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La storia è solo una galleria di quadri dove ci sono pochi originali e molte copie

Charles Alexis De Tocqueville

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 9 SETTEMBRE 2009

Oggi il presidente all’esame del Congresso sulla discussa riforma

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Aveva 85 anni: è scomparso a Montecarlo vittima di un infarto

Si è spenta la televisione

Caro Obama, ti propongo una via d’uscita dalla trappola della Sanità

L’addio a Mike Bongiorno, allegria e grande talento di Maurizio Stefanini

Il cordoglio della politica e della cultura

uigi XIV il Re Sole, la Regina Vittoria, Francesco Giuseppe e in qualche modo anche Elisabetta II sono stati tutti sovrani che per la loro lunga durata al potere hanno finito in un modo o in un altro per perdere agli occhi dei loro sudditi l’attributo della mortalità, per acquisire quasi la dimensione del fenomeno naturale ineluttabile. Quando morirono, fu come se il Sole avesse smesso di sorgere, i fiori di sbocciare a primavera e gli uccelli di migrare. Mike Bongiorno è stato tutto questo, allo stesso tempo: il Re Sole, la Regina Vittoria, il Francesco Giuseppe della televisione italiana. E il suo Aiace Telamonio.

ROMA. La scomparsa di Mike Bongiorno ha scosso il mondo della politica, della televisione, della cultura e dello sport. Per Giorgio Napolitano «resta uno straordinario esempio di laboriosità e capacità professionale». «Era un amico, con lui scompare un grande protagonista della storia della tv italiana» ha commentato a caldo Silvio Berlusconi, «sognava di diventare senatore», ha aggiunto il premier. «Se ne va un pezzo della nostra storia» ha commentato Renato Schifani, mentre Pier Ferdinando Casini s’è dichiarato addolorato «assieme a tanti italiani per la scomparsa di un gentiluomo come Mike Bongiorno, professionista esemplare, pioniere e ancora oggi interprete inarrivabile della televisione italiana». Per Fiorello, semplicemente, se ne va «il miglior compagno di giochi. Era più di un amico».

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segue a pagina 9

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di Newt Gingrich n titolo del Washington Post, apparso nei giorni scorsi, ben presentava il discorso che Obama terrà oggi al Congresso sulla riforma sanitaria in questo modo: «È un tentativo di assumere il controllo del dibattito». Il credo arrogante che la Casa Bianca ripone in Obama l’Oratore è contraddetto da due dei più grandi leader americani degli ultimi 80 anni, Franklin Roosevelt e Ronald Reagan. Entrambi sapevano che in un libera società i presidenti possono indirizzare e guidare un dibattito, ma non “controllarlo”.

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L’Italia unita: «Per tutti era come un padre» di Gaia Miani

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La sottosegretaria al Welfare ricorda il direttore di liberal a tre mesi dalla scomparsa

UNA DATA DAVVERO ATTUALE

I giornali italiani avrebbero bisogno di tanti Renzo Foa di Eugenia Roccella

Berlusconi, Tremonti, Fini, banche, giornali, procure. Anche ieri una giornata di invettive e di tensione. Ormai è una guerra di tutti contro tutti. C’è ancora qualcosa in Italia che somigli a un progetto di governo? Che ricordi l’esistenza di una nazione?

enzo Foa da tre mesi non c’è più. Il vuoto umano che ha lasciato lo possono raccontare meglio di me molte altre persone: chi gli è vissuto accanto e lo ha amato, gli amici di più lunga data, chi ha lavorato con lui e condiviso almeno una parte della sua storia politica e professionale. Ma forse è giusto che il vuoto del cuore resti un fatto privato, un dolore silenzioso. Il vuoto pubblico, invece, è una malinconica evidenza che colpisce tutti coloro che seguono il dibattito politico cercando qualcosa di più del banale e confuso accavallarsi dei fatti quotidiani. È sempre più raro trovare persone come Renzo, e sempre di più, invece, se ne avverte acutamente il bisogno. Uno che non era organico a niente, perché troppo liberamente critico, senza vanità e protagonismo da spendere. a pagina 10

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s eg ue a (10,00 pagina 9CON EURO 1,00

L’8 settembre della politica alle pagine 2 e 3

I QUADERNI)

• ANNO XIV •

NUMERO

178 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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Deserto. C’è ancora qualcosa che somigli a un progetto di governo? O che ricordi l’esistenza di una nazione?

A.A.A. Politica cercasi

Berlusconi, Tremonti, Fini, banche, giornali, procure: ormai in Italia è una guerra di tutti contro tutti. Mai un 8 settembre fu più evocativo... di Riccardo Paradisi he succede quando in politica idee posizioni e programmi non contano più nulla perché a valere sono solo le loro interpretazioni? Che accade quando il dibattito pubblico si alimenta solo dei processi alle intenzioni, quando è la filosofia del sospetto a sottendere ogni analisi e ogni valutazione? Accade che la politica muore, che a sostituirla è la sua scorza residuale, la lotta nuda e cruda per il potere fine a se stesso, guerra per bande senza regole né stile, dove idee, parole e programmi diventano solo paraventi strumentali, retoriche per smascherare tatticismi di posizione e coprire uno sbandamento generale che ha messo in liquidazione la politica.

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A guardare quanto avviene in Italia in questi mesi l’impressione è proprio quello di un 8 settembre generalizzato dove gli alleati di ieri sono i nemici di oggi e gli avversari di ieri gli amici di domani. Dove la politica è ormai ridotta a retroscena, indiscrezione sul privato, dove i giornali si trasformano in casematte e portaerei che tirano la volata all’offensiva delle parti in conflitto impegnate in un’ordalia di cui non si capisce più il senso. Quanto sta avvenendo dentro il Pdl in queste ore è emblematico. L’attacco sferrato al presidente della Camera Gianfranco Fini non solo dal Giornale ma anche dal leader della Lega Umberto Bossi e indirettamente anche dal premier Sil-

tradito un patto di alleanza. È vero, Fini fa il controcanto al governo ormai da mesi, con tempistica sospetta dice qualcuno, come a cercare e offrire sponde a sinistra. Ma quello che pensa Gianfranco Fini, al netto delle ambizioni e degli obiettivi del presidente della Camera, è chiaro ormai da qualche anno in tema di laicità e di politiche di integrazione. E se non era abbastanza chiaro è stato lo stesso Fini a spiegarlo nel suo discorso al congresso di fondazione del Pdl. In quella sede, alla presenza di Silvio Berlusconi e di tutto lo stato maggiore del nuovo partito unitario, Fini aveva chiarito il suo pensiero sull’immigrazione, il diritto di voto e di cittadinanza ai nuovi italiani, il patriottismo costituzionale, la centralità del parlamento e delle istituzioni, l’autodeterminazione sulle politiche di fine vita e l’ostilità verso una certa idea di federalismo incarnata dalla Lega.

Idee che possono piacere o dispiacere ma che sono le stesse che Fini, con una certa ostinazione, ribadisce appunto da anni. Ora invece di entrare nel merito di queste idee, di contrastarle sul piano politico e culturale si preferisce fare il processo alle inIL MINISTRO ATTACCA LE BANCHE tenzioni: dire che IL PREMIER LE DIFENDE è matto come fa Umberto Bossi, «Non si deve che fa il gioco dei buttare la croce cattocomunisti addosso come lascia inalle banche tendere Berluperché solo una sconi, o che è un minima parte calcolatore astudegli to che si sta imprenditori aprendo un varche hanno co verso la presichiesto credito denza della Renon hanno pubblica come ottenuto scrive sul Giorrisposta» nale Vittorio Feltri. La filosofia del vio Berlusconi – fa il gioco del- sospetto appunto che si tradula sinistra – si spiega in molte ce in invettiva. E d’altra parte maniere ma certo è pretestu- alla causa di Fini, che potrebbe soso sostenere che Fini abbia essere quella di un leader poli-

La telenovela dei co-fondatori

Il Cavaliere: «Tutto ok con Gianfranco» Ma lui replica: «Niente affatto» ROMA. «Non è tutto a posto, anzi i problemi politici rimangono ed è paradossale che Berlusconi li neghi». Parola di Gianfranco Fini. Arriva immediatamente, per Silvio Berlusconi, la “doccia gelata”, dopo che il premier aveva cercato di minimizzare la portata dello scontro politico in corso con l’ex leader di Alleanza nazionale. Le parole di Fini, raccolte dalle agenzie di stampa in ambienti vicinissimi al suo entourage più ristretto, confermano che i nodi politici nel Pdl non si sono chiusi dopo la formale presa di distanza di Berlusconi dal “giornale di famiglia”. Il premier aveva detto di «non condividere» il commento del direttore de Il Giornale, in cui Vittorio Feltri criticava le recenti posizioni del presidente della Camera. Sempre dallo staff di Fini, trapela che di questi temi il presidente di Montecitorio parlerà nel suo intervento a Gubbio alla scuola di alta formazione politica organizzata dal Pdl. Nel pomeriggio di ieri è arrivata la replica dello stesso Feltri che, intervistato da SkyTg24 si è detto convinto che «molti dei problemi di cui parla Fini siano gli stessi che ho sollevato nel mio tanto vituperato articolo». «Fini - dice Feltri - forse ha dimenticato qualche aspetto caro alla destra, non quella europea, ma italiana».

tico senza più un partito inte- senza avere una parte ma è taressato ad aprire una nuova le questa condizione che conopzione all’interno del centro- sente di rivendicare il tutto, destra, non contribuiscono cioè la funzione di governo». quelli che per definizione sono Insomma azzerare ogni ideni suoi amici e i suoi collabora- tità o rimetterla in forse per tori. Da un lato il Secolo d’Ita- rappresentare tutte le identità? lia, quotidiano SONO I MEDIA A DETTARE L’AGENDA, nel Pdl, che imI POLITICI SI ACCODANO piega un intero numero domeniLa politica è cale del giornale ormai ridotta per rivendicare a a retroscena, Fini il merito di indiscrezione incarnare ”la vesul privato, ra destra”, eretidove i giornali ca, laica, aperta – si trasformano erudisce il quotiin casematte diano di via della e portaerei che Scrofa – storicatirano la volata mente nemica all’offensiva dei partiti condelle parti fessionali Dc e in conflitto Pci. Peccato – gli risponde un intellettuale di destra come Pietrangelo Butta- Non è molto chiaro. Ma ancora fuoco – che quando le mino- meno chiaro è se Fini incarni la ranze del Msi predicavano vera destra o al contrario sia quella politica eretica Fini stes- un leader politico che vola alto se con chi invece montava la al di là dei logori steccati di deguardia al conservatorismo più stra e di sinistra. Sono domanretrò, acquartierato al di qua di de a cui gli sherpa intellettuali quelle colonne d’Ercole che di Fini non rispondono, forse Giorgio Almirante poneva co- per non mettere limiti alla came limite invalicabile alle av- pacità del leader di «interpreventure intellettuali o agli sfon- tare i fenomeni nel loro divenidamenti a sinistra. re» come dice ancora Croppi. Insomma se è rudimentale la La vera destra dunque, quel- polemica dei ”cari nemici” di la che anche l’editorialista di Fini nel Pdl, anche la vaghezza Repubblica Michele Serra in di ragioni addotte alla linea poun’intervista a Fare futuro dice litica finiana è ascrivibile al cliessere incarnata da Fini. Solo ma generale da rompete le riche Serra intende la destra ghe della politica italiana. montanelliana e molto conser- Dove le posizioni che assume vatrice, legalitaria e rigorosa, un ministro dell’Economia, che al Secolo d’Italia e ai finia- che accusa le banche di giocani di fare futuro piace molto re sporco e di non dare ossigepoco. Perché come dice proprio no alle piccole aziende, vengoal Secolo Benedetto della Vedo- no smentite dallo stesso presiva, deputato Pdl già radicale, dente del Consiglio che dice «destra e sinistra sono catego- che le banche non hanno nesrie superate». “Marketing resi- suna responsabilità: «Non si duale” spiega Umberto Croppi deve buttare la croce addosso sempre sul Secolo «usato da alle banche perché solo una chi ha l’esigenza di occupare minima parte degli imprendispazi simbolici per poter met- tori che hanno chiesto credito tere un recinto e vantare un ti- non hanno ottenuto risposta». tolo per trattare la propria quo- Berlusconi ha poi ricordato di ta di rappresentanza». Fini in- essere figlio di un direttore di vece è più coraggioso, «Le sue banca e le banche, gli ha spieriflessioni – spiega l’assessore gato il padre, «devono fare un alla cultura del comune di Ro- buon credito». ma – non riguardano la collocazione su coordinate geome- L’apologo famigliare che triche quanto piuttosto l’indivi- smentisce una posizione poliduazione di questioni centrali tica. Un paternalismo che cruciali per il nostro futuro». però non sembra più funzioFini insomma si farebbe «parte nare tanto bene. Ieri a Milano


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IL PARTITO DEMOCRATICO ANNASPA ALLA RICERCA DI UN PROGETTO CREDIBILE ll dibattito nel Pd ha assunto toni surreali con le due mozioni principali in campo che ondeggiano tra socialdemocrazia e cattolicesimo democratico. Senza trovare la quadra di un progetto credibile

dopo avere attaccato i giudici e risposto sdegnato alle accuse di ledere la libertà di informazione Berlusconi ha tentato di sdrammatizzare le ultime polemiche con il presidente della Camera: «Con Gianfranco è tutto a posto», ha

della Camera si fa sapere che la posizione di Fini sarà chiarita giovedi al seminario del Pdl che si svolgerà a Gubbio.

Ma se la destra sbanda la sinistra naufraga. Il dibattito nel Pd ormai ha assunto toni surreali con le due mozioVELENI E VENDETTE PERSONALI ni principali in HANNO ORMAI IL SOPRAVVENTO campo che ondeggiano tra soSiamo alla lotta cialdemocrazia e nuda e cruda cattolicesimo deper il potere fine mocratico rinfaca se stesso, ciandosi a vicenguerra per da di non incarbande senza nare a pieno l’uregole né stile, na o l’altra opziodove idee, ne. L’analisi di parole, Franceschini sul programmi disastro della sidiventano solo nistra in questi paraventi ultimi quindici strumentali anni è l’unica fotografia lucida che per ora è stadetto. Ma il presidente della ta sviluppata nel Pd: «La destra Camera gli ha replicato a italiana in questi 15 anni ha stretto giro: «Nulla è a posto, avuto stabilità negli assetti e un non si devono nascondere i leader unificante. Così ha potuproblemi». Gianfranco è mol- to costruire una identità, percepita da tutti, attorno ad alcuni to arrabbiato. Ed è solo l’anticipo, perché da- messaggi chiari: sicurezza, ligli ambienti vicini al presidente bertà di fare ogni cosa, meno

Stato. Il nostro campo nello stesso periodo ha avuto instabilità totale nei leader, nei partiti, che si sono sciolti, ricostituiti, sostituiti, nei governi fragili. E così non siamo riusciti a trasmettere che sensazioni indistinte, messaggi non chiari e univoci. Se voti destra sai cosa voti. Se voti di qua non sai cosa voti. È questo, più di ogni altra cosa, che spiega la sconfitta dello scorso anno e i risultati negativi delle amministrative e delle europee. Bisogna ricostruire una identità». Ma è appunto questa nuova identità che si fa fatica a individuare. Tanto che viene il sospetto che non sia chiara nemmeno a chi dovrebbe immaginarla o suggerirla.

Del resto non sembra più esserci la necessità di avere un’idea politica in testa, una visione da perseguire. Si naviga a vista, si pensa a durare. E si guarda alle cose con il massimo di cinismo possibile. Appunto: Fini dice cose di sinistra perché vuole arrivare al Colle, D’Alema persegue la segreteria del Pd attraverso Bersani perché sogna la grande coalizione per regolare definitiva-

Sabatucci – in altri paesi i contenitori politici sono più solidi, non ci sono stati tutti i travasi e le ristrutturazioni che ci sono stati in Italia dove con la fine traumatica della Prima Repubblica lo scenario politico è stato completamente stravolto. E poi in nessun altro Paese è avvenuta una personalizzazione della politica come nel nostro Paese. Se si parla tanto di comportamenti personali e meno di politica è perché a personalizzare in questo modo la politica è stato Berlusocni che ha occupato il vuoto lasciato dai vecchi partiti spazzati via da Tangentopoli». È per tutti questi motivi evidentemente che la politica si riduce a ordalia, a continua esercitazione muscolare dove l’opposizione più dura al berlusconismo è rappresentata da un populista come Antonio Di Pietro che agita il codice penale come un’arma: la politica come prosecuzione del potere giudiziario con altri mezzi.

mene i conti dentro il partito, l’Udc convoca gli stati generali del centro non perché fosse in programma da mesi ma perché sono i vescovi – raccontano ancora i retroscenisti, seguiti a ruota dai politici – che hanno dato l’input. Per creare un nuovo soggetto politico cattolico dopo il divorzio tra il Pdl e le gerarchie in seguito all’affaire Boffo. «L’assenza del confronto di idee, l’eclissi delle culture politiche porta a ridurre tutto al movente tattico – dice a liberal Giovanni Sabatucci, docente di storia contemporanea alla Sapienza di Roma.Tatticismo che in politica c’è sempre stato ma che non esauriva l’intero agire politico che delle idee doUn panorama da alto medioeveva tenere conto». Si è arrivati a questo grado ze- vo dove l’Italia resta sullo sfonro della politica perché, spiega do, variabile secondaria, nazioancora Sabatucci, «sulle gran- ne ridotta ad un’arena, patria di di questioni che ANCORA NON SI È CAPITO COSA FARÀ dovrebbero diviIL GOVERNO PER I 150 ANNI DELL’UNITÀ dere la politica, la gestione del«Siamo, io l’economia e del spero, alla welfare o le quevigilia dell’inizio stioni etiche c’è dell’attività un certo sfrancelebrativa del giamento, una 150° dispersione, le anniversario contrapposizioni dell’Unità non sono più conazionale». sì nette. E del reIn quell’”io sto abbiamo in spero” questo momento c’è la spia una sinistra pardi un malessere ticolarmente in crisi d’identità che ha difficoltà a contrapporre in modo forte i cui nessuno più sembra curarsi suoi valori a quelli del centro- come si è lametanto sul Corriedestra. La destra in qualche ca- re della Sera Ernesto Galli della so fa la sinistra e la sinistra fa Loggia: che registra come oranche la destra. Le vecchie mai la politica italiana sia ridotidentità sono in mutazione e ta alla guerra mediatica sugli questo crea smarrimento. Ma aspetti privati della vita del preanziché chiedersi dove affondi mier o dei suoi avversari. le radici questa grande confu- «Siamo, io spero, alla vigilia sione, invece di domandare per dell’inizio dell’attività celebraesempio su quale terreno di tiva del 150° anniversario delcultura politica poggi la linea l’Unità nazionale» diceva ieri a di Fini ci si chiede cosa Fini vo- margine della celebrazione glia fare da grande. Un atteg- dell’8 settembre il presidente giamento che in parte è peral- Giorgio Napolitano. In quel ”io tro comprensibile percé un spero” non c’è solo la spia che tempo questi fenomeni di at- tra il presidente della Repubtraversamento si svolgevano blica e il governo non ci sono con una maggiore cogenza dei state comunicazioni sullo stato dell’arte delle celebrazioni per riferimenti culturali». il 150° anniversario dell’unità Eppure il collasso delle ideo- d’Italia. C’è soprattutto il sologie ha riguardato anche altri spetto che a smobilitare, come Paesi europei dove però la si- nel Tutti a casa di Alberto Sortuazione è diversa rispetto all’I- di sia proprio la nostra cara e talia. Perché? «Perché – dice povera Italia.


economia

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Al rallentatore. Nell’industria pesante la cassa integrazione “salva” 220mila posti di lavoro. Crollata la produzione nei primi due trimestri dell’anno

Epifani resta all’angolo Federmeccanica, Fim Cisl e Uilm vicini a un’intesa separata sui metalmeccanici. A meno che Cgil non convinca la Marcegaglia di Francesco Pacifico

ROMA. A far saltare tutto potrebbe essere soltanto una decisione dall’alto. Un diktat simile a quello del 2006 di Luca Cordero Montezemolo, che impose a Federmeccanica un accordo unitario. Di accettare le onerose richieste della Cgil. Ma al momento Emma Marcegaglia non sembra volere fare passi indietro rispetto al lavoro fatto finora con Cisl e Uil. Tanto da essere disponibile ad avallare un accordo separato sui meccanici, senza la firma della Fiom.

Domani – mentre le parti ragioneranno con il governo di partecipazione agli utili aziendali – Federmeccanica e i rappresentanti di categoria discuteranno del nuovo contratto. La volontà delle imprese e delle tute blu di Cisl e Uil è quella di chiudere, mentre la Fiom di Gianni Rinaldini vorrebbe che si trattasse sul rinnovo del biennio economico, come prevedono le vecchie piattaforme precedenti all’accordo di aprile. Invece da più parti si punta a chiudere. Non fosse altro perché questo contratti – la madre di tutti contratti – riguarda 1,2 milioni di lavoratori, regolamenta l’attività nelle aziende che più di altre subiranno i ritardi negli ordinativi (e che non ripartiranno a fine anno), è il principale calmiere sociale contro le minacce di una conflittualità

endemica nell’autunno caldo che sta per iniziare. Che sia quasi obbligatoria un’intesa lo si è capito ieri quando – presentando l’ultima indagine trimestrale sul settore – il direttore generale, Roberto Santarelli, si è affrettato a chiarire un diktat lanciato alle parti dal vicepresidente, Luciano Miotto. Il quale aveva auspicato che, visto la forte crisi attesa per il 2010, sarebbe «opportuno rinviare gli aumenti salariali in atto». Apriti cielo. Infatti Santarelli ha subito spiegato che intenzione delle imprese è quella «di spalmare» sul triennio il peso del 2010. Se ci sarà un accordo, in busta paga l’anno prossimo ci sarà un accordo, anche se risicato. Una precisione non da poco, anche perché è su questo che si sta trattando con i sindacati per evitare l’impasse. E se non fosse stato chiaro a sufficienza, Santarelli ha mandato a dire a Rinaldini: «Avremo modo di confrontarci, ma non sulla base della piattaforma Fiom. Una cosa è certa: non saremmo nelle condizioni di aprire due contratti. Perché non possiamo certo rimanere fermi su una impasse creata prima nei rapporti con le organizzazioni sindacali e poi tra noi». Domani le imprese e i rappresentanti di Cisl e Uil sperano di iniziare a discutere nel merito della piattaforma dei

due sindacati che prevede un aumento annuo di 112 euro. Un incremento salariale che anche le imprese considerano congruo, visto che rispecchia perfettamente il nuovo indice inflattivo Inca, previsto dalla riforma contrattuale. Non che mancano differenze tra le parti. Soprattutto le parti sembrano lontane sul secondo livello, nella misura in cui a Confindustria non piace l’istituzione di un livello territoriale (preferiscono trattative aziendali), mentre i sindacati chiedono un premio di oltre 500 euro per le piccole imprese che non fanno contrattazione sulla produttività. Ma il più sembra fatto. Anche perché Confindustria e le sigle sarebbero pronte ad accordarsi sulla prima tranche di aumenti per il 2010 abbastanza contenuta – circa 35 euro –, proprio per venire incontro alle esigenze delle imprese in quello che appare un anno non meno complesso del 2009 soprattutto sul versante produttivo e su quello occupazionale. Il resto poi verrebbe recuperato negli anni successivi quando, con la ripresa degli ordinativi, sarà più facile fare accordi di secondo livello. Su questo versanti le parti sperano comunque di fare qualche passo avanti, anche perché sia Confindustria sia Cisl e Uil guardano con timore al tentativo di Guglielmo Epifani di indirizzare tut-

te le risorse disponibili agli aumenti legati al contratto nazionale. L’obiettivo è di chiudere l’accordo prima di Natale, ben sapendo che la Fiom – al netto delle sue minacce di portare Federmeccanica in tribunale – avrà gioco facile denunciando un’intesa al ribasso. Ma la crisi impone di muoversi. Come dimostrano i dati sul secondo trimestre 2009 – nella fase più acuta della crisi – presentati ieri dalle imprese meccaniche di Confindustria. Come ha ricordato il vicepresidente Miotto, «senza la cassa integrazione, che ha interessato 220mila addetti, avremmo avuto grandi problemi occupazionali». Infatti a giugno, nella gran-

Asse. Il richiamo di Tremonti al Pd potrebbe limitare i costi di un’operazione da 15 miliardi

La via bipartisan alla flex security di Giuliano Cazzola o aveva già fatto con le pensioni, quando superò d’acchito i dubbi e le esitazioni che persistevano nel governo e nella maggioranza relativamente al tema delicato dell’età pensionabile di vecchiaia. Lunedì Giulio Tremonti ha dichiarato esplicitamente che sarà attuata la riforma degli ammortizzatori sociali, in collaborazione con le forze di opposizione. Se non si tratta di parole al vento, l’apertura è significativa (anche per il ruolo di primus inter pares che il superministro gioca nell’ambito della coalizione). Sono almeno tre legislature che il “tormentone” degli ammortizzatori sociali non riesce ad imboccare la via della revisione. Ciò, nonostante che, durante tutto questo periodo, non siano mancati i disegni di legge, anche d’iniziativa governativa, rivolti a regolare la materia (ultime in ordine di tempo le norme di delega

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contenute nella legge n.247 del 2007 che recepì l’accordo sindacale del luglio di quello stesso anno.

In sostanza, pure essendo in forte attivo la gestione delle prestazioni temporanee presso l’Inps - dove sono allocate le prestazioni riguardanti la tutela del reddito in caso di sospensione o di perdita del lavoro - quelle risorse sono blindate e destinate a “tappare i buchi”delle pensioni; ne consegue che - se non si vuole buttare a gambe all’aria il bilancio Inps - è necessario che le risorse per il finanziamento dell’eventuale riforma gliele metta lo Stato. Quanto occorrerebbe ? Tra gli addetti ai lavori ha avuto successo il libro Flexinsecurity (editore il Mulino) di tre ricercatori universitari (Fabio Berton, Matteo Richiardi e Stefano Sacchi), i quali si sono cimentati sia con nuove proposte sia con l’indicazione

dei relativi costi. La parte più sviluppata ed interessante del saggio riguarda le ipotesi di riforma della disoccupazione. Attualmente, solo i lavoratori con almeno due anni di assicurazione presso l’Inps ed almeno 52 contributi settimanali nel biennio precedente la data della risoluzione del rapporto di lavoro hanno diritto alla relativa indennità.

È prevista poi una indennità «con requisiti ridotti» riconosciuta ai lavoratori che possono far valere due anni di assicurazione con almeno un contributo settimanale prima del biennio precedente la domanda e almeno 78 giornate lavorate nell’anno solare precedente. Se questo è il regime vigente, il costo della riforma potrebbe aggirarsi, a seconda delle prestazioni erogate e della platea dei destinatari, tra 3,6 miliardi e 15 miliardi.


economia

9 settembre 2009 • pagina 5

Berlusconi convoca le parti per discutere di defiscalizzazione sugli aumenti

Salari: governo, imprese e Cgil alla prova dei fatti Domani si apre il tavolo sulla partecipazione agli utili, ma Confindustria conferma: «Nessuna cogestione» di Vincenzo Bacarani

ROMA. Il settembre sindacale si apre con sl, «occorre procedere con gradualità. Si

Emma Marcegaglia e Guglielmo Epifani. A destra, Maurizio Sacconi. Nella pagina a fianco: a sinistra, Giulio Tremonti; a destra, Pietro Ichino. de industria metalmeccanica, quella con oltre 500 addetti, l’occupazione è diminuita del 3 per cento rispetto allo stesso mese del 2009. Un calo che segue il rallentamento della produzione. Secondo i dati di Federmeccanica, si è registrata una contrazione dell’attività pari al 33,7 per cento, rispetto allo stesso periodo del 2008 e un calo del 9,9 per cento rispetto al trimestre precedente. Nei primi sei mesi dell’anno i volumi della produzione si sono ridotti me-

Ovviamente non è detto che siano i tre ricercatori a dare la linea al governo, né che si debba fare tutto in un solo colpo, escludendo ogni percorso graduale, come invece è sempre avvenuto. Probabilmente il governo farebbe bene a sollecitare le parti sociali a produrre un avviso comune, una volta definite le disponibilità finanziarie che è possibile mettere in campo. O a favorire un lavoro bipartisan con riferimento ai progetti presentati in sede parlamentare.

Sembra che nel conto degli 8 miliardi stanziati per la cig in deroga vi siano degli importanti risparmi che potrebbero essere dirottati sulla disoccupazione seguendo la logica del just in time voluta ed attuata dal Governo. Per adesso, l’esecutivo si è limitato ad istituire una indennità una tantum di reinserimento a favore dei collaboratori in regime di monocommittenza e in misura del 20% del reddito di riferimento (si calcola pertanto un importo variabile tra 1000 e 2500 euro). A stare ai primi dati, la prestazione, assunta in via sperimentale, non ha riscontrato un particolare successo. Pare che appena 1.800 soggetti

diamente del 31,9 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008. E sono in contrazione tutti i settori: autoveicoli e rimorchi (-45,1 per cento), metallurgia (-40,4), macchine e apparecchi tecnici (-38,4), macchine e apparecchi meccanici (-36,4) e nei prodotti in metallo (-31,4). Si teme anche per il futuro, visto che a fine anno la caduta degli ordinativi, vista la debolezza dei nostri pagatori Germania e Francia, subirà soltanto un rallentamento.

ne abbiano avanzato richiesta. Il che ha suscitato più di un dubbio sull’utilità di interventi siffatti destinati a dei lavoratori atipici, non riconducibili ai canoni tradizionali.Tuttavia, il “che fare?” per i lavoratori precari resta al centro del dibattito, anche perché il tema continua ad essere posto ossessivamente dalle opposizioni. Si potrebbe trovare, dunque, una soluzione coerente con quanto già previsto per alcune tipologie di lavoratori parasubordinati iscritti alla gestione separata dell’Inps, ai quali, oltre alle prestazioni di carattere pensionistico, sono assicurate altre prestazioni minori anch’esse previdenziali (indennità economica di malattia, maternità, assegni familiari), grazie al pagamento dei contributi sulla base di un’aliquota pari allo 0,70% circa. Con un’ulteriore aliquota dello 0,30% sarebbe possibile rendere strutturale un’indennità di reinserimento per i collaboratori in regime di monocommittenza; così il pacchetto previdenziale per questi lavoratori sarebbe più equilibrato, senza dover ricorrere all’intervento dello Stato. Come tutte le altre categorie, anche questi lavoratori finanzierebbero la loro previdenza.

alcune, importanti, novità. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha annunciato - intervenendo al salone del settore tessile in svolgimento a Milano - che nelle prossime due o tre settimane verrà aperto un tavolo per discutere degli interventi per la defiscalizzazione del secondo livello di contrattazione. Un incontro molto atteso da imprenditori e sindacati che potrebbe incoraggiare le parti sociali nell’affrontare con ottimismo il nodo degli aumenti salariali legati o al territorio o all’azienda (a seconda delle dimensioni della stessa). Un tavolo che potrebbe pertanto mettere definitivamente la parola fine alle polemiche sulle gabbie salariali e, quindi, sugli stipendi differenziati per aree geografiche. Ma c’è un altro incontro importante domani per il quale già si agitano polemiche e distinguo ed è quello previsto tra il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, e le organizzazioni sindacali sulla partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese. Un incontro non gradito da Confindustria. Tanto che il presidente, Emma Marcegaglia, ha voluto “stoppare” facili entusiasmi dicendo «assolutamente no» alla cogestione. La partecipazione dei lavoratori agli utili sia lasciata - ha detto in sostanza Marcegaglia - alla discussione tra le parti sociali nella contrattazione di secondo livello. Non condividono questa posizione Cisl e Uil, da quasi sempre fautrici di una partecipazione concreta dei dipendenti alla vita delle imprese. Rafforzate dall’accordo Fiat con i sindacati americani per l’acquisizione di Chrysler (accordo che prevede addirittura l’entrata dei sindacati nel Consiglio d’amministrazione della società), le due organizzazioni avevano ultimamente pigiato sull’acceleratore per introdurre anche in Italia il concetto di compartecipazione non trovando tuttavia tra gli alleati la Cgil che preferirebbe invece, nonostante qualche timida apertura da parte della corrente moderata, il tradizionale rapporto di lavoro.

tratta - dice - di arrivare a forme di coinvolgimento dei lavoratori con tappe intermedie e poi siamo di fronte a un messaggio culturalmente nuovo che ha bisogno di tempo per essere recepito».

Scettica la Cisl appare sulle aperture della Cgil nei confronti delle imprese. Dice ancora Santini: «Vedo una sovraesposizione mediatica a queste aperture di Epifani verso gli imprenditori e a questo dialogo Cgil-Confindustria. C’è un unico modo per dimostrare che ci sono delle concrete aperture: che la Cgil firmi i contratti. La verità è che il sindacato di Epifani ha dei problemi interni, partecipa alle trattative ma non firma». Anche secondo Paolo Pirani, segretario confederale Uil, per verificare le aperture della Cgil c’è un solo modo: «Il sindacato di Epifani firmi i contratti così avremo la controprova che ci sono vere aperture da parte sua». Della frenata di Confindustria sulla partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese, Pirani non si stupisce: «La Confindustria - dice a liberal il segretario Uil - non ha mai visto di buon occhio questa ipotesi. Noi vorremmo però che i lavoratori non partecipassero solo alle disgrazie, cioè alle chiusure delle aziende con la perdita del posto di lavoro. Quello della compartecipazione è tuttavia un discorso agli inizi ed è bene che si cominci a fare». E tuttavia alcuni segnali confortanti sul fronte del mondo del lavoro cominciano ad arrivare. Il ministro Sacconi ha confermato quanto detto dal ministro Tremonti sugli ammortizzatori sociali. «È difficile fare previsioni - ha detto Sacconi -, noi abbiamo comunque destinato risorse più che sufficienti tanto per il 2009 quanto per il 2010 e confidiamo di non avere problemi dal punto di vista delle risorse, il reddito sarà assolutamente protetto e garantito per quelli che hanno i titoli per accedere agli ammortizzatori». L’altra buona notizia arriva dal direttore del Fondo monetario, Dominique Strauss-Kahn: «L’Eurozona ha detto - è ora altamente integrata e per questo le previsioni sull’Italia (per l’andamento del prodotto interno lordo, ndr) verranno riviste al rialzo grazie all’aumento della domanda estera». Si parla di una crescita dell’1,1 per cento su base annuale.

Santini (Cisl): «Per frenare i timori di viale dell’Astronomia procedere con molta cautela». Sacconi: «Ci sono le risorse per la cassa integrazione»

«Eppure – dice a liberal il segretario confederale Cisl, Giorgio Santini – il sindacato tedesco, che viene sempre preso come modello di riferimento da tutti, applica da anni la compartecipazione dei lavoratori alle imprese». Ma come mai allora anche Confindustria ha tirato il freno a mano su questo argomento? Secondo il sindacalista Ci-


diario

pagina 6 • 9 settembre 2009

Regionali. Silvio Berlusconi frena la Lega sulla Lombardia e offre il Piemonte a Bossi. Che però non molla sul Veneto

«Al Pirellone resta Formigoni» Il premier vuole attendere le mosse di Casini per definire le strategie di Francesco Paolo Scotti

MILANO. Roberto Formigoni sarà il candidato del Pdl alla presidenza della Regione Lombardia. Lo ha annunciato ieri il presidente del Consiglio Berlusconi, che lunedì sera aveva incontrato Umberto Bossi ad Arcore per fare un primo punto in vista delle prossime regionali. «Roberto - ha detto il premier rivolto all’attuale governatore in occasione dell’inaugurazione di MilanoUnica - sarai il prossimo presidente della Lombardia». Finisce così, da un palco - come spesso accade quando Berlusconi deve fare degli annunci dal carattere strettamente politico - la corsa al Pirellone che tanto aveva appassionato varie aree della

quali saranno le mosse di Casini, con lo stato attuale delle cose in Lombardia rimane Formigoni. Per la Lega pensavo al Piemonte». «D’altronde - sarebbe stato il ragionamento di Berlusconi - proprio in Piemonte avete ottenuto un notevole ed inaspettato successo alle Europee, perché non tentare la sfida contro la Bresso?».

Già, perchè non provare? In effetti, e un leghista della prima ora fedelissimo al senatur ce lo conferma con la preghiera di rimanere nell’anonimato, «a Bossi intriga di più l’idea di conquistare Regioni strategiche - ma dove la sfida è certamente più difficile - solitamente roccaforti

Il Pd subito critico: «Sarebbe il quarto mandato. Dopo tre lustri ci vuole un cambiamento». Rumors vicini al Carroccio: «Bossi è intrigato anche da Liguria ed Emilia Romagna» maggioranza (in particolare la Lega) e provocato non pochi imbarazzi al premier e allo stesso governatore ancora saldamente in sella. Stando alle poche indiscrezioni trapelate dalla cena tra il capo del governo e il leader del carroccio, Berlusconi sarebbe stato molto netto con l’interlocutore leghista: «Anche se ancora non sappiamo

di una certa sinistra.Tra queste c’è certamente il Piemonte, ma ancora di più la Liguria e l’Emilia Romagna. In tutte tre abbiamo raccolto consensi inaspettati. E poi c’è ancora il Veneto su cui Bossi ancora non ha fatto dietrofront, né Berlusconi ce l’ha negata». Chi si immaginava scenari apocalittici, con crisi di governo o roba simile dovrà quindi rinunciare e rimettere in frigo lo spumante. Umberto Bossi, infatti, avrebbe accettato le proposte del presidente del Consiglio, riservandosi, tuttavia, di definire le cose dopo la tre giorni a Chianciano dell’Udc. Solo domenica, infatti, quando i riflettori sulla festa centrista si saranno spenti sia il Pdl che il Pd avranno più chiare le idee. Berlusconi - come Franceschini e Bersani sa bene che senza il partito di

I pm di Milano e Palermo nel mirino del Cavaliere

«Congiurano contro di me, è pura follia» ROMA. In un panorama ricco di nemici già abbattuti o in condizioni di non nuocere, Silvio Berlusconi proprio non riesce a liberarsi di un’ombra: quella dei pm e delle indagini sul suo conto che avrebbero trovato nuova linfa. «È pura follia che ci siano frammenti di Procure che da Palermo a Milano guardano ancora a fatti del ’92, del ’93 e del ’94», dice il presidente del Consiglio all’inaugurazione di “Milano Unica”. In un intervento pieno di guasconerie e messaggi ad avversari vecchi e nuovi (da Dario Franceschini che «ho immaginato al mio posto al G8 e mi sono venuti i brividi» a Gianfranco Fini con il quale «è tutto a posto» fino ai gettonatissimi «cattocomunisti che non metteranno in atto i loro piani»), Berlusconi ha un tono cupo solo quando si rivolge ai giudici: «Mi fa male che queste persone pagate dal pubblico fanno queste cose per congiurare contro di noi che lavoriamo per il bene del Paese». Nessun altro elemento se non l’arco temporale a cui si riferirebbe il nuovo lavoro dei sostituti di Palermo e di Milano, dal 1992 al 1994, appunto. Il dato oggettivo è che, da una parte, Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito, sarà ascoltato dai giudici della Corte d’Appello nel processo di secondo grado a Marcello Dell’Utri: nell’audizione prevista per giovedì 17 settembre Ciancimino junior ribadirà quanto già riferito ai pm Antonio Ingroia e Nino De Matteo tra la fine di giugno e l’inizio di luglio, e cioè che il biglietto con minacce di “cose tristi”per Silvio Berlusconi ritrovato tra le carte di suo padre, proveniva da “Binnu” Provenzano ed era indirizzato proprio a Dell’Utri. Le rivelazioni sembrano incrociarsi con il lavoro di scavo avviato da diversi fronti sulle stragi del 1993 – anche la Procura di Firenze, con il sostituto Giuseppe Nicolosi, si è messa al lavoro – e in particolare con quello che conduce Ilda Boccassini. Il magistrato milanese ha già ascoltato Gaspare Spatuzza, pentito di mafia le cui rivelazioni hanno praticamente azzerato tutte le ricostruzioni fatte finora sulla strage di via D’Amelio. Secondo voci che si riconcorono il vero tentativo dei magistrati palermitani da un lato e della Boccassi-

ni dall’altro è di rimettere in discussione la natura dei rapporti tra Berlusconi, Dell’Utri e quei boss (a cominciare da Provenzano) che minacciavano“cose tristi”contro la Fininvest e il suo proprietario se non fosse stata messa a loro disposizione una rete televisiva. «Finora la Procura di Palermo si è sempre ben guardata dall’imputare a Berlusconi le stesse accuse rivolte a Dell’Utri», fanno notare fonti del Pd siciliano. Di più: i pm coltiverebbero addirittura l’obiettivo di dimo-

strare una “solidarietà patrimoniale di fatto”tra Berlusconi e Dell’Utri, di ottenere alla fine del processo d’Appello il sequestro per i beni del senatore Pdl e quindi anche di quelli del premier, in virtù del succitato legame.

È il colpo finale a cui Berlusconi si riferisce quando accusa le Procure? Magistratura democratica se la prende con «il processo di delegittimazione della giustizia e delle istituzioni in generale», ma nello stesso tempo non nega le nuove iniziative giudiziarie: «Finché esiste il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, e sino a che non sarà reso impossibile concludere ogni tipo di processo a causa di ulteriori interventi legislativi sulla prescrizione, è preciso dovere dei magistrati perseguire i responsabili di fatti criminosi, per quanto lontani nel tempo». Non una smentita, questo è sicuro. Intanto Berlusconi ribadisce che in Italia «non c’è una dittatura», dal momento che i giornali non vengono chiusi e hanno «libertà di mistificare e calunniare». Ma lui, aggiunge, di fronte a un attacco da «tori inferociti» ricorda che «qui c’è un torero che non ha paura di nessuno». E la corrida continua. (e.n.)

Casini si rischia di perdere almeno 4-5 Regioni ed è proprio per questo motivo che berlusconi in prima persona si è schierato in una posizione attendista. Nessuna critica, neppure velata, dai leghisti che preferiscono trincerarsi dietro un «no comment, sulle candidature trattano direttamente il ministro Umberto Bossi e il presidente del Consiglio».

Critiche invece vengono dal Pd che, con il segretario regionale lombardo Maurizio Martina, afferma: «La Lombardia non è una rimessa della Villa di Arcore. E Berlusconi di certo non può trattare la nostra Regione come se fosse roba sua. Da ben quindici anni siamo governati dalla stessa persona ed ora nel centrodestra qualcuno immagina che si possa arrivare persino al ventennio. In realtà la Lombardia ha bisogno di uno scatto nel futuro e non della solita minestra. Troppe volte in questi anni la più grande istituzione della nostra Regione ha dovuto subire gli alti e bassi della vicenda politica di un uomo solo. Occorre cambiare passo. Investire su nuove energie e mettere alla prova nuove persone perchè non si governa con la testa rivolta all’indietro». Un quarto mandato quello per Roberto Formigoni, che sembra quindi mettere d’accordo la maggioranza che lo sostiene ma non l’opposizione che lo contrasta. Anche se in Lombardia il Pdl più la Lega godono di un ampio margine di consenso che garantiscono ampiamente la rielezione a Formigoni, il governatore è molto attento a quello che deciderà di fare l’Udc di Casini. Nel 2005, infatti, il partito centrista faceva parte dell’allora Casa delle Libertà che portò trionfalmente al Pirellone l’attuale inquilino. Oggi le cose sono cambiate e almeno una cosa si sa: Casini non ha intenzione di stringere accordi a livello nazionale ma si riserva di «valutare caso per caso».


diario

9 settembre 2009 • pagina 7

Presentato ieri al Palazzo Reale di Milano il “masterplan”

Binetti: «Spero che Fini non si metta di traverso»

Stanca: «L’Expo 2015? Sarà un evento indimenticabile»

Sacconi: «Colmare il vuoto sul biotestamento»

MILANO. «Questa è la base per fare dell’Expo 2015 di Milano un evento indimenticabile». Ad esserne certo è Lucio Stanca, amministratore delegato di Expo 2015, al termine della presentazione pubblica del masterplan dell’esposizione universale tenutasi ieri a Palazzo Reale a Milano. In realtà, ha tenuto a sottolineare Stanca «quello che presentiamo è solo un concept di quello che sarà e non il progetto vero e proprio».

ROMA. Sul biotestamento interviene il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, che ritiene urgente «colmare il vuoto» creato dalla mancanza di una legge in materia di fine vita. Intervistato da Maurizio Belpietro nel corso della sua trasmissione a Canale 5, Sacconi spiega il suo punto di vista: «Adesso il provvedimento è nelle mani del Parlamento dopo l’approvazione da parte del Senato. Noi seguiamo con molta attenzione l’iter di questo provvedimento soprattutto perché muoviamo da una convinzione: che quel provvedimento creativo della magistratura che ha di fatto introdotto in Italia senza che il legislatore se ne sia

In sostanza, ha precisato «si tratta di un’idea grande di come sarà il resto, frutto del lavoro di cinque architetti di fama internazionale. Adesso la società sarà chiamata a lavorare al piano generale. Un lavoro che ci impegnerà sino al prossimo aprile dopodiché, una volta presentato il progetto finale al Bie, dall’autunno prossimo fino all’estate del 2011 sarà oggetto di un concorso per la progettazione poi dal 2011 al 2014 partiranno le gare d’appalto per la realizzazione del sito». Al termine della presentazione Stanca si è poi detto «dispiaciuto per tutti quei gufi» secondo i quali non vi sarebbero fondi sufficienti per far partire il progetto. «Expo ha tutti i fondi e noi - ha sottoli-

Santoro contro tutti: «La Rai ostacola Annozero» Né lui né Travaglio hanno ancora firmato il contratto di Francesco Capozza

ROMA. A due settimane dall’inizio di Annozero nessuno dei contratti dei collaboratori del programma è stato ancora firmato. Per questa ragione Michele Santoro ha preso carta e penna e ha scritto una lettera al direttore generale Mauro Masi e al direttore di Raidue Massimo Liofredi. Il conduttore, nel ricordare che gli spot della trasmissione non sono ancora partiti precisa che non intende rinunciare a quanto le sentenze di reintegro in Rai hanno stabilito. Per Santoro una «simile situazione non si era mai verificata da quando lavoro in televisione, né era mai accaduto che obiezioni e perplessità in materia editoriale si presentassero sotto forma di impedimenti burocratici. Perchè questo modo di fare non può che minare l’autonomia dell’azienda e le sue finalità produttive». Nonostante le assicurazioni ricevute dai vertici Rai, aggiunge Santoro, «la situazione non è sostanzialmente cambiata». Tuttavia - precisa il giornalista - la situazione del suo programma non sarebbe un caso isolato. «Mi risulta che anche altri di programmi punta del servizio pubblico, in particolare di RaiTre, abbiano gli stessi problemi e si trovino a dover superare ostacoli pretestuosi per la messa in onda». Dopo aver riepilogato gli elevati introiti pubblicitari e l’elevato share della trasmissione («che con le entrate degli spot supera abbondantemente i costi del programma»), osserva: «Un’eventuale soppressione del programma aprirebbe un buco difficilmente colmabile nella programmazione, arrecando un danno ai bilanci della Rai valutabile in decine di milioni di euro». Conclude Santoro: «Vi comunico quindi che io non intendo rinunciare a quanto le sentenze stabiliscono; e, nell’interesse dell’azienda, mi aspetto che si recuperi il tempo perduto siglando tutti i contratti».

vaglio: la sua firma attende – come scrive a Michele Santoro il direttore di RaiDue Massimo Liofredi – «approfondimenti di competenza della Direzione Generale». La seconda è Giulia Innocenti che prenderà il posto di Margherita Granbassi: «Trattandosi di nuova utilizzazione stiamo approfondendo il curriculum». Se le cose non si sbloccheranno a breve, insomma, Annozero potrebbe dover fare a meno in questa stagione della sua copertina. Nessun problema, invece, per la matita di Vauro. La chiosa a base di vignette dovrebbe essere servita anche quest’anno.

«Nessun impedimento burocratico, né organizzativo, né d’altro tipo» in merito alla partenza di Annozero, è la replica immediata a Santoro dello stesso direttore della seconda rete Liofredi. «Faccio seguito alla tua comunicazione di oggi – premette il direttore nella missiva - per confermarti, come già ho avuto modo di anticipare telefonicamente la scorsa settimana, che RaiDue ha inoltrato alle strutture competenti tutte le richieste di contratto inviate dalla tua redazione ad eccezione di due: una, perché trattandosi di nuova utilizzazione stiamo approfondendo il curriculum (Giulia innocenti che dovrebbe prendere il posto di Margherita Granbassi, ndr); l’altra per gli approfondimenti di competenza della Direzione Generale (Marco Travaglio, ndr)». «Con riferimento agli operatori e tecnici – aggiunge Liofredi - abbiamo inoltrato tutte le richieste da voi avanzate ed a questo proposito ti segnalo che non ci sono pervenute da voi le richieste inerenti alle troupe in appalto a cui hai fatto riferimento. Abbiamo sollecitato la tua redazione ad inviarcele al più presto e pre-allarmato la competente struttura cui le invieremo tempestivamente appena ce le farete pervenire. Nessun impedimento burocratico, né organizzativo, né d’altro tipo è quindi esistente. Nella comunicazione fai riferimento al tuo atteggiamento di grande collaborazione che, credimi – conclude il direttore di RaiDue - è assolutamente reciproco».

Piccata missiva del conduttore a Masi e Liofredi: «C’è una sentenza che mi reintegra nell’Azienda, non mollo»

neato - intendiamo sfruttare al meglio questa straordinaria opportunità. Invito i gufi ad andare in vacanza per i prossimi cinque anni e magari tornare a Milano per l’Expo». «Lo Stato ha stanziato tutto ciò che si era impegnato ad elargire - ha proseguito Stanca - e le istituzioni locali si sono imepgnate allo stesso modo mentre i privati lo faranno nel momento in cui presenteremo loro delle proposte. In ogni caso - ha ribadito - non abbiamo variato il budget e non c’è stato alcun ridimensionamento rispetto a quanto previsto in fase di candidatura».

I lavori su RaiDue cominciano giovedì 24 settembre, e nella “fabbrica”di Michele Santoro ci sono due “operai”, oltre allo stesso Santoro, che non hanno ancora firmato il contratto. Il primo - a quanto si apprende - è Marco Tra-

occupato un percorso eutanasico deve essere corretto; quel vuoto che si è prodotto in questo modo va colmato con una decisione trasparente del Parlamento e su questo punto specifico quello del caso Englaro, quello del diritto all’alimentazione e all’idratazione, il consiglio dei ministri si è pronunciato all’unanimità. Quindi - prosegue il ministro - è urgente che soprattutto questo vuoto venga colmato, che questo pericolo, di introdurre nel nostro Paese l’eutanasia venga rimosso come io credo voglia la grande maggioranza del Parlamento aldilà della stessa maggioranza parlamentare che sostiene il governo».

Sull’argomento è intervenuta anche la deputata del Pd, Paola Binetti, che sosterrà il provvedimento sul testamento biologico alla Camera e auspica che «Fini non si metta di traverso nel dibattito parlamentare», spera che il testo «nel passaggio a Montecitorio guadagni soprattutto in umanità» e aggiunge: «Il giorno in cui Berlusconi deciderà di sostenere un ddl che è buono in sé, anche Berlusconi avrà fatto una cosa buona».


personaggi

pagina 8 • 9 settembre 2009

Miti. Si è spento a 85 anni mentre si trovava a Montecarlo. Napolitano: «Uno straordinario esempio di laboriosità e professionalità»

Fine delle trasmissioni Un infarto si porta via Mike Bongiorno, l’uomo che ha “inventato” la televisione di Maurizio Stefanini uigi XIV il Re Sole, la Regina Vittoria, Francesco Giuseppe e in qualche modo anche Elisabetta II sono stati tutti sovrani che per la loro lunga durata al potere hanno finito in un modo o in un altro per perdere agli occhi dei loro sudditi l’attributo della mortalità, per acquisire quasi la dimensione del fenomeno naturale ineluttabile: quando morirono, fu come se il Sole avesse smesso di sorgere, i fiori di sbocciare a primavera e gli uccelli di migrare. Aiace Telamonio fu invece l’eroe della guerra di Troia di cui Vincenzo Cardarelli ricordava il suo continuo mescolarsi alla tremenda fatica dei soldati comuni: «Mai non pensasti ad invocar l’aiuto/ d’una benigna Dea/ che ingigantir potesse le tue forze/ o sottrarti sollecita al nemico./ Non avevi una madre/ da impietosir l’Olimpo al tuo destino,/ discretissimo eroe./ E a te non fu dato/ compiere imprese stupende e gratuite,/ atterrar Marte od Ettore,/ o d’Afrodite il mignolo ferire,/ bensì il combattimento orrido, immane,/ fra soverchianti avversari,/ in giorni che non s’ama ricordare». Salvo poi venire privato con l’inganno della ricompensa a lui tanto ambita delle armi di Achille, e suicidarsi per protesta. Il lettore scuserà se abbiamo preso così apparentemente alla lontana per commentare la dipartita di Michael Nicholas Salvatore Bongiorno, più noto come Mike Bongiorno: nato a New York il 26 maggio 1924; morto a Montecarlo l’8 settembre del 2009. Ma Mike Bongiorno è stato appunto tutto questo, allo stesso tempo: il Re Sole, la Regina Vittoria, il Francesco Giuseppe della televisione italiana. E il suo Aiace Telamonio.

L

penso un film di culto, anche i più giovani hanno visto la parodia che ne faceva Galeazzo Benti, col nome allusivo di Fred Buonanotte. Arrivi e partenze si chiamava quella trasmissione, e Mike Bongiorno vi intervistava vip in partenza o in arrivo negli aeroporti o nei porti italiani: allora c’era ancora chi viaggiava per nave… Perché proprio lui? Vittorio Veltroni, padre di Walter e direttore generale della Rai, lo aveva scelto personalmente proprio perché americano. Figlio di un italoamericano di origine siciliana e di una torinese, venuto da pic-

di esorcizzare col miracolo economico antichi incubi di guerra e di miseria già il vedersi portare l’America in casa, o forse più spesso all’epoca al bar, era un progresso; rispetto ai tempi in cui si doveva invece partire col bastimento, lasciare gli affetti e rischiare il naufragio per raggiungerla. Campioni come Gianluigi Marianini e Paola Bolognani divennero famosi come Binda e Guerra o Bartali e Coppi; il caso del controfagotto in un’opera di Verdi suscitò altrettante polemiche che non l’attribuzione dell’identità dello smemorato di Collegno a Canella o Bruneri; gli italiani si misero a mettere i soldi da parte per comprarsi lo scatolotto catodico da sistemare in soggiorno; il giovedì divenne il giorno del quiz per le proteste dei gestori delle sale cinematografiche, penalizzati dalla concorrenza dell’originaria collocazione del sabato; e Umberto Eco dedicò a Mike Bongiorno addirittura un saggio, per spiegare il suo successo in chiave di “mediocrità assoluta”: «Lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti».

Rimane indelebile nella memoria quel 3 gennaio del 1954, in cui alle ore 14,30 fu il primo personaggio ad andare in onda nella prima trasmissione della tv italiana

L’apparecchio tv allora l’avevano in pochissimi, e anche fra chi ha almeno sessant’anni forse solo in pochi possono ancora ricordare quel 3 gennaio del 1954 in cui alle ore 14,30 Mike Bongiorno fu il primo personaggio ad andare in onda nella prima trasmissione della televisione italiana. Ma poiché Un americano a Roma è in com-

colo a Torino dove aveva frequentato il Liceo classico, nel 1946 era tornato a New York a fare il giornalista per la sede radiofonica del Progresso italoamericano. Non senza un’avventurosa parentesi come partigiano, detenuto a San Vittore assieme a Indro Montanelli e deportato a Mauthausen, salvandosi tra l’altro da una fucilazione proprio grazie ai suoi documenti americani. Comunque, negli Stati Uniti la tv già esisteva, e lui aveva avuto modo di bazzicarla. Insomma, fu il primo, perché era l’unico ad avere il know-how. E tutto quello che è venuto dopo, è da lui che è venuto. Ma se fosse stato solo il primo a comparire alla tv italiana, Mike Bongiorno non sarebbe stato ancora poco più di una curiosità. Il fatto però è che, come per i 72 anni ininterrotti in cui il Re Sole rimase sul trono e i 68 di Francesco Giuseppe e i 63 della Regina Vittoria, anche lui in questi 55 anni dal piccolo schermo non se n’era mai andato. Anche Lascia o Raddoppia?, il quiz che tra 1955 e 1959 lanciò la sua leggenda, era in effetti la scopiazzatura di un format americano: The 64.000 $ Question. Ma nell’Italia che cercava

Ch i ssà c ome se la sarebbe cavata Umberto Eco, davanti a un plotone di esecuzione o chiuso a Mauthausen… Uno che la Resistenza l’aveva fatta sul serio e che nel Gotha nazionale letterario è invece entrato, Beppe Fenoglio, non ebbe problemi a partecipare da concorrente con la sua comunità a Campanile Sera: il gioco che Mike Bongiorno presentò tra 1959 e 1962, e che a cavallo del centenario dell’Unità nazionale aiuta-


personaggi va a scoprire per la prima volta il prezioso microcosmo plurale di un’Italia dalle mille piazze, ma ancora lontana dalle isterie leghiste. E poi ancora La Fiera dei sogni, e il mitico Rischiatutto, e Scommettiamo, e Flash…

Un personaggio onnipresente, che proprio per le sue umane debolezze riusciva però a non diventare mai antipatico. I battibecchi con i concorrenti. Il parrucchino. Le famigerate papere. Anche le leggende metropolitane, come la famosa Signora Longari cascata su un pisello, o un uccello, in realtà mai pronunciato. Già a cinquant’anni Mike Bongiorno poteva registrare la propria promozione ufficiale a monumento storico, con l’interpretare il sé stesso di vent’anni prima in un film come C’eravamo tanto amati. E nessuno si rendeva conto che il Re Sole era anche Aiace Telamonio. Colui che gli intellettuali continuavano a disprezzare, pur essendo un signore che tutte le sere prima di andare a letto leggeva un canto della Divina Commedia, e qualcuno che a suo modo ha forse più fatto per impartire un po’ di pillole di cultura al grande pubblico: anche se magari leggeva Paolo VI come Paolovi, o forse fingeva solo di farlo. E colui che facendo più audience di tutti non ebbe mai dalla Rai un contratto stabile: il più incredibile dei precari, sia pure di lusso, in un’Italia il cui sogno di benessere si era alimentato appunto quasi in parti eguali dei quiz di Mike Bongiorno e del mito del posto fisso. Non si è mai capito bene perché. Estraneità di professionista formato negli States alle conventicole di potere del made in Italy? Incredulità delle dirigenze Rai, all’idea che il Re Sole e il Cristoforo Colombo della tv potesse avere bisogno di cose così volgari come un’assunzione o un incarico dirigenziale? Una originale irrequietezza esistenziale? Per questo, comunque, infine sbatté la porta a quella Rai di cui era stato la levatrice, tenendo a battesimo la nuova tv di Berlusconi. E fu con i soldi che gli diede Berlusconi che poté infine comprarsi la macchina nuova. Ma anche da Mediaset se ne era infine andato sbattendo la porta, ed è morto proprio alla vigilia di iniziare una nuova avventura con Sky: che poi sarebbe stata la riproposizione di un’avventura vecchia, un nuovo Rischiatutto. Ma anche il riciclare era una cosa che faceva spesso: le cose che gli erano venute bene; e anche quelle che gli erano venute meno bene, quasi per dar loro un’altra opportunità. Pippo Baudo, l’ultimo dei mostri sacri della tv rimasto dopo la sua morte, è stato direttore artistico del Festival di Sanremo, Presidente del Teatro Stabile di Catania, addirittura candidato in pectore a governatore della Sicilia. A Mike Bongior-

no, già semi-eroe della Resistenza, hanno dato appena la cittadinanza italiana, il 7 febbraio del 2003. E lui ha continuato appunto fin quasi alla fine a fare l’Aiace Telamonio in prima linea: pubblicità, quiz per bambini, telepromozioni, Paperissime, programmi sugli animali; comparsate vestito da Topolino, quello stesso Topolino sul cui giornalino italiano all’inizio degli anni Sessanta aveva tenuto una rubrica di corrispondenza con piccoli lettori che oggi veleggiano per lo meno attorno ai 55 anni… Un po’ era quell’iperattivismo evidentemente cromosomico che lo ha portato a generare il suo ultimo figlio a 65 anni; che gli ha fatto partecipare a una spedizione polare a 77; che gli faceva gridare in continuazione l’inconfondibile «allegria!»; e che ha colto alla fine tutti di sorpresa, alla notizia che anche un cuore del genere potesse cessare di battere.

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Dalla politica alla cultura, il cordoglio di tutti gli italiani

Il Paese unito: «Era come un padre» di Gaia Miani segue dalla prima Per Dario Franceschini «Mike era la televisione, quella che si guardava tutti insieme in famiglia o magari nei bar, quella che costruiva un senso comune e cambiava radicalmente il nostro Paese ma anche quella di oggi, visto che in questi decenni lui l’ha attraversata tutta e si riprometteva di andare ancora avanti senza l’ombra di stanchezza, malgrado i suoi 85 anni». Molto sentito anche il cordoglio di Vittorio Sgarbi: «Per me è stato come un padre in televisione e niente lo ha potuto evidenziare più del nostro litigio generazionale. Si mettevano a confronto due modi diversi di vedere il mondo e di vedere la televisione. La nostra contrapposizione che in realtà era una amicizia apparteneva alla sfera onirica». Il lutto colpisce soprattutto il mondo della tv e dello spettacolo: per

Un po’ era la sindrome di tanti indefessi lavoratori allergici alla pensione come a una calata nella tomba anzi tempo. Ma molto, possiamo forse capirlo meglio in quest’Italia flessibile dei contratti a progetto e del lavoro interinale, doveva essere l’eterno cruccio del bravo professionista che non ha mai avuto la vera certezza della sua posizione, e che dunque continua affannosamente a darsi da fare per conquistarla: anche quando non ne avrebbe più il bisogno economico; anche quando i lavori che si metteva a fare erano manifestamente inferiori al suo prestigio; anche quando l’eccessivo inflazionarsi della sua presenza rischiava di danneggiarlo. Lui, comunque, insisteva che era Mediaset a non volerlo utilizzare. «Se penso che mi fanno fare solo le televendite, ci rimango male. Ho proposto a Mediaset una mezza dozzina di trasmissioni. Ne ho di idee e progetti. Come il Rischiatutto, i giovani non sanno cosa è, so

Maurizio Costanzo, Mike «era l’essenza della televisione italiana, colpiva la sua professionalità, la sua capacità di costruire i suoi errori e le sue gaffes. Gliel’ho detto pure in faccia e non mi ha smentito». Bongiorno era poi «una figura immortale» per Piero Chiambretti, un assoluto «punto di riferimento» per Pippo Baudo, che quest’anno per i suoi 50 anni di carriera aveva «pensato a una serata con Mike, perché non avrebbe avuto alcun senso festeggiare senza di lui». Afflitto anche il mondo dello sport: attraverso il presidente Cobolli Gigli, tutta la Juventus lo ha ricordato ieri come un affezionato tifoso bianconero: «Con il suo carisma ha saputo conquistarsi l’affetto e la stima di tutti». Poi, un personale ricordo di Gianluca Vialli: «L’ho conosciuto e frequentato diverse volte. Era un grande intenditore di calcio, della Juve».

che c’è una grande richiesta». «Era felice come un bambino del prossimo debutto su Sky», testimonia ora Maurizio Costanzo. «Se fosse rimasto a Mediaset gli avrebbeIn queste pagine: ro potuto costruire una nuoi festeggiamenti per va panchina ai giardinetti di il 50esimo anniversario Milano 2, o al massimo un della Rai, nella foto Mike sofà da pensionato. Così inBongiorno vece Mike si è vivificato, e fa con il figlio presenti piacere vederlo in azione, è all’evento; un professionista che non la cerimonia di consegna può stare senza la televisiodella Laurea ad honorem ne», diceva pure Antonio a Mike Bongiorno; Mike Ricci. Pioniere della prima e e Rosario Fiorello; della seconda era della tv la trasmissione “Lascia italiana, lo sarebbe stato ano raddoppia?” che della terza. E forse stadel 1956, nella foto volta ottenendo i riconosciMike Bongiorno menti anche formali che non e il concorrente gli avevano mai dato. Non ce Giulio Prezioso l’ha fatta.

Un personaggio seguito e onnipresente, che proprio per le sue umane debolezze, i parrucchini e le famigerate papere, riusciva a non diventare mai antipatico


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ciao Renzo

Nostalgie. Un’amica, la sottosegretaria al Welfare, ricorda il direttore di liberal a tre mesi dalla sua scomparsa

La penna della sobrietà In un tempo nel quale il giornalismo sembra diventare un lavoro da questurini, il “modello Foa” è un’alternativa di civiltà di Eugenia Roccella enzo Foa da tre mesi non c’è più. Il vuoto umano che ha lasciato lo possono raccontare meglio di me molte altre persone: chi gli è vissuto accanto e lo ha amato, gli amici di più lunga data, chi ha lavorato con lui e condiviso almeno una parte della sua storia politica e professionale. Ma forse è giusto che il vuoto del cuore resti un fatto privato, un dolore silenzioso. Il vuoto pubblico invece, la scomparsa di Renzo dalla scena, è una malinconica evidenza che colpisce tutti coloro che seguono il dibattito politico cercando qualcosa di più del banale e confuso accavallarsi dei fatti quotidiani.

R

È sempre più raro trovare persone come Renzo, e sempre di più, invece, se ne avverte acutamente il bisogno. Uno che non era organico a niente, perché troppo liberamente critico, senza vanità e protagonismo da spendere. La metafora usata da Milan Kundera per chi abbandona il partito comunista è la fuoriuscita dal girotondo, dalla danza in cerchio: «È stato allora che ho capito il significato magico del cerchio. Quando si è allontanati da una fila, è ancora possibile tornarci. È una formazione aperta. Ma il cerchio si richiude, e per questo, quando lo si lascia, è per sempre». Sono pochi quelli che non danzano in cerchio, mano nella mano, protetti dalla ritualità dell’appartenenza, e Renzo era

Non tanto sono gli inviti alla moderazione che ci possono aiutare, quanto uno sguardo in grado di sottrarsi al “contesto militarizzato”, alla necessità brutale di rispondere colpo su colpo

tra quei pochi che strutturalmente, per carattere e per intelligenza, trovavano difficile, impossibile forse, “appartenere”. Quando cominciò a scrivere per il Giornale, lui che aveva

diretto l’Unità, dal fronte dei suoi antichi amici fioccarono le accuse. Lui in un’intervista replicò: «Negli ultimi 10 anni avrò scritto mille articoli. Ho spiegato a sufficienza il mio


ciao Renzo

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percorso. Loro non sono stupiti delle cose che dico. È dove le dico che li disorienta. Non è un problema di contenuti ma di appartenenza in un contesto militarizzato”. Non appartenere non vuole affatto dire non schierarsi, non esprimere opinioni forti, appassionate, convinzioni profonde. Al contrario. Nella stessa intervista, Renzo spiegava perché si era avvicinato al centrodestra:

«Nella sinistra ci sono un sacco di persone che dicono cose giuste e sensate. Ma non hanno ascolto. Francamente è un po’ patetico fare il tricheco espulso dal branco che insegue i suoi latrando: attenzione, non andate là che vi infrangete sugli scogli». Ma la resistenza a danzare in cerchio, per chi ne è costituzionalmente incapace, alla fine, in un modo o nell’altro, prevale. Così, Renzo è rimasto sempre un po’ tricheco, anche non volendo. Per giunta, un tricheco raffinato, ironico e autoironico, che non latrava, ma argomentava con lucida razionalità, con chiarezza e semplicità. I suoi ragionamenti tornavano sempre: era un vero piacere per me (e certo non solo per me) ascoltarlo alla radio, dove spesso veniva chiamato a commentare gli avvenimenti politici.

Un saggio di Renzo Foa pubblicato su liberal bimestrale nel gennaio 2007

Paradigma Gerusalemme Israele è la metafora del bivio cui si trova di fronte l’Occidente dopo l’11 settembre: arrendersi o combattere per i propri valori? di Renzo Foa

Renzo manca. In un momento in cui il giornalismo rischia di trasformarsi in un lavoro da questurini che non vanno tanto per il sottile, in cui i presunti scoop riguardano fatti privatissimi - come le abitudini sessual - spacciati per questioni di interesse pubblico, Renzo manca ancora di più. Non sono gli inviti alla moderazione che ci possono aiutare, quanto uno sguardo in grado di sottrarsi al “contesto militarizzato”, alla necessità brutale di rispondere colpo su colpo. Mancano persone capaci di illuminare, con una battuta intelligente, una situazione ingarbugliata, persone capaci di un ragionamento svolto per il solo gusto di capire, e non per colpire il nemico. Non era soltanto la qualità dl’intelligenza che spingeva Renzo in questa direzione, ma anche il suo carattere, la sua innata, spontanea signorilità. In lui non c’era traccia di compiacimento, il suo naturale understatement non era voluto, mai caricato o narcisista. La sua sobrietà non era uno stile, ma un tratto personale essenziale e immediatamente riconoscibile. Abbiamo scritto in tanti che la sinistra avrebbe dovuto, e dovrebbe ancora, riflettere sulla sua lezione: ma in questi mesi ho capito che ciò di cui ci sentiamo orfani non è solo quello che pensava e scriveva, ma il modo in cui lo faceva, il modo - speciale e tutto suo - in cui ha attraversato la scena pubblica.

l “caso Israele” consiste oggi nel grande problema di una democrazia assediata, di una comunità, di uno Stato minacciati di distruzione, di un pezzo di Occidente isolato da una parte importante dell’Occidente, da una crisi politica delle sue leadership, nel quadro più generale di una difficoltà strategica della lotta al terrorismo islamista. È il momento giusto per assumerlo fino in fondo come il paradigma del bivio di fronte al quale sono posti coloro che difendono un sistema di valori, il sistema fondato sulla libertà, e che hanno scelto da tempo, ma soprattutto dopo l’11 settembre, il campo dell’impegno - in Afghanistan, in Iraq, ovunque - per contrastare l’attacco al nostro mondo, alla nostra storia, al nostro futuro. Israele è parte di questo campo. Lo è per la sua missione. Lo è per la sua natura. Lo è per la rottura - rottura positiva - che ha provocato nella storia del Novecento. Ma lo è anche per il rifiuto da cui è sempre stato circondato e che ha concorso a definire una linea di frontiera dell’Occidente.

I

Non penso solo al «rifiuto arabo», contraddistinto sempre da un intento di cancellazione, fin dal 1948. Mahmoud Ahmadinejad non ha inventato nulla. Prima di lui, prima dei proclami di Hamas e di Hetzbollah e, sullo sfondo, di al Qaeda, c’è una storia continua, quasi ininterrotta. Abbiamo dimenticato il panarabismo di Nasser che su un altro versante, diverso da quello del fondamentalismo religioso, esprimeva uno stesso fondamentalismo politico? Ma penso anche ad altri rifiuti e alle loro conseguenze. Abbiamo sotto gli occhi - mi riferisco a questo 2006 - il senso che sta assumendo con il passar dei mesi la missione dell’Unifil in Libano. Potremmo parlare di strabismo, quando assistiamo alla coabitazione di forze delle Nazioni Unite con Hezbollah che si riarma e quando, all’opposto, il governo di Chirac solleva uno scandalo con Israele. Ma sarebbe riduttivo, perché quel che è chiaro - sul piano politico e storico - è che i «caschi blu» stanno svolgendo un ruolo distorto: arrivati per consentire la fine di una guerra o, a essere più precisi, una tregua, svolgono una funzione di interposizione. Ma tra chi? È l’interposizione tra una democrazia e una rete terroristica. C’è in questo un’ambiguità dichiarata. C’è la confessione, nel caso migliore, di una neutralità tra un valore

e un disvalore. Questo è il nuovo ruolo dell’Europa? Questo è il volto del multilateralismo, esibito come risposta alla difficoltà - che vediamo quotidianamente - di combattere il terrorismo?

Le ambiguità che avvolgono la missione dell’Unifil fanno parte della storia recente dell’Onu. Non si scostano dalla tragedia di un fallimento che ha avuto i suoi simboli in altrettanti momenti tragici del mondo contemporaneo. Li conosciamo tutti e ci ricordano che da Srebrenica al Ruanda, dalla ritirata da Baghdad fino al Darfur, segnalano la fine di ogni concetto possibile di “comunità internazionale”, se per “comunità internazionale” intendiamo capacità di prevenzione, di intervento, di altolà alle forze della distruzione. Ma anche ad aver fiducia, anche a voler scommettere su un ritorno della “comunità internazionale” le ambiguità dell’Unifil sono lo specchio delle ambiguità che avvolgono la partita sul programma nucleare iraniano. È in corso da anni un negoziato impari. Gli europei l’hanno condotto rinunciando in partenza a una posizione di forza, a una deterrenza. Anche in questo caso, è come se si fossero dichiarati neutrali. Neutrali tra un’area e un sistema della libertà e l’area dell’anti-libertà. Oggi il tema in discussione è il rifiuto europeo, che si aggiunge al vecchio “rifiuto arabo”, evolutosi nel tempo nel rifiuto fondamentalista. Ed è un tema che non riguarda solo la politica. Noi italiani amiamo molto gli scrittori israeliani. Non faccio eccezione. Comincio allora da Amos Oz, da un suo ricordo. «Tutti i miei parenti, sia per parte di padre sia per parte di madre, erano degli europei devoti. In sostanza dei grandi appassionati dell’Europa. Conoscevano lingue svariate, e storie e culture: nutrivano una inesausta infatuazione per l’Europa... Ma ovviamente il loro amore non fu affatto ricambiato. I più fortunati vennero espulsi con un calcio. Gli altri non lasciarono l’Europa da vivi... Quando mio padre era ragazzino in Polonia, le vie d’Europa erano coperte di scritte quali: “Ebrei, andatevene in Palestina”, quando non di formule ancora meno gentili quali: “Maledetti ebrei tornatevene in Palestina”. Quando mio padre è tornato in Europa, circa cinquant’anni dopo, i muri erano coperti di: “Ebrei, fuori dalla Palestina”».

Ahmadinejad non ha inventato nulla. Prima di lui, prima di Hamas e di Hetzbollah e, sullo sfondo, di al Qaeda, c’è una storia continua, quasi ininterrotta


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L’Europa che non riesce a capire. O non vuole Dal 1967 in poi, solo decisioni sbagliate sul piano politico e strategico uelle di Oz sono solo poche righe. Ma ogni parola evoca un problema. Propone lunghe riflessioni. Ciascuna può essere addirittura il titolo di un capitolo di un infinito trattato destinato a riscrivere e a rileggere la storia del Novecento e di questo inizio del Ventunesimo secolo. Ad esempio, chi pensa che l’amore per l’Europa sia solo un sentimento dei nostri giorni dovrebbe sapere che c’era anche prima che i nazionalismi e i totalitarismi lo schiacciassero. Anzi, che forse era più forte e più compiuto. Ho il dubbio che l’Europa espressa da Joseph Roth, da Arthur Koestler, da Ignazio Si-

Q

o, appunto, l’approdo del vecchio «rifiuto arabo», ma anche le aberrazioni della modernità europea che il 1945 e il 1989 hanno sconfitto, senza averle cancellate del tutto. Ad André Glucksmann dobbiamo quella ricostruzione della storia postbellica, snodatasi lungo i limiti posti dalla memoria di Auschwitz e Hiroshima, e l’avviso che oggi proprio quei limiti possono venir superati. Che c’è questa minaccia. Che l’ideologia della distruzione di Israele è un nuovo segno di rottura dei pilastri della storia mondiale degli ultimi sessant’anni.

Per questo il “caso Israele” non può essere più letto secon-

Il Vecchio Continente di Joseph Roth, Arthur Koestler, Ignazio Silone, Raymond Aron e Altiero Spinelli era culturalmente più forte e avvincente di quello che abbiamo sotto gli occhi lone, da Raymond Aron, da Altiero Spinelli fosse culturalmente più forte e più avvincente di quella che abbiamo oggi sotto gli occhi. Comunque per tornare a Oz, chi non si preoccupa del fatto che la stessa scritta apparsa negli anni Trenta è riapparsa ora nella stagione della democrazia - appunto gli ebrei che dovevano andarsene dall’Europa e che ora devono andarsene dalla Palestina - sarebbe avvertito del pericolo di questa continuità. Ma soprattutto in queste poche righe c’è il racconto, in chiave personale, di un cambiamento della storia del mondo. Mi affido a un giudizio di David Ben Gurion, dell’agosto del 1957: «Al principio del Ventesimo secolo gli ebrei erano circa dieci milioni e mezzo: meno dello 0,5% viveva in Palestina, l’82,6% viveva in Europa e, di questi, i tre quarti nell’Europa orientale; in America c’era non più del 10% degli ebrei. Di fatto il popolo ebraico, negli ultimi secoli, era un popolo europeo; questo popolo oggi quasi non esiste più». Non sono statistiche: qui c’è la descrizione di un vuoto che è stato aperto, di una mutazione dell’identità della nostra civilizzazione europea.

Sappiamo dunque che la voce di Mahmoud Ahmadinejad era già suonata qui in Europa, a Parigi, a Berlino, a Mosca, prima di farsi sentire da Teheran. Sappiamo che quando le culture fondamentaliste espresse dai leader di Hamas e di Hezbollah rivendicano la cancellazione di Israele non rappresentano soltanto le pulsioni dell’estremismo islamista

do il canovaccio di tre conflitti infiniti. In primo luogo del conflitto fra “la terra degli ebrei” e la “terra dei palestinesi”, un fazzoletto dove si è concentrato, in modo simbolico, il contrasto fra il diritto di due popoli sugli stessi campi, sulle stesse città, sulle stesse acque. In secondo luogo, del conflitto fra due sensi di colpa, quello europeo dapprima verso gli ebrei, vittime della Shoah e della snaturalizzazione compiuta nel mondo sovietico, e ora verso i palestinesi. In terzo luogo, del conflitto geopolitico che si è snodato in Medio Oriente e che ha avuto e ha per attori non solo le potenze regionali, ma anche i loro punti di riferimento globali, dagli Stati Uniti ai vecchi padrini europei, come i francesi e i britannici, fino alla Russia. Oggi le chiavi di lettura devono essere diverse. Israele non è solo figlio - cito sempre da Ben Gurion - del «desiderio di tornare a Sion e di riunire il popolo nella sua patria». È anche questo, lo è stato e continua a esserlo. Però è soprattutto l’unica democrazia compiuta del Medio Oriente. Lo diciamo da anni, ma va ripetuto, perché troppo spesso questo piccolo dettaglio della storia viene trascurato, quando non ignorato.Va ricordato che i fondamentali della democrazia israeliana - intesi nel senso più classico: cioè rappresentanza, equilibrio tra i poteri, rispetto dei diritti dell’uomo - si sono realizzati, per restare al Mediterraneo, ben prima che in Grecia, che in Spagna, che in Portogallo, che in tutti quei Paesi a Est della linea, indicata da Winston Churchill, fra Stettino e Trieste. E, se allarghiamo lo

sguardo al mondo, ben prima del Sudafrica o del Brasile. Va ricordato anche che questa democrazia ha coinciso, nel trascorrere dei decenni, con l’idea di Occidente e, soprattutto, che la sua continuità ha resistito alla pressione di guerre, conflitti, minacce. Perfino di drammatiche lacerazioni interne. In Europa c’è una cultura politica - penso a quella espressa in Italia dal ministro degli Esteri Massimo D’Alema e dal presidente del Consiglio Romano Prodi, penso a quella rappresentata da Jacques Chirac in Francia, penso a quella che riemerge in continuazione in Spagna, penso a continue prove che vengono dalle istituzioni di Bruxelles - che vede il “caso Israele” come l’incapacità, proprio di Israele, di coesistere con i propri vicini e come motore di una politica che affida la priorità delle sue scelte all’uso della forza. In altre parole, come lo scandalo delle relazioni internazionali. Questa stessa cultura politica vede - viene detto apertamente e lo si ripete in continuazione - nel conflitto israelianopalestinese l’origine del fondamentalismo islamista e del terrorismo. Il “caso Israele” è, invece, quello di una democrazia assediata a cui troppo spesso le democrazie europee negano non solo comprensione, ma anche appoggio. E a cui oppongono troppo spesso un’aperta ostilità. Il “caso Israele” è quello di una democrazia a cui viene contestato il diritto di legittima difesa. Il «caso Israele» è quello di una democrazia accusata di essere l’origine del grande conflitto che, con l’11 settembre, ha spaccato il mondo. Il “caso Israele” è quello di un pezzo di Occidente rifiutato da un altro pezzo di Occidente. Qui c’è l’errore. Qui sta il pericolo.

Sul piano politico e strategico, a monte di questo errore c’è un cumulo di decisioni sbagliate, che si sono accumulate nella storia, dopo il 1967, a cominciare dal riconoscimento della rappresentatività unica di Yasser Arafat e dal disinteresse per le sorti di Israele minacciato di distruzione nella guerra del 1973. Luigi Vittorio Ferraris ha parlato, nel numero 3 di liberal risk dedicato ai “confini di Israele”, di «orientamenti apparentemente equidistanti, ma nella sostanza più favorevoli alle argomentazioni palestinesi e meno sensibili all’ansia di sicurezza di Israele» e ha definito la vantata imparzialità europea «squilibrata nella sostanza politica a favore della causa palestinese». Il risultato è che, per decenni, questa o

Dall’alto: Jacques Chirac, Yasser Arafat, David Ben-Gurion, Massimo D’Alema quella potenza europea e l’Europa come istituzione hanno creduto di poter adoperarsi come mediatori, ma senza alcuna efficacia, perché non hanno offerto a Israele alcuna garanzia e perché sono state giudicate deboli e inefficaci dai palestinesi. Oggi, guardando al passato, guardando al tempo storico trascorso dalla “dichiarazione di Venezia”del 1980, si può pensare che in realtà l’Europa non abbia avuto in Medio Oriente alcuna effettiva politica, se non quella passiva della distinzione da Israele, della distinzione dagli Stati Uniti e del sostegno ai palestinesi - quasi incondizionato nell’era Arafat - e dell’appeasement con i regimi della regione. Ferraris osservava a ragione che non è dovuta al caso l’estraneità europea ai più importanti negoziati di pace, dal processo di Oslo, dagli accordi di Taba, dalla stessa road map.

L’accoglienza riservata all’ultima iniziativa proposta da Zapatero a Chirac, e sulla quale è saltato subito Prodi, è la conferma di questa particolarità della storia, in virtù della quale alcune diplomazie cercano un ruolo senza averne i requisiti politici.


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un’ideologia che cancella la verità. Così come un caso esemplare sono state le due manifestazioni organizzate a Roma e a Milano da una sinistra che, per quanto divisa anche in piazza, è poi unita dall’incapacità di distinguere tra la democrazia e l’antidemocrazia. Su queste polemiche tutte italiane, mi limito a un’osservazione. La loro esistenza è il riflesso della grande difficoltà in cui si trova la strategia di risposta al terrorismo. Se dobbiamo parlare del “caso Israele”, non possiamo dimenticare il fatto che la guerra in Libano non è stata né vinta né persa, che Gaza è diventata un terreno di conflitto, che spesso la scelta di un semplice militare ha effetti politici maggiori delle decisioni del primo ministro Olmert. Non possiamo dimenticare che a Gerusalemme c’è una crisi di leadership. Che Sharon ha lasciato un vuoto. Non so se esistano precedenti di analoga portata, cioè se sia mai esistito un divario così profondo, in un contesto di guerra aperta, tra l’intenzione dichiarata di un governo e l’uso degli strumenti bellici.

L’11 settembre e la tentazione isolazionista Il rischio è cedere alle lusinghe della neutralità e alla prepotenza del fondamentalismo oi c’è una domanda a cui non si può sfuggire: dopo l’11 settembre quanto ha pesato la diversa percezione dell’attacco del fondamentalismo? E quindi della risposta da dargli? Quanti episodi hanno contraddistinto, nel senso della strabismo, l’atteggiamento delle istituzioni e delle leadership europee verso Israele? Ce ne è un dossier.

P

C’è il famoso embargo posto dall’Osservatorio europeo sul razzismo e la xenofobia all’indagine affidata ai ricercatori del Centro studi sull’antisemitismo dell’Università tecnica di Berlino, indagine da cui emergeva che la nuova ondata di antisemitismo era il risultato di un’azione costante di settori dell’estrema sinistra, del movimento no-global e di gruppi arabo-musulmani. C’è stato l’incredibile pregiudizio - a presiedere la Commissione europea era Romano Prodi - nei confronti del “muro protettivo” contro l’infiltrazione del terrorismo kamikaze. C’è stata perfi-

no la contestazione del ritiro unilaterale, deciso dal governo di Ariel Sharon, da Gaza. C’è stato, da ultimo, il battage sulla formula dell’«uso sproporzionato della forza» in Libano. Al fondo di questo strabismo non c’è solo una tradizione europea. Se alziamo lo sguardo sul lungo periodo, su come si è formato il Medio Oriente che c’è oggi, su come è stato disegnato con la prima guerra mondiale, il segno dell’Europa è fortissimo. Della storia coloniale. Della diplomazia. Dei commerci. Di un vecchio e consolidato rapporto, i cui fili non sono stati interrotti da alcun grande trauma, neanche negli anni del conflitto EstOvest (del resto l’Est comunista era anche Europa).

Tutto ciò continua a pesare. Ma il limite culturale di oggi supera le frontiere della geopolitica. Investe direttamente una parola, la parola «guerra». Questa parola è diventata impronunciabile. Sappiamo perché è successo, conosciamo il nostro passato tra il 1914 e il 1945. Ma

il problema vero è che, pur di non pronunciare quella parola, gli europei oggi chiudono gli occhi. Tendono a non vedere la guerra anche dove c’è. E se sono costretti a vederla - come è successo a Sarajevo, cioè in casa - non riescono a misurarsi con gli strumenti per affrontarla. C’è una rimozione totale dell’idea dell’uso della forza. C’è l’oblio - eppure ne dovrebbero essere consapevoli - di una storia che ci dice che la pace, iniziata nel continente nel 1945, è dovuta alla natura della vittoria alleata.

Alla scelta politica di Roosevelt e Churchill di rifiutare con l’Asse accordi che non fossero la resa del nemico e alla decisione conseguente di usare la forza, anche in modo spropositato, per raggiungere quell’obiettivo. I tedeschi ne sanno qualcosa. Oggi, dopo sessant’anni, l’Europa non è più in grado di misurarsi con la parola «guerra». Il risultato, purtroppo, è che non è più neppure in grado di misurarsi con la

parola «pace». E quindi non è in grado di attrezzarsi per difenderla.

Il mio è, ovviamente, un punto di vista italiano e, quindi, per me è difficile sorvolare sul fatto che il ministro degli Esteri Massimo D’Alema, capovolgendo i cinque anni di politica del governo Berlusconi, non perde occasione di indicare Israele come la fonte della destabilizzazione mediorientale, come uno dei «serbatoi di odio» da cui è sorto il terrorismo fondamentalista e quindi come l’entità politica da neutralizzare. In questa visione ci troppe omissioni per non ricordarne almeno qualcuna.Viene da chiedersi cosa c’entri Israele con la rivolta fondamentalista in Algeria, con la pulizia etnica nel Darfur, con le“corti islamiche”somale o con il terrorismo che colpisce anche le città arabe e musulmane. O cosa c’entri Israele con le insorgenze anti-cristiane in Indonesia, in Pakistan, in tanti Paesi africani. Ma quello di D’Alema è il caso esemplare di

È un problema speculare a quello iracheno. Mi rendo conto di non aver mai nominato finora gli Stati Uniti, che pure sono il grande alleato di Israele e che rappresentano l’altra grande democrazia «in prima linea». Stati Uniti e Israele sono, in Europa, il sinonimo di unilateralismo, cioè di quello che è considerato dagli europei di sinistra, dagli europei nazionalisti, dagli europei neutralisti, la causa dell’instabilità globale. Ma l’unilateralismo è il problema o è la risposta a un problema mondiale a cui nessun altro ha saputo o ha la capacità di rispondere? E quale è l’alternativa? L’appeasement con Ahmadinejad con i suoi bracci armati rappresentati da Hezbollah e Hamas? La convivenza con l’antidemocrazia e l’antilibertà, nel nome di una confusa e precaria idea di pace? L’attesa di un ulteriore fallimento della “comunità internazionale”? La solitudine di Israele è il simbolo di questi dilemmi. Dilemmi che vanno sciolti. Nella stessa Israele, in Europa, negli Stati Uniti, nel rapporto con l’Iran, nella strategia della lotta al terrosimo. Come uscirne? Per quello che riguarda Israele, c’è il tema del suo coinvolgimento nell’Unione europea. C’è la strada di una sua adesione alla Nato. Sono suggestioni importanti, che investono direttamente la politica e le alleanze. Ma il fronte vero, che si sta riaprendo, è quello del conflitto culturale, tra il ritorno delle tentazioni neutraliste e isolazioniste e la continuità di un impegno - la grande acquisizione seguita al 1989 - a resistere ai fondamentalismi e ad allargare l’area globale della libertà.


mondo

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Dibattiti. Cinque leggi separate, preparate tramite un dibattito parlamentare, e meno ingerenza dai tecnici della Casa Bianca

La mia ricetta L’ex Speaker della Camera consiglia a Obama un modo per uscire dalla trappola sanitaria di Newt Gingrich n titolo del Washington Post, apparso nei giorni scorsi, presentava bene il discorso che Obama terrà oggi al Congresso sulla riforma sanitaria in questo modo: «È un tentativo di assumere il controllo del dibattito». Il credo arrogante che la Casa Bianca ripone in Obama l’Oratore è contraddetto da due dei più grandi leader americani degli ultimi 80 anni, Franklin Roosevelt e Ronald Reagan. Entrambi sapevano che in un libera società i presidenti possono indirizzare e guidare un dibattito, ma non “controllarlo”. Il pericolo insito in un tentativo del genere è quello di vedersi, alla fine, ripudiato dalla nazione. E questo è il punto in cui il presidente Obama si trova oggi. Il suo discorso di oggi è quello più consequen-

U

ziale - nell’ottica della sua presidenza - a quello pronunciato il giorno del suo insediamento inaugurale.

Otto mesi di un decreto di stimolo pari a 787 milioni di dollari (che non ha stimolato un bel niente), un budget che raddoppierà il debito nazionale nei prossimi cinque anni, un alto livello di tassazione e un cappio burocratico: ecco cosa è diventato, secondo un sondaggio, il partito Democratico. È impossibile scrivere una riforma appropriata del sistema sanitario nazionale. I politici non sono così bravi, gli americani non sono così creduloni e gli interessi speciali non sono così pigri. Obama deve ora affrontare un’enorme onda di opinioni americane: lontane da quelle del governo e vicine a soluzioni in cui possiamo credere. Che possiamo capire. Dunque, il presidente si trova davanti a una scelta storica. Da una parte, il suo discorso può servire per confezionare un pacchetto nuovo all’attuale decreto legge: oltre mille pagine di tesi liberal; oppure può controllare il dibattito per fornire lo stesso piano - vecchio e troppo grande - di un aspetto nuovo e più carino. Ma la storia delle riforme sanitarie fino ad oggi - il Partito vota e demonizza gli oppositori - non sembra

Il nuovo ministro della Sanità del governo americano, Kathleen Sebelius. In alto, il presidente americano Obama. Nel box a destra, i loghi delle principali compagnie assicurative degli Stati Uniti

favorevole a questa strategia. Se Obama pensa di poter usare la sua oratoria e il suo modo di porsi per far credere agli americani di allontanarsi da un piano che non vuole mollare, deve stare molto attento. Nell’era di internet e dei dibattiti, la massima di Lincoln è più vera che mai: non puoi prendere in giro l’America per tutto il tempo. L’altra opzione è quella di cercare di guidare il dibattito rallentando, aprendo in maniera impegnativa il processo e affrontare le cose una per vol-

Il presidente stasera non deve fare l’errore di imporre al Congresso la propria visione della questione. Parliamo di un sesto dell’economia nazionale, non è un argomento su cui scherzare ta. Smetterla, insomma, di pensare a nuovi modi per farsi ascoltare dall’America e iniziare invece ad ascoltare gli americani. Sedici anni fa, nella primavera del 1993, l’allora First Lady Hillary Clinton venne da me per parlare della riforma del sistema sanitario. All’epoca, le dissi la stessa cosa che vorrei dire oggi al presidente Obama: è impossibile scrivere una riforma complessiva del sistema e vederla approvare. Invece di proporre un singolo decreto legge che cerca di rimodellare un sesto dell’economia americana, l’inquilino della Casa Bianca potrebbe usare il suo discorso per annunciare una serie fatta da quattro o cinque leggi tesa a riformare la sanità pubblica. Ognuna scritta in maniera bipartisan e, soprattutto, dibattuta in modo pubblico e con regole aperte. Un approccio

fatto di un passo dopo l’altro, che renderebbe entrambi i lati dell’agone politico più disposti ad ascoltare.

Eliminerebbe, in questo modo, l’opportunità dei democratici di seppellire dei cattivi programmi in una legge che sembra più un mammouth, praticamente illeggibile, e obbligherebbe i repubblicani a sedersi al tavolo e presentare le loro opportunità e idee di riforma. Una di queste leggi, e uno di questi dibattiti, potrebbero concentrarsi su come migliorare lo sviluppo e l’amministrazione del sistema sanitario: fra questi, una riforma degli incassi e dei pagamenti per la salute e il benessere individuale. Un’altra legge potrebbe mirare a creare vera competizione e scelta nel mercato delle assicurazioni, creando un network naziona-

le. Un’altra potrebbe cercare di salvare Medicare e Medicaid dalla bancarotta, trovando il modo di eliminare quella parte di frodi e abusi che - secondo il Centro per la trasformazione sanitaria - ammonta a circa 600 miliardi di dollari l’anno.

Un quarto testo potrebbe esplorare il modo di investire nella scienza e nell’innovazione: come la riforma della Fda, che propone una procedura inspiegabilmente lunga e complicata per l’approvazione di nuovi farmaci. Ognuno di questi decreti separato e focalizzato su una singola delle questioni trattate sarebbe più comprensibile e più democratico di questa strategia “prendere o lasciare”, ovvero quella usata fino ad ora dall’amministrazione democratica. Obama, nel suo discorso di questa sera, dovrà fare una scelta decisiva: davanti ai membri del Congresso potrà scegliere se ascoltarci o chiederci di ascoltarlo. Ma, in ogni modo, saremo noi ad avere l’ultima parola.


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Il trucco è non alzare la pressione fiscale delle classi medie. Sono loro che hanno votato democratico

È il modo giusto per riprendersi gli Usa Ecco come sconfiggere la mancanza di fiducia dell’elettorato nel governo di William Galston li americani ancora non hanno fiducia nel governo, ma un piano di assistenza sanitaria come questo potrebbe andare bene. La continua mancanza di fiducia ha reso sempre più difficile convincere gli americani ad accettare un maggiore ruolo del governo nel sistema sanitario. Alla vigilia della recessione di agosto, i leader democratici decisero che per spingere le prospettive verso una riforma sanitaria, avevano bisogno di un nemico e per questo ruolo scelsero le compagnie assicurative. Mentre questa è stata una selezione plausibile, si è scoperto che aveva un tallone di Achille: il governo è, quando va bene, considerato allo stesso livello dell’industria assicurativa. Lunedì, in dibattito pubblico, un uomo si è alzato e ha detto: «Una donna ha chiesto chi provvederà a mantenere oneste le compagnie di assicurazione. A me preoccupa chi provvederà a mantenere onesto il governo». Per quanto i democratici possano essere riluttanti a riconoscerlo, questo uomo - lungi dal rappresentare una frangia arrabbiata - ha parlato almeno a nome di metà del paese. Questo vuol forse dire che la causa per la riforma dell’assistenza sanitaria è persa?

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Assolutamente no, ma per ottenere il successo sarà necessario un cambiamento, non solo di retorica, ma di molti presupposti base dei democratici. La sfiducia nella concentrazione dei poteri fa parte del dna culturale dell’America. La maggior parte degli

americani guarda al governo come, quando va bene, ad una necessità spiacevole. In questo contesto la riforma della sanità deve essere portata avanti dai suoi difensori non come un bene positivo, piuttosto come una medicina utile per arrestare una malattia - precisamente l’erosione degli stipendi e il sistema assicurativo basato sull’impiegato - che alla fine danneggerà anche le parti sane dell’apparato.

Questo è quanto mai necessario perché al momento, la maggior parte degli americani sono almeno moderatamente soddisfatti della loro situazione. Il 73 per cento descrive l’accessibilità dell’assistenza medica di base per loro stessi e per le loro famiglie come “gestibile” o addirittura “facile”; il 69 per cento dichiara che la loro compagnia di assicurazione sanitaria copre la maggior parte delle terapie e medicine di cui hanno attualmente bisogno; il 76 per cento dice che sono molto o quasi fiduciosi che nell’eventualità di una grave malattia o incidente, la loro assicurazione pagherebbe quanto necessario affinché stiano meglio. Quindi, Obama si trova di fronte anche a due compiti chiave. In primo luogo, deve convincere quegli americani persuadibili che potrebbero perdere alcuni o tutti i benefici sanitari di cui godono ora se non si realizza niente. La fascia persuadibile include i lavoratori autonomi che ritengono da un margine di 2 a 1 che il governo farebbe un lavoro peggiore nella fornitura di copertura me-

dica di quanto fanno le compagnie assicurative, ma che tuttavia pensa che al sistema servano cambiamenti fondamentali. In secondo luogo, Obama deve abbracciare e difendere l’approccio legislativo che fa quello che occorre fare nel modo meno intrusivo e inquietante. ,Gli americani credono (anche se con margini stretti) che possiamo allargare la copertura senza aumentare il deficit di bilancio o tassare le classi medie. A lungo termine, ognuno di questi punti di vista può essere sbagliato. Al momento, qualsiasi cosa emerga dall’industria legislativa è bene che sia coerente con loro, non tanto perché le riforme politiche hanno sempre bisogno di un ampio sostegno pubblico, quanto perché l’interesse pubblico sul deficit è aumentato notevolmente dallo scorso gennaio e perché Obama ha promesso ripetutamente nel corso della sua campagna che le tasse alla classe media non sarebbero aumentate.

Questi vincoli probabilmente porteranno ad un accordo per qualcosa in meno della completa universalità – specialmente se rifiutare il sostegno pubblico per la Medicare tagliasse i limiti di posti su quel contributo finanziario del programma da riformare. Il trucco sta nel mettere insieme un pacchetto di misure di crescita che migliorino le vite di milioni di americani senza peggiorare la spirale dei costi e senza indebolire il sostegno per futuri traguardi. È in gioco la sopravvivenza della riforma stessa.

Soltanto con l’appoggio dei repubblicani si potrà scrivere una nuova pagina della storia americana

L’ultima chance per un governo bipartisan Il presidente deve dimostrare se vuole veramente superare le divisioni partitiche di Tom Dennis on saranno scontri aspri e faziosi ed idee obsolete di sinistra e destra a risolvere il problema con cui oggi siamo chiamati a misurarci; ma un rinnovato spirito di unità e di responsabilità condivisa». Così affermava il candidato alla presidenza Barack Obama. Stasera è l’ultima possibilità a sua disposizione per dimostrare di voler mantenere le promesse. Le maggiori incertezze sul discorso di stasera è se il presidente chiederà o meno un sostegno bipartisano per la riforma. Obama dovrebbe probabilmente insistere. Una riforma di entità pari a circa un sesto della spesa corrente del Paese condotta con eccessiva solerzia e con un gradimento per l’operato del presidente in vistoso calo costituirebbe un grossolano errore. Non solo farebbe andare su tutte le furie ed alienerebbe il consenso di alcuni consistenti settori della popolazione, ma risveglierebbe in loro e nel partito (attualmente) di minoranza la volontà di far fallire il progetto. Ben lungi dal generare «un rinnovato spirito di unità e di responsabilità condivisa», l’approvazione di un piano di riforma sanitaria con accenti smaccatamente faziosi farebbe fluire nuovo veleno nel vecchio spirito intriso di rancore e diffidenza.Inoltre, la riforma avrebbe una minore efficacia rispetto alle attese se non si dovesse tenere conto delle legittime obiezioni della frangia conservatrice circa la concorrenza, la libertà ed i costi.Tutto ciò non deve verificarsi; e mai si è per l’appunto verifi-

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cato in altri momenti cruciali della storia americana, in netto contrasto con le odierne affermazioni di alcuni principali esponenti democratici. «Nella storia americana, tutti i grandi progetti di riforma, come ad esempio quello relativo alla previdenza sociale, sono stati approvati senza il sostegno dei repubblicani», ha recentemente affermato Howard Dean, l’ex presidente del Partito Democratico, nel corso del programma di Rachel Maddow. Questo non è vero: nel 1935, 81 deputati e 16 senatori Repubblicani hanno sostenuto il progetto di riforma sulla previdenza sociale. Anche nel caso del programma Medicare il via libera arrivò grazie all’appoggio dei repubblicani.

Se Obama desidera realmente apportare delle sostanziali innovazioni con il suo discorso, deve prestare attenzione alle idee realistiche quantunque provenienti da entrambi gli schieramenti che iniziano già ad emergere. La settimana scorsa Bill Bradley, l’insigne ex senatore democratico del New Jersey, ne ha proposta una. Bradley puntualizza con perspicacia che se si auspica un sostegno bipartisan ad un progetto di legge, entrambe le parti devono ottenere qualcosa. Il suggerimento di Bradley rievoca quanto avvenuto nel 1986 nel corso della presidenza Reagan, quando proprio l’ex senatore fornì un sostanziale contributo nel plasmare la riforma fiscale: «I repubblicani ottennero un’aliquota marginale più bassa, mentre i democratici riuscirono ad

eliminare le esenzioni fiscali per i grandi gruppi d’interesse». «Faccio menzione di tutto ciò in quanto credo che, per quanto concerne la riforma del sistema di assistenza sanitaria, una grande intesa bipartisan rimanga ancora possibile. Sin dai tempi del presidente Truman, i democratici hanno pretesto una copertura universale. Sin dall’avvento dell’era Reagan, i repubblicani hanno preteso riforme del sistema legale. Uno scambio reciproco appare ovvio: mettiamo insieme una copertura universale con riforma dei punti deboli del sistema sanitario». Il senatore democratico dell’Oregon Ron Wyden è un altro esponente politico che ritiene possibile un compromesso bipartisani. Il progetto di legge a firma di Wyden e del senatore repubblicano dello Utah Robert Bennet gode già di 12 co-firmatari, compresi quattro repubblicani. Fornirebbe una copertura per tutta la popolazione, preverrebbe l’insorgere di patologie di portata catastrofica e consentirebbe ad ogni cittadino di scegliere la propria copertura assicurativa, ma “senza mettere mano alle tasche dei contribuenti”, secondo quanto afferma l’Ufficio al Bilancio del Congresso. Vi interessa? La cosa interesserebbe anche al resto degli americani, qualora Obama incaricasse il Congresso di esaminare il progetto a firma Wyden-Bennet. è questa la soluzione per evitare quegli «scontri aspri e faziosi» del passato e forgiare «un nuovo spirito di unità e di responsabilità condivisa».


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pagina 16 • 9 settembre 2009

Repressione. Inizia quasi nel silenzio la resa dei conti con i candidati moderati a repressione in Iran sta assumendo le tinte della discontinuità. Ieri, dopo l’offerta del neoeletto presidente Ahmadinejad a un confronto pubblico con Obama, è arrivata la notizia dell’arresto del direttore del sito Etemad Melli, schierato a fianco del riformista Mehdi Karroubi. Contestualmente la Procura della Corte rivoluzionaria ha ordinato la chiusura dell’ufficio politico di quest’ultimo. La nota che giunge dalla capitale iraniana è laconica e si limita a dire di una perquisizione avvenuta nella redazione del giornale online, nonché della sede del movimento di Karroubi. Infine si conclude con la certificazione del fermo di uno dei protagonisti della stampa di opposizione nel Paese. Dopo un lungo stillicidio, per la testata riformista si tratta di una vera e propria decapitazione della sua leadership. Nel mese di agosto, infatti, erano stati cinque i redattori di Etemad messi agli arresti dal regime, perché accusati di attività giornalistica sovversiva. Successivamente la redazione era rimasta chiusa per qualche giorno. Poi aveva riaperto con pubblicazioni ridotte. Ieri, con il coinvolgimento dello stesso direttore, il governo iraniano ha voluto bloccare l’intera attività del giornale. È un colpo di coda che molti osservatori occidentali forse non si aspettavano. Dopo due mesi e mezzo di proteste, caratterizzate da episodi di alta tensione, spargimento di sangue e processi sommari, sembrava che il regime degli Ayatollah fosse tornato a controllare la piazza e che qualsiasi focolaio di opposizione fosse stato spento. Insediato per il secondo mandato presidenziale, Ahmadinejad si era addirittura esposto ad aprirsi al dialogo con gli Stati Uniti. Un gesto – per quanto ancora tutto da definire – che lasciava presagire come ormai le istituzioni governative avessero il controllo della situazione. E che soprattutto non ci fosse più spazio per mettere in discussione il risultato elettorale del 12 giugno.

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Quanto accaduto ieri però ci ricorda che la repressione continua. Sebbene non più sotto i riflettori dei media stranieri. Anzi, ci lascia presagire che sta andando ancora più in profondità. Il fatto di aver messo agli arresti un giornalista così vicino a Karroubi indica che il vertice del mondo riformista è sempre più alle corde e rischia esso stesso di cadere nelle mani della censura. Già martedì, infatti, era corsa la voce che sempre la Corte rivoluzionaria intendesse spiccare un mandato di arresto anche per il figlio di Kar-

Teheran attacca (ancora) Karroubi di Antonio Picasso

Chiusi gli uffici del leader dell’Onda, arrestati i suoi più stretti collaboratori. È la repressione ordinata dal regime contro i possibili dissidenti, che devono sparire dalla scena politica interna roubi, Ali, con l’accusa di aver svolto un “ruolo primario nei disordini”di questi mesi.Tuttavia, la notizia, non essendo stata confermata, non aveva avuto seguito. Adesso bisogna capire cosa succederà. Teheran ha forse intenzione di mettere le mani su Karroubi stesso e su Mir-Hossein Mousavi, l’altro esponente riformista che ha guidato le manifestazioni post-elettorali? Se lo facesse rischierebbe di compromettersi ulteriormente di fronte a una comunità internazionale che non intende più tollerare simili iniziative da parte di Ahmadinejad. Ciononostante, sarebbe indice della

sua forza e della sua determinazione. Gli ayatollah, in questo senso, conoscono molto bene l’Occidente.

Sanno quindi che se un’opposizione di piazza non raggiunge un risultato concreto dopo due mesi, non può essere più appoggiata. È il caso dell’Onda Verde iraniana, la quale ha goduto delle prime pagine dei giornali per tante settimane dopo le elezioni. Ha acceso gli animi, scatenando le reazioni di maggiore rabbia da parte dei governi europei come pure oltreoceano. Tuttavia, nel momento in cui a Washington e nelle cancellerie

europee è sorto il sospetto che si trattasse di un fuoco di paglia, l’endorsement – che non era mai stato comunque esplicito – è venuto a mancare. L’Occidente ha preferito impiegare le proprie risorse in altri contesti, in primis in Afghanistan, dove anche lì le elezioni presidenziali di agosto necessitavano un alto gra-

do di attenzione. Ne è conseguito che, giunta finalmente l’ombra tanto attesa, Teheran si è sentita più svincolata e quindi libera di mettere in pratica i punti più rigidi della repressione e della censura. Ha saputo sfruttare opportunisticamente gli spazi che si sono creati per una naturale disattenzione dell’Occidente. Ha agito con fredda determinazione. Se Karroubi venisse lasciato libero – opzione abbastanza probabile – e non cadesse in prima persona sotto colpi della Corte rivoluzionaria, sarebbe comunque una mente mutilata delle braccia e della voce utili per diffondere le proprie idee. Privo dell’organo di stampa che facesse da ripetitore per la sua politica di opposizione, ma soprattutto senza un ufficio che fisicamente fosse un punto di riferimento per i suoi sostenitori, Karroubi si ritrova a mani vuote. Per questo motivo è plausibile che le autorità preferiscano non toccarlo. Se lo facessero rischierebbero di richiamare nuovamente l’attenzione dall’estero sulle loro attività. Lasciando un riformista libero di condurre la sua campagna politica non provocano nessuna polemica. Al tempo stesso, avendone ridimensionato la forza, hanno ridotto Karroubi a un soggetto decisamente innocuo.

Sarà possibile fare lo stesso con Mousavi? Qualche giorno fa anche una sede distaccata del suo movimento è stata oggetto di perquisizione. In questo caso, però, abbiamo a che fare con un personaggio molto più in vista e che dispone di maggior consenso da parte dell’opinione pubblica iraniana. Era Mousavi, infatti, il candidato su cui puntavano i riformisti il 12 giugno, non Karroubi. Ed era anche quello che l’Occidente sperava di vedere vittorioso. Se la lama della repressione della Guida suprema, Ali Khamanei, si scagliasse contro di lui, la disattenzione pazientemente guadagnata nelle ultime settimane sarebbe compromessa di nuovo. È evidente come il regime stia procedendo seguendo una strategia definita minuziosamente. Dopo la violenza, è giunta l’ora dell’astuzia. Gli Ayatollah stanno dimostrando di saper sopravvivere, anche nel momento di maggior pericolo, com’è stato quello appena passato.


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9 settembre 2009 • pagina 17

L’intelligence britannica: preoccupati da nuovi attacchi

Il governo impotente davanti alla strage continua dei minatori

Al Qaeda, l’allarme di Londra: aerei sempre a rischio

Cina, esplode una miniera: 35 morti, 44 dispersi

LONDRA. Al Qaeda starebbe

PECHINO. Almeno trentacin-

pianificando nuovi attacchi aerei per colpire l’Occidente. Lo riferisce la Bbc, secondo cui l’organizzazione terroristica potrebbe riprovarci con i voli di linea dal momento che avrebbe una vera «ossessione, anche se piu’ marginale rispetto al passato», come ha commentato all’emittente televisiva il professor Clarke, direttore della think tank Royal United Service Institute. La notizia arriva dopo la condanna di tre terroristi asiatici per i mancati attentati delle bombe liquide a bordo di sette voli transatlantici, dietro cui - si è dimostrato c’è la mano dell’al Qaeda pachistana. Un attacco che secondo i procuratori avrebbe potuto causare più morti che quelli degli attentati alle Torri Gemelle dell’11 settembre. Il processo, terminato con la condanna dei tre musulmani britannici, ha provato che i membri della banda terroristica basata su Londra erano in frequente comunicazione con menti legate all’al Qaeda pachistana. «In termini di coinvolgimento di al Qaeda, una larga parte del complotto proviene dal Pakistan», ha affermato una fonte dell’antiterrorismo dopo il verdetto di ieri del tribunale di Londra. Il tribunale ha dimostrato che i tre con-

que persone sono rimaste uccise ieri e 44 si trovano intrappolate in una galleria per uno scoppio di grisù in una miniera dell’Henan. L’amministrazione statale per la sicurezza sul lavoro ha comunicato che 93 persone si trovavano a lavorare nella miniera di carbone a Pingdingshan, quando è avvenuta l’esplosione. Quattordici minatori sono riusciti a venire in superficie. Un portavoce locale del Partito comunista afferma che la miniera aveva bisogno di restauri e che il governo della città non aveva dato ancora il permesso di riprendere le operazioni. Le miniere cinesi sono le più pericolose al mondo. Il maggior numero di

Afghanistan, crescono Karzai e brogli Oltre 200mila schede annullate, Madrid invierà altri soldati di Pierre Chiartano algono i voti per Karzai e crescono le prove dei brogli nelle presidenziali afghane di agosto. Ci sono «chiare e convincenti prove di brogli» nei risultati delle ultime elezioni in Afghanistan. Lo ha denunciato la commissione sostenuta dalle Nazioni Unite, incaricata di indagare sul voto (Ecc), che ha disposto un riconteggio nei seggi incriminati. E la notizia giunge mentre la Commissione elettorale afghana ha annunciato che il presidente uscente, Hamid Karzai, avrebbe superato la soglia del 50 per cento e sarebbe dunque riconfermato. Esattamente sul 91 per cento dei voti scrutinati, Karzai, avrebbe ottenuto il 54,1 per cento. Lo ha riferito la tv satellitare araba al Jazeera . Intanto le accuse diffuse di box stuffing (più schede nelle urne dei votanti effettivi) e di conteggi sospetti stanno minacciando la legittimità delle urne del 20 agosto, di cui la nazione ancora attende i risultati definitivi. Oltre 720 denunce per frode sono state presentate alla Commissione per i reclami elettorali. Karzai avrebbe dunque una percentuale sufficiente per evitare il ballottaggio con il suo principale sfidante Abdullah Abdullah. L’ingiunzione sul riconteggio della commissione si aggiunge all’incertezza che circonda il voto. Un’elezione credibile è ritenuta fondamentale per le iniziative, appoggiate dalla comunità internazionale, di stabilizzare l’Afghanistan e ottenere il sostegno dell’opinione pubblica per la lotta contro la guerriglia talebana. La commissione d’indagine sul voto non ha indicato in quanti seggi sarà necessario il riconteggio, ma ha sottolineato che ne aveva finora individuati alcuni con risultati dubbi nelle province di Ghazni, Paktika e Kandahar. Inchieste sono state inoltre avviate nelle altre province. I seggi in cui è stata registrata un’affluenza del cento per cento o in cui un candidato alla presidenza ha ricevuto oltre il 95 per cento dei consensi saranno verificati e riscrutinati, ha spiegato in un comunicato la commissione. Gli uffici di voto con meno di cento schede elettorali saranno esentati dal proces-

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so. La commissione, composta da tre membri internazionali e due afghani, ha l’autorità di ordinare un riconteggio di tutte le schede con forti indicazioni di irregolarità. I membri internazionali sono nominati dalle Nazioni Unite e gli afgani dalla Corte suprema nazionale e la Commissione indipendente afgana per i diritti umani. La commissione elettorale afgana, un organismo separato che gestisce l’intero processo elettorale, ha finora scartato i voti di 447 seggi – più o meno 200mila schede – a causa dei brogli, hanno spiegato le autorità. Mentre continuano gli effetti negativi del raid aereo voluto dalle unità tedesche che ha causato numerosi morti fra i civili.

Il cancelliere tedesco Angela Merkel si è detta «profondamente dispiaciuta» per le vittime innocenti causate da un raid della Nato ordinato da un comandante militare tedesco in Afghanistan. Merkel ha pronunciato un discorso solenne davanti al Bundestag, la camera bassa del Parlamento tedesco, riunito per ascoltare le spiegazioni del governo in merito alla strage di Kunduz, di quattro giorni fa, nella quale hanno perso la vita una settantina di persone, fra cui alcuni civili. Sempre dal fronte interno europeo arricva un’altra notizia che è un’altra correzione di rotta del governo Zapatero. Il capo delle forze armate spagnole ha caldeggiato un rafforzamento della presenza militare del Paese in Afghanistan, un suggerimento che sarà probabilmente approvato dal governo durante una riunione di gabinetto in programma questa settimana. Il ministro della Difesa spagnolo, Carme Chacon, ha incontrato il capo di stato maggiore, il generale Jose Rodriguez, che le ha consegnato un rapporto in cui si suggerisce un aumento del numero dei soldati nella provincia afghana di Badghis. Il primo ministro Luis Zapatero sabato ha dichiarato che la Spagna aumenterà probabilmente la sua presenza militare di duecento soldati. Mentre ieri, dieci soldati afghani e quattro soldati statunitensi sarebbero stati uccisi in combattimento nella provincia di Kunar, nell’est dell’Afghanistan.

Secondo la commisione elettorale, sul 91 per cento dei voti scrutinati il presidente ne avrebbe ottenuto il 54,1 per cento

dannati, il ventottenne Abdulla Ahmed Ali, l’«artificiere» Assad Sarwar, di 29, e Tanvir Hussain, di 28, scambiavano email con contenuti riferiti alle bombe liquide. Le email sono emerse dopo un ordine impartito dal tribunale a Yahoo di rivelarne il contenuto. Un processo iniziato nel 2008 contro gli stessi imputati era invece terminato per assenza di prove. Secondo i documenti legali il punto di contatto con la gang era Rashiod Rauf, musulmano di origine britannica fuggito in Pakistan nel 2002, che aveva stabilito un forte legame con al Qaeda. Secondo l’indagine fu la stessa persona chiave negli attentati alla metropolitana di Londra del 2005.

incidenti avviene per mancanza di norme di sicurezza, spesso inattese con la collusione delle autorità locali. Il carbone rappresenta il 70 per cento delle fonti energetiche necessarie allo sviluppo della Cina e il governo spinge a sempre maggiore produzione anche con incentivi economici. All’applicazione vaga delle regole si sicurezza si aggiunge pure la rilassatezza della giustizia: nel 2006, il 95 per cento dei funzionari del Partito implicati nelle proprietà di miniere ove si sono verificati incidenti mortali, sono stati prosciolti. Lo scorso anno il numero ufficiale dei morti in miniera è stato di 3500. Ma organizzazioni non governative affermano che molti degli incidenti (e le vittime) vengono nascosti per timore di dover chiudere l’attività e pongono a 20mila il numero dei morti in un anno. Il governo ha più volte dichiarato che intende combattere il massacro dei minatori, costretti dai dirigenti locali a dimenticare ogni forma di precauzione prima di scendere sotto terra alla ricerca di carbone. Ma ai proclami non sono seguiti i fatti, con la conseguenza di nuove morti - quasi quotidiane - nell’Impero di Mezzo. Che cerca di affrancarsi, con il sangue dei propri operai, dalla dipendenza energetica.


cultura

pagina 18 • 9 settembre 2009

Cartolina da Venezia. Sospeso tra teatro e cinema, recitazione e regia, è stato interprete straordinario di drammatici fatti storici e di profonde modificazioni sociali

Omaggio a «Vittorio D.» A trentacinque anni dalla morte, il Lido ricorda il grande De Sica proiettando un documentario di Orio Caldiron ospeso tra teatro e cinema, recitazione e regia, autorialità e committenza, Vittorio De Sica (omaggiato oggi al Lido di Venezia con la proiezione del documentario Vittorio D. di Mario Canale e Annarosa Morri per la sezione “Giornate degli autori”) è un personaggio complesso e sfuggente, la cui esperienza artistica si è svolta nell’arco un cinquantennio - dalla fine degli anni Venti a metà degli anni Settanta, sullo sfondo di drammatici avvenimenti storici, di profonde modificazioni del contesto sociale, di radicali mutamenti dei media - che ha visto avvicendarsi le fortune del teatro, della radio, della canzone, del primo cinema sonoro e della televisione.

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La sua popolarità cinematografica, è il primo divo della nuova società di massa, si avvia sin dall’inizio degli anni Trenta e coincide con la fortuna dell’uomo di teatro e del cantante che rimbalza dal palcoscenico allo schermo, dalla radio al disco. Fondamentale è l’incontro con Mario Camerini che contribuisce a indi-

rizzarlo verso i tratti dimessi della sorridente naturalezza a cui si rifarà all’inizio il futuro regista. Gli uomini che mascalzoni… (1932) mette a frutto lo sfondo milanese tra pubblicità e modernizzazione, suggerendo lo spazio mitico in cui De Sica in bicicletta che insegue Lia Franca sul tram diventa un’apparizione proverbiale della nostra identità collettiva. Il signor Max (1937), trasferta nel bel mondo come lo vedono i piccoli borghesi, è la strepitosa epopea del doppio gioco. Sguardo incrociato tra due universi paralleli, la performance implica il trasformismo dell’attore, il gusto del rischio, la tentazione del tavolo verde. Maddalena… zero in condotta (1940) - diretto e interpretato da De Sica subito dopo l’esordio con Rose scarlatte dello stesso anno - è quasi un’ affollata fotografia di gruppo dell’ambiente scolastico in cui fiorisce l’idillio. Il lavoro sul personaggio prosegue con Teresa Venerdì (1941), in cui i volti nuovi si confrontano con l’apparizione straordinaria della “vampiressa”Anna Magnani. Un garibaldino al convento (1942) è l’addio del regista all’attore. Segno di un raggiunto traguardo anagrafico che sconsiglia il cineasta di fare il bell’amoroso o prova del nove della conquistata autonomia del regista che può rinunciare

a essere personaggio tra i personaggi? I bambini ci guardano (1943) è un punto di arrivo e insieme un punto di partenza. Si sente che la scoperta del cinema è la conquista di uno sguardo partecipe, fa tutt’uno con la volontà di mescolarsi tra i personaggi fino a identificarsi con loro, ma è anche la decisione di raccontarli senza tradirne lo spessore umano, senza sminuirne gli slanci e le pene. Si avverte la presenza di Cesare Zavattini, l’interlocutore privilegiato che nel dopoguerra darà vita con De Sica a una ventina di film tra cui spiccano alcuni capolavori dell’intera storia del cinema italiano. Nonostante le grandi differenze culturali e psicologiche che contrappongono le due personalità, le loro collaborazione è assolutamente eccezionale. Sciuscià (1946) è intuìto, intravisto da De Sica quando s’imbatte in Scimmietta e Cappellone che al galoppatoio di Villa Borghese spendono i soldi guadagnati a Via Veneto. È invece Zavattini che cattura dal libro di Luigi Bartolini lo spunto d’avvio di Ladri di biciclette (1948), la cui sceneggiatura dal vero tende a coincidere con i minuziosi sopralluoghi del film. Miracolo a Milano (1951), nella sua gestazione più che decennale, si addentra nell’archeologia di Zavattini letterato ancor prima che soggettista , recuperandone la scrittura eventica, tra radiose epifanie e sottili effrazioni. Umberto D.

(1952) è a sua volta l’estremo punto di arrivo dello sceneggiatore deciso a proporre finalmente un film tutto suo, integralmente zavattiniano.

Ma De Sica vi si immedesima totalmente, fino a vederlo come un omaggio a suo padre e a considerarlo il suo film migliore, il più rigoroso e il più amato. Quanto a Il tetto (1956), se sembra inseguire neorealisticamente l’immediatezza della cronaca, lo fa con un’eleganza espressiva, con un intensa, quasi musicale scansione dei volti e degli spazi. Straordinario maestro di recitazione, l’attore ha trovato nel cinema il terreno privilegiato in cui rinnovare il suo tenace rapporto con il palcoscenico. Il perfezionista che sin dai primi film mima i ruoli di tutto il set ottenendo il meglio dagli esordienti e dai caratteristi, dalle adolescenti, dai bambini e dalle vecchiette, diventa nel dopoguerra il regista che privilegia gli attori presi dalla strada, i volti scelti attraverso un lungo scrutinio di espressioni e di gesti. Il cinema non ha bisogno del grande attore ma della plasticità di un corpo in grado di stabilire una sorta di patto con la macchina di presa. La nuova incarnazione dell’attore di teatro è insomma il regista cinematografico che media tra il volto e la maschera, recita per quelli che non sanno recitare, plasma gli anonimi imponendo loro i tempi e le scansioni giuste. Sul set degli anni Cin-

quanta torna a interpretare un gran numero di film, diventando una delle figure più riconoscibili e popolari del cinema italiano. Nell’affollata galleria di avvocati, baroni, duchi, marchesi, conti, capitani, comandanti, maggiori, banchieri, guitti, uomini d’affari, generali, guaritori, sarti, ingegneri, arcipreti, sono frequenti le incarnazioni che strappano l’applauso come il maturo ganimede di Villa Borghese (1953), il professionista del furto con destrezza di Peccato che sia una canaglia (1954), il fine dicitore di Gran Varietà (1954), il poeta in bol-


cultura

9 settembre 2009 • pagina 19

Breve cronaca della giornata di ieri, tra l’arrivo di Clooney e la dipartita di Chàvez

Francesca Comencini “matura” e convince

Complessivamente un buon film “Lo spazio bianco” che riconferma Margherita Buy attrice bravissima di Alessandro Boschi

A destra, la regista Francesca Comencini. Sopra, Vittorio De Sica sul set di un film (sullo sfondo si riconosce il figlio Christian). Nella pagina a fianco: Sophia Loren nel film “La Ciociara”; De Sica con l’attore Totò in una scena del film “I due marescialli” di Corbucci; Alberto Sordi con De Sica e Luigi Zampa in una scena de “Il vigile”; una panoramica del set del film di De Sica “Il giudizio universale” letta di Il segno di Venere (1955). Sono tutti un po’ gigioni questi maturi uomini di età sempre sulla breccia, voce impostata, complimento squillante, sguardo mirato, una mano sul cuore e un’altra non si sa dove, come il maresciallo Carotenuto di Pane, amore e fantasia (1953), Pane, amore e gelosia (1954), Pane, amore e… (1955), singolare raffigurazione tra caricatura e complicità del gallismo maschilista e dell’esuberanza meridionale. Nel corso dello stesso decennio i titoli più significativi sono L’oro di Napoli (1954) e Il generale Della Rovere (1959). L’episodio del conte giocatore è implacabile nel raccontare il parossismo del gioco. De Sica sprofonda nell’ossessione maniacale, ma non sopporta di essere visto, non resiste allo sguardo del bambino che è esemplarmente lo sguardo del regista. Il generale Della Rovere traccia l’indimenticabile ritratto di uno sciacallo che recita sempre anche quando si autocommisera. La rivelazione al comando tedesco, il suo smascheramento davanti a tutti i truffati avviene come se fossero le prove di una messinscena, mentre nel teatrino della commedia all’italiana risuonano i cupi rintocchi del dramma. Se al gioco - il demone di una vita - l’uomo De Sica continua a perdere, il regista ottiene gli incassi più alti del cinema italiano con il diseguale Ieri, oggi, domani (1963) e il bellissimo Matrimonio all’italiana (1964), due film per Sophia Lo-

ren dopo il trionfo di La ciociara (1960). La logica dello starsystem, della committenza più divistica che industriale, tende a risucchiare un autore che da Caccia alla volpe (1966) a Il viaggio (1974) sembra non saper scegliere, teme di aver smarrito il cuore semplice delle cose, pur ritrovando a tratti il talento narrativo e la passione morale delle grandi occasioni. Si riconosce più che mai nel ruolo del professionista esigente, instancabile, è sempre lo straordinario direttore di attori che prima dell’inizio di ogni film legge la sceneggiatura agli interpreti, rifacendo tutte le parti, mimando, recitando, cantando, ballando, dando a tutti un carattere particolare, un intonazione, un colore.

Vittorio non smette mai di conquistare il pubblico con la civetteria dell’uomo di spettacolo in cui affiorano i ricordi del palcoscenico, gli aneddoti della carriera cinematografica, l’amarezza del regista di capolavori amati in tutto il mondo a cui non si consente di fare il “suo film”. Si concede al piccolo schermo, entra nel video di casa, fa l’ospite d’onore a Lascia o raddoppia? e a Studio Uno, legge una poesia di Salvatore Di Giacomo, canta con Mina Che piacer nel mister, intona con un filo di voce Parlami d’amore, Mariù. Può permettersi perfino di guardare in macchina, non ha bisogno di fare qualcosa, non deve dimostrare nulla, si limita a essere lì, a essere De Sica.

VENEZIA. Lo spazio bianco, film di Francesca Comencini in concorso alla mostra internazionale di Arte cinematografica, ha lasciato in (quasi) tutta la sala la sensazione di un film misurato, furbo ma non troppo, e soprattutto attento a non indulgere su registri che la storia tratta dal romanzo omonimo di Valeria Perrella poteva sollecitare. Non era facile realizzare un film senza grossi strafalcioni emotivi partendo da una maternità incompiuta che la protagonista Maria, interpretata da Margherita Buy, si trova a dover affrontare: «Il fatto è che mia figlia Irene stava morendo, o stava nascendo, non ho capito bene… io non sono buona ad aspettare. Non sento curiosità nel dubbio, né fascino nella speranza. Aspettare senza sapere è stata la più grande incapacità della mia vita». Irene nasce di sei mesi, e la maternità deve compiersi all’interno di una incubatrice. Maria è alla un’insegnante «non è mai troppo tardi», per persone in età più che matura che hanno la necessità di procurarsi la licenza di terza media. È abituata a contare sulle proprie forze, a decidere il proprio destino. Per questo si ritroverà del tutto destabilizzata nel momento in cui non sarà più lei a stabilire tempi e modi.

veline titolari di un discutibile pedigree artistico come la già citata Canalis. A proposito, non vi sarà sfuggita la canizza scatenata dai quotidiani sulle critiche più o meno legittime rivolte a Sanchez. La cosa divertente secondo noi è che in questi casi, come in moltissimi altri, nessuna società per la raccolta di scommesse accetterebbe puntate sul contenuto degli articoli, talmente scontati sono diventati gli schieramenti. Ciò comporta che si scrive oramai per controbattere più che per raccontare, infischiandosene di quello che i lettori (è la loro natura…) leggeranno. Non è un caso se quel grande scrittore francese diceva che in Italia due opinioni diventano subito due partiti. Altre cosette da segnalare. Il film di Alex Cox, Repo Chick. Quella del “repo”, del recuperatore, è oramai un must per Cox, vedi il divertente Repo Man del 1984 con Emilio Estevez. La pellicola, che crediamo non riuscirete mai a vedere in sala perché difficilmente distribuibile, è come al solito costruita con molta ironia e pochi mezzi. Da segnalare la presenza nel cast di Karen Black, icona del cinema indipendente americano e indimenticabile interprete di Cinque pezzi facili. Dimenticabile è invece il micidiale Il compleanno, di Marco Filiberti, un film che lasciamo presentare al suo autore, che lo definisce come costruito su due cellule, «la spiaggia di Sabaudia… e un accostamento profondo con il mito scandaloso di Tristano e Isotta riletto da Wagner, espressione parossistica dell’ineluttabilità del destino attraverso i percorsi dell’inconscio» a fronte di ciò «lo sviluppo della scrittura drammaturgia e visiva è stato scorrevole e fisiologico e tutti i sottotesti hanno preso corpo da soli, magicamente». Magicamente. E poi ci si lamenta se ci si butta su Hugo Chavez.

La pellicola è misurata e attenta a non indulgere su registri che la storia tratta dal romanzo di Valeria Perrella poteva sollecitare

Francesca Comencini è stata brava innanzitutto a tenere a bada la recitazione vitale ma talvolta sopra le righe di una bravissima Margherita Buy. Così come è stata brava nel trovare facce e toni giusti, alleggerendo la storia con escamotage visivi sin troppo eleganti. Come “troppo”è stato forse l’uso della colonna sonora, questa sì ruffiana e mirata. Nel complesso Francesca Comencini dimostra di avere davvero trovato una maturità espressiva calibrata e consapevole, di avere insomma anche lei superato “lo spazio bianco” dell’attesa, della maturità. La giornata di ieri è stata poi fagocitata dall’arrivo di George Clooney, protagonista di The men who stare at goats, diretto da Grant Heslov. Il film, una commedia divertente e ricca di trovate, è passato in secondo piano rispetto all’attesa che non da settimane, ma da mesi, gli uffici stampa hanno saputo creare attorno alla star hollywoodiana e alla sua relazione con Elisabetta Canalis. Lo sappiamo, non avremmo dovuto scriverlo, ma anche questo fa parte della cronaca di una mostra che mai come quest’anno ha bisogno di richiami alternativi, siano essi dittatori seppure eletti come il venezuelano Hugo Chàvez, o


cultura

pagina 20 • 9 settembre 2009

GIULIANO DI ROMA. «La pietra lavica nasce dal fuoco, pertanto lavorandola e dando sostanza alle sue forme naturali, si crea altro fuoco. Si sprigiona cioè energia». È ricco di significati l’aneddoto che l’artista tedesco Paul Schneider, ospite e protagonista de “Il Simposio internazionale di scultura su pietra lavica giulianese” ci ha raccontato durante una delle giornate di lavoro a Giuliano di Roma. Lo scultore è pertanto un alchimista che ricrea, attraverso il suo lavoro, processi naturali. «Il fuoco, che ha dato origine alla pietra lavica, sprigiona energia, innescando così quel processo di lavorazione che contiene in sé la liberazione della materia. La polvere che si crea mentre lavoriamo la pietra - racconta Paul - fertilizza, così come ha fatto molti secoli fa, il terreno sul quale cade. Non è inoltre lo scultore che educa la pietra, ma è la pietra stessa che educa l’artista, e la “pietra nera”che lavoriamo, il basalto, è tra le più dure esistenti al mondo, pertanto il loro processo di lavorazione ci consente di educarci severamente». Davvero preziosi gli insegnamenti dell’artista tedesco che, insieme ad Ulrich Johannes Mueller, suo connazionale, ad Eileen MacDonagh, irlandese, Armen Agop egiziano, e Maria Claudia Farina, italiana, ha dato vita alla pietra lavica che ha fatto da protagonista nell’originale evento del simposio internazionale ospitato a Giuliano di Roma dal 17 al 27 agosto. La manifestazione, senza precedenti nel territorio ciociaro, è stata organizzata dall’associazione culturale giulianese Attivart, con il patrocinio della Regione Lazio, dell’Amministrazione provinciale di Frosinone, del Comune di Giuliano di Roma, dell’Accademia di Belle Arti di Frosinone, della Conscom (Consulenze commerciali) e dell’Università popolare per le Scienze sociali e della Comunicazione. L’evento si inserisce nella finalità operativa di Attivart: riscoprire e valorizzare le antiche risorse del territorio giulianese, che oggi annovera tra i suoi gioielli anche il Museo del Vulcanismo Ernico, recentemente inaugurato. Mario Giannitrapani, archeologo pre-protostorico, socio dell’Associazione Geo-Archeologica Italiana di Roma e dell’Istituto italiano di Preistoria e Protostoria di Firenze, ci ha introdotto nel suggestivo mondo del vulcanismo, alla scoperta del legame profondo che ancora oggi esiste tra l’antico e il moderno. Un mondo magico, che ci riporta alle origini, all’antica e fascinosa ricerca dell’uomo che vive la sua naturalità, e in questa progredisce per il suo infinito anelito di conoscenza. Un piccolo centro come Giuliano di Roma che pro-

L’intervista. Parla l’archeologo pre-protostorico Mario Giannitrapani

«Tornare alle origini con la pietra lavica» di Lucia Colafranceschi

A Giuliano di Roma, il I Simposio internazionale di scultura su “pietra nera” e il primo Museo del Vulcanismo Ernico spettive può aspettarsi dalla tipicità del Museo che ospita? E che valore ha per il territorio? Un valore senza dubbio sconfinato, considerata anche l’estrema particolarità di un Museo del Vulcanismo, specializzato cioè nello studio della presenza di vulcani nel territorio. Il centro, sorto da poco, senza dubbio offrirà maggiori opportunità di ricerca e di studio, potrebbe pertanto consentire una specializzazione tematica in grado di suscitare grande interesse tra il pubblico. Quali significati e soprattutto quali riferimenti mitologici ha la “pietra nera”? Beh, non possiamo non citare Efesto, per i greci il Dio del fuoco, figlio di Zeus e di Hera, fu il fabbro degli Dei; o Vulcano (in

Qui sopra, un momento della lavorazione della pietra lavica a Giuliano di Roma. In alto, un disegno di Michelangelo Pace

latino Vulcanus, Volcanus o arcaico Volkanus), che altro non è che il Dio romano del fuoco terrestre e distruttore, appartenente alla fase più antica della religione romana. Divinità di origini remote, legate a determinati rituali che ne enfatizzavano la loro potenza. Esiste tutt’oggi una festa dedicata al Dio Vulcano durante la quale si celebra un rito essenzialmente espiatorio, consistente nel gettare nel fuoco animali, in cambio della propria vita. Forse si tratta di piccoli pesci che la gente acquista presso gli altari di Vulcano dove arde un fuoco. Tuttavia è probabile che in questo giorno si compia anche un rito pubblico per il Dio Vulcano, nell’area detta Volcanal, tra il Campidoglio e il Foro. Un sacrificio, un’espiazione, che in sostanza dimostra come ancora adesso dopo secoli di storia e di studi il Vulcano, questa entità tremenda, rappresenti una forza naturale che intimorisce l’uomo. Lo studio oggi dei suoi elementi ha carattere esclusivamente scientifico o si fonda anche su elementi di una conoscenze ancestrali? Nello studio del fenomeno del vulcanismo non si adottano oggi come ieri solo strumenti razionalistici o empiristici. Ci si serve anche di una scienza molto più profonda e particolare che affonda le sue radici proprio nella conoscenza del passato, con tutte le peculiarità che esso conserva. Non dimentichiamo tutto ciò che ci lega a Mefite, una divinità italica legata alle acque, invocata per la fertilità dei campi e per la fecondità femminile, legata ai vapori, a tutto ciò che sta tra cielo e terra e che ancora oggi suggestiona non poco gli studiosi che si cimentano quotidianamente con nuove e oscure scoperte. Insomma uno studio sì scientifico e razionale, ma con un occhio di riguardo anche all’aspetto per così dire esoterico che il fenomeno contiene. Veniamo al “I Simposio internazionale di scultura su pietra lavica giulianese”. Come ci spiega la capacità degli artisti di mettere insieme il moderno delle loro opere con l’antichità della materia sulla quale lavorano? Lavorando la pietra lavica, gli scultori non fanno altro che tornare in stretto contatto con la forma originaria della terra. La volontà e la capacità di plasmare un elemento così complicato ma allo stesso tempo così suggestivo per via della sua antichità consentono agli artisti di entrare in stretto contatto con la natura, con l’aspetto primordiale della materia per poi plasmarla secondo ciò che la mente e la fantasia artistica di ognuno appunto consiglia.


cultura

9 settembre 2009 • pagina 21

Tra gli scaffali. La raccolta degli articoli di Gianfranco de Turris apparsi sulla rivista per cultori di fantasy “L’Eternauta”

Elogio di una mente extra-vagante di Mario Bernardi Guardi anto di cappello a Gianfranco de Turris che da più di quarant’anni combatte sul fronte della cultura libera e anticonformista, contrastando gli “ipse dixit” della “intellighentia” sinistra e sinistrese (e oggi sempre più sinistrata), smantellando, non solo a colpi di polemiche, ma di puntuali verifiche, il “luogocomunismo”dei pavidi, attaccando tutti quegli intellettuali privi del “ben dell’intelletto” che, per amor di ideologia e di fazione, sono capaci di negare l’evidenza e curano con ostinazione il loro orticello di mezze verità o di grandissime menzogne. Sia lode a Gianfranco per il suo impegno nella bonifica culturale, per le sue denunce, le sue scoperte e le sue riscoperte, per la sua cerca indefessa tra libri proibiti o autori a vario titolo “maledetti”a causa della loro impresentabilità politica. E l’amicizia davvero non ci fa velo se aggiungiamo ulteriori elogi al convinto assertore di un fantastico, una fantascienza e un horror italiani, con una loro ben precisa “dignità” e senza alcun complesso di inferiorità nei confronti di celebratissimi autori esteri ritenuti il “non plus ultra” in materia, anzi, addirittura i detentori di un marchio “in esclusiva”.

certo e “scandalo”, ma la cui ricca e variegata testimonianza intellettuale va esplorata senza pregiudizi, diremmo con scrupolo “filologico”, cosa che de Turris ha fatto, riproponendo nelle le Mediterranee opere più significative del “Barone nero” e affidandone la cura a fior di studiosi, da Cardini a Galli, da Zecchi a Filippani Ronconi). Tempo di bilanci, ora? No, perché chi è impegnato in una “cerca” che diventa ragione di vita, preferisce, in ogni caso, lo slancio in avanti. Comunmettere que, qualche punto fermo, riordinare qualche documento, sistemare ricordi e testimonianze, è doveroso. E bene ha fatto Gianfranco a raccogliere i suoi articoli apparsi sulla riL’Eternauta, vista pubblicata tra il 1988 e il 1995 e rivolta agli appassionati cultori di letteratura e fumetti “fantasy”, “horror” e “science fiction” (Cronache del fantastico, prefazione di Antonio Faeti, Coniglio Editore, pp.365, euro 16,50).

T

Certo, de Turris ha lavorato sodo: per venticinque anni alla redazione cultura del Giornale Radio Rai, ha scritto su giornali, enciclopedie, cataloghi di mostre; ha diretto riviste e collane editoriali; ha contribuito a far conoscere in Italia Lovecraft e Tolkien, la “heroic fantasy”, la storia alternativa e la nostra protofantascienza; ha pubblicato (anche in collaborazione con Sebastiano Fusco) sedici libri tra narrativa e saggistica dedicati al fantastico e alle battaglie culcontro turali chiusure, censure e ogni forma di “politicamente corretto”. Ha “vinto” e “convinto”? Beh, ci sembra proprio di sì, e lo ha fatto da uomo libero, sicuramente di Destra, ma al di fuori di ogni logica di partito e di apparato, anzi spesso e volentieri combattendo e dibattendo non soltanto con gli avversari “naturali”, ma con un bel po’ di “amici” diffidenti, e cioè pronti a tirar fuori le ragioni dell’“opportunità” contro la “scomodità” di certe provocazioni (“in primis” l’ostinato impegno a far conoscere l’opera di Julius Evola, un pensatore che con le sue “idee forti”può suscitare scon-

narrativa del mistero e dell’orrore, nonché, più che mai, alla “science fiction”; si indagano le radici tradizionali della narrativa di Tolkien e si scava nella lettura tradizionalista, di segno cristiano o meno, di un’opera di culto come Il Signore degli Anelli.

Ci si addentra nell’universo di Lovecraft, così carico di mostri costruiti dalle ossessioni della mente ma anche dai tempi e dagli spazi della “modernità”; si recuperano gli inquietanti scenari alchemici di Meyrink, lo scrittore austriaco cui Evola dedicò penetranti saggi; si indaga sui perché e sui percome si sia contrapposta una fantascienza di sinistra ad una di destra; si rileggono riviste specializzate e fumetti militanti; si parla di Fatherland di Robert Harris e de I sensi incantati di Alberto Bevilacqua; si restituiscono onore e rango ad autori come Dino Buzzati e Roberto Pazzi, Emilio Salgari e Guido Morselli, ora sottovalutati, ora celebrati per un’opera e magari fortemente criticati per un’altra, e quasi sempre fraintesi (pensiamo al Buzzati del Deserto dei Tartari: un’icona. Ma fino a che punto svelata nelle sue profondità? E perché un romanzo di fantascienza come Il grande ritratto fu brutalmente liquidato da buona parte della critica che con-

In “Cronache del fantastico” (Coniglio editore), si snodano intrecci tra il fantastico e il mito, tra le invenzioni dell’immaginario e il lessico alchemico, tra l’utopia e la politica

Sopra, Gianfranco de Turris. A destra, la copertina del suo libro “Cronache del Fantastico”. In alto, due copertine della rivista “L’Eternauta”

C’è di tutto, qui, per il diletto delle intelligenze curiose ed extravaganti. Perché, nelle quattro sezioni, si parla degli intrecci tra il fantastico e il mito (“la storia prima della storia” di Mircea Eliade), tra le invenzioni dell’immaginario e il lessico alchemico, tra l’utopia e la politica; si va alle radici del fantastico italiano, individuano padri nobili tra gli scapigliati che nell’orrido ci pescavano a piene mani ma spesso con spunti creativi tutt’altro che banali, ancorché ignorati dal provincialismo di critici superciliosi come Fruttero & Lucentini ed Asor Rosa, adusi a minimizzare l’apporto italiano alla grande

ta?), o addirittura respinti perché non in ordine con la “vulgata” e costretti ad una irreparabile uscita di scena (pensiamo a Guido Morselli: “doveva” morire perché si accorgessero di lui editori e critici che fino allora avevano ignorato i suoi manoscritti, troppo bizzarri per aver cittadinanza nei ranghi della cultura imperante, rigorosamente realistica o neorealistica, ferocemente ideologizzata e decisamente ostile nei confronti di quello stravagante reazionario che viaggiava nella fantasia, nelle più intime inquietudini e addirittura nella controstoria).


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

da ”Haaretz” dell’08/09/2009

La conversione di Moratinos di Barak Ravid n mese circa da oggi e il primo ministro spagnolo Luis Rodriguez Zapatero verrà in visita nello Stato d’Israele. Il 14 ottobre prossimo s’incontrerà col premier Benjamin Netanyahu. Dopo molti anni nei quali il primo ministro spagnolo ha gestito i rapporti internazionali con difficoltà, ha deciso di venire in Israele – la seconda visita in un anno – segnalando un cambiamento enorme nella priorità di Zapatero e anche un deciso miglioramento nelle relazioni tra Madrid e Gerusalemme. Domani (oggi per chi legge, ndr) il ministro degli Esteri Miguel Moratinos arriverà qui per preparare il terreno al viaggio del premier iberico.

U

Durante l’ultimo anno, Moratinos che in passato era stato uno degli elementi del governo spagnolo più sospettoso nei confronti di Israele, si è trasformato nel mentore di questo riavvicinamento. Il ministro iberico conosce bene lo Stato ebraico, perché ha ricoperto l’incarico di inviato speciale dell’Unione europea per il processo di pace. Una volta arrivato qui, avrà un ventaglio di incontri con molti rappresentanti della leadership israeliana. Il presidente Shimon Peres, il premier Netanyahu, il ministro della Difesa Ehud Barak e il leader dell’opposizione del partito di Kadima Tzipi Livni. Per riuscire ad incontrare anche il suo omologo agli Esteri Avigdor Lieberman, Moratinos ha rinunciato alla riunione di gabinetto settimanale, per restare a Tel Aviv per un pranzo con Lieberman, venerdì prossimo. Poche ore dopo il rientro del ministro israeliano dal suo tour africano. Il governo di centrodestra, guidato da Jose Maria Aznar dal 1996 al 2004, era stato molto amichevole con Israele, ma la successiva elezione del governo di centrosinistra a

guida Zapatero aveva fatto soffiare un vento gelido da Madrid. Durante il governo Olmert, specialmente dopo la seconda guerra del Libano, le relazioni tra le due cancellerie erano diventate tese. Le critiche di Zapatero nei confronti d’Israele, la sua apparizione in keffiyah ad una manifestazione, la proposta di pace di Moratinos fatta senza sentire Gerusalemme e le riunioni tenute con Hezbollah in Libano, sono solo alcuni dei problemi. E quella politica spagnola, che non ha fatto certo piacere a Geusalemme, era solo all’inizio di un brutto periodo. C’era un problema di percezione nell’opinione pubblica internazionale e il marchio impresso su Israele come di pericolo per la pace mondiale. Con i fatti delle seconda guerra libanese, dell’operazione Cast lead e dei nuovi insediamenti nel West bank i media spagnoli non facevano che gettare benzina sul fuoco. E una delle principali ragioni del cambiamento di clima è legato a Moratinos, alla sua mutazione d’approccio nell’ultimo anno e mezzo.

Il ministro ha eliminato le diffidenze ed ha evitato di condurre iniziative diplomatiche alle spalle di Gerusalemme, cercando il coordinamento con Israele. La percezione del ministro agli occhi d’Israele è molto cambiata, grazie alla vicenda che riguarda il processo di sei israeliani, accusati dell’uccisione, nel 2002, del capo militare di Hamas, Salah Shehadeh a Gaza. È lui che ha spinto in Parlamento una legge che non solo impedirà nuovi processi del genere, ma che, di fatto, annulla quello in corso. A livello diplomatico anche i rapporti personali tra Olmert e Moratinos erano terribili. Dopo la sua proposta indipendente sul piano di pace, Olmert lo

aveva apostrofato: «Quello non capisce nulla di Medioriente». Di conseguenza Olmert aveva rifiutato d’incontrarlo per più di un anno.

E solo dopo molto tempo era riuscito a ristabilire dei rapporti. Con Netanyahu le cose sembrano diverse. Si conoscono bene, fin da quando era inviato della Ue, e a dispetto della differenza d’opionione che hanno su molti argomenti, l’amicizia e la fiducia prevalgono. Moratinos è anche uno dei pochi politici europei ad aver parlato bene di Lieberman. Lo ha definito «pragmatico» e ha affermato che «è possibile parlare con lui». Poi il confronto sulle colonne del Mundo con David Irving, un negazionista dell’Olocausto. Un confronto che ha soddisfatto Gerusalemme.

L’IMMAGINE

Eccessivi gli attacchi a Gianfranco Fini che deve difendere il Parlamento Gli attacchi al presidente della Camera, Gianfranco Fini, mi sembrano eccessivi, come mi appare eccessivo il clamore che si è innescato intorno del problema. Molti che lo criticano sono persone che lo hanno sempre stimato; succede, anche nelle migliori famiglie, ma non sono eventi determinanti della politica, soprattutto in uno schieramento che non ha crepe. Il riverbero è causato anche dal fatto che a divergenze fra nemici si è abituati, è il menu di ogni giorno, soprattutto in questa Italia che usa la polemica come programma, a sinistra ovviamente. Meno però si è avvezzi a sortite negative tra amici, perché fanno più male, e fanno venire più rabbia. Ma appellare Fini come compagno mi sembra eccessivo, anche perché la costituente di An e il popolo di An non lo rinnega e non è certo diventato di sinistra. Ricordiamo solo che, come successe con lo stesso Bertinotti, che un presidente della Camera deve difendere il Parlamento e il volere popolare che lo ha determinato, e Gianfranco Fini lo ha fatto.

Gennaro Napoli

KARZAI PUPAZZO DEGLI USA Karzai non si vuole sentire il pupazzo degli Usa, pur essendo fino a poco tempo fa il punto di riferimento dell’Afghanistan che si oppone al fondamentalismo: i sospetti internazionali sono comprovati? Una cosa è certa, il desiderio di negoziare con i talebani moderati non è una cosa che va nella direzione giusta, perché il termine moderato è usato da tutti in tutto, come successo anche tanto tempo fa in Russia dove, partendo da una situazione altrettanto critica, si denominarono moderate alcune formazioni di ispirazione neonazista. È un termine che di per se rappresenterebbe garanzia, ma dietro il quale si nascondono uomini di efferata mentalità, nel tentativo

di compattare tutti nel proprio alveare, come premessa di un atteggiamento di chiara natura dispotica e assolutista.

Bruno Russo

PROSSIMAMENTE A ROMA... NUBIFRAGIO ASSASSINO I tragici incidenti di questi giorni in montagna hanno dato l’occasione di ritirare fuori dal sacco delle ovvietà la frase “montagna assassina”. Quale colpa abbia la montagna non è dato di capire. Dopo il “caldo assassino” e lo “squalo assassino”, aspettiamo che i media lancino l’allarme per l’arrivo delle piogge, per parlare ovviamente di... “nubifragio assassino”, il quale, configurandosi come una precipitazione abbondante, violenta, temporalesca,

Cocchi di mare Alzi la mano chi oggi non vorrebbe festeggiare con un tuffo nella laguna dell’isola di Praslin, Seychelles. Un tempo frequentato da mercanti e pirati quest’isolotto grande 38 chilometri quadrati è stato talvolta confuso con il Paradiso terrestre. Tanto che nell’Ottocento il generale britannico Charles George Gordon, era convinto che fosse il Giardino di Adamo ed Eva descritto nella Bibbia

che può provocare straripamenti di fiumi, allagamenti, frane, sarà sicuramente additato come il responsabile delle vittime. In questi mesi di bel tempo nessuno si è attrezzato per limitare i danni dei prossimi temporali, sicché vedremo le strade allagate, macchine in panne, alberi abbattuti, ecc. Non si fa neanche l’ordinaria manutenzione di tombini a

caditoie che eviterebbero gli allagamenti già in programma. La situazione della Capitale d’Italia è in questo senso emblematica: ad ogni pioggia corrisponde unallagamento. Non c’è verso, si preferisce il tombino intasato ad una semplice, ordinaria, normale, regolare, comune, banale pulizia. Insomma l’amministrazione capitolina sceglie il traffico

bloccato, le auto danneggiate, il tempo perso e le imprecazioni dei romani ad un’operazione di buon senso. Possiamo estendere queste considerazioni a migliaia di città del nostro bel Paese, con l’aggiunta del “nubifragio assassino” che imperverserà nei titoli di giornali e telegiornali. È già tutto programmato.

Primo Mastrantoni


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

In certi momenti ci sentiamo inutili e vuoti 18 agosto 1976 Caro Fellini, il sogno che mi ha raccontato assomiglia a certi miei sogni, ma provo un po’ di imbarazzo all’idea di aver assunto un ruolo così importante e di avere contribuito, sia pure in minima parte alla sua decisione di realizzare il Casanova. Anche a me certi giorni capita di girare a vuoto, e non so quante volte nella vita ho avuto la tentazione di smettere di scrivere. Ciò deriva, credo, dal fatto che sia lei che io, in certi momenti di depressione, ci sentiamo inutili e vuoti. Fortunatamente, ogni volta ci risolleviamo, lei soprattutto: e quanto più in basso si è sentito momentaneamente precipitare, tanto più in alto si risolleva. Sono convinto, senza per questo voler fare né il critico né lo psicanalista, che ciò sia assolutamente naturale, e potrei giurare che è accaduto innumerevoli volte a uomini come Michelangelo o Leonardo da Vinci. Io la ammiro fin dai suoi primissimi film. Ma sopra ogni cosa ammiro il suo totale affrancamento da ogni vincolo, tabù, regola. Nel mondo del cinema lei oggi è unico, e nel suo intimo sa di esserlo. Ed è proprio perché non ha eguali che le capita si sentirsi solo e sfiduciato. Continui a regalarci i suoi capolavori. Georges Simenon a Federico Fellini

INFLUENZA A E SCHIZOFRENIA ITALIANA Parlare di schizofrenia è il minimo nel verificare come si sta affrontando la questione dell’influenza A. Sicuramente la malattia più mediaticamente sponsorizzata di questi ultimi anni con una sproporzione gigantesca tra pericolo reale, opinioni, sollecitazioni, indiscrezioni, azioni e inerzia. Tutto questo per un’influenza che di per sé non è mortale, di cui si conosce già il vaccino e che neanche si ipotizza che potrà essere mortale come per gli ottomila dell’anno scorso dei ceppi influenzali abituali.L’inerzia, però, ha un dominatore assoluto: lo Stato, nei panni del suo ministero che dovrebbe occuparsene, il Welfare (facente funzioni da ministero della Salute). Ad oggi non c’è un decreto che dia indicazioni su tempi e metodo di intervento. Decreto supplito da dichiarazioni più o meno estemporanee del viceministro ad hoc, Ferruccio Fazio, e da altrettanta estemporaneità del ministro in carica, Maurizio Sacconi; nonché da idee di chiudere le scuole o prolungare le vacanze di Natale, nonché di non baciare le statue di santi e madonne... Questo mentre Paesi come Usa, Germania e Francia sono già pronti. Alcune Regioni stanno già facendo per conto loro e si dichiarano più o meno pronte. Per capire l’aspetto pratico della nostra quotidianità, valga un esempio: se preoccupati per il proprio bimbo, si va a chiedere al pediatra dell’Asl, non essendo il bimbo un soggetto a rischio (per il quale il vaccino dicono che dovrebbe essere disponibile a metà otto-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Stefano Zaccagnini (grafica)

ACCADDE OGGI

9 settembre 1839 John Herschel scatta la prima fotografia su lastra di vetro 1850 La California viene ammessa come 35esimo stato degli Usa 1867 Il Lussemburgo ottiene l’indipendenza 1886 Viene finalizzata la Convenzione di Berna per la protezione delle opere letterarie e artistiche 1926 Viene fondata la National Broadcasting Company 1934 A Torino si aprono i I campionati europei di atletica leggera 1943 Viene costituito il Comitato di Liberazione Nazionale 1944 Seconda guerra mondiale: L’Unione Sovietica libera la Bulgaria 1945 L’ammiraglio Grace Murray Hopper scopre il primo bug - una falena 1948 Viene creata la Repubblica Popolare Democratica di Corea 1956 Elvis Presley appare per la prima volta al The Ed Sullivan Show 1973 Belgrado: Novella Calligaris diventa campionessa mondiale degli 800m stile libero

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

bre), ci viene detto che forse potrà essere vaccinato a fine gennaio... quando cioè l’influenza avrà raggiunto il suo picco e quindi la somministrazione sarà inutile. Il Parlamento, per quanto abbia poteri quasi vicino a zero per intervenire, è ancora in vacanza. I politici, inclusi quelli dell’esecutivo, sono tutti sguinzagliati a dettar proclami nelle varie feste di partito, mentre chi dovrebbe stimolare il Governo, l’opposizione, sembra più concentrata sull’elezione del proprio segretario. E mentre è in atto la mega campagna per far ingrassare i profitti dei produttori di vaccini, un consiglio per chi non si sente sicuro e non ha la propria Regione pronta: vaccinatevi nella Regione accanto e, visto che c’è l’Ue, provate anche in un Paese comunitario. Sancendo così la morte del Ssn, cioè del Servizio sanitario nazionale.

Vincenzo Donvito

GLI OPPOSITORI MENTONO L’ampia maggioranza di centrodestra dimostra eccellente capacità di realizzazione su questioni fondamentali: emergenze, contrasto dell’invasione clandestina, semplificazione legislativa, razionalizzazione scolastica, ammortizzatori sociali, federalismo, riforma della giustizia, politica estera, riduzione dell’assenteismo e della criminalità. Oppositori muovono critiche incredibili e assurde: regime, fascismo, squadrismo, olio di ricino, shoah, razzismo, attentato alla libertà di stampa e analoghe. Sono estremisti della bugia.

L’ASSESSORE POTENZA IMPEDISCE L’ATTUAZIONE DELLA LEGGE CONTRO L’OBESITÀ Premesso che in data 14 ottobre 2008 il Consiglio regionale approvava la legge “Istituzione dei centri di educazione alimentare e benessere alla salute” con l’obiettivo di promuovere un collaudato modello alimentare, lo stile di vita mediterraneo, il recupero di tradizione e cultura che la moderna medicina nutrizionistica indica come esemplare al mondo intero. Visto che l’art. 5 della succitata legge prevede l’istituzione di un centro regionale di educazione alimentare e benessere alla salute con funzioni di coordinamento e programmazione presso il dipartimento Sicurezza e Solidarietà Sociale della Regione. Considerato che il Centro regionale si avvale di un comitato a costo zero composto da: a) assessore regionale alla Sicurezza e Solidarietà Sociale, o suo delegato, con funzioni di presidente; b) responsabile scolastico regionale o suo rappresentante; c) presidente regionale dell’Anci; d) presidenti della Provincia di Potenza e di Matera o loro delegati; e) tre rappresentanti delle associazioni dei consumatori più rappresentative a livello regionale. Visto che l’art. 8 regola lo stanziamento per l’anno 2008 di euro 60.000 destinati alle attività da realizzare e ad oggi non spesi dall’assessorato alla Sanità. Rilevato che i lucani affetti dall’obesità sono in forte crescita e considerato che lo studio, realizzato da 266 esperti di sanità pubblica, clinici, demografi, epidemiologi, matematici, statistici ed economisti mette in evidenza come l’Italia della sanità sia divisa in due. Una spaccatura all’interno della quale la Basilicata si posiziona in quadro precario per quanto riguarda il trend migratorio di pazienti dal sud al nord del Paese. I dati del rapporto (riferiti al 2006) dimostrano che dalla nostra regione è partito il 24.1% dei pazienti con un aggravio per il bilancio della sanità lucana, per il costo delle cure mediche corrisposto ad altre regioni, pari a circa 30 milioni di euro. Rilevato che altro primato lucano negativo evidenziato nel rapporto è quello dei sovrappeso. Si chiede al presidente della giunta regionale e l’assessore alla Sanità per conoscere le motivazioni politiche ed istituzionali che inducono il governo regionale a non dar corso all’attuazione della legge “Istituzione dei centri di educazione alimentare e benessere alla salute” che contiene in se tutte le strategie in termini di spesa di prevenzione e rieducazione alimentare, per affrontare in modo organico il gravissimo problema dell’obesità che condiziona l’esistenza di tanti giovani della Basilicata. Gaetano Fierro C I R C O L I L IB E R A L BA S I L I C A T A

APPUNTAMENTI SETTEMBRE 2009 VENERDÌ 11, SABATO 12, DOMENICA 13 CHIANCIANO - PARCO FUCOLI Convegno “Stati generali del Centro”.

VINCENZO INVERSO SEGRETARIO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

Gianfranco Nìbale

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

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PAGINAVENTIQUATTRO Miti incrollabili. Disponibile l’intero catalogo dei Fab Four rimasterizzato per la prima volta in digitale

Oggi comincia il Duemila dei di Alfredo Marziano eatlemania 2.0, è così che la chiamano già pronosticando un impetuoso revival dei Favolosi Quattro di Liverpool nell’era dei social network e dell’Internet“evoluto”. Oggi, il fatidico 9/9/2009 che gli stregoni del marketing hanno scelto come data zero del lancio, escono finalmente nei negozi gli agognati cd rimasterizzati dei Beatles (tutta la discografia inglese, da Please Please Me a Let It Be, con in più la raccolta doppia di singoli e rarità Past Masters e un cofanetto per collezionisti contenente i remix originali in mono). E in molti, ricordando che le prime e criticate edizioni in compact disc dei loro album risalgono al giurassico 1987, salutano l’evento come il vero ingresso dei Fab Four nell’era digitale: ancora più curioso che il prezioso catalogo, salvo clamorose rivelazioni dell’ultima ora, continui a negarsi al re della Internet music e dei download, Steve Jobs della Apple. «Un giorno o l’altro dovrà succedere, che la nostra musica arrivi su iTunes», ha ammesso Sir Paul McCartney a Billboard, la bibbia dell’industria discografica americana, aggiungendo che «bisognerà ancora aspettare». Il ritardo, secondo lui, si deve al cambio della guardia ai vertici della Emi, i nuovi boss non sono ancora convinti e vogliono ripassare punto per punto le clausole del contratto con la casa di Cupertino.

B

Per una volta, dunque, gli onori delle cronache tornano all’obsoleto cd, e la prima sensazione è appagante: le confezioni, con le copertine originali minuziosamente riprodotte in eleganti digipak apribili, nuove note di copertina, nuove foto e - nella prima stampa - filmati in Quicktime riproducibili su Mac o pc con immagini d’epoca in parte inedite, sono decisamente accattivanti. Sulla qualità e il rigore filologico del lavoro di recupero, restauro e ripulitura a specchio delle matrici originali, condotto da un team di tecnici degli studi Abbey Road con la consulenza dei due Beatle viventi, Macca e Ringo Starr (ma senza coinvolgere l’anziano produttore George Martin), lasciamo volentieri il verdetto a esperti e studiosi della materia: rispetto all’87, in ogni caso, il salto di qualità balza all’orecchio anche a un primo ascolto distratto. La Musica, ovviamente, non si discute. E l’ascolto in sequenza dei 14 titoli è ancora un’esperienza sonica straordinaria, un viaggio avventuroso dal bianco e nero a un mondo in technicolor che suscita meraviglia per la strabiliante e imprevedibile evoluzione stilistica dei Quattro, dalla testosteronica baldanza giovanile di Love Me Do e I Saw Her Standing There al raffinatissimo pop da camera di Eleanor Rigby e Yesterday, dai collage lisergici di A Day In The Life e Strawberry Fields Forever alla matura semplicità ricercata e ritrovata in Come Together e Let It Be, la sapienza melodica di McCartney unita e contrapposta alla visionarietà di Lennon. Dal 1963 al 1969 i Beatles vissero a velocità supersonica: 365 giorni all’anno tra un treno un aereo una seduta fotografica un’intervista un concerto un set cinematografico una notte passata in studio di registrazione, session in radio e in tv e vernissage di gallerie d’arte, la Londra Swingin’che diventava hippie e la meditazione in India alla corte del del Maharishi Yogi. Maturarono in una bolla come fiori di serra, i quattro ragazzi della classe lavoratrice di Liverpool (Lennon era l’unico di estrazione middleclass), inventando creando sperperando e sperimentando tutto quanto fantasia, tecnologia e e mercato mettevano a disposizione. Droghe comprese, naturalmente: «Semplificando un po’» scrive il mensile Mojo nel nuovo numero con i Beatles

BEATLES

in copertina, «c’è una grande svolta che inizia con Rubber Soul nel 1965: dalle anfetamine alla cannabis e all’Lsd, dall’innocenza all’esperienza, dal pop al rock». Fino allo straniamento e ai furiosi litigi impietosamente registrati dal documento verité di Let It Be che Paul e Ringo, non a caso, non vogliono vedere pubblicato in dvd. Rinfrescare ancora una volta la memoria su quella straordinaria e paradigmatica parabola del Ventesimo Secolo, ora che abbiamo voltato pagina, è una dovuta operazione culturale. Ma è anche, ovviamente, un grande affare.. Negli Stati Uniti, negli ultimi dieci anni,

siamo diventati il simbolo perché ne eravamo gli esponenti più in vista. Abbiamo avuto la fortuna di vivere il tempo delle comunicazioni globali, già allora la tv, i dischi e le radio cominciavano ad allargare i confini».

Oggi che la comunicazione globale prende le strade ancora più larghe e veloci di Internet, non basta titillare le nostalgie dei baby boomers. La nuova sfida sta nell’incantare le nuove generazioni peraltro poco sensibili alla promessa dei «Beatles come non li avete mai sentiti prima», abituate come sono al suono impoverito degli iPod e degli mp3. Elvis è stato discutibilmente rivitalizzato con una serie di dance remix destinati alle piste da ballo, per i Beatles s’è pensato più in grande e diversamente: a innescare la grande rivisitazione è un videogame della fortunata serie Rock Band che permette a chiunque di immedesimarsi nei quattro rivivendo in prima persona le rauche esibizioni nell’angusto Cavern di Liverpool, l’adunata oceanica dello Shea Stadium di NewYork, il concerto finale sul terrazzo della Apple a Savile Row (e pazienza se chitarre, basso e batteria sono di plastica). Lo produce Harmonix, costola di Mtv, con la collaborazione di Giles Martin (il figlio di George) e il sostegno entusiasta di Dhani, l’Harrison junior che più di tutti ha spinto per trasformare i Quattro in eroi virtuali da videogioco. Un’idea niente affatto peregrina: il Passato che si proietta nel Futuro, a riprova dell’immortalità dei Beatles.

Su 16 cd troveranno spazio gli originali 12 album della band di Liverpool, il disco ”Magical Mystery Tour” e le collezioni ”Past Masters” volume uno e due, per un totale di oltre 8 ore di musica solo Eminem ha venduto più di loro, 32 milioni di copie contro 28,2 milioni. Ma 1, la raccolta di singoli che uscì nel 2000, è da allora il best seller assoluto avendo superato quota 31 milioni di pezzi. «Stupefacente, non è vero?», è il commento di McCartney, l’unico Beatle che ha continuato a coltivare il Mito e a omaggiarne la memoria, mentre gli altri volgevano lo sguardo altrove cercando di dimenticare quel che era stato. «Ancora oggi, e soprattutto in America, c’è gente che mi avvicina per dirmi che i Beatles gli hanno cambiato la vita. Qualcuno lo paragona a quel che accadde in Russia, quando cadde la cortina di ferro. E’ questa l’etica che stava dietro alla musica rock, ne

2009_09_09  

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