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Peste della Patria è il giornalismo che accetta le notizie senza vagliarle, quando pur non le inventa

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Cesare Cantù di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • SABATO 5 SETTEMBRE 2009

Dopo il caso Avvenire il giornalismo non comincia a fare un po’ schifo? 3. Enrico Mentana

Il bipolarismo non funziona e ha imbarbarito anche i media

L’ex conduttore di ”Matrix”: «L’informazione italiana non è in crisi terminale. Il fatto è che è solo una prosecuzione armata della politica»

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

IL PAESE DEI GLADIATORI La leadership di Feltri sul caso Boffo ha reso ancora più evidente un problema che già esisteva: quello del premier non è un partito (se lo fosse, sarebbero almeno sette. Su riforme, immigrati, bioetica e rapporti con la Chiesa ormai le mediazioni del Cavaliere non tengono più

di Francesco Lo Dico «La stampa non è malata, solo riflette il costume politico del Paese: un fenomeno che ha trovato nel consolidarsi del bipolarismo i tratti di aggressività e spregiudicatezza che molti rimproverano alla nostra stampa, e che invece sono l’ideale prosecuzione della militarizzazione politica che investe da tempo questo Paese». Parola di Enrico Mentana. a pagina 4

La memoria corta dell’Occidente Le crisi umanitarie ai tempi di Internet.

di Osvaldo Baldacci a pag. 12

Berlusconi, Bondi e Letta da Napolitano

Non ci sono soldi: celebrazioni a metà per l’Unità d’Italia di Francesco Capozza

ROMA. Sono stati necessari diversi richiami del capo dello Stato e le ventilate dimissioni del presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi dal Comitato dei saggi per le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia per convincere il governo a riferire sull’andamento dei preparativi alla fatidica data del 2011. Ieri pomeriggio, infatti, dopo quasi due mesi, Silvio Berlusconi - accompagnato dal ministro per i Beni culturali Sandro Bondi e dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta - ha varcato il portone del palazzo del Quirinale per incontrare Giorgio Napolitano. a pagina 7 s eg ue a (10,00 pagina 9CON EURO 1,00

Ma il Pdl esiste? alle pagine 2 e 3

Intanto a Cernobbio economisti e politici cercano una exit strategy

G20: «Comincia la ripresa» Ma il Fondo monetario avverte: sarà lunga e dura di Gianfranco Polillo ancora tempo di esami che, come diceva Eduardo De Filippo, non sembrano mai avere fine. Cosa tanto più normale in tempo di crisi. Anche se, come ha detto ieri Dominique Strauss Khan, direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, «Il mondo emerge dalla crisi entra nel lungo tunnel della ripresa». Una particolare coincidenza porta, tuttavia, a discutere più o meno degli stessi problemi in due luoghi diversi. Da un lato, a Londra, i ministri economici del G20 parlano di crisi, di come uscirne e in quanto tempo. Dall’altro, a Cernobbio, il tradizionale incontro promosso dallo studio Ambrosetti – dura ormai da qualche decennio – vede la partecipazione di un gran

È

I QUADERNI)

• ANNO XIV •

NUMERO

176 •

Aspettando le riforme in chiave liberista

Ci hanno salvato le famiglie. Ricominciamo da lì

numero di personalità. Italiani, innanzi tutto, da Giorgio Napolitano a Josè Maria Aznar; da Pier Ferdinando Casini a Giulio Tremonti; da Massimo D’Alema ad Altiero Matteoli. Solo per citarne alcuni; ma poi ci sono anche esperti e economisti ben conosciuti al livello internazionale. Anche in questo caso ne citiamo solo alcuni: Jean Paul Fitoussi, Mario Monti, Nouriel Roubini, Gary Stanley Baker, Nobel per l’economia. Per finire, poi, con una folta schiera di imprenditori: da Emma Marcegaglia a Corrado Passera. Un piccolo Gotha, cui sono affidati le sorti non solo dell’economia italiana.

l di là della discussione sulla opportunità o meno di affrontare grandi riforme strutturali nel contesto di questa grave crisi economicofinanziaria, sembra necessario porre in evidenza il fatto che non si tratta di un avvenimento per così dire di tipo meteorologico ma di una evoluzione del tutto compatibile con il tasso di sviluppo finanziario che il modello economico anglo-americano aveva finito con il conseguire.

segue a pagina 8

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WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

di Francesco D’Onofrio

A

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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pagina 2 • 5 settembre 2009

Maggioranza. È una continua rincorsa alla mediazione. La verità è che sono sempre di meno i temi condivisi

Il Cavaliere e i sette Pdl Rapporti con la Chiesa, riforme, immigrati, bioetica: è ormai imbarazzante la latitanza del partito del premier. Perciò comanda la Lega (e pure Feltri) di Errico Novi

di corpaccione ineliminabile che non esprime una proposta politica particolare, appunto, ma sorregge l’impianto del movimento leaderistico. Dal triumvirato di Bondi, La Russa e Verdini ai coordinatori locali, è questa di fatto la corrente più numerosa. Ma altre due componenti sembravano in grado, fino a quando non è divampato il caso FeltriBoffo, di contendersi l’egemonia culturale interna. La prima è rappresentata da quel filone cattolico-solidarista che da una parte tiene insieme il populismo neostatalista di Giulio Tremonti e la destra sociale di Gianni Alemanno, dall’atra trova concordanze con le battaglie etiche e il socialismo modernizzatore di Maurizio Sacconi. Il secondo competitor fa perno attorno a Comunione e liberazione e a Roberto Formigoni: un’area forse meno affollata ma tra le poche a essere dotate di una struttura interna, e arricchita comunque dal potenziale accordo con alcuni

ROMA. Adesso Berlusconi esibisce un contegno addolorato. Come se la rottura si fosse consumata suo malgrado e lui potesse a buon diritto ascrivere se stesso alla schiera dei pacifisti. In realtà il fuoco della guerra scatenata sui media sprigiona i suoi effetti anche nel partito del premier. Dove non è definitivamente scomparsa l’ombra del dibattito. Motivo semplice: chiunque mostri un profilo di eterodossia rischia di passare, in un momento del genere, per un potenziale traditore. Lo si è visto con il trattamento riservato a Gianfranco Fini dai giornali più schierati con il governo. A parte lui non si intravedono figure disposte a esporsi, eppure tutto si può dire del Pdl ma non che si tratti di un monocolore. Nel corso dell’affannoso passaggio dal listone unico del 2008 a questi primi mesi di vita del nuovo partito, le apparte-

I FINIANI

I TREMONTIANI

I «finiani» del Pdl prendono il nome da Gianfranco Fini ma non tutti i colonnelli di An sono tra loro. I “finiani” sono Adolfo Urso, Andrea Ronchi, Altero Matteoli, Stefania Prestigiacomo, Benedetto Dalla Vedova e Fiamma Nirenstein e Giulia Bongiorno.

I SUDISTI È l’ultimo nato, ma è anche il partito nel partito che ha alzato di più la voce e di più a ottenuto dal governo. Il partito del Sud ha due iscritti (Miccichè e Marcello Dell’Utri) ma aspira ad avere una forza uguale e contraria a quella della Lega

nenze si sono andate definendo. Semplicemente non potranno essere rivendicate, almeno finché resterà in vigore il codice militare di guerra. Chi dovesse contravvenire verrà messo all’indice come un qualsiasi sabotatore. Dice un cattolico ex Forza Italia: «È proprio il caso di dire che Repubblica ci ha ridotti al silenzio. Pensavano di colpire Berlusconi, in realtà

La corrente dei “tremontiani“ è - solo apparentemente la meno folta poiché conta un solo iscritto: Giulio Tremonti. Ma il valore aritmetico del «partito di Tremonti» è ben altro, giacché in realtà tutta la Lega vi è iscritta d’ufficio.

I DELUSI

La ”corrente” dei cattolici liberali sfila dietro al governatore lombardo Roberto Formigoni. Le schiere sono guidate da Maurizio Lupi, astro di Cl, Isabella Bertolini, Eugenia Roccella, il guardasigilli Angelino Alfano e Domenico Di Virgilio, Raffaele Fitto.

I SOCIALISTI

Tra i “delusi” si contano molti ex di fatto e un possibile ex futuro: l’ex ministro della Difesa Antonio Martino, l’ex presidente del Senato Marcello Pera, l’ex ministro dell’Interno Beppe Pisanu e il governatore del Veneto Galan.

hanno messo in modo un meccanismo che ci impedisce letteralmente di aprire bocca». Lettura di parte, ma non del tutto infondata. «L’emergenzialità favorisce Berlusconi, è incredibile che ancora non lo si sia compreso. Gli attacchi sulla vita privata del presidente costringono tutto il Pdl a compattarsi dietro di lui. A maggior ragione adesso che si è capito

I CATTO-LIBERALI

Tutti hanno un passato militante nel Psi di Bettino Craxi, a cominciare dalla figliola Stefania. Ma la lista è aperta da Maurizio Sacconi e prosegue con Fabrizio Cicchitto, Renato Brunetta, Franco Frattini, Giuliano Cazzola, Chiara Moroni e Margherita Boniver.

«Senza il disarmo la dialettica interna si dissolve - dice Alessandro Campi - e si rischia uno sfascio identico a quello di Tangentopoli, in cui vincono solo le estreme»

LA GUARDIA IMPERIALE Sono i fedelissimi del capo, gli uomini degli apparati e quelli che a ogni uscita pubblica sottolineano «Meno male che Silvio c’è». In onore dello spirito da “apparatchnik”, in cima alla lista ci sono i coordinatori del Pdl, Denis Verdini, Ignazio La Russa e Sandro Bondi. Ma la lista della ”Guardia imperiale” (o “Guardia rossa” o, meglio ancora, “Guardia azzurra”) è lunga e conta i nomi di ministri come Claudio Scajola, Mariastella Gelmini, Mara Carfagna e Michela Vittoria Brambilla; del capogruppo al Senato la Maurizio Gasparri (e del suo vice Gaetano Quagliariello). Poi, in ordine sparso, ci sono: Beatrice Lorenzin, Luigi Casero, Guido Crosetto, Antonio Leone e Giuseppe Vegas.

quanto possa essere rischioso entrare nel mirino di un certo apparato mediatico».

Può reggere un partito così? «Ma il Pdl», dice ancora l’esponente berlusconiano di area cattolica, «è una forza centralista, neoleninista, carismatica. A condurlo ci sono figure che non hanno autonomia personale». È il Pdl degli apparati, quella sorta

leader meridionali come Raffaele Fitto. Nel quadro che si va definendo, il fronte laico che fa del patriottismo costituzionale la propria bandiera e che si va costituendo attorno a Gianfranco Fini è effettivamente in minoranza. Ma ha dalla propria parte il vantaggio di una maggiore libertà (perché il suo capofila, cioè il presidente della Camera, gode appunto di un’autonomia


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5 settembre 2009 • pagina 3

L’editorialista del Sole24ore: «Una guerra con troppi fronti crea stress»

«Solo e con troppi nemici Prima o poi arriva il conto» Stefano Folli: l’opinione pubblica cattolica è disorientata Umiliare la Chiesa è pericoloso, lo insegna la nostra storia

Bossi, Maroni e Calderoli: sempre più spesso il vertice della Lega detta l’agenda (e la linea) alla maggioranza. E in queste condizioni il Pdl patisce la propria «inutilità» istituzionale unica) e di avvicinamenti significativi come quello di Franco Frattini, che di recente ha sposato le tesi sul testamento biologico e sull’autonomia da Oltretevere.

Le divisioni producono di sicuro uno svuotamento dell’iniziativa politica: impossibile esprimere una linea forte, se manca il dibattito che dovrebbe precedere la sintesi. Ecco perché nelle dinamiche della maggioranza la Lega sembra destinata ad avere sempre più gioco facile, con il grande alleato tutto preso dal clima marziale, che Farefuturo definisce «da casermetta», e dalle campagne orchestrate da Feltri in nome dell’unico obiettivo politico certo, l’offensiva a tutela del premier. Sembra destinato a restare inascoltato il malessere dei cosiddetti delusi, a suo modo un ulteriore partito nel partito di cui fanno parte liberali traditi come Antonio Martino e Marcello Pera o cattolici di provata esperienza istituzionale come Beppe Pisanu. Avrà forse maggiore visibilità il partito (un altro) del Sud di Gianfranco Micciché, ma solo nella misura in cui la Lega e il premier lo riterranno funzionale al mantenimento di un equilibrio costruito sui parti-

colarismi e non su un’idea forte per il Paese.

Un interprete della galassia Pdl vicino a Gianfranco Fini come il politologo Alessandro Campi fa fatica a credere che le appartenenze che si vanno definendo possano svanire nel nulla: «Ma certo se non si procedesse sulla strada di quel disarmo bilaterale o trilaterale auspicato da molti si rischia davvero di irrigidire tutto il dibattito politico, con i diversi partiti fermi sulle loro posizioni». E soprattutto, secondo Campi, «il pericolo è che si crei una situazione assolutamente analoga a quella di Tangentopoli: questo è un problema molto sottovalutato, ma se si fa passare l’idea che tutti hanno qualcosa da nascondere, dal punto di vista dei comportamenti privati, stavolta, come allora avveniva sul piano della moralità pubblica, tutti ne escono malconci e delegittimati. E le estreme fatalmente se ne possono avvantaggiare: si pensi alla Lega che ora intravede persino la possibilità di dialogare con Bagnasco e riempire il vuoto aperto tra la Cei e Berlusconi, o a Di Pietro che può agevolmente impadronirsi dello spazio lasciato incustodito dal Pd almeno fino al congresso».

ROMA. Si può reggere il conflitto permanente? È sostenibile una militarizzazione della politica, sia sul piano interno che nel rapporto con tutti i possibili interlocutori, dalla stampa non allineata alla Chiesa? Secondo l’editorialista del Sole-24Ore Stefano Folli «le conseguenze di un simile isolamento prima o poi si pagano». Difficile dire in che tempi e in che modi, spiega uno dei principali commentatori politici italiani, che però coglie un fatto nuovo per l’assetto dei poteri nel nostro Paese, non solo per il ciclo di Berlusconi: la rottura con la Chiesa. Aspetto che rischia di pesare sul pronostico, «giacché la storia italiana si è sempre determinata in un equilibrio tra il potere laico e le istituzioni ecclesiastiche, e non rispettarlo è molto pericoloso». Certo, con il caso Feltri-Boffo il Pdl rischia di diventare un partito ancora più militarizzato di quanto già non fosse. In un clima del genere chi esprime orientamenti eterodossi rispetto alla linea del leader rischia di passare per un traditore. Non mi sembra una novità, a dire il vero. È un po’ la cifra di questo partito, da sempre: non mi pare che vi si possa riconoscere un’articolazione molto sviluppata. Non cambia granché, secondo lei. L’ultimo epiosodio è uno tra i tanti. Dibattiti interni non mi pare che in genere ce ne siano. È vero che con la vicenda di questi giorni si consolida l’esistenza di un’unica linea, che è appunto quella ineluttabilmente calata dall’alto da Berlusconi. Ai livelli sottostanti si provvede a eseguirla ciascuno per la mansione che gli compete. Ha ragione allora chi dice che il Pdl è un partito leninista. Ma in una condizione del genere si può reggere a lungo, per tutta la legislatura? Dipende dalle circostanze esterne. Intanto bisogna vedere se ci sarà un’opposizione più forte. Oggi mi sembra debole, tanto da avvantaggiare la maggioranza. Nella coalizione di governo c’è un unico elemento dinamico, la Lega, che può creare dei problemi. Ma è chiaro che in questo momentro il partito di Bossi non ha alcun interesse a rompere. Resta in ogni caso un punto cardine: finché l’opposizione non acquisisce più forza, non vedo come la maggioranza possa dissolversi. Certo, il clima è al limite dell’irrespirabile. C’è una tendenza di Berlusconi a isolarsi: con la stampa internazionale, con l’Unione europea, come si è visto negli ultimi giorni, adesso anche con la Chiesa. Senza contare che i rapporti con l’amministrazione Obama non sono proprio eccezionali. È un

fronte aperto multiforme, che crea stres e grande fatica. Ma ogni possibile sviluppo, lo ripeto, dipende da una serie di dinamiche sulle quali ora non possiamo fare previsioini certe. Tra le analisi proposte dopo l’attacco a Boffo e le sue dimissioni ce ne sono alcune secondo cui le stesse gerarchie ecclesiastiche punterebbero ora a favorire la crescita di una grande forza di centro in cui attrarre una parte del Pdl, in modo da isolare ancora di più Berlusconi. È uno scenario che vede anche lei? Penso che ci sia un grande disorientramento nell’elettorato cattolico, con una propensione sempre più diffusa a schierarsi contro Berlusconi: lo abbiamo visto con le lettere che hanno spinto Boffo a prendere alcune posizioni. Il Vaticano esce danneggiato da questo epìisodio, ma ricordiamoci appunto che umiliare la Chiesa è molto pericoloso, lo insegna la storia italiana tutta determinata attorno all’equilibrio tra potere laico e istrituzioni ecclesiastiche. L’equilibrio ora è saltato e non si può sapere cosa accadrà. È probabile che per un po’ non succederà nulla, ma di certo la Chiesa è molto irritata. Da qui a dire che cercherà di favorire l’aggregazione di un grande partito di Centro, il passo mi sembra un po’ troppo lungo. Lei però è convinto che qualcosa di nuovo avverrà. Intanto c’è un elmemento importante,molto importante, che è il disorientamento dell’opinione pubblica cattolica. Bisognerà vedere come si svilupperanno i prossimi processi elettorali. In ogni caso, credo che la Chiesa non si esporrà più di tanto su un progetto politico finché non verificherà qualche cambiamento nell’assetto generale. Che differenza c’è tra il Berlusconi di oggi, impegnato in una guerra a tutto campo, e quello del quinquennio 2001-2006, in cui pure i fronti aperti erano numerosi? La differenza è forte. All’epoca Berlusconi era sì malvisto in Europa, ma poteva contare su alleanze solide con Blair, Aznar e soprattutto con l’America di Bush. Più che di isolamento, in quegli anni Berlusconi soffriva di cattiva stampa internazionale; ma aveva punti di riferimento politici importanti e buoni rapporti con la Chiesa. Oggi sembre decisamente più isolato, ha troppi nemici, e le conseguenze di questo, prima o poi, si pagano. Già, ma come? Come, è difficile dirlo: sono gli eventi a determinare una strada. Ma certo, lo ripeto, aver umiliato la Chiesa ed essere in una simile condizione prima o poi si paga.

Nel partito del premier non c’è mai stato dibattito vero, ma ora ancora di più si baderà solo a eseguire la linea imposta dall’alto


politica

pagina 4 • 5 settembre 2009

Il giornalismo fa schifo? Continua il giro d’opinioni sull’informazione in Italia dopo lo scontro Giornale-Avvenire finito con le dimissioni di Boffo

La stampa militarizzata Enrico Mentana: «I media proseguono con altre armi la lotta partitica. È il frutto del bipolarismo all’italiana» di Francesco Lo Dico

ROMA. «È sbagliato dedurre dagli ultimi spiacevoli accadimenti una fase terminale dell’informazione italiana. I fatti italiani, compresi gli ultimi, sono iscritti nella storia complessiva di questo Paese.Vicende e uomini che i quotidiani nazionali sono chiamati a rappresentare, risentono qui da noi di toni, maniere e fini maturati in un quadro politicoculturale complesso, di cui la stampa italiana, come in nessun altro luogo del mondo, è il riflesso speculare. Un processo di ibridazione, se non di autentica promiscuità, che ha trovato nel consolidarsi del bipolarismo i tratti di aggressività e spregiudicatezza che molti rimproverano alla nostra stampa, e che invece sono l’ideale prosecuzione della militarizzazione politica che investe da tempo questo Paese». Enrico Mentana, trent’anni di giornalismo alla spalle, di cui dodici alla guida del Tg5, considera gli ultimi veleni sgocciolati sulla stampa a proposito del caso Feltri-Boffo, come parte di un meccanismo seriale che si ripete da tempo. Prima le escort del premier, poi il caso Boffo. Giornalismo malato o diritto di cronaca? Bisogna dire la verità una volta per tutte. Appellarsi al gossip o alla degenerazione di una stampa sempre più imbarbarita è come volere nascondere le proprie nudità dietro a una fogliolina di prezzemolo. Le vicende che hanno coinvolto Silvio Berlusconi, dalla partecipazione alla festa di Noemi alla candidatura di veline, dal suo femminario ridotto a ufficio di collocamento per incarichi pubblici, passando per festicciole ed escort, non sono derubricabili a pettegolezzi, ma sono stati riportati da Repubblica sulla base di fonti reali e di inchieste giudiziarie come quella avviata dalla procura di Bari. E dal momento che la giustizia si mette in moto nei confronti di un persona investita da un incarico pubblico, di privato

La par condicio del Giornale porterebbe alle dimissioni del premier

Teorema Feltri: se era giusto, ora anche Berlusconi... di Gabriella Mecucci a vicenda Boffo si presta a mille osservazioni. Inanzitutto c’è la bellezza del gesto del direttore dell’Avvenire: davanti a un attacco che poteva far molto male alla sua famiglia, al suo giornale, alla Chiesa tutta ha preferito dimettersi. Sono gesti questi che, nell’Italia dei gladiatori, non avvengono più. Gli ultimi accaddero durante la tanto vituperata Prima Repubblica. Poi invalse il costume di non molarre alcuna poltrona, alcuno strapuntino. Tenersi tutto.

L

Feltri con un materiale d’accusa molto labile, quasi inconsistente, ha inscenato una guerra contro Boffo perché l’Avvenire si era permesso di dar voce a un certo fastidio della base cattolica e delle stesse gerarchie (sacerdoti, vescovi) nei confronti di alcuni comportamenti del premier francamente sconcertanti. Il direttore del Giornale sostiene che con il suo attacco ha voluto semplicemente dimostrare che il pulpito dal quale veniva la predica contro Berlusconi non era il più adatto, visto che il suo direttore aveva uno scheletro nell’armadio. Scheletro? A ben guardare sembra uno scheletrino, anzi un mucchietto d’ossa: una condanna transabile con poco più di 500 euro non deve essere un gran reato. Per di più oggi anche il Giornale si affretta a dire che in nessun documento risulta che Boffo fosse omosessuale (sino a prova contraria non è comunque un reato). Insom-

ma, tutto questo gran vociare per una telefonata in cui il direttore dell’Avvenire avrebbe detto cose sconvenienti a una signora facendo qualche allusione sessuale. Per tutto ciò – ammesso e non concesso che le cose siano andate così – Boffo ha subito da parte del Giornale, di Libero e di altri quotidiani una settimana di gogna sino a costringerlo alle dimissioni. Bell’autogol, caro Feltri. Adesso sarà difficile rimproverare Repubblica o l’Unità se decideranno di fare campagne sulle “debolezze sessuali” di Berlusconi. Soprattutto quando siano la moglie e persino la figlia a criticarlo con parole pesanti. E se il premier verrà messo alle corde, non sarà difficile ricordargli che il capo del governo non può navigare in mezzo al fango. Non può in queste condizioni presentarsi a vertici internazionali duranti i quali gli altri capi di stato sorridono delle bravate del nostro. Non può essere l’oggetto delle accuse e delle battute di tutti i più grandi quotidiani internazionali. Se l’attacco di Feltri e Belpietro determina le dimissioni del direttore dell’Avvenire, la messa in ridicolo del premier danneggia un intero paese. E se questi fosse uomo responsabile e dignitoso - come lo è stato Dino Boffo - allora anche lui dovrebbe dimettersi. Per il bene dell’Italia e delle sue istituzioni. La legge di Feltri, se vale per Boffo deve valere anche per Berlusconi, altrimenti il premier fa la figura di essere incollato alla poltrona; costi quel che costi.

Per non dire il problema dei rapporti con la Chiesa che – nessuno si illuda – sono cambiati: dalla piena collaborazione si è passati alla diffidenza e allo scontro. Boffo se ne va, ma peggio di così per il governo non poteva andare.

Si fa sempre più dura la battaglia tra i giornali italiani: lo scontro tra ”Giornale” e “Avvenire” che ha portato alle dimissioni del direttore di quest’ultimo, Dino Boffo, è solo la punta di un iceberg fatto di contrapposizioni nette fra ragioni politiche oltre che fra ragioni editoriali. Secondo Enrico Mentana, un lungo passato nell’informazione Mediaset, questa situazione è il frutto del cattivo bipolarismo italiano resta ben poco. Non ci si può scagliare contro la stampa in questi casi. Se determinate condotte suscitano l’attenzione della magistratura, il giornalista ha il dovere di renderne conto. È inutile deprecare la gogna mediatica e strepitare per l’invasione della privacy. Un certo tipo di privatezza, mischiata all’esercizio della funzione pubblica, non può essere sottratta al diritto di cronaca manu militari. È sciocco credere che il privato di un comune cittadino, sia significativo quanto quello di un uomo pubblico. Giudizio assimilabile alla

quivocabilmente trovati al capolinea della professione giornalistica. Ma non è questo ciò che è accaduto, e per quanto possa essere spiacevole l’effetto prodotto dal“rovistare nel comodino”: anche nel caso di Feltri vale l’osservazione fatta a proposito di Repubblica. Anche in questo caso, si è partiti da un atto giudiziario che conteneva delle notizie. E anche stavolta, il direttore di un giornale dai valori ben identificabili come Avvenire non poteva invocare il silenzio sulla sua vita privata, se questa ha avuto modo di fluire nella sfera pubblica per qualche ragione.

Diciamo la verità, le vicende che hanno coinvolto Silvio Berlusconi non sono derubricabili a pettegolezzi. Ma del resto anche Feltri è partito da un atto giudiziario querelle tra Giornale e Avvenire? Se Vittorio Feltri avesse titolato a nove colonne che Boffo è un omosessuale, e avesse fatto delle tendenze sessuali del direttore di Avvenire la ragion d’essere del suo pezzo, ci saremmo ine-

Non crede che, a proposito di deontologia, una notizia vada divulgata con tempismo e non tirata fuori dal cassetto per ragioni di opportunità? In un mondo ideale, sarebbe logica conseguenza riportare la


politica

5 settembre 2009 • pagina 5

Il caso-Feltri arriva anche sul ”New York Times”

Berlusconi: «Vergogna, giornali bugiardi!» I quotidiani commentano lo «schiaffo» di Boffo e il premier li accusa: «Se è così, povera Italia» di Giancristiano Desiderio itolo del New York Times: «Un giornalista italiano è l’ultima vittima del premier». Il giornalista italiano, naturalmente, non è Vittorio Feltri, ma Dino Boffo. Partiamo da qui, dalla notizia direbbe il direttore de il Giornale. Perché la notizia è questa: il direttore del quotidiano dei vescovi si è dimesso dopo una settimana di attacchi del quotidiano del capo del governo. Si stenta a crederci e i quotidiani sono intontiti, ma è quanto è accaduto. Non solo. Nonostante la vittoria di Feltri e del capo del governo, Berlusconi ha commesso un errore marchiano, fatale. Che si rispecchia in un suo commmento di ieri. Rivolto ai giornalisti che lo attorniavano, ha detto loro: «Credo possiate leggere i giornali di oggi dove c’è tutto il contrario della realtà. Abbeveratevi della disinformazione di cui siete protagonisti. Povera Italia, con un sistema informativo come questo!». Ma andiamo con ordine.

T

notizia per tempo. In Italia invece è differente. La nostra informazione paga lo scotto di un derby infinito tra centrodestra e centrosinistra. Per continuare la metafora calcistica, la vicenda Boffo segna l’inizio di un girone di ritorno, che all’andata ha visto Repubblica, Unità e altre testate unite dall’antiberlusconismo, mettere a segno diversi punti vincenti. È chiaro che nel caso dell’ex direttore di Avvenire, un altro colpo basso sia stato aggiunto ai molti sferrati in questi anni nel nostro Paese. Ma in un’ottica spregiudicata, improntata a un giornalismo d’assalto perseguito a destra e sinistra con identica ferocia, l’articolo di Feltri ci può stare.Tanto quanto i pezzi di Repubblica. Il giornalismo italiano, feroce e volgare come il bipolarismo? La guerra tra bande che caratterizza la nostra politica e i nostri quotidiani, ha polarizzato odi e rancori dando vita a cicli conflittuali che si ripetono uguali a se stessi in date circostanze. E per quanto la mia visione del mestiere sia antitetica a quella della campagna a mezzo stampa e alla denigrazione scientifica di questo o quell’avversario, trovo che le ultime biasimate operazioni giornalistiche non siano affatto sorprendenti. Dalla guerra di posizione, a bassa intensità, si è tornati nell’arco di po-

chi mesi a quella di movimento, secondo dinamiche osservate più volte sui nostri giornali. I conflitti a fuoco via stampa sono ingiusti ma inevitabili, insomma? In tutta franchezza, penso che molte delle campagne messe in piedi da Repubblica contro fatti e vicende riguardanti Silvio Berlusconi avessero piena ragione d’essere. E che in qualche frangente, si sia però ecceduto e proceduto sulla scorta di indicazioni insufficienti. E viceversa non bisogna dimenticare neppure titoloni e vesti stracciate che accompagnarono il caso Telekom Serbia e il dossier Mitrokhin. Nulla di nuovo sotto il sole, insomma. Il problema vero è un altro, in realtà. Dica pure. Noi italiani non possiamo continuare a indignarci a corrente alternata. Non è possibile fare la parte dei tori nell’arena. Se siamo pronti a caricare il bersaglio non appena sventola la bandiera del colore che più ci adira, non possiamo deprecare la crudeltà dello spettacolo nel momento in cui si finisce infilzati. E inoltre dovremmo chiederci se certo vecchio giornalismo felpato, privo di mordente e vis polemica, sarebbe auspicabile in un clima politico come il nostro. I manovratori, da che mondo é mondo, vanno sempre disturbati.

Partiamo dal Corriere della Sera. Il titolo di apertura del giornale di via Solferino è neutro e fa riferimento alla lettera al cardinale Bagnasco con cui Boffo ha lasciato dopi 15 anni la direzione dell’Avvenire: «Boffo si dimette: violentata la mia vita». Ma è il fondo di Massimo Franco, «L’aggressione e la ferita», che va letto perché fa chiarezza sul presente e apre a ciò che accadrà: «Non capita spesso che il direttore del giornale dei vescovi italiani si dimetta per un attacco del quotidiano di proprietà del fratello del premier». Subito dopo l’editorialista sottolinea anche la “pena”del Pdl: «E sarà difficile nonostante gli sforzi imbarazzanti e francamente un po’penosi di alcuni esponenti del centrodestra, cancellare l’impressione di un’intimidazione contro i vertici di Avvenire per le critiche alla vita privata di Silvio Berlusconi». Il giornalista del Corriere riportando un passo della lettera di Boffo - e condividendola - dice che la «gravità e la miopia» dell’aggressione potrebbero «rivelarsi un boomerang per Palazzo Chigi». Il titolo di Repubblica: «Boffo si dimette e accusa». Ma l’accusa al premier e al «sicario di Boffo» è soprattutto di Giuseppe D’Avanzo che nell’articolo «Il delitto è compiuto» sostiene con forza che «l’assassinio mediatico» è stato «commissionato» dal governo: «Il potere che ci governa ha messo in mano a chi dirige il Giornale del capo del governo, un foglio anonimo, redatto nel retrobottega di qualche burocrazia della sicurezza da un infedele servitore dello Stato». Il giornalista d’assalto parla esplicitamente di “morto” anche se scrive la parola morto in corsivo (ma sul concetto della uccisione mediatica della persona hanno scritto in molti: si veda, ad esempio, quanto sostenuto da Francesco Paolo Casavola su Il Messaggero).

ra sconfitta per la Chiesa italiana». Chi prenderà il posto di Boffo - si chiede La Spina - potrà dimostrasi ancor meno critico di lui nei confronti dei discutibili comportamenti privati del presidente del Consiglio? Detto altrimenti: la Chiesa può patire una soggezione culturale nei confronti del potere politico? «Anche se è largamente prevedibile - dice l’editorialista - ora, una tregua tra Chiesa e presidenza del Consiglio, è indubbio che quanto avvenuto lascerà un’impronta forte e duratura nel mondo del cattolicesimo italiano, già scosso da molti dubbi sulla praticabilità di quella che si potrebbe definire la linea Ruini senza Ruini». Per dirla con le parole di Stefano Folli: »Tuttavia la Chiesa non dimentica».

L’articolo di Folli si può leggere su Il Sole 24 Ore. Scrive: «Boffo paga crudelmente il prezzo delle critiche, peraltro misurate, rivolte al presidente del Consiglio per quanto riguarda la sua moralità e un certo stile di vita. Critiche legittime e persino doverose, visto che tra i compito prioritari di un giornale c’è quello di controllare i rappresentanti del potere politico e di bacchettarli quando è opportuno. Non si dà invece il caso inverso, ossia che il potere politico si vendichi dei giornalisti e alimenti una campagna mediatica per screditarli sul piano personale». Invece, è proprio quanto è accaduto: una vendetta del potere politico che Feltri fa passare come il suo diritto di «smascherare i moralisti» ma che, al di là del moralismo, era e resta un’intimidazione che non solo è da condannare ma che rischia di essere per il governo una «vittoria di Pirro».

I commentatori si soffermano non solo sulla gravità della situazione, ma anche sui costi che il governo alla fine dovrà pagare

Ciò che è chiaro un po’ a tutti i giornali e, si può anche dire, al senso comune, è che i rapporti tra Vaticano e governo Berlusconi sono un po’ diversi rispetto al passato. Lo si può dire con le parole iniziali dell’editoriale de La Stampa firmato da Luigi La Spina: «Le dimissioni del direttore di Avvenire, Dino Boffo, segnano almeno in apparenza, una grande vittoria per il presidente del Consiglio e una du-

Ma come hanno titolato i giornali direttamente coinvolti? L’Avvenire ha reso omaggio a Boffo con «Direttore Galantuomo» e naturalmente ha pubblicato la lettera ad Angelo Bagnasco. Feltri ha titolato «Boffo va, ma il caos aumenta» con riferimento a quanto avevano detto i vescovi: «Feltri fomenta il caos». Nel suo articolo, Feltri ribadisce la sua linea: dimostrare da che pulpito venivano le critiche. Da questa posizione Feltri non si schioda e, conoscendo il soggetto, si può avanzare un’altra interpretazione del perché del “caso Boffo”: per aumentare le copie del giornale. Non dimentichiamo che all’origine di tutto c’è la lotta tra due giornali feltriani: Libero e il Giornale. A capo del primo ora c’è, inaspettatamente per Feltri, Maurizio Belpietro che a Feltri vedi il titolo di ieri: «Il Papa non perdona»; editoriale: «Coraggio Dino, andrai a Repubblica» - ha in pratica rubato il mestiere. Se aggiungiamo che Feltri in occasione del conferimento della laurea honoris causa da parte della università cattolica San Pio V teorizzò la necessità di creare casi politici per affermare il quotidiano nelle edicole, si capisce come dietro il “caso Boffo” ci possa essere più semplicemente e più cinicamente la volontà di scoop a ogni costo per vendere qualche copia in più. Il caso, però - il “caso Feltri”questa volta - ha conseguenze politiche non calcolate e non è detto che dopo Boffo, per non continuare ad alimentare il caos, non vada via quello che anche ieri l’Unità continuava a chiamare il suo “killer”.


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diario

Vertici. In primo piano l’economia, le riforme strutturali per battere la crisi e l’agenda politica del prossimo autunno

L’Udc in conclave a Bologna Gian Luca Galletti: «Preoccupanti i tagli a scuola ed Enti locali» di Francesco Paolo Scotti

B OLOGNA . Un incontro a porte chiuse, a significare l’importanza e la delicatezza dei temi affrontati, è quello che l’Unione di centro ha organizzato ieri presso un noto albergo bolognese. I vertici nazionali del partito - alla presenza del leader Pier Ferdinando Casini - si sono riuniti in conclave nel capoluogo emiliano per discutere principalmente di economia, ma non vi è ombra di dubbio che si sia parlato anche dell’agenda politica che impegnerà l’Udc al rientro dalla pausa estiva e dei fatti che in questi giorni hanno riempito le prime pagine di tutti i giornali. Non vi è, però, nessuna intenzione di commentare né la vicenda Boffo, né la questione della partita aperta delle alleanze politiche in vista delle Regionali. Il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini ha risposto con il silenzio alle domande dei cronisti che lo hanno incontrato al termine dell’appuntamento. Casini, che si è intrattenuto con i giornalisti solo per esprimere il suo cordoglio per la morte dello storico presidente della Virtus Gianluigi Porelli, spentosi ieri sotto le Due Torri, non ha dunque voluto rilasciare alcuna dichiarazione sulle vicende politiche. «Ragazzi lasciatemi stare, sono in silenzio stampa». Anche se in tono scherzoso, Pier Ferdinando Casini non ha detto una parola di più ai giornalisti che si preparavano a chiedergli commenti sulle dimissioni di Dino Boffo o sulle alleanze in vista delle elezioni del 2010. Per il momento, quindi, il massimo riserbo sembra essere la linea adottata dal numero uno di un partito corteggiato da entrambi gli schieramenti e che si prepara agli stati generali in calendario dal 13 al 16 settembre a Chianciano, dove si terrà la festa dell’Udc. Di Economia e di riforme strutturali per battere la crisi in vista di un autunno che si prospetta difficile, hanno però voluto parlare i partecipanti all’incontro che, uscendo alla spicciolata dall’Hotel Carlton di Bologna, si sono intrattenuti volentieri con la stampa. Che cosa chiede, in buona sostanza, il partito centrista al governo? La risposta è chiara e perentoria: un deciso cambio di passo. «C’è bisogno di riforme strutturali per il Paese. Questa è la vera differenza tra la politica economica del nostro partito e quella del ministro Tremonti: il momento di crisi è quello giusto per fare le

riforme», rimarca il deputato bolognese Gian Luca Galletti, responsabile del dipartimento economico del partito e capogruppo in commissione Bilancio alla Camera. L’Udc chiede, dunque, un pacchetto di riforme che riguardino servizi pubblici e liberalizzazioni, pensioni e pubblica amministrazione («una riforma non solo fatta di spot alla Brunetta», specifica Galletti), oltre

nione riservata Bruno Tabacci - Tremonti aveva detto che la spesa pubblica sarebbe stata sotto controllo, invece il deficit viaggia ben al di sopra del 5 per cento sul Pil». «Il ministro Tremonti - ha insistito l’esponente Udc - ha applicato i tagli lineari, cosa che non fa neanche una massaia in casa». «Ad esempio - ha spiegato Tabacci - sono state messe sullo stesso piano le spese per scuo-

All’incontro a porte chiuse, i riflettori sono stati accesi su servizi pubblici e liberalizzazioni, pensioni e pubblica amministrazione, oltre all’introduzione del quoziente familiare all’introduzione del quoziente familiare. «È ora di abbandonare la politica degli annunci e passare dalle parole ai fatti», prosegue l’esponente centrista. Al governo l’Udc contesta soprattutto la scelta di procedere per tagli lineari su tutti i settori. «È la rinuncia alla politica», afferma Savino Pezzotta. «Non lo fa nemmeno una massaia in casa - osserva da par suo Bruno Tabacci questo tipo di politica, ovunque sia stata tentata, ha sempre dato risultati fallimentari». E poi, si chiede, «se questa maggioranza così vasta non si dedica ad attività riformatrice, cos’altro dovrebbe fare?».

Quindi, dalle dichiarazioni dei parlamentari Udc, emerge sostanzialmente un giudizio «molto negativo» sulla politica economica sin qui attuata dal governo. «Un anno fa - ha ribadito al termine della riu-

la e formazione e quelle per la sicurezza. «I tagli lineari portano sempre a esiti fallimentari», ha chiosato l’esponente centrista. «Preoccupano i tagli alla scuola e agli enti locali, che nei prossimi mesi aumenteranno i disagi delle famiglie italiane», ha sottolineato ancora Gian Luca Galletti. «Alla ripresa dei lavori - ha annunciato il capogruppo in commissione Bilancio alla Camera - incalzeremo il governo sulla riforma dei servizi pubblici locali e su una vera riforma della pubblica amministrazione». «È l’ora di abbandonare la politica degli annunci e di passare dalle parole ai fatti» ammonisce Savino Pezzotta, ex segretario generale della Cisl, che ha dato un giudizio «abbastanza negativo e critico» sulla politica economica del governo. «I tagli lineari - ha detto - sono la rinuncia della politica a decidere e scegliere».


diario

5 settembre 2009 • pagina 7

Aveva ricevuto l’ingiunzione di sfratto. Pronti 485mila euro

Sarà lo Speaker della Camera Usa, Nancy Pelosi, ad aprire i lavori

Ricerca, la Gelmini salva l’istituto Montalcini

Il 12-13 settembre al via il G8 dei Parlamenti

ROMA. La scienza finalmente porta a casa una vittoria. Firmata Rita Levi Montalcini. Il suo Ebri infatti è salvo, tutelato dal ministero competente: «Ritengo troppo importante il lavoro dell’Ebri e del premio Nobel Rita Levi Montalcini per poter pensare che le attività svolte da questo centro di ricerca possano interrompersi. L’Ebri è un centro di eccellenza che va tutelato in qualsiasi modo». Lo ha affermato giusto ieri in una nota il ministro Mariastella Gelmini. «Per questo motivo - ha sottolineato - sono già in atto queste tre azioni: creazione di un tavolo tecnico tra il ministero, l’Ebri e la proprietà per verificare la possibilità che l’Ebri possa continuare a lavorare nelle strutture che attualmente utilizza; trasferimento in una sede alternativa: in questo caso, esistono già alcune ipotesi molto concrete per trasferire il centro in altre strutture; è in via di erogazione il finanziamento del ministero da 485mila euro, che ho già firmato e che attende il parere delle commissioni parlamentari, per consentire all’Ebri di proseguire gli studi e le attività di ricerca».

ROMA. Sabato 12 e domenica 13

L’ingiunzione di sfratto ricevuta dall’Istituto Europeo di Ricerca sul Cervello, l’Ebri, «rischia di portare alla distruzione di tutto ciò che ho fatto, dei risultati scientifici ottenuti e del capitale umano eccezionale che lavora all’Ebri». Erano state queste le parole del premio Nobel Rita Levi Montalcini, sul cui istituto di ricerca gravava la spada di Damocle dello sfratto. L’ingiunzione, diceva una nota in una nota, era stata comunicata il 22 luglio scorso dalla Fondazione Santa Lucia, comodante degli immobili, che aveva chiesto il rilascio dei locali entro e non oltre il 30 settembre.

Per l’Unità d’Italia celebrazioni dimezzate Ieri Berlusconi, Bondi e Letta ricevuti da Napolitano di Francesco Capozza

ROMA. La polemica era durata tutta l’estate. «Sulle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia il governo tergiversa» era stato l’allarme dell’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi in una lunga intervista al Corriere della Sera. L’ex inquilino del Quirinale era arrivato addirittura a ventilare le proprie dimissioni dalla presidenza del Comitato per le celebrazioni del 2011 se l’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi non avesse chiarito lo status quo dei preparativi. Non solo, pochi giorni dopo Giorgio Napolitano, successore di Ciampi sul Colle, prima dalle colonne de La Stampa poi nuovamente da quelle del quotidiano di via Solferino aveva fatto eco al presidente emerito chiedendo «al più presto chiarimenti da parte dell’esecutivo». Ancora, in una nota del Quirinale dei primi giorni d’agosto, veniva precisato che «in relazione al dibattito in corso sulle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia si precisa che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nella lettera inviata lo scorso 20 luglio al premier Berlusconi aveva sottolineato come occorra ormai con la massima urgenza un chiarimento: se necessario, un esplicito e preciso ripensamento selettivo, e dunque ridimensionamento del programma di investimenti infrastrutturali, tenendo conto delle disponibilità del bilancio pubblico (Stato, Regione ed Enti locali). E nello stesso tempo, una soddisfacente definizione delle iniziative più propriamente rispondenti al carattere e agli scopi di una seria celebrazione dell’evento. Su questa base ed entro limiti che dovranno e vorranno porsi, certezza delle risorse su cui poter contare».

gli incontri tra il capo dello Stato e il premier), ha così varcato il portone del Quirinale - dopo un’assenza di oltre due mesi - per illustrare al presidente della Repubblica il nuovo programma per le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Un’ora scarsa di colloquio in cui la delegazione governativa ha esposto le iniziative e i fondi messi in cantiere per il 2011.

Fonti del Quirinale (che come prassi ha emanato un semplice e scarno comunicato che dà notizia alla stampa dell’incontro) fanno trapelare che il capo dello Stato ha accettato la richiesta del governo affinché non vengano realizzate opere inutili e costose per celebrare i 150 anni dall’Unità d’Italia, ma piuttosto poche e simboliche realizzazioni, ma con «fondi certi», e ha invitato l’esecutivo a lavorare perché la ricorrenza si onori con «progetti di carattere prevalentemente culturale, pedagogico e comunicativo, diretti a rappresentare e rafforzare la nostra identità nazionale».Va ricordato, infatti, che Berlusconi e altri componenti dell’esecutivo avevano giustificato il ritardo nel rendere noto il piano per le celebrazioni con gli «esuberanti e troppo costosi progetti messi in cantiere dal governo Prodi». Proprio per questo un netto taglio alle opere e alle attività ancora non iniziate (e per la cui copertura, stando al parere del ministro dell’Economia, sarebbe stato difficile trovare i fondi) era stato deciso giovedì nel primo consiglio dei Ministri riunitosi dopo la pausa estiva. «Il premier ha portato in Consiglio un progetto ben più scheletrico rispetto a quello predisposto dal precedente governo guidato da Romano Prodi» ci ha riferito un ministro «secondo Berlusconi non ci saremo stati né con i tempi né con i fondi. Su quest’ultimo punto (i soldi, ndr) il presidente è stato categorico: ogni euro sprecato è un euro in meno a favore dei terremotati». Si annuncia, quindi, una serie di celebrazioni all’insegna del low profile. Sperando che almeno quelle siano portate a compimento in tempo.

Dal Colle fanno sapere che il capo dello Stato ha accettato la richiesta del governo di non realizzare opere inutili e costose

Una vera e propria resa dei conti cui il premier, già evidentemente stressato dai fatti degli ultimi giorni, stavolta non si è potuto sottrarre. Ieri pomeriggio, quindi, la chiamata sul Colle. Silvio Berlusconi, accompagnato dal ministro per i Beni e le Attività culturali Sandro Bondi e dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta (mai assente ne-

settembre si svolgerà a Montecitorio, con la presidenza italiana di Gianfranco Fini, l’ottava riunione dei presidenti delle Camere dei Paesi del G8. Sabato pomeriggio si discuterà dell’impiego delle nuove tecnologie della comunicazione nei rapporti tra Parlamenti e società civile. Relatore sull’argomento sarà il presidente dell’Assemblea francese, Bernard Accoyer. La mattinata di domenica sarà dedicata al ruolo dei Parlamenti nella promozione del dialogo interculturale e dell’integrazione sociale. Aprirà i lavori sul tema la Speaker della Camera Usa, Nancy Pelosi.

Nel pomeriggio è previsto un incontro allargato - per la prima volta nella storia del G8 parlamentare - con i presidenti delle Assemblee di Cina, India, Brasile, Messico, Sud Africa ed Egitto. Il confronto verterà su «Il contributo dei Parlamenti nella lotta al traffico della droga e al crimine organizzato». L’intervento introduttivo sarà del sottosegretario generale delle Nazioni Unite e Direttore esecutivo dell’Ufficio Onu contro la droga e il crimine, Antonio Costa. I presidenti delle Camere dei Paesi del G8 saranno accolti dal presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, nel pomeriggio di venerdì 11, nel cortile d’onore di Montecitorio, ed assisteranno in serata, all’Auditorium, ad un Concerto dell’Orchestra e coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia in occasione dell’11 settembre. Sabato 12 i Presidenti delle Assemblee del G8 saranno ricevuti al Quirinale dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Successivamente si svolgerà un incontro in Campidoglio con il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. In serata è previsto un pranzo ufficiale a Villa Madama, al quale parteciperanno anche i Presidenti delle Camere di Brasile, Cina, Egitto, India, Messico e Sud Africa, con la presenza del presidente del Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi.


economia

pagina 8 • 5 settembre 2009

Recessione. La “crisi” sembra alle spalle: a Londra i ministri economici studiano i tempi della «ripresa lenta»

La caccia al manager L’Europa contro il potere dei businessmen E il G20 vuole un tetto certo per i ”premi” di Gianfranco Polillo segue dalla prima L’ambizione è quella di tracciare, come recita il titolo della manifestazione, «lo scenario di oggi e di domani per le strategie competitive». Non a caso la Cina è rappresentata da Cheng Siwei, dell’Accademia delle scienze, mentre i produttori di petrolio sono rappresentati dal segretario generale della Lega araba: Amre Moussa. Sarà, quindi, interessante osservare lo svolgimento dei lavori e se il loro carattere informale consentirà interventi meno paludati ed in grado di dirimere le vere questioni che sono al centro del cataclisma internazionale.

Diversa per partecipazione e peso politico la riunione di Londra che riunirà i responsabili economici del G20, in vista del successivo vertice di Pittsburgh. Riunione che nasce, già, all’insegna delle polemiche. Angela Merkel, Nicolas Sarkozy e Gordon Brown hanno rubato la scena ai loro rappresentanti, con una lettera che chiede un drastico ridimensio-

namento dei bonus concessi a banchieri e manager. Tema che dovrà essere deciso nel successivo vertice, ma di cui i ministri finanziari dovranno esplorare le possibili strategie operative. Il problema è da tempo all’attenzione dell’opinione pubblica, turbata dal fatto che la crisi non è tale per tutti. Ma che, in essa, i vecchi privilegi non sono stati toccati. Anzi si è verificato il contrario.

Gran parte del recente rally di borsa si spiega, infatti, con le scorrerie corsare di chi – manager e responsabili dei fondi di investimento – non vogliono ri-

nomico. Ma se questa verità fosse ancora attuale, la crisi dovrebbe essere da tempo alle nostre spalle. Il price-earning, vale a dire l’indice che capitalizza i valori futuri dei profitti incorporandoli nelle quotazioni del titolo, ha raggiunto, in molti casi, i valori pre-crisi. E così mentre Lloyd C. Blankefein, amministratore delegato di Goldman Sachs, porta a casa un appannaggio di 42,95 milioni di dollari, il Tesoro americano ha dovuto sborsare 10 miliardi di dollari per turare le falle prodotte dalla sua gestione, che è costata il posto di lavoro a 4.760 dipendenti. Quello di Goldman Sachs

Anche a Cernobbio una platea di politici, tecnici, imprenditori cerca soluzioni. L’obiettivo è ancora lo stesso: evitare che la finanza ancora una volta trascini nella crisi l’economia reale nunciare ai loro lauti appannaggi, ma giocano in quella roulette russa, seppure di dimensione ridotte, che sono i mercati mobiliari. Una volta si diceva che le borse anticipavano il ciclo eco-

non è un caso isolato. Per le grandi banche internazionali e non solo la situazione non è molto cambiata. Come non è cambiata in Italia. Terrorizzati da Giulio Tremonti che, da tem-

po e purtroppo in assoluta solitudine – che dicono la sinistra e il sindacato? – si muove nel solco indicato dai massimi dirigenti europei; le banche italiane sembrano avviate sulla strada del rifiuto. Non sottoscriveranno i bond messi loro a disposizione dal Tesoro, proprio nel terrore che qualcuno possa eccepire sia sulla politica dei dividendi che sugli appannaggi al top management.

Moralismo da quattro soldi: si potrebbe dire. Se non fosse che il conto lo paga, sempre, la povera gente. Scelte di questo genere non sono indolori. Abbassare i coefficienti patrimoniali, rifiutando la mano tesa dello Stato, ha come conseguenza un restringimento del credito all’economia reale. Con un effetto immediato sui livelli di crescita potenziale, sugli investimenti e, quindi, sull’occupazione. Natu-

Al Forum Ambrosetti gli economisti sono d’accordo: non è ancora arrivato il momento dell’ottimismo

«Ma ora attenti a evitare lo spettro della ricaduta» CERNOBBIO. Nella consueta location di Villa d’Este a Cernobbio, sul Lario, è cominciata ieri la trentacinquesima edizione dell’annuale workshop Ambrosetti sul tema ”Lo scenario di oggi e di domani per le strategie competitive”. Si è iniziato alle 8.45 con un programma molto intenso: fra i temi all’ordine del giorno, il quadro economico, sviluppi scientifici e tecnologici, Israele, Palestina, Iraq, Iran, Pakistan e Afghanistan, la nuova leadership americana, e il discorso sull’ambiente intitolato “Cosa è più a rischio: il clima o la libertà? “. Fra gli interventi più attesi, quello del premio Nobel per l’economia Nouriel Roubini, che ha parlato della situazione economica mondiale: “La crisi globale può dirsi superata, ma dobbiamo attenderci una debole ripresa», che per due o tre anni nelle economie avanzate sarà verosimilmente inferiore ai tassi percentuali del 2% o più che abbiamo visto in pas-

di Alessandro D’Amato sato dopo un periodo di recessione ed «esiste il non trascurabile rischio di una ricaduta».

L’economista Jean-Paul Fitoussi, intervistato da Radiocor - dopo che ieri i presidenti di Confindustria, Emma Marcegaglia, e di Bundesverband derl Deutschen Industrie (Bdi), Hans Peter Keitel, avevano inviato una lettera congiunta al presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso, chiedendo di rivedere la regolamentazione sui requisiti patrimoniali delle banche - ha invece fatto notare che «i parametri creditizi fissati dagli accordi di Basilea II saranno probabilmente modificati, ma in peggio». La difficoltà di trovare un accordo unanime tra i vari paesi potrebbe «portare a effetti peggiori» rispetto a quelli derivanti dall’attuale regolamentazione. Ma soprattutto, sul fronte della crisi, in Eu-

ropa e anche in Italia «oggi c’è un po’più di ottimismo. Qualche concreto segnale di ripresa si comincia a intravedere ma ancora molto modesto», secondo il vice presidente di Confindustria, Alberto Bombassei. «Soffriremo ancora qualche mese ma poi le cose cominceranno a migliorare», ha sottolineato ricordando anche l’andamento calante dell’utilizzo della Cassa integrazione rispestto alle richieste effettuate. Dello stesso avviso Fulvio Conti, amministratore delegato di Enel: «Nelle ultime settimane si è visto un rallentamento della caduta dei consumi». Il manager è ottimista: «Sono convinto che ci siano prospettive positive per tornare a crescere». «Il calo dell’attività economica sta rallentando ma ora l’Italia deve recuperare velocemente, ovviando anche al ritardo accumulato», secondo invece l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Corrado Pas-

sera. «Il calo dell’attività economica diminuisce di velocità, ma ora ci troviamo a un livello molto più basso del precedente. Dobbiamo riprenderci velocemente, in più l’Italia ha la necessità di recuperare il ritardo accumulato in questi anni in termini di crescita complessiva, che poi significa più occupazione e più soldi per gli investimenti».

Oggi, nell’ambito della giornata intitolata all’ ”Agenda per l’Europa”, ci sarà l’atteso intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, a seguire del primo ministro francese François Fillon. Fra gli spunti, gli insegnamenti della crisi economica, crescita e competitività, valori, leadership e opinione pubblica in Europa, criticità e prospettive del modello capitalistico, impatti della demografia sulla società. Nella serata, spazio allo speciale di RaiUno condotto da Marco Ravaglioli sul tema «Le nuove regole dell’economia globale».


economia ralmente anche le banche soffrono. Non prestando soldi, riducono i margini per l’intermediazione e quindi i profitti. A meno che questa perdita non sia più compensata, come sta avvenendo, dai maggiori utili finanziari: denaro investito in borsa, sul mercato dei futures e nei mille altri stratagemmi di quel gioco d’azzardo che ne connota il profilo. Che esista un problema etico è difficile negarlo. Né i Governi possono continuare a far finta di nulla. Sono state le proteste popolari, al di qua ed al di la dell’Atlantico, a far da detonatore imponendo cambiamenti di leadership. Non ci sarebbe stata la vittoria di Barack Obama negli Usa o di Yukio Hatoyama, in Giappone, se la misura del “mercatismo”non fosse colma.

Ed è stata proprio questa la molla che ha spinto Francia, Germania ed Inghilterra a vincere ogni resistenza e porre il problema in modo così drastico. Materia non delegabile, quella indicata dalla Merkel, da Sarkò e Gordon Brown. I ministri finanziari, anche qualora non fossero d’accordo – ma non è questo il caso almeno per Tremonti – devono chinare la testa e far buon viso a cattivo gioco. Come si spiega? Da che mondo è mondo, la regola aurea dell’economia di mercato è stata quella della privatizzazione dei profitti e della pubblicizzazione delle perdite. Questa volta, però, si è esagerato. Durante il periodo delle vacche grasse, l’attività finanziaria si è gonfiata come un soufflé. Ed alla fine è scoppiata. Prima della crisi, aveva raggiunto una dimensione pari ad 11 volte il valore del Pil mondiale: secondo i calcoli del FMI. I soli derivati ammontavano a 55 trilioni di dollari. Negli Stati Uniti i profitti delle banche sono cresciuti, nel periodo 2000 – 2006 ad un tasso medio del 16,7 per cento, spiazzando ogni attività di carattere manifatturiero. Al punto che la maggior parte dei profitti cumulati sono, ormai, di origine bancaria. La vera e più forte integrazione dell’economia internazionale, fino alle soglie del mondo globalizzato, è stata, in larga misura, guidata, diretta e foraggiata dal sistema finanziario.

I principali protagonisti dell’economia italiana e mondiale. Dall’alto, Giulio Tremonti, Mario Draghi, Jean-Claude Trichet e Ben Bernanche

Perché tentare di mettervi un freno? Per motivi d’ordine pubblico, si diceva in precedenza. Se il debito pubblico dei principali paesi del G20 supererà, nei prossimi anni, il 100 per cento del PIL: questo si deve in gran parte alle macerie lasciate da quegli eccessi di libertà, che hanno mutato i paradigmi di una corretta gestione. Se lo stipendio dei manager è legato alla contingenza più immediata, la spinta a tentare la fortuna del tavolo verde delle triangolazioni finanziarie, diventa irresistibile. Ecco perché Governi e Banche centrali – compreso il Financial Stability Forum, diretto da Mario Draghi – vogliono metterci un freno.

5 settembre 2009 • pagina 9

Aspettando le riforme in chiave liberista

Quali politiche per la famiglia? di Francesco D’Onofrio segue dalla prima Per le stesse ragioni si è a lungo discusso sul perché l’Italia ha affrontato questa crisi in condizioni complessivamente migliori di Paesi che hanno avuto un equilibrio sbilanciato a favore della finanza rispetto alla manifattura e alla stessa agricoltura. La domanda dunque è stata ed è: si tratta di un’arretratezza italiana rispetto a Paesi più evoluti o di un mix di arretratezza e di specificità positiva nazionale? Sì che la crisi è stata affrontata dall’Italia in termini complessivamente migliori di altri Paesi anche se il futuro rimane non roseo proprio perché le specificità positive italiane non sono state sufficientemente considerate in passato e – quel che più conta – proprio oggi nel contesto di questa crisi.

Due sono le condizioni complessivamente positive che vengono universalmente riconosciute quali strutture sociali e territoriali idonee a consentire la miglior tenuta dell’Italia nel corso di questa crisi: da un lato una strutturale capacità della famiglia italiana ad essere soggetto economico e non solo morale, dall’altro la diffusione sul territorio nazionale di migliaia di comuni capaci di contenere l’effetto potenzialmente dirompente della crisi. Occorre pertanto che – proprio in un momento nel quale sembrano in via di superamento le preoccupazioni più gravi concernenti le conseguenze anche in Italia della crisi finanziaria prevalentemente anglo-americana – appare necessario intervenire con riforme adeguate sia sulla struttura familiare italiana per consentirne ad un tempo tenuta sociale e capacità di spesa, sia sul grande numero di realtà territoriali italiane per fare di esse uno strumento essenziale anche per contenere la temuta disoccupazione in termini socialmente accettabili.

stagione di grande difficoltà perché l’entità del risparmio al quale la sua cultura la porta non è in grado di far fronte alle spese sociali alle quali essa viene chiamata proprio in tempo di crisi. Una riforma anche fiscale della famiglia stessa rappresenta pertanto il modo migliore per far sì che l’uscita dalla crisi – alla quale prima o dopo ovviamente assisteremo – non avvenga lasciando le cose come stanno ma proprio prendendo atto del carattere morale ed economico ad un tempo della famiglia medesima. Ed è in questo contesto che risulta strategico anche un intervento normativo e fiscale ad un tempo sull’intero comparto dell’artigianato: la connessione tra struttura familiare e attività artigiana ha infatti rappresentato un punto di equilibrio non sempre tenuto presente proprio nel passaggio da una struttura prevalentemente agricola ad una struttura prevalentemente industriale, come si è assistito in Italia nei decenni scorsi che sono stati appunto caratterizzati dal tumultuoso passaggio dall’agricoltura all’impresa.

Abbiamo superato la fase peggiore grazie ai ”risparmi”: dobbiamo puntare su quelli

Se non si vuole metter mano strutturalmente a un sistema fiscale fondato sul coefficiente familiare, occorre quanto meno essere consapevoli che la famiglia italiana sta vivendo una

Una riforma che tenga conto

dei rilevantissimi aspetti positivi della struttura familiare italiana proprio nel contesto di questa crisi finanziaria appare pertanto certamente utile durante la crisi e non dopo la medesima: famiglia e servizi sociali da un lato e famiglia e artigianato dall’altro sono pertanto i due suggerimenti di riforme normative e legislative tipiche dell’esperienza italiana in questa crisi. Non vi è dubbio che l’Italia da sola non è in grado di intervenire in modo tale da modificare il corso della crisi finanziaria in atto: le nostre capacità finanziarie si possono tutte giocare soltanto all’interno del contesto europeo e in confronto con gli Stati Uniti d’America. Ma non vi è del pari dubbio che ciascun Paese – e l’Italia tra questi – è chiamato proprio in questi mesi a rilevare le proprie specificità positive, esaltando le quali si può sperare di raggiungere un nuovo equilibrio complessivo in un contesto di globalizzazione quale è il contesto attuale del mondo in cui viviamo.


panorama

pagina 10 • 5 settembre 2009

Miti infranti. La memoria di Gianni Agnelli trova un singolare difensore: il leader della Cgil

Epifani, l’avvocato dell’Avvocato di Francesco Pacifico gnelli è stato uno dei protagonisti della storia italiana della seconda metà del ’900. E come tutti ha fatto cose buone ed errori».Tra i difensori d’ufficio del presunto evasore Gianni Agnelli – e in un collegio che già vanta lo spregiudicato burattinaio Henry Kissinger, l’ex banchiere centrale e presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, l’avvocato d’affari moralizzatore (e moralista) Guido Rossi – si aggiunge anche il leader della Cgil, Guglielmo Epifani. Colui che a suo tempo sarebbe stato la controparte dell’Avvocato.

«A

Per Epifani «colpisce il modo in cui si attacca una persona che non è più in condizione di poter rispondere». E fin qui sarebbe soltanto da ammirare questa prova di garantismo. Se non fosse che la memo-

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

ria di Agnelli è finita nel tritacarne non per gli affari con Libia e Russia, non per la passione per l’altro sesso, ma per presunta evasione fiscale. Per quella che secondo il leader della Cgil è la peggiore piaga della società italiana. E non a caso, come ha ricordato dall’ultima conferenza organizzativa di Siena, contrastarla è «una battaglia civile prima ancora che economica, perché non c’è vera democrazia se non c’è democrazia fiscale». Per Epifani quella al sommerso è la madre di tutte le battaglie. Se non ci fosse il nero si potrebbe porre «rimedio a un siste-

il vizio di nasconderla con la scusa di non riuscire ad arrivare alla fine del mese – va trattato alla stregua del peggiore bancarottiere. Ma se a portare i soldi in Svizzera invece è l’Avvocato, il discorso cambia.

Anche perché parliamo di uno che poteva vantare un «grande rapporto con Luciano Lama, la correttezza che ha sempre avuto con la Cgil». Di un amico del movimento operario. E poco importa se – qualora fosse provata l’evasione fiscale – quei due miliardi portati in Svizzera sono pari a quelli che il governo Berlusconi ha messo a disposizione per le rottamazioni auto. Soldi senza i quali Marchionne avrebbe ridotto la produzione e la forza di lavoro in Italia.Si dirà che Guglielmo Epifani non è nuovo a strappi con le vecchie liturgie sindacali. Che da vero riformista (era un socialista craxiano) ha la forza di battersi per la memoria di un imprenditore buono. Eppure dovrebbe sapere che alla Cgil non conviene mai fare patti con la Fiat: nell’86, quando Prodi voleva vendere l’Alfa Romeo alla Ford, la Fiom di Torino ruppe i rapporti con quella milanese pur di appoggiare gli Agnelli. Di lì a una decina d’anni gli impianti di Arese diventarono archeologia industriale. Di lì a vent’anni le tute blu di Corso d’Italia persero la maggioranza dei delegati a Mirafiori.

Il sostegno incondizionato alla Fiat non ha mai portato bene al sindacato. Tanto meno ora, quando in ballo c’è una sospetta evasione fiscale ma fiscale straordinariamente iniquo per lavoratori dipendenti e pensionati». Senza la «persistenza significativa di fenomeni di evasione ed economia sommersa» ci sarebbero i soldi per i più deboli (chiaramente salariati) così come quelli necessari per realizzare le opere pubbliche. Creando in questo modo tanti posti di lavoro. Di più, al governo che si lamenta di non avere risorse, il nostro ricorda appena può che si possono recuperare soldi con la lotta all’evasione, che però non può appartenere all’ex tributarista dei grandi gruppi, Giulio Tremonti. In questa logica, il piccolo imprenditore del bergamasco, la partita iva del trevigiano o l’artigiano piemontese – gente che qualcosa al fisco ha

Il 26 settembre Capri premia una leggenda del calcio: il più grande di tutti

Maradona è meglio di Pelè. E Di Stefano? a domanda - chi è il maggior calciatore di tutti i tempi? - non mi garba molto, ma la risposta che si fornisce dà la possibilità di avviare un discorso sul gioco del calcio che attraversa la Storia. Il confronto è limitato a due fuoriclasse: Pelé e Maradona. Si sa che ci sono due «scuole di pensiero»: quella brasiliana e quella italo-argentina (o argentino-napoletana). Personalmente propendo per ’O Rey: più completo, più classico, più bravo. Maradona, pur geniale, rimane dietro. Ma tra Pelé e Maradona c’è un terzo giocatore che chi ha qualche anno in più ricorderà, almeno per averne sentito parlare: Alfredo Di Stefano. C’è una terza scuola di pensiero - in Italia il capofila è Italo Cucci, grandissimo sostenitore di Alfredo Di Stefano - che riconosce nel giocatore argentino, che giocò però in tre diverse nazionali, il calciatore più bravo di sempre. Di questa scuola di pensiero farà parte, forse, anche qualche organizzatore del Premio San Michele visto che il 26 settembre a Capri Alfredo Di Stefano, che oggi ha 83 anni, riceverà il riconoscimento che ogni anno è consegnato alle personalità che hanno raggiunto i più alti traguardi. Ma, forse, c’è anche un elemento patriottico e di no-

L

stalgia nella consegna del premio caprese alla Saeta rubia - la “folgore bionda” perché era velocissimo e presente in ogni parte del campo -: il nonno e il padre di Alfredo Di Stefano erano proprio di Capri.

Il nome vero del fuoriclasse argentino naturalizzato spagnolo è Alfredo Estèfano Di Stefano Laulhé. La sua media di gol è sbalorditiva. Segnava molto perché controllava il pallone con grande maestria con entrambi i piedi - lo stesso dicasi per Pelè, mentre Maradona aveva un solo pibe de oro -: aveva solo 21 anni quando partecipò alla Coppa America e la vinse segnando ben sei reti. La sua consacrazione definitiva - dopo aver vinto campionati in Argentina e Colombia - si avrà nel 1953 con il passaggio al Real Madrid. Un passaggio che va ben oltre il

semplice ingaggio sportivo: sembra che il generale Francisco Franco intervenne per evitare l’approdo di Di Stefano al Barcellona, squadra le cui vicende societarie erano legate a tensioni separatiste. In quella squadra Alfredo Di Stefano diventa la guida di un vero e proprio squadrone: lì giocavano Puskàs, Gento, Kopa. Una delle squadre più forti di tutti i tempi, una squadra che era già leggenda quando ai suoi tempi. Con la maglia del Real il giocatore di origini capresi vinse 8 campionati, una Coppa del re, 5 Coppe dei campioni consecutive, una Coppa intercontinentale e segnò 418 gol in 510 partite. Nella Coppa dei campioni Di Stefano ha un record che risulta difficile se non impossibile eguagliare: è l’unico giocatore ad aver realizzato almeno un gol nelle cinque finali

disputate e vinte. Ma perché un giocatore che giocava come un dio non vinse mai i Mondiali? Semplicemente perché, per una serie strana di circostanze, non vi partecipò mai: nel 1950, ad esempio, l’Argentina decise di non prendere parte al campionato in Brasile e nel 1962 si infortunò poco prima dell’inizio del torneo. Eppure, nel 1957 e nel 1959 vinse il Pallone d’oro. Helenio Herrera disse di Alfredo Di Stefano: “Se Pelè era, nell’orchestra, il primo violino, Di Stefano era l’orchestra”.

Nell’agosto del 1963 a Caracas il giocatore, famosissimo, venne sequestrato da parte di esponenti filo castristi: venne poi rilasciato 56 ore dopo, bendato, nei pressi dell’ambasciata spagnola. Qualche mese dopo, in ottobre, a Wembley, Di Stefano è capitano del Resto del mondo nella partita contro l’Inghilterra. Quella squadra merita il ricordo: Jasin, Djalma Santos, Schellinger, Pluskal, Popluhar, Masopust, Kopa, Law, Di Stefano, Eusebio, Gento. Assente Pelè per infortunio (fatto fuori dagli inglesi nell’incontro dei Mondiali, altrimenti non avrebbero vinto il titolo). Il 26 settembre a Capri c’è la storia del calcio in persona.


panorama

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Credito. In un’intervista al “Financial Times”, il numero uno di Intesa annuncia: «Faremo a meno dei bond governativi»

E alla fine Passera voltò le spalle a Tremonti di Alessandro D’Amato otremmo andare avanti con il nostro piano di emettere 4 miliardi di Tremonti-bond. Ma potremmo anche dire no o decidere di emetterne solo una parte». Corrado Passera, lo dichiara al Financial Times, e la Borsa festeggia con un balzo del titolo anche se è lo stesso amministratore delegato di Intesa ad andarci cauto: «Il Consiglio prenderà una decisione alla fine del mese sulla base dell’andamento del mercato, dei nostri risultati e della possibilità di conseguire le cessioni di asset che abbiamo in programma. Ma molti investitori: molti di loro, sarebbero contenti se, considerato il loro costo, non emettessimo i Tremonti-bond. Gli strumenti sono diventati, nelle attuali condizioni di mercato, piuttosto costosi. Ma non penso che il governo cambierà i termini delle emissioni».

«P

ressi che in termini di obbligazioni verso il mondo delle imprese, che – secondo le intenzioni di Tremonti - era il vero destinatario del prestito.

Insomma, Intesa, secondo alcuni maligni la più ”governativa” tra le nostre banche, è la prima a chiamarsi fuori dal patto non scritto tra ministero dell’Economia ed istituti di credito, suggellato dalla famosa

E invece Passera ha cambiato idea, per un motivo molto semplice: non gli conviene.“Intesa il Tremonti bond lo ha subìto, non chiesto – dice un analista – praticamente, si è trovata nella stessa situazione delle banche sane Usa a cui hanno imposto i Tarp. L’obbligazione è onerosa sia in termini economici che politici. Lo spread sul LIBOR da pagare lo rende costoso (quasi) il normale collocamento sul mercato dei capitali di un bond dalle stesse caratteristiche. E in più le banche che accettano dovrebbero sobbarcarsi tutte le misure di agevolazione alle imprese, il cui costo è di fatto un’incognita. A Ca’ de Sass, semplicemente, si sono fatti due conti“. Insomma, meglio andare al limite sul mercato obbligazionario per finanziarsi, che ricorrere all’aiutino di Stato. E a seguirla nella decisione, a sorpresa, potrebbe essere anche Unicredit, dipinta come la “grande malata” del settore. È

Il Consiglio deve ancora ratificare la decisione che potrebbe riaprire il fronte di scontro tra il mondo delle banche e il Superministro riunione che l’11 marzo, nei saloni di Villa Madama, vide sfilare il gotha finanziario italiano (con in prima linea Corrado Faissola, presidente dell’Abi, e a seguire i vari Salza, Doris, Saviotti, Abete, Carraro, Nagel, Mussari, oltre allo stesso Passera e ad Alessandro Profumo). Tutti insieme appassionata-

mente per suggellare il varo dei bond governativi messi a disposizione per rinforzare il patrimonio delle banche, sfibrato dai crolli di Borsa. All’epoca sembrava che gli istituti di credito non potessero fare a meno dell’aiutino del governo, ed erano disposti a pagarlo a caro prezzo: sia in termini di inte-

Conti. Secondo una ricerca della Cgia di Mestre, i debiti degli italiani sono i più bassi d’Europa

La crisi si risolve in famiglia di Dario Ferri ormichine d’Europa. Le famiglie italiane continuano a distinguersi nel Vecchio Continente per l’elevato senso del risparmio, anche e soprattutto adesso che la crisi morde e potrebbe spingere a indebitarsi anche solo per la sussistenza. Così, mentre in tutta Europa salgono vertiginosamente i debiti contratti e le richieste di prestiti, noi riusciamo ancora a tenere sotto controllo le nostre finanze con un minore carico di prestiti da onorare agli istituti di credito. E in più abbiamo una quota di risparmio familiare ancora molto elevata, tanto da poter fronteggiare ancora le emergenze.

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meri: ogni famiglia italiana ha un debito medio pari a 21.270 euro, contro i 36.150 euro della Francia, i 37.785 euro della Germania, i 55.886 euro della Spagna e i 63.447 euro del Regno Unito. «Ma il distacco rispetto ai principali competitors europei - spiega Bertolussi - risulta ancor più interessante e, ovviamente ancor più confortante, quando viene posto l’accen-

Noi abbiamo un debito medio di 21.270 euro, contro i 36.150 dei francesi, i 37.785 dei tedeschi, i 55.886 degli spagnoli e i 63.447 degli inglesi

A scattare la fotografia sui bilanci familiari dei Paesi più importanti del Vecchio Continente, e in particolare sui loro scoperti finanziari in rapporto al prodotto interno lordo, e’ un’indagine condotta dell’Ufficio Studi della Cgia di Mestre. Insomma, «tiriamo la cinghia ma siamo i meno indebitati d’Europa», dice Giuseppe Bortolussi, il segretario dell’associazione degli artigiani. Prima di tutto i nu-

to sull’indebitamento di tutte le famiglie in rapporto al Pil». Si scopre, così che i 524 miliardi di euro di debiti dei nuclei familiari italiani incidono sul Prodotto interno lordo per il 34,2%. Un valore ben lontano da quello rilevato in Francia dove gli oltre 942 miliardi di euro fanno arrivare questo rapporto quasi al 50%, ma soprattutto rispetto ai rapporti più eclatanti che giungono da Germania, Spagna e, soprattutto dal Regno Unito, dove l’indebitamento delle famiglie, pari a 1.605 miliardi di euro, incide per più del 100% del Pil. «Percentuali, rapporti e numeri asso-

luti che - conclude Bortolussi - non lasciano dubbi: il nostro Paese nonostante la profonda crisi sul fronte dell’indebitamento familiare continua a reggere il confronto europeo, e sicuramente il nostro evitare di ricorrere al prestito facile come avviene invece in altri Paesi, rappresenta un punto di forza delle famiglie italiane in un periodo economico e soprattutto finanziario critico, come quello che stiamo attraversando».

In più, bisogna notare che, sulla base dei dati della Banca d’Italia, la ricchezza complessiva delle famiglie resiste anche all’urto della crisi economica e ammonta a oltre 8mila miliardi di euro. Tra le attività reali, la parte di valore più importante è occupata dalle abitazioni (55,7% della ricchezza totale), mentre quelle finanziarie (cartamoneta, depositi bancari, risparmi postali, titoli, azioni), rappresentano complessivamente il 40% del patrimonio delle famiglie. Per le passività, in primis ci sono invece i mutui per l’acquisto della casa e i prestiti a medio-lungo termine: all’inizio del 2009 il loro volume si attesta al 6,7% del totale. La ricchezza netta per famiglia, quindi, è mediamente 339mila euro.

vero che le banche hanno ancora in bilancio una marea di prodotti ad alto rischio minusvalenza, ma finché non saranno costrette a fare mark to market (cioé, a iscrivere ai valori di mercato i titoli), possono stare in piedi benissimo grazie alla liquidità della Bce. Un discorso che non vale per il Banco Popolare e il Monte dei Paschi di Siena, che invece del Tremonti bond non possono fare a meno.

E poi c’è la questione politica da non sottovalutare. Va bene che Passera è stato il banchiere preferito di Palazzo Chigi (visto anche come ha risolto il problema Alitalia), ma non bisogna dimenticare che il presidente di Intesa è pur sempre quel Giovanni Bazoli che vede l’attuale maggioranza come il fumo negli occhi. E di legarsi mani e piedi a un “nemico“, per una “semplice” questione di liquidità, non è che ne avesse grande voglia: è significativo che alla riunione dell’11 marzo i grandi assenti fossero proprio lui e Geronzi. E che oggi, di fronte all’annuncio di Passera, sia il più felice di tutti. Intesa ha le mani libere, e questo non può fargli che piacere.


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l clic avvia il download e “scarica”la coscienza. Internet e televisione globalizzano la solidarietà, ma in un mondo così tecno-globale cresce anche il rischio di anestesia. Uiguri, Kivu, Myanmar, Lhasa, Darfur, Mussavi, Farc, Mend, Puntland, Falung Gong, Shebab, Pyongyang, Beslan… Quanti riconoscono o ricordano queste strane parole? A quale parte del mondo si riferiscono, a quali drammi corrispondono? Eppure hanno investito con forza le nostre vite, hanno suscitato le nostre emozioni, probabilmente hanno raccolto la nostra solidarietà. Di cui forse l’unica traccia è rimasta in un angolo di qualche social network. D’altro canto a dare il cattivo esempio ci pensano anche i grandi del mondo, che si lanciano in roboanti dichiarazioni e grandi promesse quando la crisi è di moda, e se ne lavano sostanzialmente le mani quando i riflettori si spengono.

I

Più di quanto sia mai avvenuto prima nella storia, la tv, supportata dai vari mezzi di produzione di filmati fai-da-te, ci porta immediatamente nel salotto di casa le crisi del mondo, le repressioni, le persecuzioni, le rivolte, le proteste civili. Abbastanza da suscitare le nostre emozioni, la nostra empatia con sofferenze di popolazioni lontane di cui ignoravamo anche l’esistenza, e che ora ci sembrano fratelli. E le nuove tecnologie non ci rendono solo passivi, ma ci permettono anche di essere in qualche modo attivi e fattivi. Su tutte regna sovrana Internet, che oltre a mettere in circolo le notizie, permette di organizzare eventi. E soprattutto di organizzare la solidarietà. E specialmente sui social network è tutto un fiorire di gruppi di

sostegno alle cause del momento, e nei propri profili compaiono i simboli solidali con i vari manifestanti e oppressi. Specie se si tratta dei colori, una comunicazione facile da usare.

Un mese siamo tutti arancioni, un altro tutti rossi, poi tutti verdi. Portiamo (realmente o virtualmente poco conta) quel fiocco, poi l’altro, poi un altro ancora. Ma forse dimentichiamo troppo facilmente che mentre cambiamo i colori della solidarietà come fossero biancheria, le situazioni con cui solidarizzavamo non sono cambiate. Sono solo scomparse dalla prima pagina, cadute nel dimenticatoio per essere sostituite da quelle che danno un titolo più forte. È un fenomeno da analizzare perché ci sta cambiando: le nuove tecnologie ci danno più informazioni, ci rendono più consapevoli, ci globalizzano, e questo è un gran bene, ma poi troppo spesso le usiamo scegliendo soluzioni che forse ci lasciano più indifferenti di prima, ci anestetizzano. Ci mettono a posto la coscienza in modo che possiamo dire che abbiamo fatto il nostro, ma in realtà così finiamo con l’impegnarci ancor meno di prima. Un clic non costa niente, non si nega a nessuno, ma con il download della solidarietà troppe volte finiamo per “scaricare”anche la coscienza. Certo, sia chiaro: non possiamo farci carico di tutti i dolori e i problemi del mondo, è realmente impossibile. Ma certo noi giornalisti e noi cittadini qualcosina di più potremmo fare. Già cercare di capire, a mio avviso, sarebbe un grande sforzo che può dare risultati utili. Uscire dal provincialismo italiano per conoscere la realtà è un grande passo avanti. Spesso però non ci aiutano i leader politici occidentali, troppe

Iran, Congo, Nigeria, Darfur, Somalia, Sri Lanka, Myanmar, Tib ci mettono poco ad attirare l’attenzione dell’opinione

La memoria co volte guidati più dalla demagogia che dalla realpolitik, e figuriamoci in che angolo viene relegato l’idealismo. Non si contano le roboanti dichiarazioni di intenti umanitari di fronte a questa o a quella crisi (si pensi al Darfur), cui non segue nessun impegno serio e tanto meno una solu-

mani mihi alienum puto, “sono umano, nulla di umano ritengo a me alieno”. Ecco dunque che se guardiamo al mondo nel suo complesso, e non solo attraverso i singoli spicchi di volta in volta di modo, ci accorgiamo che i problemi aperti sono davvero tanti, e che non è vero che non li cono-

Approfittando della distrazione estiva, l’Onu è arrivata a sostenere che la guerra in Darfur è finita. Peccato che la regione sia distrutta, la popolazione traumatizzata e l’economia azzerata zione, mentre passata la bufera si è pronti a tornare a fare affari con i “cattivi” (eclatante il caso della Cina, anche se bisogna ammettere che il Paese forse meno democratico del mondo e dove trovano scudo molte delle crisi in corso è però essenziale oggi sul piano economico, e con la realtà bisogna pur fare i conti).

Resta comunque il fatto che anche noi “umani semplici” potremmo forse fare un clic di meno on line e avere un briciolo di consapevolezza in più. Il fatto è che per ottenere qualcosa, anche poco, il prezzo da pagare, personalmente, è un po’più alto del costo di un abbonamento internet. Magari con una rinuncia, o con uno stile di vita. E questo vale per gli Stati come per i singoli umani. Dico umani perché penso a Terenzio: Homo sum, nihil hu-

sciamo. Inoltre è evidente come l’attuale congiuntura geopolitica e la crisi economica hanno aumentato quei problemi. Qualche piccolo esempio per far tornare alla memoria situazioni che per qualche settimana L’estate sembra aver quasi cancellato la crisi iraniana. A luglio ci siamo lasciati immersi nell’onda verde, e tutti i leader mondiali - seppur a fatica - avevano espresso orrore per la repressione e dubbi sulle autorità di Teheran. Ora ci ritroviamo che di Iran non si parla quasi più, che Ahmadinejad è saldamente presidente eletto e minaccia ritorsioni verso gli oppositori, che gli unici contrasti che gli vengono partono da altri gruppi conservatori e repressivi, mentre i difensori dei diritti civili sono morti, in prigioni, a processo. Se l’Iran sembra essere meno di

moda da noi, in realtà in quel Paese il peggio sembra dover ancora arrivare, con i gruppi di potere vittoriosi che vogliono vendicarsi di chi li ha contrastati spazzandolo via lontano dai riflettori. Cosa che può riuscire nel silenzio. O che può provocare una nuova protesta sempre più disperata e potenzialmente violenta, che potrà portare sangue e caos in Iran mentre lo smemorato e distratto occidente tornerà a dire che non se l’aspettava.

Eppure per evitarlo potrebbe bastare essere presenti e attivi adesso e con costanza. Ma le mode passano. Intanto i potenti parlano di inasprire un po’le sanzioni ma si trovano di fronte a veti e interessi incrociati, e molti continuano a prosperare grazie agli affari con quel regime e con altri simili. E la preoccupazione per l’atomica assorbe molte energie ma si è di nuovo pronti a stare al gioco di Teheran di proposte e controproposte che sembrano servire solo a far passare tempo e a consolidare il governo. Ed è quasi certo che tra qualche giorno il presidente iraniano sarà di nuovo all’Assemblea delle Nazioni Unite per dare lezione della sua visione del mondo. Allo stesso modo potremmo ricordare il Darfur, terra di grande sfilata di star solidali, e di quasi nessun serio intervento politico. Siamo arrivati al punto che ad agosto, nella distrazione estiva, alcuni funzionari Onu sono giun-


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bet, Cecenia, Colombia: nell’era di Internet e dei social network, le crisi umanitarie e pubblica mondiale. Ma ci mettono ancora meno a scomparire nell’oblio...

orta dell’Occidente di Osvaldo Baldacci ti a sostenere che la guerra in Darfur è finita. Potrebbe sembrare una buona notizia, e da certi punti di vista forse è anche vero. Il problema è certo non è finita la crisi. Se la guerra è davvero finita - se - lo è per esaurimento di vittime. La regione è distrutta, la popolazione traumatizzata praticamente è concentrata nei campi profughi e nei centri urbani, accompagnati fa organizzazioni umanitarie e forze Onu, che però non sono in grado di mettere un piede fuori dai recinti. L’economia della zona è azzerata, nelle campagne dominano incontrastate quelle milizie che sono state responsabili di centinaia di migliaia di morti.

Tutto questo pochi mesi dopo che il Tribunale Internazionale dell’Aja è arrivato fino ad emettere un mandato di cattura persino per il presidente sudanese Bashir: il solito ruggito del coniglio, un atto forse improvvido che può aver esasperato la situazione invece che contribuire a risolverla. Fatto sta che resta un atto ufficiale del Tribunale Internazionale: con quali risultati? Zero. Solo il tempo di cadere nel dimenticatoio portando con sé tutta la drammatica situazione umanitaria e politica del Darfur, alla faccia di tutte le dichiarazioni dei potenti, a partire anche da Obama e da Hillary Clinton, che soprattutto in campagna elettorale del Darfur avevano parlato molto.

Peraltro restando in Africa di casi del genere ce ne sono molti: non tanti sanno che la guerra forse più sanguinosa degli ultimi anni è quella civile in Congo, con milioni (!) di morti.

Qui l’indifferenza è ancora più evidente, ma qualche volta immagini di profughi e di violenze sono riuscite a bucare i nostri video e farci un po’ commuovere, ma pretendere che continuiamo

pri pogrom anticristiani, di cui a volte abbiamo lontani echi: eppure l’ultimo è di poche settimane fa, e la storia ci dovrebbe insegnare che se non si fa qualcosa il prossimo potrebbe essere già in vista. E poi la Somalia: solo le condizioni del tempo ora tengono fermi i pirati, ma presto il mare tornerà a essere insicuro, peraltro con conseguenze dirette sui prezzi delle merci dei nostri mercati. Eppure quanto ci incu-

Cinque anni fa Beslan fu il teatro di una orribile strage di bambini. Anche oggi il Caucaso è violento, con attentati e scontri quotidiani dall’Inguscezia alla Cecenia al Daghestan a seguire quella situazione è forse troppo. Per inciso, le cose vanno oggettivamente un po’ meglio negli ultimissimi mesi, ma il rischio di nuove violente fiammate che investano popolazioni stremate e dimenticate è sempre alto. Poi c’è la Nigeria, con due focolai pericolosi e che tra l’altro dovrebbero interessarci un po’ più da vicino: nel sudest c’è la crisi del petrolifero Delta del Niger, con i ribelli del Mend che attaccano piattaforme e prendono ostaggi, anche italiani (la buona notizia è che in questi giorni si è aperta una trattativa con due gruppi ribelli); nel nord ci sono fondamentalisti islamici che impongono leggi violente e periodicamente procedono a veri e pro-

riosiscono le gesta dei pirati, tanto ci dimentichiamo che esse scaturiscono da una situazione politica, sociale e umanitaria drammatica in tutto il Corno d’Africa, con un Paese come la Somalia allo sfascio nell’indifferenza generale, con decine di morti ogni giorno, e con una preoccupante instabilità che si innesta su problemi seri dei Paesi vicini, dall’Etiopia all’Eritrea, dal Kenya allo Yemen, Paese quest’ultimo stressato dal continuo arrivo di profughi africani ma soprattutto impegnato in un’altra crisi dimenticata, la guerra civile in questi giorni violentissima tra il governo e diversi gruppi ribelli. Alcuni dei quali di matrice islamista, capaci in teoria di saldarsi con gli She-

bab somali e chiudere il Mar rosso in una stretta fondamentalista che non ci può lasciar indifferenti. Ma evitiamo ora di parlare di altre crisi più note seppur mai abbastanza, come l’Iraq, l’Afghanistan, il Pakistan (ma non senza far notare quanto maggior interesse c’era sull’Iraq quando la “colpa” poteva essere data agli americani, mentre ora che la situazione rischia di essere anche peggiore vale però il detto “lontano dagli occhi lontano dal cuore”). Riserviamo un breve cenno alla situazione dello Sri Lanka, dove anni di impegno occidentale per mediare una pace tra cingalesi e tamil è quest’anno naufragato nel sangue dell’offensiva governativa che se da una parte sembra aver posto fine alle ostilità ha quanto meno causato orde di sfollati e di discriminati almeno potenziali. Ma veniamo a situazioni che innegabilmente hanno attirato la nostra attenzione, sono state protagoniste non solo di prima pagine e telegiornali ma anche di talk show e di grandi e sentite manifestazioni di solidarietà.

Penso alla Cina e al Myanmar, l’ex Birmania. Myanmar, forse oggi avremmo difficoltà anche a localizzarla sulla cartina. Eppure ricordate le processioni di monaci che si univano pacificamente alle proteste per chiedere pane e liberazione di prigionieri, più ancora che per rivendicazioni politiche? Ricordate gli elenchi di

monaci (e non solo) spariti, le denunce di torture, le immagini dei corpi sanguinanti riversi nelle paludi? Ricordate i drappi rossi e arancioni, le candele alle finestre, le foto, le altre manifestazioni simili che hanno tenuto banco in quei giorni così come accaduto in altri casi simili? Forse che sparendo dalle nostre televisioni quelle situazioni si sono risolte? Tutt’altro: i manifestanti sono stati condannati, la giunta socialmilitare ha inasprito i suoi comportamenti, la nota dissidente politica San Suu Ki è stata condannata a 3 anni di lavori forzati commutati in 16 nuovi mesi di arresti domiciliari, e questo non perché lei abbia fatto qualcosa, ma perché un attivista straniero è entrato di forza in casa sua. Grande l’indignazione della comunità internazionale, ferma la condanna del segretario dell’Onu Ban Ki Moon, che è andato anche in Birmania.

Risultati, zero: persino le sanzioni sono state bloccate dal voto contrario di Paesi come la Cina, la Libia, il Vietnam. Nel frattempo il regime in questi giorni ha scatenato una cruenta offensiva militare contro alcune minoranze del nord del Paese. Non che in Cina vada meglio. Eppure il Tibet ha almeno la fortuna di essere alla moda. Eppure dopo l’interessamento per le proteste e la repressione dello scorso anno, cosa è cambiato? Solo che monaci e dissidenti sono stati loro ad essere condannati, e il controllo politico, sociale e demografico di Pechino sul Tibet si è fatto più serrato, procedendo sulla via dell’annichilimento culturale della regione. Esattamente come accade nello Xing Jang, la terra degli uiguri e delle violenze scoppiate poco più di un mese fa. Proteste e scontri che per la prima volta sono riuscite a bucare la censura cinese e hanno commosso il mondo, ma per pochi giorni. Ora quei nomi tornano a essere impronunciabili, intanto 200 dissidenti al scorsa settimana sono stati condannati da Pechino. E potremmo continuare: ricordate Ingrid Betancourt, ostaggio delle Farc colombiane liberata e di fatto autocandidatasi al Nobel per la pace? Siamo contenti per lei, ma passato il suo caso delle centinaia di sequestrati tra Colombia,Venezuela e dintorni non parla più nessuno, così come delle gravi crisi sociali e umanitarie di quelle zone violente e quanto mai politicamente a rischio. Solo una carrellata, da concludere con due righe su Beslan, di cui ricorre il quinto anniversario: un orribile strage di bambini nel Caucaso violento. Caucaso che anche oggi è violento, con attentati e scontri quotidiani dall’Inguscezia alla Cecenia al Daghestan. Mentre le truppe russe restano ben piantate in Ossezia e Abkhazia, territori che solo un anno fa hanno tolto alla Georgia con una guerra.


mondo

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Comunicazioni. Enormi interessi economici e una situazione di monopolio di fatto delle tlc. Ecco i nuovi ostacoli per Putin

Zitti e... Mosca La telefonia via internet e la libertà che rappresenta turbano il sonno del governo russo di Massimo Ciullo n Russia è scoppiata la “guerra della telefonia”: sotto accusa sono finiti operatori come Skype o Icq, accusati di concorrenza sleale e minaccia per la sicurezza. Una delle più potenti lobby economiche russe ha intrapreso una battaglia contro i provider esteri che consentono di utilizzare la Rete per effettuare telefonate (anche gratuitamente) utilizzando il sistema Voip (Voice over internet). Le compagnie russe di telefonia hanno chiesto l’intervento del governo affinché introduca una regolamentazione per i servizi telefonici come quelli offerti, ad esempio, da Skype. Ma più che una regolamentazione, ai giganti russi sembra interessare una restrizione della possibilità di utilizzare software che consentono di risparmiare sulle telefonate effettuate via Internet. La tesi sostenuta dagli imprenditori russi è che i fornitori di servizi Voip alterano il mercato adottando comportamenti di concorrenza sleale. La chia-

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mata in causa delle autorità ha messo in allerta sia gli utenti sia i management della telefonia via internet.

Per loro, le doglianze delle imprese di telecomunicazioni sono pretestuose e mirano ad ottenere un regime protezionistico, che porterebbe, questo sì, ad

un’alterazione della concorrenza. Non contenti, i giganti delle compagnie telefoniche hanno anche messo la pulce nell’orecchio del governo, sostenendo che i servizi Voip sfuggono ai controlli degli apparati di sicurezza. L’appello alle autorità è partito dalla Russian Union of Industrialists and Entrepreneurs (Rspp), che in un Forum indetto dall’Unione dei deputati

russi, ha presentato un documento dove viene evidenziata la presunta concorrenza sleale messa in atto dai provider tipo Skype. «La maggior parte dei marchi operanti sul territorio russo, come Skype e Icq, sono di origine straniera, ed è necessario proteggere l’industria nazionale in questo settore» si legge nel documento diramato dalla Confindustria russa. Secondo le previsioni della Rspp, le comunicazioni Voip sono destinate ad estendersi al 40 per cento del mercato russo entro il 2012. Si tratta senza dubbio di un’esagerazione. «Nella maggior parte dei Paesi, i servizi Voip sono usati principalmente per le chiamate a lunga distanza o internazionali e tendono ad avere un impatto minore sulle chiamate locali o su quelle della telefonia mobile» ha assicurato William Boscoe, esperto della International Business Monitor. «Data la grande ampiezza della Russia, la telefonia a lunga distanza è senz’altro un business molto redditizio. Tuttavia, il 40 per cento (di telefonia

In campo anche i giganti russi del settore, che sembrano interessati a ottenere una restrizione totale della possibilità di utilizzare software che consentono agli utenti di risparmiare molto Voip) appare esageratamente ottimistico».

Allo stesso modo, anche gli operatori di telefonia mobile sono apparsi abbastanza riluttanti nel concedere questa ampia fetta di mercato ai loro competitor, e hanno deciso di istituire un gruppo di lavoro incaricato di elaborare proposte

per il quadro giuridico dei servizi di telefonia Ip. Esiste già un precedente: in Germania il colosso T-Mobile, agli inizi dell’anno, ha deciso di eliminare l’applicazione Skype sugli IPhone, brandizzati con il suo marchio, sostenendo che causava conflitti con il software del cellulare. Ma l’appello degli operatori russi al governo è di

Una nuova legge permette alla polizia di aprire - senza limiti - la corrispondenza privata. Come ai tempi del Kgb

E il Cremlino rispolvera la censura sovietica l timore di un ritorno ai tempi bui dell’Unione Sovietica inizia ad espandersi a macchia d’olio nella società civile russa. Una disposizione del Ministero delle Comunicazioni di Mosca ha messo in allarme media, organizzazioni non governative e normali cittadini, che potrebbero incappare nella occhiuta vigilanza dei servizi di sicurezza del Cremlino. Col pretesto della sicurezza, in Russia, potrà essere violato il diritto alla riservatezza della corrispondenza. Dalla fine di luglio, tutti gli uffici postali federali sono obbligati ad adoperarsi per consentire ai membri dei servizi di sicurezza di ispezionare - ed aprire - lettere e pacchi. La disposizione, scaturita da una nota interna del Ministero delle Comunicazio-

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ni, ha causato un certo clamore tra i media e all’interno dei gruppi che operano a favore dei diritti umani, che paventano un’invasione della privacy come ai vecchi tempi dell’Urss. Ma la vera minaccia non arriva dalla legge in sé, quanto dalla sua reale applicazione o più spesso violazione. A partire dalla scorsa settimana, membri dell’Ufficio federale di sicurezza, polizia, ed altri organismi di sicurezza sono autorizzati ad aprire le lettere e i pacchi in apposite stanze degli uffici postali, dove non possono accedere né i privati cittadini e nemmeno il personale delle Poste.

Lo scopo del ministero delle Comunicazioni, con l’ordinanza numero 65, in accordo con un comunicato stampa

del ministero, è quello di fornire «capacità tecnologiche per le attività di ricerca delle autorità». Ciò fondamentalmente significa stanze chiuse - che in epoca zarista erano chiamati “uffici neri” - dove gli incaricati di qualsiasi agenzia che stia conducendo indagini possono aprire, indisturbati, la corrispondenza dei privati cittadini. Inoltre, i servizi di sicurezza hanno ora anche accesso ai database degli uffici postali, che raccolgono dati sensibili come gli indirizzi o l’utilizzo del sistema postale da parte dei privati. Naturalmente tutto ciò ha suscitato le reazioni scontate delle organizzazioni per il rispetto dei diritti umani. Lev Ponomarev, il responsabile di Human Rights, ha dichiarato che il provvedimento del Ministero è

«totalmente inaccettabile e incostituzionale». Il leader della ong ha anche annunciato che ha preparato una lettera aperta per il presidente del governo russo Dmitry Medvedev.

In prima battuta, l’ordinanza emanata il 19 maggio scorso non faceva riferimento al fatto che spiare ed aprire la corrispondenza è espressamente vietato sia dalla Costituzione russa sia dalla legge sulle comunicazioni postali. Ma nonostante le garanzie costituzionali sulla “riservatezza della corrispondenza”, niente di tutto ciò è attualmente illegale, visto che le “autorità ricercatrici”hanno ottenuto una garanzia da parte dei magistrati. Agenti dei servizi, come molti loro colleghi di diversi paesi,


mondo

diverso tenore e punta ad ottenere una regolamentazione restrittiva da parte dello Stato. Oltre ad agitare lo spauracchio dell’interesse nazionale, accusando Skype e gli altri operatori di fare profitti in Russia senza pagare tasse e senza investire in infrastrutture collegate alla rete telefonica, hanno rilevato che i sistemi Voip non sono connessi al Sorm, il sistema di monitoraggio ed ascolto usato dai servizi di sicurezza di Mosca. Il vice direttore generale di MegaFon, Valery Yermakov sostiene che la telefonia IP rappresenta una minaccia per la

sicurezza nazionale, perché i chiamanti non possono essere identificati, a differenza degli utenti di linea fissa o cellulari.

La Rspp ha invitato il governo a regolamentare dal punto di vista legislativo la situazione dei provider Voip «per identificare lo statuto giuridico di telefonia IP» e di «formalizzare i rapporti tra lo Stato, le imprese russe e questo fenomeno». L’obiettivo è quello di convincere il Cremlino su un tema, quello della sicurezza, sul quale si è sempre dimostrato molto sensibile, nel caso in cui non sia in-

possono effettuare intercettazioni telefoniche e controllare la posta elettronica, e come stabilito dai giudici possono anche ispezionare le lettere. In caso di minaccia imminente (come il sospetto di un piano per un attacco terroristico o un tentativo di omicidio) gli agenti dei servizi di sicurezza possono iniziare un’intercettazione senza la necessità di un’autorizzazione, ma se non ottengono un mandato entro 48 ore, devono fermare l’ascolto. Il ministro per l’informazione, con colpevole ritardo, ha cercato di convincere i russi che l’ordinanza n. 65 è strettamente “tecnica”, e riguarda solo i dipendenti del ministero e le modalità di collaborazione con i servizi di sicurezza.

Sempre secondo il ministro, essa non modifica assolutamente le restrizioni in base alle quali i servizi di sicurezza operano. In un comunicato stampa, il giorno prima dell’entrata in vigore delle nuove regole, il ministero ha fatto riferimento alla legge federa-

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I sistemi Voip non sono connessi al Sorm, il sistema di monitoraggio ed ascolto usato dai servizi di sicurezza nazionali e dall’esercito. Inoltre, i loro gestori non pagano le tasse teressato a mantenere l’attuale situazione di oligopolio nazionale sulla telefonia. La critica in questione è diretta in particolare contro Skype che, a quanto pare, usa un protocollo criptato particolarmente difficile da decifrare. Circolano voci sulla Rete di un’offerta milionaria da parte della U.S. National Security Agency, disposta a

le del 1995 (numero 144) che potrebbe in qualche modo autorizzare l’intrusione dei servizi, e ha insistito sul fatto che “l’interazione tra l’organismo

pagare chiunque riesca a trovare le chiave per decifrare il protocollo del servizio Voip. Ma secondo alcuni esperti informatici, il famigerato protocollo di Skype sarebbe solo una classica “leggenda nera” nata su Internet e tutti i servizi segreti del mondo potrebbero tranquillamente decrittarlo se solo intendessero farlo.

autorizzato, (l’agenzia che conduce le indagini e le intercettazioni) e l’operatore (l’ufficio postale) è disciplinata dalle disposizioni approvate”. Ma le

Ma in Russia si continua a ritenere alcuni sistemi immuni dalla possibilità di essere decifrati. Fino al 2007, ad esempio, gli smartphone Blackberries della casa canadese Rim (Research in motion) non erano disponibili sul mercato russo perché i servizi di sicurezza non potevano sbloccare i potenti codici criptati che impedivano a terzi di poter leggere le mail inviate dal noto cellulare. E le sollecitazioni delle compagnie di telefonia arrivano poche settimane dopo un’ordinanza del Ministero delle Comunicazioni che obbliga le Poste a consentire agli agenti della sicurezza di ispezionare ed aprire lettere sospette. Dal punto di vista legale, la legislazione sulle intercettazioni obbliga i providers a consentire alle autorità di accedere alla corrispondenza privata solo nel caso di un’inchiesta penale sui soggetti intercettati, ma in pratica i magistrati concedono abbastanza facilmente le autorizzazioni necessarie. La questione della sicurezza sollevata dalle compagnie telefoniche è apparsa subito abbastanza pretestuosa. In realtà, la richiesta della Rspp al governo russo punta a salvaguardare la situazione di monopolio creatasi nel Paese. Non è la prima volta che la telefonia via Internet entra nel mirino dei giganti delle telecomunicazioni russe. Nel 2006 la Rostelecom, la compagnia statale di linea fissa e le altre grandi società di telefonia hanno operato pressioni sul governo, ottenendo una legge che ha costretto gli operatori IP a pagare per l’uso di reti fisse. Come quasi sempre accade in questi casi, i costi aggiuntivi sono stati riversati sui clienti, ma le chiamate con carte telefoniche come Zebra, OSS Telecom e Arktel, sono riuscite a conservare la loro convenienza, con un costo ancora inferiore del 30 per cento rispetto agli operatori di rete fissa.

rassicurazioni del Ministro non hanno convinto buona parte dei media e dell’opinione pubblica russa. La maggior parte dei russi è convinto che la privacy nel proprio Paese non è adeguatamente tutelata. E i dati confermano questa impressione: delle 8200 istanze di intercettazioni richieste ai magistrati russi tra il 2007 e il 2008 nessuna è stata respinta. La facilità con cui possono essere ottenute le autorizzazioni, di fatto, espone i cittadini alla mercé di responsabili della sicurezza poco scrupolosi.

I maggiori timori sono stati espressi dagli attivisti per i diritti umani, i cui nomi potrebbero finire nelle liste delle richieste del Fsb (l’erede del Kgb), mischiati assieme a quelli di criminali comuni. Ma sono preoccupate anche le imprese, soprattutto quelle private, che da tempo denunciano situazioni di “spionaggio industriale”, praticato da soggetti vicini sia alle autorità che agli oligarchi che sup(m.c.) portano il governo.


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Gabon. Continuano i disordini dopo l’elezione di Ali Bongo, rabbia contro Parigi l coprifuoco decretato ieri sera a Port-Gentil – capitale economica del Gabon – a seguito delle violenze scoppiate dopo l’annuncio dei risultati delle presidenziali, resterà in vigore «fino a nuovo ordine». Lo ha dichiarato il ministro dell’Interno e della Difesa gabonese, Francois Ndongou davanti alla stampa. Il coprifuoco era entrato in vigore ieri alle 20 locali, le 21 in Italia. Annunciando il provvedimento, lo stesso Ndongou aveva precisato che era «suscettibile di essere prorogato» se la calma non fosse tornare alla scadenza del termine, fissato dopo 24 ore.

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”Allons enfants” del Kuwait africano di Pierre Chiartano

Ma nuovi episodi di violenza si sono verificati l’altra notte e ieri a fine mattinata, a PortGentil, con numerose attività commerciali saccheggiate e alcune pompe di benzina distrutte. Ricordiamo che la città sulla costa è la sede degli impianti petroliferi, tra cui quello della Total. La rabbia della popolazione è stata scatenata dall’annuncio che Ali Ben Bongo, figlio dell’ex capo di stato, Omar Bongo, era diventato il nuovo presidente del Gabon. A seguito dei risultati delle elezioni presidenziali di domenica scorsa, comunicati giovedì dalla commissione elettorale. Risultati che fanno infuriare gli oppositori, scesi subito in piazza. Tra l’altro hanno attaccato, incendiandolo, nei giorni scorsi, il consolato francese di PortGentil. Parigi, accusata dall’opposizione di aver voluto «imporre» la successione di Bongo al padre, ha invitato alla calma e intimato ai suoi cittadini, nel Paese dell’Africa occidentale, di restare in casa. Negli scontri con la polizia sarebbe inoltre rimasto ferito un candidato rivale di Bongo. Secondo i risultati comunicati dalla commissione e confermati dal ministero dell’interno, Bongo, 50 anni, avrebbe ottenuto il 41,73 per cento dei voti dei circa 80mila elettori registrati. Il principale rivale, l’ex ministro dell’interno André Mba Obame, ha avuto il 25,88 per cento e il candidato d’opposizione, l’indipendente Pierre Mambundu, il 25,22 per cento.Tutti i tre candidati a urne appena chiuse s’erano affrettati a dichiararsi vincitori. Già da giorni i candidati rivali hanno denunciato brogli con cui Ben Bongo si sarebbe assicurato una fluida successione al padre Omar, morto in giugno dopo essere rimasto al potere ininterrottamente per oltre 41 anni. Gradito da molti investitoti stranieri, ma accusato di aver arricchito con i proventi dell’industria del petrolio - 250mila barili al giorno la produzione nazionale - la

La nuova elezione ha fatto infuriare gli oppositori, scesi subito in piazza. Attaccato e incendiato nei giorni scorsi anche il consolato francese di Port-Gentil

sua famiglia e pochi amici. Ben Bongo, poco dopo l’annuncio, s’è affrettato a dichiararsi il «presidente di tutti i gabonesi, nessuno escluso». Il ministero dell’Interno ha parlato di «vittoria del popolo gabonese», salutando il «coraggio» di Bongo perché «all’inizio niente suggeriva che avrebbe vinto». Già da l’altroieri e fino a tarda notte migliaia di persone si erano radunate davanti alla sede della Commissione elettorale, fra i

quali gli stessi Mba Obame e Mambundu, per attendere i risultati, la cui comunicazione era stata rinviata a giovedì. La notte era quindi trascorsa in una calma sospesa. Giovedì mattina, la tensione ha cominciato a crescere ed è esplosa dopo la comunicazione della Commissione elettorale. I sostenitori dei candidati rivali di

Bongo hanno scatenato i disordini, distruggendo automobili nella capitale Libreville, attaccando invece a Port-Gentil, città portuale e terminal petrolifero, prima una prigione e liberando alcuni detenuti, poi dando alle fiamme un distributore di benzina, erigendo barricate e infine attaccando e incendiando il locale consolato di Francia. Negli scontri è rimasto seriamente ferito anche il candidato d’opposizione Mambundu, secondo quanto

dichiara alla Reuters il segretario del suo partito, l’Unione del popolo gabonese. Intanto il gruppo petrolifero Total ha adottato delle «misure di sicurezza» per «proteggere» i suoi dipendenti in Gabon, senza tuttavia trasferirli, nonostante le violenze. «Abbiamo preso delle misure di sicurezza, ma non si parte», ha affermato Christophe de Margerie, amministratore delegato del gruppo petrolifero francese, a margine di un incontro a Jouy-en-Josas, vicino a Parigi. Total è molto presente a Port Gentil, capitale economica nel sud-ovest del Paese. Le violenze sono proseguite nella notte, nonostante il coprifuoco. Ci sono stati anche casi di saccheggi, alcuni rivolti contro gli impianti di Total e del gruppo franco-americano Schlumberger. Almeno tre donne sono rimaste ferite, secondo fonti ufficiali. Proteste anche a Libreville, dopo che le forze dell’ordine hanno disperso dei manifestanti che attendevano l’esito del voto davanti ai locali della commissione elettorale. Ora i due candidati sconfitti, l’ex ministro dell’Interno Andre Mba Obame e lo storico oppositore Pierre Mamboundou, rivendicano la vittoria alle presidenziali.

Conosciuto come il «Kuwait dell’Africa», il Gabon è un Paese ricchissimo in termini di risorse naturali. Il suo pil pro capite è uno dei più alti tra i Paesi dell’Africa subsahariana, grazie anche ad una popolazione assai scarsa. Nonostante ciò, i proventi economici vengono redistribuiti in maniera ineguale tra i cittadini, tra i quali il 20 per cento riceve il 90 per cento della ricchezza nazionale prodotta. Oltre un terzo della popolazione gabonese vive tuttora sotto la soglia di povertà. Il Paese, fino agli anni Settanta, basava la sua economia sull’esportazione di manganese e di legname. Un’impennata positiva nel flusso economico si è avuta dalla scoperta di ingenti giacimenti di petrolio, che ora rappresentano l’80 per cento del valore delle esportazioni, ed il 50 per cento del pil. Le violenze si sono allargate anche ad altri Paesi africani, dove sono presenti cittadini gabonesi. Come nel caso del Senegal. Gli studenti del Gabon a Dakar hanno rapidamente sopraffatto l’unica guardia presente nell’ambasciata del loro Paese. Una forte esplosione è stata seguita dal suono di vetri infranti. I manifestanti sono usciti fuori mentre una fitta nube di fumo si sprigionava dall’edificio a due piani. «Vogliamo il cambiamento», ha dichiarato uno degli studenti. «Questa elezione è una frode».


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Il dolore del presidente Karzai per la morte di diversi civili

Solana e la Casa Bianca contro le costruzioni in Cisgiordania

Afghanistan, attacco Isaf nel nord: quasi cento morti

Usa e Ue: no ai nuovi insediamenti israeliani

KABUL. Decine di persone, almeno novanta secondo il governatore provinciale Mohammad Omar, hanno perso ieri la vita nel nord dell’Afghanistan a causa di una gigantesca esplosione provocata da un raid aereo dell’Isaf, la Forza internazionale di assistenza per la sicurezza guidata dalla Nato. I velivoli alleati hanno bombardato alcune autocisterne che erano state sequestrate da un commando di taliban lungo la strada che, nel distretto rurale di Ali Abad, conduce al villaggio di Angorbagh, nella provincia settentrionale di Kunduz. Secondo Omar l’esplosione è avvenuta mentre i talebani stavano distribuendo carburante ai civili. Quando uno dei veicoli si è impantanato nel fiume, infatti, tutto intorno si sono ammassati non solo guerriglieri che cercavano di recuperarlo, ma anche abitanti del posto che volevano impadronirsi del carburante che fuoriusciva dai serbatoi. Il camion sarebbe stato centrato da una bomba, saltando in aria e facendo strage di chi si trovava nei pressi. Al telefono con lo Spiegel, il leader dei taliban del distretto Shar Darah, Muallah Shaumudin, ha dichiarato che i morti sarebbero non 90 ma 150. Tra loro, nessun ribelle. «I taliban hanno consegnato le autocisterne alla

WASHINGTON. Gli Stati Uniti

Ora l’Unifil affronti il suo mandato Gli europei in Libano non riescono a controllare Hezbollah di Michael Sfaradi l 14 luglio scorso nei pressi di Hirbet Salim, nel sud del Libano non lontano dal confine con Israele, è esploso un deposito dove la milizia sciita filo iraniana Hetzbollah aveva ammassato armi non convenzionali. Si trattava di testate chimiche che erano arrivate via terra dall’Iran. A rivelare la notizia è stato ieri il giornale Al-Siyasa di Kuwait city, che cita fonti di intelligence europee. Nell’esplosione rimasero uccisi undici terroristi, tre dei quali per intossicazione chimica. Dopo l’esplosione i miliziani di Hezbollah impedirono l’accesso, armi alla mano, all’esercito libanese e alle forze italiane e francesi presenti in zona. Nonostante Hetzbollah abbia sempre negato l’esistenza di depositi di armi, le indagini individuarono tracce di diverse sostanze chimiche letali. Sempre secondo le fonti di intelligence europee che fanno da supporto alle forze Unifil dislocate nel sud del Libano, dall’Iran sono arrivate ad Hezbollah maschere antigas, equipaggiamenti N.B.C. (nucleare chimico e biologico) e il rimpiazzo del materiale andato perduto con l’esplosione del 14 luglio scorso. Si tratta di granate e missili a corto raggio con testate chimiche. Un’altra fornitura, questa volta di armi biologiche, è stata spedita dall’Iran in Siria per essere poi recapitata a Nasrallah e i suoi combattenti. Rapporti dettagliati sulla vicenda, completi di mappe e fotografie aeree, sono arrivati a varie cancellerie europee e al comando della Nato a Bruxelles. Le informazioni riportano anche la dislocazione dei depositi adatti allo stoccaggio delle armi chimiche e biologiche. Alcuni si trovano in una zona lungo il tragitto che va dalla capitale siriana a quella libanese ed altri non lontano da Tiro. Alcuni avvertimenti provenienti da fonti della difesa tedesca danno per scontato che la fornitura di equipaggiamenti protettivi da N.B.C. indica l’intenzione di far uso di queste armi contro lo Stato ebraico. La risoluzione Onu 1702 del 2006, che metteva fine al conflitto fra Israele ed Hezbollah prevedeva il ritiro delle truppe dello

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Stato ebraico dal sud del Libano ed il completo disarmo della milizia sciita. Il compito di supervisione e la responsabilità del disarmo era stato preso su mandato dell’Onu, e sotto la bandiera dell’Unifil, dalla Francia e dall’Italia. Dalla fine della guerra ad oggi i rapporti fra Israele e l’Unifil sono stati caratterizzati da attriti e polemiche, Israele si è spesso lamentata non solo del mancato disarmo della milizia sciita ma, cosa ben più grave, del traffico di autotreni carichi di materiale bellico, destinati ad Hetzbollah, che indisturbati hanno valicato il confine fra Siria e il Libano.

Nasrallah, capo di Hezbollah, armato con armi non convenzionali e che per giunta prende ordini da uno come Ahmedinejad, dovrebbe tenere le Cancellerie europee in stato di massima allerta, mentre al contrario l’Europa, fino ad ora, è stata capace solo di tenere un basso profilo. Nonostante si tenda a non parlarne quello che sta accadendo il Libano è molto grave anche perché Israele non fa mistero di vedere il governo iraniano responsabile delle azioni della milizia sciita. Pertanto non si possono prevedere di quale portata potrebbero essere e contro chi le reazioni di Israele nel caso dal Libano venissero lanciati missili non convenzionali sulla popolazione civile israeliana. Forse a Teheran qualcuno si è fatto l’idea sbagliata che con Barack Obama alla Casa Bianca Israele sia diventata un agnello sacrificale: sappiamo che non è così, anzi, quando lo Stato ebraico ha agito senza i “legacci” americani ha ottenuto i suoi più importanti successi militari. Visto il riarmo in atto da parte di Hezbollah la Francia e l’Italia dovrebbero agire, nel mandato che hanno assunto, più seriamente di quanto abbiano fatto fino ad ora, e la comunità internazionale smettere di stare a guardare e incominciare a prendere dei seri provvedimenti verso coloro che stanno soffiando sul fuoco di quella che sembra una guerra annunciata.

A Teheran qualcuno si è fatto l’idea sbagliata che con Obama alla Casa Bianca Israele è diventato un agnello sacrificale

popolazione povera e poi abbandonato subito l’area», ha detto Shaumudin al sito del settimanale tedesco. Si è fatto sentire anche il presidente uscente afgano Hamid Karzai: «Colpire i civili, in qualsiasi modo, è inaccettabile». Sempre ieri ci sono state vittime tra le file delle forze internazionali. Il presidente Nicolas Sarkozy ha riferito che un soldato francese è morto e altri nove sono rimasti feriti per l’esplosione di una bomba nei pressi del villaggio di Showki, a nord di Kabul. Alcuni tra i feriti, ha precisato Sarkozy, hanno subito «gravi lesioni nel corso di un doloroso attacco». Fino ad oggi ammontano a 30 le perdite in azione subite dalle truppe francesi.

«non accettano la legittimità di una espansione continuata degli insediamenti e chiedono con urgenza che vengano fermati». Così la Casa Bianca ha deplorato ieri il piano del premier israeliano Benjamin Netanyahu di autorizzare la costruzione di centinaia di nuovi appartamenti in Cisgiordania prima di accettare la richiesta americana di un congelamento temporaneo delle costruzioni negli insediamenti. «Noi stiamo lavorando per creare un clima in cui possano riprendere i negoziati e queste azioni rendono più difficile creare un tale clima» continua la dichiarazione, in cui si definisce la continua attività di co-

struzione «in contrasto con gli impegni assunti da Israele nell’ambito della road map». L’impegno americano per la sicurezza di Israele «è e rimarrà inamovibile», conclude la dichiarazione sottolineando che questa sicurezza dovrà essere raggiunta attraverso un «accordo di pace complessivo nella regione, che preveda la soluzione dei due stati con gli israeliani ed i palestinesi che vivono gli uni al fianco degli altri». Sulla stessa linea anche l’Alto rappresentante della politica estera e di sicurezza della Ue Javier Solana. Il rappresentante europeo si è espresso al termine della prima giornata del consiglio informale esteri Ue a Stoccolma. Solana ha fatto riferimento al piano di Benyamin Netanyahu di procedere alla costruzione di nuovi insediamenti prima di una eventuale moratoria, e ha precisato che la strategia dell’Unione europea «è nota.Noi non approviamo questa strategia». Da parte sua, il presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen (Mahmoud Abbas), ricevuto ieri dal presidente della repubblica francese Nicolas Sarkozy, ha affermato che la volontà degli israeliani di costruire nuove abitazioni nelle colonie è «inaccettabile».


cultura

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Cartolina da Venezia. I più freddi, forse delusi dalle varianti del regista rispetto alla precedente versione di Ferrara, dovrebbero capire una cosa: questo non è un remake

Il genio colpisce ancora Breve elogio del “Cattivo tenente” di Werner Herzog, accolto al Lido da alcuni fischi, ma anche da applausi di Alessandro Boschi

VENEZIA. Alla fine della proiezione de Il cattivo tenente, film in concorso diretto da Werner Herzog, c’è stata una reazione molto contenuta. Qualche applauso, tra cui il nostro, e qualche fischio condito da qualche buuu. Ora, detto che a noi il film è piaciuto perché di Herzog ci piace praticamente tutto, ci viene da pensare che certe reazioni siano dovute ai nostalgici della prima versione di questo stesso film, quella, altrettanto notevole ma decisamente diversa, di Abel Ferrara, con Harvey Keitel al posto di Nicolas Cage. Immaginiamo che quel cupo misticismo, estremo e senza speranza, che si respirava allora, sostituito da un finale e da un’ironia del tutto assenti nella versione di Ferrara, abbiano un po’ disturbato gli adoratori del cinema punitivo. Intendiamoci, il film di Ferrara era un grandissimo film, ma anche questo lo è, sebbene in maniera del tutto diversa. Senza dimenticare che

questo non è, assolutamente, un remake. Diverso ad esempio è il contesto urbano, non più New York bensì New Orleans, immediatamente dopo il passaggio dell’uragano Kathrina (pare che Cage abbia insistito per la scelta di New Orleans). Diverso lo sceneggiatore, William Finkelstein, autore di serie di successo come L.A. Law e Nypd Blue, non a caso il produttore Ed Pressman aveva pensato al progetto per una serie. Diverso, come già detto, il protagonista. Da Harvey Keitel si è scesi a Nicolas Cage, che non è certo bravo come il suo collega ma, di fatto, è una grandissima star. Anzi, va detto che diretto da Herzog, il vincitore del premio Oscar per Via da Las Vegas, dimostra una versatilità inaspettata. Senza esagerare. Mettiamola così, nelle scene in cui si fa di crack e di altre diavolerie del genere, dà davvero l’impressione di immergersi nella parte, e nelle scene meno eccessive riesce ad avere quelle due o tre espressioni in più. D’altra parte Cage è bravissimo nel centrare un’unica espressione e a scolpirsela sulla faccia fino al termine della pellicola. Però piace e fa un sacco di soldi. A noi, invece, piace molto di più Werner Her-

zog, regista e personaggio straordinario. Se non lo avete mai fatto vi consigliamo caldamente di leggere i suoi libri, magari le cronache di certe sue avventure insieme a quel pazzo di Klaus Kinsky.

Herzog, tanto per dirne una, è stato in grado di mangiarsi uno stivale per tenere fede a una scommessa. Certo, gli stivali da mangiare in realtà erano due, ma l’altro è stato poi venduto e il ricavato devoluto in beneficenza. Sì, è vero, abbiamo sottaciuto un altro particolare: lo stivale, peraltro usato, era stato fatto bollire una decina di ore, in una raccapricciante soluzione di grasso d’oca. Ma pare che questo espediente, a detta dello stesso Herzog, abbia prodotto come risultato un ulteriore indurimento della calzatura. Ovviamente, e ci mancherebbe, il pasto è stato accompagnato da poderose libagioni a base di birra, con i risultati che potete immaginare. La verità è che potremmo andare avanti per ore a raccontarvi storie del genere, per questo vi raccomandiamo di leggervi tutto quello che trovate su questo regista tedesco. Però un’altra ve la raccontiamo: quando fu contattato da una

major americana per uno dei suoi primi film, presentò la lista spese. Che comprendeva, alla voce “sceneggiatura”, una spesa di soli due dollari. «Non riuscivano a capacitarsi che a me sarebbero serviti solo duecento fogli bianchi e una matita». Tornando al film siamo convinti che sarà apprezzato anche da chi ha amato il primo, quello già citato de Ferrara. Quando noi, verso la fine della storia, eravamo pronti al triste finale, abbiamo accolto con piacere questa svolta nella storia che per una volta ci consegnava un happy end che conclude in maniera impeccabile la storia. A dimostrazione che un finale non sempre cambia la riuscita di un film. Certo, se il produttore de Il sorpasso avesse imposto il finale senza la morte di Trintignan e non quello scelto da Dino Risi, la storia del nostro cinema sarebbe stata diversa, meno bella. Ma in que-

A tu per tu col regista tedesco, che ci racconta le riprese della pellicola

«Io, New Orleans e le iguana» di Andrea D’Addio

VENEZIA. «Non ho visto il nale Il cattivo tenente, e inve- degli stupefacenti, non precedente Il cattivo tenente, so che è un film degli anni 90 che ha come protagonista un poliziotto dalla faccia cattiva così che potrebbe tranquillamente essere anche un gangster». Così si espresse Werner Herzog pochi giorni prima di girare la sua personale visione del classico di Abel Ferrara del ’92. A distanza di quasi due anni da quelle dichiarazioni, il film è in concorso Festival di Venezia. Sarebbe facile pensare che, nel frattempo, il regista tedesco abbia recuperato la visione dell’origi-

ce così ieri Herzog si espresso in conferenza stampa: «Non so chi sia Abel Ferrara, non ho visto nessun suo film, ma spero di incontrarlo prossimamente davanti ad una bottiglia di whisky».

Una risposta provocatoria e diretta, perfettamente in linea con il carattere sempre fuori dagli schemi dell’autore di Aguirre e Fitzcarraldo. Sulle droghe, elemento principale della discesa negli inferi, che vive il suo protagonista, afferma: «Non mi piace la cultura

ne ho mai fatto uso. Sono stato addirittura preoccupato per Nicolas Cage: la sua interpretazione da drogato mi sembrava così realistica che ho avuto il timore che il capo degli effetti speciali gli stesse dando vera cocaina anziché zucchero e farina. Amo spingere i miei attori ai loro limiti e quando ce ne è la possibilità, li lascio improvvisare, sperando siano loro a trovare quel qualcosa in

sto caso vi assicuriamo che tutto funziona. Perché l’intero film, a parte qualche deriva che sembra ricalcare il modello di riferimento, ha una dimensione quasi magica, surreale, dettata dallo stato di alterazione continua in cui vive il protagonista. Il quale riesce a salvare tutto ciò che sembrava andare storto, come se un deus ex machina scendesse a prendersi cura di lui come lui si prende cura dei suoi cari. I quali riusciranno a disintossicarsi (la droga è la seconda protagonista del film), al contrario di lui che però… e qui ci fermiamo. Di Nicolas Cage abbiamo già detto, come pure del regi-

più che dia intensità al film. Cage è uno di quelli che ci riesce. La sua presenza sullo schermo è paragonabile a quella di Klaus Kinski, con cui ho lavorato, tra difficoltà varie, molte volte». Da qualche anno Herzog vive negli Stati Uniti, a Los Angeles: «Mi sono sposato lì, questa è la ragione principale. Mi piace la California perché, esclusa Hollywood, ha meno glamour di New York e riserva anche molti spazi dove potersi godere la tranquillità. Dall’11 Settembre 2001 gli Usa sono cambiati, era normale che succedesse. La gente è insicura, il sistema econo-


cultura

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La tendenza italiana a tutelare tutto ciò che parla male di Berlusconi

Ombre (rosse) su Videocracy

Soggetti perlopiù modesti e letture assai scontate Ecco gli equivoci dei film di Maselli e Gandini VENEZIA. Queste prime giornate della Mostra veneziana sembrano galleggiare sull’afa e su un paio di equivoci sui quali vale la pena spendere due parole. Il primo riguarda Videocracy, che se ci pensate, ironia della sorte, può suggerire realtà molto diverse, videocraxi, ad esempio. Ma se questo è solo un gioco di parole, ben più preoccupante ci appare la questione che sta montando intorno ad un prodotto decisamente modesto. Questione che ovviamente i censori dell’ultima ora, intelligenti e lungimiranti, hanno pensato bene di innescare.

Qui sopra, un fotogramma del film “Il cattivo tenente”. In basso, il regista della pellicola, Werner Herzog. A fianco, la locandina del film. A destra, Citto Maselli, regista del lungometraggio “Ombre rosse” sta. C’è poi Eva Mendes che ricordiamo in un film con Will Ferrell ancora senza naso rifatto (è facile), sempre bella da togliere il fiato, anche se il ruolo non sembra entusiasmarla.

E poi tutti gli attori di contorno, come quel Val Kilmer che accetta un ruolo di secondo piano dando vita al perfetto cattivo agente Stenie Pruit. In un ruolo ancora più secondario, due pose ma la seconda non si dimentica, un’attrice che citiamo perché ci piace molto nonostante il nome, Fairuza Balk, che deve il nome ai suoi straordinari occhi. Né si possomico crolla. E il primo film che ha rappresentato questa crisi penso che sia Batman-Il cavaliere oscuro. L’ho visto mille volte. Per queste ragioni credo ora sia il momento dei film noir. Il Cattivo tenente lo è. Ciò che mi piace degli Stati Uniti è la loro capacità di ringiovanirsi, sia nella cultura che nella politica. Dopo McCarthy c’è stato Kennedy, dopo Bush c’è Obama». Le locations dei suoi film sono sempre particolari. Stavolta c’è la New Orleans post-Katrina: «Sono un uomo estremamente votato alla curiosità. Sono stato nell’Antartico e in tanti altri luoghi bellissimi per trovare i nostri sogni più profondi e metterli sullo schermo. La scelta di New Orelans ha significato tanti cambiamenti dalla sceneggiatura originale, ma ne è valsa la pena. Ho co-

no dimenticare i pesci, la iguane e i coccodrilli, ripresi con uno stile alla Herzog. Nel senso che Herzog rifà il verso a se stesso, riprendendo animali, che spesso vede solo il fattissimo protagonista, in maniera sporca e con uno stile che volutamente “stacca” dal contesto del film. Nulla diremo sulle metafore che i suddetti suggeriscono, ma non possiamo trascurare l’ultimissima inquadratura che, magari è un problema nostro, ci ricorda The wild blue yonder (anche lì, come qui, Brad Dourif), L’ignoto spazio profondo, che ci circonda e ci protegge. Forse.

sì potuto inserire anche soggettive di iguana, lucertole e coccodrilli. Non hanno un significato preciso, ma mi sono molto divertito a girare quelle scene con una piccola videocamerina. Sono creature così stupide e al contempo carine che alla fine trovo le sequenze con la loro presenza, la parte migliore del film».

Il cattivo tenente sembra non volere veicolare nessun tipo di morale. «Non giriamo un film per metterci messaggi, se volessimo mandare messaggi useremmo Ups o li urleremmo in un microfono. Spero che il film trovi la sua strada verso i giovani e verso tutti gli strati del pubblico, sarei felice se piacesse e se la gente ridesse in alcuni frangenti. Ridere in un film è sempre positivo».

La verità, la nostra verità, è in realtà diversa, e va presa con tutti i distinguo del caso. Innanzitutto va considerata una questione di metodo, di configurazione intellettuale. Nel nostro Paese, sulla cui realtà Videocracy è incentrato, si crede che un film che parla in maniera critica di Silvio Berlusconi (mi sto basando sul press book della Fandango che distribuisce il film) debba essere sempre un prodotto da salvaguardare, un prodotto di qualità. Perché a nessuno (in realtà a qualcuno sì, grazie al cielo) salta in mente che il film realizzato dal regista Erik Gandini sia solo un prodotto modesto, che non sposta di un millimetro la questione «immagine uguale chiave del potere»? Perché è così semplice avere il consenso di una sinistra sempre più in crisi di identità? Davvero basta dire «Berlusconi è un videocrate e ci condiziona con le sue televisioni» per ricevere il plauso di cotanta platea e di tante menti pensanti? Queste cose, almeno in Italia, si sanno da anni, e vi assicuriamo che questa consapevolezza è diffusa tra la gente, che però decide talvolta di non farci nulla. Quante volte sono state dette queste cose? C’era bisogno di farci dare una lezioncina scontata e senza una idea di regia degna di tal nome? Anzi, in realtà un’idea c’è, e funzionerebbe anche bene. Ci riferiamo al ragazzo bergamasco che si sente un incrocio tra Van Damme e Ricky Martin, un esperto di salsa e arti marziali, che considera Fabrizio Corona il suo modello di vita. Ecco, se invece di virare sul suddetto e sul suo mentore Lele Mora ci si fosse concentrati ancora sulla periferia umana e sulle conseguenze che certi programmi provocano su di essa, il risultato sarebbe stato interessante. Così risulta invece solo un dire «io ci sono e sono contro la televisione». Sai che sforzo. Sai che tristez-

za. E che dire del film di Citto Maselli, Ombre rosse? Non ci stupiremmo se Marco Giusti lo includesse nel suo mitico programma Stracult. Come diceva Nino Manfredi in C’eravamo tanto amati, qui siamo davvero «più oltre». Abbiamo assistito a un incontro tra il regista e il suo collega Mario Monicelli, che salvaguardando comunque la realizzazione della pellicola (intendiamo la messa in scena, la direzione degli attori e la regia in senso stretto) non poteva non far notare come fosse rimasto totalmente depresso al termine della proiezione. Il buon Citto ad un certo punto ha fatto riferimento al grande Cechov, e qui Monicelli gli ha fatto amabilmente notare che lì c’erano dosi massicce di ironia, del tutto assenti in Ombre rosse. Ecco, forse il problema del film, e anche della sinistra che rappresenta, è la totale assenza di ironia e, soprattutto di autoironia. Il film è in sala, verificate, e fate presto perché ad occhio e croce non resisterà molto. Raccontare la sinistra in maniera più onanistica sarebbe stato davvero difficile. Ma quando riprenderà contatto con la realtà, questa gente?

A quando un salto di coerenza, riconoscendo che film così si prendono una buona parte dei soldi statali, mentre altri hanno briciole?

E quando si farà un benedetto salto di coerenza, riconoscendo che film come questi, e come tanti altri, si prendono una parte consistente dei soldi dello Stato lasciando agli altri le briciole? E magari non permettono ad altri registi, magari meno bravi ma certamente più giovani, di mettere le gambe ai loro progetti. Va bene protestare per i tagli al Fus, ma un minimo di coerenza darebbe più valore alle contestazioni e al nostro (a.b.) stesso cinema.


spettacoli

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va notizie sul passato della famiglia». Un passato imbarazzante, al punto che, una volta giunto negli Stati Uniti dopo un lungo viaggio in nave da Napoli, Saverio si fece registrare col nome di Antonio Martino, per gli amici Marty. Una ricostruzione che cozza con le ricerche effettuate da don Filippo Vitanza, ex parroco di Palagonia, il quale, indagando negli archivi parrocchiali, ha pubblicato il libretto Frank Sinatra, le origini, con tanto di albero genealogico che propende per la tesi del terzo matrimonio di Giovanni Sinatra, nonno di Frank, rimasto vedovo, che accelerarono la partenza di Saverio. A Palagonia ha però ultimante risposto, carte alla mano, Lercara Friddi. In via Margherita di Savoia abitavano, infatti, Francesco Sinatra e Rosa Saglimbeni, genitori di Anthony Martin, padre di Frank, emigrati in America nei primi del 900. Lo testimoniano i certificati di nascita e di battesimo fondamentali per la stesura dell’ultima biografia di Sinatra, The life, degli scrittori irlandesi Anthony Summers e Robbyn Swan. L’artista evitava di parlare delle origini paterne anche perché cozzavano con un certo odore di mafia. Ma durante un concerto nell’87 disse sibillino: «Io sono siciliano, aiutatemi a cercare le mie radici. Mio padre è nato in provincia di Catania». Oltre non si è andati sino alla rivelazione di Lercara Freddi che si è affrettato a organizzare un festival dedicato a Frank e ad annodare un rapporto diretto con Lumarzo. Di certo «The Voice» esaltava le sue origini liguri. La conferma viene dallo chef Luciano Belloni, titolare del locale Zeffirino, che lo accompagnava nelle tournée europee: «Gli piaceva il pesto e glielo inviavo per le feste nella sua residenza californiana».

on poteva essere che Martin Scorsese a raccontare in un film la vita di Frank Sinatra. Quasi uno scambio di testimone tra due protagonisti del jet set americano che non hanno mai celato le loro origini italiane, pasta, pizza, pesto, mamma mia, that amore. Si chiamerà Old Blue Eyes e viene considerato un “biopic”, cioè una biografia cinematografica. Per Scorsese un’occasione da non perdere per rendere omaggio alle sue radici e per ritornare a uno dei temi più cari, lo show business, come testimoniato da New York New York e Re per una notte. Il crooner dagli occhi blu sarà probabilmente interpretato da un altro attore di origini italiane, Leonardo Di Caprio, anche se nelle ultime ore avanzano le candidature di Johnny Deep e soprattutto di George Clooney, voluta dalla secondogenita di Frank, Tina.

N

Regista e famiglia sarebbero divisi anche sul taglio della pellicola: Scorsese vorrebbe mettere in risalto gli aspetti spericolati della carriera, Tina invece vorrebbe che si parlasse del padre in maniera più delicata. Le case di produzione Universal Pictures e Mandalay Pictures assicurano che sarà «una biografia non convenzionale» a più di un decennio dalla morte di Frank avvenuta nel 1998. Cathy Shulman, presidente di Mandalay, sostiene che «non sarà un ritratto, dalla culla alla bara, di tutti gli eventi della vita di un uomo, piuttosto un collage, un album». Lo sceneggiatore Phil Alden Robinson (autore di Field of Dreams) ha passato un anno su 30mila documenti. Sono serviti due anni per regolare le questioni dei diritti sulla vita e la musica di Sinatra. Partner del progetto sono sia la Warner Music che gli eredi dell’uomo che la rivista Rolling Stone ha definito il più grande cantante del ventesimo secolo con 1.400 registrazioni, 31 dischi e 10 Grammy. L’annuncio ha scatenato un’amichevole alleanza tra due diverse cittadine italiane legate a Sinatra: Lercara Friddi, in Sicilia, presunta terra del padre Saverio e Rossi di Lumarzo, paesino ligure dove nacque la madre Natalina Dolly Garaventa. Entrambe vorrebbero ovviamente comparire nel film di Scorsese, i cui nonni invece erano originari rispettivamente di Polizzi Generosa e Ciminna, in provincia di Palermo. A Lumarzo proprio domenica pomeriggio è in programma Hallo Frank! un tributo all’artista con visita guidata alla frazione Rossi dove è ancora in uso la casa natale della madre di Sinatra, un convegno dedicato ai genovesi d’America e un concerto con Giua, Armando Corsi, Alan Farrington Quartet, i Cluster e Vittorio De Scalzi dei New Trolls. Nell’occasione il Comune ha rispolverato l’atto di nascita di Natalina che emise il primo vagito il 30 dicembre 1896. Francamente sarebbe impossibile intravedere da questo grappolo di case la sagoma di New York, il firmamento del cinema hollywoodiano e dei grandi concerti. Eppure i cugini Casagrande, che ancora vivono quassù, continuano a trasmettere l’immagine di una bambina vispa e allegra. Se ne andò su un carro di buoi

Tributi. Celebrazioni in Sicilia e Liguria. Aspettando anche il film di Scorsese...

Omaggio (con polemica) al Frank Sinatra italiano di Marco Ferrari nel 1902, all’età di sei anni, gridando ai compagni di giochi: «Vado alla Merica e poi torno». Non ritornò mai più in questo comune di 1.500 anime, nell’entroterra della Riviera di Levante, in Val Fontanabuona, che chiamano «il paese degli americani». La casa di Natalina è

sione del giovane amante del posto da parte dello stesso padre di Frank. Tesi quest’ultima avvalorata dall’ avvocato penalista di Catania Giuseppe Scaccianoce, cugino diretto, a suo dire, di Sinatra: «Pur essendo sempre stato al corrente delle sue origini paterne - spiega Scaccianoce - Sinatra cambiava discorso quando qualcuno gli chiede-

A Lumarzo, domani, una visita guidata alla frazione Rossi, dove è ancora in uso la casa natale della madre del cantante, e un convegno dedicato ai genovesi d’America ancora in piedi con i lavatoi e i segni dei tempi e l’idea che dal posto più discosto del mondo si possa raggiungere il centro del successo. Tutto il contrario del suo futuro marito, Saverio Sinatra, classe 1882, che, invece, fuggì dal paesello catanese gridando: «Addio Palagonia ingrata, non mi rivedrete mai più!». Sono diverse le teorie legate a quella partenza: un terzo matrimonio del nonno di Frank inviso dal figlio; la “fuitina”di una sorella di Saverio con relativo sfregio e disonore famigliare; addirittura l’ucci-

In alto, Frank Sinatra durante un concerto e, a fianco, una sua immagine da ragazzo. Sopra, a sinistra, il regista Martin Scorsese, che sta lavorando a un film-biografia su The Voice: “Old Blue Eyes”

Anche Giorgio Calabrese, autore di E se domani e Domani è un altro giorno, che lo ha conosciuto nel Tennessee, è su questa traiettoria ligure: «Espresse il desiderio di avere una cravatta rosso-blu per il suo ultimo viaggio verso l’eternità. L’amore per la squadra, che lui chiamava Cfc Genoa, gli era stato trasmesso dalla madre». Natalina diventò molto influente quando negli Usa decise di impegnarsi politicamente a fianco degli emigranti liguri nei Democratici del New Sposatasi Jersey. con Saverio Sinatra, professione nel pompiere, 1915 a Hoboken diede alla luce il suo unico figlio, Francis Albert, con un parto travagliato. Natalina morì nel 1977 a 81 anni in un incidente aereo. Stava per raggiungere il figlio in concerto nel Nevada. In un recital di beneficenza in memoria di Natalina, Frank raccolse a Las Vegas la cifra record di 6 milioni di dollari e la ricordò con un commovente minuto di silenzio.


cultura

5 settembre 2009 • pagina 21

Tra gli scaffali. Einaudi pubblica «Questa è l’acqua», raccolta postuma di cinque “primizie” del primo David Foster Wallace

Il ritorno di un maestro di Antonio Funiciello

In basso, lo scrittore David Foster Wallace. Sopra, la copertina di “Questa è l’acqua”, raccolta postuma di cinque suoi racconti appena pubblicata da Einaudi. A sinistra, un disegno di Michelangelo Pace

l fatto è che quando un anno fa la moglie lo trovò appeso a una corda nella loro casa di Claremont, in California, e la notizia si diffuse con una rapidità spaventosa, più che il dispiacere per la fine di David Foster Wallace, chi scrive reagì alla notizia con puro risentimento. Come se il gesto del darsi la morte, il gesto per antonomasia, fosse uno sgarbo fatto a uno dei suoi milioni di lettori nel mondo e non alla moglie, alla sorella, ai suoi cari o, magari, a se stesso. E quando nei giorni successivi i giornali si riempirono di coccodrilli dementi e commenti di un’idiozia così essenziale, da apparire spaventosa quanto la morte di Wallace e la rapidità della diffusione della notizia, quel risentimento mutò in rivalsa: ti sta proprio bene DFW, te lo sei proprio cercato questo vomito di sciocchezze e bestialità sul tuo conto. Naturalmente, nel giro di poco, quel sentimento di rivalsa covata nel primitivo risentimento cambiò ancora, per occupare con nuove e più spiacevoli sembianze, durante l’anno trascorso dalla sua morte fino ad oggi. E si trasformò in un senso di colpa spaventoso quanto tutto il resto.

I

Questo perché davvero l’affinità elettiva o la cotta che puoi prenderti per uno come DFW non ha niente a che vedere con quella che si può avere o avere avuto per geniacci come un Saul Bellow o un Mark Strand. Non c’è niente da fare: una cosa è fissarsi con i libri di un romanziere o un poeta di un’altra

Per chi tiene per i democrat americani e detesta cordialmente la schiatta dei Kennedy, la rilettura del racconto sul grande Johnson è semplicemente d’obbligo generazione, che ha quaranta, cinquanta e anche sessant’anni più di te, un’altra è con uno che ha dieci, quindici anni più di te. Quando inciampi in questa seconda situazione (perché ci inciampi sempre in uno scrittore che ha più o meno la tua età, mentre Roth e Pynchon te li vai sempre a cercare: il caso contro il libero arbitrio) è tutto diverso. Il tipo di concentrazione nella lettura, il modo di sottolineare o non sottolineare o prendere appunti o non prenderne ai margini della pagina e, prima, la maniera stessa in cui vai a trovarti l’ultima uscita in libreria e scarti il cellophane e non leggi la seconda, la terza e la quarta di copertina. Soprattutto, quando ti capita tra le mani il libro di un grande scrittore come DFW che cerca e trova motivo di ispirazione nella vita di tutti i giorni (ma non in quella di un altro tempo o di un’altra epoca, bensì in quella che tutti i giorni vivi anche tu) è diverso, profondamente diverso, il modo in cui poi scrivi di lui. Che generalmente, come forse occorre anche qui, è banale, se non talora avvoltolato da vari strati della più classica

(perché comune) esperienza umana: la stupidità. Questa è l’acqua è la raccolta che Einaudi ha appena fatto uscire con le solite orribili copertine che dedica ai libri di DFW. Nessuno osi immaginare quella che verrà ideata l’anno prossimo quando tradurrà The Pale King (Il re pallido), attesissimo terzo e incompiuto romanzo di DFW. Intanto c’è quella orribile di Questa è l’acqua, libro che ha però il pregio e il merito di raccogliere cinque primizie della prosa del primo DFW e un discorso tenuto ai laureandi del Kenyon College nel maggio del 2005. Proprio da questa lectio in forma di saluto e augurio di buona vita a una classe di giovani promesse, è tratto il titolo della raccolta. DFW comincia la sua lezione raccontando la storiella dei due giovani pesci che nuotano per i fatti loro, fino a quando incontrano un pesce più vecchio che viene dalla direzione opposta. Che gli fa: «Salve ragazzi. Com’è l’acqua?». I due non rispondono, nuotano un po’, finché uno chiede all’altro: «Ma che cavolo è l’acqua?». Il discorso non è un granché, la verve di DFW appare un po’in affanno, preoccupata com’è di non voler fare la paternale ai ragazzi, finisce per fargliela eccome. Altra storia per i cinque racconti, perle di

un DFW non ancora trentenne, in cui è facile rintracciare l’ispirazione originaria dei suoi libri più importanti degli anni successivi. Il titolo che chi scrive avrebbe dato alla raccolta è Silverfish. Che è il cognome del protagonista del primo racconto (Solomon Silverfish). Gli americani chiamano così quei piccoli e oblunghi invertebrati, di colore variamente grigio chiaro o blu argentato, che di tanto in tanto scoviamo dentro i vecchi libri che teniamo in casa. Vivono lì perché si nutrono di un carboidrato chiamato destrina contenuto nella colla della rilegatura. I pesciolini d’argento, i silverfish, vivono così rosicchiando le pagine dei nostri libri. Mangiano i nostri libri. Esattamente come noi. Solomon Silverfish, il protagonista del meraviglioso racconto di DFW, è un uomo che assiste una moglie amatissima che il cancro sta rosicchiando dal suo interno, giorno dopo giorno. Sophie ama a sua volta sconsideratamente Solomon, da quando l’ha conosciuto tutto ingessato dopo una bravata all’università, quando suo fratello Alan aveva scommesso con Solomon che mai sarebbe riuscito a guidare un’auto al centro del campus usando solo il sedere. E difatti non c’era riuscito. In Solomon Silverfish, nella sua

disperata comicità che lotta contro il cancro ineluttabile della moglie, c’è già tutta la forza creativa della prosa di DFW. Di quella che oggi ci manca così dannatamente tanto. C’è poco altro da dire e quel nulla che s’è detto vale ancora meno. Resta la spaventosa certezza che, a parte The Pale King, nei prossimi anni i piccoli silverfish che si sono nutriti dei libri di DFW, dovranno mangiare e rimangiare gli splendidi avanzi che ci ha lasciato.

Un’ultima cosa su Solomon Silverfish. Giustamente il curatore della raccolta, l’americanista Luca Briaco, nella nota che chiude il libro rileva che Silverfish va collegato alla brillante reinvenzione di Lyndon Johnson, nel racconto coevo “Lyndon”raccolto ne La ragazza dai capelli strani, uscito l’anno scorso in una nuova e splendida edizione per Minimum Fax. Per chi tiene per i democrat americani e detesta cordialmente la schiatta dei Kennedy, la rilettura del racconto sul grande Johnson (che ha fatto per l’America quello che quattro generazioni di Kennedy possono ancora solo sognarsi) è semplicemente d’obbligo, nei giorni del commiato a Ted. I Kennedy resteranno pure i Kennedy, ma a parte qualche brutto film di Oliver Stone o Kevin Kostner, nessuno ha mai scritto su qualcuno di loro un pezzo di letteratura come “Lyndon”. E, almeno fino ad oggi, neppure su Obama. Anche questo dobbiamo a David Foster Wallace.


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

da ”sharq Alawsat” del 04/09/2009

Il furbo iraniano di Amir Taheri rima o poi, entro la fine di questo mese, l’amministrazione Obama dovrà dirci e dire al mondo intero, se considera ancora realistica l’opzione di «coinvolgimento incondizionato» espressa, in passato, verso il regime islamico dell’Iran. Sia il presidente Obama che il segretario di Stato Hillary Clinton hanno affermato si aspettano «qualcosa» per la fine di settembre. La Casa Bianca ha deciso di aspettare almeno nove mesi per vedere cosa decidevano di fare a Teheran della amichevole «mano tesa» del presidente americano. All’inizio Obama e la Clinton avevano appuntato le loro speranze sui risultati delle elezioni di giugno. Sarebbe stato tutto perfetto se Mahmoud Ahmadinejad, non avesse rotto le uova nel paniere, e avesse perso con Mir-Hossein Mousavi, colui che negli anni Ottanta aveva cercato di normalizzare i rapporti con gli Stati Uniti. Quando queste speranze vennero deluse, allora Washington si aggrappò alla teoria che Ahmadinejad, indebolito dalla crisi post-elettorale, avrebbe cercato di normalizzare i rapporti internazionale per stabilizzare la sua posizione all’interno. Molti pensano che i calcoli degli americani siano stati fatti male. Anche avesse vinto Mousavi, si sarebbe dovuto proteggere il fianco dagli attacchi dei radicali che hanno convertito l’anti-americanismo nella religione. Dall’altro lato il fatto che Ahmadinejad sia stato indebolito dalle proteste della crisi postelettorale rende ancora più difficile stringere la mano tesa di Obama. Il presidente iraniano ha sempre promesso «una vittoria totale» e descritto la sua amministrazione come un treno dove nessuno sarà lasciato negli ultimi vagoni.Tutto ciò significa che Ahmadinejad non cerca il confronto ad ogni costo solo per il gusto di farlo.Tutto il contrario. Da vero tattico, aveva cercato il confronto con Obama quando era a NewYork per l’assemblea del-

P

l’Onu. Avrebbe potuto anche essere d’accordo per dei «colloqui senza condizioni» pur di guadagnare tempo e mandare avanti il programma d’arricchimento dell’uranio che gli serve per il programma nucleare. Obama gli ha comunque concesso nove mesi di tranquillità in cui il controverso programma ha potuto procedere speditamente alla faccia delle tre risoluzioni del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Se parlare con Obama gli potesse garantire altri mesi se non addirittura un’altro anno di tranquillità, Ahmadinejad asrebbe solo un folle a non accettare il dialogo. Fin dall’inizio il preseidente iranioano ha impostato la sua strategia su di una sobria valutazione costi-benefici. E ha avuto ragione. I benefici delle continue sfide superarno i costi. L’Iran è ormai vicino al raggiungimento dela soglia nucleare, qualcosa che tutti gli strateghi iraniani sia queli del periodo dello Shià si aquelli di Khomeini sognano dagli anni Sessanta. Il costo della sfida sono state quelle sanzioni che solitamente vengono ignorate e aggirate da Cina, Russia e alcuni Paesi europei come l’Austria, la Grecia e la Spagna. Il regime khomeinista è fatto in una maniera che non può fermare la sua avanzata fino a quando non urti qualcosa di solido sulla sua strada. Ma in cosa potrebbe consistere la «vittoria totale» per Ahmadinejad ora? La sua prima richiesta è stata quella di aver le scu-

se da parte degli Usa per la supposta continua intromissione nelgli affari interni di Teheran in tutti questi anni.Tra il 1999 e il Duemila sia il preseidente Clinton che il segretario di Stato, Madeline Albrigth queste scuse gliele hanno presentate in più di un’occasione. E quest’anno durante il diascorso del Cairo anche Obama ha fatto le sue scuse. Ci sono segnali che farebbero pensare che Ahmadinejad accetti tutte queste scuse senza premere per avernbe di nuove dal preseidente Usa. La propoganda sui media, in questo periodo, è focalizzata nel convincere l’opinione pubblica iraniana che gli americani si sono scusati a sufficenza con il mondo islamico. E gli Usa non vengono descritti come un Paese che ha cospirato dietro le quinte dell’ultima crisi. Si punta ad un riconoscimento di Teheran come superpotenza regionale. In cambio Ahmadinejad è pronto a dare a Obama l’opportunità di ottenere il suo primo successo diplomatico.

L’IMMAGINE

Vietare i rave party? Servirebbe solo a spingerli sempre più nella clandestinità Vietare i rave party? Servirà solo a spingerli ancor più nella clandestinità, esponendo i partecipanti a rischi ancora maggiori. Come un eterno disco rotto, la politica risponde alle morti per overdose annunciando misure ancor più repressive e proibizioniste e attuando una politica che chiaramente non funziona. Una politica basata sulla razionalità e sull’efficacia abbandonerebbe i propositi da Stato etico e affronterebbe la questione con laica pragmaticità: come prevenire la morte dei giovani che assumono sostanze illegali alle feste? E la risposta non può che essere: con presidi sanitari che non solo assistano prontamente in caso di overdose, ma prevengano attraverso l’analisi delle sostanze prima dell’assunzione. Da quarant’anni la risposta è quella di inviare poliziotti invece di medici, e questi sono i risultati. Fino a quando continueremo a farci del male?

Pietro Yates Moretti

PRECISAZIONI Gentile direttore, complimenti per il suo giornale. Abbiamo preso visione dell’articolo pubblicato a pagina 3 dell’edizione di liberal di giovedì 3 settembre dal titolo “La lista nera di Tremonti. Cernobbio senza maghi”e firmato da Vincenzo Faccioli Pintozzi. Siamo con la presente a comunicare che nell’articolo sono riportate alcune imprecisioni: l’edizione di quest’anno è la trentacinquesima e non la trentanovesima come riportato; il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi è stato da noi invitato quasi un anno fa a partecipare ai lavori del Forum e ripetutamente sollecitato al fine di avere una risposta che tutti noi ci auguravamo positiva. Purtroppo altri impegni internazionali non gli renderanno possibile la partecipazione come più volte avvenu-

to in passato e come la segreteria del governatore le potrà certamente confermare; a dimostrazione che non ci sono né liste nere né veti, sia Paolo Savona che Luigi Spaventa saranno presenti ai lavori per tutti e tre i giorni del Forum. Riteniamo inoltre di dover precisare che The European House-Ambrosetti è un gruppo professionale che opera sulla base di valori quali ricerca continua dell’eccellenza, professionalità, ma soprattutto indipendenza, integrità e dignità. Non esiste dunque, né mai potrebbe esistere, alcun veto imposto dall’esterno.

Valerio De Molli, manager partner The European House-Ambrosetti

L’articolo parlava chiaramente di “voci” provenienti dall’ambito del

Pancia mia fatti capanna! Ha solo quattro giorni ma ha già una fame da lupi questo armadillo a nove fasce. Rimasto orfano di madre, lo sbrodolone è stato adottato, insieme ai suoi tre fratellini, da una famiglia di Managua, che lo assisterà fino al termine dello svezzamento. Per ora il piccolo è completamente indifeso e in balia delle coccole del ”padre” adottivo

Tesoro. Quelli descritti da me nell’articolo erano infatti più che altro dei “desiderata” del ministro Tremonti. Per quanto riguarda il numero dell’edizione, si è trattato di un banale errore di battitura.

BENZINA: COME RISPARMIARE Carissima benzina. Non è l’inizio di una lettera ma, purtroppo, la constatazione che il carburante,

indispensabile alla nostri spostamenti, incide notevolmente sui costi della villeggiatura. Alcuni suggerimenti per risparmiare ci appaiono utili: scegliere il “fai da te”nel rifornimento fa risparmiare, anche se è scomodo; si risparmia fino al 30% mantenendo la velocità a 2/3 di quella massima consentita dalla propria auto; si risparmia fino al 30% con un ca-

rico di bagagli non eccessivo. Da evitare carichi esterni; si risparmia fino al 10% con una conduzione dolce della guida; si risparmia fino all’11% con un uso accorto del condizionamento. Meglio utilizzare il ricircolo dell’aria già rinfrescata; si risparmia fino al 10% con una corretta pressione dei pneumatici.

P.M.


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

I gabbiani si lamentano con gli spaventapasseri Emily, tesoro, ci siamo trasferiti in una casetta - prato, piccolo viale per l’auto, garage e ipoteca - nella campagna vicino al mare, a cinque minuti a piedi dalle scogliere di Pwllddu e Brandy Cove; e il tempo è azzurro e mite, con un bel vento fresco che rende netti i contorni; dei vecchi zappano su e giù fra i cavoli dietro la casa e i gabbiani si lamentano con gli spaventapasseri, e pecore e mucche ed escursionisti lasciano regolarmente sporcizia e sandwich sul davanti della nostra vista ben tosata; e posso sgranchirmi le gambe fino al pub Joiners’ Arms, e cavalcare liricamente una staccionata, e sentire nelle vicinanze le voci delle ragazze della valle piangere stupri e sottomissioni. Ti avrei scritto prima se mia madre non fosse stata così seriamente ammalata; e lo è ancora con una nevralgia acuta alle radici dei nervi della faccia, è debole come una falena, non può muoversi nel letto, e dalla preoccupazione fa scappare dalla finestra la luce del giorno. Mi hanno fatto molto piacere il tuo telegramma e la tua lettera; ricordami molto a Phyllis Jones: ha poi incontratrato la Carta dell’Irlanda? Si merita l’uomo più simpatico di Londra, tutto per sé, e lui saprebbe apprezzare una favorita bella e slanciata? Dylan Thomas a Emily

ACCADDE OGGI

APPELLO PER LA BI-GENITORIALITÀ Quello che mi preme sottolineare è che tutti dobbiamo capire e comunicare non tanto che i padri sono migliori, o che lo siano le madri. Ma dobbiamo imparare a trasferire il pensiero, la convinzione, che ognuno di noi senz’altro ha, che la bi-genitorialità è cosa giusta per tutti. Per una famiglia sana ed equilibrata dove nessun genitore sia escluso, ma sia accettato in quanto uomo e in quanto donna. Dove i figli possano ricevere i diversi validi insegnamenti che il padre e la madre sapranno dare. Il mio auspicio è per una cultura e moralità comune e civile che esprima sempre la fiducia indistinta verso entrambi i genitori a fare un egregio lavoro, senza per forza eliminarne uno. Una famiglia che tutti ci auspichiamo come punto di partenza per riequilibrare la società e riportare in circolo certi valori di amore e rispetto. Se vogliamo proteggere i figli, smettiamo di metterli sempre al centro dei nostri problemi, di usarli come strumento di comodo, di portarli in tribunale o nelle televisioni quando non serve, di sfruttarli per avere sostegno, soldi, voti, per stimolare buonismo e senso di colpa.Troppo comodo.Troppo egoista. Troppo subdolo e nocivo. L’Occidente intero non è ancora esente da certi reati contro l’infanzia e l’adolescenza, contro la libertà dell’essere umano e lo sviluppo naturale delle proprie potenzialità. In Occidente lo sfruttamento minorile non è più quello dei bambini che cuciono i palloni ma è quello del plagio, della costrizio-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Stefano Zaccagnini (grafica)

5 settembre 1969 Massacro di My Lai: Il tenente William Calley viene imputato con sei accuse di assassinio premeditato, per la morte di 109 civili vietnamiti 1972 Monaco: un commando di terroristi palestinesi irrompe nel villaggio olimpico, uccide due componenti della squadra olimpica israeliana e ne prende in ostaggio altri nove. Il tentativo di liberazione da parte delle forze dell’ordine finisce in un bagno di sangue 1975 A Sacramento, Lynette “Squeaky”Fromme, una seguace di Charles Manson, tenta di assassinare il presidente statunitense Gerald Ford, ma viene bloccata da un agente del servizio segreto 1978 Menachem Begin e Anwar Sadat iniziano il processo di pace a Camp David, nel Maryland 1980 La galleria stradale del San Gottardo viene aperta in Svizzera come il più lungo traforo autostradale del mondo 1984 STS-41-D: Lo Space Shuttle Discovery atterra dopo il suo volo inaugurale

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

ne mentale, dell’inganno e della deviazione verso la quale ogni anno centinaia di migliaia di giovanissimi vengono trascinati. In tutto questo la bigenitorialità, cioè la presenza attiva ed eguale di due genitori (come sostiene l’art.30 della Costituzione), di due tutori, controllori, educatori, garantisce più possibilità al figlio che questo non accada, garantisce maggiormente verso lo stato che l’infanzia e l’adolescenza vengano protette ed avviate come meritano, garantisce che madre o padre, femminile o maschile, non cadano nella tentazione del possesso di vite che hanno tutto il diritto naturale di crescere e maturare. Se il carattere si forma da 1 a 3 anni, come dice la scienza, un bambino che in casa ha sempre una ed una sola opinione, materna o paterna, crescerà probabilmente con un carattere chiuso, passivo, rinunciatario, se non debole e sottomesso. Altra cosa se le opinioni sono due: due in questo caso non è solo il doppio di uno, ma molto di più, perché consente una scelta, la curiosità, la diversità, l’ideazione, consente la formazione di un arbitrio personale, consente lo sviluppo di una personalità indipendente, aperta, poliedrica, intelligente. Se i figli sono il nostro futuro per continuare il cammino dell’umanità, abbiamo il dovere di offrire loro i mezzi perché lo possano fare con forza e gioia, dobbiamo quindi offrire loro l’amore, la cultura, la saggezza ed i saperi del mondo maschile e di quello femminile insieme.

COMMENTO ALL’ASSEMBLEA DI CENTRO Impostare un nuovo progetto politico, come è stato fatto all’Assemblea generale dell’Unione di centro è positivo e va al di là dei confini di un partito o di un’area politica. Quel progetto potrà diventare operativo e vincente sviluppando una grande battaglia politica e culturale. Le tappe fissate da settembre in avanti sono importanti e decisive per il risultato finale. È il fallimento di questo governo, è il fallimento di questo bipolarismo made in Italy, a spingere per un forte rinnovamento del quadro politico. Il nuovo partito può rappresentare il cuneo che scompone gli attuali equilibri capace però di una progettualità tesa alla ricostruzione del tessuto politico, economico, sociale e culturale del Paese, non alla sua ulteriore lacerazione. Per il decollo del nuovo soggetto politico serve la passione dei “liberi e forti”, ma non l’entusiasmo acritico. Guai a rinchiudersi in posizioni di autosufficienza nella contemplazione soddisfatta dei progressi compiuti. Bisogna analizzare le motivazioni politiche del perché si può e si deve compiere questo passo, non sottovalutando i limiti e le difficoltà. A metà degli anni ’70 fu Aldo Moro a dire che non c’era più spazio per essere «alternativa a se stessi”. Il merito dell’Udc, della Rosa per l’Italia, dei Liberal, dei Popolari e degli altri soggetti costituenti è quello di aver capito che così non si poteva più rimanere, che non si poteva solo invocare il rinnovamento altrui, che occorreva cambiare non solo l’apparenza, l’involucro ma la sostanza, il cuore, l’idea stessa di partito di centro e mettersi in discussione. Senza abiure ma senza ulteriori tentennamenti. Anche nella trasformazione dei partiti il rinnovamento avviene per “necessità”. Ciò vale anche per la componente più “forte” della Costituente, l’Udc, che in questi anni ha resistito ma che non poteva ulteriormente procedere così. Rischiando un pericoloso appannamento di prospettiva. È davvero acquisito il concetto che il rinnovamento, la nascita del nuovo partito, si pone innanzi tutto come questione politica? Da qui in avanti, nei fatti, dentro e fuori l’area centrista e moderata, si dovrà comprendere e far comprendere il significato di questo nuovo progetto, qual è la svolta cui tendiamo. Qual è il ruolo del nuovo partito, la sua identificazione con la “causa”? Va riletta questa crisi del capitalismo, reinterpretandolo, con idee e progetti innovativi e coraggiosi sulla base di quanto ha già indicato Papa Benedetto XVI. E in Italia la barra deve essere puntata sempre verso l’ interesse generale, fuori da corporativismi e settarismi di ogni tipo. Alessandro Centro C I R C O L I LI B E R A L MI L A N O

APPUNTAMENTI SETTEMBRE 2009 LUNEDÌ 7, ROMA, ORE 11 HOTEL AMBASCIATORI - VIA VENETO Riunione straordinaria del Consiglio Nazionale dei Circoli liberal. VINCENZO INVERSO, SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

Fabio Barzagli

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

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2009_09_05  

QUOTIDIANO • SABATO 5 SETTEMBRE 2009 DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK P este della Patria Berlusconi, Bondi e Letta da Napolitano a fa...