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ISSN 1827-8817 91007

Nella maggior parte

di e h c a n cro

degli uomini, l’amore per la giustizia non è altro che il timore di patire l’ingiustizia

9 771827 881004

François De La Rochefoucauld di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 7 OTTOBRE 2009

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Attesa per oggi la decisione sullo scudo protettivo del premier. E intanto l’Italia continua a dividersi in tifoserie

Calma, non è l’Armageddon Il ”partito trasversale degli agitati” (dal Pdl a Di Pietro) trasforma una dovuta delibera della Corte sul Lodo Alfano in una sorta di giudizio di Dio. E poi vogliono un Paese normale... VOCI DI UNA BOCCIATURA A METÀ

di Giancristiano Desiderio

La Consulta verso un compromesso? di Marco Palombi La decisione della Consulta sul Lodo Alfano è attesa per questa mattina, ma già si parla di una soluzione di mezzo: una bocciatura parziale che comunque non riapra i diversi processi che vedono interessato Silvio Berlusconi. a pagina 2

IL PARERE DI PIERO ALBERTO CAPOTOSTI

«Vi spiego qual è l’errore di Pecorella» di Franco Insardà «Secondo la Costituzione, nel nostro ordinamento il premier è primus inter pares, non primus super pares». Così l’ex presidente della Consulta Piero Alberto Capotosti commenta la linea di difesa di Gaetano Pecorella. a pagina 4

ROMA. Sulla testa della povera Italia cioè di tutti noi - pende la spada di Damocle della sentenza della Corte costituzionale: il lodo Alfano sarà giudicato legittimo o illegittimo o parzialmente legittimo? Il mondo politico non parla d’altro, come se i destini d’Italia, le soluzioni alla crisi economica, l’abolizione delle province, la riforma delle pensioni e del welfare... tutto, insomma, dipendesse dalla costituzionalità o meno di una legge. In attesa di questa decisione, l’Italia è “tra color che son sospesi” perché si aspetta di sapere quale sarà il destino del governo Berlusconi. Ma come - viene da chiedersi, e non è proprio quel che si dice una domanda retorica - il destino dell’esecutivo non è nelle mani della (vasta) maggioranza parlamentare e politica che lo sostiene? Certo. Dunque, perché il giudizio della Corte sulla legge che blocca i processi per le quattro più alte cariche dello Stato è così decisivo?

LE PRIME CREPE NELLA MAGGIORANZA

A TRE ANNI DALL’OMICIDIO Il racconto del colloquio radiofonico inedito con la Politkovskaja che, probabilmente, le è costato la vita

L’ultima intervista di Anna

I fedelissimi di Fini contro la piazza

Grandi manovre in Europa per modificare gli assetti politici

Gli intrighi di Bruxelles

di Riccardo Paradisi Dopo l’annuncio della manifestazione popolare a difesa del premier, arrivano i primi distinguo nella maggioranza: due autorevoli esponenti del pensiero finiano, Flavia Perina e Alessandro Campi frenano: «È un errore». a pagina 5

L’Italia vuole l’Eurogruppo; Blair cerca la presidenza di Alvise Armellini

BRUXELLES. La resistibile ascesa di Anthony Charles Lynton Blair. Potrebbe essere questo il titolo della commedia in corso a Bruxelles sul “totonomine” delle istituzioni europee. L’ex premier Uk è al momento la figura più accreditata per l’incarico più prestigioso, la presidenza stabile del Consiglio dell’Ue creata da quel Trattato di Lisbona che ha appena superato le forche caudine irlandesi. Blair ha infatti un profilo internazionale di tutto rispetto, e secondo molti potrebbe permettere ai Ventisette di parlare davvero a testa alta di fronte a Cina, Stati Uniti e Russia. Ma al tempo stesso è stato uno dei principali sponsor della guerra in Iraq, che nel

TENSIONE IN REDAZIONE AL TG1

Comincia l’assedio di Fort Minzolini di Massimo Fazzi Sono finiti i tempi delle prese di distanza dal potere. Ora si litiga su quale potere si deve servire meglio. E se la Rai è specchio del Paese, il suo telegiornale di punta è la cartina di tornasole degli equilibri politici. a pagina 6 se1,00 gue a (10,00 pagina 9CON EURO

alle pagine 12 e 13

segue a pagina 2

I QUADERNI)

• ANNO XIV •

NUMERO

198 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

2003 mandò in frantumi la politica estera comune dell’Ue, ed è inviso ai Paesi più piccoli che temono di essere schiacciati da un rappresentante dell’asse franco-tedesco-britannico. E la prospettiva di conferire la carica più alta dell’Unione allo Stato membro più euroscettico, che si è tenuto fuori dall’area Schengen nonché dalla zona euro, e che tanto ha tribolato per l’opt out dalla Carta dei diritti fondamentali, sta sollevando più di qualche perplessità. a pagina 8 IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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La guerra dei Lodi/1. Vediamo come, nelle ultime settimane, il ”partito trasversale degli agitati” è riuscito a bloccare l’Italia

Il giorno del giudizio

Il Paese in preda all’isteria è ormai ingessato: come se la dovuta decisione della Consulta sul Lodo Alfano fosse una ”soluzione finale” di Giancristiano Desiderio segue dalla prima Un governo la cui esistenza o la cui salute sono legate a un “se” non è un governo debole in sé? Davvero si può pensare o dare a intendere che il governo entra in crisi se la Corte costituzionale giudica incostituzionale il lodo Alfano e non, invece, perché la crisi è interna alla forza politica espressa (male) dalla maggioranza? I governi entrano in crisi e cadono sempre per fattori interni e non esterni. A questa regola madre non sfugge di certo il governo Berlusconi e il premier farebbe bene a fare l’unica cosa che può fare sia che il “se” sarà negativo sia che sarà positivo: governare. Altra strada non c’è. Ecco un rapido memorandum.

Facciamo la prima ipotesi: il giudizio della Corte è per la incostituzionalità (nel 2004 fu bocciato il lodo Schifani). La situazione che si viene a creare non è nuova. Tutt’altro: è arcinota. Talmente nota che quando il governo Berlusconi nacque, un anno fa, già la si conosceva per filo e per segno. Eppure, il governo fu varato perché, evidentemente, il Pdl e la Lega pensavano che avesse tut-

te le carte politiche in regola per governare e lavorare. Certo, il pensiero corse anche ai problemi e ai fastidi giudiziari del presidente del Consiglio a cui ci si preparava a dare la fiducia, ma furono agilmente superati perché si pensò di porvi rimedio o con il lodo Alfano -

La decisione dovrebbe arrivare oggi; e si rincorrono le voci a proposito di una mediazione

Bocciatura parziale: la Corte verso una soluzione di mezzo? di Marco Palombi

ROMA. Contrordine. Niente più golpe, niente elezioni anticipate, è tutto a posto, il governo durerà cinque anni, al massimo al massimo si potrebbe dover tornare in Parlamento per dare, se richiesta dalla Consulta, una sistematina al Lodo Alfano (parole, non casuali, di Denis Verdini). La notte porta consiglio, si sa, e il centrodestra ieri mattina s’è svegliato in un Paese in cui i golpisti non esistono più, lo spettro del ’94 è un’espressione senza significato e pure le manifestazioni di piazza a sostegno del governo non sembrano più tanto una buona idea. Il fatto è che non solo Gianfranco Fini ha chiarito che non è disponibile a governi tecnici, ma la Corte Costituzionale, chiamata a decidere sulla legittimità della sospensione dei processi per quattro alte cariche istituzionali, sembra adesso un luogo non ostile per i berlusconiani. Ne sia testimonianza l’espressione sconsolata di Alessandro Pace, presidente dei costituzionalisti italiani e rappresentante della Procura di Milano nel procedimento sul Lodo Alfano, ieri all’uscita dal palazzo della Consulta: «Sono pessimista. Ci sono spiragli che inducono a ritenere che la Corte voglia prendere un indirizzo diverso da quello che nel 2004 annullò il lodo Schifani». Non fosse chiaro: «Questa è una legge ad personam… Qualche anno fa sarebbe bastato questo per farla annullare». La prima decisione presa dai giudici, infatti, è stata quella di escludere dall’udienza pubblica la “voce” dei pm che avevano sollevato l’eccezione di costituzionalità, cioè proprio l’avvocato Pace. Le sentenze, dice invece un “ottimista” Gaetano Pecorella, «sono sempre impreviste e imprevedibili», ma comunque la Corte sceglierà «in base a principi tecnici, non politici».

Corte è infatti profondamente divisa al suo interno e la soluzione di compromesso potrebbe essere – semplificando - una bocciatura parziale del Lodo che il governo correggerebbe attraverso un decreto o un disegno di legge (nel caso la sentenza, in modo peraltro irrituale, concedesse alla maggioranza anche il tempo necessario per le modifiche). La geografia della Consulta è stata auscultata dalle parti in campo e l’arbitro della partita – spiega un consigliere del premier – è il Quirinale: i voti davvero ballerini sarebbero tre e l’orientamento “pacificatore” adottato sul colle più alto li starebbe appunto spingendo ad una soluzione di compromesso. «Sentenza additiva o bocciatura parziale a noi va bene – è la conclusione - basta che non riprendano i processi». L’udienza in sé non ha riservato sorprese. Oltre al giudice Franco Gallo, che ha riassunto le motivazioni delle Procure, si sono avvicendati gli avvocati del premier: «La legge - è la tesi di Nicolò Ghedini - è uguale per tutti, ma non per forza lo è la sua applicazione». Questa norma, è il suo parere, «va letta secondo il principio del legittimo impedimento» alla partecipazione al processo.

Ghedini, l’avvocato del premier, spiega la nuova linea di difesa: «Sì, la legge è uguale per tutti. La sua applicazione no»

Al momento di andare in stampa, i giudici non hanno ancora preso una decisione (pare comunque non arriverà prima di stasera), ma i boatos di palazzo danno per certo un esito non sfavorevole a Silvio Berlusconi: la

Ancor più chiaramente lo ha spiegato Piero Longo: «Non è possibile rivestire la duplice veste di alta carica dello Stato e di imputato per esercitare appieno il proprio diritto di difesa e senza il sacrificio di una delle due». Il Lodo, ha insistito, non può essere considerata «una sorta di immunità», perché ha «come caratteristiche la temporaneità, la non reiterabilità, la rinunciabilità, la sospensione della prescrizione, la garanzia per le prove non rinviabili, la tutela delle parti civili» e la sospensione della prescrizione. Gaetano Pecorella, infine, ha sottolineato come il premier riceva «la sua investitura direttamente dalla sovranità popolare» e quindi è naturaliter in una condizione di eccezione. L’avvocato dello Stato Glauco Nori invece, autore della memoria difensiva in cui si ventilava la caduta del governo in caso di bocciatura del Lodo, ha giocato in difesa: «È stato detto che si sarebbe tentato di condizionare codesta Corte», ma l’Avvocatura ha solo «difeso una norma, prodotto legislativo del Parlamento, che lo Stato ha il dovere di difendere».

come è realmente avvenuto - o facendo ricorso alla forza numerica e alla qualità politica della maggioranza parlamentare del centrodestra capaci di esprimere anche un altro governo. È probabile che questa seconda strada non sia stata realmente considerata e che, anzi, sia una nostra ipotesi di scuola. Tuttavia, se la maggioranza politica di centrodestra ha un valore - e nessuno dubita che ce l’abbia - perché mai il suo dovere di garantire al Paese un governo dei forti e dei liberi non dovrebbe passare per la sua innata capacità parlamentare di dare vita ad un altro esecutivo immune per la composizione della sua squadra da qualsivoglia problema giudiziario? Già si sentono le grida: «Ma il governo di un paese democratico non può essere deciso dalla magistratura». Infatti, i magistrati non sceglierebbero in questo caso alcunché: la scelta ricadrebbe tutta all’interno del perimetro parlamentare e politico del Pdl e della Lega. La maggioranza di centrodestra ha in se stessa questa capacità o l’unico modo che ha per misurare i limiti della sua azione politica è soltanto saper gridare “al lupo, al lupo”ossia “il golpe, il golpe”? Ci sarebbe un piccolissimo problema tra Pdl e Lega? Può darsi, ma questo, signori, lo dovete risolvere voi.

Davanti a questo scenario ossia se il governo Berlusconi è debole allora, il centrodestra ne esprime uno nuovo - anche quanto detto l’altro giorno dal presidente della Camera («no a governi tecnici») è un falso problema o un alibi o un tabù che prima tocchiamo e meglio è per tutti: il governo, infatti, non sarebbe tecnico bensì politico e avrebbe la medesima maggioranza parlamentare uscita dalle urne della primavera 2008. Una cosa, infatti, non si può pensare e propagandare: che la scelta diretta del premier da parte degli elettori ci abbia portati in una compiuta democrazia dell’alternanza. In questi tre lustri è stata costruita la controfigura dell’alternanza: la democrazia dell’altalena. O vogliamo davvero credere che un presidente del Consiglio scelto dagli elettori, nominato dal capo dello Stato, eletto dal Parlamento sia una figura istituzionale chiara e autorevole? Se è vero quel che dice Gianfranco


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Rispettato solo in parte l’ordine di abbassare i toni partito da Palazzo Chigi

«Difenderemo il voto» Il Pdl sceglie il bunker di Errico Novi

ROMA. L’ordine è chiaro, riconoscibile: non alzare la voce. Almeno finché la Consulta non si sarà pronunciata. Così i berlusconiani si sforzano in tutti i modi di mantenere il controllo. «Lasciamo lavorare la Corte», dice da Messina il guardasigilli Angelino Alfano. La consegna viene rispettata fino a un certo punto. Dal vocabolario di triumviri e graduati del Pdl scompare la parola “manifestazione”, è vero, al massimo viene declinata in modo decisamente più tenue rispetto alla versione drammatizzante adoperata lunedì da Fabrizio Cicchitto. Ma anche perché l’opposizione non fa sconti, a cominciare da Pier Ferdinando Casini che bolla come «un atto di infantilismo politico» una discesa in piazza contro l’eventuale bocciatura dello scudo per le alte cariche da parte della Corte costituzionale.

Due semplici motivi

Qui sopra, la sede della Consulta, a Roma. A destra, i triumviri del Pdl: Sandro Bondi, Ignazio La Russa e Denis Verdini. A sinistra, Niccolò Ghedini Fini, «il Parlamento è centrale», allora sono le Camere che hanno la chiave dell’acqua: morto un governo se ne fa un altro. In un Paese serio le forze politiche serie non drammatizzano lo scontro ma lo moderano e lo governano nell’interesse superiore del bene comune.

Seconda ipotesi: tutto fila liscio e la Corte, sia pure a maggioranza, esprime un giudizio positivo sul lodo Alfano. È l’ipotesi che risolverebbe tutto, almeno per il governo Berlusconi che, tranquillizzato sui tentativi di “eversione”, altro da fare non avrebbe che lavorare. In questo caso il premier avrebbe la possibilità concreta di girare pagina e realizzare ciò che manca alla sua lenta azione di governo: una svolta. Perché ormai lo sanno anche le pietre nonostante la popolarità del premier che deve dir grazie soprattutto a un’opposizione di sinistra che oscilla tra infantilismo e vanagloria - che il presidente Berlusconi se non ha guai giudiziari a cui far fronte si organizza da solo grattacapi femminili che gli sono letteralmente scappati di mano fino a diventare, per sua diretta responsabilità, un problema di

governo e un affare di Stato. Anche in questa seconda ipotesi, dunque, la chiave di volta è da trovarsi nella forza e nella qualità politica del centrodestra che al momento ha espresso un governo che si è mosso bene sul piano della Protezione civile - il governo Bertolaso - ha tamponato la crisi il governo Tremonti ma non è riuscito a comporre nell’ambito del geografia politica del Pdl più la Lega la geografia sociale di un’Italia che è cosa più alta e complessa.

Come si vede, quale dei due “se” usciranno dalla sentenza della Corte costituzionale, la virtù del governo non in discussione. Sempre che il governo sia virtuoso (nel senso “fiorentino”del termine, non in quello moralistico). Ciò che non si può è fare quanto è stato fatto finora: paralizzare l’Italia a un “se”.

spiegano perché Palazzo Chigi impone la linea morbida. Innanzitutto non ci si può permettere di essere scavalcati a sinistra da chi, come la finiana direttrice del Secolo Flavia Perina, tende a respingere nell’editoriale pubblicato oggi la “personalizzazione” del destino politico del Pdl, e non si possono nemmeno regalare argomenti all’opposizione, al Pd, per esempio, secondo cui «qualsiasi commento sulla Corte non solo è fuori posto ma è indice di indirette intimidazioni rispetto alla sua sacrosanta autonomia», come dice Gianclaudio Bressa. In secondo luogo, cosa forse più importante dal punto di vista diplomatico, Berlusconi e i suoi non possono rischiare di mettere in imbarazzo i giudici della Consulta, che sarebbero fatalmente accusati di essersi lasciati intimidire dal governo in caso di sentenza favorevole al premier. Basta e avanza per comprendere il tono divenuto improvvisamente ragionevole delle dichiarazioni di ministri e coordinatori del Pdl, ma anche del sottosegretario Paolo Bonaiuti: «Il lodo non dà l’immunità ma semplicemente sospende i processi, in modo da evitare che vicende giudiziarie molto lente possano interferire con

l’attività di governo», dice il portavoce del premier, pur definendo «strana» una sentenza come quella sul lodo Mondadori «che esce dopo vent’anni», e pur parlando di «rovesciamenti della verità incredibili». C’è anche un altro modo di allontanare lo spauracchio ed è quello adottato da Denis Verdini, meticoloso nel soffermarsi sulle «tante strade che anche una sentenza negativa sul lodo si aprirebbero alla politica: bisognerà eventualmente vedere le motivazioni, il provvedimento si può ripresentare, ci sono mille strade». Secondo il triumviro quindi «ipotizzare cadute del governo e andare alla elezioni non esiste, siamo piuttosto fermi e pronti a difendere l’esito elettorale».

Solo La Russa si lascia andare un po’ e arriva a sostenere che l’eventuale pronuncia di incostituzionalità dello scudo per le alte cariche sarebbe «una decisione più politica che giuridica». Ma poi il ministro della Difesa è il più accorto a riformulare gli appelli alla mobilitazione, e al seminario sulla “forma partito del Pdl”organizzato dai capigruppo di Palazzo Madama Gasparri e Quagliariello parla di un ritorno alla piazza «a prescindere dalla decisione sul lodo», con due possibilità: «Una grande manifestazione di popolo che sarebbe la prima da quando il Pdl è diventato partito, ispirata al tema generale della vicinanza del governo Berlusconi alla volontà popolare, giacché l’esecutivo non sta facendo altro che rispettare la volontà del popolo», mentre l’altra ipotesi è «la celebrazione in tutte le città d’Italia di manifestazioni per il 9 novembre, ventennale della caduta del Muro di Berlino e della nascita della nuova Europa: insisterò per quest’ipotesi», dice il responsabile della Difesa. Certo è che se una durezza di toni c’è, è tutta rivolta ai senatori “autoconvocati” del Pdl guidati da Baldassarri, Valditara, Augello e Viespoli, quelli che hanno approvato un “Manifesto per il Popolo della libertà”carico di insoddisfazione per com’è stato condotto finora il partito: «Servono regole interne ma anche sanzioni per eliminare il verme dell’anarchia», arriva a dire un La Russa che trasforma in un richiamo all’ordine un seminario nato sulla spinta dei malumori interni. Certo è che l’energia non può che incanalarsi così, visto che l’opposizione non fa sconti, e che nel Pdl c’è pur sempre una componente come quella finiana, che non perde occasione di smentire la teoria dell’emergenza democratica e del golpe giudiziario incombente, anche perché nonostante l’attacco a Berlusconi «non è così scontato che l’elettorato capirebbe il clima da ultima spiaggia che comporta la mobilitazione di strada», come scrive ancora Perina nel suo editoriale.

«L’eventuale giudizio negativo della Suprema Corte sarebbe politico più che giuridico», secondo La Russa. Verdini: «Lo scudo si può ripresentare»


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La guerra dei Lodi/2. I difensori di Berlusconi puntano sull’eccezionalità della condizione del capo del governo

«Dove sbaglia Pecorella» Secondo l’ex presidente della Consulta, Piero Alberto Capotosti, il premier non può essere considerato un “primus super pares” di Franco Insardà

ROMA. «La legge è uguale per tutti, ma non sempre lo è la sua applicazione». Di questo è convinto Niccolò Ghedini, parlamentare e sopraprattutto legale di Silvio Berlusconi. Dallo stesso collegio difensivo arriva un elemento in più da Gaetano Pecorella: non soltanto non c’è disparità di trattamento rispetto agli altri cittadini, ma grazie alla legge elettorale vigente il premier «non soltanto non può più essere considerato uguale agli altri parlamentari, un primus inter pares, ma è a tutti gli effetti un primus super pares». Mentre l’avvocato Piero Longo ha aggiunto che non siamo di fronte a «un’immunità, ma a una legge che tutela il diritto di difesa dell’alta carica

te che si trattava di assicurare con quella normativa la serenità di svolgimento di determinate funzioni e cariche di prioritario interesse per la nazione. La Corte, in sostanza, disse che questo trattamento diverso rispetto ai cittadini si giustificava alla stregua proprio del sereno svolgimento delle funzioni che questi quattro soggetti debbono svolgere. A questo proposito va fatto presente che nel caso di specie il regime previsto non è quello di un’immunità, ma di una sospensione sul piano processuale, così come riconobbe la Consulta, nella precedente sentenza numero 24

dello Stato imputata in un processo penale».

Per il presidente emerito della Corte costituzionale Piero Alberto Capotosti «il problema della parità di trattamento rispetto alla legge non è invocato esattamente a proposito del lodo Alfano. Perché la Corte Costituzionale, in occasione del lodo Schifani, disse chiaramenGAETANO PECORELLA

Il premier è un «primus super pares»: la legge è uguale per tutti, non a tutti si applica allo stesso modo

del 2004. Sotto questo aspetto il problema di violazione del principio di parità di trattamento di fronte alla legge è invocato male, perché trattandosi di un caso di sospensione, come avviene anche in altre ipotesi, è possibile ricorrere allo strumento della legge ordinaria, anziché a quello della legge costituzionale. Ove si ritenesse, invece, che questa sospensione dei processi per le quattro cariche più alte dello Stato italiano configuri una vera e propria immunità di carattere sostanziale, allora occorrerebbe una legge costituzionale. Cosa che nella precedente occasio-

ne la Consulta, implicitamente, sembrò negare».

Sul mutamento del ruolo del premier dopo l’entrata in vigore delle leggi elettorali sostenuto dall’avvocato Pecorella il presidente Capotosti chiarisce: «in realtà l’inserimento del nome del candidato fu una forzatura del sistema, senza alcun precetto legislativo alla base. Anzi, in qualche modo, contrasta se non altro con lo spirito della Costituzione che affida al capo dello Stato la scelta del premier senza condizionamenti di fatto. È indubitabile però che il presidente della Repubblica nella sua scel-

ta valuti le risultanze elettorali. Una prerogativa questa che non può essere modificata in via di fatto. Sino a quando non ci sarà una revisione costituzionale il premier nel nostro ordinamento continuerà a essere configurato come primus inter pares. Questa valutazione dell’avvocato Pecorella, invece, potrebbe far pensare all’intento difensivo di far fronte a un rilievo che la Consulta nel 2004 fece, sottolineando che non c’era, a proposito della sospensione dei processi parità di trattamento in particolare tra il presidente del Consiglio e i ministri». “Understatement” per il presidente emerito della Corte costituzionale, Annibale Marini:

«Aspettiamo la decisione. I commenti è opportuno farli quando saranno note le motivazioni». Ma sottolinea: «La decisione sarà adottata con la massima serenità e, come sempre, sarà equilibrata. Non caricherei di eccessivi significati politici questa sentenza».

Per l’ex vicepresidente del Csm, il penalista, Carlo FedePIERO ALBERTO CAPOTOSTI

Per la Costituzione, il premier nel nostro ordinamento continuerà a essere configurato come primus inter pares


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Qui accanto, il presidente della Camera Gianfranco Fini: tra i suoi fedelissimi ci sono molti mugugni. Nella pagina a fianco, l’aula della Corte Costituzionale sta decidendo sul Lodo Alfano che difende anche Silvio Berlusconi. Sotto, Gaetano Pecorella e Piero Alberto Capotosti

I fedelissimi di Fini contro la piazza Tra distinguo, paure, imbarazzi e mezze parole, si apre qualche crepa nella maggioranza di Riccardo Paradisi tiamo lavorando a una grande manifestazione – sarebbe la prima da quando è nato il Pdl – da tenere a dicembre. Il tema sarà la vicinanza del governo Berlusconi alla volontà popolare con il rispetto del programma, e non è una cosa da poco».

«S

La voce del ministro degli Esteri Ignazio La Russa risuona stentorea nella sala del palazzo della Minerva al seminario organizzato dal gruppo del Pdl al Senato, e il piglio decisionista s’accentua quando alla necessità riconosciuta che nel Pdl ci siano luoghi di dibattito fa seguire l’appello all’ordine: «Una volta prese le decisioni non si dica poi tutto ed il contrario di tutto». Insomma vanno bene i luoghi dove fare dibattiti e confrontarsi ma una volta presa una direzione, a meno che non si tratti di temi etici, polemizzare è vietato. «Non esiste un sistema di regole valido se non esistono sanzioni per chi le viola – sostiene testualmente La Russa – su questo punto dobbiamo lavorare ancora, perché il vermetto dell’anarchia c’è e circola un po’ nel Pdl. Ci deve essere un momento di grande dibattito – concede il ministro – ma poi bisogna anche rispettare le decisioni assunte. E non abbandonarsi alle esternazioni non controllate». Chissà se nel parlare della manifestazione filogovernativa La Russa aveva intanto in mente le esternazioni dall’area vicina al presidente della camera Gianfranco Fini proprio sul ricorso alla piazza da parte della maggioranza. Sono infatti due autorevoli esponenti del pensiero finiano, il direttore rico Grosso, la linea difensiva dei difensori si attesta su sottile crinale, «se il principio di uguaglianza va interpretato in termini assoluti o per categorie. Se si accetta il primo caso, non c’è discussione, il Lodo Alfano è illegittimo perché non si possono creare dei pri-

del Secolo d’Italia Flavia Perina e il direttore scientifico della fondazione Farefuturo Alessandro Campi a sostenere che la manifestazione sarebbe un errore. Scrive Campi sul Mattino: «L’opposizione scende in strada per manifestare contro Berlusconi, accusato d’essere la fonte d’ogni male? La maggioranza pensa di fare altrettanto, per dimostrare che l’attuale capo del governo è - come lui stesso sostiene - il migliore e il più grande della storia italiana. Una simmetria politica perfetta, che è però indice di un paese malato e sull’orlo del collasso sostiene Campi. Una volta si diceva, per risolvere una contesa tra due litiganti ostinati: ”Chi ha più giudizio l’adoperi”. È il consiglio che, in questa situazione di crescente caos, si vorrebbe indirizzare all’attuale maggioranza e dunque al governo». Per questo invito a disertare la piazza si parlerebbe già di un ulteriore smarcamento tattico (che farebbe il paio con la rinuncia di Fini ad agevolarsi del lodo Alfano per la querela di Woodstock) se non fosse che il presidente della Camera non avesse chiuso ogni porta all’ipotesi di un governo del presidente evocato da Francesco Rutelli da lui presieduto. Lo stesso Fini ha rassicurato lunedì il centrodestra. «Oggi, nel nostro sistema nessuno dice che la maggioranza esce dall’Aula del Parlamento, ma tutti concordano che la maggioranza è quella che esce dalle urne. Non a caso

vilegi di alcuni cittadini rispetto ad altri in materia penale. Al contrario, se il principio di uguaglianza va rimodulato in base alle categorie come chiede la difesa, allora la Corte deve innanzitutto identificare quali sono e se il lodo Alfano si applica a essa». Ma a questo

si vota la coalizione e gli italiani, sulla scheda delle ultime elezioni Politiche, hanno trovato il nome del candidato premier». Silvio Berlusconi cioè. Un messaggio chiaro quello dell’ex leader di An almeno per uno degli uomini più vicini alla terza carica dello Stato: «Un conto è la richiesta, sacrosanta, di aprire un vero dibattito interno nel Pdl su cittadinanza o temi etici – dice Andrea Ronchi – un altro è pensare che Fini, da uomo di destra, possa farsi coinvolgere in inciuci centristi di qualsiasi tipo». Forse però Ronchi sottovaluta la visione strategica del suo leader di riferimento. Si perché c’è chi sostiene che quando Fini dice di contemplare solo elezioni anticipate in caso di fine prematura della legislatura lo fa per due ordine motivi. Il primo è l’alta improbabilità di un ricorso anticipato alle urne. Denis Verdini nella riunione dei senatori Pdl ha detto chiaramente che davanti a un pronunciamento sfavorevole della Corte costituzionale al lodo Alfano si può anche tornare in Parlamento a ridiscutere della questione ma non certo alle urne. In secondo luogo perché a leggerla bene l’indisponibilità di Fini a governi parlamentari è uno smarcamento ulteriore e più sottile rispetto al premier: servirebbe a disarmare un offensiva berlusconiana che sulla leva della minaccia di elezioni anticipate o di paventata crisi istituzionale intende fare pressione sulla corte costitu-

Il coordinatore del Pdl La Russa avverte il partito: «Dopo che si sono prese le decisioni vietato polemizzare»

quesito ne segue un’altra non meno complesso: «Si può ipotizzare che esista una categoria circoscritta di persone per le quali è ragionevole e giustificato introdurre un trattamento di favore in materia penale? E si riferisce a tutte quelle persone che dovrebbero tro-

zionale per evitare una bocciatura del lodo Alfano. Certo, nell’ipotesi di caduta anticipata di questo esecutivo il no di Fini al governo del presidente evocato da Francesco Rutelli sarebbe molto difficile, considerando anche che il presidente sarebbe lo stesso Fini. Ma come dicono i suoi amici che farebbe Fini dopo la legislatura d’emergenza? Insomma il presidente della Camera non disarma, cerca piuttosto un ubi consistam in un contesto di scontro frontale a cui non intende partecipare. Anche se i suoi – come dice a liberal uno dei firmatari della famosa mozione Bocchino, sono un po’ allo sbando: «Siamo tutti sul chi va là, in attesa di verificare quello che accadrà sul Lodo Alfano. C’è anche chi è molto prosaicamente preoccupato per il proprio seggio nel caso dovesse finire anticipatamente la legislatura».

Quello che si augurano gli ex di Alleanza nazionale è che Fini abbia ancora margini per ricavarsi spazi d’autonomia in qualità di presidente della Camera così da coagulare col tempo una maggioranza diversa, di candidarsi a una successione morbida che ad un certo punto potrebbe diventare necessaria». Venerdì scorso lo scudo fiscale è passato solo per diciotto voti di vantaggio. Non è molto. Ed è significativo che qualcuno del Pdl non abbia sentito un grande stimolo ad essere presente per votare. Anche per questo nella mela azzurra ora si va a caccia del vermetto dell’anarchia. Per fargli la festa presumibilmente.

varsi in posizione di uguaglianza?». Quindi, c’è da chiedersi se «la categoria considerata sia logica oppure no. E il lodo potrebbe essere considerato legittimo sotto questo secondo profilo e che cioè le quattro cariche considerate non esauriscano una cerchia

di persone che, una volta che si faccia l’opzione legislativa di creare un privilegio penale, inseriscano questo privilegio penale e allora anche sotto questo profilo è ignorato, seppure in maniera minore più ristretta il principio di uguaglianza».


diario

pagina 6 • 7 ottobre 2009

Rai. Il comitato di redazione e i vertici dell’azienda contro il comportamento del direttore. Che ha «espresso un’opinione»

Inizia l’assedio di Minzolini

A giorni un’assemblea redazionale, in un clima da guerra civile di Massimo Fazzi on solo i comitati di redazione. Sono finiti i tempi delle rivendicazioni sindacali e delle prese di distanza dal potere. Ora si litiga su quale potere si deve servire meglio. E se la Rai è specchio del Paese, il suo telegiornale di punta è la cartina di tornasole degli equilibri politici e giornalistici italiani. Guardando da lontano i movimenti all’interno dei corridoi dei vari immobili Rai, si ha l’impressione di vedere molti lobbysti e pochi giornalisti. Molti mediatori e pochi segugi. E quello in corso ha sempre più il sapore di un assedio, rivolto contro la poltrona più prestigiosa di Saxa Rubra. A voler essere sinceri, la nomina di Augusto Minzolini era piaciuta a pochi dei “guardiani della purezza giornalistica”, i soliti noti tesi a commentare con sdegno ogni sommovimento nel servizio televisivo pubblico.

N

Oltre a un agguerrito CdR del Tg1, anche Paolo Garimberti e Sergio Zavoli si sono schierati contro Augusto Minzolini, direttore del primo telegiornale italiano reo di aver attaccato, in un editoriale presentato come “opinione del direttore”, la manifestazione di sabato scorso a favore della libertà di stampa in piazza del Popolo, a Roma. L’ex inviato di punta de la Stampa, dunque, si trova sotto un assedio che ricorda quello delle piazze francesi alcuni decenni fa: da una parte ha i vertici dell’azienda - che “deplorano” e accusano il direttore di “irritualità” - e dall’altra i caporioni del comitato di redazione, che ne chiedono a gran voce la testa. In un clima del genere sembrano altamente inefficaci gli interventi dei suoi fedelissimi, che cercano di gettare acqua sul fuoco dopo aver fatto di tutto per dissuadere il direttore dai suoi propositi editoriali. Ieri Garimberti ha annunciato di voler parlare del «caso Minzolini» giovedì prossimo, durante il Consiglio di amministrazione, e sostiene che quel minuto e mezzo in diretta potrebbe aver violato l’impegno che il nuovo direttore del Tg1 ha sottoscritto al momento dell’assunzione. Un documento in cui si è impegnato, come i predecessori, a dirigere il più grande tg pubblico all’insegna dell’imparzialità politica e dell’equilibrio

ideologico. Intanto Masi ha inviato a tutti i direttori di rete e testata il parere reso noto dall’Autorità per le Telecomunicazioni sui principi di completezza, lealtà e imparzialità propri del servizio pubblico. L’Agcom ricorda l’obbligo al «rispetto del pluralismo, della correttezza, della trasparenza, della riservatezza, della lealtà, della buona fede, dell’obiettività, della completezza e dell’indipendenza dell’informazione, dei diritti e della dignità della persona». Anche Sergio Zavoli boccia l’intervento di Minzolini: «Lontano dalla

ne che perdura in Rai da molti anni. Il giudizio di Zavoli appare come una presa di posizione di parte, in netta contraddizione con il ruolo di alta garanzia che è proprio del presidente della commissione di Vigilanza». Ma c’è chi, al settimo piano di viale Mazzini, ha aperto un dibattito.

Quello di Minzolini è stato un vero e proprio editoriale (che esprime e impegna la linea di un giornale) oppure un «commento», come ha detto Tiziana Ferrario annunciandolo sabato sera alle 20? La

Il primo telegiornale è la cartina di tornasole dei movimenti politici e culturali del Paese. Ecco perché anche chi lo guida rischia sempre struttura anche ideologica del telegiornale, l’editoriale, a ben vedere, non corrisponde allo spirito e alle modalità di un servizio pubblico». Zavoli ricorda comunque che l’editoriale «per brillante che sia, non è nella tradizione dei telegiornali, tant’è che se ne è fatto uso solo in casi rarissimi. Pluralismo non potrebbe mai essere la somma di tante parzialità, distinte e separate».

Gli replica subito Giorgio Lainati, Pdl: «Gli editoriali dei direttori dei telegiornali del servizio pubblico rappresentano pienamente una tradizio-

questione è solo in apparenza formale. La sostanza potrebbe essere diversa ai fini di una valutazione del Consiglio di amministrazione. Rimane però un errore formale e sostanziale da parte di Minzolini: nella storia della Rai, mai nessun direttore aveva violato in maniera così palese gli impegni assunti al momento della firma. E se quelle espresse sabato sera erano soltanto opinioni, la questione non cambia. Anzi, forse peggiora: non si possono rappresentare la pluralità di opinioni quando si esprime la propria. E come si potrebbe pensare di fare altri-

menti? Rimangono tuttavia i contorni dell’assedio, in una realtà litigiosa composta da molte anime e senza timone certo. D’altra parte, la stampa di sinistra di due giorni fa ha fornito una rara prova di ironia inconsapevole, sottolineando proprio questa tesi.

Per un corsivo apparso su Europa, «Minzolini trasforma il Tg1 in Telekabul». Risponde con la sua ironia Ludovico Festa su L’Occidentale: «In questa battuta c’è tutta l’arroganza ormai quasi inconsapevole di chi sta a sinistra: chi la pensa come noi può fare centomila Telekabul nel servizio pubblico. Chi no, neanche un editoriale». E se le polemiche fra colleghi riempiono le pagine dei giornali, dipinte ognuna del suo colore dominante, resta il dubbio per quello che si potrebbe fare con la stampa italiana. Che, una volta di più, ha dimostrato di essere libera in maniera abbastanza convincente. Forse piegata, probabilmente indotta a chinare il capo, ma comunque libera, anche di andare contro le consuetudini. Ora il direttore del Tg1 deve andare fino in fondo, assumersi la responsabilità delle proprie opinioni e vedere come andrà.


diario

7 ottobre 2009 • pagina 7

«Ma il divieto non vale per il carnevale», spiega Cota

La relazione su Messina del capo della protezione civile al Senato

La Lega presenta una legge contro il burqa

Bertolaso: «È l’uomo a uccidere, non la natura»

ROMA. La Lega continua sulla

ROMA. «È chiaro a tutti che la natura non uccide: è l’uomo la causa dei morti che dobbiamo registrare come conseguenza di calamità naturali». Un punto su cui Guido Bertolaso ha insistito per anni ma anche nelle ultime ore, nella sua relazione al Senato sull’alluvione di Messina. Bertolaso ha concluso il suo intervento ricordando che la civiltà di cui l’Italia «è e deve restare esempio» comporta anche la capacità di imparare dagli errori del passato. Ricostruendo la dinamica della tragedia verificatasi nel messinese, Bertolaso ha rilevato che il sistema di protezione civile siciliano era stato ripetutamente allertato con avvisi di avverse condizioni meteorologiche, poi sfociate in

strada dell’intolleranza senza se e senza ma, e presenta una proposta di legge contro il burqa. Arresto in flagranza, reclusione fino a 2 anni e una multa fino a 2mila euro: queste, secondo il testo firmato da Roberto Cota, le pene che rischierà chi «in ragione della propria affiliazione religiosa» indosserà in pubblico indumenti che rendono «impossibile o difficoltoso il riconoscimento». Il testo di fatto chiede di vietare l’uso di burqa e nijab, ma senza menzionarli esplicitamente: «Il nostro è un testo equilibrato», ha sottolineato Cota presentandolo a Montecitorio. Perché il Carroccio vorrebbe mascherare questa proposta per una legge rivolta a tutte le religioni. L’obbiettivo è far sparire dalla legge che nel 1975 proibì di indossare in un luogo pubblico il casco o qualsiasi altro mezzo che nasconda il viso la postilla «senza giustificato motivo». Proprio a quelle tre parole hanno fatto riferimento i prefetti che negli anni hanno fanno saltare le ordinanze emanate dai sindaci per vietare il burqa nel territorio del proprio comune. Fu il caso di Treviso, nel 2007.

«Questa non è una proposta di legge contro qualcuno e nemmeno contro una religio-

Passera e Profumo, armistizio con Tremonti L’Ad di Unicredit: «Lavorare uniti, senza spararci» di Francesco Pacifico

ROMA. «Posso capire che aver offerto bond alle banche, che poi non sono stati usati, possa creare del malcontento, ma sono sicuro che nel lungo termine, anche dal punto di vista del ministro Tremonti, (la scelta di un aumento di capitale, ndr) sia la soluzione migliore, perché dimostra che il settore bancario è solido e in grado di funzionare». Alessandro Profumo non ha il tatto di Giovanni Bazoli. Il quale, ventiquattr’ore prima, aveva reso l’onore delle armi al ministro, riconoscendo che Ca’ de Sass, pur rinunciando ai Tre-bond, ne aveva «beneficiato lungo tutto l’anno per il solo fatto che si potevano usare».

Fatto sta che sia il presidente di IntesaSanpaolo sia l’Ad di Unicredit – accumunati e non pentiti di aver scelto altre strade di patrimonializzazione – lavorano per stringere un armistizio con Giulio Tremonti. E il perché lo ha spiegato Profumo, ieri a margine dell’assemblea annuale del Fondo Monetario: «È meglio lavorare tutti insieme per uscire dalla crisi piuttosto che spararci addosso». Proprio sull’uscita della crisi (tempi, modi, effetti) s’interrogano la politica, la finanza come l’industria. Non a caso ieri Giulio Tremonti, presentando la manovra al Senato, ha fatto sapere: «Sui conti pubblici il governo mantiene una gestione ordinaria improntata alla prudenza, in attesa che sia definita a livello europeo la exit strategy per riassorbire gli interventi di stimolo messi in atto dagli Stati per fronteggiare la crisi». Meglio spendere subito gli incassi dello scudo fiscale, prima che al G20 si spinga per un aumento della fiscalità per ridurre gli extradeficit e che la Bce alzi i tassi per frenare l’ondata di inflazione conseguente alla liquidità messa in circolazione dagli Stati. Ma Tremonti è il primo a sapere che i cinque miliardi dello scudo (se arriveranno, perché S&P e Fitch nutrono dubbi) non saranno sufficienti ad aiutare i settori più interessati dall’export. Che fanno fatica a investire con un quadro incerto. «Se nel 2009 si sono avuti ten-

tativi di ripresa, tuttavia siamo ancora in terra incognita», ha ripetuto a Palazzo Madama. Perché i dati a disposizione, come ha spiegato il ministro ventiquattr’ore prima al Fmi, «suggeriscono un rimbalzo dell’attività nella seconda metà dell’anno e all’inizio del 2010. Da quel momento in poi la velocità della crescita resta incerta». Guarda caso nella parte dell’anno nel quale Nourielle Roubini, parlando di crisi a “W”, ipotizza una nuova caduta. È in questo scenario che il ruolo del credito diventa centrale, visto che non basterà attutire il colpo con la cassa integrazione come si è fatto nell’ultimo settembre nero, quando sono state quasi 105 milioni le ore autorizzate. Ieri il Bollettino statistico di Bankitalia ha registrato ad agosto un nuovo rallentamento degli impieghi destinati alle imprese: aumentati su base tendenziale solo dell’1,26 per cento, in contrazione dell’1,32 rispetto a quanto registrato a luglio e lontano dal +2,42 di giugno 2008. Ma se finora il sistema bancario ha preferito incassare gli interessi sui depositi alla Bce o si è dato alle speculazioni, in futuro le cose potrebbero cambiare. Il «lavorare tutti insieme» di Profumo va proprio in questa direzione.

Vinta la partita sui Tre-bond le banche provano a ricucire con il ministro. Che annuncia: «Ripresa incerta nel 2010»

ne», ha assicurato Manuela Dal Lago, «vogliamo solo fare sì che non vi siano giudizi di carattere diverso a seconda dell’interpretazione della legge» e «rendere tutte le persone che si trovano sul territorio italiano uguali». Sullo stesso punto ha insistito anche Carolina Lussana. «Vogliamo fare chiarezza sulla norma attuale», ha spiegato la deputata per cui nella lista dei «mezzi» che impediscono di identificare le persone vanno inseriti anche kefiah, foulard o passamontagna che nascondono il viso. La legge, se e quando sarà approvata, non sarà ovviamente applicata per feste pubbliche come il carnevale. «Per queste vale un regio decreto del 1931», ha assicurato Cota.

In fondo, e come ai tempi dell’operazione Alitalia, le basi per spingere politica e finanza trovino un accordo di mutua assistenza sono sempre le stesse: da un lato le banche devono dare linfa alle imprese come alle infrastrutture; dall’altro Tremonti deve studiare meccanismi per permettere agli istituti di ammortizzare le sofferenze in bilancio. Ipotesi finora legata all’adesione ai Tre-bond. Ieri l’inquilino di via XX Settembre non ha lanciato nuovi strali ai signori del credito. Difficile dire se la cosa è legata alle uscite di Bazoli e Profumo. Fatto sta che la tensione verso le banche resta alta se Emma Marcegaglia ha annunciato «un monitoraggio, città per città, per sentire tutti gli imprenditori e chiedere loro di verificare se le banche applicano la moratoria sul credito».

un livello di precipitazioni mai verificatosi negli ultimi 300 anni. Stilando un bilancio delle vittime, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha indicato come realistico un numero di morti pari a 35, visto che c’è «ragione di credere che i 10 dispersi non abbiano nessuna speranza di essere ritrovati». Si parla inoltre di alcuni extracomunitari coinvolti, anche se «mancano riferimenti e informazioni al riguardo». Quanto al ruolo della protezione civile, Bertolaso ha più volte avvisato che il servizio non può operare efficacemente senza una corretta azione di governo del territorio, se non si dispone una pianificazione urbanistica corretta che impedisca di costruire in aree a rischio.

Bertolaso ha posto l’accento sul fatto che «l’Italia vanta il record dei rischi», che vengono però sottovalutati e vissuti come un ostacolo considerato ingiusto allo sviluppo». Si è usato il territorio - ha detto Bertolaso - come se tali rischi non fossero esistenti, come se non costituissero una reale minaccia». Bertolaso ha ammonito che «un abuso dal punto di vista giuridico può essere sanato, ma non c’è sanatoria che convinca la terra o l’acqua a modificare i loro comportamenti».


mondo

pagina 8 • 7 ottobre 2009

Unione. L’opinione dei corrispondenti italiani e stranieri da Bruxelles. Parlano Carretta, Castle, Missè e Missiroli

Intrigo a Bruxelles Tremonti vuole l’Eurogruppo, Blair vuole la presidenza: iniziano le grandi manovre di Alvise Armellini

BRUXELLES. La resistibile ascesa di Anthony Charles Lynton Blair. Potrebbe essere questo il titolo della commedia in corso a Bruxelles sul “totonomine” delle istituzioni europee. L’ex premier britannico è al momento la figura più accreditata per l’incarico più prestigioso, la presidenza stabile del Consiglio dell’Ue creata da quel Trattato di Lisbona che ha appena superato le forche caudine irlandesi, ma non ancora quelle di Repubbli-

ca ceca e Polonia. Blair ha infatti un profilo internazionale di tutto rispetto, e secondo molti potrebbe permettere ai Ventisette di parlare davvero a testa alta di fronte a Cina, Stati Uniti e Russia. Ma al tempo stesso è stato uno dei principali sponsor della guerra in Iraq, che nel 2003 mandò in frantumi la politica estera comune dell’Ue, ed è inviso ai Paesi più piccoli che temono di essere schiacciati da un rappresentante dell’asse franco-tedesco-britannico. E la prospettiva di conferire la carica più alta dell’Unione allo Stato membro più euroscettico, che si è tenuto fuori dall’area Schengen nonché dalla zona euro, e che tanto ha tribolato per l’opt out dalla Carta dei diritti fondamentali, sta sollevando più di qualche perplessità. Blair sembra essere il candidato favorito, ma forse solo per l’assenza di rivali credibili. Il presidente francese Nicolas Sarkozy lo sponsorizza da tempo, mentre negli ultimi giorni sono arrivati gli endorsement da Londra e Dublino. «Abbiamo bisogno di una forte personalità al comando», ha detto il ministro degli Esteri britannico David Miliband. «Potete contare sul fatto che lo sosterremmo», ha fatto sapere il premier irlandese Brian Cowen, fresco del successo del “sì”nel secondo referendum sul Trattato di Lisbona. Eppure Stephen Castle, corrispondente a Bruxelles dell’International Herald Tribune, è convinto che «se in corsa ci fosse un’altra grande personalità, Blair non avrebbe alcuna chance. Ma al momento non c’è. Quindi lui è l’unica scelta se si vuole una figura carismatica», sintetizza Castle, secondo il quale se non fosse stata appena rieletta a Berlino il candidato ideale sarebbe stato il cancelliere tedesco Angela Merkel. Invece gli sfidanti di cui bisogna accontentarsi sono il finlandese Paavo Lipponen e lo spagnolo Felipe Gonzales, entrambi ex premier socialisti, e l’olandese Jan Peter Balkenende e il francese Francois Fil-

lon, attuali capi di governo conservatori di Olanda e Francia. Figure indubbiamente competenti, ma effettivamente meno conosciute dal grande pubblico. «L’unica alternativa di peso commenta David Carretta, corrispondente da Bruxelles di Radio Radicale potrebbe essere l’ex premier belga Guy Verhofstadt (autore del pamphlet Stati Uniti d’Europa, ndr). Sarebbe l’unico con una visione completamente diversa, ma all’altezza di quella di Tony Blair».

«Credo sia piuttosto triste che l’Europa non abbia un’altra scelta», si lamenta Andreu Missé di El Paìs, sottolineando che Blair «è l’uomo che divise l’Europa con la guerra in Iraq». La sua nomina, taglia corto, «sarebbe un pessimo segnale». Missé preferirebbe che i Ventisette volassero più alto, magari scegliendo una donna come l’ex presidente irlandese Mary Robinson, o la sua collega lettone Vaira Vike-Freiberga, attuale vicepresidente del “grup-

DAVID CARRETTA «Tutto dipende da come vogliono disegnare la figura del presidente. Se dovesse essere una sorta di notaio, verrà preferita una figura minore»

po di saggi”incaricato di stilare un rapporto sul futuro dell’Ue. «Mi fa ridere che si parli tanto di pari opportunità, e poi non si faccia nulla in concreto a proposito», insiste il giornalista spagnolo, citando tra le “papabili” anche l’ex ministro degli Esteri austriaca, Ursula Plassnik, o il commissario Ue alla Comunicazione, Margot Wallstroem. La corsa di Blair è ostacolata anche dal fronte dei Paesi piccoli, capitanati dal Benelux. Il Belgio, in particolare, non perdona alla Gran Bretagna di aver silurato le candidature alla presidenza della Commissione europea di due suoi ex premier: Jean-Luc Dehaene nel 1994, e Guy Verhofstadt nel


mondo

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governi vorranno disegnare questa figura del presidente stabile del Consiglio. Se sarà un presidente con ampi poteri e ampia autonomia, in grado di rappresentare l’Unione europea a livello globale, ha buone possibilità. Se invece si preferirà creare un semplice ‘chairman’, una figura notarile a capo del segretariato del Consiglio dell’Ue, probabilmente Blair non accetterà questo incarico». In quel caso si tratterebbe di scegliere «una sorta di segretario dei capi di Stato e di governo, con il compito di formulare l’ordine del giorno e di trovare compromessi e i minimi comuni denominatori tra gli Stati membri. E allora la scelta tra Balkenende, Lipponen o un altro sarebbe equivalente, perché il presidente Ue non avrebbe un ruolo di leadership ma solo notarile». Al tempo stesso, la scelta di una figura di basso profilo faciliterebbe la corsa di un candidato più autorevole per la figura di Alto rappresentante per la politica estera: lo svedese Carl Bildt, rappresentante dell’attuale presidenza di turno Ue, o il britannico Chris Patten, rettore dell’Università di Oxford e già commissario alle Relazioni Esterne durante la commissione Prodi del 1999-2004. A meno che – nella spartizione di poltrone tra socialisti e

2004. Missiroli, fra l’altro, ricorda che nel 2003, nell’ambito dei negoziati sulla Costituzione europea, i Paesi piccoli accettarono la creazione di un “Presidente dell’Europa” a patto che non diventasse appannaggio di uno dei tre grandi dell’Ue: allora si riservò infatti l’incarico al premier lussemburghese JeanClaude Juncker, la cui candidatura ora sembra essere tramontata. L’ex premier britannico non gode nemmeno di grande popolarità, pur essendo una persona di indubbio profilo internazionale: secondo un recente sondaggio il 53 per cento dei britannici è fermamente contrario al suo riciclaggio in Europa, mentre su internet si è

fatta notare una petizione “Stop Blair” che in poco più di un anno e mezzo ha raccolto oltre 35mila adesioni.

«È una figura molto controversa, e indubbiamente la macchia dell’Iraq c’è», nota Missiroli. «Il fatto poi che in patria sia considerato un bugiardo è molto pesante», aggiunge l’analista, riferendosi alle polemiche sulla manipolazione dei dossier sulle Armi di distruzione di massa di Saddam, mai trovate dopo la guerra, e lasciando intendere che la scelta di Blair alla guida dell’Ue potrebbe alimentare ulteriormente l’euroscetticismo dell’opinione pubblica d’Oltremanica. «Non mi sembreANDREU rebbe molto saggio MISSÉ correre questo rischio», avverte. Il «Credo sia nome di Blair non piuttosto triste piace nemmeno che l’Europa troppo ai socialisti non abbia europei, la famiglia un’altra scelta. politica a cui l’ex È l’uomo che premier britannico divise l’Ue con appartiene, almeno la decisione formalmente. «Fidi entrare nora è stato sostenella guerra nuto solo da leader in Iraq» di centro-destra, ed è legittimo pensare

che i leader del Pse preferiscano indicare da soli il proprio candidato piuttosto che vederselo imporre dagli altri», fa notare Missiroli. In più l’ex premier britannico rischia di avere un rapporto poco facile con il governo della sua madre patria, che entro il prossimo anno dovrebbe passare dalle mani del suo Labour a quelle dei Tories di David Cameron. Ieri Boris Johnson, sindaco di Londra e figura di spicco dei conservatori britannici, ha scritto sul Daily Telegraph che Blair alla guida dell’Ue sarebbe una “prima donna” troppo pericolosa per leader ambiziosi come Sarkozy, a cui verrebbe sottratta troppa luce dal palcoscenico internazionale. «Scommetto cinque sterline con qualsiasi lettore - i proventi andranno in beneficenza - che Blair non verrà scelto come presidente dell’Europa, se e quando il Trattato di Lisbona verrà adottato. L’incarico finirà nelle mani di qualche relativamente inoffensivo lussemburghese socialista o in quelle di qualche vetusto ministro dell’Ambiente finlandese», ha concluso Johnson. Al di là delle battute, secondo Carretta la scelta o meno di Blair «dipende tutta da come i

ANTONIO MISSIROLI «In patria è considerato un bugiardo per la questione delle armi di distruzione di massa a Baghdad. Fomenterebbe gli euroscettici»

plessità su di lui». Nel frattempo il titolare della Farnesina ha rilanciato la corsa del collega Giulio Tremonti alla presidenza dell’Eurogruppo, il consesso dei ministri dell’Economia e delle Finanze della zona euro, mentre glissa sulla candidatura di Mario Draghi alla guida della Banca centrale europea (Bce). «La mia impressione è che il governo italiano stia puntando a due nomine che verranno decise nel 2010 e nel 2011, contando di ottenerne una», spiega Antonio Missiroli, analista del think tank brussellese European Policy Centre.

Ricordando che il nostro Paese è rimasto escluso dalle quattro cariche in ballo quest’anno, contando anche la presidenza del Parlamento europeo (finita al polacco Buzek malgrado l’interesse di Mario Mauro) e quella della Commissione europea, dove è stato appena riconfermato il portoghese José Manuel Barroso. Secondo Carretta, la candidatura di Tremonti si scontra contro due STEPHEN ostacoli. «Prima di CASTLE tutto c’è da convincere la Germania, «Se in corsa ci anche se è vero che fosse un’altra con l’uscita di scegrande na di Steinbruck personalità, (tradizionale ‘nemiBlair non co’ del responsabile avrebbe alcuna di Via XX settemchance. Ma al bre a Bruxelles) c’è momento non qualche possibilità c’è. Quindi lui in più per Tremonti è l’unica scelta di diventare evendi spessore» tualmente presidente dell’Eurogruppo. Il secondo popolari – non si scelga di pre- problema - avverte il cronista miare anche un rappresentan- di Radio Radicale - è quello di te dei liberali come il commis- credibilità e di stabilità dei gosario all’Allargamento uscen- verni italiani: in Europa non si te, il finlandese Olli Rehn. Op- fidano molto del nostro Paese pure si potrebbe pensare a che cambia commissari ed euuna donna come la Plassnik, o roparlamentari in corsa». Detil ministro degli Esteri greco to questo, il nome del nostro Dora Bakoyannis, data però in ministro dell’Economia piace: corsa per succedere a Kostas «Tremonti potrebbe fare bene Karamanlis alla guida del par- in quel ruolo, è uno che ogni tito conservatore greco dopo tanto tira fuori qualche propola sconfitta delle elezioni di sta, che ha delle idee e una domenica. personalità», commenta Missé di El Paìs. «È piuttosto intelliIn questa partita l’Italia tenta gente, anche se è un po’ impredi muoversi su entrambe i fron- vedibile. Dipende da come ti: al Corriere della Sera di ieri, Berlusconi giocherà le sue il ministro Frattini ha espresso carte, ma sicuramente è un «apprezzamento per Tony candidato credibile», conclude Blair», riconoscendo però «che Castle dell’International Hevi è un blocco di Paesi con per- rald Tribune.


panorama

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Recessione. I dati dell’economia non migliorano: le “promesse” orientali ancora non bastano

Davvero l’Asia ci salverà dalla crisi? di Mario Seminerio dati sull’occupazione statunitense nel mese di settembre, pubblicati venerdì scorso, mostrano soprattutto la preoccupante persistenza del deterioramento del mercato del lavoro. Il numero di impieghi distrutti sta rallentando, ma quello delle ore lavorate continua ad essere prossimo ai minimi storici. Quando la domanda riprende, le aziende dapprima ricorrono all’aumento delle ore lavorate, e solo in un momento successivo a nuove assunzioni. In questo senso il numero di ore lavorate rappresenta un indicatore anticipatore della congiuntura, mentre i tradizionali dati sul numero di occupati e disoccupati sono indicatori differiti. I dati

I

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

della scorsa settimana confermano che il sistema produttivo può ancora fare a meno di accrescere gli organici. Oggi si distruggono meno impieghi ma ancor meno se ne creano. Ecco la spiegazione di dati settimanali sui sussidi di disoccupazione ancora così elevati, a ben ventidue mesi dall’inizio ufficiale della recessione.

In questo contesto, le imprese americane hanno ristrutturato pesantemente gli organici:

presa e minore capacità delle banche a prestare, dovendo preoccuparsi soprattutto di utilizzare i margini per accantonamenti a perdite su crediti. Ci sono quindi buoni motivi per ritenere che il National Bureau of Economic Research (NBER), l’organismo indipendente che ha il compito di datare le fasi recessive, attenderà almeno la stabilizzazione del mercato del lavoro prima di dichiarare finita la recessione. E potrebbe volerci del tempo. Storicamente,

Le dimensioni della produzione cinese e indiana ancora non riescono a trascinare il mondo. Né può bastare il nuovo mercato giapponese il numero di ore lavorate è crollato rispetto al prodotto aziendale, e ciò si traduce in un forte aumento di produttività e nella riduzione della leva operativa. In altri termini, le imprese stanno ponendo le basi per forti incrementi di redditività a fronte di variazioni anche contenute della domanda. La grave condizione del mercato del lavoro ha evidenti riflessi sul credito: aumento delle insolvenze e dei fallimenti individuali e d’im-

l’economia statunitense è uscita dalle recessioni per mano della spesa dei consumatori e dell’investimento immobiliare residenziale. Oggi, questi due motori di crescita sono spenti: il consumatore, dopo il soprassalto indotto dal programma di rottamazione auto, che ha anticipato flussi di acquisto futuri, è destinato a riprendere l’aumento del tasso di risparmio, per ripagare i debiti; il mercato immobiliare, che mostra i primi

segni di stabilizzazione, è gravato da un imponente stock di case pignorate dalle banche a mutuatari insolventi e non ancora poste in vendita, per evitare ulteriori crolli dei prezzi. Su tutto, il reddito personale appare minacciato dalla crisi del mercato del lavoro, in un circolo vizioso molto pericoloso.

Difficile pensare che l’Asia (e il Sudamerica guidato dal Brasile) possa trasformarsi oggi nella locomotiva del pianeta: le dimensioni delle economie cinese ed indiana ancora non lo consentono, mentre la trasformazione del paese del Sol Levante da esportatore in consumatore, prevista dal programma del Partito Democratico, appare destinata a infrangersi contro una realtà fatta di invecchiamento della popolazione e crisi fiscale. Ma una tendenza sembra sempre più affermarsi: il baricentro della crescita globale sta lentamente ma inesorabilmente spostandosi sempre più verso l’Est ed il Sud del pianeta. Nei prossimi anni il NordOvest dovrà compiere una profonda (e dolorosa) riflessione sul proprio futuro e sulla propria organizzazione sociale.

Mazzarri ”ruba” la panchina a Donadoni: una storia già vista al San Paolo

De Laurentiis e il brutto film del Napoli l Napoli ha un problema: il presidente. Aurelio De Laurentiis dà a volte l’impressione di gestire la squadra e la società sportiva come se fosse il set di un film. Il modo in cui ha messo alla porta prima il dirigente sportivo Marino e poi l’allenatore Donadoni sembra più un doppio colpo di teatro (o di cinema) piuttosto che una mossa avveduta per rimettere in piedi un Napoli che, in verità, non ha fin qui ottenuto grandi risultati, ma ha comunque dimostrato in campo di poter fare un dignitoso campionato e portare a casa la permanenza in seria A. Questo, infatti, è ora l’obiettivo minimo, ma per realizzarlo il bene più prezioso è la serenità del clima di lavoro. Ciò che dalle parti del San Paolo e di Castelvolturno non sembra esserci. Ora che non ci saranno più Marino e Donandoni, sacrificati sull’altare della logica presidenziale del rilancio, il clima sarà più disteso e verranno quindi i risultati? Vedremo già dalla prossima partita.

I

È ufficiale, Walter Mazzarri è il nuovo allenatore del Napoli. Con una nota pubblicata sul proprio sito il club azzurro ha ufficializzato il cambio in panchina: esonerato Donadoni, al suo posto arriva il 48enne tecnico toscano ex Reg-

gina e Sampdoria, già a Napoli undici anni fa in serie B come secondo di Renzo Ulivieri.«Una decisione indispensabile per dare nuovo impulso alla stagione azzurra e in chiave futura per il prossimo quinquennio», dice il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis. Mazzarri (che lavorerà con il suo staff composto dal tecnico in seconda Nicolò Frustalupi, il preparatore atletico Giuseppe Pondrelli e l’allenatore dei portieri Nunzio Papale) ha firmato con il Napoli un contratto di un anno e mezzo, fino a giugno 2011, con un ingaggio complessivo di poco meno di 3 milioni. Domani a Castelvolturno la presentazione ufficiale. L’esperienza di Donadoni - certamente non brillante, ma sicuramente dignitosa - si è chiusa dopo sette mesi. Arrivato lo scorso marzo al posto di Reja, l’ex ct della Nazio-

nale - che ha contro di sé la dea Fortuna e, forse, dovrebbe imparare a essere meno cupo e osare di più - ha ricevuto il benservito dal presidente dopo un inizio di stagione non all’altezza delle attese che, però, evidentemente erano false attese. Sette i punti raccolti dal Napoli in sette giornate, un bilancio di due vittorie, un pareggio e quattro sconfitte, pesanti ma tutte in trasferta.

L’ultima, quella di domenica contro la Roma, ha convinto Aurelio De Laurentiis a cambiare tutto. C’è mancato poco che non cambiasse anche la squadra e se non l’ha fatto non significa che quando sarà possibile ritornare sul mercato non faccia qualche ritocco. Ad esempio: come è possibile organizzare una squadra di calcio e non avere un centravanti? È come fare un gelato a limone senza limone. Ci dovrà

pur essere qualcuno che la mette dentro, o no? Chi viene dopo Donandoni? «La società sportiva calcio Napoli - dice uno dei classici comunicati del genere comunica di aver sollevato dall’incarico di allenatore della prima squadra Roberto Donadoni e di aver affidato la guida tecnica a Walter Mazzarri. La Società ringrazia Roberto Donadoni per il lavoro svolto in questi mesi, formulandogli un sincero augurio per il prosieguo della carriera». Insomma, benservito. Il presidente De Laurentiis ha incontrato Donadoni naturalmente negli uffici della Filmauro a Roma. Il copione prevede questa scena. Il faccia a faccia, nel quale il presidente ha comunicato al tecnico la sua decisione, è durato poco più di un’ora. Avevano poco da dirsi. Donandoni non ha rilasciato dichiarazioni. Il solito galantuomo che se ogni tanto perdesse le staffe non farebbe male. Inizia, quindi, l’era Mazzarri, quindi toccherà a Giampaolo Montali, che prenderà il posto di Marino come direttore generale, e Riccardo Bigon, figlio dell’Albertino Bigon tecnico del secondo scudetto azzurro, che assumerà la carica di direttore sportivo. Poi se i risultati non verranno sarà la fine del film prodotto da De Laurentiis.


panorama

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Primarie. Pietro Ichino lancia un documento che chiede unità a un partito sempre più scosso dalle divisioni interne

L’incubo della scissione agita i democratici di Antonio Funiciello furia di parlare di scissione nel Pd, un gruppo di senatori democratici (Bianco, Cabras, Casson, Garavaglia, Ichino) s’è preso paura e ha promosso un appello all’unità. Segno che dalle parti del Nazareno la confusione continua a regnare sovrana. È stato il giuslavorista Ichino a sollecitare i colleghi di Palazzo Madama, allo scopo di rivolgersi ai candidati segretario affinché siglassero un patto di sangue per il quale chiunque uscirà sconfitto dalle primarie, non decida di uscire pure dal partito. E siccome nel Pd si agita una grande preoccupazione per come sono andati i congressi di circolo, l’appello di Ichino ha avuto un certo successo fino a contare una quarantina di firmatari. Senatori che provengono da esperienze diverse e che oggi appoggiano differentemente Bersani, Franceschini o Marini, ma che hanno voluto rendere pubblica la loro incertezza.

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In effetti, non c’è stato congresso di circolo che non si sia aperto con una excusatio non petita sulla necessità di restare comunque uniti, salvo poi can-

Ha già quaranta firmatari il testo che richiama il Pd alla ricomposizione delle fratture in sede congressuale; chiunque sia il prossimo segretario tarsele di santa ragione immediatamente dopo. Il clima già teso è stato appesantito avant’ieri da Piero Fassino, in veste di coordinatore della mozione Franceschini, il quale ha ribadito che se non fosse per l’esito plebscitario o quasi plebiscitario a favore di Bersani dei congressi in Campania, Puglia e

Calabria, Franceschini sarebbe praticamente appaiato al suo sfidante. Per quanto i numeri gli diano inoppugnabilmente ragione, l’uscita di Fassino non ha fatto altro che aggiungere benzina sul fuoco. Insomma, che c’è di vero nelle voci scissioniste? La notizia che circola da una settimana sui giornali di un

nuovo Asinello che terrebbe dentro rutelliani, veltroniani e un po’ di popolari vicino a un Franceschini sconfitto, non è che una bufala. Nessuno tra gli ex Ds ostili a D’Alema (definzione più appropriata per definire un insieme a cui l’appellativo “veltroniani”sta decisamente stretto) pensa minimamente a uscire dal Pd. In fondo, si tratta per lo più di dirigenti politici per una vita all’opposizione di D’Alema nel Pci-Pds-Ds, che si troverebbero più a loro agio di prima – perché in condizioni più agibili – a fare l’opposizione interna a Bersani dentro il Pd. Stesso discorso vale per i popolari, che potranno a congresso concluso contare su una componente che vanta d’essere intorno al 25% e in queste proporzioni pretenderà di rivaleggiare direttamente con quella dalemiana, magari allo scopo di un accordo per la gestione unitaria del partito. Ipotesi che, nel caso di una vittoria risicata di Bersani, è praticamente dietro l’angolo. Discorso diverso per Rutelli e altri esponenti di cultura liberal democratica, che nel PD di sinistra di Bersani non sarebbero evidentemente a casa. ntanto, Ichino e gli altri si

Poltrone. L’«International Herald Tribune» candida il governatore della banca tedesca alla Bce

Un avversario europeo per Draghi di Alessandro D’Amato ario Draghi ha un concorrente. Dopo l’endorsement del Wall Street Journal, che vedeva nell’inquilino di via Nazionale il candidato ideale per la Banca Centrale Europea. Ora sembra proprio che, perlomeno sulla stampa estera, la gara per la successione di Jean- Claude Trichet alla presidenza della Bce sia cominciata, «contrapponendo un italiano pragmatico a un falco anti-inflazione della vecchia scuola tedesca». Così l’International almeno Herald Tribune descrive la corsa alla guida dell’Eurotower, indicando quelli che secondo il giornale sono i due candidati più gettonati: oltre al governatore della Banca d’Italia si fa il nome del presidente della Bundesbank Axel Weber.

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offrono una reale scelta politica all’interno dei lacci del mandato della banca di assicurare la stabilità dei prezzi». Tutto vero, per chi segue il dibattito a Francoforte: Weber era tra quei “falchi” che aveva chiesto ripetutamente nel board di agire al più presto contro l’inflazione, alzando il costo del denaro, prima della crisi dei mutui subprime. L’Ith propone un breve curriculum di entrambi i banchieri centrali e poi afferma: «Draghi

Il presidente della Bundesbank Axel Weber è considerato un ”falco” del monetarismo, schierato contro le pressioni della politica

Il quotidiano spiega che si tratta di una scelta «politica più che semplicemente economica», aggiungendo che «la rivalità nazionale è tanto importante quanto le credenziali professionali o le visioni di politica economica», e «questo è un peccato, perché Draghi e Weber hanno background contrastanti e visioni che

parla raramente di politica monetaria, ma quando lo fa si colloca al centro tra i falchi come Weber e Stark e le colombe come Papademos e Orphanides». Ma il giornale ricorda anche che «Draghi fa parte di un gruppo di public servants italiani, come l’ex commissario Ue Mario Monti, che si sono distinti in cariche internazionali nonostante la debolezza governativa e l’insufficienza economica del loro Paese». Quanto a Weber, l’Ith afferma tra l’altro che «non ha mai lavora-

to fuori dalla Germania o nel settore privato» e che «i suoi frequenti discorsi riflettono l’ortodossia anti-inflazione della Germania e il conservatorismo fiscale».

Il governatore della banca centrale tedesca, prosegue il quotidiano, «sostiene una politica monetaria simmetrica, in base alla quale i tassi d’interesse potrebbero salire velocemente e non solo scendere» e «queste opinioni potrebbero metterlo in contrasto con i politici europei che temono che alti tassi d’interesse possano soffocare l’economia». Insomma, forse un candidato troppo “ortodosso” per le cancellerie europee. Che dovrebbero preferire un pragmatico, per avere una politica monetaria maggiormente accomodante nei confronti di banche e imprese. Draghi sembra il nome sempre più giusto per il posto giusto.

sono premurati di mettere le mani avanti per non far cadere il Pd all’indietro dopo lo scontro del 25 ottobre. Se però non esiste il pericolo, sotteso all’appello del giuslavorista, di divisioni tra cofondatori popolari e cofondatori diessini, è anche vero che il Pd di domani potrebbe essere sensibilmente diverso da quello finora conosciuto. L’elemento che attenta le ambizioni future di democratici è questa idea di ridursi, dopo le primarie, alla sommatoria di ex democristiani di sinistra ed ex comunisti.

È indubbio che esperienze politiche come quella di Francesco Rutelli e di altri insieme a lui sono decisamente minoritarie rispetto alle truppe da compromessino storico ex Dc ed ex Pci.Tuttavia il progetto originario del Pd, “partito nuovo” rispetto alle culture riformiste di provenienza, sarebbe di certo abbandonato dal commiato al partito di Rutelli e (absit iniura verbis) compagni in seguito a una vittoria di Bersani. Epilogo che, se scongiura teatrali scissioni, suggerisce la probabilità di silenziose e ben più drammatiche emorragie.


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o due foto sulla mia scrivania. Due foto per non dimenticare e per continuare la mia inchiesta». Comincia così, senza tanti giri di parole, l’ultima intervista di Anja Politkovskaja, trasmessa il 5 ottobre 2006, a meno di quarantott’ore dalla sua esecuzione nell’ascensore di casa sua, a Mosca. L’inchiesta a cui si rifersice è quella contro i rastrellamenti e le torture di Ramzan Kadyrov, oggi presidente ceceno e all’epoca solo delfino di Putin e alleato (e qui i dubbi si sprecano) del suo predecessore Alu Alkhanov. Comincia così e lascia chiaramente intendere due cose: la prima è che la giornalista, benché consapevole dei rischi che correva, non pensava di finire nell’occhio del cecchino così presto. La seconda, assai pericolosa per chi era indagato, è che non si sarebbe fermata dal battersi per i diritti umani e la verità in Cecenia. Quella verità che oggi il presidente Putin sembra continuare a negargli evitando che il processo farsa intentato contro i suoi killer arrivi a una conclusione e al nome dei mandanti. Nomi e cognomi che la sua erede e collega a Novaya Gazeta,Yulia Latynina, ha più volte fatto: «L’ordine d’uccidere la Politkovskaya è partito da persone vicine all’ex presidente della Cecenia, Alu Alkhanov. E dal suo successore, Ramzan Kadyrov. E nessuno dei due è mai stato né interrogato, né indagato». Entrambi, lo ricordiamo, avevano più di un motivo per volerla morta, e probabilmente - come sottolinea anche Dmitry Muratov, direttore di Novaya Gazeta - il fatto che l’esecuzione sia avvenuta il giorno del compleanno di Putin, è solo un tentativo di depistare le indagini con la scusa di un regalo al presidente». La verità è che la Politkovskaja, Ramzan Kadyrov, lo voleva portare alla sbarra. E non ne faceva mistero.

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Tanto da dire in diretta ai microfoni di Radio Svoboda, a una esterrefatta intervistatrice, Elena Rykovceva: «Io sto facendo un’inchiesta sulle pratiche di tortura nelle segrete di Kadyrov di oggi e di ieri. Sto indagando sugli uomini che sono stati sequestrati dagli uomini di Kadyrov (in seguito: “Kadyrovcy”) per un motivo del tutto inspiegabile. Sono scomparsi semplicemente per incutere terrore alla gente, per un po’ di propaganda. Voglio dire che questi sequestrati, di cui ho la foto sulla scrivania, questi uomini (uno di loro è russo, l’altro ceceno) sono stati descritti dai media russi alla stregua di guerriglieri, con i quali i Kadyrovcy erano in guerra nei pressi del villaggio di Aleroj. Questa è una storia conosciuta, che hanno trasmesso sui nostri teleschermi, alla radio e sulle pagine dei giornali, dopo che Kadyrov, sullo sfondo delle sconfitte dei boeviki, ha concesso un’intervista trasmessa dalle telecamere statali e dagli altri canali. Ma la realtà è diversa. La verità è che queste persone sono state rastrellate, sequestrate, torturate e uccise». Lo sgomento nella stazione radio si tagliava con il coltello, fosse stato per l’intervistatrice quella conversazione si sarebbe dovuta chiudere seduta stante. Ma l’accusa mossa era troppo forte per terminare il collegamento, e la giornalista tentò di condurla su un tema meno aspro, quello dei diritti umani. Un errore clamoroso. Anja non si fece pregare due volte e rintuzzò la collega: «Io non mi sto lamentando di diritti umani negati. Io sto semplicemente dicendo che bisogna incontrarsi non solo con Kadyrov, ma anche con le sue vitti-

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Tre anni fa la penna della giornalista russa Politkovskaja è stata spezzata. Fredda Oggi il mondo intero la ricorda, ma al Cremlino tutto tace e ”Novaya Gazeta”,

L’ultima parola

Cronaca di un’interv Che Ramzan Kadyro in Cecenia». Q L’accusa di Sokolov, vice direttore del giornale russo

«Il killer è ancora libero e si nasconde in Europa» Rustam Makhmudov, l’uomo accusato di essere il killer della giornalista russa Anna Politkovskaja, è ancora in fuga ed è attualmente nascosto in un paese dell’Unione Europea. Lo ha detto Sergei Sokolov, vice direttore della Novaya Gazeta, il quotidiano in cui lavorava la giornalista assassinata, sottolineando che l’autore materiale dell’omicidio è fin qui riuscito a sfuggire alla giustizia per colpa dello scarso coordinamento fra le polizie internazionali. «Avrebbe potuto essere arrestato già lo scorso aprile, ma è riuscito a sparire di nuovo», ha detto Sokolov, aggiungendo che l’inchiesta, a tre anni dalla morte della Politkovskaja, ha scoperto nuove persone sospettate di aver preso parte all’organizzazione dell’omicidio. Finora gli investigatori hanno individuato, oltre a Makhmudov, i suoi due fratelli, Ibragim e Dzhabrail, ma non si sono mai espressi sul nome del mandante. «L’inchiesta ha una nuova possibilità di essere portata a termine, ma penso che questa sia l’ultima», ha detto ai giornalisti Ilya Politkovsky, figlio della vittima. Dal 2000 ad oggi, sono stati 22 i giornalisti russi uccisi a causa della loro attività professionali, secondo i dati raccolti da Reporters Sans Frontieres.

me. Non vittime in senso ipotetico, ma che hanno sofferto proprio direttamente. I loro parenti morti, perseguitati, costretti a fuggire. La maggior parte di questi uomini erano rispettabili. Io ne conoscevo molti. Io so chi sono». A questo punto il panico deve aver preso il sopravvento su Elena Rykovceva, che - fa fede la registrazione - dice testualmente: «Anja, ma non vi sembra che questi uomini possano appartenere alla categoria dei dispersi? È vero, c’è chi risulta sparito in seguito a un sequestro, ma non si può fare di tutta un’erba un fascio. Kadyrov ha portato dei benefici a molte persone, ha fatto costruire molte case nuove. Le vittime sono solo una piccola percentuale...». Risposta di Anja: «Una piccola percentuale?». Elena: «Così viene presentata, come piccola».

Dopo qualche istante di silenzio incredulo, l’affondo e assolo conclusivo di Anja: «Nella prima metà di quest’anno si sono verificati più sequestri che nella prima metà dell’anno passato, ho qualche dato in merito. E questo si riferisce solo a quelle persone che hanno dichiarato il sequestro dei propri cari. E poi non li hanno più ritrovati. Vorrei farle presente che lei parla di “dispersi”solo perché non si tratta né di un nostro caro, né di mio figlio, di mio fratello o di mio marito. Le fotografie delle quali vi parlo mostrano corpi assolutamente straziati dalle torture. Non si può ridurre tutto ciò ad una piccola percentuale. Si tratta di una grossa percentuale. I giornalisti che non conoscono questa regione dicono che Kadyrov resuscita le tradizioni cecene. Sciocchezze. Lui le demolisce. Ramzan

(Kadyrov, ndr) è un fifone armato fino ai denti, circondato dalla scorta. Penso e mi auguro che non diventerà presidente. Ho una specie di profonda e interiore convinzione, forse perfino intuitiva - per niente razionale, che nemmeno Alu Alkhanov sarà riconfermato. Alu Alkhanov è un uomo molto debole. In questo consiste il problema di Alkhanov, e in gran parte a questo fatto si deve anche la crescita e fermezza “draconiana”di Kadirov-junior. Il mio sogno personale per il compleanno di Kadyrov è solamente uno. E sono serissima. Spero che egli sieda sul banco degli imputati. E che venga portato avanti il più rigoroso processo con l’elenco di tutti i suoi crimini, con un’inchiesta su ogni suo crimine. A tale proposito, su tre numeri del nostro giornale - perché queste cose naturalmente le


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ata dai colpi d’arma da fuoco di un assassino mai preso. il suo giornale, viene querelato per l’ennesima volta

a di Anna

vista a Radio Svoboda: «Il mio sogno? ov venga processato per i suoi crimini Quarantott’ore dopo era morta di Luisa Arezzo

altre testate non le scrivono - vengono intentate alcune cause per i reati dei Kadyrovcy e contro Kadyrov in persona. Io, per esempio, figuro in una di queste denunce in qualità di testimone.

Sono casi di sequestri. In particolare un reato è proprio per sequestro e per correità da parte di Kadyrov nel rapimenti di due persone. Sono stata chiara?». Sì Anja, eri stata chiarissima. Forse fin troppo. Probabilmente è per questo che il giorno della tua morte nei canali controllati al Cremlino venne dedicato meno di un minuto alla notizia del tuo omicidio. Forse è per questo, come dice Oleg Panfilov, direttore del Centro di giornalsimo in situazioni estreme, «che in Russia nessuno ricorda la Politkovskaja» e che nessuna via o piazza

in Russia è stata dedicata alla tua memoria. Le autorità dicono che per legge bisogna aspettare 10 anni dalla morte di una persona prima di avere una strada con il suo nome, ma quando serve si chiude sempre un occhio. L’anno scorso il presidente ceceno ha chiamato Viale Putin la strada più importante di Grozny e Mosca ha via Kadyrov, in memoria di Akhmad Kadyrov, il presidente ceceno ucciso 4 anni fa. Questa è la realtà. E non è mutata: proprio ieri Ramzan Kadyrov ha querelato Novaja Gazeta per aver puntato il dito contro di lui in un editoriale intitolato Delitto a Vienna sull’uccisione di Umar Israilov, un giovane oppositore del presidente ceceno freddato il 13 gennaio scorso nella capitale austriaca da due uomini con tre colpi di pistola.

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«Indagini serie e processi in linea con gli standard internazionali»

L’appello di Amnesty a Medvedev T di Guglielmo Malagodi

re anni dopo l’omicidio di Anna Politkovskaya, le violenze e le intimidazioni contro gli attivisti per i diritti umani in Russia e nel Caucaso settentrionale sono ancora in aumento. Lo ha denunciato Amnesty International, che ha scritto una lettera al presidente della Russia, Dmitry Medvedev, sollecitando misure autentiche per porre fine agli attacchi e un impegno concreto per portare di fronte alla giustizia i responsabili. «Il fatto che chi ha commesso e chi ha ordinato l’omicidio di Anna Politkovskaja sia ancora libero è la testimonianza di quanto le autorità russe non abbiano indagato a fondo su crimini del genere» - ha dichiarato Irene Khan, segretaria generale di Amnesty International. L’elenco delle persone che hanno denunciato le violazioni dei diritti umani in Russia (attivisti, avvocati, giornalisti) e che, con ogni probabilità per questo motivo, sono state assassinate o hanno subito intimidazioni, è lungo. Quest’anno a gennaio Stanislav Markelov, un avvocato che aveva lavorato a stretto contatto con Anna Politkovskaya, è stato assassinato a Mosca. Anastasia Baburova, una giornalista, è caduta al suo fianco. Attacchi del genere, nei confronti di persone impegnate a proteggere i diritti umani, sono comuni nel Caucaso settentrionale. Il 15 luglio, Natalia Estemirova, esponente del centro per i diritti umani Memorial, è stata sequestrata nella capitale cecena, Grozny. Il suo corpo è stato ritrovato poche ore dopo nella vicina Inguscezia.

La vittima aveva ricevuto in passato numerose minacce a causa del suo impegno in favore dei diritti umani. L’omicidio di Natalia Estemirova - spiega Amnesty in una nota - «ha avuto luogo in un clima in cui gli attivisti vengono pubblicamente minacciati dalle autorità cecene, che li accusano di essere sostenitori dei gruppi armati illegali. All’inizio del mese, Adam Delimkhanov, parlamentare russo e stretto alleato del presidente ceceno Ramzan

Kadyrov, era apparso alla Tv Cecena minacciando «i cosiddetti difensori dei diritti umani, amici dei terroristi». In un’intervista rilasciata a Radio Liberty poco dopo l’omicidio di Natalia Estemirova, il presidente Kadyrov ha definito irrilevante il lavoro della vittima, aggiungendo che si trattava di una persona «priva totalmente di onore e del senso della vergogna». «È indispensabile che le indagini sulle uccisioni di Natalia Estemirova, Stanislav Markelov, Anastasia Baburova e Anna Politkovskaja siano condotte con imparzialità e indipendenza e che non manchino, ove emergano indizi, di investigare sulle complicità di esponenti del governo, compresi i livelli più alti» - ha aggiunto Khan. Amnesty continua a essere preoccupata per l’incolumità di esponenti di Memorial tanto nel Caucaso settentrionale quanto a Mosca.

Irene Khan, segretario generale dell’associazione: «È il momento che il presidente mostri la volontà politica di stare dalla parte dei diritti umani in Russia» Akhmed Gisaev, poco prima dell’uccisione di Natalia Estemirova, stava seguendo insieme a lei il caso di una presunta esecuzione extragiudiziale in un villaggio ceceno. Da allora viene pedinato e riceve minacce. Zarema Saidulaeva, presidente dell’associazione umanitaria “Salviamo la generazione”, è stata assassinata insieme al marito,Alik Dzhabrailov, l’11 agosto. I due sono stati sequestrati di fronte alla sede dell’associazione, a Grozny, da uomini che si erano qualificati come personale di sicurezza. Poche ore dopo, i loro corpi sono stati ritrovati nel portabagagli della loro automobile. «È davvero giunto il momento che il presidente Medvedev mostri la volontà politica di stare dalla parte dei diritti umani in Russia e che agisca contro questo clima di paura e intimidazione» - ha concluso Khan. Amnesty chiede al presidente Medvedev di garantire indagini approfondite e processi in linea con gli standard internazionali su questi crimini. A tre anni dall’omicidio di Anna Politkovskaja, le autorità russe devono porre fine agli attacchi contro coloro che agiscono per proteggere i diritti umani in Russia.


mondo

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Islam. Dopo l’11 settembre, la cupola del gruppo ha preferito concentrarsi sulla propaganda. Lasciando ai locali la lotta armata

Le crepe di al Qaeda La rete del terrore di bin Laden appare sempre meno operativa e sempre più politica di Osvaldo Baldacci l Qaeda. Prova a scandire a voce alta questo nome (si pronuncia “al qàida”, significa “la rete, la base”). Sbaglio o non fa più l’effetto di qualche anno fa? Non incute più lo stesso timore, né la stessa rabbia. Per certi versi è una cosa positiva, ma la cronica distrazione e la facile smemoratezza dell’Occidente possono fare pessimi scherzi. Sono passati appena otto anni dagli attentati dell’11 settembre. Che fine ha fatto al Qaeda? È attiva, pericolosa? Dove si trova? Come è organizzata? Cosa sta tramando? Che ne è delle sue idee, della sua propaganda, delle sue minacce? Quali potrebbero essere i suoi obiettivi attuali e prossimi? Dopo un periodo di apparente basso profilo, proprio in queste ultime settimane al Qaeda è tornata a farsi viva con forza. In particolare sono stati messi in circolazione diversi messaggi dei due principali leader dell’organizzazione terroristica, Osama bin Laden e Ayman al Zawahiri. Bin Laden si è fatto vivo ben due volte negli ultimi giorni, mentre ancora più spesso è comparso il suo numero due, il medico egiziano. Al Zawahiri anche lunedì ha rivolto i suoi strali contro l’Occidente, in un messaggio in memoria di Ibn al Sheikh al Libi, membro di spicco di al Qaeda morto a gennaio in un carcere libico: «Oh assassini criminali, sanguisughe. Noi verseremo il vostro sangue e consumeremo la vostra economia finché non la smetterete con i vostri crimini, oh insolenti arroganti». Il numero due di al Qaeda nel messaggio video promette di vendicare i “crimini”contro i musulmani con nuovi attacchi.

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Poco tempo prima al Zawahiri aveva elogiato il defunto leader dei talebani pachistani Beitullah Mehsud promettendo anche qui vendetta con nuovi attentati in Pakistan, Afghanistan e Occidente. Messaggi ultimativi e di minaccia, come sempre, quelle dei massimi vertici terroristici. Che si accompagnano ad altre minacce messe in rete da altre entità che si richiamano ad al Qaeda. Tra queste i ripetuti avvisi di atten-

tati contro la Germania a causa del suo grande coinvolgimento di Afghanistan. Una ripresa quindi in grande stile della messaggistica qaedista.

Un elemento che unitamente agli attentati in Asia e alla rete mondiale di simpatizzanti deve far tenere alta la guardia ma che allo stesso tempo ha due facce, mostrando forse uno sforzo di ripresa che si affianca anche a una debolezza strutturale. O quanto meno a una necessità di nuova trasformazione. Peraltro prima dell’estate

da parte loro, e soprattutto di Bin Laden, ha fatto immaginare che fossero in qualche modo impossibilitati a diffondere i loro messaggi: per motivi di sicurezza, prima di tutto (messaggi di personaggi così in vista hanno bisogno di strutture logistiche e di sicurezza che un uomo braccato non può garantirsi), e forse anche per motivi di salute. Ora i due capi-terroristi tornano a parlare. Non sono in grado di arrischiarsi a girare veri e propri video, ma riescono a trasmettere il loro pensiero. E ne hanno molta voglia, visto il Osama bin Laden e Ayman al Zawahiri, i due leader di al Qaeda. Sopra, un campo di terroristi. A destra, l’attacco contro le Torri gemelle dell’11 settembre, il primo attacco all’estero

Al Qaeda è diventata una realtà federale, concentrata su alcune azioni più eclatanti lasciando ai gruppi locali la guerriglia quotidiana. Qualcuno ha parlato anche di un modello franchising erano circolate notizie attendibili persino sulle difficoltà economiche di al Qaeda, con il grosso dei finanziamenti fondamentalisti deviati verso altre realtà armate. I messaggi di Bin Laden e Zawahiri intanto dimostrano alcune cose. Che sono vivi, visto che trattano di attualità. In realtà sulla loro esistenza in vita gli esperti hanno sempre avuto pochi dubbi, anche perché nella cultura islamica e in quella fondamentalista la morte è un destino felice, e negarla mentendo è una cosa grave. Finora gli islamisti armati hanno sempre finito per confermare la morte dei loro capi, diventati così “martiri”. I messaggi dicono anche un’altra cosa: i due leader sono di nuovo in grado di inciderli e di trasmetterli. Per un certo periodo la scarsità di comunicazioni

succedersi di discorsi che hanno pubblicato di recente. In parte un sintomo di ritrovata forza, ma forse anche un segno di difficoltà, di ricerca di spazi di visibilità e di riconquista di autorevolezza.

In questa direzione i leader di al Qaeda stanno cercando anche di cavalcare un’onda positiva recente dopo l’elezione di Obama: l’elezione del nuovo presidente Usa aveva ristretto i loro margini di manovra spargendo a piene mani dialogo, speranza, pacificazione e occupando tutti i media. Ora sono passati mesi e c’è un riflusso: di risultati se ne vedono pochi, si diffonde anzi un sentimento critico verso gli atteggiamenti tentennanti dell’amministrazione Usa, e in Afghanistan come in Somalia gli integralisti

sono all’attacco e danno anzi la sensazione di ottenere successi spendibili non solo sul piano locale ma anche a livello mediatico internazionale. Bin Laden e al Qaeda cercano di cavalcare questa situazione per tornare sulla cresta dell’onda, tessere nuovi legami e riprendere l’iniziativa ed insieme ad essa la guida del movimento fondamentalista armato. Per non restare relegati al ruolo di commentatori, di “padri nobili”. Sono ancora loro i capi della cupola di al Qaeda? Esiste una cupola di al Qaeda? E quanto conta? Spesso gli esperti si dividono tra chi ritiene al Qaeda un vertice gerarchico molto rigido che ha il controllo e la responsabilità dell’azione di ogni sua pedina sull’intera scacchiera globale, e chi invece pensa che al Qaeda quasi non esista.

Che sia solo un marchio che i terroristi si autoassegnano e spesso gli stessi governi usano per bollare i loro nemici e renderli più spaventosi in modo da ottenere più aiuti e giustificare

qualunque propria azione. La verità probabilmente sta nel mezzo, e soprattutto bisogna tenere presenti le continue trasformazioni dell’organizzazione terroristica.

Il nucleo che nacque sul finire della guerra dei mujaheddin afghani contro i sovietici era cosa ben diversa dall’esercito privato e dall’impero para-imprenditoriale degli anni del Sudan, a sua volta differente dal successivo principato nell’Afghanistan dei talebani, che poi è cambiato radicalmente dopo gli attentati del 2001 passando attraverso una prima stagione di clandestinità capace comunque di mettere a frutto la massima visibilità e il lavoro degli anni precedenti con nuovi attentati da Bali a Londra. E ancora diversa era la realtà braccata e messa all’angolo degli ultimissimi anni. In tutte queste fasi il vertice qaedista è rimasto tra Afghanistan e Pakistan continuando sempre ad essere il punto di riferimento del movimento estremista internaziona-


mondo le, ma la sua funzione è cambiata e anche il baricentro delle sue azioni più rilevanti si è andato spostando in diverse aree del globo. Oggi sembra di poter dire che ci troviamo di fronte ad una ulteriore nuova fase. Il vertice di al-Qaeda, in particolare Bin Laden e al Zawahiri, sembrano voler recuperare la loro autorità cogliendo circostanze che li mettono in grado di farlo. Ma allo stesso tempo devono prendere atto di un movimento che potremmo dire forse sempre più federalista con un ripiegamento sulle situazioni locali. Questo localismo a Bin Laden & co. può anche star bene, ma a certe condizioni ben precise.

La novità e la forza dirompente di al Qaeda, oltre alle sue capacità logistiche, è nel suo internazionalismo, nel suo superare le lotte locali in nome di un risveglio islamico mondiale, nella sua capacità di colpire il nemico occidentale in casa sua e di sfruttare al massimo la risonanza mediatica. Questo è il suo segno distintivo e quello che ha fatto di Bin Laden e del suo esercito multietnico un punto di riferimento planetario. La risonanza ottenuta dalle sue azioni, prima fra tutte l’11 settembre, ha dato ad al Qaeda la forza attrattiva per inglobare molti movimenti locali, in cambio della cui fedeltà ha fornito guida, addestramento, mezzi, copertura ideologica, esperti, tecniche di comunicazione e strumenti ad esse necessari. E anche indicazioni operative. A loro volta le azioni condotte localmente, dall’Iraq all’Algeria all’Indonesia, omogeneizzate nel quadro internazionalista, hanno amplificato le capacità comunicative ed attrattive di al Qaeda, cui era attribuibile il merito di una guerra globale all’Occidente e prima di tutto ai regimi islamici “corrotti”. A quel punto al Qaeda è diventata una realtà federale, concentrata su alcune azioni più eclatanti lasciando iniziative ai gruppi locali per la guerriglia quotidiana. Qualcuno ha parlato anche di un modello franchising, con il marchio al Qaeda sovraimpresso a realtà locali. Il concetto federale mi piace di più, anche se c’è del vero nel franchising: il fatto è che da una parte i gruppi locali hanno fatto a gara per ottenere l’approvazione della cupola afghana, dall’altra i vertici di al Qaeda non si occupavano certo delle singole azioni. Però c’è un codice preciso per entrare in al Qaeda, si può imitarla, si può condividere la sua ideologia, ma c’è un procedimento per entrare a farne parte: ritrovamenti dell’intelligence hanno mostrato una corrispondenza tra gruppi che volevano aderire e i leader, c’è uno scambio di emissari, di esperti, di addestratori, fino ad arrivare a un formale

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giuramento di fedeltà a Bin Laden e a un riconoscimento da parte di quest’ultimo. È successo in Iraq, in Algeria, in Africa. Pochi giorni fa è successo in Somalia: gli Shebab, il gruppo armato più forte e più integralista, ha formalmente dichiarato la sua fedeltà a Osama Bin Laden. Questo poco dopo la morte di un suo leader. Tutto questo dà molta forza ad al Qaeda, che resta non solo un modello, non solo una fornitrice di servizi, ma anche l’unico riferimento in grado di mettere in collegamento e tenere uniti Abu Sayyaf nelle Filippine con i talebani nigeriani, Aqim nel Nord Africa con gli shebab in Somalia, i gruppi mediorientali con quelli indiani e quelli indonesiani. Ma nel momento che al-Qaeda ha fornito a ciascuna di queste realtà il know how necessario e ha dato loro il via libera, si trova di fronte a un problema: il ritorno al localismo, il ripiegamento di questi gruppi sulle problematiche locali e le faide regionali. La sensazione è che in parte questo stia avvenendo. Che i vari gruppi terroristici siano impegnati nelle loro anche importanti battaglie locali, ma senza una capacità di proiezione,

scuola. Ha fornito un’ideologia capace di far uscire gruppi guerriglieri da un orizzonte troppo limitato, ma soprattutto ha fornito istruzione e addestramento. E ha imposto i suoi metodi, non solo dal punto di vista tecnico ma anche Esempio eclatante è l’uso degli attentatori suicidi. Una pratica prima poco diffusa e molto difficile da accettare sia a livello personale che a livello di molte culture locali. Non a caso questo e gli attacchi indiscriminati contro i civili (spesso musulmani) sono stati sempre i principali punti di attrito tra i capi-terroristi più estremisti e altri combattenti più ortodossi, spesso spintisi fino all’abiura del terrorismo.

Ma certo in complesso questi due approcci si sono imposti, e vengono usati ormai normalmente in Afghanistan (si fa fatica a ricordare che pochissimi anni fa non erano utilizzati), in Nord Africa, in Somalia. Quindi la minaccia di al-Qaeda è ancora una volta multiforme. Da un lato una “cupola” che esiste, cerca di riprendersi la leadership, di riconquistare basi, di indicare la direzione. Un vertice che ha bisogno della visibilità di azioni violente

Oramai, il gruppo è solo un collegamento per Abu Sayyaf nelle Filippine con i talebani nigeriani, Aqim nel Nord Africa con gli Shabab in Somalia, i mediorientali con gli indonesiani che invece resta l’obiettivo di al Qaeda. È vero che qualche vittoria a livello locale può dare ad al Qaeda nuove basi sicure, ma il rischio è di perdere la dimensione internazionale. Un esempio su tutti è la situazione del Pakistan: un Paese importante, nucleare, dove i qaedisti sono riusciti allo stesso tempo a portare a compimento azioni eclatanti e a creare un diffuso clima di guerra civile.

I leader dei talebani pakistani sono assurti a ruoli di primo piano. Ma resta il fatto che sono leader locali, con scarsa capacità di presa fuori dal mondo pashtun. Esempio tipico quello dei Mehsud, considerati i capi di al-Qaeda nell’area: il semplice fatto che la leadership si trasmette all’interno della stessa tribù è una negazione della dimensione internazionale di alQaeda. Inoltre nelle aree tribali pakistane, ma anche in Somalia e in Indonesia, sta funzionando la strategia dell’antiterrorismo di eliminare i capi dei gruppi terroristici: sono molti gli esponenti di spicco uccisi, un duro colpo. L’uccisione dei leader terroristi e il reflusso regionalista sono forse oggi le due maggiori criticità per al Qaeda. Ma al Qaeda non è meno pericolosa oggi, anzi. Quello che più de ve preoccupare è che ha fatto

ad esempio in Afghanistan ma ha anche bisogno di un colpo eclatante, mediatico. Proprio in questi giorni sono usciti alla luce diversi piani, se fossero veri: dagli attentati sventati nella metropolitana di New York (pianificati da afghani, forse non a caso) alle ripetute minacce contro la Germania. D’altro canto il problema è che i metodi e soprattutto l’ideologia qaedista hanno sfondato, si sono diffusi, hanno fatto scuola. Hanno fornito giustificazioni e mezzi alle teste calde di mezzo mondo. Esiste quindi un rischio di qaedismo fai-date che ispira allo stesso tempo bande e milizie tribali di mezzo mondo, dalla Nigeria al sudest asiatico, e disadattati delle periferie europee, neoconvertiti, emarginati, immigrati di seconda generazione con crisi di identità. Se trovano i canali “giusti” questi soggetti possono essere persino incanalati verso i campi di al Qaeda, altrimenti costituiscono schegge impazzite ma non per questo meno pericolose. Colpire a morte al-Qaeda quindi vuol dire eliminare i tentacoli della piovra come la sua testa, ma vuol dire anche trovare il modo di eliminare il veleno che ha sparso inquinando realtà non direttamente connesse. È la battaglia più difficile e più importante, quella per i cuori e per le menti.


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Proposte. Il presidente avrebbe davanti a sé la possibilità di vincere uò sembrare un tributo alla tenacia del presidente o alla sua incapacità di pensare fuori dagli schemi tradizionali, ma Barack Obama non pare interessato ad accettare un dono caduto dal cielo. Si trova davanti a tremende scelte in politica estera che non vuole fare - e forse anche a ragione, visto che potrebbero tutte ritorcerglisi contro: prendiamo il caso dell’Afghanistan. McChrystal e Petraeus gli hanno detto che se non andrà fino in fondo, aumentando le forze militari sul campo di 40mila unità, vedrà la guerra fallire clamorosamente. Entrambi i generali sono leader e analisti di spessore, e se dicono una cosa del genere molto probabilmente è vera. D’altro canto il presidente Obama teme che se invia 40mila uomini in più provocherà l’ira della sinistra (il suo zoccolo duro), e che se non lo farà ad arrabbiarsi sarà l’americano medio. Perché la massima del generale Patton vale sempre: «Gli americani odiano i perdenti». Il presidente lo sa e non gli piace. Men che meno esulta all’idea di perdere elettori.

P

Guardiamo al caso dell’Iran. La repubblica islamica è lo sponsor principale del terrorismo globale, uccide direttamente e indirettamente americani ogni giorno che passa sia in Iraq che in Afghanistan e sta lavorando a un programma per sviluppare armi atomiche. Obama a volte sembra credere che questi due problemi siano pure questioni di “gestione”, al di fuori dai dettami della legge. Ma lo ha detto chiaramente, e più di una volta, che vuole impedire all’Iran di dotarsi di bombe nucleari. E con pochi distinguo, vediamoli: il 6 aprile, «I leader iraniani devono decidere se costruire l’arma nucleare o un futuro migliore per il popolo». Il 4 giugno, al Cairo: «… è chiaro a tutti gli interessati che sulla questione delle armi nucleari siamo a un punto di svolta. Non si tratta solo degli interessi americani ma del prevenire una corsa agli armamenti atomici in tutto il Medioriente, che porterebbe la regione e il mondo intero su una strada pericolosa». Il 7 luglio a Mosca: «Dobbiamo essere uniti contro i tentativi dell’Iran di procurarsi l’arma nucleare». Il 23 settembre, all’assemblea generale dell’Onu, «Dobbiamo abbracciare una nuova era di impegni basata su interessi e rispetto reciproci, e il nostro lavoro deve iniziare da subito». Il 25 settembre al G20 di Pittsburgh: «l’Iran deve osservare le risoluzioni del consiglio di sicurezza e ribadire con chiarezza che assolverà alle proprie re-

Obama, Teheran e i doni ignorati

zionaria e le milizie Basij sono rimaste ferme, senza intervenire. Questa settimana ci sono stati moti studenteschi nelle maggiori università di Teheran e Shiraz, e nulla è stato fatto per chiuderle. Ogni notte milioni di iraniani, dall’alto dei loro tetti, gridano: “Morte al Dittatore”.

Washington ha davanti un bivio importante, ma non sa cosa fare

Se cadesse il regime due delle più ardue decisioni di Obama (ma anche altre) si risolverebbero come per magia. Privati delle finanze iraniane, di armi, intelligence, campi di addestramento e nascondigli, i nostri nemici afgani s’indeboliranno e aumenteranno le nostre chance di successo. Hossein Mousavi, leader del partito d’opposizione, ha più volte detto che qualora salirà al governo porrebbe fine al supporto al terrorismo e aprirebbe i siti nucleari del paese alle ispezioni internazionali, dando così una soluzione ai tre grattacapi di Obama su Teheran. Non solo: Hezbollah, l’organizzazione terroristica più assassina del mondo, ne uscirà indebolita come il regime di Bashar Assad in Siria, che dà ospitalità ai terroristi. Anche i nuovi amici dei mullah in Sud America e l’offensiva russa per creare un’alleanza globale contro gli Usa sarebbero più deboli. Un vero miracolo, insomma, che per realizzarsi ha bisogno di un’amministrazione Usa capace di agire come un qualsiasi americano medio in simili circostanze: dando supporto all’opposizione democratica in Iran. Non c’è bisogno di bombe o pallottole, non si rischia l’anima e il corpo di soldati americani. Occorre solo che Obama, Hillary, Dennis Ross, William Burns e tutti gli altri facciano appello a un Iran libero, che negozino con i mullah iniziando con una lista di prigionieri politici da rilasciare al più presto, che chiedano uguali diritti per le donne iraniane e nominino uno staff ad hoc a Voice of America e Radio Free Europe/Radio Liberty per raddoppiare gli sforzi di portare un’informazione corretta sul proprio paese a milioni di iraniani. Non è poco, ma non è impossibile. Ma Obama e i suoi consiglieri non sembrano accorgersi dell’opportunità che hanno a portata di mano. Il regime iraniano può cadere senza aiuto esterno, ma affinché ciò si realizzi ha bisogno di un supporto politico da parte degli Usa. E se Obama prendesse l’iniziativa, altri alleati lo seguirebbero. Ma così forse non sarà. Il presidente sembra continuare a camminare lungo una strada senza uscita come hanno fatto tutti i presidenti americani negli ultimi trent’anni. E poi c’è chi dice che la fantasia supera la realtà…

di Michael Ledeen

Il regime iraniano può cadere senza aiuto esterno, ma affinché ciò si realizzi c’è bisogno di un supporto politico da parte degli Usa sponsabilità in qualità di membro della comunità delle nazioni… ll governo iraniano deve ora dimostrare con i fatti le sue intenzioni di pace e rispettare gli standard e le leggi internazionali». Il primo ottobre, durante la sua conferenza stampa, ha usato entrambi i suoi slogan-base - “la mano tesa” e “il tempo è scaduto” - dicendo che «non vogliamo parlarci addosso. Se l’Iran a breve non assolverà ai suoi obblighi, gli Stati Uniti non negozieranno all’infinito e inizieranno a fare una maggiore pressione. Ma se l’Iran deciderà invece di

assumersi le sue responsabilità, ciò porterà a una migliore relazione con gli Usa, a una maggiore integrazione internazionale del paese e a un futuro migliore per tutti gli iraniani». Obama aveva già dato all’Iran un ultimatum a fine settembre, poi slittato al primo ottobre e ora prorogato fino alla “riunione di aggiornamento” del 18 ottobre. È alquanto evidente che l’Iran non ha alcuna intenzione di abbandonare il programma nucleare. Allora che farà Obama? Se continua a negoziare così, fra non molto si guada-

gnerà il disprezzo di alleati importanti, come il presidente francese Sarkozy, ma se approva nuove sanzioni rinuncerà per sempre alla sua grande visione di un mondo più felice e pacifico forgiato dalla modestia e dallo charme. Nessuno dei due scenari è particolarmente accattivante. Però, mentre cucina nel suo brodo, la divina provvidenza gli ha offerto un miracolo: il regime iraniano è sull’orlo del collasso. Gli ultimi eventi hanno dimostrato che il popolo iraniano non ha più intenzione di accettare la repressione e che le forze dell’ordine non sono più in grado di soffocare le dimostrazioni di piazza. Durante il “Quds Day” c’era talmente tanta gente nelle strade che la guardia rivolu-


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7 ottobre 2009 • pagina 17

Ma La Commissione economica per l’Europa dice: l’Italia non c’è

Prima apparizione del conduttore del Late Show dopo lo “scandalo”

Entra in vigore trattato Onu su agenti inquinanti

Le scuse di Letterman alla moglie in diretta tv

GINEVRA. Un nuovo trattato

NEW YORK. Come la “confessione”, alla fine anche le scuse sono arrivate in diretta televisiva. Alla ripresa del suo programma lunedì sera David Letterman ha voluto scusarsi davanti alle telecamere con la moglie, Regina Lasko, dopo aver ammesso la settimana scorsa di aver avuto relazioni sessuali con alcune sue collaboratrici, anche negli anni del loro fidanzamento. Nonostante l’atmosfera satirica all’inizio del Late Show il conduttore ha detto che sua moglie è stata «duramente colpita» dalla vicenda e che sta a lui ora ricostruire la relazione. Quella di lunedì (la puntata è andata in onda ieri sera in Italia) è la prima apparizione in video di Letterman che la setti-

permetterà “di identificare”, a partire da giovedì, le principali sostanze inquinanti ovunque in Europa, anche quelle che generano gas a effetto serra. Lo ha annunciato la Commissione economica per l’Europa dell’Onu (CeE, una delle cinque commissioni economiche che riportano al Consiglio Economico e Sociale - Ecosoc), presentando il trattato che è stato ratificato da venti Paesi, tra cui non compare l’Italia. Il protocollo sui registri dei rifiuti e sui trasferimenti delle sostanze inquinanti della convenzione d’Aarhus della CeE, che è stato adottato nel maggio 2003 a Kiev, entrerà in vigore l’8 ottobre 2009 grazie alla sua ratifica da parte di sedici Paesi e dall’Unione europea.

Il “modello Rudd” per l’ecologia del mondo L’Australia punta a diventare un esempio per il clima di Patrizio Cairoli

Il documento obbliga le imprese ad elaborare una relazione annuale su rifiuti e sui trasferimenti di 86 sostanze inquinanti, fra cui i gas a effetto serra, la diossina e i metalli pesanti come il mercurio. In più, un registro pubblico accessibile su internet raccoglierà queste informazioni e quelle che riguardano altre fonti più diffuse di sostanze inquinanti come il traffico automobilistico, l’agricoltura e le piccole e medie imprese. Infine,«le aziende che sono coinvolte nel commercio inter-

asterà una riduzione del 5 per cento delle emissioni di gas serra entro il 2020 per fare dell’Australia un modello nella lotta al cambiamento climatico? La risposta è nell’ambizioso obiettivo del 60 per cento da raggiungere nel 2050. Perché si è rivoluzionari quando si guarda al futuro, sempre troppo lontano. Nel presente, servono risposte alla crisi e strategie per restare al potere. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite e il G20 di Pittsburgh sono stati un ampio palcoscenico per il primo ministro Kevin Rudd, tra i più volitivi nel cercare soluzioni alla recessione mondiale e nella lotta all’inquinamento. Ma il piano di riduzione nazionale delle emissioni inquinanti (Cprs) che Rudd vorrebbe presentare alla conferenza sul clima di Copenhagen, a dicembre, come risultato di una politica ambientalista, è poco più di un impegno di facciata. Un progetto debole, frutto del compromesso, insufficiente a promuovere lo sviluppo delle energie rinnovabili e a ridurre sensibilmente l’inquinamento. Un piano che scontenta ambientalisti e non, perché comporta sacrifici economici senza un tangibile vantaggio per l’ambiente. Ma che permetterà a Rudd di minacciare l’opposizione con la double dissolution: la possibilità, prevista dalla Costituzione, di sciogliere la Camera e l’intero Senato (che solitamente si rinnova per metà ogni tre anni) nel caso una legge sia ripetutamente bloccata dalla Camera Alta, dove al momento il primo ministro laburista non ha la maggioranza. Il Cprs, già bocciato una volta, tornerà all’esame del Senato a novembre.

B

servono “risposte globali a problemi globali”, com’è stato ripetuto al G20. In fondo, le conclusioni di Rudd non sono poi così distanti: il Cprs prevede un impegno a ridurre del 15 per cento le emissioni entro il 2020, a patto che lo prendano anche gli altri. Ma l’Australia, il Paese con il più alto tasso di emissioni di diossido di carbonio pro capite - quasi cinque volte più della Cina - avrebbe bisogno di riforme più coraggiose. Per questo non sono pochi gli scontenti: su siti d’informazione e blog australiani si moltiplicano dubbi e critiche.

C’è chi si domanda se al governo, piuttosto, non ci sia ancora il liberale Howard; chi rimprovera a Rudd, dopo le scuse ufficiali per le “generazioni rubate”, anche di non aver fatto nulla per gli aborigeni. Il Paese che voleva voltare pagina, due anni dopo, si specchia deluso. Forse non sarà abbastanza per riportare al potere i liberali, ancora privi di una leadership affidabile; ma l’ultimo sondaggio Newspoll mostra che il vantaggio dei laburisti, nelle aree non urbane del Paese, si è quasi annullato (51% contro 49%). A essere scontenti, infatti, sono anche i minatori di Kalgoorlie e della Hunter Valley, gli operai delle fonderie di Boyne Island: nessuno vuole mettere a rischio il proprio posto di lavoro, in un periodo di recessione. La lotta ai gas serra può aspettare. Un primo monito a Rudd arriva dalla storia: l’ultima volta che in Australia un nuovo governo non ha ricevuto il secondo incarico è stata nel 1931, dopo la Grande Depressione. Il secondo avvertimento, invece, arriva dall’oceano. Nel 2009, sono arrivati 1.640 migranti in cerca di asilo, a bordo di 28 imbarcazioni: più di quante ne siano arrivate, in tutto, nei 7 anni precedenti. Un dato sufficiente, per l’opposizione, a riaccendere la polemica sull’immigrazione: Howard, nel 2001, sembrava destinato a lasciare The Lodge. Ma arrivò il mercantile norvegese Tampa, con un carico di 438 migranti salvati in acque internazionali, respinti dal governo liberale in nome della difesa dei confini, a consegnare ai laburisti una sconfitta inaspettata.

Il Paese ha il più alto tasso di emissioni di diossido di carbonio pro capite, quasi cinque volte più della Cina

nazionale dei rifiuti pericolosi dovranno dichiarare nome e indirizzo del destinatario», un nuovo standard che dovrebbe permettere di offrire nuovi strumenti per seguire il trasporto dei rifiuti pericolosi, che sono spesso destinati a Paesi in via di sviluppo. Di fatto è un sistema di tracciabilità degli agenti inquinanti. Fino ad oggi hanno ratificato il trattato, l’Albania, il Belgio, la Croazia, la Danimarca, l’Estonia, la Finlandia, la Francia, la Germania, l’Ungheria, la Lettonia, la Lituania, il Lussemburgo, la Norvegia, i Paesi Bassi, la Romania, la Slovacchia, la Svezia, la Svizzera, il Regno Unito e la Spagna, quest’ultima soltanto il 24 settembre.

La coalizione (liberali e nazionalisti) dovrà decidere se votarlo, come vorrebbe il leader Malcolm Turnbull, per scongiurare una tornata elettorale che potrebbe rivelarsi catastrofica, oppure proseguire nella battaglia ostruzionistica, in difesa - a suo dire - degli interessi economici del Paese. Gran parte dell’opposizione preme per attendere le conclusioni del vertice di Copenhagen, prima di prendere un impegno preciso. Perché

mana scorsa aveva rivelato di essere stato vittima di un tentativo di estorsione da parte di un impiegato della Cbs, che aveva scoperto una relazione avuta dal celebre conduttore con una delle intern del programma. L’uomo, arrestato dalla polizia mercoledì scorso, aveva chiesto due milioni di dollari per non rendere pubblica la notizia. Letterman lo ha però anticipato spiegando l’intera vicenda in diretta tv e ammettendo i rapporti con le donne in questione.

Dopo essersi scusato anche con il suo staff, il conduttore ha poi ripreso normalmente la trasmissione invitando gli ospiti sul palco come tutte le sere (ieri negli studi Cbs c’erano i comici Steve Martin e Martin Short). «Se fai del male a una persona e la responsabilità è tua o cerchi di mettere a posto la situazione o altrimenti la cosa non dura a lungo e non si sistema», ha detto Letterman. Il presentatore ha poi sdrammatizzato a suo modo la situazione ironizzando sull’obiettivo preferito delle sue battute: sé stesso. «Questa mattina sono salito in macchina e la voce femminile del navigatore satellitare non mi ha nemmeno rivolto la parola», ha scherzato Letterman rompendo il ghiaccio con il pubblico.


cultura

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Tra gli scaffali. Una documentata e precisa biografia di Carlo Maria Lomartire ci restituisce una delle figure più discusse del populismo italiano del Novecento

‘O Comandante di Napoli Avventure e talento, ma anche errori e spregiudicatezze dell’armatore più controverso d’Italia: Achille Lauro di Andrea Di Consoli avvincente, documentata e precisa biografia che Carlo Maria Lomartire dedica ad Achille Lauro con ‘o Comandante (Mondadori) ci restituisce una delle figure più controverse del populismo italiano del 900. Figlio di armatore, Achille Lauro nasce a Piano di Sorrento nel 1887. Il primo episodio rilevante da cui Lomartire inizia la sua biografia è del 1901, quando il giovanissimo Achille, appena quattordicenne, viene imbarcato, per punizione paterna, sul Navigatore, una nave commerciale il cui equipaggio resta sperduto in pieno oceano Atlantico (era stato messo in punizione perché sorpreso dalla madre in atteggiamenti “inequivocabili” con Concettina, una ragazza dell’entroterra salernitano in servizio a casa Lauro). Ebbene, nonostante sul Navigatore si rischi di morire per assenza di acqua e cibo, il giovane Achille non si perde d’animo, anzi, è ligio ai doveri, lava e pulisce con precisione, ed è l’unico “marinaio” che riesce a riposare senza essere travolto da oscuri presagi di morte.

L’

È l’inizio di un mito, di una esaltante ed esaltata leggenda popolare. Appena adolescente, Achille Lauro, dopo essersi salvato dal “naufragio” del Navigatore, rilancia industrialmente la flotta Lauro, divenendo, tra alti e bassi, tra indebitamenti e guadagni stratosferici, nell’arco di un sessantennio, uno dei grandi armatori internazionali (riuscì anche a recuperare avventurosamente una nave in Argentina, puntando la pistola alla tempia di un comandante traditore, primo di una lunga serie di puttani che hanno voltato le spalle, negli anni, al Comandante). La famiglia Lauro, sempre più ricca, si trasferisce a Napoli, in via dei Mille, dove si consolida la figura di Achille Lauro, lavoratore infaticabile, padre padrone (avrà tre figli), marito tradizionalista ma fedifrago (avrà molte amanti). Con genialità e furbizia riesce a superare indenne la prima guerra mondiale e la crisi del ’29; ma nel 1933 decide, lui che ha sempre utilizzato

la politica senza mai schierarsi apertamente, di avvicinarsi al regime fascista (tramite Galeazzo Ciano). Mussolini non stima Lauro, ma lo utilizza “cedendogli” parte della proprietà dei giornali napoletani, tra cui il Roma, e cooptandolo nella Camera dei fasci e delle corporazioni (gli “cedette” anche la squadra di calcio partenopea, dando inizio al matrimonio tra Achille Lauro e il calcio, e che sarà determinante in futuro per il plebiscito politico dell’armatore). All’indomani dell’armistizio, Achille Lauro pa-

che lo venerano fanaticamente (regalare alimenti e soldi, promettere mari e monti, dare ai potenziali elettori metà mille lire o una scarpa, promettendo di dare l’altra metà a elezione avvenuta).

È la nascita di un caudillo vesuviano, di “uno comm’‘a nuje” che si è fatto da sé, e che lavora per il bene di Napoli, “contro Roma”, contro i comunisti, e che sa aiutare tutti i bisognosi del popolo napoletano. La borghesia intellettuale lo guarda con sospetto, tanto che i veri ne-

che perché intorno a lui e al suo partito conflusicono i voti del defunto partito di Giannini, nonché i voti di quei democristiani che temono una svolta “a sinistra” della Dc attraverso figure come Aldo Moro e Amintore Fanfani. Nel 1956 viene rieletto sindaco, e durante i festeggiamenti, grida che «chi non ci credeva è un cornuto». Ma il comune di Napoli è sull’orlo della

Il primo episodio rilevante da cui l’autore inizia la storia è del 1901, quando il 14enne Achille, per punizione paterna, venne imbarcato sul Navigatore gherà a caro prezzo l’adesione al fascismo, tanto che gli americani lo arresteranno in quanto big fascist. Dopo la prigionia, è costretto a ricominciare tutto daccapo, e, nel clima fortemente favorevole alla monarchia a Napoli, aderisce prima al movimento di Guglielmo Giannini “L’uomo qualunque”, e poi, dopo aver contribuito fortemente alla sua distruzione (convincendo i qualunquisti in parlamento, contro il volere di Giannini, a votare a favore del governo De Gasperi), aderisce al Partito nazionale monarchico di Alfredo Covelli, un pigro e controverso professore di latino e greco della provincia di Avellino, con il quale Lauro avrà una altalenante e duratura consuetudine politica. La forza industriale di Lauro, unita al controllo dei giornali e del Napoli calcio, gli permette di aspirare alla carica di sindaco di Napoli. Apparentando il Pnm al Msi vince trionfalmente le elezioni del 1952, non senza sperimentare inedite forme di controllo del consenso, coadiuvate dai tanti fedelissimi

mici di Achille Lauro saranno sempre e solo i democristiani (che alla fine riusciranno a “distruggerlo”), perché vedono in lui il rischio di una deriva “a destra” della Dc. Quando però “don” Achille Lauro diventa sindaco di Napoli, a palazzo san Giacomo succede di tutto: in giunta entrano tutti i suoi fedelissimi, vengono date licenze edilizie senza criterio (inizia allora, ma proseguirà anche dopo, il “sacco di Napoli” che Francesco Rosi denuncerà con durezza con il film Le mani sulla città del 1963), vengono assunte migliaia di persone senza la necessaria copertura finanziaria, ma, soprattutto, inizia la pratica delle “feste napoletane” (panem et circenses). Il tutto condito con comizi pittoreschi, esaltazioni di massa per il bomber Hasse Jeppson (pagato da Lauro a caro prezzo), da un sudamericano e sguaiato culto della personalità per il nuovo “re di Napoli”, metà Mussolini e metà Masaniello. Alle elezioni politiche del 1953 il Pnm ottiene il 6,8% dei consensi, e riesce a portare in parlamento 39 deputati. Lauro è ormai una figura nazionale, an-

bancarotta, e a nulla servono le richieste di Lauro di una “legge speciale” per Napoli, perché nel frattempo da Roma è arrivato l’ordine di “distruggere” Lauro (uno dei fautori di questa strategia è il democristiano Silvio Gava). La misura è colma quando Lauro decide di pagare di tasca propria i netturbini in sciopero per gli stipendi arretrati. Lauro è costretto a dimettersi, e il “suo” comune viene commissariato.

Nel frattempo gli affari di Lauro vanno a gonfie vele, la sua popolarità è forte; addirittura, nel 1956, quasi settantenne, s’innamora di una ragazza di diciotto anni, Eliana Merolla, in arte Kim Capri, con la quale avrà fino alla morte un rapporto di amore paternalistico e “senile”(la farà recitare nel film Lei, lui e il nonno). Per difendersi, poi, Lauro scrive il pamphlet La mia vita, la mia battaglia, richiamando nel titolo l’inquietante Mein kampf di Hitler. Ma il declino è inesorabile. Per più di un decennio cercherà in tutti i modi

di imporsi politicamente a Napoli e a livello nazionale (con infinite operazioni di politica spregiudicata), ma la stella dell’“ultimo re di Napoli”si spe-


cultura

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Nel segno di Paride Batini, per 26 anni console della combattiva struttura

I “camalli” di Genova, ovvero l’incubo di tutti gli armatori Dal 1340 a oggi, fermo immagine sulla gloriosa Compagnia Unica dei Lavoratori Portuali di Marco Ferrari ono stati a lungo gli incontrastati avversari del grandi armatori. Non c’era nave che entrasse nel porto più grande d’Italia e dovesse fare i conti con loro, i “camalli”, i soci della mitica Compagnia Unica dei Lavoratori del Porto di Genova. Una storia iniziata l’11 giugno 1340 e giunta adesso a una svolta. Proprio martedì il presidente dell’Autorità Portuale di Genova, Luigi Merlo e il segretario generale Gian Battista D’Aste hanno consegnato al neo console della Compagnia Unica Antonio Benvenuti il decreto di autorizzazione al lavoro temporaneo portuale, dal primo novembre 2009, atto che segue la gara vinta dalla Culmv. «Si tratta di un passaggio

S

A sinistra, due immagini dell’armatore italiano Achille Lauro, cui Carlo Maria Lomartire ha recentemente dedicato la biografia “o’Comandante”. Nelle altre foto, il porto di Genova gne ogni giorno di più. Nel ’70 muore per cancro al fegato il primogenito Gioacchino, che lascia debiti per 7 miliardi di lire. Intanto il Roma è sull’orlo del fallimento, e Lauro accoglie per ripicca il nuovo direttore deciso dal figlio Ercole a sua insaputa, Pietro Zullino, urinando con la porta aperta, e fingendosi sordo.

Nel 1979, all’età di 92 anni, accetta l’offerta di Almirante di candidarsi al Parlamento, ma non viene eletto. Napoli è radicalmente cambiata, e non lo riconosce più come “re”, anzi, ogni tentazione monarchica si è definitivamente dissolta. Alla fine del 1982 Achille Lauro muore; e, qualche anno dopo, anche la sua flotta si dissolve tra indebitamenti e svendite. Nel ’94, con l’affondamento dell’Achille Lauro sulle coste

della Somalia, affonda per sempre anche il nome di Achille Lauro, il padre del “laurismo”, il geniale politico e armatore che pensava di poter risolvere da solo, di tasca propria, i problemi di Napoli e dell’Italia intera (un’attitudine, questa, lungi dal tramontare; se è vero, com’è vero, quel che disse Mussolini nella sua ultima intervista: «L’esperienza è una delle tante menzogne convenzionali. Essa non serve a niente. Da secoli e secoli l’umanità ripete gli stessi errori e li sconta con il sangue»). Questa biografia di Lomartire, comunque, è davvero esemplare, perché narra Achille Lauro senza pregiudizi, anzi, ce ne restituisce tutta l’avventura e il talento, senza omettere gli errori, le ingenuità, gli illeciti e le spregiudicatezze, che furono tante e leggendarie.

a capo del porto negli anni Novanta, disse: «Se fosse in Cina sarebbe Mao Tse Tung». Una volta lo candidarono anche alla guida del porto e lui rifiutò: «È come se Luciano Lama diventasse presidente della Fiat».

Scrisse anche una sua biografia edita da Marietti, casa editrice di ispirazione cattolica. Ai giovani neo assunti nella Compagni amava dire: «In porto non diventi mai come Fracchia, parli il tuo dialetto, ti porti dietro il tuo quartiere. Quando esci, il tuo lavoro esce con te, viene nella tua vita, nella tua casa e ripeti il percorso inverso». Era talmente bonario che arrivò ad assumere Valentina, una trans che voleva diventare portuale. Quando le trattative con i terminalisti e gli armatori si svolgevano nella sala Chiamata di San Benigno per non turbare troppo gli ospiti illustri venivano tolte dal muro di effigie di Lenin e Ho Chi Minh, salvo rimetterle su una volta firmati gli accordi. Solo il fascismo riuscì a piegare la tenacia dei “camalli” sciogliendo le associazioni operaie. Ma nel 1946 venne subito ricostituita la Compagnia Unica tra i Lavoratori delle Merci Varie che, in base al principio della “riserva del lavoro” sancito dal Codice di navigazione, terrà il monopolio del ciclo operativo sino al 1994. Dal dopoguerra, infatti, si formarono sette categorie (Canzio, San Giorgio, Pesatori, Cassai, Imballatori, Commessi di Bordo e Portabagagli) e dal 1974 è la volta della nascita di quattro articolazioni (soci, avventisti, occasionali ed “esterni”). Un organismo operaio ma anche politico, protagonista di tante lotte sindacali, degli scontri in piazza del 30 giugno 1960 per impedire il congresso del Msi sino all’appoggio ai movimenti contro i regimi dittatoriali europei, dal Portogallo alla Grecia. Erano i mitici ragazzi con le magliette a strisce che cantando «Arrivano i camalli» guidavano i cortei per il Vietnam libero e contro il governo Tambroni. Il rapido evolversi delle tecnologie mise in crisi quel sistema basato sulla forza lavoro, portò a flessioni occupazionali e tensioni in porto, al commissariamento della Compagnia nel 1987, a nuove leggi che tolsero ai “camalli” l’esclusiva del lavoro sulle banchine incentivandoli a correre sul piano delle concorrenza con i privati. Con l’accordo del 2002, infine, si assegna alla Compagnia Unica per le merci varie e alla Compagnia Pietro Chiesa per le rinfuse la funzione di soggetti autorizzati a fornire prestazioni legate al ciclo portuale. Una vicenda che va avanti, dunque, resistendo alle mutazioni economiche del nuovo millennio.

Fu un vero mastino, con capacità contrattuali uniche nelle vertenze sindacali e nei duri testa a testa

importante», ha commentato Merlo, «devo dare atto alla Compagnia di aver affrontato questo passaggio con determinazione, coraggio e puntualità nelle procedure. Mi auguro che anche gli altri soggetti operanti in porto accettino la stessa sfida per costruire insieme un porto più efficiente in grado di superare la crisi». Da prestatori di forza lavoro a imprenditori, un cammino lungo, faticoso, contrassegnato da colpi di scena, adeguamento alle normative sempre più complesse che regolano la vita portuale italiana.

Ma alla fine ce la hanno fatta a sopravvivere e a mantenere in piedi la loro struttura di autogoverno caratterizzato da una democrazia interna e dall’autogestione del lavoro per 1.200 soci. Un esempio che ha un nome: Paride Batini, deceduto nell’aprile scorso all’età di 75 anni, per 26 anni console della Compagnia Unica, un vero mastino con capacità contrattuali uniche nelle infinite vertenze sindacali, nei duri testa a testa con i terminalisti, gli armatori, i dirigenti dell’Autorità Portuale. I grandi nomi della navigazione, da Lauro a Messina, da Cosulich a Grimaldi, da Musso a Rosina hanno dovuto a lungo fare i conti con lui. In un’epoca di contrapposizioni, Batini tenne sempre un filo diretto, anche se discreto, quasi segreto, con l’allora cardinale Siri. Di lui Rinaldo Magnani,


cultura

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Libri. Ristampato il saggio di Cookinham in cui si tratteggiano i legami tra il mondo di oggi e le utopie descritte da Ayn Rand

2010. La rivolta di Atlante di Giampiero Ricci

ziende che falliscono una dietro l’altra, difficoltà nell’assicurare servizi che sino a ieri si davano per scontati, come i trasporti o il gas, l’acqua, la luce; uno Stato e dei Governi che si sostituiscono agli individui nel gioco economico; un mondo della cultura piegato ad una visione nichilista e ad una gara allo svilimento del valore dell’uomo. Bisogna essere molto ottimisti per dirsi che non ci sia qualcosa degli incubi oscuri che si nascondevano dentro la mente di Ayn Rand quando scriveva La Rivolta di Atlante e La Fonte Meravigliosa, negli sviluppi che è dato osservare dalla Crisi in cui l’occidente si è impantanato. Esule russa che fuggiva dalla follia sovietica, arrivò nel

limento, gli Stati sarebbero stati costretti ad occuparsi esclusivamente della sicurezza e dell’amministrazione della giustizia, uno Stato dalla leva fiscale volontaria e poco più che avrebbe finito per finanziarsi attraverso la cooperazione volontaria degli uomini, una società completamente – o quasi – privatizzata dove il ceto politico fosse ridotto, o meglio ricondotto, alla sua antica ispirazione di fucina di amministratori pro-tempore della cosa pubblica.

A

Il suo capolavoro è ancora uno dei romanzi più venduti negli Usa ed è stato eletto “seconda opera più influente” dopo la Bibbia paese a stelle e strisce e vide un America che cambiava pelle, che si interrogava sul suo futuro e si preparava ad affrontarlo senza paura; la crisi del ’29 e la guerra, il successo, il benessere e poi però il crescere di una deriva collettivista che la preoccupava per la possibilità che essa aveva in sé di spegnere il sogno americano e la vocazione libertaria degli States: l’unica nazione nella storia ad essere diventata tale attorno ad un’idea, quella della libertà e del benessere dell’individuo.

Il fatto è che nel suo romanzo capolavoro, un romanzo che resta ancora oggi tra i libri più venduti negli Stati Uniti d’America e che è stato eletto il secondo libro più influente, dopo la Bibbia, fregiandosi della nomina da parte della Boston Public Library tra i cento libri più importanti del XX secolo, il fatto è che Atlas Shrugged (La rivolta di Atlante, Mondadori, Volume I – Il Tema - pagg. 378, Volume II – L’Uomo che apparteneva alla terra - pagg. 395, Volume III – L’Atlantide - pagg. 515), le sequenze di film che stanno andando in onda nelle nostre vite - le file davanti alle banche per ritirare i contanti, le serrande semichiuse dei fallimenti improvvisi - tutto que-

sto in Atlas Shrugged è ritratto doviziosamente e con decenni d’anticipo ma non solo, Ayn Rand preconizzò e già da allora lo sbocco della crisi di un sistema capitalistico piegato dal-

Sopra, la rielaborazione in stile “obamiano” di un celebre ritratto di Ayn Rand. Sotto, le copertine originali dei suoi due romanzi più famosi

l’avidità dello Stato e di uomini malvagi (naturalmente in combutta), uno sbocco luminoso.

Ayn Rand previde un tempo in cui sotto il peso del loro fal-

Ma al di là della scommessa sul futuro di una autrice scomparsa nel 1982 e divenuta da subito molto più che una scrittrice, le analogie tra il nostro tempo e le profezie di Ayn Rand non sono sfuggite all’acume commerciale della casa editrice “iUniverse” che ha deciso di mandare in ristampa il libro di Frederick Cookinham, The Age of Rand: Imagining an Objectivist future world (2005, pagg. 488). Cookinham si sforza di trovare i legami tra il passato, il presente e il futuro narrati nelle storie di Ayn Rand e il posto, in una prospettiva storica, del suo pensiero: la filosofia dell’Oggettivismo. L’autore immagina un mondo che scorra come la Rand lo aveva immaginato, esaminando differenti implicazioni sotto il profilo sociale. Il tutto è naturalmente basato su una fantasia utopica, ma supportato con esempi presi da eventi storici e trend di lungo periodo. Momento centrale del libro, come dell’opera della filosofa dell’oggettivismo è l’analisi della vera natura dell’altruismo “di Stato”, in una tensione a smascherare l’inganno dietro il solidarismo a buon prezzo contrapposto all’egoismo virtuoso di aristotelica memoria. Un lavoro scorrevole e non necessariamente consigliabile solo ai già lettori dei libri di Ayn Rand, che scoperchia, come riesce, una ipotesi di futuro che per la logica socialdemocratica è simile ad un incubo ultra-liberista, per i liberali una bella utopia, per i libertari un sogno. Nel 1964 durante una celebre intervista al Magazine Playboy, Ayn Rand a domanda rispose «Do I think that Objectivism will be the philosophy of the future? I would say yes, but…not right now». Per Cookinham, invece, il futuro è adesso.


scienze

7 ottobre 2009 • pagina 21

e oggi possiamo immortalare i momentì più significativi delle nostre vite e di quelle altrui, senza ricorrere a costose operazioni di stampa e in tempo reale, lo dobbiamo soprattutto a loro. Charles K. Kao, Willard S. Boyle e George E. Smith, non sono accomunati da ieri solo da un doppio nome puntato e da notti di studio insonni, ma anche dal premio Nobel per la Fisica. L’annuncio è arrivato puntuale a mezzogiorno: la Reale Accademia svedese per le Scienze ha assegnato il prestigioso riconoscimento ai tre scienziati per i loro «risultati rivoluzionari nel settore della trasmissione della luce nelle fibre per la comunicazione ottica e per l’invenzione di un circuito semiconduttore di imaging, il sensore Ccd».

S

Parole che, dietro i tecnicismi, non fanno altro che esprimere il giusto plauso ai tre ricercatori che si sono inventati le fibre ottiche, quelle che per intenderci sovrintendono alla diffusione della rete, e i sensori che ci consentono di scattare fotografie e girare filmini grazie alla tecnologia digitale. Tra i primi a sperimentare le potenzialità delle fibre ottiche, Kao è un infaticabile signore di settantasei anni che divide la sua attività fra gli Standard Telecommunication Laboratories di Harlow, in Gran Bretagna, e l’università cinese di Hong Kong. Nato a Shanghai nel 1933, cittadino americano e britannico, già a partire dal 1966 riuscì a mettere a punto un sistema capace di veicolare la luce a lunga distanza su supporti ottici. Ricerche che portarono la tecnologia a un notevole balzo in avanti: dai dieci metri di gittata disponibili fino al 1960 agli oltre cento che riuscì a garantire lo scienziato cinese. Senza i suoi studi, la prima fibra ottica di concezione moderna, fabbricata nel 1970, sarebbe rimasta una generosa utopia. E insieme a questa, anche l’invenzione di internet. Boyle, (un nome, una garanzia), nato in Canada nel 1924 e Smith, americano di White Plains nato nel 1930, lavorano invece in coppia presso i Bell Laboratories del New Jersey. I loro studi portarono nel 1969 alla ideazione di un congegno, il Charge-Coupled Device altrimenti detto Ccd, capace di trasformare la luce in segnali elettrici. Un’intuizione straordinaria che, attraverso successive migliorie, consentì di frammentare gli impulsi elettrici raccolti dalla luce in puntini elettronici che da allora sarebbero aumentati a dismisura: i pixel. Si può dire che i due avessero il Nobel nel sangue. Smith e Boyle arrivarono infatti ai sensori ottici che oggi sono attivi nelle nostre macchinette e videocamere digitali grazie agli studi sugli effetti fotoelettrici.

Accademia. I premi per la fisica assegnati ieri a Kao, Boyle e Smith

Il Nobel alla luce che ha acceso la rete di Francesco Lo Dico

I tre scienziati sono stati insigniti per l’ideazione delle fibre e dei sensori ottici che hanno permesso l’avvento del web e dei supporti digitali

Quelli che valsero ad Albert Einstein l’onorificenza dell’Accademia svedese nel 1921. Ma il Charge-Coupled-Device non ha rivoluzionato soltanto il modo di catturare la realtà in immagini a fini ludici o giornalistici, ma anche il mondo della medicina, che grazie a scree-

ning digitali e applicazioni legate a questa tecnologia è riuscita a fare passi da gigante a livello diagnostico e in camera operatoria. Basti pensare ad esempio alle minuziose indagini degli organi interni, o alla microchirurgia. I sensori ottici ci hanno permesso cioè di vede-

Qui sopra, una foto di Boyle e Smith, premi Nobel per la fisica. I loro studi portarono nel 1969 alla ideazione di un congegno, il Charge-Coupled Device, capace di trasformare la luce in segnali elettrici. A sinistra Charles Kao, scienziato cinese e pioniere della fibra ottica

re l’invisibile, di giungere a una percezione sovrumana. Di vedere con i nostri occhi ciò che ci era impossibile: le nitide fotografie di fondali insondabili come di luoghi remoti nell’universo, prima neppure immaginabili. Il premio assegnato a Kao, Smith e Boyle, suggestivamente ribattezzati «maestri della luce» dalla giuria svedese, segue a quello assegnato l’altro ieri a quelli che potrebbero invece essere definiti «allievi di Dio». Elizabeth Blackburn e Carol Greider, prime due donne ad essere insignite del premio in contemporanea, insieme a Jack Szostak, hanno ricevuto infatti il Nobel per la medicina grazie alle loro scoperte sui telomeri. Termine desueto, che può far pensare noi profani a un qualche frutto succulento, e che indica invece quelle strutture che delimitano i cromosomi, reponsabili della riproduzione cellulare. I telomeri, regolano il progredire dell’invecchiamento cellulare, determinando così il nostro inesorabile invecchiamento. Inesorabile, ma non del tutto, perché la conoscenza approfondita di questi scrupolosi “agenti dell’anagrafe”, potrebbe un giorno consentire di arrestare l’avanzare dell’età, e di intervenire per tempo sulla degenerazione di alcune cellule responsabili della formazioni tumorali. Elizabeth Blackburn, australiana nata nel 1948 in Tasmania, lavora all’università di San Francisco dal 1990, dopo essere stata anche a Berkeley. E proprio all’università della California è stata insegnante di Carol Greider.

Una collaborazione intensa, quella instaurata tra la prof e l’allieva, che è stata coronata dal Nobel per entrambe. Lontana dalla stereotipo dell’algido accademico, la Greider ha festeggiato l’annuncio del premio in una spassosa conferenza stampa che l’ha vista travestirsi di baffi e occhialoni fittizi. Americana di San Diego, dove è nata nel 1961, lavora alla John Hopkins University e ha scoperto i telomeri insieme alla Blackburn nel 1984. Di certo avrà vissuto anche lei con rammarico l’allontanamento di Elizabeth dal Comitato americano di bioetica, maturato nel quadro dell’ostilità manifestata da George W.Bush verso l’uso delle staminali. Per le due, una bella rivincita. L’altro Nobel, John Szostak, è nato a Londra nel 1952 e fa la spola tra Boston e Harvard. Ha lavorato anche lui ai telomeri e sul suo conto circolano alcuni curiosi giudizi. Quelli positivi dicono che John gioca a essere Dio, quelli cattivi che John, della divinità, si sente solo un prestanome. È certo che se un giorno saremo più longevi, sarà anche merito suo. Ma non ditelo a Berlusconi, perché Scapagnini se ne adonterebbe.


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

da ”The Times of India” del 06/10/2009

Obama e le ansie di Delhi di Chidanand Rajghatta i sente un gran schioccare di labbra, un rumore di fondo che, secondo i detrattori di Barack Obama, sarebbe causato dal baciar guance ai leader cinesi. Almeno questo è ciò che vorrebbero farvi credere i sostenitori del Dalai Lama, dopo che l’inquilino della Casa Bianca ha deciso di far saltare l’incontro, già in agenda, con il capo religioso dei tibetani. Probabilmente per non irritare il governo di Pechino, poche settimane prima della visita ufficiale di Obama. È la prima volta in 18 anni che il Dalai Lama non riesce ad incontrare il presidente americano. Una vicenda politico-diplomatica che ha sollevato non poche critiche negli Usa, nei confronti di un presidente che comunque veniva percepito come un difensore dei diritti umani. I repubblicani stanno mettendo alla gogna il presidente, considerato un po’ troppo arrendevole coi cinesi. Ma non sono mancati neanche mugugni in casa democratica. «Ci dispiace che, nonostante le crescenti violazioni dei diritti umani in Tibet, la Casa Bianca abbia scelto di non incontrare Sua Santità il Dalai Lama... preferendo di rimandare l’incontro a un periodo che risulti meno irritante per il governo cinese e comunque dopo il viaggio di Obama a Pechino. Temiamo che il momento opportuno non possa mai arrivare» ha affermato Katrina Lantos Swett, figlia di Tom Lantos che riuscì nel 2007 a far conferire la medaglia d’oro del Congresso al Dalai Lama, con una cerimonia bipartisan, alla presenza dell’allora presidente Bush. Il leader religioso riceverà un premio per la difesa dei diritti umani dalla Fondazione Lantos, martedì a Washington, dalle mani della presidente della Camera, Nancy Pelosi, che da tempo è una sua ammiratrice. Obama sarà presente nella capitale, ma non

S

avrà alcun contatto col sant’uomo tibetano. La Casa Bianca ha fatto sapere che la decisione di rinviare l’incontro non va interpretata in alcun modo come una mancanza di rispetto. Il presidente andrà in Cina il mese prossimo, in un momento storico dove gli Usa sono percepiti come una nazione in declino e la Cina come una potenza in ascesa. Washington ha bisogno di Pechino su di una serie di iniziative internazionali, dalla politica sul clima al problema iraniano, e per molti dossier geopolitici. Fonti ufficiali affermano che Obama incontrerà il Dalai Lama al ritorno dal viaggio in Cina e che di ciò è stato informato il leader tibetano.

Valerie Jarret, una dei più stretti collaboratori del presidente, insieme con Maria Otero, allora sottosegretario agli affari globali, e oggi inviato speciale per il Tibet, il mese scorso furono inviati a Dharamsala per discutere della posizione Usa sul Tibet. «Il presidente ha deciso che si incontrerà con il Dalai Lama in un momento di reciproca intesa» ha affermato il portavoce del dipartimento di Stato, Ian Kelly, ai giornalisti lunedi, mentre i funzionari della diplomazia Usa hanno spiegato che l’amministrazione ha ritenuto più costruttivo impegnarsi prima a Pechino sulla questione tibetana. Anche se qualche repubblicano accusa Obama di farsi dettare l’agenda politica dai cinesi e che il suo sarà un atteggiamento che verrà classificato come debolezza da Pechino. Le mosse di Obama verranno monitorate attentamente anche da Delhi che

sta affrontando un crescendo di problemi spinosi con la Cina. La questione è complicata dalla visita, programmata a novembre, del Dalai Lama nell’Arunachal Pradesh, che la Cina ritiene un territorio contestato, nello stesso periodo in cui Obama sarà a Pechino. L’amministrazione Usa sta anche riconsiderando i programmi militari di esercitazioni congiunte, pensando di eliminare quelle che potrebbero urtare gli interessi cinesi. Washington in realtà starebbe premendo su Pechino per avviare di colloqui col Dalai Lama e contemporaneamente vorrebbe convincere quest’ultimo a soprassedere per la visita nell’Aranuchal. B. Raman già responsabile dei servizi segreti indiani ha lamentato come Washington «sia più sensibile agli interessi cinesi che a quelli indiani da un po’ di tempo». Il Wall Street Journal ha osservato che in circa nove mesi di carica, Obama ha trovato il tempo per incontrarsi con Hugo Chavez, Daniel Ortega e Vladimir Putin, ma non col Dalai Lama, un leader religioso pacifista, a lungo un amico degli Stati Uniti.

L’IMMAGINE

Per fortuna che esiste anche una Giovane Italia che lotta per risolvere i veri problemi Sono tra i tanti che hanno visto il programma di Santoro per curiosità, per vedere fino a che punto si è disposti ad arrivare per costruire il trampolino dal quale il premier dovrebbe buttarsi e dare le dimissioni. È un processo alle buone intenzioni di un uomo che attira simpatie esagerate e anche invidie, timori e odio da parte di chi ama distruggere. I Robespierre del momento, però, hanno fatto una magra figura, perché nell’inconsistenza delle accuse, è rimasta accesa solo la fiammella di una escort di lusso, che nello stesso tempo ha rappresentato la relatività della condizione femminile che si espone, ai propri stenti, ai propri sogni. L’unica cosa che mi ha impressionato è stata la convinzione della ragazza dell’organizzazione giovanile del Pdl, che ha parlato di una vita di militanza reale, di aiuti alle imprese, di quei problemi che sono lontani dai gossip della sinistra. Mi consola riscontrare che esiste anche la fresca espressione da destra di una Giovane Italia che vuole pensare alle cose serie e lottare per queste.

Bruno Russo

ALLONTANARE GLI YES MEN Se è vero, come si vuole in una massima attribuita all’onorevole Giulio Andreotti, che il «potere logora chi non ce l’ha», è anche vero che il potere, non soltanto quello politico, ma a qualsiasi livello, può ubriacare. Forse ci vuole una certa predisposizione alla ubriacatura, certo è, però, che ad accrescere gli effetti o a provocarla spesso concorrono quelli che per trarne benefici o vantaggi che altrimenti non potrebbero ottenere, assediano i detentori del potere, che vengono denominati “yes men”. Sono adulatori dei potenti, servizievoli e subdoli denigratori di eventuali concorrenti e dei nemici veri e immaginari del potente di turno. Si abbarbicano al potere come ostriche agli scafi e i rampi-

canti ai muri. Con la stessa velocità con la quale salgono sul carro del vincitore, ne discendono in caso di sconfitta. Sono disinvoltamente pronti a salire sul carro del nuovo padrone. È un fenomeno generalizzato un po’ovunque, ed è anche antico quanto quell’altro che è considerato il più vecchio del mondo. Nel corso dei secoli ha cambiato nomi arrivando a quello attuale. Chi esercita il potere deve essere vigile, sempre lucido, deve avere nervi saldi e deve resistere alle lusinghe e alle adulazioni, in modo da saper allontanare gli yes men prima di diventarne prigioniero e di essere indotto a commettere errori. Maggiore è la capacità propria di esercizio del potere e minore è la presenza degli yes men. Di contro chi ha minore

Sbagliato rotta? A volte la fretta può giocare brutti scherzi. L’hanno imparato a proprie spese gli skipper di questa barca rimasta incagliata lo scorso luglio vicino Saint-Quay-Portrieux, nel nord ovest della Francia. A causa di una manovra un po’ azzardata la Knight Star, durante una regata, è andata a incagliarsi sugli scogli. E con l’arrivo della bassa marea si è trovata in questa buffa posizione

capacità è circondato da un maggior numero di adulatori. Si verifica lo stesso fenomeno che avviene con le navi. A quelle che rimangono troppo tempo ferme in rada si attaccano allo scafo molti molluschi e parassiti vari, mentre quelle che solcano gli oceani sono prive di incrostazioni.

Luigi Celebre

SITUAZIONI A RISCHIO Messina come l’Abruzzo. Pochi ricordano le tragedie dell’Umbria e di Sarno, quest’ultima molto simile a quella siciliana per la massa di acqua che ha distrutto tutto in un torrente rovinoso. Le catastrofi naturali sono all’ordine dei tempi, soprattutto per la condizione ambientale. Fin quando non capi-

remo che almeno in questo le disunioni non servono a niente, non si riuscirà ad andare avanti. Il nostro Paese ha una struttura critica, e un appennino tosco-emiliano, che non si può ignorare in quanto spina dorsale di un corpo, che viene costantemente schiacciato dall’avvicinarsi dell’Africa.

Bruna Rosso


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Tutti i miei scritti sono puramente drammatici Non vi ricordate che una volta vi ho detto che voi «non sapevate nulla di me»? Al che avete obiettato, ma io intendevo dire proprio ciò che ho detto. Per usare una similitudine grandiosa, per ogni povero granello di un Vesuvio o di uno Stromboli nel mio microcosmo vi sono enormi lastre di ghiaccio e pozzi di acqua nera e fredda, e io sfrutto al massimo i miei due e tre crateri, perché so per esperienza, ahimè, che questi tendono a estinguersi, e che il ghiaccio aumenta sempre di più, finché quest’ultimo non diventa vera e propria parte di me, la parte più caratteristica, forse la migliore; e non rinnego nulla - solo quando avete detto diconoscermi! Tuttavia non sono per nulla abituato a sognarmi di comunicare alcunché a tale proposito a un’altra persona(tutti i miei scritti sono puramente drammatici, come mi preoccupo sempre di dire), e così quando faccio un seppur minimo tentativo, non c’è da stupirsi se pasticcio parecchio - anche il linguaggio è una facoltà che non ha mai ornato questa mia testa pesantissima. Non mi troverete troppo banale se vi dico che potrei ridere della vostra interpretazione errata di ciò che intendevo scrivere? E tuttavia ve lo dirò, perché dissiperà i pessimi effetti della mia avventatezza. Robert Browning a Elizabeth B. Barrett

ACCADDE OGGI

GIUGNI, UN RIFORMATORE Grande giurista, ex senatore ed ex ministro, socialista, Gino Giugni non è stato solo un riformista, ma anche un riformatore. Fu, infatti, protagonista nei diversi ruoli ricoperti, dei più importanti eventi riguardanti il diritto del lavoro: dallo Statuto dei lavoratori del 1970, alla riforma del tfr, al protocollo sulle relazioni industriali del 1993, fino alla relazione del 1997 che prefigurava quelle linee di riordino del Protocollo che hanno trovato sbocco nell’accordo del 22 gennaio di quest’anno. È stato il fondatore del moderno diritto sindacale fin dai primi anni Sessanta; capo della scuola di Bari insieme a Federico Mancini e alla sua scuola bolognese ha formato almeno tre generazione di giuslavoristi, oggi tra i migliori del Paese. Uomini come Giugni hanno onorato l’Italia, l’università e le istituzioni democratiche. Appartengono quindi all’intera comunità nazionale che oggi gli rende gli onori dovuti ai protagonisti del progresso scientifico e della crescita civile.

Amelia Giuliani

UN ESEMPIO PER L’ITALIA DI OGGI Con Gino Giugni scompare un grande socialista, un maestro del diritto, una persona dalle qualità umane eccezionali. Si deve a lui se negli anni del boom economico, col varo dello Statuto dei lavoratori, l’Italia divenne un po’ più giusta. Quella carta dei diritti segnò una svolta epocale che diede dignità ai lavoratori e si dimostrò valida anche con la globalizzazione e la profonda trasformazione dell’economia. Lo Sta-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Stefano Zaccagnini (grafica)

7 ottobre 1977 In Urss viene adottata la Quarta costituzione sovietica 1982 A Broadway apre il musical Cats 1985 La nave da crociera Achille Lauro viene dirottata da terroristi palestinesi 1993 Ad Altamura, in Puglia, vengono alla luce i resti dell’Uomo di Altamura, unico esemplare del suo genere 2001 Inizio dell’invasione statunitense dell’Afghanistan, con un assalto aereo e operazioni sotto copertura a terra 2002 Viene resa pubblica la scoperta di Quaoar ad un convegno dell’American astronomical society 2003 In California, voto per la rimozione del Governatore Gray Davis, vinto dal candidato Arnold Schwarzenegger 2004 L’ingegnere inglese Kenneth Bigley viene giustiziato dopo essere stato rapito da esponenti del terrorismo islamico in Iraq 2005 Muammar Gheddafi indice la “Giornata della vendetta” contro l’occupazione italiana

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

tuto dei lavoratori avrebbe meritato una riforma, che il clima di opposti conservatorismi, trasformò nuovamente, con l’assassinio di Biagi e D’Antona, in uno scontro ideologico e sanguinario, così come era toccato a lui trent’anni prima. Gino Giugni è rimasto fino all’ultimo un compagno socialista, un vero riformista che si batteva per la difesa dei più deboli, degli stranieri che lavorano senza garanzie e diritti. La sua morte segna una perdita incolmabile non solo per tutta la sinistra riformista, ma per tutto il Paese.

Gennaro Napoli

LA VITTORIA DI PAPANDREOU DIMOSTRA LA VITALITÀ DEL SOCIALISMO EUROPEO La vittoria socialista in Grecia dovrebbe porre fine alle ridicole e antistoriche speculazioni sulla fine del socialismo in Europa.Vittorie e sconfitte dei partiti riformisti si alternano, nei Paesi europei, a seconda delle capacità del leader, della credibilità del programma, della forza del partito. Quella di Georges Papandreou, non a caso presidente dell’Internazionale socialista, era una vittoria annunciata perché viene a premiare una delle figure più autorevoli e innovative della politica europea. In particolare, la sua riforma del Pasok, che ha dato più potere agli iscritti, più trasparenza, più spazio alle donne e alle pari opportunità, è stata essenziale per la vittoria socialista e ha dimostrato che i partiti politici sono strumenti di democrazia, che possono essere rivitalizzati e resi aperti alla società.

PDL E MEZZOGIORNO: SONO AL GOVERNO, MA SUL SUD SI LIMITANO SOLO A PARLARE Fa specie sentir parlare il Pdl di Mezzogiorno. Loro che permettono a Bossi e compagni di continuare a parlare di secessione, loro che hanno approvato il federalismo fiscale, che hanno tolto al Mezzogiorno i soldi del Fas, loro che sono al governo e che, invece di parlare, di organizzare convegni elettoralistici, dovrebbero fare i fatti, dovrebbero dimostrare con provvedimenti concreti che il Mezzogiorno è una questione nazionale. Il Mezzogiorno, come anche sostenuto da Emma Marcegaglia, è realmente un’occasione di sviluppo per il Paese. Un Paese che è attanagliato da una profonda crisi, da nord a sud. È evidente che in questa situazione un Sud più forte non può che giovare anche al Nord. Ma per raggiungere questo obiettivo occorrono provvedimenti concreti. Bisogna riattivare, ad esempio, il credito d’imposta e la fiscalità di vantaggio, ma è evidente che occorre un’autorizzazione della Commissione europea, pertanto il governo deve attivarsi per ottenere il via libera da Bruxelles. L’Udc è inoltre per la perequazione infrastrutturale e reddituale tra nord e sud. Solo così può realmente ridursi il divario. Facile dire che occorre cambiare passo, che occorre superare le antiche pretese assistenziali. Questo può accadere soltanto se si aiuta il Sud a raggiungere il livello del settentrione d’Italia, ma è evidente che c’è una parte politica che questo non lo vuole, perché la verità è che un Mezzogiorno arretrato fa comodo a tanti. Diversa la posizione dell’Udc anche sul tema della Banca del Sud: non ci pare una strada opportuna, attesa anche l’esperienza negativa della Cassa del Mezzogiorno, solo un carrozzone politico. Piuttosto si lavori con gli istituti privati per sostenere le imprese. Carlo Laurora V I C E PR E S I C E N T E UD C RE G I O N E PU G L I A

APPUNTAMENTI OTTOBRE 2009 VENERDÌ 9, ORE 16, MUSEO CITTÀ DI BETTONA Omaggio a Renzo Foa. VENERDÌ 16, ORE 15, TORINO PALAZZO DI CITTÀ - SALA DELLE COLONNE “Verso la Costituente di Centro per l’Italia di domani”. Intervengono: Ferdinando Adornato, coordinamento nazionale Unione di Centro, e Gianni Maria Ferraris, consigliere comunale e coordinatore regionale Circoli liberal. VINCENZO INVERSO, SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

Lettera firmata

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

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Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


PAGINAVENTIQUATTRO Modelli. In tutto il Paese, normali cittadini cercheranno di scongiurare discriminazioni per sesso, etnia o religione

Al via in Olanda le ronde di Silvia Marchetti Olanda è entrata a far parte dell’immaginario collettivo come la terra del permissivismo dove cannabis, prostituzione e nozze omosessuali sono all’ordine del giorno. Un luogo dove tutti gli eccessi, i piaceri e le trasgressioni del mondo sono più che leciti, legali. Eppure, a guardare bene dietro l’apparenza le cose non stanno proprio così. Nonostante la libertà di costumi resiste infatti una certa corrente bacchettona che tenta di riportare il Paese indietro nel tempo, quando la società era ancora fortemente imbevuta dalla morale puritana delle famose bigotte, una setta di donne integraliste che vivevano recluse dal resto del mondo (c’è ancora il quartiere che porta il loro nome ad Amsterdam).

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Dopo l’attacco alle squillo legalizzate (anima pulsante del turismo sessuale) e la chiusura da parte del sindaco della Capitale di alcune vetrine a luci rosse nel tentativo di ripulire le strade da sesso e delinquenza, ora a essere presi di mira sono i cittadini illustri d’Olanda: i gay. Già, perché a dispetto di quello che si pensa c’è ancora una forte discriminazione nei confronti degli omosessuali, soprattutto durante la movida notturna. Molti locali, club e discoteche li bloccano all’ingresso, insomma non li fanno entrare nemmeno per un drink. Incredibile (che accada proprio qui) ma vero. Tant’è che il procuratore di Amsterdam ha deciso di lanciare “ronde” di ”clienti misteriosi” per identificare e denunciare i casi di discriminazione, non solo contro i gay ma anche gli immigrati. Un po’ come ha fatto il sindaco Alemanno contro il disordine pubblico a Roma, si tratta di comitati di cittadini volontari che si prestano a fare il giro delle discoteche per controllare che tutti - omosessuali ed eterosessuali - vengano ammessi all’interno dei locali e, nel caso contrario, denunciare alle autorità i club che all’entrata discriminano sia su base sessuale che etnica. Nella liberale Olanda stupisce così scoprire che anche gli immigrati non sono poi così ben accetti, specie quando calano la notte e il divertimento. I gruppi di ”spioni” notturni inizieranno ufficialmente a lavorare a partire da dicembre. In forma anonima, vestiti in maniera normale così dal non dare nell’occhio, i volontari faranno il giro dei locali e annoteranno qualsiasi atto discriminatorio. Le loro segnalazioni non porteranno ad interventi diretti della polizia (niente multa) ma serviranno nel lungo periodo a stilare una lista nera dei locali “birichini” e prendere misure concrete contro i gestori e i buttafuori razzisti o omofobi, come la revoca definitiva dell’esercizio. Si muoveranno per gruppi misti di “clienti misteriosi”, distinti per origine etnica e preferenza sessuale (gay, lesbo, trans). Il procuratore di Amsterdam ha a cuore il tasso di tolleranza della sua città, specie ora che la capitale d’Olanda si candida ad ospitare nel 2017 i Gay Games, le Olimpiadi degli omosessuali. Di tempo davanti ce n’è ancora molto, ma meglio muoversi subito per debellare qualsiasi fenomeno di discriminazione che possa far naufragare la candidatura di Am-

ANTIRAZZISTE i “clienti misteriosi”. Inoltre, verrà messo a disposizione dei cittadini anche un numero di cellulare al quale inviare sms alla centrale di polizia per segnalare i locali “fuorilegge”. L’offensiva della capitale è partita dopo le numerose denunce arrivate dalle associazioni per la difesa dei diritti omosessuali e dalle interrogazioni parlamentari della sinistra. Già nel 2005 i Verdi segnalarono frequenti casi di discriminazione contro gli immigrati all’ingresso di alcune discoteche e misero a punto una lista nera dei locali.

In forma anonima e vestiti “casual” per non dare nell’occhio, i volontari faranno il giro dei locali e annoteranno qualsiasi atto di intolleranza. Le segnalazioni non porteranno ad interventi della polizia ma serviranno a stilare una “lista nera dei club” sterdam minacciandone la reputazione. Insomma, rimane difficile credere che si sta parlando dell’Olanda e non della Cina o di un altro Paese dove i gay hanno vita dura. Ma tant’è, dopo decenni di politiche liberali e di sfrenato permissivismo le autorità stanno tirando le somme e si accorgono che qualcosa non è andato nel verso giusto. A partire dall’immigrazione e dai falsi ideali del grande “melting pot”stile anglosassone, fino ai recenti ripensamenti sulle droghe libere. Tutti episodi che testimoniano come il modello olandese sia in crisi.

Il comune di Amsterdam negli ultimi tempi si è lanciato in una crociata “tolleranza zero” contro ogni forma di discriminazione, inclusa quella nei luoghi di lavoro e contro le donne (c’è ancora una lieve vena di maschilismo che attraversa il Paese). Nel 2006 ha introdotto un sito internet dove i cittadini possono lasciare denunce e reclami contro i buttafuori che non fanno entrare gay e immigrati nelle discoteche. Ma non basta, solo 35 segnalazioni sono state fatte in un anno e il procuratore ha così deciso di passare all’azione con

Furono chiamati a intervenire in aula i ministri della giustizia e dell’integrazione. Un deputato di origini marocchine, Tofik Dibi, fu il primo “cliente misterioso” (sebbene pubblicamente noto) a prestarsi al giro notturno dei club di Amsterdam. Insieme al suo fratello più piccolo venne bloccato all’ingresso di ben quattro club. Un’offesa agli occhi della liberale e aperta Olanda. Il partito dei Verdi chiese così il ritiro immediato della licenza ai locali che negavano l’ingresso a immigrati, gay e quant’altro, e l’affissione all’entrata di ogni discoteca dell’avviso “vietato discriminare”. Richieste che caddero nel vuoto, ma oggi con il procuratore di Amsterdam che fa da apripista a un nuovo approccio le cose potrebbero cambiare. Chissà quanti nightclub presto saranno costretti a chiudere i battenti.

2009_10_07  

N ella maggior parte alle pagine 12 e 13 QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 7 OTTOBRE 2009 DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK «Secondo la Costituzio...