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Il potere non corrompe

di e h c a n cro

gli uomini; e tuttavia se arrivano al potere gli sciocchi, corrompono il potere

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George Bernard Shaw

QUOTIDIANO • MARTEDÌ 6 OTTOBRE 2009

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

La sentenza sul lodo Mondadori accende gli animi della politica e dei media oltre il livello di guardia

L’Italia ostaggio degli agitati Il Pdl minaccia l’uso della piazza contro un presunto “disegno eversivo” (Feltri parla di golpe). E, con la Lega, rilancia il ricatto del voto anticipato. Oggi si riunisce la Corte sul lodo Alfano di Errico Novi

Depositate le motivazioni della sentenza sulla “guerra di Segrate”

«Berlusconi corresponsabile di corruzione» Il premier: «Sono allibito,ma vado avanti»

«L’eventuale decisione del Pdl di dar vita a una grande manifestazione pubblica denuncia ancora una volta un allarmante stato di agitazione»: è il commento a caldo di Paolo Pombeni.

ROMA. Sul palcoscenico agitato della politica italiana entrano in scena le elezioni anticipate. E possiamo scommettere che ci resteranno per parecchio. Almeno fino a quando la Consulta prenderà una decisione a proposito del Lodo Alfano: la discussione all’Alta corte comincia oggi, ma sui tempi non si fanno previsioni. La novità di ieri è la motivazione della magistratura milanese alla multa di 750 milioni di euro comminata a Fininvest rea (in base alla sentenza definitiva di due anni fa) di aver corrotto i giudici per far annullare la vendida di Mondadori a De Benedetti. Berlusconi è «corresponsabile di corruzione», dice il tribunale di Milano. E l’interessato risponde: un’enormità giuridica! Gli fa eco il Pdl al gran completo che parla come al solito in questi casi di «sentenza eversiva». La novità è che l’arma contro la multa salata è doppia: prima una manifestazione di piazza in difesa dei gioielli del premier e poi le elzioni anticipate. «Io ci sto» ha detto subito Umberto Bossi. «Noi siamo pronti», ha risposto Casini.

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I NUOVI TRASVERSALISMI

Il partito del Caos e quello del Buonsenso di Giancristiano Desiderio Il Pci è ritornato, ma questa volta la sigla non significa partito comunista italiano bensì partito caos italiano. In Parlamento, ma non solo. a pagina 4

IL COMMENTO DI PAOLO POMBENI

Ormai la politica è solo muscoli e paura di Francesco Lo Dico

di Marco Palombi

ROMA. Sul campo della prossima guerra civile italiana invocata dai settori più oltranzisti del centrodestra per ora c’è già un cadavere. Lo potremmo identificare come «il viscidone» o «il Gran Visir dei poteri forti», giuste le espressioni che il ministro Calderoli ha voluto rilasciare al Corriere della Sera: un tizio, “il viscidone”, che dall’interno del governo «intrattiene ambigue connivenze» con chi vuole far fuori il Cavaliere. Di più: nell’esecutivo, di questi viscidoni, ce ne sono «dieci-venti» (a spanne, si presume), ma non «l’avranno vinta». Insomma, il Gran Visir è destinato a perire sotto i colpi del lodo Mondadori che ha provato, per l’ennesima volta, che Berlusconi è «corresponsabile di corruzione». a pagina 2

All’indomani del sì irlandese

Adesso l’Europa c’è. Chi non si vede sono gli europei di Mario Arpino on la netta vittoria dei “sì” all’applicazione del Trattato di Lisbona, in meno di un anno e mezzo Dublino sembra aver voltato pagina. Visti i precedenti, è senz’altro un passo importante, forse decisivo, per far uscire l’Europa dalla lunga serie di stalli in cui si è confinata con la provvisoria applicazione del regime di Nizza, tuttora in vigore. Ma è ancora presto per festeggiare nelle piazze, e nessuno è autorizzato a trarre sospiri di sollievo. Anche se i rispettivi parlamenti hanno già approvato, mancano ancora le firme (niente affatto scontate) di Varsavia e di Praga, che potrebbero tradursi in una nuova doccia fredda. Vi è poi l’incognita delle elezioni inglesi del prossimo anno, che appaiono condizionare alquanto le decisioni di Polonia e Repubblica Ceca, che sembrano non volersi esprimere prima delle urne inglesi. Previste a giugno 2010.

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Dopo lo scontro sulle grandi opere

No al Ponte di Messina: Marcegaglia d’accordo con Napolitano

PARLA IL PADRE DI SHALIT «Sono felice di aver rivisto mio figlio vivo, sia pure solo attraverso una telecamera. Ma temo che Hamas l’abbia fatto per “alzare il prezzo” della sua liberazione»

di Franco Insardà

ROMA. Di abbandonare l’idea di costruire il Ponte non se ne parla. E poco importa se il “consiglio”, se il dissenso all’opera “faraonica”, sia arrivato direttamente dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. A far cadere l’invito giudizioso del Quirinale oggi sono soprattutto gli amministratori siciliani. Che fanno quadrato e legano alla realizzazione del Ponte sullo Stretto tutte le speranze di sviluppo del loro territorio. Dall’altra parte della barricata, sulla stessa linea di Napolitano, c’è anche il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia: «Anche se ormai è un’opera di fatto già cantierata il ponte non è, secondo me, la priorità assoluta. Abbiamo bisogno di mettere in sicurezza il territorio perché abbiamo continui casi ambientali molto problematici». Lo stesso concetto espresso da Carlo Ripa di Meana, intervistato da liberal.

Quel video può essere una trappola alle pagine 14 e 15

a pagina 17 seg ue a (10,00 pagina 9CON EURO 1,00

a pagina 8 I QUADERNI)

• ANNO XIV •

NUMERO

197 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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Scontri/1. Berlusconi è «corresponsabile di corruzione» sul caso Mondadori. E oggi la Consulta discute la legge Alfano

La guerra dei due Lodi

La politica litiga tra “sentenze eversive” e minaccia di voto anticipato. E Calderoli trova il colpevole: il «Gran Visir dei viscidoni» (cioè Letta) di Marco Palombi

ROMA. Sul campo della prossima ventura guerra civile italiana invocata dai settori più oltranzisti del centrodestra per ora c’è già un cadavere. Lo potremmo identificare come «il viscidone» o «il Gran Visir dei poteri forti», giuste le colorite espressioni che il ministro leghista Roberto Calderoli ha voluto rilasciare al Corriere della Sera: un tizio,“il viscidone”, che dall’interno del governo «intrattiene ambigue connivenze» con chi vuole far fuori il Cavaliere. Di più: nell’esecutivo, di questi viscidoni, ce ne sono «dieci-venti» (a spanne, si presume), ma non «l’avranno vinta».

L’indiziato unico è il sottosegretario Gianni Letta, il mediatore di

palazzo Chigi da una vita accanto al presidente del Consiglio. Adesso però Silvio Berlusconi e la fazione degli esagitati che ha preso il sopravvento a corte vedono rosso: il premier viene colpito nel suo patrimonio e non si scherza più. D’altronde, quando il gioco si fa duro, i Gianni Letta non servono granché. Oramai dalla maggioranza - e dal suo organo semiufficiale, Il Giornale - si parla di «disegno eversivo», si grida al «golpe», si minaccia il voto come ordalia, si chiama la gente alla difesa in piazza del governo aspettando il momento in cui verrà ricordato a tutti che «la patria si difende anche facendo la guardia a un bidone di benzina». Il «bidone», in questo caso, è il presidente del Consiglio stesso o, più precisamente, il suo gruppo imprenditoriale, minacciato dal maxirisarcimento da 750 milioni di euro alla Cir di

Carlo De Benedetti impostogli per aver comprato la sentenza che gli assegnò il controllo di Mondadori (ci torneremo). «Un’enormità giuridica», ha detto un «allibito» (e arrabbiatissimo, riferiscono i suoi) Berlusconi, che comunque avverte «tutti gli oppositori» che «non c’è nulla che potrà farci tradire il mandato degli italiani». Minaccia delle urne a parte («su questo siamo compatti come mai», dice un fedelissimo), per ora è solo incontinenza verbale. Spiegano qualificate fonti di maggioranza, dietro la garanzia dell’anonimato, che l’obiettivo primario adesso è attaccare forte per orientare in senso positivo la decisione della Corte Costituzionale sul lodo Alfano (che potrebbe arrivare fin da oggi). La situazione tra i 15 magistrati della Consulta resta infatti incerta: secondo gli ultimi conteggi di palazzo, confer-

Marcegaglia: «No a elezioni». Casini: «Ma non le temiamo» ROMA. Ieri sono state il tema del giorno e minacciano di diventare il tormentone delle prossime settimane. Almeno fino al pronunciamento dell’Alta Corte sul Lodo Alfano. Si tratta delle elezioni anticipate che i fedelissimi del premier evocano come arma finale. Convinti dell’esistenza di un complotto ai danni del premier, fanno balenare il ricorso anticipato alle urne. Ma ieri, nella ridda di dichiarazioni, l’ipotesi ha trovato il secco altolà di Confindustria. «In un momento di crisi come questo, andare alle elezioni anticipate sarebbe un qualcosa che forse la gente non capirebbe – ha detto il presidente Emma Marcegaglia Auspico che questo non succeda, perché c’è bisogno di un governo che governi e che faccia le iniziative che servono. Non sono d’accordo con logiche al di fuori della maggioranza che ha vinto le elezioni».Viceversa, il leader centrista Pier Ferdinano Casini le «auspica», dicendosi «pronto per le urne». Come a dire: il ricatto è un’arma spuntata.

La Lega, dal canto suo, strepita il proprio pieno appoggio al premier Silvio Berlusconi, che si definisce «vittima di un complotto» e che ha subito bollato (come la figliola Marina) la sentenza Mondadori come «enormità giuridica». E dunque, il Carroccio ieri ha confermato la piena disponibilità alle elezioni anticipate: «Penso che non andremo al voto, comunque noi siamo sempre pronti» ha detto Umberto Bossi, ministro per le Riforme e leader della Lega Nord. Che poi ha ribadito che le vicende personali del premier sono «un problema creato dalla mafia, noi abbiamo fatto leggi pesantissime contro la mafia e quindi c’era il rischio che se la pigliassero con Berlusconi». Alla comicità non c’è mai fine. Ma quanto alla possibilità di una manifestazione pro-Berlusconi, Bossi non ha commentato. Della scesa in piazza del popolo del Pdl aveva parlato il capogruppo del PdL alla Camera, Fabrizio Cicchitto, che oggi rilancia la proposta: «Stiamo riflettendo sulla possibilità di una manifestazione politica che mira a dar voce alla maggioranza del popolo italiano che conferma il suo sostegno a questo governo e al presidente Berlusconi».

mati da ambienti dell’Anm, la situazione sarebbe di sostanziale stallo (8 a 7 a favore del lodo, ma con un voto incerto).

In realtà non è in discussione la sostanziale incostituzionalità del provvedimento quanto l’orientamento “politico”della Corte: il fatto che il Quirinale, per non fare che

un esempio, sia preoccupato per una possibile guerra politica senza quartiere potrebbe ridurre alcuni giudici a più miti consigli. La scappatoia giuridica esiste già: la sentenza con cui la stessa Consulta, nel gennaio del 2004, bocciò “blandamente” il cosiddetto lodo Schifani lascia aperta la porta ad una approvazione dell’attuale formulazione: «Alla fine non lo bocceranno – prevede un ex magistrato da tempo in politica – La situazione non consente una decisione solo tecnica». Un altro «bidone» da difendere, quindi, per ora sono i “giudici delle leggi”. L’innesco di questo impazzimento collettivo è dovuto, se ne parlava all’inizio, ad una sentenza attesa e sostanzialmente scontata (nel contenuto se non nelle dimensioni), ma che – data la situazione generale e lo stato di fibrillazione post-Casoria nel Pdl – ha finito per diventare un terremoto. I fatti, in sostanza, sono questi. Nel 1989, per il controllo della Mondadori, si trovarono a competere i gruppi Berlusconi e De Benedetti: quest’ultimo era forte d’un accordo scritto coi proprietari, i Formenton, i quali però cambiarono idea all’improvviso vendendo a Fininvest. La faccenda fu affidata ad un collegio arbitrale che diede ragione a Cir. Berlusconi, a quel punto, si rivolse alla magistratura e la Corte d’appello di Roma, siamo al gennaio 1991, dichiarò nullo l’accordo De Benedetti-Formenton. Tre mesi dopo, grazie alla mediazione democristiana gestita da Giuseppe Ciarrapico, la guerra aveva fine: Repubblica e L’espresso a Cir, Panorama, Epoca e il marchio Mondadori a Fininvest insieme a un conguaglio di quasi 400 miliardi di lire. L’inghippo si scoprì solo qualche anno dopo: Fininvest, grazie ai buoni uffici del suo avvocato Cesare Previti, s’era comprata la sentenza “romana” corrompendo il relatore, il giudice Vittorio Metta. Il processo penale, iniziato nel 2000, si concluse nel luglio di due anni fa con la condanna definitiva di tutti i protagonisti: tutti tranne Silvio Berlusconi, che si salvò grazie alla prescrizione (beneficiò delle attenuanti generiche che furono invece negate a Previti). Il ruolo dell’attuale presidente del Consiglio è però già tratteggiato nella sentenza penale: «La retribuzione del giudice corrotto – si legge nella sentenza d’Appello – è fatta nell’interesse e su incarico del corruttore». Aggiunge la Cassazione: «È la Fininvest la fonte della corruzione e pagatrice del pretium sceleris». Non solo: è proprio la Suprema Corte ad aprire la via alla causa di risarcimento della Cir, quando sottolinea «tanto il danno emergente quanto il lucro cessante, sotto una molteplicità di profili relativi non solo ai costi di


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Dopo aver evocato centralità e autonomia del Parlamento

Fini precisa: «Niente governi tecnici» «Nuove maggioranze escono solo dalle elezioni»: il presidente della Camera tende la mano al premier NAPOLI. «La maggioranza è quella ruolo del potere esecutivo a scapito deluscita dalle urne», Gianfranco Fini prende le distanze sia da chi chiede elezioni anticipate (leggi Lega e una parte del Pdl) sia da chi reclama una nuova maggioranza di “emergenza”. Ieri a Napoli, tenendo una lectio magistralis sul tema «Rappresentanza e governo nell’era della globalizzazione» all’Università degli Studi di Napoli Federico II, il presidente della Camera ha tenuto un discorso che deve essergli apparso poco equidistante, alla luce di quanto è successo poi, ossia che la Magistratura ha spiegato la multa di 750 milioni di euro con la «corresponsabilità» del premier nella corruzione dei giudici in occasione del Lodo Mondadori. E così, al termine della lectioha corretto il tiro, nella speranza di non esacerbare troppo l’animo presumibilmente già provato - del Berlusconi «corruttore multato».

Insomma, nel giorno

A sinistra, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta; la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, e il leader centrista Pier Ferdinando Casini. Sopra, Carlo De Benedetti e, a destra, il presidente della Camera, Gianfranco Fini cessione della Mondadori, ma anche ai riflessi sul mercato azionario».

Ora il giudice civile Raimondo Mesiano s’è mosso in quel solco e ha stabilito il risarcimento: 750 milioni di euro per «perdita di chance» (gli avvocati Cir chiedevano circa un miliardo). Berlusconi «è corresponsabile della vicenda corruttiva», si legge nelle motivazioni della sentenza, e questo comporta, in diritto civile, «la responsabilità della stessa Fininvest». Non solo: se il gruppo del premier sostiene che la sentenza Metta era corretta, a prescindere dalla corruzione, Mesiano scrive invece che non solo fu «a parere di questo ufficio indubbiamente ingiusta come frutto della corruzione», ma anche che «nessuno può dire in assoluto quale sarebbe stata la decisione che un collegio nella sua totalità incorrotto avrebbe emesso». Ora Fininvest ricorrerà in appello. Silvio Berlusconi, invece, è tentato da un altro genere di ricorso: quello alle urne. In un paese normale sarebbero due ordini di fatti senza rapporto tra loro, ma in Italia?

Dalla maggioranza si chiama la gente alla difesa in piazza del governo aspettando il momento in cui verrà ricordato a tutti che «la patria si difende anche facendo la guardia a un bidone di benzina»

le assemblee elettive».

Un discorso di alto profilo, naturalmente, ma che non nasconde allusioni all’attualità: dalla denuncia di un’eccessiva confusione della definizione delle forme partito al riferimento alla drammatizzazione attuale della vita politica. Ma certo quando Fini sottolinea che la sovranità popolare si esprime attraverso il Parlamento, molti pensano all’eventualità di una nuova maggioranza rintracciata direttamente in Parlamento. Eventualità che Francesco Rutelli continua a evocare come l’unica soluzione possibile al caos attuale mentre ancora ieri Vittorio Feltri, ormai consigliere più ascoltato del premier, sbandierava come un incubo in un editoriale del Giornale. Ecco, allora, la correzione finale: quando, alla domanda di un cronista su un possibile governo del Presidente, Fini ha risposto che «nel nostro sistema, la maggioranza è quella che esce dalle urne. Non a caso gli elettori che hanno votato nelle ultime politiche hanno trovato sulla scheda il nome del candidato premier». «In Italia - ha continuato Fini - abbiamo fatto le riforme con una scorciatoia e abbiamo l’elezione diretta del capo del governo attraverso la legge elettorale. Di fatto siamo già in una democrazia molto diversa da quella congegnata dai padri della Costituente. Oggi nessuno dice “la maggioranza esce dalle aule del Parlamento”, ma tutti dicono “la maggioranza esce dalle urne” perché si vota la coalizione e sulla scheda delle ultime elezioni c’era il nome dei candidati premier delle coalizioni». Dunque, a suo giudizio del presidente della Camera, «bisognerebbe razionalizzare nella Costituzione quello che è già stato introdotto con le leggi ordinarie». Il dibattito sulla forma di governo «non dico che è inattuale, ma non è la questione che puo’ condizionare il sistema», ha conclude. Più chiaro di così: per lui il “governo tecnico” non è più all’ordine del giorno, tanto meno quello del Presidente. Semmai, si vada alle elezioni. Ma Fini la penserà così fino alla fine?

«I problemi di rappresentanza degli ultimi anni mettono a dura prova la democraticità del nostro sistema» ha detto parlando ieri a Napoli

della guerra campale, Fini mantiene equidistanza. «Il Parlamento, per il suo legame diretto con il popolo, rappresenta lo strumento principale attraverso il quale il popolo stesso esercita la sua sovranità. I problemi molteplici che si sono manifestati negli ultimi tempi in forme nuove e particolarmente vistose, espressione di una crisi fra istituzioni rappresentative e cittadini elettori, mettono a dura prova la democraticità del sistema», è stata la premessa del suo discorso. «Tra le cause principali che hanno determinato nelle democrazie occidentali - ha aggiunto - il problema del deficit rappresentativo dei partiti e delle istituzioni, con conseguente svuotamento delle forme della rappresentanza, vi sono il tramonto delle ideologie, la tendenza degli interessi ad autorappresentarsi, l’influenza dei mass-media, divenuti canali di trasmissione della domanda politica, la moltiplicazione dei luoghi in cui può allocarsi l’istituto della rappresentanza, i processi di “deterritorializzazione” dell’autorità politica, l’interdipendenza dei mercati globali, nonché le nuove forme di governance multilivello su scala non solo comunitaria. Inoltre, com’e’ noto, le democrazie contemporanee hanno tutte significativamente premiato il


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Scontri/2. Da Calderoli a Di Pietro, da Feltri a Grillo, la vigilia della sentenza sul lodo Alfano è monopolizzata dai professionisti dell’incendio

Strategia dell’agitazione

Sartori: il potere logora anche chi cerca sempre il colpo a effetto, come Berlusconi Sabbatucci: il premier dà di matto, gli altri pure e da quindici anni non se ne esce di Errico Novi

ROMA. È una selezione naturale: più il clima si fa plumbeo, più forte si distingue la voce degli agitatori. Non può essere un caso se proprio nelle stesse ore in cui i coordinatori del Pdl invocano una manifestazione contro il complotto dei poteri forti (si pensa a un revival in piazza San Giovanni a Roma, per il 5 dicembre) e Roberto Calderoli alza la posta con lo spauracchio delle elezioni, dall’altra parte ricompare Beppe Grillo e annuncia proprie liste alle regionali. Se c’è un partito trasversale, in Italia, è quello sempre al lavoro per far precipitare gli eventi. Era forse inevitabile che un campionario simile venisse riproposto alla vigilia della sentenza sul lodo Alfano: è in fondo la madre di tutte le battaglie, è la sintesi di uno scontro che dura da quindici anni, di un corto circuito politico apparentemente impossibile da riparare. Con un campo di gioco così favorevole diventa una passeggiata, per Vittorio Feltri, chiamare il popolo alla resistenza partigiana contro il golpe. O per Antonio Di Pietro sostenere, dalle colonne del proprio blog, che il colpo di Stato è quello che la maggioranza si appresta a realizzare con una nuova approvazione del lodo in caso di bocciatura della Consulta. Quale migliore occasione sarebbe potuta capitare a Renato Brunetta per fare fuoco contro «le élite parassitarie»? E chi altri potrebbe sfiorare in un momento come questo i 30 punti di share, se non Michele Santoro, pronto ad aggrapparsi anche a Patrizia D’Addario pur di accreditare la teoria dell’apocalisse? L’Umberto Bossi che dice di non credere al voto anticipato ma assicura che la Lega è pronta è in fondo un moderato rispetto ad altri primattori. Possibile che tanta agitazione torni utile anche come alibi per non affrontare i nodi politici veri? Interpellato da liberal, Giovanni Sartori spiega che sì, «possiamo parlare anche di manovre diversive, se vogliamo leggere certi segnali. Intanto è inaccettabile che Berlusconi dica di voler andare all’estero per la sentenza sul lodo Mondadori: un capo di governo può parlare di sentenza ingiusta, ma non può rispondere in questo modo. Perde le staffe un po’ per le ragazze, un po’ per tante altre ragioni, ad esempio

Il partito trasversale del caos (aspettando quello del buonsenso) di Giancristiano Desiderio l Pci è ritornato, ma questa volta la sigla non significa partito comunista italiano bensì partito caos italiano. In Parlamento, ma anche con appendici extra-parlamentari, esiste un partito trasversale che ha come mezzo e come fine il caos. Sono iscritti di diritto al partito dei caotici o agitati il ministro La Russa, che pure è responsabile della Difesa, e il ministro Bondi che, insieme con il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, non vedono l’ora di portare il Pdl in piazza per manifestare perché dopo la sentenza sul risarcimento Finivest a Cir «è chiaro che c’è un attacco concentrico al premier».

I

Francesco Rutelli «è un partito mai nato». Mentre ha alla sua sinistra altri partiti che sulla scia del vento dipietrista vogliono nascere: è il caso - e caso è solo l’anagramma di caos - del Movimento di liberazione nazionale di Beppe Grillo che, come professionista dell’agitazione di gruppo, non nasconde di voler chiamare a raccolta proprio il popolo degli agitati.

Confondere le carte, insultare gli avversari e ignorare le soluzioni per il Paese è la missione di questo nuovo raggruppamento «multicolore»

Ha la tessera del neo Pci, naturalmente, il più caotico ei ministri leghisti, Roberto Calderoli, il quale essendo ministro per la Semplificazione è per la scelta più semplice: «Macché cortei, è meglio tornare a votare». Gli esponenti di lotta e di governo come è nella storica tradizione del Pci - teorizzano la «mobilitazione totale»: l’importante non è che il governo governi, ma che si agiti. La cosa curiosa è che l’agitazione finalizzata all’agitazione trova terreno fertile anche nell’opposizione. Qui il caposcuola e capopopolo è Antonio Di Pietro che non ha problemi di alcun tipo nel dire che il presidente della Repubblica «è un vile». Il Pd cerca di arginare la furia anti-istituzionale dell’ex pubblico ministero, ma sembra recitare a tutti gli effetti la parte di chi raccoglie tempesta dopo aver seminato vento dipietrista. Il Pd, del resto, per esplicita confessione di un suo padre fondatore come

Oltre al partito trasversale degli agitati c’è anche l’informazione trasversale degli alimentatori di caos: si va dal Tg1 a Repubblica. Sabato la Federazione della stampa ha manifestato per la libertà d’informazione e naturalmente lo ha fatto facendo ricorso a tutti i canali di informazione che sono presenti in Italia: stampa, televisione, web, sms, video, manifesti, cortei. Sempre sabato il direttore del Tg1, Augusto Minzolini, è andato in video e ha messo gli italiani in guardia da un prossimo venturo “regime mediatico” che gli stessi partecipanti alla manifestazione di sabato per la libertà di informare potrebbero instaurare. Risultato: accuse reciproche di intolleranza e censura. Più che “regime mediatico” in Italia è ormai nato il “regime caotico” e, proprio perché regna sovrano il caos, i fondatori sono sia la maggioranza sia la minoranza, sia il Pdl sia il Pd e le sue appendici. Un autentico contrappasso dantesco se si pensa che il bipartitismo sarebbe dovuto nascere per rendere tutto più semplice e chiaro. Il c aos è la preme s sa dell’ordine? Dal caos nasce il cosmo? Può darsi. Ma è bene che al trasversale partito del caos o degli agitati si contrapponga un trasversale partito della misura o di moderati. Quello che è stato chiamato il partito del buon senso.

per il riconoscimento internazionale sempre più basso. Non vale, come giustificazione, l’entità del risarcimento alla Cir che non fa comunque vacillare le sue finanze». Vale però una citazione di Nietsche come quella che il presidente del Consiglio si è concessa ieri, quando ha definito quella sul lodo Mondadori come «una sentenza al di là del bene e del male», oltre che «un’enormità giuridica». È evidente, osserva Sartori, che «tutta l’atmosfera sia ormai infestata dallo scandalismo, dalle imboscate: non c’è più un confronto politico serio, esiste solo la politica spettacolo, basti ricordare che anziché mettere in sicurezza Messina abbiamo passato anni a discutere del ponte». Si preferisce «la guerra civile e lo scontro armato piuttosto che cercare di collaborare con l’opposizione, peraltro decimata e tenuta a distanza di sicurezza». Ed è qui, secondo il politologo ed editorialista del Corriere della Sera, che emerge la natura del Cavaliere, «un grande competitore di campagne elettorali ma certo non un uomo di governo. Dalla sua oltretutto ha un sistema elettorale che gli consentirebbe di stravincere ancora: è chiaro che siamo in una situazione un po’ patologica». È nota – perché ribadita anche nell’editoriale di ieri – la contrarietà di Sartori al lodo Alfano: ciononostante il professore trova inspiegabile «l’eccesso di collera e di nervosismo del premier: il potere logora chi non ce l’ha ma anche chi lo usa in modo berlusconiano, con questo spirito di battaglia, di esibizionismo, con l’ostinazione nel voler fare colpo, senza che alla fine vi sia un costrutto. La sinistra di Prodi aveva l’alibi di una maggioranza inesistente, ma nel caso di Berlusconi è chiaro che manca la capacità di uomo di governo».

Siamo prigionieri? Evidentemente sì, secondo Giovanni Sabbatucci, che da storico riconosce nella «eterna guerra civile, negli scontri continui, nella litigiosità» un carattere costitutivo dell’Italia, ma nota anche la particolarità del conflitto attuale «che diversamente dai precedenti non è temperato dalla ricerca dell’accordo, da quell’altra consolidata tendenza del nostro Paese alla compensazione, al limite all’inciucio, con cui si leniscono le


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Antonio Di Pietro è un agitato perenne. Le sue performance recenti vanno dalla coppola mafiosa in Aula all’attacco al presidente Napolitano

«Quando il gioco si fa agitato, i veri agitati cominciano a giocare»: Beppe Grillo ha fiutato la grande confusione e ha lanciato un suo nuovo movimento

Calderoli è un agitato della prima ora: dalle magliette anti-islam alle passeggiate col maiale. L’ultima trovata è l’urlo contro i «viscidoni» che s’annidano nel governo

Quando l’agitazione fa spettacolo: alias Michele Santoro. Il quale ha sperimentato sulla pelle (dai tempi delle mitiche «piazze televisive») che l’urlo fa audience

L’ultima tessera, in ordine di tempo, del partito degli agitati spetta a Augusto Minzolini che s’è scoperto interventista e barricadero con i soldi del contribuente

Renato Brunetta va dove lo porta il cuore: sul palcoscenico. E se Beppe Grillo fa il tribuno dell’agitazione, Brunetta fa la parodia di Grillo che fa la parodia di Brunetta

conseguenze della rissa: stavolta si fa a botte e basta». La guerra civile in corso, d’altra parte, va avanti da oltre quindici anni, ricorda il professore di Storia contemporanea della Sapienza: «Va tenuta presente la sequenza con cui si è creata questa polarizzazione: la sinistra che pensa di vincere a mani basse e che però si dimentica di tutta quella parte del Paese che pure esisteva e non poteva essersi dissolta con i vecchi partiti; Berlusconi che per tenere insieme quel mondo dice che c’è un nemico irriducibile, che sono tutti comunisti; quindi il rimpianto, la frustrazione degli altri e l’anomalia che anziché stemperarsi si accentua». È un circolo vizioso, un’isteria permanente impossibile da ricondurre «nei canoni tradizionali della politica». Succede sempre qualcosa per cui Berlusconi «dà di matto e quegli altri pure», chiosa Sabbatucci.

Se ne può uscire? «Molti pensano che se ne uscirà solo quando il Cavaliere lascerà la scena politica. E in effetti, è vero che si può incolpare l’attitudine generale alla rissa, i rancori dei suoi avversari o la retorica dell’antiberlusconismo: ma che lui, Berlusconi, dia un sostanzioso personale contributo, non c’è ombra di dubbio. Con uscite come quella sui farabutti o autoincoronazioni del tipo ‘sono un capo di governo migliore di De Gasperi’ è difficile immaginare una ricomposizione. Poi certo, arriva una condanna a risarcire 1500 miliardi di vecchie lire vent’anni dopo e alla vigilia di un’altra sentenza importante, e c’è sempre la minaccia di una soluzione giudiziaria finale…». Può darsi che il gioco instabile delle forze, in continua agitazione dal 1994, si regga anche per la pigrizia che Berlusconi – stakanovista del lavoro come tutte, ma proprio tutte, le testimonianze riferiscono – esibisce in un campo solo: quello della politica propriamente intesa. «Il prolungarsi della conflittualità può dipendere senza dubbio da questo, sta di fatto che di quella politica lì, Berlusconi, non è capace: il suo modo di intenderla consiste nella proposizione di sé e nel chiamare a raccolta i suoi fedelissimi contro il nemico. Il resto, la politica, lo affida non a caso ad altri, a Gianni Letta nello specifico. Questo complica tutto. È difficile che Berlusconi possa cambiare, lo scenario dunque muterà quando lui non ci sarà più, e non è neanche detto», avverte Sabbatucci. Le tensioni in effetti si accentuano abbastanza da rendere complicata l’idea della rimozione: dal comunicato con cui i capigruppo del Pdl ribadiscono la teoria del «disegno eversivo» alla risposta del collega dell’Italia dei valori Massimo Donadi che definisce Cicchitto e gli altri «i veri eversori, che schierano il Parlamento come parte in causa per difendere gli affari del padrone». Quando mai finirà tutto questo?

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Il caos e la piazza secondo il politologo Paolo Pombeni

«Ormai la politica è fatta solo di muscoli e paura» di Francesco Lo Dico

ROMA. «L’eventuale decisione del Pdl di dar vita a una grande manifestazione pubblica denuncia ancora una volta un allarmante stato di agitazione. In questo Paese monta sempre più l’esasperazione degli animi, e si concede sempre più di frequente una delega in bianco agli spiriti piazzaioli». Paolo Pombeni, docente di Storia dei Sistemi politici europei all’Alma Mater di Bologna, commenta così la ridda di dichiarazioni di fuoco che paventano un golpe e il ricorso a elezioni anticipate. Professore, il Governo minaccia di scendere in piazza. Non è un po’ bizzarro che la maggioranza sfili in corteo? Ricorrere alla piazza contro una sentenza è pericoloso e irrituale.Tanto più se a farlo è la maggioranza che governa questo Paese. Per di più. se davvero la Fininvest finisse azzoppata per il caso Cir, saremmo di fronte alla prova provata che hanno ragione gli oppositori di Berlusconi. Quanti denunciano cioè, che le sue fortune politiche sono sorrette da vicende torbide. Prima Brunetta, poi Calderoli, Cicchitto e infine Berlusconi. Perché si continua a agitare lo spettro del golpe? È tipico delle situazioni di crisi. In questo deserto di proposte politiche lungimiranti, si grida per farsi coraggio. E chi urla di più dà agli altri l’impressione di potere sublimare la paura, di esorcizzare un vuoto desolante. È come voler incoraggiare un bambino a non avere paura del buio. Si continua ad atterrirlo con moniti e sproni, quando sarebbe molto più facile accendere la luce. La piazza come agone in cui legittimare qualsiasi cosa. Dobbiamo preoccuparci? Senza voler pronunciare inopportuni giudizi di merito, la situazione attuale ricorda quella che favorì l’avvento del fascismo. L’idea di una piazza che si contrappone a un’altra, in un duello che chiama a schierarsi in maniera definitiva tutto il Paese, è tangibile. Golpe e elezioni anticipate. Ipotesi credibili? La maggioranza parla di elezioni anticipate con l’obiettivo di evocare un fantasma che atterrisca tutti. La verità è però che la prospettiva di andare al voto spaventa in primo luogo il Governo stesso. Si tratta cioè di un’istintiva minaccia lanciata per nasconde il terrore di precipitare. L’esito del voto non sarebbe poi così scontato, se oggi si ricorresse alle urne. Il premier è in una situazione assai differente rispetto a quella che gli consegnò le chiavi del Parlamento qualche tempo fa. A proposito di elettori. Come pensa che accolga, l’opinione pubblica, l’infuriare di polemiche sempre più estreme? Credo che il cittadino si senta frastornato. Ho la sensazione che in un clima simile, gli sia difficile misurare meriti e demeriti della propria fazione politica, perché su tutto svetta lo stato confusionale, il gioco delle iperboli incrociate, la convocazione in piazza con la lancia in resta. Le ripetute chiamate alla leva, gli impediscono di riflettere e decidere sulla base di fatti politici compiuti. E soprattutto, complicano maledettamente le idee di quanti si pongono di fronte alla vita politica di questo Paese in un’ottica terzista. Gli agitatori si moltiplicano perché cresce la paura. Come si supera il panico? Seminare il panico paga sempre di più nell’immediato. La paura ha sempre un effetto aggregante. Il problema è che essere uniti non spazza via ciò che si teme. E anzi, moltiplica i pericoli.

La situazione di oggi somiglia a quella che portò al fascismo: il duello senza mediazione è mortale per la democrazia


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diario

Il personaggio. Il ricordo del giuslavorista nelle parole di un allievo che nel tempo si è trasformato in un amico

Nel segno dei lavoratori

È morto a 82 anni Gino Giugni, il padre del celebre «Statuto» di Giuliano Cazzola l mio primo incontro con Gino Giugni risale al lontano 1967. Si svolgeva – ospite l’Università di Bologna – un Convegno promosso dai Comitati d’azione per la giustizia sul tema della conciliazione e dell’arbitrato nei conflitti di lavoro. Gino Giugni era uno dei relatori, sostenitore delle posizioni più aperte ed avanzate in linea con lo sviluppo di un ruolo nuovo della contrattazione collettiva di cui era stato uno dei precursori. Queste impostazione entravano in contrasto con le posizioni di molti giuslavoristi di sinistra (e non solo) ancora arroccati (le cose non sono cambiate di molto, a più di 40 anni di distanza) nella concezione della statualità del diritto e del primato della magistratura.

promuoveva, insieme ai collaboratori più stretti, tra cui Mariangela Felicioli, nel suo centro culturale, sito nel palazzotto liberty di via Livenza. Nel 1993, partecipammo insieme al tentativo di salvare il Psi. Nel febbraio di quell’anno Bettino Craxi si era dimesso e al suo posto era stato eletto Giorgio Benvenuto. Gino Giugni era stato chiamato a svolgere il ruolo di presidente del partito. Benvenuto mi volle al suo fianco nella segreteria. Lasciai così la Cgil (dove l’aria per me si era fatta molto stretta) e cominciai la nuova esperienza. Pochi mesi dopo, però, l’avventura era finita. Benvenuto abbandonò la segreteria in polemica con il vecchio gruppo dirigente. Io lo seguii, ma mi rifiutai di perdermi nella diaspora dei gruppi socialisti che caratterizzò la fine del Psi. Dopo un breve periodo in Alleanza democratica, abbandonai la politica attiva.

I

Allora, poco più che ventenne, ero membro da un anno circa della segreteria provinciale della Fiom e stavo preparando, con fatica, la tesi di laurea il cui titolo (Metodi e forme di risoluzione stragiudiziale delle controversie di lavoro) calzava a pennello con gli argomenti trattati nel Convegno. Nel preparare la tesi (era relatore il professor Federico Mancini e mi seguiva Umberto Romagnoli) mi ero abbeverato agli scritti di Gino Giugni e, in particolare, al saggio Introduzione allo studio dell’autonomia collettiva (Giuffrè 1960) che rimane l’architrave del moderno diritto sindacale. Durante il Convegno, le tesi di Giugni erano state criticate non solo dai giuristi della Rivista giuridica del lavoro (vicini alla Cgil), ma anche dai rappresen-

Dal vertice del vecchio Partito socialista, dopo il tramonto di Craxi, al primo governo Ciampi, quando fu nominato ministro del Lavoro tanti della delegazione di sindacalisti, guidati dal vice segretario Arvedo Forni, che avevano preso parte all’iniziativa. Nell’ultimo pomeriggio, mentre l’assemblea (in clima vagamente postprandiale) era in attesa delle conclusione dei relatori, chiesi la parola che mi venne data con un bel po’ di curiosità dal presidente e sfornai uno dei miei migliori interventi a favore delle tesi di Giugni. Gino in quel momento era assente. Rientrato pochi minuti dopo lo informarono che c’era stato un sindacalista della Fiom che lo aveva difeso. Volle conoscermi

e chiedermi che cosa avessi detto. Poi salito alla tribuna non esitò a «strumentalizzarmi», ovviamente con mio grande piacere. Il giorno dopo fui richiamato dal mio capo di allora Floriano Sita, a cui era arrivata notizia della mia performance.

Ritrovai Giugni nell’autunno del 1969: io ero diventato il segretario nazionale/ragazzino della Fiom, lui era capo dell’ufficio legislativo del ministro del Lavoro Carlo Donat Cattin. Data la mia formazione, ero incaricato di seguire la parte sui diritti sindacali (lo storico contratto dell’autunno caldo fece da battistrada allo Statuto dei lavoratori). Lì iniziò la nostra collaborazione. Poi, col passare del tempo, il rapporto si trasformò in amicizia. E in stima reciproca. Ero coinvolto nelle iniziative che Giugni

È a questo punto che Gino Giugni intervenne sulla mia vita, cambiandola in meglio, come una specie di Angelo custode, come un grande Benefattore a cui sarò per sempre grato e riconoscente. Divenuto ministro del Lavoro del Governo Ciampi, mi chiamò a far parte, dapprima, della Commissione di vigilanza sui fondi pensione; mi nominò, poi, dirigente generale del ministero, carica ed incarico che ho ricoperto fino al momento della pensione nel 2007. Negli ultimi anni, non avevo avuto più modo di frequentare Giugni. La malattia che lo aveva colpito lo ha lentamente logorato fino alla scomparsa. Di lui resta un ricordo perenne. E un rimpianto. La crudeltà della malattia non ci ha solo strappato un concittadino tra i più grandi e prestigiosi. Ci ha privati, per lunghi anni, di un giurista lucido e geniale, che avrebbe potuto illuminarci con i suoi consigli e la sua guida nel difficile compito di rinnovare il diritto sindacale e del lavoro. Perché Gino non era soltanto un riformatore, che svolse un ruolo centrale in tutti i principali eventi del diritto del lavoro della seconda metà del secolo scorso. Gino era soprattutto un riformista, capace di interpretare la società nelle sue trasformazioni profonde.


diario

6 ottobre 2009 • pagina 7

11 anni e 4 mesi a Gavrila. 6 anni a Ionut

La giovane non è grave. L’aula sottoposta all’esame dei tecnici

Stupro alla Caffarella: condannati i due romeni

Crolla il soffitto in una scuola di Napoli, ferita un’alunna

ROMA. Sono stati condannati

NAPOLI. Nella mattinata di ieri, in una scuola di Napoli, è crollato una controsoffittatura ferendo una studentessa. L’episodio è avvenuto all’istituto professionale alberghiero “Rossini”, che si trova nella zona occidentale della città partenopea, nel quartiere di Bagnoli. La ragazza, colpita da un pannello in polistirolo che si è staccato dal soffitto, è stata trasportata all’ospedale San Paolo, dove è stata curata e giudicata ferita non in modo grave. Una docente della scuola ha spiegato che «un pezzo del pannello ha sfiorato la testa della studentessa. Lei è venuta in vicepresidenza e ci ha detto che le faceva male la testa. Le abbiamo prestato i primi soccorsi con del ghiaccio

ieri nel processo con rito abbreviato i due romeni imputati per lo stupro della Caffarella, avvenuto a San Valentino nel parco della capitale: 11 anni e 4 mesi di reclusione per Oltean Gavrila e 6 anni per Alexandru Jean Ionut. La sentenza è stata pronunciata dal gup di Roma Luigi Fiasconaro dopo un’ora e mezza di valutazione di quanto affermato nel corso dell’udienza dal pm Vincenzo Barba, parti civili e difesa.

Gavrila, 27 anni, che è stato processato con rito abbreviato anche per uno stupro avvenuto il 18 luglio scorso a Villa Gordiani (quando fu aggredita una studentessa di 23 anni), ha beneficiato di una condanna inferiore rispetto ai 16 anni e 8 mesi richiesti dal pm Vincenzo Barba. A Ionut, che non era accusato dello stupro di Villa Gordiani, il giudice Fiasconaro, considerata la sua giovane età (18 anni), ha concesso le attenuanti generiche. Di conseguenza ha avuto 6 anni, contro i 10 chiesti da Barba. Con la sentenza e rispondendo alle richieste di risarcimento fatte dalla parte civile, il giudice ha riconosciuto una provvisionale di 80mila euro per la ragazza violentata e di 20mila per i genitori e una provvisionale di 30mila euro al ragazzo aggredito e di 10 mila euro ai genitori. «Una sentenza che è equilibrata e che è stata pronunciata a poco tempo di distanza dei fatti», ha detto il pubblico ministero Vincenzo Barba. Teresa Manente, avvocato di parte civile per i ragazzi aggrediti e per i loro genitori ha detto: «Questa condanna deve seguire un cambiamento culturale di una società che vede il predominio dell’uomo sulla donna. Un cambiamento che deve essere improntato anche verso una maggior tutela dei minori».

Ripresa ancora fragile Le paure di Draghi «Ma la crisi si avvia alla fine», dice il governatore di Alessandro D’Amato

ROMA. «Una ripresa lenta e fragile, ma grazie alla cooperazione internazionale possiamo guardare al futuro con speranza»: è un Mario Draghi fiducioso, quello che nel discorso depositato al Development Committee della Banca Mondiale parla della crisi economica e delle sue vie d’uscita. Il governatore della Banca d’Italia, all’interno del suo linguaggio giocoforza istituzionale, spiega che il peggio è passato: «Anche se la crisi non è ancora finita e il suo impatto sull’attività economica e sull’occupazione continuerà ad essere percepito nel mondo ancora per un po’ dobbiamo iniziare a preparare la strada per la ripresa e per una crescita sostenuta rimuovendo gli ostacoli alla produttività e promuovendo l’inclusività sociale».

Durante una conferenza stampa, in margine degli incontri annuali del Fmi, il presidente del Financial stability forum, era stato chiaro: «Per il momento il deterioramento si è arrestato. Ci sono dei piccoli segnali di ripresa. La ripresa si prevede lenta e ci sono molti fattori di fragilità. Come la disoccupazione, in crescita in tutto il mondo». Le domande che oggi gli economisti si fanno, spiega infatti il Governatore, sono tre. La prima è ci sarà un rimbalzo fortissimo, come abbiamo visto in altre occasioni, una cosiddetta ripresa a V. Oppure sarà una ripresa robusta ma un po’più bassa; oppure una ripresa lenta. «Mi pare che tra queste tre alternative l’indicazione prevalente è che sarà una ripresa molto lenta e anche fragile. Quello a cui si guarda molto è la tenuta dei consumi, che sono gran parte della domanda aggregata. Direi che un forte miglioramento è venuto dalla Cina e dalle economie emergenti che hanno mostrato una ripresa più vigorosa». Quanto al sistema finanziario, è sicuramente più solido di quanto non fosse 5-6 mesi fa. Però, ricorda il Governatore «ci sono ancora forti bisogni di capitali e spazi del bilancio delle banche che sono ancora immobilizzati. Nonostante i prezzi di alcune attività che sono nei bilanci delle ban-

che siano migliorati molto negli ultimi 2 o 3 mesi». Poi, una profezia: Il futuro è nelle energia alternative. Ma per facilitare il passaggio a una economia mondiale più “verde”, alle scarse risorse pubbliche disponibili vanno affiancati maggiori investimenti privati. Secondo Draghi la Banca Mondiale riveste «un crescente ruolo come partner chiave nel finanziare la transizione a una economia ’più verde’ e alleviare l’impatto del cambio climatico nei paesi in via di sviluppo». Questo sforzo tuttavia, nota Draghi, supera «largamente le risorse disponibili delle istituzioni per lo sviluppo e ha bisogno dell’unione fra limitate risorse pubbliche con una più ampia fonte di capitale privato». La Banca Mondiale è posizionata strategicamente per contribuire a questo sforzo, nota il governatore ed è ben concepita per far fronte «alle sfide che, come nel caso dei cambiamenti climatici appartengono alla sfera dei beni pubblici di tutto il mondo».

E il monito del governatore è “condivisibile”, secondo il giudizio della presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, per la quale «la ripresa è fragile, ci vorrà molto tempo per tornare ai livelli pre-crisi, quindi, abbiamo ancora molto da fare. Dobbiamo ragionare come rafforzare questa ripresa che oggi è debole. C’è un problema occupazionale - ha aggiunto - che avrà impatti significativi nei prossimi mesi, dobbiamo lavorare molto perchè la crisi non è finita». La visione di Bankitalia, ha spiegato Marcegaglia, «è un po’ la nostra posizione, abbiamo più volte ribadito che si vede qualche piccolo segnale di miglioramento ma la ripresa è fragile». Anche per Luigi Angeletti, leader della Cisl, quella di Draghi è «purtroppo una prospettiva realistica». «Non ci sono analisi diverse da questa. Tutte le proiezioni che si fanno parlano di una ripresa lenta e modesta nella sua entità. Ci vorranno almeno due, tre anni per ritornare da dove siamo partiti», ha concluso il sindacalista a margine del convegno del Pdl sul Mezzogiorno in corso a Bari.

I timori di Bankitalia sono condivisi anche da Confindustria: «C’è ancora molto da fare», spiega Marcegaglia

sintetico. Poi, quando le abbiamo chiesto se voleva essere trasportata in ospedale e lei si è rifiutata, abbiamo chiamato la mamma che l’ha comunque accompagnata in ospedale». Nessun altro studente è stato coinvolto nell’incidente. L’aula è stata comunque chiusa, in attesa delle verifiche dei tecnici della Provincia.

«Siamo indignati, ogni mattina ci rechiamo a scuola per assolvere al nostro diritto-dovere allo studio e rischiamo la vita per i mancati investimenti alla scuola pubblica», così in una nota l’Unione degli studenti (Uds) campani ha denunciato le carenze delle strutture scolastiche. «Siamo vicini alla studentessa - ha concluso l’Uds - e continuiamo a rivendicare un piano nazionale di investimenti per l’edilizia scolastica, perchè in Italia la formazione deve essere considerata un investimento e non una spesa». Il caso di Napoli comunque non si è rivelato una tragedia per un soffio, anche se ha riportato alla mente il crollo di un altro soffitto, quello dell’aula della 4a D avvenuto al liceo scientifico Darwin di Torino nel 2008. Allora il bilancio fu ben più grave e Vito Scafidi, un ragazzo di soli 17 anni morì per la caduta dei calcinacci.


politica

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Disastri annunciati. Si scava ancora nel fango alla ricerca dei dispersi. Lombardo: «Paghiamo un clientelismo criminale»

Terremoto sul Ponte Solo Marcegaglia raccoglie l’invito di Napolitano che si era scagliato contro le «opere faraoniche» di Franco Insardà

ROMA. Di desistere dal fare il Ponte non se ne parla. E poco importa se il “consiglio”, se il dissenso all’opera “faraonica”, arriva direttamente dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. A far cadere l’invito del Quirinale sono soprattutto gli amministratori siciliani. Che fanno quadrato e legano alla realizzazione del Ponte sullo Stretto tutte le speranze di sviluppo del territorio. Sulla stessa linea di Napolitano anche il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia che da Pavia ha detto: «Anche se ormai è un’opera di fatto già cantierata il ponte non è, secondo me, la priorità assoluta. Abbiamo bisogno di mettere in sicurezza il territorio perché abbiamo continui casi ambientali molto problematici».

Ma il presidente della provincia di Messina, Giovanni Ricevuto, taglia corto: «La mia posizione è nota, sono da sempre favorevolissimo alla realizzazione del Ponte. Ero sottosegretario alle Infrastrutture nel secondo governo Berlusconi e il ministro Lunardi mi affidò delle deleghe relative alla realizzazione dell’opera. Il Ponte è un’occasione unica per collega-

re la Sicilia al resto del mondo». E il sindaco di Messina, Giuseppe Buzzanca, precisa a liberal: «Con tutto il rispetto per il presidente Napolitano, ma il Ponte è un’opera prevalentemente a carico dei privati. Le somme destinate alla sua realizzazione non sarebbero destinate ad altre opere pubbliche».

Concetto ribadito anche dal governatore siciliano, Raffaele Lombardo, intervenuto a Rainews24: «I soldi del Ponte non possono essere spesi per Scaletta o Giampilieri, perché si tratta in massima parte di un progetto di finanza. La Sicilia ha aggiunto - non ha l’alta velocità tra Palermo e Messina, col Ponte non potremo non averla e sarà necessario il completamento della Salerno-Reggio Calabria. Il ponte non è una cattedrale nel deserto. Ci auguriamo di percorrerlo, non lo lasceremo lì solo ad ammirarlo». A chiudere qualsiasi polemica è arrivata l’assicurazione del ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, secondo il quale se fossero già iniziate le opere collaterali alla realizzazione, con le «migliorie al territorio previste» forse «il disastro sarebbe stato inferiore». Il mini-

stro ha aggiunto: «Non mi permetto di polemizzare col capo dello Stato, però voglio chiedere: cosa c’entra il ponte di Messina? Non si è costruito ancora, non si è messa nemmeno la prima pietra e possiamo imputare quanto accaduto al ponte di Messina?» E chiarisce «non è che ho a disposizione la cifra per costruire il Ponte nella cassaforte del ministero. L’opera si realizza con il project financing con i privati e non si possono

Il sindaco di Messina: «Con tutto il rispetto per il presidente della Repubblica, è un’opera prevalentemente a carico dei privati: quei fondi non sarebbero destinati ad altri lavori pubblici» dirottare per mettere in sicurezza il territorio».

Matteoli promette che farà da guardiano ai fondi destinati al Ponte di Messina. È lui il primo a sapere che cambiare la destinazione ai 6 miliardi per l’opera è meno complesso di quanto si possa credere. L’aveva fatto nel 2006 il governo Prodi che, deciso a non costruirlo, aveva destinato alla viabilità di Sicilia e Calabria i 2,5 miliardi in pancia alla società Stretto di

Messina Spa. In realtà quei soldi non sono mai arrivati a destinazione: una piccola parte è stata destinata anche una strada provinciale della provincia di Latina. Con il centrodestra al governo il Ponte, almeno sulla carta, è tornato essere una priorità: ma se il Cipe ha di fatto ridotto lo stanziamento complessivo con la prima tranche da 1,3 miliardi di euro, il governo ha impegnato parte del tesoretto di Fintecna anche per coprire il taglio all’Ici.

ROMA. Dopo i contratti territoriali le

D’accordo Cisl e Uil. E Confindustria: «Aiuti a tutti i settori in difficoltà»

deroghe contrattuali. Per il governo Berlusconi è dalla leva salariale che passa la rinascita del Mezzogiorno. Prima in un’intervista al Mattino di Napoli, poi intervenendo ieri a Bari alla convention sul Sud organizzata dal Pdl, il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha annunciato che si sta studiando a un sistema di deroghe per le start up. «Si può partire con condizioni speciali in deroga rispetto anche all’accordo nazionale», ha spiegato, «per favorire la nuova impresa».

Sì di Sacconi alle deroghe per le «start up» del Sud

La base di partenza è la riforma contrattuale approvata nello scorso marzo da Confindustria, la Cisl e Uil (ma non la Cgil), che riprende dall’esperienza tedesca le deroghe a salari e diritti in casi di crisi o in zone depresse. Ma lo si potrà fare, ha aggiunto Sacconi, «nella misura in cui, contemporaneamente, si realizza un accordo sulla distribuzione degli utili di domani e cioè sul fatto che i lavoratori partecipino anche della parte positiva dell’impresa».

di Francesco Pacifico Questa soluzione sembra piacere alle parti sociali. Da Confindustria Emma Marcegaglia fa sapere che strada potrebbe la strada per superare «un problema serio delle imprese». Concorda anche il leader della Cisl, Raffaele Bonanni. Che però pone paletti ben precisi: «Sì a una deroga al contratto nazionale se questo significherà nuovi investimenti al Sud, nuova occupazione, lotta al lavoro nero e partecipazione agli utili da parte dei lavoratori». Ma in questa fase, con 200mila disoccupati in più al Sud ogni trimestre, servono anche «una fiscalità di vantaggio, credito d’imposta e istituzione di zone franche».

Non si scandalizza Luigi Angeletti. Il leader della Uil ricorda che su questo fronte una sperimentazione c’è già stata. «Non ho nessuna difficoltà a fare quanto fatto a Melfi nel 1992». Al riguardo il segretario generale dell’Ugl, Renata Polverini, chiede vincoli temporali: «L’importante è che sia uno start up vero e non come accadde a Melfi, che dopo dieci anni gli accordi non erano stati rivisti e ci fu la famosa primavera di Melfi. Quindi, start up sì ma che, con gradualità, poi raggiungano nel più breve tempo le condizioni di livello degli altri lavoratori». Sempre da Bari Emma Marcegagaglia ha presentato la sua agenda. Che in

Intanto, sul versante delle responsabilità per l’accaduto, il governatore Lombardo parla di crimini: «C’è un clientelismo che rispetto alle demolizioni mancate può portare a eventi drammatici e a crimini che hanno fatto perdere la vita finora a 23 persone».

Per il capogruppo dell’Udc all’Ars, Rudy Maira «la polemica politica non servirebbe a nessuno e sarebbe il modo più sprezzante per distrarsi dall’unico obiettivo che va perseguito: ricostruire e mettere in sicurezza l’area colpita dall’alluvione. Il Parlamento regionale dice ancora Maira - potrà individuare le risorse per attuare anche un Piano regionale per

molti punti collima con quella del governo. La presidente di Confindustria – che più in generale ha chiesto di aiutare come l’auto «tutti i settori che soffrono» – ha posto l’attenzione «sull’istituzione di una cabina di regia» e di «aiuti il più possibile automatici alle imprese che eliminino l’intermediazione politica e burocratica». Sul versante fiscale si guarda «al rifinanziamento del credito d’imposta per il Mezzogiorno. E siamo anche dell’idea che vada valutata la fiscalità di vantaggio».

Per l’imprenditrice come è «importante un credito di imposta automatico, così lo è concentrare i fondi su pochi grandi temi per evitare la dispersione in mille rivoli». Gli fa eco Raffaele Bonanni: «Da mesi sosteniamo che bisogna mettere insieme il governo centrale e quelli regionali, Comuni e tutti centri di potere. L’Italia è più federale della Germania in modo scomposto: ha centri di potere innumerevoli che disperdono le risorse». Come dimostra lo scontro sui fondi Fas.


politica le speculazioni edilizie, ma a causa dell’incuria di decenni». Gli fa eco il presidente della Provincia, secondo il quale «chi ha parlato di speculazione edilizia evidentemente non conosce il sito dove si è registrato il disastro. Lì non esistono costruzioni. Non vorremmo che vi fosse il tentativo di guardare sempre le cose che avvengono in Sicilia con quella sufficienza e quel sussiego che spesso hanno contrassegnato l’atteggiamento dei governi, indipendentemente dal colore politico, nei confronti dei bisogni e dei problemi dell’isola». E Giuseppe Buzzanca aggiunge: «Già il 29 agosto ho chiesto che fosse messo in sicurezza il territorio del comune di Messina, purtroppo non era prevedibile un simile evento atmosferico. Le previsioni meteo non sono a maglie strette e l’allerta al quale si fa riferimento avvertiva di precipitazioni in Sicilia, Toscana e Lazio. Non si potevano certamente evacuare tre regioni».

Nelle zone colpite

l’assetto idrogeologico, in cui non devono mancare misure drastiche e di controtendenza come le demolizioni per le costruzioni abusive realizzate in aree a rischio».

Questo aspetto viene affrontato anche dal sindaco di Messina. Su questo punto Buzzanca chiarisce: «Il dissesto idrogeologico a Messina deriva da cinquanta anni di malapolitica. La montagna non è crollata per

continuano senza sosta le ricerche dei dispersi rimasti sepolti nel fango e tra i detriti. La Protezione civile ha reso noti i nomi delle vittime identificate: il bilancio provvisorio è di 25 morti e 34 dispersi. Sia il presidente della Provincia sia il sindaco di Messina assicurano che gli sfollati sono stati ospitati in strutture alberghiere e «si sta lavorando per consentire la viabilità in tutti i centri colpiti, da Giardini a Messina compresa» ha concluso il presidente Ricevuto. Mentre il sindaco Buzzanca è alla ricerca di «un’area per costruire i nuovi alloggi, così come chiesto dal presidente Berlusconi».

6 ottobre 2009 • pagina 9

«Abbiamo un terreno molto franoso, perché nessuno ne tiene conto?»

«Questa povera Italia, costruita sull’acqua»

Ripa di Meana parla di cemento e manutenzione. «E, prima del Ponte, pensiamo a risistemare la Sicilia» di Gabriella Mecucci

ROMA. Il territorio italiano è davvero malconcio: il caso di Messina non ne è che l’ennesima testimonianza, ed è prioritario curarne le malattie. Perché è ridotto così? Perché tanti disastri dovuti al dissesto idrogeologico? Che fare? E le grandi opere, compreso il Ponte sullo Stretto, non devono essere bloccate? La catastrofe siciliana impone una riflessione, ma anche una rapida capacità d’azione. Ne parliamo con Carlo Ripa di Meana che da decenni si occupa di questi problemi da ambientalista appassionato, ma anche avendo ricoperto cariche particolarmente rilevanti: da commissario europeo all’Ambiente a ministro dell’Ambiente, da portavoce dei Verdi a presidente di Italia Nostra. Ripa di Meana, abbiamo assistito ad una teoria di catastrofi che si somigliano fra loro… È vero. Molto spesso queste tragedie vengono causate dalla natura franosa del territorio italiano. Fu una frana staccatasi dal monte Toc a provocare i quasi 3000 morti delVajont. La diga resse, ma l’abitato venne investito dalla grande onda che la scavalcò. E l’onda si gonfiò perchè pezzi di montagna caddero nel grande invaso. E la tragedia di Sarno – 160 morti nel 1998 – ebbe origine dalle frane che precipitarono sul fiume Sangro che si trasformò in una sorta di proiettile. Da un certo momento in poi a rendere le cose ancora più gravi ci si è messa la cementificazione selvaggia. Anche in Sicilia? Certamente. In questa Regione ci sono stati due tipi di cementioficazione: Il primo è quello meritoriamente denunciato con parole durissime da Vittorio Sgarbi e che riguarda l’Etna. Il secondo ha riguardato la cementificazione dei corsi d’acqua che qui sono brevi ma rovinosi. Il cemento come causa del dissesto idrogeologico? Non è la sola, ma è molto importante. Un tempo intorno al corso del fiume esistevano sempre delle aree goleniche. Quando il corso si gonfia e esce dai suoi argini, invade le golene e rallenta il suo corso. Naturalmente allaga, ma non arriva sui territori circostanti come una saetta. Se queste aree non esistono più perché cementificate, ecco che l’acqua piomba sui campi, sulle infrastrutture e sugli abitati. Insomma, riassumendo, le cause più importanti di questo genere di catastrofi sono di due tipi. Da una parte c’è la natura del territorio italiano che non è roccioso o calcareo. In genere è un misto di terra e di roccia sbriciolata. Se il pendio è forte e le precipitazioni molto abbondanti, alcune parti si staccano e diventano pericolose

frane che scendendo a valle prendono velocità. Naturalmente l’abbandono delle campagne, i campi non più coltivati, gli alberi tagliati, magari per far posto alle case o alle infrastrutture aumenta la franosità del terreno. Accanto a questo c’è la cementificazione dei corsi d’acqua... Si riferisce alle immagini della Sicilia? Sì. C’è una foto dove si vede un ponte. A metà di questo, nella spina, dove dovrebbe essere il punto più profondo del fiume, c’è una palazzina che è stata piegata. Quando Bertolaso dice agli amministratori locali meno fiere e più manutenzione dice solo una parte. Pochi sanno che ai piedi delVesuvio periodicamente si fanno esercitazioni per scappare in fretta qualora ci fosse un’eruzione.Vi abitano, in quei luoghi, 300mila persone. Invece di non farli più vivere lì, si insegna loro a fuggire. E sull’Etna è lo stesso. Manuntenzione significa prima di tutto evitare le frane. Come si fa? Bisogna – scusi se mi ripeto – prima di tutto non cementificare. Poi bisogna drenare il terreno attraverso un sistema di canalette, altrimenti l’acqua sull’asfalto prende velocità. E infine occorre piantare alberi e coltivare i campi. Sono queste opere lunghe e costose. D’accordo, torniamo alla Sicilia… Sono stato lì una settimana prima della tragedia e alcuni amici mi annunciarono che la ferrovia e la strada per arrivare erano blocate da frane. Il territorio siciliano è particolarmente disastrato. Ecco qualche dato: negli ultimi 50 anni ci sono state oltre 3000 frane per 5000 chilometri quadrati. La provincia di Messina è la più colpita: con 816 chilometri quadrati investiti, quasi un quinto. Palermo ha avuto 600 frane e Agrigento oltre 300. Dati che dimostrano come sia indispensabile una costosa manuntenzione del territorio. Il presidente Napolitano ha praticamente invitato a non fare le grandi opere e a spendere i soldi per la manutenzione. Addio Ponte sullo Stretto? Sul Ponte le mie riserve sono legate al fatto che dovrebbe sorgere in una delle zone dove si verificano i più catastrofici fra terremoti, maremoti, ed eruzioni. Hanno un bel dire che le strutture saranno a prova di sisma. Ma una zona con quelle caratteristiche telluriche invita alla prudenza e, quantomeno, ad un supplemento di indagini e di riflessioni. Naturalmente non tutte le grandi opere possono essere accantonate, ma capisco la saggezza di Napolitano che in un periodo di lesina invita a spendere per manutenere. Oggi o metti in ordine la Sicilia o fai il Ponte. Poi, dopo gli opportuni approfondimenti, vedremo…

Un tempo intorno ai fiumi c’erano delle aree goleniche. Quando il corso si gonfia e straripa, le invade e rallenta il suo corso

Nelle foto piccole a sinistra il sindaco di Messina, Giuseppe Buzzanca e a destra il presidente della Provincia, Giovanni Ricevuto


panorama

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Vecchio Continente. La vittoria di Papandreu dà un po’ di ossigeno agli ultras della socialdemocrazia

La sinistra va in vacanza in Grecia di Antonio Funiciello urtroppo quella di Bobo Craxi sulle elezioni greche («La vittoria del Pasok è una clamorosa dimostrazione di vitalità del socialismo») non era una battuta. Così come quella del capo del Pse, Rasmussen: «La vittoria del Pasok mostra quanto sia fondamentale per il futuro dell’Europa la socialdemocrazia». In fondo, cosa spiega la perdita di lucidità di un movimento politico meglio dell’incapacità dei suoi dirigenti di rendersi spiritosi senza volerlo? E così i socialisti europei, che si ritroveranno a Praga per il loro ottavo congresso nel ponte dell’Immacolata, invece di cominciare a spiegare a se stessi perché nel mondo contano sempre meno, stappano lo champagne di Segolene Royal (la prima a congratularsi con Papandreu III) brindando alla Grecia.

P

A guardar bene, la vittoria del Pasok dopo il crollo dell’Spd in Ger-

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

mania, piuttosto che un’attenuante è invece un’aggravante della situazione complessiva del movimento socialista nel mondo. Per quanto il terzo Papandreu abbia cercato di rinnovare il suo partito, in forza dei natali e della formazione negli Stati Uniti, la sua vittoria è la dimostrazione plastica dell’incapacità del movimento socialista di uscire dall’ombra dei suoi idoli passati.

Senza considerare l’agonizzante esperienza del Labour al governo in UK, prossimo alla prevedibile sconfitta elettorale nel maggio del 2010, gli ultimi orgogliosi presidi socialisti affacciano tutti sul Mediterraneo: dalla penisola iberica all’Egeo. La crisi del socialismo continentale, col ridimensionamento drammatico del Ps francese e dell’Spd tedesca, accompagnata da quella del socialismo scandinavo, conoscono un argine sulle sponde del mare nostrum. Un fenomeno evidentemente da non sopravvalutare: il Pil della sola Germania è il doppio di quelli della Spagna, del Portogallo e della Grecia messi insieme. E però le recenti vittorie di partiti socialisti in Grecia, appunto, e in Portogallo dicono qualcosa di più. È come se il Vecchio Continente avesse deciso di lasciarsi sfilare di dosso il pensiero politico a cui nel secondo Novecento ha fatto per lo più riferimento, lasciandolo scorrere fino al suo estremo confine meridionale: il dialogo con Africa e Asia è la nuova missione per il movimento socialista? Difficile a dirsi. Intanto il suo esilio dal cuore dell’Europa è ormai un fatto compiuto.

Quando il Pse a dicembre si ritroverà a Praga, probabilmente si parlerà più di asse verso Oriente che di problematiche delle società europee In Grecia da più di trent’anni due famiglie si alternato al potere: la sfida del voto di domenica, che vedeva contrapposti il premier uscente Karamanlis e il neopremier Papandreu, è nei nomi la stessa del 1981 tra Kostantinos Karamanlis (zio del premier uscente) e Andreas Papandreu (papà del neopremier). Un fenomeno unico in queste proporzioni nelle democrazie d’Occidente. Più duratura di quella del dimissionario leader di Nuova Democrazia Karamanlis è la dinastia dei Papandreu, che dall’attuale premier George risale attraverso il papà fondatore del Pasok fino al nonno Georgios, il leader liberale costretto nella prima metà del secolo scorso a entrare e ad uscire dalle patrie galere.

Arriva da Vallecchi il nuovo libro “Anni Incendiari” sul primo conflitto mondiale

La Grande guerra e il riesame di Veneziani dieci anni che sconvolsero il mondo è un titolo di cui si abusa. Ma in questo caso il celebre titolo non è fuori luogo: il decennio 1909-1919 fu davvero il decennio che sconvolse l’arte e il pensiero, la storia e la vita. Ma non in meglio. Su quegli anni che sembravano irresistibili, e lo furono, la casa editrice Vallecchi ha pubblicato un libro intitolato Anni Incendiari i cui autori di fuoco sono: Aldo Palazzeschi, Filippo Tommaso Marinetti, Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Enrico Corradini, Angelo Oliviero Olivetti, Carlo Michelstaedter, Benito Mussolini, Giovanni Gentile, Umberto Boccioni, Giuseppe Prezzolini, Gabriele D’Annunzio. Dodici incendiari - in realtà undici, perché Prezzolini non fu un piromane - o forse quindici o sedici, perché almeno due di loro valgono per due se non per tre: è il caso, ad esempio, dei tre scapigliati senza capelli (Mussolini, Marinetti, D’Annunzio) che sono i fondatori del fascismo e gli antesignani di tutti i capelloni del 900.

I

I dodici incendiari sono messi in riga da un tredicesimo “incendiario” nella strana veste di pompiere o di mangiafuoco: Marcello Veneziani che firma la bella introduzione “la gioventù brucian-

te”. Il risultato è un’antologia preziosa di scritti che non si saprebbe dove reperire. Ma non solo. Pochi mesi prima di morire Renato Serra scriveva nel suo famoso Esame di coscienza di un letterato: «La guerra non cambia nulla, assolutamente nulla, nel mondo». Il giovane critico, il cui “esame” pur andrebbe oggi riletto, aveva torto perché la Grande guerra, che gli incendiari vollero fortissimamente vollero, mutò praticamente tutto: dentro e fuori dall’uomo. Dopo la prima guerra mondiale venne al mondo ciò che il mondo non aveva mai visto: i totalitarismi. Nel 1917, a guerra in corso, Lenin attuò la rivoluzione in Russia, e il comunismo divenne realtà. Due anni dopo prese avvio l’altra “rivoluzione” che avrebbe voluto essere anche “contro-rivoluzione” ossia il fascismo,

mentre la Germania, vinta e umiliata si avviava a vivere un decennio incerto, turbolento e turbato, che avrebbe messo capo alla presa del potere da parte di Hitler. Tutto ebbe inizio dalla guerra che avrebbe dovuto cambiare il mondo e mantenne la sua promessa. Solo che fu cambiato in peggio. Alla fine il mondo fu davvero incendiato. Prese fuoco e di un fuoco che durò fino al 1945. L’Europa conobbe nuovamente l’epoca delle guerre di religione e il massacro fu totale. A furia di invocare la guerra come la “grande igiene dell’umanità” la guerra venne e fu un “lavacro di sangue”. Quella Grande guerra fu per l’Italia la quarta guerra di indipendenza e il Risorgimento fu completato. Inchiniamoci. Ma poi fermiamoci a comprendere meglio. «Ma ora che siamo usciti dal 900 e siamo en-

trati nell’era globale», scrive Veneziani riflettendo a voce alta, «dobbiamo avere l’amaro coraggio di allargare lo sguardo sugli esiti di quel conflitto. E dobbiamo ammettere che quella guerra fu il peccato originale del 900, la madre di tutte le peggiori tragedie del secolo. Un revisionismo onesto e doloroso dovrebbe infatti costringerci a guardare a quella guerra non solo attraverso l’eroico sacrificio di chi portò Trento e Trieste sotto le bandiere italiane, ma attraverso le immani catastrofi che da quella guerra presero piede: i regimi totalitari del nostro secolo non sarebbero nati senza la guerra mondiale».

Nel saggio di Veneziani sembra quasi di leggere un altro esame di coscienza di un altro letterato. Ma il “riesame” non riguarda una sola coscienza. La necessità di rileggere il 900 è praticamente universale perché è un’esigenza di ognuno di noi almeno provare a capire che cosa sono stati i totalitarismi e come si è giunti a concepire e attuare lo “sterminio di massa”. La Grande guerra fu un corso accelerato e violento di modernità imposto a milioni di uomini in condizioni estreme e disumane. Dobbiamo ancora fare i conti con questa Modernità.


panorama

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Nuovi mondi. Perché il Pontefice continua a porre al centro del dibattito il continente della povertà e della spiritualità

La sponda africana della Chiesa di Ratzinger di Luigi Accattoli omenica Papa Benedetto ha aperto in San Pietro il Sinodo africano e ha cercato di scuotere l’apatia del mondo verso questo continente – decisivo per il futuro del pianeta – con tre affermazioni trancianti sulla “ricchezza umana” di cui esso è portatore, sulle “pesanti ingiustizie” che l’affliggono e sul fatto che il mondo ricco sta scaricandogli addosso i suoi “tossici rifiuti spirituali”. Ma l’attenzione dei media è stata minima. Non è mancato – nell’omelia papale – un motto di forte impatto simbolico: «L’Africa rappresenta un immenso “polmone” spirituale, per un’umanità che appare in crisi di fede e di speranza». Né un’aspra denuncia dell’attuale colonizzazione culturale: «Il colonialismo, finito sul piano politico, non è mai del tutto terminato».

europea – sul preservativo in funzione anti-Aids scatenata da una battuta del Papa in volo da Roma a Yaoundè.

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Parole forti che hanno avuto un ascolto debole. Non si sono mossi domenica i quotidiani “on line” né ieri l’allarme del Papa è arrivato sulle prime pagine dei quotidiani cartacei. I telegiornali hanno mostrato qualche immagine riferendo della solidarietà papale ai col-

Aperto il Sinodo dedicato a un universo sempre più ignorato dalla grande comunicazione, eppure davvero cruciale per il futuro dell’umanità piti dal nubifragio siciliano. Come già l’aprile scorso in occasione del viaggio di Benedetto XVI in Camerun e in Angola, c’è da scommettere che il mondo – da sempre in difficoltà a occuparsi dell’Africa – farà orecchie da mercante. Il mondo dei media preannuncia quel disinteresse per pigrizia culturale prima che per valutazione di opportunità, ritenendo che l’Africa sia notizia triste, da fornire a piccole dosi. Ricordo la tri-

bolazione di noi vaticanisti in occasione del primo Sinodo africano, nella primavera del 1994: in contemporanea all’assise episcopale si andava dispiegando il genocidio del Ruanda e dunque c’era un’opportunità straordinaria, di avere a Roma una leadership intellettuale di primordine dell’intero continente africano. Ma lo spazio nei media fu minimo e minimo è stato il marzo scorso, se si esclude la polemica – tutta

Un secondo Sinodo africano a 15 anni dal primo e un rilancio dell’attenzione della Comunione cattolica al continente nero a sei mesi dal viaggio del Papa: è di forte significato umano e cristiano che Benedetto e la sua Chiesa puntino con tanta decisione verso il Sud povero mentre il Nord ricco tira i remi in barca, spaventato da una crisi economica che l’ha indotto come prima misura a ridurre gli aiuti allo sviluppo. «La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace» è il tema del Sinodo. Nella formulazione dell’ordine del giorno si avverte la consapevolezza di ciò che la Chiesa vorrebbe poter fare per l’Africa. Né è di oggi l’attenzione del Papato a quel continente in sofferenza. Senza risalire allo sforzo missionario che ebbero in Pio IX e poi in Pio XI i promotori più convinti, basterà ricordare che c’erano già dei cardinali neri – a metà del secolo scorso – prima che negli Usa un nero potesse iscriversi a ta-

Polemiche. Ragazze magre e pallide, donne che alludono al sadomaso: così le vorrebbe la moda

Se anche il relativismo è fashion di Luca Volontè osa c’è dietro a una certa moda, quella recentemente rilanciata dagli stivaloni alti e a scollature e minigonne mozzafiato? Le fotografie riempiono i giornali: c’è chi (gli esperti americani) descrive le sfilate di Milano come una conseguenza dei «festini del Premier», chi pretende il diritto di spogliare le modelle, chi banalizza sugli stivaloni aderenti e alti fino all’inguine. Guardare è importante, vale di più di mille parole. Stivaloni di cuoio o pelle entrano nella moda, ma ricordano fin troppo la pornografia sadomasochistica, donne che comandano, pretendono sottomissione con frustini e, appunto stivaloni.

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re come grandi artisti, suona come un enorme insulto alla ragione e un attacco formidabile al senso del pudore. C’è di più, c’è una ideologia «gender» che soffia su questa ossessiva sessualizzazione di ogni comportamento, questa idea che l’uomo si salverebbe se solo si auto-considerasse schiavo delle proprie pulsioni inguinali. Nella stessa strategia, poi, c’è il graduale affievolimento

la droga, ma si sbaglia. Un errore, se non corretto con il concorso di tutti (operatori del settore, cultura, mass-media,istituzoni, società) che porterà danni incalcolabili per l’intera società occidentale, molto più delle enclave di islamici oltranzisti. Con le sfilate di moda e i nuovi modelli d’abbigliamento, fortunatamente non proprio alla portata di tutti, si avvia l’ultimo passo verso l’imputridimento della secolarizzazione dove il marciume del relativismo mostra il loro vero volto, l’ultima risposta al suo fallimento di felicità: eliminare i posteri per evitare il giudizio della storia. Si comincia dai giovani glabri, si prosegue con le ragazzine seminude, si conclude con matrone sadomaso. C’è ben altro a cui pensare in Europa. L’amore per la propria vocazione di educatori e genitori, si dice ne La sfida educativa della Cei: solo quello possiamo lasciare ai nostri ragazzi, quello ci può salvare.

Si dà ai giovani un’immagine falsata della realtà per nascondere che un terzo dei 57 milioni di disoccupati europei ha tra i 18 e i 24 anni

Modelle in passerella che sembrano le mie figlie dopo un lunga influenza, magre e pallide. Magre e pallide ma vestite come signorine da marciapiede, eleganti senza dubbio, ma molto, molto provocatorie. Camicette trasparenti per mostrare seni precoci, con l’orgoglio del disegnatore d’essere all’avanguardia. Bene, anzi malissimo, questa tendenza di mettere in piazza il peggio degli istinti sessuali, il peggio della più sporca pornografia e la pretesa di farsi accetta-

del senso di repulsione che ognuno ha nei confronti della pedofilia: il caso Polanski ne è un segno evidente. Corrompere le giovani generazioni, affinché non solo non pretendano di poter vivere come chi li ha preceduti, ma anche chiedano conto della disfatta del mondo ai potenti di oggi, è un lusso che non ci possiamo permettere: nessuno si preoccupa del fatto che un terzo dei 57 milioni di senza lavoro europei sono giovani dai 18 ai 24 anni di età.

Si vorrebbe indirizzarli all’abuso di sesso, pensando che sia più salubre di quello del-

lune università. Paolo VI andò in Africa – in Uganda – nel 1969 e disse a un simposio di vescovi africani, a Kampala: “Voi Africani siete oramai i missionari di voi stessi”. Oggi essi sono missionari anche da noi. Giovanni Paolo II andò 16 volte in Africa e lungo i vent’anni tra la prima (1980) e l’ultima (2000) delle sue missioni vide i cattolici del continente triplicarsi di numero, passando da cinquanta milioni a 140. Sempre più frequente oggi è la presenza di preti africani nelle nostre parrocchie.

Oggi ci sono 278 milioni di battezzati cattolici in Europa e 158 in Africa. In Europa i sacerdoti cattolici diminuiscono ogni anno di oltre un migliaio mentre in Africa aumentano della stessa cifra. Lavorando sulla base di questi dati e ipotizzando una tenuta dell’attuale tendenza, la rivista dei Gesuiti “Popoli” ha previsto che i cattolici africani possano superare quelli europei in 25 anni. In quella crescita rapida e provvidenziale è da cercare la ragione prima dell’interesse di papa Benedetto per l’Africa. www.luigiaccattoli.it


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al suo esilio londinese, nel giugno 1938, giudicando le rivoluzioni che la storia coeva aveva drammaticamente registrato (la socialista, la nazi-fascista, la messicana), così si esprimeva don Luigi Sturzo nel suo scritto The preservation of the Faith: «Per noi, la prima, vera, unica rivoluzione fu quella del cristianesimo. Cristo portò in terra unVangelo che ripudia qualsiasi pervertimento e oppressione umana, qualsiasi predomino del mondo sullo spirito. La vera rivoluzione comincia con una negazione spirituale del male e una spirituale affermazione del bene. In pratica ciò procede lentamente, ma è una costruzione sicura, un edificio con profonde fondamenta e perciò stabile». Ecco perché il Rinnovamento nello Spirito recupera in don Luigi Sturzo uno straordinario testimone di quella “evangelizzazione del sociale” alla quale Benedetto XVI ci sta fortemente richiamando, fondata sulla riaffermazione ragionevole e vitale della nostra fede e della nostra identità cristiana. Rifare il tessuto spirituale della società umana è la nostra missione in un momento storico in cui sembra sempre più evidente lo smarrimento dell’originalità cristiana. Ben lo comprese don Luigi Sturzo, il quale individuò chiaramente le ragioni di una crisi, che allora come ora, hanno lo stesso comune denominatore: separare, contrapporre cristianesimo e umanesimo. Scriverà don Sturzo: «L’errore moderno è consistito nel separare e contrapporre Umanesimo e Cristianesimo: dell’Umanesimo si è fatto un’entità divina; della religione cristiana un affare privato, un affare di coscienza o anche una setta, una chiesuola di cui si occupano solo i preti e i bigotti. Bisogna ristabilire l’unione e la sintesi dell’umano e del cristiano; il cristiano è nel mondo secondo i valori religiosi; l’umano deve essere penetrato di Cristianesimo» (Miscellanea londinese, vol. III). Non c’è identità cristiana senza una fede umilmente confessata, vitalmente praticata, ma anche permanentemente perseguitata. La fede non è una teoria; è una via, quindi una prassi, meglio un insieme di buone prassi. La nostra identità cristiana non può essere meticciata; le culture possono, ma non la fede. La fede salda la vita di un credente e la rende impenetrabile ad ogni negoziazione delle verità di Dio. Sono eterne, per questo non negoziabili. Sono divine, per questo non riducibili umanamente.Tra il nostro «essere cristiani in questo mondo» e «l’essere uomini di questo mondo» non potrà mai esserci coincidenza: ed ecco il nostro permanente soffrire, il disagio della coscienza, il prezzo del morire come cifra irriducibile dell’autenticità della fede.

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Ricorre quest’anno il 90esimo dall’appello al Paese di don Luigi Sturzo, «a tutti gli uomini liberi e forti», per la costituzione del Partito Popolare Italiano. L’appello era accompagnato da una programma in dodici punti.Vorrei qui ricordare l’ottavo: «Libertà e indipendenza della Chiesa nella piena esplicitazione del suo Magistero spirituale. Libertà e rispetto della coscienza cristiana considerata come fondamento e presidio della vita della nazione, delle libertà popolari e delle ascendenti conquiste della civiltà nel mondo». Sono parole che risuonano oggi come una profezia. Una grande tragedia del nostro tempo, che sottende alla cosiddetta “emergenza educativa”, trova un paradigma dominante nella separazione dell’etica dalla metafisica, dell’etica dallo spirituale. Ne consegue il cambiamento della visione del reale, della percezione delle relazioni, con il risultato che si separa il senso morale dal valore dell’esistere, si perde la tensione verso le virtù, si smarrisce la passione

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La crisi economica è solo lo specchio di una più grave indeterminatezza etica: l dei cittadini: la soluzione è un ritorno alle radici cristiane e al loro primato s

Sturzo for presid La nostra società sta perdendo la capacità di essere misericordiosa e benevola: per questo occorre rifondare la moralità pubblica e privata di Salvatore Martinez per la conversione personale e comunitaria, per il senso del dovere, del sacrificio.

Chi pone rimedio a questi squilibri? Se non ci sveglieremo dal torpore che è sceso sulle nostre responsabilità educative, tornando a vivere in armonia con noi stessi, con le nuove generazioni, con le differenti visioni del mondo, noi renderemo la nostra terra sempre meno riflesso del cielo e l’uomo e la donna sempre meno riflesso del divino. Ora, guardando all’insegnamento di don Luigi Sturzo, e ai principi fondamentali che ispirarono i suoi scritti e le sue battaglie sociali e politiche, io ritengo che non ci sia pericolo peggiore, per la coscienza sociale di un popolo, che l’insensibilità del popolo stesso di fronte al dilagare dell’immoralità. È bene ricordare che don Luigi Sturzo aggettivava“cristiana”la nostra democrazia nel senso che “delimitava”, arginava in nome di principi saldi, eticamente validi, il

solo nell’ordine materiale, umano, e presto scadrà nel calcolo, nel vantaggio immediato, nell’egoismo.

La legge morale è anzitutto una legge interiore, è quell’intima convergenza dell’animo umano verso il bene in quanto vero bene e ripugnanza al male in quanto male; le leggi, i precetti religiosi, i costumi sono solo l’espressione esteriore e dipendono dai tempi, dalla natura sociale dell’uomo. Ma l’uomo non è scindibile: l’uomo che vive con gli altri è l’uomo che vive nella sua interiorità. La falsità, la malvagità non esistono nella natura, sono solo un disordinato rapporto tra noi e la natura, un’alterazione, un’inversione di valori, un disequilibrio tra noi e il mondo esterno, fra noi stessi. È impossibile che la falsità sia buona, né che il male sia bello. È solo dall’adesione interiore, profonda, dell’intimo dell’uomo con il vero, il bello, il buono che le nostre azioni, la nostra atti-

su se stesse, immagine coerente dello sgretolamento di valori e di modelli. Nell’uomo di oggi, la mancanza di una dimensione interiore e spirituale, trascurata perché ritenuta anacronistica e inutile, si fa percepire con nuovi segnali, con fenomeni che vanno considerati attentamente. Urge una cultura dell’interiorità, che sia autentica ricerca della verità interiore, vissuta con lucidità, consapevolezza, e senso critico.

Don Luigi Sturzo vedeva nella superbia la radice di tutte le immoralità. Ed esortava ad un“riarmo morale”nel desiderio di spingere tutti, credenti e non credenti, a combattere tutte quelle passioni che dentro di noi causano odi, lotte, egoismi, violenze. Questo era per Sturzo il trionfo dell’amore. Urge questo trionfo dell’amore, perché nessuno di noi è tanto alle strette, nel proprio cuore, da non potere assumere l’altro, il prossimo, il collega, il diverso come parte del proprio desti-

In base ai suoi insegnamenti, oggi capiamo che rifare il tessuto spirituale della società umana è la nostra missione in un momento storico in cui sembra sempre più evidente lo smarrimento dell’originalità cristiana

dilagare dell’immoralità pubblica e privata. Per Sturzo, e anche per noi, è la morale cristiana il legame, il collante tra il cielo e la terra; è la morale cristiana che autentica i rapporti di fraternità fra gli uomini, fra i popoli; perché mancano della vera nozione di moralità coloro che la concepiscono solo in modo puramente individuale e individualista, mentre essa ha sempre un carattere pubblico, collettivo, sociale. Senza una morale religiosa, senza un rimando ai valori dello Spirito, la morale razionale rimarrà

vità pubblica produrrà beni duraturi e di vero progresso umano. La sfida, dunque, è dare cittadinanza a livello culturale, educativo, formativo, sociale, politico ad una nuova dimensione interiore, spirituale dell’uomo. Se l’umanesimo cristiano – come Sturzo ampiamente documenta – è la cultura dell’uomo integrale, ci si accorge, a volte drammaticamente, come l’uomo contemporaneo sia «l’uomo a una dimensione», secondo la definizione di Marcuse nel 1968, o dalle tante dimensioni frammentate, isolate, ripiegate

no, come un’opportunità di vivere sinceramente l’umanità che ci accomuna, come una risorsa da cogliere e non come un problema da eliminare. Nessuno di noi è tanto alle strette da non potere dare e ricevere amore! Affermava don Luigi: «Si può essere di diverso partito, di diverso sentire, anche sostenere le proprie tesi sul terreno politico ed economico, e pure amarsi cristianamente. Perché l’amore è anzitutto giustizia ed equità, è anche eguaglianza, è anche libertà, è rispetto degli altrui diritti, è eser-


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l’Occidente ha smarrito l’abilità di ascoltare i bisogni, i principi e le aspirazioni sociale e politico, così come ci ha insegnato novant’anni fa don Luigi Sturzo

dent

che si accanisce sulla storia, un’inquietudine che ci assale dinanzi al tentativo corrente di privare il cristianesimo di ogni rilievo pubblico. Si vorrebbe una sorta di cristianesimo svilito, diluito, anonimo, una chiesuola in cui riparare per trovare protezione. Ebbene, come ha scritto un celebre martire cristiano evangelico del Novecento, Dietrich Bonhoeffer, «noi cristiani dobbiamo tornare all’aria aperta; dobbiamo tornare all’aria aperta del confronto spirituale con il mondo» (in Resistenza e Resa). La fede offre indicazioni concrete per la vita umana; proprio attraverso la loro morale i cristiani si differenziavano dagli altri nel mondo antico; proprio in tal modo la loro fede divenne visibile come qualcosa di nuovo, una realtà inconfondibile, attraente, contagiosa. Per un cristiano, il bene comune nasce dalla capacità di rendere socialmente visibile il contenuto morale della fede. Finché non sapremo rimpatriare questa verità, noi continueremo a permettere la canonizzazione del relativismo etico.

Teniamo a mente queste tre parole: amicizia, collaborazione e aiuto reciproco. Erano per don Luigi la“cifra”della nostra laicità cristiana, come egli sosteneva il“metodo cristiano” applicabile in ogni tempo e in ogni situazione. L’Italia può contare su una società civile ricca di fermenti ideali, culturali, economici, come in nessun altro Paese al mondo: movimenti, associazioni, reti sociali sono una straordinaria forza “prepolitica”capace di riaffermare ideali e valori in modo vitale e tradurli in buone prassi. Non è questa una ricchezza trascurabile, ieri promossa da don Sturzo e oggi ribadita da Benedetto XVI, anche al G8, quando con l’enciclica Caritas in veritate afferma: «Volere il bene comune e adoperarsi per esso è esigenza di giustizia e di carità. È prendersi cura, da una parte, e avvalersi, dall’altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale». Nel tempo della crisi non è lecito rassegnarsi ad una sorta di “recessione dello spirito”. Non basta cercare di rimuovere le “diseguaglianze sociali” per creare una società più giusta. Nell’era della globalizzazione la sfida è non mortificare le

È bene ricordare che don Luigi Sturzo aggettivava “cristiana” la nostra democrazia nel senso che “delimitava”, arginava in nome di principi saldi, eticamente validi, il dilagare dell’immoralità pubblica e di quella privata

cizio del proprio dovere, è tolleranza, è sacrificio.Tutto ciò è la sintesi della vita sociale, è la forza morale della propria abnegazione, è l’affermazione dell’interesse generale sugli interessi particolari» (Don Luigi

Sturzo, Il Cittadino di Brescia, Brescia 30 agosto 1925).

C’è, talvolta, tra noi, una sorta di complesso d’inferiorità dinanzi all’ineluttabile male

differenze ma esaltarle nella fraternità, riconciliando gli opposti e dando nuova “soggettività sociale”a coloro che fino a ieri erano solo “oggetto”di politiche assistenziali o clientelari.

Bisogna dare slancio a nuove e concrete esperienze di “sussidiarietà orizzontale”, in cui i soggetti sociali radicati e diffusi sul territorio si aggreghino tra loro non per sostituirsi allo Stato, ma per ricucire le maglie di fiducia sociale sfibrate, provando ad occupare quegli spazi di dialogo e di sviluppo in cui lo Stato si mostra inadeguato. Sturzo proponeva il passaggio da una “economia socialista” ad una “economia sociale”, che al paternalismo centralista si sostituisse l’operosa efficienza delle reti intermedie, quei mondi vocati per talenti e missione alla costruzione del bene comune. Il suo proposito è anche il nostro. Noi ci chiediamo come gli ideali cristiani possano determinare una cultura che ponga nel giusto equilibrio la giustizia, la misericordia, le leggi e i diritti umani, la solidarietà, in definitiva tutto ciò che ispira, fonda e rivela la nozione di “bene comune”. E ribadiamo con don Luigi: la cifra perché questo avvenga è l’amicizia. Ciascuno di noi è un testimone del dolore e delle speranze di un’epoca, se ne fa carico; vive su di sé l’angoscia di un mondo che non riesce più a trovare il rapporto tra le parole, i segni, le memorie, gli ideali per i quali vale la pena vivere ed essere uomini. Serve un supplemento di passione, perché le grandi passioni sociali e civili che animavano la nostra tradizione occidentale stanno tramontando. È errato dire che ci sono negate; siamo noi che le stiamo lasciando tramontare! Ed ecco che l’amore si spegne, si scompone il dinamismo relazionale, i poveri divengono sempre più poveri, i lontani sempre più lontani. E agli uomini è tolta la possibilità stessa di esperimentare l’amore, nelle case, come nelle istituzioni; per le strade come nelle nostre chiese. Le nostre società stanno perdendo la capacità di essere misericordiose e benevole. Abbiamo il compito di ricondurre la società ai valori morali eterni, cioè il compito di sviluppare nuovamente nel cuore degli uomini l’udito spirituale, ormai quasi spento, per risentire interiormente la voce di Dio che infonde coraggio e speranza. Il pensiero di don Luigi Sturzo costituisce oggi la migliore via d’uscita alle continue rimozioni storiche che stanno pesantemente segnando la vita civile, sociale e morale insieme del nostro Paese, in special modo del nostro Sud d’Italia. Non è un caso che Sturzo sia stato così a lungo trascurato, archiviato anzitempo dal pensiero dominante in modo ingiustificato. Noi crediamo che si possa, si debba ripartire da don Luigi Sturzo, da quella nozione a lui cara di “autentico umanesimo integrale”, un umanesimo che sappia coniugare e valorizzare quei “beni spirituali e sociali” ancora ampiamente disponibili alle nostre comunità, per dare dignità e soggettività all’uomo, ad ogni uomo. Istituzioni, strutture sociali, culture hanno bisogno di un nuovo ethós, di un’etica delle virtù che segni una profonda stagione di conversione degli stili di vita sociali. Noi non vogliamo sfuggire a questa responsabilità, ecco perché siamo qui e perché da qui proseguiremo il nostro impegno. Alla vigilia della sua morte, a tre mesi dal compimento degli 88 anni, don Luigi componeva una “Appello ai Siciliani”, una sorta di testamento spirituale di un siciliano ai siciliani. Vorrei concludere con le stesse parole che don Luigi usa alla fine di questo ultimo Appello ai Siciliani: «È vero sono un ottimista impenitente, anche di fronte ad una situazione oscura… Ma voglio andare all’altro mondo, quando Dio vorrà, con il mio ottimismo. Che potrei dire di più?».


mondo

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Esclusivo. I timori e le speranze di Noam Shalit dopo aver guardato il video di suo figlio girato dai carcerieri di Hamas

Una trappola per Gilad? «Questo filmato mi terrorizza: per averlo Israele ha liberato 20 kamikaze. Non so se potrà fare di più» di Michael Sfaradi oam Shalit, suo figlio, lo aspetta assieme a sua moglie Aviva da più di tre anni. Da quel 25 giugno 2006 in cui Hamas glielo ha rapito. Da allora, ha potuto sentirlo una sola volta, in una registrazione di tre anni fa. Poi è calato il silenzio e solo cinque giorni fa, dopo la proiezione del filmato dove Gilad si rivolge sia a lui che al governo israeliano, citando il primo ministro in carica Benjamin Netanyahu, ha avuto la conferma che è ancora vivo. Ma questo non solleva la sua voce provatissima, anzi: la rende ancora più cupa, perché è subentrata la paura. Signor Shalit, ora che sa che Gilad è vivo quali sono le sue sensazioni? Erano circa 1200 giorni che aspettavamo una prova concreta, le lascio immaginare come la mia famiglia abbia potuto passare questo periodo di tempo senza avere alcuna notizia. Giorni e notti passati nella speranza, giorni e notti passati accanto al telefono muto. È chiaro che sono molto contento: finalmente, questa prova è arrivata, però non posso nascondere che sono molto preoccupato

N

sul proseguo delle trattative. Può spiegarci i motivi di questa nuova preoccupazione? Sono preoccupato perché le trattative, in questi casi, sono estremamente delicate e non si può mai sapere che piega possano prendere. Io ringrazio lo staff di negoziatori che si sono dati da fare, giorno e notte, pur di arrivare a una soluzione positiva della vicenda. Il video che abbiamo ricevuto, e che per decisione del governo e con il nostro consenso è stato pubblicato e mandato in onda dai canali televisivi di molte nazioni, è solamente un primo piccolo passo verso la soluzione. Non

che, purtroppo, non mi fa ben sperare. A Gaza e a Damasco sanno quanto per noi sia importante riportare a casa i nostri ragazzi e ora ho paura che parta il “gioco al rialzo”e che le richieste da parte di Hamas diventino sempre più “onerose”. Se le richieste dovessero superare la “linea rossa”oltre la quale il governo non può spingersi, potremmo entrare in un stallo dei negoziati che allungherebbe i tempi di attesa all’infinito e che ci farebbe correre il serio pericolo che si ricominci a discutere senza trovare soluzione alcuna. Se questo dovesse accadere le trattative potrebbero andare avanti per chissà quan-

Aspettavamo una prova da più di 3 anni. 1200 giorni e notti passati nella speranza e accanto a un telefono muto. Vi lascio immaginare come una famiglia sopravviva tanto tempo senza notizie bisogna dimenticare che Gilad sta pagando un prezzo enorme. Sono più di tre anni che è prigioniero di Hamas in un luogo e in condizioni a noi sconosciute. Se da una parte è bene sapere che mio figlio è vivo, c’è un’altra faccia della medaglia

to altro tempo ancora e l’unico a pagare il prezzo di tutto ciò sarebbe mio figlio che continua a vivere in prigionia. A noi non interessano giochi o speculazioni politiche, l’unica cosa che vogliamo, dopo oltre tre anni di detenzione, è la liberazione im-

mediata di Gilad. Inoltre non vorrei che l’essere riusciti ad ottenere la prova della sua esistenza in vita venga intesa come un successo; perché non è così. Il nostro obiettivo è e rimane la sua liberazione. Ora più che mai non possiamo permetterci nessuna distrazione. La liberazione da parte di Israele delle 20 donne palestinesi accusate di terrorismo, alcune di esse bloccate poco prima che si facessero saltare in aria in

luoghi pubblici, scambiate con il video di suo figlio, secondo lei è il segno che il governo israeliano sia disposto a concessioni eccezionali? Sono convinto che il governo, anche perché pressato dall’opinione pubblica israeliana e internazionale, farà il possibile e l’impossibile pur di arrivare ad una rapida soluzione del problema; ma gli imprevisti possono essere dietro ogni angolo. Potrò permettermi di essere ottimista

Dal rapimento a oggi: cosa è stato fatto e cosa si può ancora fare per liberare il giovane caporale israeliano

Sessanta secondi per tornare a vivere di Pierre Chiartano ilad è un nome che trovi nella Bibbia. È anche una regione a est del fiume Giordano, c’è un piccola cittadina chiamata così. Ma il Gilad di cui vogliamo parlare è un giovane ragazzo di 20 anni, allora un caporale dell’esercito con la stella di David. Un ragazzo come quelli che vediamo davanti ai nostri licei, con i libri, il cellulare e un sorriso sincero che non ha ancora dovuto spegnersi per le sconfitte che la vita a volte regala. Rapito a Kerem Shalom, non lontano dal confine con Gaza, da un commando palestinese e poi detenuto da Hamas. Era il 25 giugno del 2006, la festività dello Shavuot la Pentecoste ebraica - era appena passata. Un pattugliamento come tanti, che da quelle parti significa comunque stare

G

con gli occhi bene aperti. La cattura di Gilad come quella di Ehud Goldwasser e Eldad Regev sono gli eventi principali che contribuiscono all’innesco delle tensioni nell’estate 2006.

Israele non abbandona mai i suoi figli.Viene in mente l’oro di Roma, pagato dagli ebrei del ghetto ai nazisti, con la speranza di una salvezza solo promessa. E non vorresti più vedere un mercanteggiamento sulla vita di un figlio d’Israele. Il giorno dopo la cattura, il 26 giugno, le Brigate Izz ad-Din al Qassam, il braccio armato di Hamas, emettono un comunicato, dove si dicono disposti a fornire infromazioni sul militare appena catturato, in cambio della liberazione di tutti i prigionieri minorenni e di sesso femmi-

nile. Anche allora lo scambio era prigionieri contro informazioni sullo stato in vita del ragazzo. La richiesta è firmata anche dai cosiddetti Comitati di resistenza popolare e dall’Armata palestinese dell’Islam, un gruppo fino ad allora sconosciuto. Le richieste sono esorbitanti e il primo luglio Hamas vorrebbe scambiare il soldato contro mille prigionieri e la fine dei raid su Gaza. La macchina diplomatica si mette subito in moto.

Anche il Nunzio apostolico presso Israele, l’arcivescovo Antonio Franco, cerca di attivare un canale attraverso la parrocchia della chiesa cattolica di Gaza. Purtroppo senza avere successo. Tsahal ha un piano per riavere indietro il suo militare. Il 28 i carri Merkavà en-


mondo

Se le richieste dovessero superare la “linea rossa” oltre la quale il governo non può spingersi, potremmo entrare in uno stallo dei negoziati che allungherebbe i tempi di attesa all’infinito solo nel momento in cui rivedrò mio figlio a casa e libero. Questi piccoli passi avanti, secondo lei, sono anche il frutto delle pressioni internazionali? Sono innanzitutto il frutto del

costante lavoro dei mediatori che hanno dimostrato e continuano a dimostrare la loro professionalità e la loro costanza nel cercare un compromesso che possa portare a buon fine tutta la vicenda. La pressione

trano a Gaza e si concentrano nella zona del campo di Khan Yunis, dove si pensa sia tenuto prigioniero il giovane caporale. Tramite l’ambasciata d’Israele negli Usa viene inviato un messaggio a Mahmoud Abbas: ci fermiamo se liberate Shalit. Non succede niente, poi la vicenda diventa confusa.

Il 29 giugno il comandante israeliano del settore meridionale, generale Yoav Galant, sembra confermare che Shalit si trovi ancora a Gaza. Il ministro della Giustizia israeliano, Haim Ramon, specifica anche in quale zona: nella parte meridionale della Striscia di Gaza. La Radiotelevisione israeliana, invece, accredita la versione che Shalit sia trattenuto a Rafah. Sorgono dubbi che sia ancora vivo. La Bbc che ha una nutrita redazione a Gerusalemme si è messa al lavoro. In un servizio lascia intendere che Shalit possa aver ricevuto cure mediche in seguito ad alcune ferite subite durante la cattura. Ma queste voci vengono presto smentite. Il governo di Gerusalemme non nasconde un certo nervosi-

internazionale a tutti i livelli, sia sul governo israeliano che su Hamas, è molto importante e ha giocato il suo ruolo in questa questione. Si è sicuramente trattato di un ”dietro le quinte”, di gran peso. Faccio un esempio: subito dopo la pubblicazione del video di mio figlio il presidente francese, Nicolas Sarkozy, mi ha telefonato rassicurandomi che lui e il suo governo continueranno ad operare al massimo delle loro possibilità per ottenere la liberazione sia dei prigionieri palestinesi che di mio figlio (Gilad è anche cittadino francese per parte di madre, ndr). Sente la vicinanza della gente? Molto, io non finirò mai di rin-

smo e minaccia ritorsioni in caso venga «torto un capello» al militare. Il 6 settembre 2006, si apre il fronte egiziano della trattativa con il generale Omar Suleman, capo dell’intelligence del Cairo, che muove le sue pedine con Hamas. Riesce ad ottenere, una settimana più tardi, una lettera autografa di Shalit, che afferma di stare bene.Tutto il 2007 è caratterizzato dalla resa dei conti tra Fatah e Hamas. E del ragazzo arriva solo un messaggio audio, dove si chiede il rilascio di alcuni prigionieri palestinesi. Il padre intanto, che non è stato mai fermo nel tentativo di salvare la vita del figlio, riesce, sempre grazie ai canali del Cairo, a far arrivare a Gilad un paio di occhiali. I suoi si erano rotti durante il rapimento. Hamas è sospettosa e inizialmente crede che gli occhiali siano un mezzo per introdurre una microspia nel covo del movimento islamista. Nel 2008, i fondametalisti avanzano altre richieste. Un riscatto e la liberazione di 250 prigionieri. Da Gerusalemme

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graziare tutti quei volontari del ”Movimento di opinione spontaneo per la liberazione di Gilat Shalit” che operano in Israele affinché mio figlio e la sua situazione non passi nel dimenticatoio. Gente comune che non si è risparmiata in nulla, la parte più bella di una popolazione, come quella israeliana, che ha mostrato il suo volto giorno dopo giorno con manifestazioni, raduni e conferenze e tante altre iniziative per mezzo delle quali sono riusciti a far diventare Gilat membro di ogni famiglia israeliana e ha fatto conoscere la tragedia che ha colpito mio figlio. Se in questi tre anni i riflettori sulla sua vicenda non si sono spenti il merito, probabilmente, è tutto loro.

fanno sapere che non si può. Intanto l’opinione pubblica si è mossa, grazie anche all’associazione «Gilad libero», si attiva anche la rete con i social network che inondano internet delle foto e della storia del giovane israeliano d’origine francese. Petizioni, preghiere, manifestazioni di varia natura, esprimono l’apprensione che la gente comune prova per il destino del soldato Shalit. «Il ra-

di Gilad, Noam, poi chiedendo con forza la liberazione dell’ostaggio. Nello stesso periodo, in gennaio, Olmert, allora in carica, convoca una riunione per discutere dell’ammorbidimento delle posizioni nei negoziati.

In tal senso si erano espressi anche il capo dei servizi segreti interni dello Shin Bet,Yuval Diskin, e il ministro degli Esteri - e futura candidata premier alle elezioni del 10 febbraio - Tzipi Livni. Palestinesi e israeliani ne avevano discusso al Cairo. Poi, però, i negoziati si arenano. Pochi giorni dopo, c’è una dichiarazione del portavoce del partito islamico al Cairo: Hamas non avrebbe più discusso della sorte di Gilad Shalit nelle trattative sulla tregua con Israele. Arriviamo a venerdì scorso, con la consegna del filmato di 60 secondi: il ragazzo con in mano una copia del quotidiano Falesteen è vivo. È viva anche la speranza di rivederlo presto a casa tra le braccia dei suoi familiari.

È stato rapito il 25 giugno 2006 da un commando palestinese a Kerem Shalom, non lontano dal confine con Gaza, durante un pattugliamento di routine gazzino» che gioca al computer col padre, come appare in una foto ripresa dai quotidiani di mezzo mondo. Passa anche l’operazione Piombo Fuso su Gaza, senza che si parli della sua liberazione. Roma conferisce la cittadinanza onoraria al giovane soldato israeliano, su iniziativa del sindaco Gianni Alemanno e grazie all’attivismo di Fiamma Nirenstein. In febbraio, era intervenuto Nicolas Sarkozy, prima incontrando il padre

E nel mondo? Nei viaggi che purtroppo ho dovuto fare in questi tre anni ho incontrato primi ministri, presidenti e tante persone importanti. Gilat è diventato “cittadino onorario” in molte parti del mondo e questo, indubbiamente, è importante perché ha dato risalto e attenzione alla sua storia. Ho anche incontrato tanta gente comune che mi ha espresso vicinanza e solidarietà. Ma non è abbastanza, bisogna fare di più. Ad esempio? Continuare su questa strada, far capire che non ci arrenderemo fino al momento in cui mio figlio Gilat Shalit tornerà a casa… tornerà ad essere un uomo libero.


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Pakistan. Sempre più chiara la posizione degli estremisti: via dall’Afpak ietro al nuovo attentato di ieri a Islamabad, contro la sede locale del Programma alimentare mondiale (Pam) e che ha provocato 5 morti, risiede un messaggio estremamente chiaro firmato dai talebani. Da un punto di vista della dinamica l’attacco si è svolto seguendo il più classico - e tragico - dei canovacci. Un attentatore suicida ha eluso le forze di sicurezza e si è fatto esplodere nel quartiere della capitale che accoglie le sedi diplomatiche della maggior parte dei governi stranieri, come pure gli uffici delle organizzazioni internazionali attive in loco. Da questa dinamica emergono tre elementi che meritano di essere segnalati. Prima di tutto il fatto che, terminate le elezioni presidenziali in Afghanistan e i loro lunghi strascichi, le forze talebane sono tornate a seminare panico anche fuori dai confini afgani. La strategia è che, una volta smesso di concentrarsi su Kabul e sulle sue urne, è necessario che tutta la macroarea venga attraversata nuovamente dalla sequenza di attentati. Inoltre, il fatto che l’attacco sia avvenuto nel cuore della capitale pakistana, nella sua “zona verde”, dove in teoria agli stranieri dovrebbe essere garantito un maggior grado di sicurezza rispetto che altrove, lascia indicare la fallacia delle Forze di polizia pakistane da un lato e, al tempo stesso, la capacità di infiltrazione del nemico.

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L’ultimo elemento è forse quello più preoccupante. Il bersaglio dell’attacco è stata la sede di un’agenzia che fa capo alle Nazioni Unite, presente in Pakistan con l’obiettivo di intervenire in favore della popolazione. A essere stati colpiti sono stati gli operatori umanitari e non uomini in uniforme. Attivi in un Paese dove è stimata la presenza di circa 2 milioni di sfollati, per lo più sopraggiunti dall’Afghanistan, dove il livello di nutrizione generale è sotto la media mondiale e dove ci sono regioni di povertà praticamente inaccessibili. È il caso della Valle di Swat, una sorta di “triangolo delle Bermuda”al confine con l’Afghanistan, di cui gli osservatori hanno una scarsissima conoscenza e che resta impenetrabile. Lo Swat si presume che sia, allo stesso tempo, il quartier generale della lotta talebana, ma anche la sacca di maggiore povertà e arretratezza del Pakistan. Colpire gli uomini del Pam, di conseguenza, ha voluto dire che l’insorgenza talebana rifiuta la presenza anche degli operatori umanitari. Un caso simile era accaduto appena quattro mesi fa, quando due

Se i talebani attaccano l’Onu Un kamikaze si fa esplodere davanti agli uffici del Pam: cinque morti di Antonio Picasso

L’agguato (avvenuto al centro della “zona verde” di Islamabad) è un messaggio anche per i militari locali, incapaci di fermare gli attentatori suicidi funzionari dell’Unhcr, l’agenzia per i rifugiati, e dell’Unicef, quella per l’infanzia, erano caduti vittima di un altro attentato suicida. Per quanto il governo federale di Islamabad insista nel mostrare una facciata di sicurezza e prometta maggiore impegno nel controllare le forze ribelli, è innegabile il baratro fra le istitu-

zioni e la popolazione locale. Il Pakistan “dei palazzi”si confronta con i propri interlocutori con una spontaneità che nasconde il vero Pakistan “della strada”. Qui le forze ribelli, le stesse che si confrontano con l’Isaf e la Nato in Afghanistan, vedono nell’organizzazioni governative internazionali una sorta di soft power

dell’Occidente che ingerisce sul governo centrale. Purtroppo bisogna segnalare la decisione, da parte dell’Onu, di chiudere “fino a nuovo ordine” tutti i propri uffici per ragioni di sicurezza. Si tratta di un scelta che soddisfa l’obiettivo dei talebani di annichilire anche le attività più esplicitamente pacifiche in favore della popolazione pakistana. È l’ennesima riprova che, nel cuore dell’Asia, si debba parlare della crisi “Af-Pak”, intesa come afgano-pakistana e quindi inscindibile. In Afgha-

nistan, la Nato non riesce a orientare le sorti del conflitto in proprio favore per la mancanza di un adeguato supporto politico e di sicurezza da parte del Pakistan. Ovviamente ci sono anche altri problemi sul tappeto. Tuttavia, uno sforzo maggiore da parte di Islamabad sarebbe sicuramente vantaggioso. D’altro canto, se in Pakistan le istituzioni federali, quelle federate, le rappresentanze etniche e tribali, ma soprattutto le Forze Armate e l’agenzia di intelligence nazionale (l’Isi) adottassero una strategia unidirezionale, molti dei focolai di violenza, ribellione e guerriglia sarebbero domati. Infine c’è un ultimo elemento che agisce negativamente sull’instabilità, ma che ha origine lontane.

Nelle ultime settimane, si è parlato spesso delle tensioni che circolano a Washington in merito al conflitto in Afghanistan. Restano ancora insoddisfatte le richieste inviate alla Casa Bianca, da parte del generale McCrystal, comandante delle truppe al fronte, di aumentare gli sforzi, inviando un maggior numero di uomini, almeno 40mila unità. Una posizione, questa, a cui è seguita una “non risposta” da parte del Presidente Obama. Ben più esplicito, al contrario, è stato il vice-Presidente Biden nel respingere una domanda tanto onerosa che rischierebbe di compromettere i rapporti tra l’Amministrazione Obama e gli elettori più progressisti. Il caso è comunque finito sulle prime pagine dei giornali i quali, sostanzialmente, hanno criticato la scelta del Presidente Usa di non assecondare il suo generale. A farne le spese ha rischiato il Segretario della Difesa, Robert Gates, accusato di non saper mediare tra il Comandante in capo e le alte sfere del Pentagono. Contestualmente si sta prolungando da troppo tempo quella diarchia al vertice della politica estera di Washington che vede da una parte la Casa Bianca, dall’altra il Dipartimento di Stato. Obama, con i suoi inviati speciali, Richard Holbrooke nel caso di Af-Pak, sembra voler portare avanti un’attività diplomatica parallela, ma non concordata, con quella di Hillary Clinton, la quale resta formalmente la titolare della politica estera degli Stati Uniti. Si tratta di uno scontro istituzionale, per quanto silenzioso, che impedisce la definizione di una strategia univoca. In un certo senso possiamo dire che l’Afghanistan e il Pakistan devono essere affrontati non soltanto come un unico problema, ma anche da un soggetto altrettanto unico.


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Il premio a Elizabeth Blackburn, Carol Greider e Jack Szostak

Polemiche per la decisione presa dalla Casa Bianca

Medicina: il Nobel a trio Usa per longevità

Il Dalai Lama negli Usa, Barack Obama non lo riceve

STOCCOLMA. La chiave dell’in-

Washington. Per la prima volta dal 1991, il Dalai Lama non sarà ricevuto dal presidente americano. Il leader spirituale tibetano è nella capitale Usa a conclusione di un lungo tour nel Nord America, ma la Casa Bianca ha preferito rinviare ad altra occasione l’incontro con Barack Obama per non danneggiare i rapporti con Pechino in vista della visita presidenziale in Cina, a novembre. Il primo faccia a faccia tra Obama e il Dalai Lama potrebbe avvenire in un’altra occasione, forse già entro la fine dell’anno, ma non mancano le critiche per questo rinvio. «Cosa deve pensare un monaco o una suora buddhista rinchiusi nella prigione di Drapchi nell’apprendere che

vecchiamento delle cellule e come queste si relazionano a patologie come il cancro: questo, semplificando, è il senso delle ricerche di Elizabeth Blackburn, Carol Greider e Jack Szostak, i tre scienziati tutti con passaporto statunitense - due dei quali donne, ed è la prima volte che accade - che sono stati insigniti ieri del Premio Nobel per la Medicina.Tre scienziati le cui ricerche potrebbero aprire nuove strategie terapeutiche contro il cancro da quando, nel 1985 hanno scoperto la funzione dei telomeri, le strutture che proteggono le estremità dei cromosomi, e soprattutto l’enzima che li protegge e ne genera la continua riproduzione. I telomeri sono veri e propri orologi biologici: in seguito alla riproduzione cellulare la loro lunghezza si riduce progressivamente fino a quando non riescono più a esplicare la loro funzione protettiva nei confronti dei cromosomi; le cellule non riescono più a riprodursi correttamente, invecchiano e muoiono. A questo punto entra in gioco l’enzima chiamato telomerasi, scoperto dai tre Nobel nel 1985 all’università di Berkeley, il quale contribuisce a evitare che i telomeri si rimpiccioliscano. Il che li trasforma in una specie di fonte della gioventù per le cellule.

Fatta l’Europa servono gli europei Dopo il “sì” irlandese, attesa per Praga e Varsavia di Mario Arpino on la netta vittoria dei “sì” all’applicazione del Trattato di Lisbona, il dato provvisorio va oltre il 67 per cento, in meno di un anno e mezzo Dublino sembra aver voltato pagina. Visti i precedenti, è senz’altro un passo importante, forse decisivo, per far uscire l’Europa dalla lunga serie di stalli in cui si è confinata con la provvisoria applicazione del regime di Nizza, tuttora in vigore. Ma è ancora presto per festeggiare nelle piazze, e nessuno è autorizzato a trarre sospiri di sollievo. Anche se i rispettivi parlamenti hanno già approvato, mancano ancora le firme, niente affatto scontate, di Varsavia e di Praga, che potrebbero tradursi in una nuova doccia fredda. Vi è poi l’incognita delle elezioni inglesi del prossimo anno, che appaiono condizionare alquanto le decisioni di Polonia e Repubblica Ceca, che sembrano non volersi esprimere prima di quest’ultimo evento, previsto a giugno 2010. Quindi, se le due approvazioni non pervenissero in tempi brevi, la bozza di Lisbona correrebbe un altro pericolo. Infatti il conservatore Cameron, per attirare dalla propria parte i molti euroscettici britannici e mettersi in mano ulteriori carte per battere il pericolante Gordon Brown, ha già promesso sull’intera questione – se i conto non sarà già stato chiuso - un referendum popolare. Ed è noto come i processi referendari giochino negativamente - non solo a Londra, lo abbiamo visto anche da noi - su ogni procedura di accettazione della subordinazione alle strutture europee. I motivi di questa disaffezione ci sono, e le ultime elezioni europee - concluse in quasi tutti i Paesi dell’Unione tra una palese indifferenza popolare - sono ormai noti.

C

stiche. La scarsa conoscenza delle procedure, degli organi e delle strutture europee - in Italia, ad esempio, i nostri politici non sono stati capaci di parlane agli elettori nemmeno in campagna elettorale - ha completato l’opera. La carenza di informazione è tale, che il cittadino non comprende assolutamente i motivi per cui dovrebbe preferire il concetto di Lisbona a quello di Nizza. Anche in Irlanda nel precedente referendum era così, tanto che lo slogan della propaganda contraria era: “Se non capisci, non votare”. Questa volta, a dimostrazione che qualcosa si può fare, non è stato così. Pressato dalla crisi, consapevole che Eurolandia lo ha salvato dalla bancarotta, il Governo irlandese si è mosso bene anche sul terreno della comunicazione e della propaganda.

Tra le altre cose ben fatte a favore del pubblico, ha integrato il testo su cui votare con garanzie di aspettativa popolare molto applaudite, come il mantenimento della neutralità in politica di sicurezza e difesa, la non ingerenza europea negli affari sociali (aborto, educazione, legittimazione delle unioni omosessuali, aliquote fiscali, ecc.), tutte cose cui gli Irlandesi sono decisamente contrari. Si è persino ottenuto, usando violenza alla semplificazione voluta a Lisbona, il mantenimento di un posto per un proprio Commissario. Un applauso, allora, al Governo irlandese. Certamente, alla fine dei giochi avremo un presidente più stabile, un surrogato di “ministro degli esteri” - sia pure con autonomia limitata - e una più rapida capacità decisionale su alcuni temi. Tuttavia, l’essere stati costretti, primariamente a causa della crisi economico-finanziaria, a far premio sul metodo intergovernativo, ritornando, di conseguenza, al concetto di interessi nazionali anziché comunitari, è qualcosa che ci ha deviato dalla strada maestra. Resta anche da vedere, ora che sono stati forzati i principi, cosa chiederanno ancora Praga e Varsavia. E’ difficile dire che è proprio questa l’Europa che sognavamo…

I cittadini vedono nella Comunità non un aiuto, ma un inflessibile Moloch acefalo che interferisce nel privato

I tre scienziati erano da tempo in lizza per il Nobel. La Blackburn, nata nel 1948 in Tasmania (Australia), e docente di biochimica alla California University, a San Francisco, era anche stata inserita da Time nella lista dei 100 personaggi più influenti al mondo. Appena 48enne, la Greider, a lungo sua allieva all’università di Berkeley, cominciò i suoi lavori di ricerca nel 1984, l’anno in cui - proprio il giorno di Natale - identificò il nuovo enzima, la telomerasi. L’unico uomo dei tre premiati, Szostak, nato a Londra nel 1952, è considerato uno dei leader negli studi di genetica. Da notare che per la prima volta nella storia due donne insieme hanno vinto il Nobel per la Medicina.

I cittadini vedono nell’edificio europeo non già un aiuto, ma un inflessibile Moloch acefalo e insensibile che interferisce giorno dopo giorno persino nel dettaglio della vita privata dei singoli e nei costumi sociali, sovrapponendosi, senza eliminarle, alle burocrazie dome-

Obama non riceve il leader spirituale tibetano?», si è chiesto Frank Wolf, un membro repubblicano del Congresso impegnato nella battaglia per i diritti umani. Anche il primo ministro del governo tibetano in esilio, Samdhong Rinpoche, ha accusato la Casa Bianca di «acquiescenza». Del resto l’attuale Amministrazione Usa aveva già fatto capire quanto tenesse ai rapporti con Pechino quando a febbraio, prima di una visita in Cina, il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, aveva affermato che la difesa dei diritti umani umani non deve «interferire con la crisi economica globale, con la crisi dei cambiamenti climatici e con quella della sicurezza». Fonti dell’Amministrazione Obama hanno spiegato al Washington Post che in questo momento per gli Usa è troppo importante non irritare la Cina per coinvolgerla nel dialogo sulla minaccia nucleare posta dalla Corea del nord e dall’Iran. È una politica ribattezzata «rassicurazione strategica» di Pechino. Inoltre, viene fatto notare, lo staff di Obama non crede molto in questi incontri rituali che si traducono spesso in una foto ricordo senza reali progressi. Resta il fatto che nell’ultima visita del Dalai Lama negli Usa, Bush lo aveva incontrato in pubblico.


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Fenomeni. Nata in Qatar, l’emittente all news è chiaramente a favore dei musulmani. Ma arriva dove altri non riescono

Modello Al Jazeera Il celebre giornalista Usa spiega perché la tv araba racconta meglio di tutti il mondo di Robert D. Kaplan ualcuno ha visto ultimamente la versione in lingua inglese di Al Jazeera? L’internazionalismo eclettico dell’emittente araba con sede in Qatar (un miscuglio di reportage colorati e pionieristici da ogni continente) smentisce le previsioni circa la morte dell’informazione straniera così come la conosciamo. Se Al Jazeera fosse più accessibile negli Stati Uniti - in televisione e non solo sul web - contenderebbe lo share a The News Hour con Jim Lehrer. Stessa cosa per i canali europei. Perché è Al Jazeera, e non Lehrer, ciò che chiede l’élite che ha una visione internazionale: un’informazione visivamente forte e approfondita di ciò che accade simultaneamente in vari paesi del mondo. A fine maggio guardando Al Jazeera mi interessai a molte storie accattivanti: la guerra in Somalia tra eritrei e etiopi; l’offensiva dei ribelli del delta del Niger contro il governo, nel sud ricco di petrolio; le alluvioni in Bangladesh (soltanto per fare alcuni esempi). Al Jazeera ha coperto la campagna elettorale in Libano e in Iran molto più in dettaglio di altre emittenti, come la guerra in Somalia e l’offensiva dell’esercito pachistano nella valle dello Swat.

Q

cose davvero interessanti da raccontare, come il brillante anonimo analista russo che spiegava come Russia e Cina abbiano bisogno del regime della Corea del Nord a mò di Stato cuscinetto da contrapporre alla libera e democratica Corea del Sud.

Non solo: Al Jazeera è anche “aritmicamente” accattivante perché restituisce l’incalzare degli eventi. Trova sempre gli scoop. Ha fatto dei potenti reportage sul campo da tutto il Medio Oriente, da Gaza a Beirut all’Iraq, che nessuna altra

suoi pregiudizi. Nella disputa israelo-palestinese, per esempio, è chiaramente dalla parte dei palestinesi. I reportage strappa-lacrime sulle sofferenze palestinesi non trovano uguali in quelli sulle tragedie degli israeliani. Al Jazeera trasmette il punto di vista del mondo in via di sviluppo, ossia la visione della nuova borghesia dei paesi emergenti che è naturalmente pro-palestinese e al tempo ostile alla potenza militare americana. Il parziale successo del presidente Barack Obama nel cambiare l’immagine dell’America nel mondo si può misurare dalla copertura positiva che Al Jazeera gli sta dando. Alla base del sentimento pro-palestinese e anti-bushiano di Al Jazeera c’è un internazionalismo all’apparenza pacifista. In molti dei suoi reportage il messaggio subliminale è che il compromesso dovrebbe essere all’ordine del giorno. Secondo il canale arabo coloro che sono deboli, politicamente parlando, sono automaticamente dalla parte della ragione soltanto per il fatto di essere tali. Una sorta di riconoscimento morale è l’anima di Al Jazeera. Per l’emittente la storia della sofferenza umana sembrerebbe iniziare e finire con quella dei palestinesi sotto l’occupazione israeliana e con quella degli iracheni sotto il governo degli americani.

L’internazionalismo dell’emittente di Doha smentisce la presunta (e prevista) morte dell’informazione straniera come la conosciamo

Ha trasmesso un’ora di documentario non di parte sui politici e i signori della guerra appartenenti alla famiglia libanese Gemayal, e un’inchiesta di mezz’ora sulla smobilitazione dei poveri dai nuovi distretti economici dell’India. Il fatto che Doha, capitale del Qatar, non sia il quartiere generale di una grande potenza, consente ad Al Jazeera di concentrarsi sui quattro angoli del pianeta piuttosto che sui limitati interessi coloniali o post-coloniali. La Cnn e la Bbc sono più interessate a seguire le diramazioni delle ossessioni collettive di Washington e Londra che gli eventi internazionali. Al Jazeera, invece di zoomare su personaggi pieni di credenziali ma con ben poco da dire ha il pregio di mandare in onda chi ha

emittente ha saputo eguagliare. La sua troupe televisiva è stata la prima a trasmettere da Mingora, il capoluogo della valle dello Swat, confermando la vittoria dell’esercito pachistano sui talebani. E poi, diciamolo: Al Jazeera ti apre la mente. Ho passato gli ultimi due anni come corrispondente dalle regioni dell’Oceano Indiano, alle prese con organizzazioni locali musulmane e non-governative, e seguire Al Jazeera è come vivere in prima persona ciò che ho visto io. Fox News, tanto per tornare agli esempi, ha il problema che perfino i suoi più brillanti analisti, come Charles Krauthammer, sembrano parlare solo a chi la pensa come loro piuttosto che all’intero pubblico.Ti chiedi se molti dei commentatori Fox abbiano mai davvero parlato con un musulmano. Certo, Al Jazeera ha i

Sta di fatto che per il suo essere di parte Al Jazeera è giustificata come non lo sono la Bbc e la Cnn. Su Al Jazeera le notizie sono apertamente rap-

presentative della prospettiva moderata del mondo in via di sviluppo. A seconda di dove ti trovi hai una visione particolare delle cose e se stai a Dubai, Mumbai o Nairobi il mondo ti apparirà molto diverso che da Washington o Londra, o addirittura St. Louis.

Al contrario, guardando la Bbc e la Cnn sei cosciente che quelle emittenti, piuttosto che presentare il mondo così com’è hanno fatto una scelta di campo aderendo alla visione liberal-internazionalista. Secondo Harford Mackinder, padre della geografia moderna del Ventesimo secolo, il provincialismo

serve a prevenire la tirannia della più estesa maggioranza geografica. Come scrive uno dei suoi biografi W.H. Parker, Mackinder temeva l’organizzazione orizzontale del mondo per classi e tendenze culturali e ideologiche. Sognava invece un’organizzazione verticale del mondo distinta per regioni e località. Allo stesso modo in cui gli stati americani e le singole contee limitano il potere del governo federale, le altre piattaforme informative sparse in varie parti del mondo resistono ad Al Jazeera, che nonostante la sua eccellenza è limitata alla prospettiva dei Paesi cosiddetti in via di sviluppo.

S f r or t u n a t am e n t e , p erò , Bbc e Cnn - filosoficamente parlando - non hanno una visione così diversa dal canale quatariota quando parlano di Paesi in via di sviluppo. E Fox è quasi un caso a parte, asserragliata com’è a continuare a parlare di un mondo ancora fermo all’era bianchi e neri. Potrebbe Fox Tv coprire il mondo che segue Al Jazeera con una prospettiva esclusivamente americana? No, perché quello che rende Fox Tv così provinciale è


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Troppo diversi i bacini di utenza e il pubblico di riferimento

«Sono molto bravi, è vero. Ma non li temiamo» Alcuni rappresentanti di Fox e Bbc spiegano dal punto di vista occidentale il nuovo fenomeno mediatico di Pierre Chiartano l fenomeno Al Jazeera ha un diretto impatto anche su alcune delle sue blasonate concorrenti. Che ne seguono le edizioni e le riconoscono (senza fare sconti) anche diversi meriti. Come spiegano a liberal uno dei producer di Fox News a Roma, Mario Biasetti, e un decano della Bbc in Italia, David Willey, da quarant’anni nel nostro Paese. Cominciò i suoi servizi parlando di Brigate Rosse. «Io che vivo e lavoro all’estero - spiega Basetti - seguo Al Jazeera nell’edizione inglese. In America non si vede, se non in poche città» spiega Biasetti. Infatti Robert Kaplan suggerisce che sarebbe utile per gli americani poterla guardare, mentre ora viene trasmessa solo attraverso il satellite: «Non è comunque un nostro concorrente e neanche lo è per la Cnn in America. Credo che facciano un buon lavoro giornalistico, credibile, professionale; specialmente i cameraman sono davvero eccellenti. Conoscono molto bene i media, la composizione e il bilanciamento di un servizio». Al Medioriente Fox, Cnn e Bbc (che ha rilanciato il canale in lingua araba), danno una importante copertura: la comparsa di Al Jazeera come ha cambiato il vostro modo di lavorare? «A dire la verità non ha cambiato il nostro stile, per la semplice ragione che abbiamo un know how specifico, la nostra linea editoriale. Al Jazeera è un bravo concorrente, ma non ci tocca in alcun modo, specialmente nel caso della Fox. Trasmettiamo per il Nord America, siamo un cable nazionale con i corrispondenti dall’estero, come il sottoscritto». Insomma, avranno un futuro, indipendentemente dal fatto che possa diventare, se già non lo è, uno strumento politico? «Questo è un altro discorso. Per come sono strutturati ora, la loro linea editoriale mi sembra abbastanza bilanciata. Ma non sempre, specialmente riguardo alle vicende israeliane e palestinesi». Comunque «tanto di cappello ad Al Jazeera. Fanno quello che io vorrei fare ma non posso, come dei reportage di approfondimento di 5 minuti. Magari potessimo farlo noi». Leggermente diverso il parere personale di un rappresentante della pietra miliare dell’informazione imparziale, in tinta fumo di Londra. «Non la seguo regolarmente, non perché abbia un pregiudizio su Al Jazeera - spiega a liberal David Willey - ma perché so che è filopalestinese. Volendo conoscere le posizioni palestinesi, so che sono ben rappresentate dal mio canale, la Bbc. Siamo un grande utilizzatore di notizie, anche dal Medioriente, attraverso il nostro bureau di Gerusalemme. Penso che Bbc riesca a produrre il giusto equilibrio tra fonti israeliane

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È un fatto positivo, prosegue, «che il mondo arabo sia rappresentato anche da una testata televisiva, in maniera che le opinioni di quell’universo siano riportate al meglio». Ma l’opinione pubblica araba esiste o parliamo solo di quella delle elite al potere? «È difficile definire l’opinione pubblica in quel contesto. Noi inglesi ci riferiamo agli “arabians in the street”. È un concetto difficile da definire. L’opinione pubblica lì è talmente diversa da ciò che intendiamo noi. Riconosco comunque che esite un’opinione araba su molti argomenti. Spesso utilizzano la parola “fratelli”che in Occidente non si usa». Insomma opinione pubblica sì, ma una cosa diversa da ciò che intendiamo noi, almeno per il momento. «È molto difficile per un giornalista di qualsiasi nazionalità raccogliere il sentimento comune da quelle parti. Opinione sì, ma chi rappresenta? La classe dirigente, quella più istruita, le fasce di popolazione meno fortunate, interessi commerciali?». La Bbc, da poco, ha ripreso il progetto del canale in lingua araba. «Abbiamo un servizio radio da molti anni. La tv è più recente, inquadrata nella struttura Bbc World. Il nostro servizio di copertura news in Medioriente è il più grande sul mercato televisivo mondiale». Anche se Willey è convinto che spesso si dia troppo spazio a vicende come quella israelo-palestinese, rispetto ad altri temi che meriterebbero più spazio. La parola d’ordine alla Bbc è «serve equilibrio nel dare notizie». Al Jazeera, Al Arabya, Bbc in lingua araba sono fenomeni che aiuteranno a costruire un’opinione pubblica mediorientale più autonoma, in senso occidentale? «Certo, perché in questo modo si sviluppa la società. Ora quando c’è una crisi o un evento importante si intervistano direttori di testate giornalistiche e anche commentatori di Al Jazeera. È una novità nel mondo arabo. Capita anche alla Bbc di usare immagini del canale qatariota. Sono presi molto sul serio oggi, come rappresentanti e cifra dell’opinione pubblica araba».

Le due blasonate testate apprezzano «il lavoro giornalistico che fanno sulla strada» e gli approfondimenti

il suo scarso interesse per quello che accade fuori, eccezion fatta per tutto ciò che mette in discussione il predominio stelle&strisce. Ci troviamo così costretti, se vogliamo seguire e sapere cosa fanno i ribelli del Delta del Niger piuttosto che i contadini indiani, a collegarci con Al Jazeera. Che consapevole di questo esercita di fatto un dispotismo.

George Orwell, con 1984, scriveva che la purezza può essere una forma di coercizione, e questa tesi è perfettamente azzeccata nel caso di Al Jazeera, perché la sua rettitudine morale disturba. Partendo dal presupposto che parlando di poveri e oppressi non si può fare a meno di parteggiare per loro - al netto della complessità delle varie realtà esplorate - invita a parteggiare per loro. E indebolisce l’Occidente. Ciò detto, non cesserò certo di guardarla, perché è molto più interessante di tutte le altre emittenti televisive. Anche se, non posso negarlo, a furia di vederla potrei anche cambiare opinione e diventare di sinistra: l’ennesimo sintomo di quanto insidiosa questa rete qatariota sia.

e palestinesi. Il canale di all news del Qatar è una tv d’informazione importante. Non mi capita di utilizzarla, qui in Italia. È un discorso diverso se parliamo di Medioriente. I miei colleghi che lavorano a Gerusalemme hanno grossi problemi per riuscire a fornire notizie equilibrate. Sono certo che loro seguono attentamente i servizi della tv del Quatar, infatti qualche volta intervistiamo dei loro giornalisti per ampliare lo spettr».

Il logo di Al Jazeera, televisione araba nata in Qatar. La nascita dell’emittente è dovuta alla volontà di Hamad bin Khalifa Al Thani, emiro del Paese, di trasformare l’emirato nel centro culturale della regione. A destra i simboli di Fox News e del canale all news britannico Bbc. Nella pagina a fianco, lo studio di Doha


cultura

pagina 20 • 6 ottobre 2009

A fianco, Frida Kahlo. In basso, la copertina del volume “Doppio ritratto: Frida Kahlo, Diego Rivera” (Nottetempo edizioni), con la Postfazione “Dietro non c’è niente” di Patrizia Cavalli

Il testo che pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore e dell’autrice, è tratto dalla Postfazione di Patrizia Cavalli al volume Doppio ritratto: Frida Kahlo, Diego Rivera (Nottetempo edizioni). Il testo, intitolato “Dietro non c’è niente”, è il vincitore della sezione Premio De Sanctis per il Saggio breve.

un bambino che tiene in braccio. Né mai la si vede in qualche manifestazione estrema del carattere, di cui si sa quanto fosse libero, entusiasta e appassionato. Persino negli ultimi anni, molto malata e vicina alla morte, mai il suo viso mostra segni di abbandono, ma quasi si fissa in un dolente stupore narcotico. Questa tendenza a contenere i margini, chiudere, stringere, possedere e possedersi è ancora piú evidente quando è ritratta accanto a Rivera. Vederli insieme è come vedere il materializzarsi di due forze opposte: quanto piú lui giganteggia e straripa, tanto più lei si ritrae e rimpiccolisce; la faccia di Rivera, da grasso bambino riottoso, è sempre sgualcita e non trova mai una forma certa, quella di Frida è forma condensata.

ella Kahlo il modo di mostrarsi e di stare nel mondo, il rapporto con gli oggetti, la forza morale, l’amore per Diego Rivera, la vocazione alla pittura, le immagini dei quadri e il loro disporsi nello spazio pittorico, la scelta dei colori e persino la dimensione delle tele, ogni aspetto della vita e dell’arte è attraversato dalle stesse tensioni e governato dallo stesso principio (che è anche il principio della realtà evidente), i cui semplici enunciati potrebbero essere così riassunti: tutto quello che esi-

N

Scrive la poetessa nella postfazione a “Doppio ritratto”: «Di lei colpiva, insieme alla grazia e all’eleganza, quel modo serio di risiedere in sé» ste è materia; la materia è la realtà evidente; tutto ciò che è reale è visibile («so che dietro non c’è niente, se ci fosse qualcosa lo vedrei»); tutto tende a separarsi per riunirsi; ogni cosa è legata a un’altra in un movimento incessante; «non c’è distanza, c’è solo il tempo», ma lo spazio può accogliere il tempo, perché tutto tende all’unità. O anche, come esempio parziale: Non c’è pianta senza radici / e gli occhi producono lacrime. / Una morte violenta fa sangue / e spesso le donne hanno i baffi. / Un feto è mostruoso ma è cosí. / Esiste la colonna vertebrale. / La rana ha la sua forma e il suo colore, / se hai quella forma e quel colore / chiamarti rana sarà piú che giusto. / C’è la luna? E allora c’è anche il sole.

Alla luce di quest’idea comincio la mia discesa nel molteplice e nel particolare. Se si guardano le sue foto (molti grandi fotografi l’hanno ritratta), subito colpisce, insieme alla grazia e all’eleganza, la sua bellezza, ma soprattutto quel modo serio – non grave, non malinconico – di risiedere in sé. In alcune foto giovanili ostenta una torva impertinenza, ma è vestita da uomo e sta appunto facendo una parte. Per il resto, mai si avverte nelle sue immagini un’intenzione all’espressività, ma piuttosto lo sforzo di contenerla. Le braccia e le mani, quando non sono occupate ad abbrac-

In libreria. Un omaggio a Frida Kahlo, tratteggiata da Patrizia Cavalli

Quando l’arte coincide con l’autore di Patrizia Cavalli ciare Diego Rivera e a posarsi sulla sua spalla, oppure a dipingere, sono spesso congiunte o lasciate con innocente goffaggine all’inerzia del proprio pe-

so. «Niente vale più del riso», scrive sul suo diario. Eppure non la si vede mai ridere. A volte sorride. Quando, giovane, è accanto a Diego. Sono sorrisi

infantili, quasi invisibili, di felicità pudica. Solo una volta le si apre intero il sorriso: sta guardando

La Cavalli vince il Saggio breve con “Dietro non c’è niente”

Oggi a Roma il Premio De Sanctis ROMA. Si svolge oggi a Roma, alle ore 18,30 a Villa Doria Pamphili, la consegna del Premio De Sanctis per la saggistica. I vincitori prescelti dalla giuria, composta da Giorgio Ficara (presidente), Alfonso Berardinelli, Antonio Debenedetti, Alain Elkann, Nadia Fusini, Louis Godart, Raffaele La Capria, Giacomo Marramao, Jacqueline Risset, Vera Slepoj, Claudio Strinati, sono: Massimo Cacciari, per Hamletica (Adelphi) e Giulio Ferroni per Ariosto (Salerno editrice). Il Premio “Eni - immaginare il futuro” è stato assegnato a Mario Perniola, per Miracoli e traumi della comunicazione (Einaudi). Il Premio per il Saggio breve è stato vinto da Patrizia Cavalli con Dietro non c’è niente, Postfazione a Doppio ritratto: Frida Kahlo, Diego Rivera (Nottetempo). La

segnalazione speciale - “Un libro introvabile” ha prescelto il volume di Beniamino Placido, Le due schiavitù, per un’analisi dell’immaginazione americana (Einaudi 1975). A consegnare i premi sarà Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, in una serata presentata da Neri Marcorè che leggerà alcuni brani di Ariosto e di Beckett, autori protagonisti dei due libri vincitori di Ferroni e Cacciari. Nato grazie all’iniziativa di Francesco De Sanctis jr, presidente dell’omonima Fondazione, il Premio De Sanctis si avvale della collaborazione del Ministero per i Beni e le attività Culturali, della Regione Lazio, del Comune di Roma e della preziosa partnership del Gruppo Eni.

Qual è il segreto di questa faccia, di questa figura che, tutta esposta, raggiunge il massimo dell’intensità nella compostezza e nel contenimento? È il corpo con le sue circostanze. È l’obbligo a portare il busto per sorreggere le vertebre malandate, è la pesantezza delle collane e degli anelli di cui amava ornarsi, il modo complicato di acconciarsi i capelli intrecciandoli di nastri e di fiori, la scelta di indossare vestiti messicani dalle gonne lunghe e dai corsetti elaborati (che sia stato per amore del Messico e di Rivera o per nascondere l’andatura zoppicante e il piede deforme poco importa), è la consapevolezza di una salute fragile e di un’esuberanza impedita, è infine l’abitudine a guardarsi lungamente allo specchio, dapprima in quello specchio che la madre le fece mettere lungo il baldacchino perché costretta all’immobilità dal suo incidente in autobus potesse esercitarsi nella pittura dipingendo se stessa, e poi in tutti quegli altri specchi divenuti ormai necessari strumenti di lavoro. È in questo arrendersi alle circostanze del corpo, in questo esercizio di sdoppiamento e di ricomposizione che la Kahlo raggiunge la propria immagine. Un’immagine che, in quanto raggiunta e non costruita, non è né maschera né svelamento, ma è quel che è, pura evidenza dell’essere dove l’interiorità coincide con il volto.


sport

6 ottobre 2009 • pagina 21

Gli antieroi della domenica. Dopo la beffa di Kiev nel 2008, il campione di scherma Baldini trionfa in Turchia e acciuffa l’oro

La rivincita di Andrea di Francesco Napoli

A fianco e in basso, due immagini del campione di scherma italiano Andrea Baldini. L’atleta ha appena vinto un meritato oro ai Mondiali di Turchia, di fatto prendendosi la rivincita dopo la squalifica (ingiusta) dello scorso anno, che gli impedì la partecipazione ai Giochi di Pechino

utta questa storia di Baldini Andrea, da Livorno classe 1985, e Cassarà, Andrea pure lui, da Passirano, Brescia, classe 1984, era stata già scritta da Conrad Joseph, all’anagrafe Józef Teodor Nalecz Konrad Korzeniowski da Berdicev, Polonia, classe 1857. Il duello si chiamava quel suo racconto dove si narra di un lungo ed estenuante confronto durato anni tra il nobile Armand D’Hubert e il plebeo Gabriel Feraud.

T

Al sesto e ultimo incrociare delle armi tra questi due ussari francesi in carriera nell’esercito napoleonico, con la pistola due colpi, il primo rende grazia al secondo che ha sprecato le sue cartucce dichiarandolo però virtualmente morto e

puto che la vita imita la letteratura.Tutto ha principio un anno fa, a Kiev, nelle terre ucraine dove si disputano i mondiali di scherma annata 2008. Si è in procinto di volare subito dopo alla volta della dorata Pechino dove avranno luogo i fastosissimi e mediaticamente impressionanti Giochi olimpici. I campioni del nostro fioretto sono stati già prescelti: Baldini Andrea e Sanzo Salvatore, da Pisa, classe 1975. Mandar ai Giochi un pisano e un livornese era proprio una bella trovata vista la rivalità cittadina. Nel frattempo, in attesa di sbarcare in quel di Cina, in Ucraina il fioretto italiano trionfa con l’oro nella prova a squadre e allora via a un bel brindisi beneaugurante e di saluto a Baldini e Sanzo. Ma c’è già, predisposto

no una prova: Cassarà Andrea ha il movente, sarà lui a prender posto sull’aereo per Pechino; non si fa vivo nemmeno per solidarizzare e derubrica le neppure velate accuse nei suoi confronti come vaniloquio puro. Insomma, «complotto!» gridano i giannizzeri di Baldini, «stupidate!» rispondono quelli di Cassarà. Siamo dunque più che mai ai cosiddetti ferri corti. La vicenda prende subito i connotati dell’intrigo di palazzo. Indaga, indaga; spia, spia; ascolta, ascolta ma il Gran giurì della Federazione inter-

Un anno fa venne condannato (in realtà ingiustamente) a sei mesi di squalifica per aver ingerito “una sostanza sospetta”. Il fattaccio, chiarito solo in seguito, gli costò la meritata partecipazione ai Giochi di Pechino quindi, secondo il codice cavalleresco, lo invita formalmente a rapportarsi con lui nel futuro come se fosse defunto. Un’idea che porrebbe fine a ogni possibile futura polemica tra i nostri duellanti anche se Baldini Andrea ha subito fatto sapere che «con lui (il Cassarà-Feraud della situazione, ndr) forse verrà il giorno in cui si tornerà a parlare senza polemiche». Ma non è escluso che un pensierino a vestire i panni di D’Hubert l’abbia fatto, ancor più dopo l’impresa mondiale in terra turca che l’ha visto trionfare con l’oro e l’eliminazione ai quarti proprio dell’antagonista. Tanto è risa-

nell’ombra, un tranello degno delle migliori tragedie shakespeariane, un quoque tu in piena regola: si librano in aria bottigliette, altro che lieti calici, e qualcuno ci resta secco, sportivamente parlando. In quella di Baldini un chicchessia mai individuato ha versato una sostanza proibita. Addio Giochi per il malcapitato livornese, demoralizzato più di una triglia in casseruola con tanto di pomodoro da sugo, spicchi d’aglio, sedano, conserva di pomodoro, una grossa manciata di prezzemolo, olio d’oliva, sale e pepe. Qualcuno nel suo entourage però è certo che tre indizi fan-

nazionale può solo convincersi che il livornese aveva un bel po’ di ragione nel professarsi vittima innocente e così gli riconoscono di non aver assunto volontariamente quella sostanza proibita: Baldini Andrea viene condannato per “negligenza” a solo sei mesi di squalifica. Detto che la vita imita la letteratura, che fa, imita pure il cinema? Mondiali in Turchia, annata 2009. Complotto di famiglia potrebbe essere il titolo del copione di questa edizione per la specialità fioretto, un bel thriller firmato da Hitckock Alfred, da Leytonstone, classe 1899, con la trovata di porre

uno di fronte all’altro armati i duellanti Baldini e Cassarà ai quarti di finale, alle soglie cioè della zona medaglia. Sulla pedana si fronteggiano: lo lascio andare avanti pensa Baldini, poi lo cucino come solo io so fare. Lo raggiungo e ci giochiamo tutto all’ultima stoccata. E così va a finire. Cassarà si porta in vantaggio ma viene superato dal rivale e i contendenti si portano sul 14 pari. Tutto si gioca all’ultimo assalto. Il finale mozzafiato, come da copione alla Hitckock per l’appunto, è ormai predisposto. Chi colpisce vince e va avanti, verso il titolo. Il lieto fine anche è assicurato dalla regia. L’allenatore è tranquillo, «con Baldini non ho paura, nemmeno quando è così sotto. Lui può far tutto», il suo pupillo pure. Probabilmente non sa di cosa si tratta ma nel suo animo c’è sentore di ordalia.

Alla fine, all’ultimo tocco, colpisce d’agilità e il rivale Cassarà commenta: «Per la prima volta non ho rimpianti, siamo stati corretti e sportivi». Giusto. La verità del complotto di Kiev non verrà mai a galla, possiamo esserne certi, ma Baldini Andrea si sente ora un novello Hurricane,“l’uomo che le autorità accusarono di qualcosa che non aveva mai fatto. Fu messo in una prigione, ma un giorno potrà diventare campione del mondo”secondo Bob Dylan. Tanto è risaputo: la vita imita anche la canzone d’autore.


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da ”The Moscow Times” del 05/10/2009

Sotto lo schiaffo di Putin di Ira Isebashvili l premier Vladimir Putin sta col fiato sul collo di Renault. Venerdì scorso, è intervenuto direttamente nella vicenda della join venture tra la casa francese e la russa Autovaz. Un incitamento ad aiutare i suoi partner nel business russo del’automobile. Insomma, metter mano al portafogli pena la diluizione del 25 per cento che i francesi detengono nella partnership moscovita.

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Il Cremlino ha affermato di aver difeso gli interessi di Renault quest’estate, quando è intervenuta sulle sofferenti casse di Autovaz, accordandogli 25 miliardi di rubli (829 milioni di dollari) di finanziamento. «Ora è venuto il momento anche per i francesi di partecipare al sostegno economico dell’impresa, altrimenti dovremo ridiscutere il valore della loro partecipazione» avrebbe affermato Putin, durante una riunione dei vertici di governo. Il clima e il tono del commento arriva nello stesso momento in cui Mosca sta tentando di produrre il massimo sforzo per attirare capitali stranieri nelle sue aziende pubbliche. Il vicepremier Igor Shuvalov, ha recentemente annunciato che molte aziende statali potrebbero essere messe sul mercato entro la fine dell’anno. Shuvalov, lunedì prossimo, si incontrerà con gli amministratori di Renault e Nissan – di cui i francesi detengono il 44 per cento del pacchetto a azionario. Dal management di Renault non sonno giunti commenti sull’intervento di Putin. L’azienda automobilistica francese aveva pagato circa 1,2 miliardi di euro la partecipazione in Autovaz, all’inizio del 2008. Era un tentativo di guadagnare una posizione privilegiata, in quello che allora era uno dei mercati più dinamici d’Europa nel settore delle quattro ruote. Sulla produttività c’erano ampi mar-

gini di crescita, visto che nel 2008 Autovaz viaggiava su 8 auto costruite per dipendente, contro le 28 dei francesi. La speranza per Autovaz era quella di avere accesso alla tecnologia di Renault. Ma la crisi finanziaria mondiale ha fatto pagare un pedaggio molto alto all’intera economia russa. Autovaz ha cominciato a navigare in cattive acque e in pochi mesi ha dovuto chiedere l’intervento statale. C’è un piano di licenziamenti che prevede un taglio di oltre 26mila posti, circa un quarto del totale dell’industria russa, come parte di un progetto di ristrutturazione aziendale. Anche da Autovaz non sono giunti commenti sull’intervento del premier. Nei primi otto mesi del 2008, le vendite di automobili in Russia erano crollate del 51 per cento. L’associazione europea di settore ha ridotto le previsioni di vendita per il 2009 a 1,4 milioni di auto e veicoli leggeri da trasporto. Renault ha registrato perdite per 187 milioni di dollari per le sue partecipazioni in Autovaz nel primo semestre di quest’anno. Gli analisti affermano che anche se l’intervento di Putin è stata una vera sorpresa , il governo non avrebbe oltrepassato i limiti delle sue funzioni, chiedendo alla casa francese di dare una mano per il salvataggio dell’azienda russa. «Ogni mese Autovaz genera perdite per 2 miliardi di rubli» ha spiegato Sergei Udalov, ricercatore di Autostat, società che analizza il mercato automobilistico. «Nessuno poteva pensare che fosse sempre lo Stato a finan-

ziarla, senza un intervento anche dell’azienda di Parigi» continua Udalov. Insomma, Renault fino ad oggi sarebbe stato un partner piuttosto passivo e a Mosca questa storia non piace. Il Cremlino anche in passato a dimostrato una certa pesantezza di mano con i partner stranieri. Nel 2006, era stata la volta di Royal Dutch Shell, quando il governo aveva minacciato di chiudere Sakhalin-2 – uno dei pozzi più importanti per gli olandesi – adducendo motivi di carattere ambientale. L’obiettivo era che la Shell cedesse il controllo del mega progetto da 22 miliardi di euro messo in piedi con Gazprom.

I francesi possiedono una quota che gli da il diritto di veto e la possibilità di nominare i dirigenti. Alexei Kudrin, ministro dell’economia, aveva promesso che avrebbe, per l’ultima volta, aiutato Autavaz a non diluire la sua quota, attraverso un’altra controllata pubblica. Ma ciò che serve ora è conoscere il piano di ristrutturazione, per sapere quanto benzina occorre per rimetter in carreggiata l’industria automoblistica russa.

L’IMMAGINE

Valorizziamo i nostri prodotti tipici e informiamo i consumatori Un tempo si diceva “buono come il pane”, per indicare un alimento nutriente, profumato e gustoso. Oggi spesso i consumatori masticano qualcosa che assomiglia a un prodotto gommoso e privo di sapore. C’è pane e pane, e questo dipende dalla qualità del prodotto base, cioè dalla farina, dall’acqua e dal lievito, nonché dalla macinazione, lievitazione e cottura. Una farina con scarso glutine è di minore qualità, il lievito può essere chimico e può lasciare un sapore sgradevole, l’acqua di pianura può contenere residui chimici che interferiscono con il gusto, il macinato dovrebbe essere lasciato maturare per un mese ma viene trattato con “maturanti”chimici che tolgono qualità, la lievitazione forzata produce odori sgradevoli, una cattiva cottura dà un pane color chiaro, meno saporito di uno scuro.Tutti questi elementi contribuiscono alla qualità del nostro pane quotidiano. Per un Paese che mira alla valorizzazione dei prodotti tipici queste notizie dovrebbero essere del tutto normali, e invece…

Primo Mastrantoni

LA NUOVA FIAT SULLA PORTAEREI DI STATO. CHI PAGA? La Fiat Punto Evo presentata a La Spezia, a bordo della portaerei Cavour della Marina militare italiana, sarà venduta in Italia in questi giorni. Questa la notizia che, forse, avrà creato soddisfazione e curiosità negli amanti del settore. Noi, invece, siamo sobbalzati e abbiamo approfondito. Poi, memori del fatto che, fiore all’occhiello della nostra Marina, entrata in servizio a giugno di quest’anno, dopo quasi nove anni tra costruzione e collaudo, costata complessivamente 1,3 miliardi di euro, ci siamo soffermati sull’aspetto economico e ci sono venute in mente due domande: perché e chi paga. Perché la Marina militare ha concesso alla Fiat la portaerei per presentare la loro

nuova automobile, i cui proventi dalle vendite sicuramente non andranno alla Marina militare o allo Stato? Chi ha pagato per questa operazione pubblicitaria che dovrebbe essere durata almeno un intero giorno, in cui la struttura è stata messa a disposizione dell’azienda privata Fiat? Un’operazione di marketing che non riusciamo a inquadrare in nessuna logica di gestione della portaerei, della Marina militare, dello Stato e dell’economia, quand’anche la Fiat fosse stata un’azienda di Stato e la si volesse privilegiare nel mercato rispetto ai propri concorrenti. Ne chiediamo pubblica spiegazione al ministro della Difesa, Ignazio La Russa, e a quello dell’Economia, Giulio Tremonti.

Lettera firmata

Yellow submarine “We all live in a Yellow Submarine” cantavano i Beatles più di 40 anni fa. E questi ragazzi li hanno presi in parola, improvvisando al largo delle Florida Keys, un concertino subacqueo, con tanto di (finto) sottomarino giallo. Per qualche ora i 4 “sirenetti” hanno finto di suonare trombe, chitarre e tamburelli mentre speciali altoparlanti subacquei trasmettevano i pezzi dei Fab Four

GERMANIA: LA SINISTRA VINCE E RIAFFERMA I PROPRI VALORI Il risultato delle elezioni in Germania non lascia spazio a equivoci o a intepretazioni forzose: a trarre beneficio dai quattro anni di Grosse Koalition è stata soprattutto la signora Merkel con la Cdu. Se una

lezione si può trarre dal voto tedesco, specie se paragonato al confortante successo dei socialisti di Josè Socrates in Portogallo e alla possibile vittoria di Georges Papandreu in Grecia, è che le forze socialiste, riformiste e di progresso, per vincere non devono dimen-

ticare le loro radici che affondano nella sinistra riformista, riaffermando e modernizzando i propri valori: in primo luogo la giustizia sociale e la difesa dei più deboli e condividendoli con quanti vi si possono riconoscere.

Marco Di Lello


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Io non sono un amante comune Ho riletto le tue lettere, povero me! mi pare che dopo le prima le altre vadano diventando sempre meno ardenti. No, no: m’ingannerò io forse. Ma... odilo un’altra volta: io non sono un amante comune: io voglio possedere te, tutta te... ma più assai il tuo cuore e tu me ne hai fatto un bel dono. Ricordati che mi hai fatto questa offerta in un modo così appassionato ch’io per quel solo periodo della tua lettera avrei data volentieri tutta la mia vita. Oh com’è soave la certezza di essere amato! Scrivimi, dunque: non mi abbandonare un solo momento... queste ore che pure ci rapiscono la nostra gioventù, come scorrono lunghe, terribili!... e noi allontanati l’uno dall’altro non abbiamo altro conforto che di scrivere e lagrimare. Tu mi hai sgridato... e oh quanti baci ha avuto da me quella lettera! io te lo prometto: non vivrò che per te: io cercherò sempre la solitudine per poterti più liberamente sacrificare tutti i miei giorni, e tutti i miei pensieri. No, tu non mi sgriderai più. Ed io ti domando perdono del fallo di ieri, quantunque io ci sia stato tratto dalla necessità. Oso giurarti ancora assai più; ed oso giurartelo nella sicurezza di mantenere inviolato il mio giuramento. Ugo Foscolo ad Antonietta Fagnani Arese

ACCADDE OGGI

I TORNELLI? SOLO UNA SOLUZIONE PROVOCATORIA, PRIVA DI EFFICACIA Le dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi a Milano dal ministro Renato Brunetta nel corso della presentazione del libro di Livadiotti Magistrati, l’ultracasta, impongono una serena e seria riflessione. Se da un lato infatti è lecito parlare di un’eccessiva influenza dei gruppi associativi sull’attività e sulle scelte dell’organo di autogoverno, dall’altro ritengo che i problemi della giustizia non dipendano dalla presenza dei magistrati in ufficio. Parlando di correntismo, è giusto precisare come da tempo esso sia oggetto di attenzione da parte di consistenti settori dell’ordine giudiziario. Il fenomeno del correntismo esasperato, dentro la Magistratura, è una realtà ed è un aspetto sul quale l’Anm deve essere in grado di intervenire per eliminarne l’influenza negativa. Personalmente credo che questo fenomeno si debba combattere attraverso una revisione delle regole associative e del sistema di elezione del Consiglio superiore della magistratura, tali da rendere davvero aperta a tutti l’Associazione nazionale magistrati e la possibilità di lavorare al suo interno. Bisogna cioè riscoprire e valorizzare ciò che di positivo le correnti stesse sono in grado di dare e proporre per migliorare il cosiddetto sistema giustizia. Tutto questo consentirebbe di garantire spazi a idee e persone in ogni livello istituzionale del “mondo giustizia”, ivi compreso quello del Csm. Penso perciò che sia giunto il momento di affrontare questa questione con onestà intellettuale. Gli

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Stefano Zaccagnini (grafica)

6 ottobre 1928 Chiang Kai-Shek diventa presidente della Repubblica cinese 1929 In nove città viene giocata la prima giornata del primo Campionato di calcio di serie A a girone unico 1938 Il Gran Consiglio del Fascismo sulle leggi razziali pubblica la “Dichiarazione sulla razza” 1943 La città di Lanciano, unica in Abruzzo e nell’Italia centrale si ribella alla truppe tedesche 1944 Battaglia di Dukla. L’Armata Rossa entra in Slovacchia 1956 Il medico polacco Albert Bruce Sabin scopre il vaccino per la poliomielite 1966 L’Lsd viene dichiarato illegale negli Stati Uniti 1973 Scoppia la guerra del Kippur 1976 La cosiddetta Banda dei quattro in Cina viene arrestata accusata di un tentato colpo di Stato 1981 Nel corso di un attentato viene ucciso il presidente egiziano Anwar Sadat 2000 Slobodan Milosevic si dimette

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

esponenti delle correnti smettano di sostenere l’insostenibile, ovvero che non ricorrono logiche di appartenenza in diverse decisioni del Csm, così come la politica smetta di alzare il livello dello scontro, affinché tutti si addivenga a soluzioni ragionevoli, nel rispetto dei reciproci ruoli e ambiti costituzionali. La soluzione dei tornelli, invece, mi sembra una proposta provocatoria, mediatica e priva di efficacia. L’idea di applicarli per controllare la presenza in ufficio dei magistrati non ha nulla a che vedere con la loro produttività, che viene valutata ogni quadriennio dal Consiglio superiore della magistratura. È noto infatti che molti magistrati non hanno un ufficio o un computer, e che le dotazioni di codici e testi giuridici dell’amministrazione sono pressoché nulle; è noto anche che il personale amministrativo, già numericamente ridotto sotto il minimo per assenza di concorsi da diversi anni, in molti casi, non si trattiene in ufficio di pomeriggio, non essendovi fondi per gli straordinari. Nonostante ciò, i magistrati italiani mantengono un tasso di produttività ai vertici europei, anche se ciò non consente sempre di tenere il passo con le enormi sopravvenienze sia nel civile che nel penale. E ciò senza dimenticare i tanti magistrati che garantiscono e effettuano turni di reperibilità giornaliera senza poi godere di alcun giorno di riposo o ancora che, senza essere retribuiti, operano al servizio della giustizia anche nei giorni festivi.

NON FACCIAMOCI CONDIZIONARE DA PDL E PD Le difficoltà vissute in questo momento, sia sul piano nazionale che locale, dai due maggiori partiti, Pdl e Pd, erano del tutto prevedibili rispetto alle ultime vicende che stanno caratterizzando la vita interna dei due raggruppamenti politici maggiori. Si è voluto a tutti costi, per corrispondere a una giusta esigenza vissuta dal Paese, che era quella di semplificare il quadro politico, ridurre il confronto politico a soli due soggetti. Purtroppo, la fusione a freddo dei Ds e della Margherita prima e il contratto notarile firmato tra Fi e An dopo, hanno dimostrando tutti i loro limiti. Anch’io per un momento sono stato suggestionato da questa idea, ma, alla luce di quanto stava accadendo nel Pdl, sia nel Sannio che a livello nazionale, ho compreso il fallimento di tale prospettiva. Da qui la mia scelta, di moderato e democratico, di aderire all’Unione di centro. Le difficoltà del nostro Paese, purtroppo, come appare evidente ai più, dipendono in larga parte anche dall’incertezza di guida del sistema politico complessivamente inteso. È del tutto evidente che se la guida del Paese e delle varie comunità locali è affidata ai dirigenti di due formazioni che fanno fatica a trovare un equilibrio al loro interno, le prospettive complessive sono del tutto fallimentari, anche perché l’attuale personalizzazione della politica, basata più sulla esiziale mediatica che sui contenuti, sta distruggendo la classe dirigente e, quindi, la nascita di idee per il presente e per il futuro. La circostanza è ancora di più aggravata se si considera che le due formazioni maggiori sono condizionate fortemente dalle ali estreme degli schieramenti politici. L’agenda politica e istituzionale del Paese, infatti, è condiziona da una parte da Di Pietro e dall’altra dalla Lega Nord. Solo per fare un esempio, dobbiamo ringraziare il consiglio di Stato che ha accolto i ricorsi proposti dai precari della scuola contro le graduatorie create dal ministro Gelmini, che servivano per blindare i posti al Nord a danno dei meritevoli docenti del Sud. Marcello Matarazzo C I R C O L I LI B E R A L BE N E V E N T O

APPUNTAMENTI OTTOBRE 2009 VENERDÌ 9, ORE 16, MUSEO CITTÀ DI BETTONA Omaggio a Renzo Foa. VENERDÌ 16, ORE 15, TORINO PALAZZO DI CITTÀ - SALA DELLE COLONNE “Verso la Costituente di Centro per l’Italia di domani”. Intervengono: Ferdinando Adornato, coordinamento nazionale Unione di Centro, e Gianni Maria Ferraris, consigliere comunale e coordinatore regionale Circoli liberal. VINCENZO INVERSO, SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

Cosimo Maria Ferri Componente del Csm

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

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PAGINAVENTIQUATTRO Controcanto. Il kolossal antistorico su Alberto da Giussano, fortemente voluto dai leghisti

Barbarossa, come piace A GARIBALDI di Giuseppe Baiocchi arbarossa, il film presentato in gran spolvero al Castello Sforzesco con in prima fila l’intero governo a cominciare dal premier Berlusconi, è un’opera che sarebbe sicuramente piaciuta soltanto a Giuseppe Garibaldi. Infatti riproduce pari pari la più vieta oleografia risorgimentale, che cercava di inventarsi legittimazioni storiche nei secoli bui all’insegna della ribellione italiana contro l’oppressore straniero nel nome della recente Unità. Al massimo avrebbe suscitato emozioni nel poeta di corte sabaudo, quel Giosuè Carducci che si lanciò nel «Vi sovvien, disse Alberto da Giussano…». Peccato: perché l’occasione poteva essere utilmente percorsa per portare criticamente al discorso pubblico una delle svolte decisive della Storia che fanno riflettere tuttora sulle contraddizioni forse insanabili anche del nostro tempo. Quell’antico conflitto nasceva dal contrasto inevitabile tra un grande sovrano, interprete più che dignitoso di una concezione sacrale e unitaria dell’Impero, e un “mondo nuovo” che stava nascendo, che confusamente manifestava i prodromi della civiltà moderna, e che, per questo, necessitava di almeno tre nuove libertà: la liberta civile ed educativa, la libertà religiosa, la libertà sociale ed economica. Già, perché la evidente “anomalia”dei liberi Comuni e del loro rissoso autogoverno, costituiva per l’epoca il segnale di movimento rispetto alla bloccata e immobile società feudale: il luogo dell’innovazione tecnologica, della creatività artigiana, della contaminazione culturale, della forza del commercio. E il tutto avveniva, come presso le grandi cattedrali del Nord Europa, intorno a simboli cristiani che attiravano pellegrini e ambulanti in fiere e feste religiose. E lì si consolidava quella mobilità di persone, merci e culture che lentamente costruiva il concreto e diffuso cambiamento.

B

Per Milano, crocevia di traffici geograficamente favorevoli, vanto e onore della città che richiamavano folle da tutta Europa erano i Re Magi, con le reliquie portate otto secoli prima dal vescovo Eustorgio. Con il “contagio” dei Comuni, del loro dinamismo economico e del loro inedito assetto sociale, anche l’Impero deve fare i conti. Per questo un grande imperatore come Federico di Hohenstaufen si impegna in una cinquantennale competizione, nella consapevolezza che il glorioso edificio della struttura piramidale non può sopporta-

re le zone franche e le novità (anche economiche) che mettono in crisi l’architettura complessiva del mondo allora conosciuto. Portatore per sua natura di una visione assolutistica e unitaria dell’Impero (una concezione che anche Dante di fatto rimpiangerà un secolo più tardi), il Barbarossa usa tutti mezzi possibili: ha il fisco e i dazi, ha i proclami d’autorità, e ha ufficialmente il monopolio della forza militare. Gli manca la ecclesia instrumentum regni. Già perché, da Adriano IV, l’unico papa inglese della storia, fino a tutti i suoi successori, è univoco l’appoggio del papato all’emergere dei Comuni, non fosse altro che per riaffermare l’autonomia della Chiesa. (E forse i milanesi che amano la libertà farebbero bene a ricordarsi di Galdino della Sala, il vescovo pater pauperum e defensor civitatis che di quella Lega fu il cervello politico e l’acuto tessitore territoriale).

Magi, da allora venerati nel Duomo di Colonia e mai più restituiti.

Tra il vecchio Impero e il “mondo nuovo” la battaglia di Legnano e l’imprevista ed effimestretto a inventarsi più di un anti-papa per ra vittoria del Carroccio costituirà la prima tentare di avere gerarchie ecclesiastiche al- grande “rottura”: la Storia dell’Europa si internative a lui fedeli. A cominciare dall’arci- cammina su un percorso inedito che aiuterà vescovo di Colonia, Rainaldo di Vessel (che un diverso sviluppo economico, un dinamico era pure cancelliere dell’Impero e primo di aggregato sociale, una sorprendente libertà una lunga serie di vescovi-conti) al quale con della cultura, un bisogno di autonomia civile, la distruzione di Milano verranno affidati i Re perfino una differente teologia. E poterci ragionare sopra nel discorso pubblico del nostro tempo è tutto fuorchè inutile. Purtroppo, di tutto questo, nel film di Martinelli non c’è traccia: eppure, con una dovizia di mezzi e di modernissime tecnologie, si rivela soltanto uno spettacolare pot-pourri di amori e di sudori, di clangori di assedi e di sangue di battaglie, di esoterismi appiccicati e di incongruenti profezie stregonesche. Così che alla fine l’unico che appare credibile e sensato è il personaggio del “cattivo” e sconfitto Barbarossa (finemente interpretato da Rutger Hauer) che almeno trasmette la logica del dovere del governo. Di fronte ha una folla di invasati che gridano «Libertà» senza In alto e sotto, alcuni fotogrammi e la locandina che essi stessi sappiano del film “Barbarossa” diretto da Renzo Martinelli, presentato comunicare il perché. Non due giorni fa al Castello Sforzesco di Milano è un caso che uno studioso serio come Franco Cardini si sia presto sfilato dalla consulenza storica: per non nobilitare un pasticciato, per quanto spettacolare, fumettone paramassonico alla Dan Brown. Con tanti saluti, inoltre, alle tanto conclamate radici cristiane.

Barbarossa, più volte scomunicato, fu co-

Con una dovizia di mezzi e tecnologie, si rivela solo uno spettacolare pot-pourri di amori e sudori, di clangori d’assedi e sangue di battaglie, di esoterismi appiccicati e di incongruenti profezie stregonesche. Con tanti saluti alle radici cristiane

2009_10_06  

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