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3 ottobre 2009 • pagina 17

Un tribunale d’appello di Rangoon respinge il ricorso

Battute Chicago, Tokyo, Madrid La delusione del presidente Obama

Birmania, confermati gli arresti per San Suu Kyi

Il Comitato ha deciso: Olimpiadi 2016 a Rio de Janeiro

RANGOON. È stata respinta ieri in Birmania la richiesta di appello presentata del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi dopo la condanna a 18 mesi inflittale in agosto. Una mossa che le preclude la possibilità di partecipare alle prossime elezioni e che ha provocato l’immediata reazione del Consiglio per i diritti dell’uomo di Ginevra, il quale ha chiesto la «liberazione immediata e senza condizioni» della leader dissidente e di «tutti i prigionieri politici». Ieri mattina un tribunale d’appello di Rangoon ha rigettato il ricorso dei legali di Suu Kyi, confermando la pena a 18 mesi di arresti domiciliari per violazione alle regole della sua detenzione.

COPENHAGEN. Le Olimpiadi del

In una risoluzione adottata per consenso da tutti i 47 membri, il Consiglio per i diritti dell’uomo si è dichiarato «vivamente preoccupato» per il trattamento riservato a Suu Kyi e ne ha chiesto la liberazione. Il Consiglio ha chiesto anche di «liberare senza condizioni tutti i prigionieri politici per permettere loro di partecipare alle elezioni del 2010». La leader dell’opposizione, 64 anni di cui tredici trascorsi in carcere o agli arresti domiciliari, era stata condannata a tre

Il «confessionale» di David Letterman In diretta al Late show: «Ricattato per flirt extraconiugale» di Roselina Salemi arà una tendenza inarrestabile, sarà che gli scandali sex and the city somigliano alle ciliegie e una tira l’altra, ma sembra di assistere ad un’unica grande rappresentazione, in televisione e fuori, e su tutte e due le sponde dell’oceano. C’è Roman Polaski, che si vede presentare all’improvviso il conto per un vecchio peccato (che è anche un reato), c’è Patrizia D’Addario, la escort promemoria vivente delle logiche che governano il potere, il bisogno e il desiderio; e adesso c’è David Letterman, 62 anni, intelligente, non bellissimo, famoso conduttore del Late show. Icona della satira politica senza peli sulla lingua, costretto a richiamare per una volta le sue debolezze e non quelle degli altri. David Letterman è stato ricattato da una ex amante, una signora del cast 48 hours, presumibilmente delusa che ha deciso di vendicarsi, di rovinargli la reputazione o in alternativa di guadagnarsi qualcosa. Letterman, che ha sposato questa primavera la compagna di sempre, Regina Lasko, dalla quale ha avuto il figlio Harry, è un uomo di potere non immune dalle tentazioni. Nel suo staff ci sono tante ragazze in cerca della gloria televisiva.

S

be stato imbarazzante se questa storia fosse stata resa pubblica?». «Forse. Forse sarebbe stato più imbarazzante per le donne, perché ho denunciato il ricatto. Era necessario. Dovevo proteggere la mia famiglia e me stesso e spero di proteggere il mio lavoro. Non volevo che arrivasse qualcuno a dirmi: “So che hai fatto sesso con delle donne; voglio 2 milioni di dollari, se no ti creerò problemi».

Magari poteva esserci la fila, magari, come qualunque B-Movie insegna 2 milioni di dollari era soltanto l’inizio. E mentre la ricattatrice, che fa un po’ pena alla fine, si trova un avvocato (e parlerà solo in sua presenza), venderà memoriali scottanti, scriverà un libro e forse la minacciata sceneggiatura), rimane la banalità del tradimento, l’ammissione della colpa, la fragilità femminile (escort, ricattatrici stagiste aspiranti showgirl), la triste verità del potere, del bisogno, del desiderio, la chiusura liquidatoria: è stata un’esperienza bizzarra. In qualche modo anche questa vicenda come altre è lo specchio della competizione selvaggia dello scambio al quale a volte si dà il nome di amore, del prezzo che tutti a turno pagano, della logica spietata che governa la comunicazione. David Letterman non si è sognato di negare. Non è grave avere un’amante, neanche più di una. Ha denunciato al giudice, ha patteggiato con il pubblico. Conta sulla solidarietà sulle debolezze sessuali e sentimentali che scorre come un fiume carsico sotto il perbenismo levigato dell’ipocrisia. Ma il dibattito è aperto: centinaia di interventi su blog e siti di tutto il mondo si domandano in che modo le inclinazioni e le simpatie di Letterman abbiano influenzato le trasmissioni e le carriere. Se c’era un pedaggio da pagare per lavorare con lui, se ci rimetterà sul piano dell’immagine. Certo, se l’è cavata bene. La confessione in pubblico è un genere che funziona. Potrebbe venirne fuori una forma di reality. Un non luogo dove si ammettono i peccati più condivisibili, si spiegano le ragioni, si cercano simpatie, si trovano sostenitori. E il pubblico da casa, via telecomando, darà l’assoluzione o forse no. Speriamo.

Il prezzo del silenzio, 2 milioni di dollari che l’anchorman ha finto di pagare. Quindi, come in un reality, l’annuncio in tv

anni di reclusione e lavori forzati, pena subito modificata in 18 mesi di domiciliari, per aver ospitato nella sua residenza il mormone americano John Yattaw. L’uomo, secondo la difesa, era entrato nella villa della donna senza esser stato invitato e sarebbe dunque l’unico responsabile dell’infrazione. Rifiutando l’appello, le autorità birmane impediscono al Premio Nobel di partecipare alle elezioni presidenziali del prossimo anno, le prime ad essere organizzate in Birmania dal 1990. Allora vinse in modo netto il partito di Suu Kyi, la Lega nazionale per la democrazia, che non potè insediarsi perché la giunta militare annullò il voto.

Ed ecco la tentata estorsione: 2 milioni di dollari erano il prezzo del silenzio. Come in un B Movie Letterman ha trovato in auto dentro una busta il minaccioso bigliettino: «So che fai alcune cose veramente terribili e le posso provare». A scriverlo, un misterioso personaggio in grado di provare ogni nefandezza e pronto a ricavarne una sceneggiatura sicuramente piccante. Letterman ha fatto finta di cedere, ha organizzato un incontro accompagnato da un legale, avrà pronunciato anche la famosa frase dei telefilm «parlerò soltanto in presenza del mio avvocato», ha consegnato un assegno falso, altro classico del B-Movie, e ha fatto beccare l’incauta ricattatrice, che doveva avere sulla testa non si sa quale infausto trigono, perché non solo ha dovuto dire addio ai soldi ma è stata arresta e licenziata quasi contemporaneamente. Quanto a Letterman, ha raccontato tutto nella sua trasmissione di giovedì, dove, con lo slancio marzulliano, si è fatto la domanda e si è dato la risposta: «Sareb-

2016 si terranno a Rio de Janeiro e saranno i primi Giochi mai disputati in America Latina. La città brasiliana ha prevalso su Madrid nella votazione finale dei delegati del Cio a Copenaghen. In precedenza Chicago e Tokyo erano state eliminate rispettivamente nella prima e nella seconda votazione. La mancata assegnazione delle Olimpiadi alla metropoli americano, tuttavia, «non va vista come un ripudio del presidente Barack Obama e di Michelle». Lo ha dichiarato il consigliere più vicino al presidente americano, David Axelrod. La presenza di Obama al Cio «non è stata sufficiente a superare le politiche che regnano dentro quella stanza. Ovvia-

mente è deluso, non ha funzionato ma ne valeva la pena». Nei cinque minuti di discorso all’incontro nella capitale danese, il presidente americano ha definito la capitale dell’Illinois «una grande metropoli con il cuore di una piccola città, aperta al mondo e alla diversità». Obama, rimasto a Copenaghen per poche ore, ha ricordato che da 25 anni Chicago è la sua casa e ha scoperto che questa città «nel cuore degli Stati Uniti è un posto dove l’unità è variegata». La First Lady Michelle, che lo ha preceduto sul palco, ha raccontato che l’amore per lo sport le fu trasmesso dal padre. Un’Olimpiade «all’insegna del rispetto dell’ambiente» era stata invece promessa dal premier giapponese Yukio Hatoyama, presente a Copenhagen, «Raccomando Tokyo anche per questo, perché occupa una posizione eccellente per fungere da modello di sicurezza e sostenibilità ambientale», ha dichiarato Hatoyama nel suo discorso. La candidatura (e la vittoria) di Rio de Janeiro «non rappresenta solo il Brasile, ma un intero continente di 400 milioni di abitanti», ha sottolineato il presidente brasiliano, Inacio Lula da Silva. «Rappresento il sogno di 190 milioni di persone - ha spiegato sono tutti a fare il tifo per Rio. Siamo un popolo appassionato dello sport e della vita».

2009_10_03  
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di Franco Insardà di Enrico Cisnetto L a somma dei dolori possibili QUOTIDIANO • SABATO 3 OTTOBRE 2009 DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVA...

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