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3 ottobre 2009 • pagina 5

Le stime di Molesini, presidente dell’associazione italiana dei private banker

«Arrivano solo 100 miliardi, e torneranno alle imprese» Le valutazioni del settore smentiscono le cifre del Tesoro e anche le ipotesi di un “uso sociale” dei capitali rientrati di Francesco Pacifico

ROMA. Se al ministero del Tesoro, alle Agenzie delle entrate o alla Guardia di Finanza si attendono grandi incassi grazie allo scudo fiscale, lo si deve a loro. A una nota dell’Associazione Italiana Private Banking che parla di un bottino di fondi all’estero pari a 278 miliardi di euro. Ma a frenare gli entusiasmi è proprio Paolo Molesini, presidente dell’Aipb e Ad di Intesa Sanpaolo Private Banking: «Non c’è stato nessuno studio, soltanto una stima su quello che potrebbe essere depositato fuori confine. E tra l’altro credo andrebbe anche aggiornata: l’anno scorso l’effetto mercato è stato più negativo all’estero che in Italia. La cifra complessiva quindi è diminuita. Eppoi c’è una parte non potrà mai rientrare. Quale? «Quella che nessun funzionario banchiere sano di mente accetterebbe». L’emendamento Fleres non vi impone di avvertire le autorità. Gli intermediari seri hanno coscienza che il patrimonio più grande è l’immagine. Lavoriamo quindi con la massima accortezza. Vale per tutti? Siamo sempre vincolati a comunicare le operazioni che riteniamo sospette. Al di là degli obblighi, comunque, nessun intermediario serio accetterà un cliente sospetto: prima o dopo sorgono problemi. Quanto rientrerà? Una stima di 100 miliardi potrebbe essere credibile. Forse ambiziosa, ma credibile. Gli ultimi due scudi sono stati un flop. Quelli del 2001 e del 2003 non sono state esperienze negative. Se hanno raccolto “soltanto”73 miliardi… Ma hanno spazzato via molte paure, dimostrato che chi riporta i propri capitali non ha da temere nulla. Da allora è cambiato il contesto. C’è attenzione a livello internazionale verso il sommerso. Molti intermediari esteri con immagine e fama solida sono usciti con le ossa rotte. È forte la volontà politica di colpire il fenomeno. Ne è sicuro che si andrà fino in fondo? In Italia e all’estero l’attivismo della politica ha portato già due risultati: ha costretto i Paesi che non vogliono entrare nella lista grigia a fare accordi con Usa e Europa e la cosa comporta una minor tenuta del segreto bancario e un rafforzamento al sistema fiscale comunitario. La Svizzera mantiene alcune difese ma cede sul fisco. Quale sarà il business per le banche? Il ruolo fondamentale lo svolge il professionista. E con il commercialista che il cliente sceglie se rientrare o meno. Le banche entrano dopo: per smontare un trust o ridefinire il portafogli. All’inizio garantirete basse commissioni? In giro si sente di tutto, anche di istituti che si offro-

no di pagare loro la tassa sul capitale rientrato… la verità è che, vista la concorrenza, la clientela non sceglie un istituto in base a un -0,1 o -0,2 per cento in più o meno. Guarda il servizio, l’affidabilità. Mai, in tanti anni di carriera, qualcuno mi aveva chiesto del capitale dell’istituto! Oggi invece la solidità della banca passa al primo posto. Con costi fissi tra lo 0,60 e l’1 per cento, si ipotizzano per il settore bancario incassi da 300 milioni di euro all’anno. Intanto le commissioni sono più basse. Mi affido a stime: se il 5 per cento va in tasse, nell’arco di sei mesi, e del rimanente di quanto rientrato, il 30 si dirige verso l’immobiliare, un altro 30 torna in azienda, il 40 rimane in banca. E in una fase come questa non è detto che si consolidi di più il primo comparto. Sotto forma di azioni, di prestiti restitui o di capitale depositi, sempre da voi passeranno tutti questi soldi. Se il Paese guadagna, guadagna anche il sistema bancario. Ed è un bene per tutti. E credo che nel medio termine guadagneremo di più con la parte reinvestita nell’economia reale piuttosto che nella finanza. In questa fase non guadagnano certamente i piccoli investitori. Difficile fare considerazioni a breve termine, abbiamo colto in pieno nel primo semestre il vantaggio derivante dalla riduzione degli spread sui titoli obbligazionari. Oggi, sebbene sia possibile in questo scorcio d’anno una correzione, credo che l’azionario abbia ancora spazi da recuperare. Lo scudo imporrà cambiamenti al private banking? Siamo partiti dopo rispetto al resto d’Europa. Ma negli ultimi cinque anni si sono sviluppati operatori specializzati di dimensioni importanti a livello comunitario. Ma proprio questa “lentezza”, unita alla prudenza e a una certa diffidenza tipica della clientela italiana, ha evitato tanti eccessi. E le perdite sono state meno della metà rispetto a quanto subito dai risparmiatori anglosassoni. Anche le Poste faranno da intermediari. Non credo che la loro quota di mercato sia significativa per questo segmento di clientela, inoltre una delle principali esigenze di chi “scuda”è la garanzia dell’anonimato, difficile da mantenere per un’organizzazione ampia e diffusa come Poste Italiane. Ritengo quindi che i clienti privilegieranno le grandi banche, anche perché vantano supporti legali e fiscali più attrezzati. Come cambia il concetto di riservatezza tra la Svizzera che rivede il concetto di anonimato e lo scudo fiscale con aliquota al 5 per cento. La riservatezza c’è nel senso che nessuno può conoscere i nomi e i conti dei nostri clienti. La riservatezza vale per il pubblico, non certo per la magistratura. È una peculiarità delle persone perbene.

Al di là degli obblighi di legge non accetteremo i soldi dei clienti sospetti. Ne va del nostro più grande patrimonio che è l’immagine

Sopra, Silvio Berlusconi e Luca di Montezemolo. A sinistra, Pier Ferdinando Casini. Nella pagina a fianco, Paolo Molesini, presidente dell’Aipb e Ad di Intesa Sanpaolo Private Banking 35 rispetto agli Stati Uniti? Come si spiega che siamo stato l’unico paese Ocse, insieme al Giappone, ad essere già in piena recessione nel 2008 e come mai le previsioni per quest’anno e i prossimi ci inchiodano a differenze di ritmi di crescita persino con gli acciaccati paesi europei? Solo con la cattiva politica? Ma se queste valutazioni sono fondate, ne consegue che il compito della politica oggi non è quello di difendere l’esistente (le pmi, i posti di lavoro, il welfare, il sistema pensionistico e quello sanitario, il federalismo, ecc.) bensì quello di mettere in campo una straordinaria capacità riformista. Che deve riguardare i “fattori” della produzione – cioè i nodi di sistema – ma anche i “settori”, cioè le imprese e il modello di sviluppo. Ed è su questo che, nel prossimo articolo, bisognerà entrare di più nel merito. (www.enricocisnetto.it)

La politica deve mettere in campo una straordinaria capacità riformista, che riguardi anche le imprese e il modello di sviluppo

2009_10_03  

di Franco Insardà di Enrico Cisnetto L a somma dei dolori possibili QUOTIDIANO • SABATO 3 OTTOBRE 2009 DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVA...

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