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Gli uomini coraggiosi sono tutti dei vertebrati: sono morbidi in superficie e duri nel mezzo Gilbert Keith Chesterton

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 21 OTTOBRE 2009

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Lettera aperta di Casini al premier perché usi l’incontro per contestare allo zar la violazione dei diritti umani nel suo Paese

E ora c’è anche il Lodo Putin Berlusconi oggi in Russia per una visita di due giorni.Affari o politica? Top secret. In ogni caso, la stretta amicizia con il dittatore russo danneggia l’Italia e cambia il suo sistema di alleanze di Enrico Singer

Fra tre settimane si vota di nuovo

iusto il tempo di salutare re Abdallah di Giordania, oggi a mezzogiorno, e poi via in aereo a San Pietroburgo dall’amico Putin. Ufficialmente per partecipare alla festa di compleanno dell’uomo forte del Cremino, in realtà, per parlare di gas e di affari privati. Il leader centrista Pier Ferdinando Casini ha colto l’occasione per spedire al premier una lettera aperta (che pubblichiamo a pagina 2) chiedendogli di cogliere l’occasione per parlare con Putin di diritti umani.

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a pagina 2

MIKHAIL GORBACIOV

«Attenti, Vladimir peggio di Breznev» di Massimo Ciullo «Putin è peggio di Breznev»: detto da Mikhail Gorbaciov, fa un certo effetto. Il padre della perestrojka, in una intervista alla Novaja Gazeta dice che la nuova Russia ormai corre a ritmo vertiginoso verso un drammatico ritorno al passato e al totalitarismo. a pagina 5

L’Afghanistan al ballottaggio il 7 novembre

IL DEGRADO DI UNA REGIONE

Il Pdl si divide sulla candidatura a governatore di Cosentino perché indagato per presunte collusioni con i Casalesi: contro di lui anche Fini. Nel Pd, Morando vuole dare alla magistratura l’elenco degli iscritti, per timore di contaminazioni camorristiche. Un gran bel bipolarismo…

Certificati i brogli: nuova sfida tra Karzai e Abdullah. Stavolta Kabul ha fretta

Per chi suona la Campania

di Luisa Arezzo

Nella foto: Nicola Cosentino

alle pagine 10 e 11

Il Papa accoglie gli anglicani

Hamid Karzai ha ceduto: con il 49,67 delle preferenze assegnate (contro il 54 per cento annunciato) non può cantare vittoria. E il 7 novembre dovrà vedersela di nuovo con il suo sfidante, il tagico Abdullah. a pagina 14

Nessun accordo nella Ue su segreto bancario e sostegno all’ambiente

Lo scisma sanato conferma il primato di Pietro

Italia sorvegliata speciale L’Ecofin: «Il vostro deficit deve tornare sotto controllo»

di Rocco Buttiglione

di Francesco Pacifico

Passi avanti decisivi tra cattolici e anglicani, con la Costituzione apostolica che il Papa ha preparato. Più che ricomporre uno scisma, però, si traggono le conseguenze di un altro scisma, in questo caso a vantaggio della Chiesa cattolica anche se in accordo con la Comunità anglicana. Vantaggio non solo perché si spalancano le porte al ritorno di milioni di fedeli con i loro sacerdoti, ma soprattutto perché si conferma che la linea vincente e coerente è quella seguita da Roma.

L’exit strategy dalle politiche di debito avverrà soltanto a ripresa consolidata. E comunque non prima del 2011. Le tre vigilanze uniche per banche, assicurazioni e mercati finanziari restano un sogno nel cassetto di Francia e Germania. Per il momento ci si deve accontentare di una fumosa autorità Antirischi. Che però dovrà passare sotto le forche caudine dell’Europarlamento: insomma, un Ecofin all’insegna dei veti.

segue a pagina 12

a pagina 6

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I QUADERNI)

• ANNO XIV •

NUMERO

Guerra tra Berlusconi e Marcegaglia sulla proposta di Tremonti

Se la difesa del “posto fisso” l’avesse fatta D’Alema di Gabriella Mecucci La sinistra deve proprio masticare amaro. Se uno come D’Alema avesse detto che bisogna difendere il posto fisso a tutti i costi perché è un valore, figurarsi se il giorno 208 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

dopo qualche saggio e buon liberale non avrebbe polemizzato con quelle posizioni “vetero”. L’altro ieri a infrangere il tabù è stato Tremonti, promosso subito da Berlusconi e bocciato da Emma Marcegaglia.

IN REDAZIONE ALLE ORE

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19.30


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pagina 2 • 21 ottobre 2009

Diplomazie/1. Il Cavaliere nella dacia dello zar per festeggiarne il compleanno. Sempre più solido l’asse Roma-Mosca

Il Migliore & il Dittatore

Da oggi una visita riservatissima di Berlusconi in Russia per parlare di gas. Ma i rapporti con «l’amico Putin» danneggiano l’Italia di Enrico Singer iusto il tempo di salutare re Abdallah di Giordania e la sua bella moglie Rania a Villa Madama, oggi a mezzogiorno, e poi via in aereo a San Pietroburgo dall’amico Putin. Ufficialmente per partecipare alla festa di compleanno dell’uomo forte del Cremino che i suoi 57 anni li ha compiuti il 7 ottobre, ma che li celebrerà stasera sulle rive del lago Valdai con un una pattuglia di invitati esclusivi tra i saloni, i giardini, le terrazze e gli enormi acquari pieni di pesci tropicali della splendida dacia che già due anni fa - quando la vide per la prima volta - lo stesso Silvio, pur abituato ai tesori di Villa Certosa, definì «meravigliosa». Una visita privata, insomma. Anzi, privatissima e avvolta da un rigoroso segreto sui particolari tanto che lo stesso ministro degli Esteri, Franco Frattini, che rimarrà a Roma, ha detto di non avere né la lista degli happy few che pareteciperanno al party, né il programma completo delle due giornate che il presidente del Consiglio passerà in Russia, visto che il rientro in Italia è previsto soltanto per domani sera. Ma proprio l’insolita lunghezza di questa visita privata e almeno un nome sicuro degli altri invitati quello dell’ex cancelliere tedesco, Gerard Schroeder, che adesso presiede il comitato degli azionisti del progetto di gasdotto russo North Stream - autorizzano a pensare che, tra il caviale e lo champagne, si parlerà molto di affari. E dei piani europei di Gazprom, soprattutto.

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Candeline e business ha scritto ieri il Financial Times presentando la missione di Berlusconi a San Pietroburgo. Perché se Gerard Schroeder è il grande padrino del gasdotto russo che dovrà raggiungere direttamente la Germania passando sotto il Mar Baltico, il più convinto sponsor di South Stream, l’altro gasdotto progettato da Gazprom con la partecipazione dell’Eni che dovrebbe arrivare al resto dell’Europa attraverso la Turchia e la Bulgaria, è Berlusconi in persona. Putin, per la verità, aveva anche pensato, sulla scia dell’o-

perazione-Schroeder, di reclutare Romano Prodi per sostenere i piani di Gazprom. Ma dall’ex premier ed ex presidente della Commissione europea aveva ricevuto un rifiuto. Provvidenziale, nell’ottica di Palazzo Chigi che in questo affare non ha davvero bisogno di intermediari, tantomeno indigesti come Prodi. Anzi, secondo il Financial Times anche l’ultimo appuntamento internazionale di Berlusconi - la visita a Sofia della scorsa settimana - avrebbe avuto come vero scopo quello di discutere del gasdotto South Stream con Boyko Borissov, il neo-eletto primo ministro bulgaro. Il risiko dei nuovi gasdotti è una partita molto grossa. La Russia vuole aggirare Paesi come l’Ucraina e altri dell’ex blocco comunista dell’Europa orientale che sono attraversati dalle attuali pipeline per evitare i problemi che hanno già provocato gli inverni al freddo degli ultimi tre anni e perdite di miliardi a Gazprom. È evidente che North Stream e South Stream - al quale, tra l’altro, sta per associarsi anche la Francia - sono pro-

La lettera aperta al premier di Pier Ferdinando Casini

Presidente, i diritti umani non sono un affare di Stato? di Pier Ferdinando Casini gregio Onorevole Presidente Berlusconi, poche settimane fa, lo scorso 23 settembre, la Camera dei deputati ha discusso ed approvato una mozione, presentata da me e firmata da tutto il gruppo dell’Unione di Centro, in cui si impegnava il Governo ad attivare ogni canale diplomatico possibile al fine di garantire il rispetto dei diritti umani e del diritto alla difesa di Mikhail Khodorkovsky, di Platon Lebedev e dei cittadini russi in generale. La mozione ha ottenuto il voto favorevole di un ampio schieramento trasversale - evento piuttosto inconsueto in questa legislatura – da destra a sinistra, con la sola astensione dei deputati della Lega, dopo aver raccolto nel corso della seduta anche il parere positivo del Governo da Lei presieduto. In occasione del Suo viaggio da oggi a venerdì, di cui hanno dato notizia ieri i giornali italiani e che la vedrà ospite del premier Vladimir Putin, Le chiediamo dunque di farsi carico di quell’istanza e di dare concreta attuazione all’impegno assunto dal Governo.

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È nota infatti la solida amicizia personale che La unisce al primo ministro russo, rafforzata anche dalle eccellenti relazioni commerciali tra i nostri due Paesi e proprio per questo riteniamo che l’occasione dell’incontro, il primo dopo il voto del Parlamento, non possa e non debba andare sprecata. Il caso dell’ex magnate della compagnia petrolifera Yukos, Mikhail Khodorkovsky e del suo socio Platon Lebedev, in carcere dal 2003 prima in Siberia, dopo una condanna a 8 anni, ed ora a Mosca, in seguito alla contestazione di nuove accuse, per le quali rischiano un’ulteriore condanna a 22 anni di carcere, da tempo suscita perplessità e critiche tra i più importanti organismi internazionali, a partire dal Consiglio Europeo, e le principali democrazie dell’Occidente. Il tema del rispetto dei diritti umani e di difesa in Russia costituisce un indicatore di una possibile involuzione del processo democratico del Paese che non è possibile sottovalutare. E la questione non riguarda soltanto i casi di Khodorkovsky e Lebedev, ma si estende ad Anna Politkovskaya e agli altri giornalisti ed attivisti dei diritti umani uccisi negli ultimi anni senza che siano ancora stati individuati, arrestati e processati esecutori materiali e mandanti; agli organi di stampa e alle organizzazioni non governative non allineati. E naturalmente a tutti i cittadini russi. Le relazioni economiche e commerciali sono importanti e la Russia rappresenta senz’altro un partner strategico per il nostro Paese, specialmente sul fronte energetico. Ma il rispetto e la tutela della dignità umana, di qualunque uomo, hanno un valore assai superiore. Ecco perché il nostro augurio è che dal Suo viaggio, Onorevole Presidente Berlusconi, giunga una conferma tangibile di questa convinzione che non può non accomunarci tutti in Italia e che, anche grazie al Suo contributo, sarebbe fondamentale si affermasse in Russia come in ogni altra parte del mondo.

getti molto importanti e attraenti di cui nessuno mette in dubbio la validità. Ma, in particolare nel caso di South Stream, non si può dimenticare che esiste un progetto alternativo - Nabucco - sostenuto dalla Ue e dagli Usa, che punta a far giungere in Europa anche il gas del Mar Caspio e che rappresenterebbe non solo una diversificazione delle rotte dei gasdotti, ma anche delle fonti di rifornimento togliendo il monopolio alla Russia e al suo gigante dell’energia, Gazprom.

Ecco allora che l’incodizionato sostegno di Berlusconi ai piani del Cremlino assume una valenza di schieramento internazionale che supera la legittima difesa degli interessi nazionali. Al di là delle sin troppo facili ironie sui nuovi “lettoni” dell’amico Putin che potrà sperimentare e apprezzare nella dacia di Valdai, la visita privata a San Pietroburgo pone il problema-chiave della politica estera italiana. Il triangolo Roma-Mosca-Tripoli è ancora in sintonia con la tradizione - peraltro confermata da Berlusconi in diverse occasioni - dei nostri storici rapporti transatlantici? Alla Casa Bianca non c’è più l’amico George. Obama ha preso il posto di Bush e, nonostante il presidente del Consiglio, stia corteggiando in tutti i modi il nuovo inquilino della Casa Bianca, non c’è ancora la prova che sia vero il contrario. La plateale pace fatta con il colonnello Muammar Gheddafi e lo sbandierato feeling con Vladimir Putin suscitano, invece, molte perplessità alla Casa Bianca. Non tanto perché non sia corretto considerare la Russia un partner fondamentale dell’Occidente e adoperarsi perché i rapporti con Mosca migliorino. Come fa lo stesso Barack Obama. Ma perché c’è sempre una questione di misura, di equilibrio, di attenzione a tutto il profilo degli interlocutori - leggi Gheddafi o Putin - che si scelgono come privilegiati. Nel caso della Russia, non si può fare finta, poi, che non esista anche una grave questione democratica. Il Parlamento italiano ha da poco approvato la mozione che è stata presentata


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21 ottobre 2009 • pagina 3

L’opinione dell’ambasciatore Sergio Romano, esperto di politica estera

«Ma Mosca è un treno su cui dobbiamo salire» Grande esportatore di energia e di know-how, la Russia è un mercato sconfinato da sfruttare di Vincenzo Faccioli Pintozzi a Russia «è un grande mercato e un tre misura se le crisi ci fermassero. Questi sogrande fornitore di energia, che nel no rapporti destinati a creare dei risultati non contempo ha bisogno di capitali e di immediati, ma certamente negli anni succesknow-how straniero. Una relazione di sivi. Se ci si crede, se si ritiene che sia utile fattori che la rende un partner appetibile per questa politica, allora non si interrompe: la tutti e per l’Italia in particolare». È l’opinione Russia è un grande mercato e un grande fordell’ambasciatore Sergio nitore di energia. Che ha anRomano, editorialista del che bisogno di capitali e Corriere della Sera ed esperknow-how straniero: un to di politica internazionale, esempio perfetto di compleche a liberal commenta il mentarietà. Il convitato di pietra viaggio di Silvio Berlusconi dell’incontro di oggi è il a San Pietroburgo e la persocolonnello Gheddafi. nalizzazione – considerata Non pensa che sia sba«a volte eccessiva» - con cui gliata la compiacenza il premier italiano ha ameccessiva nei confronti mantato la politica estera di governi che violano i italiana. diritti umani? Ambasciatore, i rapporti fra Italia e Russia soSe queste critiche vengono no - con Berlusconi al dalle tante organizzazioni governo - su di un binainternazionali non governario privilegiato. È un tive che operano nel mondo modo di comportarsi per la difesa dei diritti umalungimirante, visti anni, allora sono non soltanto che i problemi dell’ecolegittime ma anche utili. Ma nomia russa? Non saio vorrei che mi venisse indirebbe meglio diversificato un qualunque governo care il nostro impegno in grado di criticare l’Italia diplomatico? su questo argomento. Io non Io credo che i rapporti fra credo che ci sia. La personalizzazione Roma e Mosca siano stati della politica estera buoni anche sotto precedencompiuta da Silvio ti governi. Con Berlusconi i Berlusconi non è rirapporti si sono personalizzati, per così dire: il capo del schiosa? Si potrebbe governo italiano crede in arrivare a incarnare la questo modo di agire e tende nostra attività diploa trasformare sul piano primatica con la figura vato rapporti che di norma del premier… Il premier italiano Silvio Non sono mai stato favoresono istituzionali. Quanto alBerlusconi «fa bene a consivole a questa personalizzal’intensità dei rapporti ecoderare la Russia un partner zione dei rapporti internanomici bilaterali, non mi fondamentale per l’Italia. E zionali. È la continuità che sembra che sia corretto dire fa il suo mestiere, quando conta, non l’incarnazione che l’Italia non ha diversificerca di siglare intese econodel momento. Va anche detcato i suoi rapporti internamiche e commerciali. Ma to che siamo davanti a una zionali. Prendiamo ad esemforse il governo italiano non fase in cui questo sembra pio il problema dell’energia: ha tenuto conto delle mutaessere il modo di comporin questi ultimi giorni si è zioni avvenute nel mondo e tarsi di tutti: si danno del inaugurato un rigassificatodelle troppe violazioni ai di“tu”, si danno le pacche sulre nel Golfo Persico, e anche ritti umani compiute da Mole spalle, si baciano… Che quella è diversificazione. sca». È l’opinione espressa poi è una delle cose più bufL’accordo con la Libia, con ieri da Franco Venturini sulla fe da vedere. Questo aspetto l’Algeria sono altri esempi: prima pagina del Corriere è curioso e risibile, che a me ho letto molti commenti, nepare eccessivo. Non c’è dubgli ultimi giorni, che vogliodella Sera. L’editoriale, estrebio che, nel tempo, si sia veno l’Italia “suddita” della mamente condivisibile, parte rificata una mutazione dei Russia dal punto di vista da assunti di realpolitik sistemi politici: la figura del condivisi anche da Sergio energetico. Ma noi abbiamo leader è sempre più imporRomano nell’intervista a lisempre cercato altri canali e tante mentre quella del miberal - che però tengono ancontinuiamo a farlo: queste nistro degli Esteri si appanche conto delle tante falle mi sembrano opinioni esana. Sembra essere lo stile che l’asse Roma-Mosca porgerate. Per quanto riguarda attuale. Quanto a Berluscota con sé.Tre punti da chiariinvece la considerazione che ni, va detto che sembra avere per Berlusconi: credibilità, riguarda lo stato dell’econore la tendenza a fare un di rapporti con l’Occidente e dimia russa, mi sembra chiaro più. Che a me, a volte, semritti umani. dire che la crisi ha colpito bra francamente troppo. tutti: e sarebbe dannoso ol-

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Il premier sbaglia a personalizzare troppo i rapporti internazionali, ma questo è oramai un comportamento tenuto da tutti i grandi del nostro pianeta

Oggi Berlusconi parte per la Russia dove sarà ospite di Putin. Si parlerà di affari, forse coinvolgendo anche il ras libico Gheddafi. A destra, l’ambasciatore Sergio Romano dall’Udc sul caso di Mikhail Khodorkovsky, l’ex patron della compagnia petrolifera Yukos che è stato arrestato nel 2003, è stato processato ed è ancora in carcere perché il Cremlino si è voluto sbarazzare di un uomo che, oltre ad essere un potente concorrente proprio di Gazprom, voleva che il suo Paese diventasse una vera democrazia e aveva fondato Russia Aperta, un movimento per promuovere una effettiva democrazia politica. Quella mozione che chiede la libertà per Khodorkovsky è stata votata anche dai deputati del Pdl e dimostra che avvicinare il più possibile la Russia all’Occidente - come sostiene Berlusconi - comporta anche la difesa e la sottolineatura di una diversità di valori come un passo inevitabile e necessario per arrivare a superarla. Chissà se nei due giorni che passerà nel-

la dacia sulle sponde del lago di Valdai, il presidente del Consiglio troverà il tempo di parlare a Putin anche del caso di Mikhail Khodorkovsky e di dire all’uomo forte del Cremlino che il Parlamento italiano ne ha chiesto la liberazione. Probabilmente la risposta a questa domanda è no. E ancora una volta, per giustificare i silenzi, sarà invocata la ragion di Stato condita dagli interessi economici e dall’illusione che sia questo il modo migliore per far recuperare all’Italia un posto tra i Grandi che è in pericolo proprio perché il nostro Paese sta sempre più soffrendo per una politica estera che è sbilanciata verso l’asse con la Russia e con la Libia. Che può essere una scommessa, certo. Ma che è anche pieno di rischi che non si possono ignorare a colpi di battute a effetto e di pacche sulle spalle.

L’opinione del CdS e la realpolitik


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Diplomazie/2. La «premiata coppia» Putin-Medvedev punta a una serie di joint-venture. Tutte a proprio vantaggio

Mosca attacca l’Europa

Non solo gas: da Renault a Opel ecco tutti gli affari avvelenati con i quali la Russia spera di scaricare i suoi debiti in Occidente di Pierre Chiartano arà il patto della dacia quello che si stringerà, in queste ore, nella residenza privata di zar Putin, alla presenza dei due amici, Silvio Berlusconi e Gerhard Schroeder. Quello che è evidente è che i frutti dell’abbraccio tra l’economia russa e quella europea, avvenuto in tempi di vacche grasse e penuria energetica, rischia di rivelasi una stretta avvelenata. Le parternership sono auspicabili e benvenute, ma possibilmente sulla base di regole. Sono ormai molti i casi in cui il Cremlino, forte di tenere la mano sui rubinetti del gas, ha esercitato una moral suasion – che assomiglia a una coercizione – verso aziende europee coinvolte in partnership con società russe.

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Non che in Occidente gli affari si facciano seguendo il manuale di monsignor Della Casa, ma esistono differenze e cominciano ad apparire in modo palese. Il caso più recente si è visto nella vicenda Renault, dove il premier è intervenuto direttamente

nella joint venture tra la casa francese e l’azienda aiutomobilistica Autovaz, primo produttore del Paese. Un incitamento ai francesi ad aiutare i loro partner nel business dell’auto. Insomma, un “cortese” invito a metter mano al portafogli, pena la diluizione del 25 per cento che i francesi detengono nella partnership moscovita. Il Cremlino ha affermato di aver difeso gli interessi di Renault quest’estate quando è intervenuta sulle sofferenti casse di Autovaz, accordandogli 25 miliardi di rubli (829 milioni

ment di Renault non erano giunti commenti, se non dopo qualche giorno per dire «da» alle richieste di Putin, forte di una posizione dominante in un settore strategico, come quello energetico. E convinto che dall’Eliseo non sarebbero arrivate preoccupazioni. L’azienda automobilistica francese ha pagato circa 1,2 miliardi di euro la partecipazione in Autovaz, all’inizio del 2008. Un tentativo di guadagnare una posizione privilegiata in quello che, allora, era uno dei mercati più dinamici d’Europa nel settore delle quattro ruote. Sulla produttività c’erano ampi margini

La casa francese ha pagato, nel 2008, circa 1,2 miliardi di euro, per la partecipazione in Autovaz, sempre più vicina al fallimento di dollari) di finanziamento. «Ora è venuto il momento anche per i francesi di partecipare al sostegno economico dell’impresa, altrimenti dovremo ridiscutere il valore della loro partecipazione» aveva affermato Putin, durante una riunione di governo e sbattendo il pugno sul tavolo. Dal manage-

di crescita, visto che nel 2008 Autovaz viaggiava su 8 auto costruite per dipendente, contro le 28 dei francesi. La speranza per i russi era quella di avere accesso alla tecnologia di Renault. Ma la crisi finanziaria mondiale ha fatto pagare un pedaggio molto alto all’intera economia russa. Autovaz ha cominciato a navigare in cattive acque e in pochi mesi ha dovuto chiedere l’intervento statale. C’è un piano di licenziamenti che prevede un taglio di oltre 26mila posti, circa un quarto del totale della società russa, come parte di un

progetto di ristrutturazione aziendale. Un colpo che sarà un boomerang anche in Europa, perché Renault dovrà stornare risorse da investire sul quel mercato. Nei primi otto mesi del 2008, le vendite di automobili in Russia sono crollate del 51 per cento. L’associazione europea di settore ha ridotto le previsioni di vendita per il 2009 a 1,4 milioni di auto e veicoli leggeri da trasporto. Renault ha registrato perdite per 187 milioni di dollari per le sue partecipazioni in Autovaz, nel primo semestre di quest’anno.

Gli analisti russi affermano che, anche se l’intervento di Putin è stata una vera sorpresa, il governo non avrebbe oltrepassato i limiti delle sue funzioni chiedendo alla casa francese di dare una mano per il salvataggio dell’azienda russa. Il che la dice lunga sullo stile moscovita negli affari. «Ogni mese Autovaz genera perdite per 2 miliardi di rubli» ha spiegato Sergei Udalov, ricercatore di Autostat, società che analizza il mercato automobilistico. Il quotidiano economico russo Kommersant aveva, pochi giorni fa, pubblicato le conclusioni del viceministro russo dell’Industria, Andrej Dementjev, cui era stata affidata un’analisi sulla società. L’azienda è ormai sull’orlo della bancarotta, scriveva Dementjev, e in queste condizioni gli aiuti finanziari del


prima pagina Per il padre della perestrojka, ormai il Paese va verso il totalitarismo

Gorbaciov: «Breznev era più democratico » di Massimo Ciullo ikhail Gorbaciov, l’ultimo leader dell’ex Unione Sovietica, ha definito una vera e propria «beffa per la democrazia» le ultime elezioni amministrative, tenutesi in Russia lo scorso 11 ottobre. «Le elezioni sono state trasformate in una presa in giro per i cittadini e hanno dimostrato l’assoluta mancanza di rispetto per il loro voto», ha detto Gorbaciov in un’intervista rilasciata alla Novaya Gazeta. «Il risultato a cui puntava il partito di governo è stato raggiunto attraverso il discredito delle istituzioni e del partito stesso» ha aggiunto l’ultimo segretario del Pcus. Secondo Gorbaciov, si è assistito ad un «fallimento completo dei tecnocrati» che hanno operato all’insegna della lezione staliniana, per cui «non è chi vota che conta, ma chi conta i voti». I partiti dell’opposizione e gli osservatori indipendenti hanno denunciato numerose violazioni del diritto di voto e frodi elettorali a favore di “Russia Unita”, il partito del primo ministro Vladimir Putin. Sono stati evidenziati casi di persone che hanno votato più di una volta e voti nulli che sono stati convalidati solo se a favore di “Russia Unita”. Quasi tutti candidati delle opposizioni hanno lamentato lo scarso spazio concesso durante la campagna elettorale rispetto all’eccessiva visibilità accordata dai media russi alla formazione del premier. Tutti i gruppi dell’opposizione hanno denunciato l’oscuramento dei loro spazi elettorali da parte di Russia Unita, sia su radio e televisione che sui giornali e sui cartelloni pubblicitari. Molti hanno parlato di un ritorno al passato, che ai più anziani hanno ricordato “i bei tempi”dell’Unione sovietica. I nomi di alcuni candidati sono addirittura scomparsi dalle schede elettorali. I comizi hanno spesso avuto appendici violente con i supporter di Russia Unita che hanno interrotto i loro avversari o intimidito i loro simpatizzanti. Altri candidati, noti per la loro ostilità alla leadership putiniana, sono stati

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In un’intervista alla Novaya Gazeta, l’ultimo leader sovietico traccia lo stato di salute della società russa: «È semplicemente una enorme farsa, capitanata dal partito di Vladimir Putin e dai suoi tirapiedi. Votare non serve più»

governo non servono più a niente, né aiuta la partnership con Renault. La sola strada per evitare il fallimento sarebbe licenziare 50mila persone, metà della forza lavoro di Autovaz. Il Cremlino getta acqua sul fuoco, ma il disastro è alle porte. Mosca punterebbe a diluire la quota dei francesi nella joint che per ora permette a Parigi di nominare i dirigenti. Qui il sistema Paese, guidato da Nicolas Sarkozy, potrebbe entrare in campo con le pressioni politiche. Ma c’è Gazprom a ricordare che è il maggior fornitore di gas, con il 25 per cento degli approvvigionamenti fatti ai citoyen, grazie a un accordo con Gaz de France.

Un’operazione poco chiara è anche quella legata all’acquisto di Opel-Gm da parte della cordata guidata da Magna. Una vicenda che ha tenuto banco anche sui media italiani, visto l’interesse di

esclusi dalla competizione elettorale senza alcun valido motivo. Come è accaduto, ad esempio, al leader di “Solidarnost”, Boris Nemtsov, che insieme a Gary

Fiat. Hanno vinto i russo-canadesi, si dice anche per l’intervento di un lobbysta di rango, l’ex cancelliere Gerhard Schroeder. Ma nella cordata di Magna-Sberbank fa capolino anche il gigante dell’auto Gaz, del magnate russo Oleg Deripaska che, vedremo in seguito, compare anche nella faccenda legata alle Generali. Insomma, il mondo finanziario e industriale russo si butta in una delle acquisizioni più importanti del settore, ma si scopre più inguiato di chi vorrebbe salvare. Gaz dovrà mandare a casa 14mila dipendenti, il 35 per cento della forza lavoro, secondo le fonti del ministero che lo hanno reso noto. I licenziamenti di Gaz group dovrebbero essere distribuiti anche su tutte le controllate. Solo l’azienda principale del gruppo russo manderà la lettera a 5.480 lavoratori sui 16mila del totale. Mentre Gaz Factory ne eliminerà dal libro paga 5.840 su

Qui sopra, il padre della perestrojka Mikhail Gorbaciov che ieri ha dichiarato guerra a Putin e al suo «regime antidemocratico». Nella pagina a fianco: il presidente russo Medvedev e, sopra, l’immagine di un gasdotto russo

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Kasparov, altro acerrimo avversario di Putin, hanno dato vita ad un nuovo partito nella speranza di conquistare almeno un seggio alla Duma di Mosca. Russia Unita è riuscita nell’impresa di conquistare la bellezza di 7000 amministrazioni locali, vincendo in 75 degli 83 dipartimenti amministrativi russi.

Alla Duma di Mosca, ad esempio, il partito del primo ministro ha ottenuto 32 dei 35 seggi disponibili; gli altri due posti sono stati assegnati al Partito comunista, l’unica formazione dell’opposizione che siederà nell’assemblea cittadina. La diffusione dei dati elettorali ha provocato la prima reazione in Parlamento da circa un decennio nel Paese. Alcuni parlamentari, ad eccezione dei membri di Russia Unita, hanno abbandonato l’aula della Duma in segno di protesta. La cosa sorprendente è che ad abbandonare l’aula della Camera bassa dell’Assemblea russa, dove il partito del premier conta 315 seggi sui 450 disponibili, sono stati esponenti di tre partiti che generalmente sostengono le posizioni di Russia Unita. «Se persone così ben disciplinate, prudenti e vicine al governo hanno arrischiato una simile iniziativa significa solo che la fiducia nelle elezioni come istituzione politica è completamente svanita» ha detto Gorbaciov all’intervistatore del giornale d’opposizione. Non è la prima volta che l’uomo che ha guidato la Russia nella la transizione alla democrazia critica “Russia Unita”. Pur evitando accuratamente di nominare Vladimir Putin, Gorbaciov ha affermato che il partito del premier si sta rivelando perfino meno democratico del Partito comunista sovietico, di cui è stato Segretario generale dal 1985 al 1991, anno dell’implosione dell’ex-impero sovietico. Vincitore del Premio Nobel per la pace, nel 1990, Gorbaciov ha mutato radicalmente il corso della storia del suo Paese, ponendo fine a 70 anni di dittatura comunista, gettando le basi per nuove istituzioni politiche pluraliste e democratiche. Una rivoluzione certamente non indolore, all’insegna di due parole d’ordine; Perestroika (ricostruzione), che per la prima volta puntava alla ristrutturazione del sistema collettivista sovietico, permettendo anche ai privati un ruolo economico, e Glasnost (trasparenza), intesa come un più ampio spazio per i cittadini per esercitare la loro libertà d’espressione. Un intervento riformatore senza precedenti che però, a detta dello stesso Gorbaciov, ha comportato la disgregazione dell’Urss a causa del risorgente nazionalismo delle repubbliche che la componevano e la sua estromissione dal potere. Molti nostalgici del passato regime imputano a Gorbaciov la responsabilità del crollo dell’Unione sovietica. Naturalmente, una personalità di questo calibro e con queste credenziali non può restare in silenzio di fronte alla deriva autoritaria che sta subendo il suo Paese ad opera di alcuni personaggi, che a parole si definiscono liberali, ma nei fatti agiscono come veri e propri restauratori dell’ancien regime.

7.781. Anche altre società satellite subiranno tagli al personale. Un portavoce di Gaz ha negato queste cifre, affermando che in futuro ci sarà una rimodulazione dei posti di lavoro tramite programmi di formazione. «Abbiamo varato di recente un progetto che permetterà a molti nostri impiegati di riqualificarsi e di prepararsi a lavorare in altri settori industriali» ha spiegato a Moscow Times.

Ma la sostanza è la stessa, ammortizzatori come anticamera per il licenziamento. Il guaio delle società russe è che sono aziende che hanno bisogno di ristrutturazioni, che dovrebbero essere fatte in periodi di crescita non in quelli di crisi come oggi. Una vera zavorra per l’industria europea che pensava di inzuppare il pane in un mercato commerciale fiorente e si è ritrovata a dover pagare i debiti di un’industria che non ha l’efficienza co-

me marchio di fabbrica. Insomma, i salvatori di Opel sarebbero in guai peggiori di chi vorrebbero salvare, visto che è proprio dall’azienda basata in Germania che sperano di ricevere una boccata d’ossigeno. Una Opel che mentre pianifica 10.500 licenziamenti, vede il nuovo management dichiarare che potrebbe investire 170 milioni di euro in Russia, comprese le attività di Gaz. Sempre il tycoon Deripaska ha ingaggiato un braccio di ferro con Generali-Ppf per Ingosstrakh, la seconda compagnia assicurativa russa. In affanno, visto il crollo dei fondi stranieri d’investimento, l’oligarca moscovita che assieme a Roman Abramovich possiede anche il colosso Rusal – con 7,4 miliradi di dollari di debiti – vorrebbe ridurre la quota della compagnia italiana. Probabilmente fanno gola i 2,2 miliardi di dollari di asset che l’oligarca vorrebbe poter gestire, alla russa.


economia

pagina 6 • 21 ottobre 2009

Recessione. I ministri europei dell’Economia sono divisi su sicurezza bancaria e tutela dell’ambiente; solo sulla lotta al debito trovano unità

Ultimatum all’Italia Ecofin contro i Paesi con deficit troppo alto «Subito una manovra per il riequilibrio» di Francesco Pacifico

ROMA. L’exit strategy dalle politiche di debito avverrà soltanto a ripresa consolidata. E comunque non prima del 2011. Le tre vigilanze uniche per banche, assicurazioni e mercati finanziari restano un sogno nel cassetto di Francia e Germania. Per il momento ci si deve accontentare di una fumosa autorità Antirischi. Che però dovrà passare sotto le forche caudine dell’Europarlamento. Un Ecofin all’insegna dei veti è stato quello che si è tenuto ieri in Lussemburgo. A riprova di quanto sia complesso il lavoro che attende le maggiori economie per riscrivere le regole della governance mondiale.

Se la Gran Bretagna è riuscita a far slittare la riforma delle norme finanziarie, l’Austria e il Lussemburgo si alleano per far saltare l’intesa antifrode tra le Ue e il Liechtenstein. Indispensabile per estendere la lotta al riciclaggio ad altre “zone grigie” come la Svizzera o San Marino, e propedeutica per mandare in pensione il segreto bancario dal 2011. Proprio quello che non vogliono a Vienna o nel Principato.

Il doppiopesismo dei media: solo Emma Marcegaglia risponde a Tremonti

Se la difesa del “posto fisso” l’avesse fatta D’Alema... di Gabriella Mecucci uscita del ministro Tremonti sul posto fisso ieri ha scatenato le polemiche tra governo e industriali: il premier Berlusconi s’è schierato a favore («è vero, è un valore»), Emma Marcegaglia no («sarebbe un ritorno al passato»). Ma cosa sarebbe successo se a difendere a tutti i costi il posto fisso, definendolo un valore, fosse stato uno come D’Alema? Il giorno dopo qualche saggio e buon liberale, a partire da Giavazzi, avrebbe polemizzato con quelle posizioni “vetero”. Invece sull’uscita tremontiana, Confindustria a parte, è calato una sorta di silenzio assenso. Dunque, più che i contenuti sono importanti le persone che li esprimono? Sembrerebbe proprio così.

L’

La credibilità della sinistra è precipitata sotto zero e, quindi, le sue affermazioni non vengono più considerate una cosa seria. C’è poco da stupirsi: per anni e anni, D’Alema e compagni si sono comportati come veri e propri conservatori. Bocciavano ogni e qualsiasi novità in campo economico o sociale: non accettarono nemmeno la legge Biagi, mentre sarebbe stato molto più saggio considerarla solo un inizio e chiedere l’intera applicazione del progetto dell’economista bolognese. Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Ma tutto questo non ci dice perché Tremonti dopo aver lungamente accarezzato i liberisti, adesso bruscamente si sia convertito ad una visione di stampo socialista. Naturalmente, nessuno pensa che la precarietà del lavoro sia quanto di meglio possa capitare. Nemmeno Reagan lo sosteneva. La questione è un’altra: è meglio un lavoro, anche se non fisso, che la disoccupazione. Questo è il principio che ha indotto a rendere più flessibile il mercato del lavoro. E la capriola di Tremonti? Il ministro non l’ha fatta perché si è

convertito al socialismo: nel suo passato lontano c’è l’iscrizione al Psi. È tornato dunque sui suoi passi e ha voluto cancellare in un colpo solo la parentesi liberale della sua vita politica? La sua è un’esigenza di natura teorica? Di studioso dell’economia che si accorge di aver avuto ragione venti anni fa e non quando privatizzava a raffica? Nemmeno a pensarci. Le motivazioni tremontiane sono squisitamente politiche. Vuole accreditarsi presso la sinistra magari riempiendo uno spazio che questa ha lasciato libero. Prima di lui, e con maggior lena, questa operazione l’ha iniziata Gianfranco Fini. Sono anni che lavora per diventare il preferito della gauche. L’inizio di questa sua attività viene da lontano: da quando disse che il fascismo era il male assoluto. Da allora non si è fermato più un momento: dal voto al referendum sulla procreazione sino alla recente proposta di insegnare la religione islamica in tutte le scuole pubbliche. Per non dire di tutti gli altolà - parecchi dei quali molto opportuni - fatti a Berlusconi. Tanto ha detto e tanto ha fatto che è diventato il leader più amato dalla sinistra. Se partecipasse alle primarie, sarebbero guai per Franceschini e Bersani. Le capriole di Fini fanno apparire Tremonti un principiante.

A parte la leader di Confindustria, solo una sorta di silenzio assenso. Più che i contenuti, sono importanti le persone che li esprimono?

Perché il presidente della Camera ha scelto questa strada? Una profonda lacerazione morale e culturale ha scosso la sua esistenza? Nemmeno a pensarci. A ben guardare Tremonti e Fini vogliono la stessa cosa: diventare i leader di un possibile governo di grosse koalition se Berlusconi cadesse o si trovasse in grossi guai. In attesa del dopo Cavaliere, lavorano sotto traccia per conquistare Palazzo Chigi. Ma c’è anche un altro obiettivo: il Quirinale, per raggiungere il quale occorre non essere invisi alla sinistra. Sul loro cammino, questi due Fregoli della politica, potrebbero trovare Gianni Letta. Un moderato doc che non ha bisogno di fare capriole perché è stato sempre uguale a se stesso. Lo stile di quest’ultimo è del tutto diverso: profilo basso,molto lavoro e lunghi silenzi. Ma - c’è da giurarlo - anche lui pensa al dopo Berlusconi.

Se non bastasse i Ventisette hanno anche litigato sui fondi per la lotta all’inquinamento e sulla quantità da destinare ai Paesi in via di sviluppo. In questo clima da tutti contro tutti Giulio Tremonti ne è uscito quasi indenne. Quasi. Il caos e le divisioni hanno evitato al ministro e all’Italia quel processo per la mancata riforma italiana delle pensioni, sulla quale Bruxelles ha spesso e volentieri messo l’accento. Eppure il bilancio non è positivo per l’ex tributarista pavese.

Nel comunicato finale del vertice i colleghi di Tremonti hanno voluto mettere nero su bianco una frase che finisce per spaventare non poco Roma: «Alcuni Paesi», si legge, «dovranno cominciare il consolidamento prima di altri». Inutile dire che il crinale sul quale si decideranno i tempi di rientro dalle politiche di aiuti sarà la stabilità della finanza pubblica. L’Italia – con una procedura d’infrazione aperta, il deficit nel 2009 al 5 per cento e il debito sul Pil che viaggia verso il 118 per cento – è per livello di criticità nel secondo gruppo. Non tra le maglie nere e nella stessa condizione di Germania, Portogallo, Belgio, Finlandia e Slovacchia. Con una piccola differenza però: che l’assenza di riforme strutturali sulla spesa rendono il passivo del Belpaese quasi strutturale. Indipendentemente dalla qualità della propria esposizione, Bruxelles ha mandato chiari


economia Paesi, rischia però di non trovare a Bruxelles la stessa clemenza ottenuta finora. Soprattutto in un momento in cui la ripresa riaccenderà gioco forza l’inflazione e appesantirà i servizi sul debito pubblico.

messaggi a tutti i componenti dell’Ecofin. Intanto impone che «il consolidamento delle finanze pubbliche negli Stati membri europei dovrà cominciare al più tardi a partire dal 2011». Quindi il ritmo per il consolidamento dovrà essere «ambizioso e superare nettamente lo 0,5 per cento del Pil all’anno in termini strutturali». Giulio Tremonti gode di ottima fama a Bruxelles. E non soltanto perché è ormai l’unico ministro delle Finanze ad applicare pedissequamente i consigli della

Ha spiegato a margine del vertice il ministro delle Finanze svedese e il presidente di turno dell’Ecofin, Anders Borg: «La ripresa economica è fragile e sostenuta dalle misure di sostegno adottate dagli Stati dell’Unione Europea». Per aggiungere che «non è ancora il momento per fare un’exit strategy». Eppure nessun Paese europeo permetterà a un’Italia troppo debole strutturalmente di rallentare la ripresa. Anche perché segnali di inversione di tendenza ci sono tra «l’attività economica della Ue che ha cessato di diminuire in modo consistente, i mercati finanziari che si sono stabilizzati e la fiducia che sta rinascendo». Soprattutto l’Europa non può mostrare debolezze verso un’America che guarda sempre più al Far East. Lunedì sera il governatore della Bce, Jean-Claude Trichet, ha spiegato durante la cena dell’Eurogruppo tutti i rischi portati dal dollaro forte. In tutta risposta il Wall Street Journal ieri faceva sapere che il presidente Obama intende dare una svolta alle politiche del debito, facendo partire il primo programma di exit strategy già nel 2010. Di conseguenza il Vecchio Continente rischia di dover rivedere i tempi della sua agenda. In questo clima diventano sempre più importante la stesura di regole comuni per la finanza tra le due sponde dell’Atlantico. Londra – che da sempre ha lo sguardo volto verso New York e i listini americani – ieri ha bloccato ogni avanzamento sulla riforma della vigilanza. È non è la prima volta né sarà l’ultima. Il cancelliere dello Scacchiere, Alistair Dar-

Bruxelles imporrà rientri anticipati agli Stati meno solidi. Un ulteriore problema per Giulio Tremonti, che già adesso deve fronteggiare le richieste di spesa della maggioranza Ue. Ma che sia chiamato o meno a un intervento preventivo di rientro sul deficit, per il ministro sarà difficile applicare questi diktat. Da un lato, deve far ripartire un’Italia che per tornare ai livelli precedenti della crisi ci metterà almeno tre anni. Dall’altro, ha di fronte una maggioranza stanca del suo rigore tanto da chiedere pubblicamente il taglio delle tasse o attaccare a mezzo stampa – come ha fatto ieri il ministro alle Attività regionali, Raffaele Fitto – le sue creature, fossero la social card o la Banca del Mezzogiorno.Di conseguenza l’Italia che ha saputo frenare gli effetti della crisi o piazzare le sue emissioni obbligazionali meglio di altri

ling, è tornato a rivendicare la necessità di rispettare la sovranità nazionale in materia di bilancio. E, forte di questo, per ora ha aperto soltanto alla creazione di un organismo di vigilanza macroprudenziale, l’Esrb (European Systemic Risk Board), che sotto l’egida della Bce avrà il compito di vigilare sui rischi sistemici e dare allarmi tempestivi. Mentre sembra sempre più netto nel bocciare la costituzione di tre autorità europee rispettivamente per le banche, per le assicurazioni e per i mercati finanziari, destinate alla la vigilanza microprudenziale.Ma che finirebbero per scontrarsi con le istituzioni nazionali.

21 ottobre 2009 • pagina 7

Che cosa si nasconde dietro al “toro borsistico” di queste settimane

La prossima bolla? Le banche «statalizzate»

La crisi non è passata, è stata solo nascosta da scelte politiche azzardate. Che peseranno molto sul futuro di Carlo Lottieri a bolla dei valori mobiliari sta ritornando: e non si tratta certo di una buona notizia. Ne ha parlato ieri sul Sole 24 Ore Wolfgang Muenchau – noto commentatore del Financial Times – in un articolo che ha evidenziato come dietro al “toro”borsistico di queste settimane ci sia un’economia drogata da scelte politiche assai poco responsabili. Non già semplicemente il comportamento di speculatori che – come sempre – fanno i loro interessi inseguendo opportunità di profitto (ogni borsa vive di queste pratiche), ma una spinta verso l’alto indotta da decisioni di politica economica e monetaria per lo più sbagliate. Si potrebbe dire che, nel lungo termine, il mercato sta per prendersi la propria rivincita su Keynes e sui fautori dell’economia di comando. Se con l’avvento della crisi e l’imporsi di interpretazioni anti-mercatiste si era assistito ad una resurrezione intellettuale dell’economista inglese – e soprattutto ad una nuova legittimazione per spesa pubblica, alti tassi, salvataggi bancari e deficit astronomici – ora si annuncia un ritorno alla realtà. E qualcuno certamente vedrà un bel po’ di macerie cadere sulla sua testa.

L

Le cose si possono mettere in questi termini: il più che annunciato sgonfiarsi dell’ennesima bolla mostrerà presto tutti i limiti di quella politica economica di brevissima durata che nel corso dell’ultimo anno è stata decisa di comune accordo dall’establishment occidentale, il quale ha puntato ad ottenere un falò molto visibile (come quando si brucia un mucchio di carta) piuttosto che un fuoco lento e tenace (che dura nel tempo e scalda) e che – fuor di metafora – ha puntato a risolvere dalla crisi senza risolvere nessuno dei problemi strutturali che l’avevano causata e anzi aggradando la malattia pur di curare i sintomi. D’altra parte, sono ormai parecchi mesi che si sentiamo dire come si stia per uscire alla crisi, anche se non c’è alcun motivo di nutrire tale fiducia. A ben guardare, stiamo solo godendo di un mini boom politicamente indotto, grazie ad incentivi, bassi tassi di interesse, nazionalizzazioni e salvataggi. Proprio di queste ore è la notizia che l’Unione europea ha stanziato 280 milioni di euro per alleviare i problemi agricoli: qualcuno ci guadagnerà (non solo gli allevatori, ma anche l’agroalimentare e le banche), ma l’economia nel suo insieme pagherà un conto salatissimo. Si continua insomma a distribuire denaro: grazie ai tassi artificiosamente bassi, in particolare. Ma come ha spiegato ottimamente John B. Taylor in un suo recente studio (Fuori strada. Come lo Stato ha causato, prolungato e aggravato la crisi finanziaria, edito da IBL Libri), il vero problema è che troppi investimenti sono stati sbagliati e ora andrebbero rivisti. Un denaro non giustamente “prezzato” non filtra i progetti sani e quelli meno sani, con il risultato che – in borsa, ad esempio – è affluito denaro ovunque e presto ci si renderà conto, come sottolinea Muenchau, che non c’è

rapporto tra valore delle azioni, fatturato, utili, patrimonio. In questa situazione quello che dobbiamo attenderci è un triste risveglio. Ma la questione va ben al di là dell’universo borsistico, così come la crisi dei subprime ebbe effetti che andarono oltre il mondo bancario e quello immobiliare. È l’economia nel suo insieme che sarà presto chiamata a ripensare le scelte compiute. Con il manifestarsi della crisi finanziaria, d’altra parte, la politica aveva di fronte a sé due strade. La prima (più impopolare, ma destinata a produrre effetti positivi di lunga durata) consisteva nel proporre una “purificazione”del sistema bancario, evitando salvataggi e nazionalizzazioni, lasciando ve-

I governi continuano a distribuire denaro grazie ai tassi artificiosamente bassi. Ma la vera questione è che troppi investimenti sbagliati andrebbero rivisti nire alla luce ogni tossicità e limitandosi, al massimo, ad intervenire a valle: a sostegno delle famiglie in seria difficoltà. Quell’ipotesi è stata però rigettata, perché la politica vive di sondaggi e demagogia (vedi alla voce “posto fisso”) ed è costantemente condizionata dalle scadenze elettorali. Si è quindi scelto di individuare un capro espiatorio, puntando il dito sui banchieri e sui loro bonus milionari, e poi immaginando un improbabile “legal standard”globale e mettendo sotto processo i paradisi fiscali. Si è soprattutto deciso di giocare la carta della spesa pubblica e dei bassi nulli, con il risultato che si è operata una gigantesca redistribuzione delle risorse: essenzialmente, dai politicamente deboli ad politicamente forti.

Tutto questo – ci dice la bolla che sta per esplodere – non può aiutare l’economia, e se anche qualcuno ne ha tratto beneficio, nell’insieme il conto finale sarà molto salato. Ma questa volta non si potrà certo accusare del dissesto annunciato il libero mercato e chi, nel corso di questi mesi, ha continuato a bocciare le scelte della Fed e dei maggiori governi.


diario

pagina 8 • 21 ottobre 2009

Parabole. Oggi pomeriggio audizione davanti alla commissione di Vigilanza per il dg sempre più in difficoltà

Rai, processo a Mauro Masi Dopo il caso-Sky, tutti contro il direttore. Non solo l’opposizione di Marco Palombi

R OMA . La graticola per Mauro Masi è stata approntata per oggi pomeriggio alle 14 a palazzo San Macuto, sede della commissione di Vigilanza. Il direttore generale della Rai dovrà rispondere dello scabroso caso della “Digital Key” con la quale Sky, da dicembre, fornirà a tutti i suoi abbonati la possibilità di vedere anche i canali in chiaro del digitale terrestre (lo abbiamo raccontato ieri), cioè le grandi reti generaliste italiane. L’ex segretario generale di palazzo Chigi, peraltro, s’è complicato la vita da solo e di parecchio: lunedì sera il dg ha fatto diffondere una nota dall’ufficio stampa Rai in cui si sostiene che «non vi è, né vi può essere, alcuna relazione tra la scelta industriale e strategica dell’azienda di non rinnovare il contratto con Sky e la possibilità che quest’ultima consenta, con le modalità presentate (ma note al settore fin dall’inizio del 2009), la visione del digitale terrestre». Masi sostiene cioè di essere stato a conoscenza di questo progetto del gruppo Murdoch da prima che fosse presa la decisione di rifiutare l’offerta economica di Sky (oltre 50 milioni l’anno per sei anni) per trasmettere sul satellite la tv di Stato. La domanda che gli verrà rivolta domani dai commissari di Pd, Idv e Udc è quindi la seguente: perché un’azienda in pesante rosso rifiuta qualche centinaio di milioni di euro, quando il prodotto rischia di vederselo scippare gratis? Altra grana che il nostro dovrà affrontare questo pomeriggio è la questione del canone: il recupero della sua evasione è sostanzialmente l’unica strategia economica di Masi per ripianare il cospicuo deficit dell’azienda, ma da dichiarazioni pubbliche pare che il premier sia piuttosto scettico sul successo di questa manovra. Una prima risposta - dopo lo stupore iniziale per l’inaspettata accelerazione di Tom Mockridge sulla chiavetta - il direttore generale l’ha data ieri al consiglio d’amministrazione Rai: si tratta, ha spiegato, solo di

esperto di cose Rai all’indomani della sua nomina. E infatti: «Complica anche le cose più semplici», gli rimproverano gli uomini tv più vicini al Cavaliere; «è assente, non risponde nemmeno al telefono», si lamentano i peones che hanno da piazzare gente ai piani bassi. La sua pecca principale, in buona sostanza, è di non essere l’uomo giusto né per una gestione pacificatrice dell’azienda né per la pulizia etnica che il presidente del Consiglio ha deciso di fare in Rai da quando s’è scoperto non più leader, ma padrone. Dalla consegna delle casette in Abruzzo poi - con il rinvio di Ballarò e la diretta di Porta a Porta in prima serata stracciata negli ascolti da una fiction Mediaset – anche Berlusconi, riferiscono fonti di palazzo Chigi, non lo vuole più: «Lo sostituirebbe anche domani mattina, il problema è trovargli un’altra sistemazione».

“un’abile campagna pubblicitaria” della concorrenza. «La Digital Key - ha detto – sarà disponibile soltanto per i decoder in Sky HD e MySky HD, che costituiscono notoriamente una quota di minoranza dell’utenza Sky, inferiore al 10%. L’utilizzo dunque di questo strumento sarà, anche nel tempo, circoscritto ad un limitato numero di abbonati». La cosa è nota, ma è anche vero che l’alta definizione è l’orizzonte di sviluppo unico della piattaforma satellitare: insieme alla chiavetta, infatti, Sky ha annunciato l’ampliamento dell’offerta in Hd e il lancio di pacchetti di abbonamento più vantaggiosi. Il dg, però, ha annunciato al cda anche che intende studiare «dal punto di vista legale e regolamentare» come neutralizzare l’aspetto più insidioso della mossa del gruppo anglosassone e cioè «la eventuale immissione dei canali della piattaforma

terrestre all’interno della guida elettronica dei programmi Sky. Questa circostanza – ha sostenuto Masi potrebbe essere in conflitto con le disposizioni delle Autorità di garanzia che limitano l’utilizzo da parte di Sky del sistema digitale terrestre». Un’altra prova che, nonostante la trovata della “chiavetta” fosse «nota al settore fin dall’inizio del 2009», il vertice di viale Mazzini s’è fatto cogliere del

Banca d’Italia e di palazzo Chigi, all’ombra di rapporti coi poteri eccellenti e bipartisan quanto serve, ben piantato nel solco curiale

La tesi della difesa è: «La Digital Key è solo una mossa pubblicitaria: sarà disponibile soltanto per pochi utenti del satellite» tutto impreparato dalla sua distribuzione al pubblico.

D’altronde il momento professionale di Masi non è affatto felice. Arrivato a viale Mazzini con una fama di preparazione e abilità coltivata nei felpati corridoi di

del suo mentore Gianni Letta, nella vasca di squali della Rai sta scoprendo quanto il mondo possa essere duro senza quella parte di prestigio che nasce dalla distanza dell’osservatore. «Si sono mangiati uomini ben più duri di lui», profetizzò un

Mauro Masi insomma , per i berluscones di più stretta osservanza, non è deciso quanto ci si aspetterebbe da un ex carabiniere del Tuscania. E questo non solo sui contenuti “scomodi”, ma anche per quanto riguarda l’offensiva sul piano industriale: ancora non trova soluzione, ad esempio, la questione dei vertici Sipra, la concessionaria unica per la raccolta pubblicitaria Rai (il cda dovrebbe occuparsene la settimana prossima). Il centrodestra vuole fuori dalla società l’ad Maurizio Braccialarghe, nominato nel 2007 in quota Quercia, nonostante Sipra si sia ben guardata da scatenare una guerra di offerte con i concorrenti di Publitalia: basti vedere i dati del 2009, anno di crisi, che segnano una flessione della pubblicità Rai assai più accentuata rispetto a quello del gruppo Berlusconi, nonostante Mediaset abbia una fetta di mercato assai più ampia. L’ordine di scuderia è portare su quella sedia un uomo fedele: un nome che circola da mesi, tanto per capire, è quello di Antonio Martusciello, ex sottosegretario di Forza Italia con un passato nella stessa Sipra e, soprattutto, in Publitalia.


diario

21 ottobre 2009 • pagina 9

Dichiarazioni spontanee dell’ex comandante dei Ros a Palermo

Presentata una proposta che introduce il ”quoziente”

Mori: nessuna trattativa tra lo Stato e Cosa nostra

L’Udc boccia la finanziaria che dimentica la famiglia

ROMA. Non ci fu alcuna trattati-

ROMA. «Il quoziente familiare è

va tra mafia e Stato. È quanto afferma il prefetto ed ex comandante dei Ros dei carabinieri Mario Mori, che oggi ha reso dichiarazioni spontanee davanti al Tribunale di Palermo nel processo che lo vede imputato per favoreggiamento aggravato nei confronti di Cosa Nostra, assieme al colonnello Mauro Obinu. Mori ha affermato di aver incontrato in più di una occasione l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, ma ha negato che vi sia stata una trattativa tra Stato e mafia sul cosiddetto “papello”. «Incontrai più volte Vito Ciancimino e cercai più volte contatti con la commissione Antimafia senza che avessi obbligo di farlo - ha detto Mori - Proprio gli incontri con Vito Ciancimino furono la prova che una trattativa con Cosa Nostra non ci fu», ha affermato Mori, secondo cui «ogni trattativa del genere e questa in particolare che implicava una resa vergognosa dello stato a una banda di criminali assassini sarebbe stata impensabile».

una delle proposte dell’Udc per contrastare le risposte assolutamente inadeguate alla crisi che sta dando il Governo. Anzi, Berlusconi ne parlava in campagna elettorale, ma poi tutto è svanito nel nulla, per noi questa è l’ennesima occasione perduta». Così il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa che a Montecitorio, insieme al capogruppo al Senato, Giampiero D’Alia, e ai parlamentari Luisa Santolini, Gianluca Galletti e Mario Libé ha presentato una proposta del partito per «Un fisco più equo e solidale». «Il Governo non sta facendo assolutamente nulla per le famiglie, a noi invece interessano le cose concrete. Il nostro auspicio – ha detto Cesa - è l’apertura di

Le dichiarazioni di Mori sono state rese in Tribunale dopo la deposizione di Luciano Violante, che in Tribunale ha confermato di essere stato informato dall’ex alto ufficiale della volontà di Vito Ciancimino di avere un incontro con la Commissione Antimafia.

Bagarre sulla scuola Governo allo sbaraglio Passa per un voto la norma che condanna i precari di Guglielmo Malagodi a maggioranza fibrilla durante il voto alla Camera sul decreto legge Gelmini “Salva –precari”. Il centrodestra è stato infatti battuto sulla richiesta del governo di accantonare il voto degli emendamenti al primo comma del decreto, dopo il quale è arrivata la richiesta del presidente della Commissione Lavoro, Silvano Moffa, di una sospensione per poter presentare una nuova formulazione del testo. La votazione però ha visto andare sotto la maggioranza di 10 voti. Passati a votare l’articolo in esame, non appena il grande pannello luminoso si è acceso per la votazione, il presidente di turno Maurizio Lupi ha però dato la parola a due deputati della maggioranza consentendo ai ritardatari del Pdl di rientrare in aula.

L

La votazione stavolta dà un esito positivo alla maggioranza e al governo per un solo voto. A determinare l’esito del voto è stata Carolina Lussana della Lega Nord che è rientrata in aula con ancora indosso il cappotto. Per le opposizioni questa procedura ha rappresentato una «gravissima violazione del regolamento che non ha precedenti». Il presidente dei deputati del Pd Antonello Soro ha accusato Lupi di avere coscientemente dato la parola ai due deputati per prendere tempo e soprattutto a votazione aperta che a norma di regolamento preclude ad ulteriori interventi». Soro al microfono ha letteralmente gridato a Lupi che «da oggi lei ha perso la sua credibilità». A Soro sono seguiti altri interventi che hanno innescato polemiche incrociate tra i diversi schieramenti. Mentre la tensione continua a crescere, la presidenza dell’Aula viene ripresa da Gianfranco Fini che dopo alcuni inviti a votare calmato gli animi rivolgendo un saluto ai reali di Giordania che si trovavano nella tribuna delle personalità e che hanno assistito a questo spettacolino. Con l’invito a rivolgere l’applauso, che è stato corale, Fini ha ottenuto il risultato di sedare

una polemica che mostrava di assumere toni sempre più accesi. In difesa di Lupi si è pronunciato Italo Bocchino, vicecapogruppo del Pdl, che ha parlato di «aggressione verbale inqualificabile» e ha esortato l’opposizione a «evitare contrapposizioni che tentino di affibbiare giacca politica a chi deve svolgere ruolo imparziale». Michele Vietti, Udc – pur ribadendo il massimo rispetto per la presidenza - ha sottolineato come «l’attesa sul voto per l’emendamento ha sovvertito l’esito del voto, questo è un dato di fatto che assegniamo alla presidenza». Lupi, ha assicurato, «come trasparirà dai verbali», di avere agito con assoluta correttezza dichiarandosi «pronto a chiedere scusa» in caso si riscontrasse qualche errore. Ma l’opposizione è scatenata. Oltre a rilevare la contraddizione tra l’elogio del posto fisso di Tremonti e Berlusconi punta il dito contro il ministro Maria Stella Gelmini. Piero Fassino giudica per esempio sconcertante che il ministro dell’Istruzione non ascolti in aula gli interventi dell’opposizione su un provvedimento di estrema delicatezza. Gelmini, ai banchi del governo, gli dice: «Ma va...», accompagnando le sue parole con un eloquente gesto della mano. Immediata la reazione di Fassino: «Ma va lo dico io. Lei ha il dovere di ascoltarci».

La maggioranza riesce a resistere grazie all’intervento di Maurizio Lupi e tra le proteste dell’opposizione

«Mori mi parlò di Ciancimino tre volte e in un’occasione mi portò il libro «Le mafie”». ha dichiarato Violante che ha anche affermato di aver detto di “no”alla richiesta di incontrare Ciancimino.Dissi che doveva fare una richiesta ufficiale alla commissione», ha sottolineato Violante precisando di non avere dato «particolare peso alla cosa» perché «molti chiedevano di parlare con me, tra gli altri Cutolo e Vittorio Mangano. Solo ora che ho sentito Massimo Ciancimino parlare con i pm e sui giornali, ho capito» ha detto Violante. A proposito delle dichiarazioni rese dall’ex presidente della Camera, Mori ha detto: «Violante ricorda seppur lacunosamente, ma conferma quanto ho detto io».

Anche il democratico Beppe Fioroni attacca Maurizio Lupi per come ha condotto le votazioni sul comma 1, articolo 1, del dl precari della scuola. «Lupi- ha detto Fioroni intervenendo in aula- ha cambiato il destino dei precari facendo passare la loro vita dietro alle loro spalle». Il comma 1, che l’opposizione voleva abrogare, prevede, infatti, che i precari non possano utilizzare i loro contratti a tempo determinato per maturare anzianità ai fini contributivi e impone che i rapporti di lavoro a tempo determinato non possono trasformarsi in rapporti a tempo indeterminato.

un dialogo tra governo e Udc su tutta una serie di temi che interessano i cittadini e il paese». «Nel 2009 – ha spiegato Gianluca Galletti - abbiamo avuto un solo provvedimento: il bonus famiglia. Con la finanziaria attuale, invece, non ci sarà nessun provvedimento». Ricordando che in passato «erano i meccanismi familiari» i paracadute dei fratelli o delle sorelle in difficoltà, «oggi si assiste ad un Governo che invece dorme. Quello che serve è un piccolo passo per aiutare chi è in difficoltà».Tecnicamente, «bisogna passare dal meccanismo della detrazione a quello della deduzione, con l’aggiunta di meccanismi premiali per chi ha più figli».

La proposta prevede di sostituire il sistema attuale di detrazione per carichi di famiglia con un deduzione di 3.200 euro per figlio a carico ad aliquota fissa del 27% e introdurre una detrazione di 350 euro per ciascun figlio a carico per famiglie con 4 e più figli. L’obiettivo, spiega l’Udc, è avviare un intervento graduale che consenta di arrivare a dedurre 7 mila euro per ogni figlio a carico o a introdurre il quoziente familiare. Il capogruppo Udc al Senato, Giampiero D’Alia, ieri sera ha presentato la proposta come emendamento alla Finanzaria.


pagina 10 • 21 ottobre 2009

politica

Regni in decadenza. Pdl sospettato di collusioni, Pd lacerato da faide malavitose: il disastro (non solo politico) di Napoli nasce dall’equivoco sul rinascimento bassoliniano

La Campania infelix Verso le Regionali con lo spettro della politica inquinata dai clan Fini mette il veto su Cosentino e lancia la candidatura di Bocchino di Errico Novi

ROMA. «Compagni, e cittadini. Compagni, e cittadini». È la storica notte del 5 dicembre 1993. Antonio Bassolino si rivolge alla folla di piazza Plebiscito con un impeto di emozione e orgoglio. Ha vinto, ha vinto lui nell’imprevedibile (fino alla vigilia di Tangentopoli) sfida con Alessandra Mussolini. Quella sera il compagno e cittadino Bassolino dà sfoggio della sua vocazione tribunizia, ottimamente impiegata durante la stagione degli scandali e degli arresti e, ancora prima, delle marce con i caschi gialli dell’Italsider. Comincia il rinascimento, un paradossale equivoco della storia napoletana recente, che consegnerà al suo dominus uno strapotere incontrastato e alla città (compagni compresi) la più grave crisi economica, sociale e soprattutto morale dal Dopoguerra.

Come e perché? Com’è possibile che Napoli si sia ridotta in quindici anni a discarica di rifiuti tossici e di miserie politiche? Come si arriva all’imbarazzante over rule con cui ieri Gianfranco Fini ha stoppato la candidatura a governatore della Campania di Nicola Cosentino e indicato Italo Bocchino? La risposta è in quei primi formidabili mesi della stagione bassoliniana. Quelli suggellati dagli onori del G7, celebrato sul Golfo a meno di un anno dalle elezioni comunali. La stampa nazionale incensa il primo cittadino, persino il New York Times arriva a definirlo «il miglior sindaco del mondo». In realtà i lavori che rendono appena presentabili le strade maggiori dell’ex capitale borbonica sono merito quasi esclusivo del prefetto Umberto Improta, che risponde a un governo di centrodestra appena insediato ed è costretto a girare in piena notte tra i cantieri. Eppure passa, grazie ai media non solo locali, la narrazione di una capitale rinata, restituita a nuova vita dall’entusiasmo dei suoi amministratori. Sono i mesi successivi al ribaltone che schioda Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi e vi spedisce Lamberto Dini. Una stagione difficile, in cui il governo centrale non è più in grado di assicurare a Napoli le ri-

Berlusconi apre all’ex leader di An, che incontra i coordinatori

Tutti a pranzo dal presidente E scoppia il giallo Calderoli di Francesco Capozza

ROMA. «Per le candidature regionali non c’è niente di deciso tranne che per la Lombardia e Calabria, le altre cerchiamo di ufficializzarle tutte insieme entro i primi di novembre». Lo ha detto il ministro della Difesa e coordinatore del Pdl, Ignazio La Russa, al termine del lungo incontro che si è svolto ieri a Montecitorio fra il presidente della Camera Gianfranco Fini, lo stesso La Russa e gli altri due coordinatori, al termine del quale Fini ha incontrato il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli. Proprio sull’incontro con Calderoli a metà pomeriggio si era creato un piccolo giallo: per un attimo, infatti, è circolata la voce che il ministro leghista si fosse aggiunto alla riunione del vertice pidiellino su indicazione di Bossi. Pronta la smentita del portavoce di Fini, che ha precisato: «il ministro Calderoli ha incontrato il presidente della Camera quando la riunione con i coordinatori del Pdl era già terminata da diversi minuti». La Russa, come sempre “munifico” con i gornalisti, ha anche annunciato che sarebbe andato ad incontrare di lì a poco, insieme a Denis Verdini e Sandro Bondi, il premier Silvio Berlusconi. Sul nodo legato al Veneto, il ministro della Difesa ha affermato che «Galan è ancora in gioco» e che «non c’è niente di già deciso». «C’è la legittima richiesta della Lega di far convergere tutta la coalizione su un suo candidato - aggiunge il ministro - e c’è l’altrettanto legittima richiesta del Pdl di poter esprimere un candidato come Galan». Sulla Campania, altro nodo assai cruciale nel

puzzle delle candidature, reso ancora più complesso a causa della ventilata indagine che coinvolgerebbe il candidato in pectore Nicola Cosentino, La Russa ha precisato che «nei giorni scorsi c’è stata un’indicazione (quella di Cosentino, n.d.r.) ma io credo che si arriverà con una rosa di candidati. Si deciderà tutti ai primi di novembre». «Abbiamo iniziato con la riunione dei parlamentari campani – ha spiegato La Russa - nei prossimi giorni sentiremo i coordinamenti di alcune delle regioni interessate per arrivare a un quadro riassuntivo completo che tenga conto dei desideri della valutazioni di Fini come di Berlusconi». In realtà da fonti vicine al presidente della Camera, sulla Campania ci sarebbe stata una discussione ben più articolata di quanto dichiarato da Ignazio La Russa. Nello specifico, fonti attendibili riferiscono che Fini avrebbe posto formalmente il suo veto sulla candidatura dell’attuale sottosegretario all’Economia Cosentino e per la poltrona di governatore campano avrebbe proposto il “suo” Italo Bocchino.

Nel centrodestra emerge, quindi, una partita ancora aperta per la scelta dei candidati presidente nelle regioni chiave: Piemonte, Veneto, Lazio e Campania. «Dobbiamo completare l’istruttoria, perchè dobbiamo scegliere i candidati migliori per vincere», dice Denis Verdini, lasciando Montecitorio dopo il lungo incontro tra il presidente della Camera, Gianfranco Fini e il cosiddetto tridente del Pdl. Allo stato, assicurano ambienti parlamentari del Pdl, sono date per certe solo la Calabria (con Giuseppe Scopelliti in quota An) e la Lombardia (con Roberto Formigoni in quota Fi). «Per le altre regioni tutto è ancora aperto», spiegano le stesse fonti. Insomma, tutto è rinviato ai primi di novembre, come sottolineato dal ministro della Difesa Ignazio La Russa. Continua, dunque, la trattativa. Dopo l’incontro con Fini ora la palla passerà di nuovo a Silvio Berlusconi, che dovrà consultare i suoi alleati, Lega in testa, per sbrogliare la matassa. Per il Lazio, intanto, resta in pole position Renata Polverini, leader dell’Ugl, (sponsorizzata da Fini).

messe di un tempo. La classe politica che aveva pompato risorse con la leva del debito pubblico (Paolo Cirino Pomicino, Enzo Scotti, Francesco De Lorenzo, Giulio Di Donato) è del tutto delegittimata dagli scandali. Di soldi d’altronde non ce ne sarebbero in ogni caso.

Serve così un’illusione ottica che renda più sopportabile ai napoletani il colpo della crisi. La favola del rinascimento è un diversivo utile a controllare le tensioni sociali. Che nel frattempo aumentano, perché dopo la chiusura di Bagnoli arriva il disco rosso per altri filoni significativi dell’economia campana, dalla Cirio alla Peroni, dall’Ansaldo all’istituto di medio credito Isveimer. In realtà la celebrazione del bassolinismo basta solo in apparenza a compensare l’impoverimento e il degrado della città: tra un concerto e l’altro in piazza Plebiscito, la camorra insaguina le strade, e nel 1997 la statistica dei morti ammazzati dai clan sfiora quota 200. Sono avvisaglie volutamente non percepite dalla classe politica nazionale. Fa comodo tenere il caso Napoli in bilico tra la categoria del miracolo e quella dell’irrimediabile. Il distacco del governo centrale dalle vicende locali si accentua negli ultimissimi anni Novanta anche perché c’è un esecutivo di centrosinistra che non ha interesse a delegittimare Bassolino. Ma lo stesso centrodestra preferisce non infierire. Il risultato è la scomparsa del dibattito pubblico. Il dispotismo clientelare di un sindaco


politica

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Parla Enrico Morando, commissario del Pd a Napoli

«Ora massima trasparenza» «Contro la camorra non abbiamo fatto abbastanza, ma la “questione morale” riguarda anche il Pdl» di Francesco lo Dico ontro la camorra non abbiamo fatto abbastanza, nessuno potrebbe negarlo. Ma nel Pd vedo una reazione forte e quanto mai determinata. Siamo pronti a fornire agli inquirenti la lista degli iscritti al partito nelle zone a rischio di infiltrazione della criminalità organizzata. Laddove si rende necessario, come nel caso di Castellammare e Torre del Greco, ad azzerare il tesseramento. È in corso il tentativo della malavita di condizionare e infiltrare il Partito Democratico, allo scopo di indebolire quello che considera un suo grande avversario. Intendiamo perciò affrontare la questione all’insegna della massima trasparenza e del rigore». Commissario straordinario del Pd napoletano da quasi un anno, il senatore del Pd Enrico Morando, si è fatto della cosiddetta “questione morale” del Pd, un’idea ravvicinata. Senatore, dopo un anno trascorso sul campo crede che Castellammare sia stato un caso isolato per il Pd, o che le infiltrazioni camorristiche sono parte del sistema? Nel caso di Castellammare, è evidente che l’infiltrazione c’è stata. Così come è indubbio che siamo intervenuti con forza laddove ci sono state segnalazioni. I clan cercano da tempo un salto di qualità che metta i suoi affiliati nella condizione di controllare il territorio, e per quanto ci riguarda, legare il rinnovo della tessera al meccanismo del silenziodissenso, può diventare un segnale forte. Le regionali si avvicinano. Basterà? Noi stiamo facendo tutto ciò che è possibile, offrendo piena collaborazione agli inquirenti e rispondendo colpo su colpo a tutte le situazioni sospette. La camorra considera il Pd un nemico, e perciò tenta in tutti i modi di indebolirlo. Ma se dovessimo uscire sconfitti, sarebbe una catastrofe. Per noi e per la Campania. C’entra il Pdl, che sembra voler puntare su Cosentino? È una sua interpretazione, questa. Ciò che mi auguro però è che anche il Pdl adotti analoghe contromisure di trasparenza. L’onorevole Gasparri ha strumen-

«C

che nel frattempo (primavera del 2000) diventa governatore fa il paio con l’incapacità dell’opposizione di formare una classe dirigente locale degna di questo nome.

Nella pagina a fianco il vicecapogruppo del Pdl alla Camera Italo Bocchino. A destra il commissario del Pd a Napoli Enrico Morando. Sopra, le vele di Scampia, simbolo del degrado di Napoli

Ecco dove nasce l’incredibile impasse in cui si trova oggi il centrodestra napoletano, rimasto quasi senza alternative alla candidatura di Nicola Cosentino. Il sottosegretario all’Economia e coordinatore regionale del Pdl ha la palla al piede di un’inchie-

bia Gino Tommasino, e tra i componenti del commando che lo ha giustiziato lo scorso 9 febbraio c’è il pregiudicato Catello Romano, fermato sabato scorso con in tasca una tessera del Pd rilasciata dallo stesso circolo a cui era iscritto Tommasino.

La mistificazione degli anni Novanta è servita a compensare l’interruzione del flusso di risorse da Roma. Così i governi nazionali hanno potuto dimenticare la città

Lo squallore del contesto suscita ora la reazione di Gianfranco Fini. Nel vertice tenuto ieri a Montecitorio con i coordinatori nazionali del Pdl, il presidente della Camera ha posto il veto che dovrebbe scongiurare una campagna elettorale all’insegna delle veline giudiziarie: no alla candidatura di Nicola Cosentino. Finora si erano opposte a quella del sottosegretario alternative politicamente deboli: da Stefano Caldoro (che complicherebbe il calcolo delle proporzioni tra forzisti e aennini nelle candidature) a Pasquale Viespoli (che nella riunione a Palazzo Grazioli dello scorso fine settimana ha appoggiato a sua volta Cosentino). Perciò Fini gioca l’unica carta disponibile, quella di Italo Bocchino, il primo a mostrare perplessità per l’investitura al sottosegretario ma finora mai uscito allo scoperto come aspirante governatore. Basterà a evitare grane mediaticoprocessuali al Pdl? Può darsi. Ma per rimediare a quindici anni di oblio e decadenza ci vorrà chissà quanto.

sta per presunte collusioni con il più feroce e spietato clan malavitoso della Campania, quello dei Casalesi. Dovrebbe essere lui a incrociare i guantoni con un avversario che sarà espresso, probabilmente, da Bassolino: l’investitura incombe sull’assessore regionale Ennio Cascetta. Come se non bastassero le devastazioni ambientali dei rifiuti e dei depuratori-patacca, il partito del governatore si avvia verso il voto del 21 marzo anche con una vera e propria faida di camorra consumata al proprio interno: ne è rimasto vittima il consigliere comunale di Castellammare di Sta-

talizzato le vicende di Castellamare, ma il rischio di infiltrazioni criminali non riguarda solo il Pd, come dimostrano ad esempio alcune ambiguità legate al comune di Sant’Antimo. Lo dico senza spirito polemico, perché la partita che si gioca in Campania non è solo quella legata ai partiti, ma quella tra lo Stato e la criminalità organizzata. Fassino aveva lanciato l’allarme già qualche anno fa. Perché il Pd si è mosso così in ritardo? Per quanto mi riguarda, da quando sono in Campania ho fatto del risanamento la mia priorità. Il Partito Democratico ha solo due anni di vita, e inoltre il governo del centrosinistra ha vissuto qui in Campania, per molti anni, una fase eccellente. E poi, che cosa è successo? Penso che l’efficienza e i buoni risultati prodotti per un lungo periodo qui in Campania, abbiano fatto premio sulla leadership personale di Bassolino. E che poi, man mano che questa si è logorata, sia venuta a mancare la necessaria forza politica di un partito riformista come il nostro, ancora molto giovane, per tenere bel saldo il timone. E candidare Ennio Cascetta, uomo vicino a Bassolino, alle regionali, le sembra la scelta giusta per il Pd? In qualità di commissario, non mi pronuncio. In altri termini, allora. Come riconquistare, o mantenere, la fiducia degli elettori? Oltre alle verifiche puntuali approntate, occorrono verifiche orizzontali su tutto il corpo del partito, che, mi lasci dire, qui in Campania è largamente sano. Occorre isolare le infezioni, e puntare decisi su un nuovo modello locale. Che cosa non ha funzionato in quello precedente? In Campania il Pd è un partito di massa, e come tale si è trovato in alcuni casi a fare i conti con la presenza camorristica. È questo ciò che è accaduto, e ciò che il Partito deve combattere facendo le proprie scelte con la massima oculatezza, e prevedendo nuovi meccanismi all’insegna della trasparenza e della discontinuità con il passato.

Occorre isolare le infezioni, e puntare decisi su un nuovo modello locale. Alla regione serve discontinuità con il passato


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La questione dell’omosessualità e del clero femminile divide da anni la comunità anglicana

Lo scisma sanato e il p Il Papa permette di ordinare gli anglicani sposati e li riaccoglie all’interno della Chiesa cattolica. È una grande vittoria riportata sul secolarismo di Rocco Buttiglione segue dalla prima

La volontà di fare tutti i passi necessari per permettere agli anglicani di aderire al cattolicesimo ha in realtà una storia lunga, che risale addirittura all’Ottocento, con un gigante come il cardinal John Henry Newman. Almeno da allora e dal suo “Movimento di Oxford”, che affrontava i temi che ancora oggi sono centrali nella questione. Newman infatti contrastava l’ascesa del liberalesimo e dell’illuminismo all’interno della Chiesa anglicana, e voleva collocarla in una via intermedia fra quelli che riteneva gli eccessi del luteranesimo da un lato e del cattolicesimo dall’altro. Nel corso dell’approfondimento del suo pensiero, però, e in particolare con i suoi studi sulle origini del cristianesimo, il cardinale futuro scelse di abbracciare del tutto la fede romana divenendone un importante teologo e filosofo. Newman in qualche modo anticipò i tempi, e forse per questo un vasto numero di anglicani che apprezzava le sue idee non se la sentì infine di fare il passo ultimo. Altri importanti personaggi han-

no seguito nei decenni successivi lo stesso percorso, trattandosi perlopiù ancora di conversioni isolate.

Negli ultimi anni però si è mosso qualcosa di più, e la percezione che una grande quantità di anglicani potessero tornare alla Chiesa di Roma era sempre più forte, anche sotto la spinta di due elementi potenti e di natura opposta: da un lato il grande fascino esercitato dalla figura di Giovanni Paolo II e dalla sua dolce fermezza, dall’altra le crescenti pulsioni “moderniste” che attirano una minoranza ma allontanano molti fedeli. Arriva a proposito l’iniziativa del Vaticano, che con prudenza e senza fretta ha però lavorato per rimuovere gli ostacoli formali che ancora si frapponevano all’abbraccio.

quale, a loro avviso, è il cristianesimo che va ripensato e aggiornato, e persino amputato di tutte quelle parti che non rientrano in questo orizzonte. Dall’altra parte chi invece pensava che è il cristianesimo a fondare la storia, e che è la fede a costituire l’umanità piena, cui l’uomo è naturalmente chiamato ad aderire. Per questi ultimi la Chiesa è depositaria della fede ultima, e non deve dunque modernizzarsi né seguire gli umori dei tempi, ma al contrario deve mantenere vivi e puri gli insegnamenti di Cristo. La linea che impropriamente diciamo modernista ha avuto i suoi inizi, come abbiamo visto, già nel diciannovesimo secolo, sull’onda dell’illuminismo e del liberalesimo. Ma ha poi avuto un impulso nuovo e trainante nel secondo dopoguer-

La volontà di fare tutti i passi necessari per permettere agli anglicani di aderire al cattolicesimo ha in realtà una storia lunga, che risale addirittura all’Ottocento con la figura del cardinale Newman Storicamente nella Chiesa anglicana c’era una distinzione tra la cosiddetta High Church e la Low Church. La prima credeva nella gerarchia episcopale e nell’Eucaristia, e di fatto solo ragioni disciplinari la separavano dalla Chiesa cattolica. La Low Church invece era molto più sensibile alle influenze protestanti, anche in teologia. Questa stessa distinzione storica è stata però superata e sostituita soprattutto da una nuova distinzione interna alla Chiesa anglicana. Da una parte quei settori che hanno ceduto di schianto all’ondata secolarista, e hanno adottato un orizzonte trascendentale dell’uomo moderno all’interno del

ra, con la secolarizzazione avanzante sull’onda di rinnovate ideologie. Negli ultimi decenni gli elementi importanti che hanno penetrato quella parte di Chiesa anglicana ed episcopale che più ha adottato questo orizzonte sono stati prima il femminismo, poi l’avanzata del movimento omosessuale, tanto da arrivare all’ordinazione delle donne e ora dei gay. Questo che è sentito come un progresso da parte di alcuni anglicani, è invece una situazione fortemente avversata da un’altra parte dei fedeli e del clero. Possiamo anzi dire che è fermamente contraria a tali sviluppi la parte più viva della chiesa anglicana, che è quella nelle ter-

Benedetto XVI, nato Joseph Ratzinger, è il vescovo di Roma Nella pagina a fianco il primate anglicano Williams Nel box il sovrano Tudor Enrico VIII, che sposò Anna Bolena

re di missione, specialmente in Africa. Un esempio su tutti la Nigeria. D’altro canto la posizione più progressista pur godendo di migliore stampa in realtà ha la maggioranza sì negli Stati Uniti, ma non certo incontrastata. E ancora più esile è la maggioranza modernista in Gran Bretagna, dove anzi forse questa maggioranza proprio non esiste: mi sembra piuttosto che si affrontino due minoranze divise da una maggioranza ondeggiante e incerta tra la posizione modernista e quella tradizionale. Questi balzi in avanti di una parte della Chiesa anglicana e episcopale all’inseguimento dei temi più alla moda, per quanto riguarda donne, omosessuali ma anche altri temi ad esempio di bioetica, hanno provocato la reazione del resto dei fedeli, alcuni dei quali già sono passati individualmente ad altre confessioni, perlopiù quella cattolica. E negli ultimi anni più volte si è affacciata l’ipotesi di un grande scisma tra gli anglicani, uno scisma che di fatto già esiste specie tra le diverse chiese nazionali.

In questo contesto si inserisce la presa di posizione della Chiesa cattolica che spalanca le sue porte a chi voglia rimanere nell’alveo della tradizione cristiana, senza andare a fondare una ulteriore nuova confessione. Riunificazione resa possibile anche dalle scarse differenze originarie in ambito teologico. Fondamentale per questo è stata la figura di Giovanni Paolo II e la forza di attrazione della sua personalità, che è stata capace di mostrare un cuore grande, aperto al mondo e alla comprensione dei tempi di oggi senza cedere minimamente alle tendenze alla moda, mantenendosi saldamente fermo sulle posizioni storiche del cristianesimo in tutti i temi più sensibili. Giovanni Paolo II, e oggi Benedetto XVI, e la fermezza della Chiesa cattoli-


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a e la allontana dalle sue ali più “progressiste”. Ecco perché è tornata a guardare Roma

primato di Pietro Una spaccatura lunga cinque secoli, nata dalla cupidigia di Enrico VIII di Osvaldo Baldacci on è stato il divorzio a causare il divorzio. Sebbene l’episodio più famoso dello Scisma d’Inghilterra sia la volontà di Enrico VIII di ripudiare la moglie Caterina d’Aragona per sposare Anna Bolena, quello non fu che un elemento simbolico della questione. Nel XVI secolo gli annullamenti per ragion di Stato non erano poi un tabù: era certo per una ragione di principio che Papa Clemente VII rifiutava il divorzio, ma anche per motivi politici di maggior vicinanza al trono di Spagna che a quello di Inghilterra. Ma su questa disputa si inserì un ben più grave motivo del contendere: il potere sulla Chiesa d’Inghilterra. Fu l’Atto di Supremazia (1534) voluto da Enrico VIII con il quale Parlamento e Chiesa inglesi lo riconoscevano come unico capo anche spirituale che sancì la rottura con Roma. Fu per l’Atto di supremazia che politici e religiosi cattolici come Thomas Winsley, Tommaso Moro e John Fisher, che avevano storto la bocca al divorzio ma senza ribellarsi, furono emarginati e martirizzati. Anche per la storia della sua nascita la Chiesa anglicana teologicamente non si è mai discostata troppo dalla Chiesa cattolica, e pur se ha risentito a fasi alterne delle influenze luterane e calviniste, in diversi momenti ha prevalso il ritorno a una vicinanza di contenuti con Roma. È stata piuttosto la storia politica a mantenere vive le distanze tra le due confessioni, in quanto per lungo tempo il numero dei rispettivi fedeli si equivaleva e questi finivano per opporsi lungo linee più che altro di potere politico

N

ca sui princìpi, esercitano una grandissima attrazione sui cristiani nei Paesi in via di sviluppo ma anche negli Stati Uniti. Anche perché proprio negli Usa come in Europa è risultato evidente che la scelta della linea della secolarizzazione ha portato quasi all’estinzione quelle che vengono dette le Main Stream Chur-

che hanno portato a scontri violenti e contrapposizioni, come il ritorno cattolico di Maria la Sanguinaria e Maria Stuarda (rivali di Elisabetta I a metà del Cinquecento), la Congiura delle Polveri (1601), le rivendicazioni degli Stuart (Giacomo II ultimo re cattolico, 16851688) cui nel 1701 seguì l’editto che impedisce ai cattolici di diventare monarchi.

L’anglicanesimo riconosce la successione apostolica dei vescovi (sono stati sollevati alcuni dubbi dai cattolici), e ha avuto momenti di riavvicinamento alla dottrina romana. Nell’Ottocento ad esempio nacque la forte corrente dell’anglo-cattolicesimo. Di recente è stata riaffermata la comune venerazione per la Madonna, con l’eccezione dei dogmi più recenti. Molte le conversioni illustri: dai poi cardinali Newman e Manning, allo scrittore G.K. Chesterton (quello di padre Brown), alla posizione non formalmente definita di C.S. Lewis (l’autore di Narnia, ma anche di splendidi libri religiosi) fino al recente ex premier Tony Blair. La cui conversione al cattolicesimo - avvenuta dopo la scadenza del secondo mandato - è stata celebrata con sobrietà ma festeggiata con autentica gioia da parte del clero cattolico inglese. Secondo alcune indiscrezioni, lo stesso pontefice avrebbe inviato una preghiera personale per il battesimo dell’ex primo ministro britannico. La conversione è stata ben accolta anche in patria: per la verità statistiche recenti mostrerebbero che in Inghilterra, al netto dai “laici”, i cattolici avrebbero già superato gli anglicani.

ches, cioè le chiese protestanti originarie e principali, come i luterani, i metodisti, gli stessi episcopali. Quanto più hanno voluto adattare Dio al loro orizzonte trascendentale dell’uomo moderno tanto più si sono allontanate da Dio, e di conseguenza gli uomini si sono allontanati da loro. D’altro canto negli Stati Uniti per

contrasto sono cresciuti enormemente i movimenti evangelici, i quali hanno reagito a questa linea di secolarizzazione. Una reazione probabilmente avvenuta in modo eccessivo, incentrata su un letteralismo biblico che a volte spinge agli eccessi opposti. Anche da questo dato di fatto della predilezione dei fedeli

per gli evangelici alcuni anglicani e altri protestanti hanno cominciato a ripensare le loro scelte e hanno avviato una inversione di rotta, riportando la centro la fedeltà a Cristo come incontro e la tradizione della Chiesa. In tal senso segnalo tra i primi il mio amico luterano Richard John Neuhaves.

E a questo punto val la pena di segnalare un fenomeno parallelo a quello anglicano anche proprio fra quegli evangelici che pure non sono in crisi. Ciononostante anche loro hanno fortemente sentito il fascino di Giovanni Paolo II per la libertà e la grandezza con cui ha difeso la vita e la morale cristiana davanti all’ondata di secolarizzazione. Questa fermezza dal cuore aperto è la chiave attraverso cui la Chiesa può prepararsi ad accogliere il ritorno di molti fedeli, da “destra” e da “sinistra”, e il lavoro con gli anglicani lo conferma. Opportuna e non nuova la scelta di creare un canale speciale con gli ordinariati personali, e potrebbe essere il caso di pensare a un rito anglicano apposito per i neoconvertiti, sul modello di quello che esiste per gli uniati e gli orientali: i fedeli riconoscono l’autorità papale, i dogmi e il catechismo cattolico, ma seguono alcune loro particolarità non fondamentali ai fini della fede, ad esempio nella liturgia oppure nell’accoglienza di sacerdoti anglicani sposati.


mondo

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Elezioni. Mea culpa del presidente uscente che incassa il 49,67% dei voti. Obama: «Un passo importante per la democrazia»

Afghanistan al ballottaggio Alle urne il 7 novembre. La Russa: i nostri militari resteranno fino alla fine del voto di Luisa Arezzo e code ai seggi, le minacce talebane, gli accordi sottobanco con gli elders locali per garantire agli afgani di andare a votare, le truppe Isaf schierate (ma in maniera discreta), gli 007 a caccia di informazioni sui kamikaze in circolazione, la polizia afgana a garantire la sicurezza dei seggi, i milioni di schede da recapitare in tutto il paese. Ricordate? Un lavoro certosino che era stato messo in moto mesi prima dell’appuntamento elettorale del 20 agosto e che adesso dovrà essere riattivato - e portato a termine - in meno di 3 settimane. Il ballottaggio fra il presidente uscente (e accusato di

L

il presidente uscente Hamid Karzai al 49,67%, quindi poco sotto la metà dei voti più uno necessari per essere eletto al primo turno. Gioisce Obama per questo sussulto di democrazia (ma non dimentichiamo che il gradimento del presidente per il pashtun Karzai non è mai stato alto) e dice che «La decisione del presidente uscente di accettare il ballottaggio è un importante passo per assicurare una procedura credibile all’Afghanistan». E ringraziando gli afgani per la loro «pazienza e resistenza» nel processo elettorale, prende altro tempo prima di risolvere il problema di un ulteriore invio di truppe. Ri-

Meno di tre settimane per rimettere in piedi 6.500 seggi, consegnare le schede e soprattutto ricontrattare con i capi villaggio le modalità del voto. Il tutto al netto delle minacce talebane brogli) Hamid Karzai e il suo rivale Abdullah Abdullah (che dal 21 agosto si sgola denunciando l’irregolarità del voto) si terrà infatti il 7 novembre prossimo, come annunciato da un portavoce della Commissione elettorale indipendente afgana, e come vuole, soprattutto, la legge elettorale in vigore nel paese. Una sfida logistica, diciamolo subito, che mette tutti in agitazione. La decisione è stata annunciata alla luce dei risultati definitivi del riconteggio delle schede effettuato in seguito ai reclami dell’Onu; riconteggio che ha dato

torna a casa con una cambiale che Obama dovrà riconoscergli, il senatore democratico John Kerry, inviato a Kabul dalla Casa Bianca per mediare con Karzai, e che al presidente uscente ha prospettato il ballottaggio come «una grande occasione da cogliere». Tiene alto il suo prestigio (un po’ logorato -

evidentemente - dall’accusa di brogli) Hamid Karzai, che vestendo i panni dell’uomo di stato super partes dichiara: «La decisione della Commissione è legittima, legale e rispetta la costituzione afgana». E così facendo acconsente alla sfida del 7 novembre.

Si rimettono in moto Ue, Onu e Nato, i primi pronti a rinviare gli osservatori dell’Unione sotto il “comando” dell’ex generale Philippe Morillon, i secondi, parole di Ban Ki Moon, immediatamente disponibili ad offrire assistenza tecnica come già fatto per il 20 agosto e i terzi - last but not least - «sempre pronti a garantire - come annunciato da Anders Fogh Rasmussen, segretario generale dell’Alleanza - la sicurezza per la prossima tornata di elezioni a sostegno delle forze di sicurezza afgane». Soddisfazione pressoché unanime è espressa da tutti i capi di stato dell’Alleanza, che più di ogni altra cosa temevano lo stallo politico in cui era precipitato l’Afghanistan. Stallo potenzialmente pericolosissimo. Apprezzamento per la «grande maturità politica» di Karzai arriva da Franco Frattini, titolare della Farnesina, che annunciando la permanenza dei 400 militari supplementari inviati per le elezioni di agosto, aggiunge: «È fondamentale che il processo elettorale possa proseguire in maniera condivisa e credibile per far sì che l’Afghanistan abbia un presidente che goda della piena legittimità popolare». Non se la passa invece bene Kai Eide, numero uno dell’Onu in Afghanistan - nonostante ieri fosse al fianco di Kerry e Karzai - che volente o nolente si trova adesso sconfessato dai fatti. Eide era stato accusato dal suo numero due, Peter Galbraith, di voler coprire i

brogli assolutamente evidenti, tanto da costringerlo alle dimissioni. L’inviato dell’Onu aveva respinto ogni accusa, ma adesso, con il ballottaggio alle porte, si trova nella scomoda posizione di dover rispondere in maniera puntuale all’accusa.

Tra qui e il 7 novembre, comunque, la sfida più importante sarà quella logistica: in pochi giorni bisognerà riapprontare circa 6.500 stazioni di voto in tutto il Paese per 16,7 milioni di elettori già registrati, 41 per cento donne (su di una popolazione complessiva di circa 28 milioni, composta per il 68 per cento da cittadini minori di trent’anni). Nel 2004 i registrati erano stati 12 milioni. Ma ai seggi bisognerà consegnare la scheda utile al ballottaggio (schede che sembra siano già state stampate): e qui bisogna ricordare che in alcune zone del paese, ad agosto (quin-

di con condizioni climatiche decisamente favorevoli, ora fa freddo e piove), i certificati elettorali erano arrivati a dorso di mulo dopo giorni e giorni di cammino. Sarà difficile, ma anche ammesso e non concesso che ci si riesca, bisognerà ricontrattare con tutti i capi villaggio le modalità del voto, affinché autorizzino la popolazione a recarsi alle stazioni di voto e medino con i capi taleban delle rispettive aree di appartenenza per evitare bagni di sangue. Il 20 agosto, percentuale credibile benché non esistano dati ufficiali, i seggi chiusi sono stati fra il 20 e il 30 per cento. Concentrati soprattutto nelle grandi aree di rischio: nel sud, nell’est e nel nord-ovest dell’Afghanistan. È presumibile che, visti i tempi brevi, questa percentuale il 7 novembre sarà più alta. I talebani ancora non hanno par-


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Saltata l’ipotesi di un governo congiunto di transizione, si cerca comunque un accordo

Vincerà uno solo ma governeranno in due di Antonio Picasso l ballottaggio è un passo avanti per la democrazia». Queste le parole rilasciate da Hamid Karzai subito dopo che la Commissione elettorale ha decretato la revisione dei risultati del voto del 20 agosto e, di conseguenza, sconfessato la vittoria del presidente afgano. La Commissione, «sulla base di chiare e convincenti prove di brogli», ha annullato 1 milione e 300mila schede elettorali. Un commento amaro quanto tardivo, quello di Karzai, che è passato da un solido 56,4% di preferenze al 49,67%. In sostanza, si è trattato di una questione di decimali. Sufficiente però per richiamare il paese alle urne. Data scelta per il ballottaggio con il primo dei candidati sconfitti, Abdullah Abdullah: il 7 novembre, fra tre settimane esatte. Prima delle dichiarazioni ufficiali, era maturata l’ipotesi che il secondo turno potesse essere evitato grazie a un accordo fra i due competitor. Ma è stato l’ufficio elettorale di Abdullah a smentire per primo questa voce di corridoio. D’altra parte, evitare un ritorno al voto era la speranza di tutti coloro a cui sta a cuore la ricostruzione e la pacificazione dell’Afghanistan. Le urne nuovamente aperte rappresentano, infatti, un’occasione per i talebani per provocare altri attentati contro la popolazione civile, ma anche contro le truppe occidentali impegnate nella difesa di quest’ultima. Al di là dei pericoli imminenti che attendono l’Afghanistan da qui al 7 novembre, nulla vieta però che i due contendenti trattino sottobanco affinché il ballottaggio porti alla vittoria di uno, ma eviti la sconfitta dell’altro. Se Karzai perdesse, infatti, è plausibile che molti dei suoi sostenitori lo abbandonerebbero. Il rischio è che andrebbero a ingrossare le fila di quel nemico vasto e frammentato che l’Occidente sta combattendo. Nel caso di una sconfitta per Abdullah, invece, i suoi elettori potrebbero parlare ancora una volta di vittoria contraffatta e scendere nelle strade di Kabul, stavolta armati. Ricordiamoci che stiamo parlando di un Paese attraversato da trent’anni esatti di guerra e abitato da una società tribale in cui la lotta armata fa parte del patrimonio culturale nazionale.

«I

rio uguale e contrario si potrebbe prevedere nel caso vincesse quest’ultimo. Da qui appunto la “non sconfitta” per nessuno dei due. Certo è però che Karzai parta palesemente svantaggiato. Agli occhi degli elettori afgani e soprattutto dei capi tribù - veri manovratori del voto nelle aree rurali - non passerà sotto silenzio il fatto di aver cantato vittoria in modo tanto plateale e, prima ancora, di non aver saputo gestire una campagna elettorale che lo vedeva sostanzialmente favorito; non dimentichiamoci che Karzai disponeva del tacito endorsement di Washington.

D’altro canto, lo stesso Abdullah è passato dal 32%, secondo il primo scrutinio, al 27,8% di preferenze, come indicato dalla Commissione elettorale. Questo significa che anche molti voti in suo favore erano stati “agevolati”. Come carta di pregio gli resta la mancanza di una passata presidenza scandita da molti più

Si lavora a una spartizione del potere politico capace di portare dalla stessa parte della barricata pashtun e tajiki, o almeno i due più influenti centri di potere di queste etnie

lato, ma è prevedibile che presto lo faranno: ricordiamoci che ad agosto, oltre ai numerosi attentati e agli attacchi ai seggi, erano giunte vere e proprie minacce fisiche agli elettori. E dopo i volantini distribuiti fra la gente («Non andate ai seggi, li colpiremo»), i seguaci del mullah Omar avevano alzato il tiro dicendo: «Taglieremo dita, naso e orecchie a chi si recherà alle urne». Minaccia, putroppo, rispettata.

Sopra, il senatore democratico John Kerry, inviato della Casa Bianca a Kabul per convincere Karzai a tornare alle urne; a destra, Abdullah Abdullah e Hamid Karzai, i due sfidanti; in alto: una donna al voto il 20 agosto; a sinistra: un militare Isaf impegnato nella regione

Da oggi, dunque, oltre alla sfida politica fra Karzai e Abdullah, assisteremo a una corsa contro il tempo: logistica, diplomatica, militare e di intelligence. E se quest’ultima è chiamata a verificare tutti i “warnings” che giungeranno dalle varie gole profonde sparse nelle varie province del paese, a livello di Regional Command (quello West, lo ricordiamo, è sotto il controllo italiano) lo sforzo sarà senza precedenti. Battesimo del fuoco per la brigata Sassari, che proprio in questi giorni sta sostituendo la Folgore che, sotto il comando del generale Castellano, aveva garantito lo svolgimento del voto di agosto. In ogni caso, qualunque sia il risultato del ballottaggio, l’Afghanistan resta un Paese sotto stretta osservanza, con Obama e tutti gli alleati che premono affinché Kabul possa avere al più presto un governo stabile: unica chance di vittoria nella lotta contro il terrorismo.

Ragionando in termini possibilistici, è immaginabile che Karzai, questa volta effettivamente vittorioso, chiami Abdullah al suo fianco per la creazione di un governo di “larghe intese”. L’iniziativa potrebbe accontentare le due etnie maggioritarie del paese, quella pashtun, di cui Karzai stesso è membro, e quella tajika, rappresentata da Abdullah. Uno scena-

fallimenti anziché vittorie com’è quella di Karzai.Vero è che Abdullah non è senza macchia, perché anch’egli aveva fatto parte del primo governo Karzai in qualità di ministro degli Esteri. Tuttavia, non è nemmeno così compromesso com’è, al contrario, il suo passato leader e oggi antagonista. Inoltre, il fatto di aver smentito un accordo che avrebbe potuto evitare il ballottaggio mette in evidenza come in seno all’ex ministro degli Esteri afgano stia maturando davvero la sicurezza di vincere. In questo senso, sembra che Abdullah voglia il consenso dell’elettorato. Il suo desiderio sarebbe quello di essere proclamato presidente con un risultato cristallino e non spurio come quello di Karzai. Tutto questo spiega l’interesse e la convenienza per entrambi, ma non solo, ad andare sì al ballottaggio, ma subito dopo stringere un accordo. Si tratterebbe di una spartizione di potere che porterebbe dalla stessa parte della barricata pashtun e tajiki, o almeno i due più influenti centri di potere di questi. Nonché faciliterebbe i partner occidentali di Kabul, i quali si trovano quotidianamente impegnati in una lotta contro la frammentazione degli interlocutori locali. Siano essi nemici quanto alleati.


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Iran. Tutti gli errori dei negoziati del “5+1” sul nucleare in corso a Vienna Iran e la comunità internazionale stanno negoziando un compromesso per trasferire l’uranio arricchito iraniano all’estero, dove sarebbe poi ulteriormente arricchito. A dire dell’Iran «per fini medici». L’accordo non arriverà in fretta come alcuni avevano sperato, perchè Teheran ha già adottato una serie di misure dilatorie atte a ritardare i tempi del negoziato. Ciononostante, esiste per la prima volta in alcuni anni la chance di un buon esito. Il che solleva la dmanda. Si tratta o no di un buon compromesso? Dipende naturalmente dai dettagli che emergeranno soltanto nei prossimi giorni, ma gli elementi di base sono lungi dall’essere promettenti. L’Iran dovrebbe trasferire l’uranio arricchito al 4 percento di cui già dispone a un Paese terzo Russia o Francia - dove esso verrà arricchito a livelli più alti di purezza (20 percento) per poi essere rispedito in Iran per essere utilizzato nel reattore di ricerca di Teheran sotto i controlli e le garanzie dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atromica . Sottraendo le quasi due tonnellate di uranio che l’Iran ha accumulato ad altri usi insomma si evita che Teheran abbia il materiale a disposizione per iniziare la produzione di ordigni nucleari. Ci sono però seri problemi nel compromesso, posto che un accordo venga raggiunto.

L’

Primo, il dialogo offre un riconoscimento implicito del diritto dell’Iran di arricchire uranio: un diritto che l’Iran ha perso a seguito delle sue viola-

Accettato o meno è un accordo sbagliato Teheran viola almeno 5 risoluzioni dell’Onu e fa finta di non saperlo di Emanuele Ottolenghi

venzione, controllo e punizione dell’Iran in caso di violazione. La rivelazione recente dell’esistenza di un sito clandestino per l’arricchimento vicino a Qom dimostra invece la necessità di includere nell’accordo una serie di meccanismi di controllo e verifica che evitino la situazione che si potrebbe creare: arricchimen-

Il regime deve essere costretto a fare chiarezza sul suo passato “atomico”, sui suoi progetti futuri e sulle centrali. Solo così andremo avanti zioni del Trattato di non Proliferazione (Tnp) e dell’approvazione di cinque risoluzioni Onu che impongono all’Iran la sospensione dell’arricchimento in Iran. Secondo, l’accordo non preclude la continuazione dell’arricchimento in Iran in futuro perchè non risolve il problema delle attività nucleari clandestine iraniane. Terzo, l’accordo non prevede le misure necessarie di pre-

to dell’uranio iraniano dichiarato all’estero e continuazione dell’arricchimento clandestino in Iran. E quarto, l’accordo contravviene quanto sancito dalla risoluzione Onu 1737, che vieta esplicitamente all’Iran di esportare l’uranio arricchito a Paesi terzi e a questi di riceverlo.

L’accordo insomma renderebbe la volontà del Consiglio

Cento parlamentari chiedono il processo

Deputati contro Mousavi Cento deputati iraniani (su un totale di 290) hanno sporto una denuncia contro l’ex candidato moderato alle presidenziali, Mir Hossein Mousavi, chiedendo alla magistratura di incriminarlo per avere «agito in linea con i nemici» della Repubblica islamica. Lo ha detto uno dei parlamentari, Hamid Rasai, citato dall’agenzia Fars. Mousavi è considerato, con l’ex candidato riformista Mehdi Karrubi, il leader del cosiddetto “movimento verde”, quell’Onda che protesta da mesi contro la rielezione del presidente Mahmud Ahmadinejad, considerando il voto del 12 giugno scorso viziato da brogli. Karrubi è stato recentemente incriminato per avere denunciato stupri su alcuni degli arrestati nelle manifestazioni di piazza dell’estate scorsa. La denuncia è stata inviata al pro-

curatore generale dello Stato dai cento deputati, che appartengono all’area fondamentalista e sono «in maggior parte avvocati», secondo quanto precisato da Rasai. «Le dichiarazioni e le attività di Mousavi - ha affermato il parlamentare rappresentano un colpo portato al sistema islamico, al popolo e alla pubblica proprietà. La magistratura deve affrontare con durezza coloro che violano la legge». Si tratta del secondo atto di una repressione ammantata di legalità portata avanti dal presidente Ahmadinejad, che teme l’arresto diretto e senza sostegno - almeno politico - del suo più acerrimo accusatore. Ancora nessuna risposta da parte del leader dell’Onda, che da mesi appare e scompare dalla vita pubblica. Probabilmente perché teme lo scatto d’ira del governo.

di Sicurezza lettera morta e creerebbe un importante e negative precedente per alter nazioni interessate a eludere gli obblighi del Tnp. Le misure per migliorare l’accordo naturalmente esistono: l’attuazione del procotollo aggiuntivo per ispezioni sostenute che controllino siti sospetti, l’introduzione di una nuova clausola che impone la dichiarazione di nuovi siti al momento della loro costruzione e non al momento di introdurre materiale nucleare, e la minaccia di nuove sanzioni in caso di violazione degli accordi. Certamente, un accordo non è da escludere e se avvenisse, sarà certamente presentato come un successo da parte americana e potrebbe gettare le basi per ulteriori discussioni. Ma è più probabile attendersi una ripetizione di passate esperienze negoziali; i negoziatori iraniani punteranno a guadagnare tempo cercando di utilizzare le divisioni esistenti tra le loro controparti.

E sulle divisioni si fonda la loro forza. Gli iraniani sanno che in caso di fallimento i russi faranno loro scudo contro nuove sanzioni. Sanno di avere il sostegno dei Paesi non allineati sul loro diritto ad arricchire. E sanno che l’attuale presidente americano non ha intenzione di lanciare un attacco militare contro i siti nucleari iraniani. Cosa si può sperare che renda l’accordo utile alla causa della non proliferazione e non dia un ulteriore vantaggio all’Iran? Primo, occorre insistere che questo accordo non risolve tutte le inadempienze iraniane. Secondo, occorre sviluppare una strategia di sanzioni parallela che non faccia conto su Russia e Cina, come precauzione in caso di fallimento dei negoziati. Terzo, occorre esigere che l’Iran, in parallelo all’attuazione di un possible accordo, faccia chiarezza sul passato del suo programma nucleare, ratifichi il Protocollo sulle Garanzie Aggiuntive immediatamente, permettendo subito agli ispettori di accedere a qualsiasi sito desiderino ispezionare, e accetti l’applicazione immediate della nuova clausola del Tnp che impone agli stati firmatari di comunicare tempestivamente all’Agenzia il design di ogni nuovo sito nucleare all’atto di progettazione.Tali misure, unite a un chiarimento comprensivo, sostanziale e senza ritardi del passato nucleare iraniano è l’unico modo per evitare che questo accordo non si riveli l’ennesima prova di debolezza occidentale e l’ennesimo strumento iraniano per guadagnare tempo.


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È la prima volta che l’ex colonia collabora con Pechino

Il presidente della nazione musulmana ha giurato ieri

Hong Kong consegna un dissidente alla Cina

Indonesia, Susilo apre il suo secondo mandato

HONG KONG. La polizia di confine di Hong Kong ha consegnato alle autorità cinesi Zhou Yongjun (nella foto), uno dei leader della protesta studentesca di piazza Tiananmen, rompendo di fatto la formula “un Paese, due sistemi”, che regola i rapporti fra la Cina e la ex colonia britannica. Zhou, residente negli Stati Uniti, è arrivato nell’isola da Macao: dopo aver presentato il passaporto (rilasciato con un nome di copertura dal governo malaysiano) è stato fermato dalle guardie, che lo hanno imprigionato per “problemi”. Dopo due giorni di detenzione, è stato chiuso in una macchina da alcuni dirigenti dell’ufficio Immigrazione e consegnato (oltre il confine) alle autorità cinesi. Dopo settimane di silenzio totale, la moglie di Zhou (madre della figlia di 18 mesi) ha ricevuto telefonate ed e-mail da un ex detenuto di una prigione di Shenzhen: l’uomo sostiene che il dissidente sia chiuso in quella galera. Il personale carcerario in servizio lì nega le accuse, ma dopo quattro mesi un altro detenuto ha affermato di averlo riconosciuto. Le autorità - anche quelle giuridiche - negano qualunque coinvolgimento e dichiarano di non sapere nulla di Zhou. Il governo di Hong Kong, retto da Donald Tsang Yamkuen (considerato molto vicino

JAKARTA. Combattere la corru-

A Londra decolla il “city jogging” La nuova attrazione prevede diversi tour. Di corsa di Silvia Marchetti orrere, divertirsi, stare in forma e tuffarsi nel passato storico-architettonico della città: a Londra oggi è possibile fare tutto questo simultaneamente grazie al “city jogging”, che unisce il piacere dello sport a quello culturale. L’idea è venuta a un gruppo di amici, amanti della corsa, che un bel giorno si sono resi conto che Londra avrà pure tante attrattive spettacolari ma è le manca questo simpatico passatempo. E così, da agosto (quando il servizio è stato ufficialmente lanciato), il city jogging fa concorrenza agli altri mezzi di trasporto turistici. Ormai il modo migliore per conoscere e ammirare la città è a piedi, anzi correndo, sudando e restando in linea. I gruppi sono di cinque-sei persone, distinti per principianti e professionisti. Vengono portati in giro per la città da una guida esperta sia di jogging (ovviamente) che di storia e monumenti. Insomma, mica male come giro alternativo della capitale. L’iniziativa è diretta ovviamente ai turisti, ma piace molto anche ai londinesi perché in questo modo possono conoscere angoli della città mai esplorati fino a quel momento (e in quel modo). A oggi c’è un’unica associazione di professionisti che organizza i tour, la City jogging tours, con l’offerta di sei percorsi tematici differenti per un costo di circa 26 sterline a persona. Non è poco, specie in questi tempi di crisi nera con disoccupazione e prezzi alle stelle, ma chi ama gli sport “originali” non guarda al costo. Anche perché gli organizzatori dei giri guidati offrono pacchetti allinclusive ai loro clienti: si sta fuori tutto il giorno, è previsto un piccolo brunch a mezza mattinata per ricaricare le batterie e in regalo vengono dati la maglietta con il marchio City jogging, alcuni oggetti «must del vero jogger», foto ricordo digitali scattate in corsa oltre a una serie di sconti. Già, perché per chi partecipa è previsto lo sconto del dieci percento per ogni acquisto fatto durante il tragitto (e quindi nei negozi convenzionati) e per i successivi giri da prenotare. Non solo: è possibile, su richiesta e pagando un qualcosa in più, fare dei giri “per-

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sonalizzati” per andare a visitare soltanto i luoghi desiderati. Londra, dopotutto, è enorme e ce n’è per tutti i gusti. Il percorso più richiesto è il “Scenic London Tour”, ossia quello che mostra la vista più mozzafiato della capitale, lungo ben otto chilometri. Si attraversa l’area verde di Regent’s Canal con tanto di paperelle in acqua, lo zoo di Londra (“tra i più antichi del mondo”, ricorda con orgoglio la guida), il quartiere chic di Little Venice, quello caratteristico di Camden che ospita il mercato all’aperto, fino al famoso ristorante galleggiante cinese sempre richiestissimo dai turisti.

Poi c’è la “Londra Iconica” del centro storico (Big Ben, London Tower, l’abbazia di Westminster e Buckingham Palace); la “Londra lungo il Tamigi”; “La Londra dei parchi e dei palazzi” (Hyde Park); la “Heathside London” (le aree verdi dei laghetti e di Parliament Hill) e infine la “Londra Marittima” (il parco di Greenwich e l’osservatorio marino dove ci si può immergere nel passato glorioso dell’Inghilterra navale). Certo, resta da capire quanto si riesce a cogliere e assaporare di quello che si vede en passant, per di più correndo. Ma ci sono tappe e soste che consentono di riprendere fiato e guardarsi meglio attorno. Difficili anche immaginare quanti riescano a seguire (più che altro con il cervello) ciò che sta illustrando loro la guida. Ma tant’è. Il sito internet di City jogging tours è stracolmo di dichiarazioni e interviste a chi ha già avuto modo di assaggiare questo nuovo diversivo. Ai clienti, infatti, piace proprio così vivere il turismo e la città. Ecco, dunque, un classico esempio di turismo mordi e fuggi, che mette insieme tanti aspetti del divertimento e della distrazione. Il fenomeno è talmente di moda che ne parlano i maggiori quotidiani del Regno Unito, mostrando video e interviste agli organizzatori (forniscono, inoltre, il link al sito dell’organizzazione). Non c’è dubbio che presto spunteranno altri enti pronti a offrire nuovi pacchetti di city jogging, il nuovo business “on the run”e all’aria aperta della capitale inglese.

I corridori sono distinti tra principianti e professionisti. Vengono portati in giro da una guida esperta di corsa e storia

a Pechino), non ha voluto commentare il caso. Secondo l’avvocato di Zhou, si tratta però della più grave violazione della formula “un Paese, due sistemi”, applicata sin dalla riconsegna alla Cina popolare dell’ex colonia da parte della Gran Bretagna. In pratica, la formula prevede il riconoscimento e la difesa dei diritti civili sul territorio di Hong Kong per altri 40 anni. Un consulente dell’immigrazione locale definisce il caso di Zhou “illegale, inspiegabile e senza precedenti”. Per la moglie dell’ex leader studentesco, Zhang Yuewei, si tratta di una “cospirazione evidente per abusare dei diritti umani”. Timori nella popolazione per la decisione del governo.

zione e dare un’accelerata alle riforme dell’apparato burocratico e amministrativo. Sono i punti salienti del discorso programmatico di Susilo Bambang Yudhoyono che, ieri, ha giurato davanti al Parlamento per il suo secondo mandato. Insieme al Capo dello Stato ha giurato anche il vice-presidente Boediono, già governatore della Banca centrale indonesiana. Grande assente alla cerimonia la ex presidente Megawati Sukarnoputri, che, da tempo, nutre rancori personali con Yudhoyono, un tempo suo braccio destro.Yudhoyono, 60 anni, è stato investito del secondo mandato dopo la vittoria alle urne del luglio scorso, in cui ha

trionfato al primo turno con oltre il 60% dei voti. Il presidente e il vice-presidente hanno giurato davanti al parlamento indonesiano – il Majelis Permusyawaratan Rakyat (Mpr) a Senayan, nel centro di Jakarta – presieduto da Taufik Kiemas, marito della Megawati; la cerimonia è stata trasmessa in diretta tv. Il Capo dello Stato, eletto nel 2004 per il primo mandato, ha saputo riconquistare la fiducia degli elettori grazie a una politica volta alla stabilizzazione economica dopo anni di difficoltà, conseguenza della dittatura militare che ha segnato il Paese. Egli ha impresso una spinta alla finanza e all’economia nazionale che quest’anno – a dispetto della crisi mondiale – dovrebbe toccare livelli di crescita pari al 4%. Fra i suoi meriti la lotta al terrorismo islamico (l’Indonesia è il Paese musulmano più popoloso al mondo, ndr) grazie alla quale ha conquistato fiducia e rispetto nel panorama politico internazionale. Fra i partiti che sostengono la coalizione guidata da Yudhoyono – capo del Democrat Party – vi sono anche il nazionalista Golkar Party, il movimento radicale islamico Prosperous Justice Party (Pks) e il partito islamico moderato National Awakening Party (Pkb).


cultura

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Mostre. Fino al 17 gennaio 2010, alle Scuderie del Quirinale, un viaggio nell’arte sotto i regni di Domiziano, Adriano, Traiano, Costantino e Teodosio

I pennelli della Roma antica Oltre cento reperti tra affreschi e dipinti su legno, lino o vetro La Capitale celebra la bellezza attraverso la pittura imperiale di Rossella Fabiani

ROMA. Dove si è persa l’osservazione semplice della natura? Dove si sono smarriti quei colori delicati, quelle forme pulite delle cose, degli animali e della vita di ogni giorno, spazzate via, annichilite, svuotate dalle frenetiche e utilitaristiche attività dei nostri tempi? Il colombario di Villa Pamphili che accoglie sullo scalone il visitatore della mostra “Roma. La Pittura di un Impero” alle Scuderie del Quirinale fino al 17 gennaio rievoca tutto quello che non è più e rimanda un’idea di silenzio, di quiete, di pace e di tranquillità pur anche nelle scene animate e popolate da persone e animali.

La bellezza degli oggetti esposti nasce da un pensiero: c’è, poi, un senso di rispetto, di amore e di consapevolezza del privilegio ricevuto. Come è evidente nei tratti degli straordinari reperti esposti a Roma: affreschi, ritratti e medaglioni vitrei in quello che è uno dei principali appuntamenti espositivi capitolini. Curata da Eugenio La Rocca con Serena Ensoli, Stefano Tortorella e Massimiliano Papini, e allestita da Luca Ronconi e Margherita Palli, la mostra, che apre i festeggiamenti per i dieci anni delle Scuderie, nasce da un’idea dell’Azienda Palaexpo e di MondoMostre, in collaborazione con il Mibac e le Soprintendenze di Roma e di Napoli, e la sponsorizzazione di Sisal (catalogo Skira). Oltre un centinaio i reperti esposti, tra frammenti di affreschi e dipinti su legno, su lino e su vetro, provenienti dalle maggiori collezioni pubbliche del mondo. La storia della pittura romana di epoca imperiale viene ripercorsa dall’età di Augusto fino al Tardo Antico. Per i Romani la pittura ricopriva un ruolo specifico nella vita sociale e culturale e, nonostante la diretta discendenza dalla pittura greca,

giunse a maturare un linguaggio originale, lasciando un’eredità dagli esiti incalcolabili. La pittura veniva di norma praticata da uomini di rango non elevato che, tranne in qualche raro caso, restavano anonimi.

L’esposizione è chiusa da una serie di ritratti fortemente espressivi, dai primi esiti pompeiani fino ai più tardi lavori dal Fayyum Tralasciando sistemi unitari prospettici, il pittore distribuiva la composizione nello spazio senza un preciso rapporto proporzionale tra gli oggetti. Lo si vedrà nella sezione di apertura della mostra dedicata a scenografie parietali e paesaggi: scene bucoliche e agresti,

vedute di ville e di santuari rurali e giardini animati da figure vivaci, come nel ciclo dell’Odissea dei Musei Vaticani (50-40 a.C.), raro esempio della paesistica di tipo ellenistico. Segue una sezione di soggetti mitologici, greci e romani, molto in voga: oltre alla celebre rappresentazione di un matrimonio romano, le Nozze Aldobrandine, di età augustea, ora ai Musei Vaticani, arrivano, dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, le Tre Grazie, l’Ercole e Telefo e la Testa di Medusa (50-79 d.C.). Sfilano poi le raffigurazioni di aure, ninfe, menadi e satiri, tra le più alte acquisizioni della pittura romana. Notevoli anche le scene di vita quotidiana, le nature morte e le composizioni erotiche.

Chiude la mostra una serie di ritratti fortemente espressivi, dai primi esiti nella pittura pompeiana fino ai più tardi ritratti dal Fayyum. Affreschi, tra cui quello celeberrimo detto di Paquio Proculo e sua moglie, ritratti su vetro (splendido quello virile in crisografia da Arezzo), sublimi dipinti su lino e a encausto (cera fusa) su legno provenienti dall’Egitto,

In queste pagine, alcune immagini dei reperti in mostra alle Scuderie del Quirinale, fino al 17 gennaio 2010, nell’ambito dell’esposizione “Roma. La Pittura di un Impero”. Il pubblico potrà ammirare oltre cento reperti tra affreschi e dipinti su legno, lino o vetro, oltre a pregevolissimi ritratti fortemente espressivi, dai primi esiti pompeiani fino ai più tardi lavori dal Fayyum

dall’oasi del Fayyum, che venivano applicati sulle mummie come maschere, secondo una tradizione egiziana aggiornata in epoca romana.

La pittura romana dall’età di Augusto al Tardo Antico costituisce davvero una rara mostra che dà modo di conoscere la

pittura romana dal I secolo a.C. al V d.C. Girando per le sale delle scuderie si scopre un mondo antico colorato, capace di riprodurre eventi storici e mitologici ma anche aspetti della natura e della vita quotidiana, usando realismo e poesia. Un mondo in cui i monumenti pubblici e le statue erano


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tutti policromi e i marmi quasi sempre colorati, in cui il bianco era costantemente inserito nell’ambito di un complesso gioco cromatico: cade così quel luogo comune che fa coincidere il “classico” esclusivamente con l’austerità dei marmi bianchi. In questa mostra, la prima dedicata interamente alla pittura

della Roma antica, i pezzi, straordinari e perfetti per eleganza e raffinatezza, arrivano dai più importanti siti archeologici e musei del mondo, tra cui il Louvre, il British Museum, gli Staatliche Museen di Berlino, l’Antikensammlung di Monaco, il Liebighaus di Francoforte, il Museo dell’Univer-

sità di Zurigo, ma anche il Museo Archeologico di Napoli, gli Scavi di Pompei, il Museo Nazionale Romano e i Musei Vaticani. Un materiale prezioso, che offre un quadro il più ampio possibile della “pittura romana”in un’ottica sapiente, capace di aprire lo sguardo ad un modo più intenso, fresco ed emozionante di guardare l’antico: una dimostrazione di quanto fosse alto il livello qualitativo della pittura romana e, nelle analogie come nelle divergenze, una chiave per capire il rapporto tra l’antico e il moderno, a partire dalle tecniche adottate dalla pittura europea dal Rinascimento in poi, fino a quelle usate dagli Impressionisti: tutte di evidente derivazione antica. Inizialmente nata all’insegna di una continuità con l’arte greca, la pittura romana, diventa un modello ispiratore per i secoli successivi. Il periodo documentato dai reperti in mostra, è un periodo cruciale della storia di Roma, quello che va dal I secolo a.C. fino al V d.C: in questo arco temporale, la progressiva espansione coloniale dà vita a un fermento culturale di rara intensità, tanto che l’arte della Roma Imperiale può essere considerata fonte di ispirazione di canoni culturali ed estetici che hanno segnato tutta la pittura e l’arte occidentale successiva.

Approfondire la conoscenza della produzione pittorica, espressione tra le più immediate e autentiche, da un lato può contribuire ad una più articolata comprensione della società

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romana, dall’altro permette di valorizzare l’originalità di tale produzione, superando la visione di una pittura romana dipendente ed erede passiva del patrimonio classico greco, capace però di mettere in comunicazione l’antica Grecia con la cultura figurativa moderna. Lo affermava anche Giorgio De Chirico: «Quella tendenza alla pittura chiara e al colore trasparente, quel senso asciutto di materia pittorica che chiamo olimpico e che ebbe la sua più alta affermazione nell’opera di Botticelli e in quella di Raffaello peruginesco erano tali già in Grecia, come provano le pitture parietali di Pompei». I lavori di Polignoto, Parrasio, Zeusi e Apelle, per citare alcuni dei maestri greci, sono andati perduti, colmano il vuoto i successori romani capitanati da Studius o Ludius di cui ci parla Plinio il Vecchio: «Colui che per primo inventò le leggiadre pitture delle pareti raffigurandovi ville, portici, boschi sacri, colline, canali, fiumi e spiagge». L’e-

sempio della sua arte (gli studiosi sono quasi certi) è mostrata al primo piano delle Scuderie dove sono esposte le decorazioni della Villa Farnesiana a Roma e di quella di Boscotrecase presso Pompei. Il lungo fregio affrescato è dominato dal bianco dello sfondo attraversato verticalmente da candelabri ornati di cariatidi femminili, mentre in alto si sviluppa la decorazione composta di nature morte e di paesaggi idillico-sacrali. La parete della Villa di Pompei invece è rossa, macchiata di riquadri chiari in cui si innestano paesaggi agresti e santuari abitati da sacerdoti, pastori con greggi e mendicanti. Il piano è definito appunto “delle decorazioni”, qui si entra in contatto con il contesto domestico delle dimore romane.

«Non conosco forse nulla di più interessante - scriveva Goethe - le case sono piccole e strette, ma nell’interno tutte adorne di graziosissime pitture». Il colore riprende la sua rivincita sui marmi monocromi, quel biancore delle statue che erroneamente ha definito l’estetica della classicità viene scansato dalla policromia, capostipite della realtà antica. A riflettere la magnificenza dei colori è l’allestimento perfetto di Luca Ronconi (e Margherita Palli) che risalta l’oggetto esposto, lo rende «luminoso e non illuminato», dichiara lo stesso Ronconi, sembrano quasi fotografie retro-illuminate. Il moderno si inchina all’antico come per sdebitarsi dell’eredità. Un viaggio nell’arte durante i regni di Domiziano, Adriano, Traiano, Costantino e Teodosio. Il secondo piano è caratterizzato da un’ottica prettamente tematica, qui i soggetti si allontanano dal contesto decorativo, si fanno ammirare a mo’ di quadri. Spazio allora alle immagini mitologiche, ecco Polifemo e Galatea, Zefiro e Venere, le tre Grazie «fluide come il pensiero… sembrano fatte con un sol colpo di pennello», le descriveva l’archeologo Winckelmann. E ancora le nature morte che nell’antichità erano chiamate Xenia, i paesaggi da sogno, le scene di vita quotidiana e di otium e poi i ritratti su legno e lino (detti a “encausto”) dell’oasi egiziana di El Fayyum.


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i sono, per fortuna, tanti modi per raccontare vita e misteri degli artisti. Si può anche partire da una fotografia. Diceva Giovanni Macchia: «Ogni fotografo considera la fotografia come arte spietata del transitorio, di quell’istante che i nostri lenti occhi non riescono a scorgere». Da alcune foto prende spunto la raffinatissima indagine di Osvaldo Guerrieri, scrittore e critico teatrale che in Istantanee (Neri Pozza, 137 pagine, 15 euro) racconta le pieghe più ombrose di alcuni grandi. Partendo, appunto, da alcuni scatti. Con questa avvertenza: «…le fotografie mentono. Nessuno pensa mai alla quantità di menzogna che può nascondersi in una fotografia, dentro l’immagine che il buon senso comune vorrebbe sempre sincera». Ma a cogliere almeno un attimo di “verismo” ci aiuta la conoscenza di una vita. Questo è bastevole per azzardare ipotesi verosimili, talvolta più solide della realtà fatta (anche o soprattutto) di ombre.

ci sapeva fare con i «tubi apostolici». Ideò persino «un apparecchio vomitorio, simile a quello dei dentisti dove si sputano pezzi di dente, ma più capace e grande, nel caso che uno si sentisse arrivare il più cattivo e innaturale dei bisogni, cioè dalla parte dello stomaco». A fine lavori la foto di gruppo (Gadda odiava i gruppi): col Cupolone alle spalle, lui, alto e pesante, non tentò neppure di sorridere. Altro scatto. Siamo nel tepore di Camaiore (estate del 1932), ma l’uomo che sta sul pattino è vestito di tutto punto, e ovviamente di nero: cappello, giacca abbottonata, cravatta, persino ghette bianche. Un sorriso sardonico, di mal celata pazienza, come sempre triste ed enigmatico. L’uomo in spiaggia è Luigi Pirandello. Sarà Gesualdo Bufalino a ben delineare quel «sorriso di lumaca» o «risu di babbaluci» in siciliano: «È lo sfrigolio o fischio di risatina che udiamo levarsi dalle lumache poste a cuocere sui carboni». Annota Guerrieri: «In questo scenario di sole, di vita libera, di orizzonte aperto, anche Pirandello sembra sfrigolare sui carboni e perciò sorride forzato, acido. È clamorosamente fuori posto: un marziano al mare».

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Pochi conoscono ciò che successe in un campo di prigionia di Treviri, lo “Stalag XII D”. In quegli stanzoni freddi e pregni di stenti fu rinchiuso Jean Paul Sartre, che non si dichiarava ancora comunista ma semplicemente anarchico. L’elitario scrittore che se la sarebbe presa con le élites fu sistemato nella “baracca degli artisti”, il cui compito era quello di intrattenere i deportati la domenica. Una nicchia elitaria. E qui, in mezzo a letture e studi che avrebbero dovuto «fornire un’ideologia al dopoguerra», cominciò a parlare di filosofia con due sacerdoti. I tre erano intimamente uniti dall’avversione per il nazismo. I preti una sera chiesero al futuro corifeo dell’eistenzialismo di scrivere una pièce per il Natale. «Vedrò» rispose, ma poi mantenne la promessa mettendo in scena, in una baracca così poco adatta a ospitare voci che non fossero lamenti, Bariona o il figlio del tuono. Dell’opera teatrale i nazisti, per fortuna, non afferrarono il larvato contenuto politico. Il laicissimo Sartre, l’uomo che si sentiva sempre orfano (di suo padre, ed era vero, ma anche di Dio) tocca le corde di un’alta religiosità descrivendo la stalla di Betlemme ove Maria partorisce il figlioDio, «un Dio piccolo che si può prendere fra le braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che vive». Sartre non avrebbe mai ripercorso, annota Guerrieri, «quel cammino di dolcezza e di speranza… Dopo lo aspetterà la nausea, il niente». Affermava che Gesù non era altro che la speranza che rende sopportabile la vita. Lo scritto sartriano

Libri. In “Istantanee” Osvaldo Guerrieri ripercorre vita e segreti di artisti e scrittori

Un “grandangolo” sui giganti del 900 di Pier Mario Fasanotti sarà pubblicato in 500 esemplari fuori commercio, ma anni dopo. In quell’opera il filosofo francese calava la propria esperienza di “senza padre”, il rilievo enorme concesso alla fi-

Qui sopra, la copertina del libro di Osvaldo Guerrieri “Istantanee” (Neri Pozza, 137 pagine, 15 euro). In alto, un disegno di Michelangelo Pace

gura della donna, vera stella polare dell’esistenza. Ne Le parole (Les mots) si leggerà poi: «A quel tempo eravamo tutti, più o meno, orfani di padre: i signori padri erano o morti o al fronte, e quelli che restavano, minorati, smidollati, cercavano di farsi dimenticare dai propri figli. Era il regno delle madri». Altra istantanea. Ritrae Carlo Emilio Gadda, imbacuccato a bordo di un’auto scoperta. In inverno. Sul sedile anteriore c’è un suo amico e collega ingegnere. Si sa che “il gran lombardo” si laureò in Ingegneria con poca convinzione, fino a dire che quella decisione era paragonabile al «matrimonio con una ragazza sbagliata». Osvaldo Guerrieri racconta un’altra pagina singolare e poco nota. Ossia di Gadda chiamato (nel 1932) a revisionare l’impianto elettro-idraulico del Vaticano. Molti anni prima suo zio Giuseppe venne chiamato a Roma e nominato prefetto del Regno. E Carlo Emilio, ricordando i di-

Da Pirandello a Gadda, da Sartre a Ezra Pound. Attraverso 10 fotografie l’autore svela i misteri di alcuni protagonisti della Storia versi incarichi, si definisce, sarcastico con se stesso come al solito, «sovrintendente dei cessi del papa».

E specificava malinconicamente: «Se una latrina s’intoppava, ero io a dover correre, per evitare conseguenze spiacevoli». Svolse coscienziosamente il suo lavoro. Ma si sa, Gadda odiava il lavoro e lo considerava sempre «a tempo». Quel che voleva era ricavare qualche soldo dalle azioni di Borsa e dedicarsi alla scrittura. Per cinque volte dette le dimissioni. Che furono respinte: evidentemente

Il futuro premio Nobel ha come delle manette mentali. Non si libera del lutto coniugale, incombe su di lui la pazzia della moglie Antonietta, divorata dalla gelosia a tal punto di gridargli dietro che la loro figlia Lietta aveva preso il suo posto nel letto matrimoniale. La “matta”non smetterà mai di usare il suo «punteruolo sadico». Sparlando di lui: «Chi, don Luigi? Quello che va con le ballerine?». Come ha osservato Leonardo Sciascia, le ballerine erano, nella piramide sociale, poco sopra le prostitute. Pirandello non vuole trovare sollievo altrove, semmai si rifugia nelle fantasie, tra piacere immaginario, voluttà proibite, e appena accennate, e senso di lutto. Nemmeno la presenza adorante dell’attrice Marta Abba, la cui presenza di «intrusa» era però osteggiata dai figli del drammaturgo, seppe smuovere ciò che veniva nascosto o compresso dentro un abito immancabilmente scuro. Pirandello non abbandonò mai la malinconia, la risatela acidula, il disagio avvertito tra gli altri. Nemmeno a Hollywood quando la Metro-Goldwyn-Mayer girò il film tratto dalla sua commedia Come tu mi vuoi. Sul set se ne stava appartato a fumare cattive sigarette Macedonia, Greta Garbo, la protagonista, la «farfalla di ghiaccio», non lo degnava di uno sguardo. Don Luigi era ai margini della vita, anche in America. Come sul pattino della costa versiliese.


sport

21 ottobre 2009 • pagina 21

Gli antieroi della domenica. Lo spettacolare gol alla “bicycle kick” di Daniele Dessena durante l’incontro Catania-Cagliari

L’estetica della rovesciata di Francesco Napoli

essena Daniele da Parma, classe 1987, in forza al Cagliari Calcio, bisognerà che non sfugga nella memoria. Nella domenica appena trascorsa, nel giorno che troppi votano ai santi pallonari di ogni campanile italiano, ha compiuto un gesto di particolare eccellenza. Correva l’incontro Catania-Cagliari e su un pallone aereo s’è librato in alto a mo’ di elegante albatro e ha siglato un gol che tecnicamente viene definito rovesciata in sforbiciata o, secondo i padri fondatori albionici di questo sport, bicycle kick. Gesto eccelso, da eroe d’altri tempi, di quelli che sanno quando e come rendere il volo ed elevarsi da terra, ma tristemente inutile nella vulgata calciofila perché alla squadra non ha giovato alcunché avendo il suo Cagliari perso l’incontro. Tra qualche anno, quando mamma Rai o zia Mediaset avranno a che fare con una prodezza simile, lo riporteranno in video Dessena Daniele, lo faranno rivedere, così come si usa in tv, tra un

D

minuto di gioco di quella gara si materializzò quell’immagine destinata a imperitura memoria: la Fiorentina attacca a testa bassa, Egisto Pandolfini in viola scatta e tra lui e il gol ormai c’è solo Carlo Parola. L’attaccante è certo di poter superare quell’ostacolo e andare in rete, ma il difensore non gli dà il tem-

lo, lui però della razza dei portieri, che di voli qualcosa pure ne sanno. Avrà trovato in quelle semplici immaginette prosaiche l’ispirazione per un esercizio particolarmente ghiotto: a casa di domenica, aspettando le partite sui campi veri, quelli in erba allora tanto sognati, mentre la mamma stava mettendo mano alla squisitezza doc parmigia-

na, i tortelli d’erbetta, da preparare in due fasi proprio come la rovesciata del figlio Daniele: prima il ripieno, d’erbette bollite e ricotta di mucca, e poi la mitica pasta sfoglia all’uovo, noce moscata, sale e, naturalmente, parmigiano reggiano. I giovani Dessena intanto, con un super santos o un super tele, provavano e riprovavano lo schema: palla in su, Daniele che si lancia in aria a rovesciare in sforbiciata la sfera e il fratello Paolo a impedirgli un ipotetico gol in un’ipotetica porta ricavata in camera da letto.

Poi giù i tortelli della domenica festaiola. A Daniele non gli è parso vero poter mettere a frutto gli anni giovanili trascorsi in quel di Parma con un vellutato ma caparbio gesto. Gli è rimasto un rammarico che lo porta a relegare questo piccolo capolavoro in una posizione defilata: seconda rete stagionale ma con cruccio: «Non meritavamo di perdere, sarebbe stato più giusto un pareggio». Il giovane esterno rossoblù incassa con malcelato orgoglio i giusti riconoscimenti, super partes, «in effetti sono le cose belle del calcio. Quando fai un gesto tecnico e la tifoseria avversaria ti applaude, come è accaduto a Cata-

Gesto eccelso, da eroe d’altri tempi, di quelli che sanno quando e come rendere il volo ed elevarsi da terra. Peccato che alla fine la sua squadra abbia comunque perso Pelé e un Van Basten, un Ronaldinho e un Del Piero. Nell’immanente durerà molto poco, bruciato all’altare della quotidianità più bassa di altri gesti molto, molto poco eminenti, alias rigori dati o non dati, gol falliti o meno, broccaggine di questo o quello, allenatori da cacciare a furor di popolo e, su tutto, la polemica con la direzione degli arbitri: il pane raffermo del calcio italiota. Il gesto di Daniele è stato atleticamente e sportivamente eccelso.

I più appassionati alle vicende calciopedatorie, e anche un po’ avanti negli anni, si ricorderanno la mitica bustina Panini dei calciatori. Costava poco e apriva sogni e mondi di gloria a tutti i ragazzi: impressa su quella bustina un’icona del calcio, la madre di tutte le rovesciate calcistiche, quella di Parola Carlo, detto Carletto, da Torino, classe 1921, che vestiva bianconero. Andò più o meno così: era il 15 gennaio 1950, un Fiorentina-Juventus come al solito particolarmente acceso e all’ottantesimo

po di agire. Stacco imperioso, volo in cielo, respinta in uno stile unico, mai visto prima di allora, e ovazione a tutto campo che accompagna la prodezza. Quella stessa immagine è stata pubblicata in oltre 200 milioni di copie, con didascalie in greco e cirillico, arabo e giapponese, ed è puntualmente riproposta ogni anno sugli album delle figurine Panini. Ora: Daniele da ragazzo ci avrà giocato mille e mille volte con quelle figurine, le avrà avute per mano, casomai litigando con il fratello più grande, Pao-

nia, riesci a capire i reali valori dello sport». Quindi spiega alla rete: «Quando ho visto arrivare il pallone ho capito subito che non sarei riuscito a colpirlo di testa. Ragion per cui ho cercato di coordinarmi al meglio e di fare la cosa apparentemente più difficile. Fortuna che mi è riuscita. Ammetto di essere un Qui sopra, testardo, quando parto Daniele Dessena. per fare una cosa, con In alto quell’idea, tento di farla a destra, senza tentennamenti». una rovesciata Chissà la madre cosa avrà di Alex Del Piero. pensato di suo figlio. Avrà A sinistra, probabilmente aperto il dall’alto, suo di album, come fa ogni la famosa domenica, e ha rivisto sforbiciata quella foto a tavola, tutti indi Carlo Parola sieme, con gli imperiosi e quella, tortelli nel piatto,“come soautografata, lo tu li sai fare”, e avrà pendi Pelè sato ai suoi ragazzi.


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

da ”The Guardian” del 19/10/2009

Shock prossimo venturo di Ashley Seager l prezzo del greggio ha raggiunto, ieri, il suo picco annuale. Si sentono sempre più alte le voci che ammoniscono i governi a pensare a misure drastiche per affrontare un prossima contrazione del mercato petrolifero che potrebbe avere conseguenze drammatiche. Le quotazione sulla finanza derivata del light crude americano hanno raggiunto i 79 dollari al barile, in un mercato che legge in positivo una ripresa dell’economia mondiale. Avrà infatti bisogno di essere abbeverata ai pozzi di oro nero. I prezzi sono più che raddoppiati dopo i minimi raggiunti lo scorso autunno, ma sono ancora la metà del picco storico dei 150 dollari al barile, raggiunti all’avvio dell’estate 2008.

I

Tutti gli analisti sono stati colpiti dal fatto che, in piena crisi economica mondiale, i prezzi del greggio abbiano tenuto con un costante e progressivo aumento. Come se non risentissero della recessione che ha fatto calare sensibilmente la domanda di energia. Fatta esclusione per la volatilità legata all’ultimo anno, il valore del petrolio ha mantenuto un andamento di fondo al rialzo, nell’ultimo decennio. In un rapporto dell’organizzazione non governativa, Global witness – famosa per aver sollevato il caso dei «diamanti insanguinati» estratti in alcuni Paesi africani – indica che ci stiamo avvicinando ad un’altro shock petrolifero dalle conseguenze catastrofiche. Un evento che potrebbe semplicemente spegnere l’interruttore della luce a molti Paesi emergenti, non in grado di sopperire a dei costi in crescita vertiginosa. La relazione di Gw, che ha richiesto due anni di preparazione, ha un titolo paradigmatico: La testa sotto la sabbia. È un atto d’accusa verso i governi dei Paesi più

avanzati, che non avrebbero fatto nulla per prepararsi a un evento che viene dato per scontato nel rapporto. Lo shock sarebbe devastante, in termini di aumento dei prezzi e come conseguenza porterebbe ad un mondo più instabile e violento: si scatenerebbero conflitti per l’oro nero. Niente a confronto delle rivolte causate dalla crisi alimentare degli scorsi anni. «Siamo prossimi a un incidente ferroviario, in termini di approvvigionamento energetico, mai i leader mondiali sembrano non esserne coscienti», ha affermato Simon Taylor, autore del documento di Gw. «Siamo tutti dipendenti dal petrolio, ma non siamo capaci di fare la semplice sommatoria – ha poi aggiunto Taylor – tra domanda e offerta futura». La relazione si basa sui dati della domanda globale di greggio e su quelli delle fonti disponibili redatta dall’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) di Parigi, che ha drasticamente ridotto le stime sulle scorte mondiali di greggio. I numeri dell’Aie dicono che entro il 2015 potrebbe crearsi un buco da 7 milioni di barili al giorno, tra domanda e offerta. Un dato che rappresenta l’8 per cento della domanda mondiale, per quel periodo stimata intorno ai 91 milioni di barili al giorno. L’agenzia con base in Francia prevede che da qui al 2020 la produzione mondiale di idrocarburi si ridurrà del 50 per cento. E che per il 2030 sarà necessario trovare una ulteriore capacità produttiva per 64 milioni di barili al giorno, parliamo

di una cifra che equivale a sei volte la produzione quotidiana dell’Arabia Saudita. L’industria petrolifera dovrebbe investire circa 450 miliardi di dollari all’anno per adeguare la sua capacità estrattiva, cercando giacimenti che potrebbero anche non esistere. Gw suggerisce che quei soldi sarebbero meglio utilizzati nel tentativo di portare l’economia globale verso un modello di sviluppo post-petrolifero, con le rinnovabili e col risparmio energetico. Taylor afferma anche che le previsioni degli ultimi anni sulla capacità del settore di scoprire nuovi giacimenti e sfruttarli, sono state sovrastimate.

Equivalgono ad appena 1,7 milioni di barili al giorno, su base annua.Tra il 2005 e il 2008 la produzione mondiale di greggio ha cessato di crescere, nonostante l’aumento dei prezzi e degli investimenti. L’anno d’oro per la scoperta di nuovi giacimenti è stato il 1965 e poi il 1984. Anche le famose sabbie petrolifere canadesi si sono rilevate una fonte meno affidabile del previsto. Di qui, l’allarme lanciato per la sicurezza energetica del pianeta.

L’IMMAGINE

Islam a scuola? Già c’è. Bisogna introdurre le diverse prospettive religiose negli istituti

Muro di fuoco

C’è già l’Islam nelle scuole superiori. L’idea di Urso in sé non è sbagliata, non a caso è già, seppur in parte, realizzata da molti istituti superiori, dove l’ora di religione è sostituita da anni dall’ormai più frequente ora di storia delle religioni, proprio per dare una panoramica sui diversi credo in una società sempre più internazionale e globalizzata. Si dovrebbe ormai sapere che l’insegnamento della religione non significa più far studiare la Bibbia, ma introdurre le diverse prospettive religiose, nelle quali rientra anche la visione religiosa propria dell’Islam. In questo senso non vedo perché introdurre un’ora ad hoc solo sull’Islam, dal momento che si dovrebbe fare lo stesso per gli ortodossi, gli ebrei, i protestanti, ecc. Tutte discussioni che si possono tralasciare, in quanto le varie professioni di fede sono incluse nell’ora esistente di storia delle religioni.

Un gigantesco sbuffo di polvere e fumo. È il saluto dell’Etna, il vulcano attivo più grande d’Europa e uno dei più imponenti di tutto il pianeta (circa 3.323 metri di altezza). Non manca certo di fantasia questa montagna. Nel febbraio del 2000 ad esempio, furono avvistati alcuni sbuffi ad anello, simili a quelli che ogni tanto si divertono a produrre i fumatori, ma molto più grandi

Ferruccio

VALUTIAMO LE REALIZZAZIONI DEL GOVERNANTE «Non giudicate, affinché non siate giudicati» (Matteo 7, 1). Tale monito può essere rivolto soprattutto ai bigotti e ai sepolcri imbiancati, che censurano la vita privata di Silvio Berlusconi, mentre tacciono – o non disapprovano ugualmente – gli amori dei Kennedy, di Mitterrand, di Togliatti e delle celebri attrici Lana Turner (otto matrimoni) ed Elizabeth Taylor (otto matrimoni). I critici condannino i tangentisti, i cattivi governanti, i ladri di Stato, gli spreconi del pubblico denaro e gli affamatori di popoli. Si astengano dal violare la privacy. Evitino di spiare e origliare nelle camere da letto, nonché di replicare il Grande fratello totalitario.

Gianfranco Nìbale

LA BANCA DEL SUD La banca del Sud è un adeguamento agli altri Paesi europei. Noi arriviamo quindi in ritardo ad un appuntamento che vuol dire responsabilizzare economicamente le regioni del Paese che risentono maggiormente delle fratture sociali e politiche. Una vittoria del ministro Tremonti, che in un suo libro aveva sottolineato l’importanza di percorrere la via del federalismo fiscale partendo dal sud.

Bruna Rosso

ALTRO CHE NEMICI DELLA MODERNIZZAZIONE La bocciatura della legge sull’omofobia è figlia di una pessima gestione in aula da parte dei deputati del centrosinistra, che hanno scelto di votare per il non ritorno in commissione del testo.

Quest’ultimo avrebbe consentito di ampliare la discussione allo scopo di eliminare le tante perplessità che più di un parlamentare aveva sollevato, verificando la possibilità di migliorare il testo nel senso di ribadire la totale contrarietà ad ogni forma di violenza basata sulla discriminazione.Purtroppo il Pd ha votato contro, la relatrice si è addirittura

astenuta, assumendosi la responsabilità di aver perso l’occasione di costruire un provvedimento condiviso da tutta l’aula. Il testo era poco chiaro e necessitava di essere ridiscusso. Ma questa possibilità è stata preclusa proprio dal voto contrario del centrosinistra. Dunque, sono fuori luogo le accuse di coloro che oggi tacciano il centrodestra di essere nemi-

co della modernizzazione e di avere posizioni di retroguardia. Sono convinta che ci sia ancora molto lavoro da compiere per superare le discriminazioni. A condizione, però, che esse siano individuate nella loro esatta realtà e consistenza, evitando norme che rischiano di introdurne nuove e più pesanti.

Barbara


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Ti sei ritirata col tuo gattino nel tuo tempio? Ho fatto, Emily cara, grande amicizia con l’ubriaco che abbiamo trovato addormentato: si chiamava Duck, aveva cinquatadue anni, un figlio della mia età che fa il commesso viaggiatore, lui stesso era un esportatore di carbone e ha detto di aver incontrato Greta Garbo a Tunbridge Wells. Penso mentisse, ma era anche simpatico e mi ha invitato ad andare a trovare lui e la sua famiglia quando voglio. Ma non ci andrò: forse vedrò Wallace Beery a Gloucester. Il signor Duck è abbonato a vita a «Film Weekly», «Picturegoer», «Film Fun», «Cinema Weekly» e «Film Gazette». Gli piace il cinema. Che stai facendo? Ti sei ritirata col tuo gattino nel tuo tempio? Sono di nuovo in una terra di bombette, circondato da reverendi, ma è solo oggi, appena più di una settimana dacché ti ho lasciato, cara, che ho cominciato a lavorare. Dopo due giorni di sonno ero come un torello, un torello a macchie, e ho resistito senza alcol. Sconsideratamente, avevo smesso di bere, e solo quella saggia donna che è mia madre mi ha salvato dalla pazzia, accompagnandomi in automobile nei pub e pretendendo con triste sobrietà che bevessi per calmarmi. Ora sono di nuovo in forma, anche se ricoperto di croste, e le mie tre pinte sono un paradiso legittimo. Dylan Thomas a Emily Holmes Coleman

ACCADDE OGGI

CANONE RAI. I FINTI MARZIANI CHE DIRIGONO LA TV DI STATO Rai e governo non vogliono combattere l’evasione del canone/imposta! Sembra che il presidente della Rai, Paolo Garimberti, e il viceministro alle Comunicazioni, Paolo Romani, siano dei marziani messi a dirigere la tv di Stato. Marziani che conoscono l’Italia solo attraverso le trasmissioni della medesima tv e di quelle private e fanno proposte e si muovono nel delicato compito di amministrare l’informazione pubblica radiotelevisiva. Una dimostrazione è l’ennesima richiesta del presidente Garimberti al governo perché lo stesso sia meglio operativo nella lotta all’evasione del canone. E la risposta è subito arrivata ma... come se fosse un’eco: il viceministro Romani «un’evasione al 27-30% non è tollerabile». E poi? Non è dato sapere. Entrambi, con queste loro richieste e “risposte”, hanno continuato nell’eterno gioco del parlarsi addosso. Ma, visto che si tratta di reiterazione di scene già viste, possiamo dire che si tratti di finti marziani, che recitano per dimostrare di essere tali e scaricare la responsabilità sull’altro o sul tutto, e quindi nessuno. Caro Garimberti e caro Romani, diciamocele chiare le cose: voi non volete combattere l’evasione del canone/imposta. Come fare lo avete davanti a voi, ma non lo fate altrimenti vi salterebbe il sistema di intreccio di poteri e di corporazioni che alimenta il sistema pubblico di informazione e le prebende dispensate a 360 gradi che lo mantengono, voi due compresi! Vediamo come stanno le cose.Vi-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Stefano Zaccagnini (grafica)

21 ottobre 1895 La Repubblica di Taiwan collassa sotto l’invasione delle forze giapponesi 1902 Negli Stati Uniti termina uno sciopero di cinque mesi organizzato dal sindacato dei minatori 1945 In Francia le donne vanno a votare per la prima volta 1957 Debutto del film Jailhouse Rock, con protagonista Elvis Presley 1959 A New York apre al pubblico il Guggenheim Museum progettato da Frank Lloyd Wright 1967 Guerra del Vietnam: più di 100.000 dimostranti si radunano a Washington 1986 In Libano, rapitori filoiraniani annunciano il rapimento dello scrittore statunitense Edward Tracy 1994 Programma nucleare della Corea del Nord: Corea del Nord e Stati Uniti firmano un accordo che obbliga la Corea del Nord a fermare il suo programma di armamento nucleare e a permettere ispezioni 1998 Massimo D’Alema diventa presidente del Consiglio

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

sto che la Rai, per concessione dello Stato, in prima persona invia a casa delle persone fisiche letterine in cui dice che il canone/imposta va pagato anche per il possesso di un computer, perché tali missive non vengono inviate anche alle aziende, che hanno un computer e che abbiamo stimato non pagano canone/imposta per oltre un miliardo di euro? Un “piccolo” accorgimento che renderebbe insulsa la percentuale che viene stimata come evasa dalle persone fisiche. Ma voi non lo fate perché sapete solo fare la voce grossa coi presunti deboli, mentre non volete avere voce coi grandi. Ma preferite avere a che fare con la piccola persona fisica che ha cambiato residenza e che solo per questo è raggiunto da lettere maleducate e calunniose che lo accusano, solo per presunzione di possesso di una tv, di evadere il fisco; persone che difficilmente faranno causa alla Rai dovendo anche, per leggi ad hoc in deroga alle leggi abituali, procedere in giudizio a Torino. E siccome noi siamo cittadini scrupolosi, abbiamo anche pensato che non vi rendevate conto di questi vostri errori e abbiamo cercato di ricordarvelo, anche con denunce giudiziarie e interrogazioni parlamentari. Denunce che rimangono lì e interrogazioni a cui non rispondete. Per finire, un invito. Non vi lamentate delle campagne dei quotidiani Libero e Il Giornale per l’abolizione del canone, perché sono solo strumentali.Tranquilli, sono solo iniziative per buttare fuori dalla Rai qualcuno a loro non gradito.

SENZA UNITÀ NON V’È FORZA… In tutto l’Occidente fervono i preparativi per il ventennale della caduta del Muro di Berlino. Per l’Italia è una data cruciale come poche.Tuttavia si continua a vedere l’evento come qualcosa che riguarda altri popoli. La fine della prima guerra fredda ha significato per il nostro Paese la distruzione dei “puntelli”che reggevano un sistema tanto originale quanto opportunistico. Il famoso fattore “K”, ovvero il blocco del sistema di alternanza democratico per l’impossibilità del Pci di portare l’opposizione un giorno al governo, fu un rete protettiva che mantenne il Paese nell’Occidente. Una rete che quel giorno, si ruppe. Tangentopoli, ad esempio, non sarebbe mai stata quello che fu se il muro di Berlino non fosse crollato. Sotto il profilo storico è come se il nostro Paese avesse di nuovo potuto ricominciare il cammino. Oggi giorno ci rendiamo sempre di più conto che questo processo in realtà è più difficile del previsto e che la vera transizione alla seconda Repubblica, ancora non è avvenuto. Gran parte dei retaggi del passato che non consentono al Paese di intraprendere un nuovo periodo di sviluppo morale e materiale sono ancora presenti. Tra questi la convinzione che il fondamento su cui si basa la nostra democrazia e unità è la Costituzione repubblicana. Ma lo spirito liberale, democratico e nazionale ha origini più antiche: il Risorgimento. La sinistra ex comunista si ostina a motivare la primogenitura costituzionale unitaria e repubblicana con la Resistenza, in quanto le precedenti costituzioni, affermano, non erano “popolari”. Beh, sfido chiunque a dimostrare che altri Paesi con antiche tradizioni democratiche, nell’Ottocento avessero costituzioni popolari come le intendiamo oggi. In questo modo tuttavia nel dopoguerra, volutamente si fece un falò culturale di tutto ciò che riguardava il Risorgimento e la sua mitologia politica ed educativa: dal libro Cuore a Mazzini e Cavour o Garibaldi. Il concetto e il sentimento di Patria, non può essere legato al giudizio storico del regime politico, che, proprio per amor di Patria, secondo le proprie idee invece si difende o si avversa. Purtroppo anche parte del pensiero politico cattolico ancora oggi si diletta a distruggere il Risorgimento. Non a caso la Lega è forte proprio nelle regioni come il Veneto in passato più democristiana. La motivazione è diversa dagli ex comunisti: l’accento eccessivamente laico e anticlericale del Risorgimento. Leri Pegolo C I R C O L O LI B E R A L PO R D E N O N E

APPUNTAMENTI OTTOBRE 2009 VENERDÌ 30 E SABATO 31, ORE 11, ROMA PALAZZO WEDEKIND - PIAZZA COLONNA “Di cosa parliamo quando diciamo Italia”. Intervengono: Ferdinando Adornato, Pier Ferdinando Casini, Rino Fisichella, Carlo Azeglio Ciampi. VINCENZO INVERSO, SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

Lettera firmata

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

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PAGINAVENTIQUATTRO Megalopoli. L’Eliseo lancia il suo grande progetto: ridisegnare tutta Parigi cambiando volto alle banlieues

Sarkozy, se il presidente fa di Enrico Singer icolas Sarkozy come il barone Eugène Haussmann, il prefetto-urbanista che ridisegnò Parigi per conto di Napoleone III in piena restaurazione dopo i moti del 1848 e il breve governo repubblicano. Allora furono creati i grands boulevards, i viali che tagliano la città – compresi gli Champs Elysées – abbattendo migliaia di case dell’antico centro medievale e realizzando l’allieamento delle prospettive tra i principali monumenti, gli archi di trionfo, i ponti sulla Senna. Per fare più bella, vivibile, salubre (nel 1838 c’era stata una devastante epidemia di colera) e funzionale Parigi. Con la speranza di recuperare così il consenso popolare, certo. Ma anche per rendere più facile il movimento delle truppe nel caso di nuovi tumulti. Adesso il presidente vuole cambiare la faccia alla banlieue, la periferia fatta di tanti comuni cresciuti ognuno a modo suo che ormai, senza interruzione di continuità, formano la Grande Parigi dove vivono dieci dei dodici milioni di abitanti della sterminata megalopoli che è la capitale francese.

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La banlieue, ossessione dell’Eliseo già dai tempi del generale Charles de Gaulle che la chiamò senza troppi riguardi “un bordello” quando chiese, nel 1965, al suo fido delegato per la regione parigina, Paul Delouvrier, di riportare l’ordine nella turbolenta periferia: «Mettezmoi de l’ordre dans ce bordel», è la frase del generale rimasta nella memoria. Lo stesso Sarkozy, nel 2005, quando era ministro dell’Interno sotto Jacques Chirac, si trovò a fare i conti con le rivolte dei giovani immigrati che bruciavano ogni notte nelle strade della periferia decine di auto e usò termini altrettanto forti. “Racaille”– letteralmente feccia – definì Sarko i banlieusards durante la sua visita, ripresa in diretta tv, sui luoghi degli incidenti. Naturalmente di tutto questo non si trova traccia nel piano affidato a decine di architetti che nelle intenzioni del presidente dovrebbe far impallidire la grandi opere di François Mitterrand, compresa la piramide di vetro del Louvre, o lo stesso recupero delle Halles, i vecchi mercati generali, con la nascita del Beaubourg di Renzo Piano, voluta da Georges Pompidou. La grandeur dei presidenti si rinnova, insomma. Il desiderio di lasciare un segno è più forte anche della crisi economica. Il logo di questo mega-progetto è pronto: «Le grand Pari(s)» che gioca sulle parole pari (sfida) e Paris (Parigi) e che si può leggere sia come la grande sfida che come la grande Parigi visto che la pronuncia è la stessa. È pronto anche il piano di massima: un nuovo colossale metrò sopraelevato e velocissimo che dovrà annullare le distanze tra periferia e centro, nuove strade, nuove case (70mila appartamenti in più ogni anno fino al 2030), demolizioni delle vecchie costruzioni più fatiscenti. Con una strizzata d’occhio all’ecologia: non solo nuovi parchi, ma anche l’operazione “tetti verdi”, che significa trasformare in terrazze con prato e piante le sommità dei palazzi. Un progetto che Nicolas Sarkozy ha condito con le frasi ad effetto tipiche dei suoi discorsi: «Bisogna promuovere una città che esalti la qualità della vita piuttosto che soffocarla, abbandonare il colossalismo che genera schiavitù e alienazione nel

quotidiano, ricostruire il tessuto sociale e trasformare la metropoli in un luogo di convivialità». Per concludere con una citazione di un mostro sacro della cultura francese,Victor Hugo: «Ci vuole il vero, il grande, il bello». Perché la bellezza, aggiunge Sarkozy, «è una dimensione essenziale della felicità dell’uomo: quando la politica e l’estetica si alleano si può parlare di civiltà».

L’obiettivo dichiarato del «Grand Pari(s)» è quello di eliminare il concetto stesso di periferia: «La città non può escludere, deve unire e potremo parlare di una grande Parigi quando non parleremo più di banlieues». A distanza di 250 anni sembra di risentire le parole di Georges Eugène Haussmann, nato a Parigi nel 1809

rivaleggiare con Londra che, a quei tempi, era la città più moderna d’Europa perché era stata praticamente tutta ricostruita dopo il colossale incendio che la devastò nel 1666. Eugène Haussmann aveva a lungo studiato il modello londinese e lo imitò nella ristrutturazione urbanistica di Parigi. Con il culto della linea retta che si tradusse nei grandi viali al prezzo di sventramenti senza precedenti. Tra l’altro, Haussmann – che fu fatto barone da Napoleone III – fu anche contattato da Francesco Crispi per un progetto di riorganizzazione urbanistica di Roma diventata capitale d’Italia nel 1861 e la soluzione proposta era in linea con quella adottata a Parigi: demolizioni e direttrici rettilinee del traffico. Allora non fu accettata, anche se più di sessant’anni dopo, fu par-

L’URBANISTA La città fu riprogettata da Eugène Haussmann per conto di Napoleone III in piena restaurazione dopo i moti del 1848.Allora furono creati i grands boulevards, vero simbolo della modernità in una casa al numero 55 del Faubourg du Roule che non esitò a far demolire per costruire la sua Grande Parigi. Figlio un intendente militare di Napoleone Bonaparte, Nicolas Haussmann, protestante alsaziano, e di Henriette Dentzel, a sua volta figlia del generale Dentzel, uno dei baroni del Primo Impero, Eugène fu nominato prefetto di Parigi nel 1853 da Napoleone III che, appena un anno prima aveva proclamato il Secondo Impero ponendo fine alla Seconda Repubblica nata nel ’48. Le ragioni che spinsero Napoleone III a rimodellare Parigi erano tante: c’era la crescente spinta demografica, c’era la precaria situazione igienica degli antichi quartieri medievali e barocchi con il loro inestricabile dedalo di viuzze (le ruelles) che non erano più adeguate nemmeno ai traffici commerciali, c’era l’aumento dei prezzi dei terreni centrali. Ma al fondo c’era la preoccupazione della sicurezza e la voglia di fare di Parigi una capitale che potesse

zialmente realizzata dal fascismo con via della Conciliazione e via dei Fori Imperiali.

Per la verità Eugène

Haussmann non fece una gloriosa fine. Coinvolto in uno scandalo sui finanziamenti dei grandi lavori parigini che aveva ideato e diretto, fu destituito dal suo incarico di prefetto nel 1869, un anno prima della caduta del Secondo Impero. Tuttavia rimase bonapartista fino alla morte, nel 1891, e dal ’77 al 1881 fu anche deputato della Corsica dove si era ritirato, lontano ormai dal potere assoluto che aveva goduto ai tempi della ricostruzione della capitale. Proprio il capitolo economico – in 17 anni di lavori furono spesi 2 miliardi e mezzo di franchi-oro, cifra più che astronomica allora – anche oggi è il più delicato: trovare i soldi in tempo di crisi è una sfida nella sfida. Senza contare che le polemiche scatenate negli ultimi giorni dalla corsa del figlio di Sarkozy, Jean, di soli 23 anni, alla guida del polo direzionale della Defense, il quartiere degli affari di Parigi, stanno consigliando cautela all’Eliseo sul nuovo progetto. Ma c’è da scommettere che Nicolas non si smentirà e non rinuncerà al suo «Grand Pari(s)».

2009_10_21  

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