti genitori single nella nostra società – impara il difficile lavoro dell’essere genitore, una figura, quella di Geppetto, che ha interessato i due sceneggiatori e alla quale hanno voluto dedicare molta attenzione.

A evidenziare l’aspetto originale e moderno di questa fiction Ettore Bernabei, storico direttore generale della Rai che, 35 anni fa, produsse anche il capolavoro diretto da Luigi Comencini, scandito dalle indimenticabili note di Fiorenzo Carpi, e oggi presidente della Lux Vide. «Qui c’è l’illusione dell’arricchimento, che oggi chiamiamo finanza creativa, nella seconda puntata il paese dei balocchi, la più grande delle illusioni quella della vita facile, tutta divertimento e consolazione ma con i bambini che si trasformano in asinelli costretti a tirare un carro sotto il colpi della frusta del cocchiere». Parole che lasciano riflettere. E allora ci si chiede se mandare in onda Pinocchio domenica e lunedì prossimi sia stata soltanto una scelta per vincere l’infinita lotta degli ascolti tra Rai e Mediaset, che lunedì sera propone il Grande Fratello condotto da Alessia Marcuzzi, oppure voglia essere anche un chiaro messaggio alla nostra società, dove riuscire ad avere i quindici minuti di notorietà, promessi da Andy Warhol, sembra essere l’unica cosa che conti davvero.


spettacoli

pagina 20 • 31 ottobre 2009

Musica. Non più le melodie contemplative del passato. Nel nuovo album “Backspacer” ritmi più veloci e riff mozzafiato

I Pearl Jam cambiano pelle di Valentina Gerace

iciamolo subito: questo nuovo disco ci voleva proprio. 11 brani di puro rock, ballate veloci, che sembrano suonate dal vivo, emozionanti schitarrate per più di 40 minuti di catarsi musicale. È Backspacer, il nono album in studio dei Pearl Jam in uscita dallo scorso 20 settembre 2009. Non più le melodie contemplative quasi grounge che li hanno resi famosi dall’esordio, ma nuovi suoni, ritmi più veloci, energici, riff mozzafiato per il risultato più rockpunk di tutta la loro carriera.

D

Backspacer, il nono album del gruppo grunge-rock americano, è questo sguardo ripulito e fiducioso che si alza sul mondo e guarda a tutto in maniera nuova, positiva. L’umore è più disteso. Non più polemiche politiche o racconti di traumi o tristi e drammatiche esperienze.

Un classico rock piuttosto, con qualche escrudescenza punk, qualche anabolizzazione hard, la solita predisposizione al pathos, qualche episo-

Insieme ai Nirvana, Soundgarden e gli Alice In Chains sono stati i maggiori rappresentanti del movimento di Seattle. Oggi forse non sono più giovanissimi. Ma di energia e inquietitudine ne hanno accumulata parecchia i Pearl Jam durante la loro carriera artistica. Emozioni forti, talmente incontrollabili da consumarli e farli ricontorcere su se stessi. Tre anni di silenzio dall’ultimo loro album del 2006, l’omonimo Pearl Jam, caratterizzato dall’assenza di orientalismi: niente spoken-word o stravaganze sperimentali alla Tom Waits: al loro posto un sound platealmente chitarristico, sanguigno, energico, vitale, feroce, abrasivo (la posta in gioco simbolica era il futuro dell’America “post 11-09”, la vittoria “dimezzata” in Iraq e le troppe scelte sbagliate fatte sinora dall’amministrazione). Eppure, chi pensava che il cantautore della band Eddie Vedder si stesse per spingere insieme alla sua affiatata band statunitense verso uno stile così punk, rocker più che mai. L’amore per la vita, per le piccole cose, la bellezza di una conchiglia sulla sabbia, una nuvola che si forma nel cielo, gocce di pioggia posate su un fiore. È tutto questo che Eddie scopre solo adesso e ne parla nelle sue interviste più recenti.

In questa pagina, alcune immagini dei Pearl Jam. La band è di nuovo sulle scene con l’album “Backspacer”

dio cantautorale. Il titolo dell’album è una dichiarazione d’intenti. Backspace è infatti il piccolo tasto che porta indietro il carrello nelle vecchie macchine da scrivere.

Quelle ancora usate da Vedder per scrivere i testi. Musicalmente, il disco è un cocktail di energia e melodia coagulato in 37 minuti scarsi (il più breve disco che la band abbia mai realizzato) che si snodano all’insegna dell’immediatezza e del desiderio di lasciare da parte tut-

to ciò che tardava a prendere forma. «Resta con me e respira soltanto» invita la splendida Just breathe, il brano più lento, melodico e contemplativo del disco. Stesso pensiero presenta Into the wild composta dallo stesso Vedder. A parte pochissimi brani vecchio stile alla Pearl Jam, Backspacer è un disco immediato, spontaneo, composto senza troppi ripensamenti. Loro erano determinati. Brendan O’Brien, il produttore che torna al loro fianco a undici anni da Yelds, li ha aiutati a non deviare dalle buone intenzioni.

O’Brien (produttore di The Rising, Magic e Working On

A Dream di Bruce Springsteen), si è dimostrato all’altezza del compito: se quello che si desiderava era una maggiore freschezza, che potesse avvicinare ai Pearl Jam anche una parte di quelli che non li hanno seguiti finora, l’obiettivo è stato senz’altro raggiunto. Backspacer

Il disco, il nono realizzato dalla band in studio, propone 11 brani di puro rock, ballate che sembrano suonate dal vivo ed emozionanti “schitarrate” non si arruffiana nessuno, ma allo stesso tempo non tiene nessuno a distanza.

Nei brani più veloci è sempre godibile e spesso trascinante: la vecchia e ben nota passione per il rock elettrico e scandito, che abbraccia il grande repertorio degli anni Settanta e dei primi Ottanta e che ha due stelle fisse negli

Who e nei Ramones, emerge più viva e riconoscibile che mai. L’esplosiva See my friend definita da “Billboard” come «una furiosa esplosione garage alla Stooges», è molto più dalle parti dell’hard rock che non del meai tal.Quanto brani lenti, va da sé, la seduzione è ancora più facile, essendo meno legata ai codici di partenza, e di appartenenza.

E come non c’è bisogno di amare i Metallica per lasciarsi catturare da Nothing Else Matters non c’è bisogno di amare i Pearl Jam per cedere al fascino della succitata Just Breathe o della conclusiva The End, una ballata che ha il sapore del classico a stelle e strisce. Ma sono I riff taglienti che fanno di Backspacer uno tra i più bei dischi dei Pearl Jam. C’è del Nickelback in Amongst The Waves, ma il brano è comunque riportato allo stile Pearl Jam dalla voce particolarissima e inimitabile di Vedder e dall’assolone centrale, che quasi strizza l’occhio a Slash.Vale lo stesso per la successiva Unthought Known. Una fusione di musicisti affiatatissimi. I due chitarristi “full time” Stone Gossard e Mike McCready che lavorano in tandem come Keith Richards e Ronnie Wood degli Stones. Il bassista Jeff Ament insieme alla band dal 1990. E il batterista Matt Cameron dal 1998. Il tutto coronato dalla produzione di Brendan O’ Brien. Backspacer non è un capolavoro assoluto ma è un album come dovrebbero uscirne assai di più di quanto accada. E considerando che tra meno di un anno festeggieranno venti anni di onorata carriera, i Pearl Jam possono vantare di un’energia e una creatività simile agli esordi. Non resta che attenderli in Italia.


sport l carattere di un uomo è il suo destino diceva Eraclito, un greco di qualche secolo fa che in fatto di uomini la sapeva lunga. Aristotele, che l’ha letto tutto, almeno così si può pensare al di là di ogni ragionevole dubbio, lo chiamava l’oscuro. La vulgata odierna, un po’ alla De Crescenzo, lo associa al panta rei, ma Eraclito è anche colui che ha detto che sapere tante cose non insegna ad avere intelligenza. Questa la prendo in prestito, potrà senza dubbio tornare utile di questi tempi. E il carattere di Ferrara Ciro, da Napoli, classe (limpida) 1967, è proprio il suo destino. Nitido e scanzonato, è stato l’uomo di due squadre: la sua, quella della città natale, e quella che, nella vulgata calciopedatoria, prende il nome di Vecchia Signora. Punto e basta. Si sa che un tempo le bandiere c’erano, eccome, ma, a prescindere, come ci soccorre un famoso conterraneo di Ciro, oltre che nel carattere il destino di questo esemplare di gentleman, alla napoletana, è proprio tutto inscritto in questi due abiti: l’azzurro e il bianconero. In calzoncini corti il 5-5-’85, ambo da giocare subito sulle due ruote, Napoli e Torino, allo stadio San Paolo Ferrara Ciro scende in campo per la prima volta in serie A. Avversario? La Juventus, naturally.

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corso. Bravo, lo è; simpatico pure; sa tener banco quando occhialuto si mostra davanti ai teleschermi; neppure Varriale, che ha lo stesso sangue, è capace di incastrarlo; cosa manca? Manca un Juventus-Napoli per chiudere la partita avviata da lungi il 5-5-’85. Il Destino è proprio così: figlio del Caos e della Notte è per inclinazione cieco e così non guarda, non può farlo, in faccia a nessuno. Così piazza il derby nel cuore (quello di Ciro) proprio in un momento cruciale della stagione per tutte e due le contendenti. Ciro ci prova a esorcizzare l’avvenimento, a distaccarsene dichiarando che «per fortuna non è una partita che mi tocca giocare, perché quello era un problema. Sono legato al mio ambiente, alla mia città dove sono stato per dieci anni e dove ho avuto la fortuna di vincere. I ricordi sono bellissimi, ma domani (cioè oggi, ndr) mi auguro di batterli».

I

Poi la capitale partenopea passa sotto il regno di Diego Armando I (e unico) vivendo la sua stagione più splendente e Ciro, con lui, alfiere orgoglioso. Scudetti e coppe non mancano. Poi tutto svanisce in un soffio (bianco e polveroso dicunt) e Ciro sceglie, dopo una decade in azzurro, di espatriare al nord, verso la Torino operaia che è stata di tanti suoi antenati per prendere l’abito talare della Juventus. Emigrante d’oro, sia ben inteso, si trasferisce alla corte di Lippi Marcello, da Viareggio, classe 1948. S’erano conosciuti proprio a Napoli, dopo la deposizione di re Diego, in quegli stessi anni che vedevano lo scugnizzo d’oro, Cannavaro Fabio, da Napoli, classe 1973, esordire per volere proprio di Lippi. Altra decade di gloria e vittorie in campo prima di passare sulla panca, a principiare da quella della Nazionale, fianco a fianco con il puntuto ct viareggino a Germania 2006, prima di raccogliere in mano lo scettro e la guida nientepopò-

I fantasisti. Oggi il tecnico bianconero alla prova del suo «derby del cuore»

Juventus-Napoli, la “guerra” di Ciro di Francesco Napoli dimenoche della Vecchia Signora nuovo corso, quella post Calciopoli, che si affida a lui al termine della stagione ultima scorsa e gli rinnova la fiducia per quella tuttora in costruzione. Il Pep Guardiola italiano, subito così lo appella la pigra pubblicistica sportiva italiana,

tanto per facilitare il compito con etichette che, se comunicativamente possono dir qualcosa, sportivamente non valgono un bel niente. E lui imita il Pep spagnolo vincendo partite su partite tra la fine dello scorso torneo tricolore e l’inizio di questo in

Lui esorcizza la partita così: «Per fortuna non è un match che mi tocca giocare, perché quello era un problema. Sono legato al mio ambiente, ai tanti e bellissimi ricordi e alla mia città. Ma stavolta mi auguro di batterla» In questa pagina, alcune immagini del tecnico bianconero Ciro Ferrara: qui a sinistra, nel 2000 con la maglia della Nazionale italiana; a destra, nello spot della birra Moretti; in alto, in divisa juventina

Esercizio di parola efficace a scacciare angeli e demoni, passato e presente, nel regime diurno,“ma la notte, no”, per citare Arbore da Foggia, telefilosofo leggero. Nel sonno che precede la battaglia Ciro non doveva incorrere in quel fatale errore di lasciarsi andare a quel piatto così squisito che solo sua moglie sa preparare come gli aggrada: quei grossi peperoni, il pan grattato e il pecorino, la sfumata decisiva di capperi e acciughe salate, con l’indispensabile spruzzata di, in ordine di apparizione, cipolla, prezzemolo, olio di oliva, sale e pepe. Mentre si abbandonava alle braccia di Morfeo, ovviamente non il giocatore ultimamente avvistato a Cremona, e mentre ripensava allo strano destino del suo alter ego (letterale), capace come lui di chiamarsi Ferrara Ciro, di essere nato come lui nel 1967, di essere stato difensore militante in quel di Campania ma decisamente meno felix di lui, un po’ alla volta nella sua ipnotica espressione ha preso corpo un nome che è rimbalzato nella notte. Mormorato più volte, con una agitazione che non è da lui, colta dalla moglie che lo ha visto in preda a deliri che non gli appartengono. Ciro aveva già fatto fatica a prender sonno poi quella parola è aleggiata quasi a mo’ d’invocazione, tra passato e presente: «Diego, Diego», prima del salvifico «sogno o son desto?».


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da ”Le Monde” del 30/10/2009

Chirac alla sbarra di Gerard Davet ex presidente Jaques Chirac è stato rinviato a giudizio da un tribunale penale per abuso d’ufficio e storno di fondi pubblici al comune di Parigi. È successo ieri. È la prima volta nella storia della quinta Repubblica che un ex presidente viene giudicato da una corte penale. Una carica istituzionale che ha goduto dell’immunità per tutto il mandato dal 1997 al 2005. Mister Chirac era rimasto lontano dai giudici. Ora non è più così.

L’

Nell’elenco degli inquisiti ci sono altri nove nomi, tra i quali anche due ex capi di gabinetto di Chirac al tempo in cui era sindaco della capitale. Michel Roussin, Remy Chardon e sette beneficiari di incarichi fasulli, ma retribuiti. Tra di loro l’ex deputato Jean de Gaulle, figlio minore del fondatore della Quinta Repubblica, Francois Debre, fratello dell’attuale presidente della Corte costituzionale e Marc Blondel, ex segretario generale del sindaco. Il giudice Xavier Simeoni che è prossimo a lasciare il suo incarico non ha voluto seguire le richieste della procura che aveva chiesto il non luogo a procedere per tutti gli imputati, durante la rogatoria che si era conclusa il primo ottobre. La sua è una decisione dal forte valore simbolico, nel momento in cui sembra che la figura del giudice istruttore debba scomparire nella riforma giudiziaria in cantiere. I pubblici ministeri potrebbero appellarsi alla decisione, ma è poco probabile. Sarà poi la camera istruttoria della Corte d’appello di Parigi a doversi pronunciare sul rinvio. Il magistrato ha rilevato che sui 481 incarichi esaminati, ben 21 erano di natura fittizia. Concludendo che il reato di «falso in atto pubblico» che avrebbe portato Chirac in corte d’Assise, fosse contestabile. In una dichiara-

zione pubblica l’ex presidente ha affermato «di prendere atto di questa decisione, come le altre parti in causa» e si è detto «sereno e deciso di dimostrare in tribunale come nessuno di quegli incarichi corrispondesse a un finto lavoro». Jean Veil, il suo avvocata ha aggiunto: «La decisione presa da Simeoni è esattamente opposta a quella assunta dai pubblici ministeri. Uno di loro avrà sbagliato. La scelta del giudice sul rinvio non costituisce una prova, solo il tribunale potrà decidere. Sono sicuro che il signor Chirac riuscirà a convincere i giudici che non è stata violata alcuna legge durante il suo incarico come sindaco di Parigi». L’incriminazione per «appropriazione indebita di fondi pubblici» era arrivata nel novembre del 2007, alla fine dei due mandati presidenziali.

Era stato criticato particolarmente per aver effettuato 35 assunzioni molto chiaccherate.Tra i nomi dei presunti beneficiari di una poltrona retribuita nell’amministrazione della capitale, c’era anche la donna dell’allora ministro degli Esteri, Hervé de Charette. Il periodo preso in esame va dal 1982 a tutto il 1996. Nella requisitoria il pubblico ministero ha ammesso l’esistenza di finti incarichi, prima del 26 ottobre 1992, ma che questi reati sarebbero caduti in prescrizione. Ciò escluderebbe automaticamente le 12 posizioni prese in esame. E che l’assegnazione di questi posti dimostri «la chiara vo-

lontà di eludere alcuna legge», anche se i pm ammettono che «le procedure d’assegnazione sono state imperfette». Chiaramente il giudice istruttore Simeoni non ha condiviso il punto di vista della procura. La partecipazione di Chirac all’attuazione di procedure illecite è sempre stata attiva e non improntata alla difesa degli interessi dell’amministrazione parigina, secondo il magistrato. Nell’interrogatorio davanti al giudice, Chirac aveva negato ogni addebito, riconoscendo solo che alcune persone indicate dall’accusa avessero effettivamente lavorato per la sua amministrazione.

Per Chirac non c’è stata alcuna distrazione di fondi e ogni incarico assegnato avrebbe contribuito al buon funzionamento dell’amministrazione parigina. La decisione del giudice Simeoni segna il culmine di 15 anni di vicende politiche e giudiziarie dell’ex sindaco di Parigi e se il nome di Chirac è comparso in molti procedimenti penali, è la prima volta che l’ex presidente finisce in un aula di giudizio. Per lui questa volta l’inchiesta procede.

L’IMMAGINE

Perché nessun esponente del Pd testimonia la bellezza dell’amore gay? Se è vero che il Partito democratico ha votato a favore dell’introduzione nel nostro ordinamento dell’omofobia come circostanza aggravante dei reati, perché poi quando si presenta una buona occasione, nega con i fatti ciò che asserisce a parole? I casi sono noti. Ieri Sircana e Marrazzo oggi vengono sorpresi a corteggiare dei transessuali, e i due esponenti del Pd che fanno? Invece di difendere i diritti dei“diversamente orientati”, negano di essere stati in loro dolce compagnia. Anzi, per pararsi il deretano, se la prendono con chi ha diffuso spaccati della loro vita privata. Possibile che un partito di larghe vedute e di ampie aperture come il Pd, non trovi un solo esponente capace di testimoniare sulla sua pelle quant’è bello l’amore gay? Non suona un pochino ipocrita atteggiarsi a maestri “aperturisti”delle “diversità”altrui, senza poi esserne capaci di diventarne credibili testimoni? A forza di sentirsi ripetutamente tradita, il rischio è che la comunità gay e transessuale si metta a votare dall’altra parte.

Gianni Toffali - Verona

L’IRAP E LE PROMESSE Il presidente del Consiglio promette l’abolizione dell’Irap. Non è la prima volta che promette, così come promise due percentuali di tasse sull’Irpef: al 23 e al 33%. Non se ne è fatto nulla. L’Irap è una imposta sui redditi riscossa dalle imprese per conto dello Stato e sostituisce, fin dal 1992, 6 diversi prelievi (Ilor, contributi sanitari, l’imposta patrimoniale, l’Iciap, la tassa sulle partite Iva e quella sulle concessioni comunali). Il gettito è di circa 38 miliardi di euro. Con quali altri strumenti si può pareggiare il conto delle mancate entrate da Irap? Insomma, dove si trovano 38 miliardi di euro se si abolisce l’Irap? Che ci sia bisogno di diminuire le tasse, o addirittura abolirne alcune, siamo tutti d’accordo. Già, come fare? Di promesse ne abbiamo sentite a io-

sa. Sarebbe utile passare ai fatti.

Primo Mastrantoni

IDEALI DI MORTE Non è un caso che in Iraq sia ripreso il fuoco e il terrore: da quando gli Usa hanno spostato il fronte offensivo in Afghanistan, per consolidare la difesa della pace in queste terre. Il fondamentalismo ha evidentemente capito che un fronte solo non è la cosa migliore per loro. Accendere però un altro cerino in Iraq è pericoloso, perché rischia di mandare alle ortiche tutto ciò che è stato fatto per liberare quel Paese. La comunità internazionale a questo punto deve difendere maggiormente l’Iraq, visto che ci sono ancora tanti pazzi sostenitori di Saddam che sono pronti a farsi uccidere per ideali di morte.

Claudio Cambi

Un vulcano di troppo Quello che vedete nella foto potrebbe essere un “avanzo”. Secondo un’antica leggenda cilena infatti, quando Dio creò il mondo, fece male i calcoli e gli rimasero una serie di vulcani, deserti, foreste, ghiacciai di troppo. Per non sprecare tutte queste meraviglie le sistemò in un unico luogo: il Cile. Ecco perché, secondo la leggenda, quel territorio sarebbe così variegato

CON LE PRIMARIE SI ARCHIVIA L’AUTOSUFFICIENZA Le primarie del Partito democratico ci portano almeno due buone notizie. I tre milioni e passa di cittadini che si sono recati a votare, ci dicono che c’è ancora voglia di ricominciare e tanta fiducia nel sistema democratico fondato su lea-

dership liberamente votate e non su partiti padronali. Il comportamento esemplare degli sfidanti, rafforza questa visione della politica. La seconda buona notizia è che il Pd, con la segreteria Bersani, archivia definitivamente la mitologia dell’autosufficienza politica e del bipartitismo strisciante, che ha

prodotto tanti danni allo stesso Pd, alla sinistra e, in ultima analisi, al Paese tutto. Mi auguro che ora si vada avanti speditamente verso un nuovo centrosinistra, ancorato alle radici del riformismo e con solide alleanze basate su programmi per governare.

Lettera firmata


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Nulla mi lascia più indifferente di Rubens Domenica ho visto per la prima volta i due quadri grandi di Rubens, e dato che avevo guardato ripetutamente e con calma quelli che c’erano al museo - questi due - Deposizionee Crocifissionemi hanno interessato ancor di più. La Crocifissione ha una particolarità che mi ha colpito subito, cioè che non ci sono figure femminili. Tranne che nei pannelli laterali del trittico. Di conseguenza, non ci guadagna. Ti dico che la Deposizionemi piace moltissimo. Non però per una profondità di sentimenti quale si trova in un Rembrandt, in un quadro di Delacroix o in un disegno di Millet. Nulla mi lascia più indifferente di Rubens quando esprime il dolore umano. Per spiegarmi con maggior chiarezza, inizierò col dirti che anche le più belle delle sue Maddalene piangenti o le Mater Dolorose mi fanno semplicemente venire in mente le lacrime di una bella prostituta che si sia presa una malattia venerea o qualche altra simile piccola miseria della vita umana. Come tali, sono quadri da maestro, ma non bisogna cercarvi altro. Rubens è fuori dal comune quando dipinge comuni belle donne. Manca però di espressione drammatica. Rubens è proprio colui che cerca di esprimere, e davvero riesce ad esprimere, uno stato d’animo lieto, sereno, triste, con l’accostamento dei colori - anche se a volte le sue figure sono vuote. Vincent van Gogh al fratello Theo

ACCADDE OGGI

FANNULLONI ED AMMALATI: L’INPS FA DI TUTTA L’ERBA UN FASCIO Molte persone hanno segnalato il comportamento dell’Inps, in relazione alla trattenuta dell’indennità di malattia: l’istituto previdenziale sta calcando la mano, forzandone linterpretazione, sulle norme che regolano le visite fiscali e il diniego dell’indennità per assenza ingiustificata. Cerchiamo di capire che cosa dice la legge e perché non sempre è possibile applicarla. L’art. 5, comma 14, del d.l. n. 463/83, che, tra le altre cose, disciplina le conseguenze dovute all’assenza dalla cosiddetta visita fiscale recita: «Qualora il lavoratore, pubblico o privato, risulti assente alla visita di controllo senza giustificato motivo, decade dal diritto a qualsiasi trattamento economico per l’intero periodo sino a dieci giorni e nella misura della metà per l’ulteriore periodo, esclusi quelli di ricovero ospedaliero o già accertati da precedente visita di controllo». Ebbene, a quanto pare, l’Inps ha ristretto il concetto di giustificato motivo a casi rari ed eccezionali. Un esempio su tutti: alcune sentenze ritengono giustificabile l’assenza del lavoratore che l’ultimo giorno di malattia risulti assente alla visita fiscale, qualora lo stesso si sia recato dal proprio medico di fiducia per valutare la sua condizione di salute e sapere se riprendere a lavorare o meno. Secondo l’Inps, invece, questa assenza non è giustificabile. Una posizione punitiva rispetto a chi si è visto costretto ad assentarsi dal lavoro per una malattia. Di fronte all’esigenza di fare cassa e di punire i fan-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Stefano Zaccagnini (grafica)

31 ottobre 1970 La teleselezione telefonica è estesa a tutta l’Italia 1975 I Queen pubblicano Bohemian Rhapsody 1984 Il primo ministro indiano Indira Gandhi viene assassinata da due guardie del corpo Sikh 1997 Viene istituita la Libera Università di Bolzano 1998 Inizia la crisi del disarmo iracheno: l’Iraq annuncia che non coopererà più con le Nazioni Unite 1999 I capi della Chiesa cattolica reomana e della Chiesa Luterana firmano una dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, ponendo fine alla disputa dottrinale sulla natura della fede e della salvezza 2000 Viene spento l’ultimo Multics 2002 Una potente scossa di magnitudo 5.4 della scala Richter, alle ore 11,32, provoca il crollo della scuola elementare di San Giuliano di Puglia uccidendo 27 bambini e una maestra; altre due donne restano uccise dalle macerie delle proprie case

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

nulloni, la pubblica amministrazione spara nel mucchio, mostrandosi intollerante anche verso determinate condotte che di illecito non hanno nulla. Come al solito, c’è una sola vittima: il cittadino onesto, sempre più vessato dal comportamento fin troppo autoritario e arbitrario degli enti pubblici. Trattenere soldi che gli utenti hanno diritto di vedersi riconosciuti, cosa sgradevole e illecita. Una valutazione più accurata e meno sbrigativa delle giustificazioni dell’assenza porterebbe con sé l’innegabile beneficio -immediato di un migliore rapporto con la propria utenza ma anche - quello riflesso - di un ridimensionamento del contenzioso in atto. Chi si è visto negare l’indennità, infatti, può fare ricorso, in prima istanza, al comitato provinciale Inps, e nel caso di rigetto della domanda o di mancata risposta alla stessa, può citare in giudizio l’ente previdenziale per ottenere quanto in suo diritto.

Alessandro Gallucci

TELEMARKETING E PRIVACY VIOLATA Basta con il martellamento di proposte commerciali. Contro il telemarketing selvaggio occorre che i cittadini si facciano sentire. In Parlamento sta per consumarsi l’ennesima beffa: i call center continueranno a utilizzare banche dati dichiarate più volte illegittime dal Garante della Privacy e dall’ Unione europea. In Parlamento è già stata depositata un’interrogazione ma è indispensabile che i senatori siano stimolati dai cittadini.

E SE FOSSE UN’OPPORTUNITÀ LA MOSCHEA A PISA? A Pisa si è aperto un dibattito, scaturito dalla richiesta del presidente della Consulta provinciale degli stranieri, Matar Ndiaye, di costruire una nuova moschea. Tale necessita\\u0300 si manifesta tutti gli anni, in maniera palese, durante il Ramadan, con un grosso afflusso di partecipanti alle preghiere. In questi anni il comune di Pisa ha concesso l’utilizzo del Palazzetto dello Sport, che dovrebbe avere ben altre funzioni. Credo che il comune debba mettere in agenda la soluzione del problema individuando una struttura esistente o un terreno da concedere alla comunita\\u0300 islamica per la costruzione di un nuovo luogo di preghiera. Credo pero\\u0300 che non si dovrebbe fermare a questo, ma dovrebbe sfruttare quest’occasione per cercare di costruire un percorso, insieme agli organi preposti, per aiutare una vera integrazione degli stranieri, lavorando molto sul tema dei diritti e dei doveri. Recentemente, alla ribalta nazionale è tornato un episodio sconvolgente: un padre musulmano che uccide la figlia perché sceglie di fidanzarsi con un italiano. E non possiamo liquidare questo episodio come un episodio isolato. Noi dobbiamo adoperarci perché non accada più, ma non possiamo tacere sul fatto che i comportamenti di questi padri sembrano spinti da doveri per non venir meno alla fedeltà all’Islam e al rispetto alla propria tradizione. Perché è vero che l’Islam è un mondo molto variegato al proprio interno, ma tali comportamenti non sembrano siano stati mai condannati da qualche esponente delle varie comunità islamiche. Tornando alla possibile costruzione di una moschea a Pisa, insisto nel dire che potrebbe essere un’ottima occasione per la costruzione di un processo di integrazione e di rispetto delle regole. A tale proposito mi vengono in mente alcuni paletti e spunti di riflessione:,individuare un luogo adatto, considerando i numeri crescenti di afflusso nel periodo del Ramadan; evitare di concedere una Chiesa sconsacrata. È vero che sarebbe sconsacrata ma per i musulmani diventerebbe territorio islamico a tutti gli effetti e forse sarebbe opportuno evitare; in tale luogo si predichi in italiano e l’accesso sia libero a tutti; che l’Imam e i responsabili dicano parole chiare sull’interpretazione del Corano in alcuni passaggi sulla violenza, sul rispetto delle altre religioni, sugli episodi di violenza sulle donne, sul terrorismo. C I R C O L I LI B E R A L PI S A

APPUNTAMENTI OTTOBRE 2009 OGGI, ORE 11, ROMA PALAZZO WEDEKIND - PIAZZA COLONNA “Di cosa parliamo quando diciamo Italia”. Intervengono: Ferdinando Adornato, Pier Ferdinando Casini, Rino Fisichella, Carlo Azeglio Ciampi. VINCENZO INVERSO, SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

Giuseppe Argiuolo

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

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2009_10_31