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La giustizia non è ardore

di e h c a n cro

giovanile e decisione energica e impetuosa. Giustizia è malinconia

9 771827 881004

Thomas Mann

QUOTIDIANO • GIOVEDÌ 8 OTTOBRE 2009

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Verdetto a maggioranza: la legge viola il principio di uguaglianza e, comunque, dovrebbe essere costituzionale

Adesso volino le colombe

La Consulta boccia il Lodo Alfano. Ora si deve impedire che gli “agitati”(a destra e a sinistra) creino traumi al Paese. Il governo ha i voti per governare. Berlusconi si difenda nei processi L’ITALIA È ANCORA FERMA AL ‘94

di Nicola Fano

Niente elezioni, torni la vera politica

ROMA. Il Lodo Alfano viola la Costituzio-

A Gaetano Pecorella il dettaglio dev’essere sfuggito. Non si è reso conto, nella sua arringa, di aver scaricato sui giudici della Consulta una responsabilità a loro estranea, ossia il compito di ratificare una modifica della forma di governo già avvenuta.

ne. Lo hanno stabilito i giudici della Consulta: la legge sulla sospensione dei processi penali per le 4 più alte cariche dello Stato è in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione, quello che sancisce l’uguaglianza dei cittadini e l’articolo 138 della Carta fondamentale dello stato, quella che regolamenta le modifiche costituzionali. Apporre questa modifica all’ordinamento dello Stato comporta una riforma costituzionale: una legge ordinaria non è sufficiente. Si conclude così uno psicodramma che ha avuto il suo apice nelle ultime quarantotto ore ma che era cominciato il 23 luglio dell’anno passato, quando il presidente Napolitano promulgò la legge Alfano. È da allora, infatti, che il Paese vive come in sospensione, nell’attesa di sapere se il presidente del Consiglio può governare liberato dalle sue pendenze giuridiche oppure deve occuparsi principalmente di organizzare la difesa nei processi.

a pagina 4

segue a pagina 2

di Giancristiano Desiderio La decisione della Corte costituzionale, è una grande occasione per rilanciare la politica che in Italia è in vacanza da molto tempo. Non c’era nessun dramma in corso prima della sentenza e, a maggior ragione, non c’è nessun dramma oggi. a pagina 4

IL PARERE DEI GIURISTI

La Corte non poteva “riformare” il sistema di Errico Novi

AL VIA “ITALIA FUTURA” Montezemolo presenta (con Fini, Letta e Riccardi) la sua nuova fondazione. E denuncia: «È inaccettabile che in Italia passi per cospiratore chi vuole semplicemente dare idee per la modernizzazione del nostro Paese»

«Ma quale complotto!» alle pagine 8 e 9

I talebani scrivono all’Europa: «Non vogliamo colpirvi, ma lasciate il nostro Paese»

Obama: «Restiamo a Kabul» Ma sull’aumento di truppe rimanda ancora la decisione

ROMA. È vero che c’è la crisi. È vero che

Ma siamo uomini o generali?

WASHINGTON. Non si verificherà la riduzione delle truppe americane di stanza in Afghanistan. La tesi, che molti media italiani non avevano neanche preso in considerazione, era in realtà la grande preoccupazione della società civile statunitense: le prese di posizione del presidente Obama facevano infatti temere un passo indietro della Casa Bianca dal teatro di guerra. Ieri il leader democratico ha chiarito il tenore della sua posizione: ancora tempo per decidere sull’aumento delle truppe chiesto dal generale McChrystal, ma nessun ripensamento. In Afghanistan si resta.

di Frederic W. Kagan La politicizzazione dell’operato dei generali Usa costituisce una delle peggiori conseguenze degli eccessi intrisi di faziosità perpetrati negli anni scorsi.Troppi commentatori di entrambi gli schieramenti hanno preso l’abitudine di affermare che i comandanti si muovono per ideologia. a pagina 14 se1,00 gue a (10,00 pagina 9CON EURO

L’Unione boccia il debito italiano: «Crisi strutturale» di Francesco Pacifico

di Vincenzo Faccioli Pintozzi

L’ideologo della surge in Iraq difende McChrystal

Via alla procedura contro il Tesoro

le cose vanno male in tutta Europa o quasi: solo sette paesi hanno in conti in regola. Ma il debito italiano non dipende dalla recessione: è il frutto di una «debolezza strutturale» che prescinde dalle urgenze contingenti. Questo è il “verdetto” dell’Unione europea che ieri ha aperto la procedura. Il Tesoro italiano ha accolto con sufficienza il rilievo di Bruxelles: «As usual» è stato il commento ufficiale, «niente di eccezionale». In pratica, involontariamente, dando ragione al rilievo fatto dall’Europa: il nostro debito è grave proprio perché non è eccezionale.

a pagina 14 I QUADERNI)

• ANNO XIV •

NUMERO

199 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

a pagina 6

19.30


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pagina 2 • 8 ottobre 2009

La guerra del Lodo/1. Nel Pdl si fronteggiano due schieramenti: chi grida al complotto politico e chi cerca di evitare forzature

Lotta tra falchi e colombe Berlusconi: «La Consulta è di sinistra. E anche Napolitano, poi...». Bossi e Fini: «La nostra risposta dovranno essere le Regionali» di Marco Palombi

ROMA. Bocciatura totale. Su tutta la linea. Alle 18.04 di ieri il primo flash d’agenzia certifica la sorpresa: la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale il Lodo Alfano e lo ha fatto senza nessuno spazio di mediazione. Secondo la Consulta la legge che sospende i processi per quattro cariche istituzionali viola l’articolo 138 della Costituzione, vale a dire l’obbligo di far ricorso a una legge costituzionale e non ordinaria come quella usata dalla maggioranza. E non solo: il Lodo non tiene nemmeno conto dell’articolo 3 della Carta, quello che prevede il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.

La decisione della Consulta, oltre che una dura mazzata “politica”, comporta anche la riapertura di quattro procedimen-

Dal caso Mills a Mediatrade, fino alla “compravendita” dei senatori

Adesso per il premier ritorna lo spettro di quattro processi

del governo si vedrà. «È una sentenza politica», dice subito il portavoce del premier Paolo Bonaiuti, Più tardi arriva la dichiarazione dello stesso Berlusconi: «La Consulta è di sinistra, Napolitano sapete da che parte sta... ma io vado avanti lo stesso. E governerò per cinque anni anche senza il Lodo Alfano». Gli fa eco ancora Bonaiuti: «Il presidente FRANCESCO AMIRANTE Berlusconi, il governo e la maggioranza continueranno a governare come, in tutte le occasioni dall’aprile del 2008, hanno richiesto gli italiani con il loro voto». Il capogruppo in Senato Maurizio GasparUGO DE SIERVO ri invece, dopo una

Ieri mattina, brindisi al gruppo del Pdl alla Camera: si era convinti della bocciatura parziale. Passa qualche ora e il clima cambia: qualcuno comunica il nuovo orientamento (9 giudici contro e 6 a favore). Ore 18.04: la Consulta boccia il Lodo ti a carico del premier: il processo per corruzione in atti giudiziari (per la stessa vicenda è già stato condannato l’avvocato inglese David Mills) e quello per reati societari nella compravendita di diritti tv per Mediaset, cui vanno aggiunte l’inchiesta romana sulla compravendita di senatori del centrosinistra nel 2007 e quella milanese sui diritti cinematografici gonfiati (nata da un troncone di quella sui diritti tv). La sentenza della Corte Costituzionale arriva nel tardo pomeriggio a chiudere una giornata che i palazzi della politica avevano vissuto con quel tradizionale misto di isteria e noia che è l’impasto tipico delle giornate “storiche” del potere romano. Il centrodestra, comunque, ne esce abbastanza compatto e con una nuova strategia elaborata a pranzo da Umberto Bossi e Gianfranco Fini, più accorta nella sostanza se non nei toni: niente elezioni anticipate, il referendum su Berlusconi - se proprio serve - si farà alle Regionali dell’anno prossimo, per le manifestazioni a sostegno

visita al premier, ha fatto il poliziotto cattivo: «La Corte, un tempo costituzionale, da oggi non è più un organo di garanzia». Lo psicodramma, però, era iniziato parecchie ore prima. All’inizio della giornata tutti erano ancora convinti che la Corte costituzionale avrebbe in buona sostanza fatto un favore a Berlusconi e, racconta chi c’era, di buon mattino al gruppo del Pdl alla Camera avevano persino brindato alla felice conclusione della vicenda: bocciatura parziale del Lodo, qualche ritocco parlamentare e premier salvo dai processi.

Passa qualche ora e il clima nel centrodestra cambia di se-

di Nicola Fano segue dalla prima

Perché il nodo, in ultima analisi, era proprio questo: e ieri l’altro Berlusconi lo aveva ammesso con molta sincerità: se dovrò occuparmi dei processi, mi toccherà togliere tempo alla mia attività di premier. Ed è sembrato, questo, quasi un appello gentile – quasi moderato a fronte smoderatezza dei toni di queste ultime settimane – affinché la situazione non precipitasse. Perché ora sono in molti a temere che le cose possano prendere una piega ancora più aspra per il Paese. Che la Corte avrebbe deciso ieri sul Lodo, lo si era capito fin da martedì; e ieri, intorno all’ora di pranzo, hanno cominciato a circolare voci su voci di una decisione avversa al Lodo da parte della Consulta. Per pranzo, infatti, i giudici hanno fatto una pausa e i telefonini hanno cominciato a squillare: l’orientamento è parso chiaro e i più hanno cominciato ad aspettarsi una decisione definitiva per il primissimo pomeriggio. Alla ripresa dei lavori dopo la pausa, insomma. E invece l’annuncio è arrivato alle 18,04 per tramite dell’agenzia Ansa. Quelle ultime tre ore di dibattito sono servite ai giudici per cercare di trovare un bandolo comune, una vita di mediazione. Nella serata di ieri l’altro, infatti, era circolata la voce di una possibile mediazione, di una soluzione di compromesso che di fatto rinviasse la legge alle Camere pur senza “scoprire”il premier di fronte ai processi che lo attendono. Ma così non è stato: secondo indiscrezioni, nove giudici hanno votato per l’incostituzionalità e sei per la legittimità.

MARIA RITA SAULLE

FRANCO GALLO

GIUSEPPE TESAURO

Ora, Berlusconi sarà chiamato a difendersi su quattro fronti giudiziari. A Milano, si dovrebbero celebrare i processi sul caso Mills (nel quale il dispositivo della sentenza che ha condannato l’avvocato inglese chiama già in causa il premier come “corruttore”) e quello sulla truffa dei diritti tv che riguarda direttamente Mediaset. Quest’ultimo, sempre a Milano, porta con sé il caso Mediatrade, per il quale potrebbe essere allestito il processo. Mediatrade è una società controllata al totalmente da Mediaset; secondo l’accusa, Silvio Berlusconi si sarebbe appropriato di soldi della società con un giro di vendite false di diritti televisivi, insieme al suo socio occulto Frank Agrama, l’uomo d’affari di origine egiziana. Nell’inchiesta sono coinvolti anche ex manager del gruppo che approfittando dei colossale giro di fondi occulti avrebbero stornato denari per se stessi su conti esteri. Infine, a Roma pende la questione giudiziaria legata alla presunta compravendita di senatori all’epoca del governo Prodi. Insomma, una giornata destinata a segnare profondamente la vita politica italiana. Eppure una giornata vissuta in un clima quasi surreale fra turisti incuriositi, giornalisti italiani e stranieri accalcati davanti al Quirinale (la sede della Consulta è di fronte alla residenza del Presidente della Repubblica): gli stranieri in viaggio a Roma, incuriositi dalle telecamere, hanno iniziato a fotografare i giornalisti. Ma forse nessuno fra loro ha capito che in quelle stanze si stava sciogliendo l’iceberg che per mesi ha congelato il nostro Paese.

gno. È il circuito degli uomini di legge vicini al Cavaliere che comunica il nuovo orientamento della Consulta alla massa dei peones e ai giornalisti: lo bocciano senza appello, come nel 2004. Le fonti sono tutte concordi (e, si scoprirà, precise): 9 giudici sono contro e 6 a favore. Nel pomeriggio, quando Montecitorio era ancora animato come se ci fosse in corso una votazione di fiducia e il misto di noia e spossatezza cominciava a mietere vittime, Niccolò Ghedini e Donato Bruno davano per certa la bocciatura. Anche Gaetano Pecorella ammetteva il ribaltone della Corte, ma era più possibilista: «Finché non lo vedo non ci credo», spiegava proprio nei minuti in cui Gianfranco Fini si scagliava contro “il derby perenne”della politica italiana dal palco della nuova associazione di Luca Cordero di Montezemolo. Tra il brindisi e il momento in cui la sfiducia diveniva lo stato d’animo più diffuso nel Pdl, tra i palazzi della politica c’era un traffico incredibile, animato soprattutto dalle missioni esplorative di Umberto Bossi e dal suo codazzo di accompagnatori.

Il leader della Lega è stato il vero protagonista di giornata. Arrivato a Montecitorio per pranzare con Fini ha prima trovato il modo di minacciare la Consulta: «Se boccia il Lodo noi possiamo entrare in funzione solo trascinando il popolo. E il popolo ce lo abbiamo, sono i vecchi Galli». Dopo pranzo, invece, e senza la clava, ha sfoderato il suo profilo per così dire istituzionale per annunciare la svolta “minimizzatrice” del centrodestra: «Né io, né Fini vogliamo le elezioni anticipate. Cosa diciamo alla gente? Noi dobbiamo fare le riforme». E, ben sapendo dell’orientamento della Consulta, chiariva: «Se bocciano il Lodo allora le elezioni regionali di marzo diventeranno elezioni politiche. Il popolo si esprimerà su Berlusconi e Silvio vincerà, grazie anche a alleati come noi». Detto questo Bossi e i suoi uscivano da Montecitorio come un sol uomo per andarsene a palazzo Grazioli da Berlusconi a comunicargli le novità: non è successo niente, siamo sempre in sella. Una riunione che più che un vertice sembrava una veglia funebre: i due capi hanno chiacchierato


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Il leader Udc: «Non è il giudizio universale». Il leader Pd: «Rispettare la sentenza»

Casini e Bersani: «Ora serve serenità» Invece Di Pietro si rimette l’elmetto Si allarga la distanza tra moderati e estremisti anche nelle opposizioni. L’Idv continua a insultare Napolitano: «La smetta di firmare tutto» di Guglielmo Malagodi

ROMA. «In questo paese c’è scarsa attitudine a rispettare le sentenze». E il pronunciamento della Consulta sul lodo Alfano «non è il giudizio universale». Secondo il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, «la Corte costituzionale ha espresso una opinione su una legge. Bisogna attenersi a questa. Il governo che ha preso i voti degli elettori deve continuare a occuparsi dei problemi degli italiani che vengono prima di quelli Berlusconi». «Ognuno è libero di condividere o meno i pronunciamenti della Corte Costituzionale sul Lodo Alfano - insiste il presidente del partito centrista, Rocco Buttiglione, ma tutti sono tenuti a rispettarli. Questo non vuol dire che Berlusconi debba dimettersi: chi ha la maggioranza ha il diritto-dovere di governare. Per lo stesso motivo nessuno pensi di convocare elezioni anticipate contro la Corte Costituzionale. Non lo diciamo certo perché l’Udc abbia paura delle urne, da cui uscirebbe sempre più rafforzato, ma lo diciamo per responsabilità istituzionale e per il bene del Paese». Pierluigi Bersani, ,in corsa (e favorito) per la segreteria del Pd, aggiunge: «Questa sentenza mette un punto fermo: Berlusconi è un cittadino come gli altri ed è tenuto a sottoporsi a giudizio». «Mi auguro - dice Bersani - ci sia rispetto da parte di tutti delle decisioni della Corte, con toni adeguati e rispettosi perché stiamo parlando di un presidio della democrazia». L’ex ministro respinge ogni drammatizzazione della sentenza e mette in guardia dall’utilizzo di «espressioni forti» utilizzate da chi, come Bossi, ha invocato la piazza: «Si tratta di pressioni

ambientali, ma la Corte ha dimostrato che decide in maniera tecnica. Io voglio credere che non ci sia seguito alle parole di Bossi e degli altri, saremo al di fuori del mondo». E a chi, nel centrodestra, evoca il voto, replica: «Non possono certo deciderlo loro». L’avversario di Bersani alle prossime primarie del Pd, l’attuale leader Dario Franceschini, ha convocato d’urgenza la segreteria presso la sede del partito. Una riunione allargata ai candidati alla segreteria e ai presidenti dei gruppi parlamentari. «Il supremo organismo del nostro ordinamento, la Corte Costituzionale - dice Franceschini - ha ristabilito il principio dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Tutti sono uguali davanti alla legge, anche i potenti».

Più aggressivo Antonio Di Pietro, leader dell’Idv, che esprime un auspicio: «Spero che da oggi il Presidente del Consiglio la smetta di fare leggi a proprio uso e consumo, si dimetta dall’incarico e vada a fare quello che da 15 anni si ostina a non voler fare: l’imputato. E spero che il Presidente della Repubblica, d’ora in poi, non sia così frettoloso nel firmare provvedimenti incostituzionali e immorali». Parole durissime, che hanno provocato la (quasi) immediata reazione del capogruppo Pd al Senato, Anna Finocchiaro: «L’irresponsabile approssimazione con la quale, uniti nel giudizio, Di Pietro e Quagliariello si rivolgono nei confronti delle più alte istituzioni della Repubblica - la Corte Costituzionale e il Capo di Stato - dovrebbe fare i conti con il fatto che sin dalla sua istituzione la Corte ha sindacato la legittimità costituzionale di centinaia e centinaia di norme essendo questo il suo mestiere, ed essendo in questo indipendente». La Finocchiaro sottolinea che dalle pronunce della consulta «non è derivato mai, mai nella storia della Repubblica, un attacco né nei confronti del Capo dello Stato, che aveva firmato quelle leggi, né nei confronti della Corte che di quelle leggi aveva giudicato la conformità costituzionale». Mentre l’opposizione parlamentare sem-

Anche l’estrema sinistra chiede le dimissioni del premier: «Il corruttore di Mills se ne vada subito»

per due ore con Roberto Calderoli, Gianni Letta, Paolo Bonaiuti, Fabrizio Cicchitto, Federico Bricolo, Roberto Cota, Aldo Brancher, Rosi Mauro, Angelino Alfano e Renzo Bos-

si, figlio del senatùr ed erede designato dal padre.

Usciti da casa del premier tutti i leghisti tornano a Montecitorio: «Nemmeno Berlusconi vuo-

le le elezioni - è sempre Bossi a parlare - È forte e deciso a combattere. Andiamo avanti, non ci fermano». Poi, ripresa la clava: «Se si ferma il federalismo facciamo la guerra». L’opposizio-

bra dividersi tra “moderati”ed “estremisti”, quella extra-parlamentare approfitta dell’occasione per tentare di riconquistare un minimo di visibilità mediatica.

Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista, plaude «alla decisione della Corte costituzionale che ha bocciato totalmente e senza possibilità d’appello il cosiddetto Lodo Alfano, in quanto viola il principio di uguglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge». E Nichi Vendola, leader di Sinistra e Libertà, afferma che «la sentenza della Corte costituzionale è un duro colpo per l’arroganza di chi esigeva l’impunità e voleva porsi al di sora delle leggi». «Ora - conclude il governatore pugliese - è essenziale che tutti manifestino il massimo rispetto per le istituzioni e per le scelte di chi ha il compito di vigilare sulla fedeltà a principi sanciti dalla nostra Costituzione. Il presidente del Consiglio deve, senza denunciare inesistenti complotti, sottoporsi responsabilmente al giudizio imparziale della magistratura».

Con una dichiarazione congiunta della Federazione della Sinistra (Prc-PdciSocialismo 2000), inoltre, Paolo Ferrero, Oliviero Diliberto e Cesare Salvi affondano il colpo: «Adesso Berlusconi, il corruttore dell’avvocato Mills, si dimetta e si vada subito a nuove elezioni anticipate. Rispetto alle quali proponiamo a tutte le forze democratiche di dare vita a una brevissima legislatura di garanzia costituzionale che approvi la legge sul conflitto d’interessi, cancelli le misure sulla giustizia approvate dal governo Berlusconi e vari una legge elettorale proporzionale che superi l’attuale “legge truffa”, che regala a un Berlusconi e a un centrodestra minoritari nel Paese la maggioranza dei parlamentari». Nessun commento, invece, arriva da Luca Cordero di Montezemolo, il presidente della Fiat che proprio ieri presentava il suo think-tank “Italia Futura”. Interpellato dai giornalisti, Montezemolo si è detto interessato alla vicenda, «ma solo come cittadino», sottolineando tuttavia di non voler fare alcun commento ufficiale.Tagliando corto, con un secco «non commento le sentenze».

ne, a parte Italia dei Valori, s’è ben guardata d’altronde dal chiedere le dimissioni: «In questo Paese c’è scarsa attitudine a rispettare le leggi e, soprattutto, a rispettare le sentenze - ha

chiarito il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini - Non è il giudizio universale. La Corte ha espresso un’opinione su una legge» e ora «il governo deve continuare a fare il suo lavoro».


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La guerra del Lodo/2. Il giudizio positivo avrebbe implicato una modifica della figura del premier che invece spetta alla politica

«Consulta, non Bicamerale» I giuristi concordi: la Corte non poteva basarsi sulla Costituzione materiale, ma doveva tenere conto solo di quella formale di Errico Novi

ROMA. A Gaetano Pecorella il dettaglio dev’essere sfuggito. Quando nella sua arringa di martedì ha sostenuto che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è «primus super pares» puntava semplicemente ad aggirare l’obiezione della disparità di trattamento rispetto agli altri ministri. Non si è reso conto di aver scaricato sui giudici della Consulta una responsabilità a loro estranea, ossia il compito di ratificare una modifica della forma di governo già avvenuta in termini di Costituzione materiale. Se l’Alta Corte non avesse bocciato il lodo Alfano, avrebbe di fatto conferito supporto formale all’implicita tesi di Pecorella, AUGUSTO BARBERA

È stata l’arringa difensiva di Pecorella a generare l’equivoco. Ma l’Alta Corte non doveva decidere sulla forma di governo

secondo cui l’Italia è ormai una Repubblica presidenziale. È uno dei paradossi più sconcertanti di questa vicenda: un onere improprio, come l’quello di cambiare il sistema da parlamentare a presidenziale, lasciato sulle spalle dei quindici componenti della Consulta. Costretti fatalmente a sommare ogni considerazione, anche di questo tipo, in un giudizio reso urgente dal significato millenaristico che la politica gli ha conferito.

Possibile che sia il Tribunale delle leggi a doversi accollare le riforme istituzionali? E sì, in un Paese come l’Italia si può arrivare anche a questo: e non certo a causa dell’ardita tesi difensiva di Pecorella, ma per i ritardi che la politica ha accumulato negli ultimi trent’anni, o almeno da quando è fallita la Bicamerale di Massimo D’Alema. Che il ruolo del presidente del Consiglio si sia modificato, a partire dal 1994, non c’è dubbio, e non è l’avvocato del Cavaliere ad attestarlo ma i fatti della politica. È come se un armageddon ci sia effettivamente

L’Italia è ancora ferma al ’94. La decisione della Corte è un’occasione

Niente elezioni, ora torni la vera politica di Giancristiano Desiderio a decisione della Corte costituzionale è una grande occasione per rilanciare la politica che in Italia è in vacanza da molto tempo. Non c’era nessun dramma in corso prima della sentenza e, a maggior ragione, non c’è nessun dramma oggi. Il partito degli agitati ritrovi la calma. Il governo deve semplicemente governare come se nulla fosse accaduto. A meno che non si voglia sostenere che la Consulta non possa e non debba pronunciarsi. Ma non è tutto. Perché, paradossalmente, la scelta della Corte offre allo stesso governo del centrodestra e ancor più al centrodestra - di rilanciarsi e rimettere in moto la politica. La sentenza, infatti, non drammatizza il quadro, ma lo modera ancorando, come fa, la politica alla Costituzione. Ci sarà chi dirà che la sentenza è politica. Il giudizio non è del tutto infondato, ma bisogna subito aggiungere che la sentenza della Corte è politica perché è stata la stessa politica che, venendo meno ai suoi compiti di riformare le istituzioni, ha messo la stessa Corte nella situazione di dover scegliere tra un’interpretazione nuova ma incompleta e confusa della Costituzione e il ritorno alla lettera della Carta costituzionale che, in mancanza d’altro, è un sicuro punto di riferimento per lo svolgimento della vita istituzionale. Vediamo, infatti, come stanno le cose.

L

Il lodo Alfano, ormai celebre nel mondo intero, tollera almeno due criteri interpretativi: secondo la Costituzione materiale e secondo la Costituzione formale. Scegliere la“prima”o la“seconda”Costituzione è più una scelta politica che costituzionale. Demandando all’Alta Corte la decisione sulla scelta si è investita la Corte di una valutazione politica che, invece, le dovrebbe essere estranea. Ma questo può accadere quando la politica è, come detto, in vacanza. Il criterio della Costituzione materiale, ossia secondo prassi o consuetudine, è stato adottato, difeso e sostenuto soprattutto dall’avvocato Pecorella. Secondo questa interpretazione, il presidente del Consiglio è “primus super pares”perché “il suo nome è stampato sulle schede elettorali” e quindi è eletto direttamente dal corpo elettorale. La diretta investitura popolare del capo del governo metterebbe dunque Silvio Berlusconi al di sopra dei suoi ministri e, naturalmente, al di sopra dei comuni mortali cittadini. Questa prassi politico-costituzionale è nata proprio con la “discesa in campo”di Berlusconi e dopo che, con la riforma elettorale, si passò dal sistema proporzionale a quello maggioritario. Data di nascita 1994 con la prima vittoria politica di Forza Italia. Fu una scelta giusta o sbagliata? Non fu né giusta né sbagliata, fu semplicemente ciò che accadde in quello che è ormai passato alla storia

come il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica. Nasceva o, meglio, si cercava in quei tempi tumultuosi della infinita transizione italiana di far nascere la democrazia dell’alternanza e quindi passare dalla “repubblica dei partiti” alla “repubblica dei cittadini”. Se il risultato fosse stato effettivamente questo sarebbe stato per la politica e per l’Italia intera un grande passo avanti. Ma il risultato è stato realmente questo? Oggi, alla luce dei fatti, dobbiamo dire che ci siamo illusi: la prima Repubblica non è morta (per fortuna) e la seconda non è mai nata (sfortunatamente, diciamo così).

Il criterio della Costituzione formale è opposto rispetto al primo criterio. Secondo la Costituzione italiana il capo del governo non è “super”ma “inter”: è tra le parti e non sopra le parti. La sua fonte di legittimazione è sempre e comunque la fiducia che gli viene data o revocata dal Parlamento. Il passaggio parlamentare non è un optional né un inconveniente, bensì il luogo in cui le istituzioni politiche prendono forma e sostanza. Farne a meno non è possibile. Perché allora questo è stato (parzialmente) fatto negli ultimi tre lustri? Perché si teneva conto della novità della legge elettorale e si assecondava la tendenza della politica ad andare verso la seconda Repubblica che, senza giocare con le parole, significa riformare la forma di governo e contemporaneamente la forma di Stato. Esattamente ciò che in Italia non è stato fatto e, soprattutto, non è più ormai all’ordine del giorno della politica. Siamo dove eravamo nel 1994: in una transizione senza approdo. Ma poi quel che ha detto Pecorella - premier “primus super pares”- è vero? Solo parzialmente. Infatti, per avere un presidente del Consiglio oggi in Italia ci sono ben tre passaggi da fare: in pratica, il capo del governo è “indicato”dai cittadini, è nominato dal presidente della Repubblica ed è eletto dal Parlamento. C’è, in sostanza, una situazione grandemente confusa e contraddittoria proprio perché si è realizzata con la legge elettorale la riforma della forma di governo, ma poi la politica non ha avuto mai la forza di realizzare anche la necessaria riforma della forma di Stato. Per tirarci fuori da questo mare agitato dal partito degli agitati dobbiamo ritornare alla Costituzione, perché solo così avremo sia un riferimento saldo, sia la possibilità di rimettere in moto la politica che oggi, come dimostrano i fatti, è bloccata e si blocca proprio a causa del meccanismo della elezione diretta di un premier - quale che sia - che si ritiene insostituibile. Dunque, dobbiamo ripartire proprio da qui: niente elezioni, rimettiamo in moto la politica.

stato, al di là degli isterismi di Umberto Bossi e di altri nella maggioranza, e riguarda appunto il venire al pettine del nodo istituzionale, della forma di governo modificata a colpi di contrapposizioni forzate, di personalizzazioni del confronto e di artifizi della legge elettorale. Una resa dei conti politico-costituzionale celebrata forse non a caso attorno alla figura decisiva del sistema italiano negli ultimi quindici anni, quella di Berlusconi: sono le sue vicende giudiziarie, immancabile contrappunto delle ultime cinque legislature, a spingere i giudici della Consulta fin sul ciglio di una voragine istituzionale complicatissima, così come erano state le vicende giudiziarie dei primi anni Novanta a segnare il passaggio alla Seconda Repubblica.

Non è la legge elettorale del 2005 ad aver creato un motivo supplementare d’imbarazzo, per i magistrati dell’Alta Corte. Nonostante Pecorella sostenga che il premier, in Italia, non sia più «primus inter pares da quando il suo nome compare sulla scheda di voto». Perché, NICOLÒ ZANON

La questione istituzionale ha reso più delicata la decisione, ma nelle motivazioni non ci si inoltrerà su un terreno così complicato come ricorda lo studioso di sistemi elettorali ed editorialista del Sole-24Ore Roberto D’Alimonte, «il nome del leader della coalizione non è affatto indicato sulla scheda: il fatto che si trovi nel simbolo di un partito non ha alcun rilievo giuridico costituzionale». Peraltro c’è anche chi come il professor Augusto Barbera, pure interpellato da liberal, ritiene che la Consulta «non sia stata chiamata a decidere su una modifica della Costituzione materiale», e che quella di Pecorella «è stata una difesa non felicissima». Secondo il Costituzionalista ed ex parlamentare del Pci «aveva certamente più fondatezza la tesi proposta da un altro degli avvocati di Berlusco-


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8 ottobre 2009 • pagina 5

«Berlusconi governi. E si difenda nei processi» Il politologo Paolo Pombeni: «Se non vincono i moderati, rischio di scontri sociali» di Franco Insardà

ROMA. «Si aprirà sicuramente uno scontro politico molto aspro, speriamo che non si trasformi in uno scontro sociale. Ma il rischio c’è». È questo il timore del politologo Paolo Pombeni alla notizia che la Corte costituzionale ha bocciato il lodo Alfano. Quali sono le conseguenze di questa sentenza? Potrebbe persino mettere in crisi gli equilibri del nostro sistema costituzionale in direzioni che sono difficili da prevedere. Siamo alla scena finale del Caimano di Nanni Moretti, con i sostenitori del premier che scendono in piazza? Non ho visto il film, ma mi auguro che la cosa non avvenga. Per scontro sociale non intendo nulla di così drammatico, ma una contrapposizione molto aspra tra parti politiche. E a pensarci già questo è sufficiente per essere preoccupati. Il leader della Lega, Umberto Bossi, poche ore prima della decisione della Consulta si è detto pronto a trascinare il popolo in piazza. È una dichiarazione irresponsabile sotto due punti di vista: intanto si incita allo scontro la folla. Se, poi, il suo obiettivo è quello di spingere la Corte a prendere una decisione favorevole al lodo Alfano, con un simile atteggiamento ha soltanto messo in grave difficoltà i giudici. Secondo alcuni esponenti della maggioranza c’è un tentativo di sovvertire il voto. Si è commesso il grave errore di voler politicizzare eccessivamente questa vicenda, mettendo in gravissima diffini, Piero Longo, che ha chiamato in causa il diritto del presidente del Consiglio a difendersi». È vero che anche quest’ultima argomentazione asserisce in ultima analisi una disparità tra il capo dell’Esecutivo e gli altri ministri, «ma una distinzione effettiva esiste nella Costituzione», spiega Barbera, «e per affermarla non c’è affatto bisogno di chiamare in causa l’attuale legge elettorale. Piuttosto va notato che a parte

coltà la Corte costituzionale che dovrebbe, invece, poter giudicare serenamente. Occorrerebbe a questo punto smontare questa macchina infernale, che mette i poteri dello Stato uno contro l’altro. E che usa il consenso popolare come un’arma per stabilire chi ha torto o ragione. Non siamo di fronte al televoto per decidere chi deve vincere il Festival di Sanremo, parliamo dell’equilibrio di una nazione. Questa politica muscolare crea problemi al Paese? La responsabilità è sia della maggioranza sia dell’opposizione, quando si scambiano accuse di golpe o di autoritarismo. Chi invece vorrebbe toni più pacati, come l’Udc, sembra isolato. Come spesso accade in questi momenti è l’ora dei pasdaran e le persone con la testa sul collo vengono fortemente emarginate. Questo è un gravissimo danno per il Paese, perché, come ha ricordato il presidente Napolitano. o si trova una forma di coesione nazionale e di ragionevolezza oppure non si va da nessuna parte. Può un Paese fermarsi per ogni questione che riguarda il premier? La sua figura non è troppo ingombrante? In astratto può essere vero, ma in concreto non si può mai dire che la politica debba andare in un certo modo. Questo leader è stato eletto dal popolo, con tutti i problemi legati alla sua persona.

il caso francese, in tutta Europa sono previste condizioni di garanzia più ampie per il primo ministro rispetto a quelle previste da noi, assai ridotte da quando non c’è più l’immunità parlamentare».

Che la Costituzione distingua in modo evidente la figura del presidente del Consiglio da quella degli altri componenti del governo lo ricorda a liberal anche Nicolò Zanon: «L’indi-

Bossi ha anche dichiarato che le Regionali diventano una sorta di referendum su Berlusconi. Mi sembra un escamotage per continuare nel gioco per stabilire chi è favorevole e chi è contrario al premier. Anche questo è un modo scorretto di proporre le cose. Le Regionali devono servire a scegliere dei buoni amministratori, non per decidere se il presidente del Consiglio è amato o no dagli italiani. Cosa succederebbe se i cittadini di una regione per dimostrare il loro amore al premier finissero per eleggere una persona non adatta a governare? Per l’avvocato Pecorella questa decisione della Consulta non è una sentenza di condanna per Berlusconi. Formalmente è così perché il premier non è stato ancora condannato. Il problema si porrà dopo, nell’eventualità di una sentenza negativa. Ci sarà unea resa dei conti nei confronti dei “viscidoni”? Una cosa è certa: Berlusconi all’interno della maggioranza non è sostituibile. La maggioranza è fortemente identificata con il suo leader. Questo è il limite di tutti i leader che non hanno costruito una successione. Una delle grandezze di De Gaulle fu proprio quella di garantire al gollismo una esistenza a prescindere dal suo fondatore. E infatti non è scomparso quando il suo leader si è ritirato abbastanza volontariamente dalla vita politica. Nel caso del Pdl l’i-

Governare gli animal spirits che si coltivano in vitro da anni diventa pressoché impossibile

cazione del leader prevista nel sistema elettorale, che è una legge ordinaria, è se vogliamo un argomento in più», secondo il costituzionalista dell’università di Milano, «in ogni caso nelle motivazioni della sentenza difficilmente leggeremo accenni a un giudizio sulla mutata Costituzione materiale. Inoltrarsi in un terreno del genere è inopportuno, si tratta di una materia molto complessa». Dopodiché, riconosce Zanon,

potesi è più complessa, ma non irrealizzabile. A questo punto la riforma della giustizia si fara? I rapporti tra politica e magistratura sono assolutamente incrinati. In questa vicenda è accaduto qualcosa di clamoroso che va messo in rilievo. Il fatto che la procura di Milano abbia tentato di presentarsi in come parte in causa grida vendetta, perchè mette in discussione i principi basilari della Costituzione. La procura delle Repubblica non è una parte, è una rappresentatività della legge. Quindi quando il giudice ha posto la questione, come era nella sua legittimità, poi aspetta la sentenza. Il giudice pone delle questioni, non delle soluzioni. Questo episodio in un Paese normale susciterebbe uno scandalo enorme. Si va verso uno scenario del tutti contro tutti? Ho paura che questo sarà quello che potrebbe accadere. Governare gli animal spirits che si coltivano da qualche anno in vitro con tanto amore diventa pressoché impossibile. E l’opposizione? Una parte di essa, anziché prendere le difese delle istituzioni come avrebbe tutto l’interesse a fare, ha cavalcato una linea abbastanza ambigua di attacco personale ai leader del centrodestra. Domani che Italia avremo? Non riesco a immaginarlo. Alla gente comune tutto questo dibattito non interessa più di tanto, mentre è incontrollabile negli ambienti politici. Questa distanza tra Paese reale e politica non mi fa essere ottimista e c’è un enorme spazio per i pasdaran dei due schieramenti e poco per i moderati. Purtroppo.

«è assai plausibile che il fatto di incrociare il tema della forma di governo e del ruolo del premier abbia reso il giudizio ancora più delicato», e che dunque per i giudici dell’Alta Corte ci sia stato quantomeno un motivo di imbarazzo in più. È vero che le leggi elettorali «hanno una loro incidenza sulla Costituzione materiale», come osserva il professore, ma ancor più peso allora va riconosciuto ai cambiamenti inter-

venuti nel quadro politico dal 1994 a oggi, con il bipolarismo imperfetto e la personalizzazione delle leadership: «Non c’è dubbio che sia così, e questo», dice Zanon, «chiama ancor di più in causa le differenze tra la figura del premier e quelle degli altri ministri». Ma si tratta appunto di una questione che avrebbe dovuto essere la politica, il Parlamento, e non la Corte costituzionale, a risolvere.


diario

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Recessione. Solo sette Paesi in regola con i conti. Ma, secondo Bruxelles, noi paghiamo una «debolezza strutturale»

L’Ue boccia il debito italiano

L’Europa alza la voce e Tremonti risponde: «Niente di eccezionale» ROMA. «Si fa prima a dire i

frazione per eccessivo deficit. Nel mirino ci sono infatti Germania, Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Olanda, Portogallo, Slovenia e Slovacchia. Nei mesi scorsi il warning era scattato per Grecia, Irlanda, Francia, Spagna, Romania, Lettonia, Malta, Lituania, Polonia, Regno Unito e Ungheria. Salgano a venti i Paesi con i conti non in regola.

di Francesco Pacifico

Paesi che non sono in deficit nell’Unione europea… Ma questo non vuol dire che anche in Italia non ci si debba impegnare per riequilibrare quanto prima possibile i conti». È proprio Giulio Tremonti il primo a non prendere sottogamba la decisione della Ue di aprire una procedura d’infrazione per eccessivo deficit. Come hanno chiarito gli stessi uffici di Bruxelles, questo warning è tecnicamente un atto dovuto, visto che non è «eccezionale e temporaneo» lo sforamento dell’Italia. La stessa che ad aprile notificava alla Ue un 3,7 per cento (ultimamente aggiornato al 5) del deficit/Pil e ha un debito che si accinge a sfondare il tetto del 120 per cento del prodotto interno lordo. Non a caso dal Tesoro si sottolinea che in tempi di crisi questa decisione è «usual» e che venti sui 27 Paesi dell’area non rispettano il vincolo del 3 per cento.

A Bruxelles come a Roma spaventano i limiti strutturali della finanza pubblica italiana. Si teme che – l’ha ricordato 48 ore fa al Senato anche il ministro del Tesoro – che un barlume di ripresa nella produzione possa rendere meno sostenibile il debito pubblico, con un aumento degli spread tra Btp e Bund tedeschi e non poche difficoltà per le aste dei titoli di Stato. Indispensabili, visto che è così che si finanziano capitoli come gli stipendi degli insegnanti. Si legge infatti nel documento della Ue che dà il via alla procedura d’infrazione che la crescita del Pil italiano «è stata sotto la media dagli anni Novanta sotto l’impatto di una debole crescita della produtti-

hanno fatto altro che bloccare un’economia già a rilento. E soltanto «l’indebitamento relativamente basso del privato ha fornito qualche riparo dall’impatto diretto della crisi finanziaria». Guardando al breve termine, Bruxelles ritiene che nel secondo semestre 2009, quello della ripresa, la crescita italiana sarà «leggera». Nel 2010 «l’attività si stabilizzerà a un basso livello grazie alla

La Commissione ipotizza per Roma «una crescita leggera» nel 2009. Per il futuro si spera nei consumi privati e nell’export vità». Infatti «il rallentamento globale ha colpito una economia già debole, ma un marcato rallentamento della crescita era già in corso ben prima dell’approfondirsi della crisi». Di conseguenza, l’accelerazione dei prezzi delle materie prime, il collasso del commercio globale o la stretta del credito – fenomeni palesati in tutta la loro drammaticità nella primavera 2008 – non

ripresa della domanda esterna e dei consumi privati». E più in generale saranno acuite «le debolezze strutturali che sono alla base della bassa dinamica della produttività continueranno ad avere effetti sulla crescita economica». Di qui la probabile lentezza della ripresa complessiva. Come Roma anche altre 8 governi ieri si sono visti recapitare una procedura d’in-

Workshop con il ministro ed Epifani sulla crisi

Un asse Scajola-Cgil? ROMA. Nella guerra di posizione per l’utilizzo dei fondi dello Scudo fiscale, in molti oggi consigliano di guardare a un workshop organizzato oggi a Roma dalla Cgil. Il titolo è inequivocabile “Per uscire dalla crisi e guardare al futuro. Serve una politica industriale: le proposte della Cgil”. Ma soprattutto parteciperà il titolare dello Sviluppo economico, Claudio Scajola. L’evento conquista una diverso peso proprio perché le posizioni del ministro e di corso d’Italia su come rispondere alla crisi sono meno distanti di quanto si possa immaginare. Anche perché hanno come denominatore comune la necessità di trasferire in via Veneto – dove sono aperti oltre 170 tavoli per altrettante crisi industriali – le risorse che Tremonti ha blindato nel fondo di Palazzo Chigi.

Dalla prima confederazione italiana si fa notare che i rapporti tra Epifani e Scajola sono a dir poco collaborativi, che non c’è l’incomunicabilità che si registra invece con i responsabili di Lavoro e Funzione pubblica, Sacconi e Brunetta. E infatti sono in molti a ricordare l’uscita di Scajola lo scorso maggio dopo la manifestazione di Torino, che vide la contestazione al leader Fiom, Gianni Rinaldini, da parte degli Cobas: «Esprimo la mia solidarietà alla Cgil, sperando che resti un episodio isolato». E ancora: «Se si uscirà dalla crisi, il merito sarà stato anche del mondo sindacale». Oggi la Cgil chiederà come in passato un raddoppio della cassa integrazione (da 52 a 104 ore) e presenterà dati più preoccupanti sull’utilizzo della Cig di quelli diffusi lunedì dall’Istat.

Grandi e piccoli di Europa, in totale il 93 per cento del Pil del Vecchio continente; la crisi quindi non ha risparmiato nessuno. E non a caso la notizia è stata accolta con pochissimo clamore dai governi interessati. Senza contare l’ultimo G20 come il Fondo monetario non hanno voluto mettere un freno alla causa che ha messo in ginocchio le finanze pubbliche dell’Eurozona: gli aiuti pubblici messi in campo dalle cancellerie per tamponare la crisi finanziaria. Guadando alle diverse dell’area Euro situazioni l’Irlanda “guida”la classifica con un deficit/Pil superiore al 10 per cento. Poco distante la Spagna mentre la Francia – forse la più generosa in termini di incentivi – è all’8,2. Si sono invece mostrate più “rigorose”l’Italia con il suo disavanzo al 5,3 per cento, la Germania al 4. Sul versante del debito, al club dei Paesi meno virtuosi (e composto da Italia, Belgio e Grecia), si uniscono anche Francia e Germania, rispettivamente con un passivo pari all’84 e al 72 per cento del Pil. Toccherà all’Ecofin studiare un piano di rientro per riportare i conti pubblici dell’area sotto il tetto imposto dai vincoli di Maastrict.Va da sé che se non nell’immediato – la crisi è un freno insuperabile per ogni politica raddrizzamento – in futuro Bruxelles sarà più generosa con quei Paesi che hanno introdotto misure per calmierare la spesa pubblica. In attesa che venga stabilito un calendario, sono in molti a scommettere che il processo di exit strategy sarà contraddistinto da un aumento generalizzato delle tasse e un rincaro del costo del denaro da parte della Bce. Ieri intanto Eurostat ha corretto al ribasso di dieci punti base le stime sul Pil nel secondo trimestre in Europa : 0,2 per cento in Eurolandia e -0,3 nell’intero continente.


diario I magistrati esprimono solidarietà al giudice Mesiano

Andrea Olivero, presidente delle Acli

L’Anm contro Schifani sul Lodo Mondadori ROMA. È sempre rovente il clima tra la magistratura e la maggioranza di governo. E non solo per le questioni che riguardano il Lodo Alfano. Un altro dei fronti aperti è quello della multa comminata dal Tribunale civile di Milano alla Fininvest in seguito alla sentenza che due anni fa certificò in via definitiva l’avvenuta corruzione nel Lodo Mondadori. «È incredibile che esponenti politici investiti di responsabilità istituzionali possano parlare di “disegno eversivo” e affermare che ci sia “chi sta tentando, con mezzi impropri, di contrastare la volontà democratica del popolo italiano”»: con queste dure parole – che chiamano in causa seppur velatamente le dichiarazioni rese dal presidente del Senato, Renato Schifani, la giunta dell’Associazione nazionale magistrati - riunita ieri a Roma - ha espresso «solidarietà e vicinanza al collega» Raimondo Mesiano, estensore della sentenza sul Lodo Mondadori, «oggetto di ripetuti attacchi e inaccettabili insulti da parte di esponenti politici e organi di stampa». Ed «è tanto più incredibile - continuano i vertici dell’associaizone dei magistrati - che ciò sia affermato in relazione a una sentenza civile di primo grado, dunque suscettibile di impugnazione, che decide una controversia pa-

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Le Acli in campo per riformare il welfare Al via la petizione per realizzare uno “Statuto dei lavori”

Sul tema, poi, c’è da registrare una curiosa dichiarazione dell’avvocato del premier Niccolò Ghedini il quale ha smentito di essersi mai occupato professionalmente del Lodo Mondadori, ma si è comunque detto certo che Fininvest vincerà in appello.

Assolto De Gennaro per i fatti di Genova GENOVA. L’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro, attuale direttore del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza, e l’ex capo della digos di Genova Spartaco Mortola non istigarono l’ex questore di Genova Francesco Colucci a rendere falsa testimonianza al processo per la sanguinosa irruzione della polizia nella scuola Diaz durante il G8 del 2001. Lo ha stabilito la giudice Silvia Carpanini che li ha assolti, ieri, al termine del processo svolto con il rito abbreviato, per non aver commesso il fatto. La gup ha inoltre rinviato a giudizio per falsa testimonianza l’ex questore Colucci, che, a differenza di De Gennaro e Mortola, aveva scelto di essere processato con il rito ordinario. La sentenza è sta-

di Ruggiero Capone

ROMA. Le Acli hanno presentato ieri mattina la campagna nazionale “Verso uno Statuto dei lavori: più diritti e più tutele per tutti”. Una petizione popolare per la riforma del mercato del lavoro e delle connesse politiche di welfare. Alla presentazione si sono alternati interventi dei vicepresidenti della Commissione Lavoro della Camera dei deputati (Giuliano Cazzola e Luigi Bobba), del responsabile del dipartimento lavoro delle Acli (Maurizio Drezzadore) e del presidente nazionale delle Acli (Andrea Olivero).

In occasione della conferenza stampa di presentazione (presso la sala Mappamondo della Camera dei Deputati) sono stati parcheggiati in Piazza Montecitorio, per mostrarli ai giornalisti, un pullman allestito con gli slogan della campagna ed un gazebo per la raccolta delle firme. La firma del presidente delle Acli è giunta per prima, dopo la conclusione della conferenza. La campagna racchiude e presenta un pacchetto di proposte che mira a realizzare uno “Statuto dei lavori” da affiancare allo Statuto dei lavoratori. Così le Acli (Associazioni cristiane dei lavoratori italiani) hanno fatta propria la proposta di Marco Biagi e lanciato la campagna nazionale “Verso uno Statuto dei lavori: più diritti e più tutele per tutti”: una petizione popolare che, da oggi al prossimo 13 febbraio, girerà l’Italia toccando 50 città, con l’obiettivo di raccogliere 100 mila firme intorno ad una serie di proposte di riforma del lavoro e welfare. A fine petizione l’incartamento verrà presentato a Governo e Parlamento. La stima ed il legame tra le Acli ed il compianto Marco Biagi s’estrinseca oggi in questa iniziativa per il lavoro. Fra le proposte: unica disciplina dei contratti di lavoro, estensione della cassa integrazione a tutti i settori produttivi e tipologie contrattuali, indennità di astensione facoltativa per i padri dopo la nascita del figlio all’80% dello stipendio. In particolare, le proposte vogliono garantire a tutti i lavoratori i diritti fondamentali (il diritto alla sicurezza ed alla salute, una

remunerazione adeguata e formazione permanente) attraverso tutele ritenute «sempre più essenziali», come una progressiva stabilità lavorativa, un’indennità generalizzata in caso di licenziamento, una pensione dignitosa, la possibilità di conciliare sia i tempi di vita che di lavoro. La petizione chiede così l’introduzione di un’unica disciplina dei contratti di lavoro: un «contratto prevalente a tempo indeterminato per i lavoratori subordinati neo-assunti», che preveda la stabilizzazione definitiva al sesto anno di anzianità aziendale per tutto il lavoro dipendente, nonché la fissazione di «un’unica aliquota contributiva del 30%» per tutti i contratti, compresi quelli a collaborazione. La proprosta sostiene inoltre una riforma del sistema pensionistico che miri ad «equiparare ed innalzare gradualmente, secondo le indicazioni europee, l’età pensionabile sia per gli uomini che per le donne”, garantendo però “un’uscita flessibile dal lavoro». “Vogliamo spingere le forze politiche - afferma il presidente della Acli Andrea Olivero a promuovere una grande riforma in grado di rimettere al centro il lavoro, aumentare l’occupazione e ridurre le grandi disuguaglianze oggi esistenti, a partire dal non più sostenibile dualismo in termini di tutele tra lavoratori dipendenti e lavoratori atipici». Oliviero è da sempre impegnato sul fronte d’una robusta mediazione tra lavoratori ed impresa.

Andrea Olivero:«Vogliamo spingere le forze politiche a promuovere una grande riforma in grado di rimettere al centro il lavoro»

trimoniale, e peraltro fondata su una sentenza penale passata in giudicato. L’esercizio ordinario della giurisdizione, diretto ad assicurare la corretta applicazione della legge e l’uguaglianza di tutti i cittadini, non può tollerare tentativi di condizionamento e fenomeni di sistematica delegittimazione dell’istituzione giudiziaria e delle sue decisioni».

Secondo il tribunale non depistò le indagini sulla Diaz

Non va dimenticato che è stato il primo ad aderire alla proposta del presidente della Fiat, Luca di Montezemolo, di «convocazione degli stati generali del paese per trovare le risposte alla crisi e fare quelle riforme strutturali che l´Italia richiede». La petizione delle Acli va in questa direzione. Del resto Montezemolo è bolognese come il compianto Biagi, e nessuna persona responsabile si augura che prevalga in questo momento il non dialogo, la non mediazione. Le Acli confermano così la linea di sindacato ispirato ai principi cattolici, ben distanti da chi vorrebbe infiammare le piazze.

ta letta dopo una camera di consiglio durata solo un quarto d’ora. De Gennaro non era presente alla lettura del dispositivo mentre era in aula Spartaco Mortola.

Lo scorso luglio il pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini, titolari dell’inchiesta, avevano chiesto due anni di reclusione per De Gennaro e un anno e quattro mesi per Mortola. «Siamo molto soddisfatti per l’esito della sentenza ma anche per la serenità con cui si è svolto il processo», ha commentato l’avvocato Carlo Biondi, difensore dell’ex capo della Polizia insieme a Franco Coppi. «È stata riconosciuta - ha proseguito il legale - l’estraneità e l’assenza di qualunque interesse o movente per De Gennaro di fare modificare la versione dei fatti di Colucci. Quello descritto dalla Procura - ha concluso Biondi - è un comportamento estraneo a tutta la sua carriera professionale. Siamo contenti che sia stato riconosciuto e che non c’è stato alcun condizionamento del magistrato siamo stati infatti tranquilli per la serenità del giudice». Dal canto suo, il pubblico ministero Enrico Zucca ha detto: «Un appello per la sentenza di oggi non è per niente scontato. Mai come in questo caso tutto è legato alla motivazione».


politica

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In campo. Debutta “Italia futura”, il think-tank di Montezemolo «Non siamo un partito occulto ma un laboratorio di idee»

L’Italia che (ancora) non c’è Fini: «Non voglio fare un partito con il presidente della Fiat e con Letta» di Riccardo Paradisi ’era molta attesa per il convegno della fondazione Italia futura, il think tank di Luca Cordrero di Montezemolo che ha debuttato pubblicamente nel sontuoso scenario di Palazzo Colonna, nel cuore politico di Roma. Chiamando a riflettere sull’immobilità del Paese il presidente della Camera Gianfranco Fini, l’esponente del Pd Enrico Letta e l’animatore della comunita di Sant’Egidio Andrea Riccardi.

ha esordito proprio stigmatizzando il fatto che «Sono state fatte ipotesi davvero fantasiose che identificavano la nostra associazione come il laboratorio segreto di misteriose alchimie partitiche o peggio ancora come espressione di un oscuro complotto di salotti buoni. In Italia - ha sottolineato Montezemolo - se una classe dirigente si chiude nel recinto delle proprie attività viene descritta come egoistica e priva di senso del bene comune. Se invece si interessa della cosa pubbliUn’attesa quella per il conve- ca, come avviene in tutti gli altri gno fondata sul timore o la spe- paesi del mondo, viene immediaranza che dall’iniziativa emer- tamente accusata di assurdi disegesse qualche chiaro indizio di gni politoco-partitici. Chi è sicuro conferma della nascita, in em- del proprio ruolo e della propria funzione, chi è consapevole dei propri ENRICO valori, non può e non LETTA deve temere il confronto con gli altri. «La politica Soprattutto quando vada al di là si tratta di un condella guerra fronto con chi proviecivile. Serve ne dalla società civiun reciproco le». Per questo Monriconoscimento tezemolo ha invitato delle forze al convegno di Italia politiche, senza futura proprio Fini e scorciatoie Letta, «personalità giudiziarie politiche che intere impunità» pretano il loro ruolo in un’ottica di dialo-

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brione, di un partito trasversale del Presidente pronto a candidarsi al governo del Paese in caso di fine anticipata della legislatura. Del resto, sostenevano dietrologi e retroscenisti non sarà un caso che il convegno è stato organizzato nel giorno in cui più probabilmente la corte costituzionale si pronuncerà sulla costituzionalità del lodo Alfano. E non sarà un caso, aggiungevano, che il consigliere di Fini, Alessandro Campi della fondazione Fare futuro sostenesse proprio ieri mattina sul Riformista che la politica italiana, governi Berlusconi compresi, aveva sprecato quindici anni, senza fare riforme significative e senza affrontare i veri problemi italiani. Sincronie perfette. Senonché su dietrologie e presunti retroscena tutti, da Montezemolo a Fini passando per Letta a Riccardi hanno gettato acqua fredda, smentendo con sdegno e sarcasmo obiettivi che non siano più che trasparenti. Davanti a una sala gremita Montezemolo

go e di confronto», un atteggiamento che secondo il presidente della Fiat dovrebbero assumere tutti gli attori politici del Paese.

Italia Futura sarebbe dunque quello che dice di essere: un luogo di idee e proposte che ha come unica missione fare emergere le capacità di cui è ricco il nostro paese per coinvolgerle nell’elaborazione di un progetto sul futuro dell’Italia. Insomma invece di guardare sempre dietro le quinte dove spesso si annidano solo le proiezioni dei propri fantasmi Montezemolo invita a guardare avanti: a dare risposta alle domande su dove e come saremo tra cinque anni sorvolando sulla cronaca e la rissa politica . Anche perché i dati presentati sull’Italia di oggi dalla relazione della dottoressa Irene Tinagli restituiscono una fotografia drammatica del Paese. L’Italia non è un Paese povero tuttavia negli ultimi anni ha visto un sostanziale declino del reddito procapite rispetto agli altri Paesi e ha visto aumentare notevolmente le diseguaglianze. In Italia il 20% delle famiglie più ricche detiene quasi il 40% del reddito totale nazionale mentre il 20% delle famiglie più povere percepisce redditi pari solo all’8% del reddito totale. In Ita-

lia la povertà non colpisce solo anziani e disoccupati ma in modo particolare le famiglie con figli anche quelle in cui vi sia almeno una componente che lavora. In questa situazione denuncia Montezemolo Alcuni settori della maggioranza gridano al golpe mentre un pezzo dell’opposizione denuncia il regime: «Forse dietro tutto questo clamore si nasconde la difficoltà ad affrontare questi problemi Paese». In Italia comunque è in carica un Governo pienamente legittimato

da un ampio mandato elettorale secondo Montezemolo che auspica completi la legislatura e venga giudicato sulla base dei risultati: «A nessuno, e tanto meno al nostro Paese, servirebbe oggi l’ennesimo partito». Se si vuole cambiare serve una visione del domani. Ne è convinto anche Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio che ha spiegato la sua presenza alla iniziativa della fondazione, perché «questa iniziativa si focalizza per la scelta lucida nelle visioni del domani.

Immobilismi. Ecco un estratto della relazione di Irene Tinagli presentata al covegno di Italia futura

Un Paese senza mobilità sociale uanto è mobile oggi la società italiana? La mobilità sociale ha molti aspetti e dimensioni. Molto spesso viene intesa (e misurata) come la possibilità per una generazione di raggiungere posizioni sociali e occupazioni migliori rispetto a quella precedente. Quindi la possibilità che i figli degli operai italiani degli anni Cinquanta potessero divenire, negli anni Settanta e Ottanta, impiegato o addirittura medici e avvocati. Si tratta di quella che tecnicamente si chiama “mobilità intergenerazionale”. Una mobilità che è stata fortissima per tutti i Paesi occidentali nella

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prima metà del Novecento, con il pieno dispiegarsi dell’era industriale e il diffondersi dell’istruzione presso i ceti più popolari, ma che ha inevitabilmente iniziato a rallentare ovunque a partire dagli anni Settanta. La mobilità intergenerazionale in Italia non è rallentata più che in altri Paesi.

Eppure la percezione di un peggioramento complessivo della mobilità è molto forte, soprattutto tra le generazioni più giovani. Un sondaggio condotto nel 2008 da Swg mostra un quadro veramente sconfortante. Se circa il 41% degli ultra cinquantenni dichiarava di ave-

re uno stato sociale migliore di quello della famiglia di origine, solo il 6% dei ventenni aveva la stessa percezione. Addirittura il 20% dei ventenni sosteneva di trovarsi in uno stato sociale inferiore a quello della famiglia di origine. Se le persone non percepiscono la possibilità di avere accesso a determinate opportunità di crescita e realizzazione, il loro impegno nel perseguirle sarà inferiore a quello che impiegherebbero se le vedessero più raggiungibili. Ma perché la percezione delle persone è così negativa anche se i dati sull’evoluzione delle “classi sociali” non sembrano così terribili? (...) Innanzitutto

passare ad una classe sociale o occupazionale ritenuta migliore non necessariamente corrisponde ad un effettivo miglioramento dello stile di vita, anche perché nel frattempo tutta la società si evolve e il tenore medio di vita cresce di pari passo(...) Ma il tenore di vita che molti maestri e impiegati riescono ad avere oggi non è significativamente migliore di quello che aveva un operaio specializzato vent’anni fa. In secondo luogo l’appartenenza ad una stessa


politica Non è apoliticità, ma lavoro a una visione del futuro». È il lungo periodo insomma l’orizzonte dove la politica deve gettare lo sguardo. Ma per farlo, dice Enrico Letta, occorre una politica diversa da quella di oggi, «che deve andare al di là della guerra civile, di cui il Paese non ne può più. Serve invece un reciproco riconoscimento delle forze politiche, di maggioranza e opposizione, senza scorciatoie giudiziarie e impunità».

Ultimo viene Fini. L’intervento

ANDREA RICCARDI «Questa iniziativa si focalizza per la scelta lucida nelle visioni del domani. Non è apoliticità, ma lavoro a una visione del futuro»

forse più atteso. La prende alla lontana il presidente della Camera. Dà il suo benvenuto al pensatoio montezemoliano, si dice d’accordo con la politica dello sguardo lungo, con la necessità di abbassare i toni, del desistere da addossare quotidianamente la responsabilità di ciò che va amale all’altra parte politica. Poi Fini non delude del tutto i dietrologi: «Occorre il coraggio di cercare le convergenze piuttosto che scansarle a priori», quindi l’appello alle forze politiche perché‚ non confondano tifoseria e passione politica. Secondo il presidente della Camera «In Italia la politica vive un momento di scarso appeal, al di là della passione dei tifosi, al di là che ci siano delle robuste manifestazioni dell’uno e dell’altro segno». Una scomunica della manifestazione filogovernativa che sta preparando il Pdl? Appena concluso l’intervento di Fini arriva la notizia che il lodo Alfano è stato bocciato. Altro che abbassamento di toni. Comincia la pioggia di dichiarazioni infuocate. «Hai visto?» – ti dice il retroscenista informato – «Sincronia perfetta». Poi arriva il no comment di Montezemolo sulla bocciatura del Lodo Alfano. L’Italia futura è ancora lontana.

classe sociale può nascondere comunque forti variazioni e disparità nelle condizioni di vita, oggi più di una volta.

Per esempio, all’interno della stessa categoria di avvocati o farmacisti vi sono alcuni che per anni restano inchiodati a redditi bassissimi o sono costretti a fare lavori sottoqualificati, e altri che in breve tempo raggiungono livelli retributivi altissimi. Da cosa dipendono queste disparità: da meriti individuali o dalle condizioni di origine? Se la possibilità di carriera, anche a parità di titolo di studio e bravura, dipende dalla famiglia di origine, non si può parlare di mobilità sociale, e l’aver raggiunto il titolo di avvocato non basta per far compiere al figlio dell’operaio un vero “salto sociale”.

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La modernizzazione secondo l’economista Alessandro De Nicola

Giustizia e fisco: la ricetta è questa di Gabriella Mecucci

ROMA. Modernizzare l’Italia: è questa l’idea guida della Fondazione che fa capo a Luca Cordero di Montezemolo. Ma come si modernizza davvero il nostro paese? Lo abbiamo chiesto al professor Alessandro De Nicola, economista bocconiano, presidente del Centro Adam Smith. Professore, passiamo dall’orizzonte alle proposte concrete: che cosa dovrebbe fare il governo per rimuovere alle radici le vecchie incrostazioni che bloccano lo sviluppo e il progresso? Tre sono le riforme da fare: la giustizia, il fisco, e le privatizzazioni. Andiamo per ordine, che cosa occorre cambiare nella giustizia? Riformare la giustizia vuol dire introdurre criteri di merito e di razionalizzazione delle risorse. Il merito deve essere il criterio di scelta dei magistrati ma va usato anche nell’individuazione di chi gestisce i tribunali premiando i direttori generali che li sanno governare meglio e penalizzando gli altri. Poi, ci sono una serie di misure che riguardano la giustizia penale, e soprattutto quella civile che con le sue inefficienze, incertezze, lentezze provoca danni gravissimi sia alle aziende sia al singolo cittadino. La prima riforma da fare non riguarda quindi né l’economia né la finanza, ma un pezzo della pubblica amministrazione. D’accordo, passiamo al fisco. Che fare? Così come è, il sistema di tassazione italiano è assolutamente insopportabile. Può darsi anche che alcuni paesi (Svezia e Francia) abbiano qualche punto percentuale in più di introiti fiscali rispetto al Pil, ma in Italia il Pil si calcola anche sul nero. Se lo togli e guardi solo l’emerso, allora il nostro prelievo diventa imbattibile. In poche parole: chi da noi paga le tasse, ne paga molte di più che in qualsiasi altro paese. A questo va aggiunto che i servizi forniti dallo stato sono infinitamente meno efficienti di quelli svedesi o francesi o tedeschi. Che cosa bisognerebbe fare, ridurre l’entità e il numero delle aliquote? Certamente sì, ma non solo. Questo riguarda le persone fisiche. Ma in genere in Italia c’è anche una tassazione differenziata su quasi tutto: le tasse sui capital games sono diverse da quelle sui redditi che sono a loro volta diverse dalle imposte societarie. E poi ci sono esenzioni di ogni genere: sugli investimenti, adesso ci sarà la Tremonti ter… Insomma, il sistema è nel suo insieme complicatissimo: adempiere a quello che chiede il fisco è per il cittadino una cosa difficilissima che richiede il continuo ricorso al commercialista

con grave dispendio di tempo e di risorse. Ci vuole dunque una riduzione e una semplificazione, intesa come una non differenziazione dell’imposizione a seconda dell’attività economica o del soggetto. Quello che lei propone faceva parte delle promesse di Berlusconi. E se queste cose non le fa un governo di centrodestra, chi altri le farà? Nessuno. La sinistra provava un sottile piacere ad aumentare le tasse. Padoa Schioppa parlava dei lavoratori autonomi con l’atteggiamento di disprezzo e di condanna che io posso avere verso i pedofili. Quanto al governo Berlusconi, non è un governo liberale. Siamo mal messi. Infatti se lei mi domanda se sono ottimista o pessimista sulla possibilità di modernizzare questo paese, le dico subito che sono molto pessimista. Ritengo che l’Italia sia un paese che nel medio termine non ha futuro. Passiamo alle privatizzazioni, quali bisogna fare? La prima, quella che ci risolverebbe almeno una decina di problemi tutti insieme, riguarda la Rai. Poi, tutte le aziende che sono già in concorrenza come la Fincantieri e quelle di cui lo stato detiene quote residue come l’Eni e l’Enel. Infine le municipalizzate. Lei invoca il liberalismo, ma in Italia non c’è mai stato. È vero non fa parte della nostra tradizione. Ogni tanto ce ne viene dato un po’ per brevi periodi: liberale è stata la fase governata da Einaudi e De Gasperi e anche il governo Ciampi ha preso misure che si muovevano in quella direzione, ma per il restoniente. Non nego che ci siano state delle parentesi, ma dalla prima guerra mondiale in poi, si tratta di periodi rari e tutto sommato abbastanza brevi. Non sono sufficienti a rivoluzionare l’economia, provocano una virata dolce,ma poi tutto ritorna come prima. O peggio. Un deficit di liberalismo si registra anche fra gli industriali? Adam Smith diceva che quando tre uomini d’affari si ritrovano a discutere, quasi sicuramente lo fanno contro il pubblico interesse. Gli industriali e la loro organizzazione dicono in media cose più sensate e liberali dei politici, ma se possono avere fondi dallo stato, li prendono. Perché dovrebbero rifiutarli? L a grande industria fa così. Per non dire dei sindacati. E le banche? Nel panorama deprimente che c’è in Italia e, pur essendo l’assetto di stampo oligopolistico, le banche sono fra coloro che negli ultimi 10-15 anni si sono più confrontate col mercato. Beati gli orbi in un mondo di ciechi.

Non nego che ci siano state delle eccezioni) De Gasperi, Einaudi, Ciampi), ma nel nostro paese di vero liberismo non se n’è quasi mai visto


panorama

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Storia. I “saggi” guidati da Ciampi hanno risposto al ministro Bondi sulle celebrazioni «federaliste»

Festa dell’Unità o della parzialità? di Francesco Baiocchi a bacchettata del Comitato dei Garanti, presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, sui programmi delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia era tutto sommato attesa, dopo l’uscita del piano governativo che tentava di tenere insieme il diavolo e l’acqua santa. La “priorità dubbia” segnalata sull’intenzione di arrivare ai vocabolari degli idiomi territoriali non stupisce: semmai è il minimo argine possibile all’evidente tentativo manifestato dalla Lega, che del governo e della maggioranza è parte determinante, di voler sminuzzare sulle realtà del territorio l’occasione di riflettere sulla natura dell’Italia.

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È per questo che il Comitato, pur esprimendo “apprezzamento” per l’ipotesi complessiva avanzata dal ministro Bondi, accentua la necessità, sinora carente, di puntare sulla lingua come vincolo unitario della nazione (si spera senza dimenticare né Dante né Manzoni). E, per

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

quello che riguarda la riflessione storica, insiste sulla linea di ridisegnare l’intero percorso nazionale, con particolare riguardo al processo che ha portato alla Costituzione e alla sua impronta nel sessantennio successivo. Quindi una cura particolare per la storia delle istituzioni,

una “appartenenza” consolidata e addirittura emozionale a un destino comune. Certo lo sport (e in particolare la Nazionale di calcio) aiuta non poco: e però come è possibile coinvolgere i giovani, che saranno gli italiani di domani, a portarsi addosso la consapevolezza e un sereno

Il Comitato sottolinea la necessità di puntare sulla lingua come vincolo unitario della nazione (si spera senza dimenticare né Dante né Manzoni) anch’esse vincolo solidamente unitario, sotto le quali si muove l’intenso pluralità del Paese che potrebbe essere raccontata attraverso una “mostra delle Regioni”. Che la bozza iniziale del governo avesse bisogno di una intelaiatura complessiva più convincente e forse più condivisa non è mai stato un mistero: e tuttavia, se è permesso, sembra in ogni caso restare sullo sfondo l’obiettivo principe dell’iniziativa pubblica.

Quella cioè di stimolare e di ritrasmettere soprattutto in sede popolare le ragioni di

orgoglio della propria comune identità?

Forse, in un mondo in forte mobilità (che vede proprio i giovani come assoluti protagonisti), sarebbe opportuno far notare come in ogni capitale del pianeta l’originalità italiana si impone per qualità irripetibile del cibo, del gusto artigiano della moda e del design, per quell’inimitabile capacità del “bello” da tutti gli altri paesi invidiata e mai raggiunta. E che questa creatività peculiare ha sempre abitato ed abita in una terra certo multiforme ma per sua

natura e storia abile a stendere reti sociali di volontariato e di solidarietà che hanno fatto della nostra una società strutturalmente ospitale e compassionevole. Forse la Nazione può venire diffusamente assunta di più come patrimonio familiare ed indelebile se emerge questo “genio” italiano, che si potrebbe anche decidersi ad accettare come specifica e particolarissima “italiana civiltà”. Che è il substrato ineliminabile su cui si impianta la storia di una difficile Unità, difficile ed èlitaria al tempo delle origini e difficile e talvolta controversa nel suo lungo cammino fino ai nostri anni complicati.

E magari sarà più agevole superare i risentimenti e le accuse sulle glorie e le viltà, le contraddizioni e le debolezze che hanno aperto problemi irrisolti, su cui già affilano le armi molti critici a posteriori del Risorgimento. Come pure può aiutare a vaccinarsi dall’altro vero rischio, che appare francamente sottovalutato: il distacco celebrativo dal sentire comune.

Ieri lo sfogo, civile ma incisivo, contro De Laurentiis: «Di calcio non capisce nulla»

Donadoni, l’(ex) allenatore gentiluomo cusate, ma parliamo ancora di calcio. Del Napoli, del suo presidente in technicolor Aurelio De Laurentiis e dell’ex allenatore e gentiluomo Roberto Donandoni. La novità? Finalmente l’ex ala destra del Milan bello che fu e della Nazionale si è sfogato. Solo ieri scrivevamo che Donandoni è sempre fin troppo signore: gentile, educato, riservato, mai una parola sopra le righe. Tanto che ci si chiede: ma che ci sta a fare in un mondo del calcio che andrebbe solo preso a calci? Ma ora, finalmente, il Dona gliene ha dette quattro al suo ex presidente che «non capisce niente di calcio».

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Uno sfogo, civile e dai toni sommessi, come si conviene a un galantuomo, e proprio per questo di maggior valore e peso. Alla Gazzetta dello Sport Donadoni ha detto: «De Laurentiis deve imparare tanto, è un vulcano che sa molto poco del nostro mondo. Gli ho detto che se mi facesse tre domande sul cinema io non saprei rispondere e lui altrettanto con me sul calcio». Il nodo della crisi del Napoli è proprio qui: se la squadra non è messa bene, l’allenatore avrà senz’altro le sue responsabilità, ma se si guarda meglio la forza della squadra, i suoi

giocatori, il clima di lavoro si capirà che i risultati ottenuti da Roberto Donandoni nelle prime giornate di campionato sono di tutto rispetto. Voi cosa avreste ottenuto con una squadra che è praticamente priva di un centravanti? Lavezzi sarà anche un ottimo giocatore, ma non è e non sarà mai non solo Maradona, ma soprattutto il centravanti che non c’è. E la pretesa di De Laurentiis di avere una squadra da Uefa senza la costruzione di un attacco organico è campata in aria. Come dice Donandoni: lei, caro presidente, avrà la sua esperienza nel cinema, ma in fatto di calcio non ci capisce in fico secco. Il punto è qui. E così si spiegano anche le mosse false fatte da Pierpaolo Marino ma avallate dal presidente. «Dice che ha lasciato un Napoli fortissimo? È opinabile, non mi

pare che sia arrivata gente da Barcellona o Real Madrid» dice Donadoni. Gli errori della campagna acquisti del Napoli, sia in entrata sia in uscita, sono arcinoti. E gli errori si pagano, ma non si capisce perché dovrebbero essere attribuiti all’allenatore che aveva chiesto altri rinforzi mai arrivati. E pensare che De Laurentiis ha addirittura accreditato l’idea di un Napoli da piazzamento Champions. È chiaro: De Laurentiis vede troppi film e chi crede alle favole poi ha sempre un brusco risveglio quando si ritrova a fare i conti con la solita vecchia e dura realtà. Soprattutto poi se la realtà si chiama “pallone” che è quella strana palla che difficilmente fa quello che chiedono i tuoi desideri. «Non dovevo accettare il concetto che questa squadra è da Uefa», dice il Dona, «non

basta spendere. Sono disposto ad incontrare Mazzarri e gli auguro di centrare l’obiettivo, ma oggi questa squadra non vale l’Europa». L’obiettivo, come abbiamo sottolineato ieri, non potrà che essere la salvezza.

Il nuovo allenatore avrà da sudare le classiche sette camice per centrare un obiettivo che i tifosi sanno ormai essere l’unico del campionato. L’unico che non ha ancora realizzato la cosa è proprio il presidente che per troppo tempo ha accarezzato indebitamente l’idea di un «grande Napoli» che potesse rinverdire il Napoli di Diego Armando. Ma - ripetiamo - Lavezzi è un ottimo giocatore, ma non è Diego che, peraltro, poteva confidare sul sostegno di ottimi compagni di squadra. Invece, fu proprio De Laurentiis ha bocciare l’idea dell’acquisto di Fabio Cannavaro: «Non capisco perché De Laurentiis bocciò Fabio, uno con la sua esperienza sarebbe tornato davvero utile». Lungimirante. «A Castel Volturno ho trascorso sette mesi intensi, provando a costruire qualcosa d’importante dal nulla. Quando raccontavo la quotidianità a mio figlio, restava a bocca aperta di fronte a certi problemi». Forse mancavano anche i palloni.


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Recessione. Uno studio fotografa il punto della nostra economia: il 55,8% delle imprese dipende totalmente dalle banche

Ritratto dell’azienda Italia appesa ai prestiti di Alessandro D’Amato orpresa sorpresa: stando ai dati, non è vero che nel nostro paese le banche non prestano alle aziende. O per lo meno sembrerebbe: tra i sei paesi più avanzati d’Europa, l’Italia si colloca al primo posto per la percentuale di impieghi (prestiti) destinati alle imprese. Lo segnala la Cgia di Mestre, che ha elaborato in questi giorni un nuovo documento sul credito nei principali paesi dell’Ue dei 27. Dai dati risulta che il 55,8% degli impieghi complessivi delle banche italiane è destinato alle imprese, rispetto al 50,7% della Spagna e al 43,2% della Francia. Seguono la Germania con il 36,4%, i Paesi Bassi con il 34,6% e il Regno Unito con il 21,6%.

no ancora le difficoltà raccontate e sottolineate a ricevere credito dagli istituti. E il computo totale dei prestiti non deve ingannare: il totale così ampio è da ricercarsi all’interno dell’abitudine prettamente italiana di utilizzare pochissimo capitale proprio per fare impresa, preferendo rivolgersi sin dall’inizio alle banche per l’avviamento o per lo sviluppo dell’impresa.

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Una pacchia e un “bengodi”, quindi? Non proprio. Secondo la Cgia, tuttavia, il fatto che le piccole e medie imprese italiane, più di quelle europee, abbiano fatto ricorso a fidi e prestiti non significa necessariamente che le banche italiane abbiano concesso credito alle imprese in misura sufficiente. Infatti - sottolinea l’associazione degli artigiani - da apri-

Secondo la Cgia di Mestre, il nostro è il Paese dell’Europa avanzata nel quale il credito alle grandi come alle piccole industrie è più alto le a settembre 2009, secondo un’indagine della Commissione Europea-Bce, l’Italia presenta anche questi primati meno lusinghieri tra i Paesi presi in esame: la richiesta di prestiti delle Pmi è in forte aumento; le disponibilità di prestiti bancari a favore delle Pmi sono diminuite; e le spese e le

commissioni bancarie sono aumentate.

Le Pmi italiane - osserva la Cgia - sollevano dunque diverse criticità legate alla concessione del credito. Quindi ecco delinearsi meglio il computo totale della ricerca dell’Ue: in realtà, le aziende italiane han-

Secondo il famoso detto “azienda povera, famiglia ricca”che è uno dei tratti distintivi del capitalismo all’italiana. Ma il dato più eclatante dell’indagine Commissione Europea-Bce riguarda i fattori che ostacolano l’accesso al credito delle Pmi: il 37% delle piccole e medie realtà imprenditoriali italiane intervistate, infatti, individua come principale ostacolo all’accesso ai prestiti bancari le garanzie richieste dalle banche e per il 36,9% i tassi d’interesse o i costi troppo elevati. In questo senso, all’associazione degli artigiani la situazione italiana appare preoccupante, in particolare rispetto ai principali competitor economici come Francia e Germania che regi-

strano percentuali molto contenuti. «Pur riconoscendo lo sforzo fatto in questi ultimi mesi e la solidità del sistema bancario italiano - dichiara il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi - il nostro Paese continua a mantenere i più elevati livelli di criticità nell’erogazione del credito. È vero che le disposizioni di Basilea 2 sono molto stringenti anche per le banche, tuttavia rimane il problema di dare con continuità il credito alle piccole imprese, altrimenti non si riuscirà ad agganciare la ripresa economica e a mantenere gli attuali livelli occupazionali».

Tutto giusto e vero, ancor più vero nel momento in cui le due grandi banche hanno rifiutato l’aiuto dei bond governativi per migliorare lo stato patrimoniale. Ma allora, come ha proposto Oscar Giannino, perché non destinare quei miliardi, e parte aggiuntiva dell’offerta fino a oltre 15 miliardi che era stata riservata ai “Trebonds” bancari, a ricapitalizzare direttamente le imprese, visto che negli altri settori non si potrà ricorrere per tutti agli incentivi diretti come per l’auto?

Polemiche. Perché due città della stessa nazione si candidano ad ospitare i Giochi?

Le Olimpiadi italiane contro quelle padane di Francesco Pacifico uando la cura diventa peggiore della malattia. Al veneziano Renato Brunetta non piace la stucchevole diatriba tra Roma e la Serenissima per le Olimpiadi del 2020. Ma smentendo il decisionismo applicato in un anno e più di governo, il ministro propone dalle colonne del Corriere della Sera un armistizio. «Che noia! Non ne posso più di queste guerre da campanile», sbotta, «Facciamo le Olimpiadi sia a Roma sia a Venezia». Di più, il politico che per il centrodestra dovrebbe sfidare nel 2010 Cacciari per Ca’ Farsetti vede in questa partita un’occasione per ridimensionare «la centralizzazione imperiale, come a Pechino», rivaltando «il multicentrismo». E dice: «Spalmiamo l’Olimpiade sull’intero Paese, individuandone il centro nei luoghi più belli e famosi al mondo».

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fetti, come dimostra lo scarso spazio negli organismi internazionali, li abbiamo sperimentati in termini di isolamento. Ma nelle parole di Brunetta – per giunta di uno che si scontra ogni giorno come quel Leviatano che è la macchina pubblica – c’è forse il maggiore vizio italico: non scegliere, sperando di far evaporare il conflitto, arrivando a gestire gli appuntamenti internazionali come ammortizzatori sociali.

In nessun Paese si litigherebbe su due ipotesi diverse o si studierebbero compromessi. Come dimostra il successo di Rio, si vince se si fa quadrato

Brunetta ammette che la sua proposta contrasta con le regole del Cio. E tanto basterebbe per chiedersi se è giusto fare rivoluzioni in casa di una struttura tanto conservatrice come il Comitato olimpico. Soprattutto se l’obiettivo finale è conquistare un importante volano di sviluppo. Ma si sa, gli italiani hanno il vizio di imporre le proprie abitudini a casa altrui. E gli ef-

Come dimostra la querelle in atto da un anno a questa parte per l’Expo che si terrà a Milano nel 2015. Ottenuta l’assegnazione, l’Italia si è impegnata in una stucchevole guerra tra il governo e gli enti locali. E se non bastasse, il sindaco Moratti è stata costretta a firmare una serie di inutili protocolli con i comuni di Roma e Napoli, vere forme di risarcimenti per gli esclusi. A sostegno della tesi di Brunetta. Non tutte le competizioni delle Olimpiadi del 2012 si terranno a Londra. Fu a Napoli che nel 1960 l’Italia di Rivera vide sfumare l’oro dopo che al sorteggio prevalse la Jugoslavia. Eppure nessuno al mondo si sognerebbe di tenere i giochi in due città.

Quando nel 2003 Formigoni candidò l’intera Lombardia per il 2012, gli fecero presente che il Cio preferisce una sola destinazione in modo da concentrare tutti gli investimenti. E non se ne fece nulla. L’importante quindi è scegliere su quale cavallo puntare. Al riguardo, e sempre dalle colonne del Corriere, arriva uno spunto interessante. Gianni De Michelis ha rivendicato che fu lui – e vent’anni prima dei Cacciari e dei Galan – a candidare la Serenissima per l’Expo del 2000. A disegnare «un nuovo ruolo potenziale che Venezia, il Veneto e più in generale il Nord Est dell’Italia potrebbe rivestire nel contesto del nuovo mondo internazionale». L’ex ministro degli Esteri ricorda che quella fu un’occasione persa. Ma dimentica di dire che quasi in contemporanea la Serenissima fu invasa, se non devastata, per il megaconcerto dei Pink Floyd in piazza San Marco. Forse bisognerebbe ricordarlo prima di progettare il futuro di Venezia.


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C’è un “terzo partito”, in America, che ha intenzione di lanciare una seria offen di stati, alle elezioni di mid-term del prossimo anno. Queste candidature rischian

La carica degli In Negli Stati Uniti cresce la forza dei candidati che scelgono di non schierarsi con uno dei partiti maggiori: il 2010 potrebbe essere il loro anno di Alex Isenstadt candidati indipendenti sono pronti a dare vita a serie campagne per l’elezione a governatore in almeno una mezza dozzina di stati, un’evoluzione che minaccia le fortune dei democratici in alcuni degli stati più “blu e più “progressisti” del Paese. Nel New Jersey, dove il governatore Democratico Jon Corzine, sta cercando di ottenere un secondo mandato a novembre, secondo i sondaggi un candidato indipendente potrebbe conquistare una sensibile porzione di elettori al di fuori del suo nascondiglio.

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In altri due stati solidamente democratici, il Massachusetts e Rhode Island, uomini politici con una certa notorietà che si presentassero come indipendenti

potrebbero minare notevolmente le possibilità dei Democratici nel 2010, se non addirittura ottenere una vittoria schiacciante. Anche i candidati di un credibile “terzo partito” stanno rimuginando offerte in una manciata di altri stati che l’anno prossimo vedranno in palio la poltrona di governatore, tra cui il Minnesota e il Maine, entrambi con un recente passato in cui governatori del terzo partito hanno vinto l’elezione.

Novembre fornirà il primo test sulle possibilità che questi candidati stiano

guadagnando terreno. Gli elettori del New jersey andranno ai seggi per scegliere tra il democratico Jon Corzine, il repubblicano Chris Christie e l’indipendente Chris Daggett, un ex repubblicano moderato che lavorava come vice capo dello staff del Governatore Tom Kean. Secondo un’inchiesta del Public Policy Polling uscita la scorsa settimana, Daggett potrebbe riuscire a conquistare il 13 per cento dei voti: ben al di sotto dei candidati dei due maggiori partiti, ma una percentuale significativa per un candidato di un partito minore. Il son-

daggio ha riportato il dato ben più importante secondo cui Daggett starebbe conquistando il 15 per cento del voto Democratico, contro appena il 7 per cento del voto Gop, in una corsa dove l’imbattuto Corzine non può permettersi di perdere molto del sostegno Democratico. «Sono i democratici che sono disgustati da Corzine ma che non ce la possono fare a votare per Christie», ha dichiarato Tom Jensen del Public Policy Polling. Daggett attribuisce la sua crescita, almeno in parte, alla frustrazione sia verso il partito democratico che verso

Nella foto grande, il sindaco di New York, Michael Bloomberg. Nelle foto piccole, da sinistra in senso orario: Lincoln Chafee (Rhode Island); Peter Vigue (Maine); Dean Barkley (Minnesota); Anthony Pollina (Vermont); Tim Cahill (Massachusetts); Chris Daggett (New Jersey);


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nsiva politica nella corsa alla poltrona di governatore in almeno mezza dozzina no di complicare la vita ai democratici, ma non piacciono neppure ai repubblicani L’identikit della “terza via” della politica Usa

Conservatori in economia, progressisti sui valori

ndipendenti In questo novembre, gli elettori del New Jersey potranno scegliere il loro governatore tra il democratico (uscente) Jon Corzine, lo sfidante repubblicano Chris Christie e l’indipendente Chris Daggett, che nei sondaggi è già oltre il 15 per cento quello repubblicano. «Il livello di sfiducia verso entrambe i partiti è molto alto - ha dichiarato Daggett - Nelle vostre mani sta possibilità che un candidato indipendente svolga una campagna elettorale diversa». La volubilità dell’ambiente politico – secondo alcuni esperti di strategie – rappresenta un terreno fertile per le candidature non tradizionali. «Secondo me quando c’è una malattia in tutte le nostre case, la gente in alcuni stati è più disponibile a votare per un indipendente»,

ha dichiarato uno degli strateghi democratici che è anche un veterano delle corse a governatore. «Si tratta di un ambiente misero, e diverse persone sono alla ricerca di qualcosa di nuovo».

I contorni (unici) dell’attuale paesaggio elettorale rappresentano un’altra ragione per la grande quantità di possibili candidature “terze”. Il Governatore Gop nel Vermont, Jim Douglas, ha recentemente deciso di non presentarsi per un quinto mandato nel 2010 e questo significa che in più della metà dei 39 governatorati in corsa per le elezioni quest’anno e il prossimo ci saranno openseat con nessun titolare in corsa. Per i democratici, che devono difendere 21 dei loro 28 governatorati, il problema è particolarmente delicato, perché devono difendere più governatori dei Repubblicani, durante elezioni di mid-term che sono notoriamente più ostili al partito al potere.Tim Penny, un ex deputato democratico dal Minnesota che fallì nel 2002 il suo tentativo di correre a governatore con l’Indipendence Party, sostiene che i candidati indipendenti hanno un appeal speciale negli stati tendenti a sinistra che non sono soddisfatti delle

La percentuale di cittadini americani che si dichiarano“indipendenti”è arrivata, nel 2009, ai livelli massimi degli ultimi settant’anni. Questo, almeno, secondo il sondaggio biennale condotto qualche mese fa da Pew Research Center for the People & the Press. Si tratta del 39 per cento degli intervistati, contro il 33 per cento che si dichiara “democratico” e il 22 per cento “repubblicano” (il livello più basso degli ultimi anni). Secondo la ricerca di Pew, il 33 per cento degli “indipendenti” definisce la propria visione politica come “conservatrice”. E si tratta di un dato in crescita rispetto al 28 per cento di due anni fa e al 26 per cento di quattro anni fa. Una tendenza che gli analisti attribuiscono in larga parte al progressivo “slittamento” verso destra del partito repubblicano negli ultimi anni. O alla percezione che di esso ha l’opinione pubblica. Secondo Andy Kohut, direttore del Pew Research Center, gli “indipendenti”tendono a essere più conservatori della media in economia e nei temi dell’espansione (o riduzione) del welfare e dell’intervento governativo, mentre sono moderatamente“progressisti”su temi come la razza, i diritti degli omosessuali, la religione e la sicurezza nazionale.

loro scelte Democratiche ma che non sono disposti a votare per un Repubblicano. «Sembra che ci sia una certa disaffezione tra le persone che normalmente si considerano Democratici» ha dichiarato Penny, che ha confrontato la situazione di questa tornata elettorale con quella del 1992, quando l’indipendente Ross Perot riuscì ad attrarre molti elettori Repubblicani nella corsa alle presidenziali, permettendo al democratico Bill Clinton di battere il presidente in carica George H. W. Bush. «Oggi, credo che i candidati indipendenti saranno una minaccia soprattutto per gli incumbent democratici».

Per i Democratici a Rhode Island, dove al partito non riesce di conquistare la poltrona di governatore da 14 anni, la candidatura indipendente dell’ex senatore Lincoln Chafee è considerata come un duro colpo alle loro possibilità di vincere un open seat a governatore. Chafee, un ex senatore repubblicano in corsa in uno stato in cui Barack Obama ha ottenuto una vittoria schiacciante, è stato molto duro con entrambi i partiti, arrivando addirittura a criticare il presi-

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dente Obama, che aveva appoggiato alle presidenziali del 2008, per non aver cercato accordi bipartisan con i repubblicani del Congresso. Chafee, una costante spina nel fianco del Gop, si è ritagliato uno spazio aggressivo come candidato in grado di offrire un approccio fresco da “terza via”alla politica. «Esiste una reale opportunità per una nuova strada», spiega Chafee. Emily DeRose, portavoce dell’Associazione dei governatori democratici, ha definito Daggett e Chafee come poco più di repubblicani mascherati, e ha aggiunto che avranno poche possibilità di accaparrarsi voti democratici: «Questi candidati repubblicani si definiscono indipendenti perché sanno che il loro vero marchio è tossico. Ma non possono nascondersi per molto tempo». Eppure nel Massachusetts, Stato prevalentemente democratico governato da Deval Patrick (democratico che affronta una dura battaglia per la rielezione), la sfida del terzo candidato è rappresentata dal tesoriere statale Tim Cahill. Un suo ex compagno di partito, che all’inizio di quest’anno ha lasciato per definirsi indipendente, dopo aver denunciato il governatore per il suo modo di gestire la situazione fiscale dello Stato. Dice Cahill: «Ho suonato l’allarme per diciotto mesi, ma il messaggio non è stato recepito dall’esecutivo». Al momento, un sondaggio le mette al secondo posto dietro Patrick: potrebbe però riuscire a batterlo in una elezione generale. Oppure, va detto, potrebbe diventa-

I democrats del Rhode Island, che non riescono a conquistare l’esecutivo da 14 anni, rischiano di perdere ancora nel 2010 a causa della pericolosa ascesa dell’ex senatore repubblicano Lincoln Chafee, da sempre sostenitore della “third way” re un’opzione per i democratici disillusi che altrimenti avrebbero votato repubblicano. La strada è comunque lunga: nessun candidato indipendente è mai stato eletto governatore del Massachusetts. Ma lo stesso non può essere detto per altri tre Stati, dove indipendenti o candidati di terzi partiti hanno ottenuto una recente serie di successo. In Maine, Minnesota e Vermont – tutti con la gara al governatorato ancora apertissima – ci sono buone possibilità per questi outsiders. In Minnesota, dove Dean Barkley ha guidato con successo la candidatura del governatore riformista Jesse Ventura nel 1998, si è aperta la strada per una sua propria avventura. Nella corsa per il Senato del 2008, Barkley ha ottenuto il 15 per cento delle preferenze proprio con l’independence Party. Nel Maine, dove l’indipendente Angus King divenne governatore per due mandati (nel 1994 e nel 1998), Peter Vigue si sta avvicinando al seggio. Anche lui indipendente, è dirigente di una compagnia di costruzioni. Nel vicino Vermont potrebbe ripetersi il successo di Anthony Pollina, che corre con i progressisti. Nel 2008, Pollina ottenne il 22 per cento dei voti: più del candidato democratico.


mondo

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Analisi. Il conflitto in Afghanistan è combattuta con eguale asprezza sulle pagine dei giornali. Va lasciata nelle mani degli esperti

Siamo uomini o generali? I leader militari Usa sotto attacco. Il teorico della surge in Iraq spiega perché vanno difesi di Frederick W. Kagan a politicizzazione dell’operato dei generali americani costituisce una delle peggiori conseguenze degli eccessi intrisi di faziosità perpetrati negli anni addietro. Ci si riferisca al generale David Petraeus nel 2007 o al generale Stanley McChrystal oggi, troppi commentatori politici di entrambi gli schieramenti hanno preso l’abitudine di affermare che i comandanti che offrono raccomandazioni sgradite ai critici lo fanno in quanto ormai prigionieri di una qualche ideologia. Petraeus venne incaricato di ridare slancio alla crociata di Bush per la diffusione della democrazia in tutto il mondo. Ora è McChrystal ad essere accusato di spingere i propri soldati ad una morte inutile e di incrinare quel senso di correttezza politica ispirato da Barack Obama. La realtà è che, nel corso degli ultimi otto anni, i comandanti statunitensi hanno ripetutamente fornito consulenze a livello militare, formulando raccomandazioni che nella loro visione avrebbero consentito di raggiungere quegli obiettivi che i leader politici si erano prefissati. Ciò vale per tutti i nostri comandanti: Tommy Franks, Ricardo Sanchez, John Abizaid, George Casey, David Barno, Karl Eikenberry, Dan McNeill, David McKiernan, David Petraeus, Ray Odierno ed ora Stan McChrystal. Nessuno di loro ha mai espresso una raccomandazione ai propri superiori o dato un ordine ai suoi soldati senza nutrire la ferma convinzione che quel gesto avrebbe condotto alla vittoria. È ora di smetterla di eludere una discussione seria sulle strategie da porre in atto affermando semplicemente che solo essi sono imputati a farlo. Il generale McChrystal ed il suo gruppo di esperti (e faccio una rivelazione: io stesso ho fatto parte di quel gruppo tra giugno e luglio) possono naturalmente essersi sbagliati. La conduzione di una guerra rappresenta un fatto di estrema complessità, e nessuno ha il dono dell’infallibilità. Ma prima di consegnare le valutazioni di McChrystal al cestino della storia, proviamo a considerare attentamente la possibilità che la

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I talebani inviano un messaggio: non abbiamo nulla contro l’Europa

Obama: «La guerra a Kabul continua» di Vincenzo Faccioli Pintozzi

WASHINGTON. Non si verificherà la riduzione delle truppe americane di stanza in Afghanistan. La tesi, che molti media italiani non avevano neanche preso in considerazione, era in realtà la grande preoccupazione della società civile statunitense: le prese di posizione del presidente Obama facevano infatti temere un passo indietro della Casa Bianca dal teatro di guerra. Ieri il leader democratico ha chiarito il tenore della sua posizione: ancora tempo per decidere sull’aumento delle truppe chiesto dal generale McChrystal, ma nessun ripensamento. Nel giorno dell’ottavo anniversario dell’inizio della missione internazionale nel Paese asiatico, Obama ha spiegato che la missione in Afghanistan «non deve essere trasformata in una mera caccia al terrorista ma che è necessario lavorare per la stabilizzazione del Paese». In occasione della stessa ricorrenza, i talebani hanno nel frattempo annunciato che continueranno la loro guerriglia «solo per cacciare le forze straniere dall’Afghanistan», ma hanno aggiunto di non rappresentare una minaccia per l’Occidente. «Non abbiamo in programma di danneggiare i Paesi del mondo, tra cui quelli in Europa. Il nostro obiettivo è l’indipendenza del Paese e la creazione di uno Stato islamico». La tendenza dell’Italia, ha avvertito invece il ministro della Difesa Ignazio La Russa in visita ai militari italiani a Kabul, è quella di non aumentare l’impegno nel Paese «poiché già molto elevato. Sono d’accordo sul fatto che in Afghanistan servano piu’ militari stranieri, ma questo non vuol dire che debbano essere militari italiani, noi facciamo già

la nostra parte e siamo tra i maggiori contributori, penso che ora tocchi ad altri Paesi». Tornando negli States, la posizione di Obama si è chiarita nel corso di due incontri: il primo - con una trentina di congressisti democratici e repubblicani - si è concluso con un avvertimento: «La decisione su un eventuale rafforzamento del contingente si baserà su quello che considero il modo migliore per evitare futuri attentati terroristici agli Stati Uniti e agli alleati. Ma la decisione non renderà tutti felici». Nel frattempo, il Senato americano ha rifinanziato la missione portando a 300 miliardi di dollari il costo complessivo delle operazioni militari a Kabul. I senatori hanno approvato il budget del Pentagono ieri sera stanziando 626 miliardi di dollari alla Difesa, 128 dei quali per le missioni in Iraq e Afghanistan. Quando la lotta al terrorismo entra nel nono anno di guerra il costo complessivo delle operazioni in Iraq e Afghanistan sale così a mille miliardi di dollari, secondo un’analisi del Congresso. Il varo del budget arriva proprio nelle ore in cui la Casa Bianca discute sul cambio di strategia Medioriente. Gli Usa affrontano in queste settimane uno dei periodi più difficili per la missione in Afghanistan. Gli ultimi mesi sono stati i più pesanti in termini di caduti dall’inizio delle operazioni. In otto anni i caduti americani sono stati solo a Kabul 791, mentre in Iraq, dove l’invasione è iniziata nel 2003, i morti tra i soldati statunitensi sono stati ben 4.349, secondo il sito icasualties.org che tiene il tragico conto delle vittime. Entro dicembre il Pentagono avrà in Afghanistan quasi 70.000 uomini.

sofisticatezza del documento non sia semplicemente il prodotto di un codice pseudo-intellettuale di imparzialità politica. Potrebbe infatti costituire un tentativo di affrontare l’enorme complessità della situazione sul campo quale è stata descritta dagli ufficiali che hanno trascorso molti anni dislocati in Afghanistan contro i nostri nemici – un qualcosa che nessuno tra i loro difensori o critici radical-chic (me compreso) può dire di aver fatto. In tale ottica, l’attacco sferrato da Andy McCarthy ai danni di McChrystal appare strano.

McChrystal dovrebbe essere un eroe per Andy: in veste di comandante delle forze speciali statunitensi dislocate in Iraq e Afghanistan per più di quattro anni, a lui si attribuiscono l’eliminazione o la cattura di migliaia di terroristi islamici. Come ha rivelato nella sua recente intervista al programma 60 Minutes, McChrystal ha guidato personalmente i suoi soldati nel corso di alcune di queste offensive. Questa guerra non rappresenta per McChrystal un esercizio clinico o teorico, né costitui-

Barack Obama. In alto, alcuni militari statunitensi in Afghanistan. Nella pagina a fianco, da sinistra: il generale Stanley McChrystal e il generale Petraeus


mondo vremmo assolutamente sostenerlo. Perché non possiamo semplicemente eliminare i cattivi ragazzi? In primis perché la cosa non funzionerebbe. Come McChrystal stesso ha avuto modo di scoprire in Iraq, la semplice uccisione dei brutti ceffi non smantella la rete terrorista. Diamo la caccia ai cattivi ragazzi in Afghanistan e Pakistan dall’11 settembre. Periodicamente ne uccidiamo in Somalia ed in qualsiasi altra zona del mondo. Ciononostante, in nessuna di queste aree siamo stati in grado di eliminare i cattivi ragazzi più velocemente di quanto occorra loro per rinfoltire i propri ranghi.

Alcuni tra quanti si oppongono ad un approccio controinsurrezionale invocano più uccisioni e meno nation building. Ma come? Il fattore limitante

anche che ciò assorbe risorse che potrebbero altrimenti essere destinate all’individuazione dei veri cattivi ragazzi. L’intelligence umana è largamente preferibile. Ma per reperire intelligence di questo tipo bisogna vivere tra la popolazione, e questo significa mantenere forze di terra. Andy McCarthy scrive: «Le nostre truppe sono in Afghanistan perché noi, non gli afgani, siamo in guerra per distruggere al Qaeda ed i suoi fiancheggiatori: i talebani, il gruppo Hekmatyar, la rete di Haqqani». Questi condividono una comune ideologia islamista basata su un’interpretazione eretica del Corano e dell’Hadith che consente loro di dichiarare apostati altri musulmani ed ucciderli. E tale interpretazione è, in effetti, eretica. Per ciò che concerne l’uccisione di altri musulmani, i vin-

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troinsurrezione. Dopo tutto, era la mente dell’antiterrorismo. Non è stato certamente spinto verso questa scelta dall’amministrazione Obama, che diffida del processo di nation building.

Ha deciso di svilupparla poiché è giunto alla conclusione che quella è l’unica via percorribile per sconfiggere i terroristi. Potrà anche essersi sbagliato: ma i critici devono a noi tutti una risposta al seguente interrogativo: come possiamo sconfiggere gli insorti fiancheggiatori di al Qaeda nell’Asia meridionale ricorrendo ad una strategia diversa dalla controinsurrezione? L’accusa proveniente con sempre maggiore veemenza da destra secondo cui McChrystal sta tentando di modificare tanto le misure di force protection quanto quelle di escalation of force per via di

te che in Iraq, e ciò spinge a collocare più ordigni che provocheranno nuove vittime tra gli americani. Il calcolo di McChrystal verte sulla necessità di accettare rischi maggiori in alcune situazioni particolari al fine di ridurre nell’insieme le minacce nei confronti delle forze statunitensi. È lo stesso calcolo fatto da Petraeus in Iraq. Potrebbe anche non funzionare in Afghanistan, ma non si merita le calunnie di cui è stato subissato. Nel corso delle sei settimane che ho trascorso quest’anno in Afghanistan tra campi di battaglia e valutazioni, solo una volta sono stato portato fuori dalla zona protetta per incontrare la popolazione afgana. Invece in ognuno dei sette viaggi in Iraq che ho compiuto dall’aprile 2007 sono stato portato lungo i viali commerciali o ho avuto modo di in-

L’accusa secondo cui il generale sta tentando di modificare la situazione per una sua fede nella correttezza politica, senza considerazione alcuna per le perdite tra i soldati, è spregevole

Perché non possiamo semplicemente eliminare i cattivi ragazzi? In primis perché la cosa non funzionerebbe. Come ha scoperto McChrystal, l’uccisione dei brutti ceffi non smantella la rete sce semplicemente dell’utile materiale per pubblicazioni di politica estera. Una cosa che nessuno può dire nei riguardi di McChrystal è che si faccia degli scrupoli nell’eliminare il nemico. Nelle ultime settimane, una serie di episodi hanno però alimentato l’ira di altrimenti indefessi sostenitori del nostro apparato militare e dei loro capi: l’insistenza mostrata da McChrystal nel perseguire operazioni di controinsurrezione invece di raid kill-and-capture; i cambiamenti apportati o consigliati da McChrystal relativamente alle procedure tanto di allerta quanto di escalation of force. E la sempre maggior convinzione in alcuni che, dato che il presidente Obama non sembra preparato a fare nulla di quello che si vorrebbe vedere nell’ambito della lotta contro i militanti islamisti, non do-

negli attacchi mirati è in primo luogo l’intelligence. Occorre tempo per sviluppare attacchi mirati ai danni di avversari così ostici quali i capi dei gruppi terroristici. Nel corso degli anni, abbiamo destinato una quantità enorme delle nostre risorse di intelligence a tale scopo. E potremmo indubbiamente destinarne una quota ancora maggiore. Ma ecco l’inghippo: esistono solo due fonti per questo tipo di intelligence: quella umana e quella tecnica. I terroristi sono sufficientemente intelligenti da evitare di utilizzare telefoni cellulari, computer ed altri ritrovati della tecnologia che potrebbero rivelare la loro ubicazione. Il problema in questo caso non è semplicemente affermare che uccidere degli innocenti è moralmente sbagliato, dannoso per il prestigio statunitense e così via, ma

coli si fanno invece molto più stringenti. E ciò deve interessare molto a noi infedeli, in quanto né i terroristi né i gruppi di insorti quali al Qaeda, i talebani o la rete Haqqani potrebbero funzionare/operare senza uccidere altri musulmani.

Questo è il motivo per cui appare ragionevole ipotizzare uno scisma di questi eretici estremisti dal nucleo centrale dell’ortodossia musulmana. I talebani e la rete Haqqani non sono gruppi terroristici, sono insorti. Il loro obiettivo è guadagnare il controllo dell’Afghanistan mediante l’intimidazione della popolazione e la disintegrazione delle forze armate e del governo. La loro capacità di sostenere al Qaeda dipende dalla loro abilità nel riuscire a detenere un effettivo controllo sulle regioni dell’Afghanistan. La loro sconfitta dipende pertanto da una strategia di controinsurrezione. Una strategia di controinsurrezione pensata per conseguire obiettivi di controinsurrezione. McChrystal non ha sviluppato una tale strategia poiché preferisce la con-

una sua pedissequa fede nella correttezza politica, senza considerazione alcuna per le perdite tra i soldati statunitensi, è spregevole. Nessun comandante rimane indifferente di fronte alle perdite tra le sue truppe. Se McChrystal invoca in alcune circostanze una maggiore esposizione al pericolo dei suoi uomini, è perché egli crede in due assunti: che ciò facendo contribuiremo ad assicurare il successo della missione e che tale misura ridurrà le perdite nel lungo termine. I critici del surge iracheno sollevarono le stesse obiezioni a fronte della determinazione di Petraeus nel disperdere le forze statunitensi in piccoli avamposti per farli vivere a contatto con la popolazione. Tattiche di questo tipo hanno sicuramente esposto le nostre truppe a rischi maggiori nel breve periodo. In effetti, le perdite americane aumentarono vertiginosamente nella primavera del 2007 quando le truppe venivano dislocate, raggiungendo il picco più alto di sempre all’inizio dell’estate. Ma la strategia “proteggiamo la popolazione” di Petraeus iniziò molto rapidamente ad istillare fiducia negli iracheni. Ha anche condotto al successo della missione in cui le tattiche precedenti avevano portato al fallimento. Si può affermare lo stesso per l’Afghanistan odierno. Un numero inadeguato di truppe di terra e tattiche carenti hanno provocato un’escalation di attacchi, condotti con semplici fucili o con vere e proprie bombe. Per motivi culturali, la distruzione indiscriminata di abitazioni in Afghanistan genera molto più risentimento che non in Iraq. Il risentimento spinge i giovani ad unirsi agli insorti, la vendetta diventa una motivazione ben più importan-

contrare gli iracheni molte volte. Il risultato di quel tipo di isolamento è stato l’affievolimento di ogni possibilità di interagire con le popolazioni locali, di instaurare quel rapporto di fiducia così essenziale al fine di reperire quel tipo di intelligence umana necessaria al compimento della missione.

Sospetto che la vera ragione di questa resistenza da destra a sostenere la controinsurrezione in Afghanistan derivi dalla convinzione che Obama non sia serio sugli sforzi da sostenere e sulla battaglia da ingaggiare contro gli islamisti. La questione dell’impegno in Afghanistan rimane allo stato attuale aperta. Suggerirei di attendere per capire cosa verrà effettivamente deciso prima di emettere frettolose sentenze. Il tema della volontà di condurre la lotta contro gli islamisti nella maniera auspicata da alcuni a destra non lascia spazio a dubbi: Obama non agirà in quel modo. Ma ciò ci aiuta effettivamente a compiere progressi nella lotta al terrorismo? Un ritiro dall’Afghanistan ora getterebbe il Paese in una caotica guerra civile fonte di destabilizzazioni per tutta la regione; aumenterebbe tragicamente la libertà di manovra sia dei talebani che di al Qaeda; rafforzerebbe la posizione di quanti in Pakistan desiderano continuare a sostenere i talebani ed indebolirebbe quanti hanno sinora combattuto i nemici islamisti nel Paese; accrescerebbe infine le prospettive di un nuovo catastrofico attacco terroristico nei confronti del nostro Paese, come avvenne l’ultima volta che abbandonammo l’Afghanistan alla propria sorte. Come può tutto ciò aiutarci a sconfiggere il radicalismo islamico?


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Sfide. Il colonnello accusa Tel Aviv: «A Gaza crimini di guerra mostruosi» e c’è un elemento da sottolineare in merito al rapporto della Commissione Goldstone, sui presunti crimini di guerra commessi durante il conflitto di Gaza all’inizio di quest’anno, è che il dossier in quanto tale offre pochi vantaggi a chiunque. I nemici di Israele si sentono in imbarazzo a sventolarlo come ulteriore prova di un utilizzo sconsiderato della forza, ammesso che quest’ultimo elemento possa essere oggetto di inchieste giudiziarie internazionali. Goldstone, infatti, potrebbe far salire sul banco degli imputati sia gli israeliani sia Hamas. Di conseguenza, a coloro che sono contro i primi verrebbe a mancare la motivazione per difendere il secondo quale vittima di un attacco. Anche il movimento islamico infatti è sotto i riflettori, proprio per le stesse ragioni imputate a Israele. A sua volta, chi sperava in un aggravamento della posizione di Khaled Meshal, Ismail Hanyyeh e di tutta la segreteria politica del movimento ne rimane anch’egli insoddisfatto. Hamas resta agli occhi degli israeliani e del governi degli Stati Uniti un gruppo terroristico. Se il rapporto Goldstone si fosse concentrato solo su colpe eventualmente commesse dalla fazione palestinese nella guerra di Gaza, probabilmente ci sarebbero state alcune possibilità, seppur lontane, di screditare l’immagine di Hamas anche davanti alla comunità internazionale. A chi giova quindi un dossier che sconfessa entrambi i fronti opposti? Venerdì scorso il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite aveva rinviato il voto su una risoluzione con la quale si sarebbe voluta condannare Israele per non aver collaborato alle indagini del team Goldstone. Una decisione che inizialmente aveva suscitato forti critiche da parte dell’Autorità palestinese.

S

Ieri si è avuta la reazione a questa inoperosità. La Libia, in qualità di presidente di turno e unico Stato arabo attualmente membro del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ha indetto una riunione a porte chiuse di quest’ultimo. Ahmed Gebreel, portavoce del regime di Tripoli, ha sottolineato che la convocazione di una riunione d’emergenza era necessaria «per la gravità del rapporto».Tuttavia è difficile definire l’obiettivo libico. Gheddafi sa che una risoluzione contro Israele verrebbe bloccata con il veto degli Stati Uniti. L’idea di inoltrare la questione presso l’Assemblea Generale resta l’alternativa. L’opzione potrebbe essere presa per singola iniziativa della Libia stessa

Gheddafi vs Israele Sul ring dell’Onu La Libia presiede il Consiglio di sicurezza E cerca di sfruttare al massimo Goldstone di Giovanni Radini

Il rapporto sull’operazione Piombo fuso continua a scuotere la situazione politica internazionale. Ma sulla graticola si trova anche tutta Hamas e per espressa manifestazione dell’Anp. Ma, in questo caso, vi è la consapevolezza che un documento di accusa da parte dell’Assemblea Generale è molto meno vincolante di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Con questa seconda ipotesi, sia Israele - Stato sovrano e membro dell’Onu - sia Hamas, a sua volta un movimento da sempre nell’occhio del ciclone, dovrebbero affrontare una presa di posizione netta di tutta la comunità internazionale e assecondarla. Inoltre dovrebbero rispondere di crimi-

ni di guerra ai propri elettori. Israele, non lo si può dimenticare, è uno Stato democratico, in cui l’opinione pubblica e i media sono sempre più inquisitori nei confronti delle istituzioni. Hamas, a sua volta, che tanto aspira a diventare un partito politico, sull’esempio del movimento sciita libanese Hezbollah, si troverebbe alquanto in imbarazzo nello spiegare alla popolazione di Gaza una realtà dei fatti che sconfessa la sua immagine di difensore degli abitanti della Striscia. Siamo a tre mesi dalle elezioni nei Territori palesti-

nesi, fissate per il prossimo gennaio. Il periodo quindi non è il migliore per scandali di questo genere. Particolare è anche la posizione assunta dall’Autorità Nazionale Palestinese, la quale improvvisamente si è dichiarata contraria ad appoggiare il rapporto in sede di Assemblea, dopo che aveva alzato la voce nel Consiglio dei diritti

umani. Anzi, il rappresentante dell’Anp all’Onu ha precisato, che nel caso il Consiglio di Sicurezza scegliesse la via del non intervento formale, non avanzerebbe la richiesta di una discussione del documento presso altri organi. Osservato da questa prospettiva, l’obiettivo di Abu Mazen - ieri in visita a Roma - sarebbe di far decadere la questione. La scelta non è stata risparmiata da critiche pesanti provenienti sia dall’interno della sua Segreteria sia dalle piazze di Ramallah, dove non sono mancate le proteste. Yasser Abed Rabbo, uno dei più stretti collaboratori del Presidente palestinese ha parlato di un «grave errore. L’Anp aveva inizialmente appoggiato la trasmissione del documento per poi tornare sui suoi passi», ha ricordato Rabbo, secondo il quale si è trattato di una mossa dovuta alle pressioni dell’Amministrazione Obama su Abu Mazen stesso.

Vista così la tattica del leader di Fatah ha una sua logica. Abu Mazen, infatti, pretenderebbe di far pesare, di fronte agli Usa e a Israele, la sua rinuncia come un gesto di magnanimità da parte di chi non si lascia distrarre da simili questioni, sebbene non secondarie, perché è deciso a raggiungere la meta del processo di pace e risolvere il problema nei tempi più brevi. Abu Mazen il pacificatore, in sostanza. Capace di rinunciare a vedere il nemico di sempre (Israele) e quello di oggi (Hamas) alla gogna. Sarebbe un Presidente palestinese moralmente superiore a entrambi. Ciononostante, è più probabile che Washington abbia davvero premuto sul governo di Ramallah per una motivazione molto più semplice e concreta. Il rapporto Goldstone infatti è, da qualunque parte lo si guardi, un ulteriore ostacolo al processo di pace. Un problema che, certamente, il Presidente Obama così sinceramente determinato a risolvere il più vecchio conflitto del Madio Oriente - non voleva affrontare. Sulla base di questo è molto probabile che dalla Casa Bianca sia giunto un invito all’Anp di seguire anch’essa la strada del non intervento. L’obiettivo? Insabbiare il dossier Goldstone nella burocrazia del Palazzo di Vetro e andare avanti con i negoziati. O meglio, riprenderli il più velocemente possibile affinché Goldstone non crei nuovi intralci.


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L’incontro, tenuto nascosto, è il secondo in una settimana

A una settimana dal terremoto, i morti superano le tremila unità

Myanmar, ministro fa visita ad Aung San Suu Kyi

Sumatra, aumentano le vittime e le epidemie

YANGON. Per la seconda volta

JAKARTA. A una settimana dal terremoto che ha colpito l’isola di Sumatra, le autorità indonesiane hanno iniziato la disinfestazione degli edifici, per prevenire la diffusione di epidemie. Ieri hanno interrotto le ricerche dei superstiti per concentrare gli sforzi sui programmi di assistenza agli sfollati. Nella provincia di East Java e a Denpasar, capoluogo della provincia di Bali, monta il panico fra gli abitanti per un sisma di magnitudo 8.8 che potrebbe colpire la zona nei prossimi giorni. Il bilancio ufficiale del terremoto di magnitudo 7,6 che, il 30 settembre scorso, ha devastato l’isola di Sumatra è di 704 morti e 295 dispersi; secondo fonti della Croce rossa le vittime potrebbero essere più di 3mila. A Padang, intanto, è iniziata la disinfestazione

in una settimana, un esponente della giunta militare al potere in Myanmar (ex Birmania) ha incontrato la leader dell’opposizione, Aung San Suu Kyi, nella residenza dove da ormai quattordici anni sconta gli arresti domiciliari. Fonti ufficiali riferiscono del colloquio, durato circa 25 minuti, tra il premio Nobel per la pace e il ministro del Lavoro Aung Kyi, svoltosi sabato scorso. Nulla è finora trapelato sui contenuti dell’incontro, anche se non si esclude possa essere stata discussa la proposta, avanzata da Suu Kyi, di mediare a livello internazionale per il ritiro, o quanto meno per un alleggeirmento, delle sanzioni imposte contro il regime. Nemmeno l’avvocato del premio Nobel, Nyan Win, era a dell’incontro: conoscenza «Speriamo di scoprire di cosa hanno discusso quando ci incontreremo la prossima volta», ha commentato Nyan Win, che è anche portavoce della Lega nazionale per la democrazia, il partito di cui Suu Kyi è leader. «Sembra che Aung Kyi stia recapitando messaggi tra Than Shwe (il generale che guida con pugno di ferro la giunta militare e il Paese ndr) e Suu Kyi», ha aggiunto. Aung San Suu Kyi, conosciuta anche come “La Signora del Myanmar”, resta

Il presidente dell’Anp sulla strada della pace Ieri da Berlusconi, Napolitano, Fini e Alemanno. Oggi dal Papa di Pierre Chiartano cominciato ieri la visita del presidente dell’Autorità palestinese in Italia. Oggi l’incontro previsto col Santo Padre. Ieri mattina un vertice col sindaco di Roma. Già nel corso del primo incontro tra il sindaco Alemanno e il presidente Abu Mazen, nel luglio 2008, il leader palestinese aveva richiesto l’interessamento del sindaco per risolvere l`annosa questione della sede italiana dell’Anp, che è stata inaugurata ieri. Alla cerimonia erano presenti il delegato palestinese Sabri Atteeya, l`ambasciatore libanese Melhem Mistou, nella veste di decano di diplomatici della Lega Araba, il sindaco, il ministro degli Esteri italiano e lo stesso Abu Mazen. Arrivato martedì pomeriggio a Roma, il politico palestinese è stato impegnato in colloqui politici ai massimi livelli. Il rilancio del processo di pace in Medio Oriente è al centro della sua visita in Italia, alla luce del summit trilaterale di New York – lo scorso 22 settembre – fra Abu Mazen, il presidente Usa Barack Obama e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Ieri mattina è stato anche ricevuto dal capo dello Stato Giorgio Napolitano al Quirinale. Alle 13.30 era in agenda l’incontro con il premier Silvio Berlusconi a palazzo Chigi, mentre in serata Abu Mazen si è visto il presidente della Camera Gianfranco Fini. L’udienza dal pontefice oggi a mezzogiorno, sarà l’ultimo appuntamento prima della partenza dall’Italia del leader palestinese. Bisogna mettere fine a una pagina oscura, «non vogliamo divisioni, ma unità nazionale». Lo ha affermato Mazen, nel corso della cerimonia di inaugurazione della nuova sede della delegazione generale palestinese, ieri. Il presidente dell’Anp ha ricordato che, nel corso del mese, ci sarà un incontro molto importante a Il Cairo tra le diverse fazioni palestinesi dal quale si auspica che «uscirà un accordo» e che si possa «tornare alle urne» per dare la parola al popolo palestinese. Poi il leader palestinese a capo della cosiddetta fazione laica, che si con-

È

trappone ai fondamentalisti di Hamas, è giunto a Palazzo Chigi. Al termine colloquio con il premier Berlusconi, Abu Mazen ha ringraziato il primo ministro italiano per «essere stato il primo» a proporre un piano Marshall per il rilancio dell’economia nei Territori. «È stato il primo a proporre questo progetto, e credo che presto arriverà il momento di dare applicazione a questo grande piano». Secondo il leader arabo, si tratta di un’iniziativa che «ha un’importanza enorme per i palestinesi, perché darà al nostro popolo e alla nostra regione prosperità e benessere». Abu Mazen ha quindi ringraziato il governo italiano «per il sostegno garantito ai palestinesi, sia sul piano bilaterale sia nell’ambito dell’Ue».

Il presidente dell’Anp «è reduce dall’incontro che ha avuto negli Stati Uniti con il presidente Obama e il primo ministro israeliano Nethanyau. «Tutti facciamo il tifo perché a partire da quell’incontro si possa riaprire il dialogo che possa portare al risultato finale di due Stati che vivono insieme in pace e in sicurezza», lo ha affermato il presidente del Consiglio italiano, al termine dell’incontro con Mahmud Abbas. Intanto dal fronte interno palestinese non arrivano buone notizie. Mahmud al-Zahar, uno dei fondatori del movimento Hamas, ha lanciato pesanti accuse contro il presidente dell’Autorità palestinese. Secondo il leader di Hamas, infatti, Abu Mazen, al potere dal 2005, sarebbe co-responsabile della decisione dell’Onu per lo slittamento del voto che avrebbe riconosciuto Israele responsabile di crimini di guerra nella Striscia di Gaza. Il cosiddetto Goldstone report, il documento in cui sarebbero contenuti tutte le violazioni dei diritti umani compiuti dagli israelieni nella striscia di Gaza. Le dichiarazioni del leader di Hamas non sono passate inosservate. Centinaia di persone sono scese in piazza a Ramallah e Gerusalemme.

Abu Mazen: «il piano Marshall, proposto dal governo italiano per primo, ha un’importanza enorme per i palestinesi»

confinata ai domiciliari, dopo una nuova condanna al termine di un processo duramente criticato dalla comunità internazionale. L’attività dei diritti umani era stata incriminata a seguito dell’incursione di un cittadino americano nella sua abitazione lo scorso maggio. La condanna a tre anni di reclusione è stata poi commutata in un anno e mezzo di arresti domiciliari. La sentenza è stata impugnata dalla difesa, ma il ricorso è stato bocciato in appello. La difesa attende ora di presentare il ricorso alla Corte suprema. Restano comunque molto scarse le possibilità di una sua scarcerazione prima del tempo, dato che non ha voluto ritrattare.

degli edifici crollati; le autorità temono lo scoppio di epidemie anche nei campi profughi, che ospitano decine di migliaia di sfollati. Sono più di 200mila le case e le strutture commerciali crollate. Elicotteri dell’esercito trasportano generi di prima necessità, cibo e acqua nelle zone più isolate; le operazioni di soccorso sono però ostacolate dalle abbondanti piogge, che cadono sull’isola da alcuni giorni. Il comando Usa del Pacifico ha inviato due C-17 dell’esercito carichi di aiuti e materiale per un ospedale da campo a Padang, capace di ospitare fino a 400 persone al giorno. Nel frattempo montano le polemiche sulla sicurezza degli edifici, molti dei quali sono stati costruiti senza seguire i criteri antisismici. Fra le strutture crollate vi sono centinaia di scuole, realizzate da impresari edili che mirano solo al guadagno a dispetto della sicurezza. I sismologi concordano che vi saranno altri terremoti a Padang dalla forza “distruttiva”, un evento che essi giudicano “inevitabile”. Nella provincia di East Java e a Bali la popolazione è terrorizzata dalle voci di un imminente sisma di magnitudo 8,8.


cultura

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Il personaggio. In esposizione a Peccioli (Pisa), dal 3 ottobre al 7 gennaio 2010, quaranta disegni della Estorick Collection of Modern Italian Art di Londra

Il demiurgo della pittura Il senso spirituale ed estetico dell’Arte fascista attraverso le opere (e la vita) di Mario Sironi di Mario Bernardi Guardi l Fascismo è stile di vi- tutti. Da fascista. Non come mi- anni fa, in occasione di una mota: è la vita stessa degli lioni di italiani e migliaia di in- stra nel Chiostro di Sant’AgostiItaliani. Nessuna for- tellettuali di alto rango o di mez- no a Pietrasanta. mula riuscirà mai a za tacca che “credettero, obbediesprimerlo compiutamente e rono e combatterono” finché il Gli vengono rinnovati oggi tanto meno a contenerlo. Del sole continuò a brillare “sui colli grazie ai quaranta disegni della pari, nessuna formula riuscirà fatali di Roma”. No, Sironi andò Estorick Collection of Modern mai ad esprimere e tanto meno avanti. Fu fascista nel dramma, Italian Art di Londra, in esposia contenere ciò che si intende nella tragedia, nella passione- zione a Peccioli (Pisa) dal 3 otqui per Arte Fascista, cioè a dire disperazione buia e feroce di tobre al 7 gennaio 2010 (“Mario un’arte che è l’espressione pla- Salò, in quelle notti e in quelle Sironi tra futurismo e metafisistica dello spirito Fascista. L’Ar- nebbie lungo-lago. Dopodiché ca”, Museo di Icone Russe “F: te Fascista si verrà delineando a ci fu la “damnatio memoriae”. Bigazzi”, Sala Consiliare del poco a poco, e come risultato Ma quanto poteva durare? Per- Palazzo Pretorio. Catalogo a della lunga fatica dei migliori. ché la grandezza è grandezza, cura di Roberta Cremoncini e Quello che fin d’ora si può e si non ce la fai a oscurarla o a sbri- Stefano Renzoni, Fondazione deve fare è sgomberare il pro- ciolarla, torna prepotentemente Piccioli-per Felici Editore). Nel blema che si pone agli artisti dai a proporsi e a imporsi, ti chiede suo saggio, Renzoni ci racconta molti equivoci che sussistono. ragione di processi sommari e un percorso in qualche modo Nello Stato Fascista l’arte viene di congiure del silenzio, e fasci- esemplare: dalla eredità del diad avere una funzione educatri- nosa e turbinosa riesplode. Così visionismo alle ebbrezze avance. Essa deve produrre l’etica è stato, “è” per Sironi. Chi si az- guardistiche del futurismo al del nostro tempo. Deve dare zarderebbe, oggi, a negargli un «ritorno ai valori costitutivi la unità di stile e grandezza di li- posto di primo piano nella cul- coscienza e l’immaginario nanee al vivere comune. L’arte co- tura italiana del sì tornerà ad essere quello che 900? Nessuno, fu nei suoi periodi più alti e in neppure tra i seno alle più alte civiltà: un per- più sinistri sinifetto strumento di governo spi- strati dell’ideoquelli rituale. La concezione indivi- logia, duale dell’“arte per l’arte” è su- che, a furia di perata. Deriva di qui una inquisire, proprofonda incompatibilità tra i fi- cessare ed epuni che l’Arte Fascista si propone rare, hanno lare tutte quelle forme d’arte che gamente pernascono dall’arbitrio, dalla sin- duto “il ben dell’intelletto”. Ma zionale». In Sironi, «falso futudall’estetica l’originalità e la potenza espres- rista e quasi metafisico», sono golarizzazione, particolare di un gruppo, di un siva del pittore sassarese hanno visibili, fin dagli inizi, la saldiscenacolo, di un’accademia. La tale evidenza che un po’ di sima «coscienza volumetrica», grande inquietudine che turba obiettività e di attenzione critica la volontà di «meditare sugli intuttora l’arte europea è il pro- residuale bastano e avanzano cunaboli della pittura classica dotto di epoche spirituali in de- per doverosi segni di riconosci- sia pure rivisitata e riletta attracomposizione. La pittura mo- mento. Gli furono tributati tre verso occhi moderni, la tensione volta al ricupederna, dopo anni e anni di ro dei «valori plaesercitazioni tecnicistiche stici» e degli e di minuziose introspezio«archetipi culni di fenomeni naturalistici turali». Così i di origine nordica, sente Mario Sironi nasce a Sassari nel 1885. Abpaesaggi uroggi il bisogno di una sintebandonati presto gli studi universitari, si bani, le città si spirituale superiore». dedica alla pittura, frequentando lo studio futuriste, le di Giacomo Balla a Roma. Sempre in queCosì Mario Sironi nel«solitudini» sto periodo incontra Severini e Boccioni. l’“incipit”del Manifesto delmetropolitaGrazie a quest’ultimo, fra il ’14 e il ’15 si acla pittura murale, firmato ne, i «solidi» costa al futurismo. Le prime opere che si nel paesaggio, anche da Massimo Campipossono dire di ispirazione futurista sono: gli, Carlo Carrà e Achille i cavalli, i cavalieAeroplano, Danzatrice, Arlecchino, L’atelier delle meFuni, e pubblicato su La ri, i ciclisti, le autoraviglie, L’elica, realizzate tra il 1915 e il 1916. Negli anColonna nel dicembre del mobili, le corazzani successivi si apre anche agli influssi della Metafisica, 1933. Si tratta, indubbiate, le centrali eletcome dimostra La lampada, del ’18. Stabilitosi a Milamente, di una dichiaraziotriche, i manichini, no, dal ’22 svolge attività di critico e di illustratore per ne di fede che, proprio perle donne, i nudi “Il Popolo d’Italia” e la “Rivista illustrata del Popolo ché tale, comporta una pieecc., insomma i ted’Italia”. Nel dicembre di quell’anno è tra i fondatori del na assunzione di responsami ricorrenti di gruppo dei “Sette pittori moderni”, poi rinominato “Nobilità. Di fronte alla storia, questi disegni, da vecento”. Nell’ultima fase della sua produzione ritorna alla cultura, a sé stessi. Ebuna parte costituialla pittura da cavalletto. Muore a Milano nel 1961. bene, Mario Sironi le sue scono una sorta di “responsabilità” se le prese trama figurativa

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Da un lato gli schizzi costituiscono una trama figurativa della Modernità, dall’altra esprimono il bisogno di rifondare la tradizione nazionale nel solido ancoraggio al passato

l’autore

della Modernità, dall’altra esprimono il bisogno di una rivoluzione capace di rifondare la tradizione nazionale nel solido ancoraggio al passato, dunque con un senso “alto”dell’Uomo, dello Stato, della Collettività. E, come abbiamo visto nel Manifesto sironiano, della missione civile dell’Arte, vista come sintesi spirituale superiore. Il Fascismo aveva questo obiettivo? Di sicuro Sironi ci credette con tutte le sue forze, attivando un insonne laboratorio sperimentale. Dove si toccava con mano l’amarezza del “vinto”, allorché Eric e Salome Estorick si recarono a far visita all’artista nel 1948, durante il loro viaggio di nozze. Lui americano, lei di famiglia russa sfuggita alle rivoluzione, entrambi di origine ebraica, entrambi alto-borghesi, colti e “liberal”, erano innamorati dell’arte e in particolare di quella italiana tra le due guerre. Ed Eric, sociologo, voleva «ricostruire la parabola artistica del maestro italiano attraverso i suoi disegni e i suoi scritti» (cfr.

il saggio di Roberta Cremoncini sul Catalogo cit.). È da questa “attenzione” che nascono la collezione Estorick e un rapporto di stima profonda.Tanto è vero che Eric curò l’allestimento di una personale del Maestro presso la St. George’s Gallery di Londra.

Una rivalsa per Sironi così isolato nel suo cupo pessimismo (in quello stesso ’48 morì suicida la giovanissima figlia Rossana, sconvolta dalla separazione dei genitori)? Di sicuro, la vita era diventata “agra” da quando, nell’aprile del ’45, l’artista, fermato da una brigata “garibaldina”, se l’era vista davvero brutta. Gli aveva salvato la vita il partigiano Gianni Rodari che lo conosceva. Ma l’angoscia per la “morte della Patria”e per il proprio destino personale era tanta. «Si è tutto rotto in questi mesi, tutto - scriveva-. Non sono rimaste che macerie e paura». E lui ne era sconvolto come uomo, come italiano e come pittore di grande coerenza stilistica. Il “suo” Novecento quello che emerge anche in questa bellissima raccolta di disegni - ce ne dà testimonianza. Abbiamo di fronte un artista che si confronta con le suggestioni del proprio tempo e vuo-


cultura

In queste pagine, alcuni dei quaranta disegni inediti di Mario Sironi (in basso a sinistra nella foto piccola), in mostra a Peccioli (Pisa), dal 3 ottobre 2009 al 7 gennaio 2010. Le opere esposte provengono dalla Estorick Collection of Modern Italian Art di Londra

le essere civilmente presente e operante. Il che comporta un impegno a “svolgere”l’attualità, recuperando ciò che è lontano e profondo. Ovvero la sostanza etica ed epica della Tradizione.

Vocazione celebrativa? Riesumazione e ricostruzione “monumentale”? Sì, ma basata su una convinzione salda. Sironi avverte come “dovere”quello di essere un artista “politico”. Meglio, che opera nel segno e nel senso della Grande Politica. I tratti caratteristici? Educazione alla Comunità e allo Stato. Come? Nel lavoro incessante, nel fecondo operare, nell’energia intellettuale e vitale che fanno riemergere archetipi, miti e riti, non in senso retorico e museale, però, ma dando ad essi una direzione nuova. L’hanno cercata, per vent’anni, i battaglieri ragazzi delle riviste fiorentine e delle avanguardie artistiche (cfr. Anni incendiari. 1909-1919: il decennio che sconvolse l’arte e il pensiero, la storia e la vita, a cura di Marcello Veneziani, Vallecchi). E il Fascismo l’ha trovata. Sironi “pittore di Regime”? Certo che lo è. Ma qui bisogna subito intendersi per non soccombere alla guerra delle parole che ambirebbero ad esser concetti e magari sentenze di

condanna. Sironi crede nel Fascismo e in Mussolini perché il Fascismo e Mussolini traducono in forme e norme la sua visione del mondo. Un’immagine forte, carica di echi e risonanze, una specie di nostalgia primordiale proiettata nel futuro. Immerso nel fervore di opere e giorni, Sironi guarda a tutto ciò che nel presente ha il sapore di rifondazione mitica. Ma che gli appare anche meravigliosamente “concreto”: i palazzi, i ponti, i viadotti, le paludi bonificate, le nuove città sono materia e forma del Regime. Un’illusoria “età dell’oro” che sprofonderà nella tragedia? Facile dirlo col senno di poi. Ma negli anni del consenso, quell’“oro” sembra la quotidianità. Sironi partecipa all’entusiasmo collettivo e in qualche modo plasma e interpreta quel che vede creare all’intorno, nello slancio di valori condivisi: l’Italia che sta diventando un Popolo e uno Stato. Grazie a una Rivoluzione i cui semi sono stati gettati dagli “interventisti della cultura” sui giornali, nelle piazze, in trincea. È a questo mondo di affetti e attese che Sironi appartiene. Nato a Sassari nel 1885 da padre lombardo e madre toscana, nel 1915, insieme a Marinetti, Boccioni, Russolo, Sant’Elia, ha fir-

mato il manifesto futurista L’orgoglio italiano. Sempre in quell’anno si è arruolato nel Battaglione Lombardo Ciclisti e Automobilisti, per combattere accanto alle“teste calde”che vedono nella guerra la grande occasione rivoluzionaria: di nuovo, Marinetti, Boccioni, Russolo, Sant’Elia, ed Erba e Funi. Nel frattempo ha collaborato come disegnatore alla rivista Gli Avvenimenti di Umberto Notari. E i suoi schizzi sulla guerra sono stati elogiati da Boccioni che ha

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ra, approda “naturalmente” al Fascismo (Giuseppe Prezzolini ha più volte ricordato che dal vivaio della Voce uscirono fascisti, antifascisti e afascisti come lui), per buona parte di essa avviene proprio questo. E se c’è la convinzione che tanto sia da costruire, Mussolini appare comunque l’uomo del “fare”. Più che mai a Sironi che nel ’21 inizia l’attività di illustratore del Popolo d’Italia, nel ’26 diventa responsabile di tutte le mostre del Gruppo del Novecento, affiancando Margherita Sarfatti, nel ’28 assume la critica d’arte del quotidiano mussolininiano, nel ’30 è direttore artistico della Triennale di Milano, nel ’32 al Palazzo delle Esposizioni di Ro-

lo Uccello, Masaccio) e avanguardia (futurismo, cubismo, pittura metafisica). Ed è un fascista probo, serio e austero, la cui attività, in perfetta linea con le dichiarazioni d’intenti, è sempre più rivolta alla realizzazione di opere murali per edifici pubblici (Università di Roma, 1935; Palazzo di Giustizia a Milano, 1936-1939; Università di Venezia, 1936-1937; Palazzo del Popolo d’Italia a Milano, 19381942). Un “uomo del sistema”? Un “intellettuale organico”? Sì, ma tenendo conto che il Fascismo non è realtà omogenea ma segnata da polemiche, personalismi, risse anche furibonde e perfino sullo stesso versante dei “duri e puri”: ad esempio, Sironi non piace al “ras” cremonese Roberto Farinacci, che riesce a farlo allontanare per qualche anno dalle pagine del Popolo d’Italia. Il fatto è che il nostro pittore non suona le fanfare della retorica, e la sua cifra scura, scabra, sofferta può disturbare chi vorrebbe un’arte di Stato tutta esibizione enfatica e gioiosa solarità. Il percorso della Rivoluzione è duro e accidentato e l’“uomo nuovo” affronta continue sfide.

E poi l’artista non può non “raccontarsi”, non può non mettere in quel che crea la sua idea della vita, e cioè che ogni conquista è partorita dal lavoro e dal dolore, e che ogni crescita è drammatica e traumatica. Forse proprio questo non poterono perdonare a Sironi i chierici infidi che servirono il Regime, diventando antifascisti nel preciso istante in cui lo videro in affanno: il sentimento “alto” della vita, la “profondità”degli accenti creativi, la vocazione a “servire” di chi, però, non è un servo furbastro e disonesto. E così Sironi fu crocefisso a una lunga “damnatio memoriae”, con tanto di episodi da Grande Fratello: il nome e l’opera banditi, o quasi, dai manuali di storia dell’arte per le scuole superiori, i suoi fasci littori scalpellati via dalle pitture murali, gli affreschi dell’Aula Magna dell’Università di Roma, dove l’artista aveva rappresentato una straordinaria allegoria delle Arti e delle Scienze, sottoposti a “revisione” in nome del “politicamente corretto”. Poi, lentamente, a piccole dosi, come par d’obbligo in una Italia ancora invischiata nella guerra civile, ecco quella Sironi-Renaissance di cui la mostra di Peccioli (il paese toscano da dieci anni agli onori delle cronache, e non solo nazionali, per aver trasformato un’emergenza in risorsa e in ricchezza, attraverso un’accorta politica di gestione e trasformazione dei rifiuti) dà significativa testimonianza con quaranta inediti, sequenze esemplari di una storia e di una poetica.

L’artista si confrontò con le suggestioni del tempo e volle essere civilmente presente. Di qui, l’impegno a “svolgere” l’attualità, recuperando il valore della Tradizione

scritto: «Ai piagnucolosi glorificatori di tutto ciò che viene dall’estero tendo a dichiarare qui che le illustrazioni del pittore Sironi superano per potenza plastica, per interesse drammatico e per spirito ironico, le più celebri e le più copiare illustrazioni di qualsiasi giornale o rivista europea o americana». Se è vero che non tutta la generazione che “ha fatto”le riviste fiorentine, le avanguardie, la guer-

ma lavora all’allestimento della Mostra della Rivoluzione Fascista, nel ’33 è di nuovo alla direzione artistica della Triennale. La quinta, definita «l’edizione regia», in quanto «fu la più grande mostra della pittura e scultura murale» (Corriere della Sera, 29 settembre 1975). Visto che pose a confronto diretto l’arte italiana moderna con i rappresentanti più illustri dell’arte mondiale, da Le Corbusier a Kandisky, da Klee a Gropius, da van der Rohe a Wright. Sironi, che ha lanciato il Manifesto già ricordato, è un protagonista del rinnovamento culturale, capace di esprimere al più alto livello di originalità creativa la sintesi tra tradizione (la cultura classica, Giotto, Pao-


cultura

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Ricerche. A Budapest, il III Congresso internazionale per giovani egittologi dedicato al commercio e all’economia ai tempi dei Faraoni

L’Egitto “trasloca” in Ungheria di Rossella Fabiani

BUDAPEST. L’Antico Egitto sbarca in Ungheria. Nella città di Budapest si è da poco concluso il “Terzo congresso internazionale per giovani egittologi”. Organizzato da András Hudecz e Máté Petrik, della Byblos Foundation, nelle aule dell’Università Eötvös Loránd di Budapest e nel museo di Belle Arti, il tema di quest’anno era “Commercio ed economia nell’Antico Egitto”. Durante i tre giorni del congresso, tutti i partecipanti hanno trattato la questione secondo un aspetto caratteristico: archeologia, storia, religione, lingua, letteratura, economia teoria, solo per citarne alcuni. Diversi studiosi sono intervenuti anche con rapporti e presentazioni di scavi e progetti che stanno portando avanti in Egitto. Gli atti del congresso saranno pubblicati entro l’anno. Sarà così possibile approfondire l’intervento di Manfred Bietak, professore di egittologia all’Università di Vienna e direttore dell’Istituto archeologico austriaco al Cairo; riflettere sulle provocazioni lanciate dal professore Jac. J. Janssen e da Ulrich Luft, professore di egittologia dell’Università Eötvös Loránd di Budapest; trarre ispirazione dai suggerimenti di László Török, professore dell’Istituto archeologico dell’Accademia di Scienze d’Ungheria, nonché uno dei massimi esperti di studi merotici; valutare le ipotesi di Edward Bleiberg, curatore d’arte egiziana, classica e antica del vicino Oriente al museo del Museo di Brooklyn e quelle di Ian Shaw, ricercatore in archeologia egiziana all’Università di Liverpool. Questi, però, sono i “baroni” degli studi egittologici. Mentre il congresso di Budapest ha lo scopo di mettere al centro i giovani egittologi e dare loro l’opportunità di farsi conoscere nel mondo accademico. Tutti i giovani congressisti, provenienti da ogni parte del mondo, sono regolarmente appartenenti a un’università, un centro di ricerca o un istituto. Tranne alcuni, provenienti dall’Italia. Triste constatazione. Ma tant’è. Ad aprire i lavori è stato Jac J. Janssen con la relazione incentrata su come gli antichi egiziani si guadagnavano da vivere a Deir el-Medina, il noto villaggio degli operai che lavoravano a Tell el Amarna, la città costruita nel deserto orientale da Akenaton, il faraone della rivoluzione monoteista che trasferì la capitale dell’impero faraonico da Tebe appunto a Tell el Amarna. Dopo di lui, una giovane docente giordana, Hanadah Tarawneh, che vive e lavora in Australia dove in-

segna accadico all’università di Sidney, è intervenuta sul tema dei doni, degli scambi e dei tributi citati nelle lettere di Amarna: un’interessante rilettura della corrispondenza intercorsa tra il faraone Akenaton e i regni del vicino Oriente. Merito della Tarawneh è stato quello di rileggere personalmente tutti i testi, scritti in geroglifico, accadico, assiro e babilonese, dandone una rilettura aggiornata e confronta-

esempi di vasi in pietra iscritti che testimoniano i contatti tra impero egiziano e quello persiano. Agnese Iob ha mostrato la circolazione di oggetti preziosi e di materiali in Egtto e tra Egitto e vicino Oriente, rivelando un panorama di manufatti estremamente ricco. Ma i prodotti venivano commerciati percorrendo piste, strade e rotte come ha descritto molto bene Elena Valtorta durante il suo speach, incentrato sulle rotte commerciali in Alto Egitto dalla preisto-

Durante i tre giorni di approfondimento, diversi studiosi sono intervenuti con rapporti e presentazioni di scavi. Gli atti del convegno saranno pubblicati entro l’anno ta con le recenti scoperte archeologiche. L’argentina Andrea Zingarelli ha invece trattato un argomento molto tecnico relativo al commercio e al “denaro”in Egitto durante il periodo Ramesside, mentre Ian Shaw ha affrontato il tema degli scambi commerciali durante l’Egitto achemenide analizzando alcuni vasi di travertino iscritti in quattro lingue, trascurando, in realtà, importanti

ria al periodo pre-dinastico. E come pure ha fatto Marcin Czarnowicz durante il suo intervento dedicato al sito di Tell elFarkha: importante centro di scambio nell’antichità, mentre Mariusz Jucha si è invece concentrato sulla necropoli di Tell el-Farkha e sui primi signori del delta del Nilo. Il Sito di Tell el-Farkha si sta infatti rivelando di cruciale importanza per capire la preistoria dell’Egitto e, soIn questa pagina, alcune immagini di siti e reperti archeologici dell’antico Egitto. Sulla terra dei faraoni, in particolare sulle sue attività economiche e commerciali, si è discusso al III Congresso internazionale per giovani egittologi, che si è appena concluso a Budapest

prattutto, i secoli che condussero alla lenta formazione dello stato unitario egiziano. Un gruppo di egittologi si è invece occupato di argomenti più legati alla produzione economica in ambito industriale e templare. Come Anna Hodgkinson che ha parlato di produzioni di massa durante il Nuovo Regno. Walter de Winter ha invece descritto l’economia templare egiziana nelle terre straniere di Canan e di Nubia ed Evgeniya Kokina si è cimentata in un ambito strettamente giuridico parlando di due documenti egiziani di diritto privato dell’Antico Regno così come ha fatto Kata Endreffy nel suo intervento sul ruolo della contrattazione con gli Dei nelle lettere demotiche e sulle preghiere giudiziarie greco-romane. Si è concentrata sulla classe sacerdotale invece Gabriella Dembitz durante il suo speach sull’iscrizione oracolare del gran sacerdote di Amon Menkheperrà nel tempio di Khonsu a Karnak. Birgit Schiller ha parlato dell’importanza delle tasse nel sistema politico egiziano, durante il Nuovo Regno.

Con una ricca documentazione iconografica Péter Antalffy ha invece affrontato il tema dei “doni” che gli Stati conquistati dal faraone dovevano annualmente al figlio del sole. Nello specifico Antalffy ha descritto i tributi che arrivano dalla Nubia: avorio, penne di struzzo, legno, oro, schiavi e animali. Manfred Bietak ha descritto i lavori che sta portando avanti nel sito di Tell el Daba (ad Avaris) dove l’università di Vienna ha rinvenuto il palazzo di Khyan, uno dei più grandi re Hyksos, e Máté Petrik ha parlato della presenza degli asiatici a el-Lahun, una località situata nella regione del Fayum, mentre Johanna Sigl ha proposto come argomento i prodotti alimentari e i beni di lusso che transitavano attraverso l’antica Syene, l’attuale Assuan.


cultura ono passati appena tre anni da quando Günter Grass, «sbucciando la cipolla» della sua biografia, ha deciso di fare i conti in pubblico con i rimorsi che lo hanno silenziosamente accompagnato lungo mezzo secolo di vita per essersi arruolato volontario nelle Waffen-SS. Questo esame di coscienza s’è rappreso nel 2006 in un memoriale straordinario: una vera e propria mise en abîme tematica e stilistica della sua storia di scrittore, che si è svolta tutta sotto il segno di quella iniziale rimozione e si direbbe quasi a suo risarcimento. Nella Camera oscura appena edita da Einaudi, dove il filo biografico abbandonato nel libro precedente agli anni ’50 si dipana fino a oggi, Grass sembra proporci invece un’operazione opposta. I disegni d’autore che intervallavano il suo penultimo parto, inquadrando la cipolla volta a volta sotto un’angolatura e con una «tunica» differenti, segnavano il riaprirsi progressivo di una ferita mal cicatrizzata; qui, al contrario, i ritratti della filiforme e fatata Mariechen che si contorce con la sua macchina fotografica Box segnano un’evasione nel desiderio, nel mito, nel vagheggiamento chiacchierone di un Sé in apparenza alla mano ma in realtà già interamente leggendario. Camera oscura si compone di nove capitoli di circa venti pagine, ciascuno dei quali rappresenta una seduta familiare in cui i figli dello scrittore - fratellastri avuti dalle varie donnemadri cui Grass ha affidato la propria tranquillità infantilmente sensuale - ricordano battibeccando la storia di una famiglia allargata e tuttavia sempre tenuta insieme dal Patriarca Affabulatore.

S

Ma come per schermare questa impudica celebrazione di un Autore troppo ingombrante, in primo piano viene posta invece l’eterea figura della sua infaticabile collaboratrice, una maga-musa-madrina che ha accompagnato la crescita di quasi tutti i fratellastri. Ecco come la sua funzione viene descritta brevemente nelle parole del «vecchio», che alla fine di ogni capitolo riassumono e mistificano il chiacchiericcio dei figli, suggerendo che in realtà siamo sempre davanti al suo compiaciuto ventriloquio: «Mariechen è una fotografa speciale», scrive Grass, «perché possiede una vecchia macchina a cassetta che si chiama Agfa-Box e che durante la

Libri. Con «Camera oscura» prosegue l’autobiografia di Günter Grass

Ritratto di famiglia (con scrittore) di Matteo Marchesini

Dopo il dolore e la memoria comune di «Sbucciando la cipolla», le passioni personali e la vita privata hanno la meglio sulla Storia guerra ha resistito a bombe, fuoco e danni causati dall’acqua, però da allora ha qualche rotella fuori posto e funziona come le pare, per cui vede tutto e fa delle foto assolutamente insolite (...) fotografa per me quello che mi serve o che desidero in segreto». È quindi attraverso la Box manovrata da questo androgino mucchietto d’ossa, forse morto in ospedale o forse

gini del futuro catturate dalla sua scatola: e smania, e bestemmia, e ne nega la visione agli altri come una strega che tema d’esser bruciata sul rogo. Al contrario, questo lare-reporter condivide spesso coi suoi protetti le doti “storiche” della Box, cioè la sua capacità d’impressionare la pellicola con strati temporali già trascorsi e maliziosamente sovrapposti: ecco Ma la storia riflessa dalla che da un gruppo familiare bormacchina è fatta soprattuto con ghese e novecentesco si levano i “se”. Oltre il visibile, Marie- aloni preistorici o premoderni, chen riesce infatti a sviluppare figli neanderthaliani che sveni sogni: a far comparire accanto trano il padre con le amigdale, a un ragazzino il campione del balivi e dame gotiche del Baltisuo cuore che gli annoda la co, vari di navi da guerra... Ed è sciarpa da tifoso al collo, o per- appunto qui che la Box si difino a dar coraggio a chi non ne chiara in modo fin troppo chiaha. Però la Box possiede anche ro come il feticistico correlativo doti premonitrici: è presaga e oggettivo della poetica di dunque inevitabilmente cupa, Grass: che è sempre stato un anzi diabolica. Non di rado, minuzioso indagatore della stoMariechen si ritrova a dover fa- ria monumentale e materiale, e re a pezzi le minacciose imma- che si è spesso cimentato col tentativo di sincronizzare le epoche più distanti in forma di parabola (si veda ad esempio Il Rombo). Però faremmo torto all’inventore dei tamburi di latta e degli animali dialettici, dei nani che decidono di non crescere e degli spaventapasQui accanto, Günter Grass seri alla Bosch, se e uno scorcio del Muro di Berlino. non aggiungessimo In alto, il Memoriale dell’Olocausto, subito che quella sempre nella capitale tedesca della Camera oscuvolato in cielo – tutto è incerto nella sua biografia, come in quella d’ogni dèa – che la Camera oscura di Grass accumula le istantanee di famiglia: l’orgoglio manuale di un figlio, il litigio con una moglie ballerina, la morte di un giovane intellettuale dell’est, la premonizione di un amore al Checkpoint Charlie.

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ra è appena il rovescio dozzinale o - se si vuol restare alla metafora - il negativo consunto delle grandi allegorie passate. E non a caso, mentre nei libri maggiori di Grass la Storia viene introiettata dall’uomo fin nella deformità del corpo, qui viceversa è l’interiorità più velleitaria dell’Io a esteriorizzarsi direttamente sulla lastra. Insomma: dopo aver sbucciato la cipolla, Grass la ricopre dei suoi strati e narcisisticamente l’accarezza. Tutto sommato, ci ricatta con le sue intramontabili doti di cuoco: per il quale l’artigianato letterario somiglia sempre a un gulasch gonfio di spezie o magari – per citare ancora dal libro – a un gran montone lardellato con lenticchie da cui colano innumerevoli gocce di calda vita e di bollente Storia.Tuttavia, qui la direzione di marcia è quella dell’Edificante: e l’obliquità con cui vi si giunge – cioè il chiacchiericcio delle voci filiali – irrita quasi a ogni pagina. Il disagio aumenta poi quando qualche erede, abbozzando il ritratto di un padre svagato, edipico e vorace come l’icona dell’Artista Qualunque, lascia cadere en passant qualche parola di spregio contro i critici che nel tempo hanno fatto le pulci a papà. Ecco un esempio particolarmente sgradevole: «proprio non so, nessuno di noi lo sa, come ci sia riuscito ogni volta: un bestseller dopo l’altro, a dispetto di quello che ci trovavano da ridire i pennivendoli». I pennivendoli! Qui il narcisismo, senza dubbio inaggirabile nelle opere di questo tipo, eppure perfettamente controllato e funzionale in Sbucciando la cipolla, perde ogni argine e significato letterario. Semmai, l’interesse dell’allegoria sta altrove, lontano dai dati biografici: ad esempio nel fatto che la magia di Mariechen non consiste soltanto nel mero soprannaturale, ma più sottilmente nella capacità di costringere il mezzo rappresentativo per eccellenza antigerarchico del ’900 (la pellicola che tutto raccoglie e nulla ordina) a custodire una memoria scelta, parziale, organizzata.

Da questo punto di vista, la fedele ispiratrice dello scrittore e dell’incisore Grass incarna senz’altro la redenzione di quel senso comunitario che l’ultimo secolo ha smarrito, e del quale i romanzi del Nostro hanno offerto sia implacabili referti autoptici sia generosi tentativi di recupero nella forma d’un riformismo ostinato e “fisiologico”, al tempo stesso grandioso e quotidiano. Così, più indulgentemente, vogliamo concludere osservando che la camera oscura di Mariechen rivela un cedimento agrodolce ma volutamente in minore a quell’utopia festosa che per Grass è solo l’altra faccia della malinconia.


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da ”Asharq Alawsat” del 07/10/2009

Un velo d’imbarazzo al Cairo no dei maggiori rappresentanti del clero islamico d’Egitto ha espresso l’intenzione di bandire l’uso del velo dall’Università di al Azhar. L’ateneo del Cairo è la principale istituzione scolastica del mondo sunnita. La notizia è stata riportata dalla stampa locale, lunedì scorso. Rappresentanti delle forze di sicurezza hanno confermato alla Associated Press di aver stilato ordini di servizio per impedire l’entrata nelle strutture scolastiche di al Azhar, di ragazze coperte dalla testa ai piedi; il divieto è valido anche nelle scuole inferiori ed elementari. E anche in molte foresterie studentesche della capitale. La fonte del ministero degli Interni, che ha parlato in forma anonima, assicura che il provvedimento è stato preso per motivi di sicurezza.

U

Le mosse sembrano partire da una campagna governativa per reprime le manifestazioni, sempre più evidenti, dell’ultrafondamentalismo islamico in Egitto. Mentre la stragrande maggioranza delle donne egiziane indossano il velo semplice, sono solo poche a usare il niqab, quello che lascia scoperti solo gli occhi, che è invece molto comune nella vicina Arabia Saudita, dove è preponderante l’islam wahabita. Una tendenza che sembra guadagnare terreno anche nel Paese arabo più popoloso dell’islam. Non ci sono pareri concordi nel mondo islamico sulla necessità di indossare un velo che copra completamente il viso delle donne. Ma l’origine dell’usanza è tribale, viene dalle comunità nomadi preislamiche che abitavano il deserto arabo. L’iman di al Azhar, Mohammad Sayyed Tantawi è quindi venuto allo scoperto, quando durante una visita in classe, ha chiesto a una studentessa delle scuole medie di togliersi il niqab. Tantawi stava ispezio-

nando gli istituti, all’inizio dell’anno scolastico, per verificare le misure preventive contro il diffondersi della febbre suina.Tantawi si sarebbe rivolto alla ragazza con astio, affermando che «il niqab non ha nulla a che fare con l’islam, ma è solo un’usanza», facendoglielo poi togliere, secondo quanto riportato dal quotidiano Al-Masry AlYoum. Ha poi annunciato che avrebbe emesso un’ordinanza con cui vietare l’uso del velo integrale. «Il niqab non ha nulla a che fare con l’islam… io ne so più di religione di voi e dei vostri genitori» si dice abbia risposto agli studenti. Tantawi ha lasciato il Cairo, domenica sera, per una visita in Tagikistan, per cui non è stato possibile aver un suo commento sull’episodio. Tuttavia, Abdel Moati Bayoumi, uno studioso di al-Azhar, del centro di ricerca dell’Università, ha detto che tutti i professori avrebbero sostenuto Tantawi se avesse avuto problemi nel far eseguire l’ordinanza. «Siamo tutti d’accordo che il niqab non è un obbligo religioso», ha detto Bayoumi. «I talebani costringono le donne a indossare il velo integrale ... e il fenomeno si sta diffondendo» il problema deve essere affrontato. E ha aggiunto: «è arrivato il tempo d’agire».

I critici verso la decisione, però, dicono che il divieto ha poche possibilità di essere attuato. Una precedente direttiva del ministro degli Affari religiosi per vietare alle donne che pregavano nelle moschee di indossare il velo, è stato duramente contestato. Il divieto di indossare il velo integrale

per le infermiere è stato annunciato l’anno scorso, ma mai applicato. A una ricercatrice che indossava il niqab fu impedito di utilizzare la biblioteca, presso l’Università americana del Cairo, nel 2001. Il suo caso arrivò davanti alla Corte Suprema l’Egitto, finendo per vincere la causa. Il giudice ha stabilito che il divieto totale di indossare il niqab è incostituzionale.

Il magistrato ha raccomandato che le donne che indossano il velo integrale debbano rendersi visibili in volto alle guardie di sicurezza di sesso femminile, per la verifica della loro identità. Sabato scorso, decine di studentesse universitarie hanno protestato davanti al collegio di Azhar, per chiedere l’abrogazione della decisione presa dall’iman Tantawi. Ci sono state manifestazioni simili all’Università del Cairo.

L’IMMAGINE

Investire in fonti energetiche alternative anziché programmare centrali nucleari Investire in energie rinnovabili ha effetti benefici in questa fase di crisi economica. Uno studio del Cer (Centro Europa ricerche) dimostra che raggiungere il 17% di energia prodotta da fonti rinnovabili porta ad un aumento di 6 punti del Pil, oltre ad avere un effetto positivo per l’ambiente, con la riduzione del 16% delle emissioni di gas serra. Michael McElroy, della Harvard University ha effettuato studi sulla energia prodotta dal vento. Il ricercatore ha calcolato che pale eoliche istallate negli Usa, in aree non urbane e non forestali, potrebbero produrre energia elettrica pari a 40 volte il consumo mondiale di elettricità. Secondo i suoi calcoli occorre una rete di pale da 2,5 megaWatt di potenza utilizzabili anche per il 20% della capacità operativa. L’Italia si è impegnata a raggiungere, nel 2020 il 17% di energia da fonti rinnovabili. Quale migliore occasione per investire in fonti energetiche alternative? Invece, si programmano centrali nucleari che, se va bene, saranno pronte tra 15 anni.

Lettera firmata

COSTANZA Hanno tanto criticato l’istituzione del maestro unico ma adesso sono in tanti a ritenere che oggi serve conoscenza, comunicazione e anche un po’ di affezione. L’insegnamento del libro Cuore doveva far capire a chi rispetta la psicologia infantile, che la scuola rappresenta una sorta di seconda famiglia, dove la presenza “paterna” di un istitutore ha determinati requisiti: severità mista a umanità, serietà e professionalità, ma soprattutto costanza della sua presenza.

Bruna Rosso

LA PASTA CON IL SUGO ELIMINA I RADICALI LIBERI Condire la pasta con abbondante sugo rosso fa bene alla salute. Gli effetti benefici del sugo sono dovuti al licopene, una sostanza conte-

nuta nel pomodoro, al quale dà il colore rosso, e che ha la proprietà di cedere elettroni ai radicali liberi che si formano nel nostro organismo, che hanno un ruolo attivo nella formazione delle cellule cancerogene. Il licopene svolge un’azione anticancerogena ed ha un attività superiore ad altre sostanze con effetto antiossidante, quali il betacarotene e il tocoferolo. Più il colore è rosso, maggiore è la quantità di licopene e la bollitura del sugo non ne altera le proprietà.

P. M.

GINO GIUGNI Se ne è andato un altro teorico del lavoro, onesto e rispettoso delle posizioni altrui, esempio di ciò che molti dovrebbero intraprendere per cambiare la società: Gino Giugni, considerato il padre dello Sta-

Doppiamente fragile Sopravvivere sarà una vera sfida per questa candida tartarughina (Chelonia mydas), temporanea ospite in un centro veterinario dell’isola di Khram, in Thailandia. E non solo per il suo candore di albina che la rende immediatamente visibile ai predatori, ma anche perché appartiene a una specie ad alto rischio di estinzione

tuto dei lavoratori. Il suo insegnamento è fondamentale, tipico di chi ha dovuto pagare per questo il ticket imposto dalle Brigate Rosse, ma soprattutto dal suo mondo che lo vedeva come utopistico riformatore dei meandri più complicati della società. Se la sua ispirazione è quella di spirito anglosassone, ciò vuol dire che una

mancanza del nostro Paese è forse quella di considerare tale essenza come avulsa dalle tradizioni e dalle potenzialità che l’Italia deve o può esprimere. Il mondo anglosassone, invece, è alla base di quel liberalismo che in Italia è difficile introdurre. È anche alla base di un vecchio conservatorismo che non ha disdegnato essere vicino alle

classi meno abbienti, proprio attraverso le grandi riforme. Peccato che personalità come Gino Giugni debbano essere viste come alberi propulsivi di idee, che con i suoi rami sono arrivati a considerare anche, come plusvalenza, il prezioso apporto che la destra può dare al mondo del lavoro.

Br


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Che importa l’avvenire! Dovremo trattenerci: sarà difficilissimo per me non abbracciarti davanti a tutti. Andremo in qualche albergo tranquillo. Saremo soli, indipendenti! Saranno dei bei minuti, ancora, sai. Che importa l’avvenire! Chissà se ce ne sarà uno? Chissà se sorgerà il domani? Non ho ancora ricevuto la spedizione di Fidia, annunciatami da lui e da te. Hai voluto prima di tutto metterci la tua statuetta. Ma non avrei nessun posto segreto in cui nasconderla. Ho già tante cose tue che potrebbe nascere qualche sospetto. La minima battuta a questo proposito mi ferirebbe a sangue e forse mi farei scoprire! Il tuo ritratto è là, vicino a me, a tre passi davanti al mio sguardo. Ho riso stamane al racconto del tuo dialogo con Fidia su Marin e il suo modello. È mai possibile che quel che il nostro amico ti ha detto su quella persona abbia potuto causarti un attimo di sospetto? Bisogna proprio essere te per avere idee simili. Gelosia, ora, e di chi? Di quella? Avrei proprio voluto esser là per vedere la tua faccia e farti ridere a tua volta su te stessa. Prima di tutto quella donna è orrenda: non ha dalla sua che un gran cinismo, pieno di ingenuità, che mi ha molto divertito.Vi ho visto l’espansione delle furie della natura, spettacolo bello a vedersi. Gustave Flaubert a Louise Colet

ACCADDE OGGI

STRAGE DI STATO NEL MESSINESE Si è verificata l’ennesima catastrofestrage. E assistiamo alla solita farsa dei politici fatta di costernazione e alle solite frasi di circostanza. Intanto poi tutto torna come prima, speculazioni edilizie, appalti poco chiari. La RdB Vigili del Fuoco denuncia ormai da decenni che l’Italia è il paese delle catastrofi annunciate e denuncia lo stato in cui versa il Paese e i soccorritori Vigili del fuoco che non possono svolgere il proprio a lavoro causa delle poche risorse stanziate. Nella zona di Messina eravamo intervenuti già da tempo prima per dissesti, poi per incendi di boschi e ora di nuovo con alluvioni. Abbiamo presentato proposte di legge per far sì che il Cnvvf sia realmente la colonna portante di una nuova e moderna protezione civile. E in particolar modo possa svolgere tutta quella pratica di prevenzione del territorio necessaria ad evitare nuove catastrofi. A che serve denunciare la mappatura delle aree colpite da alluvioni oppure quelle da incendi se dopo nessun ministero ha soldi per le attività successive. E qui potremmo aprire il capitolo delle privatizzazioni di tutti servizi e la svendita della pubblica amministrazione. In questo “Belpaese” si preferisce non investire in prevenzione, anzi sembrerebbe che più catastrofi e emergenze ci sono, meglio è. La RdB Vvf ritiene sia un problema soprattutto culturale e continuerà nell’opera di sensibilizzazione affinché in Italia gli investimenti vengano dirottati su queste priorità. Pur sapendo che al momento sarà dif-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Stefano Zaccagnini (grafica)

8 ottobre 1956 Don Larsen, pitcher dei New York Yankees compie il primo gioco perfetto ndelle World Series 1967 Che Guevara e i suoi uomini vengono catturati in Bolivia 1968 Guerra del Vietnam: operazione Sealords - Forze statunitensi e sudvietnamite lanciano una nuova operazione nel delta del Mekong 1982 Il governo polacco mette al bando Solidarnosc 1985 Durante il dirottamento della nave Achille Lauro viene ucciso l’americano Leon Klinghoffer 1990 Conflitto israelo-palestinese: a Gerusalemme, la polizia israeliana uccide 17 palestinesi e ne ferisce oltre 100 1991 Il Parlamento croato taglia gli ultimi legami con la Jugoslavia 1998 Inaugurazione dell’aeroporto di Oslo Gardermoen 2000 Michael Schumacher su Ferrari vince il Gran Premio del Giappone 2003 Tornado di intensità F1 sulla scala Fujita sul litorale di Pesaro

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

ficile vedendo come i soldi degli italiani vengono usati dalla politica. Mentre per i soccorritori si organizzano marce militari “per apparire” invece di concentrarsi sulla formazione e le specializzazioni. In tutte queste stragi i primi soccorritori sono sempre i Vigili del fuoco, e a queste stragi, dagli omicidi sul lavoro (volgarmente chiamate morti bianche), alla natura che si ribella, purtroppo assistiamo impotenti quasi quotidianamente.

Maccarino Giovanni

CONTROLLARE, CONTROLLARE, CONTROLLARE Al ritorno dalle vacanze, invece di una improbabile dieta, visto che tutti siamo dimagriti, meglio prepararsi per alcune questioni comunque onerose. Sono molti infatti i cittadini che, tornati dalle vacanze, si trovano a dover pagare conti salatissimi per utilizzo di accessi dsl (adsl in italiano) per l’utilizzo di key (chiavi modem vendute in quantità enorme) anche dall’estero o di persone che denunciano il subentro di terzi sconosciuti nell’utilizzo del traffico. Controllare sempre il traffico della propria sim chiamando gli appositi numeri. Controllare anche di essere sempre il titolare. Non collegarsi mai ad internet con una “chiavetta” senza avere comprato un abbonamento a tempo o a volume. In caso ci si accorga del danno informare subito la compagnia telefonica. In caso di pretese assurde del gestore, significare con scritto e raccomandata il disagio e l’impossibilità.

UDC: PER L’ORA DI RELIGIONE “CATTOLICA” NELLA SCUOLA PUBBLICA L’Udc di Basilicata, da sempre impegnata a sostenere le politiche sociali eticamente sensibili, rilancia la necessità di riportare nelle scuole di ogni ordine e grado l’insegnamento della religione cattolica (fatti salvi i diritti delle altre confessioni). La vasta platea degli Stati Generali dell’Udc, che hanno partecipato al convegno di Chianciano, rappresenta il contesto più autorevole per discutere di un tema educativo, essenziale per la crescita della persona. Di fronte a società sempre più globalizzate e interetniche e ai rischi di sincretismi e confusioni, l’Udc pone dei paletti attorno all’ora di religione che non può essere trasformata in un insegnamento generico di cultura religiosa o di etica e deve mantenere il suo carattere confessionale e godere dello stesso status, in quanto a sistematicità e rigore, delle altre discipline scolastiche. Nell’ora di religione si insegna la religione cattolica. Il Vaticano ribadisce, dal suo punto di vista, il valore didattico dell’ora di religione, cioè il suo status di materia scolastica a tutti gli effetti. Il rispetto della libertà religiosa, che vale per tutti, esige la possibilità di offrire agli alunni nelle scuole pubbliche e private un’educazione religiosa coerente con la loro fede cattolica, come raccomanda la Santa Sede. La Chiesa, inoltre, stigmatizza le «nuove regolamentazioni civili, che tendono a introdurre un insegnamento del fatto religioso di natura multiconfessionale o di etica e cultura religiosa, anche in contrasto con le scelte e l’indirizzo educativo che i genitori e la Chiesa intendono dare alla formazione dei giovani». Visto che lo Stato non può imporre una religione, il Vaticano chiarisce che «spetta alla Chiesa stabilire i contenuti autentici dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola, che garantisce, di fronte ai genitori e agli stessi alunni l’autenticità dell’insegnamento che si trasmette come cattolico». L’Udc ritiene anche opportuno che l’insegnamento religioso scolastico appaia come disciplina scolastica, con la stessa esigenza di sistematicità e rigore che hanno le altre discipline. Gaetano Fierro P R E S I D E N T E CI R C O L I LI B E R A L BA S I L I C A T A

APPUNTAMENTI OTTOBRE 2009 DOMANI, ORE 16, MUSEO CITTÀ DI BETTONA Omaggio a Renzo Foa. VENERDÌ 16, ORE 15, TORINO PALAZZO DI CITTÀ - SALA DELLE COLONNE “Verso la Costituente di Centro per l’Italia di domani”. Intervengono: Ferdinando Adornato, coordinamento nazionale Unione di Centro, e Gianni Maria Ferraris, consigliere comunale e coordinatore regionale Circoli liberal. VINCENZO INVERSO, SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

Chiara

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

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Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


PAGINAVENTIQUATTRO Scienze. Premiati Ramakrishnan, Steitz e Yonath per i loro studi sui ribosomi, decisivi contro i batteri

Chimica, Nobel ai pronipoti di di Francesco Lo Dico opo i premi già assegnati alla Medicina e alla Fisica, la Reale Accademia ha insignito ieri con il Nobel per la Chimica gli scienziati Venkatraman Ramakrishnan, del Laboratorio britannico di Biologia molecolare di Cambridge, Thomas A. Steitz, dell’università americana di Yale e Ada E. Yonath, del Weizmann Institute of Science di Rehovot, in Israele.

D

Al centro dei loro studi i ribosomi, organuli cellulari capaci fabbricare le proteine, traducendo le istruzioni presenti nel Dna. Un’attività che, ricorda l’Accademia svedese, è cruciale in tutti gli organismi viventi. Per usare una metafora poliziesca, i tre chimici hanno ricostruito il passaggio di informazioni che attraverso una fitta rete di corrieri porta alla codifica di messaggi variegati in azioni vitali concrete. È come se il Dna, insomma, fosse un distributore automatico di pizzini, che senza l’opera di decriptazione dei ribosomi, resterebbero lettera morta. Come veri e propri esperti di intelligence, i ribosomi traducono le ermetiche volontà del capo (il dna) in precise istruzioni. Un’opera di sintesi che ha come risultato la fabbricazione delle proteine: ad esempio l’emoglobina, gli anticorpi che proteggono il sistema immunitario, il collagene per la pelle, l’insulina. Come pignoli detective che pedinano i loro indagati per mesi e mesi, Ramakrishnan, Steitz e Yonath hanno dapprima individuato i ribosomi, dandogli un volto e delle generalità precise, e poi ne hanno studiato abitudini, competenze e attività al fine di comprenderne le funzioni. Un’investigazione paziente, che pezzo dopo pezzo ha permesso ai tre di definire un enorme puzzle fatto di centinaia di migliaia di pezzi. Ciascun ribosoma è stato cioé catalogato e analizzato, e collocato in un quadro generale che ne spiega per intero l’attività. La mappatura dei ribosomi è stata resa possibile dall’X-Ray Cristallography, la cristallografia a raggi X impiegata con successo nell’analisi del Dna. Ma quali ricadute pratiche ha sulla scienza, questa titanica investigazione? Detto in soldoni, di schiacciare le sempre più agguerrite orde di batteri, repsonsabili di piacevolezze come il colera, la peste e la lebbra. La minuziosa conoscenza dei ribosomi, e quindi delle preziose istruzioni che portano alla formazione delle proteine, ha permesso la realizzazione di antibiotici sempre più efficienti nel contrastare la proliferazione batterica. La mappatura realizzata da Ramakrishnan, Steitz e Yonath, riveste cioé un’importanza straordinaria nel mostrare come determinati antibiotici influiscono sui ribosomi, e nel determinare quali processi proteici debbano essere inibiti affinché il batterio possa essere privato del suo necessario alimento, e perciò annientato. I modelli creati dai tre ricercatori, sottolinea la commissione svedese, «sono ora usati dagli scienziati per sviluppare nuovi antibiotici che possano aiutare direttamente a salvare la vita e a combattere le sofferenze umane». Merito non indifferente, quello dei tre pronipoti di Fleming. celebre padre della penicillina antibiotica. La prima, Ada Yonath, è nata sessant’anni fa a Gerusalemme in una famiglia non proprio

Qui sopra, a sinistra, Venkatraman Ramakrishnan e Thomas A. Steitz. A fianco, Ada Yonath

FLEMING La mappatura realizzata dai tre scienziati riveste un’importanza straordinaria nel mostrare come determinati antibiotici influiscono sui ribosomi, e nel determinare quali processi proteici debbano essere inibiti per debellare i batteri agiata, e oggi dirige il Centro per la stuttura biomolecolare dell’Istituto scientifico Weizmann di Rehovot.

Non nuova a riconoscimenti prestigiosi, aveva vinto nel 2006 il premio Wolf per la chimica e l’anno scorso quello L’Oreal-Unesco per gli studi da lei dedicati alla resistenza dei batteri agli antibiotici. Da vent’anni attiva nel settore della biosintesi proteica, suscitò agli inizi delle sue ricerche il grande scetticismo di molti ambienti scientifici. E oggi, insieme alle colleghe Elizabeth Blackburn e Carol Greider, incoronate del Nobel per la Medicina, regala alla ricerca al femminile un altro prezioso riconoscimento. Quasi sessantenne anche Thomas A. Steitz, dottorato ad Harvard nel 1966 e ora professore di biofisica molecolare e biochimica a Yale. Indiano, ma cittadino americano, Venkatraman Ramakrishnan è nato nel 1952 a Chi-

dambaram, nello Stato indiano del Tamil. Lavora presso il laboratorio di biologia molecolare del Medical Research Council di Cambridge, in Inghilterrra. Lo stesso che, per intenderci, vide James Watson e Francis Crick scoprire la struttura a doppia elica del Dna. Anche quest’anno, insomma i premi Nobel per la Chimica pongono al centro dell’attenzione gli studi sulle proteine, che l’anno scorso erano valsi il Nobel agli statunitensi Osamu Shimomura, Martin Chalfie e Y. Tsien, per la scoperta e lo sviluppo della Gfp, la cosiddetta proteina verde fluorescente.

I premi assegnati a Steitz, Ramakrishnan e Yonath completano il palmarès scientifico di Stoccolma per questa edizione 2009, che ha visto premiato il trio Charles K. Kao, Willard S. Boyle e George E. Smith per la Fisica e Blackburn, Greider e Szostack per la Medicina. Oggi sarà la volta della Letteratura, mentre venerdì verrà annunciato il vincitore del Nobel per la Pace. Appuntamento il 12 ottobre, per quanto riguarda l’Economia. I vincitori verranno premiati il 10 dicembre, in occasione dell’anniversario della morte di Alfred Nobel.

2009_10_08  

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