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Cacciate il naturale, tornerà al galoppo...

Philippe Néricault Destouches

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 23 SETTEMBRE 2009

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Annuncio senza precedenti a New York sul futuro delle politiche ambientali mondiali

Il clima del XXI secolo Obama: «Il pianeta rischia la catastrofe definitiva» Hu Jintao: «La Cina ridurrà le emissioni di Co2» di Pierre Chiartano

I consigli di tre grandi esperti su come combattere il surriscaldamento globale

Meno limiti, Un mercato Torniamo più ricerca delle emissioni al Novecento?

New York è successo qualcosa: ora il futuro dell’ambiente potrebbe cambiare. I grandi della terra si sono visti - in modo informale - in margine all’Assemble generale dell’Onu, per parlare di clima e di Co2. Barack Obama ha lanciato l’allarme: «Abbiamo poco tempo per cambiare le cose, altrimenti sarà la catastrofe». Gli ha risposto il presidente cinese che per la prima volta ha preso un impegno storico: «Ridurremo le emissioni».

di Bjorn Lomborg

di Robert N. Stavins

di Steven F. Hayward

Aumentano le prove a sostegno della tesi secondo cui politiche relativamente poco costose, quali l’ingegneria climatica, e la ricerca sulle fonti di energia non fossili possano prevenire efficacemente gli effetti negativi del global warming.

Il mondo sta andando verso una catastrofe annunciata: l’aumento dei gas serra. E per evitarla non è necessario che i singoli Paesi facciano collassare le proprie economie come paventano i critici della riduzione delle emissioni.

Negli ultimi 40 anni Usa ed Europa possono vantare un incredibile risultato: sostanziali riduzioni nell’inquinamento atmosferico con un limitato impatto sulla prosperità. Perché non riusciamo a fare altrettanto sull’effetto serra?

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C’è un’assurda aria di smobilitazione

Il ministro esulta ma il tasso di disoccupazione continua a crescere

Afghanistan, la tentazione disfattista

Finanziaria leggera:reggerà? Tremonti allarga lo scudo fiscale per il falso in bilancio di Francesco Pacifico

di Gennaro Malgieri

Il governo ignora i dati sulla distribuzione della ricchezza

ROMA. L’hanno chia-

Pensiamo al futuro, non alle virgole del Pil

ira una brutta aria. Aria di smobilitazione. C’è quasi una sorta di rassegnazione alla disfatta. Si sentiva anche ai funerali dei sei paracadutisti onorati nella Basilica di San Paolo fuori le mura. Lo si coglie nei discorsi della gente, nelle esternazioni dei politici, nei titoli dei giornali. Che ci stiamo a fare in Afghanistan? La domanda ricorrente è diventata un mantra. Mentre laggiù ancora si combatte, metro per metro, per la nostra vita questo particolare forse non è chiaro a tutti - quaggiù, in queste nostre miserevoli lande, si pensa a come abbandonare il campo. La colpa non è di chi legge i giornali o ascolta la radio e guarda la televisione. Ma di chi confeziona le notizie e non spiega perché bisogna restare all’inferno, nonostante tutto. La responsabilità maggiore è di quanti seminano dubbi, di coloro che si producono in“distinguo”inaccettabili; è di quelli che dicono “ce li abbiamo mandati noi, ma non volevamo che morissero”.

mata finanziaria “leggera” perché ha solo tre articoli. Per ora, naturalmente: quando arriverà all’approvazione di dicembre, si vedrà. Ora è tempo di buone intenzioni: né tasse ne aggiunta di spesa, promette il ministro Tremonti, «Solo una fotografia del bilancio dello Stato». Con un buon lascito per i dipendenti pubblici, però (il loro contratto sarà rinnovato e costerà allo Stato 3,4 miliardi in tre anni). Altra voce positiva: le agevolazioni fiscali per le ristrutturazioni saranno prorogate fino al 2012, senza contare un codicillo che evita un buco da tre miliardi sulle pensioni agricole. Per il resto, il testo leggero leggero del governo è pieno di buoni auspici. Primo fra tutti, il rientro di fondi grazie alla lotta all’evasione e allo scuo fiscale che ieri è stato approvato nella sua versione più larga che copre anche il falso in bilancio. Per ora, il governo non fa previsioni sulle entrate da queste voci. Ma arriva la doccia dell’aumento della disoccupazione: è arrivata al 7,4%.

iù che occuparci del «de minimis» – se il pil scenderà del 4,8, come recentemente previsto dal governo, o del 5 per cento, come dicono alcuni organismi internazionali, o del 5,2%, come sostengono molti osservatori – è meglio pensare a qualcosa che ancora non si vede, o si vede poco, ma comunque esiste. Il sistema economico italiano nella crisi si sta riconvertendo. Processo non di ieri, ma iniziato da anni, che la crisi più acuta – questa è almeno la nostra previsione – sta accelerando. Siamo abituati a pensare ad un Paese che cresce poco – e questo è vero – e con una velocità diversa. Più forte al Nord; meno, molto meno, nel Mezzogiorno. Lo stesso Romano Prodi, recentemente, dopo aver reindossato i panni da professore di economia industriale, aveva dipinto un mostro mitologico. Un Italia tedesca, fino a Firenze, e una francese dalla città medicea a Reggio Calabria. Sviluppo al Nord, ristagno e depressione al Sud. Ma è proprio così?

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I QUADERNI)

• ANNO XIV •

NUMERO

188 •

WWW.LIBERAL.IT

di Gianfranco Polillo

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• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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Clima rovente/1. Da New York arriva una svolta sul rapporto fra produzione e tutela del territorio

La rivoluzione ambientale Obama lancia l’allarme: «C’è il rischio di una catastrofe irreversibile» Hu Jintao per la prima volta risponde: «Ridurremo le emissioni» Il presidente degli Usa Barack Obama ieri ha incontrato Hu Jintao, presidente cinese: hanno parlato di tutela dell’ambiente e per la prima volta la Cina ha fatto delle concessioni. Nella pagina a fianco, una fabbrica cinese

di Pierre Chiartano er Barack Obama i toni sono quelli impegnativi dei momenti cruciali. «La minaccia è grave, urgente e crescente: se non agiremo, rischiamo di consegnare alle future generazioni una catastrofe irreversibile». L’occasione è di quelle importanti, ieri, all’Assemblea generale dell’Onu di New York. Presente l’altro grande attore della “tragedia” climatica. Hu Jintao, presidente del Paese che, ora più di tutti, rischia di intossicare il pianeta, con la sua necessità di crescita continua. Ma anche dal versante cinese arrivano aperture, almeno sul piano delle dichiarazioni e delle promesse: «Siamo pronti a fare la nostra parte».

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La Cina si impegna a ridurre «sensibilmente» le sue emissioni di Co2, entro il 2020. L’annuncio è arrivato nel corso del summit sul cambiamento climatico convocato dal segretario generale Ban Ki-moon nella settimana di apertura della 64esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Dopo la presa di coscienza della gra-

vità della situazione, per la Casa Bianca arriva il momento della proposta costruttiva. «Scateneremo la creatività dei nostri migliori scienziati, ingegneri e imprenditori per costruire un mondo migliore» è, infatti, la promessa del presidente americano. Obama ammette che «per troppi anni non si è fatto nulla e si è negata la gravità del problema», ma finalmente l’urgenza del nodo

climatico è condivisa da tutti. E sulle ricette non è riflessivo come sull’Afghanistan. «Sappiamo cosa deve essere fatto, sappiamo che il futuro del pianeta dipende dalla riduzione dei gas serra in atmosfera».

L’inquilino della Casa Bianca però ammette che «il cammino è ancora lungo ed è in salita» e ribadisce che «il tempo a disposizione non è molto», dando la

sponda alle preoccupazione del segretario generale sulle «lentezze glaciali» del processo. «È un cammino che ci impone di andare avanti, anche se faremo passi falsi, e di lottare anche per il più piccolo miglioramento, anche se è il frutto di accelerazioni e brusche frenate. Quindi cominciamo, se avremo un atteggiamento flessibile e pragmatico, se riusciremo a lavorare con costanza per un co-

La temperatura continua a crescere Per il Mediterraneo, un’estate da record ROMA. Quella del 2009 è stata l’estate record per le temperature marine nel Mediterraneo, oltre che negli oceani di tutto il mondo. I dati del periodo giugno-agosto, raccolti e analizzati a livello nazionale dall’Enea e dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima di Roma (Cnr-Isac), «confermano quelli globali e tutti e puntano nella direzione di un riscaldamento delle acque superficiali» che è stato «leggermente meno elevato», facendo la media degli ultimi 150 anni, rispetto a quello delle temperature medie terrestri (mediate su 130 anni) ma che «negli ultimi decenni ha cominciato a crescere velocemente». I dati sono stati diffusi in occasione della «Settimana della scienza» di Frascati (19-26 settembre). Secondo le ricerche svolte dall’Enea e dal Cnr, «la temperatura superficiale del Mediterraneo è stata quest’estate di 1 grado sopra la media degli ultimi 30 anni: nel Tirreno questo dato è ancora più alto e arriva a quasi 2 gradi oltre la media delle temperature nei tre decenni precedenti». In generale, il Mediterraneo «si è riscaldato di 0,6 gradi tra il 1975 e il 2008, più della media globale«. In questo mare si sta osservando un’accelerazione del riscaldamento delle acque superficiali e

profonde. «Questi dati sono, confermati anche dalle analisi di dati strumentali raccolti negli ultimi 50 anni su tutta la colonna d’acqua», chiarisce il coordinatore della ricerca Cnr-Isac Vincenzo Artale. «In particolare- aggiungeuno dei dati più robusti è il riscaldamento delle acque di fondo (sotto i mille metri, dove risiede la memoria degli eventi climatici del passato) del Mediterraneo, soprattutto nella parte occidentale del bacino». Infine, per quanto riguarda il futuro dell’area mediterranea, «i nostri modelli numerici stanno prevedendo per i prossimi decenni un’intensificazione di tali fenomeni di riscaldamento- avverte il ricercatore - soprattutto nei periodi estivi e un aumento di eventi estremi di precipitazioni atmosferiche durante l’inverno. E questo in base a scenari di produzione della CO2 non particolarmente drammatici (A1B nella classificazione dell’Ipcc)». Sull’evoluzione delle temperature marine, «abbiamo una buona quantità di dati storici, visto che i comandanti dei mercantili erano obbligati a riportare le temperature dell’acqua sul giornale di bordo già 150 anni fa. Ora naturalmente possiamo contare anche sui dati satellitari», racconta Salvatore Marullo dell’Enea di Frascati che fa parte del gruppo di ricerca coordinato da Artale.

mune obiettivo, allora arriveremo alla nostra meta: un mondo sicuro, pulito, più sano di quello che abbiamo ereditato, un futuro che sia all’altezza dei nostri figli» è un altro passaggio del presidente Usa che ha dato una forte impronta ecologista a tutta la sua politica. Poi dimostra pragmatismo, riguardo ai Paesi in via di sviluppo, dove andarsene di cancro a 35 anni non è un grosso problema, visto che la statistica vuole che si muoia di fame e stenti molto prima.

Obama riconosce ai Paesi industrializzati la responsabilità di aiutare i Paesi in via di sviluppo nella lotta ai gas serra. A parlare un linguaggio non da «ricchi» dunque. E propone una strada per la crescita sostenibile. «Queste nazioni non hanno le stesse risorse di Usa o Cina per combattere il cambiamento climatico», ma sono quelle più esposte al pericolo, già alle prese con carestie e siccità e la minaccia alle zone costiere. I Paesi sviluppati devono fare la loro parte «con aiuti finanziari e tecnologici» per ridurre le emissioni inquinanti in queste zone. E se a Washington squillano le trombe ambientaliste, a Pechino rispondono con i violini delle promesse, trovando chi si fa portavoce delle intenzioni di Pechino. «In tempi molto brevi la Cina figurerà tra i Paesi in prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici». Ne è convinto Yvo de Boer, il responsabile delle Nazioni Unite per le questioni climatiche. Intervistato dall’Associated Press, ieri, de Boer alla vigilia della conferenza Onu sul clima, ha spiegato che la Cina ha deciso di avviare diversi programmi – in particolare di risparmio energetico, di energie rinnovabili e di veicoli meno inquinanti – che la porterebbero «al livello dell’Unione europea, ben avanti gli Stati Uniti». Un euroentusiamo che speriamo non sia figlio di un certo velleitarismo continentale: puntare a obiettivi che, come direbbero gli americani, aiutano l’eloquio, ma hanno le gambe corte. «La Cina e l’India hanno annunciato dei piani nazionali sul clima molto ambiziosi. Nel caso della Cina, talmente ambiziosi che potrebbero essere considerati all’avanguardia nella lotta contro i cambiamen-


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Ma Pechino parla con lingua biforcuta Se la Cina sostituisse al carbone il petrolio, finirebbero le risorse a disposizione dell’Occidente di Vincenzo Faccioli Pintozzi a Cina «cercherà di ridurre entro il 2020 le emissioni di C02 per punto di Pil di una misura notevole rispetto ai livelli del 2005. Inoltre, ci impegniamo a sviluppare vigorosamente l’energia rinnovabile e quella nucleare». Lo ha dichiarato, davanti a una platea composta da oltre cento capi di Stato, il presidente cinese Hu Jintao nell’ambito del vertice sui cambiamenti climatici in corso ieri al Palazzo di vetro delle Nazioni Unite. Hu ha precisato che il suo governo sta portando avanti enormi sforzi per ridurre le emissioni di anidride carbonica per ogni unità di prodotto nazionale lordo di un «margine notevole» entro il 2020, rispetto al 2005. Pechino continuerà ad agire «con determinazione», ha assicurato il presidente cinese illustrando nuovi piani per l’estensione di programmi di risparmio energetico e ambiziosi obiettivi per la riduzione della «intensità» dell’inquinamento. Hu ha parlato di un importante aumento della superficie boschiva, di «tecnologie eco-sostenibili» e di un consumo pari al «15 percento» sul totale da fonti rinnovabili entro il 2020. Andando oltre le dichiarazioni del presidente cinese, va sottolineato che la Cina non ha mai accettato di porre un limite - di qualunque tipo - al suo consumo energetico. Pechino mette lo sviluppo economico al primo posto e non guarda in faccia nessuno: ha milioni di abitanti che ancora vivono nella più profonda povertà e soltanto con l’industrializzazione può sperare di risolvere la situazione. Alcuni esperti cinesi sostengono che il picco

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ti climatici». «Il vero punto interrogativo – continua de Boer – restano gli Stati Uniti». Non certo per l’approccio di una Casa Bianca, tinta sempre più di verde. Gli annunci di Hu Jintao potrebbero significare una svolta nei negoziati internazionali sul clima, poiché spunterebbero l’arma di chi finora si è

di inquinamento arriverà, procedendo a questi ritmi, entro il 2035.

In ogni caso, ha ricordato alcuni giorni fa il Politburo comunista in seduta plenaria, sia il Protocollo di Kyoto che la Convenzione internazionale sul cambiamento climatico «non impongono alcuna frontiera alle nazioni in via di sviluppo».Va detto però che la Cina è molto sensibile al cambiamento climatico: al momento è già ai minimi livelli per quanto riguarda i livelli di acqua e terra arabile (confrontati con la media mondiale) e sa che l’aumento della temperatura non farà che peggiorare la situazione. Per assurdo, il governo è impegnato nel promuovere un accordo internazionale che regoli le emissioni nocive, ma non vuole rientrarci: chiede che siano le nazioni sviluppate a fare tutto. L’argomento a giustificazione di tale posizione è semplice: i Paesi ricchi sono obbligati a compiere sacrifici perché «sono decenni che inquinano il resto del pianeta con emissioni massicce nell’ambiente». Ora le dichiarazioni di Hu Jintao sembrerebbero cambiare tutto: un atteggiamento conciliante e l’impegno generico a ridurre il proprio sbuffo nocivo nell’aria non passeranno inosservati. Ma cosa succederebbe se il dragone impegnasse la sua produzione industriale in senso “verde”? Se, al posto del tanto nocivo carbone, ci fosse ad esempio il

sempre difeso puntando il dito sull’inazione di Cina e India, per giustificare il rifiuto di firmare il protocollo di Kyoto.

Anche il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon ha denunciato una «lentezza glaciale» nei negoziati per un nuovo trattato internazionale sul do-

petrolio? La risposta è abbastanza semplice: considerando che il fabbisogno energetico interno della Cina è soddisfatto al settanta per cento dal materiale fossile, è ovvio pensare che Pechino aumenterebbe l’importazione di oro nero almeno del cinquanta per cento. Considerando il fatto che quella cinese è l’unica economia al momento in attivo, e che buona parte dell’Africa è oramai colonizzata dagli han, il prezzo del petrolio schizzerebbe alle stelle. Lasciando a terra Stati Uniti e Unione europea. Forse, anche per questo, Hu Jintao e Baraci Obama hanno deciso di incontrarsi in serata per un vertice bilaterale in cui discutere della situazione con meno occhi addosso. La Cina e gli Stati Uniti, insieme, causano circa il quaranta per cento delle emissioni mondiali di anidride carbonica. Per cui qualsiasi accordo mondiale non può prescindere dalla partecipazione effettiva dei due Stati. Peraltro José Barroso, presidente della Commissione europea, ha commentato che «i negoziati sono prossimi a un punto morto». Obama ha annunciato da tempo una politica ecologista, al contrario della chiusura dell’ex presidente George W. Bush, che nel 1997 non approvò il protocollo di Kyoto, ritenendolo poco utile in quanto non impegnativo per nazioni in via di sviluppo, ma molto inquinanti come Cina e India.Tuttora gli Usa dicono di attendersi impegni pre-

Il fossile soddisfa il 70 per cento dell’intero fabbisogno energetico del Paese. E la Cina non rallenterà la crescita

po-Kyoto. «Il cambiamento climatico è la questione geopolitica ed economica dominante del XXI secolo, e sconvolge l’equazione mondiale dello sviluppo, della pace e della prosperità» ha proseguito Ban, che l’altro ieri ha riunito oltre 100 leader mondiali per discutere del dossier ambientale e che ieri ha in-

cisi dalla Cina, prima di impegnarsi a loro volta. Quest’anno la Camera dei Rappresentanti Usa ha approvato una legge che prevede limiti all’emissione di gas serra, la diminuzione del diciassette per cento delle emissioni inquinanti dal 2005 al 2020 e del cinquanta per cento entro la metà del secolo.

Il summit vuole predisporre il terreno per un nuovo accordo per combattere i mutamenti climatici, che si spera di poter siglare all’incontro fissato a dicembre a Copenhagen tra 190 Nazioni. Gli ultimi incontri non hanno avuto esiti, per le divisioni tra i Paesi ricchi che chiedono a tutti di evitare fonti energetiche inquinanti e quelli poveri, o in via di sviluppo, Questi ultimi affermano che l’attuale situazione è soprattutto responsabilità dei Paesi ricchi e che l’utilizzo di tecnologie e fonti energetiche non inquinanti è molto più dispendioso: per cui chiedono in cambio significativi aiuti economici. Per la sua rapida crescita economica e industriale, Pechino ha avuto bisogno di immense quantità di energia, ottenuta soprattutto tramite centrali a carbone, molto inquinanti. Il risultato è che la Cina, seppure si definisca un Paese in via di sviluppo, inquina non molto meno degli Stati Uniti. Il problema sarà ripreso la prossima settimana nell’incontro dei G20 a Pittsburgh, dove si discuteranno gli aiuti economici dai Paesi ricchi a quelli in via di sviluppo per spingerli ad adottare fonti energetiche non inquinanti. Ma le prospettive di un accordo reale non sono per ora incoraggianti.

cassato le dichiarazioni favorevoli di Usa e Cina. Il segretario Ban ha lanciato un appello ai capi di Stato e di governo per «accelerare il ritmo dei negoziati e rafforzare l’ambizione dell’offerta», con l’obiettivo di ottenere un accordo. In tempo per la conferenza di Copenaghen di dicembre. E proprio

sull’argomento in agenda, i francesi hanno voluto mettere un check point a metà strada. ll presidente francese Nicolas Sarkozy ha proposto ieri a New York che i principali Paesi inquinatori si riuniscano «a metà novembre», per precisare i loro impegni in vista del summit in Danimarca.


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La ricetta contro il surriscaldamento terrestre del principale critico del catastrofismo

Meno limiti, più ricerca «Basta fissare obiettivi impossibili da raggiungere, bisogna investire sullo sviluppo di nuove fonti non basate sul carbone» Bjorn Lomborg umentano le prove a sostegno della tesi secondo cui politiche relativamente poco costose, quali l’ingegneria climatica, e la ricerca sulle fonti di energia non fossili possano prevenire efficacemente gli effetti negativi del surriscaldamento globale, tanto a breve quanto a lungo termine. Sfortunatamente, i leader politici che questa settimana si riuniranno a New York per il summit delle Nazioni Unite concentreranno la propria attenzione su una risposta ben diversa: prenderanno molte decisioni su come rispondere al cambiamento climatico nel prossimo decennio.

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Ma la vera domanda a cui deve essere data una risposta è un’altro: vogliamo realmente essere ricordati come la generazione che ha promesso così tanto ma che in si è rivelata incapace di risolvere il problema? I posteri non ci giudicheranno in virtù della nostra retorica, né in base alla maestosità delle nostre promesse; ci giudicheranno in base a quello che abbiamo fatto. Malgrado le sincere promesse di Kyoto, non siamo stati in grado tenere a freno gli aumenti di emissioni dannose, in quanto tagli di tale entità comporterebbero un consistente dispendio di risorse economiche. E il problema continuerà ad acuirsi fintanto che i nostri obiettivi rimarranno viziati da sempre più irrealistiche ambizioni. Una ricerca condotta dall’economista Richard Tol mostra come i tagli alle emissioni di anidride carbonica necessari a scongiurare innalzamenti di temperatura superiori a 2 gradi Celsius nel 2100 potrebbe comportare una spesa pari ad un impressionate 12.9% del Pil mondiale: 40 trilioni di dollari l’anno. Le stime a nostra disposizione indicano che dal 2100 la diminuzione nel

tenore di vita indotta dal surriscaldamento globale sarà pari a 3 trilioni di dollari l’anno. Per ogni dollaro speso nella lotta alle emissioni nocive, insomma, guadagneremmo due centesimi di danni ambientali evitati. La soluzione appare pertanto di gran lunga più costosa del problema. Misure di questo tipo, poi, distolgono l’attenzione dalla necessità di tutelare tutti quegli individui le cui condizioni di vita risultano a rischio a cau-

È immorale costruire una diga per prevenire inondazioni che avranno luogo tra cento anni, quando le popolazioni che oggi ci vivono vicino muoiono di fame

sa dei problemi di oggi. Le nazioni sviluppate sembrano intenzionate ad investire un ingente quantitativo di denaro per salvare poche vite in un futuro remoto invece di combattere piaghe quali la malnutrizione o la malaria che oggi affliggono il mondo. È immorale costruire una diga per prevenire inondazioni che avranno luogo tra 100 anni, quando le popolazioni che attualmente vivono nelle vicinanze di tale diga muoiono di fame.

Eppure i tagli alle emissioni di anidride carbonica costituiscono ormai un mantra delle élite politiche.Anche se i leader mondiali dovrebbero concentrare la propria attenzione sulla ricerca. Per combattere il global warming abbiamo bisogno di scoprire migliori opzioni tecnologiche non basate sul carbone. I legislatori do-

La strategia del professore di Harvard

Diamo vita a un mercato globale delle emissioni e piantiamo alberi che assorbano Co2 di Robert N. Stavins

vrebbero abbandonare i negoziati sulla riduzione di emissioni e siglare accordi che favoriscano seri investimenti nella ricerca e nello sviluppo. Una ricerca condotta dall’economista Chris Green illustra come le fonte energetiche non fossili quali l’energia nucleare, eolica solare e geotermica ci condurranno - stando alle disponibilità attuali - a meno di metà del cammino verso il controllo delle emissioni di carbonio entro il 2050, e solo di poco sulla via della stabilizzazione entro il 2100. I circa 100 miliardi di dollari stornati ogni anno per la ricerca di fonti energetiche non basate sul carbone potrebbero stabilizzare la quota di emissioni e porre sotto controllo le riduzioni di temperatura nell’arco di circa un secolo.

Utilizzando stime conservative, Green afferma che i benefici derivanti da un tale investimento - riduzione del surriscaldamento e maggiore prosperità - comporterebbero una riduzione dei danni indotti dal cambiamento climatico pari a 11 dollari per ogni singolo dollaro investito. Dato che gli investimenti nella ricerca determinerebbero un esborso minore rispetto ai tagli delle emissioni di anidride carbonica, vi sarebbe una maggiore possibilità di arrivare a un accordo politico e una probabilità molto più elevata di mantenere le promesse fatte. Molti temono l’inazione riguardo al surriscaldamento globale. Ma si dovrebbe anche temere l’eventualità di continuare a procedere lungo quell’impervio sentiero fatto di dispendiose promesse non mantenute o che, addirittura, potrebbero rappresentare una piaga ben più dolorosa dello stesso riscaldamento terrestre. Bjorn Lomborg, autore de L’ambientalista scettico, è il critico più feroce alle previsioni dei cambiamenti climatici. È professore alla Copenhagen Business School e direttore del Copenhagen Consensus Centre.

l mondo sta andando verso una catastrofe annunciata: l’aumento dei gas serra. E per evitarla non è necessario che i singoli paesi facciano collassare le proprie economie come paventano i critici della riduzione delle emissioni entro il 2050 (riduzione stimata - per i soli Stati Uniti - prossima all’80%). Il perché è racchiuso in due errori madornali che i detrattori fanno: il primo è che allertano la popolazione dell’immediata necessità di sostituire e ricostruire, nel breve periodo, tutte le infrastrutture, pagando dunque miliardi e miliardi di dollari in pochi anni. Il secondo è che ci mettono davanti a una scelta impossibile: avere più energia ma infinitamente più cara oppure non averla affatto. Le cose non stanno così e andare verso la cosiddetta energia pulita non implica nè che si debba farlo subi-

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Clima rovente/2. Tre risposte d’autore all’appello lanciato da Obama

Come fermare il Grande Caldo? to né che debba essere un’operazione“lacrime e sangue”. La transizione può essere morbida e incidere sui costi delle bollette con dei rialzi minimi, costanti e graduali e interessare le industrie molto lentamente. Questo è possibile grazie a un commercio delle emissioni da cogestire a livello nazionale e internazionale. Le industrie dell’intero pianeta, se il sistema diventasse virtuoso, godrebbero (a seconda della loro grandezza e capacità produttiva) di un portafoglio di emissioni, stabilito di singoli governi nazionali. Portafoglio che può essere implementato o venduto a livello internazionale. Mi spiego: qualora producessero meno emissioni di quanto accordato, possono vendere a qualcun altro il quantitativo eccedente. Qualora invece ne producessero più del dovuto, dovrebbero comprare il diritto all’extra produzione da un’altra compagnia. In aggiunta, avrebbero la possibilità di ac-


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Per l’autore del Global Index bisognerebbe tagliare (troppo) la produzione energetica

Torniamo a vivere come nel 1910? Oggi non ci sono alternative valide all’uso dei combustibili fossili e il passaggio alle nuove tecnologie è ancora troppo costoso di Steven F. Hayward egli ultimi quarant’anni gli Stati Uniti e l’Europa possono vantare un incredibile risultato: sostanziali riduzioni nell’inquinamento atmosferico con un limitato impatto sulla crescita economica e la prosperità. Perché, quindi, non riusciamo a fare altrettanto (e intervenire con successo) sull’effetto serra? Perché i gas serra non rientrano nei classici problemi dell’inquinamento atmosferico. Sono legati all’energia. Il distinguo è fondamentale: l’inquinamento dell’aria è un prodotto collaterale negativo, ma per ridurlo non è necessario limitare l’uso dei carburanti fossili. Negli ultimi decenni, infatti, ne abbiamo raddoppiato il consumo pur riuscendo ad abbattere l’inquinamento. L’anidride carbonica, tuttavia, è il risultato della combustione e fatta eccezione per alcune tecnologie non ancora sperimentate, è impossibile eliminarla. L’unico modo per ridurre le emissioni è bruciare meno combustibile, il che determina una minor produzione di energia. Per raggiungere dunque l’obiettivo prefissato dai difensori del clima, gli Usa, l’Europa e il Giappone dovrebbero sostituire l’intera filiera di infrastrutture energetica incentrata sui combustibili fossili. Per l’America l’obiettivo dell’80 percento significa ridurre le emissioni nocive al livello del 1910, mentre su base pro-capite a quello del 1875.

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La domanda allora diventa: è possibile sostituire i carburanti fossili? Nel suo ultimo rapporto l’agenzia internazionale dell’energia scrive che «pur mettendo da parte la fattibilità politica del 450 Policy Scenario, non è detto che la trasformazione prevista sia tecnicamente possibile, considerando l’uso di tecnologie non ancora comprovate». Il problema è che le attuali alternative energetiche - solare, eolico, bio fossile, idrogeno, nucleare - sono molto più care dei combustibili fossili. Negli Usa, calcoli sull’implementazione di energia a basso o zero carbone si avvicinano ai milioni di miliardi di dollari. Molti si chiederanno quanto ciò peserà sulla crescita economica, l’unica cosa certa è che avrà un effetto negativo. L’energia non è un bene qualunque che può essere sostituito o eliminato. È stata giustamente chiamata la risorsa primaria perché è fondamentale per l’economia. Nessun Paese è mai diventato ricco con un’energia a costo elevato. Certo, ci sono anche dei buoni risultati: negli ultimi anni gli Usa hanno aumentato l’efficienza

quistare dei crediti aggiuntivi qualora decidessero di mitigare l’effetto serra piantando delle foreste, in qualsiasi area del pianeta. Non nego che mettere in moto questa macchina virtuosa sia altamente costoso, ma non abbastanza da porre un freno alla crescita economica. Gli economisti d’altronde sono ormai concordi nel ritenere più sano un sistema basato su una diversificata produzione energetica che il contrario.

I critici argomentano tuttavia che non è possibile incrementare l’efficenza energetica tanto da centrare l’obiettivo di un taglio dell’80% delle emissioni entro il 2050. In parte hanno ragione. L’incremento, da solo, non basterebbe. Ma questo piano ha molti attori e comporta cambiamenti strutturali epocali, di cui l’energia verde è solo un aspetto. E soprattutto ci darebbe la certezza di aver intrapreso la strada giusta e di indirizzare produzione e consumi su una via sostenibile anche nel lungo periodo, ponendo l’intero mondo

energetica pur facendo crescere l’economia. Ma nonostante tutti gli sforzi le emissioni continuano a salire. Raggiungere l’obiettivo del 80 percento entro il 2050 significa triplicare il nostro impegno: praticamente impossibile. Potrebbero arrivare nuove invenzioni tecnologiche, ma il prezzo per l’economia sarà sempre alto. Le raffinerie e gli impianti energetici sono beni di lungo investimento; passare a nuove tecnologie significherebbe rottamarli prima del tempo. È come sostituire la macchina o il tetto di casa prima che siano usurati, con effetti significativi sui nostri portafogli. Alcuni ambientalisti optano per dei cambiamenti graduali, come lo scambio di licenze per la produzione di carbone. Ma si tratta di piani

nazioni emergenti. L’agenzia internazionale per l’energia ricorda, infatti, che i maggiori paesi dell’Ocse «non possono da soli indirizzare il mondo verso la strada del 450 Policy Scenario, anche qualora riducessero a zero le loro emissioni».

La possibilità di coinvolgere le economie emergenti a partecipare all’ambizioso piano contro le emissioni di CO2 sono vicine allo zero. In passato sono stati firmati numerosi trattati internazionali per ridurre l’inquinamento, ma come al solito quando c’è di mezzo l’energia le cose cambiano. Le nazioni in via di sviluppo hanno bisogno di enormi quantità di energia nei prossimi 40 anni. Come potranno mai adottare un’energia a caro costo che nemmeno i paesi ricchi possono permettersi? Alcuni esperti suggeriscono di fornire ai paesi emergenti obiettivi meno ambiziosi con cui iniziare, per poter così raggiungere gli altri. Ma alcune tra le maggiori nazioni in via di sviluppo - che sono anche quelle che producono più gas serra - non sono disposte ad accettare nessun limite. L’India è stata molto categorica, ricordando più volte che parlerà di tetti solo quando il paese sarà ricco quanto il resto del mondo industrializzato. Quante volte Cina e India dovranno dire “no”alla riduzione delle emissioni prima di essere prese alla lettera e credute? Infine, non tiene il ragionamento sul dovere agire oggi per evitare maggiori costi domani. Il mondo futuro sarà più ricco di quello attuale e quindi molto più preparato ad assorbire il prezzo del cambiamento climatico. William Nordhaus di Yale, tra i maggiori economisti del clima, pensa sia ragionevole lasciare concretizzare almeno metà dei danni climatici previsti, visto che tra 40-60 anni il mondo si troverà in una situazione migliore per fare fronte ai conseguenti effetti economici.

Per ridurre il problema si dovrebbe consumare la stessa quantità di energia impiegata all’inizio del secolo scorso. Ma sarebbe un drastico ritorno al passato non sostenibile dalle economie occidentali

basati su previsioni molto ottimistiche sia sui risultati che sui costi. L’emendamento WaxmanMarkey parla della creazione di un sistema internazionale per il commercio delle compensazioni di emissioni, dove spetterebbe al libero mercato tenere stabili i prezzi proteggendo i consumatori americani. Ma gli ostacoli per creare un sistema globale sono quasi insormontabili. Già oggi Australia, Nuova Zelanda e Russia mostrano segni di volere uscire dall’attuale schema di taglio delle emissioni. Il castello di carta sul quale si poggia la diplomazia non può permettersi altri rigurgiti di interesse nazionale. Poi c’è il problema dei paesi in via di sviluppo. Se il mondo ha intenzione di dirigersi verso l’obiettivo dell’80 percento anche nazioni come Cina e India dovranno fare la loro parte nella riduzione dell’inquinamento da gas serra. Perché anche qualora gli Usa e gli altri paesi industrializzati riuscissero a centrare il bersaglio, non ci sarebbe nessun beneficio per il clima a causa delle emissioni crescenti delle

al riparo da sgradite sorprese o cataclismi. Dunque è vero che l’obiettivo del 2050 potrebbe essere disatteso, ma è possibile che questo venga centrato solo pochi mesi dopo. Non solo: il cambio di strategia comporterebbe l’abbattimento delle piogge acide e degli effetti negativi dell’inquinamento atmosferico, con una significativa riduzione di spesa che gioverebbe a tutti. In conclusione: abbiamo bisogno di un accordo globale in grado di ridurre i costi della riconversione attraverso sgravi fiscali alle imprese e capace di istituire un mercato delle emissioni internazionale che agevoli il passaggio alla cosiddetta energia verde. Ma questo va fatto subito. Molti paesi hanno già cominciato un controllo delle proprie politiche energetiche e tale meccanismo dovrebbe essere esteso a tutte le nazioni in modo che il peso della riconversione sia equamente distribuito a livello globale. Cina e Stati Uniti, ad esempio, stanno conducendo incontri bilaterali che potrebbero portare a un accordo importante.

Steven F. Hayward stila ogni anno per il Dipartimento di Stato l’Index of Leading Environmental Indicators. È senior fellow dell’American Enterprise Institute

Se questo accadesse - come sembra possibile - il loro esempio servirebbe da volano a chi è ancora riluttante, come i paesi in via di sviluppo.

Che potrebbero essere incentivati ad aderire a un eventuale nuovo trattato dandogli la possibilità di avvicinarsi a un taglio delle emissioni graduale e indolore. Una misura, quest’ultima, che non dovrebbe essere pres in considerazione dai paesi avanzati, che i tagli dovrebbero cominciarli da domani. Perché una cosa è sicura: più si posticipa l’avvio della riconversione, più alti saranno i costi da sostenere e i rischi da scongiurare. Più si ritarda la riforestazione intensiva del pianeta, più si ritarda la loro capacità di assorbire Co2. E considerando che un albero deve avere almeno dieci anni per “diventare operativo”, il conto è presto fatto. Robert N. Stavins insegna economia e governance ambientale all’Università di Harvard


diario

pagina 6 • 23 settembre 2009

Caso Boffo. Le diverse interpretazioni dell’intervento del presidente della Conferenza Episcopale Italiana

L’equilibrio della Chiesa

Bagnasco non torna indietro, ma senza uscire dai confini della diplomazia di Luigi Accattoli è baruffa tra gli interpreti del cardinale Bagnasco per quanto ha detto lunedì sul caso Boffo: c’è chi l’applaude per lo “schiaffo” a Berlusconi e chi l’apprezza perché si è “smarcato dal gossip” e non è andato “contro il governo”. Io dico che hanno ragione ambedue i cori e che a questo ampio applauso propriamente mirava – forse con buone ragioni – il cardinale.

re» a nome di tutti. Bagnasco non ha detto “Boffo” né “disagio” né “premier” ma la sua argomentazione conteneva tutto questo. In altra pagina ha poi aggiunto il richiamo di chi assume “un mandato politico” alla “misura”, alla “sobrietà” e alla “disciplina”. Davvero non poteva dire di più senza provocare un incidente istituzionale o diplomatico

C’

Bagnasco ha guardato a molti aspetti della questione ma lo specifico della disputa è sull’atteggiamento nei confronti del premier. Le due punte dell’arco interpretativo sono date dal Giornale, che appartiene alla “famiglia”Berlusconi e ha sferrato l’attacco a Boffo, e dalla Repubblica che nella vicenda ha letto l’avvio di uno scontro senza precedenti tra la Chiesa e il governo. «Se qualcuno si aspettava che il presidente della Cei partisse lancia in resta contro il governo è rimasto deluso»: così la sintesi del Giornale, che legge il monito del cardinale come un invito a «giudicare il governo dai fatti». La Repubblica invece argomenta che «non solo la Cei non arretra, nelle sue critiche alla condotta morale di Silvio Berlusconi e all’azione politica del suo governo, ma semmai rilancia». La mia lettura è che il presidente dei vescovi abbia detto tutto ciò che poteva dire senza essere accusato di oltraggio, ma l’abbia detto con il massimo di diplomazia, arrivando a non nominare mai né Boffo, né Avvenire, né Feltri, nè il Giornale, né Berlusconi. Ha definito la vicenda «un passaggio amaro» che «ha finito per colpire un po’ tutti noi». Già questo è dire molto: che cioè si è trattato di un “colpo” contro la Chiesa. Ma poi ha aggiunto – ed è di più – che nonostante lo sconcerto i vescovi non arretreranno: «La Chiesa non può essere coartata né intimidita solo perché compie il proprio dovere». Dunque quando Boffo dava “voce pubblica” al disagio dei cattolici nei confronti del premier non faceva altro che compiere «il proprio dove-

Da cristiano comune mi aspettavo che il cardinale dicesse di meno ma fosse più diretto. Da cronista dei fatti di Chiesa intendo invece la sua scelta, tesa ad accontentare un uditorio vastissimo che va da chi avrebbe voluto una chiara accusa, non essendo soddisfatto di quanto si era azzardato a dire Boffo, a chi non avrebbe voluto né allora la sortita di Avvenire

Ciò che Berlusconi fa nella vita privata non è «indifferente» alla Chiesa ma viene dopo la sua politica Presentato a Roma un «rapporto-proposta» per la scuola italiana

L’educazione secondo Camillo Ruini ROMA. «Abbiamo l’ambizione di raggiungere un’alleanza educativa di lungo periodo con le istituzioni e con tutti coloro che hanno una responsabilità in questo settore». È questo l’auspicio espresso dal cardinale Camillo Ruini, presidente del comitato per il progetto culturale della Cei, che ieri pomeriggio ha presentato il volume «La sfida educativa - Rapporto proposta» sul tema dell’emergenza educativa. «La nostra proposta - ha detto Ruini - è quella di offrire orientamenti e tutti sappiamo la gravità in Italia e nel mondo occidentale dell’educazione. Intendiamo rivolgerci all’agenda dell’Italia, all’intero Paese - ha sottolineato per offrire un contributo, uno

stimolo su un tema urgente». L’ex presidente dei vescovi italiani ha ricordato che si tratta di una «sfida di lungo periodo» ed è per questo che «è necessaria una convergenza che superi gli interessi e le idee. Questo è un invito a

no in non piccola misura dalla difficoltà odierna di fare sintesi su cosa sia l’uomo, perchè è impossibile educare senza rispondere alla domanda “Quale uomo si educa?». Ieri a Roma, alla presentazione del rapporto-progetto, ac-

muoverci in questo senso e i relatori di questa sera indicano i soggetti che vorremmo coinvolgere». Per il cardinale, «le difficoltà attuali dell’educazione nasco-

canto a Ruini erano presenti il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, il direttore della Rai Paolo Garimberti.

né vorrebbe mai che gli ambienti di Chiesa abbiano ad aprire un qualsiasi contenzioso con Berlusconi e il suo governo. Occorre aver presente un punto chiave dell’intendimento degli ecclesiastici, richiamato sottotraccia da Bagnasco: ciò che fa in privato Berlusconi non è affatto per loro “indifferente”ma viene dopo rispetto alla sua politica. Dalla politica del premier gli uomini di Chiesa si attendono vantaggi in materia di promozione della famiglia, difesa della vita, riconoscimento di un’effettiva parità alla scuola privata. È per questa ragione che la disapprovazione del comportamento del premier formulata a proprio rischio da Boffo doveva essere rivendicata dal cardinale quanto al contenuto, ma non poteva esserlo nominalmente. Penso che Bagnasco nella prolusione abbia raggiunto un equilibrio estremo oltre il quale non potrà andare ma che al momento è risultato efficace: dire senza nominare e denunciare senza condannare. www.luigiaccattoli.it


diario

23 settembre 2009 • pagina 7

A Messina 20 medici indagati per il decesso di Giovanna Russo

Il primo cittadino nella bufera dopo “Striscia la notizia”

Influenza A: morta la donna ricoverata a Cesena

Palermo: l’Mpa sfiducia il sindaco Cammarata

ROMA. È morta ieri mattina la donna di 57 anni affetta da influenza A H1N1, ricoverata all’unità di Terapia intensiva dell’Ospedale Bufalini di Cesena dallo scorso 31 agosto a seguito di una grave sindrome respiratoria che ha determinato irreversibili complicanze. Ne ha dato notizia lo stesso ospedale. La donna, affetta dagli esiti di una patologia congenita, era residente in una comunità di Cesena per persone disabili. «Risulta inoltre che la paziente aveva sofferto in precedenza di episodi di broncopolmonite», ha aggiunto l’ospedale, ricordando che «nella stessa comunità si sono verificati altri 10 casi di influenza, di cui 9 risolti senza ricovero ospedaliero e uno recentemente dimesso dal Reparto di Malattie Infettive, dove era stato ricoverato per la presenza di altre patologie che potenzialmente ne potevano aggravare il decorso clinico».

PALERMO. «A due anni dal mandato elettorale, il sindaco può dichiarare il proprio fallimento: il patto sottoscritto con gli elettori è stato disatteso». Lo sostiene una nota del gruppo dell’Mpa al Comune di Palermo che, dopo il servizio mandato in onda lunedì sera da Striscia la notizia (con un dipendente comunale a fare lo “skipper” della barca del sindaco), chiede nuove elezioni. «È da tempo che il Gruppo consiliare dell’Mpa - continua la nota denuncia il grave stato di crisi che sta attraversando la città, che può essere riassunto così: il bilancio è sempre più esangue; gli uffici della Ragioneria non sono in grado di chiudere i conti del consuntivo 2008, provocando la decisione della Regio-

Intanto a Messina, la Procura della Repubblica ha emesso venti avvisi di garanzia nei confronti di tutti i medici che hanno avuto, direttamente o indirettamente, in cura Giovanna Russo, la donna di 46 anni, affetta dal virus A/H1N1, deceduta sabato scorso nell’ospedale Papardo. «La procura ha deciso

di compiere un accertamento a 360° per chiarire con certezza e senza alcun residuo dubbio quale sia stata la causa della morte della donna», ha spiegato il procuratore di Messina, Guido Lo Forte. Ho aperto questa inchiesta sulla base di una notizia giornalistica perché non ho ricevuto, come Procura di Messina, alcuna comunicazione né da parte delle unità sanitarie, né da parte dei familiari». A tranquillizzare gli italiani è stato il viceministro della Salute Fazio, che nel corso dell’audizione in Commissione Affari sociali alla Camera, ha sottolineato che la «sintomatologia è più lieve di quella stagionale», tanto che ci saranno alcuni che contrarranno il virus senza neanche rendersene conto.

«Non facciamo accordi nazionali con nessuno» Casini lo ha ribadito all’assemblea degli amministratori Udc di Franco Insardà

ROMA. «Noi non facciamo accordi nazionali con nessuno, perché pensiamo che Pd e Pdl siano due finti partiti». All’assemblea nazionale degli amministratori locali dell’Udc di ieri a Roma Pier Ferdinando Casini continua a ribadire che alle prossime Regionali si potrà discutere su accordi territoriali. E proprio perché consapevoli del ruolo decisivo che potranno recitare alle prossime regionali l’Udc si organizza. Il segretario Lorenzo Cesa, dopo aver ribadito la posizione del partito e le critiche all’attuale maggioranza già espresse agli Stati Generali di Chianciano, ha annunciato che nei primi dieci giorni di novembre si svolgeranno le assemblee programmatiche regionali nelle quali «valuteranno le scelte da compiere nelle tredici Regioni dove si andrà al voto». L’auspicio è che ci sia una condivisione delle scelte tra la dirigenza nazionale e quelle territoriali. Un primo appuntamento importante per i dirigenti locali dell’Udc è rappresentato dalle assemblee regionali e da quella nazionale dell’Anci (l’associazione nazionale comuni italiani) che si svolgerà a Torino dal 7 al 10 ottobre per rinnovare le cariche. Intanto alcune assemblee regionali dei comuni si sono già svolte in d’Aosta, Valle Friuli Venezia Giulia, Molise, Puglia, Basilicata e in Sardegna. Domani si voterà in Liguria e Sicilia e nei prossimi giorni nelle altre regioni. All’assemblea nazionale degli amministratori locali sono intervenuti anche alcuni rappresentanti dell’Udc all’interno dell’Anci e dell’Upi: Enrico Di Giuseppeantonio, vicepresidente dell’Anci e da poco presidente della provincia di Chieti, Franco Antoci, vicepresidente dell’Upi e presidente della provincia di Ragusa e Alvaro Ancisi, vicepresidente vicario del consiglio nazionale dell’Anci. E come ha sottolineato il responsabile degli enti locali del partito, Maurizio Ronconi «quello dell’Anci è un appuntamento importante dal momento che la in presenza degli amministratori Udc sul territorio è molto radicata e abbiamo verifica-

to che molti eletti con le liste civiche fanno riferimento al nostro partito e vanno valorizzate nell’ambito dell’Anci». L’obiettivo del partito è creare una rete di amministratori locali che rappresenteranno anche la base territoriale. L’elezione degli organi dell’Anci risulta quindi fondamentale in questa strategia, visto che, denunca Ronconi è in atto «un tentativo sia del Pdl sia da parte del Pd di accordarsi, dal momento che le regole per le elezioni sono maggioritarie e premiano i partiti più grandi a discapito proprio dell’Udc». Insomma anche per le lezioni delle assemblee di Anci e di Upi (Unione province italiane) il nemico da sconfiggere per i centristi è il bipolarismo.

Ma nel mirino dell’Udc c’è poi il disegno di legge sugli enti locali predisposta dal ministro leghista per la Semplificazione, Roberto Calderoli, che arriverà presto in Parlamento. «C’è il tentativo - ha aggiunto Ronconi - di rafforzare da una parte i compiti delle province e contestualmente restringere la base rappresentativa, nel senso che il numero dei consiglieri provinciali e comunali si riduce drasticamente. L’obiettivo è palese: si vuole accelerare sul bipolarismo, cercando di espellere le forze intermedie». Ma Pier Ferdinando Casini è ritornato sul punto fondamentale sul quale si dibatte ormai da mesi: «È assurdo accusare noi di essere il partito dei due forni.Vorrei ricordare che non eravamo al governo con Prodi né lo siamo con Berlusconi. C’è la necessità - ha detto il leader udc - di cambiare questa politica italiana: da una parte sono al laccio di Di Pietro e dall’altra della Lega, che sembra avere i nostri destini in mano. Bisogna cambiare: un centro moderato, serio, un partito che pensa agli italiani non alle beghe di qualcuno e che deve essere svincolato da alleanze prestabilite». Insomma il messaggio è chiaro: alleanze variabili per poter lottare contro il bipartitismo, reagire ai ricatti e affermare l’autonomia politica dell’Udc.

Il segretario Lorenzo Cesa ha annunciato che entro il 10 novembre si svolgeranno le assemblee programmatiche regionali

ne di nominare un commissario ad acta che ha diffidato il Consiglio Comunale, il quale, a sua volta, non ha potuto neanche esaminare l’importante strumento finanziario; le Società partecipate hanno provocato un disastro finanziario alle casse del Comune; le infrastrutture e grandi opere pubbliche sono ferme da più di due anni; la mancata manutenzione della città e soprattutto l’obsolescenza del sistema fognario continuano a creare disastri ambientali che rendono invivibile gran parte della città; il sindaco è così lontano dalla città tanto che non si presenta da due anni in Consiglio Comunale per l’obbligatoria relazione annuale; ingenti somme, oltre 50 milioni di euro, destinate ai servizi sociali ed ai meno ambienti, giacciono inutilizzate alla Regione».

Sempre ieri, anche l’Italia dei Valori e il Partito democratico hanno chiesto le dimissioni del primo cittadino. Sonia Alfano, europarlamentare dell’Idv, ha annunciato la presentazione di un esposto alla magistratura, chiedento a Cammarata «un atto estremo di dignità: le dimissione». E il gruppo del Pd al Comune, dopo una riunione convocata d’urgenza, ha deciso di presentare una mozione di sfiducia nei confronti del sindaco.


pagina 8 • 23 settembre 2009

economia

Recessione. In un clima di grande euforia il governo vara il suo piano contro la crisi. «Non c’è stato il solito assalto alla diligenza», dice Berlusconi

La finanziaria leggera Assenti le risorse per gli aumenti degli statali. Scudo fiscale esteso al falso in bilancio di Francesco Pacifico

ROMA. I suoi colleghi gli hanno chiesto risorse per 15 miliardi di euro. Ma Giulio Tremonti, come già avvenuto nel 2008 e nella scorsa primavera, ha rispedito al mittente tutte le pretese. La Finanziaria per il 2010 – o meglio, «la fotografia del bilancio», l’avanzamento delle misure previste della manovra triennale 2010-2012 – avrà un peso vicino a 5 miliardi di euro. E di questi 3,4 sono destinati all’indennità di vacatio contrattuale (non agli aumenti) per il pubblico impiego. Silvio Berlusconi – in un rito che si ripete a ogni intervento sulla finanza pubblica – ha ringraziato pubblicamente il suo responsabile dell’Economia. «Tutti i ministri», ha detto, «sono soddisfatti per il suo modo di procedere. È apprezzato e circondato dal totale consenso». In realtà ogni componente del governo o della maggioranza sa bene che l’ultima manovra leggera, anzi leggerissima, di Tremonti ha scarsissimo valore contabile, se non nullo dal punto di vista politico. Che questo testo di 3 soli articoli potrebbe essere riscritto in Parlamento, quando sarà più chiaro il quadro della finanza pubblica.

Livello di autotassazione nel terzo trimestre, primi dati sugli incassi dello Scudo fiscale, ordinativi per le imprese con i conseguenti impatti sull’occupazione e sulle risorse per gli ammortizzatori sociali, quando sarà chiaro tutto questo – cioè se ci sono soldi in più in cassa – allora si inizierà a discutere sul serio di politiche espansive e anticicliche. E i dossier aperti sono innumerevoli: ripristino per gli incentivi alla rottamazione delle auto, conferma per i bonus destinati alle ristrutturazioni, detassazione per il secondo livello contrattuale, piani per il Mezzogiorno fino alla tanto agognata (ma complessa) sforbiciata fiscale. Qualche ipotesi però la si può fare guardando ai dati diffusi dall’Istat sulle forze di lavoro nel secondo trimestre 2009: nel pieno della crisi gli occupati sono diminuiti di 378mila unità rispetto allo stesso periodo del 2008, ma la riduzione si concentra al Sud dove sono stati persi 271mila posti. Nota l’economista e parlamentare del Pdl, Giuliano Cazzola: «Il dato peggiore, e che si registra nel Mezzoggiorno, è dovuto molto probabilmente a sommersione. Al Nord tutto sommato regge, al Centro invece è cresciuta». È vero che l’occupazione è un indicatore rallentato – quindi gli effetti del secondo trimestre horribilis verrano spalmati sugli ultimi mesi dell’anno – ma il fatto che il numero dei posti non sia crollato nelle aree più produttive del Paese «fa sperare in una ripresa negli ordinativi dall’estero in autunno». Nella logica di recuperare munizioni da utilizzare per accelerare la ripresa dei settori più interessati dall’export vanno registrate poi le modifiche allo scudo fiscale decise ieri dalle commissioni Bilancio e Finanze del

I dati dell’Istat sulla distribuzione del reddito dal 2000 al 2007

Sorpresa, il Sud comincia a correre di Gianfranco Polillo segue dalla prima Gli ultimi dati disponibili, a livello aggregato, parlano di un Italia diversa. Stiamo parlando delle ultime rilevazioni dell’ISTAT sulla distribuzione territoriale del reddito prodotto tra il 2000 ed il 2007. Se fossero vere le tesi del dualismo, era lecito aspettarsi un forte allargamento della relativa forbice. Un Nord ancora proiettato verso un maggior, seppure relativo, benessere. Un Sud agonizzate e sull’orlo di un baratro. Ma per fortuna non sembra essere così. La sorpresa è che il ragionamento va rovesciato. Soffrono i territori del Nord sotto la spinta di una lunga afasia. Migliorano le condizione di vita della gente del Sud. Naturalmente lo scarto è ancora millimetrico. Denuncia, tuttavia, un’inversione di tendenza che, se si consolidasse, fornirebbe una chiave interpretativa inconsueta.

I dati. Dice l’Istat: dal 2000 al 2007 il tasso di crescita del PIL nominale, nel Mezzogiorno, è stato del 29,5 per cento. Quello del Centro nord del 28,3. Un punto di differenza non fa primavera, ma è comunque un indizio. Il centro – Italia ha visto una performance ancora migliore: con un tasso di crescita del 32,7 per cento. I divari rimangono, ma le differenze, seppure in modo impercettibile, si riducono. Diventano però più significative se si analizzano i valori del reddito pro-capite. In questa nuova graduatoria, il Centro-Nord si colloca addirittura in coda, con una crescita del 21,2 per cento. Mentre il Mezzogiorno sale in testa (25,7 per cento) superando anche l’Italia centrale (24,6 per cento). Come spiegare questo apparente paradosso? Una prima risposta è relativamente semplice. Il reddito pro-capite del Mezzogiorno cresce di più, perché diminuisce il denominatore. È la conseguenza di una ripresa dei flussi di emigrazione, come denunciato

ancor recentemente dal rapporto Svimez. Diminuiscono le bocche da sfamare ed arrivano le rimesse dei lavoratori che si sono trasferiti. Più complessa, invece, l’analisi strutturale. Quelle rilevazioni sono coerenti con l’ipotesi si una crescente diffusione, verso il basso dello Stivale, dell’attività produttiva. All’origine del fenomeno l’eccessiva congestione delle zone di più antico insediamento produttivo e quindi la ricerca di terre libere da occupare.

Ma per il Mezzogiorno esiste una ragione in più. Prima del 2000, la crescita dei Paesi rivieraschi del Mediterraneo non superava la media annua del 3 per cento. Ritmo di tutto rispetto, ma poi non così lontano dai valori medi europei, specie se si considera l’ottima performance dei Paesi liberati dalla piaga del comunismo. L’inversione di tendenza si è avuta dopo la crisi indotta dall’attentato alle Torri Gemelle. Da allora e per tutto il 2008 il tasso di crescita di quell’area, che va dalla Turchia al Marocco, è quasi raddoppiato, mettendo a segno un valore annuo medio vicino al 4,5 per cento, mentre l’Europa regrediva. Il decollo produttivo del Mediterraneo non poteva non avere un effetto di traino sullo stesso Mezzogiorno, che ha visto stabilizzarsi il suo tasso di sviluppo ad un valore medio più alto del passato, nonostante la crisi più complessiva dell’economia nazionale. Si è trattato – com’era avvenuto del resto per il Nord est a partire dagli anni ’90 – di un processo spontaneo, ancora debole ed incerto; ma che una nuova politica per il Mezzogiorno (infrastrutture, legalità, fisco di vantaggio) potrebbe consolidare e valorizzare. Negli anni passati si parlava del «Mezzogiorno come grande opportunità». I dati sembrano dare basi più solide a quest’immagine retorica. Speriamo solo che la politica ne sappia far tesoro.

Senato. Lo scudo infatti sarà esteso anche in caso di falso in bilancio. Salvacondotto quindi per una serie di reati tra i quali il reato di false comunicazioni sociali. Unico paletto rispetto al testo proposto dall’estensore dell’emendamento, il senatore pidiellino Salvo Fleres, la preclusione del condono a chi ha procedimenti penali in corso alla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto anticrisi, cioè al 5 agosto scorso. Tremonti ha già annunciato che le risorse provenienti dalla sanatoria sui fondi all’estero finiranno in un apposito fondo che

Il Tesoro rivede al rialzo le stime del Pil 2009: non più - 5,2 ma -4,8 per cento. Crolla l’occupazione al Sud: nel secondo semestre persi 271mila posti sarà in capo a Palazzo Chigi. Guarda caso lo stesso stratagemma usato quando litigava con il collega Claudio Scajola e con le Regioni per i fondi Fas destinati a tamponare la crisi finanziaria.

Così è probabile che ci si muova a colpi di decreti a copertura delle misure più attese dalle parti sociali. Infatti il ministro, presentando la manovra alla stampa, ha scandito: «In autunno vedremo fino all’ultima finestra quando sarà possibile fare». Quindi ha citato, tra le priorità in attesa di rifinanziamento, «l’università, le missioni di pace e il 5 per mille. Ed è certo che prorogheremo il bonus sulle ristrutturazioni ma non è questa la sede». Ha capito l’antifona Raffaele Bonanni, che ieri ha presentato la sua lista della spesa al governo. Il segretario generale della Cisl ha spiegato che la «Finanziaria deve essere raddrizzata con più investimenti». Soldi da recuperare con un progressivo spostamento della tassazione sui consumi e che devono essere indirizzati «sulle infrastrutture, sull’energia e sull’istruzione, su misure fiscale per dare più soldi a lavoratori e pensionati». E da via Po si rilanciano la defiscalizzazione della tredicesima e degli aumenti stabiliti in fase di contrattazione di secondo


economia

23 settembre 2009 • pagina 9

Dai contratti alla poltiica del governo: nuovo dialogo con la Cgil

Ora anche Bonanni cerca l’unità sindacale di Alessandro D’Amato

ROMA. «È un primo passo importante per

livello. Ben sapendo che è quest’ultima in pole position. In questa logica di attesa rischia di creare meno ripercussioni anche la decisione del governo di non inserire in manovra l’entità delle risorse per i rinnovi dei contratti dei dipendenti statali e parastatali. In Finanziaria, infatti, ci sono soltanto i 3,4 miliardi destinati nel triennio come indennità di vacanza contrattuale al settore statale e a quello non statale. Segnala Carlo Podda, il potente leader della Funzione pubblica della Cgil: «Anche volendo non potrei mai firmare un contratto di lavoro dove c’è un aumento di venti euro lordi al mese. L’Aran non lo certificherebbe mai». Quindi, non lasciando più spazio all’ironia, richiama «Cisl e Uil per una mobilitazione comune». Applicando le nuove norme contrattuali e il calcolo degli aumenti attraverso l’indice inflattivo Ipca, il governo dovrebbe destinare circa 5,9 miliardi di euro alla categoria nel prossimo triennio. Quasi due miliardi in più secondo Corso d’Italia che non ha firmato la nuova piattaforma sui contratti. È probabile che la Cgil proclami una giornata di sciopero generale, ma non è detto che Cisl e Uil la seguano. Spiega il segretario confederale di via Po, Gianni Baratta: «Tremonti ha detto di voler utilizzare le risorse in più per esigenze sociali. La prendo come una volontà di trovare le risorse necessarie per i rinnovi. Quindi ci fidiamo delle parole del ministro, aspettando i fatti quando arriveranno i primi dati sull’incasso dello scudo». Ma più che nelle parole del ministro si confida nella ripresa degli ordinativi. Che già s’intravede nei numeri del governo. Ieri Tremonti ha comunicato di aver rivisto al rialzo il Pil 2009: non più -5,2 ma -4,8 per cento, portando a +0,7 le stime sulla crescita del 2010. Ora si attende la vidimazione di Bankitalia.

Giulio Tremonti ieri ha presentato la legge finanziaria che è stata subito contestata da Raffaele Bonanni della Cisl e da Guglilmo Epifani della Cigil

quel settore, ma è anche la strada che indica che è possibile aderire tutti e recuperare l’unità». La parola «sindacale» non la pronuncia forse per scaramanzia, Raffaele Bonanni, ma tutti capiscono a cosa si riferisce: alla ritrovata, per ora, armonia tra Cgil, Cisl e Uil. La firma del contratto degli alimentaristi «è il primo contratto dopo l’accordo interconfederale firmato solo da Cisl e Uil con le associazioni imprenditoriali – aggiunge il segretario –. Sono molto soddisfatto perché l’accordo interconfederale è stato recepito nella sua totalità nel contratto degli alimentaristi con anche la firma della Cgil». Non che non sia servita anche stavolta una quota abbastanza ampia di trattative: «Abbiamo speso quattro mesi per applicare la triennalità e un altro lasso di tempo per applicare il secondo livello territoriale pur di avere la firma di tutti».

Compromessi, dunque, ma necessari fanno sapere dalla Cisl, per ritrovare il filo diretto con Guglielmo Epifani che si era perso per strada. E che alla Cgil costano, specialmente visto che il sedicesimo congresso è alle porte: a marzo, quando via Po si riunirà, la rete 28 aprile che si riconosce nel segretario della Fiom Giorgio Cremaschi, darà battaglia. E uno degli argomenti sarà di certo il (nuovo) “collateralismo” con Cisl e Uil, che l’ala più estrema del sindacato rosso vede come il fumo negli occhi. E non a caso Bonanni ha sottolineato che il passo indietro l’ha compiuto la Cgil: «L’accordo recepisce totalmente la riforma del modello contrattuale che la Cgil non aveva condiviso – sottolinea – dunque quello di oggi è un esempio di come è possibile firmare accordi insieme mantenendo la coerenza con l’accordo interconfederale». E non a caso, nella chiusura, ha citato il fronte delle tute blu: «La nostra pazienza ha avuto un primo risultato importante, spero che anche i metalmeccanici seguano la stessa strada». Il riferimento è significativo, visto che per ora la Fiom non ha alcuna intenzione di seguire Fim e Uilm, anzi: ha proclamato da sola lo sciopero del 9 ottobre, di fatto sancendo la grande distanza con le altre due associazioni sindacali. Una distanza che sarà molto più difficile colmare rispetto al contratto degli alimentaristi. Nel frattempo, però, il tempo stringe: ieri l’Istat ha pubblicato i dati sull’occupazione nel secondo trimestre. Rispetto allo stesso periodo del 2008 l’occupazione cala di 241 pari mila unità, all’1% secco. Rispetto al periodo gennaiomarzo 2009, al netto dei fattori stagionali, l’offerta di lavoro si riduce dello 0,2%. Il numero di occupati risulta pari a 23.203.000 unità, in

forte calo su base annua (-1,6 per cento, pari a -378.000 unità). È il dato peggiore dal secondo trimestre del 1994. Un risultato frutto della persistente e consistente caduta dell’occupazione autonoma delle piccole imprese, dell’accentuarsi del calo dei dipendenti a termine e della nuova riduzione del numero dei collaboratori. Il tasso di occupazione della popolazione tra 15 e 64 anni è sceso dal 59,2% del secondo trimestre 2008 all’attuale 57,9%. Cresce invece il numero dei disoccupati, che sono 1.841.000 unità (+137.000 unità, pari al +8,1%). Il tasso di disoccupazione aumenta, passando dal 6,7% del secondo trimestre 2008 all’attuale 7,4%. Un crollo più visibile al Sud (-4,7%) e “drogato” dalla cassa integrazione: senza ammortizzatori, il dato sarebbe peggiore.

Numeri che fanno paura anche alla Cisl: «Nessuno deve stare senza reddito e bisogna

Il Segretario della Cisl applaude alla firma «unitaria» nel comparto alimentare: una vita da seguire, anche per isolare la componente “rossa” di Cremaschi stringerci di più a difesa di lavoro e occupazione – ha detto Bonanni - l’anno scorso il nostro ufficio studi calcolò che ci sarebbero stati 700 mila nuovi disoccupati. Ora siamo a 500 mila e speriamo di non superare quel numero, di essere all’ultimo miglio senza che arrivino ulteriori colpi di frusta». Poi è arrivato il pungolo al governo: «La Finanziaria deve essere raddrizzata con più investimenti sulle infrastrutture, sull’energia e sull’istruzione e bisogna attuare misure fiscale per dare più soldi a lavoratori e pensionati. E gli aiuti alle imprese bisogna darli solo a chi investe davvero e non licenzia”. E il segretario ha proposto defiscalizzazione della tredicesima e della contrattazione di secondo livello nell’immediato, mentre in prospettiva “bisogna abbassare le aliquote su redditi da lavoro e sulle pensioni, spostando la pressione fiscali sui consumi in particolare dei beni di lusso che in questa crisi non hanno conosciuto crisi». A via XX Settembre prendono nota.


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diario

Respingimenti. Le Procure di Torino e Bologna fanno ricorso all’Alta Corte per dirimere l’irrazionalità del nuovo reato

Il paradosso dei clandestini Fioccano le eccezioni di costituzionalità per la legge Maroni di Marco Palombi

a Corte costituzionale di questi tempi è il centro della vita politica italiana. Questo è vero non solo per quanto riguarda i fatti, per così dire, privati del presidente del Consiglio – il lodo Alfano che ha finora bloccato il processo Mills e che, restando in vigore, fermerà pure quello sui diritti cinematografici – ma anche per il fiore all’occhiello del cattivismo della Lega: il reato di clandestinità, tecnicamente l’articolo 10 bis, punito – giova ricordarlo – con una sanzione pecuniaria dai 5mila ai diecimila euro. Sono passati pochi giorni dalla fine del periodo estivo che già in Procure e Tribunali hanno cominciato a fare i conti con l’irrazionalità – abbondantemente prevista – delle nuove norme. Risultato: sono state subito presentate tre eccezioni di costituzionalità sul reato provenienti dai Tribunali di Bologna, Pesaro e, ieri, di Torino. Il fatto è che la contraddizione insanabile tra il desiderio di ributtare a mare i clandestini – che è la più vera aspirazione di una parte dell’attuale maggioranza – e la permanenza, ancorché sempre più labile, dello stato di diritto nel nostro Paese stanno producendo un delirio burocratico nell’amministrazione della giustizia che non fa che penalizzare il contrasto alla vera criminalità. Per questo alla Consulta cominciano a piovere i ricorsi per incostituzionalità e le motivazioni, come spiegheremo di seguito, non sono affatto pretestuose.

coattiva in via amministrativa» serve proprio a questo: l’ambito di applicazione del nuovo reato è quindi lo stesso dello strumento, non penale, che esisteva già. Senza contare, fanno notare i magistrati, che manca del tutto l’effetto deterrente della pena: se uno ha rischiato la vita per arrivare in Italia spinto dal bisogno non si farà certo spaventare da una multa che non sarà comunque in grado di pagare. Siccome al ridicolo non c’è fine, però, se il condannato non paga, la pena può essere convertita nella detenzione domiciliare (in una casa che non ha) oppure in un lavoro di pubblica utilità, dando cioè al clandestino il permesso legale di rimanere in Italia.

L

Secondo un principio condiviso nei paesi civili e sancito da innumerevoli sentenze della Cassazione, il diritto penale è l’extrema ratio di una società: si interviene, cioè, attraverso una sanzione penale solo quando lo scopo che ci si prefigge non è ottenibile in altra maniera. E qui veniamo al reato di clandestinità. In primo luogo è “irrazionale”. Qual è lo scopo di questa legge? Si chiede la

Il reato di clandestinità, per come è strutturato, è poi in contrasto pure con altre norme penali e quindi viola l’articolo 3 introducendo «disparità di trattamento» per situazioni analoghe. Finora il clandestino commetteva un reato quando, ricevuto l’ordine di allontanamento del questore, non se ne andava entro 5 giorni e «senza giustificato motivo» (art. 14 V comma Dlgs 286/98). Queste due condizioni sono l’unica ragione per cui la Consulta non ha bocciato questa norma nella sentenza 5/2004, solo che non ve n’è traccia nella nuova legge: un minuto dopo che il permesso di soggiorno è scaduto il cittadino stranie-

Contraddizioni con altre norme, disparità di trattamento; e poi non si punisce un comportamento, ma una condizione personale Procura di Torino. Come si evince da alcune norme accessorie (l’espulsione è considerata una «sanzione sostitutiva» e sospende l’azione penale), il fine dell’articolo 10 bis è l’allontanamento dello straniero irregolare dal territorio italiano. Domanda: l’istituzione di una nuova figura di reato penale era l’unica via possibile? Risposta: nient’affatto. La cosiddetta «espulsione

ro ha già commesso il reato previsto dall’articolo 10 bis («soggiorno illegale nel territorio dello Stato«). A rendere ancor più bizzarra la faccenda c’è il fatto che se il clandestino viola l’ordine del Questore, interviene la magistratura ordinaria e quindi l’imputato può godere, se gliela concedono, della sospensione cautelare della pena, possibilità non prevista per chi commette il reato di clandestinità, appannaggio dei giudici di pace. L’irrazionalità è evidente: potrebbe succedere che a un condannato per il 10 bis che non si riesce ad espellere (succede continuamente:

mancano i soldi, mancano i documenti, manca un accordo col Paese di provenienza) venga poi concesso un «giustificato motivo» per rimanere sul territorio italiano dal successivo processo ex articolo 14. Pazzia pura. Secondo le toghe torinesi, il reato di clandestinità viola la Costituzione anche perché punisce non un comportamento, ma «una condizione personale». La stessa Consulta ha già dichiarato più volte (fin dal 1968 e, in particolare, nella sentenza 78/2007) che la permanenza irregolare sul territorio italiano non può essere considerato un fattore di pericolosità sociale, tanto è vero che ha autorizzato l’accesso anche ai clandestini alle misure alternative al carcere. I magistrati coordinati da Giancarlo Caselli sottolineano pure la violazione dell’articolo 2 della Carta, che «riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». In una sentenza del 1995 su quello che un tempo si chiamava accattonaggio, la Corte scriveva parole che sembrano pensate per oggi: «Non si può non cogliere con preoccupata inquietudine l’affiorare di tendenze, o anche soltanto di tentazioni, volte a nascondere la miseria e a considerare le persone in condizioni di povertà come pericolose e colpevoli».

La Procura di Bologna , dal canto suo, ha voluto usare anche altri argomenti: ha sottolineato come la nuova norma sia “discriminatoria” perché riserva un trattamento di favore alle badanti rispetto alle altre categorie di lavoratori clandestini ed è in contrasto anche con l’articolo 97 della Carta, secondo cui attraverso le leggi devono essere «assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione». Non è una questione da poco: passato il lodo Alfano – e l’eventuale «cavillino o cavillone» per ripresentarlo in caso di bocciatura – si potrà sapere se il diritto e i diritti in Italia sono ancora universali o spetta al potere politico del momento concederli a suo uzzolo.


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Una ricerca fotografa il 2008 e fa le previsioni per il 2009

Ma nel Pd Anna Finocchiaro contesta Dorina Bianchi

Censis: meno immigrati ma più discriminati

Dal Senato sì unanime all’indagine sulla Ru486

ROMA. Diminuiscono le assunzioni fra gli immigrati che fanno sempre più figli degli italiani e aumentano le discriminazioni nei loro confronti. Sono alcuni dati che emergono dall’ultimo Rapporto «International Migration Outlook» del Censis che, in qualità di corrispondente per l’Italia, ogni anno raccoglie e analizza i principali dati disponibili sul fenomeno migratorio per l’Ocse. «Le imprese italiane hanno ridimensionato le previsioni di assunzione di personale immigrato: 92.500 nuove assunzioni per il 2009, contro le 171.900 che erano state previste per il 2008», si legge in una nota del Censis che presenta il rapporto al Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. «Si registra un aumento degli sfratti per morosità a causa dell’aumento del canone o della perdita del lavoro (soprattutto al Nord, dove le famiglie immigrate rappresentano il 22% del totale delle famiglie sfrattate). Allo stesso tempo - continua la nota - si è fermata la corsa al mattone degli immigrati: tra il 2007 e il 2008 gli acquisti di immobili da parte di immigrati sono diminuiti del 23,7% interrompendo un ciclo di crescita che durava da quattro anni».

ROMA. Via libera della commissione Sanità di Palazzo Madama alla proposta di una indagine conoscitiva sulla pillola abortiva RU486. Nell’ufficio di presidenza della commissione, infatti, i gruppi parlamentari si sono espressi all’unanimità e, dunque, non c’è stato bisogno neanche di un voto in commissione. Ai lavori ha partecipato il viceministro del Welfare Ferruccio Fazio. Nell’illustrare la decisione, il presidente della commissione Antonio Tomassini ha garantito che l’indagine «sarà sobria e tecnico-scientifica». L’indagine che durerà 60 giorni e avrà 2 relatori: Raffaele Calabrò e Dorina Bianchi, rispettivamente capigruppo del Pdl e del Pd. Una scelta, quest’ultima, su

Crisi anche per le rimesse che gli immigrati inviano mensil-

«No Travaglio, No Annozero» L’aut-aut di Santoro a 48 ore dalla messa in onda di Francesco Capozza

ROMA. «Marco Travaglio ci sarà, se non c’è lui non c’è Annozero. Questo programma e Travaglio sono la stessa cosa». Michele Santoro lancia l’ultimatum alla Rai. Se non verrà firmato il contratto del suo più prestigiso (e discusso) collaboratore, il programma (che dovrebbe partire domani, 24 settembre) non andrà in onda. «Travaglio - ha proseguito Santoro nella conferenza stampa di presentazione ieri pomeriggio - è irrinunciabile. Travaglio ha dichiarato da parte sua di non essere però ancora stato chiamato dall’Azienda per firmare il contratto». Santoro, parla di quasi tutti i «contratti firmati solo una settimana prima dell’inizio del programma», di troupe al completo solo tre giorni prima «in un programma che ha come core business l’inchiesta filmata». Dietro questi «ritardi organizzati», il conduttore legge un piano preciso. Ovvero «un attacco alle punte del servizio pubblico, ai programmi che ne incarnano lo spirito: le trasmissioni indicate da Berlusconi a Porta a Porta come fatte da “farabutti” hanno tutte dei grossi problemi». Poi è toccato allo stesso Travaglio. Che si è detto «mortificato» per tutta la situazione. Ma non rinuncia ad attaccare: «Oggi in tv entrano assassini, stupratori e canari ma nessuno mi ha spiegato cosa ho fatto di male, essendo tra l’altro incensurato. Almeno aspettino che io faccia qualcosa».

mi tecnici legati al fatto che Santoro ha chiesto delle troupe particolari e degli operatori esterni» minimizza poi Liofredi a proposito del ritardo nei contratti. Però, in una lettera al direttore generale del servizio pubblico, Mauro Masi, si era voluto togliere dalla mischia ritendendo «Masi l’unico titolato a poter decidere in merito ai contratti degli autori e collaboratori dei programmi».

Da ricordare, in proposito che Santoro avendo la carica di direttore, come stabilisce il regolamento interno della tv di Stato, dipende direttamente dal direttore generale, così come ogni decisione sul suo programma, che va in onda anche con il concerto del responsabile di rete. A questa precisazione Santoro esplode: «Il direttore di rete è un bugiardo. Ed è libero di querelarmi se vuole, ma non gli conviene». «Nessuna querela» è stata la pronta replica di Liofredi, cui è seguita un’ennesima controreplica del giornalista: «Non lo fare perché tanto non ti conviene, la verità è che le troupe le abbiamo avute ieri». Un clima evidentemente teso, dunque, che il consigliere di amministrazione Rai in quota democratica, Nino Rizzo Nervo, sintetizza così: «Questa conferenza stampa è il simbolo dell’anomalia italiana dove un direttore di rete presenta una trasmissione che di fatto non condivide». Nell’attesa di sapere se le telecamere di Annozero si accenderanno, il titolo della prima trasmissione è già pronto: si chiamerà Farabutti e parlerà della libertà di informazione. Ma solo con Travaglio; senza la sua partecipazione niente Annozero. C’è da credergli? Sono in molti a giurare, all’interno della Rai, che c’è stato un momento in cui proprio Santoro avrebbe rivendicato il diritto di essere la vera star del programma. Ora difende questo ruolo per Travaglio. Curioso, quanto meno. Di sicuro, tra i due litiganti il terzo (anche senza contratto) gode: Travaglio, infatti, con questa scaramuccia ha certamente guadagnato il proscenio mediatico a meno di 24 ore dall’uscita de Il Fatto quotidiano.

«La Rai ha firmato i contratti all’ultimo minuto per rendere più difficile il lavoro di preparazione della trasmissione»

mente nel loro paese d’origine: diminuisce del 10% la cifra pro capite (155 euro nel 2008 a fronte dei 171 del 2007) e rallenta il ritmo di crescita dell’ammontare complessivo delle rimesse (6,4 miliardi di euro nel 2008). «Le difficoltà legate alla crisi avvertite dagli italiani possono aver determinato anche un calo del livello di tolleranza nei confronti degli immigrati, come dimostra l’aumento degli episodi di discriminazione, il 22,1 per cento dei quali subiti in ambito lavorativo: il 32,1 per cento delle denunce riguarda la fase di accesso al mercato del lavoro, il 23,2 per cento le condizioni lavorative, il 19,6 per cento di azioni di mobbing».

Ma il direttore di Raidue, Massimo Liofredi, non ci sta ad essere crocefisso in sala stampa dal fuoco di fila di Santoro e, alla faccia della sincerità, prende una posizione che lascia stupito lo stesso pasdaran dell’informazione di sinistra. «Io farei a meno di una trasmissione così. Santoro è un grande giornalista e mi piacerebbe vedere una bella trasmissione politica, non una tv contro. La televisione di Santoro è molto forte, aggressiva, di inquisizione mediatica. È giusto che la faccia, ma è anche giusto che io possa dire che non sono d’accordo». La tensione è alta. A conferma di chi vede nel tentativo di “normalizzazione” di alcuni programmi sgraditi al governo. «Solo proble-

cui ha manifestato alcune perplessità il capogruppo dell’Idv, Giuseppe Astore, giudicando non adatta la scelta della Bianchi e di Calabrò, in quanto «la pensano allo stesso modo». Contraria all’indagine anche la senatrice radicale Donatella Poretti: «L’indagine comporta - ha spiegato - la nomina di due relatori e un documento finale. È probabile che in questo testo finale non si parlerà di dati tecnici, quelli li ha già dati l’Aifa, ma sarà un documento politico che magari chiederà di rivedere la legge 194» se esistono dei contrasti con la pillola RU486.

«Va bene fare una ricognizione delle esperienze italiane per capire quale può essere la migliore prassi di utilizzo della pillola. Trovo però bizzarro il modo in cui questa indagine è stata proposta dal centrodestra e trovo strumentale, pretestuoso e poco serio che il governo abbia bisogno di un’indagine parlamentare per emanare le sue linee guida quando, invece, sa cosa fare». È questo il commento a caldo di Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd, malgrado la presidenza di commissione abbia votato l’indagine all’unanimità. Insomma: si profila un nuovo scontro tra Dorina Bianchi e il suo partito, il Pd.


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Viaggio nelle idee e nelle suggestioni con cui il presidente F

AAA. Cercasi

di Riccardo a insomma che cosa è questa destra nuova che Gianfranco Fini ha messo in campo ormai da qualche anno? Che destra è quella che ogni giorno propone le sue analisi, le sue riflessioni, le sue polemiche e il suo immaginario dalle tribune mediatiche della fondazione Fare futuro, dall’omonimo web magazine, dal Secolo d’Italia? Quali sono le idee che dopo il colloquio di martedì scorso tra Fini e Silvio Berlusconi dovrebbero essere seriamente prese in considerazione e discusse, come auspicano gli ex An fedeli a Fini, nella consulta democratica interna al Pdl?

M

Nelle immagini grandi il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il presidente della Camera Gianfranco Fini. Qui accanto Piero Ignazi, politologo dell’università di Bologna. Nella pagina successiva l’inviato del Giornale Stenio Solinas che insieme a Tarchi ha animato la stagione della Nuova Destra negli anni Ottanta

Chi è abituato a liquidare ogni forma di dibattito politico-culturale e ogni movimento di idee con sbrigatività taglia corto: la destra di Fini semplicemente non è più una destra, è una sinistra in ritardo che scopre fuori tempo massimo e strumentalmente idee, gusti, inclinazioni degli avversari di ieri. Secondo questo metodo liquidatorio il caso Fini si ridurrebbe, in fondo, a una vicenda di ambizione personale in vista di una scalata politica istituzionale che dovrebbe portare l’attuale presidente della Camera a guadagnarsi una candidatura per la presidenza della Repubblica. Una strategia di posizionamento che nel suo dispiegarsi utilizzerebbe appunto idee, toni e accenti politicamente corretti e lontani dalla destra utili a vellicare stampa e ambienti progressisti così da crearsi una buona letteratura in grado di archiviare definitivamente un passato scomodo (anche se abiurato a più riprese nel modo più radicale e deciso) e a smarcarsi progressivamente dalla compagnia ritenuta imbarazzante e ormai dannosa di Silvio Berlusconi. Insomma un lavoro di restyling per costruirsi finalmente un profilo autonomo di figura moderata spendibile nel gioco politico italiano postberlusconiano, uno scenario di cui non si colgono ancora i confini ma nel quale senza dubbio Fini avrà un ruolo di rilievo. Eppure questa lettura del caso Fini è riduttiva o quanto meno scorretta. Appartiene nel migliore dei casi al discutibile genere dei retroscenismo deduttivo, nel peggiore alla tecnica del processo alle inten-

zioni, della critica preventiva che non entra nel merito delle idee e della cultura politica che Fini e la sua agguerrita pattuglia di amici mettono in campo da tempo suscitando disagio e malessere all’interno di un centrodestra dove senza dubbio queste idee sono minoritarie, ma che meriterebbero di essere almeno discusse. Quali siano le “eresie” di Fini è noto. Si va da una diversa idea sulle politiche migratorie – non più l’Italia agli italiani, ma l’Italia a chi la ama – e dunque maggiore possibilità e tempi più brevi per l’integrazione delle persone che arrivano nel nostro Paese, a un approccio molto laico sulle questioni del fine vita e del testamento biologico; dalla critica alle tendenze populiste della destra italiana allo stesso superamento delle vecchie categorie di destra e sinistra, giudicate ormai obsolete e inutili per muoversi nella complessità post-moderna; da un certo libertarismo etico con il corollario di una riscoperta del 68 («Chi di noi – ha detto Fini a un convegno organizzato da liberal proprio sul ‘68 – non si è commosso alle canzoni di Joan Baez»), alla riscoperta dell’immaginario ritenuto tradizionalmente di sini-

mentava questa estate Angelo Mellone non ha trovato nessuno che abbia voglia di scriverne la genesi, il profilo e la storia. A tentare di capirla questa destra di Fini e di interloquire direttamente con lei è stato di recente il politologo Piero Ignazi, il primo che con il suo Il polo escluso aveva ragionato sine ira sul vecchio Msi alla fine degli anni Ottanta. Sull’ultimo numero della rivista Il Mulino Ignazi incrocia un carteggio con il presidente della camera non risparmiandogli nessuna riserva sulla sua destra e più in generale sul Pdl, partito di cui la vecchia An è diventato una componente fondante. Ignazi comincia dal primo passo del percorso finiano: «Fiuggi caro Presidente è un passo incerto e sghembo. Come lei sa, non sono mai stato accondiscendente – come peraltro molti a sinistra – nei confronti di quell’operazione. Soprattutto perché essa era priva di una sua verità “intima”. Mi spiego: sulla sua necessità-opportunità politica nulla da eccepire; ma, detto così, Fiuggi “si riduce” a un passaggio strumentale. Adottato per necessità, non per convinzione. Credo si possa convenire che, negli anni precedenti, dalla pubblicistica dell’area missina

Fiuggi “si riduce” a un passaggio strumentale.Adottato per necessità, non per convinzione. Negli anni precedenti, dalla pubblicistica dell’area missina, a parte la rivista Proposta non era emersa una domanda di revisione

stra, dai fumetti al cinema fino alla musica leggera.

Uno sparigliamento sistematico che ha comportato anche la serie di radicali strappi di Fini rispetto al passato fascista della destra italiana, strappi anche successivi a Fiuggi, che hanno portato l’ex leader di An a teorizzare una destra italiana non solo post-fascista ma addirittura fondata sui valori dell’antifascismo. Una destra nuova insomma che ancora come la-

non era emersa una domanda di revisione ideologica. Qualche timido accenno nella rivista Proposta e nulla più…Ma è mancata una operazione maieutica, di educazione politica. Per cui sono rimaste scorie, residui, a volte solo folkloristici, a volte inquietanti come i saluti romani per l’elezione di Alemanno. Con la conseguenza che An – continua il politologo bolognese – non essendo guidata verso una sua autoriforma si è adagiata al mainstream post-


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Fini vorrebbe dare una svolta al Pdl italiano. Oltre il berlusconismo

i destra nuova

o Paradisi ideologico incarnato dal berlusconismo».

Insomma la critica di Ignazi a Fini è quella di una certa improvvisazione di un certo occasionalismo. Critiche alle quali il presidente Fini risponde chiedendo tempo per far radicare questa sua destra nuova nel Paese. Una destra nuova come quelle europee dice Fini. Anche se l’affermazione suona un po’generica perché le destre europee so-

conservatorismo di tipo anglosassone e comunitarismo ecologista. Senza trovare un vettore dominante tra queste opzioni tra loro comparabili ma non assimilabili. Del resto era lo stesso Campi, da storico e realista politico, a sostenere giustamente, quando nel centrodestra italiano era di gran moda mutuare acriticamente modelli ideologici d’oltroceano, che ogni destra per essere tale deve incarnarsi in una storia e in una tradizione nazionale concreta e specifica.

Ammettiamo che Fini possa essere effettivamente il successore di Berlusconi, davvero si può credere che ci sarà un elettorato di destra, educato anche da Fini a una retorica destrorsa, disposto a seguirlo lungo le sue nuove linee? no molte e tra loro diverse. Anche per questo il direttore scientifico della fondazione Fare futuro Alessandro Campi e l’opinionista Angelo Mellone, che della fondazione finiana è direttore editoriale, in un libro titolato appunto La destra nuova (Marsilio) cercano di declinare meglio il concetto: «Sarkozy in Francia, Cameron in Gran Bretagna, Reinfeldt in Svezia, Fini in Italia: è questa – dicono i curatori del volume – una destra inedita, né statalista né liberista, né conservatrice né populista, ma pragmatica, post-ideologica e modernizzatrice, rispettosa delle proprie radici culturali ma aperta alle sfide del futuro, interessata a conciliare l’autorità dello Stato con la responsabilità individuale, la tradizione con il progresso. Sensibile all’ecologia, ai diritti civili, al tema della cittadinanza». Insomma Campi e Mellone disegnano un orizzonte molto sprovincializzato rispetto alla destra italiana, così tanto da risultare un po’ ideale e soprattutto sradicato dalla tradizione specifica della destra italiana. Che anche nelle teorizzazioni degli ambienti vicini a Fini continua infatti a oscillare tra gollismo e popolarismo europeo,

Perché ogni destra è il frutto della sua storia. Che succede allora se da questa storia, anche drammatica e controversa, si espunge con un atto d’imperio e senza una lunga necessaria pedagogia, come rilevava Ignazi, quella non piccola cosa che è stato il fascismo italiano? Che era l’ideologia fondante del Msi? Può accadere che il fantasma del fascismo torni ad apparire in molti atti mancati o in certi eccessi antifascisti addirittura o a incarnarsi in succedanei come l’evocazione del futurismo a ogni piede sospinto magari con le citazioni ispirate di Marinetti che lancia la sfida alle stelle nelle assemblee giovanili o nei congressi fondativi.

Ma non è questa la sola contraddizione o la sola confusione. Il Secolo d’Italia ha recentemente dedicato un intero numero settimanale a rivendicare a Fini la legittimità della vera destra italiana. Descrivendo la destra come palestra d’eresie per elezione: laica, ghibellina, pragmatica, sempre animata da una tensione faustiana che la porta oltre le colonne d’Ercole. Da qui anche la gran riscoperta in tutte le salse del futurismo da parte degli intellettuali finiani, come

metrica e ritmo di una visione del mondo di continua tensione vitalista verso l’oltre. Senonché anche qui sorgono dei dubbi. Non si capisce dalle pagine del Secolo infatti se la vera destra è l’andare oltre la destra e la sinistra di cui parla per esempio l’assessore alla cultura di Roma Umberto Croppi, che mobilita addirittura il filosofo sloveno Zizek per spiegare l’irrequietudine di un Fini che si candida alla complessità, o la destra-destra montanelliana di cui tesse l’elogio, sempre in un’intervista sul Secolo Michele Serra. Dunque la vera destra di Fini è quella che va oltre la destra e la sinistra o è la destra storica dei nostri padri nobili? A chi pone queste domande si replica che la domanda sarebbe malposta, che alla vecchia logica dell’aut aut e della contrapposizione occorre sostituire quella dell’et-et. Pensare insieme quello che fino a ieri s’era pensato diviso. Vasto programma che potrebbe però generare il rischio dell’ambiguità se non fosse un richiamo esplicito alle idee e al metodo della Nuova destra. Senonchè il fondatore di quel movimento di pensiero, Marco Tarchi, oggi docente universitario a Firenze ha parlato più volte di un’appropriazione indebita di quell’esperienza da parte di quei finiani che ieri transitarono nella Nd. «Non c’è in Fini la tensione a creare una politica e una cultura di riferimento, ma solo un colpo al cerchio e uno alla botte, e una logica di convenienze ed interessi. Quello di Fini è appunto la costruzione di un proprio percorso personale». Stenio Solinas, animatore con Tarchi della Nd, arriva alle stesse conclusioni: «Fini ha iniziato a fare questi discorsi nel momento in cui non ha avuto più un partito. Questo gli ha permesso di dire quello che magari già pensava ma si scontra col fatto che ha liquidato un partito senza avere uno strumento con cui rendere più che solo velleitarie le sue suggestioni. E in politica purtroppo si possono fare delle affermazioni basandosi su programmi che pensi di poter raggiungere non su suggestioni. Ma ammettiamo che Fini possa essere effettivamente il successore di Berlusconi – ragiona Solinas – davvero crede che ci sarà un elettorato di destra disposto a seguirlo lungo le sue nuove linee?

Quell’elettorato a cui anche An ha sempre riservato una retorica destrorsa e niente più? La mia perplessità è dunque politica anzi tutto. Ma è anche culturale. Insomma Fini parla di destra moderna, di andare al di la delle vecchie categorie, in questo supportato da sherpa che si richiamano in qualche modo alla Nd. Ma non si capisce allora perché Fini e i suoi restino a destra e nello specifico dentro il Pdl. Infine – conclude Solinas – il paragone con la Nd non è nemmeno proponibile: non una sola idea importante di quella esperienza viene assunta oggi dai finiani. Insomma non vedo la prospettiva strategica mentre vedo tutta la confusione culturale». Alla fine di questa analisi, dunque, anche da punti di vista diversi, sulle idee della destra di Fini si fatica dunque a comprendere lo sguardo d’assieme che dovrebbe tenerle insieme, i riferimenti culturali di cui si alimentano, la prospettiva strategica dentro la quale si dovrebbero incarnare. Può darsi che occorra del tempo, anche per abituarvi lo sguardo, o che come dice Fini nella replica a Ignazi citando Hegel si tratta di aspettare che i fatti compiano il loro percorso prima di capire il senso della loro corsa. Finora quello che si può cogliere è un attivismo culturale e politico fondato sul movimento. Lasciamo alla nottola di Minerva, come dice il presidente Fini, il compito di spiegarci il suo senso.


mondo

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Afghanistan. Il 15 febbraio del 1989 il ritiro degli ultimi soldati. Il generale che li comandava dice: una decisione di Gorbaciov

Il Vietnam del Cremlino «Non lasciammo Kabul per le perdite. Fu l’abbandono della dottrina Breznev» di Enrico Singer

ono passati più di vent’anni da quel 15 febbraio del 1989, quando il generale Boris Gromov attraversò a piedi, per ultimo, dopo un’interminabile colonna di mezzi corazzati, il ponte sul fiume Amu Darya. In mezzo alla polvere e alla puzza di gasolio. Era l’epilogo della disastrosa avventura dell’Armata Rossa in Afghanistan. I morti erano stati 13.883 e i feriti 54mila nei nove anni di un intervento militare che era cominciato nel dicembre del 1979 per sostenere il primo – e unico – regime comunista che si era installato a Kabul e che era diventato presto una guerra. Il Vietnam dell’Urss. A Mosca i reduci di quel conflitto sono chiamati ancora gli afghantsij. Allora erano dei ragazzi. E per farli tornare a casa le madri, le mogli, le fidanzate avevano cominciato a organizzare, negli spiragli di libertà aperti dalla perestrioka di Gorbaciov, i primi comitati che montavano le tende nei parcheggi dell’hotel Rossija e che facevano sentire la loro voce con i megafoni sotto pannelli di cartone con le foto dei caduti. Adesso gli afghantsij sono dei quarantenni che ritrovi in quasi tutte le tessere del complesso mosaico della nuova società russa perché, complessivamente, ben 360mila soldati si sono alternati nel corpo di spedizione che aveva voluto Leonid Breznev.

S

Molti sono ancora nell’esercito, naturalmente. Qualcuno è finito anche nelle milizie private che proteggono gli oligarchi. Altri, subito dopo il ritorno, hanno arrotondato la paga da militari vendendo hashish, magro bottino della loro guerra. Ma nessuno ha dimenticato quegli anni. E quella ritirata. Anche Gromov non ha dimenticato. Il generale, oggi, è governatore della regione di Mosca e siede nella Duma. Aveva 45 anni quando comandava la 40a armata, il nerbo del corpo di spedizione sovietico in Afghanistan. Stella d’oro di Eroe dell’Urss ricevuta nell’87 per avere salvato le truppe assediate nella città di Khost, Boris Gromov ricorda ancora quel giorno con fierezza. «Ritirata? Ma quale ri-

tirata. Siamo andati via a testa alta, con orgoglio, con le nostre bandiere spiegate. Non abbiamo perso la guerra. Si può parlare di sconfitta quando si è annientati. Ma nessuna divisione, nessun reggimento della 40a armata ha mai subito una disfatta». Uno spaventoso stillicidio di perdite umane, questo sì. Più di mille morti in ogni anno di combattimenti. «Ma questo, purtroppo, è il bilancio di tutte le guerre, anche di quelle che si vincono. Chi combatteva contro di noi ha avuto un numero di morti dieci volte superiore. Non ci siamo ritirati per le vittime. In quel caso avremmo dovuto abbandonare il campo dopo un mese. Le guerre le cominciano e le finiscono i politici, l’esercito non c’entra nulla».

Anche a vent’anni di distanza, il generale Gromov difende il suo comando e i suoi ragazzi. E bisogna riconoscere che c’è molta verità nelle sue parole. Se le madri e le mogli che si

della concezione imperiale dell’Urss, dall’Europa all’Asia. La virata di Gorbaciov in politica estera fu netta. Abbandonata l’illusione della parità strategica con gli Stati Uniti, il nuovo leader del Cremlino incontrò tre volte Ronald Reagan: a Ginevra (novembre 1985), a Rejkiavik (ottobre 1986) e a Washington (dicembre 1987). Il risultato fu lo smantellamento, da parte di entrambe le superpotenze, di parte dei missili nucleari. Il disarmo fu ratificato nel 29° congresso del Pcus nell’estate 1988, quando anche il vecchio stalinista e storico ministro degli Esteri, Andrej Gromyko, lasciò nelle mani del moderato Edward Shevarnadze la guida della politica estera sovietica. Pochi mesi prima, durante la visita ufficiale a Belgrado, Gorbaciov aveva denunciato la cosiddetta teoria della «sovranità limitata» dei Paesi che la spartizione di Yalta avevano collocato nella sfera d’influen-

terono vedere. Anche se quell’interminabile corteo, chiuso dal generale Gromov a piedi, fu una specie di parata perché il vero ritiro dei 115mila soldati del continegnte era già concluso da qualche giorno. L’abban-

Il generale americano Stanley McChrystal sarebbe pronto a dimettersi se Barack Obama non accoglierà la sua richiesta di rinforzi. I soldati Usa oggi sono 68mila, i russi erano più del doppio riunivano sotto l’hotel Rossija esultarono come se avessero vinto la loro dolorosa battaglia, i veri motivi che spinsero Mikhail Gorbaciov a ordinare il tutti a casa furono ben altri. Oggi che i generali americani chiedono a Barack Obama un aumento del contingente americano attualmente di 68mila uomini (e qualcuno dice che Stanley McChrystal sarebbe addirittura pronto a dimettersi se non sarà accontentato) e che in Italia la Lega e la sinistra estrema parlano, invece, di ritiro dei nostri soldati, ripercorrere la storia della guerra russa in Afghanistan può essere utile. Quando, nel 1985, Gorbaciov prese il posto di Yuri Andropov al Cremlino ereditò, nella grande bancarotta del regime, anche quel conflitto che era l’ultima, pratica applicazione della dottrina Breznev: il diritto dell’ingerenza sovietica nelle questioni interne dei «Paesi fratelli», la giustificazione ideologica

za dell’Urss. Anche la guerra in Afghanistan era cominciata per difendere il regime di un «Paese fratello» e la scelta di Gorbaciov fu inevitabile: il ritiro unilaterale dei soldati che cominciò in sordina già dal mese di ottobre 1986 e che si concluse il 15 febbraio 1989.

Il ponte sull’Amu Darya è il simbolo della ritirata. In quel punto il fiume - il più grande dell’Asia, lo storico Hoxus dell’antichità dove arrivò anche Alessandro Magno - segna il confine tra l’Afghanistan e l’Uzbekistan che, allora, era una delle Repubbliche dell’Urss. I sovietici lo chiamavano il Ponte dell’Amicizia. Gli afghani lo hanno ribattezzato Ponte della Libertà. Ed è vero che i blindati lo attraversarono con le bandiere rosse sulle torrette e i soldati che favecano il segno della vittoria, come i corrispondenti occidentali a Mosca - tra loro c’ero anch’io - po-

dono dell’Afghanistan, comunque, fu il primo evento di un anno che avrebbe segnato la fine di tutto il castello dell’impero comunista con il crollo del Muro di Berlino – in novembre – e la rivolta di Bucarest, conclusa con la fucilazione di Ceausescu e di sua moglie, in dicembre. Ma i nove anni di combattimenti in Afghanistan hanno lasciato un solco profondo, una irrimediabile contrapposizione tra Mosca e il mondo islamico che alimenta anche oggi le tante crisi del Caucaso dove – dalla Cecenia all’Abkazia, al Daghestan – nuovi mujaheddin combattono contro la Russia di Putin e Medvedev. Anzi, si può dire che tutto è cominciato in Afghanistan. Descritto già nei racconti di Rudyard Kipling, questo Paese era stato, per tutto il diciannovesimo secolo e nei primi vent’anni del ventesimo, l’irriducibile avversario

dell’imperialismo britannico. Dopo la conquista dell’India, Londra aveva pensato che sarebbe stato altrettanto facile impadronirsi del territorio stretto tra il Kyber Pass (la via verso il Pakistan) e la frontiera con la Russia zarista, sorto come entità nazionale nel 1747 sotto la guida del re Patani con capitale Kabul. Ma gli afghani, così come si erano opposti con la guerriglia ai tentativi zaristi di sottomissione durante tutto il Settecento, fermarono gli inglesi nelle tre guerre del 1839-42, del 1878-80 e del 1919.

Nel 1917, l’Afghanistan era stato il primo Paese a riconoscere la nuova Russia dei Soviet, ma negli Anni Trenta, durante le feroci repressioni dei popoli dell’Asia centrale ordinate da Stalin, aveva dato ospitalità e aiuti ai profughi, salvandone decine di migliaia e scontrandosi con le avanguardie dell’Armata Rossa lungo la frontiera. Quando, con il definitivo abbandono dell’impero d’India, venne a cessare l’influenza britannica sull’Asia centro-meridionale, l’Afghanistan risolse le vertenze di confine con l’Urss e stipulò con Mosca, nel 1955, un trattato di assistenza militare. Ma il 27 aprile 1978 un golpe militare rovesciò il principe Mohamed Daoud che aveva fino a quel momento governato secondo il collaudato si-


mondo

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C’è un’assurda aria di smobilitazione e di rassegnazione intorno alla nostra missione a Kabul

La tentazione disfattista di Gennaro Malgieri segue dalla prima

Un blindato sovietico colpito alza bandiera bianca. Sotto: l’ultima fase del ritiro dell’Armata rossa lungo il ponte sul fiume Amu Darya stema feudale: tenendo per sé il potere a Kabul e lasciando il controllo effettivo delle province afghane ai capi tribali che, già allora, erano i veri, potenti signori della guerra. Dopo il golpe, il potere fu preso da Muhammad Taraki, uomo vicino all’Urss. E Breznev decise di intervenire nella faida che stava dilaniando Kabul. Dapprima firmò un trattato di alleanza con il governo di Taraki. Poi lo pugnalò alle spalle decidendo di detronizzarlo e di sostituirlo con un vecchio comunista, Hafizullah Amin. Era il mese di settembre del 1979.

La capitale afghana rigurgitava già di paracadutisti sovietici e i palazzi del potere erano pieni di consiglieri russi. Uno di questi, un generale, venne assassinato nel dicembre 1979: fu il pretesto per l’invasione. All’alba del 27 dicembre 1979 una divisione sovietica occupò tutti gli edifici pubblici di Kabul. I soldati uccisero il presidente Amin che aveva osato dissentire dagli ordini dei consiglieri del Cremlino e misero al suo posto un fedelissimo, Babrak Karmal, esule fino a quel momento in Cecoslovacchia. Per quanto ufficialmente giustificato dal Trattato di amicizia, l’intervento sovietico provocò la condanna da parte di tutti i Paesi islamici e, in partico-

E chi voleva farli morire? Bella prova di lealtà verso i combattenti, i loro familiari, la nazione intera. Ma di questi tempi si può chiedere di più ad una classe politica smidollata, ai dirigenti di un Paese invertebrato? E allora, che davanti alle salme s’inizi la danza macabra della resa. Non dimentichiamolo mai: l’Italia è sempre quella dell’8 settembre. Ci si indigna a comando, a comando si piange, ma quando c’è da soffrire ci viene spontaneo chiederci chi ce lo fa fare. Questa volta, a differenza dei Balcani, dell’Iraq, della Somalia e di altri campi di battaglia in cui siamo stati “pacificamente” impegnati, non è l’umanitarismo a spingerci a restare. In Afghanistan non si combatte una guerra a difesa di confini finti o convenzionali. E neppure per accaparrarci risorse che non c’interessano. E men che meno per conquistare spazi dei quali, nelle condizioni in cui siamo, non sapremmo che farcene. In Afghanistan ci stiamo in armi perché da quelle parti ci si batte per l’integrità dei nostri confini reali, i confini dell’Occidente che coincidono con quelli dove la nostra libertà è minacciata, dove i nostri valori sono in pericolo, dove la nostra dignità è messa a soqquadro. Non si tratta di rimanere in terre ostili, armati adeguatamente, per esportare, come stupidamente ed arrogantemente si diceva qualche tempo fa, la democrazia. La democrazia è roba che non si veicola con bombe e carri armati, ma con la cultura e con la politica, con il dialogo e la comprensione delle ragioni di tutti, con la pace quando è possibile far capire che essa è il solo fine di una civile convivenza. Si tratta allora di dar seguito ad una scelta necessaria e dolorosa nelle presenti condizioni: prevenire l’allargamento del conflitto asimmetrico scatenato dai terroristi fondamentalisti contro il nostro stile di vita, le nostre convinzioni e convenzioni, il nostro stesso modo d’essere.

in questi anni di dolore e di speranza. La guerra contro di loro è totale perché essi hanno voluto che fosse totale. Allora, nessuna tregua, nessun ripensamento. Ma ad una condizione. Per quanto riguarda l’Italia, almeno, in Afghanistan ci si attrezzi a combattere sul serio e non soltanto a parare (quando si parano) i colpi dei terroristi. In altri termini, se è guerra che sia guerra.

La Costituzione la ripudia e la condanna come atto d’offesa agli altri popoli? È fin troppo chiaro: nessuno intende sparare il primo colpo, aggredire chicchessia. Ciò che si chiede è perfettamente coerente con lo spirito e la lettera della Carta: abbiamo il dovere di difenderci attaccando. Se non lo facciamo lasceremo ai nostri nemici l’iniziativa che sarà, com’è facile intuire, particolarmente cruenta. Nemici che, oltre ad impadronirsi totalmente dell’Asia centrale, s’insinueranno nelle vite di tutti gli occidentali e metteranno, prima o poi, a ferro e fuoco Roma e Londra, Parigi e Berlino, New York e Madrid, Los Angeles e Bruxelles. Alla sfida di chi vuol colpire, non certo per motivi religiosi, il nostro mondo che si è strutturato nel modo che conosciamo nel corso dei secoli ed al quale non siamo autorizzati dal nostro passato e dalle generazioni che verranno a rinunciare, si ha il dovere di rispondere con la stessa determinazione degli assassini per i quali la vita umana è ben poca cosa. Se davvero qualcuno pensa da questa parte dell’emisfero che è meglio abbandonare il campo, sappia che gli altri, i barbari che vengono dal nulla e si annidano nel loro risentimento, si sentiranno autorizzati a darci la caccia, conquisteranno ciò che ci appartiene, condurranno un’offensiva invisibile che porterà altra morte. Nulla li fermerà, neppure il loro Allah. È una storia antica. Già vista sotto le mura di Vienna e di Belgrado, nelle acque di Lepanto e ancora prima a Poitiers. Dove siano oggi i don Giovanni d’Austria, gli Eugenio di Savoia ed i Carlo Martello non sappiamo. Dobbiamo anche a loro se siamo qui e non schiavi di barbuti agitatori che nel tempo non hanno esitato a tradire tutto, perfino quel Corano sulle cui pagine bambini innocenti nelle madrasse di mezzo mondo imparano ad odiare sotto la guida di imam privi di scrupoli e gonfi di risentimento. Lo scontro, sia chiaro per scansare gli equivoci, non è mai tra le civiltà. È sempre e comunque tra la civiltà, che può essere declinata in vario modo, e la barbarie. Sappiamo dove sono i barbari. A loro non si deve nessun riguardo. Tantomeno il “sacrificio” di portargli qualcosa che non sono in grado di apprezzare: la democrazia. Morire per Kabul? Nemmeno per sogno. Se è necessario, diciamolo senza tante ipocrisie, vale la pena morire per l’Occidente, cioè per noi stessi. L’Occidente è un sogno antico, difeso con costanza nel corso dei millenni, quasi sempre con sacrifici straordinari e tanta dignità. La stessa dei caduti del 17 settembre. Quella che non dimenticheremo mai dei morti del 22 novembre 2003 a Nassirya. In sei anni abbiamo ritrovato, grazie a loro, la patria perduta e l’Occidente che spesso diciamo di non amare, qualche volta non senza ragione. Cerchiamo, comunque, di non perderlo per sempre. Sarà anche al tramonto, come diceva Spengler (e non sbagliava), ma un altro mondo noi non ce l’abbiamo.

L’Occidente è un sogno antico, difeso con costanza nel corso dei millenni, quasi sempre con sacrifici straordinari e dignità. Cerchiamo, dunque, di non perderlo per sempre

Lo si può fare soltanto sapendo qual è la posta in gioco e giornali, opinionisti, politici avrebbero il dovere di farlo sapere alla gente, comunicandolo in maniera semplice e cruda. Certo, quando si edulcora il messaggio, quando si fa capire altro rispetto a quello che si pensa è fatale che tanti, di fronte a giovani morti ammazzati, non comprendano e si rifiutino perfino di avallare ciò che è stato stabilito mettendo in conto un certo numero di caduti, come sanno benissimo coloro i quali partono sapendo che potrebbero non tornare mai più a rivedere i volti cari dei familiari, la loro terra. Restiamo, dunque, in Afghanistan non per dare all’ambiguo Karzai l’appoggio di cui ha un disperato bisogno al fine di condurre a buon fine i suo traffici con i signori della guerra, i coltivatori di oppio e gli esportatori di droga, ma per salvaguardare noi stessi, ciò che rappresentiamo e siamo, nel bene e nel male, aderendo al solo principio inestirpabile dalla coscienza di ogni essere umano perché semplicemente iscritto nel codice genetico della persona: l’istinto di conservazione.Talebani, qaedisti, integralisti, islamisti, mercanti di morte di ogni genere che ci minacciano da tutte le parti, non possono avere partita vinta ed issare le loro bandiere sporche di sangue soltanto perché gli uomini in armi dell’Occidente sono stati uccisi lare del Pakistan e dell’Iran dove, nel 1979, aveva trionfato la rivoluzione khomeinista. Iran e Pakistan divennero così le basi logistiche per i mujaheddin (letteralmente i combattenti) afghani che avevano deciso di resistere a Mosca. E che furono sostenuti anche dagli Usa che si erano uniti alla condanna dell’invasione. In pochi giorni il corpo di spedizione sovietico

salì a 90mila uomini. Occupati Kabul e gli altri principali centri del Paese, l’Armata Rossa si diresse verso il mitico Kyber Pass e gli altri valichi che collegano l’Afghanistan con Peshawar e Rawalpindi, le basi logistiche del vicino Pakistan. L’intento era quello di chiudere le strade rendendo impenetrabili le frontiere, ma fallì anche perché molti soldati sovietici erano di reli-

gione musulmana e si rifiutavano di sparare sui loro correligionari: un problema che Breznev – quando aveva deciso di impiegare soprattutto truppe delle Repubbliche asiatiche dell’Urss per non mandare al macello i giovani russi – non aveva messo nel conto. Come non aveva messo nel conto un certo Osama bin Laden che, allora con l’apopoggio della Cia, orga-

nizzò il Maktab al Khadamat (Ufficio d’Ordine) che incanalava verso l’Afghanistan denaro, armi e combattenti musulmani da tutto il mondo. Nel 1988 Osama abbandonò il Mak per creare al Qaeda e trasformare la resistenza anti-sovietica in un movimento fondamentalista islamico mondiale. Dall’Afghanistan i russi se ne sono andati. Osama è ancora lì.


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Diplomazia. L’atteso vertice a tre si apre con vaghe dichiarazioni di intenti sraeliani e palestinesi «devono riprendere i negoziati per la pace in Medioriente animati da un senso di urgenza». Lo ha detto il presidente americano, Barack Obama, ai giornalisti riuniti ieri a New York. Ma c’è un gap quasi insormontabile fra la stanza dei bottoni nelle cancellerie internazionali e la quotidianità del mondo mediorientale. La prima giornata dell’Assemblea generale dell’Onu si è conclusa con l’attesissimo summit tripartito fra Abu Mazen, Netanyahu e Obama, per la prima volta insieme intorno allo stesso tavolo. L’avvenimento si è dimostrato come l’ulteriore tentativo andato a vuoto nel definire una linea di comune accordo per il processo di pace. Alla prossima quindi, vista la laconica dichiarazione di intenti di «voler riprendere il confronto». Così si legge nella dichiarazione che giunge da New York mentre andiamo in stampa. Contemporaneamente però prosegue lo snervante “stillicidio frontaliero” tra i soldati israeliani e la popolazione palestinese. Ieri un arabo con cittadinanza israeliana aveva rifiutato di sottoporsi ai regolari controlli a un posto di blocco stradale in Cisgiordania, nella colonia di Beitar, vicino a Betlemme. La pattuglia di soldati israeliani, presa alla sprovvista, lo ha ucciso. Nel frattempo a New York i media sembrano aspettare con ansia lo sfogo di tutte le tensioni all’interno del Palazzo di Vetro. Il discorso del presidente iraniano Ahmadinejad, che si ipotizza ancora più incendiario di quello marcatamente anti-sionista di venerdì scorso. Ma anche quello di Netanyahu. Inaspettatamente a gettare benzina sul fuoco è stato il Presidente israeliano, Shimon Peres, Premio Nobel per la pace e noto per i suoi sforzi volti alla conciliazione di tutte le parti: «Ahmadi-

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Obama: «Medioriente, urgente un negoziato» Netanyahu e Abu Mazen divisi sulle colonie mentre aumenta la tensione militare nell’area di Antonio Picasso

Ucciso da una pattuglia di Tel Aviv un arabo israeliano nei pressi della colonia di Beitar, in Cisgiordania. Aveva rifiutato il controllo nejad è un uomo oscuro e privo di avvenire». Le sue critiche così pesanti seguono senza dubbio le ennesime e riprovevoli negazioni della Shoah e le invocazioni alla distruzione di Israele, espresse appunto dal leader iraniano la scorsa settimana. Tuttavia, c’è un ele-

mento in più da segnalare nell’intervento di Peres. Il Presidente israeliano ha chiesto infatti di fare «terra bruciata intorno all’Iran e di boicottarlo anche sul fronte diplomatico». Parole, queste, che prendono le distanze dagli strali di guerra lanciati spesso dagli espo-

nenti più facinorosi della Knesset, il Parlamento di Gerusalemme. È una dichiarazione rigida, che non lascia spazio di confronto con l’avversario. Tuttavia, non è nemmeno un’avvisaglia di temuto attacco aereo preventivo contro le presunte basi missilistiche iraniane, da parte dell’aviazione israeliana. Peres, fine conoscitore delle leve diplomatiche mediorientali e mondiali, con un valoroso passato da comandante delle Israeli

Defence Forces, si è guardato bene dal fare il gioco di Netanyahu. I tentennamenti di quest’ultimo non sono stati per nulla confermati dal Capo dello Stato. C’è da dedurne qualcosa? Forse è solo una supposizione. Tuttavia sappiamo che a Washington crescono progressivamente le pressioni sul premier israeliano, in merito a uno stop degli insediamenti in Cisgiordania e a un netto rifiuto dell’opzione militare contro l’Iran. Le esitazioni di Netanyahu, in questo senso, non piacciono a nessuno negli Stati Uniti. Perché allora non immaginare che Peres assuma nuovamente e a sorpresa le vesti di interlocutore israeliano per il processo di pace? Amico degli Usa, ben visto a Ramallah, affidabile e scaltro. Il Presidente israeliano avrebbe tutte le carte in regola per questo ruolo.

Del resto, il vertice a tre di ieri ha dimostrato come i due contendenti navighino a vista, timorosi di fare concessioni che dovrebbero essere ritrattate una volta fatto il proprio rientro in patria. Questa è stata la tattica, ovviamente sterile, adottata sia da Netanyahu sia da Abu Mazen. Interessante è anche notare la diametrale differenza di interpretazioni dell’avvenimento. Il Jerusalem Post ieri scriveva che Obama non ha saputo raccogliere in sede internazionale altri che “no!”. I sauditi si sono rifiutati di normalizzare i loro rapporti con Israele. Abu Mazen aveva inizialmente negato la possibilità di incontrarsi con Netanyahu. Cina e Russia gli hanno impedito l’irrigidimento delle sanzioni nei confronti dell’Iran. Ciononostante Obama, senza mai abbandonare l’ottimismo, ha dichiarato che l’incontro fra Abu Mazen e Netanyahu è stato di per sé un successo. È il bicchiere mezzo pieno del realismo creativo che ispira la Casa Bianca.


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Il governo provvisorio impone il coprifuoco, tensione e scontri

Teheran: via l’Occidente da Iraq e Afghanistan

Honduras, Zelaya rientra a sorpresa: «Stiamo calmi»

Ahmadinejad: «Taglieremo le mani a chi ci attaccherà»

TEGUCIGALPA. Si riaccende la tensione in Honduras dopo il ritorno a sorpresa del deposto presidente Manuel Zelaya. L’ex-capo di Stato è rientrato lunedì a Tegucigalpa e si è rifugiato nell’ambasciata brasiliana per evitare l’arresto, quasi tre mesi dopo essere stato esautorato dal suo stesso partito, con un colpo di mano in Parlamento. Il suo rientro ha sollevato lo spettro di proteste violente e di una battaglia diplomatica col Brasile. Diverse migliaia di sostenitori di Zelaya hanno già espresso la loro solidarietà, marciando verso l’ambasciata brasiliana. Ieri notte, il governo che guida il Paese da giugno, ha annunciato il coprifuoco per evitare il ripetersi di manifestazioni in favore del presidente deposto. Il rischio che la situazione possa precipitare preoccupa molto sia gli Stati Uniti sia le altre nazioni dell’area centroamericana. Il rovesciamento di Zelaya ha fatto piombare l’Honduras nella sua più grave crisi politica da decenni, ed è stato condannato dal presidente statunitense Barack Obama, dall’Unione Europea e dai governi dell’America Latina. Il segretario di Stato Usa ha invitato alla calma: «Entrambe le parti hanno sostenitori che devono controllarsi ed essere cauti nei giorni a

TEHERAN. «L’Iran taglierà le mani a chiunque oserà attaccarlo». Lo ha detto ieri il presidente Mahmoud Ahmadinejad, aggiungendo a questo avvertimento l’invito ai Paesi stranieri a ritirare le loro truppe dall’Iraq e dall’Afghanistan. Ahmadinejad parlava in occasione di una parata militare nel 29esimo anniversario dell’attacco iracheno all’Iran, che scatenò una guerra durata poi otto anni. La parata è stata funestata da un misterioso incidente aereo. La televisione ha detto che èè precipitato un velivolo che prendeva parte alla manifestazione. Notizia smentita dall’aeronautica. L’agenzia Fars, da parte sua, ha riferito che si trattava di un aereo militare in mis-

Calais, sgomberata la “giungla” della Manica Molti degli sfollati provenivano dall’Afghanistan di Osvaldo Baldacci mmigrazione questione europea e allo stesso tempo dramma umano. Anche nella “giungla”, il campo sfollati sorto sulle rive francesi della Manica, vicino Calais. Ieri è toccato alla Francia confrontarsi con una dura realtà. Anche a causa delle lacune che ancora esistono in Europa. Mentre si ripropone il solito problema relativo alla tutela dei richiedenti asilo. Per la seconda volta in pochi anni la polizia francese ieri all’alba ha sgomberato una baraccopoli spontanea sorta sulle rive della Manica. Lì, centinaia di persone vivevano accampate in estrema povertà aspettando un “passaggio” per la Gran Bretagna, meta da loro preferita ma che è più difficile da raggiungere, sia perché è un’isola sia per le sue riserve su Schengen. È stata proprio Londra a fare pressione su Parigi per lo smantellamento, di cui si parlava già da un mese. Per questo molti migranti avevano già lasciato il campo, mentre d’altro canto le forze dell’ordine hanno trovato ad accoglierli molti militanti di organizzazioni di volontariato, i quali hanno cercato di opporre resistenza con catene umane. Vero è che molti degli sfollati provenivano da Afghanistan, Iran ed Eritrea, e hanno quindi diritto alla protezione internazionale. Motivo per cui la Francia si è impegnata ad offrire a ciascuno il supporto umanitario necessario. Ad ogni migrante, ha assicurato il ministro dell’Immigrazione Eric Besson, verrà proposta «una soluzione individuale» con la scelta fra il ritorno volontario in patria, la richiesta di asilo politico o la deportazione forzata. Quello che le autorità francesi ritenevano di dover fare era eliminare un convulso aggregato di vita indecente, senza le minime garanzie di igiene e neanche di alimentazione. Resta il fatto che la polizia ha fermato 278 migranti, di cui 132 si sono dichiarati minorenni. Mentre venivano portati via, le ruspe hanno raso al suolo le baracche e spianato la zona delle dune. L’unica accortezza nel caso della moschea che era stata spontaneamente istituita: prima di abbattere la struttura fatiscente sono stati raccolti i testi

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del Corano e delle preghiere e sono stati consegnati a un funzionario dell’Onu, per evitare ogni profanazione. Le autorità francesi hanno insistito sul lato umanitario dell’operazione, compresa la lotta a trafficanti di esseri umani che chiedevano cifre da capogiro per la navigata attraverso il Canale. Già nel 2002, con Sarkozy ministro dell’Interno, i francesi avevano sgomberato un altro campo di sfollati sorto sulle coste del Canale della Manica, il centro di Sangatte che allora, a differenza del caso di ieri, era gestito dalla Croce Rossa.

Il ministro Besson ha colto l’occasione per ribadire la necessità che l’Europa affronti unitariamente la questione immigrazione, e ha proposto l’istituzione di una polizia di frontiera comune, a partire dalla già esistente struttura dell’agenzia di sorveglianza delle frontiere, Frontex. Besson ha chiesto di discutere la proposta già al prossimo Consiglio europeo del 29 e 30 ottobre. Sul caso della giungla di Calais è intervenuto anche l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, che ha riconosciuto il bisogno di combattere il traffico di esseri umani e il diritto delle autorità francesi di mantenere l’ordine pubblico, a patto di effettuare le operazioni di sgombero in modo corretto e umano. Ma ha ribadito che le singoli azioni isolate e di emergenza non risolvono il problema dei migranti tra i quali potrebbero esserci molti individui che hanno diritto alla protezione internazionale. Le autorità, aggiunge l’Unhcr, «devono fare in modo che coloro che vogliono chiedere lo status di rifugiati politici abbiano accesso a una procedura equa e possano presentare domanda di asilo, nonché devono fornire alloggi adeguati a tutte queste persone per il periodo in cui la loro domanda d’asilo sarà presa in esame». Sembra di sentir parlare di questioni italiane. «La situazione di Calais - conclude l’Unhcr mostra una volta di più la necessità che i governi europei giungano a definire una posizione comune sul diritto d’asilo, non solo sulla carta ma anche in pratica».

La polizia ha fermato 278 immigrati, di cui 132 minorenni. L’Unhcr critica la scelta e chiede un’azione europea

venire», ha detto ieri a New York dopo i colloqui con il presidente del Costarica Oscar Arias, i cui sforzi di mediazione in Honduras finora sono falliti. I militari honduregni, su mandato del Parlamento, hanno costretto Zelaya all’esilio il 28 giugno, deportandolo di forza in Costarica. Il governo ad interim presieduto da Roberto Micheletti, eletto dal Congresso il giorno successivo alla defenestrazione di Zelaya, ha intimato al presidente deposto di non rientrare in Honduras, a meno che non sia disposto ad affrontare le accuse di corruzione e di attentato alla Costituzione, per aver cercato di aumentare il numero dei mandati consecutivi per il capo dello Stato.

sione di addestramento che si è schiantato provocando sette morti. Venerdì scorso Ahmadinejad era tornato a mettere in dubbio l’Olocausto e aveva detto che Israele era ormai «alla fine dei suoi giorni». Il giorno prima il capo del dipartimento stampa della presidenza, Sasan Valizadeh, ha detto che Ahmadinejad si reca a New York con un messaggio di «pace e amicizia». Invece, il presidente è tornato ad alzare i toni, proprio all’inizio di una parata in cui sono stati fatti sfilare anche i missili Shahab-3 e Sejil, con una gittata dichiarata di 2.000 chilometri e quindi in grado di raggiungere Israele. «Nessuna potenza può più invadere l’Iran» ha affermato Ahmadinejad davanti ai vertici militari. «Ogni mano - ha aggiunto - che si tendesse per premere il grilletto contro di noi, sarebbe tagliata dalle nostre forze armate». Ahmadinejad si è scagliato anche contro la presenza di truppe straniere in Iraq e in Afghanistan. «Tornate alle vostre terre ha affermato - perché i popoli della regione non accetteranno mai la presenza di stranieri». Da quando le forze occidentali sono presenti nella regione, ha aggiunto il presidente iraniano, «il terrorismo si è moltiplicato e la produzione di stupefacenti è raddoppiata».


cultura

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Ritratti. Dai dipinti giovanili alla sofferta stesura de “Le anime morte”, viaggio nella Russia (e nell’Europa) dell’800 attraverso gli occhi di un genio della satira

Aspettando Gogol... Mostre, allestimenti, convegni, rappresentazioni teatrali. A 200 anni dalla nascita, l’Italia celebra il grande scrittore di Enrica Rosso orse il più russo degli autori russi di tutti i tempi. Strano uomo Gogol, strano davvero, inafferrabile e inesprimibile. Ha lasciato senza parole il fior fiore della critica mondiale (compresa quella russa) che da sempre tenta di costringerlo in una gabbia descrittiva in grado di contenerne la straripante personalità artistica ritraendolo come «lo scrittore più originale, più enigmatico che la Russia abbia mai partorito» (Andrej Belyl). Nikolaj Vasil’evic Gogol nasce il 20 marzo 1809 nel villaggio di Velikie Sorocincy, a trenta chilometri dalla tenuta di Vasil’evka.

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Da subito assorbe la grande religiosità - alimentata da fede ortodossa, credenze popolari e squarci di illuminismo europeo - che permea l’atmosfera di casa (la nonna che si avventura in narrazioni di storie con scale che scendono dal cielo ad opera di solerti angeli pronti a porgere la mano all’anima dei defunti in occasione della vigilia Pasquale, o della madre, più incline ai racconti terroristici del Giudizio Universale) che restituirà nelle sue opere e che lo guiderà fino alla fine (le sue ultime parole saranno infatti: «La scala, datemi la scala!»). La sua è una famiglia di piccoli possidenti terrieri di stampo patriarcale che gli tornerà parecchio utile nella stesura del racconto Possidenti di antico stampo in cui si riflettono le abitudini della famiglia Gogol Janovskij. Il giovane Nicolaj partecipa attivamente alla costruzione della villa padronale, in particolare rivela una spiccata attitudine per il disegno che trova espressione nella realizzazione di schizzi e bozzetti relativi agli abbellimenti interni ed esterni della struttura. Rivela quindi, sin da giovanissimo, quell’attenzione per i dettagli che unita alla capacità di “decorare” la realtà, costituirà la spina dorsale del suo scrivere. In seguito frequenterà ancora i pennelli in modo discontinuo ma produttivo e, pare, con un certo estro. Purtroppo i suoi dipinti risulta-

no a tutt’oggi smarriti. Dal 1821 al 1827 è studente al ginnasio di scienze superiori di Nezin dove subirà la fascinazione dell’insegnante di diritto naturale tale B. G. Belousov - che per primo gl’instillerà l’orgoglio del buon cittadino

effettivamente nella capitale dell’Impero. Il diciannovenne di provincia - ritratto dal suo conterraneo Venecianov - non molto alto, magro, biondo, con un ciuffo che conferisce al suo aspetto un’aria passionale esibisce un abbigliamento estroso e privo di classe e viene

Nasce il 20 marzo del 1809 nel villaggio di Velikie Sorocincy. Sin da piccolo assorbe la grande religiosità che permea l’atmosfera di casa e che restituirà nelle sue opere servitore dello Stato. Gogol non dimentica né la lezione né l’insegnante che farà rivivere ne Le Anime morte. Sognando Pietroburgo, che ai suoi occhi sembra il passo indispensabile da compiere per dare concretezza ai suoi sforzi, inizia gli studi di giurisprudenza; un anno dopo, lo ritroviamo

ricordato come un gran raccontatore dotato di assoluto umorismo in netto contrasto con un’espressione perennemente funerea accompagnata dalla sua naturale predisposizione alla riservatezza. Il che lo rende due volte risibile. Nel 1829 lo ritroviamo a esplorare - con scarsi risultati - varie cariche di funzionario «che non facevano

invidia a nessuno» ma che costituiranno una miniera in quanto a conoscenza dell’ambiente. Dopo quest’esperienza sente l’esigenza di tornare alle arti figurative frequentando le classi dell’Accademia delle Belle Arti dove entra in contatto con numerosi artisti. Onnivoro, non tralascia neppure l’insegnamento e si dedica alla geografia sviluppando l’idea della conoscenza del territorio come condizione fondamentale per meglio servire la Patria. Cambia materia e si dedica alla storia, ma ancora non è la sua strada. E, finalmente, scrive. La sua prima prova è un poemetto che titola Italia, la seconda il deludente poemetto romantico Hans Kuchelgarten. Visto lo scarso gradimento della critica, decide di fare il giro dei librai, farsi rendere le copie e bruciarle. Risale al 1831 l’uscita del libro che, grazie al tema popolare, gli regalerà notorietà in Russia: Veglie alla fattoria presso Dikan’ka. Il ghiaccio è rotto. In un tempo brevissimo l’autore sforna racconti che sono capolavori: La prospettiva Nevskij, Il diario di un pazzo, Possidenti di antico stampo, Taras Bul’ba. Per Gogol «il teatro è una cattedra, da cui si tiene d’un colpo ad un’intera folla una lezione viva…»; e cosi, sempre nel 1835 scrive la commedia L’ispettore generale che riesce ad andare in scena solamente grazie all’intervento dello Zar in persona che presenzierà con l’erede al trono alla prima al Teatro Imperiale e «…era molto contento, rideva a crepapelle» ben conscio che mettendo in risalto i vizi dei burocrati l’autore gli rendeva un gran servizio incitando i giovani a non tradire mai la Patria.

Le reazioni alla commedia non furono però unanimi tanto che alcuni proposero di metterlo ai ferri e deportarlo in Siberia. Gogol soffre molto del mancato apprezzamento e rivendica con passione che gli sia resa giustizia: «...Non riconosce, il giudizio contemporaneo, che sono allo stesso tempo mirabili le lenti che contemplano il sole, e quelle che rendono i movimenti degli invisibili microrganismi, non riconosce, il

giudizio contemporaneo, che grande profondità di spirito occorre a illuminare una scena tolta dalla vita vile, ed elevarla perla della creazione, non riconosce, il giudizio contemporaneo, che l’alto, ispirato riso è degno di stare a paro coll’alto impeto lirico, e che un abisso lo divide dalle smorfie del pagliaccio da fiera! Non riconosce questo, il giudizio contemporaneo, e tutto inscrive a carico e a rampogna del misconosciuto scrittore senza consensi, senza echi, senza simpatie, egli, come il viaggiatore senza famiglia, si ritrova solo lungo la strada. Aspro è il corso della sua vita, e amaramente egli sente la sua solitudine». A questo punto Pietroburgo che pure vide fiorire il talento di Gogol risultò non essere più il luogo dei suoi sogni. Dopo otto anni la città comincia a mostrare i suoi lati oscuri


cultura

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A destra, in basso e nella pagina a fianco (a sinistra), tre ritratti che raffigurano Gogol. A fianco e in basso a sinistra, due opere di Sergei Alimov in mostra fino al 29 novembre al Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo nell’ambito della rassegna “Nicolaj Gogol nelle illustrazioni di Sergej Alimov”

Gli eventi per il bicentenario

e viene vissuta dall’autore come una colonia americana dove «gli autoctoni erano pochi e numerosi gli stranieri, ancora non integrati in una massa compatta». Gogol quindi decide di lasciare l’amata terra na-

Gogol ritrova la serenità e la pace con se stesso. Da sempre solidale con un’umanità reietta, fallibile, in lotta costante con la meschinità trova nella romanità del diciannove-

La primo lavoro scritto è il poemetto “Italia”, il secondo il deludente “Hans Kuchelgarten”.Visto lo scarso gradimento della critica, fa il giro dei librai e brucia tutte le copie tia e comincia a viaggiare. Dopo aver visitato numerose città europee, il 25 marzo del 1837 arriva a Roma e qui trova il luogo dove «la sua anima viveva prima ancora che venisse alla luce». È nella Città eterna che

simo secolo una grande vicinanza col popolo russo. A quest’epoca risalgono Il cappotto e Il Naso. Si avvicina inoltre all’opera di Dante e ne rimane folgorato. Si mette nuo-

A conferma dei rapporti di amicizia da sempre intercorsi tra Italia e Russia, festeggiamenti a 360 gradi per il bicentenario della nascita di Nikolaj Gogol, caposcuola del naturalismo, genio della satira. Non una mostra quindi, ma una serie di manifestazioni collocate in alcuni luoghi cruciali di Roma. Un allestimento impegnativo curato dalla Fondazione Internazionale Accademia Arco presieduta da Larissa Anisimova con il Ministero della Cultura della Federazione Russa e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Ecco gli appuntamenti nel dettaglio: al Caffè Greco, mercoledì 30 settembre alle 20.45 grande serata ad inviti per rendere omaggio allo scrittore russo che di Roma apprezzava molto anche la cucina. Alla presenza dei Ministri della Cultura della Russia e dell’Italia si esibiranno i Solisti del Teatro da camera di Boris Pokrovskij di Mosca con una selezione di scene di Opere liriche tratte dai racconti di Gogol. Il primo ottobre alle 11.00 presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata l’emerito professor Jurij Mann, membro dell’Accademia Russa di Scienze Estetiche, collaboratore scientifico dell’Istituto di Letteratura Mondiale terrà la conferenza “Che ne è stato del secondo volume delle «Anime Morte»?” Lo stesso giorno alle 18.00 nei locali della Cineteca nazionale, Sala Trevi si inaugura la rassegna cinematografica “Gogol nel Cinema” che fino al 4 ottobre proporrà pellicole di maestri italiani e russi ispirate all’opera gogoliana. La celebrazione è curata da: Centro Sperimentale di Cinematografia, Cineteca Nazionale e Fondazione Internazionale Accademia Arco. Alle 20.45 appuntamento al Teatro Valle per due repliche (la sera stessa e il giorno successivo) de «Possidenti di Antico Stampo» messo in scena dal Teatro D’Arte di Cechov Di Mosca per la regia di Mindaugas Karbauskis. E ancora: la Biblioteca Museo Teatrale del Burcardo della Siae ospita fino al 29 del mese una duplice esposizione: “Gogol’- Il Teatro - L’Avanguardia Russa” e “Nikolaj Gogol’ nelle fotografie di Sapiro (18401900). Entrambe le mostre presentano materiali provenienti dal Museo Nazionale del Teatro di “A.A. Bachrusin”: la prima propone oggetti, costumi, bozzetti di scenografie, foto di scena e manoscritti; la seconda è l’espressione del talento di Kostantin Aleksandrovic Sapiro messo al servizio del teatro. Al Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo trovano casa 42 disegni originali del pluripremiato illustratore Alimov. Fino al 29 novembre “Nicolaj Gogol nelle illustrazioni di Sergej Alimov” offre l’occasione di tuffarsi nel mondo unico fatto di personaggi «commoventi e mostruosi, ridicoli e tragici» caro allo scrittore russo. Ogni disegno ha vita propria, ma l’insieme tratteggia in modo eccellente e arguto il mondo gogoliano . Direttamente dal Museo Nazionale della Storia di Mosca per noi fino al 29 novembre centosessanta oggetti esposti al Pio Sodalizio del Piceni - Museo di San Salvatore in Lauro. La mostra, curata da Natalia Kargapolova, traccia una scia che conduce il visitatore in un ipotetico viaggio dalla Russia rurale ai paesaggi romani cercando di penetrare il sentire di Gogol. (e.r.)

vamente al lavoro con l’intento di riprodurre ne Le anime morte la struttura dantesca della Divina Commedia: «Le anime morte sono un cortile sporco attraverso il quale si arriva ad un edificio elegante». Il primo volume del trittico - quello in cui dipingeva l’inferno - pubblicato nel 1842, riceve un grande plauso e ancor più lo stimola nell’idea di voler illuminare il lettore nella verità cristiana. Nel 1845 a Karlsbad, in preda ad una crisi di salute e di nervi, brucia però il materiale frutto di 5 anni di lavoro che doveva costituire la seconda parte del poema.

La profonda inquietudine che ha segnato il suo passaggio in terra lo spinge ora a ritornare in Patria, ma non direttamente e non a Pietroburgo. L’avvicinamento a Mosca passa per Gerusalemme anche se dopo il pellegrinaggio - che considera un’esperienza importantissima - confida di non essere riuscito a diventare migliore. Raggiunta l’antica capitale Gogol matura, a seguito di un intenso scambio epistolare, il desiderio di convolare a nozze con Michajlovna V’el’gorskaja, figlia di un vecchio amico, ma la contessa rifiuta. Sfumato cosi il suo sogno di stabilizzarsi, ricomincia a esplorare la provincia preso da un’ansia di conoscenza che lo riporti in contatto con lo spirito, con quel sentire russo che solo può elevarlo «sopra i bisticci della vita quotidiana». Infine, nel 1852 in piena notte, dopo una lunga preghiera, dà alle fiamme il nuovo manoscritto della seconda parte delle Anime morte. Undici giorni dopo, il 21 febbraio, verso le otto del mattino, spira.


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cultura

Libri. Una conferenza al centro culturale egiziano racconta senza falsificazioni gli antichi Dei della terra dono del Nilo

L’egittologia senza veli di Rossella Fabiani

Accanto la grande piramide di Giza. Sotto dall’alto in basso: la copertina del libro di Damiana Spadaro; Lord Carnarvon, il nobile inglese che insieme a Howard Carter scoprì a Luxor nel novembre del 1922 la tomba del faraone Tutankhamon, il Re- fanciullo salito al trono all’età di 9 anni e che morì molto giovane (18-20 anni); la maschera funeraria in oro di Tutankhamon conservata al Museo del Cairo

media e l’archeologia. Come comunicare il passato alle future generazioni, ma anche alle attuali, è la questione che pone Damiana Spadaro nel libro “Sulle tracce degli dei. Fonti documentarie classiche sull’Antico Egitto”, edizioni Ananke, che verrà presentato a Roma domani al Centro culturale egiziano, (via delle Terme di Traiano, 13 ore 17.30). L’autrice ha unito la sua competenza nella scienza della comunicazione, in cui si è laureata, alla sua grande passione per l’archeologia, in questo caso l’egittologia, per mostrare «il ruolo straordinario e importantissimo che hanno i media nella divulgazione e nella conoscenza della storia di un Paese a condizione però – sottolinea la studiosa – che questa sia fatta in maniera seria e approfondita». Dice Damiana Spadaro: «Se la televisione si ponesse come mezzo di educazione autentica si potrebbero evitare tanta mistificazione e tanti fondamentalismi. Soprattutto bisognerebbe cercare di calarsi sempre nell’epoca di cui si sta parlando evitando di usare categorie mentali moderne e cosiddette “occidentali”. Come è avvenuto nell’interpretazione della Tabula o Mensa Isiaca conservata a Torino». Si tratta di una lastra in bronzo su cui sono raffigurate, secondo la tecnica dell’ageminatura, molti dei e devoti. L’opera apparve nel 1527 durante il sacco di Roma da parte dei Lanzichenecchi, passò nelle mani del cardinale Pietro Bem-

I

bo, poi ai Gonzaga, fino a quando scomparve durante il saccheggio di Mantova per riapparire a Torino nella collezione dei Savoia. La Tabula è divisa in due registri uno superiore e l’altro inferiore che «secondo un criterio interpretativo dominato in Occidente dalla politica – dice la Spadaro – sono stati letti come un’unione appunto politica del Paese, un’unione costituzionale dell’Alto e Basso Egitto». In realtà, come è stato invece intuito da Luisa Bongrani nel saggio La Mensa isiaca: nuove ipotesi di interpretazione, si tratta di un’unione più profonda, «un’unione delle culture, delle religioni, un’unione spirituale, conseguenza inevitabile del monoteismo proclamato dal faraone Akhenaton».

L’interesse per la cultura egizia e la sua trasposizione nel pensiero occidentale viene da lontano. È ben rappresentata dal padre gesuita Athanasius Kircher che nel Seicento «traghetta tutta la sapienza del popolo delle piramidi in piena età barocca». Non solo. «Il Kircher studia il paese dono del Nilo (come Erodoto aveva chiamato l’Egitto) ”piegando” questo studio ad un fine devozionale, di catechesi e sempre coerente con la fede cristiana». E al riguardo la studiosa indaga molto bene nel suo libro come l’indagine storica condotta nel Medioevo attorno all’Antico Egitto sia stata fatta sotto l’ombrello della teologia cristiana. «L’occidente medievale - spiega Da-

miana Spadaro - guarda alla terra della Sfinge come il luogo dove visse Mosè e dove la sacra famiglia si rifugiò per fuggire da Erode», è evidente allora la doppia lettura da parte dell’occidente cristiano dell’Egitto: «Da un lato un Paese che affascina intellettualmente per la ricchezza della sua teosofia, del suo misticismo, dall’altro un territorio che viene ad essere indicato come il paese della pietas, come il luogo che accoglie e nutre Cristo e Maria». Anche

Attraverso una retrospettiva delle fonti classiche, Damiana Spadaro spiega come è stato manipolato il messaggio originario della cultura faraonica l’egittologo Sergio Donadoni coglie questa doppia lettura: «Se i Greci avevano ammirato la saggezza di questo popolo, i cristiani ne ammirano le virtù morali, prime fra tutte la pietà, ma anche l’ascetismo». L’autrice ricorda anche l’ammirazione che i monaci della Tebaide suscitano nei monaci occidentali, in quanto modelli del rigoroso distacco dal mondo, dal racconto del vescovo Palladio che visse per un periodo in Egitto sperimentando la dura vita ascetica del luogo del tutto improntata alla totale rinuncia

ai beni mondani. Da questa sua esperienza, raccontata a Lauso, il gran ciambellano della corte di Teodosio II, nasce la Historia Lausiaca che riporta notizie non tanto del paese antico ma della storia di una terra così come doveva apparire dopo la fine del periodo faraonico. Nel libro si dà inoltre conto di come per una ristretta cerchia di intellettuali l’Egitto rappresenti anche la terra di antichissime dottrine religiose che attirano l’interesse dei teologi. La studiosa affronta la figura della Isis lactaans trasformata nella potente e dolcissima icona di Maria che allatta Gesù, «il figlio di Dio conserva in se alcune caratteristiche che lo rendono simile al piccolo Horo, entrambi possono vantare un concepimento fuori dell’ordinario». L’Egitto è anche terra dove regna la magia e dove l’esoterico e l’alchimistico finiscono per condizionare la costruzione della religione cristiana. «Emblematico del ruolo della magia - dice la Spadaro - il testo Contro Celso di Origene dove è sottolineato come Gesù abbia imparato nel paese delle piramidi tutte le arti magiche grazie alle quali fece miracoli. Una visione presente anche nell’antica letteratura ebraica, messa a tacere e ripresa nel 1978 da Morton Smith nel libro ”Gesù mago”». E allora occorrono occhi seri e preparati per evitare di ”piegare”la storia ad interpretazioni personali in modo da vedere davvero «cose meravigliose» come rispose Carter a Lord Carnarvon.


spettacoli

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ta Pallenberg). Rimase indietro, pur essendo arrivato prima degli altri: il primo a suonare la chitarra slide, il primo a portare i capelli a caschetto, a indossare gli eleganti gessati di Savile Row e le sgargianti camicie psichedeliche. Il più entusiasta delle suggestioni della musica etnica (con i marocchini Master Musicians of Joujouka), il meglio introdotto negli ambienti della controcultura, amico personale di Andy Warhol e di Arthur C. Clarke, di Bob Dylan e di Jimi Hendrix (che presentò sul palco del festival di Monterey). Non poteva fare il frontman, con quella vocetta strozzata da un’asma cronica, e soffriva a fare la spalla.

aul McCartney è morto. Elvis Presley e Jim Morrison (forse anche Michael Jackson) sono vivi. E Brian Jones è stato assassinato. Per infondati e fantasiosi che siano, miti e leggende del rock resistono all’usura del tempo. Ma il caso del paggio biondo dei Rolling Stones è diverso: che ci fosse qualcosa di poco chiaro, nella sua morte, lo si è sempre saputo, e ora lo pensa anche la polizia britannica che a quarant’anni di distanza ha riaperto il cold case indirizzando i suoi sospetti su Tom Keylock, veterano di guerra ed ex autista della band. Non potrà difendersi dall’accusa: è scomparso anche lui, il 2 luglio scorso a Londra.

P

Nelle prime ore del 3 luglio del 1969 Jones venne trovato esanime sul fondo della piscina della sua abitazione di campagna nell’East Sussex (Cotchford Farm, una villa da favola in senso letterale: l’aveva comprata da A.A. Milne, l’autore di Winnie the Pooh). Morte accidentale, decretò il coroner, dovuta ad annegamento. Nel corpo del giovane musicista, morto a 27 anni come, dopo di lui, Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison (gli altri membri illustri del famigerato Club 27), trovarono tracce di Mandrax e di anfetamine, ma non in dosi tali da giustificarne il decesso. Cuore e fegato erano notevolmente ingrossati a causa degli abusi alcolici, eppure dal test delle urine non risultò che quella sera Brian si fosse ubriacato; per di più in molti (a cominciare da Keith Richards) testimoniarono delle sue eccellenti qualità di nuotatore. Dopo la frettolosa archiviazione del caso una valanga di libri e di articoli di giornali ha indagato sulla vicenda esponendo molteplici teorie sulla verità dei fatti. Ma l’unica realtà accertata è che nelle ore immediatamente successsive al decesso ci fu un via vai sospetto, dentro e intorno all’ultima dimora del reuccio diseredato dei Rolling Stones (che lo avevano licenziato il mese prima per inaffidabilità e scarso rendimento). Cotchford Farm venne saccheggiata senza pietà e proprio Keylock fu visto trafugare numerosi oggetti personali appartenuti al musicista, mentre qualcuno, per motivi misteriosi, pensò bene di bruciarne gli abiti inquinando sostanzialmente le pro-

Il personaggio. Il biondino degli Stones sulla cui morte indagano tutti. Di nuovo

Quel caso irrisolto di Brian Jones di Alfredo Marziano ve di un possibile omicidio. Si disse, allora e in seguito, che la corte dei miracoli di cui Jones si era circondato e che lo accudiva in ogni sua esigenza quotidiana - domestiche, autisti, carpentieri, uomini delle pulizie avesse buoni motivi per odiare quel ricco signorotto viziato

parso nel 1993. Ora invece la prospettiva si ribalta, e ad accusare l’autista delle star è l’ex road manager degli Stones Sam Cutler. Sia quel che sia, la morte prematura dell’anima fragile dei Rolling Stones non stupì nessuno. «Era troppo sensibile per stare nel music busi-

nerosi e di indicibili bassezze. Era stato il primo motore degli Stones, fu la sua fede messianica nel blues e nel rhythm and blues ad accendere la miccia creativa di Jagger e Richards, i Glimmer Twins. Un autogol, a posteriori, perché presto non ci fu posto per un terzo incomo-

Che ci fosse qualcosa di poco chiaro nella scomparsa lo si è sempre saputo, e ora lo pensa anche la polizia britannica che a 40 anni di distanza ha riaperto il fascicolo indirizzando i suoi sospetti su Tom Keylock, l’ex autista della rock-band che indulgeva in viziosi passatempi, sesso e droga, mentre loro sgobbavano per risolvergli ogni tipo di problema. A un certo punto saltò fuori la storia (mai confermata) che proprio Keylock aveva ricevuto una confessione di colpevolezza sul letto di morte da parte del muratore Frank Thorogood, scom-

In alto, un’immagine di Brian Jones da solo e, a sinistra, ai tempi dei Rolling Stones con la band al completo. A destra: Jim Morrison, Elvis Presley, Michael Jackson e Paul McCartney

ness», disse Mick Jagger, che non ha mai creduto alle teorie cospirative sulla sua morte. Una faccia d’angelo con i demoni in corpo, il povero Brian, che molti amici di vecchia data descrivevano come geniale e incostante, ingenuo e maligno, dolce e feroce, sciupafemmine e idealista, capace di gesti ge-

do. Era stato il primo sex symbol del gruppo ma la sensualità di Jagger travolse presto, nelle attenzioni del pubblico femminile, il suo fascino androgino. Suonava la chitarra meglio di Richards, ma non aveva lo stesso senso del ritmo, lo stessso feeling per il rock’n’roll (e quello gli rubò anche la donna, Ani-

Per qualche tempo si inventò un ruolo di fantasista, colorando la musica monocromatica dei primi Stones con tocchi esotici e pennellate fantasiose: il sitar di Paint It, Black, il dulcimer di Lady Jane, il flauto dolce di Ruby Tuesday, la marimba di Under My Thumb, il mellotron di 2,000 Light Years From Home. Poi più nulla, svuotato dalla crescita artistica degli altri due e da uno stile di vita sempre più debosciato che gli impediva di tenere fede agli impegni e agli appuntamenti: nel Rock’n’Roll Circus, il filmspecial televisivo di fine 1968 abortito e uscito postumo solo nel 1996, è già un fantasma, gonfio e inebetito, mentre gli Stones celebrano la loro grandeur insieme agli amici più fidati, John Lennon e Yoko Ono, Marianne Faithfull ed Eric Clapton, Pete Townshend e gli Who. Fu una vittima predestinata dei favolosi anni Sessanta, Brian Jones, un’epoca eccitante, vorace e pericolosa da cui alla fine si fece divorare. La sua morte ne segnò la fine simbolica, quanto Woodstock e le violenze di Altamont (ancora gli Stones protagonisti involontari). Al concerto gratuito di Hyde Park, due giorni dopo la sua scomparsa, un Jagger di bianco vestito gli dedicò i versi di Shelley mentre dal palco si liberavano in cielo migliaia di candide farfalle. Un altro simbolo potente: anche Brian, forse, si era finalmente liberato della sua gabbia. «Meglio che sia morto così», osservò laconicamente il batterista Charlie Watts anni dopo. «Meglio così che vederlo diventare l’ombra di se stesso a passeggio per King’s Road».


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da ”le Figaro” del 22/09/2009

Carica alla francese di Stéphen Durand-Souffland affaire Clearstream entra in tribunale. È cominciato lunedì il processo a carico dell’ex primo ministro, Dominique de Villepin. Un brutta storia di ricatti maldestri e finti conti all’estero che avrebbe scatenato «la furia di Nicolas Sarkozy», come ha denunciato l’ex premier prima di entrare in aula. Si sono accesi i fari del mondo, è il vantaggio e l’onere di essere un personaggio.

L’

De Villepin non si è tirato indietro ed è voluto essere presente davanti alla corte del tribunale di Parigi. È accusato di aver svolto un ruolo centrale nella gestione dell’affaire Clearstream (falso dossier contro Sarkozy, ndr). Gli altri quattro imputati sono arrivati il più furtivamente possibile. Imad Lahoud, Jean-Louis Gergorin, Florian Bourges e Denis Robert. Delle parti civili costituite mancavano i più famosi. Abbiamo riconosciuto i baffi del giornalista Edwy Plenel, Pierre Pasqua perché è il ritratto di suo padre, Jaen-Charles Marchiani, visto che è un frequentatore abituale delle aule giudiziarie. Nicolas sarkozy, naturalmente, era assente. Ed ecco arrivare de Villepin, con il suo metro e 93 di altezza, una moglie e tre figli, tutti molto belli. Si pianta davanti alla foresta di telecamere, ascolta gli applausi di un fan club, sparuto ma energico. È vestito di grigio. Si nota il taglio appena fatto dei capelli e una certa abbronzatura. «Mi rifiuto di credere che in Francia si facciano ancora dei processi politici. La giustizia è un bene prezioso ma fragile. Sono qui per la volontà di un uomo, per la sua inesorabilità, sono qui per Nicolas Sarkozy che è anche il presidente della Repubblica francese. Ne uscirò libero e innocente, in nome della nazione francese.

Qualcuno potrebbe credere che il nostro non sia un Paese dove si celebrino processi politici. Eppure siamo qui, nel 2009, in Francia» le parole di un discorso degno del palco dell’Onu. Di nuovo applausi. L’imputato, seguito dalla sua famiglia, si è poi recato davanti al giudice. Si è seduto a fianco di Lahoud, a sua volta a gomito di Gergorin, dall’altra parte Bourges e Robert, apparentemente più rilassato. Le ostilità si aprono quasi subito. Con la scusa di invocare la nullità giuridica, una pratica di routine all’avvio di un processo, gli avvocati dell’ex primo ministro e del presidente della Repubblica incrociano le lame, sotto il naso del procuratore di Parigi, Jean Claude Marin.

Henry Lecrerc (difensore dell’ex premier, ndr) fa dichiarazioni a favore di de Villepin. «La giustizia è indipendente? Sicuramente, la sua indipendenza è garantita dal presidente della Repubblica». Il tono è impostato. E parte un attacco nei confronti di un collegio dell’accusa descritto senza peli sulla lingua, come “servile”, senza in apparenza affermarlo direttamente. Poi preso dalla foga oratoria commette un lapsus, descrivendo Nicolas Sarkozy come «capo del sindacato dei magistrati» invece che «presidente del consiglio superiore della Magistratura». Ma questo non è il tempo per rilassarsi. Poi è il turno dell’avvocato Thyerri Herzog, (parte civile di Sarkozy, ndr) «per me loro sono

una parte civile e un imputato come altri». Ha poi subito osservato come de Villepin, una volta in televisione, abbia affermato che «sia un diritto del presidente della Repubblica presentarsi come parte civile». Ha sottolineato come Sarkozy sia entrato in carica nel 2006, mentre il procedimento giudiziario sia stato avviato nel 2004 e che «non ci sono mai state interferenze nel lavoro dei magistrati». «Ad oggi la Costituzione non è mai stata violata». Parlando ad un microfono la voce amplificata di Herzog somigliava tanto ad un ruggito, intervallato da colpi di cannone. Infatti è arrivata anche l’artiglieria pesante: «Solo un’altra persona ha usato gli stessi argomenti di de Villepin contro Nicolas Sarkozy. È Yvan Colonna». Colonna è un noto indipendentista corso, condannato all’ergastolo per l’omicidio del prefetto di Ajaccio.

Viene il momento per il procuratore Marin di esporre il suo punto di vista. Con grande calma cerca di barcamenarsi in una situazione, dove sembra essere l’unico a sventolare una bandiera bianca, tra i colpi sferzanti delle toghe nere, in mezzo ad un campo di battaglia già del tutto devastato.

L’IMMAGINE

Lecce: degrado e incuria in pieno centro. L’erbaccia nasconde pericolose buche Alcuni cittadini residenti in via Schipa segnalano una situazione di incredibile degrado presente su quella via. In particolare, nel tratto di strada in prossimità dell’incrocio con via Grande, i marciapiedi sono in stato di abbandono. La cosa che rende più paradossale la situazione è che ci si trova in centro cittadino a poca distanza da piazza Mazzini e a cento metri da alcuni uffici comunali! I residenti segnalano che da molti mesi che non si effettuano interventi di manutenzione su quella strada, così come dimostra la vegetazione spontanea presente. Verrebbe da pensare che forse non s’interviene per evitare di eliminare il già poco verde pubblico presente in città. Il fatto pericoloso è che spesso sotto tutta quest’erbaccia si nascondono pericolose buche e dislivelli di marciapiedi. Ricordiamo che, anche sulla base delle recenti pronunce della Cassazione, il Comune è sempre responsabile del danno subito dalle persone senza che debba ricorrere il requisito dell’insidia o del trabocchetto.

Un leccese, tanti leccesi

NUMERI TELEFONICI GONFIA BOLLETTE L’Agcom ha avviato una nuova procedura per il blocco dei numeri telefonici “gonfia bollette” (899, 895, 894, 48xxx). Il nuovo provvedimento, che entrerà in vigore al primo gennaio 2010, punta ad ovviare a tutte le osservazioni che la giustizia amministrativa (Tar e Consiglio di Stato) hanno fatto alle precedenti delibere dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Per gli utenti sarà, quindi, impossibile utilizzare le numerazioni bloccate, salvo loro espressa richiesta di sbocco. Che il giro d’affari dei numeri speciali nella stragrande maggioranza dei casi fosse frutto di truffe, lo dimostrano le cifre dell’Agcom che ha confrontato i reclami degli utenti su

bollette gonfiate nei primi tre mesi del 2008 e del 2009. Sono stati confrontati un periodo in cui non era in vigore nessun blocco automatico, con uno in cui era in vigore la vecchia delibera, poi bocciata dalla giustizia amministrativa. Il calo è stato dell’86%, passando dai 114.260 reclami del 2008, ai 16.626 del 2009. La nuova formulazione dell’Agcom modifica i numeri oggetto del blocco, includendone di nuovi e escludendone alcuni non pericolosi (per esempio l’892). Globalmente la delibera va nella giusta direzione, anche se occorre precisare: che il blocco automatico riguarda solo la telefonia fissa. Per quella mobile, la disabilitazione deve essere espressamente richiesta dagli utenti ai propri gestori; fino al pri-

Lacrime di tartaruga Serena e rilassata questa tartaruga si gode gli ultimi giorni di vacanza a bordo piscina, in Marocco. A mollo nel cloro sembra perfettamente a suo agio, molto meglio - penserà - di tutto quel sale che molte sue simili sono costrette a ingerire nuotando nel mare. Per adattarsi alla salinità delle acque marine alcune specie di tartarughe hanno sviluppato speciali ghiandole lacrimali ai lati degli occhi

mo gennaio 2010 il rischio di bollette gonfiate permane.

Lettera firmata

RIFORMIAMO LA SANITÀ Una “guardatina” alla situazione sanitaria italiana qualcuno prima o poi la dovrebbe fare, perché comparando i risultati con gli intendimenti di Obama da oltreoceano, da noi resta invariato un si-

stema ospedaliero e sanitario, che è una delle più forti roccaforti, dei moduli assistenzialistici instaurati soprattutto nel Mezzogiorno dai soliti politici.

BR

UNA BANDIERA, UN POPOLO Per me, l’invito del sindaco di Roma Alemanno, di esporre le bandiere italiane dai balconi, significa

molto, e mi dispiace che l’esempio non possa essere seguito in altre città. È un gesto che non deve essere solo simbolo di vittorie calcistiche dei campionati mondiali; un gesto per mostrare che, attraverso le nostre coscienze, i ragazzi periti in Afghanistan sono vivi tra noi; un modo per ritrovarci diversi, cambiati, più uniti.

Gennaro Napoli


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Sono innamorato di te e sono molto serio Se non c’è praticamente nessuno (nessuno che lo sappia dalle mie confidenze, quasi nessuno che possa immaginarlo) che sappia con certezza che io sono innamorato di te, tanto meno c’è nessuno - be’, proprio nessuno - che possa dire che io sono innamorato di te con idee poco serie. Per dire questo sarebbe necessario essere dentro il mio cuore; e anche così, bisognerebbe essere miopi, perché si tratta di una grande sciocchezza. Quanto infine alla donna che io ho, se non te la sei inventata tu per allontanarti da me, dovresti porre le seguenti domande alla rispettabile persona (ammesso che esista) che ha informato tua sorella: 1. Che donna è? 2. Dove ho vissuto o dove vivo con lei, e dove la incontro(ammettendo che siamo due amanti che viviamo separati), e da quanto tempo la conosco? 3. Qualsiasi altra informazione concernenete questa donna. Se tutta quanta la storia non è una tua invenzione, ti garantisco che assisterai ad una ritirata immediata della persona che ti ha dato queste informazioni; ritirata di tutti coloro che sono in menzogna. Francamente meriterei di essere trattato meglio dal destino di quanto non sia trattato: dal destino e dalle persone. Fernando Pessoa a Ophélia Queiroz

ACCADDE OGGI

VIRUS A COME L’AVIARIA? Tra 8 e 12 milioni di malati e 10-15mila morti in Italia. Sono questi gli scenari delineati a Praga dagli epidemiologi durante un incontro sulla prevenzione dell’influenza provocata dal virus A. Per l’Aviaria fu fatto un analogo scenario: secondo gli epidemiologi dell’Oms ci dovevano essere 16 milioni di infettati, 2 milioni di ricoveri e 150mila morti. A livello mondiale si prevedevano 150 milioni di morti. Meno male che il dott. Donato Greco, l’epidemiologo che seguiva, per l’Italia, il gruppo di lavoro internazionale sull’influenza aviaria, alla domanda «gli epidemiologi di solito ci azzeccano?», rispose tranquillamente «no». Gli scenari apocalittici sono appunto scenari, dove si prospettano ipotesi. Il farmacologo Silvio Garattini, dell’istituto di ricerca scientifica Mario Negri, a proposito del virus A dichiara «In generale, comunque, a meno di soffrire di patologie particolari, si può anche non vaccinarsi, il decorso di questa influenza, infatti, sembra essere benigno nella maggioranza dei casi» e, ancora, «la via più semplice per limitare la pandemia è quella di lavarsi le mani spesso, utilizzando acqua e sapone». Al momento su 8.000 infettati i morti sono 2, uno 0,02% statisticamente irrilevante. Il vice ministro alla Salute, Ferruccio Fazio, ha dichiarato che non si vaccinerà contro il virus A.Allora tutto questo allarme a cosa è servito? Una interpretazione la dà lo stesso Garattini «I governi sotto la spinta di potenti interessi economici

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

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23 settembre 1868 Porto Rico dichiara l’indipendenza dalla Spagna 1875 William Bonney (Billy the Kid) viene arrestato 1884 Herman Hollerith brevetta la sua addizionatrice meccanica 1889 Fusajiro Yamauchi fonda a Kyoto la Nintendo 1907 Si apre a Pistoia la prima settimana sociale dei cattolici italiani 1922 L’atto di costruzione del porto marino di Gdynia viene approvato dal parlamento polacco 1932 Il regno di Hejaz e Nejd viene ribattezzato regno dell’Arabia Saudita 1941 Primi esperimenti con i gas nel campo di concentramento di Auschwitz 1943 Seconda guerra mondiale: nasce ufficialmente la Repubblica di Salò 1973 Juan Domingo Perón ritorna al potere in Argentina 1981 Jack Henry Abbott, autore di best-sellers, viene arrestato per omicidio 1983 Saint Kitts e Nevis entra nelle Nazioni Unite 2002 Nasce Mozilla Firefox (Phoenix) versione 0.1

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

si sono interessati a ottenere la disponibilità di vaccini e farmaci piuttosto che dare informazioni al pubblico». Allora di cosa stiamo parlando?

Primo Mastrantoni

DOPPIO COGNOME: SÌ ALLA LEGGE, MA SI LASCI LIBERA SCELTA AI GENITORI Non vorrei l’imposizione di quella che dovrebbe invece essere una libera scelta. In commissione Giustizia della Camera è in atto uno scontro tra la possibilità di scegliere il cognome da dare ai figli a partire dal testo base della presidente della Commissione Giulia Bongiorno.Vi si prevede il doppio cognome per tutti, sostenendo che altrimenti non ci sarebbero cambiamenti, la donna continuerebbe ad essere discriminata e il cognome prevalente sarebbe quello paterno. Siccome stiamo parlando di un cambiamento culturale, imporlo per legge, anche se va nella direzione auspicata, è sempre pericoloso. Perché, allora, non imporre il solo cognome della madre? Questo potrebbe favorire la donna, ma il padre? Compito della legge dovrebbe essere, invece, predisporre e favorire pari opportunità e libera scelta, promuovendo l’informazione e dando supporto adeguato alle decisioni. La legislazione è arretrata, la Corte Costituzionale chiede una legge, occorre adeguarci ai trattati internazionali, ma la legge occorre cambiarla nella direzione più liberale possibile, non passando dal modello patriarcale a quello statalista paritario.

LA CRISI DELL’AGRICOLTURA Crolla il prezzo del grano. Il latte non trova mercato. L’Udc della Basilicata chiede misure urgenti a tutela dei coltivatori. Le quotazioni di mais e frumenti sono in caduta libera da giugno, mentre le importazioni dai Paesi Terzi sono aumentate repentinamente a partire da luglio, mettendo in crisi i nostri cerealicoltori proprio a ridosso della raccolta del frumento. Sui mercati si registrano variazioni al ribasso del 5-7% su base mensile (agosto su luglio) e del 29-30% su base annua (agosto 2009 su agosto 2008). In questa situazione sono a rischio le semine per la prossima campagna. Infatti i nostri cerealicoltori sono fuori mercato visto che i costi sono superiori ai ricavi. Facciamo un passo indietro. AI Chicago Board of Trade, la borsa cerealicola più grande del mondo, il future sul frumento sta chiudendo in ribasso da sei sessioni consecutive: ora la quotazione è di 429 cent per bushel, ai minimi dall’aprile 2007. Perdono terreno anche il mais, la soia. Il che ha naturalmente ricadute anche sul singolo coltivatore italiano, che si sta chiedendo se gli convenga seminare grano da qui a fine ottobre. La questione è semplice: seminare costa, e se il ricavo sarà mimino, a questo punto potrebbe essere più conveniente optare per una coltura alternativa, dalla barbabietola alla patata. Si potrebbe pensare: che importa, l’Italia acquisterà il frumento che necessita al Paese sui mercati mondiali. I granai degli Stati Uniti, Canada, Australia, Cina, ad esempio, per ora sono pieni. Già, ma il problema sta nella volatilità del mercato. Tra sei mesi, un anno, gli stock potrebbero non essere più sufficienti. E poi, potrebbero subentrare logiche speculative, come è avvenuto anche nel settore dei cereali dopo lo scandalo dei subprime, quando la finanza si è gettata sulle materie prime in cerca di nuove fonti di guadagno. In entrambi i casi, la domanda aumenterebbe, ma soprattutto schizzerebbero in alto le quotazioni dei cereali stessi. E l’Italia, se nel frattempo si fosse concretizzata la resa dei coltivatori, si troverebbe di colpo a dover affrontare un’ennesima crisi. Per scongiurare questo pericolo, l’Udc dice che il Governo deve decidere «urgenti contromisure» a tutela dei suoi agricoltori e della produzione cerealicola nazionale. Gaetano Fierro P R E S I D E N T E CI R C O L I LI B E R A L BA S I L I C A T A

APPUNTAMENTI SETTEMBRE 2009 DOMANI E VENERDÌ SIENA - SANTA MARIA DELLA SCALA Alla luce dei tragici avvenimenti in Afghanistan, la fondazione liberal ha deciso di dedicare il convegno di Siena agli eroi di Kabul e alla continuità della politica estera italiana. Interverranno Pier Ferdinando Casini, Giuseppe Pisanu e Massimo D’Alema. SEGRETARIO

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PAGINAVENTIQUATTRO Gossip. Fa scalpore il libro dell’ex presidente francese che rivela, tra le righe, la sua liaison con la principessa

Le «nozze chimiche» di di Roselina Salemi aléry veniva a sbracarsi nel mio piccolo chalet di Méribel, fuggendo da Courchevel, località “c’ero anch’io” brutta e pretenziosa, dove si annoiava a morte. La sera, assieme a Johnny Halliday, Sylvie Vartan, Chantal Goya e al fotografo di Match François Gragnon giocavamo ai “mimi”. Per noi era una cosa seria. Cronometrati dall’arbitro non esitavamo ad assumere le posizioni più grottesche, a fare i gesti più osceni e le smorfie più ridicole per guadagnare secondi preziosi. Una sera Valéry, che ardeva dal desiderio di integrarsi nel gruppo, decise di unirsi al gioco. E per di più nella mia squadra. Io ero assai scocciata. Ci avrebbe fatto perdere. Quando è il suo turno lo vedo leggere il titolo del film da mimare, grattarsi la testa, gettare uno sguardo smarrito in giro e precipitarsi in cucina dove Madame Renée sta passando lo strofinaccio. Ci stava facendo perdere minuti preziosi! Ma eccolo riapparire a cavallo di una scopa, lo strofinaccio sgocciolante sulla testa e mettersi a saltare per il salotto facendo boccacce orrende. Il risultato immediato fu di scatenare un fou rire generale, mentre François Gragnon si strappava i capelli, si mangiava le mani e pestava i piedi dalla rabbia per non avere sottomano la macchina fotografica. Valéry Giscard d’Estaing stava mimando il film Le streghe di Salem…».

«V

Questo ricordino di Valery Giscard d’Estaing è una perla, scivolata tra memorie di Brigitte Bardot. Lui faceva un po’ il cascamorto, lei però non era interessata. E torna tutto a galla, ora che l’ex presidente, 83 anni, quattro figli (Luois è deputato dal 2002), accademico di Francia (ha preso il posto del grande Léopold Sédar Senghor), membro di diritto del Consiglio istituzionale, Cavaliere di Gran Croce decorato Gran Cordone, oltre ad aver prodotto parecchi saggi e poderosi tomi autobiografici, (Il potere e la vita), è l’autore di un romanzo, La principessa e il presidente, non si sa quanto romanzato, che racconta la love story con la nobile, deliziosa e infelice lady Patricia di Cardiff, uguale-ugualissima alla mai troppo rimpianta e, diciamolo, vivaciotta lady D. Il tutto con un tono a feuilleton: il turbamento del protagonista Jaques-Henri Lambertye durante un ricevimento a Buckingham Palace nello sfiorare l’aristocratica mano, «il cuore che scintilla di felicità» e lei che gli sussurra «I wish you love me», neanche Liala avrebbe osato, ma c’è chi scomoda Stendhal e Dumas. (Si avvertono cinguettii, arpe in sottofondo). Lei è già infelice, non ancora sposata, il nobile fidanzato le ha detto crudelmente che continuerà a vedere la sua amante anche dopo le nozze, la bella favola del matrimonio d’amore è una faticosa rappresentazione. Lambertye-Giscard ha 55 anni, galeotto è il G8 che accende una passione adolescenziale, fiabesca. Succede all’inizio degli anni Ottanta, quando Lady Diana Spencer sposa Carlo d’Inghilterra e Giscard è, ancora una volta, candidato alle elezioni contro Mitterrand (che vince). Nel romanzo, però, l’ex

DIANA & GISCARD presidente corregge qualcosa: si fa rieleggere con il 56 per cento dei voti (falso) si procura un’opportuna vedovanza (falso), essendo provvisto di una moglie paziente, Anne-Aymone Sauvage de Brantes, e invita lady Patricia nel castello di Rambouillet (vero, era il

confidargli, invece era un favore per un’amica…»), qualcuno rispolvera la storia, mai approfondita, del “figlio segreto”. L’avrebbe avuto da una giovane europarlamentare di Tolosa, per anni sua stretta collaboratrice, quella Christine de Veyrac per la quale aveva chiesto e ottenuto un “posto garantito” in lista nel 1999. Un gossip lanciato dal giornalista Daniel Carton e abbandonato, un po’ perché le soft news non avevano ancora invaso la politica, un po’ perché Giscard d’Estaing è stato, tra il ’74 e l’’81 il presidente che ha portato la Francia nella modernità, il primo a chiamare le donne al governo (Simone Veil e Francoise Giroud), il presidente del voto a diciotto anni, della liberalizzazione dell’aborto e del Trattato Costituzionale Europeo, oltre che dell’incomprensibile amicizia con il sanguinario Bokassa (nessuno è perfetto).

L’intreccio, le ambiguità, i sottintesi, hanno convinto “Fallois e Fixot”, editore di best-seller, a stampare centomila copie, distribuite dal primo ottobre, e a far filtrare alcune anticipazioni ai giornali suo rifugio per il riposo e la caccia). L’intreccio, le ambiguità, i sottintesi, hanno convinto l’editore “Fallois e Fixot”, specialista di bestseller, a stampare centomila copie, distribuite dal primo ottobre, e a far filtrare alcune anticipazioni ai giornali. Apriti cielo.

L a Franci a di ment ic a tutto per concentrarsi sull’ormai cadente stella di Giscard e sul succoso, per quanto tardivo pettegolezzo. E, a parte B.B. che ricorda con ironia le sue galanterie («“Come sta il vostro cuore, mia cara Brigitte?”, “Male Valéry, ed è la ragione per cui sono qua”. Caro Valéry, che aveva già posato la sua manina sulla mia coscia, pensando che io avessi un problema amoroso da

Eppure qualcosa, sul suo lato sentimentale, avremmo dovuto intuire dalla battuta che spiazzò Mitterrand durante la combattutissima campagna elettorale del ’74: «Lei, signor Mitterrand, non ha il monopolio del cuore». Siamo in zona Elisa di Rivombrosa. Più che uno scandalo, arriverà una fiction.


2009_09_23