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ISSN 1827-8817 91022

Spesso le donne hanno il bene,

di e h c a n cro

se ne allontanano in cerca di meglio, trovano il male e se ne accontentano per paura del peggio

9 771827 881004

Oscar Wilde di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • GIOVEDÌ 22 OTTOBRE 2009

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Le accuse sono falso, truffa e corruzione: un intero sistema di potere sotto inchiesta. Sandra Lonardo “espulsa” da Napoli

C’era una volta la Campania Agenzia dell’Ambiente: 25 arresti, 63 indagati tra cui lady Mastella. Un altro ko mentre Pdl e Pd si dividono sulle infiltrazioni camorristiche. Esiste ancora qualcosa che si possa chiamare politica? DA NAPOLI A CEPPALONI

di Marco Palombi

La distruzione della Regione

ROMA. Non ci sono soltanto 25 perso-

i è caduta la Campania addosso. Da qualunque parti mi giri vedo disastri. Se guardo a sinistra vedo un partito, il Pd, in cui ci sono (presunti) killer che uccidono (reali) compagni di partito, mentre nuore di boss sono iscritte al partito di Franceschini, Bersani e Marino. Antonio Bassolino, in ritardo di sedici anni, avverte che ci potrebbero essere “forze oscure” e Enrico Morando, commissario del Pd a Napoli a seguito dell’assassinio politico di Castellammare, vuole consegnare alla magistratura l’elenco degli iscritti al suo partito che un tempo denunciava la “questione morale” e oggi è travolto addirittura dalla “questione camorra”. Se guardo a destra vedo un presidente della Camera, Gianfranco Fini, il quale del probabile candidato del Pdl al governo della Regione, il sottosegretario di Stato Nicola Cosentino, dice «non è limpido».

ne arrestate e 63 indagate: c’è un intero sistema di potere, forse una Regione nel suo complesso ad essere finita sotto inchiesta. La Procura di Napoli ha ieri emesso per un’unica inchiesta un’ordinanza di custodia cautelare (ai domiciliari), 18 divieti di dimora e 6 misure interdittive e comunicato di indagare complessivamente, appunto, 63 persone. Tra i colpiti dal divieto di dimora - in Campania e nelle province limitrofe - c’è anche la signora Sandra Lonardo Mastella, che di mestiere fa il presidente del Consiglio regionale. L’ipotesi d’accusa è pesante: in sostanza, secondo i magistrati, i Mastella sarebbero il vertice di una associazione per delinquere di qualche decina di persone finalizzata alla truffa ai danni dello Stato, alla turbativa d’asta, al falso in atto pubblico continuato e alla concussione in relazione ad una serie di appalti e assunzioni all’Arpac, vale a dire l’Agenzia campana per la protezione dell’ambiente.

segue a pagina 2

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di Giancristiano Desiderio

M

VERSO IL FORUM SUL CLIMA

Lei è Melody Hosseini. Ha solo 24 anni, ma è una delle donne più impegnate al mondo per scongiurare il disastro ambientale. Con lei ci sono tanti altri suoi coetanei: scienziati e politici. Ecco chi sono i ragazzi che possono salvare la Terra

Generazione Melody alle pagine 14 e 15

Il ritorno degli autori di “Right Nation”

Polemico Cicchitto: «Il vero problema è la gestione della flessibilità»

Tremonti rischia il suo posto fisso Un documento del Pdl attacca le strategie del superministro

di Andrea Mancia

di Francesco Capozza

La stessa Costituzione prevedeva aggiornamenti sulle professioni

Nel Pdl scoppia il caso-Tremonti sotto forma di un documento - pare firmato da Verdini e Cicchitto - che lo attacca. L’occasione è quella delle esternazioni a favore del posto fisso, ma le contestazioni alla politica economica di Tremonti sono precedenti. Il nodo «culturale» è il liberismo: la maggioranza è contro il posto fisso, ma quello di governo è più concreto e riguarda i cordoni troppo stretti della borsa di Tremonti.

Il lavoro è cambiato. E il welfare? di Francesco D’Onofrio Si parla con intensità crescente di riforme costituzionali, per tali ritenendosi prevalentemente quelle concernenti il sistema di governo nazionale. Non sembra che si presti adeguata attenzione al fatto che, dalla Costituzione originaria ad oggi, è stato invece proprio il tema del lavoro ad essere determinan-

a pagina 8 gue a (10,00 pagina 9CON EUROse1,00

La rivincita di Dio: “God is Back”

I QUADERNI)

• ANNO XIV •

NUMERO

209 •

te. Esso infatti rappresentava e continua a rappresentare profili rilevantissimi anche costituzionali in ordine alla acquisizione del lavoro medesimo, alle vicende che lo concernono durante lo svolgimento dell’attività lavorativa, e alla conclusione di esso. a pagina 9

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

on il loro The Right Nation, pubblicato negli Stati Uniti d’America e in tutto il mondo nel 2004 (e incomprensibilmente tenuto nel cassetto da Mondadori, in Italia, fino al 2005 inoltrato), John Micklethwait e Adrian Wooldridge hanno cercato di spiegare agli europei quel particolarissimo tratto dell’eccezionalismo americano che rende gli Stati Uniti una nazione più spostata a “destra” rispetto all’asse mediana politica del resto dell’Occidente.

C

IN REDAZIONE ALLE ORE

a pagina 12

19.30


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pagina 2 • 22 ottobre 2009

Istantanee da un territorio finito nel fango

Killer, sangue e processi. Il resto è niente di Giancristiano Desiderio segue dalla prima E, infatti, il numero uno del centrodestra in Campania è sotto inchiesta perché cinque pentiti lo accusano di essere in contatto con il clan dei Casalesi. Mi è caduta addosso la Campania quando ho letto quanto ha scritto il presidente del consiglio regionale, Sandra Lonardo Mastella, ieri ai campani per informarli che, suo malgrado, è coinvolta in un’inchiesta della guardia di finanza sull’Arpac - l’agenzia dell’ambiente che l’Udeur controlla da vicino e con lei ci sono 63 indagati, 18 divieti di dimora in Campania e 6 misure interdittive: «Mi è caduto il mondo addosso». Anche a me. Perché il presidente del parlamento regionale della mia Campania è coinvolta in una inchiesta in cui si contestano associazione a delinquere finalizzata alla truffa, al falso, all’abuso di ufficio, alla turbativa d’asta e alla concussione? La risposta - spero - la darà la giustizia e - spero - in tempi rapidi. Spero che tutto sia falso. Intanto, la Campania è sepolta sotto cumuli di rifiuti politici e morali.

L’altro giorno, a seguito sempre di un’inchiesta delle fiamme gialle denominata “Telesia”, sono stati arrestate 15 persone tra politici, amministratori, imprenditori e tra di loro c’era anche Pino D’Occhio, il sindaco di Telese. Infatti, il piccolo paesino noto per le cure termali e le feste settembrine del partito di Mastella in poco tempo si è trasformato in una cittadina che ha visto allargarsi la periferia e aumentare il giro degli affari. Gli inquirenti hanno indagato su un periodo che va dal 2002 al 2009 e parlano di un “cartello”che era diventato il “destinatario egemone” dell’ingente flusso di denaro che transitava per il comune telesino. Un evidente salto di qualità nel controllo e nella gestione della spesa pubblica. La magistratura accerterà i fatti. Ma quanti fatti devono accertare i giudici? Intanto, la Campania crolla. È come se non ci fosse più. Come ingoiata da un enorme buco nero o - ed è la verità - come risucchiata nelle menzogne che per anni il potere politico ha raccontato a se stesso. La Campania crolla perché il suo sistema democratico è di serie C. Crolla perché è diventata da molto tempo una terra senza verità. Senza Stato. Il resto di niente, come scriveva Enzo Striano. Dio è nel particolare diceva un dotto tedesco. Ma anche il diavolo. I particolari sono rivelatori. Un milione e 300 mila euro, a tanto ammonta la super parcella che è stata liquidata ad uno degli indagati. La persona in questione, in base al lavoro investigativo, sarebbe stata beneficiata dall’Asl di Benevento di una consulenza su un argomento che la stessa Procura di Napoli definisce «non chiaro». Si tratta della ricompensa ricevuta «dopo aver dispiegato per il partito (l’Udeur, ndr) la sua presunta intermediazione con gli organi di giustizia amministrativa in una controversia elettorale relativa alle comunali di Morcone», paesino del Beneventano. Agli atti dell’Asl nessuna documentazione di tale consulenza ma solo il pagamento delle parcelle. Il beneficiario della frode, «un congiunto di un esponente di vertice del sodalizio», ha ottenuto la super parcella con una «truffa» (è la definizione della Procura) ai danni del consorzio di bonifica di Sessa Aurunca (Caserta) e della Regione Campania. L’importo è stato liquidato in relazione a presunti lavori di ristrutturazione della rete di adduzione dell’impianto irriguo di Cellole, nel Casertano. In Campania tutto è falso, finto. Anche gli dèi. E gli deì falsi e bugiardi prima o poi cadono. Come la Campania che mi è caduta addosso.

Napoli addio/1. È sempre più grave il degrado di un sistema di potere traversale

Esiste ancora la Regione Campania? Truffa e corruzione per l’Agenzia dell’ambiente: 25 arresti e 63 indagati (tra cui la moglie di Mastella). Mentre Pdl e Pd si dividono sulle infiltrazioni della camorra di Marco Palombi

ROMA. L’inizio del 2008 fu un periodo difficile per Clemente Mastella, eppure i travagli innalzarono a non più raggiunte vette espressive e poetiche l’eloquio dell’allora Guardasigilli. A metà gennaio dell’anno scorso - a seguito degli arresti domiciliari comminati a sua moglie Sandra Lonardo dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere per una faccenda di concussione riguardante l’ospedale di Caserta - affidò le sue dimissioni dal governo Prodi ad una nota assai toccante: «Di fronte agli attacchi a mia moglie getto la spugna. Mi dimetto perché tra l’amore della mia famiglia e il potere scelgo il primo. (…) Mi dimetto per senso dello Stato. Lo faccio senza tentennamenti. Mi dimetto per riaprire una grande questione democratica. Anche perché, come ha detto Fedro: “gli umili soffrono quando i potenti si combattono”. Mi dimetto per essere più libero umanamente e politicamente». Anche la signora Lonardo volò alto in quell’occasione: «È l’amaro prezzo che insieme a mio marito siamo pagando per la difesa dei valori cattolici in politica», scrisse in una nota. Nel febbraio successivo, poi, Mastella decise di votare contro la fiducia al suo ex presidente del Consiglio condannando-

lo alle dimissioni. In quell’occasione l’attuale eurodeputato del Pdl affidò il suo intervento in Aula addirittura ad una poesia: «Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine / ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi / chi non cambia la marea / chi non rischia e chi non cambia colore dei vestiti …». Il nostro, in verità, sporcò un po’ la performance attribuendo l’opera a Pablo Neruda anziché alla vera autrice, la scrittice brasiliana Martha Medeiros. Si dirà: perché ricordare oggi tutto questo? Semplice: perché ci risiamo, anche se il ruolo politico del più intraprendente e scaltro tra gli eredi democristiani del dopo-Tangentopoli è assai ridimensionato rispetto ai tempi d’oro. Accade che la Procura di Napoli ha ieri emesso per un’unica inchiesta un’ordinanza di custodia cautelare (ai domiciliari), 18 divieti di dimora e 6 misure interdittive e comunicato di indagare complessivamente 63 persone. Fatto interessante è che tra i colpiti dal divieto di dimora – in Campania e nelle province limitrofe - ci sia anche la signora Mastella, che di mestiere fa il presidente del Consiglio regionale (a suo marito è stato notificato solo l’avviso di conclusione delle indagini preliminari), senza contare che nel mirino delle toghe è finita

pure una bella fetta dell’Udeur campano. L’ipotesi d’accusa è parecchio pesante: in sostanza, secondo i magistrati, i Mastella sarebbero il vertice di una associazione per delinquere – politici, imprenditori, funzionari, liberi professionisti – di qualche decina di persone finalizzata alla truffa ai danni dello Stato, alla turbativa d’asta, al falso in atto pubblico continuato e alla concussione in relazione ad una serie di appalti e assunzioni all’Arpac, vale a dire l’Agenzia regionale campana per la protezione dell’ambiente. Sandra Lonardo ha affidato il suo commento ad una lettera pubblica ai «carissimi cittadini di Benevento e provincia e della Campania tutta»: alle 7 del mattino, racconta, nella famosa casa di Ceppaloni sono arrivati alcuni carabinieri. «Sono tornata con la mente a quel 16 gennaio - scrive - cosa vorranno ancora da me? Mi sono fatta forza, ma non ce l’ho fatta. Sono quasi svenuta. Mi è crollato il mondo addosso. Mi chiedono di dimorare fuori dalla Campania. Ancora non riesco a crederci. Non sono nemmeno riuscita a capire di cosa mi accusano, mi hanno consegnato pagine e pagine. Stavolta con mio marito sarei a capo di una cupola affaristica. Senza spiegarci quali affari avremmo fatto».


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22 ottobre 2009 • pagina 3

Parabola sempre più discendente di Sandra Lonardo, meglio conosciuta come “Lady Mastella”

Ritratto di Signora in un inferno di Roselina Salemi a ricorderemo così, con una morbida sciarpa avvolta intorno al collo, con le perle d’ordinanza, una giacca rossa, o arancio, voltata di tre quarti, come sanno fare le star nell’effimera eternità del red carpet. La ricorderemo così, «femmina di irreparabile bellezza» (definizione di Dagospia), «donna di rara eleganza, di vezzosa raffinatezza e versatilità» (Francesco Specchia, Il Telebestiario), non come l’indiziata (una dei 63), nell’inchiesta sull’Arpac, sfrattata dalla natìa Ceppaloni, dalla villa con la piscina a forma di cocquille Saint-Jacques, (non di cozza, come hanno scritto), costretta a trasferirsi in fretta e in furia, dopo il brusco risveglio provocato dai carabinieri ieri mattina. Per la procura di Napoli, non può vivere in Campania e in 6 province (Latina, Frosinone, Isernia,

L

pania, aveva appena dato un’intervista a Panorama in cui tirava il fiato, perché la sua vita, dopo lo tsunami dell’anno scorso (l’arresto, le dimissioni del marito, presidente dell’Udeur e ministro della Giustizia), era tornata quasi alla normalità.

Applaudita al rientro nel Consiglio regionale, recuperata la poltrona e la routine, la casa, il caminetto, le cene al massimo per 25 persone («non mille, come un tempo»), aveva accennato a qualche ambizione ancora inespressa. Mastella, voce fuori campo, le suggeriva, scherzando, di puntare a un ministero. E lei: «Dopo aver fatto il presidente qui in Campania, tutto è possibile. So ascoltare, mediare, sopportare, portare la mia croce». La croce, sì, perché Sandra Lonardo è sempre stata «democristiana e cattolica» nel senso più ampio del termine, ha cioè saputo unire le due anime di un’idea politica, spiritualità

La presidente del Consiglio campano aveva da poco dato un’intervista a “Panorama”, in cui tirava il fiato dopo lo tsunami dell’anno scorso (l’arresto, le dimissioni del marito, presidente dell’Udeur e ministro della Giustizia) Campobasso, Foggia e Potenza): un provvedimento che le ha «spezzato il cuore». Alessandrina Lonardo, 55 anni, per le amiche Sandra, per gli altri “lady Mastella”, presidente del Consiglio regionale della Cam-

L’inchiesta che oggi manda di nuovo in fibrillazione la politica campana, e la famiglia Mastella, è frutto dell’unione tra uno stralcio di quella di Santa Maria Capua Vetere - passata alla Procura di Napoli per competenza territoriale - che sancì la fine del governo Prodi e alcuni filoni investigativi precedenti, come ad esempio quello in mano dal 2007 al Nucleo di Polizia Tributaria della Gdf di Napoli. I fatti contestati riguardano il periodo 2005-2008, con Antonio Bassolino alla guida della regione e Clemente Mastella, da metà 2006, ministro della Giustizia: al centro dell’inchiesta, la gestione dell’Arpac, il cui “effettivo

da un lato e pragmatismo dall’altro. Da piccola voleva fare «la suora missionaria, ero molto attratta dalla vita ascetica», ma, senza saperlo, la divina provvidenza aveva messo lì l’uomo della sua vita: Clemente Mastella («aveva servito messa come chierichetto alla mia prima comunione»). Poi, c’è, raccontato molte volte, il trasferimento in America a Oyster Bay, Long Island: «Mi sembrava di essere Alice nel paese delle meraviglie. La Statua della libertà, l’Ellis Island, l’Empire State Building…». Il 14 febbraio 1970, San Valentino, Mastella, con la scusa di andare a trovare una zia, vola negli States e mette un’opzione sulla fidanzata. Ha intenzioni serie, serissime. La loro è una vera storia d’amore: «Era persuasivo, intelligente e anche un bel ragazzo. Facemmo un grande pranzo di fidanzamento con le famiglie dove mi regalò prima la fedina d’oro e smalto blu e poi l’anello di zaffiri e diamanti, secondo tradizione». Si sposano nel ’75,

organo decisionale non era il suo Sopra, direttore generale, come per leg- Sandra Lonardo, ge, ma piuttosto i vertici della presidente struttura di partito cui quest’ultidel Consiglio mo apparteneva e di cui lo stesso regionale non era che mero terminale”.Tratdella Campania tasi dell’ex dg Luciano Capobian- (in alto a sinistra, co, da ieri agli arresti domiciliari, il Centro considerato uomo dell’Udeur per direzionale tramite dell’ex coordinatore redi Napoli gionale Antonio Fantini (indagato che ospita a sua volta, come già gli capitò il Consiglio). per la ricostruzione del dopo-ter- Nella foto piccola remoto, insieme al consigliere redella pagina gionale Nicola Ferraro). Capo- a fianco, uno scatto bianco, è l’accusa, avrebbe effetdella villa tuato assunzioni e assegnato apdei Mastella, palti e consulenze secondo le ina Ceppaloni dicazioni della “cupola” mastellia-

viaggio di nozze a Positano seguito da 40 giorni in Grecia, arrivano due figli, Pellegrino ed Elio, a cui si aggiungerà più avanti Sascha, dalla Bielorussia. Clemente è sveglio, Ciriaco De Mita gli dice che «farà strada», e Sandra lo segue. Se la porta dietro ai congressi democristiani, dove impara molto («stavo seduta in prima fila per un’intera settimana»), poi la aiuta a prendere il volo tra le complicazioni della politica. Commissario straordinario della Croce Rossa regionale. Amministratore dell’Azienda di soggiorno di Capri. Candidata alla Camera (e non ce la fa). La danno con certezza come sindaco di Benevento, ma rimane una chiacchiera. Alla fine, approda al Consiglio regionale della Campania. Familismo? La verità è che i due si stimano. Lui dice: «Senza Sandra il Consiglio sarebbe rimasto imballato. Ringraziassero il cielo con la faccia per terra». Lei dice: «Clemente è il più grande statista del mondo», e c’è chi non vede in questa affermazione alcuna ombra di ironia. Lui dice: «È Sandra che tiene per me i contatti con la gente comune. Da lei capisco quello che pensa. Partecipa a comunioni e matrimoni. Cinquanta regali solo in giugno. Ci vorrebbe un’indennità supplementare per i deputati del Sud».

Ed ecco la donna multitask che non solo presiede, organizza, dirige, cucina, ma spedisce torroncini natalizi a centinaia di persone e prende a cuore le cause del territorio, la Falanghina e il caciocavallo di Castelfranco in Mescano, il prosciutto di Pietraroja e le provole affumicate del Matese. Lei è l’anima delle feste e delle cene (piatto cult: la pasta della castellana). Lei porta il marito al Columbus Day. Il matrimonio è arrivato così a quota 34 anni, condito da un pizzico di gelosia («mi telefona trenta volte al giorno»), e da una solidarietà che non è di facciata. Certo, nel frattempo sono successe parecchie cose, lui ha scritto un libro dal titolo programmatico: Non sarò Clemente (Rizzoli), lei è diventata guardinga. Ma non la ricorderemo in lacrime, non le si addice. La ricorderemo elegantissima, allegra, ambiziosa, quando dichiarava che forse, un giorno, non avrebbero più parlato di “Sandra Lonardo, la moglie di Mastella”, ma di “Mastella, il marito di Sandra Lonardo”. Come Bill e Hillary, insomma.

na: gli inquirenti, secondo indiscrezioni, avrebbero trovato nel pc della sua segretaria centinaia di nomi (sembra 655) a fianco dei quali erano segnati nomi di politici o dirigenti pubblici. È la famiglia dell’ex Guardasigilli, però, il cuore delle indagini: oltre ai due “capostipite”, infatti, sono indagati il figlio Pellegrino e Carlo Camilleri, consuocero dei Mastella nonché segretario generale dell’Autorità di bacino Sinistra Sele.

Peraltro i guai per la famiglia reale di Ceppaloni non sono nemmeno finiti qui. Il 26 ottobre il gup Sergio Marotta deciderà cosa fare dell’inchiesta – più di venti

indagati, tra cui i Mastella – sulla presunta lobby che avrebbe favorito nomine in quota Udeur in organi politici, società partecipate e enti pubblici regionali. Un altro filone dell’inchiesta è poi stato stralciato e passato, per competenza, alla Direzione distrettuale antimafia: l’ipotesi è che l’Udeur avrebbe ricevuto l’appoggio elettorale di un clan di Marcianise, una cittadina in provincia di Caserta. Il rampollo Pellegrino, tra l’altro, risultava l’utilizzatore finale di una Porche Cayenne procuratagli dal proprietario di un’autosalone, proprio di Marcianise, attualmente detenuto per associazione di stampo mafioso.


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Napoli addio/2. Dall’illusione della rinascita “bassoliniana” allo sconforto diffuso quando la città fu invasa dai rifiuti

Nuovo Caos Organizzato Quello che impera in Campania ormai è un regime: chi lo osteggia resta al palo. Le opinioni di Biagio De Giovanni e Raffaele La Capria di Gabriella Mecucci

ROMA. I rifiuti che riempivano le piazze e le strade erano la “metafora” più vera di Napoli e della Campania. Rimossa quella sporcizia è rimasta una società, una politica putrida e maleodorante. Giorno dopo giorno, i fatti si sono presi l’incarico di distruggere quel po’ che restava ancora dell’immagine di una regione. Il crollo è catastrofico. Senza appello. Come è potuto accadere? Quando è iniziato? Chi lo ha provocato? Siamo di fronte a una sorta di “sgretolamento” della società civile. Quell’esile separazione

le La Capria - che è avvenuto negli ultimi dieci-quindici anni, «eppure c’è stato un tempo in cui Bassolino ha avuto in mano la possibilità di cambiare: quando sistemò piazza Municipio e i napoletani sentirono l’orgoglio della loro città, allora davvero si poteva fare qualcosa». Non tutto infatti è sporcizia, «fra i napoletani c’è tanta gente perbene, colta, piena di pietà, è come se esistesse un’anima angelica della città e un’anima diabolica. Purtroppo - è sempre La Capria a parlare - ha vinto quest’ultima e ormai la fine della separazione fra so-

BIAGIO DE GIOVANNI

È caduta ogni e qualsiasi separazione fra politica, economia e illegalità: il Pil prodotto dal crimine è più alto di quello legale

che esisteva fra “società illegale e società legale”, quella “carta velina” che ancora consentiva di distinguere, si è bucata. Ora la comunicazione con il crimine è facile e scorrevole. È questo - osserva lo scrittore Raffae-

cietà legale e società illegale, impedisce l’esistenza stessa di una classe dirigente».

Il sindaco della “rinascita”, il carismatico Antonio Bassolino, si è trasformato dunque nell’ar-

Bassolino è «preoccupato» ROMA. «Se il quadro che appare dall’inchiesta sull’Arpac fosse confermato sarebbe un fatto grave e preoccupante». Così, in una nota, il presidente della Campania Bassolino ha commentato l’inchiesta della magistratura secondo cui la gestione dell’Agenzia regionale per l’Ambiente sarebbe stata nelle mani di notissimi esponenti dell’Udeur. «Esprimiamo, come sempre, fiducia nella giustizia - ha aggiunto il governatore - e ci auguriamo che si possa fare al più presto piena chiarezza su questa vicenda, definendo le eventuali responsabilità e il grado di coinvolgimento dei vari indagati. Seguiremo con doverosa attenzione gli sviluppi delle indagini e della situazione. Siamo convinti che il nuovo gruppo dirigente dell’Arpac rafforzerà ancora di più l’impegno già in atto per tutelare l’interesse pubblico». La nota di Bassolino segue di poco il commento dell’assessore all’Ambiente Walter Ganapini, diffuso dall’Ufficio stampa della giunta. «L’Arpac è una struttura fondamentale per la tutela dell’ambiente campano e per lo sviluppo sostenibile. Per questo è importante che si faccia al più presto piena luce sulla vicenda giudiziaria in corso e che vengano chiarite tutte le responsabilità», sostiene Ganapini che aggiunge: «ribadiamo la massima fiducia nell’operato della magistratura».

tefice della caduta. «Alla politica – spiega il filosofo e politologo Biagio De Giovanni –non venne più assegnato il ruolo di progettare o più semplicemente di governare, ma quello di costruire un gigantesco sistema di potere». Nulla sfugge più a questa enorme macchina: il mostro si è esteso e consolidato. È caduta ogni e qualsiasi «separazione fra politica, economia e illegalità: il Pil prodotto dall’economia illegale è più alto di quello prodotto dall’economia legale». Nulla ha resistito alle relazioni pericolose fra politica e camorra. Gli intellettuali preferiscono tacere. «E cosa potrebbero dire? - osserva La Capria - ormai chi non si schiera viene emarginato».

tuali, dunque, impossibilità da parte loro di incidere, di dare colpi al «granitico sistema di potere bassoliniano». Uno dei migliori fra loro, Giuseppe Galasso da noi interpellato ha pre-

A Napoli dove per le elezioni del sindaco ci fu da parte di Marco Rossi Doria il tentativo di far uscire il dibattito cittadino dalla “morta gora”, le aggregazioni di allora si sono sfasciate. E gli uomini di cultura ora preferiscono occuparsi d’altro. Il silenzio nasce dalla disperazione, oppure dal fatto che anche alcuni di loro sono stati assorbiti nel sistema di potere attraverso il diabolico meccanismo delle collaborazioni, oppure perché, più semplicemente, si sono ritirati in casa esprimendo le proprie posizioni sui libri o sulle colonne dei giornali. Silenzio degli intellet-

ferito non rispondere: «Da parecchi anni – ci ha detto – non mi occupo più di politica. Preferisco non parlarne». Biagio De Giovanni, invece, definisce il clima che si respira a Napoli in modo allarmato e allarmante: «È come se non esistesse più l’opinione pubblica. Basti dire esemplifica - che, nonostante gli enormi disastri fatti da chi ha governato negli ultimi 15-20 anni, il candidato di Bassolino alle elezioni europee, tal Andrea Cozzolino, ha preso 150mila preferenze».

in un regime, dove «il bassolinismo - parole di De Giovanni - è diventata una scienza politica applicata». Ed è difficile sperare in un cambiamento. Il centrodestra che potrebbe vin-

RAFFAELE LA CAPRIA

Le discariche non funzionano ancora, l’inquinamento del territorio è terribile, in mare è stato scaricato di tutto

Insomma, la Campania e la sua capitale vivono immerse

cere le elezioni regionali, in questi anni ha giocato il ruolo di “scendiletto” della maggioranza al governo. Non un tentativo di prendere contatto con le forze sociali più vivaci, con il mondo delle competenze, con gli intellettuali. Niente di niente: solo subalternità. Da ultimo poi la candidatura di Consentino su cui pende il terribile sospetto di avere legami con la camorra, tanto da costringere Gianfranco Fini a stopparlo. Anche il probabile cambiamento, dunque, «non fa sperare nulla di buono», commenta De Giovanni. E Raffaele La Capria ricorda di non aver


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22 ottobre 2009 • pagina 5

Granata conferma: «C’è un dossier in Procura, candidatura inopportuna»

Dal Pdl smontano la tesi del Cosentino «vincente» Alle ombre giudiziarie si aggiungono altri dubbi: alle Provinciali di Caserta nel 2005 il sottosegretario fallì un’elezione scontata di Errico Novi

ROMA. Ha titolo Nicola Cosentino per accredi- Prodi. Nel 2000 l’esponente di area cattolica, tarsi come un «vincente»? Al di là dei dubbi per le sue vicende giudiziarie (che ieri nel Pdl sono stati risollevati sia dal fronte aennino con Fabio Granata che dai forzisti con Denis Verdini) c’è un precedente che gioca a suo sfavore sul piano strettamente politico. È quello delle elezioni provinciali del 2005, in cui il sottosegretario al Cipe venne scalzato di tre punti da un avversario sceso in campo a pochi mesi dal voto, Alessandro De Franciscis. Cosentino partiva da un vantaggio impressionante: i sondaggisti lo davano sopra il 60 per cento. In poche settimane quel distacco venne progressivamente eroso dal candidato del centrosinistra. Come? Con una martellante campagna sul «no ai casalesi», slogan che De Franciscis fece stampare su migliaia di manifesti. Il medico cattolico dell’Udeur non esitò in più di un comizio a rappresentare l’attuale coordinatore campano del Pdl come «espressione della società di Casal di Principe». Soprattutto sui casertani del capoluogo – anche su una parte di quell’elettorato moderato che era stato decisivo per la vittoria del centrodestra nelle due consiliature precedenti – quella definizione fece colpo. Al punto da provocare il rovesciamento di un risultato che fino a un mese prima del voto sembrava già scritto.

passato agli azzurri dal Cdu, si era confermato. Ma soprattutto, Ventre era un magistrato amministrativo, e professore universitario con triplice laurea, di ottima reputazione. A maggior ragione è risultata incomprensibile la sua mancata ricandidatura alle Europee del giugno scorso. Dal partito di maggioranza ricordano che «Ventre era stato il candidato più votato della Circoscrizione Sud, dopo Berlusconi, alle precedenti elezioni per l’Europarlamento, quelle del 2004: raccolse la bellezza di 86mila voti». Eppure «ha pesato di più il fatto che Cosentino lo considerasse un avversario: è questa la sola ragione per cui non è stato rimesso in campo», teorizzano dal Pdl dietro richiesta di anonimato. Riguardo alle chances di vittoria nella sfida per la presidenza della Regione, le stesse fonti notano che Cosentino potrebbe trovarsi in seria difficoltà «se il Pd gli opponesse un candidato libero dal peso della questione morale come l’anti-bassoliniano Vincenzo De Luca: al sindaco di Salerno, soprattutto se avesse dalla sua parte l’Udc, basterebbe andarsene in giro con l’autore di Gomorra Roberto Saviano per evocare la minaccia casalese e far breccia tra i moderati». E De Luca due giorni fa ha ricevuto una quasi investitura da Massimo D’Alema: «Bassolino appartiene a una stagione che si è chiusa, anche se va rispettato», ha detto l’ex premier nel corso di una sua visita in Campania, aprendo la strada al grande antagonista del governatore uscente.

D’Alema apre alla discesa in campo del sindaco di Salerno De Luca per il Pd. «E a lui basterebbe andare in giro con Saviano per battere Nicola», dicono i forzisti

Antonio Bassolino (sopra) e Nicola Cosentino (a destra) sono da anni al centro di contestazioni e sospetti. Nella pagina a fianco, le “vele” di Scampia, simbolo del degrado napoletano mai considerato “risolutivo” lo sgombro dei rifiuti fatto da Berlusconi: «È positivo naturalmente, ma occorrerebbe ben altro. Le discariche non funzionano ancora, l’inquinamento del territorio è terribile, in mare è stato scaricato di tutto. I napoletani hanno bisogno di qualcuno che dia loro fiducia e voglia di riscattarsi».

In quindici, venti anni si è bruciata la grande speranza ed è nato “un sistema di potere” che sconfina nell’illegalità. La «camorra – secondo De Giovanni – è diventata una realtà imponente, che nessuno ha più arginato». Questo «è stato reso possibile dalla fine dei partiti: il loro crollo, determinato da tantegentopoli, ha fatto sì che sul territorio non ci fosse più alcun presidio, una condizione favorevole al dilagare dei clan camorristici. Oggi, in alcuni quartieri di Napoli, ad esempio a Scarpia, sono loro a rendere possibile la sopravvivenza della gente meno abbiente, con tutto quello di drammatico che

ciò comporta». Non può mancare il raffronto con la Sicilia: ormai - secondo i nostri interlocutori - la camorra è diventato un problema più grave della stessa mafia siciliana. Anche se De Giovanni riconosce che il ministro Maroni sta ingaggiando la lotta contro il clan campani con grande serietà: «Forse il suo non avere alcun legame col territorio lo aiuta».

Più va avanti il racconto e più la Campania appare malata in tutte le sue parti: un morbo difficilissimo da aggredire perché la società ormai non produce anticorpi. Per La Capria «esistono al mondo tanti problemi irrisolvibili, la fame, la sovrappopolazione; per l’Italia Napoli è un problema irrisolvibile». Anche De Giovanni “vede nero”. Dietro l’angolo «non c’è niente di buono». Non si intravedono né le persone né i programmi per risollevare la Campania: una regione affondata dai suoi governanti, aiutati da tante, troppe complicità.

In quella occasione, fanno notare dal Pdl,Cosentino pagò anche uno scotto per aver prefigurato nei suoi interventi pubblici una «discontinuità» dal presidente uscente, Riccardo Ventre, che pure era del suo stesso partito, cioè di Forza Italia.Ventre godeva di una certa popolarità per essere riuscito a riportare la Provincia di Caserta sotto le insegne di centrodestra nel 1996, cioè nell’anno terribile, per i berlusconiani, della vittoria di Romano

Da anni il primo cittadino di Salerno è di fatto l’unico esponente campano del centrosinistra a mettersi apertamente in conflitto con Bassolino senza uscirne massacrato. Ha ottimi rapporti con D’Alema ma una vittoria di Dario Franceschini non lo prenderebbe in contropiede. La Campania non potrebbe non essere una passeggiata, per il Pdl, chiunque scenda in campo. Ieri hanno continuato a circolare i nomi di Pasquale Viespoli e Stefano Caldoro, ma soprattutto non si è placato il fronte finiano: «La candidatura di Cosentino è inopportuna», ha sentenziato Granata: il vicepresidente della commissione Antimafia ha anche attestato che il dossier depositato dal capo della Procura napoletana Giandomenico Lepore (e citato ieri da Repubblica) «conferma l’inopportunità della candidatura», per una serie «di questioni legate a ciò che emerge». A sua volta il Pd spinge per calendarizzare al Senato una mozione contro il sottosegretario presentata un anno fa. Ieri Cosentino ha insolitamente rilasciato una dichiarazione alle agenzie, su un argomento che non lo vede direttamente coinvolto, ossia la bocciatura della mozione sulla libertà di stampa a Strasburgo. Chissà se non è troppo tardi per guadagnarsi nel dibattito pubblico un ruolo che faccia ombra ai sospetti.


diario

pagina 6 • 22 ottobre 2009

Inversioni. L’associazione bancaria annuncia un piano straordinario per aiutare le famiglie più colpite dalla congiuntura

Mutui, l’Abi si scopre generosa

Al centro della piattaforma la sospensione per un anno delle rate di Francesco Pacifico

ROMA. Una piano per aiutare le famiglie più bisognose. In grado anche di far evaporare le continue accuse di Giulio Tremonti. Ieri il presidente dell’Abi, Corrado Faissola, ha avuto il via libera dal comitato esecutivo dell’associazione di lanciare un pacchetto destinato ai ceti più bisognosi, incentrato soprattutto sulla moratoria sui mutui, chiesto a settembre dall’associazione dei consumatori di Adiconsum. Dopo settimane di trattative le pressioni dei grandi istituti (IntesaSanpaolo) hanno avuto la meglio sulle resistenze delle piccole realtà e i timori di Bankitalia. Ma anche durante il direttivo dell’Abi che si è tenuto ieri a Milano, non sono mancate le richieste di chiarimento e i distinguo arrivati da alcuni banchieri. Racconta uno di loro: «Quella di ieri non è stata una vera discussione che entrata appieno nel merito della questione, per esempio non si è deciso il quantum dell’operazione. Di definitivo c’è soltanto il mandato dato a Faissola e al direttore generale, Giovanni Sabatini, di trattare con governo e associazioni dei consumatori». Quindi il lavoro di Faissola e Sabatini si prospetta complesso. Difficilmente gli istituti potranno accollarsi un’operazione di sospensione dei mutui, che, se spalmata tra tutti gli interessati (circa 110mila famiglie), costerebbe al sistema quasi 8 miliardi di euro. Non a caso al termine del direttivo dell’Abi che si è tenuto ieri a Milano, Faissola ha voluto sottolineare che «il “Piano famiglie” si pone l’obiettivo di definire un programma di sostegno delle famiglie che ren-

come si legge in una nota dell’Abi, «innalzare la sostenibilità finanziaria delle operazioni di credito alle famiglie, adottando una misura di sospensione dei rimborsi di mutui in essere per i nuclei in situazioni di difficoltà oggettiva»; quindi «gestire il confronto con i principali interlocutori pubblici e privati» per ottenere condizioni migliori; infine «coordinare e comunicare efficacemente gli strumenti di incentivazione già esistenti, molti dei quali costruiti in partnership con le pubbliche amministrazioni». Di conseguenza il primo step sarà quello di rendere omogenee ed estendere sul territorio le misure già prese dagli istituti per venire incontro alle categorie più colpite dalla crisi. Molte delle quali in collaborazione con enti locali, associazioni di categoria o curie.

ciazioni di categorie. Ma Faissola è riuscito comunque a fare passi da gigante, facendosi approvare dall’esecutivo dell’Abi quelle che saranno le linee guida del provvedimento.

È stato deciso che la moratoria partirà da gennaio 2010, e che la sospensione delle rate durerà 12 mesi. Soprattutto è stata delineata la platea degli interessati: cittadini che hanno perso il loro posto da di-

L’iniziativa partirà da gennaio 2010. Beneficiari i disoccupati e i cassintegrati. Faissola e il Tesoro trattano su come ammortizzare i costi delle misure da più generali ed omogenei i diversi interventi che sul territorio sono stati realizzati dalle banche nostre associate». Quindi «la finalità è fare un quadro generale delle iniziative per le famiglie in difficoltà che già sono state oggetto di altri interventi». Di conseguenza, l’operazione non è stata ancora definita. E potrà esserlo soltanto dopo le trattative con governo e asso-

pendente, indipendentemente se con contratto a tempo indeterminato, a termine, parasubordinato o assimilato; partite Iva che hanno visto cessare la loro attività autonoma; nuclei familiari che perso il componente che era il percettore del reddito di sostegno; lavoratori interessati da processi di cassa integrazione. Tre i livelli sui quali si articola il Piano famiglie. Innanzitutto,

Positivo il terzo trimestre. Domanda in calo nel 2009

La Fiat resiste alla crisi ROMA. Gli analisti si aspettano numeri peggiori. Fatto sta che il gruppo Fiat è riuscito a chiudere il terzo trimestre 2009, quello che più ha risentito della crisi, con una performance tutto sommato positiva. Dovuta, va da sé, anche ai contributi statali per la rottamazione. I numeri approvati ieri dal Cda dell’azienda dicono che l’utile della gestione ordinaria ha raggiunto quota di 308 milioni di euro «nonostante l’estrema debolezza del contesto economico globale» e grazie al «contributo positivo di tutti business». La crisi si fa sentire sui ricavi: attestati nel terzo trimestre a 12 miliardi di euro, con un calo del 15,9 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Dal Lingotto fanno notare che «il margine sui ricavi, pari al 2,6 per cento, è il mi-

gliore dell’anno, in un trimestre, il terzo, che tipicamente presenta una redditività più bassa». Il risultato netto invece è stato positivo per 25 milioni di euro (dai 468 milioni del terzo trimestre 2008). Stabile anche l’indebitamento netto industriale a 5,8 miliardi di euro (da 5,7 mld alla fine del secondo trimestre 2009). La liquidità è salita a 8,4 miliardi di euro (6,4 alla fine del secondo trimestre) grazie alle tre emissioni di bond «concluse con notevole successo».

A tranquillizzare i mercati anche il fatto che l’azienda ha confermato i target per l’anno in corso. Preoccupa invece l’annuncio che «la domanda globale dei prodotti Fiat diminuirà del 20 per cento circa rispetto al 2008». Tendenza che avrà non pochi riflessi sulla pianta occupazionale.

La lista è lunga e comprende estensioni e sospensioni dei mutui, rinegoziazioni a condizioni agevolate, anticipi della cassa integrazione, fondi per microprestiti o libretti di risparmio a interessi superiori alle medie mercato. Soluzioni e prodotti che di solito si applicano alle famiglie con un reddito contenuto (massimo 25mila euro lordi) e figli a carico, nelle quali si registrano casi di licenziamento o di Cig. Ma per fare un salto di qualità, ampliare la platea dei beneficiari della sospensione, le banche si aspettano aiuti dal governo. Intanto per sostenere finanziariamente l’operazione, visto che parliamo di circa 110mila soggetti interessati con un’esposizione complessiva da 8 miliardi di euro. Con un rafforzamento patrimoniale alle porte, gli istituti farebbero fatica ad accollarsi il costo degli interessi e delle commissioni mancanti. A meno che il governo non si mostri generoso sull’ammortamento delle sofferenze. Giulio Tremonti aveva legato questa possibilità, e i conseguenti sgravi fiscali, all’adesione dei suoi Tre-bond. Che invece i due maggiori istituti nazionali, IntesaSanpaolo e Unicredit, hanno respinto al mittente. Senza dimenticare che da tempo banche ed esecutivo litigano sul fondo di 20 milioni istituito da Prodi per agevolare l’accesso al credito e congelato da Tremonti.


diario

22 ottobre 2009 • pagina 7

Per il momento, gli unici a farsi vivi sono degli ex poliziotti in pensione

Per Mancino anche Napolitano ha espresso preoccupazione

Ronde flop: a Milano soltanto un’iscrizione

Caso Mesiano, il Csm contro il premier e Canale 5

MILANO. Poliziotti in pensione:

ROMA. Le dichiarazioni del

almeno per il momento, sono solo loro che aspirano a fare le ronde notturne nelle strade di Milano. A oltre due mesi dall’approvazione del pacchetto sicurezza, infatti, l’associazione Poliziotti Italiani è stata l’unica ad aver bussato alle porte della Prefettura chiedendo di essere inserita nell’elenco dei volontari della sicurezza. Un’organizzazione composta esclusivamente da ex appartenenti alle forze dell’ordine ora in congedo, che peraltro ha già vinto un appalto del Comune di Milano per pattugliare alcune zone periferiche del capoluogo lombardo.

premier Silvio Berlusconi e quelle rilasciate da esponenti di centrodestra, oltre al video diffuso da Canale 5 del giudice Raimondo Mesiano, «destano allarmata preoccupazione» perché rischiano di «produrre oggettivamente una forma di condizionamento per ciascun magistrato, nell’esercizio della funzione giurisdizionale, in particolar modo allorquando si tratti di decidere controversie nelle quali siano parti, soggetti di rilevanza istituzionale ed economica». Lo ha sottolineato il Csm nella delibera approvata dalla Prima Commissione sul caso Mesiano. Nel documento della Commissione si riportano le parole pronunciate dal pre-

A Milano le ronde, dunque, non decollano. Anzi, il fiore all’occhiello del cosiddetto pacchetto sicurezza rischia di essere un fallimento proprio perché Milano è una delle tradizionali roccaforti del centrodestra e della Lega Nord. Il paradosso è che a luglio erano state davvero numerose le associazioni pronte a scendere in campo e a istituire ronde per la sicurezza. E in piena sintonia con il Viminale, il vicesindaco Riccando De Corato aveva affidato il pattugliamento delle metropolitane milanesi ai «Blue Berets». Una sperimentazione che si è bruscamente interrotta dopo le polemiche legate dall’iscrizione del presidente dell’associazione al nuovo Movimento sociale italiano.Anche per evitare commistioni politiche era sorta, a due passi dal quartiere generale del Carroccio di Via Bellerio, una vera e propria scuola per la formazione dei «volontari della sicurezza». Ma, a parte gli ex poliziotti, da allora il registro della Prefettura è rimasto bianco. A presidiare il territorio continueranno comunque i «City Angels», che però non chiederanno nessun accreditamento in Prefettura ribadendo in questo modo il carattere di assistenza sociale dei propri interventi.

«Metteremo i Verdi al Centro della politica» Bonelli, il nuovo presidente, rompe con Vendola di Francesco Capozza

ROMA. Da poco meno di una settimana è il nuovo presidente dei Verdi avendo battuto, contro ogni previsione, la mozione Francescato/De Petris, ma ha già le idee molto chiare su come riformare il partito del “sole che ride”. «Come primo atto politico abbiamo ritirato la nostra presenza dal cartello elettorale di Sinistra e Libertà (il partito fondato dal governatore pugliese Nichi Vendola dopo l’ennesima scissione di Rifondazione comunista n.d.r.), una svolta storica ma con un significato politico ben preciso» afferma Angelo Bonelli, neo presidente deiVerdi, molto vicino all’ex ministro Pecoraro Scanio. Presidente Bonelli, la rottura immediata dell’alleanza con Sinistra e Libertà ha un peso politico interno al vostro partito di notevole rilievo, ci vuole spiegare i motivi di questa scelta? All’Assemblea nazionale che si è tenuta dal 9 all’11 ottobre scorsi a Fiuggi si contrapponevano due alternative concrete per il futuro del partito. Una di queste proponeva che il movimento politico si sciogliesse e confluisse in Sinistra e Libertà, l’altra, che sosteneva me, era per una netta inversione di marcia, con una nuova collocazione politica. Ha vinto la seconda ed è parso a tutti doveroso fare immediatamente la scelta per la quale la mia mozione ha prevalso su quella della De Petris. La prima direzione nazionale del partito della mia presidenza ha pertanto confermato la decisione di rompere l’alleanza con Sinistra e Libertà. Questa scelta avrà ripercussioni anche a livello locale? Intendo dire: vi terrete le mani libere anche in Puglia laddove Vendola fosse ricandidato governatore? Il fatto di essere usciti da un’alleanza organica a livello nazionale non comporta che non si possano farne a livello locale anche con Sinistra e Libertà. Comunque, noi presenteremo nostre liste ovunque, riservandoci di scegliere caso per caso quale candidato sostenere. Appoggereste anche un candidato di centrodestra se vi convincesse? Guardi, ho detto molte volte in questi giorni che quest’Assemblea nazionale è stata la più impor-

tante della storia del nostro partito dopo quella, nel 1986, in cui nacque in Italia il primo partito ambientalista su modello dei Verdi europei. A noi serviva una svolta e io ho tutta l’intenzione di darla. È finita l’epoca in cui l’equazione Verdi uguale Sinistra era data per scontata. Però non ha risposto alla mia domanda: appoggereste anche un candidato di centrodestra? Il congresso ha deciso che si doveva aprire una nuova fase per i Verdi, partendo da una ricollocazione nella società italiana. Vogliamo che l’ecologia, e non solo, abbiano una posizione centrale, ma non centrista nei progetti politici del Paese. Dialogheremo, certamente, anche con l’elettorato moderato e con quello di centrodestra, anche se con l’attuale governo mi sembra abbastanza difficile una posizione comune. Alle regionali, lo ripeto, valuteremo caso per caso. Sì, anche ipotetiche alleanze con il centrodestra, se fosse più sensibile alle questioni ambientaliste. Quindi con il governo Berlusconi nessun dialogo? Non ho detto questo. Dico, però, che l’attuale governo è forse il più lontano di sempre dalla nostra visione sulle politiche ambientaliste. C’è una vera e propria emergenza democratica ed ambientale provocata da questo esecutivo. Ogni anno in Italia muoiono 7000 persone per gli effetti dello smog e il governo come investe miliardi? Costruendo il ponte sullo Stretto di Messina che, francamente, tutto è meno che una priorità in uno Stato che ci frana concretamente sotto i piedi. Rimanete contrari, quindi, al ponte sullo Stretto? Certamente, e profondamente delusi dalle parole del ministro Matteoli. Massimo D’Alema in una recente intervista ha citato nuovamente Pecoraro Scanio come una delle concause della caduta di Prodi. Che ne pensa? Vorrei solo dire che Pecoraro è l’unico che si è veramente ritirato dalla politica attiva, affrontando anche la Giustizia, altri, invece, mi pare rimangano saldamente ancorati alla poltrona.

«In vista delle Regionali, siamo pronti ad alleanze con chiunque voglia affrontare l’emergenza ambientale»

mier in una trasmissione televisiva, quando disse di ritenere che il giudice Mesiano «di estrema sinistra» era stato «fortemente influenzato esternamente» e nella sua sentenza c’erano «le impronte digitali della Cir». Si ricorda anche la considerazione successiva di Berlusconi che presto sul magistrato milanese ne sarebbero venute fuori «delle belle». La commissione mette in relazione temporale quest’ultima dichiarazione con «l’illecita intrusione nella sfera privata del magistrato», con cui allude al video mandato in onda su Canale 5 in cui si definiva Mesiano «stravagante» anche per il fatto di indossare calzini turchesi.

Il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, ha riportato in aula il parere di Giorgio Napolitano: «Il presidente della Repubblica è consapevole delle inquietanti connotazioni della vicenda» ha dichiarato. «Ho informato Napolitano della scelta di trattare con procedura d’urgenza la pratica a tutela del giudice Raimondo Mesiano» ha detto Mancino aprendo i lavori del plenum. «Il presidente ha aggiunto - si è mostrato consapevole delle inquietanti connotazioni della vicenda e del fatto che in base ad esse la pratica a tutela è stata aperta».


politica

pagina 8 • 22 ottobre 2009

Sfide. Diffuso in rete un testo della direzione del partito che chiede un cambiamento radicale nella politica economica

Guerra a Tremonti Liberismo, riduzioni fiscali e riforme: ecco il documento del pdl contro il superministro di Francesco Capozza

ROMA. Che Giulio Tremonti fosse uno dei ministri più discussi e in un certo senso “odiati” dell’attuale governo era cosa nota, ma che si stia creando una vera e propria fronda interna al Pdl contro il super ministro è una notizia. Da giorni si parlava di un fantomatico documento conservato non si sa bene in quale cassetto di una scrivania di via dell’Umiltà e che avrebbe contenuto un programma economico del partito di maggioranza relativo in netto contrasto con quello del titolare dell’Economia. Di più, quelle linee economiche anti-tremontiane, sarebbero state concepite sotto forma di vero e proprio decalogo. Dieci punti per rivoluzionare la politica del governo o dieci motivi per far dimettere il ministro? Una notizia da sobbalzare sulla sedia, ancorche senza “pezze d’appoggio”. Che invece sono venute fuori ieri pomeriggio, forse per mano dello stesso redattore ignoto di quei dieci punti: di fatto, quel documento c’è, ed è possibile scaricarselo comodamente da qualsiasi computer con un’accettabile connessione internet. In tanti si saranno domandati fin dall’inizio chi possa aver scritto quei dieci punti, un decalogo che potrebbe creare non poche grane all’attuale assetto di governo. Tremonti d’altronde si sa, gode della stima e della fiducia di Umberto Bossi, ma negli ultimi tempi si è molto avvicinato ad alcune personalità di spicco dell’ex Alleanza nazionale come il sindaco di Roma Gianni Alemanno e, dicono, anche al presidente della Camera Fini. Già, proprio quel Gianfranco Fini che da ministro degli Esteri e vicepremier nel precedente esecutivo guidato dal Cavaliere aveva puntato i piedi perché Tremonti fosse cacciato dalla compagine di quel governo. Sono cose della vita, direbbe un noto cantante eppure romano, adesso a far quadrato attorno al titolare della scrivania di Quintino Sella sarebbero gli antichi nemici aennini (oltre a tutti i colonnelli della Lega), mentre a

fargli la guerra sarebbe una nutrita pletora di ex forzisti. Chi, dunque, ha lanciato il guanto della sfida al fiscalista più noto d’Italia? Chi ordisce quella trama contro il ministro da molti ritenuto intoccabile (lo stesso Berlusconi in varie occasioni avrebbe detto a più di un interlocutore che «Giulio ha un pessimo carattere, ma non possiamo fare a meno di lui»)?

I rumors parlano insistentemente di Verdini e Cicchitto. Proprio Cicchitto, ieri, ha diffuso una nota di inusitata durezza: «Ri-

Il ministro Tremonti è sotto attacco nel Pdl: contro di lui sono scesi in campo il coordinatore del partito Denis Verdini, i ministri Sacconi e Brunetta e il capogurppo alla Camera Fabrizio Cicchitto

Già da qualche giorno circolava la voce di un vero e proprio decalogo per condizionare le scelte future di via XX Settembre. E s’erano infittite le uscite critiche di Brunetta e Sacconi spetto alla polemica aperta da una frase del ministro Tremonti, la questione va ricondotta ai suoi elementi reali. L’economia globalizzata ha provocato vicende assai diverse: ora il vero problema è la gestione della flessibilità». Ma forse dietro al decalogo ci so-

no anche quei colleghi di governo come Claudio Scajola, Maurizio Sacconi o Renato Brunetta che ambirebbero non poco ad una promozione in via XX settembre al posto dell’odiato Giulio da Sondrio? Chissà, sta di fatto che i suddetti ministri da tempo

non evitano stilettate al collega dell’Economia, come nel caso dell’ultimo dietrofront di Tremonti sulla mobilità lavorativa. «È necessario contemperare le diverse esigenze per poi ammettere che il mondo delle imprese ha bisogno di una quota di flessibilità che gli consenta di competere» era stato il commento del ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola subito dopo la sortita tremontiana. «Si tratta di una tempesta in un bicchier d’acqua, perché Tremonti

dice una cosa ovvia» aveva fatto eco il titolare del Welfare, Maurizio Sacconi. Più duro il nemico di sempre di Giulio, il titolare della Funzione Pubblica Brunetta: «quella di Tremonti è una soluzione del Novecento che non va più bene in questo secolo». Posizione che fa il paio con quella di Confindustria: «la cultura del posto fisso – sono parole del presidente Emma Marcegaglia – è un ritorno al passato non possibile e che in questo paese ha creato problemi». Tutte posizioni anti-

I punti più rilevanti del testo: quasi un manifesto alternativo per l’esecutivo

L’accusa: troppe tasse e poco mercato Riprendiamo alcuni stralci del documento “anti-Tremonti” che circola negli ambienti vicini al PdL da alcuni giorni e che ieri è stato pubblicato dal sito internet Notapolitica.it.

1. Riduzione delle tasse La prima iniziativa da intraprendere è una immediata e consistente riduzione dell’imposta di reddito delle persone fisiche; riduzione da inserire in un percorso, graduale ma annunciato fin da subito nei tempi e nei modi, che conduca alla realizzazione di quelle due sole aliquote a suo tempo promesse (...).

2. Debito pubblico e pensioni (...) La riduzione dell’Ire produrrà un aumento del deficit pubblico. Che andrà compensato, almeno in una prospettiva di medio-lungo periodo con un graduale innalzamento dell’età pensionabile per uomini e donne, nel settore pubblico e privato (...).

sione un forte e immediato programma di investimenti pubblici, che aiuti a sostenere l’economia almeno fin quando riprenderanno gli investimenti privati (...).

4. Energia nucleare In particolare è possibile dare impulso deciso alla produzione di energia elettrica da impianti nucleari. La tecnologia è disponibile. (...) Le stesse preclusioni di una parte di opinione pubblica ed enti locali stanno venendo meno. Ne trarrà beneficio la competitività del Paese.

5. Piano casa (...) Non ci sono più scuse per una pronta realizzazione di un vasto programma di edilizia pubblica a sostegno delle famiglie più in difficoltà e delle nuove coppie.

3. Investimenti pubblici

6. Infrastrutture

Anche nell’attuale fase di timida ripresa economica, si conferma una dinamica stentata degli investimenti privati. È questo il momento per avviare con deci-

(...) È necessario accelerare tutti gli investimenti infrastrutturali pubblici. Anche in questo caso si produrrebbe un rigonfiamento immediato del deficit pubblico. Ma non dovrebbe essere difficile convincere i mercati delle bontà dell’operazione,


politica

tremontiane che fanno pensare che la sua poltrona abbia cominciato a traballare. Cosa è cambiato dentro il governo? Cosa sta succedendo all’interno del Pdl? Quali sono le correnti di pensiero sui temi economici che hanno portato qualcuno a redigere quei pesantissimi dieci punti che porteranno, c’è da crederlo, ad una scontro interno che qualche testa, se non quella dello stesso Tremonti, farà certamente saltare?

Non c’è bisogno di scorrere più di tanto quelle anonime proposte per strabuzzare gli occhi e pensare al tremonticidio, basta soffermarsi, per esempio, sul

primo punto, “abbassamento delle tasse”per capire che trattasi di uno scherzo ovvero proprio di un gancio nello stomaco del ministro dell’Economia. «Immediata e consistente riduzione del reddito sulle persone fisiche (Ire)», inizia così il decalogo anti-Giulio. Se non fosse certa la provenienza di quel documento - quel fantomatico cassetto di via dell’Umiltà - verrebbe da domandarsi se quelle righe non siano state vergate dalla mano di Pietro Ichino o, peggio, dal vituperatissimo Vincenzo Visco, quello che il centrodestra chiamava “il vampiro”dell’Economia italiana. Punto due: debito “pubblico e riforma presidenziale”, niente in linea con il Tremontipensiero. Punto tre: “investimenti pubblici”, idem come sopra. Punto cinque: “piano casa”, non dite a Tremonti che… e così via fino al decimo punto. Un vero e proprio fiume di inchiostro che ha reso visibile la faglia che si sta aprendo tra tremontismo e berlusconismo. Se il secondo dovesse vincere sul primo vorrebbe dire che il Pdl ha deciso di fare Economia senza Tremonti e questa sarebbe già una rivoluzione copernicana rispetto a quando il sole di Giulio non smetteva mai di splendere. A questo punto appare evidente quello che tutti sanno da tempo: è iniziata la corsa al dopo Berlusconi e siccome il ministro dell’Economia, forte anche di un particolare legame con Gianni Letta, è tra quella ristretta cerchia di papabili che fa paura, i suoi nemici hanno iniziato ad affilare le armi con l’obiettivo di impedirgli la volata (lunga) alla successione di Silvio. Come al solito adesso la palla passa nelle mani del premier, sarà lui a decidere se la cospirazione dovrà avere buono o cattivo esito per Tremonti.

ove si presenti un programma che porta ad anticipare spese infrastrutturali già previste (...).

7. Contenimento della spesa Al rilancio della spesa per investimenti deve accompagnarsi un deciso contenimento della spesa corrente. A partire dai costi della politica; quelli diretti (...), ma anche quelli indiretti (...).

8. Aiuti alle imprese La ripresa non potrà decollare senza un adeguato sostegno del sistema creditizio. Ma qui occorre una svolta decisiva rispetto alle politiche e agli annunci recenti. Se sono le imprese ad aver bisogno di aiuto, non ha senso proporre aiuti alle banche, nella speranza che queste poi aiuteranno le imprese (...).

9. Rapporti con il mondo bancario È del tutto controproducente minacciare le banche con l’istituzione di nuove banche pubbliche (...). Servono invece buone banche private, in concorrenza fra loro; serve una disciplina severissima che contrasti eventuali accordi a cartelli (...).

10. Riforme Il nuovo impulso alla politica economica deve accompagnarsi a una azione riformatrice più vasta, anch’erra capace di importanti effetti economici. La riforma della giustizia (...) è suscettibile di importanti effetti positivi sul mondo delle imprese oggi condannate alla incertezza permanente riguardo la capacità di far valere i propri diritti. Riforme istituzionali che accrescano la forza e l’efficacia dell’azione di Governo (...) saranno in grado di ridurre l’incertezza sulle politiche future; e l’incertezza è il peggior nemico della crescita economica.

22 ottobre 2009 • pagina 9

Anche la Costituzione indica la necessità di un aggiornamento

Il lavoro è cambiato, il welfare ancora no di Francesco D’Onofrio i parla con intensità crescente di riforme costituzionali, per tali ritenendosi prevalentemente quelle concernenti il sistema di governo nazionale. Non sembra che si presti adeguata attenzione al fatto che, dalla Costituzione originaria ad oggi, è stato invece proprio il tema del lavoro ad essere determinante. Esso infatti rappresentava e continua a rappresentare profili rilevantissimi anche costituzionali in ordine alla acquisizione del lavoro medesimo, alle vicende che lo concernono durante lo svolgimento dell’attività lavorativa, e alla conclusione di esso.

S

È invero di comune constatazione il fatto che proprio in ordine al lavoro si sono svolte considerazioni anche costituzionali sia per quel che concerne la natura pubblica o privata del lavoro medesimo, sia la distinzione tra attività professionale libera e attività lavorativa dipendente. Si può pertanto affermare che nel patto costituzionale originario il lavoro, in tutte le sue forme, ha formato oggetto di disciplina costituzionale tendenzialmente favorevole al lavoro dipendente (come dimostra in particolare l’espressione «lavoratori» di cui all’articolo 3), lasciando in qualche misura in ombra la disciplina da riservare alle professioni liberali, per non parlare delle attività professionali diverse da quelle storiche. La concreta esperienza plurisecolare aveva infatti finito con l’enucleare le professioni liberali fra tutte le attività private, come risulta in particolare dall’articolo 33 della Costituzione, che prevede espressamente un esame di Stato di abilitazione all’attività professionale medesima. Le professioni di cui sembrava consapevole il costituente di allora erano pertanto quelle che nel corso dei secoli avevano dato vita agli ordini professionali in un’ottica che era ad un tempo di garanzia per l’utente, e di tutela per gli appartenenti all’ordine medesimo. Si trattava – allora – di professioni liberali sostanzialmente ereditarie dal punto di vista familiare ed elitarie dal punto di vista professionale. Si trattava in particolare del compimento di studi universitari che all’epoca erano sostanzialmente preclusi a chi non proveniva da famiglie di laureati o di benestanti.

conseguenti alle profonde trasformazioni del sistema produttivo nazionale. Dal punto di vista ordinamentale (a dimostrazione della necessità di una nuova disciplina costituzionale delle professioni medesime), ha rilievo l’attuale articolo 117 della Costituzione – approvato nel 2001 quale parte del cosiddetto Titolo V della Costituzione – in base al quale la competenza legislativa concernente le professioni – e non più le professioni liberali soltanto – spetta allo Stato e alle Regioni secondo il principio della concorrenza della potestà legislativa, salvo che «per la determinazione dei principi fondamentali», per i quali la competenza è riservata alla legislazione dello Stato. Qualora si consideri il rilievo essenziale che il lavoro ha avuto nella formulazione originaria della Costituzione, è pertanto di tutta evidenza che siamo in presenza di una radicale incertezza costituzionale in ordine alla materia del lavoro, a differenza di quanto era dato di constatare all’origine della Costituzione medesima.

Anche l’Italia infatti sta diventando in qualche modo sempre più l’Italia delle professioni, per tali intendendosi sia quelle più antiche disciplinate dagli ordini professionali, sia quelle più moderne scaturite dalle profonde trasformazioni del sistema produttivo nazionale. È pertanto auspicabile che, se si porrà seriamente mano ad una riforma della Costituzione, non si potrà prescindere dalla ricerca di una sistemazione nuova e significativa delle professioni medesime: si tratta infatti di una fondamentale riforma costituzionale, più significativa per la vita quotidiana degli italiani delle riforme concernenti i cosiddetti rami alti della costituzione. La vecchia idea di lavoro che il costituente aveva, infatti non corrisponde più quasi per nulla alla diffusione sempre più crescente delle professioni tutte nella vita produttiva italiana. Disciplina tributaria generale (le professioni si svolgono prevalentemente da parte di chi è titolare una partita Iva); sistemi regionali e nazionali di formazione professionale, distinte sia dalla formazione universitaria necessaria per le antiche professioni liberali, sia dalla attuale formazione regionale che concerne le arti e i mestieri; sistema pensionistico, che dovrà sempre più tener conto del fatto che si è lavorato e non del come si è lavorato: in questo nuovo contesto non ha rilievo conclusivo anche la recente affermazione del ministro Tremonti, che ha mostrato di preferire il lavoro a tempo indeterminato al lavoro saltuario.

È sbagliato pensare solo alle formule di governo quando si parla di revisione della Carta

Nel corso dei molti anni trascorsi dal testo originario della Costituzione ad oggi sono intervenute due modifiche sostanziali: l’una di carattere sostanzialmente sociologico; l’altra di natura ordinamentale. Dal punto di vista sociologico abbiamo assistito anche in Italia alla progressiva esplosione anche numerica delle antiche professioni liberali e contemporaneamente all’emersione di attività professionali molteplici, non più regolate da albi professionali perché

Si tratta dunque di riconsiderare a fondo l’intero sistema previdenziale e di welfare che abbiamo sino ad ora posto a fondamento delle scelte di politica economica e sociale.


panorama

pagina 10 • 22 ottobre 2009

Linguaggio. Breve appello ai politici moderati affinché si ritorni a una tradizione dialettica e dialogica

La cultura come antidoto alla volgarità di Franco Ricordi azzardato bipolarismo delineato dall’attuale legislatura ha di fatto portato a quella che è stata giustamente definita da liberal come una dittatura della volgarità: destra e sinistra hanno creato sempre più un clima infinito di rissosità velenosa, che ormai sembra irrecuperabile, a spese della nostra stessa realtà politica. Ed è qui che crediamo subentri la specifica questione culturale del nostro Paese; la dittatura della volgarità di cui sopra è infatti determinata da una fondamentale assenza di progettualità culturale nella politica italiana.

L’

La sinistra è infatti arenata nella sua storica è ormai più che tarda pretesa di egemonia sulla cultura, la destra non è mai stata in grado di rispondere e, se lo fa, tira fuori le argomentazioni più insulse e poco proficue: si veda la polemica scattata un mese fa con il ministro Brunetta presso la Biennale di Venezia. Pertanto voglia-

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

mo sottolineare come il problema culturale, che stiamo da tempo proponendo all’attenzione della politica centrista, non sia finalizzato solo alla cultura (che comunque già sarebbe un assai importante investimento, anche a livello di fondamentale considerazione europea del problema).

passa poi per alcuni dei più grandi poeti, filosofi e pensatori politici italiani ed europei. E in questo manca all’Udc una specifica presa di posizione, che potrebbe e dovrebbe inaugurare senza difficoltà; priva di questa identità culturale essa rischia di risultare ancorata ad una tradizione antica, quanto

Destra e sinistra hanno creato sempre più un clima infinito di rissosità velenosa, che ormai sembra irrecuperabile, a spese della nostra stessa realtà Si tratta in realtà oggi di una irrinunciabile questione politica: di una politica che sia essa stessa, anzitutto, cultura della politica, ovvero – e qui è la nostra proposta – politica culturale moderata, moderatismo. Ci sembra peraltro che l’Udc stenti a trovare ovvero a realizzare e “far proprio” quello che nei fatti in qualche modo possiede già: una lunga tradizione di cultura politica essenzialmente dialettica e dialogica, che se risale a Don Sturzo per quel che riguarda la storia del XX secolo, non può fare a meno di considerare proprie radici nell’Italia di Dante, e che

ormai desueta, per la quale la Democrazia cristiana ha sostanzialmente lasciato, in maniera forse anche connivente, che le questioni culturali e artistiche fossero sostanzialmente patrimonio politico del Pci e della Sinistra storica.

Ma oggi, a venti anni dal crollo del Muro di Berlino, una simile prospettiva è impensabile, e anche poco proficua: lo si è visto e lo si vede sempre più per quello che concerne la preparazione per le celebrazioni del 2011, anniversario dell’Unità d’Italia. Se insomma ai nove punti del programma del-

l’Udc (famiglia, vita, scuola eccetera) si potesse aggiungere una decima questione che riguardi la Cultura, ovvero la libertà culturale, crediamo che non ci sarebbe nulla di perso. Anzi, ci sarebbe molto di guadagnato!

E non soltanto per una moltitudine di personalità del mondo della cultura, dello spettacolo e delle arti che, deluse dalla Sinistra, si stanno avvicinando e ancor più potrebbero tenere in considerazione il Centro moderato. Ma soprattutto per una identità culturale della stessa realtà politica di centro che, sicuramente, va coltivata nella sua quintessenza. Nessuno vuole suggerire ideologie o prescrizioni ad una realtà, quella moderata, che si trova già sulla giusta via politica: ma è pure vero che essa non ha ancora compreso sufficientemente come realizzare la propria peculiarità culturale, e farne una fondamentale arma per una essenziale battaglia politica. È questo che proponiamo con urgenza (scripta manent), a scanso di chi non potrà più controbattere «nessuno ci aveva pensato».

Un libro sul caso drammatico dei relitti carichi di rifiuti pericolosi

La Calabria s’è persa in un mare di veleni il 2004 quando un pentito di ‘ndrangheta consegna alla direzione nazionale antimafia un voluminoso dossier scritto di suo pugno, dove parla di traffici legati allo smaltimento di rifiuti tossici e radioattivi in cui è implicata la ‘ndrangheta e i servizi segreti più o meno deviati. Il pentito apre scenari da spy story in un intreccio complicatissimo tra malavita, misteriosi uomini d’affari, servizi segreti, compiacenze di Stato. Un intreccio che porta alla morte della giornalista del Tg3, Ilaria Alpi, e a quella sospetta del capitano di corvetta, Natale De Grazia. Nessuno crede fino in fondo a questi racconti a eccezione delle associazioni ambientaliste. Gli indizi sono molti e i dubbi aumentano quando sulla costa di Amantea spiaggia una delle presunte navi a perdere, l’ex Jolly Rosso. Si aprono inchieste che, però, vengono tutte archiviate. Fino a quando la Procura di Paola non scopre la carcassa di un vecchio mercantile al largo del Tirreno cosentino, nel punto esatto indicato dal pentito. «Sono stato io a farlo saltare in aria - aveva detto il pentito - conteneva 120 fusti di rifiuti radioattivi». Le navi dei veleni di Massimo Clausi e Roberto Grandinetti, pubblicato da Rubbettino,

È

uscirà il prossimo 28 ottobre. Parla di uno scandalo di cui, finora, nessuno ha voluto parlare: il Tirreno calabrese è avvelenato. Ma non solo il mare.

A Cetraro il sottosegretario all’Ambiente, Roberto Menia, è stato assediato dai pescatori che protestano perché nessuno compra più pesce per paura. L’Arpac promette che lunedì prossimo, dopo 19 anni, cominceranno seriamente le ”operazioni di terra”, a caccia dei veleni seppelliti, qua e là, nel territorio calabrese. S’inizierà, a quanto pare, dalla foce del fiume Oliva, nella zona di Foresta Aiello, comune di Serra d’Aiello, provincia di Cosenza, dove sarebbero sepolti i rifiuti radioattivi e tossici trasportati dalla nave ex Jolly Rosso nel 1990. A Roma si è svolta una riunione negli uffici del Servi-

zio Interdipartimentale per le Emergenze Ambientali dell’Ispra (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) per la presentazione della bozza del “Piano di caratterizzazione” - cioè di analisi e bonifica - nelle aree del fiume Oliva, nei Comuni di Serra D’Aiello ed Aiello Calabro in provincia di Cosenza. Si comincerà a scavare su una collinetta a monte della ”briglia”, una struttura in cemento che serve, normalmente, per frenare il corso dei torrenti, ma che in questo caso sembrerebbe essere stata più utile a chi in quella specie di diga ha nascosto materiale tossico o radioattivo.

Il sentore che alla foce di quel fiume qualcosa di pericoloso fosse stato sepolto dopo il sospetto ”spiaggiamento”

della ”Rosso” cominciò a sorgere già nel giugno del 2003. Fu quando la Procura di Lamezia Terme trasmise l’indagine a quella di Paola, per competenza territoriale e maturò, in particolare, quando si scoprì un altro scavo nella zona di Serra d’Aiello, fatto dalle maestranze della nave, secondo alcune testimonianze. Quello scavo si aggiungeva ad un altro autorizzato nella discarica di Grassullo (sempre nei pressi di Amantea) per seppellire il carico “ufficiale” della “Rosso”. I dati di fatto in mano a diverse Procure italiane (calabresi, pugliesi, toscane e lombarde) dicono, insomma, che l’avvelenamento sistematico del mare lungo i 700 chilometri della costa tirrenica calabrese e del suo immediato entroterra è avvenuto finora, non solo nell’assoluta impunità dei responsabili, ma senza che neanche una delle decine di navi affondate, dette “a perdere”, sia stata individuata o ispezionata. Ora qualcosa si muove. La nave italiana Rosso, oltre alle 16 persone dell’equipaggio, aveva un carico ufficiale che sarebbe stato composto da nove containers con 23.325 tonnellate di nylon; 75.465 di tabacco; 70 tonnellate di prodotti da bevande. Ora la verità, è il caso di dire, sta venendo a galla.


panorama

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Primarie. Lodo Scalfari o no, l’ex braccio destro di Veltroni è riuscito a mescolare tutte le carte del Pd attraverso il “suo” terzo uomo

Ecco come Bettini creò “Marino il fantasista” di Antonio Funiciello odo o non lodo, contro ogni pronostico Goffredo Bettini è riuscito a stare nella partita congresso da protagonista. Non era facile per uno come lui, legato a Veltroni a doppio nodo, smarcarsi in tempi brevi per giocare la sua mano al tavolo principale. Ci voleva fantasia e scaltrezza, e Bettini ha mostrato di averne inventandosi il terzo uomo Marino. Di Bettini è pure il libro più interessante (Pd anno zero) pubblicato da Gaffi in questi giorni, in una fiumana di titoli targati Pd, non tutti propriamente destinati a lasciare il segno. Quando Veltroni era ancora al Nazareno sotto il fuoco amico di Massimo D’Alema, Bettini era stato con Morando e Tonini il più determinato a chiedere al segretario un congresso per fare i conti interni e rilanciare il progetto del Lingotto. Se Veltroni gli avesse dato ascolto, forse sarebbe ancora a capo del partito. Fatto sta che con la stessa risolutezza, Bettini si è messo a scompaginare le carte congressuali. E a lui, a cui era stata sempre rimproverata l’eccessiva romanità di ogni scelta politica, è riuscita l’impresa di lanciare un candi-

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Non fosse per le anomalie al Sud, il chirurgo (unico vero outsider) sarebbe già molto sopra l’8%, conquistato nei congressi di circolo dato come Marino che nel Nord è arrivato a punte di consenso interno intorno al 15%.

Non fosse per le anomalie del Partito democratico meridionale, la creatura di Bettini sarebbe già molto sopra l’8% conquistato nei congressi di circolo. L’invenzione di Bettini era di-

chiaratamente indirizzata contro il vertice del Nazareno. Anzitutto contro D’Alema, primo sponsor di Marino candidato nel 2006 al Senato. Contandolo tra gli intellettuali della sua fondazione, D’Alema era così stato il più tenace nel tentare di dissuaderlo dal candidarsi alla segreteria. Altro penalizzato

dall’operazione Marino è di sicuro Franceschini che oggi, cercando di caratterizzarsi come l’innovatore contro un ritorno del vecchio apparato, vede molto il suo potenziale consenso spostarsi su Marino, che sul crinale del nuovismo si trova parecchio a suo agio. Tuttavia l’operazione Marino, lasciando garrire la bandiera della laicità, è puntata anche a fare propri pezzi dello zoccolo duro dell’elettorato tradizionale di sinistra. Voti alle primarie, insomma, che senza la candidatura del chirurgo sarebbero finiti a Bersani. A ben vedere uno dei tratti migliori dell’invenzione di Bettini è quello di rendere Marino un vero outsider, capace di pescare consenso in bacini diversissimi fra di loro. Un po’come, fatte le debite proporzioni, era stato Veltroni. Bettini è specializzato in invenzioni di questo tipo: prima di Veltroni, lo stesso Rutelli sindaco di Roma, era stato lanciato rispondendo all’identikit del perfetto democratico: post ideologico, di vecchia formazione politica ma non iscrivibile rigidamente a un filone culturale, più estroverso (sguardo rivolto alla società) che introverso (senza

Sfide. Il discorso del Papa all’Ue indica l’unica via percorribile per tutelare il futuro dell’umanità

Così si salva l’eredità dell’Europa di Luca Volontè ompito dell’Europa di oggi è quello di riaffermare la propria eredità umanistica e cristiana in base alle quale deve difendere «la vita umana dal suo concepimento fino alla morte naturale». È quanto ha affermato il Papa ricevendo il capo delegazione della Commissione della Comunità europea presso la Santa Sede. «Le immense risorse intellettuali, culturali, economiche del continente - ha detto il Papa - continueranno a dare dei frutti se saranno fecondate dalla visione trascendente della persona umana che costituisce il tesoro più prezioso dell’eredità europea». È necessario cioè “risignificare” all’inizio di questo XXI secolo, quella feconda tradizione e i frutti nati da essa. Bisogna tornare al medesimo spirito allegro e combattivo che animava Chesterton, è venuto quel giorno in cui «bisognerà sfoderare la spada per difendere il semplice fatto che le piante d’estate son ricoperte di foglie verdi». Così con la storia d’Europa, «questa tradizione nella quale si riconoscono correnti di pensiero anche molto differenti fra loro, rende l’Europa capace di affrontare le

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sfide di domani e di rispondere alle attese della popolazione». Un’Europa che avrà a che fare con 57 milioni di disoccupati, un terzo dei quali tra i 18 e i 24 anni, ha il dovere di ritrovare e rilanciare il significato della propria storia e della propria buona tradizione. «Si tratta principalmente - ha detto ancora il Pontefice - della questione del giusto e delicato equilibrio fra l’effi-

È arrivato il momento di “risignificare”, all’inizio di questo XXI secolo, la feconda tradizione e i frutti nati da essa cui il Pontefice fa riferimento cienza economica e le esigenze sociali, della salvaguardia dell’ ambiente e soprattutto dell’indispensabile sostegno alla vita umana dal suo concepimento fino alla morte naturale e alla famiglia fondata sul matrimonio fra uomo e donna».

Solo un Continente in declino fatica a comprendere l’urgente e amoroso appello del Papa, un appello oltremodo laico rivolto ad una unione di nazioni che soffrirà nel prossimo futuro di un inverno demografico devastante e fatica a tornare sulla via delle “buoni prassi”. Eppure qualcosa si muove,

si muovono avveduti governi nelle politiche familiari, si muovono misure di “supporto all’unità familiare”, si torna a sponsorizzare l’aiuto degli anziani in famiglia. Insomma, c’è un forte movimento in molti Paesi europei che va nella direzione giusta.Nonostante lobby potenti e ahimè efficaci che penetrano nelle strutture burocratiche, amministrative, politiche e mediatiche. Gruppi di potere ciechi, orbati dai cascami totalitari delle ideologie libertine e sinistre del ’68 che non vogliono vedere la realtà, desiderano vivere il presente e consumare tutto il futuro. Si muove qualcosa, iniziano i primi passi di quella nuova coscienza nell’azione di cattolici e laici europei, dall’invito del 2004 del cardinal Ratzinger a concepirsi come una “minoranza creativa”, passi lenti ma univoci, nella giusta direzione si vanno compiendo. È aperta la sfida a prendere coscienza piena delle difficoltà di oggi ma anche a proporre positivamente azioni di speranza. Diceva Romano Guardini: «Ogni vero e reale credente è un vivo giudizio del mondo», possiede cioè lo sguardo dominante dall’alto, ma anche «il potere di far fronte al destino concreto».

cioè avere gli occhi costantemente puntati agli equilibri interni di partito).

Se il lodo Scalfari dovesse resistere, Bettini potrebbe non avere successo nel diventare il Casini degli equilibri interni al partito. Potrebbe però intestarsi l’unica operazione che ha portato dentro il dibattito congressuale qualcosa di diverso dalle logiche degli opposti apparati. Il limite dell’operazione Marino potrebbe solo essere quello di voler farsi corrente, ipotesi impraticabile vista la troppo eterogenea constituency della mozione del chirurgo. La forza di Marino è anche la sua debolezza. Essere un battitore libero permette di vedere moltiplicati i bersagli, ma anche essere incluso tra i bersagli di tutti i concorrenti in gioco. Resta però che, se la politica è anche capacità di spiazzare e anticipare le mosse - se la politica, cioè, è anche fantasia - l’unico che nel Pd ha mostrato di averne è Goffredo Bettini. In un partito così in affanno quando si tratta di creatività e slancio politico, non basterà di certo per vincere il congresso. E però è tutt’altro che poco.


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on il loro The Right Nation, pubblicato negli Usa e in tutto il mondo nel 2004 (e incomprensibilmente tenuto nel cassetto da Mondadori, in Italia, fino al 2005 inoltrato), John Micklethwait e Adrian Wooldridge hanno cercato di spiegare agli europei quel particolarissimo tratto dell’eccezionalismo americano che rende gli Stati Uniti una nazione più spostata a “destra” rispetto all’asse mediana politica del resto dell’Occidente. E il libro spazzò via, come un uragano, le certezze (o meglio, le speranze) di chi – soprattutto nel Vecchio Continente – contava i giorni della prematura fine di Bush e dell’avvento “europeo” di John F. Kerry alla Casa Bianca. Chi ha letto The Right Nation prima delle elezioni presidenziali del 2004 (putroppo pochi, nel nostro Paese), non si stupi dell’affermazione elettorale repubblicana. Perché il libro di Micklethwait e Wooldridge descriveva, con dovizia di particolari, la storia di una rimonta.

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Una lunga, difficile ed esaltante impresa in cui un manipolo di uomini, guidati da una visione del mondo e dalla tenace insofferenza nei confronti di una visione del mondo “altra”, riuscì a bilanciare le sorti di un confronto politico epocale, conquistando la maggioranza delle menti e dei cuori nella più antica democrazia mondiale. The Right Nation, insomma, era la storia di come – dalla metà degli anni Sessanta in poi - gli strateghi, i generali e i soldati del movimento conservatore americano riuscirono a insidiare, con successo, il monopolio politico e culturale della sinistra statunitense. Oggi, in piena “era Obama”, con God is Back, Micklethwait (che nel frattempo, da inviato è diventato direttore dell’Economist) e Wooldridge (corrispondente da Washington del settimanale britannico) tornano a spiazzare i loro lettori. L’analisi politologica contemporanea prevalente, infatti, divide il mondo in due campi nettamente di-

Nel libro del 2004, Micklethwait e Wooldridge raccontano la storia della rimonta culturale del conservatorismo statunitense ai danni del monopolio della sinistra,che aveva dominato fino agli anni Sessanta stinti: quello del “secolarismo liberal” che rigetta qualsiasi ruolo della religione nella vita pubblica e quello dei “credenti conservatori”, che aspirerebbero alla costruzione di uno stato teocratico (cristiano o islamico che sia). Tutti coloro che sottoscrivono questa visione manichea, saranno i primi ad essere disorientati da God is Back. Se, infatti, a prima vista il titolo del libro (e soprattutto il sottotitolo: “Come il revival globale della fede sta cambiando il mondo”) sembre-

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In Europa, seguendo l’insegnamento della Rivoluzione francese, è la fede stess incertezze il secolarismo. Secondo i Padri Fondatori americani, invece, la libertà re

God for Pres Gli autori di “The Right Nation” indagano sul ritorno della religione al centro della vita pubblica di Andrea Mancia rebbe far intendere che gli autori stiano argomentando a favore di quella che, nella recensione al volume, il Washington Post chiama «un’agenda politica internazione basata sulla fede», in realtà Micklethwait e Wooldbridge non prendono affatto parte alla disputa e preferiscono l’analisi e la ricerca storica all’attivismo mascherato da saggistica, aiutati nel loro compito dalla

prosa brillante e mai soporifera che li contraddistingue.

I due autori, anche se esponenti dichiarati del fronte liberal (più all’inglese che all’americana, per la verità), non nascondono la loro “simpatia” verso i fenomeni legati alla religione, ma non cercano mai di nasconderne i limiti e i problemi, specialmente riguardo alle tensioni tra le versioni “fondamentaliste” di cristianesimo e islam.Tratteggiando la rinascita globale della fede, non evitano


il paginone

sa a creare disfunzioni nelle società, che dovrebbero dunque abbracciare senza eligiosa e la competizione che ne scaturisce può dare vita a un’interazione positiva Micklethwait e Wooldbridge, l’Europa ha quasi sempre scelto il “modello francese”, mentre nel resto del mondo il “modello americano” sembra essere riuscito a prevalere, anche se con esiti diversi, soprattutto negli ultimi decenni.

Il libro si apre con le parole di un pastore evangelico in missione a Shangai: «In Europa la chiesa è vecchia. La vera modernità è qui. La religione è un segno di alti ideali e di progresso. La ricchezza spirituale e quella materiale vanno di pari passo. Ecco perché siamo destinati a vincere». È questo il concetto alla base della convinzione che la libertà economica e quella religiosa, come la modernità e la fede, non siano in contrasto, anzi siano in qualche modo strutturalmente portate ad alimentarsi l’una con l’altra. In sintonia, appunto, con quello che viene definito “modello americano”. Qualche storico – insieme a qualche pensatore (soprattutto tra gli appartenenti alla scuola conservatrice) – sostiene questa tesi da molti decenni. Pensiamo soprattuto ai polemisti cresciuti, dalla metà degli anni Sessanta in poi, intorno alla “scuola” della National Review di William F. Buckley. Ma God is Back va oltre, argomentando come la religione possa offrire una vasta gamma di «incentivi sociali» che vanno dall’assistenza fino al senso di appartenenza comunitaria.

sident mai di criticare – quando lo ritengono opportuno – sia i“secolaristi”che i“credenti”, spiegando però che la maggior parte dei problemi nasce non dalla religione «in sé», quanto dai casi in cui «lunione tra religione e potere» viene utilizzata in modo «coercitivo». In tutto il libro, comunque, serpeggia una domanda fondamentale: «La modernità è ostile alla religione, oppure no?». Per gli autori, storicamente, le possibile risposte sono tutte riconducibili a due filoni principali. Secondo la Rivoluzione Francese, è la religione stessa a creare disfunzioni nelle società, motivo per cui queste ultime dovrebbero abbracciare senza incertezze il secolarismo. Secondo i Padri Fondatori degli Stati Uniti d’America, invece, la libertà religiosa e la competizione strutturale che ne scaturisce può dare vita a una interazione positiva tra la fede e la politica nell’agorà pubblico. Per

Dall’Economist alla “destra giusta” John Micklethwait, nato a Londra, in Gran Bretagna, nel 1962, è il direttore del settimanale The Economist. Laureato in Storia al Magdalen College di Oxford, Micklethwait entra all’Economist 1987, dopo aver lavorato per due anni Chase Manhattan Bank. Prima di diventare direttore, è stato il responsabile del New York Bureau del settimanale e, ancora prima, si era occupato della Business Section per quattro anni. Adrian Wooldridge è il Management Editor di The Economist. Fino al luglio di quest’anno, è stato l’inviato da Washington del settimanale. Anche lui laureato in Storia, al Balliol College di Oxford, negli anni Ottanta è stato ricercatore all’Università della California a Berkeley. Micklethwait e Wooldridge hano scritto, a quattro mani: The Witch Doctors; A Future Perfect: the Challenge and Hidden Promise of Globalisation; The Company: A Short History of a Revolutionary Idea; The Right Nation: A Study of Conservatism in America; God is Back.

Visto che la vita moderna tende a tagliare il cordone ombelicare tra l’individuo e la propria tradizione, insomma, la religione è uno strumento molto efficace per ricreare integrazione sociale e significato all’esistenza. E questa “funzione” della fede cresce esponenzialmente insieme alla progressiva modernizzazione della società. Ma, si chiedono gli atei (e, in misura minore, gli agnostici), non è forse proprio la religione la causa maggiore dei conflitti nel mondo contemporaneo? Un mondo “secolarizzato” non sarebbe forse meno violento? E soprattutto, possono convivere religioni così radicalmente diverse tra loro? Le risposte di God is Back sono, rispettivamente: sì, no, sì. Micklethwait e Wooldbridge ammettono l’esistenza (innegabile) dei conflitti religiosi, ma insistono nel sostenere che il “modello americano” contenga in sé gli anticorpi necessari per uno schema sociale in cui, a prevalere, siano il pluralismo religioso e la tolleranza reciproca. Lettura piacevole e scritta “giornalisticamente”, con molti aneddoti divertenti e senza la pedanteria classica nella saggista di genere, God is Back soffre però di una certa “leggerezza” quando gli autori si avventurano al di fuori del loro argomento preferito: la religione in America. I capitoli relativi all’islam e al cattolicesimo europeo, infatti, sono davvero troppo semplicistici

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rispetto a quelli dedicati alle chiese evangeliche negli Stati Uniti. Resta il fatto, però, che gli autori riescono a orientarsi con disinvoltura in un argomento vasto e complesso, affrontando con competenza le regioni geografiche più diverse: dalla Russia all’India, dalla Turchia alla Nigeria, dalla Palestina alla Cina. E la diversa “collocazione”religiosa di Micklethwait e Wooldbridge (uno è cattolico, l’altro ateo) contribuisce non poco a rendere vivace l’insieme. Le parte più interessanti del libro, in ogni caso, restano quelle in cui vengono descritte le singolari “deviazioni” del multiforme universo evangelico statunitense. Il “Cross Garden” (il “giardino delle croci) di Prattville, in Alabama: 11 acri di rifiuti metallici e croci con slogan come “Niente ghiaccio all’inferno, solo fuoco caldissimo” o “Morirete tutti!”. Il Golgotha Fun Park del Kentucky, con un campo di minigolf dove la Creazione rappresenta la prima buca e la

Secondo il “modello americano”, nella società moderna la religione è uno strumento molto efficace per offrire una vasta gamma di incentivi sociali che vanno dall’assistenza fino al senso di appartenenza comunitaria Resurrezione, naturalmente, la diciottesima. Malgrado la tentazione sia costante, però, i due autori non scendono mai nella “presa in giro” che verrebbe spontanea alla stragrande maggioranza degli analisti europei, ma sembrano sempre animati da un sincero desiderio di capire. Quello, insomma, che giornalisti (soprattutto nel Vecchio Continente) hanno smesso di fare da ormai qualche decennio.

Impareggiabili anche le descrizioni delle mega-church statunitensi che in alcuni casi sono diventati dei veri e propri imperi imprenditoriali, con “minicittà”incorporate, librerie e ristoranti, in grado di gestire autonomamente università o stazioni televisive e radiofoniche. E poi la descrizione di alcuni (insospettabili) intrecci tra il mondo economico e religione, come le linee-guida ispirate al cristianesimo di colossi come Domino’s Pizza, Blockbuster, Tyson Food o Wal-Mart. Arrivando al “caso limite” dell’azienda di healthcare Preferred Management, in cui lo stesso Gesù Cristo compare nell’organigramma dell’impresa. Ed è proprio dalla successione di questi mini-aneddoti che la tesi principale del libro emerge in tutta la sua solidità. In America la religione (soprattutto il cristianesimo) è associato con il concetto di “successo”, anche imprenditoriale, piuttosto che con quello molto Old Europe - di “povertà” e (“indulgenza”). E al di fuori del mondo occidentale, Cina compresa, è proprio questo modello ad avere più possibilità di attecchire. Come scrive nella recensione al libro il Daily Telegraph, «questo restituisce un significato del tutto nuovo alle parole di Marx sulla religione come oppio dei popoli». Con buona pace dello stesso Marx e dei secolaristi di ogni colore e latitudine.


mondo

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Saranno famosi. Giovani e di talento: chi impegnato in politica, chi scienziato o giornalista. Tutti con l’obiettivo di salvare il pianeta

Generazione Melody Preparando il summit sul clima di Copenhagen, la top ten dei giovani fenomeni pronti a emergere di Luisa Arezzo l summit di Copenhagen ci saranno, certo. Ma dietro le quinte, sgomitando (alcuni neanche troppo) per i fatidici dieci minuti di celebrità. Alla grande “kermesse”sui cambiamenti climatici che si terrà dal 7 al 19 dicembre nella capitale danese, che già si prospetta - se non un flop - alquanto “azzoppata”, loro si stanno dedicando anima e corpo. Sono scienziati, tecnici,

A

cano come impossibile un accordo globale e vincolante a dicembre - loro un posto al sole lo hanno già conquistato. E non saranno delle meteore.

Melody Hosseini. Ventiquattro anni e un curriculum che, non fosse tutto nero su bianco, potrebbe ritenersi il frutto di una mitomane. E invece no. Inglese, fra i fondatori dell’United Kingdom Youth Parliament,

Joshua è l’oceanografo del momento e a soli 28 anni dirige un dipartimento della Nasa, Chris è il più abile commentatore di notizie ambientali, Sakira è considerata la voce indiana più promettente politici e giornalisti under 30 (tranne uno). Inutile dire che si tratta di un esercito, ma come sempre alcuni brillano più degli altri: e noi li abbiamo scovati e riuniti assieme in una ideale top ten. Con una certezza: comunque vada Copenhagen - e sono sempre di più i segnali che indi-

nel 2005 viene eletta presidente e conquista anche il premio nazionale di “miglior volontaria dell’anno”. Il primo di una lunga serie: nel 2008 è donna dell’anno, insignita della coccarda direttamente dal principe Carlo. Ha lavorato fianco a fianco con sei premi nobel, fra cui De-

smond Tutu e il Dalai Lama. Con loro ha scritto alcune risoluzioni per le Nazioni Unite per l’incremento della pace mondiale e il ruolo dei giovani in questo progetto. Nel 2007 è reclutata da Al Gore e per la sua fondazione dirige il settore giovanile. Ha rappresentato gli under 25 di tutto il pianeta alla Conferenza Onu sul Clima di Bali, anno 2007 e ha poi dato vita a un programma internazionale sul clima che tocca ormai l’intero globo. Si è laureata ad Oxford, ha una formazione cosmopolita e parla correntemente sei lingue, fra cui il cinese mandarino e l’arabo.

Joshua Willis. È l’oceanografo del momento. Per lui le correnti marine, gli tsunami, le potenzialità degli abissi, la migrazione (e la scomparsa) di pesci e cetacei, l’innalzamento del livello marino e l’effetto del riscaldamento globale sulle acque del nostro pianeta, sono la trama della stessa tela.Ventotto

anni, di Houston, si è laureato nella californiana università La Jolla di San Diego (5 nobel al suo attivo): fra i primi cinque atenei americani e al settimo posto su scala mondiale. Da due anni lavora al Jet Propulsion Laboratory della Nasa come responsabile del diparti-

Approvato il testo europeo sui target da raggiungere alla Conferenza danese di dicembre

Il Consiglio Ue: «Riduzioni del 90%» di Massimo Fazzi l documento approvato dal Consiglio Ambiente dell’Unione Europea «è un messaggio chiaro al mondo, che vuole segnalare una cosa semplice: l’Ue è pronta per i negoziati. Un pieno mandato per Copenhagen». Lo ha detto ieri Andreas Carlgren, ministro dell’Ambiente svedese, in una conferenza stampa successiva all’incontro: «Noi vogliamo negoziare con tutte le parti. Abbiamo spianato la strada per un messaggio da trasmettere al mondo». L’Unione Europea, ha sottolineato, «sostiene l’obiettivo di riduzione nella CO2 a lungo termine dell’80-95 per cento al 2050 rispetto ai livelli del 1990. Questo presuppone una riduzione anche da altri Stati». Il Consiglio ha inoltre posto una riduzione del 30 per cento al 2020 e sottolineato la necessità di una riduzione globale necessaria a medio termine. I ministri dell’Ambiente dell’Unione europea hanno anche approvato una riduzione globale per le emissioni derivanti dai trasporti: -10 per cento per gli aerei e -20 per cento per le navi, entrambi i target sono calcolati rispetto al 2005 ed entro il 2020. Dal Consiglio, infine, azioni incisive contro la deforestazione, mentre viene rimandato ad un approfondimento il tema che riguarda l’eccedenza delle quote di emissione assegnate ad alcuni Paesi. La discussione

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è stata viziata però da due intoppi: il primo relativo alle conclusioni mancate due giorni fa alla riunione dei ministri economici all’Ecofin, che avrebbero dovuto stabilire criteri di ripartizione tra i 27 dei costi da sostenere per la riduzione della Co2. Il secondo è il temuto asse fra la Cina e gli Stati Uniti, un accordo che – se perfezionato – metterebbe le due nazioni più sviluppate (e più inquinanti) sullo stesso piano di tutti gli altri Stati. Se Pechino e Washington dovessero infatti decidere – come già accaduto ai tempi del protocollo di Kyoto – di non sottostare e non firmare gli accordi di Copenhagen, sarebbe molto difficile raggiungere una riduzione delle emissioni. Il tema sarà con ogni probabilità al centro dell’incontro (previsto a novembre nella capitale cinese) fra il presidente americano Barack Obama e il suo omologo cinese Hu Jintao. I due, che si sono già confrontati durante il G20 di Pittsburgh, hanno inviato segnali abbastanza chiari sull’argomento: con la crisi non si scherza, l’ambiente viene dopo la ripresa economica e commerciale. E se questo significa non omologarsi alle altre nazioni - sviluppate o in via di sviluppo - non si pone alcun problema: d’altra parte, le due economie sono così collegate che possono decidere di andare avanti da sole.

mento oceanografico e coordina tutte le ricerche sul clima. I suoi studi sono considerati un must a livello planetario.

Chris Mooney. Pupillo di Jon Stewart, il rossiccio conduttore del Daily Show in onda su Comedy Central, Chris è - innanzitutto - preceduto da due gossip: la sua fama di tombeur de femme e la sua manifesta simpatia per il partito Repubblicano. Al suo attivo ha già due libri: The Republican War on Science, graffiante ritratto del dibattito sul clima in casa conservatrice, che gli ha valso una column fissa su Salon.com; e Storm World: Hurricanes, Politics and the battle over Global Warming, giudicato il libro dell’anno da Wired Magazine. Scrittore e giornalista, si è laureato a Yale dieci anni fa all’età di 23 anni. Fondatore e anima del blog Intersection (miglior sito scientifico nel 2005 secondo il Los Angeles Times), Chirs è un conferenziere di rango nelle principali università statunitensi: Mit, Harvard. Oxford, Princeton, San Diego. A Copenhagen ci andrà al seguito della Cnn e di Al Jazeera. Derek Oakley. Coordinatore del partito dei Verdi in Gran Bretagna, è il direttore del Climate Change Summit di Londra, l’organizzazione giovanile che si presenterà a Copenhagen con una propria piattaforma politica. Lobbista, già direttore di Oxfam nel Regno Unito, è un instancabile organizzatore di


mondo

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A destra, in senso orario: l’indiana Sarika Katoch, Chris Mooney, la britannica Roselle Antoine (in basso al centro), l’economista Steven D. Levitt e Derek Oakley. In apertura: Melody Hosseini. Sotto, sempre in senso orario: il congolese Messeh Kamara, Roger Pielke Junior, Joshua Willis ed Ester Agbarakwe

eventi e manifestazioni. Ma la sua peculiarità è quella di essere la “voce verde”più stimata nel mondo dell’industria e della finanza. Ha rifiutato di entrare a lavorare nella World Bank come vicedirettore del dipartimento climatico, e ha solo 25 anni.

Esther Agbarakwe. Nigeriana, avvocato “senza macchia e senza paura”nella difesa di piccoli gruppi di agricoltori contro lo sfruttamento delle terra da parte di alcune multinazionali, ha rapidamente scalato ogni ostacolo fino a diventare, a 25 anni, coordinatore africano della commissione Onu per lo Sviluppo Sostenibile. Al quinto vertice internazionale sull’acqua, tenutosi a marzo di quest’anno a Istanbul, ha partecipato in veste di responsabile dei giovani africani. Amatissima in Germania, può contare sul supporto «sia politico che personale» di Angela Merkel. Ha un blog molto seguito: http://esthertransformationalleadership.blogspot.com. Roger Pielke Jr. Guai a non pronunciare bene il suo cognome (Pell-Key) più Junior. Semplicemente non risponde. Ma, a detta di chi lo conosce, è l’unico vezzo che questo figlio d’arte ventinovenne si concede. Professore di studi ambientali alla Colorado University, ha due lauree: una in matematica e l’altra in scienze politiche. Dal 2001 al 2007 - praticamente un ragazzino - ha diretto il Centro nazionale di ricerca atmosferica, e

sempre dal 2001, insegna (solo per corsi di durata trimestrale) all’università di Oxford. Ha un mito, quello di suo padre Roger Pielke, climatologo di fama mondiale. Scrive per The Atlantic Monthly, il Washington

Post, Nature e l’International Herald Tribune. Ma il suo asso nella manica è un blog (RogerePielkeJr.blog) seguitissimo a livello internazionale: praticamente è sempre il primo a scrivere le ultime news sul dibattito climatico. Per Stephen Chu, il premio nobel ministro dell’Energia di Obama, è il miglior comunicatore ambientale in circolazione.

coli. Spinto da un’incrollabile fede nella sua causa, da quando ha 17 anni si è presentato a ogni summit dell’Onu indetto in Africa come portavoce della sua Ong, child rights. Forse sarebbe rimasto confinato nel

Sarika Katoch. La Bbc l’ha incoronata Youth Star dell’anno; la Regina Elisabetta l’ha premiata nel 2002 per il suo impegno umanitario; la Croce Rossa ha inventato per lei un’onorificenza speciale. Sarika Katoch ha 28 anni e coordina il movimento giovanile sui cambiamenti climatici per il Commonwealth. Leader indiscussa

Steven ha fatto piazza pulita dei premi per l’economia under 35, Roselle ha inventato un nuovo modello educativo in piena sinergia con l’ambiente, Roger Jr. ha diretto il Centro nazionale di ricerca atmosferica Usa a 22 anni del movimento verde indiano, prima di dedicarsi alla politica attiva ha lavorato per delle Ong. Dal 2008 è portavoce della delegazione giovanile indocinese per i cambiamenti climatici. È considerata la voce indiana più interessante dai tempi di Ghandi.

Messeh Kamara per i più era un visionario, un carismatico oratore (e giovanissimo avvocato) che si occupava degli effetti deleteri del riscaldamento globale sulla salute dei più pic-

continente nero, se non fosse stato notato da un inviato di Bill Clinton. Invitato negli Stati Uniti dalla fondazione dell’ex presidente, lo ha convinto della bontà del suo lavoro. Oggi, a soli 23 anni, è fra i suoi più stretti collaboratori, governa un progetto panafricano a sostegno dei bambini malati di Hiv e costretti a vivere in ambienti poco sani e coordina e dirige il Young Climate Change Summit 2009 che comincerà fra pochi giorni a Londra e da cui uscirà un paper politicamente “irrifiutabile” dai grandi che si vedranno a Copenhagen.

Steven D. Levitt. È il più anziano della nostra top ten (ma di poco, ha 32 anni) e certamente l’aver lavorato qualche anno in più, a questi livelli, lo ha già portato un po’ più lontano degli altri. Professore di Economia all’Università di Chigago, dirige il Becker Center on Chicago Price Theory. Nel 2004 è stato insignito della John Bates Clark Medal, praticamente un pre-nobel. Chi lo ha conquistato è riconosciuto come l’economista ”in erba” più interessante dell’anno. Nel 2008 Time magazine lo ha inserito nella Top 100 a livello planetario, ma lui, bello e riservato, ci scherza su. Laureato ad Harvard, un Phd al Mit di Boston, ha scritto assieme a Stephen Dubner, eclettico giornalista free lance, Super Freakonomics. Tutte le bufale e le verità sui costi da sostenere per riconvertire l’industria secondo gli standard (o meglio, alcuni dei requisiti) del protocollo di Kyoto. Roselle Antoine. Di origine caraibica e di nazionalità inglese, Roselle Antoine ha fatto della diversità il suo punto di forza. Scrittrice e insegnante, ha creato, a soli 29 anni, un suo modello educativo, come fosse una novella Montessori, e lo ha chiamato Abem (acronimo di Antoine Behavioural Excellence Model). Lo scopo? Creare una nuova generazione immediatamente consapevole dei bisogni dell’ambiente e capace di vivere ”secondo natura” e comunque sempre a contatto di questa. L’esempio più facile di questa nuova filosofia: mai più scuole senza giardino e alberi. Abile imprenditrice, oltre che giovane psicloga dell’età evolutiva, Roselle ha fondato anche la Roselle Antoine Foundation, per diffondere il suo metodo anche nei paesi caraibici. Nel 2006 la regina Elisabetta l’ha ricevuta a Buckingam palace e dopo qualche mese il suo metodo di insegnamento è stato riconosciuto a livello nazionale. Nel 2009 è diventata membro permanente del Council for Education. È anche consigliere presso il ministero dell’Educazione e sempre più di frequente viene invitata da altri governi per illustrare la sua sfida educativa. È fra gli ospiti più attesi di Copl’indiana enaghen.


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Vienna. Per L’Aiea il testo è pronto, ora serve l’approvazione di Teheran Vienna si è vicini a un accordo sul nucleare iraniano. L’Iran farà sapere venerdì, se accetta i termini della bozza. Dopo due giorni di colloqui serrati, il segretario generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Mohammed El Baradei, ha presentato ai negoziatori di Iran, Stati Uniti, Russia e Francia una bozza di accordo per risolvere la questione del trasferimento all’estero di gran parte dell’uranio arricchito iraniano. Una situazione dove il tempo gioca a favore del regime degli ayatollah.

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«Ho fatto circolare un progetto di accordo che riflette a mio avviso un approccio equilibrato su come fare progressi», ha detto El Baradei, parlando con i giornalisti a margine della riunione in corso a Vienna a porte chiuse. Le parti avranno tempo fino a venerdì per approvare l’accordo, ha poi aggiunto. Il segretario generale non ha precisato se l’Iran abbia accettato la bozza. L’ambasciatore iraniano, Ali Ashgar Soltanieh, si è limitato a dire ai giornalisti che «tutti i dettagli saranno svelati venerdì». Il diplomatico ha inoltre indicato che l’Iran sarà in grado di «ottenere il combustibile» per il suo reattore nucleare di ricerca che produce isotopi per la cura di certi tipi di tumore. La riunione di Vienna ha come obiettivo quello di fissare le modalità per la consegna all’Iran di uranio arricchito al 19,75 per cento da usare come combustibile nel suo reattore di ricerca, sotto il controllo dell’Aiea e per scopi medici. Arricchire significa separare i due isotopi 235 e 238, quest’ultimo che è preminente (oltre il 90 per cento nell’uranio allo stato naturale) non può essere usato come combustibile. Questa è la ragione dell’uso delle centrifughe, per separare i due isotopi e aumentare la concentrazione di uranio 235. In cambio l’Iran dovrà

Conto alla rovescia sul nucleare

Le parti si esprimeranno venerdì sulla bozza dell’Onu per il trattamento dell’uranio di Pierre Chiartano

vanti a partecipanti alla Conferenza presidenziale a Gerusalemme, Solana ha dichiarato che «non si può tollerare che l’Iran abbia bombe atomiche. Pertanto tutto ciò che possiamo fare in questa direzione deve essere fatto». La dichiarazione di Solana è avvenuta in coincidenza con i colloqui in corso a Vienna del 5+1 con l’Iran. Quindi, entro venerdì, dovrà essere approvata una bozza

Solana «non si può tollerare che l’Iran abbia bombe atomiche». El Baradei: «Incrocio le dita affinché arrivi l’ok di tutte le parti coinvolte» trasferire all’estero gran parte dei sui 1.500 chilogrammi di uranio che ha arricchito in basso grado nonostante le sanzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. E sul fronte europeo si registrano le prime dichiarazioni. L’Alto Rappresentante Ue per la sicurezza, Solana ha affermato che il possesso di armi nucleari da parte dell’Iran sarebbe «intollerabile». In un intervento da-

di accordo e presentata alle delegazioni riunite a Vienna. , ha aggiunto il direttore dell’agenzia Onu, che lascerà l’incarico a fine mese.

L’accordo prevede il trasferimento all’estero di circa il 75 per cento dell’uranio arricchito per completare il processo di trasformazione in combustibile nucleare. «Siamo tutti consapevoli che la transazio-

Al via le manovre Juniper Cobra con gli Usa

Israele testa la difesa sraele e Stati Uniti hanno iniziato oggi una esercitazione militare congiunta per la difesa anti-aerea, nel corso della quale verrà simulato un attacco missilistico contro lo Stato ebraico. Lo ha riferito l’esercito israeliano. Alle manovre, denominate «Juniper Cobra» e che termineranno il 5 novembre, vi partecipano un migliaio di soldati del Comando americano in Europa e un migliaio di soldati israeliani. La particolare enfasi con cui Israele ha comunicato l’inizio di queste manovre è giustificata da alcuni avvenimenti legati all’architettura della sicurezza di Gerusalemme. Fra questi la crisi della storica alleanza militare con Ankara, sancita dal rifiuto dei turchi alla partecipazione dei militari israeliani a recenti manovre interforze. Lo Stato ebraico, comunque, conta sempre su

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uno dei più efficenti apparati militari al mondo, alimentato anche da finanziamenti americani dello Us military assistance program che, fino al 2008, garantiva circa 2 miliardi di dollari all’anno. Un responsabile militare di alto rango ha dichiarato alla radio pubblica che l’esercitazione serve anche a preparare il Paese ad un eventuale confronto con l’Iran, accusato da Israele di volersi dotare dell’arma atomica. In questi giorni saranno testate le batterie di missili anti-missile israeliane di tipo Arrow, insieme ai sistemi di difesa anti-balistici americani Thaad e Aegis (navale), e i sistemi anti-aerei Patriot e Hawk. Sicuramente verrà utilizzato anche il radar a banda X che lo Us europen command ha dislocato in Israele, particolarmente adatto per il tracciamento dei missili a lunga gittata.

ne è una misura molto importante di costruzione della fiducia reciproca che può disinnescare una crisi in corso da molti anni e aprire spazi per ulteriori negoziati – ha aggiunto El Baradei. Spero molto che riescano a vedere questo quadro ampio, che questo accordo possa aprire la strada a una completa normalizzazione dei rapporti tra l’Iran e la comunità internazionale». Il direttore dell’Aiea ha poi ricordato che la Francia è pienamente coinvolta nelle trattative, rispondendo alle obiezioni sollevate dal ministro degli Esteri, Manouchehr Mottaki.

Ma la polemica con i francesi non sembra attenuarsi. «Ci sono la Russia e l’America, ritengo che questi Paesi siano sufficienti – è stato il commento del capo della diplomazia di Teheran –, la Francia, considerate le sue inadempienze, non è un partner affidabile per fornire combustibile all’Iran». Le frizioni fra i due Paesi risalgono ai tempi in cui capo della diplomazia francese era Douste-Blazy, che aveva definito il progetto del regime sciita, un programma «militare e clandestino». Eravamo nel 2006. Allora i termini erano stati tranchant: «nessun programma nucleare civile può spiegare il programma nucleare iraniano». Mottaki ha inoltre ribadito che qualunque accordo a Vienna non comporterà la sospensione delle attività di arricchimento dell’uranio in Iran. un particolare che dà la cifra di come Teheran possa giocare di sponda nelle trattative.Visto che il tempo gioca a suo favore. «L’Iran continuerà ad arricchire l’uranio. Non è un fatto legato all’acquisto di combustibile all’estero – aveva già chiarito martedì Mottaki – gli incontri con le potenze mondiali, e il loro comportamento dimostrano che il diritto dell’Iran a dotarsi di tecnologia nucleare a scopi pacifici è stato accettato». Affermazioni che lasciano comunque dubbi sulla disponibilità del regime a rinunciare al trasferimento all’estero di una quota sostanziosa del suo uranio arricchito. Lo stesso El Baradei, alla ripresa dei lavori ieri, aveva parlato di negoziati a rilento e di «molte questioni tecniche» al vaglio delle delegazioni. Un accordo che potrebbe dunque nascondere molte insidie per chi spera e confida in un Iran più responsabile. Il passaggio è solo il test di un processo, infatti si tratterebbe di alimentare un solo reattore per usi medici, ma potrebbe aprire le porte a una soluzione stabile per tutto il programma atomico ”civile” all’ombra dei mullah.


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Frattini: «L’Italia rimarrà per vigilare sulle urne»

In Italia «esiste ed è stabile la libertà di espressione»

Afghanistan, ballottaggio «sicuro e trasparente»

Il Parlamento Ue boccia le due risoluzioni sulla stampa

KABUL. Deposte le armi in attesa del ballottaggio, i due sfidanti per le presidenziali afghane sono tornati a parlarsi. Abdullah Abdullah ha telefonato ad Hamid Karzai e il contatto tra i due è stato il primo in un mese di acceso contenzioso sul risultato elettorale. È stato lo stesso ex ministro degli Esteri, sfidante del presidente uscente nel ballottaggio del 7 novembre, a rivelare di aver chiamato Karzai martedì sera e di averlo ringraziato di «aver accettato il risultato elettorale e la nuova sfida». Abdullah inoltre si è augurato che il voto del 7 novembre sia «trasparente e non guastato dalle violenze» e ha sgombrato il campo da ipotesi alternative come quella di un governo di unita’ nazionale: «In questa fase, le urne sono l’unica strada, l’unico scenario possibile». Intanto, il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, ha ipotizzato che Barack Obama possa prendere una decisione sul rafforzamento della presenza militare Usa in Afghanistan prima del ballottaggio: «È senza dubbio possibile», ha detto Gibbs. L’inviato speciale Onu a Kabul, Kai Eide, ha ammesso che il secondo turno «non si svolgerà in modo perfetto, perché l’Afghanistan è un Paese in guerra, bisogna ricordarlo». Il

STRASBURGO. Il Parlamento europeo, riunito in assemblea plenaria a Strasburgo, ha respinto due risoluzioni di segno opposto sulla libertà di stampa in Italia e in altri Stati membri. Nella prima, presentata dai gruppi di centrodestra - Ppe in testa - e appoggiato da conservatori ed euroscettici, si afferma che in Italia non esiste alcuna minaccia alla libertà d’informazione. La risoluzione ricorda le parole del presidente Napolitano, che ha invitato a non usare l’Europarlamento come «istanza di appello» delle decisioni nazionali, e conclude che «la libertà di stampa è un valore fermamente stabilito in Italia». Il Ppe ha anche presentato un pacchetto di 11

Quale futuro per Europa e islam? Presentati oggi i dati sulle moschee nell’Unione di Massimo Ciullo oschee in Europa: diritto o problema?”. È il titolo dell’incontro promosso dal Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente nell’ambito del Ciclo “Cattedra del Mediterraneo 2009”, che si terrà oggi all’Università Statale di Milano, su uno dei temi più controversi del dibattito politico degli ultimi tempi divenuto terreno di scontro per molte comunità locali in tutta Europa. Presieduto da Janiki Cingoli, Direttore del Cipmo e moderato da Silvio Ferrari, docente di Diritto canonico della Statale, al convegno partecipano Stefano Allievi, docente di Sociologia all’Università di Padova e noto studioso dell’Islam e dei fenomeni migratori in Europa; Aldo Brandirali, Presidente della Commissione Servizi Sociali del Consiglio Comunale di Milano e Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni Internazionali all’Università Cattolica del Sacro Cuore ed editorialista del quotidiano La Stampa.“In Italia spiegano dal Cipmo - oltre alle 3 moschee di Roma, Segrate e Catania, i luoghi di culto sono centinaia, e continuano a crescere. La questione continua a dividere l’opinione pubblica e le forze politiche. Da un lato, disporre di un luogo di culto fa parte del diritto di libertà religiosa; dall’altro l’apertura di moschee e di sale di preghiera musulmane, se non regolata, può creare molteplici problemi e alimentare tensioni con i residenti. Come garantire, dunque, i diritti dei musulmani senza ledere quelli degli abitanti delle aree dove queste sorgono?”. Nell’incontro si affronterà la questione delle moschee nel contesto europeo e italiano, da un punto di vista giuridico, politico e sociale, fornendo un quadro aggiornato della situazione e alcune analisi per il futuro. In occasione dell’incontro verrà presentato il libro di Stefano Allievi: “Conflicts over Mosques in Europe: Policy issues and trends”. Come afferma lo studioso, il conflitto non è “tra l’Europa e l’Islam, quanto piuttosto tra l’Europa e i suoi diversi attori, uno dei quali è l’Islam o meglio ancora i musulmani”. In Europa i fedeli islamici puntano a costruire moschee sta-

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bili, chiedendo che sia rispettato il loro diritto di pregare. Ma i politici locali sono scettici. Alcuni partiti ritengono questi “segnali di islamizzazione”una potenziale minaccia alla sicurezza e all’identità nazionale. Per alcuni analisti europei invece la nascita di nuove moschee appare come un segnale positivo che testimonia l’integrazione dei musulmani.

In Germania, dove abitano 3 milioni e mezzo di islamici, manifestazioni anti-moschea si sono tenute in più occasioni a Colonia. A capo delle proteste il vice sindaco Jörg Uckerman del partito conservatore dei cristiano-democratici. Anche in Svizzera impazzano gli slogan contro la diffusione dell’Islam e la salvaguardia culturale del Paese. «La Svizzera deve rimanere il nostro Paese». Con queste parole Ulrich Schlüer del Partito popolare svizzero (lo stesso contrario all’ingresso nell’Ue) ha lanciato nell’agosto 2007 una campagna referendaria contro la costruzione dei minareti. Le tensioni non mancano neanche in Francia dove si trova la comunità islamica più numerosa di tutta Europa con ben 5 milioni di persone. Il Movimento nazionale repubblicano, partito di estrema destra, ha vinto ben due cause giudiziarie contro i sussidi pubblici a favore delle moschee nella periferia parigina di Montreuil e a Marsiglia, città abitata per un quarto da musulmani. In Olanda, è attivo il Sioe (Stop islamization of Europe) che si oppone all’islamizzazione e alla penetrazione della legge coranica, la Sharia, nella società europea. Nel Regno Unito è nata recentemente la English Defence League, «semplici cittadini britannici che vogliono combattere contro l’estremismo islamico», come annunciano sul loro sito. Stephan Rosine, uno studioso tedesco esperto in questioni islamiche, considera preoccupante la diffusione di queste proteste contro le moschee. I musulmani non sono criticati solamente dai movimenti di estrema destra. La paura si è radicata anche nel resto della società. Il timore che l’Islam mini le basi della cultura occidentale e del suo sistema di diritto è sempre più diffusa.

Contro discriminazione e luoghi comuni, un incontro per censire con precisione i musulmani e i loro luoghi di culto

popolo afghano tornerà al voto il 7 novembre per il secondo turno delle elezioni presidenziali, annunciato martedì dalla Commissione elettorale indipendente che ha annullato per brogli un milione e 300mila schede. In vista del voto e confermando che l’Italia manterrà sul posto i 500 soldati che hanno già vigilato sulla sicurezza al primo turno elettorale, il ministro degli Esteri Franco Frattini ha ricordato che l’Afghanistan «ha bisogno di un presidente credibile, voluto dagli afghani ed eletto dagli afghani. Con Karzai si è lavorato bene e si lavora bene, ma la volontà del popolo afghano è e sarà sovrana», ha affermato il titolare della Farnesina.

emendamenti per modificare la risoluzione del centrosinistra, inserendo appunto un riferimento al monito di Napolitano e il suo ruolo di garante della Costituzione. Su 644 votanti, 297 hanno votato a favore, 322 contro e 25 si sono astenuti. Il testo era stato avanzato in risposta alla risoluzione preparata da Pd e Idv (e frutto dell’intesa tra socialisti e democratici, liberaldemocratici, verdi e sinistra unitaria), che hanno invece lanciato un allarme sulla situazione della libertà di stampa nel Paese, denunciando in particolare l’anomalia del conflitto di interessi di Berlusconi e pressioni da parte del governo contro i media italiani ed europei e chiedendo alla Commissione europea di emanare una direttiva sul pluralismo. Anche questa seconda mozione è stata bocciata a sorpresa dall’Europarlamento, con uno scarto di soli tre voti: su 686 votanti i favorevoli sono stati 335, i contrari 338, gli astenuti 13. La sorpresa nasce soprattutto dal fatto che l’aula plenaria di Strasburgo aveva in precedenza bocciato con una discreta maggioranza sia le risoluzioni del centrodestra (quella comune e quelle dei singoli gruppi) sia gli undici emendamenti presentati dal Ppe al testo del centrosinistra.


cultura

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La mostra. Alla Fondazione Marconi esposte vecchie e nuove opere del pittore di origini bolognesi ma che da anni vive e opera in Francia

La Pop Art e l’analista Dal figurativo al fumetto alla psicoanalisi: Milano celebra Valerio Adami, uno dei maestri del Secondo Novecento di Stefano Bianchi

MILANO. Filosofi come Jacques Derrida, Jean-François Lyotard e Gille Deleuze, storici dell’arte (Hubert Damisch, Marc Le Bot) e romanzieri (Italo Calvino, Antonio Tabucchi, Octavio Paz), hanno cercato di dare una risposta agli innumerevoli quesiti della pittura/enigma di Valerio Adami «che comincia dove finisce la parola, quando essa non può più dire», ha dichiarato l’artista bolognese, classe 1935, che negli anni Cinquanta studiò sotto la guida di Achille Funi arte antica e neoclassica all’Accademia di Brera, a Milano. «Lo strumento che permette di leggere il disegno è il colore, proprio come la voce è lo strumento fatto per leggere la parola scritta. Il colore è la voce della pittura». Così, in assoluta libertà, cromatismi saturi che rinunciano a ombre e chiaroscuri, stesi in omogenee campiture, riempiono corpi e oggetti in bilico fra Neoclassicismo e arte Pop, con qualche studiato/ragionato lasciapassare nel neo-liberty della Mitteleuropa. Dettagli anatomici e volti d’illustri personaggi (da Sigmund Freud a James Joyce, fino a Giacomo Leopardi e Vittorio Alfieri), icone dell’arte novecentesca (Juan Gris, Umberto Boccioni) e creature mitologiche (Prometeo, Pandora, Penthesilea), vengono circoscritti da una densa linea nera e si torcono, fondono, smembrano in un incastro “cubista” di piani senza prospettiva. «Quando disegno, agisco in questo modo: mi metto di fronte, per esempio, a un “interno con figure” e lo penso così com’è. Poi, è come se l’immagine facesse un viaggio: dalla sua apparizione, attraverso un nuovo spazio. Io divento spettatore e protagonista. Nel mio inconscio, si muovono altre associazioni. La mia mano segue questo percorso privato, organizza questi impulsi dando nuove forme all’oggettività da cui si era mossa. Si tratta di una fredda registrazione e la mia mano dovrebbe agire come i tasti di una macchina per scrivere, che danno corpo a una frase sotto l’impulso del percorso della vita». Corpi che diventano oggetti, e viceversa.

La psicanalisi che si tramuta in arte agganciandosi all’estetismo tipico del dandy. Partendo sempre e comunque dal disegno («L’organo genitale dei miei quadri») Valerio Adami raggiunge ogni volta il suo scopo: affascinare, ipnotizzare, depistare.

C’è stato, però, un tempo in cui era tutto più spezzettato, visionario, deflagrante: come L’uovo rotto del 1964 e H. Matisse che lavora ad un quaderno di disegni del ‘66, opere “oversi-

L’iperrealismo degli anni Settanta è diventato fantasticheria: con i corpi che divengono oggetti, e viceversa, come nell’inconscio ze” attorno alle quali ruota la prima mostra del ciclo Gli abitanti del museo, fino al 7 novembre alla Fondazione Marconi di Milano (il secondo appuntamento, dal 20 novembre al 17 gennaio, riguarderà Emilio Tadini). Storie di un altro Adami, dunque. Che all’inizio degli anni Sessanta, a Parigi, traccia con una pattuglia di giovani artisti la via d’una nuova figurazione dipingendo immagini ispirate ai fumetti, ai graffiti sui muri, alla pubblicità. Nell’estate

del ’64, il critico d’arte Gérald Gassiot-Talabot e i pittori Bernard Rancillac ed Hervé Télémaque allestiscono al Musée d’Art Moderne de al Ville de Paris la collettiva Mythologies Quotidiennes. Mentre alla Biennale di Venezia trionfa il New Dada inorgogliendosi del Gran Premio per la pittura vinto dall’americano Robert Rauschenberg, ai piedi della Tour Eiffel trentaquattro europei (fra cui, oltre ad Adami, Eduardo Arroyo, René Bertholo, Peter Stämpfli, Gianni Bertini, Öyvind Fahlström, Peter Klasen, Antonio Recalcati, gli stessi Rancillac e Télémaque) danno vita con le loro “mitologie di tutti i giorni” alla Figuration Narrative (modo d’essere e di pensare, più che movimento) facendo esplodere le alienanti contraddizioni della società contemporanea. Ciò che nasce a tutti gli effetti (più combattiva di quella a stelle e strisce) è una Pop Art d’Europa destinata a protrarsi fino al ’72 dopo aver pittoricamente attraversato l’incubo del conflitto in Vietnam e il maggio del ’68 parigino.

Emilio Tadini, caro amico e compagno d’avventure pop, nel ’65 ebbe modo di scrivere sul catalogo che accompagnava la personale alla Galleria L’Attico di Roma: «Adami fa un scelta evidentissima, rifiutando i valori suggestivi e per così dire autonomi della materia (quale che sia, pittoricistica

In queste pagine, alcune delle nuove opere di Valerio Adami in mostra alla Fondazione Marconi di Milano. Sono dipinti, anche di grandi dimensioni, che testimoniano la nuova stagione fantastica, quasi alla Chagall, del pittore di origini bolognesi

o di collage) e puntando su quelli che potremmo chiamare i valori strutturali del segno. Non si tratta certo di prendere astrattamente lo spunto per un elogio del “caro buon vecchio disegno” e della sua intramontabile purezza. Il segno di Adami è uno strumento modernissimo che mette in atto una struttura quanto mai aperta e

rende instabile l’oggetto rappresentato disponendolo in un serie continua di alterazioni, di metamorfosi». E anche il poeta, romanziere e saggista Alain Jouffroy, fondatore con JeanClarence Lambert della rivista d’avanguardia Opus International, nel ’66 ebbe lusinghiere parole nei riguardi di Adami dopo aver ammirato le dirompenti scomposizioni di poltrone, vasche da bagno, cappelli, automobili, nude “silhouettes”: «Dal momento in cui l’ho visto concepire i suoi quadri a partire da fotografie prese in prestito dalla stampa e da quando ho percepito che si serviva del “presente”come di un materiale da trasformare, tagliare, sciabolare e ricomporre, ho capito che si trattava di un grande pittore: non di un pittore dell’immediato, ma di un artista che tenta con lucidità di dominare e persino sfasciare l’attualità. O meglio: “di farla volare a pezzi”». Letteralmente. Senza mezze misure. È il caso dell’Uovo rotto, esasperazione delle psicologiche morfologie del cileno Sebastian Matta e del graffitismo


cultura

surreale del cubano Wilfredo Lam, che si fa metafora della nascente rivoluzione degli anni Sessanta. «Non si fa un omelette senza rompere le uova!», gridavano i rivoluzionari quando si rimproverava loro di distruggere. E Valerio Adami mette in scena (fumettisticamente, ironicamente: come già aveva fatto nel ’63 con il “cartoonesco” L’ora del sandwich fra cappelli svolazzanti, sorrisi ammiccanti e orme di uomini in fuga) un’allucinazione di esseri-oggetti che si saldano organicamente uno nell’altro. Diventando, soprattutto, “altro”. Dal guscio dell’uovo, tagliato con ingordigia da unghie affilate fino a sprigionare liquami gialli e blu, erutta la carcassa di un’auto rosso sangue mentre occhi sbarrati scrutano la disastrata scena e sembra d’udire il calpestìo di quei sensuali, sadomasochistici tacchi a spillo strategicamente posizionati sulla tela. «Vediamo un uovo che si apre (anzi, che si rompe)», sono parole di Emilio Tadini, «e ci sentiamo suggerire l’idea o piuttosto la sensazione di un minu-

scolo disastro con le sue più banali implicazioni comiche, e (ancora più confusamente) l’idea di qualche cosa che si riproduce, viene fuori, nasce.

E il fatto che l’uovo non sia figurato naturalisticamente, ma nei termini di una iconografia elementare e (apparentemente) inequivocabile, ci aiuta a sospendere quell’immagine in una funzione per simbolica, quanto sommaria. Nel quadro, un’intera porzione di realtà, oggetti e personaggi, erompe fuori da quel guscio spezzato. Adami ricorre molto spesso all’immagine dell’esplosione. La figurazione si apre con violenza, si divide in frantumi. È una rappresentazione esplicita del movimento e della instabilità, oltre che dei traumi e delle lacerazioni che il reale subisce nella storia di ogni giorno». Con H. Matisse che la-

vora ad un quaderno di disegni, l’approccio del pittore si fa invece più caustico e provocatorio rileggendo in modo spudoratamente critico le vicissitudini dell’arte moderna. Henri Matisse e la sua modella, estrapolati dalla celebre foto

in bianco e nero scattata nel 1939 da Brassaï, “abitano” uno spicchio d’atelier (fra tendaggi e tappeti stilizzati) senza essere in alcun modo riconoscibili. Sono spigolose, inquietanti creature che secondo Alain Jouffroy identificano «l’analisi del rapporto sessuale tra un pittore e la sua modella, come

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più tardi farà Pablo Picasso negli ultimi disegni erotici sullo stesso tema. Il sesso di Matisse, eretto come una matita rossa, è confrontato con un’altra matita, questa volta blu, e rivolta verso il basso. Ciò incita a pensare che per Adami, come per Matisse, il disegno non è che una metafora del rapporto sessuale dell’artista: non soltanto con la sua modella, ma con ogni donna. La matita, come il pennello, sono gli strumenti simbolici della penetrazione del corpo. Qui, come in ogni vera creazione, siamo nell’intimo freuidiano del rimosso».

Accanto ai due lavori “monstre”, la Fondazione Marconi allinea disegni preparatori a matita e pastello su carta nonché altre opere rappresentative degli anni Sessanta come Auto-lavaggio mentale, col suo delirio di forme anatomi-

che e dettagli meccanici; Il miraggio e La serra fragile, che delineano i contorni di una natura geometrica, robotica, da fantascienza; Privacy, scena borghese, una cameriera di buon cuore, che mette a nudo una sessualità ispida, carnale e voyeuristica, immersa in “design” quell’impeccabile d’interni che sempre più spesso scandirà il flusso creativo dell’artista: a cominciare dalle piscine, proseguendo con camere d’albergo, appartamenti sulla terza strada, bagni dell’Hotel Chelsea, latrine in Times Square. Interni metropolitani, tristemente anonimi, ispirati da foto scattate durante un soggiorno a New York. Immagini che sono il preludio di quelle stanze claustrofobiche, lussuose e ovattate dove si metteranno in posa (accompagnati da parole e scritte calligraficamente perfette) eroi e reietti, vincitori e perdenti spigolosi, aguzzi, sensuali, passionali. Pedinando, costantemente, «una rete di linee & colori a pesca dei nostri pensieri», come Valerio Adami ama definirla.


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a che cosa ha di speciale quest’uomo? Che cos’è un genio, un angelo? Un demone?». Così Rodrigo Borgia, futuro papa Alessandro VI, parlando di Giovanni Pico della Mirandola, esclama rivolgendosi a papa Innocenzo VIII, Giovan Battista Cybo, il quale di rimando: «So solo che sembra avere qualcosa di magico... Dicono che quando è nato sopra la sua testa è apparsa una sfera di fuoco... Ed è un fatto riconosciuto che abbia sempre avuto un’intelligenza spaventosa, accompagnata da una memoria da far paura, prodigiosa».

«M

Chi non ricorda Pico della Mirandola? Vissuto nella seconda metà del Quattrocento, filosofo, dichiarato eretico per alcuni suoi scritti ma poi “perdonato”, ricchissimo di famiglia, esiliato più volte e poi costretto a vivere a Firenze sotto la protezione- custodia di Lorenzo il Magnifico, perdutamente innamorato di una donna, ma anche amato dal meno noto poeta Girolamo Benivieni, grande amico di Poliziano, era morto, misteriosamente, a soli 31 anni, nel 1494. A scuola ce lo magnificavano per la sua spiccata capacità mnemonica, divenuta proverbiale, per la sua cultura da umanista e la sua grande intelligenza. Alcuni suoi contemporanei asseriscono conoscesse a memoria tutta la Divina Commedia, e addirittura che riuscisse a recitarla al contrario. Del privato, invece si taceva. Carlo A. Martigli, nel suo 999 L’ultimo custode (Castelvecchi Editore), un appassionante thriller dotato di una attendibile ambientazione storica, ricostruisce la vita del bellissimo Giovanni Pico coinvolgendo il lettore in una ricostruzione, a volte fantasiosa, di quell’epoca, fatta di cacce alle streghe e avvelenamenti, di vendite di indulgenze e fughe rocambolesche, di duelli e damigelle costrette alla vita claustrale. Le vicende storiche ed i veri elementi biografici si intrecciano abilmente con episodi e avvenimenti di pura immaginazione, pur talvolta plausibili quanto basta per farsi affascinare dalla storia. Guido de Mola, voce narrante, nel settembre 2009, insieme alla notizia della morte di colui che crede essere suo nonno, riceve un plico, con all’interno una lettera e due manoscritti. Scopre così che la sua famiglia è, da 500 anni, custode del mistero di Pico. Attraverso un sapiente lavoro di montaggio temporale, seguiamo, da un lato, le vicende quattrocentesche di Giovanni Pico e Ferruccio da Mola, suo servo di cappa e spada, capostipite della dinastia dei custodi, dall’altro, nell’Italia fascista degli anni Trenta, le congiunture in cui il discendente dei da Mola, Giaco-

Nella foto grande, Giovanni Pico dei conti della Mirandola e della Concordia (24 febbraio 1463 – 17 novembre 1494), umanista e filosofo. Pubblicò alcune tesi religiose, che considerate eretiche finirono distrutte. “999 L’ultimo custode“ ne ripercorre le vicende tra storia e fantasia (in basso, la copertina)

Libri. Le vicende del conte della Mirandola ne ”L’ultimo custode” di Martigli

Pico, l’ennesimo mistero della Fede di Dianora Citi mo, riesce a salvare il prezioso manoscritto da un misterioso furto su commissione.

Al centro del romanzo sono le Novecento Tesi redatte da Pico a soli 23 anni, ovvero un insieme di massime etiche e magiche che cercavano di dimostrare la comune provenienza da un unico Dio delle tre religioni monoteiste, ebraismo, cattolicesimo e

della morte per avvelenamento da arsenico di Pico della Mirandola (e del suo amico Poliziano) è arrivata nel 2008, in seguito alle ricerche effettuate, con il contributo dei RIS di Parma, dall’équipe di specialisti delle università di Bologna, Lecce e Pisa, coordinati dal professor Silvano Viceti, presidente del Comitato nazionale per la valorizzazione dei beni storici,culturali e ambientali

che potrebbe aver agito con l’aiuto del fratello Martino. Il mandante, sia per Pico che per Poliziano, potrebbe essere stato Piero de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, geloso del rapporto privilegiato che i due avevano con il padre e la stretta amicizia che legava Pico a Savonarola, che chiedeva la cacciata dei Medici. Potrebbe essere Marsilio Ficino, geloso del genio del suo giovane allie-

Vissuto nel Quattrocento, filosofo dichiarato eretico, pubblicò a 23 anni un insieme di massime etiche che cercavano di dimostrare la comune provenienza da un unico Dio. Si pensavano distrutte. Almeno fino a oggi... islamismo. Innocenzo VIII scomunicò Pico e mandò al rogo il libro. Secondo il racconto, le Novantanove tesi si salvarono, chissà dove nascoste dai da Mola, diventando la causa delle trame che portarono all’omicidio di Pico per avvelenamento. Tra le varie ricostruzioni fantastiche, un po’ alla Dan Brown, da pochissimo tempo questo è uno degli elementi più sicuri. Infatti la certezza

che ha promosso, nel 2007 la riesumazione dei resti dal chiostro della Basilica di San Marco a Firenze. Il mistero sulla morte è definitivamente risolto: non la sifilide, il mal francese di cui era stato addirittura vagheggiato il contagio reciproco, ma un avvelenamento da arsenico la causa della loro scomparsa. L’esecutore materiale potrebbe essere riconosciuto in Cristoforo da Casalmaggiore, suo segretario

vo. Potrebbe essere Giuliano Mariotto de’ Medici, la cui moglie, Margherita, innamoratasi follemente del bellissimo Pico della Mirandola, fu da lui rapita. Anche molti uomini persero la testa per questo giovane filosofo. Grazie alle indagini effettuate sulle sue ossa e alle raffinate tecniche scientifiche si è potuto non solo identificare le cause di morte, ma anche dargli un corpo e un volto. Pare che fosse alto: la statura ri-

sulta essere compresa tra 185 e 188 centimetri. Che fosse di corporatura forte, imponente e robusto, sebbene soffrisse di un difetto ai piedi che causava dolori articolari con problemi di deambulazione e dolori dorsali. Il volto, ricostruito e reso pubblico, aveva lineamenti piuttosto marcati con naso pronunciato. Le grandi dimensioni del cranio, al di sopra della media del tempo con una capacità di circa 1770 centimetri cubici, non avrebbe correlazioni con la leggenda della sua straordinaria memoria. I suoi lunghi capelli biondi completavano il quadro di rara bellezza. Altrettanta era la sua ricchezza: dilapidò il suo patrimonio nell’acquisto di libri e documenti che furono bruciati alla sua morte. Nell’Ultimo custode si adombra un’altra ragione per il delitto. Non amore, non gelosia, ma la conoscenza di un segreto. La particolare e profonda intelligenza aveva portato Pico ad approfondire gli studi teologici durante il suo soggiorno parigino, dove peraltro era entrato in contatto con studiosi di altre religioni e aveva intensificato lo studio dell’ebraico, del caldaico e dei testi cabalistici. Nelle sue meditazioni progetta di riunire a Roma i dotti delle tre religioni monoteiste per discutere pubblicamente sulle teorie del sapere filosofico e teologico alla luce delle sue Novecento Tesi. Papa Innocenzo VIII, istituita un’apposita commissione, fa condannare alcune tesi dichiarandole eretiche e poi ne vieta la lettura e la stampa. Pico, come si legge nel romanzo, scrive altre 99 tesi dove arriva a conclusioni “pericolose” per la Chiesa cattolica come istituzione e, nell’attesa del “tempo giusto”, le affida ai Da Mola. Nella realtà egli pubblicò una Apologia, in cui respingeva le accuse papali ma non ebbe il modo e il tempo per discuterne. Fuggì da Roma diretto a Parigi. Inseguito da un ordine di arresto vaticano, viene fermato nel Delfinato e liberato dall’intervento di Lorenzo de’ Medici. Da allora si stabilisce a Firenze, isolandosi e dedicandosi agli studi teologici, accentuando la sua ansia mistica e religiosa. La morte del Magnifico lo espone nuovamente ai detrattori. Il “Breve papale” di Alessandro VI, in cui viene assolto da ogni censura e sospetto di eresia, non lo mette al riparo dall’avvelenamento nel 1494.

Pico scrisse veramente le altre 99 Tesi? Arrivò a comprendere la verità sulle relazioni tra le uniche tre religioni monoteiste? Sulla lapide del sepolcro in San Marco, compare questa epigrafe: «Joannes iacet hic Mirandola. Caetera norunt et Tagus et Ganges forsan et Antipodes – qui giace Giovanni il Mirandola. Il resto lo sanno il Tago, il Gange e forse anche gli Antipodi».


spettacoli

22 ottobre 2009 • pagina 21

Cartolina da Roma. A tu per tu con Margarethe von Trotta, al Festival del Cinema con la (discussa) pellicola “Vision”

«Vi racconto la mia Ildegarda» di Pietro Salvatori

ROMA. «Piacque al Signore toccare una piccola piuma perché si levasse in cielo, e un vento forte si alzò per non farla cadere». La citazione che fa sfumare l’immagine sui titoli di coda racchiude un buona sintesi tutto quel che si può vedere e cogliere tra le righe di Vision, film dal titolo «scelto dal produttore, perché comprensibile in moltissime lingue», come spiega la regista. La storia è quella di Hidelgard von Bingen, religiosa benedettina del XII secolo, mai canonizzata ma venerata dalla Chiesa come una santa, preziosa confidente e consigliera di uomini che hanno lasciato il segno nella storia del Medioevo, quali Bernardo di Chiaravalle o Federico Barbarossa, in seguito da lei osteggiato per essersi posto contro l’autorità del Papa. Una pellicola per palati esigenti, quella di Margarethe von Trotta, mostro sacro del cinema tedesco, che con eleganza e charme sfoggia un ottimo italiano in occasione della prima del film, in Concorso al Festival del cinema di Roma.

Un film difficile per tematiche e per scelte stilistiche, ostico, poco commerciale, al punto che la Giuria Giovani voluta dal ministro Giorgia Meloni ha accolto la proiezione riservata alla stampa con risate e sghignazzi continui. Segno che sicuramente sarà un film mestamente riservato ad un pubblico adulto, essendo ormai i ragazzi, anche quelli più “impegnati”, appassionati di cinema e membri di giurie, distanti da un mondo parco e soffuso come quello di un monastero benedettino, con tutto il proprio bagaglio di regole, di tradizioni, di cultura millenaria, e da un metodo di narrazione che rifugge ogni frenesia. Complicata è anche la decodificazione del messaggio finale del film. La von Trotta non si sbilancia, non prende posizioni nello scontro tra le gerarchie ecclesiastiche che ha innervato il Medioevo cristiano, ma lo rappresenta con garbo, come fosse lontano dal fulcro delle problematiche alle quali cerca di dare voce. «L’idea di sceneggiare questa storia - rievoca la von Trotta - l’avevo già nei primi anni Ottanta, subito dopo gli anni di piombo, perché le femministe del tempo scavavano nel passato in cerca di modelli, e fu riscoperta in questo modo Idel-

la pelle di un personaggio del Medioevo! Per questo cerco di capire cosa può interessare oggi. Per esempio la passione di Ildegarda per la medicina alternativa, la cura dell’anima prima della cura del corpo, il suo rispetto profondo per la natura. Questi sono temi attualissimi anche oggi». Respinta anche l’accusa di sovversivismo imputata alla Ildegarda del film. «Vista da oggi si potrebbe dire che è rivoluzionaria, ma lei non si sarebbe definita così. Era una donna profondamente calata nel suo tempo, che sapeva come trattare le cose. Aveva questo modo umilissimo di presentarsi di fronte ai grandi del suo tempo, per ottenere sempre, alla fine, quello voleva», come emerge, per esempio, dal suo carteggio con il Barbarossa.

garda. E già all’epoca scrissi la prima scena, anche se poi non se ne fece nulla. Ma la vicenda mi è rimasta nel cuore, è come quando incontri una persona e

In Germania sono stata accusata di aver messo in scena una «suora pop». Io invece credo solo di aver fatto rivivere un grande personaggio

pensi che potrebbe essere il tuo amore. Lo perdi e lo rincontri dopo vent’anni e... Bum!».

Le visioni di santa Ildegarda sono riportate con molto pudore, senza sensazionalismi, come spiega la regista, che sfoggia un buon italiano dopo i tanti anni che

l’hanno vista legata a Felice Laudadio: «Ho pensato molto a mettere in scena anche le visioni, ma è così difficile immaginare di trovare un linguaggio cinematografico adatto, che non banalizzi un tema tanto delicato. È talmente un’altra cosa da ciò che vediamo e sentiamo che avevo paura di non farcela, di diventare patetica. E poi non c’erano i soldi per fare quello che avevo in mente. Così ne ho messo una sola, poco calcata, la prima che ha avuto».

In Germania e nei Paesi anglosassoni il film è stato rimproverato di aver rappresentato una «santa pop», femminista e anticonformista all’eccesso. Non abbiamo colto in modo così marcato tale aspetto, pur presente nel film della von Trotta, che così risponde a tali critiche: «Quando uno fa un film su un personaggio del passato, lo guarda sempre con gli occhi di oggi. Non ci si può mettere nel-

In alto, la regista Margarethe von Trotta, al Festival del Cinema di Roma con il film “Vision”. Sopra e a sinistra, la locandina e un fotogramma della pellicola

Il film è asciutto, essenziale. Quasi completamente girato in interni, assembla un ottimo allestimento scenografico, una sceneggiatura solida ed efficace, ed una prova attoriale di spessore. Tutti aspetti trascurati dal conformismo imperante della stampa cinematografica, pronta ad inchinarsi la mediocre prima prova della Sandrelli, mentre in sala stampa si scambia battute ironiche e ammiccanti su «Quel capolavoro della von Trotta». Che poi ci dice anche che «ieri ho parlato con Natalia Aspesi, di Repubblica, che mi ha confessato che da bambina ha avuto fortissime emicranie e visioni del tutto simili a quelle di Ildegarda». Dalla simpatia contemporanea, alla verità storica. «I personaggi secondari sono tutti ispirati alla storia reale - ci informa Margarethe - Richardis, l’amica e confidente di Ildegarda, è un personaggio veramente esistito, ci sono tracce nel suo epistolario di scambi appassionati di lettere al momento dell’allontanamento di Richardis dal convento di Idelgarda per volontà del vescovo di Brema. Scrisse anche al Papa per riaverla indietro». Il futuro della von Trotta si intreccia ancora a cose italiane, con un progetto sulla violenza contro le donne. «Sì, in effetti c’è questo progetto con Claudia Mori. Vuole fare sei film sulla violenza contro le donne. Due li dovrebbe fare la Cavani, due io, e Marco Pontecorvo gli altri due. Ho scelto delle storie dove la violenza sulla donna è psicologica, non solamente fisica, aspetto sicuramente più interessante al cinema, più sottile».


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

da ”The Indipendent” del 21/10/2009

Banchieri, bonus e Bordeaux di James Moore una stoccata decisa, quella inferta dal governatore della Banca d’Inghilterra al mondo finanziario. Mervyn King ha voluto commentare le anticipazioni di un articolo, poi apparso sulle pagine di un noto think tank economico. Si trattava dei dati sui versamenti dei bonus per i broker della City: nel mese di gennaio saliranno a 6 miliardi di sterline. Il governatore ha affermato che i mille miliardi di sterline forniti al sistema bancario dai contribuenti sono stati uno sforzo «immane» e «insostenibile». Parafrasando un importante leader politico ai tempi della Seconda guerra mondiale (W. Churchill sulla Battaglia d’Inghilterra, sostenuta da uno sparuto gruppo di piloti della Raf, ndr) ha sottolineato che «mai nel settore finanziario, tanto denaro fu dovuto a tanti, da così pochi. E si potrebbe aggiungere che finora il tutto è stato fatto senza che sia stata messa in campo una vera riforma». King ha contestato il fatto che le banche si siano presi troppi rischi, forti del fatto che venissero considerate «troppo grandi perché venissero fatte fallire» e sicure di un intervento statale. E ha chiesto riforme radicali sui sistemi di vigilanza. Le parole del governatore hanno riacceso la polemica sul salvataggio degli istituti fatto con i soldi dei contribuenti e su quanto sia lecito pagare i manager del settore. Il Centro ricerche sull’economia e il business ha buttato altra benzina sul fuoco, con i propri dati: mostrano un aumento netto del 50 per cento sui bonus dallo scorso anno, dove raggiunsero quota 4 miliardi di sterline. La scorsa settimana Goldman Sachs, di fronte al montare delle polemiche sui bonus e all’ostilità dell’opinione pubblica, ha incaricato una società indipendente specializzata nella filantropia, di valutare la possibilità di tagliare la voce ricavi, dirottando fondi verso attività di beneficenza. Ma, per l’anno 2009, verserà ancora 3,3

È

miliardi di sterline ai propri manager. Dichiarando proffiti per 3,2 miliardi, solo nell’ultimo quadrimestre. Douglas McWilliams responsabile del Cebr ha dichiarato che la mancanza di competizione ha permesso alle banche di accantonare una massa enorme di profitti, un argomento ripreso anche da King durante un intervento davanti agli imprenditori scozzesi. McWilliams è andato al cuore del problema: «I guadagni delle banche sono aumentati considerevolmente quest’anno, per mancanza di concorrenza sul mercato. Ogni tentativo di aprire una trattativa sui bonus, può rivelarsi inutile, se non addirittura dannosa, a meno che si voglia affrontare il problema della concorrenza».

Tutte notizie che non fanno che aumentare l’indignazione tra politici e leader sindacali, per non parlare del sentimento popolare, mentre aumenta la disoccupazione e molti contribuenti hanno perso la casa. Brendan Barber segretario generale della Trades union congress (Tuc è un sindacato che rappresenta circa 6 milioni e mezzo di lavoratori inglesi, ndr) ha affermato: «Può anche darsi che i bonus del 2009 siano inferiori a quelli elargiti nel 2007, ma 6 miliardi di sterline sono ancora una somma assurda, se si pensa alla profondità e gravità della crisi finanziaria in cui l’avidità e la spericolatezza dei banchieri ha precipitato l’economia mondiale. La situazione è stata risol-

ta solo dal massiccio intervento del contribuente, ma le banche non hanno dato alcun segnale di ravvedimento». «L’aumento dei bonus non riflette in alcun modo l’attività delle banche per la crescita economica. Le banche stanno guadagnando sostanzialmente sui prestiti governativi e grazie al fatto che non c’è concorrenza. La cosa più irritante è che tutte le loro attività stanno in piedi grazie alla sottoscrizione dei contribuenti», questo è invece il pensiero di un membro liberale del governo, il portavoce del ministero del Tesoro,Vince Cable. Sul fronte dei Tory, invece, la proposta è quella di usare la leva fiscale per colpire i bonus e il ministro ombra del Tesoro, Mark Hoban, ha promesso che, una volta al governo, sarà una delle prime misure da prendere. «Dobbiamo sostenere il sistema bancario, non i conti dei banchieri» ha poi chiosato Hoban. I commercianti dei pregiati vini francesi, nella City, avvertono però: le ordinazioni dei migliori Bordeaux sono in aumento.

L’IMMAGINE

Jihad, fatwa, martiri: ecco la ricetta del pericoloso fondamentalismo islamico L’Islam islamista comprende religione, ideologia e politica. Lo jihad è obbligo di fede, che prescrive la guerra santa contro gli infedeli. Il Fronte per lo jihad contro i crociati e i sionisti - con leader Osama Bin Laden ha emanato una fatwa (vendetta decisa da un tribunale islamico). In tale fatwa si afferma che uccidere gli americani e i loro alleati, civili e militari, è un dovere per tutti i musulmani, da assolvere in ogni Paese, tramite il terrorismo. Al Qaeida raggruppa circa 15-20 mila militanti, che giurano fedeltà cieca all’Emiro Bin Laden, fino alla morte, ossia al sacrificio personale attraverso il “martirio”per la causa di Allah. Fra le sigle principali del fondamentalismo islamico, si annoverano Hamas (Palestina), Hezbollah (Libano) e un’altra decina in Egitto, Turchia, Algeria, Tunisia ecc. Fra i “crimini insopportabili per ogni musulmano”vi sarebbe la nascita d’Israele. Specialmente in Afghanistan, il regime dei Taleban considera le donne come fonti di disordine, se si trovano fuori della famiglia.

Franco Padova

PUNIAMO I MALTRATTAMENTI Dopo i riflettori proiettati da Striscia la Notizia a riguardo della detenzione di animali in luoghi non idonei nel Caveoso della Città dei Sassi di Matera, ecco la conferma che in questo comune vivono persone insensibili nei confronti degli animali. A pochi metri dal comando dei Carabinieri, infatti, è stata trovata la carcassa di un piccione infilzato da una forchetta da tavola. Gli attivisti locali non hanno esitato a manifestare il proprio sdegno nei confronti di un gesto crudele con un blitz di protesta affiggendo uno striscione nella zona dove è stato trovato il piccione infilzato. Poteva capitare anche ad altri animali, vittime di pregiudizi o di violenza gratuita ad opera di persone annoiate (come i ragazzini che

tristemente trovano divertimento seviziando animali di vario tipo, per poi filmare il macabro spettacolo e pubblicare il video su youtube). Ignoranti e insensibili senza scrupoli che commettono atti di violenza sui più deboli, soggetti potenzialmente pericolosi anche per i loro simili. Chi non è in grado di provare sentimenti di compassione nei confronti della sofferenza degli animali non è in grado di provarlo neanche verso gli umani! Per alcuni animali si “legittimano” le violenze per diversi scopi, nel caso dei piccioni, perché considerati da molti (su basi infondate) portatori di malattie e dunque “sterminabili”, come ad esempio, ha deciso recentemente il sindaco della provincia padovana di S.Giorgio Bosco. Ogni animale è un essere sen-

Mille statuine Chi ha detto che una protesta per essere efficace, deve durare a lungo? Ai Melting Men, statuette alte una ventina di centimetri di ghiaccio realizzate dall’artista brasiliano Nele Azevedo, sono bastati 30 minuti per attirare l’attenzione di mezzo mondo, prima di sciogliersi sulla piazza di Gendarmenmarkt, in Germania

ziente, portatore di diritti che devono essere da tutti rispettati! Invitiamo le forze dell’Ordine a collaborare per la repressione di simili avvenimenti e ricordiamo che il maltrattamento animale è un reato previsto dall’art.544 del codice penale punibile con il carcere da 3 mesi a 1 anno o con la multa da 3.000 a 15.000 euro.

Centopercentoanimalisti

HIT SBEFFEGGIANTI Tra i pc dei miei colleghi serpeggiano canzoncine su Berlusconi che fanno ridere quanto piangere. Rifacimenti di hit del passato che contengono sbeffeggiamenti del premier con il lessico che conosciamo dai giornali, ma con qualche cosina in più: una volgarità non solo di facciata ma anche di contenuto. Non credano

questi autori dell’immondizia verbale, che andranno ai primi posti delle classifche, se non in quelli dei guinness dei primati, riguardanti la berlina di un uomo fortunato che vuole cambiare le cose, ma l’invidia e la saccenza di molti italiani gli gioca brutti scherzi ogni giorno, da impedirglielo nei fatti.

Gennaro Napoli


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Lei capirà il mio stato d’animo e mi perdonerà Avevo pensato di scrivere questa lettera a Giulia. Ma proprio non mi riesce; non riesco a incominciare. Sono ancora sotto l’impressione della sua lettera, da me ricevuta, del 31 maggio, ma è un’impressione certamente anacronistica. Mi pare che la vita di Giulia in questi mesi debba essersi svolta con molti mutamenti, perché Giuliano incomincierà a parlare e a camminare e lei avrà riprovato, ma con nuove sfumature, le impressioni dei primi moti di Delio, il quale oggi deve essere già uno spettatore giudizioso delle altre imprese del suo fratellino; così tutti i rapporti sentimentali sono complicati, con novità essenziali di enorme portata. Ti pare. Io dunque non sarei a tempo, certamente sarei stonato: ciò mi preoccupa e mi toglie l’iniziativa: Tu pensi davvero che Giulia sarà molto addolorata di non ricevere direttamente mie lettere? (Bada che non voglio mettere in dubbio la sua sensiblità!). Io ci penso, ma non riesco lo stesso. È proprio necessario che io abbia qualche sua lettera più recente. Si può però fare così: comunicarle questa lettera, per esempio. Leggendola, lei capirà benissimo il mio stato d’animo e mi perdonerà. Forse non penserà neanche che ci sia bisogno di un perdono vero e proprio. Antonio Gramsci a Tania

ACCADDE OGGI

RIMUOVERE MANIFESTI CON DONNE OGGETTO LEGATE A SEDIE Ancora una volta dobbiamo assistere allo spettacolo indegno di una campagna pubblicitaria che offende la donna, trasformandola in un oggetto da legare ad una sedia. La città di Roma è nuovamente tappezzata da cartelloni rosa a dir poco discutibili che, per promuovere una marca di abbigliamento, ritraggono due ragazze imprigionate con una corda ad altrettante sedie. L’ennesima trovata di cattivo gusto che, per fini commerciali, non esita a calpestare la dignità femminile, lanciando messaggi che incitano alla cultura della sopraffazione e della soggezione. Proprio nel momento in cui stiamo conducendo una battaglia per liberare le donne immigrate dalla sottomissione del burqa, è impossibile tollerare campagne pubblicitarie così offensive e degradanti, anche quando si tratti di scelte di mercato. Perciò chiediamo che tali affissioni vengano immediatamente rimosse.

Barbara e Beatrice

ASSOCIAZIONI CONSUMATORI. LE VOGLIONO IN UNA RISERVA INDIANA Con la X sessione programmatica Stato-Regioni-Consiglio nazionale utenti e consumatori si è arrivati a un documento che delinea le forme organizzative delle associazioni. In pratica si relega le associazioni di utenti e consumatori nella riserva indiana. Nella riserva, ovviamente, verranno forniti alcolici, coperte e cibo. Il modello di associazioni che viene proposto è quello

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Stefano Zaccagnini (grafica)

22 ottobre 1953 Il Laos ottiene l’indipendenza dalla Francia 1957 Guerra del Vietnam: prime vittime statunitensi 1962 Crisi dei missili di Cuba: il presidente John F. Kennedy annuncia che gli aerei spia americani hanno scoperto armi nucleari sovietiche a Cuba, e che ha ordinato un blocco navale sull’isola 1964 Jean-Paul Sartre ottiene il Premio Nobel per la letteratura, ma lo rifiuta 1966 Le Supremes diventano il primo gruppo musicale femminile ad ottenere un album in cima alle classifiche di vendita negli Usa 1975 Omosessuali nell’esercito: Leonard Matlovich viene cacciato dall’esercito dopo essere apparso in uniforme sulla copertina di Time magazine, sotto il titolo “Io sono omosessuale” 1999 Maurice Papon, politico francese, viene incarcerato per crimini di guerra 2004 La rivista di divulgazione scientifica Nature, pubblica la scoperta di una nuova specie umana, Homo floresiensis, sull’isola di Flores, in Indonesia

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

del patronato. Abbiamo avuto il patronato dei pensionati, poi dei contribuenti, con relativi finanziamenti, ora si propone quello dei consumatori. Siamo alla questua. Di “politica” per l’affermazione dei diritti degli utenti e consumatori non se ne parla proprio. Nel documento viene tracciata una struttura associativa che ricalca quella dei sindacati, che a nostro parere sono in evidente conflitto di interessi. La storia dell’Alitalia è stata in questo caso emblematica: una chiara incapacità sindacale di rappresentare gli interessi degli stessi lavoratori e una rivendicazione corporativa è stato il segno distintivo di tutta la vicenda che si è conclusa con 10mila esuberi e 3200 miliardi di euro a carico del cittadino contribuente. Danni all’utente, quindi, per sostenere, senza successo, una nicchia corporativa. Esempi ce ne sarebbero a iosa, perché è l’humus del nostro sistema e il motivo per cui nel nostro Paese non funziona quasi nulla o, quando funziona, è difficile fruirne: sanità, telefonia, trasporti pubblici, pubblica amministrazione, tutti servizi concepiti e organizzati in funzione di chi ci lavora e non degli utenti degli stessi, concepiti solo come fruitori finali e non soggetti principali intorno ai quali modellare il servizio. Occorre, quindi, scegliere da che parte stare e, soprattutto, occorre non farsi relegare a ruota di scorta. Meno male che il fronte associativo non è stato unanime e dissensi e valutazioni negative sono emerse nel corso del dibattito e nelle votazioni finali.

IL CANDIDATO ALLA PRESIDENZA DELLA REGIONE PUGLIA Il candidato alla presidenza potrebbe essere il titolo di un romanzo di J. Grisham ma non sappiamo se sarà mai un ulteriore bestseller del bravissimo scrittore americano di legal-thriller. La scelta del candidato alla presidenza della Regione Puglia, infatti, appare sempre più connotarsi per elementi che potrebbero, al più, fornire spunti per un romanzo d’appendice. Appena un anno e mezzo fa, c’era un candidato naturale per il centrodestra: Adriana Poli Bortone. Un candidato naturale per esperienza amministrativa, per storia politica personale, per carisma. Ma c’era anche un altro candidato naturale: Palese. Qui l’allocazione geografica del cognome non è bastata a “vincere” la resistenza dei baresi all’ennesimo leccese. Non importa, se poi, avrebbe potuto essere il candidato migliore. C’era inoltre tutto un tessuto sociale, la cosiddetta società civile, professionisti, dirigenti dello stato, imprenditori, in attesa di una plausibile investitura ma non ritenuti all’altezza. Da chi? In Puglia è sceso Quagliarello (pugliese sulla carta) e con lui, agli onori degli altari, benedetto da Alfano e Letta, il centrodestra si ritroverebbe candidato un magistrato (guarda un po’) anche lui pugliese sulla carta: Dambruoso. Ora non si tratta di discutere sulle capacità umane e professionali di quest’ultimo che, tra l’altro, non conosco. Ma per dirla con l’oramai celeberrima frase di un suo ex collega: che c’azzecca? Se il centrodestra dovesse vincere con Dambruoso, vuol dire che avrebbe vinto, comunque, con chiunque altro. Il punto non è questo. Il problema è, invece, capire di quali colpe, inadeguatezze e limiti è caratterizzata la nostra società pugliese, per non essere in grado di trovare tra i suoi figli, un candidato degno della selezione berlusconiana. La scelta operata appare il commissariamento di un’intera Regione. Una Regione che non è capace di esprimere un candidato credibile e all’altezza del compito. Si parla tanto di federalismo, di autonomia, di decentramento, ma poi le scelte più importanti, perché strategiche per il territorio, vengono prese altrove. La Lega non agisce così ed è per questo che è radicata nel territorio. Lo stesso non può dirsi, evidentemente, per il Pdl. Ci vuole un sussulto d’orgoglio, un moto d’animo e la capacità di essere classe dirigente per consentire alla nostra società di farsi Stato. Ci vuole un sussulto d’orgoglio e forse anche un sacrificio. Ignazio Lagrotta C O O R D I N A T O R E RE G I O N A L E CI R C O L I LI B E R A L PU G L I A

APPUNTAMENTI OTTOBRE 2009 VENERDÌ 30 E SABATO 31, ORE 11, ROMA PALAZZO WEDEKIND - PIAZZA COLONNA “Di cosa parliamo quando diciamo Italia”. Intervengono: Ferdinando Adornato, Pier Ferdinando Casini, Rino Fisichella, Carlo Azeglio Ciampi. VINCENZO INVERSO, SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

Primo Mastrantoni

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma

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PAGINAVENTIQUATTRO Germania. Fino al 25 ottobre, la Capitale tedesca si accende di mille colori per la V edizione del “Festival delle luci”

Il secondo cielo sopra di Andrea D’Addio crisse una volta Johann Wolfgang Goethe che «dove c’è molta luce, l’ombra è più nera». Non pensava certo che circa due secoli dopo il suo aforisma sarebbe stato utilizzato dai suoi connazionali per descrivere, con rammarico, il proprio Novecento e la voglia di lasciarselo alle spalle. Già quando a Berlino si inaugurò il Memoriale per le vittime della Shoah, si citarono gli angusti giochi di luci e ombre del monumento per sintetizzare il tormentato legame di molti tedeschi (non l’ultima generazione, non i ventenni di oggi) con il ricordo delle responsabilità del proprio passato. Da qualche anno, siamo ormai ora alla quinta edizione, a Berlino però vi è un vero e proprio “Festival delle luci”. Dietro non c’è nessuna malinconica rilettura storica, solo almeno in apparenza, la volontà di mettere alla prova la creatività di artisti di tutto il mondo per offrire una nuova attrazione turistica a cittadini e visitatori. È impossibile però non leggere dietro a tutto questo anche la voglia di potere accostare storie nuove, finalmente di festa, a luoghi finora testimoni di tanti tristi momenti storici.

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Grazie alla manifestazione, che terminerà il 25 ottobre, il panorama notturno di Berlino è caratterizzato da particolari illuminazioni di palazzi, piazze, monumenti e vie della capitale nonché da spettacolari giochi pirotecnici. Dalla Porta di Brandeburgo all’antenna televisiva di Alexanderplatz, passando per il Duomo, la tristemente nota Babelplatz (che quando si chiamava Opernplatz, dove il 10 maggio 1933 i nazisti bruciarono migliaia di libri ritenuti pericolosi), i tigli di Unter den Linden, la stazione di Hauptbanhof e il gran viale di Karl Marx Allee (lì dove la Ddr organizzava parate e cortei di autocelebrazione), per un totale di 55 installazioni curate da altrettanti designer della luce.Tutta la città, est e ovest come se nessuna frattura fosse mai avvenuta, ogni zona con propri luoghi e peculiarità, ma unita nel rincorrere quell’esigenza e al tempo stesso ossessione, di apparire viva, colorata, attraente. Se è vero che Berlino è ormai la metropoli della vita notturna (una recente classifica di una rivista inglese mette 3 dei suoi locali tra 10 più cool del pianeta), un festival di questo tipo non poteva che nascere lì dove la voglia di vivere la città è più forte della pigrizia che, ad ottobre come a febbraio, viene indotta da freddo e maltempo. A stimolare ancor più la partecipazione dei berlinesi vi è poi il parallelo concorso, aperto a tutti, ma non ai professionisti, per la migliore fotografia del festival. Berlino si sa vendere: in un’epoca in cui lo spazio per le immagini è infinito (alla limitatezza della carta si è sostituita la virtuale, immensa vastità di internet), far viaggiare foto sul web è una delle migliori strategie pubblicitarie, soprattutto quando si tratta di eventi dal carattere prettamente spettacolare. Sede operativa del festival è il moderno palazzo del DomAquarée, un edificio inaugurato nel 2004 e caratterizzato, nell’atrio, da una colonna di vetro riempita da un milione di litri d’acqua. I riflessi di luce realizzati su questa sorta di acquario dall’artista Andreas Boehlke sono una delle attrazioni principali della manifestazione. Altro, immancabile,

BERLINO centro di attenzione è la Porta di Brandeburgo: sul frontone di quel monumento che nell’immediato dopoguerra divideva due mondi, ogni notte sono proiettati slogan di tre semplici parole scritti da chi si è registrato al sito www.be.berlin.de e ha versato una piccola cifra per le spese. Amore, filosofia, memoria: un grande schermo alla portata di tutti visibile ovunque grazie alla diretta in streaming offerta dal sito del festival. «L’anno scorso più di un milione di visitatori locali e stranieri è sceso in strada per assistere ai 12 giorni di spettacolo.

agli studenti delle scuole medie mentre speciali tour su autobus, biciclette e imbarcazioni offrono ai turisti di passaggio la possibilità di osservare le attrazioni principali in percorsi di un paio d’ore.

Obiettivo difficile: uno dei punti di forza della manifestazione è la sua durata, il suo riuscire, giorno dopo giorno, a ricreare quella sensazione di città incantata di cui si legge da piccoli nelle favole, dove tutto è bello e i clacson e lo stress del mattino sembrano luoghi e momenti lontani. Di sera i palazzi si vestono a festa e è difficile non avere voglia di una passeggiata o di affacciarsi alla finestra per vedere arcobaleni di luci al neon affascinanti quasi come quelli veri. Dopotutto, come dichiarò una volta durante un’intervista televisiva il celebre architetto Ettore Sottsass: «I colori oramai non sono più pigmenti, sono luci. Noi viviamo almeno il 60 percento della nostra giornata in mezzo a luci colorate. I casi sono due: o ci spariamo, perché non sopportiamo questa disumanità del paesaggio che ci circonda, oppure ci vien voglia di capire che cosa possiamo farne». Berlino in questo senso, la lezione l’ha imparata bene e ha scelto. Meglio colorarsi di blu, rosso e giallo, piuttosto che farsi ricordare per il bianco (poco) e nero (molto) del proprio Novecento.

Il panorama notturno della città, ormai tra le più cool d’Europa, è caraterizzato da particolari illuminazioni di palazzi, piazze e monumenti. Per un totale di 55 installazioni curate da altrettanti designer Siamo fieri che il Festival sia diventato una delle attrazioni turistiche più importanti della città tanto quanto un importante fattore economico», ha dichiarato durante l’inaugurazione Siegfried Helias, direttore della fondazione responsabile della rassegna. Tanti sono gli eventi collaterali. Lo scorso 17 ottobre, con “La notte delle porte aperte”, tutti i palazzi e i musei sono stati visitabili anche al loro interno, mentre il 24 sarà la volta di una una mini maratona notturna di 10 km. Lezioni sul corretto utilizzo delle luci nel traffico sono rivolte ogni giorno


2009_10_22