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L’Europa diventerà quello che in realtà è, un piccolo promontorio del continente asiatico?

Paul Valéry

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • GIOVEDÌ 29 OTTOBRE 2009

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Oggi e domani a Bruxelles i leader dei 27 Paesi cercano una mediazione per le poltronissime previste dal Trattato di Lisbona

Ora l’Europa sembra la Rai Doveva essere una gara tra Juncker e Blair sui “principi”.Ma la nomina del nuovo presidente Ue sta diventando un intrigo di palazzo con tanto di “manuale Cencelli”. E l’Italia è fuori dai giochi di Enrico Singer

L’ALLARME DI DE MICHELIS

«Un asse con la Germania: solo così ci salveremo» di Gabriella Mecucci «Per contare qualcosa in Europa, l’Italia deve agganciarsi alla locomotiva tedesca»: è l’opinione di Gianni De Michelis. a pagina 4

LA RISPOSTA DI BUTTIGLIONE

«Sì, ma per la Merkel Berlusconi non va bene» di Rocco Buttiglione Il vero problema è che tra Berlusconi e Merkel c’è incompatibilità caratteriale. Perciò il premier non capisce la politica di Berlino. a pagina 3

Quello di oggi e domani a Bruxelles doveva essere il vertice della ratifica del nuovo Trattato europeo e del lancio della corsa alle nuove poltronissime di Bruxelles. Ma in quest’Europa che, da tempo ormai, sopravvive tra occasioni mancate e rinvii, anche l’appuntamento di oggi e domani ha perso lo smalto dell’ennesima ora X della Ue. Lo slittamento al 3 novembre della decisione della Corte costituzionale della Repubblica ceca sul ricorso degli ultimi euroscettici, che era attesa per ieri, ha fatto scivolare ancora una volta i tempi. Niente panico, naturalmente: il limite da non superare è il 31 dicembre e c’è da scommettere che già prima delle feste di Natale tutto sarà regolato. Ma per il momento, tra Blair, Juncker, Gonzales e tutti gli altri pretendenti che smaniano, l’impressione è che Bruxelles sia diventata un suk che neanche il “Cencelli europeo” può regolare. In ballo ci sono due poltonissime, quelle previste dal Trattato di Lisbona: presidente e ministro degli Esteri Ue. Per la presidenza non corrono solo Blair, Juncker e Gonzalez, ma anche i premier olandese e belga Balkenende e Van Rompuy.

PARTE IL MOVIMENTO «Costruire una nuova offerta politica per superare il bipolarismo». Questa la linea del manifesto lanciato ieri a Roma da Rutelli e firmato anche, tra gli altri, da Linda Lanzillotta, Lorenzo Dellai e Massimo Cacciari

La Carta della svolta alle pagine 10 e 11

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Dopo l’intesa tra Turchia e Iran, un intervento del più noto studioso di Islam sul ruolo di Recep Erdogan

Al Senato la Finanziaria: centinaia gli emendamenti della maggioranza

La Lega molla Tremonti Anche Bossi chiede il taglio dell’Irap e (forse) lo ottiene di Francesco Pacifico

ROMA. La battaglia sulla politica economica, dopo la tregua apparente firmata l’altra notte ad Arcore, si sposta sulla Finanziaria. In Parlamento non si contano gli emendamenti alla legge fondamentale di bilancio. E molti sono della maggioranza: quasi tutti “contro” l’importazione di Tremonti. Intanto c’è la contro-finanziaria compilata da Mario Baldassarri per conto dei vertici del Pdl che volevano isolare il ministro dell’Economia. Poi ci sono le postille della Lega, che tanto postille non sono. E, anzi, a volte seg ue a (10,00 pagina 9CON EURO 1,00

I QUADERNI)

mostrano curiose sorprese: come quell’emendamento che chiede l’eliminazione dell’Irap da finanziare con i fondi Fas. Insomma: sul taglio delle tasse pare quasi che il Carroccio ci abbia ripensato. E così Tremonti resta sempre più solo e senza truppe politiche nella sua battaglia. Un altro fronte aperto, poi, è quello del pubblico impiego: non c’è un’opinione condivisa, nella stessa maggioranza, su come coniugare i tagli (necessari) con gli investimenti (altrettanto necessari).

• ANNO XIV •

Quest’uomo può essere ancora nostro alleato? di Daniel Pipes «Non c’è dubbio che sia un nostro amico», dice il premier turco Erdogan, quando parla del presidente iraniano Ahmadinejad, perfino quando quest’ultimo accusa il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman di minacciare l’uso delle armi nucleari contro Gaza. Queste irritanti asserzioni denotano un profondo cambiamento di rotta da parte del governo turco. a pagina 16

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• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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Poltronissime. Oggi e domani i leader europei cercano un nuovo e sempre più faticoso compromesso sulle nomine unitarie

Il suk di Bruxelles

La rincorsa ai ruoli di presidente e ministro degli esteri della Ue doveva essere una sfida sui grandi principi, è diventata un mercato di Enrico Singer oveva essere il vertice della ratifica del nuovo Trattato europeo e del lancio della corsa alle nuove poltronissime di Bruxelles. Ma in quest’Europa che, da tempo ormai, sopravvive tra occasioni mancate e rinvii, anche l’appuntamento di oggi e domani ha perso lo smalto dell’ennesima ora X della Ue. Lo slittamento al 3 novembre della decisione della Corte costituzionale della Repubblica ceca sul ricorso degli ultimi euroscettici, che era attesa per ieri, ha fatto scivolare ancora una volta i tempi. Niente panico, naturalmente: il limite da non superare è il 31 dicembre e c’è da scommettere che già prima delle feste di Natale tutto sarà regolato. In fondo, il ritardo ha fatto piacere anche a Silvio Berlusconi che, bloccato ad Arcore dalla scarlattina, è stato costretto a rinunciare a un Consiglio europeo che sarà molto meno decisivo di quanto si annunciava alla vigilia.

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Le grandi manovre, però, sono cominciate perché il sì finale di Praga, nonostante tutti i cavilli ancora da sciogliere, è scontato dal momento che la Repubblica ceca è già riuscita ad incassare la contropartita che cercava per ritirare la sua riserva. Ha ottenuto con la mediazione dell’attuale presidenza svedese della Ue una deroga all’applicazione della Carta dei diritti fondamentali che mette al sicuro il Paese da un brutto rischio: le possibili richieste di risarcimento da parte dei discendenti dei tre milioni di tedeschi dei Sudeti che furono cacciati dalla Cecoslovacchia dopo la seconda guerra mondiale e che persero tutte le loro proprietà. A conferma che anche le grandi questioni di principio, come quelle sollevate dal presidente euroscettico Vaclav Klaus sul primato delle leggi nazionali, hanno un prezzo. E che la vecchia regola delle compensazioni funziona sempre. Così come funzionerà il “manuale Cancelli europeo” per regolare la corsa ai nuovi

Il primo ministro del Lussemburgo si auto-candida a guidare l’Unione. Soprattutto per frenare Tony

Nel nome della Vecchia Europa Juncker all’assalto di Blair di Sergio Cantone

BRUXELLES. C’è chi crede che l’Ue manchi di sex appeal perché vive di compromessi. È vero. Ma l’Europa nella sua burocratica quiete a volte sorprende. Ed ecco come l’immagine del re dei compromessi sfuma in quella della simpatica canaglia del confronto ringhioso. Stiamo parlando di Jean-Claude Juncker, primo ministro lussemburghese di lunghissimo corso (è al potere dal 1995), democristiano per la pelle, leader per compromesso (tra socialisti e cristiano democratici) in casa e dunque in Europa. Ma anche un avvocato renano ogni tanto vede rosso. E il punto di rottura per il quieto Juncker ha un nome e un cognome,Tony Blair. Jean-Claude Juncker non sopporta l’idea che l’ex primo ministro dell’euroscettico Regno Unito diventi presidente Ue. Quando afferma che il presidente ideale dovrebbe venire da «un piccolo Paese, profondamente coinvolto nella costruzione europea» non pensa solo ai propri interessi: probabilmente parla anche a nome di altri. Insomma, l’impressione è che il suo proporsi come anti-Blair sia il frutto di un intimo convincimento sui limiti del britannico. E questo conflitto ci porta all’intimità politica del personaggio Juncker e per esteso a quella del Paese che rappresenta. Il Lussemburgo è socio fondatore di Comunità europea e Nato, ma è un micro-Stato che non arriva al mezzo milione di anime. Incastrato tra Germania, Francia e Belgio, deve la sua sicurezza alla pax renana tra francesi e tedeschi. Le alleanze del secondo dopoguerra e la costruzione europea gli hanno conferito una paciosa sicurezza e un ruolo politico superiore al proprio peso specifico. Il primo ministro lussemburghese governa una popolazione decisamente inferiore a quella di cui sono responsabili molti sindaci europei. Ma il suo ruolo politico all’esterno è più o meno simile a quello di un primo ministro belga, ceco o portoghese. La sua politica lo ha portato a fare squadra (con un ruolo di primo piano) tra il 2002 e il 2003 con la Germania di Schröder, la Francia di Chirac e il Belgio di Verhofstadt (la vecchia Europa) per opporsi all’invasione dell’Iraq. Non si trattò di un semplice no alla guerra, ma anche di affermare la necessità di una politica estera e di difesa europea indipendente dagli Usa. Fu

proprio questo secondo aspetto meno noto che lo portò al confronto diretto con Tony Blair, all’epoca premier guerriero e sicuro di sè. Per un primo ministro britannico si può mettere in dubbio un scelta militare, ma senza turbare le relazioni transatlantiche. Anche Guy Verhofstadt, amico di Juncker, pagò quella scelta nel 2004.

Candidato alla presidenza della Commissione europea venne steso da un veto (de facto) posto proprio da Blair. Dopo la caduta del belga, il nome di Juncker cominciò a circolare come possibile successore di Prodi, ma lui stesso preferí defilarsi per non bruciarsi. Ci fu chi tra i soliti “ben informati” disse che la sua rinucia era dovuta a problemi di alcool. La verità venne alla luce qualche tempo dopo, quando Juncker venne nominato presidente permanente dell’Eurogruppo. Arrivò alla leadership del consesso dei ministri dell’economia della “zona euro” grazie a una spintarella franco-tedesca. Chirac e Schröder volevano una sintesi in miniatura di Parigi e Berlino per governare la moneta. Insomma, cercavano qualcuno che allentasse con l’arte del compromesso europoide le rigidità della commissione europea sul patto di stabilità. Francia e Germania avevano conosciuto qualche mese prima il “deficit eccessivo”. Assunse il compito con buona lena anche perché la Gran Bretagna non faceva (e non fa) parte dell’Eurogruppo. Ma presto arrivò l’ennesima occasione di scontro con Blair. Fu nel 2005, durante la presidenza lussemburghese dell’Ue su quanti soldi gli stati membri più ricchi dovevano versare all’Ue.Tony Blair cercò a tutti i costi di ridurre il contributo britannico scagliandosi contro la politica agricola comune cara al suo arci-nemico Chirac e lesinando sui fondi da stanziare ai nuovi stati membri dell’Est. Juncker in conferenza stampa si mostrò choccato dall’atteggiamento conflittuale e poco “europeista” del premier britannico. Già, perché lui si considera un federalista. Perché più integrazione coincide con l’interesse nazionale del Lussemburgo o per idealismo? L’unico momento in cui Juncker si è opposto con forza a Francia e Germania è stato qualche mese fa. E non per il loro deficit eccessivo. Fu quando Sarkozy e Merkel scatenarono la caccia al paradiso fiscale. Il granducato basa la sua forza sul segreto bancario. A quel punto Juncker smise brutalmente i panni del presidente consensuale dell’Eurogruppo per indossare quelli di rottura, del primo ministro di un piccolo Paese minacciato al cuore del suo interesse nazionale, la banca. E lí, per una volta,Tony non c’era.

incarichi istituzionali previsti dal Trattato di Lisbona che sta per entrare in vigore.

Anzi, la pausa di riflessione imposta dai tempi tecnici della Corte costituzionale di Praga sta facendo decantare le candidature e gli schieramenti. Dalle pagine del quotidiano francese Le Monde, il primo ministro lussemburghese Jean-Claude Juncker è venuto allo scoperto. Si è detto «interessato alla carica di presidente dell’Unione europea se il ruolo sarà ispirato a una visione ambiziosa dell’Europa». In altre parole: se vogliamo fare sul serio, io sono qua. Juncker si è messo così formalmente in concorrenza con l’ex premier laburista britannico Tony Blair, visto da molti come il gran favorito. Ma la partita, in realtà, non è soltanto a due. I contendenti sono tanti: dall’ex primo ministro socialista spagnolo Felipe Gonzalez, ai primi ministri in carica di Olanda e Belgio, Jan Peter Balkenende e Herman Van Rompuy (entrambi del Ppe). Fra gli ex primi ministri, poi, ci sono anche il finlandese Paavo Lipponen (socialista), il belga Guy Verhofstadt (liberaldemocratico) e l’ex cancelliere austriaco Wolfgang Schuessel (Ppe). E ci sono, addirittura, degli ex capi di Stato: l’irlandese Mary Robinson e il finlandese Martti Ahtisaari, premio Nobel per la pace 2008. Si parla anche di Tarja Halonen, attuale presidente finlandese. Una rosa con troppi petali, ancora, che dai colloqui informali della due giorni di Bruxelles dovrebbe uscire più snella: probabilmente con uno, o al massimo due, nomi per schieramento. Se Jean-Claude Juncker ha scelto la strada dell’autocandidatura, Tony Blair è stato ufficialmente proposto dal ministro degli Esteri britannico, David Miliband, che nel governo di Gordon Brown è un fedelissimo dell’ex premier laburista. «Credo che sarebbe una cosa buona per la Gran Bretagna e per l’Europa se Tony venisse scelto», ha dichiarato il capo del Foreign Office spiegando di non essere, invece, personalmente interessato all’incarico di Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza della Ue che è la seconda poltronissima prevista dal Trattato di Lisbona da asse-


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Qui accanto, dall’alto, l’ex-premier laburista inglese Tony Blair, l’ex-leader socialista spagnolo Felipe Gonzales e il primo ministro lussemburghese Jean-Claude Juncker: sono i tre principali pretendenti alla poltrona di presidente dell’Unione Europea, prevista dal Trattato di Lisbona insieme a quella di ministro degli Esteri

gnare. Miliband sa benissimo che la Gran Bretagna non può puntare a tutte e due le cariche proprio per le regole non scritte di quel “Cencelli europeo” di cui si diceva prima che tiene conto dell’appartenenza alle famiglie politiche, della nazionalità dei candidati e dell’equilibrio tra Paesi vecchi e nuovi, nonché grandi, medi e piccoli, della Ue. Sulla carta, Tony Blair è favorito rispetto al popolare Jean-Claude Juncker perché ci sono già due esponenti del Ppe che hanno conquistato le poltrone che sono state assegnate nella piramide del potere europeo: il portoghese Manuel Barroso, confermato alla guida della Commissione, e il polacco Jerzy Buzek promosso alla presidenza del Parlamento europeo. Blair, da laburista e da personalità che è espressione di un grande Paese della Ue, ha tutte le carte in regola.

Ma la sua è una di quelle candidature troppo perfette che, al-

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moneta comune che è il risultato più concreto, finora, dell’integrazione europea. Se Tony Blair dovesse perdere anche l’appoggio di Nicolas Sarkozy, le sue possibilità di successo sarebbero fortemente ridimensionate. E nell’alleanza tra Parigi e Londra c’è una nota stonata: è l’atteggiamento che la Ue deve tenere nei confronti della complessa marcia di avvicinamento della Turchia che è sostenuta dalla Gran Bretagna e osteggiata dalla Francia. Un terribile gioco di scatole cinesi, insomma. Che supera i confini europei come dimostrano i segnali di apertura che il premier turco, Tayyip Recep Erdogan, ha lanciato negli ultimi giorni verso l’Iran di Ahmadinejad per far capire che, se le porte dell’Europa dovessero rimanere chiuse, Ankara potrebbe guardare altrove.

Il possibile sf ari namen to del fronte che appoggia Tony Blair dovrebbe favorire JeanClaude Juncker. Che è espres-

Per la presidenza non corrono solo Blair e Juncker, ma anche l’ex primo ministro spagnolo Felipe Gonzalez, i premier di Olanda e Belgio, Balkenende e Van Rompuy la fine, spesso cadono sotto i colpi di qualche congiura. Tra gli altri “grandi” della Ue, ha l’appoggio della Francia di Sarkozy, che fu il primo a lanciare il suo nome, ma ha l’opposizione della Germania di Angela Merkel e la prudenza dell’Italia che lo ha sostenuto all’inzio, ma che ha anche sottolineato proprio nelle ultime ore, con una dichiarazione del ministro degli Esteri, Franco Frattini, che «il nome deve raccogliere una vasta maggioranza per vincere». Può contare sui “nuovi” della Ue, sugli ex Paesi del blocco comunista dell’Europa che Londra ha sempre sostenuto nel processo di allargamento dell’Unione. Ma lascia perplessi tutti gli altri per il tradizionale euroscetticismo della Gran Bretagna che è rimasta anche fuori dall’euro, la

sione di uno dei sei Paesi fondatori della Ue (con Italia, Francia, Germania, Belgio e Olanda) e che dell’euro è addirittura il guardiano istituzionale nei panni di presidente dell’Eurogruppo. Juncker ha quasi la stessa età di Blair – il premier lussemburghese è nato il 9 dicembre del 1954, l’ex premier britannico il 6 maggio del 1953 – ma una formazione completamente diversa. Governatore della Banca mondiale dal 1989 al 1995, è stato anche governatore del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo. Del Lussemburgo è primo ministro e ministro delle Finanze da tre mandati e con Tony Blair – allora premier britannico – si scontrò nel 2005 sul bilancio europeo: una vera e propria

Subito dopo aver giurato per il secondo mandato da Cancelliere, la Merkel vola all’Eliseo

Clima e Difesa, Parigi e Berlino sempre più unite È quasi una dichiarazione d’amore, espressa ovviamente nello stile sobrio cui Angela Merkel ha abituato gli osservatori internazionali e la diplomazia. Ma la decisione di volare a Parigi per una cena ufficiale con il presidente Sarkozy il giorno stesso della sua rielezione a Cancelliere tedesco dimostra quanto Berlino e Parigi si siano avvicinate negli ultimi, durissimi mesi. Trattato europeo di Lisbona e questioni climatiche, anche in vista del prossimo vertice di Copenaghen: sono i temi principali che sono stati affrontati nel corso dell’incontro di lavoro all’Eliseo. Merkel e Sarkò decidono dunque di prepararsi insieme al summit dell’Unione europea che da oggi vede riuni-

battaglia contro Londra che voleva ridurre i suoi contributi alle casse della Ue e, soprattutto, voleva azzerare la politica agricola. Tra l’altro, se dovesse spuntarla Juncker, si libererebbe il posto di mister euro e potrebbe aprirsi la porta per la nomina di Giulio Tremonti. La presidenza dell’Eurogruppo per l’Italia sarebbe, oggettivamente, un premio di consolazione rispetto alle cariche di primo piano (le due da assegnare più le due già assegnate), ma ha almeno il vantaggio di potersi cumulare a quella di ministro dell’Economia (e magari di vicepremier), cosa che a Tremonti di sicuro non dispiace. Ma il problema di che cosa otterrà l’Italia nel risiko delle poltrone europee è ancora aperto ed è anche subordinato a una variabile sulla quale è davvero troppo presto sbilanciarsi: la possibilità che Mario Draghi vada a guidare la Banca centrale europea quando, a fine ottobre 2011, scadrà il mandato del francese Jean-Claude Trichet.

ti a Bruxelles i capi di Stato e di governo dell’Unione europea. «Angela Merkel afferma la presidenza francese in una nota - ha desiderato venire in Francia nel giorno stesso della sua investitura alla cancelleria federale tedesca».

Per l’Eliseo, la Merkel ha evidenziato in questo modo «il legame unico tra i nostri due Paesi, come fece Nicolas Sarkozy recandosi a Berlino la sera della sua investitura alla presidenza della repubblica francese, il 16 maggio del 2007». A un mese dalla vittoria alle legislative, Angela è stata rieletta formalmente ieri dal Bundestag alla guida del governo tedesco per i prossimi quattro anni: 323 dei 612

deputati hanno votato a favore, 285 hanno votato contro, 4 si sono astenuti. La leader cristiano-democratica dirigerà una coalizione che riunisce la Cdu e la Csu assieme alla Fdp, il partito liberaldemocratico di Guido Westerwelle. L’accordo di coalizione fra i due partiti della destra è stato siglato lunedì, dopo tre settimane di consultazioni che si sono risolte con l’accordo su una piattaforma che prevede in particolare una riduzione di 24 miliardi di euro di imposte, una riforma del sistema sanitario e un aumento degli assegni familiari. Un piccolo giallo si è comunque consumato: alla rielezione sono mancati nove voti, provenienti dalla coalizione governativa.

Oggi e domani a

Bruxelles nelle cene tra i leader e nei contatti informali si parlerà di scadenze molto più ravvicinate perché il nuovo presidente stabile della Ue (che rimarrà in carica per un mandato di due anni e mezzo rinnovabile fino a cinque anni) deve essere scelto entro la fine dell’anno. Quelle di Jean-Claude Juncker e di Tony Blair sono due personalità contrapposte, ma non per questo alternative. Il principale handicap di Juncker è proprio la sua appartenenza al partito che ha già conquistato, con Barroso e Buzek, le altre due massime istituzioni europee. E un eventuale stop nella corsa di Blair potrebbe favorire il classico terzo incomodo: l’ex primo ministro socialista spagnolo Felipe Gonzalez che molti avevano già liquidato nel libro dei ricordi della politica europea e che secondo alcuni, adesso, potrebbe invece vivere una nuova stagione da protagonista. In realtà, intrecciato al gioco dei nomi, c’è quello, sostanziale, dei reali compiti del presidente del Consiglio europeo. Sarà davvero quella persona che Henry Kissinger, quando era a capo della diplomazia americana, voleva poter «chiamare al telefono» per conoscere la posizione dell’Europa? O sarà soltanto una specie di segretario permanente dei ventisette leader europei che manterranno intatto il loro potere e i loro diritti di veto? Se la Ue vorrà darsi un presidente di nobile profilo e debole rappresentatività, i candidati non mancano tra premi Nobel ed ex capi di Stato o di governo di piccole capitali che affollano la rosa dei pretendenti. Ma allora perderà un’altra occasione di crescere.


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Europa. «Il nostro peso nel Vecchio Continente è sempre più limitato: occorre una inversione di rotta nelle alleanze»

Un patto Roma-Berlino

L’allarme di De Michelis: «Per salvarsi, l’Italia ha bisogno di relazioni speciali con la Germania. Ci vuole una svolta del governo» di Gabriella Mecucci e avessi responsabilità di governo, mi precipiterei a rilanciare un asse italotedesco»: Gianni De Michelis, ministro degli Esteri della Prima Repubblica, inizia così una lunga conversazione sulle strategie dell’Europa e dell’Italia in un mondo che sta vivendo una svolta epocale. Durante la Prima Repubblica i rapporti con la Germania venivano particolarmente seguiti, oggi invece... È vero. Mi sembra che durante il governo Schroeder e durante la Grosse Koalition capeggiata dalla Merkel i legami si siano un po’ allentati e le responsabilità sono assolutamente bipartisan. Oggi è diventato più necessario che mai raccordare la politica italiana a quella tedesca. Non vedo però ancora segnali sufficienti in questa direzione da parte del governo. Berlusconi sembra piuttosto puntare su Putin e su Erdogan, fa bene? Berlusconi su questo ha avuto una giusta intuizione. Nel mondo del dopo Pithsburg, quando

«S

Obama ha deciso di puntare sul G20 dichiarando nei fatti la fine del G8, non è sbagliato aprire un rapporto con la Russia e con la Turchia. In questa svolta epocale chi rischia di più è l’Europa e dentro l’Europa, l’Italia. Il vecchio Continente deve allargare la propria rete di rapporti. Del resto Berlusconi – essendo ancora presidente Bush – in piena crisi georgiana prese una posizione sulla questione opposta a quella di Washington, sostenendo che non bisognava assolutamente rompere con Putin. Questa è stata una mossa giusta. Tant’è che qualche mese dopo Obama ha adottato un approccio molto più costruttivo verso la Russia, non puntando più sull’istallazione dei missili in Polonia. Dunque, la politica estera di Berlusconi va bene? Ho detto quello che condivido e adesso vorrei parlare di ciò che è meno convincente. La sua giusta linea rischia di diventare meno efficace se non viene ar-

ricchita da una particolare attenzione all’Europa, a Bruxelles e soprattutto a Berlino. Considero un errore di Berlusconi quello che ha fatto quando il primo settembre a Danzica ha aperto una polemica inutile con il portavoce della Comissione europea, alienandosi un uomo come Barroso che deve essere considerato e coltivato come alleato. Infatti, proprio per poter efficacemente portare avanti una linea di apertura verso la Russia e la Turchia è indispensabile avere un buon rapporto conl’Europa e in particolare con la Germania. I russi per primi vogliono parlare con Berlino: la linea di Mosca rispetto all’Europa è in parte una linea euromediterranea e in parte una linea baltica. E la Germania è importante per entrambe queste prospettive. Epperò, il rapporto fra Berlusconi e la Merkel non è buono. La cancelliera nutre più di una diffidenza verso il nostro premier...

È ormai necessario che tra i vertici del Pdl e la Cdu si apra un rapporto privilegiato: in questo ambito, può essere fondamentale il ruolo di mediazione di Casini all’interno del Partito Popolare

In alto, Berlusconi con Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. Nella pagina a fianco, De Michelis e il neo-ministro degli Esteri tedesco Guido Westervelle

È vero. In alcune occasioni i rapporti personali possono favorire, in altre no. È vero: con la Merkel non sono particolarmente buoni. Se Berlusconi in questo caso ha qualche problema, occorre che sia il sistema paese a muoversi per favorire le relazioni. I rapporti personali possono essere bilanciati da un’attività politica e diplomatica particolarmente accorta e intensa. Già, ma Berlusconi non facilita... Farei attenzione di non buttarla tutto sul personale. Spesso si critica Berlusconi per questo. Non si può poi, quando conviene, dargli tutto questo rilievo. Occorrerebbe che almeno una parte della classe dirigente di questo paese sfuggisse a questo atteggiamento recriminatorio e s’impegnasse in una discussione sulla strategia da adottare. Siamo in un passaggio storico che al suo termine ci consegnerà un mondo molto diverso, dobbiamo riflettere sul ruolo che l’Italia potrà avere in futuro e non soffermarci troppo su polemiche sterile. In questo mondo diverso,


prima pagina lei vede un ruolo di minore importanza per gli Usa? Questa è una partita aperta, quello che è sicuro è che vedo un ruolo minore per l’Europa. Limes ha titolato “la Cina spacca l’Occidente”. È vero. Una delle conseguenze di ciò che è già successo è che il concetto di Occidente degli ultimi 50 anni è ormai irrimediabilmente passato. Il sogno unipolare di Clinton e Bush è finito in soffita. Gli States si ritagliano un nuovo ruolo in questo nuovo mondo e dunque dialogano con la Cina, col Brasile, con l’India. Non è pensabile che l’Europa pretenda che l’idea di Occidente resti come era prima che tutto ciò accadesse. L’Europa contro gli Usa? Certamente no. Restiamo vicini agli Stati Uniti per ragioni culturali e di civiltà. Però, al tempo stesso, l’Europa deve ridefinire il proprio ruolo nella nuova configurazione del mondo. Ritengo che la scelta euromediterranea sia in questo momento molto favorevole all’Europa, che crei le condizioni potenziali perché l’Europa possa passare da una posizione difensiva ad una offensiva. Penso che dentro un’opzione euromediterranea l’Italia abbia delle enormi possibilità. Dentro questa strategia l’Italia potrebbe affrontare il suo pro-

blema più grave: la dicotomia fra Nord e Sud. Se intraprenderemo questo percorso, riusciremo a capovolgere la logica per cui il Meridione è un peso. Anzi diventerebbe un’opportunità per l’economia del Nord Europa. Potrebbe anche consentirci di convincere coloro che puntano sulla Lega a cambiare interlocutore. E muterebbero dunque anche i connotati della partita politica. Non avrebbero spazio ipotesi come il partito del Sud contro il partito del Nord e il partito della Nazione, tanto caro a Casini e Adornato, avrebbe una strategia che con radici molto solide. Lei sostiene che l’Italia sia particolarmente malmessa, perché? Non dipende da ciò che è stato fatto durante la crisi, ma da quello che è accaduto prima: fra il 1992 e il 2008 quando siamo cresciuti meno degli altri paesi europei. Abbiamo quindi accumulato un forte ritardo e la responsabilità è assolutamente bipartisan. Centrosinistra e centrodestra lo hanno scassato. Anche prima del ’92 l’Italia aveva un debito spaventoso... La ragione del debito sta nella cambiale che eravamo costretti a pagare al Pci e ai sindacati. Gli unici due passaggi che hanno ridotto la drammatica situazione debitoriasono stati voluti dai socialisti: la fine della scala mobile e la scelta di portare la linea nell’euro. Non voglio dire naturalmente che non esistono responsabilità della prima Repubblica: ad esempio non abbiamo fatto la riforma delle pensioni. Che occorre fare? L’Italia deve recuperare in competitività o meglio in attrattività. Per riuscire ad attrarre capitale deve rilanciare. Le faccio un esempio: portare l’età pensionabile a 72 anni. Un altro esempio: molto più importante del Ponte sullo Stretto è puntare sul Brennero, che ci renderebbe molto più attrattivi agli occhi dei tedeschi e degli austriaci. Torniamo alla politica estera. Una parte del lavoro di Berlusconi funziona – secondo lei – ma manca un adeguato impegno nei rapporti italo- tedeschi? Sì. Credo che nemmeno Berlusconi del resto non comprenda l’importanza dell’Europa e di una nostra politica europea. Non credo che pensi di costruire una sorta di asse del Mar Nero. Vorrei però lanciare un messaggio a Casini. Dica pure. Casini oggi è il leader di un partito che fa parte del partito popolare europeo ed è molto vicino alla signora Merkel, potrebbe lavorare utilmente a spingere la linea del governo verso un dialogo e un rapporto più stretto con l’Europa e in particolare con la Germania. E questa gli darebbe uno spessore e un ruolo molto importanti.

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Tutti i limiti della strategia (e della solitudine) del premier in Europa

Ma Berlusconi non capisce Angela Tra i due leader c’è quasi un’incompatibilità di carattere che, però, pesa soprattutto sull’Italia di Rocco Buttiglione nche l’Europa ha bisogno del centro. E soprattutto ne ha bisogno l’Italia in Europa. Nel mondo sempre più globalizzato l’Europa non può andare in ordine sparso. Deve lavorare di comune accordo sul traino dei Paesi più forti ed economicamente robusti: Francia, Germania, anche Polonia. E l’Italia non può mancare.

A

Ma per sedersi a quel tavolo occorrono delle condizioni. Economiche, strutturali, sociali. Ma soprattutto politiche. E nel politico gioca un ruolo importante la capacità di interagire. Non si può negare che le possibilità dell’Italia di essere forte e credibile al tavolo europeo vivono storicamente una serie di difficoltà che le ultime vicende politiche delle nostre classi dirigenti non contribuiscono certo a superare. Anzi, ha consolidato pregiudizi atavici ne confronti dei latini, degli italiani, dei nostri politici. Ma ciò che è più grave è che, nonostante lodevoli intenzioni e l’impegno di alcuni al ministero degli Esteri, c’è una oggettiva capacità di capire e farsi capire soprattutto con la locomotiva Germania. E in particolare con Angela Merkel. Non potrebbero esserci due capi del governo più all’opposto come lei e Berlusconi. È prima di tutto proprio una questione caratteriale. Che non sarebbe grave se il gap venisse superato nelle vie diplomatiche. Ma questo succede poco, perché da parte italiana c’è una sostanziale incomprensione della Germania.

suo progetto di una coalizione di centro-destra che succedesse alla Grosse Koalition sempre da lei guidata. La vittoria della Cdu è stata letta nella provinciale Italia come una vittoria della destra e del bipolarismo. Beh, andate a dire alla Merkel che è di destra e poi ne riparliamo. E inoltre in Germania il proporzionalismo è un valore costituzionale, e i governi si fanno dopo le elezioni con ogni possibile coalizione. Inoltre Cdu e Csu sono il cuore del Partito Popolare Europeo, che non rappresenta la destra, ma un grande centro e un grande baricentro della politica europea, molto spesso argine alle destre populiste, euroscettiche o anche estremiste. Inoltre un elemento fondativo di quel centro tedesco ed europeo è un solido legame con i valori cristiani e tradizionali di cui laicamente non hanno paura di parlare, cosa che in Italia si sta smarrendo.

Con queste premesse è evidente che una politica e un governo italiano che hanno all’interno tendenze populiste, euroscettiche e di destra, hanno difficoltà persino di comprensione oltre che politica a coordinare le proprie iniziative con la Germania, e rischiano quindi di essere emarginati e di autoemarginarsi, perdendo il treno più importante. Solo una sterzata al centro e il coinvolgimento di chi parla la stessa lingua delle realtà politiche con cui ci si deve relazionare possono gettare dei ponti, specie con Berlino. Anche in questo campo, quindi, l’Italia ha bisogno del centro, moderato, democratico e ispirato ai valori cristiani. Ne ha bisogno per creare un dialogo e per contare di più, e per affrontare con più serenità anche i temi economici.

Nei rapporti con la Merkel e la sua politica c’è quasi un vizio di forma atavico

Esempio clamoroso ne è stata l’interpretazione data alle recenti elezioni politiche tedesche, dove la Merkel ha trionfato con il


economia

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Conti. Gli emendamenti presentati in Parlamento mostrano che lo scontro sul ministro dell’Economia è tutt’altro che sopito

La Lega taglia l’Irap Tremonti è rimasto solo sulla finanziaria. Anche il Carroccio cambia idea sulle tasse di Francesco Pacifico

ROMA. Mario Baldassarri, con la sua controfinanziaria da 38 miliardi di euro, non ha alcuna voglia di fare passi indietro. Se non bastasse, persino la Lega ha presentato emendamenti per favorire il taglio dell’Irap, in una direzione opposta a quella del loro ministro preferito. A 24 ore dall’armistizio tra Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti il Senato diventa il luogo per verificare l’intesa, per capire se si potrà coniugare rigore e sviluppo, oppure se si andrà avanti soltanto con il rigore del titolare dell’Economia.

Per capire qual è lo Stato dell’arte è sufficiente affidarsi a una fulminante battuta riservata ai colleghi dal parlamentare Udc, Bruno Tabacci: «Non crederete mica che la cosa di Tremonti si sia risolta». Il primo a capirlo è stato lo stesso ministro dell’Economia, che ha dovuto incontrare proprio nella sala del governo attigua al Transatlantico di Montecitorio il sindaco di Roma, Gianni Alemanno e promettere di sbloccare i fondi per la Capitale: 247 milioni per la legge triennale e 500 per attutire il buco di 9 e più miliardi lasciato da Veltroni. A quanto pare questa partita potrebbe svelenire il clima al Senato. Lo ha dimostrato una caustica battuta che il viceministro all’Economia e relatore alla manovra, Giuseppe Vegas, si è sentito rivolgere dal senatore Andrea Augello: «Guarda che la Finanziaria passa al Senato. E l’indirizzo del Senato è piazza Madama, non villa San Martino». E lo stesso schema potrebbe ripetersi per i fondi da destinare agli aumenti salariali per le forze dell’Ordine, che ieri hanno bloccato con la loro protesta la viabilità di Roma. Al riguardo il senatore del Pdl Maurizio Saia, uno dei primi firmatari della controriforma Baldassarri, ha fatto sapere: «Dovrebbe arrivare nelle prossime ore un

Ora è Cosentino la quinta colonna di Giulio nel Pdl ROMA. Una giornata particolare dopo tanti dispiaceri. Con i compagni di partito in Transatlantico – gli stessi che non l’hanno mai amato e difeso fino in fondo – a doversi complimentare, a riconoscergli doti di mediatore. E lui a schermirsi, a dire a chi gli chiedeva lumi e indiscrezioni, «parlate con Marco (Milanese, ndr): è stato lui il vero protagonista della trattativa». Si, è stata proprio una giornata particolare quella di ieri per Nicola Cosentino. Perché a trattare con Sandro Bondi, Ignazio La Russa e Denis Verdini l’altro ieri in via dell’Umiltà c’era proprio lui.Venuto a dare manforte a quello che è a detti di molti il vero braccio destro del ministro, il suo amico e deputato Marco Milanese. Proprio Tremonti ha voluto come sherpa il suo discusso sottosegretario all’Economia.

Quello che i finiani non vorrebbero candidare alla regione Campania e al quale l’Espresso, per presunte dichiarazioni di alcuni pentiti di camorra, ha dedicato titoli emblematici come “Clan nel governo” e “Cosentino Connection”. E l’altro giorno Milanese e Cosentino hanno dovuto sudare sette camice per frenare le ire di Bondi, La Russa e Verdini. I quali oltre a bloccare le velleità di vicepremier del ministro, volevano fare i conti una volta per tutte con il tributarista pavese. Con Milanese nei panni del “poliziotto cattivo” – era quello che rivendicava con più veemenza i meriti del ministro – e Cosentino “poliziotto buone” – toccava a lui smussare gli angoli – è partita una trattativa iniziata alle 11 e finita alle 15. A quanto pare la parte più difficile sarebbe stata quella di convincere i triumviri che Tremonti non aveva mai chiesto di fare il vicepremier. Che chiedeva soltanto un ruolo nel partito in grado di tutelare il suo lavoro e la sua dignità, in modo che non lo si accusasse più di essere un leghista prestato al Pdl. Ècosì che è nata l’idea di fargli presiedere il comitato di politica economica di via dell’Umilità. Sono in molti a scommettere che Cosentino farà pesare questa mediazione quando si dovrà decidere lo sfidante di Vincenzo De Luca per Palazzo Santa Lucia. In ogni caso gliene sarà grato Giulio Tremonti. Il quale, un mese fa e nel pieno della bufera mediatica, si fece fotografare a Napoli davanti all’elegante caffè Gambrinus proprio con il suo discusso sottosegretario. (f.p.)

emendamento alla Finanziaria per stanziare 100 milioni di euro al comparto sicurezza, in aggiunta a quelli già contenuti nel provvedimento». Per il resto sono in molti a scommettere che non ci saranno sostanziali modifiche alla manovra. Vuoi perché non ci sono soldi, vuoi perché a un cambiamento a Palazzo Madama potrebbe seguire uno stravolgimento a Montecitorio. Qui già aleggia il famoso piano con il quale il capogruppo pdl Fabrizio Cicchitto propone di recuperare i fondi necessari per tagliare l’Irap alzando l’età pensionistica. Eppure, prova indelebile del

dere senza ulteriori crisi questa vicenda il prossimo 5 novembre, quando si terrà l’ufficio di presidenza del partito che vedrà la nascita del famigerato comitato di politica economica, concordato proprio con Tremonti per superare le tensioni tra il titolare di via XX settembre e gli eletti.

Ma a dimostrare che il re è (ancora) nudo ci pensano due tra gli emendamenti presentati dal Carroccio in commissione Bilancio del Senato, quelli destinati all’Irap. Primo firmatario il vicepresidente Massimo Garavaglia, in un testo che ha sottoscritto anche il ministro

Baldassarri: «Aspettiamo ancora una risposta alle nostre proposte». Si lavora per un compromesso sui fondi a Roma Capitale, che potrebbe facilitare il passaggio della manovra a Palazzo Madama malcontento del Popolo delle libertà, ci sono i 400 emendamenti e più presentati dalla maggioranza. E una decina destinati proprio all’eliminazione del balzello ideato da Visco per colpire le imprese. «Sull’Irap, a oggi, non ci sono risorse. Poi vediamo», ha ribadito Giuseppe Vegas. Ma la tensione resta ancora alta se ieri Silvio Berlusconi in persona ha dovuto chiamare uno a uno i suoi ministri e i papaveri del Pdl per chiedere compattezza e abbassare i toni. Spera di chiu-

per la Semplificazione, Roberto Calderoli. Spiega Garavaglia: «Sappiamo che la vicenda dell’Irap è una questione che non si risolve con un emendamento, ma a noi stava a cuore far entrare nel dibattito due principi, tenendo conto che la tassa colpisce anche le aziende in perdita». Primo paletto «partire dalle realtà piccole, stabilire una franchigia di 50, al massimo 100 dipendenti per evitare di agevolare soltanto i grandi gruppi». Passo successivo «è quello di impedi-


economia

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In discesa sia la ricchezza sia il risparmio sia il potere d’acquisto

Undici miliardi per la crisi La famiglia paga il conto L’Istat per la prima volta calcola con precisione la riduzione del reddito a seguito della recessione di Alessandro D’Amato

ROMA. Meno undici miliardi. È il calo totale

re che si ripetano gli stessi errori fatti con il taglio all’Ici: non si possono mettere in difficoltà gli enti locali che con questo balzello ci pagano la sanità. Penso alla Lombardia che recupera il 70 per cento del totale: non vorrei che gli enti virtuosi siano costretti ad alzare la pressione fiscale per coprire questi buchi in bilancio». Il progetto della Lega è molto semplice: proprio per aiutare le imprese piccole e in crisi si punta ad estendere la deduzione sulla parte Irap non soltanto all’Ires ma anche all’Iva. La copertura per il provvedimento viene ricercata nei fondi Fas. «Ma abbiamo usato questa voce», aggiunge Garavaglia, «soltanto per ottenere l’ammissibilità degli emendamenti.Va da sé che bisogna tagliare la spesa. Anche perché quest’intervento ha dei costi più limitati di quanto si pensi: 4 miliardi di euro se inseriamo le aziende fino a cento dipendenti, 3,5 miliardi se la soglia è 50 lavoratori». Garavaglia, infondo, non usa argomenti diversi da quelli utilizzati nei giorni scorsi da Mario Baldassarri. L’economista allievo di Franco Modigliani ieri ha fatto sapere che lui e i firmatari degli emendamenti che provano a riscrivere la manovra di Tremonti sono ancora «in attesa di un segnale di disponibilità da parte del governo, che ci dica quali interventi si possono fare ora e quali più in là». Siccome la questione non è sol-

Qui sopra, Giulio Tremonti con il suo avversario interno Mario Baldassarri. Nella pagina a fianco, Nicola Cosentino tanto di politica economica, ma di politica finanziaria, i firmatari degli emendamenti sperano in un confronto politico che creerà una vera collegialità sulle scelte economiche. Spiega infatti il senatore Andrea Augello: «Lo scopo delle nostre proposte è porre un problema molto semplice: gli effetti della crisi, con il calo del gettito superiore a quello del Pil, porteranno gioco forza a una crescita delle pressione fiscale. Bene il governo non può rispondere che dobbiamo aspettare la ripresa, ben sapendo che può darle sostanza solamente un incentivo come il taglio delle tasse». Baldassarri propone di recuperare i fondi necessari per tagliare le tasse alle imprese, rimodulare le aliquote per le famiglie e quelle per gli affitti trasformando gli incentivi alle imprese in crediti d’imposta Irap e riducendo i costi per gli acquisti. Tremonti sembra avere idee opposte. Racconta chi gli è vicino: «Il programma del centrodestra dice che si può tagliare l’Irap compatibilmente allo stato delle finanze pubbliche». La discussione viene aggiornata quando sarà chiaro il gettito dato dallo Scudo fiscale. E la cosa spaventa non poco i sindacati che aspettano le risorse per gli statali.

del reddito lordo delle famiglie italiane nel secondo trimestre 2009 secondo i dati dell’Istat, che certifica anche il crollo del potere d’acquisto, delle spese per consumi e della propensione al risparmio. Nel dettaglio, il reddito lordo disponibile delle famiglie è diminuito dell’1% in valori correnti rispetto al trimestre precedente, con un calo di oltre 11 miliardi di euro. La spesa delle famiglie per consumi finali si è ridotta dello 0,5% mentre il potere d’acquisto (cioè il reddito disponibile in termini reali) è diminuito dell’1% rispetto al trimestre precedente. Il settore delle famiglie comprende le famiglie consumatrici, le imprese individuali, i liberi professionisti e le società semplici fino a cinque addetti. Lo studio dell’Istat, che si riferisce al secondo trimestre del 2009 confrontato con il periodo luglio 2008-giugno 2009, dice anche che la propensione al risparmio degli italiani ha subito così il primo calo dopo una crescita iniziata nel primo trimestre del 2008. Nello stesso periodo, invece, la spesa delle famiglie per consumi finali si è ridotta solo dello 0,5%. Sempre secondo l’Istat, il potere d’acquisto delle famiglie è calato, in linea con il reddito, registrando una riduzione dell’1% a livello congiunturale e dell’1,2% a livello tendenziale. In valori assoluti il potere d’acquisto si è ridotto di quasi 9 miliardi di euro (passando da 886,491 miliardi del primo trimestre del 2009 a 877,631 miliardi del secondo trimestre). A confronto il reddito lordo disponibile è invece sceso di 11 miliardi (da 1.094,634 miliardi a 1.083,808).

ta dal valore aggiunto. Il settore delle società non finanziarie comprende tutte le società di persone e di capitale e le imprese individuali con oltre 5 addetti, che svolgono la loro attività nei settori diversi da quelli finanziari.

E i numeri dell’Istat non hanno tardato a suscitare reazioni nel mondo politico. «Bisogna adoperare la leva fiscale per fare in modo che le famiglie abbiano un poco più di soldi a disposizione», dice Anna Finocchiaro, senatrice del Pd. «Proprio per questo lo spirito della nostra “contromanovra” economica è quello di individuare alcune priorità che per noi sono: il mantenimento del reddito delle famiglie e degli individui durante la crisi; l’ estensione degli ammortizzatori sociali, che oggi sono limitati soltanto ad alcune categorie di lavoratori; sollevare le famiglie italiane dalla crisi e creare un poco di liquidità alle famiglie che entra in circolo e crea domanda». Per il Codacons i dati Istat «sono un evidente segno del-

Continua anche la flessione di profitti e investimenti delle imprese: per le società non finanziarie i guadagni sono a 1,8 punti percentuali in meno rispetto a quelli di un anno fa

Intanto continua anche la flessione di profitti e investimenti delle imprese. La quota di profitto (data dal rapporto tra il risultato lordo di gestione e il valore aggiunto lordo ai prezzi base) delle società non finanziarie si è attestata, nel secondo trimestre 2009, al 41,3%, 1,8 punti percentuali in meno rispetto al corrispondente trimestre del 2008. Rispetto al primo trimestre del 2009, la quota di profitto si è ridotta di 0,6 punti percentuali. La riduzione del risultato lordo di gestione in valori correnti, pari a -2,9%, è stata più marcata della contrazione registrata dal valore aggiunto (-1,4%). Il tasso di investimento (dato dal rapporto tra gli investimenti fissi lordi e il valore aggiunto lordo ai prezzi base) è stato pari al 23,3%, due punti percentuali in meno rispetto al corrispondente trimestre 2008. Rispetto al primo trimestre 2009, il tasso d’investimento si è ridotto di un punto percentuale risentendo di una caduta del 5,5% degli investimenti lordi in valori correnti delle società non finanziarie, più marcata della contrazione registra-

la crisi: le famiglie hanno sempre meno soldi. Ovvio, quindi, che risparmino di meno». Per questo il Codacons, «senza avanzare proprie proposte, si limita a chiedere al Governo di finanziare almeno due delle loro: incentivi veri per acquisto elettrodomestici per tutte le famiglie italiane (e non solo per chi ristruttura) che acquistano elettrodomestici di classe energetica pari o superiore a B; social card per 4 milioni e 633 mila famiglie (i quasi poveri per l’Istat) e non 600.000 come attualmente, innalzando il reddito Isee ad almeno 10.000 euro». Secondo Adusbef e Federconsumatori «di fronte a questa situazione è indispensabile avviare un forte processo di detassazione per le famiglie a reddito fisso e per i pensionati, pari ad almeno 1.200-1.500 euro l’anno. A partire dalla detassazione delle tredicesime». E considerano «un errore qualsiasi operazione diversa, come quella paventata di una soppressione dell’Irap alle imprese».


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diario

Statistiche. La Caritas analizza l’apporto degli extracomunitari alla trasformazione del welfare italiano del futuro

L’immigrato salva le pensioni? Nel 2060 saranno 12 milioni i lavoratori stranieri nel nostro Paese he gli immigrati siano una risorsa non lo afferma solo la Caritas, il cui pregevole rapporto ha messo in buon ordine dati in larga misura già noti. Il fenomeno dell’immigrazione non costituisce unicamente un aspetto cruciale dell’Italia contemporanea, ma si iscrive con un rilievo sempre maggiore nella società di domani. Basta avere la pazienza di consultare il rapporto sull’invecchiamento della popolazione nell’Unione europea, presentato recentemente dalla Commissione, per accorgersi che nei prossimi cinquant’anni (dal momento che la popolazione in età di lavoro diminuirà del 17% ) il nostro sarà il Paese mediterraneo in testa nella classifica delle nazioni che ospiteranno più lavoratori e cittadini stranieri: nel 2060 saranno 12 milioni.

C

Il medesimo rapporto si diletta a prefigurare il trend dell’evoluzione della spesa pensionistica europea in uno scenario ipotetico di «immigrazione=zero»: l’incidenza sul pil sarebbe (il dato vale anche per l’Italia) superiore di almeno due punti. E tutti sanno che la Ue guarda con crescente preoccupazione – in stretta connessione con gli andamenti demografici che trasformeranno il vecchio Continente in un Continente di vecchi, nella terra promessa di Matusalemme – al futuro delle nostre pensioni ed è sempre pronta ad accreditare di virtù europee quei Paesi che non hanno paura di riformare la previdenza. Proprio perché l’immigrazione svolge un ruolo importante (anche in tempi di crisi come quelli in cui versa l’Italia gli stranieri continuano a svolgere quei lavori che gli italiani rifiutano magari preferendo restare in cassa integrazione) nel rispondere alle esigenze del mercato del lavoro sul lato dell’offerta (questa fatto sarà ancor più evidente quando ci sarà la ripresa economica, anche se di intensità modesta) viene da sé che essi «danno una mano» ai bilanci degli enti previdenziali. Attenzione però. Come sostengono i demografi più avvertiti questo «stato di grazia» è destinato a finire nel momento in cui

di Giuliano Cazzola

anche per gli stranieri si invertirà il rapporto tra attivi e pensioni, nel senso che anche loro invecchieranno e cominceranno a riscuotere le prestazioni.

Per gli immigrati succede adesso quello che capita ai cocopro, la cui gestione presso l’Inps è per ora un «grande elemosiniere» nel campo delle pensioni, perché presenta avanzi colossali in quanto sono tanti a versare i contributi e pochissimi a riscuotere la pensione. Al di là di queste considerazioni un po’ «economicistiche» (gli immigrati non versano solo i contributib sociali, ma pagano anche le tasse), dai dati riguardanti la situazione presente, illustrati dalla Caritas, e da quelli relativi ad un futuro non troppo remoto è posta una domanda

Ma secondo i demografi più avvertiti questo «stato di grazia» è destinato a finire Per la prima volta, l’Italia ha superato la media europea

I “regolari” sono quattro milioni di Alessandro D’Amato

ROMA. Sono 4 milioni e mezzo gli immigrati regolari in Italia, secondo le stime del rapporto 2009 sull’immigrazione della Caritas/Migrantes, presentato ieri. Il nostro Paese per la prima volta nel 2008 - anno in cui gli immigrati sono cresciuti del 13,4% (+458.644 unità) abbia superato la media europea (6,2%) per presenza di immigrati in rapporto ai residenti. I regolari sono 4.330.000, il 7,2% dei residenti. Ma superano i 4 milioni e mezzo se si considerano i circa 300 mila regolarizzati lo scorso mese con il decreto sulle badanti. Secondo la Caritas è straniero un abitante su 14, circa la metà è donna. E nel 2050, con questi ritmi di crescita, l’Italia sarà chiamata a convivere ben oltre 12 milioni di immigrati. Il dossier sottolinea che oltre la metà degli stranieri regolari in Italia sono passati per le vie dell’irregolarità e sono stati quindi oggetto di regolarizzazioni. Gli stranieri sono il 7,2% dei residenti ma se si fa riferimento ai più giovani (fino a 39 anni), allora si arriva al 10%. Numeri simili a quelli della Spagna (5 milioni) e non tanto distanti dalla Germania (7 milioni). Fra gli immigrati, prevale la provenienza da paesi europei (53,6%, per più della metà da paesi comunitari); seguono africani (22,4%), asiatici (15,8%), americani (8,1%). Le prime cinque comunità superano la metà dell’intera presenza: 800 mila romeni, 440 mi-

la albanesi, 400 mila marocchini, 170 mila cinesi e 150 mila ucraini. Le maggiori presenze si hanno al Nord (62,1%); il 25,1% al Centro, il 12,8% al Meridione. Prima regione per presenza di immigrati è la Lombardia (23,3%) seguita da Lazio (11,6%) e Veneto (11,7%). Oltre un quinto degli stranieri sono minori (862.453), 5 punti percentuali in più rispetto agli italiani (22% contro 16,7%). I nuovi nati da entrambi i genitori stranieri (72.472) hanno inciso nel 2008 per il 12,6% sul totale delle nascite. Altri 40 mila minori sono giunti a seguito di ricongiungimento. Tra nati in Italia e ricongiunti, il 2008 è stato l’anno in cui i minori, per la prima volta, sono aumentati di oltre 100 mila unità. Oltre metà degli stranieri sono cristiani, un terzo musulmani. Le acquisizioni di cittadinanza sono quadruplicate dal 2000 (39.484 nel 200). L’età media è di 31 anni, contro i 43 degli italiani. Tra i cittadini stranieri gli ultrasessantacinquenni sono solo il 2 per cento. L’immigrazione è dunque, secondo il rapporto, anche una «ricchezza demografica» per la popolazione italiana, che va incontro al futuro con un tasso di invecchiamento accentuato; e lo è specialmente per i Comuni con meno di 5.000 abitanti, molti dei quali senza questo supporto sarebbero in prospettiva a rischio di spopolamento.

alla classe politica: è possibile governare un processo tanto imponente ed ineluttabile senza una strategia di integrazione e un quadro più compiuto di diritti, compresi quelli di cittadinanza ?

Un’altra domanda specifica va poi rivolta allo schieramento di centro destra: dove sta scritto che gli immigrati voterebbero per le formazioni di sinistra se fosse loro concesso il diritto di elettorato attivo? A parte il fatto che una quota consistente di stranieri è fatta di cittadini di Paesi Ue per i quali la questione della cittadinanza è destinata a fare strada comunque; a parte ancora che molti stranieri conquisteranno la cittadinanza attraverso il matrimonio, resta aperta la domanda che ci ponevamo da ultima. Noi siamo convinti che tanti stranieri provenienti da Paesi che hanno conosciuto il comunismo o che lo hanno sentito raccontare dai loro padri o nonni, non voterebbero mai per eredi dei partiti che sono stati «fratelli» dei loro regimi totalitari. A buon intenditor…


diario

29 ottobre 2009 • pagina 9

Il relatore in commissione si dice «sorpreso» dalle sue critiche

Dopo la telefonata di Berlusconi durante la trasmissione “Ballarò”

Biotestamento: anche la Binetti vota contro la maggioranza

Anm: «Basta denigrare l’ordine giudiziario»

ROMA. Anche Paola Binetti (Pd) contesta la scelta della maggioranza di adottare il ddl approvato dal Senato sul testamento biologico per le votazioni in commissione Affari sociali della Camera. «Condivido i punti qualificanti del testo del Senato, ma ho votato contro», ha spiegato l’esponente teodem a conclusione della seduta di commissione. «Sarebbe stato più corretto da parte del relatore dire subito che il testo base scelto era quello del Senato, invece di essere tenuti in sospeso durante il periodo della discussione generale». Il relatore del provvedimento, Domenico Di Virgilio (Pdl), si è detto «molto sorpreso» dalle critiche della Binetti. «Siamo in un sistema di bicameralismo, non potevo far finta che esistesse solo una Camera. Ho detto, però, che il ddl del Senato è un punto di partenza e che tenteremo di migliorarlo per renderlo più vicino alle esigenze della gente».

ROMA. «Ogni occasione sembra

«Dopo tre mesi di approfondito dibattito - afferma il capogruppo del Pd in commissione, Livia Turco - a fronte di una opposizione che ha dimostrato tutta la volontà di dialogare e dopo oltre trenta audizioni che hanno suggerito cambiamenti al testo Calabrò, il relatore Di Virgilio, anziché presentare un nuovo testo base o fare un comitato ristretto, ha scelto di ripresentare il testo dello scontro. Questo ci dispiace molto: si parla di dialogo ma si pratica lo scontro e perciò abbiamo votato contro l`adozione del testo Calabrò come testo base della discussione alla Camera». Anche per la radicale Maria Antonietta Farina Coscioni (Pd), «il dialogo non è servito», visto che il centrodestra ha deciso di «procedere militarmente a colpi di maggioranza», malgrado le assicurazioni del relatore.

Bersani e Di Pietro alleati a distanza Il neosegretario dice no alla manifestazione di dicembre

buona per denigrare l’ordine giudiziario e descrivere i palazzi di giustizia come sezioni di partito, frequentate da magistrati militanti. Nessun ufficio giudiziario merita queste infondate e ridicole definizioni, tanto meno quello di Milano». Lo afferma la giunta esecutiva centrale dell’Anm, all’indomani dell’intervento in diretta di Silvio Berlusconi a Ballarò, annunciando, in una nota le assemblee «di protesta e dibattito» convocate domani dall’Associazione nazionale magistrati in tutta Italia. Le assemblee, scrive l’Anm, «nascono dalla profonda e sincera preoccupazione per i continui tentativi di delegittimare e intimidire sia la giurisdizione nel suo com-

di Riccardo Paradisi lla manifestazione contro Berlusconi di Idv e Rifondazione comunista del prossimo 5 dicembre il neosegreteario del Pd Pierluigi Bersani ha detto di no, ma ad Antonio Di Pietro il neosegretario del Pd non ha chiuso la porta al dialogo e all’alleanza. «Abbiamo due modi diversi di fare opposizione - ha spiegato Bersani - anche se dobbiamo prenderci la responsabilità di dialogare e trovare punti di convergenza economici e democratici, perciò continueremo a discutere».

A

Insomma Bersani sceglie una distanza di sicurezza da Di Pietro ma siamo lontani dalle posizioni che il segretario del Pd esprimeva questa estate nei confronti dell’ex magistrato. «Se sarò segretario io non soffriremo più il fenomeno Di Pietro – diceva il segretario dei democrats al settimanale Tempi, spiegando la sua ricetta per un Pd vincente: «Avere una vocazione maggioritaria non significa fare da se’, ma cercare delle alternative. Non in seno a un antiberlusconismo sciocco, cercando di adempiere a quello che è lo scopo primario di un’opposizione e cioè fornire un’alternativa». Sul rapporto con l’Idv, Bersani osservava: «Fra noi e Di Pietro esiste un diverso modo di fare opposizione: o unisci sul tema della democrazia o ti limiti ad enunciarne le storture. Solo che questa seconda via, imboccata dal leader dell’Italia dei Valori, non ti porta da nessuna parte. Credo che se il mio partito costruisce un’alternativa credibile al governo, tanti torneranno con noi, e non soffriremo più il fenomeno Di Pietro». L’alleanza tra Pd e Idv trova invece una nuova attualità nell’incontro del Nazareno. Certo non c’è identità di vedute ma l’intesa sarà confermata a partire dalle elezioni regionali di primavera: «C’e’l’intenzione reciproca di lavorare insieme. Siamo uniti nell’obiettivo di costruire l’alternativa a questo governo – spiega Bersani – ma ciascuno con la propria autonomia, con le sue specificità». E per quanto ri-

guarda le regionali? I due partiti, questi i termini dell’accordo, convergeranno in una alleanza che verrà fatta regione per regione. Da parte sua Di Pietro ha chiarito che l’Idv farà un passo indietro a proposito delle candidature a presidente della regione: «Nessun esponente del nostro partito si candiderà al governatorato, tuttavia vogliamo fare anche due passi avanti chiedendo un rinnovamento della classe dirigente». Rinnovamento che per la verità anche Di Pietro aveva promesso in casa sua, parlando di un Idv più strutturato e meno personalizzato. Evoluzioni che non si sono ancora viste. Intesa di vedute anche sulla situazione economica e sociale dove - ha detto Bersani - l’analisi è condivisa: «In particolare si concorda che il governo deve venire in Parlamento e dire cosa intende fare: la situazione è seria e preoccupante e bisogna partire da lì nelle prossime settimane». Sulla possibilità di un confronto maggioranza opposizione, Bersani ha ribadito che deve svolgersi in Parlamento, alla luce del sole: «È lì che si deve lavorare, è lì che si deve svolgere il confronto, a partire dai temi che interessano il Paese e non una persona sola».

I due partiti convergeranno in un’alleanza regione per regione. l’Idv rinuncia a ogni governatorato

Tra Pd e Idv resta il fossato sul rapporto da stabilire sull’Udc: tra i centristi e Di Pietro c’è una reciproca disistima che si traduce in una reciproca pregiudiziale mentre Bersani sogna un asse che faccia perno su Pd, Udc e Sinistra e libertà. Nella campagna elettorale interna Bersani ha anche individuato nella «questione democratica» il primo terreno di una possibile convergenza: un progetto comune di riforme istituzionali che contrasti la deriva presidenzialista, rilanci il governo parlamentare, proponga una legge elettorale senza liste bloccate né premi di maggioranza. Ma se l’idea di Bersani è quella di una vasta alleanza senza eccezioni ha buon gioco il cenrtrodestra a parlare di ritorno delle vecchie contraddizioni dell’Ulivo: «Non si vede come l’Udc – sostiene il presidente dei deputati del Pdl – possa andare ad infilarsi in un’alleanza di questo tipo».

plesso, sia i singoli magistrati in relazione a processi specifici o in ragione delle sentenze pronunciate. Perfino il rapporto tra istituzioni e organi di garanzia è stato messo in discussione. Mentre la tensione e l’attenzione si concentrano su una impropria contrapposizione, di cui la magistratura è vittima, nulla di serio, concreto e duraturo viene proposto per restituire efficienza all’organizzazione giudiziaria e per ricondurre il processo alla ragionevole durata».

«A questo appuntamento la magistratura arriva compatta afferma l’Anm - sia nelle componenti associative, sia con la spontanea e massiccia adesione agli appelli in favore del collega Mesiano. Ciò testimonia il sentimento di solidarietà a un collega attaccato violentemente solo per aver fatto il proprio dovere, e che ha poi tenuto un comportamento esemplare; ma testimonia soprattutto il rifiuto verso qualsiasi forma di intimidazione. Forse certe strategie non nascono a tavolino. Ma neppure nascono dal nulla: dal “cappello in mano” del magistrato che si vuole parte, al calzino stravagante del giudice che si vorrebbe dimezzato più che terzo, alla stucchevole reiterazione di epiteti nei confronti di magistrati».


politica

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Alleanze. Presentata l’iniziativa politica che corre parallela alla Costituente di Centro lanciata da Pier Ferdinando Casini

La Carta della svolta «Superare gli attuali schieramenti del bipolarismo»: ecco il manifesto di Rutelli con Dellai, Cacciari e Lanzillotta di Marco Palombi

ROMA. «Oggi partiamo. E diciamo con grande sincerità che non tutto ci è chiaro di quello che potrà succedere». Lo ammette in maniera molto sincera Lorenzo Dellai alla presentazione del «Manifesto delle idee» promosso insieme a Francesco Rutelli, Bruno Tabacci e ad altri – per ora - otto firmatari. I cronisti che attendevano dall’ex sindaco di Roma una dichiarazione certa sulla sua uscita dal Partito democratico e la costituzione dei fantomatici nuovi gruppi parlamentari non hanno ottenuto risposte. Niente dichiarazioni choc (anzi nessuna dichiarazione per Rutelli), nessuno schieramento di truppe a sostegno, solo una breve proposta al Paese con undici firme in calce: quelle dei politici Massimo Cacciari, Lorenzo Dellai, Linda Lanzillotta, Francesco Rutelli e Bruno Tabacci, quella del saggista Giuliano da Empoli, dell’esponente di Confcooperative Vilma Mazzocco, dei presidenti di Cariplo e Banca Leonardo Roberto Mazzotta e Giuseppe Vita, del presidente della Camera di commercio di Roma Andrea Mondello, dell’ex sindaco di Parma (e tra i fondatori della Rosa per l’Italia) Elvio Ubaldi.

Protagonisti eterogenei per “un’associazione” che non ha ancora nome ma obiettivi “ambiziosi” e “tutti politici”, spiega Dellai. Tanto è vero che la prima cosa fatta da Rutelli dopo la conferenza stampa è stata andare alla Camera per un incontro di un’ora con i vertici dell’Udc: Pier Ferdinando Casini ha fatto trapelare di aver assicurato «apprezzamento e attenzione per l’iniziativa» al per ora senatore del Pd. Tradotto: l’Udc non vuole mettere il cappello sulle mosse di Rutelli, ma certo considera

Il testo del documento reso pubblico ieri a Roma

«È ora di costruire una nuova offerta politica» Ecco il testo (e i firmatari) del manifesto che è stato presentato ieri a Roma. Italia vive una stagione difficile. La crisi è superabile e non è impossibile unire la maggioranza degli italiani intorno alle decisioni che portino il Paese sulla strada giusta.

L’

Ma la politica non ce la fa. La politica non è tutto: una società aperta, un’economia dinamica, istituzioni sane possono vivere anche quando la politica è in crisi. In Italia siamo nel mezzo di una Guerra dei Quindici Anni che si ostina a non finire; che, anzi, continua a radicalizzarsi e sta sfibrando le istituzioni, l’economia, il tessuto sociale. Senza la capacità della politica di guidare, mediare, unire, non saranno sufficienti l’impegno, gli sforzi, i sacrifici degli italiani che intraprendono, difendono la dignità del loro lavoro, tengono duro.

O cc or re d i re una verità: le due attuali parti contrapposte non ce la fanno. La destra ha un capo indiscusso (con un potere

mediatico, economico e finanziario senza precedenti), una larga maggioranza in Parlamento, significativi consensi popolari; eppure, non riesce a realizzare le decisioni e le riforme necessarie. L’opposizione imperniata sul Pd non ha un’originale cultura politica e non propone un’alternativa credibile. La risposta per il Paese non può venire dal populismo di destra, che è uno dei maggiori pericoli per le nostre società, in special modo nelle sue componenti xenofobe; né da una sinistra socialdemocratica, un’esperienza che ha un valore storico, ormai esaurito.

Occorre tirare le conseguenze da questa verità, se vogliamo realizzare una moderna democrazia dell’alternanza. Impegnarsi per non accrescere l’asprezza del conflitto: la maggioranza degli italiani non condivide che esso degeneri in disprezzo, confusione e inconcludenza. Ma non basta. Occorre costruire una nuova offerta politica: c’è un largo spazio di opinione insoddisfatta e di potenziali consensi per chi sappia rappresentare in modo credibile l’interesse generale e organizzare le nuove opportunità del futuro. A questa larga parte dell’Italia va proposto un serio progetto politico democratico, liberale, popolare, di cambiamento e buongoverno. Massimo Cacciari Giuliano da Empoli Lorenzo Dellai Linda Lanzillotta Vilma Mazzocco Roberto Mazzotta Andrea Mondello Francesco Rutelli Bruno Tabacci Elvio Ubaldi Giuseppe Vita

Qui accanto, Francesco Rutelli che ha firmato il «Manifesto delle idee» presentato ieri con Linda Lanzillotta, Lorenzo Dellai, Massimo Cacciari, Andrea Mondello, Roberto Marzotta e altre personalità della società e della politica per dare un nuovo indirizzo al dibattito italiano naturale – data la vicinanza tra le due proposte politiche – una marcia di avvicinamento alla Costituente che dovrà rifondare il centro politico italiano. Il segretario Lorenzo Cesa lo ha detto più chiaramente: «È una buona iniziativa quella di mettere insieme persone di buonsenso che sostengono quello che noi diciamo da due anni. Spero ci si incontri per far nascere qualcosa che sarà certamente una cosa diversa dall’Udc, una cosa che serva al Paese».

D’altronde le posizioni illustrate nel“Manifesto”presentato ieri hanno molto in comune con la posizione che l’Udc ha definito da quando è uscita dall’alleanza di centrodestra: basta col bipolarismo attuale che «non ce

Nel pomeriggio, un lungo incontro tra il senatore pd e il leader dell’Udc: rispetto reciproco senza forzare i tempi dei rispettivi progetti la fa» a cambiare il Paese, sistema tedesco, fine della «Guerra dei 15 anni» attorno al corpo politico di Silvio Berlusconi e, soprattutto, «la costruzione di una nuova offerta politica» che venga incontro a quel «largo spazio di opinione largamente insoddisfatta» e conquisti quei consensi che aspettano qualcuno che «sappia rappresentare in modo credibile l’interesse generale e organizzare le nuove opportu-

nità del futuro. A questa larga parte dell’Italia va proposto un serio progetto politico democratico, liberale, popolare, di cambiamento e buongoverno». Basta coi vecchi nomi, dicono poi i promotori dell’iniziativa, «il percorso» iniziato ieri deve dar luogo a qualcosa di nuovo. Questo qualcosa, ha spiegato Tabacci, non è il parto di menti più o meno brillanti, ma un’esigenza profondamente radicata nello scenario politico italiano: il nuovo centro cioè tenta d’incistarsi tra un Pd che con l’elezione di Pierluigi Bersani a segretario «si ripiega su se stesso e nel solco della tradizione del Pci-PdsDs» e un Pdl «macchina impazzita», in piena «deriva sudamericana o russa», che non può non creare “malessere”nelle sue


politica

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Dalla vittoria di Bersani allo scontro Berlusconi-Tremonti

La vocazione bipolare non è maggioritaria Il Pdl e il Pd fanno i conti con le loro identità deboli: ecco perché sono disperatamente in cerca di alleanze di Francesco D’Onofrio ierluigi Bersani da un lato e il tandem Tremonti-Berlusconi dall’altro sono evidentemente di fronte ad un problema identico per entrambi: come combinare identità di partito e sistema di alleanze. La questione dell’identità è stata a lungo caratterizzata da una prospettiva orgogliosamente bipartitica: la vocazione maggioritaria per Veltroni e per Berlusconi ha rappresentato – nel corso dell’ultima campagna elettorale politica – la base culturale-politica del ripetuto appello al “voto utile”.

P

stesse file. È la stessa geografia delle forze in campo ad essere strabica, perché «lascia aperta la grande questione del centro». La nuova posizione di Rutelli, dunque, non ha fatto altro che «darci il destro per un’iniziativa di cui lui rappresenta il valore aggiunto».

Romano Prodi, ad esempio, ha minimizzato il quasi addio del suo ex vicepremier («se qualcuno se ne va non succede niente»), ma “sbaglia” scandisce Tabacci: «Questa iniziativa ne muoverà altre. Per fare cosa? Per diventare finalmente un Paese normale». È inutile ora, all’inizio di questo processo, mettersi a pesare le adesioni: «Stiamo indicando un percorso, che io credo dovrebbe essere apprezzato dal Pd, che non può aspirare a coprire tutti gli spazi; così come dovrebbe essere apprezzato da Casini, che può avere un grande ruolo, a patto che vada oltre l’Udc». Anche Lorenzo Dellai, presidente della Provincia di Trento e a suo tempo “inventore” del marchio Margherita, spiega che «oggi parte un percorso» che sicuramente non ha come punto d’approdo «la creazione di un club di riflessioni culturali», né «un piccolo partito degli scontenti» o peggio «personale». E ancora: «Io non ho partiti da cui uscire – ha scandito Dellai – e questo progetto non è un risvolto tecnico del congresso del Pd, non si può leggere ogni iniziativa con la lente delle polemiche contingenti». Il punto d’approdo sono «cambiamento e buongoverno», magari mettendo in rete le «tante esperienze positive realizzate sul territorio». D’altronde, ha concluso, «si sta

insieme perché si ha un’idea di futuro, non per il collante dello scontento».

È nelle cose che questa associazione con ambizioni politiche ancora definire (per ora c’è solo un sito “cambiamentoebuongoverno.org”) finisca per dialogare con la costituente per un nuovo soggetto politico dei moderati lanciata dall’Udc. I tempi però non sono strettissimi. Gli uomini dell’ex sindaco, ad esempio, parlano di un percorso di mesi, che lasci il tempo alla nuova “cosa” rutelliana di strutturarsi e darsi un’identità meno improvvisata. D’altronde con le regionali dietro l’angolo non è il momento, neanche per Casini, di indebolire il simbolo Udc con operazioni i cui contorni sono ancora indefiniti. Lo stesso Tabacci, presentando il manifesto, ha scandito il medesimo concetto da un altro punto di vista: «Il problema oggi non è quanti ci stanno, ma dire con chiarezza quali sono le idee». L’orizzonte, insomma, è la Costituente di centro di cui si tornerà a parlare dopo le amministrative, quando le dinamiche politiche post-Noemi avranno trovato una lettura anche elettorale. Indubbiamente il percorso indicato da Dellai e Rutelli preoccupa il Pd: Massimo D’Alema ha chiamato Rutelli per tentare una mediazione e il neosegretario Bersani da due giorni gli chiede a mezzo stampa di pensarci bene prima di uscire dal partito. La vicenda sembra però oramai già definita, nonostante l’azione proceda come rallentata: nel 2010 l’ex vicepremier saluterà i “democratici” e intanto avrà forse cominciato a capire cosa lo aspetta.

La prospettiva bipartitica aveva indotto l’Udc ad affermare che si era in presenza sostanzialmente di un modello istituzionale unico, tanto è vero che si è parlato allora di Veltrusconi. La prospettiva del bipartitismo ha avuto difficoltà ad essere anche formalmente abbandonata dal Partito democratico, come risulta evidente dal fatto che molto spesso si è affermata la coincidenza (del tutto falsa) tra bipartitismo e bipolarismo. Il bipolarismo infatti richiede un sistema di alleanze tra soggetti diversi per identità ma convergenti nella proposta politica di governo – l’una e l’altra caratterizzate appunto dalle diverse identità dei diversi soggetti politici ed anche dalla loro capacità di convergere nella proposta alternativa di governo.

Se per il Partito democratico il passaggio dalla prospettiva bipartitica, fondata su una specifica interpretazione della cosiddetta vocazione maggioritaria, alla prospettiva bipolare, fondata sulla proposta alternativa di governo, pone in evidenza proprio la definizione da un lato della identità del Pd medesimo e quindi del sistema di alleanze che esso intende realizzare per proporre un’alternativa di governo, per il Popolo delle libertà si tratta di una questione particolarmente complessa proprio perché il Pdl si è fondato sulla vocazione maggioritaria del suo fondatore e sull’alleanza contratta esclusivamente con la Lega Nord, la cui identità pone in discussione proprio l’unità territoriale della Repubblica. Occorre ora seguire con molta attenzione la evoluzione di entrambi i soggetti politici che l’Udc ha duramente definito cartelli elettorali e non partiti politici. Il fatto che entrambi vivano con evidente difficoltà il passaggio dalla ipotesi bipartitica alla prospettiva delle proposte alternative di governo, rende sempre più evidente che l’Udc aveva con molta precisione visto che si trattava appunto di due cartelli elettorali e non di due soggetti politici. Ed è per la medesima ragione che l’Udc stesso – che ha molto insistito in questa fase sui tratti essenziali della propria identità – è chiamato a completare in tempi ragionevolmente brevi una compiuta strategia delle alleanze di governo: identità e governo sono stati infatti posti alla base degli Stati Generali del Centro che l’Udc ha promosso lo scorso settembre a Chianciano. La strategia di alleanze basate – regione per regione – sui programmi da realizzare in sede regionale appunto, è stata infatti ingiustamente criticata quale linea dei cosiddetti “due forni”, perché molto probabilmente non si è voluto accettare il fondamento culturale della critica che l’Udc aveva rivolto a Pd e Pdl, impropriamente ritenutisi poli ormai consolidati, più di un bipartitismo – anche se solo sognato – che di un bipolarismo affermato.

La loro difficoltà a passare dall’ipotesi bipartitica alla prospettiva di proposte alternative di governo dimostra che sono cartelli elettorali e non già veri partiti

La vicenda che ha impegnato il ministro dell’Economia Tremonti è stata caratterizzata proprio dal fatto che la nuova forza “politica” – si ripete “politica”– di Tremonti è consistita nell’affermazione della diversa identità – da lui rappresentata – di un “partito”del rigore rispetto, al contrario, di un “partito” della spesa pubblica, che i mercati internazionali avrebbero finito con l’identificare con un Pdl senza Tremonti. Questione di identità per il Partito democratico di Bersani da un lato, e questione di identità per il Popolo delle libertà dall’altro. Questo fatto costituisce il fondamento del passaggio dalla ipotesi bipartitica alla prospettiva, bipolare o anche dell’alternanza, di governo. Bipolarismo e alternanza di governo hanno infatti in comune il fatto che i diversi soggetti politici si presentino davanti agli elettori proprio in termini di proposte alternative di governo e non più soltanto – come il sistema proporzionale consentirebbe – per la semplice raccolta di consenso sulla base di una propria identità.

Con le imminenti elezioni regionali saranno probabilmente tutti messi alla prova: identità di ciascun soggetto politico e strategia di alleanze, fondate su programmi, e non su astratte ideologie del tipo destra-sinistra (per chi ragiona in termini di categorie politiche del Novecento) o – per chi appare più sensibile al linguaggio mediatico – al di là-o-al di qua.


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Il 29 ottobre del 1959, sulla rivista “Pilote”, appare la prima puntata di una storia dove un manipolo di irriducibili ed invincibili guerrieri continua a resistere alla con

Gallo vecchio f

di Maurizio Stefanini sterix, cinquant’anni dopo. Fu il 29 ottobre del 1959 che sulla rivista Pilote apparve la prima puntata di “Asterix il gallico”: storia ambientata nel 50 a.C. di un piccolo villaggio dell’Armorica, in Bretagna, dove un manipolo di irriducibili ed invincibili guerrieri galli continua a resistere alla conquista di Cesare. Prendendone a sberle i legionari grazie alla pozione magica preparata dal druido Panoramix, che fornisce a chi la beve una forza sovrumana. Renè Goscinny, l’autore, era un ebreo di padre polacco e madre ucraina: nato a Parigi due settimane dopo che i genitori avevano preso la nazionalità francese, a appena un anno era stato portato in Argentina, da dove si era recato poi a 18 anni a New York, per non tornare in Francia che 25enne, a fare il servizi militare.

A

Il disegnatore, Albert Uderzo, era a sua volta figlio di immigrati veneti, ed avrebbe preso la cittadinanza francese a cinque anni. Il piccolo gallo terribile è poi chiaramente copiato da un fumetto argentino che Goscinny aveva divorato durante la sua infanzia a Buenos Aires: l’indio Patoruzú di Dante Quinterno, un forzuto cacique di etnia tehuelche fanaticamente ostile agli stranieri che invadono la Patagonia. Tra l’altro, la prima rielaborazione di questo prototipo lo stesso Goscinny l’aveva fatta in Oumpah-Pah: indiano del Nord America alle prese con la tecnologia moderna, e con cui aveva sperato di poter sfondare nel mercato Usa. Si può inoltre ricordare che né Asterix né i suoi compari vestono da celti: esibiscono infatti armi e manufatti di un famoso ritrovamento archeologico ottocentesco; e solo dopo che se ne era popolato l’immaginario paraceltico nazionale si scoprì che si riferivano in realtà a popoli preceltici. Per non parlare di tutta l’altra marea di anacronismi e inesattezze risalenti appunto al fatto di essersi basati sugli stereotipi e non sulla realtà storica documentata: quei camini che sarebbero stati inventati molto dopo; quei menhir che invece risalivano all’epoca pre-celtica; i folti baffi e l’uso di issare il capo con gli scudi, propri invece dei franchi; la mania per i cinghiali e la birra, quando invece la passione dei veri celti era per il montone e il vino... Relativamente a “Asterix il gallico” si deve infine ricordare che il terribile tappetto

non fa ancora coppia col colossale Obelix, presente solo come uno dei tanti comprimari. Solo con la storia successiva, “Asterix e il falcetto d’oro”, i due avrebbero lanciato il famoso sodalizio. Poco importa. Il successo fu fenomenale, anche per il balsamo sciovinista che offriva all’orgoglio nazionale francese, appena ulcerato dai recenti disastri in Indocina e Algeria e dall’imminente perdita dell’impero coloniale.

Compie cinquant’anni Asterix, il fumetto di Goscinny e Uderzo manifesto ante litteram di uno sciovinismo “no-global” in un mondo ultraglobalizzato

Oltretutto era appena arrivato al potere De Gaulle, il cui richiamo alla Francia eterna, la cui epopea resistenziale quando tutti gli altri si erano arresi e la cui larvata ostilità agli americani sono tutti chiaramente presenti nel calderone ideologico di Asterix. De Gaulle è però ormai morto da 39 anni, e Goscinny da 32. Sono ormai 34 gli albi con le raccolte delle storie di Asterix usciti in questo mezzo secolo: gli ultimi dieci, da “Asterix e i Belgi”del 1979, a firma del solo Uderzo, che si è messo a fare pure lo sceneggiatore oltre che il disegnatore. Penultimo

Il piccolo e terribile avversario dei romani è ispirato a un personaggio argentino che uno degli autori aveva scoperto durante l’infanzia: l’indio Patoruzú, fanaticamente ostile agli invasori della Patagonia “Quando il cielo gli cadde sulla testa”del 2005: farsa post-guerra in Iraq su un extraterrestre assomigliante a George W. Bush che cala sul villaggio di Asterix con una gigantesca astronave, per togliere di mezzo l’arma di distruzione di massa rappresentata dalla pozione. Risultato: un coro feroce di critiche, da Le Libre Belgique che ha accusato Uderzo di aver completamente “snaturato” il fumetto a Libération che si è augurato fosse “l’ultimo albo di Asterix in tutti i sensi”.Tra gli attacchi di alcuni e il silenzio glaciale della maggior parte della stampa francofona, però, l’albo ha venduto 800.000 copie nei soli primi tre giorni dall’uscita. Che contribuiscono ai 325 milioni di co-

pie venduti in mezzo secolo, e tradotti in 112 lingue. A questi attacchi ha dunque risposto lo stesso Uderzo nell’introduzione all’ultimo albo: L’Anniversaire d’Astérix et Obélix - Le Livre d’or, uscito il 22 ottobre, e in cui si vede il villaggio che anch’esso celebra il mezzo secolo, nell’anno 1. E ne sono venuti nuovi attacchi.

Qui sopra, Roberto Benigni e Monica Bellucci in due dei film tratti dal fumetto. Sotto, uno dei videogiochi tratti da Asterix. Nell’altra pagina, Renè Goscinny

Insomma, da una parte c’è un pubblico smisurato di aficionados per i quali un modo senza Asterix è semplicemente inconcepibile. Ma dall’altro c’è l’élite influente dei critici, e anche degli appassionatio di fumetti di qualità, che ormai gli ha voltato le spalle. È solo un problema di Uderzo? «Se c’è un sintomo Asterix, se il mito risuona a questo punto nell’immaginario nazionale, è perché quest’ultimo è preoccupato, aggrappato, ripiegato su se stesso. Paura dell’Europa? Paura della mondializzazione? Paura dell’anno 2000? Paura dell’atomo? Molti francesi vivono oggi l’entrata in un mondo e un secolo nuovi col complesso d’Asterix, quello del villaggio circondato». Così scriveva dieci anni fa, nel quarantesimo anniversario, l’autorevole settimanale L’evenement. All’incirca alla stessa epoca i ragazzi della “cascina occupata Torchiera”, sotto minaccia di sgombero da parte dell’amministrazione Albertini, distribuivano un volantino con l’effige di un soldato romano asterixianamente proiettato fuori dalle palizzate del villaggio. E questo riferimento fumettistico era l’unico punto di contatto con le iconografie dei giova-


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ambientata nel 50 a.C., con un piccolo villaggio dell’Armorica, in Bretagna, nquista di Cesare. Grazie a una pozione magica preparata dal druido locale

fa cattivo brodo

gnate da New Age e neopagani di ogni risma; la cosiddetta “scuola celto-marxista” degli anni 20, sul «comunismo primitivo dei celti»; l’attuale moda libertarian per il «liberismo primitivo» di questi stessi celti; il “culto celtico della natura” della nuova sinistra ecologista; il “culto celtico delle tradizioni” della nuova destra leghista, per non parlare di quel simbolo della croce celtica che dal veterofascismo francese degli anni 30 è poi rimbalzato su tutto il neofascismo europeo e mondiale. E via di questo passo. Naturalmente, gli autori di un prodotto seriale come i fumetti influenzano i lettori, ma ne sono a loro volta influenzati. Così nei fumetti di Asterix tutte

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cavalieri inglesi nella Puglia nel XVI secolo?). Ed è uno sciovinismo che in Asterix salta fuori nelle prese in giro cui sono sottoposti tutti i popoli che si trovano sulla strada dei maneschi galli. Il negro tra i pirati che finiscono sempre a mollo parla con la erre moscia. I britanni mettono l’aggettivo prima del sostantivo e prendono “acqua calda” alle cinque. I belgi “non sanno se si spiegano”. Gli elvezi fanno la fonduta. I goti parlano da crucchi. Gli egiziani si prendono a frustate per passatempo. Iberici e lusitani si guardano in cagnesco... Il bello è che questo eroe del piccolo villaggio antiglobalizzatore vive a sua volta in un pianeta ultraglobalizzato ben oltre i confini mai raggiunti dall’Impero Romano: viaggia sul tappeto volante di un fachiro in India a far conoscenza con le divinità di indù, persiani e sciti; aiuta Cleopatra e un architetto fallito in una gara contro Cesare; partecipa alle Olimpiadi; naviga fino all’ultimo avanzo di Atlantide assieme al clone dell’hollywoodiano Kirk Douglas-Spartacus; sbarca addirittura nell’America precolombiana. In modo molto francese, Asterix è un personaggio che combatte le globalizzazioni altrui e intanto cerca di imporre la propria, insegnando ai bambini negri dei dipartimenti di Guadalupa e Martinica, o a quelli della Polinesia francese, che «i nostri avi galli avevano le trecce rosse e gli occhi azzurri», e che quella della “Gallie celtique” era una della «cinque grandi civiltà dell’antichità» assie-

Il successo fu subito fenomenale, anche per il balsamo nazionalista offerto all’orgoglio francese, appena scottato dai recenti disastri in Indocina e Algeria e dall’imminente perdita dell’impero coloniale

ni leghisti, anch’essi estimatori delle strisce di Goscinny e Uderzo. Di «simbolo della resistenza di un piccolo popolo alla globalizzazione, portata allora dai romani come oggi dagli americani» si parlava, sempre per il quarantennale, nella presentazione del supercolossal cinematografico con Gerard Dépardieu, Roberto Benigni e Laetitia Casta.

Prodotto peraltro mediocre e naufragato nelle sale in un disinteresse condiviso dalla gran parte dei critici: il che non ha impedito che si realizzassero altri due film, che vanno ad aggiungersi a otto cartoni animati. Insomma, il mito di Asterix è sopravvissuto anche a quel fiasco. E ancora di più come simbolo dell’antiglobalizzazione, sia da sinistra sia da destra. È un’ambiguità, questa del fumetto gollista che piace agli anarco-zapatisti, che riflette la stessa ambiguità di tutte le mitologie ideologiche che aleggiano sulle culture celtiche. «Poiché gli

antichi celti sono un popolo di cui si sa molto poco, è relativamente facile attribuire loro tutto quello che si vuole», ha osservato una volta il noto politologo e storico del pensiero politico Giorgio Galli. Si può ricordare la mitologia del nazionalismo francese sul popolo di «Vercingetorige, Carlo Magno, Giovanna d’Arco e Napoleone»; la mitologia del nazionalismo antifrancese (e nel 1940 collaborazionista coi nazisti) del separatismo bretone; l’esaltazione giacobina del «Terzo Stato discendente dei gallo-romani» che, per dirla con l’abate Sieyès, voleva «rispedire gli aristocratici, discendenti dei conquistatori franchi, nelle foreste della Franconia»; l’esaltazione antigiacobina dei guerriglieri legittimisti chouans, pure bretoni. La mistica cattolica dell’“Irlanda martire” di San Patrizio e delle rivolte giacobite scozzesi; la mistica anticattolica delle «bieche druidiche visioni» a suo tempo cantate da Giosuè Carducci e oggi so-

queste chiavi di lettura le si possono scoprire, e chiavi opposte che si rincorrono tra loro. Ed è facile capire perché Asterix in Francia è un mito mentre in Italia il centurione di Cesare Gneo Tribunzio Garamella – inventato negli anni 60 per il Corriere dei Piccoli dal bravo Leone Cimpellin – è già archeologia fumettistica: i francesi sono sciovinisti. Italiani e tedeschi, quando vedono Asterix che riempie di botte i romani o quei pirati dall’aspetto inequivocabilmente gotico, ridono di gusto, invece di mettersi a scrivere una storia sull’ultimo villaggio longobardo o sassone che nel IX secolo resiste ai tronfi imperialisti del globalizzatore genocida Carlo Magno. O sull’ultimo villaggio di sanfedisti o “volontari del 1813” che mille anni dopo resiste ai tronfi imperialisti dell’altro globalizzatore genocida, Napoleone. In Francia, al contrario, quando doppiarono il film di Pasquale Festa Campanile sul Soldato di ventura Bud Spencer-Ettore Fieramosca, che con altri dodici “straccioni italiani”aveva la meglio a suon di cazzotti sui tredici “cacasotto francesi” di Le Motte-Philippe Leroy, diedero grottescamente ai “cattivi” cognomi britannici (che ci facevano

me a Egitto, Mesopotamia, Grecia e Roma. Centra qualcosa il declino di Asterix nell’ultimo decennio, per lo meno nella considerazione delle élites, con la crisi del modello di integrazione alla francese?

Magari è casuale ma, mentre in Italia Fini guarda al modello francese di integrazione, proprio in Francia il ministro dell’Immigrazione Eric Besson sta lanciando un grande dibattito sull’identità nazionale: un’iniziativa che inizierà a livello locale la prossima settimana e porterà a un grande colloquio di sintesi a febbraio. Due le domande: che significa essere francese? Qual’è l’apporto dell’immigrazione all’identità nazionale? Le proposte di Besson vanno dalla risistemazione di simboli e emblemi nazionali all’obbligo per i giovani francesi di cantare La Marsigliese almeno una volta all’anno, passando per la creazione di un «contratto con la Nazione» dopo un esame volto a verificare il livello di conoscenza del francese e dei «valori repubblicani» da parte degli aspiranti immigrati. Ma il problema di fondo è: possono ancora gli scolari francesi continuare a ripetere che «i loro antenati galli avevano gli occhi azzurri e le trecce rosse?».


mondo

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Pakistan. Il Segretario di Stato annuncia la propria “prelazione” sulla nazione asiatica e invita la leadership locale a fermare la corruzione

Un Paese al rogo Hillary Clinton in visita ufficiale a Islamabad Mentre Peshawar esplode e riemerge Osama di Antonio Picasso cominciata ieri la prima visita in Pakistan di Hillary Clinton in qualità di Segretario di Stato Usa; in passato vi era giunta come first lady. L’agenda prevede tre giorni di incontri con i massimi vertici del governo pakistano, il Presidente Zardari e il Primo ministro Gilani, per proseguire dopo in Marocco, ma soprattutto in Israele. Con questo tour, il responsabile della politica estera statunitense si presenta in prima persona nel contesto delle crisi mediorientali tuttora aperte. Finora il più alto grado della diplomazia di Washington era stato rappresentato prevalentemente dagli inviati speciali, Richard Holbrooke in Afghanistan e Pakistan, George Mitchell in Medio Oriente.Tuttavia, questi rispondono direttamente alla Casa Bianca. Se ne deduce che la visita della Clinton potrebbe costituire una ripresa dell’attivismo da parte di Foggy Bottom. Nello specifico del Pakistan, l’obiettivo del Segretario di Stato è quello di definire una linea politica comune con Islamabad per il contenimento del terrorismo e per avviare un piano di reale crescita economica. «Nei rapporti con il Pakistan, vogliamo voltare pagina», ha detto la Clinton incontrando il suo omologo, il ministro Mahmud Quereshi.

merito all’avvio delle riforme in senso democratico e del contenimento dell’instabilità interna dopo la caduta di Musharraf.Va detto, d’altra parte, che la Clinton è arrivata in un Pakistan devastato dal terrorismo e piegato dalla crisi economica. Solo ieri, mentre i talebani afgani facevano strage degli osservatori dell’Onu a Kabul, l’ennesimo attentato nel mercato della città pakistana di Peshawar ha lasciato sul terreno oltre cento morti e il doppio tra i feriti. Il mese di ottobre, così, si sta concludendo con pesantissimo bilancio in termini di perdite. Gli attacchi terroristici nei principali centri urbani del Paese hanno provocato almeno trecento vittime. In questo senso, la Clinton è stata chiara. Il contenimento di al Qaeda nel Paese resta prioritario. Un impegno al quale è connessa l’intenzione di superare la crisi economica in cui versa l’intero Paese. Nel 2008 l’infla-

È

L’allusione era riferita alle recenti tensioni emerse in seno alle Forze Armate pakistane dopo la promulgazione in Usa della Legge Kerry-Lugar, relativa a un ulteriore finanziamento da Washington in favore di Islamabad. Le critiche puntavano sul fatto che i 7,5 miliardi di dollari previsti non sarebbero sufficienti per realizzare una strategia risolutiva di tutte le criticità che affliggono attualmente il Paese. Lo Stato Maggiore di Islamabad, da sempre fiero difensore dell’identità e dell’autonomia nazionali, accusa gli Stati Uniti di volersi intromettere eccessivamente nelle questioni interne. Casa Bianca e Dipartimento di Stato, a loro volta, criticano il fallimentare governo di Zardari e Gilani. Ben poco sarebbe stato fatto in

zione è schizzata al 25 per cento, partendo dal 7,9 di due anni prima. Recentemente l’agenzia di rating Moodie’s ha preferito mantenere il Pakistan in graduatoria “B2”.

Una scelta motivata dall’assenza di un politica economica che garantisca il giusto utilizzo dei contributi che giungono dall’estero. Questo atteggiamento pessimistico nei confronti di Islamabad è stato promosso proprio dagli Usa. Sempre nella Legge Kerry-Lugar, oltre al (relativo) contenimento dei finanziamenti, viene sottolineata la necessità di spingere l’acceleratore sul motore della

crescita e sul rafforzamento degli standard democratici, anziché concentrare le risorse unicamente sulle Forze Armate e sul loro equipaggiamento. A questo proposito, gli Usa gradirebbero ricevere dal Pakistan maggiori garanzie sulle modalità di protezione del proprio arsenale nucleare e su come vengano mantenuti a debita distanza dalle bombe atomiche i guerriglieri ei terroristi. Washington è convinta inoltre che, per ridurre la capacità di reclutamento da parte di al-Qaeda, sia necessario intervenire contro la povertà diffusa. La Clinton ha suggerito che il settore dal quale partire potrebbe esse-

Con l’avvicinarsi del ballottaggio e delle decisioni Usa sui rinforzi, cresce la violenza in Afghanistan

Le Nazioni Unite nel mirino dei talebani di Pierre Chiartano i infiamma il clima, prima del ballottaggio per le preseidenziali, in Afghanistan. Tre kamikaze si sono fatti esplodere, ieri, contro la foresteria Nazioni Unite a Kabul. L’Onu è entrato nel mirino dei talebani: mentre l’organizzazione internazionale si prepara al ballottaggio tra Hamid Karzai e Abdullah Abdullah che il prossimo 7 novembre deciderà il nuovo presidente. L’attentato nel cuore di Kabul ha provocato la morte di dodici persone. Oltre ai tre militanti islamici, tra le vittime figurano anche sei dipendenti delle Nazioni Unite – tra cui un americano - due guardie di sicurezza e un civile. Si è trattato di un attacco in grande stile, nel quartiere di Shar-e-Naw. È il sesto attentato rivendicato dai talebani nella capitale, nel periodo elettorale. I guerriglieri indossavano giubbotti imbottiti di esplosivo ed erano muniti di kalashnikov

S

e armi automatiche. «È stato un evento gravissimo. Non era mai accaduto nulla di così grave in passato per noi», ha riferito un portavoce, Adrian Edwards delle Nazioni Unite. Proprio nel momento in cui l’azione del palazzo di Vetro è decisiva per garantire delle elezioni trasparenti e dare finalmente un governo legittimo al Paese.

Poco dopo il primo attentato, in un luogo non distante, due razzi hanno raggiunto il giardino che circonda l’Hotel Serena, un albergo di lusso frequentato per lo più dagli stranieri che arrivano nella capitale. Questo secondo attacco non ha però provocato vittime. Il primo, avvenuto alle prime luci dell’alba, è stato rivendicato da un portavoce dei talebani. Con una telefonata all’Associated Press, il portavoce Zabiullah Mujahid ne ha reclamato la paternità, dicendo che tre mi-

litanti con giubbotti suicidi, armati di bombe a mano e mitra, avrebbero compiuto l’assalto. Il portavoce ha ricordato che tre giorni fa i talebani avevano diffuso un comunicato con cui minacciavano tutte le persone che lavoravano nell’organizzazione delle elezioni del 7 novembre per il ballottaggio tra Hamid Karzai e Abdullah Abdullah.«Questo è il nostro primo attacco» ha affermato Mujahid. Intanto il presidente afghano ha ordinato, ieri mattina, il dispiegamento di una «forza di sicurezza rafforzata» a difesa delle organizzazioni internazionali che operano in Afghanistan.

E le Nazioni Unite, attraverso il loro rappresentante a Kabul Kai Eide, hanno confermato che l’attentato odierno non impedirà all’Onu di portare a compimento il proprio lavoro. Anche Il segretario


mondo

Il mese di ottobre si sta concludendo con un tragico bilancio di perdite umane. Gli attacchi terroristici nei principali centri urbani del Paese hanno provocato almeno trecento vittime re quello della produzione e distribuzione di energia elettrica. In un Paese come il Pakistan i blackout quotidiani e il crescente tasso di criminalità sono due fenomeni correlati fra loro. «Succede anche negli Stati Uniti», ha ammesso il Segretario di Stato. Anche in questo caso, il messaggio inviato a Islamabad è apparso inequivocabile. Se il volume degli investimenti venisse indirizzato in fa-

vore del miglioramento del tenore di vita di tutta la popolazione - e non disperso fra casi di corruzione o spese militari comunque scarsamente proficue - per i talebani locali e per al Qaeda si ridurrebbero le possibilità di consenso presso l’opinione pubblica.

Restando alla prima giornata, appare evidente che con questo viaggio il Segretario di

Stato intenda presentarsi secondo le sue credenziali più celebri: chiarezza nelle parole e concreto decisionismo. La fermezza della Clinton però non riesce a nascondere alcune perplessità su come Washington stia conducendo la sua politica estera. Soprattutto in merito all’Afghanistan e al Pakistan. Come detto, all’attività canonica della diplomazia del Dipartimento di Stato, vi è in affiancamento quella dell’inviato speciale Holbrooke. Da pochi giorni, poi, è stata evidenziata un’esposizione fuori dal comune da parte del senatore Kerry, autore del testo legge tanto criticato in Pakistan, il quale si è impegna-

generale dell’organizzazione internazionale, Ban ki-moon, ha condannato fermamente l’attentato. Il leader delle Nazioni Unite ha promesso l’apertura di un’inchiesta ed ha confermato che l’impegno dell’Onu in Afghanistan proseguirà senza soste. Alla Casa Bianca intanto la strategia afghana si starebbe delineando. Si tratterebe di un rafforzamento della presenza militare nelle 10 province più popolose. Come riporta il New York Times secondo il quale il nodo che Obama deve sciogliere è sul peso dovranno avere gli Stati Uniti e la Nato nel futuro del Paese, quanto cioè l’America voglia avere un ruolo preponderante nel garantire la sicurezza del nuovo Afghanistan. In corso ci sarebbe comunque un braccio di ferro con il Pentagono che sostiene che, anche nello scenario più tranquillo, servano molti più dei 21 mila soldati che Obama ha mandato a marzo.

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to in prima persona affinché nella vicina Kabul venisse sbloccata la questione delle presidenziali.

Stando così le cose, questo sembra il classico caso di un numero eccessivo di personalità, tutte carismatiche e fortemente protagoniste, coinvolte in un unico problema. È possibile che Obama stia portando avanti una gestione della diplomazia fatta di incarichi ad personam e mandati di altissimo livello. Questo affinché la Casa Bianca venga rappresentata sempre nel modo più prestigioso. Tuttavia, la prassi, se vista dalla prospettiva degli interlo-

che poi il presidente prenderà qualche giorno per riflettere. Si fa sempre più probabile che l’annuncio venga dato subito dopo il ballottaggio per le presidenziali a Kabul, il prossimo 7 novembre. Poco prima della partenza di Obama per l’Asia. Un ragionamento che probabilmente stanno facendo anche gli strateghi talebani. Intanto è salata fuori un’altra storia imbarazzante per la famiglia del presidente in carica. Il fratello di Hamid Kar-

militare afghana che avrebbe agito agli ordini diretti dell’agenzia statunitense. Con l’arrivo al potere di Barack Obama, scrive il Times, sarebbero però cresciuti forti dubbi all’interno dell’amministrazione sull’opportunità di portare avanti questa collaborazione.

Intervistato, Ahmed Wali Karzaï ha confermato di aver cooperato con le autorità americane, ma ha smentito sia di essere stato pagato, sia di essere coinvolto nel traffico di oppio. La vicenda oltre a provocare una spaccatura all’interno dell’amministrazione Obama tra coloro che vorrebbero tagliare i fili col passato – e non amano Karzai – e quelli propensi a valutazioni più attente, è una manna per la propaganda talebana, che ha sempre cercato di presentare il presidente afghano come una marionetta nelle mani di Washington. Nel frattempo la compagnia Industrie aerospazioni israeliane, meglio conosciuta come Iai, ha annunciato, ieri, che fornirà i suoi droni-spia Heron alla Germania, perchè possano essere impiegati in Afghanistan già all’inizio del 2010.

L’attentato nel cuore di Kabul ha provocato la morte di dodici persone. Tra le vittime figurano anche sei dipendenti, di cui uno americano, dell’Onu

La decisione è sempre più vicina e la Casa Bianca ha fatto sapere, martedì, che la riunione prevista per venerdì prossimo sarà una delle ultime nello Studio Ovale e

zai, il chiacchierato Ahmed Wali Karzaï, sarebbe stato un collaboratore della Cia negli ultimi otto anni, secondo quanto pubblica sempre il New York Times citando fonti di intelligence americane. Ahmed Wali Karzai – da tempo sospettato di essere implicato nel traffico di oppio nella regione di Kandahar – sarebbe stato reclutato dai servizi americani e ampiamente pagato per la sua collaborazione. Con i soldi della Cia, il fratello del presidente avrebbe arruolato una forza para-

cutori che si confrontano con gli Usa, potrebbe provocare confusione, smarrimento e soprattutto nervosismo. Nello specifico, le orgogliose istituzioni di Islamabad - non sapendo con chi effettivamente parlare, se con Hillary Clinton, Holbrooke, o magari anche con Kerry - potrebbero travisarvi un tentativo di Washington di marginalizzare i problemi del Pakistan, al fine di concentrarsi su quelli afgani. Se così fosse, gli Usa starebbero spaccando erroneamente l’“Af-Pak problem”, facendolo seguire da due gestioni differenti, che molto probabilmente tendono a non confrontarsi.


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Strategia. Il progressivo allontanamento di Ankara dall’Occidente (e da Israele) on c’è dubbio che sia un nostro amico», dice il premier turco Recep Tayyip Erdogan, quando parla del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, perfino quando quest’ultimo accusa il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman di minacciare l’uso delle armi nucleari contro Gaza. Queste irritanti asserzioni denotano un profondo cambiamento di rotta da parte del governo turco – da sessant’anni il più stretto alleato musulmano dell’Occidente – da quando il partito Ak di Erdogan è arrivato al potere nel 2002. Tre fatti accaduti in quest’ultimo mese rivelano la portata di questo cambiamento. Il primo episodio risale all’11 ottobre, quando è giunta notizia che l’esercito turco – da lunga data baluardo del secolarismo e fautore della cooperazione con Israele – ha inaspettatamente chiesto all’aeronautica militare israeliana di non partecipare all’annuale esercitazione aerea “Aquila anatolica”.

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Erdogan ha addotto la «sensibilità diplomatica» come motivo dell’annullamento dell’esercitazione e il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu ha parlato di «sensibilità per Gaza, Gerusalemme Est e la moschea di Al Aqsa». In particolare, i turchi non hanno accettato che aerei israeliani possano aver attaccato Hamas (un’organizzazione terroristica islamista) durante l’operazione dello scorso inverno nella Striscia di Gaza. Se Damasco ha plaudito la revoca dell’invito, ciò ha indotto il governo Usa e quello italiano a ritirare le proprie forze aeree dall’esercitazione “Aquila anatolica”, il che a sua volta ha comportato l’annullamento dell’esercitazione internazionale. Quanto agli israeliani, questo «improvviso e inaspettato» cambiamento ha fatto vacillare il loro allineamento militare con la Turchia, posto in essere dal 1996. L’excapo delle forze aeree israeliane, Eytan Ben-Eliyahu, ad esempio, ha definito l’annullamento dell’esercitazione «uno sviluppo seriamente preoccupante». Gerusalemme ha prontamente risposto, rivedendo la prassi dello Stato ebraico di rifornire la Turchia di armi avanzate, come la recente vendita per 140 milioni di dollari all’aeronautica militare turca di targeting pod (sistemi di acquisizione dei bersagli a lunga precisione). L’idea è nata anche per smettere di aiutare i turchi a respingere le risoluzioni sul genocidio armeno che regolarmente compaiono davanti al Congresso americano.

Perché la Turchia non è più un alleato L’obiettivo è diventare una potenza regionale: una sorta di impero ottomano modernizzato di Daniel Pipes

Barry Rubin dell’Inter-disciplinary Center di Herzliya non solo sostiene che “l’alleanza fra Israele e la Turchia è finita”, ma arguisce che le forze armate turche non salvaguardano più la Repubblica secolare e non possono più intervenire quando il governo diventa troppo islamista.

Il secondo fatto ha avuto luogo due giorni dopo, il 13 ottobre, quando il ministro degli Esteri siriano, Walid al-Moallem, ha annunciato che le forze armate turche e siriane aveva-

Secondo Barry Rubin, Erdogan è politicamente più vicino a Iran e Siria di quanto non lo sia ai suoi partner storici. Ignorarlo sarebbe un errore no appena «effettuato delle manovre nei pressi di Ankara». A ragione, Moallem ha definito ciò un importante sviluppo «poiché confuta le notizie di pessimi rapporti tra l’esercito e le istituzioni politiche in Turchia riguardo ai rapporti strategici con la Siria». Il che tradotto in parole povere vuol dire che le forze armate turche

hanno perso terreno a favore dei politici. E infine il terzo avvenimento. Il 13 ottobre, dieci ministri turchi, guidati da Davutoglu, unitamente ai loro omologhi siriani si sono incontrati sotto gli auspici del neonato Consiglio di cooperazione strategica ad alto livello turco-siriana. I ministri hanno annunciato di aver siglato una

quarantina di accordi da rendere esecutivi nel giro di dieci giorni; che avrà luogo un’esercitazione militare congiunta «più estesa e massiccia» rispetto a quella dello scorso aprile; e che i leader dei due Paesi firmerebbero un accordo strategico a novembre. La dichiarazione finale congiunta del Consiglio ha annunciato la costituzione di «una partnership strategica a lungo termine» tra le due parti «per sostenere ed estendere la loro cooperazione in un ampio spettro di questioni di reciproco beneficio e interesse, e rafforzare i legami culturali e la solidarietà fra i loro popoli». Lo spirito del Consiglio, ha spiegato Davutoglu, «è il comune destino, la storia e il futuro; noi costruiremo il futuro insieme», mentre Moallem ha definito la riunione «una festa per celebrare» i due popoli.

In verità, le relazioni bilaterali, hanno fatto una clamorosa marcia indietro dieci anni fa, quando Ankara giunse pericolosamente vicino alla guerra con la Siria. Ma i migliorati legami con Damasco sono soltanto parte di un tentativo molto più esteso da parte del Paese della Mezzaluna di migliorare i rapporti con i Paesi musulmani e della regione, una strategia enunciata da Davutoglu nel suo importante volume pubblicato nel 2000, Stratejik derinlik: Türkiye’nin uluslarasasi konumu (“Profondità strategica: la posizione internazionale della Turchia”). In breve, Davutoglu immagina un conflitto ridotto con i Paesi vicini e una Turchia che emerge come potenza regionale, una sorta di Impero ottomano modernizzato. Implicito in questa strategia è un allontanamento di Ankara dall’Occidente in generale e da Israele in particolare. Anche se non è presentata in termini islamisti, la “profondità strategica”ben si accorda alla visione islamista del Partito Ak. Come osserva Barry Rubin: «il governo turco è politicamente più vicino all’Iran e alla Siria di quanto lo sia agli Usa e a Israele». Caroline Glick, una columnist del Jerusalem Post, va oltre: Ankara ha già «abbandonato l’alleanza occidentale ed è diventata membro a pieno titolo dell’asse iraniano». Ma ambienti ufficiali in Occidente sembrano quasi ignari di questo importantissimo cambiamento nella fedeltà della Turchia o delle sue implicazioni. Il prezzo del loro errore presto diventerà palese.


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Il governo russo frena Solana: improbabili altre sanzioni

Il governo pronto a rispondere agli anarchici. Sei agenti feriti

Aiea, oggi la risposta di Teheran all’accordo

Grecia, attacco alla polizia: «Ormai siamo in guerra»

TEHERAN. L’Iran risponderà nella giornata di oggi alla proposta di accordo presentata dall’Aiea e già sottoscritta da Stati Uniti, Francia e Russia. Secondo quanto riferito dall’agenzia iraniana semi-ufficiale Mehr, sarà l’ambasciatore presso l’agenzia Onu, Ali Asghar Soltanieh, a illustrare la posizione del regime di Teheran al direttore generale Mohamed ElBaradei. La notizia è stata sostanzialmente confermata dal capo dell’organizzazione per l’energia atomica iraniana, Ali Akbar Salehi, il quale ha fatto sapere che Soltanieh è già partito alla volta di Vienna. «Incontrerà ElBaradei alla prima occasione utile e presenterà quello che ha ricevuto a Teheran», ha dichiarato Salehi, raggiunto dall’agenzia Reuters. Sembra ormai certa l’accettazione da parte del regime dell’impostazione generale dell’accordo - che prevede il trasferimento in Francia e in Russia di circa il 75 per cento dell’uranio per essere trasformato in combustibile nucleare -, ma con l’aggiunta di una serie di modifiche “importanti”. Modifiche che potrebbero riguardare la richiesta di acquistare direttamente all’estero il combustibile nucleare. E a tal proposito, nei giorni scorsi, il ministro degli Esteri iraniano, Manou-

ATENE. La guerriglia anarco-

La “papessa” luterana che scuote l’ecumenismo Eletta dal Sinodo, la Kaessmann ha poca simpatia per Roma di Osvaldo Baldacci a Chiesa evangelica luterana di Germania ha una nuova guida. E per la prima volta è una donna. Già la chiamano “papessa”, ma ovviamente il parallelo è del tutto improponibile. Resta però la grande novità di una scelta del tutto inedita dai tempi di Lutero, anche se naturalmente è molto più insolita per la nostra cultura cattolica che per quella luterana, che da tempo si è abituata a pastori donna. Indica però una strada che quella confessione religiosa conferma e consolida, e dalla quale quindi non vuole tornare indietro. In quell’occasione si ribellò al tentativo di inquadrarne la carriera religiosa nella cornice delle “quote rosa”. Margot Kaessmann ha 51 anni e quattro figli. Nel 2007 aveva fatto parlare di sé quando chiese il divorzio al marito dopo 26 anni di matrimonio. Negli anni scorsi ha vinto una battaglia contro il cancro. Grande oratrice e altrettanto abile comunicatrice è stata eletta dal Sinodo di Ulm e dai rappresentanti della Conferenza episcopale evangelica con 132 voti favorevoli su 142, succedendo a Wolfgang Huber, 67 anni, che va in pensione. Proprio contro di lui si era già candidata sei anni fa senza riuscire a spuntarla. La signora Kaessmann è dunque il nuovo capo di 25 milioni di protestanti tedeschi riuniti in 22 chiese regionali. Si tratta della prima donna a capo della Chiesa Evengelica tedesca dalla riforma di Martin Lutero. Figlia di un fabbro e di un’infermiera, Kaessmann è nata a Marburg an der Lahn nel 1958. Avuto il suo primo incarico ecclesiastico nel 1981, divenuta vescovo vicario nel 1983, è poi stata eletta a 41 anni nel comitato centrale del Consiglio delle chiese ecumeniche. Con l’elezione nel 1999 a vescovo della chiesa luterana di Hannover è divenuta la seconda donna tedesca vescovo dopo Maria Jepsen ad Amburgo. Gran parte del suo lavoro Kaessmann l’ha dedicato alla politica per l’infanzia e soprattutto per i bambini poveri. Ha promosso diverse attività per favorire l’istruzione dei figli degli immigrati e si è schierata in modo netto contro il velo nelle scuole. Ha affermato

L

che lavorerà per una maggiore giustizia sociale e per riportare la gente sul cammino della fede in una chiesa dei giorni nostri. «Per me è una tragedia che tante persone in Germania non conoscano più la Bibbia», ha dichiarato.

Nei confronti della Chiesa cattolica non si è mai mostrata molto tenera. Criticò con forza la strenua opposizione di papa Giovanni Paolo II agli anticoncezionali, sostenendo invece che i preservativi dovevano essere usati anche per proteggersi dalla diffusione del virus Hiv. In seguito si è detta delusa dagli scarsi progressi compiuti da Papa Ratzinger in favore dell’ecumenismo. E certo la sua elezione non faciliterà un eventuale riavvicinamento. Resta il fatto che la Chiesa luterana con questa scelta conferma la sua legittima linea di voler adattare gli sviluppi della chiesa e della religione ai sentimenti dei tempi moderni, mentre la Chiesa cattolica altrettanto legittimamente ha la visione opposta, cioè quella che la verità della religione depositata nella tradizione della Chiesa serve a capire e guidare i tempi. Anche per questo il problema dell’ordinazione femminile non è una banale questione sessista ma sottende una profonda visione teologica. E su questa linea sembra sempre più difficile incontrarsi. Già qualche anno fa proprio cattolici e luterani firmarono un documento comune che in qualche modo ricomponeva gli equivoci sull’interpretazione della dottrina sulla Grazia. Un ecumenismo che quindi fa grandi passi avanti. Ma non può superare certe soglie. Esempio chiarissimo e recente è la questione degli anglicani e degli episcopaliani. Proprio sull’ordinazione di donne e omosessuali la Comunità anglicana si è spaccata, e questo ha pian piano portato agli sviluppi dei giorni scorsi: da un lato una chiesa anglicana modernista, dall’altra il ritorno di fatto di molti fedeli nel seno della Chiesa cattolica, la quale a sua volta si è aperta creando istituzioni che superino gli impedimenti legati ai sacerdoti sposati. Una soluzione che difficilmente si potrà applicare per i luterani, dove per altro non ci sono fermenti pro-cattolici.

Quattro figli, 51 anni e un divorzio alle spalle, la nuova leader dei 25 milioni di protestanti apre un nuovo corso

chehr Mottaki, aveva aperto a un coinvolgimento della Cina. L’Alto rappresentante per la Politica estera e la sicurezza dell’Ue, Javier Solana, ha però frenato, sostenendo che non c’è alcuna necessità di riformulare la bozza e che Teheran rischia nuove sanzioni se intende far saltare l’accordo. Ma proprio sull’ipotesi di nuove sanzioni, arriva il niet di Mosca. Il consigliere diplomatico del Cremlino, Sergei Prokhodko, ha fatto sapere ieri che l’adozione di nuove misure contro il regime «è altamente improbabile nel prossimo futuro». La Russia è considerata il padrino politico dell’Iran, e sono noti i legami fra i due governi tesi a creare una posizione comune.

insurrezionalista greca ha sferrato la scorsa notte uno dei suoi attacchi più sanguinosi, sparando un centinaio di colpi di kalashnikov contro agenti di polizia ad Atene e ferendone sei, due in modo grave. E il ministro dell’ordine pubblico Michalis Chrisochoidis ha affermato: «Siamo in guerra, combatteremo». Chrisochoidis, che ieri ha presieduto un vertice con i capi delle forze di sicurezza, ha denunciato «un attacco cieco contro tutta la società» invitando l’intero Paese a mobilitarsi per difendere la democrazia. L’attacco non è stato rivendicato ma si ritiene sia opera di uno dei due principa-

li gruppi armati, Lotta Rivoluzionaria o Setta dei Rivoluzionari. Quest’ultima, che si ispira alla Banda Baader-Meinhof tedesca, assassinò nel giugno scorso un poliziotto. L’ultima azione armata è stata sferrata davanti ad un commissariato del quartiere residenziale di Agia Paraskevi, al momento del cambio di turno, cioè quando c’erano più agenti. A sparare è stato un commando di 6 persone su tre moto rubate poi ritrovate. Sul posto sono stati rinvenuti 99 bossoli più un proiettile inesploso. Uno degli agenti ha risposto al fuoco, forse ferendo un aggressore. Mentre abbandonavano la scena gli attaccanti hanno lanciato una granata fumogena. Leggermente ferito un passante. L’agente più grave, con quattro proiettili al petto e alle gambe, è stato operato e resta in condizioni critiche ma stabili. Chrisochoidis ha assicurato che «la Grecia non diventerà territorio della paura» e che la risposta sarà «rapida e decisa» ma senza eccedere i limiti democratici: «I commissariati non diventeranno fortezze». Il presidente Karolos Papoulias e tutte le forze politiche hanno condannato «il codardo atto terroristico», che non ha tuttvia preso del tutto alla sprovvista le autorità.


cultura

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Tra gli scaffali. La ristampa del “Libro delle preghiere muliebri”, sapido pamphlet sulla società italiana dell’Italia unita

Lo spadaccino della parola Fermo immagine sull’«azione corsara» dell’intellettuale e patriota Vittorio Imbriani di Filippo Maria Battaglia o spadaccino della parola». Così il saggista Stefano Lanuzza, nel più completo saggio sul suo conto, definiva lo scrittore Vittorio Imbriani (1840-1886). Un’immagine difficilmente contestabile, che rende bene l’azione corsara dell’intellettuale partenopeo tra le rotte delle patrie lettere del XIX secolo. A darcene una nuova conferma è ora la ripubblicazione, a distanza di più di un secolo, del Libro delle preghiere muliebri (Otto/Novecento, pp. 101, euro 12), sapido pamphlet in grado di restituire un ritratto fuoriquadro della società italiana dell’Italia unita. Ma partiamo dall’inizio di questa storia. Come ricorda Vincenzo Guarracino nella vivace e informata nota al libretto pubblicato dall’editore milanese, Imbriani viene alla luce in quel di Napoli nel 1840. Anni dopo, presenterà così i suoi natali: «Io sono nato il XXVII ottobre MDCCCXL in Napoli, quartiere Stella, strada nuova Capodimonte ossia salita Santa Teresa, Numero….vattalapesca! terzo piano». Trascorre infanzia e adolescenza girovagando in una mezza dozzina di città, non solo italiane (Genova, Ginevra, Nizza, Parigi e Torino, solo per citarne alcune). È al seguito del padre Paolo Emilio, un giurista e letterato liberale piuttosto noto a quelle latitudini, tra le vittime più illustri della repressione borbonica post-1848.

«L

Sin da giovanissimo, è un tipo piuttosto inquieto: in tenera età manifesta una certa sensibilità verso le bandiere repubblicane, e infatti allo scoppio della Prima guerra d’indipendenza è nelle fila dell’esercito dell’Italia centrale. Ma si rivela presto anche un cervello di pregio, piuttosto versato allo studio dei versi e dei classici, non solo italiani. L’anno prima dell’arruolamento - è il 1858 - è stato a Zurigo, dove ha seguito le lezioni di Francesco De Sanctis, stenografando i corsi che il padre della critica letteraria italiana tiene al Politecnico, e diventandone presto uno dei pupilli più acuti e vivaci. Letteratura e impegno civile

saranno due costanti nella vita dello scrittore partenopeo. Così, nel ’66, parteciperà alla Terza guerra d’indipendenza, finendo tra i ceppi austriaci dopo la battaglia di Bezzecca. Risale a quel periodo l’inizio della tormentata relazione con Eleonora Bertini, ammogliata al nobiluomo Luigi Rosnati. Imbriani è precettore delle due figlie. Una delle due si chiama Gigia: la sposerà dodici anni più tardi, nel 1878.

Si diceva delle opinioni politiche dello scrittore, spesso controcorrenti. È datata primi anni ’60 una virata ideologica piuttosto netta: da fervente repubblicano, diventerà uno dei più accesi sostenitori della monarchia, tanto da ironizzare anni dopo, professandosi più «monarchico del Re»: «L’individuo spigherà più tardi - secondo me, non esiste, non debbe esi-

vivere disprezzando la mia patria, disprezzando il governo che la regge. Questo è stato mille volte peggiore della morte. Io non mi ci posso fare assolutamente in alcun modo. Stupisco, che altri possa serbare intatta la serenità dell’anima, mentre gli viene disonorata e sfasciata la patria: ma non vorrei essere anch’io di quelli». L’inasprimento di certe posizioni - a dire il vero piuttosto ancien régime (è di quegli anni un inno alla forca che, letto oggi, suona sinistramente imbarazzante) non gioverà alla sua carriera accademica e alla sua vita sociale. Disprezzato da molti salotti che contano, sarà guardato di sottecchi da quasi tutti i più noti dei colleghi-letterati, che gli riserveranno diverse bouchées avvelenate. Così, nel 1877, verrà respinto al concorso per la cattedra di Letteratura italiana dell’Università di Na-

Sin da giovanissimo, è un tipo piuttosto inquieto: in tenera età manifesta una certa sensibilità verso le bandiere repubblicane, e allo scoppio della Prima guerra d’indipendenza è nelle fila dell’esercito dell’Italia centrale stere che per e nello stato; a poli, rimasta vacante dopo la sione giudicatrice era presieduquesto Moloch deve sacrificare scomparsa del suo amico Luigi ta da Giosuè Carducci, tra i tutto, libertà, affetto, opinioni». Settembrini. Imbriani non de- principali bersagli dei suoi Per questo, polemizzerà piutto- morderà: sospettando motivi strali letterari) impugnerà il sto aspramente persino con la politici e personali (la Commis- giudizio. Il ricorso non avrà buon esito. Dovrà propria parte politiaspettare sette anni per ca, la Destra storica, la nomina di professore accusata di scarsa indi Estetica nell’Ateneo transigenza. E quando i suoi avversari, partenopeo, ma non inVittorio Imbriani nacque a Napoli nel 1840. Fu patrioDepretis e compagni, segnerà mai ai suoi alta e letterato. Figlio di Paolo Emilio, trascorse, col paarriveranno al potelievi: ormai gravemente dre esule, la giovinezza a Torino e frequentò a Zurigo le re, lo shock sarà formalato, morirà a Napoli lezioni di De Sanctis. Partecipò alle guerre d’indipentissimo: Imbriani venel 1886, poco meno denza del 1859 e del 1866. Nel 1885 ebbe la cattedra di stirà a lutto e non che quarantaseienne. Il estetica all’Università di Napoli. Temperamento fiero e placherà più il libro di preghiere muliecombattivo, fu uno dei più significatisuo risentimenbri porta la data del vi esponenti della cultura meridionato, riservando1881 ed è dunque una le post-unitaria. Trascorse gran parte gli decine di lidelle ultime opere della della sua vita a Napoli e a Pomigliatri di inchiostro sterminata produzione no, nella casa avita degl’Imbriani, in libri, quotidello scrittore partenoereditata dalla nonna Caterina De diani e settimapeo. Preceduta da due Falco. Divenuto cittadino di Pominali. L’avvento originalissime avvergliano, rivolse a questa terra un intedella Sinistra tenze, «Alla pia lettriresse più letterario che affettivo; ne fu storica nella ce» e «All’empio lettoconsigliere comunale, assessore e sinstanza dei botre», come scrive Guardaco. Come amministratore si adotoni sarà vissuta quaracino è «una sorta di però per l’istituzione di un asilo infantile, per la scuola si come una tragedia prontuario di orazioni, elementare pubblica, e per la costruzione di un tronco personale: «Io non so un vero e proprio “libro ferroviario che congiungesse Pomigliano a Napoli (dorassegnarmi - si sfodevozionale”: “preghieve morì nel 1886). I suoi resti riposano nel cimitero di gherà - alla vergogna re”, giusto il titolo, a uso Pomigliano nella cappella degli Imbriani-Poerio. e all’obbrobrio. Io di donne semplici e tinon so rassegnarmi a morate, che in un misto

l’autore

di ingenuità e malizia confessano i loro sentimenti ed esprimono desideri e richieste a volte a dir poco inusuali, incarnando dei tipi morali, più che delle concrete realtà umane, in cui riconoscersi». Dunque il taglio è quello piuttosto tradizionale del prontuario di vita felice, l’archetipo in salsa ottocentesca dei baedeker esistenziali che ancora oggi spopolano tra gli scaffali delle nostre librerie. Ma il talento di Imbriani è troppo fuggevole e anticonformista per lasciarsi imbrigliare nella rigida morsa degli schemi della letteratura popolare. Il libro di preghiere muliebri offre così il destro per un sapido concentrato della sua poetica, dove alto e basso, infimo e supremo, popolare e elitario si confondono all’interno di un calderone narrativo che utilizza tutte le note di una tastiera linguistica quasi sempre irriverente e contraddittoria.

Per Imbriani, il galateo letterario esiste solo in negativo: se c’è, serve solo per essere dissacrato, contraddetto ed eventualmente messo alla berlina. Il risultato? «Un’opera che è una sorta di elogio dello spirito di contraddizione, tanto è difficilmente classificabile, in cui i generi e gli stilemi furiosamente


cultura

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Corbaccio ci restituisce “Quello che i mariti non devono fare” insieme con “Quello che le mogli non devono fare”

E dal Novecento torna anche Blanche Ebbutt on lasciate cadere la cenere di sigaretta sul tappeto del salotto. Alcuni sostengono che vivacizza i colori, ma vostra moglie non è interessata a sperimentare questa ricetta». La battuta ha il gusto sapido e attuale di uno dei tanti mottetti che si leggono nella rubriche rosa di quotidiani e settimanali. Non è così. La frase, infatti, è vecchia quasi un secolo, porta la data del 1913 e, come molte di quelle contenute in due agili libretti ora pubblicati da Corbaccio, non sembra soffrire affatto delle rughe dell’evo trascorso. Quello che i mariti non devono fare (traduzione di Simona Lari, pp.89, euro 9) e Quello che le mogli non devono fare (traduzione di Simona Lari, pp. 89, euro 9) sono due dei tanti manuali di economia e di felice vita domestica stampati all’inizio del secolo scorso dalla cosiddetta editoria «popolare».

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Rispetto a molti altri, però, i due libretti di Blanche Ebbutt (una sorta di Donna Letizia della perfida Albione, vissuta all’inizio del secolo scorso) conservano ancora un’ironia e un’attualità piuttosto sorprendenti. Certo, già da una rapida scorsa, è facile notare come l’autrice scrivesse con l’orecchio teso verso una società assai diversa dalla nostra: eccezioni a parte, le donne non erano ancora entrate nel mondo del lavoro e la loro occupazioni principali si riversavano perlopiù sul focolaio domestico. Eppure, come ha notato Massimo Gramellini nella prefazione ad uno dei due pamphlet ora ristampati, «questo libro non invita le mogli a salvare il proprio matrimonio, trasformandosi nello scendiletto dei mariti. Tutt’altro. Insegna il mestiere difficile dell’autostima, partendo dalla convinzione che quasi tutti i problemi di relazione della nostra vita dipendano da un cattivo rapporto con noi stessi, che ci porta a pretendere da chi ci sta accanto quella considerazione che non riusciamo a darci da soli». Al riguardo, la Ebbutt ha però la capacità di trasformare il solito frasario delle belle intenzioni in consigli mirati su tante piccole azioni quotidiane che traducono alla lettera il dettato del galateo coniugale. Così, se la nostra autrice invita le signore a non cercare «con forza di disciplinare le attività che fanno piacere a vostro marito» e a non essere «gelose se queste non comprendono sempre voi», tira più di una volta le orecchie agli sposi arroganti ed ego-riferiti: «non aspettatevi che vostra moglie condivida sempre il vostro punto di vista. È vero, ad alcuni uomini piace avere l’eco, ma nel tempo questo può rivelarsi molto noioso».

I due libretti, una sorta di manuali di economia e di felice vita domestica, sono tradotti in Italia da Simona Lari e conservano ancora un’ironia e un’attualità piuttosto sorprendenti

s’accavallano, si contaminano e reciprocamente si elidono e si negano: inscrivibile, insomma, ma solo per comodità, sotto l’etichetta della “bizzarria”, come del resto fece già lo stesso Benedetto Croce, che pure lo stimava, raccogliendone gli scritti sotto il titolo di “Studi letterari e bizzarrie satiriche” (1907)». Da rabdomante della parola scritta, Imbriani sarà l’archetipo di tutti gli sperimentalisti nostrani, un’avanguardista ante litteram in gra-

In alto, i “Paesaggi del Regno di Napoli” dipinti tra il 1771 e il 1791 da Jacob Philipp Hackert. Qui sopra, la “Veduta di Napoli dal Vomero” dipinta da Guido Agostini, sempre nel XIX secolo. Nella pagina a fianco, un ritratto dell’intellettuale e patriota italiano Vittorio Imbriani

do di animare con i suoi strali lo stagno paludoso e un po’ troppo provinciale della narrativa del XIX secolo. Da instancabile polemista, dissacrerà tutto ciò che gli sta attorno.

E tuttavia questa estenuante lotta contro tutto e contro tutti si rivelerà alla fine il migliore nemico della sua opera e della sua fama, confinando il suo genio narrativo nel ghetto aureo della sofisticata narrazione di intrattenimento.

I due prontuari sono rapidi, diretti e, molto spesso, ironici. Non hanno l’arroganza della verità rivelata, ma dimostrano una certa sicumera nella somministrazione di ammaestramenti quotidiani, che anche al lettore odierno più scafato non risultano intollerabili. «Miei cari signori, sicuramente voi non siete né migliori né peggiori di quello che pensate di essere. Senza dubbio avete una discreta conoscenza delle donne ma, se siete sposati da poco, nulla al confronto di quanto avrete appreso tra una decina d’anni» ammonisce la nostra madama all’inizio di uno dei libretti. Per poi concludere in modo sulfureo e ultimativo: «Le donne, sposate o nubili, sono una razza complicata, e per quanto riguarda gli uomini, be’, anch’io (f.m.b.) ho un marito!».


cultura

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a contessa Lara non era contessa. Si firmava così, anche su venti testate, con rubriche e interventi su costume e moda. Poi scriveva poesie, dolciastre e mediocrissime. Nessun suo verso è entrato nelle antologie poetiche più accreditate. Nella Roma degli ultimi anni dell’Ottocento era un personaggio noto, che vezzeggiava (ricambiata) con esponenti letterari del calibro di Luigi Pirandello, Luigi Capuana e Gabriele D’Annunzio: le malelingue dicevano che fosse stata amante del Vate. Di amanti ne collezionò parecchi. Era una la sua volontà di affrancamento, il tentativo, per alcuni, di ribadire con disinvoltura tenace e spavalda una battaglia femminista ante-litteram, ben convinta che una donna dovesse essere indipendente, in tutto e per tutto, nel lavoro e nella società.

L

La sua notorietà non deriva tanto dai fogli che ha scritto, per la verità migliaia, quanto dal come è morta. La sera del 30 novembre 1896 fu uccisa, in circostanze assai confuse, dall’ultimo amante, tale Giuseppe Pierantoni, pittore mediocre, disegnatore per riviste, gelosissimo con molte ragioni di esserlo. Lui aveva 35 anni, la contessa Lara viaggiava verso i 50. Risparmiava, dava tutta se stessa al giornalismo, probabilmente credeva di valere molto come poetessa. Ammaliante pur nella sua bellezza che stava sfumando, miope assai, infaticabile con la penna e pare proprio anche tra le lenzuola. Secondo la ricostruzione fatta da Brunella Schisa in Dopo ogni abbandono (Garzanti, 319 pagine, 17,60 euro) di quello scandalo cronistico-mondano, affiora nitidamente il contorno di una Roma impegnata a farsi urbanisticamente più bella con l’orgoglio obbligato di capitale del Regno neo-savoiardo, vanitosamente consapevole d’essere, o meglio di voler essere, uno dei più importanti centri culturali del mondo. Non è un caso che fosse la Roma di Andrea Sperelli, protagonista de Il piacere di D’Annunzio. Una “Dolce vita”ancora poco chiassosa, decadente e pettegola, infarcita di sdolcinature, retorica e cascami tardo-romantici. In uno dei tanti scontri verbali, e fisici (fu riferito uno schiaffeggiamento), tra la contessa Lara - all’anagrafe Evelina Cattermole chiamata Lina dagli amici più intimi - la rivoltella chiusa nel cassetto del comodino finì tra le mani febbricitanti dei due amanti. Partì un colpo. Il proiettile colpì Lara all’addome e si conficcò nel peritoneo causandone la lenta morte. Accorse un giovane medico figlio di un farmacista: non solo non s’accorse dell’estrema gravita della ferita, cui rimediò alla meglio, ma compì due cose le-

Libri. La vita e gli amori di Evelina Cattermole in “Dopo ogni abbandono”

Tra le lenzuola della contessa Lara di Pier Mario Fasanotti galmente riprovevoli: lasciò andare il Pierantoni, lo sparatore, e non denunciò l’aggressione alla pubblica autorità nei termini convenuti. Evelina-Lara poteva essere salvata solo se un

medico più accorto avesse deciso il ricovero immediato? Al processo i periti si divisero sui se e sui ma. La morte venne, straziante. Lei perdonò l’assassino con il quale aveva avuto alterne e tribolate convivenze, ultima delle quali a Via Sistina 27, recapito della Camilla Cederna di quei tempi (il paragone è un po’ forzato, soprattutto a distanza di tempo, ma offre l’idea della sua vasta notorietà). Nelle ultime ore della sua contraddittoria vi-

Evelina fu “confinata” dall’ufficiale cornificato a Firenze. Lei lasciò presto la Toscana e si stabilì a Roma, dove tentò con successo la scalata giornalistica. Amatissima e stimata da molti lettori, amica dei potenti delle Belle Lettere, criticata da alcuni per il marchio libertino che aveva impresso sulla sua vita privata. Di qui l’accusa di «donna fatale», «seminatrice di dolore», e pure ninfomane come dissero durante il processo secondo i canoni lombrosiani,

Nel volume di Brunella Schisa, la storia della giornalista che civettava (ricambiata) con Pirandello e Capuana, uccisa dall’ultimo, semisconosciuto amante

Qui sopra, la copertina del libro di Brunella Schisa che ricostruisce la vita e i tormenti della contessa Lara “Dopo ogni abbandono” (Garzanti, 319 pagine, 17,60 euro). In alto, un disegno di Michelangelo Pace

ta - fu definita libera come una zingara: e qui cì fu «la fiamma del biasimo» - Evelina ripensò all’origine dei suoi guai di donna sola.Vent’anni prima fu scoperta dal marito, capitano dell’esercito e distratto coniuge, a trescare con un amante. Marito e rivale duellarono, come il secolo morente imponeva ancora. Il secondo uomo di Lara fu ferito, e successivamente morì.

molto in auge in quegli anni, che tracciavano senza pietà e con approssimazione scientifica i sintomi e la deriva di una femmina isterica, naturalmente portata alla menzogna, al sesso, all’inganno, al narcisismo, all’ostinato e ossessivo rifiuto dell’incipiente vecchiaia. La sua morte, che fu scalpore e impegnò svariati cronisti e corsivisti di elevato calibro co-

me Matilde Serao dalla penna argutamente appuntita e velenosa, fu un incidente o lo si deve invece alla meschina quanto brutale sopraffazione di uno squattrinato pittorello? Certamente fu la fine di un sodalizio sentimental-artistico di una donna vanitosa e di un uomo sempre alle prese con quanto (poco) aveva in tasca. Poco dopo la morte della poetessa scialba, ma con una personalità seducente e volitiva, fu organizzata l’asta di quanto possedeva a Via Sistina. Oggetti non certo destinati a diventare storici ma solo curiosità del momento, come ventagli (lei era abilissima nell’uso del triangolo di seta, lei con quello era un torero capace di domare tori e renderli schiavi quotidianamente), scatole, lettere, fogli di appunti, libricini con versi e ornamenti per la toilette. Una gran folla, che comprese illustri delle lettere patrie. La storia dipanata da Brunella Schisa ha squarci magistralmente romanzeschi, tutti verosimili. L’autrice è però scrupolosa nell’indicare e citare fonti giornalistiche e giudiziarie, e sceglie come co-protagonista della storiaccia il medico che per primo la soccorse, maldestramente. Quest’ultimo - si scoprirà alla fine - ebbe nella vita della contessa un ruolo sì marginale, ma infuocato. Di risvolti romanzeschi non vogliamo rivelare oltre. Come di imbarazzante brace amoroso pare siano state le lettere di due giovanissimi ufficiali che Lara conobbe da bambini e dei quali fu affettuosa «zia».

Erano i figli di una sua carissima amica livornese. Ma il pittore-illustratore s’infuriò per questo simil-incesto. Evelina, occorre dirlo, fu sentimentalmente sfortunata. Anni prima sembrava aver trovato stabilità para-coniugale in un appartamento del quartiere Prati, con un uomo equilbrato pure lui ai suoi piedi. Il processo si svolse in un rumore paragonabile a quello di uno stadio sportivo o a una controversa prima teatrale. L’assassino cupo e nervoso nel “gabbio”, i testi in genere deferenti verso la vittima, ma qualcuno pericolosamente allusivo in base al discusso assioma secondo cui «una donna bella non è mai onesta». La giuria in un certo senso fu inebriata «dall’odore delicato di orchidea selvatica» che aveva sempre accompagnato il corpo e la mente di una donna che si firmava col vezzo nobiliare, ma che in realtà era una borghesuccia, arrampicatrice per necessità e orgoglio di riscatto. La giuria puntò fatalmente il dito del verdetto contro «un senza mestiere», «un profittatore». Poco importa fosse, sia pure disordinatamente e violentemente, innamorato di quel «mostro di lussuria».


spettacoli

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Parole&Musica. Rizzoli manda in stampa una spettacolare storia illustrata dei Led Zeppelin, curata per intero da Jon Bream

I (veri) Fantastici Quattro di Alfredo Marziano

gni tanto è il caso di ricordarlo. Jimmy Page, Robert Plant, John Paul Jones e John Bonham sono stati «la più grande rock band di tutti i tempi» come strilla il sottotitolo di Whole Lotta Led Zeppelin, spettacolare storia illustrata del gruppo inglese a cura di Jon Bream che Rizzoli ha tradotto e pubblicato da pochi giorni sul mercato italiano. E i Beatles? E i Rolling Stones? E gli Who? Beh, certo, bisogna intendersi. Qui siamo nella categoria dei pesi massimi, non fosse altro che per la presenza di Bonham, il Mike Tyson delle percussioni. Il confronto con eterei pesi piuma alla Lennon & McCartney o con una coppia di agili boxeur degli stadi come Jagger e Richards diventa improponibile. Detto questo, l’affermazione non pare esagerata: per i quattro piloti del Dirigibile parlano i numeri (furono proprio loro a stracciare il record di affluenza stabilito dai Fab Four allo Shea Stadium richiamando 56.800 spettatori a Tampa, in Florida, il 5 maggio del 1973), i numeri uno in classifica (Led Zeppelin II, a fine 1969, spodestò dalla cima proprio dai Beatles di Abbey Road: praticamente un rito di passaggio generazionale), i concerti maratona da tre ore, l’indicibile affetto del pubblico, la potenza di fuoco sviluppata sul palco.

breaker e di Rock And Roll i giornalisti non avevano capito che Page era il «Wagner della Telecaster, il Mahler della Les Paul» (la definizione è di Plant), e la musica dei Led Zeppelin una imponente cattedrale di luci e ombre, blues sulfureo e fiabe celtila calata dei che, barbari di Immigrant Song e la dolcezza West Coast di Going To California, il Galles di Bron-yr-aur Stomp e il Marocco di Kashmir, con anni di anticipo sulla world music.

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E, certo, anche le autoindulgenze esagerate da superstar (un aereo personale, lo Starship, che sembrava «l’Air Force One con le lenzuola di raso»), le ribalde e boccaccesche storie di sex & drugs che a tratti fanno passare gli stessi Stones per cherubini, il mito del patto col diavolo che si ritorcerà contro i quattro graffiandone l’esistenza di tragedie (l’incidente d’auto e la morte del figlioletto di Plant, quella di Bonham nell’80 dopo una sbronza colossale nella casa di Page a Windsor). Verità o leggenda? Il libro di Bream mantiene una posizione equidistante, affastellando racconti e testimonianze: recupera brandelli de Il martello degli dei, la di biografia famigerata Stephen Davis che gli Zep hanno sempre ignorato o al più liquidato come spazzatura, dà la parola al tour manager Richard Cole che sciorina le sue trucide storie di orgiastici baccanali e camere d’albergo fatte a pezzi, si affida ai ricordi del-

le regine tra le groupies, Pamela Des Barres e Bebe Buell, che ancora si sdilinquiscono rievocando il volto preraffaellita di Page e i boccoli biondi di mr. Plant, autoproclamatosi golden god in un momento di autoesaltazione citato nel film Almost Famous del regista Cameron Crowe (ex giornalista di Rolling Stone, e zeppeliniano doc). L’aura minacciosa e l’alone di mistero che circondavano il gruppo, alimentati ad arte dall’astutissimo manager Peter Grant, un orco di quasi 2 metri e 150 chili che incuteva timore a 10 metri di distanza, hanno contribuito non poco alla Leggenda. Che però si fonda saldamente sulla Musica, quel mix ben assortito di ferocia primordiale (Bonham), strego-

guardando agli Zep dai punti di osservazione più diversi. Meglio tardi che mai, perché la critica dell’epoca non ne colse la grandezza. Li accusava di stolida pesantezza e, non a torto, di saccheggio indiscriminato delle fonti, il folk tradizionale e il blues del Mississipi di Chicago, di Robert Johnson e di Willie Dixon (che gli fece causa ottenendo un credito e la sua parte di royalty sulle vendite di Whole Lotta Love). Page si difendeva spiegando che le sue erano rielaborazioni creative, e che anche «i

Jimmy Page, Robert Plant, John Paul Jones e John Bonham sono stati «la più grande rock band di tutti i tempi» come strilla il sottotitolo di “Whole Lotta” neria sciamanica (Page), machismo bagnato di idealismo hippie (Plant), staordinaria abilità professionale rodata in ore e ore di turni in sala di registrazione (Jones, ancora Page). Ci si mettono firme illustri come David Fricke, Barney Hoskins e Charles Shaar Murray, ex collaboratori come l’addetto stampa Danny Goldberg e i fonici Eddie Kramer e Terry Manning, colleghi ammirati come le Heart e Peter Frampton, Don Brewer dei Grand Funk e Ace Freehley dei Kiss, a cercare di spiegare e di capire,

bluesmen hanno passato il loro tempo a rubarsi versi e canzoni l’un l’altro, e lo stesso i jazzisti». La stampa rock continuò a non amarli, ricambiata dai quattro che concedevano interviste con il contagocce e non ossequiavano le radio (i Led Zeppelin erano la band che non pubblicava singoli 45 giri) salvo poi inventarsi la canzone più trasmessa in FM della storia, Stairway To Heaven («il più grande inno epico di tutto il rock», secondo Hoskyns). Intontiti dalla forza d’urto di Whole Lotta Love, di Heart-

In questa pagina, alcune copertine di album e alcune immagini dello storico gruppo inglese dei Led Zeppelin, formato da Jimmy Page, Robert Plant, John Paul Jones e John Bonham

Forse per afferrarne il senso, e iniziare a comprendere la scabrosa passione di Page per il satanista inglese Aleister Crowley ci voleva un visionario estraneo al rock come William Burroughs, e la chicca del libro Rizzoli è proprio un suo faccia a faccia con il chitarrista recuperato dagli archivi della fanzine Crawdaddy!, giugno 1995. «Alla fine sembra di essere scesi da un jet», annota Burroughs dopo avere assistito a un concerto dei quattro a New York, per nulla intimorito dal rumore e dalla folla adorante. Sul palco la musica dei Led Zeppelin, riflette lo scrittore beat, «si potrebbe paragonare in parte alla musica trance che si trova in Marocco, magica per origine e scopo… in Marocco i musicisti sono anche maghi». Burroughs ha ragione e qui le sue parole sono rinforzate dalle immagini, una stordente sequenza di copertine, locandine, poster, memorabilia, scatti rubati tra hotel, ristoranti e aeroporti. E soprattutto sul palco, la Quinta Dimensione degli Zeppelin: capaci ancora oggi, con i capelli argentati, le barbe grigie e un Bonham jr alla batteria, di inesplicabili stregonerie. Lo hanno dimostrato ormai quasi due anni fa alla O2 Arena di Londra con quel concerto una tantum in onore di Ahmet Ertegun, il loro mentore alla Atlantic Records. Ma forse bisognerà ringraziare Plant, che ha stoppato ogni piano di reunion stabile e di tour mondiale: la routine non si addice alla magia.


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

da ”The New York Times” del 28/10/2009

America Italian Style di Nick Bunkley e Nelson D. Schwartz l nuovo catalogo dei prodotti Chrysler verrà presentato la prossima settimana. È l’evento più importante per l’azienda dopo quello di quattro mesi fa che annunciava l’uscita dalla fase critica dell’amministrazione controllata. È previsto che altri due marchi stranieri si aggiungano al già affollato listino americano. Il partner italiano di Chrysler ha pensato di reintrodurre il proprio marchio sul mercato Usa, che abbandonò una prima volta nel 1984, e quello della Alfa Romeo che ne uscì una decina d’anni dopo. Il progetto è stato confermato da rappresentanti della casa americana. Chrysler, la cui alleanza con Fiat era una delle condizioni vincolanti per ricevere gli aiuti dal governo federale, si è impegnata a eliminare dalla produzione alcuni dei modelli meno venduti, a favore dei più eleganti e avanzati prodotti di Fiat e Alfa Romeo. Tra i veicoli destinati al mercato nordamericano c’è la piccola Fiat 500, una utilitaria sportiva Alfa Romeo e una berlina basata su tecnologia Alfa che sostituirà l’autovettura di classe media Sebring. È stato il Wall Street Journal ad anticipare i piani Fiat per rilanciare l’Alfa in America ed eliminare alcuni modelli della casa di Detroit. Una strategia che è in controtenedenza rispetto alle politiche del settore dove si stanno riducendo il numero dei brand. Ad esempio, General Motors ha ridotto il catalogo, lasciando solo quattro marchi: Cadillac, Chevrolet, Gmc e Buick. Chrysler recentemente aveva dichiarato di voler dividere il suo marchio più importante, Dodge, in Ram camion e Dodge auto. Significa che i propri concessionari, nel giro di pochi anni, dovrebbero vendere ben sei marchi compreso quello Jeep. Cioè tre in più di quelli che l’azienda già propone oggi. «Chrysler non necessariamente ha bi-

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sogno di altri marchi», è il parere di Aaron Bragman, analista della società di ricerca Ihs Global insight. «Ma potrebbe ospitare altri brand considerati unici, come sono Fiat e Alfa Romeo, con un loro mercato molto specifico. Non c’è nulla di simile ad Alfa Romeo sul mercato americano, a parte forse Mazda». Bragman aggiunge che i consumatori americani potrebbero accogliere i prodotti Fiat e Alfa meglio di quanto non hanno finora fatto con Chrysler e Dodge, le cui vendite sono calate rispettivamente del 52 e del 37 per cento quest’anno.

«Chrysler e Dodge sono due marchi con un’immagine incrinata» ha aggiunto Bragman. Sotto tutti i punti di vista la casa di Detroit ha bisogno di aiuto per risollevare l’attrattività dei propri prodotti, in partiolare nei segmenti delle utilitarie. Toyota e Honda, ad esempio, producono due modelli che da soli hanno sbaragliato l’intero catalogo autovetture di Chrysler del 2009. Sergio Marchionne, l’amministratore delegato di Fiat e della casa americana, dovrà arrampicarsi sugli specchi per 18 mesi, prima di vedere i primi risultati dellla nuova partnership. E come annunciato per la prossima settimana, Marchionne spingerà per superare i piani industriali di Chrysler e per ridisegnare quelli finanziari. Gli americani sono usciti dalla procedura fallimentare il 10 giugno scorso, con la casa torinese che acquisiva il 20 per cento della nuova società.

La buona gestione di Marchionne in Fiat lo aveva lanciato verso l’affare Chrysler, con l’aiuto di Washington, ma ha inciampato, mancando l’acquisizione di Opel-Gm. Mentre un suv Alfa Romeo non è proprio il modello vincente cui si pensava, quando le due aziende incassavano le sovvenzioni pubbliche, da parte Fiat si fa sapere che le nuove proposte dell’azienda americana punteranno su di una migliore tecnologia per il risparmio energetico, indipendentemente dalle dimensioni del veicolo. Un esempio sarà la nuova Grand Cherokee che verrà costruita a Detroit, mentre la 500 sarà assembalta a Toluca in Messico. Altri modelli, almeno inizialmente, potrebbero essere importati. Insomma, la Fiat sta importando nuove tecnologie ambientali che non sono riservate solo alle utilitarie, fanno sapere dal Lingotto. Il Suv sarà dunque destinato a un mercato di nicchia. «Sono certo che gli americani amano i vestiti italiani, non sono così sicuro che apprezzeranno le auto italiane» sibila da Londra, Arndt Ellinghorst di Credite Suisse. Volkswagen lotta da anni, lontana dai suoi obiettivi Usa e i francesi potrebbero abbandonare il mercato.

L’IMMAGINE

Per arrivare a fine mese, molti si rivolgono agli usurai o alle banche per avere prestiti Bloccare un mutuo per un anno per venire incontro alle difficoltà delle famiglie e arrivare a fine mese è un atto di umanità esemplare. Resta però il problema che al Sud ha proporzioni da incubo, al punto che, già durante le ultime elezioni, un partito tappezzò le mura partenopee con manifesti che inneggiavano al mutuo sociale. In realtà molti arrivano ad una fase di stallo che si conclude con la classica lettera dell’agenzia delle entrate, che annuncia il pericolo di vendita all’asta dell’immobile. Due sono allora le vie: o rivolgersi agli usurai, o avere dei prestiti che molte banche non danno. Il risultato è che qualcuno alla fine si salva, ma non so il futuro cosa riserverà a lui e alla sua famiglia. Il governo è assai sensibile su tali argomenti. Il futuro è cupo perché la nostra non è una società disposta a privazioni per un debito. Occorre essere sinceri fino in fondo e dire che le cose stanno male perché molti cittadini hanno talmente tante pezze incollate sopra delle falle che non sarà facile andare avanti.

Bruno Russo

LE SENTINELLE DEL BELLO Molta enfasi sui media locali per il debutto delle cosiddette“sentinelle del bello”, gli ex ausiliari del traffico che dovrebbero vigilare sul bello della città di Firenze. Città il cui centro è soggetto ad una rivoluzione del traffico per la decisione di pedonalizzare piazza del Duomo. Il centro dello smistamento del traffico sarà piazza San Marco, dove ha sede la segreteria dell’Universita’ e l’Accademia di Belle Arti, un importante museo come quello dell’omonima chiesa e dove gravita la vicina Galleria del David. Tutti luoghi ad alta frequentazione di residenti e turisti. A parte la sistemazione delle aiuole, a piazza San Marco il manto stradale è sconnesso e pericoloso. In questa risistemazione, finalmente,

si sono accorti che il manto stradale era in condizioni pietose e, con estrema velocità hanno provveduto. Come? Mettendo due pezze nere di catrame! Quindi abbiamo il pavimento stradale intorno della piazza tutto a lastroni grigio chiaro di pietra (ancora sconnessi in diversi punti), tranne queste due grandi pezze nere che visivamente sono un insulto al bello e anche alla logica. Perché non hanno fatto tutto nero o messo solo dei lastroni nuovi? Crediamo che in un giorno e in una notte avrebbero reso uniforme tutto il manto. Ma non basta! I lampioni antichi che erano sui lati della piazza, sono stati sostituiti da due blocchi di cemento grigio chiaro dall’impatto visivo mostruoso.Tutto questo è in conflitto con la logica del bello

Pronto al lancio Concentrato come ogni atleta che si rispetti questo ragazzo sta per cimentarsi nella sua specialità: il lancio della tavoletta del water. Uno sport che può sembrare un po’ di nicchia ma che in realtà è molto popolare tra i partecipanti al festival più “grezzo” degli Usa, il Summer Redneck Games. Le buone maniere sono bandite da questa parodia delle Olimpiadi

che dovrebbe essere tutelata dalle sentinelle... che invitiamo a farsi un giretto in piazza San Marco e a dire la propria.

Un gruppo di fiorentini

INFANZIA VIOLENTATA Fai prendere coscienza e cura a tutti i tuoi conoscenti che costringere i bambini a vivere un’artificiosa condizione orfanile, meno-

mandone le loro potenzialità di sviluppo è violenza operata concretamente da chiunque prenda la decisione, anche un giudice. Un ordinamento sociale si deve basare primariamente sull’antropologia (diritti umani) e su questa poi architettare strutture giuridiche. Di genitori sottratti non dovrebbero esisterne, se non in quei casi di comportamento delinquenziale

verso i figli.Tra l’altro i delinquenti dovrebbero essere curati e rieducati. Una forma di trattamento socio-sanitario obbligatorio. Che ai figli non sia sottratto l’armonioso sviluppo psico-fisico e la speranza di vivere serenamente nonostante le difficoltà. Se la vita è lotta, lottate ed insegnate ai figli a lottare per cogliere le opportunità.

Luigi Sabatini


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Intorno a me tutto è triste e cupo Su,ridi. Domani sarà ebbrezza, follia, saremo tu ed io. Domani rivedrò i tuoi occhi che brillano d’un dolce fuoco, la tua bocca a cui unisco la mia e in cui bevo i sospiri del tuo petto, la tua spalla nuda che respiro con ardore. Penso che sarà certo bel tempo, che ci sarà un gran sole. Il pensiero di te è uno spiraglio da cui mi viene un po’ di luce e d’aria e credi che, quando posso, io non mi precipiti avanti per vivere e respirare. Intorno a me tutto è triste e cupo. Mia madre è in uno stato spaventoso. Cosa che attribuisco al busto del nostro amico che l’ha sconvolta. Non l’avevo mai vista così desolata. No, tu non hai visto simili dolori, mia povera amica, giammai. Che il cielo te li risparmi e, se devi averne, che ti dia semmai tutti gli altri. Ripenso alla signora del Chateau-Rouge. Perché respingere le attrazioni che abbiamo provocato? Forse quella donna ne è stata terribilmente ferita. Se le anime migrano, chissà se la sua non è una che un tempo hai amato sotto un’altra forma? Questi impulsi subitanei che sembrano brutali e sono divini non sono forse ricordi di passioni concepite in un’esistenza anteriore?Dopo tutto, anche se fosse quel che l’ufficiale ha immaginato... che male ci sarebbe in ciò? Non sei forzata ad accettarla. Lasciala amarti se ciò ti rende felice. Gustave Flaubert a Loise Colet

ACCADDE OGGI

TELEMARKETING E PRIVACY Una specifica direttiva Ue sulla privacy nelle comunicazioni elettroniche prevede che gli abbonati possano decidere sulla pubblicizzazione dei loro dati personali, e che gli Stati membri debbano garantire queste decisioni in forma gratuita.Tutto chiaro? No, quando l’Ue va al di sotto delle Alpi. Il Parlamento italiano aveva previsto una deroga per l’utilizzo promozionale di dati personali sino al 31 dicembre 2009. L’Aduc (associazione per i diritti degli utenti e consumatori) è da tempo che denuncia questa anomalia. Lo scorso aprile, inoltre, la Commissione europea, rispondendo ad un’interrogazione dell’on. Marco Cappato (Radicali), rilevata questa violazione del dettato comunitario da parte dell’Italia, preannunciava misure appropriate per il suo rispetto. Nonostante questo, il nostro legislatore ha mostrato di non perdere “né il vizio né il pelo”, e senza un minimo di pudore legislativo e istituzionale:il sen. Lucio Malan, relatore in commissione Affari Costituzionali sul disegno di legge per l’attuazione di alcuni obblighi comunitari, ha proposto un emendamento che di fatto proroga all’infinito (e comunque almeno di 20 mesi) la deroga del “Milleproroghe”: il telemarketing continuerà così a importunare utenti che non hanno dato consenso per fruirne! Telemarketing indesiderato che è diventato croce degli italiani: telefonate a tutte le ore (anche quella di cena) per attivare nuovi servizi, a fronte di estreme difficoltà quando la richiesta dell’utente è

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Stefano Zaccagnini (grafica)

29 ottobre 1964 Una collezione di gemme, tra cui la Stella dell’India (565 carati, 113 g), viene rubata dal Museo Americano di Storia Naturale di New York 1967 Papa Montini (Paolo VI) rende pubblica la lettera apostolica Africae terrarum 1969 Viene stabilito il primo collegamento da computer a computer, Arpanet 1971 Il numero totale di soldati statunitense ancora in Vietnam, scende a 196.700 1985 Il general maggiore Samuel K. Doe viene annunciato come vincitore delle prime elezioni multipartitiche in Liberia 1988 In Giappone, il Sega Mega Drive viene messo in commercio 1994 Francisco Martin Duran spara oltre due dozzine di colpi sulla Casa Bianca 1998 Lo space shuttle Discovery decolla con a bordo il 77enne John Glenn, che diventa la persona più anziana ad essere andata nello spazio 2004 A Roma i 25 paesi membri dell’Ue firmano la Costituzione europea

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

di disattivazione. Una situazione in cui la responsabilità non è tanto della mancanza di norme, ma la disapplicazione delle stesse e/o le troppo miti multe del Garante.Visto il perdurare di questa situazione, nonché il suo probabile peggioramento, ho presentato un’interrogazione ai ministri delle Politiche Comunitarie e dello Sviluppo Economico per sapere: se intendono assumere iniziative per evitare che nel nostro ordinamento continui la proroga di una norma già condannata dalla Commissione europea, anche per scongiurare una procedura di infrazione; se ritengono la situazione compatibile con lo sviluppo del telemarketing e se intendono intervenire per bloccare le vessazioni a danno degli utenti dei servizi di telefonia.

Lettera firmata

CAMPAGNA DENIGRATORIA Molti affermano che la campagna denigratoria nei confronti del premier lo rende martire ma, alla fine, ne esce oltremodo vincente. In realtà esiste un altro fenomeno, che è quel clamore che viene rilevato dagli osservatori, come è successo con le dichiarazioni della stampa europea delle Santa Sede, secondo le quali occorre una condotta politica asciutta e esente da dubbi di natura etica e morale. Insomma più si fa casino e più si porta il Paese verso una crisi istituzionale: non è irresponsabilità dolosa verso l’equilibrio dello Stato, la condotta che porta a tali obiettivi?

ISTITUZIONE E PROMOZIONE DEL BILANCIO SOCIALE (III PARTE) Il bilancio sociale appare lo strumento più adeguato per fornire un’immagine chiara e completa delle scelte e del valore creato dall’ente e per formulare una valutazione corretta del suo operato, in modo da favorire un reale avvicinamento tra cittadini e istituzioni basato sia sulla conoscenza condivisa sia sul dialogo sia sulla fiducia. D’altronde, in Italia, nonostante l’assenza di una legge specifica, che imponga la redazione del bilancio sociale negli enti pubblici, esiste un quadro legislativo, che appare fortemente orientato alla rendicontazione sociale dal punto di vista degli aspetti gestionali e comunicativi. Gli anni ’90, infatti, sono caratterizzati da una ricca produzione legislativa (legge 142/1990, che avvia la riforma dell’ordinamento locale; leggi 81/1993 e 265/1999, che definiscono le basi fondamentali del processo di cambiamento della pubblica amministrazione; legge 150/2000, che disciplina le attività di informazione degli enti pubblici con l’istituzione degli Urp) che ha modificato radicalmente la comunicazione pubblica e ha delimitato uno “spazio normativo”, in cui è possibile inserire, a pieno titolo, il bilancio sociale. Di fatto, queste disposizioni hanno contribuito a creare dei presupposti, delle strutture e dei canali, attraverso cui i cittadini sono chiamati a una partecipazione attiva nelle iniziative, portate avanti dagli enti locali, , sulla base del diritto, che viene riconosciuto loro dalla legge stessa, di ricevere dalla pubblica amministrazione informazioni e comunicazioni assolutamente chiare e trasparenti. Quindi, è possibile affermare che il quadro normativo vigente ha già fissato tutte le condizioni, perché un documento con le caratteristiche del bilancio sociale venga posto sullo stesso piano delle altre forme di rendicontazione tipiche dell’apparato pubblico. In conclusione, il bilancio sociale è un nuovo documento non obbligatorio, che va ad affiancare il bilancio consultivo e la relazione di analisi della gestione, in modo da migliorare la leggibilità delle informazione qualitative e quantitative sull’azione dell’ente, attraverso le relazioni con i principali interlocutori sociali: famiglie, giovani, donne, anziani, mondo della scuola, mondo del lavoro, mondo dell’impresa, mondo dell’associazionismo, istituzioni. Gaetano Fierro P R E S I D E N T E CI R C O L I LI B E R A L BA S I L I C A T A

APPUNTAMENTI OTTOBRE 2009 DOMANI E SABATO, ORE 11, ROMA PALAZZO WEDEKIND - PIAZZA COLONNA “Di cosa parliamo quando diciamo Italia”. Intervengono: Ferdinando Adornato, Pier Ferdinando Casini, Rino Fisichella, Carlo Azeglio Ciampi. VINCENZO INVERSO, SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

Bruna Rosso

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

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Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


PAGINAVENTIQUATTRO Internet. Nasce in Italia «www.funeras.it», il social network completamente incentrato sul “dopo morte”

Un nuovo Facebook dedicato di Roselina Salemi i dovevamo arrivare prima o poi. Dove? A Funeras.it, ovvero al cimitero smaterializzato, alla lapide sul web, al social network del caro estinto, il Facebook dei morti e tutto quel che segue: commemorazioni, dediche, ricordi, ringraziamenti, o anche la notizia nuda e cruda, che arriva dappertutto, a chiunque, con grande velocità e nessuna spesa. Per la verità, ci avevano già provato nel 2002 a Milano e nel 2006 in Alto Adige, ma i siti erano rapidamente trapassati nell’aldilà informatico, forse perché l’argomento non è dei più frequentabili, e c’è una certa resistenza, specialmente in Italia, a parlarne. Quando, nel ‘94 è uscito La Buona Sera, trimestrale di “vita, morte e miracoli” fondato da Gian Paolo Ormezzano e sponsorizzato da San Siro Onoranze Funebri, le reazioni andavano dall’imbarazzo allo shock. Non siamo ancora così spiritosi da creare una serie televisiva su una famiglia di becchini, allegra e macabra come Six Feet Under. Abbiamo cominciato con i cimiteri virtuali per cani, gatti, pappagalli, coniglietti e tutti i migliori amici dell’uomo, passati, si dice così, a miglior vita, e sono davvero buffi, commoventi, sicuramente più sinceri di quelli dedicati agli umani. Ma forse ora è il momento giusto: l’implacabile tecnologia raggiunge l’oltretomba, la nave d’oro per l’altro mondo è in Rete. C’è un “dopo” anche per chi non c’è più.

C

Funeras.it, il primo social network italiano dedicato ai defunti, con allegre iconcine sulla homepage, nasce a Padova, dall’ingegno di tre trentenni, ma il web è un non luogo, perciò non ha importanza. L’esempio arriva, naturalmente, dall’America, dove i social network come www.tributes.com (vera e propria enciclopedia multimediale e interattiva dei trapassati) e www.obituaries.com (in tempo reale, tutti i necrologi pubblicati sui giornali statunitensi), esistono già da dieci anni e raccolgono circa diecimila contatti al mese, mentre i pragmatici tedeschi sono arrivati a centomila tombe virtuali nel sito www.emorial.de in rete dal 2007 dove, con un piccolo contributo, 19 euro, si ottiene uno spazio più ampio per ospitare foto, video, e un indirizzo web personalizzato. A che cosa serve Funeras.it? A essere informati, creare profili, blog, commenti e discussioni, raccogliere e pubblicare fotografie, condividere ricordi, mandare messaggi, comunicare con parenti lontani, tutto gratis e senza limiti di spazio. Nasce il “necrologio dinamico”, che si arricchisce nel tempo di informazioni e testimonianze e prende il posto dell’album da sfogliare. Anche la morte ha il suo database: inserisci nome, cognome, e il motore di ricerca seleziona le informazioni. Poi c’è la parte pratica: contatti, agenzie di pompe funebri rintracciabili con Google maps e tutta la ritualità degli addii. Ti puoi iscrivere come visitatore, come familiare (e per avere la possibilità di creare una lapide virtuale devi presentare il certificato di morte del parente, amico, o nemico, alla Kasato, azienda che ha creato Funeras: l’idea è quella di evitare gli scherzi, o come impresa

ai DEFUNTI

di pompe funebri (in quel caso paghi, perché il business è la pubblicità). Per chi avesse qualche curiosità sui dettagli tecnici, «Funeras gira su server Linux dedicato, si basa su una serie di tool sviluppate ad hoc. La piattaforma è in continua espansione e le nuove funzionalità verranno rese operative con cadenza periodica. Il rispetto degli utilizzatori, anche considerata la delicatezza dell’argomento, è garantito da un sistema di validazione e da un controllo gerarchico sui contenuti inseriti».

Insomma, non si può dare per spacciato un tizio antipatico, organizzargli una commemorazione online e magari fargli venire un colpo. In teoria, la via migliore è far inse-

rire il necrologio dall’azienda che cura il funerale, così la burocrazia è a posto.

A qu esto punto, liberiamoci subito delle battute troppo facili: 1) Che mortorio di social network! 2) Come la vuoi la veglia funebre: normale o 2.0? 3) le sedute spiritiche sono incluse? La questione è più seria. O almeno, lo sta diventando. La parola “dopo” indica quello che hai lasciato, il ricordo della tua vita, i gesti che hai fatto e le frasi che hai detto, e di come si sono depositati nella memoria degli altri: non sai che cosa ne faranno. Forse è l’ultima ingiustizia della vita, che sia un social network a parlare per te, a giudicare chi sei stato. Forse bisognerà preparasi: produrre filmati, fotografie, frasi celebri da depositare nel sito dedicato, per costruirsi un’immagine postuma, un piccolo surrogato di immortalità. Così, il “dopo” non sarà più l’uguaglianza nel grande nulla, la livella di Totò, l’esorcismo, la preghiera, la storiaccia di fantasmi e zombie, l’obsolescenza che permette di camminare senza timori reverenziali sulle ceneri di chi ci ha preceduto. Sarà, ancora una volta, la pretesa di andarsene senza andarsene, di mantenere almeno un avatar su Second Life, di cancellare un pezzetto di confine, fino a scovare da qualche parte, se c’è, quella sostanza impalpabile che forse pesa ventuno grammi e si chiama anima.

Attraverso il sito, parenti, amici e conoscenti vengono informati sul funerale del proprio caro, possono manifestare il dolore con messaggi di cordoglio o dediche, ringraziare per la partecipazione al lutto o comunicare anche la data del trigesimo

Qui sopra, il logo di “Facebook”, il social network più famoso al mondo. In alto, alcune delle icone di Funeras, un nuovo portale d’aggregazione dedicato ai defunti (www.funeras.it)


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