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La storia sono fatti

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che finiscono col diventare leggenda; le leggende sono bugie che finiscono col diventare storia

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Jean Cocteau di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 5 AGOSTO 2009

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

GUERRA CONTRO IL VOTO

Razzi sulla capitale: colpito il quartiere delle ambasciate. A Herat sotto tiro il contingente italiano. È l’escalation dei talebani che lanciano l’assalto decisivo alla democrazia prima delle elezioni

Kabul, attacco finale alle pagine 2, 3, 4 e 5

Berlusconi lo vuole candidato in Regione

Ahmadinejad giura nell’incertezza

Il teologo Usa ancora sull’enciclica

L’Iran ancora diviso tra Piazza e Palazzo

Ma io insisto: tanta Caritas, meno Veritas!

di Antonio Picasso

di Michael Novak

elle centrali Marche, di lunga e consolidata tradizione rossa il Pdl guarda con ottimismo alle regionali del prossimo 2010. Spera che il vento a favore delle ultime elezioni europee – dove il centrodestra ha superato di misura il centrosinistra – possa gonfiare le vele del Pdl anche alle amministrative. Dove i rapporti di forza tornano agli equilibri tradizionali e dove il 5% della Lega alle ultime europee potrebbe tornare a distribuirsi anche a sinistra, dove il voto di protesta ha premiato il Carroccio per punire il Pd.

tabilità e repressione. Sono queste le parole chiave che scandiscono le ultime giornate di Teheran. La stabilità in riferimento alla proclamazione ufficiale di Mahmoud Ahmadinejad al ruolo di Presidente della Repubblica iraniana. Un gesto compiuto dalla Guida Suprema, Ali Khamanei, per indicare che le elezioni del 12 giugno erano valide e che nessuno si deve azzardare a contestarle. Il quotidiano filo governativo e conservatore, Kayhan, ha addirittura parlato di un’investitura che concede al Capo dello Stato una «legittimità divina». Sull’altro piatto della bilancia la repressione. Le violenze nelle strade proseguono e nel frattempo cominciano i processi sommari di chi si è reso colpevole di aver manifestato contro il regime. Le istituzioni pretendono, appunto ricorrendo alla forza, che il Paese rientri nei binari della normalità politica.

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Bertolaso governatore delle Marche? di Riccardo Paradisi

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seg1,00 ue a (10,00 pagina 9CON EURO

I QUADERNI)

• ANNO XIV •

NUMERO

La figlia del premier sulle escort

ll’uomo della televisione le notizie della sua famiglia arrivano attraverso i giornali. Questa volta non è stata sua moglie Veronica, ma la primogenita Barbara a parlare dalle pagine di Vanity Fair. «Non credo che un uomo politico possa permettersi la distinzione tra vita pubblica e vita privata». Un’intervista che colpisce Silvio Berlusconi al cuore e potrebbe creargli danni anche al portafoglio. Così le donne continuano a tormentare il premier. Ma nel caso di Veronica e Barbara non si tratta certo di escort e veline.

on è un segreto che nell’ultimo ventennio o giù di lì il cattolicesimo statunitense si sia scisso in due grandi fazioni su tematiche quali l’economia politica. Alcuni tendono a sinistra, altri più a destra. Alcuni propendono per l’approccio all’economia politica stile Reaganomics e hanno gioito del boom che ha plasmato l’ultimo trentennio. Altri optano per un approccio stile Clintonomics (molto simile alla Reaganomics), mentre altri ancora preferiscono la gestione dell’economia più granitica e centralizzata dell’Obamanomics. Nella sua ultima enciclica, Caritas in Veritate, Benedetto XVI sottolinea come la Chiesa non debba essere intesa né quale portatrice di una specifica ideologia circa l’economia politica né tanto meno quale attore desideroso di imporre le proprie soluzioni pratiche a singoli paesi o regioni.

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Dopo Veronica, Barbara: «Non sono fatti privati» di Franco Insardà

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IN REDAZIONE ALLE ORE

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Guerra. Colpito il quartiere delle ambasciate e il contingente italiano. I militanti islamici sempre più spaventati dalle urne

Attacco alla democrazia Una pioggia di razzi colpisce Kabul a pochi giorni dalle elezioni E gli Usa pensano di aumentare ancora le truppe in Afghanistan di Vincenzo Faccioli Pintozzi

a democrazia è un bene complicato. Soprattutto se la si vuole esportare e immettere in una realtà che non le è consona; ma, nello stesso tempo, è anche un fattore da gestire con la cura di una madre, perché porta con sé la soluzione a molti problemi. E questo i combattenti che si sfidano sul teatro dell’Afghanistan lo sanno bene. I talebani, come avvenne già quattro anni fa, hanno dimostrato di temere le consultazioni popolari che - sotto l’egida della coalizione internazionale - sono chiamate ad eleggere il prossimo presidente del Paese. Per dimostrare la loro contrarietà, hanno lanciato una pioggia di missili sulla capitale Kabul, arrivando a colpire il quartiere delle ambasciate. E hanno attaccato il contingente italiano, uno dei più amati fra quelli presenti sul territorio. E proprio gli italiani, che sanno quanto la loro presenza sia fondamentale per la gente d’Afghanistan, non temono. Come sostiene il maggiore Marco Amoriello, portavoce del Comando militare italiano di Herat, «l’attacco subito oggi pomeriggio, a 50 chilometri a nord di Farah, dai militari italiani e dalle forze di sicurezza afghane non è che l’ennesimo segnale dell’efficacia della collaborazione tra

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forze internazionali e afghane nel contrastare le attività degli insorti». Il militare sottolinea ancora: «È evidente che questa cooperazione dà fastidio agli insorti, così come qualsiasi tentativo di ricostruzione del Paese».

All’intensificarsi degli attacchi contro gli italiani, che hanno perso il caporalmaggiore della Folgore Di Lisio alcuni giorni fa, non deve comunque essere attribuito «nessun particolare significato, poiché è già da qualche tempo che questo si verifica, sebbene questi attacchi non siano mirati contro di noi». Va anche considerato, sottolinea Amoriello,

come la popolazione non voglia la dominazione talebana. Nella pioggia di razzi che è caduta nella notte di ieri su Kabul sono morte cinque persone. La capitale, secondo quanto riferito dal ministero dell’Interno, è stata colpita da almeno otto missili che fortunatamente non hanno causato vittime, ma hanno ferito un adulto e un bambino. Due razzi sono esplosi a pochissima distanza dalla sede della rappresentanza diplomatica statunitense. Intanto Il generale americano Stanley McChrystal, da giugno responsabile delle forze Usa in Afghanistan e coordinatore di tutte le truppe straniere nel Paese, sta prepa-

L’intensificarsi delle violenze è direttamente proporzionale all’avvicinarsi del voto. L’offensiva è mirata non tanto contro i contingenti stranieri, ma vuole ricordare al popolo chi comanda il momento particolare nel quale si trova l’Afghanistan, a ridosso delle elezioni presidenziali: «È un periodo molto delicato e ce lo aspettavamo». Il momento particolare è proprio quello delle urne: qualunque sia il risultato elettorale, chiunque venga eletto, si tratterà di un altro esercizio di democrazia che dimostra senza ombra di dubbio

rando un rapporto - che verrà presentato a metà agosto - sulla revisione sulla missione in Afghanistan che consegnerà contemporaneamente al ministro della Difesa Usa Robert Gates e al segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmessen. Secondo fonti ufficiose, i due avrebbero parlato proprio della mid-review che sarà presentata

tra una decina di giorni. Secondo fonti americane, McChrystal è intenzionato a chiedere al governo Usa rinforzi: truppe aggiuntive e materiale bellico, in particolare dotazioni in grado di far fronte ai rischi derivanti dalle bombe artigianali denominate in termini militari Ied (Improvised Explosive Device), sorta di ordigni artigianali che stanno causando i maggiori problemi alle truppe alleate impegnate sul campo. Gli Stati Uniti sono attualmente presenti in Afghanistan con 38mila uomini (erano 30mila fino all’aprile scorso).

Il presidente americano, Barack Obama, annunciando la nuova strategia in Afghanistan aveva detto in aprile che sarebbero stati inviati a Kabul altri 21mila soldati. Ora, con le elezioni alle porte e i razzi dei talebani in aria verso la capitale, queste truppe sembrano ancora più necessarie. Per garantire la sicurezza della popolazione civile, certo, e per affrontare con nuova forza l’avanzare dei talebani. Ma soprattutto per affermare di nuovo che il valore della democrazia non è negoziabile, e che se questa è voluta da un popolo non ci può essere forza al mondo in grado di fermarla. Nella notte di Kabul, sotto attacco è finita la democrazia.

L’uomo che ha combattuto sovietici e “studiosi del Corano” ispira la resistenza delle milizie tribali contro l’avanzata degli integralisti musulmani

E il Paese riscopre il mito del Leone del Panshir di Massimo Ciullo er alta che sia una montagna, un sentiero si trova sempre, recita un proverbio afgano. L’unico sentiero che però gli afgani non riescono a trovare da più di 30 anni è quello della pace. La storia recente del Paese è costellata di colpi di Stato, invasioni straniere, conflitti interetnici e religiosi. Oggi, l’eredità di uno dei più famosi comandanti tribali della storia moderna del Paese viene raccolta dai suoi eredi, che sfidano gli integralisti islamici. Nel 1979 l’Afghanistan è diventato il teatro dello scontro aperto tra le due superpotenze dell’epoca, Urss e Usa. Fin dal secondo dopoguerra, l’Afghanistan è stato spinto verso la sfera d’influenza sovietica, a causa del sostegno occidentale al suo principale antagonista regionale, il Pakistan. I rapporti con Mosca, intorno

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alla metà degli anni 70, si erano rafforzati anche in altri campi, soprattutto quello economico, industriale e tecnologico.

Il C remlin o c er cav a di controbilanciare l’influenza statunitense nell’area, cercando di avvicinare quei Paesi che, pur avendo scelto di non schierarsi, erano attratti dal modello socialista. Tuttavia, l’Afganistan rimaneva un Paese ampiamente arretrato e con una forte differenziazione tra le aree rurali e quelle cittadine. La Rivoluzione di Aprile del 1978 nasce proprio dalla fuga in avanti di alcuni militanti democratici, intellettuali e militari che decidono di mettere fine alla dittatura di Mohammed Daud Khan, poiché ritengono maturi i tempi per l’insurrezione nazionale. È l’inizio della fine. La resistenza al-

le innovazioni introdotte dal regime rivoluzionario filo-comunista che darà vita alla Repubblica democratica dell’Afghanistan crea una frattura insanabile all’interno della società civile e tra le diverse etnie che compongono il complesso mosaico afgano. Il tentativo di edificare di colpo uno stato socialista, collettivista e laico, produce un naturale rigetto in ampi strati della popolazione. A questo punto, alle vicende afgane iniziano ad interessarsi con sempre maggiore insistenza le due superpotenze. I sovietici appoggiano incondizionatamente il governo rivoluzionario.

A Washington, alle prese con la crisi iraniana, si ritiene che persa Teheran si possa conquistare Kabul. Nell’agosto del 1979, Carter di-

spone di sostenere finanziariamente e militarmente le fazioni afgane che si oppongono al nuovo regime socialista. I sovietici colgono l’occasione dei conflitti interni emersi nella leadership rivoluzionaria per giustificare il loro intervento militare, condannato immediatamente dai quasi tutti i Paesi occidentali. I tank dell’Armata rossa riescono a raggiungere Kabul. La conquista della capitale illuderà il Cremlino sulla possibilità di una rapida normalizzazione del Paese. In realtà, l’Afghanistan si tramuterà nel Vietnam dei Sovietici, come aveva previsto Brzezinski, consigliere del presidente Carter. La guerra afgana doveva permettere a Washington di infliggere il colpo di grazia all’influenza sovietica nella regione. Per com-


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I talebani hanno compreso che con gli attentati si perde consenso

Ma i mullah dicono: «Basta kamikaze» di Angelita La Spada el pensiero strategico dei talebani afgani spunta un nuovo manuale di comportamento per i combattenti del movimento. L’autore è il mullah Omar, guida spirituale dei Taliban, che con questo prontuario del buon militante vuole riaffermare la propria autorità di leader indiscusso ed indiscutibile della forza di resistenza afgana. L’opuscolo, in formato tascabile dalla copertina azzurra, che reca il titolo Norme per i mujaheddin dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, è un vero e proprio vademecum in lingua pashto su come conquistare i cuori e le menti della popolazione civile locale, e sembra essere un aggiornamento di un’altra guida pubblicata dagli “studiosi del Corano” nell’autunno 2006. Rispetto a quest’ultima, la recente versione esorta i destinatari ad una maggiore prudenza e contiene delle istruzioni dettagliate su come trattare con i funzionari governativi, i contractors, i membri delle forze internazionali e delle Organizzazioni non governative. Il principale obiettivo della recente pubblicazione sembra comunque essere quello di contrastare le linee guida della strategia contro-insurrezionale di Usa e Nato volta a fornire sicurezza alla popolazione afgana. Il ricorrente messaggio del manualetto tende a sottolineare l’importanza di consolidare un’autorità centralizzata sui miliziani e sui comandanti taliban. La quarta di copertina parafrasa le parole del mullah Omar che spiega ai suoi combattenti che tutelare la vita e i beni del loro popolo è il primario obiettivo del jihad in corso. E continua dicendo: «Dovete arrivare a sviluppare un forte legame di lealtà e fratellanza con i vostri amici in modo che il nemico non riesca a raggiungere l’obiettivo di dividervi».Vengono poi impartite regole e direttive riguardo alla necessità di non mietere vittime tra i civili. Un recente rapporto delle Nazioni Unite rivela che quest’ultime sono in aumento, con oltre un migliaio di morti già registrati nei primi sette mesi dell’anno.

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tuto la decisione in merito alla sorte da infliggere a “un militare degli infedeli”- se ucciderlo, rilasciarlo o farne oggetto di scambio - qualora venga catturato. Il manuale mira altresì a trasformare il gruppo integralista in una forza politica gerarchizzata, più disciplinata ed organizzata, centralizzando il potere decisorio e scoraggiando la formazione di fazioni non-autorizzate. Insomma un’organizzazione che segua i dettami della sharia (la legge islamica), e che cerchi di riassumere il controllo del Paese spingendo fuori le forze internazionali.

Secondo Wadir Safi, docente di Scienze Politiche all’Università di Kabul, nella capitale afgana imperversano tre grossi gruppi armati che coordinano sempre più le loro azioni: i talebani guidati dal mullah Omar; la rete capeggiata da Jalaluddin Haqqani; e l’Hezb-e Islami (Partito islamico pan-islamista) dell’ex premier Gulbuddin Hekmatyar. L’obiettivo dei mujaheddin destinatari dell’opuscolo non è colpire gli afgani, ma conquistare i loro cuori e le loro menti. Il manuale, peraltro, contiene delle direttive tattiche molto simili alle nuove linee di condotta previste per le forze multinazionali, di recente stabilite dal generale Stanley McChrystal, comandante delle missioni Isaf e Enduring Freedom in Afghanistan. Anche in tal caso, la priorità era conquistare la fiducia della popolazione, evitando di fare vittime civili. Il nuovo modus operandi dei Talebani si fonda su una duplice strategia col medesimo obiettivo di ingraziarsi l’opinione pubblica afgana. Da un lato una tattica di propaganda per riconquistare il consenso della popolazione proprio in vista delle prossime elezioni, e che vuole contrapporsi a quella stessa messa in atto dal comando delle forze internazionali. Dall’altro ci troviamo di fronte ad un’arguta campagna di pubbliche relazioni. Buone argomentazioni, efficace retorica, guerra di cifre dei sondaggi contano molto più che lanciare un attacco suicida. Gli opinion leaders sono le nuove bandiere e i nuovi generali; solidarietà, morale, lealtà e comprensione le nuove armi. Il mullah Omar ha pensato di considerare le public relations come parte integrante della sua nuova strategia. Ciò che Carl von Clausewitz definisce “il centro di gravità” della guerra si è spostato dalla forza delle armi ai cuori e alle menti dei cittadini. E così le parole sono più importanti delle pallottole. Che l’Occidente presti la dovuta attenzione alle pubbliche relazioni della guerra.

Un nuovo scritto del numero due di Osama bin Laden esorta tutti i militanti a ricorrere agli attacchi suicidi solo per colpire obiettivi di primaria importanza

Scene di devastazione dalla capitale afgana Kabul. A destra il mullah Omar, numero due dei talebani in Afghanistan. Nella pagina a fianco il presidente Hamid Karzai

battere l’Urss e il governo rivoluzionario afgano, gli Usa e l’Arabia Saudita sostengono i Mujahideen attraverso il Pakistan. Quando l’Armata Rossa lascia l’Afghanistan nel 1989, gli Stati Uniti sanno che i sovietici stanno attraversando una seria crisi. Dal crollo dell’impero sovietico in poi, gli Usa adottano una sorta di exit strategy da Kabul, ritenendo terminato il proprio compito.

Washington non si avvede per tempo che in realtà sta lasciando al proprio destino una polveriera pronta ad esplodere. Quando gli Usa lasciano il Paese, si accende un’aspra competizione tra i cosiddetti signori della guerra, che dividono l’Afghanistan in feudi. Il Paese è stato completamente distrutto da una guerra civile. C’è un uomo però, che si distingue per l’amore per il suo popolo e per la sua terra: si chiama Ahmad Massud. È un combattente, considerato un eroe nazionale. La sua gente lo chiama il Leone del Panshir, la valle che per anni ha resistito agli assalti dell’Armata. Massud ha le idee chiare: vuole un Afghanistan libero, indi-

pendente e con una giusta combinazione tra modernità e tradizione. Sostiene che il conflitto con i cosiddetti “guerrieri di Dio”, gli studenti coranici che vorrebbero instaurare una teocrazia, potrebbe essere risolto con una “soluzione politica”: Pakistan e sauditi devono smetterla di fornire il loro appoggio politico, economico e militare ai Talebani. Dal 1993 al 1996, Massud ricopre incarichi di governo, ma l’avanzata degli islamisti lo costringono a lasciare Kabul. Nel 1998 Massud implora europei e statunitensi affinché lo aiutino a sconfiggere «una fazione, i talebani, che non rappresenta l’islam, l’Afghanistan o la nostra centenaria eredità culturale» e che grazie agli aiuti esterni cerca di imporre la sua visione oscurantista all’intera società afgana. L’appello rimarrà inascoltato: la Nato e gli Usa sono troppo impegnati a bombardare Belgrado per occuparsi di altre faccende. Il Leone del Panshir rimarrà vittima di un attentato, perpetrato da due falsi giornalisti arabi il 9 settembre del 2001, due giorni prima dell’attacco alle Twin Towers.

Uno dei tredici capitoli è dedicato poi agli attacchi suicidi, tattica molto utilizzata dai guerriglieri del movimento islamico dei talebani. La regola aurea dettata dal mullah Omar a riguardo sta nel dover ricorrere all’azione degli shahid soltanto per «condurre attacchi suicidi volti a colpire obiettivi di primaria importanza». Parole di monito per il maltrattamento dei prigionieri; severamente vietato il rilascio di prigionieri in cambio di danaro; è di esclusiva competenza del mullah Omar o di un suo sosti-


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Strategia. L’esercito si è adeguato con il tempo alle necessità di una “irregular warfare”. Ma a Foggy Bottom continuano a ragionare all’antica

Manuale per vincere Adattarsi alla natura tribale del conflitto. Le truppe Usa lo hanno capito. Se lo capissero anche i politici... di Robert Haddick erché l’Iraq e l’Afghanistan rappresentano una così grande fonte di problemi per gli Stati Uniti? Quando i politici americani osservano una cartina, essi vedono dei meri confini nazionali; ed allora iniziano a riflettere sui propri omologhi degli altri stati-nazione. Quando i soldati americani di oggi osservano una cartina, essi vedono invece un astratto acquerello fatto di territori tribali, che spesso travalicano quei confini politici a lungo ignorati dai combattenti delle varie tribù. Dopo anni di tentativi e di errori, i soldati statunitensi sul campo hanno imparato come cooperare con le varie tribù ed i vari leader locali per il conseguimento di obiettivi comuni. La pacificazione della provincia irachena di Anbar costituisce il più evidente e recente esempio di tali dinamiche. Ma gli Stati Uniti hanno incontrato più di una difficoltà quando hanno tentato di calare dall’alto un modello di stato-nazione a tribù e capi locali poco propensi ad accoglierlo – e le sempre più frequenti attività degli insorti in Afghanistan ne costituiscono una dimostrazione. In effetti, la tradizionale resistenza ad un’autorità nazionale centrale rappresenta la causa principale quell’instabilità che contribuisce a sconvolgere le regioni in cui gli Stati Uniti si sono trovati ad operare.

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I politici americani di alto livello si dimostrano riluttanti inclini ad accantonare l’opzione di un sistema fondato sullo stato-nazione, il quale costituisce il pilastro fondamentale tanto del diritto internazionale quanto della prassi diplomatica, ed il fulcro attorno a cui la politica statunitense impernia tutta la propria azione. Tuttavia, i soldati americani hanno appreso dalla dura esperienza sul campo come portare a casa dei risultati soddisfacenti anche in quelle aree del globo che continuano a funzionare su base tribale. I leader americani hanno il dovere di comprendere appieno le situazio-

ni che i soldati statunitensi si trovano ad affrontare giorno dopo giorno. Una volta delineata questa nuova forma mentis, gli Stati Uniti conseguiranno con maggiore facilità i propri obiettivi di sicurezza nazionale.

La frustrante esperienza statunitense in Vietnam è valsa sia da ispirazione che da lezione ai nemici dell’America. Questi hanno infatti compreso che una guerra condotta in spregio delle norme internazionali di diritto bellico costituisce la via più agevole per turbare e demoralizzare Washington, eludendo allo stesso tempo la schiacciante superiorità degli americani

come teatro campi di battaglia irregolari.

I leader americani hanno il dovere di comprendere appieno le situazioni che i soldati statunitensi si trovano ad affrontare giorno dopo giorno. Una volta delineata questa nuova forma mentis, gli Stati Uniti conseguiranno con maggiore facilità i propri obiettivi di sicurezza nazionale. Ma cos’è in sostanza una guerra irregolare? Nel settembre 2007 il Dipartimento alla Difesa degli Stati Uniti definì la guerra irregolare come «un violento scontro tra attori statuali e non-statuali al fine di guadagnare legittimità

Dopo anni di “tentativi ed errori”, i soldati americani hanno imparato a collaborare e a stabilire obiettivi comuni con i leader locali, come durante la pacificazione della provincia irachena di Anbar

staurazione di un rapporto di dialogo e cooperazione con le popolazioni locali, ed un’attenta valutazione su chi siano effettivamente gli alleati e chi i nemici.

dal punto di vista tecnologico e della potenza di fuoco. La presa in ostaggio dei dipendenti dell’ambasciata americana in Iran nel 1979; gli attentati suicidi con camion carichi di tritolo contro obiettivi francesi e statunitensi a Beirut nel 1983; i continui scontri ingaggiati con i Rangers statunitensi a Mogadiscio nel 1993; e gli attacchi degli insorti in Iraq ed Afghanistan dovrebbero suggerire con evidente chiarezza come l’America sia ora chiamata a misurarsi con una fase di guerra irregolare. Il fatto che nel 1991 Saddam Hussein si sia dimostrato così stupido da schierare il proprio esercito nel deserto, per poi vederlo crollare sotto i colpi della macchina militare statunitense che da anni si preparava per l’eventualità di un attacco di quel tipo, rafforza ulteriormente tale tesi. Le forze armate statunitensi avranno bisogno di attrezzature da guerra convenzionale per scoraggiare l’emergere di potenziali peer competitors antagonisti. Ma le vere operazioni di guerra che l’esercito americano porrà in essere avranno

Se osserviamo tutto ciò dall’ottica delle guerre della grande Era Industriale, della Guerra Civile e dei due conflitti mondiali del XX secolo, il combattere una guerra sedendosi a sorseggiare del tè con lo sceicco di una tribù ed il suo seguito può apparirci quantomeno strano. Tuttavia, se ripercorressimo l’esperienza americana dalla fondazione di Jamestown nel 1607 sino ai nostri giorni, ci renderemmo conto di come la mobilitazione di massa determinata da conflitti “convenzionali” rappresenti un’eccezione nella storia militare americana. Nel corso della storia statunitense un soldato professionista dedicava nella maggior parte dei casi una buona fetta della propria carriera a operazioni belliche irregolari, proprio come fanno i moderni soldati. Come le vicende della fondazione del nostro Paese suggeriscono, la realizzazione delle condizioni che consentano la definizione di uno stato-nazione non potranno mai essere conseguite in un arco di tempo ragionevole a meno di un elevato spargimento di

e riconoscimento da parte delle popolazioni dei luoghi interessati dagli eventi bellici. Una condotta bellica di tipo irregolare favorisce degli approcci indiretti ed asimmetrici, quantunque possa attingere alla totalità delle strutture militari e di altra natura al fine di minare il potere, l’influenza e la volontà dell’avversario». Il Pentagono aveva in mente «un fenomeno sociale complesso,“disordinato” e ambiguo» che comprende l’insurrezione, la controinsurrezione, il terrorismo e la lotta al terrorismo. Dopo quasi otto anni di missione in Afghanistan, sei in Iraq, ed altri numerosi dispiegamenti di truppe qua e là per il mondo, i soldati statunitensi hanno dimostrato sul campo di possedere grandi capacità di adattamento a conflitti irregolari. Per quei soldati dispiegati su teatri di battaglia di questo tipo, la lotta al fine di conquistare «legittimazione ed influenza da parte delle popolazioni dei luoghi interessati dagli eventi bellici» ha comportato pattugliamenti in città e villaggi, incontri con i capi locali, l’in-

sangue o di un’ingente profusione di risorse. I soldati americani ora dislocati in Iraq, Afghanistan, nel Corno d’Africa ed in qualunque altro campo di battaglia riscontrerebbero nel proprio agire molti elementi in comune con coloro che combatterono le guerre di frontiera lungo il confine nordamericano (1607-1890) le guerre delle banane in America centrale e caraibica (1898-1934), nelle Filippine all’inizio del XX° secolo, sul fiume Giallo ed a Shanghai negli anni ’20 e ’30, o nel Vietnam meridionale contadino negli anni ’60.

In tutti questi casi, piccole unità militari statunitensi furono inviate da sole, di solito senza alcun contatto con il quartier generale e prive di alcun supporto logistico. I giovani comandanti di queste unità dovevano fare ricorso a tutto il proprio spirito d’iniziativa, crearsi i propri appoggi ed adattarsi al contesto in cui dovevano operare. Buona parte di tale adattamento era di tipo politico, e consisteva nel sancire opportune alleanze con le tribù indigene al fine di isolare gli avversari più pericolosi. I soldati statunitensi che oggi ingaggiano conflitti irregolari assolvono più o meno gli stessi compiti, in condizioni simili a quelle riscontrate dai


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C’è una grande differenza tra il risultato finale che vorrebbe ottenere il Dipartimento di Stato (una forma nazione tradizionale) e la realtà con cui i militari americani si trovano a operare quotidianamente

non si sa è se questi capi locali iracheni potranno mai collaborare con il governo di Baghdad. Ed in Afghanistan un ben specifico movimento insurrezionale rifiuta di riconoscere la legittimità tanto del governo afghano quanto della costituzione da cui esso emana. Un enorme fossato separa gli obiettivi che i politici americani si sono prefissati per quelle regioni – la creazione di stati-nazione con tratti chiaramente definiti – da quell’universo tribale con cui i soldati statunitensi devono giocoforza confrontarsi. I casi degli ultimi 40 anni evidenziati in questa sede hanno un comun denominatore. Gli statisti americani hanno cercato di porre fine ai vari conflitti civili portando le istituzioni del moderno stato-nazione in tali zone conflittuali.

Il primo passo è stato quello di creare le condizioni di sicu-

sangue o di un’ingente profusione di risorse. Il governo di Washington ha una propria dottrina per la fondazione di una nazione. Pubblicazioni militari quali “Field Manual 3-07: Stability Operations” e l’Ufficio del Coordinatore per la Ricostruzione e la Stabilizzazione del Dipartimento di Stato indicano la creazione di stati-nazione efficienti come la migliore cartina tornasole del successo in situazioni post-conflittuali. La promozione ed il rafforzamento del sistema degli statinazione dovrebbe rappresentare la prima opzione per gli Stati Uniti. I nemici dell’America hanno compreso che una guerra condotta in spregio delle norme internazionali di diritto bellico costituisce la via più facile per turbare e demoralizzare Washington, eludendo allo stesso tempo la schiacciante superiorità degli ame-

Lo “Stato-nazione” non dovrebbe essere l’unico strumento della politica di sicurezza statunitense. Perché, sempre più spesso, i suoi migliori alleati saranno proprio gruppi sub-nazionali loro predecessori a partire dal 1607.

Nelle operazioni in Iraq ed Afghanistan, l’obiettivo auspicato, lo “stato finale”, è uno stato-nazione efficiente che fornisca un habitat sicuro e stabile ai propri cittadini, applichi i principi dello stato di diritto, garantisca il benessere sociale, sia guidato da un esecutivo stabile ed favorisca la definizione di un sistema economico sostenibile. Gli statisti

americani sono giunti alla conclusione che uno stato-nazione funzionante abbia la più alta probabilità di conseguire tutti questi lodevoli obiettivi. E i politici americani, e più in generale la società americana, si vedono costretti ad accettare come soddisfacenti stati finali ben lontani dal poter essere definiti dei moderni statinazione piuttosto che ricorrere alle pratiche della guerra irregolare. Ma in Iraq, in Afghanistan ed in qualsiasi altro luogo, i soldati statunitensi sul campo riscontrano difficoltà nel diluire in uno stato-nazione degno di questo nome quel sistema tribale con cui devono misurarsi. Un enorme fossato

separa gli obiettivi che gli statisti americani si sono prefissati per quelle regioni – la creazione di stati-nazione con tratti chiaramente definiti – da quell’universo tribale con cui i soldati statunitensi devono giocoforza confrontarsi. Sebbene la “fondazione di uno stato” – la creazione di una buona pratica di governo, la diffusione dei principi dello stato di diritto, e la definizione di istituzioni democratiche – costituisca un’aspirazione assolutamente nobile, l’esperienza americana nel corso degli ultimi 40 anni non si è rivelata incoraggiante. Malgrado gli ingenti sforzi esperiti dal nostro paese, il governo del Vietnam del Sud non è stato in grado di guadagnarsi una sufficiente legittimazione, almeno non in quel periodo di tempo in cui godeva del sostegno dell’opinione pubblica statunitense. I tentativi statunitensi di promuovere un’autorità centrale in Libano nei primi anni ’80 ed in Somalia all’inizio degli anni ’90 si sono risolti in un nulla di fatto.

In Iraq l’esercito statunitense ha operato con successo con i leader locali al fine di ridurre le violenze. Ciò che ancora

rezza ed a tal fine i governanti hanno inviato le forze militari statunitensi. Impiegando la secolare tradizione statunitense di guerra irregolare, gli ufficiali di medio rango sono spesso stati in grado di intessere buoni rapporti con i capi locali e tribali. Ma quando invece gli statisti hanno impiegato i soldati per imprimere un’accelerazione al processo costitutivo di un’entità statual-nazionale che in condizioni normali avrebbe richiesto decenni, l’America si è vista nella maggior parte dei casi costretta ad abbandonare la partita. Con il cambiamento conseguito in Iraq tra il 2007 ed il 2008, e con i successi ottenuti a livello locale in Afghanistan, le forze militari statunitensi hanno dimostrato la propria - enormemente accresciuta - abilità nel condurre guerre irregolari. In ogni caso, il conseguimento di risultati positivi a livello locale o tribale costituisce un elemento necessario ma non di per sé sufficiente a fondare su basi solide un moderno stato-nazione. Come la recente storia americana relativamente alla nascita di nuovi stati indica, la realizzazione delle condizioni che consentano la definizione di uno stato-nazione non potranno mai essere conseguite in un arco di tempo ragionevole a meno di un elevato spargimento di

ricani dal punto di vista tecnologico e della potenza di fuoco. Ma lo strumento dello statonazione non dovrebbe essere l’unico nella cassetta degli attrezzi americana. Nel caotico mondo delle operazioni belliche irregolari, i migliori alleati degli Stati Uniti saranno spesso le tribù, i gruppi etnici, e non i moderni stati-nazione. Le alleanze con i gruppi subnazionali rappresenteranno nella maggior parte dei casi la chiave per il successo. Dopo la fine di conflitti irregolari, gli statisti americani dovranno dimostrarsi pronti, in caso di necessità, a prendere in considerazione ipotesi diverse dallo stato-nazione. Il far poggiare uno stato-nazione esclusivamente su una serie di alleanze con gruppi tribali o etnici porterà nella migliore delle ipotesi ad un tradimento da parte di coloro che in precedenza avevano assistito gli Stati Uniti, e comporterà un dilagare delle violenze.

Nell’ultimo decennio l’esercito statunitense ha dovuto adattarsi alla necessità di condurre azioni belliche con pratiche irregolari. Esso ha così rinnovato secoli di tradizione degli Stati Uniti. Ora gli statisti americani dovranno dimostrare le stesse capacità di adattamento.


politica

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Emergenze. Il capo della protezione civile coalizzerebbe, oltre al centrodestra, una vasta rete di movimenti civici. Trattative con l’Udc

Mission to Marche

Un’idea a sorpresa di Berlusconi: Bertolaso candidato governatore per cominciare l’accerchiamento appenninico ai democratici di Riccardo Paradisi elle centrali Marche – per posizione geografica – di lunga e consolidata tradizione rossa il Pdl guarda con ottimismo alle regionali del prossimo 2010. Spera che il vento a favore delle ultime elezioni europee – dove il centrodestra ha superato di misura il centrosinistra – possa gonfiare le vele del Pdl anche alle amministrative. Dove i rapporti di forza tornano agli equilibri tradizionali e dove il 5 per cento conquistato dalla Lega nord alle ultime europee potrebbe tornare a distribuirsi anche a sinistra, dove il voto di protesta ha premiato il Carroccio per punire il Pd.

del Partito democratico, ovvero quelle regioni del centro – Marche appunto, Lazio, Umbria, Toscana – dove il centrosinistra tiene e resiste al proprio smottamento. Le Marche potrebbero essere il primo fronte da aprire proprio perché per i vertici del Pdl e per Silvio Berlusconi sarebbe più facile paracadutare in questa regione un candidato forte senza avere sollevazioni interne importanti non avendo le Marche una classe dirigente di centrodestra che abbia un deciso rilievo nazionale. Berlusconi del resto parla da molti anni delle Marche come una regione nella quale le cose devono cambiare. La candidatura di Bertolaso manifesterebbe adesso la volontà di rovesciare finalmente i rapporti di forza e conquistare il governo di una Regione non particolarmente popolosa – un milione mezzo di abitanti circa – ma importante dal punto di vista del tessuto socio economico e del modello di sviluppo centrato sulla piccola e media impresa.

N

Una speranza quella del Pdl dunque, che però si alimenta di una convinzione, quella di avere un asso nella manica da gettare sul tavolo della partita per il governatorato di una regione che dalla fine della Prima repubblica ha conosciuto solo sinistre di governo e destre all’opposizione peraltro in posizione di forte subalternità. L’asso nella manica, come viene annunciato da alcuni notabili locali del Pdl «è il personaggio delle sfide, del consenso bipartisan, l’uomo dei momenti difficili che ha la stessa concretezza del Premier. È il Guido Bertolaso che ha inventato la Protezione Civile, gestito i rifiuti di Napoli e ora le macerie d’Abruzzo». E del resto spiega il senatore marchigiano Filippo Saltamartini, «Ci vuole un personaggio forte, indiscutibile, per riequilibrare il divario di una piccola regione che non avrà mai i numeri politici per emergere a livello nazionale, siamo appena un milione e 400 mila anime, ma che per Prodotto interno lordo emerge eccome». Insomma Guido Bertolaso come possibile candidato per la presidenza della Regione Marche. E non si tratta solo di ipotesi o di velleità locali. Perché a via dell’Umiltà, sede centrale del Pdl, ci sarebbe proprio un piano per attaccare le roccaforti geopolitiche

Una regione peraltro dove

Il capo della Protezione civile Guido Bertolaso (nella foto in alto) potrebbe essere candidato da Silvio Berlusconi alla presidenza della Regione Marche oggi in mano alla sinistra

il centro politico ha continuato a mantenere un consenso significativo e dove l’Udc ha una delle sue roccaforti nazionali. E infatti la strategia romana del Pdl sulla conquista delle regioni centrali prevederebbe anche un accordo a livello nazionale con l’Udc per le prossime amministrative, un accordo, dicono da via dell’Umiltà, che dovrebbe presentare concrete convenienze politiche per il partito di Casini. Anche se poi l’Udc nelle Marche non ha ancora preso una decisione e la diplomazia centrista locale è al lavoro per

Nella strategia del Pdl per intaccare il potere del Pd nell’Italia centrale la Regione sarebbe il primo fronte da aprire. La candidatura, caldeggiata dal premier, servirebbe proprio a questo scopo capire quali sono le alleanze da preferire per le regionali del 2010. Una candidatura Bertolaso, non essendo politicamente targata, potrebbe però incontrare una disponibilità di massima dell’Udc Ci sono però anche le variabili. La silenziosa ma presente ostilità all’ipotesi Bertolaso di una parte significativa del Pdl marchigiano, per cominciare. Timorosa di perdere centralità politica e rendite di posizione di fronte a una presenza ingombrante come quella del sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Presenza che scombinerebbe i delicati equilibri che intanto si sono formalizzati in questi anni. L’altra variabile è la presenza nelle Marche di un progetto per mettere insieme un cartello civi-

co, una forza bipartisan che avrebbe tra i suoi esponenti amministratori marchigiani – soprattutto ex sindaci – interessati a presentare un progetto di buon governo alternativo al blocco di potere e di interessi che ruota intorno al centrosinistra marchigiano attuale e all’attuale presidente della regione Marche Mario Spacca. Un cartello ancora sospeso tra la scelta di un’alleanza tutta da negoziare con il centrosinistra o un’intesa strategica con il centrodestra. L’ex sindaco di Recanati Melappioni, oggi esponente socialista di questa nuova e variegata formazione politica in embrione, alla vigilia delle elezioni regionali del Duemila era stato contattato da Silvio Berlusconi in persona che gli aveva


politica

5 agosto 2009 • pagina 7

Linea gotica. Dal ministro leghista un brusco rifiuto al collega che vuole estendere la sanatoria per le badanti a tutti i lavoratori stranieri

Maroni “respinge” anche Scajola Il responsabile dello Sviluppo economico replica: «Decide solo Berlusconi» di Errico Novi

ROMA. «Maroni passerà molto tempo a rimediare ai danni provocati dalle ronde». La profezia è di un senatore del Pd, il segretario della commissione Affari europei Roberto Di Giovan Paolo. Può darsi abbia ragione. Ma per un attimo si era avuta l’impressione che le forzature leghiste sarebbero state compensate da uno scatto d’orgoglio del Pdl. Così era sembrato con la proposta avanzata da Claudio Scajola, che rattoppava almeno in parte i danni provocati da un’altra norma del ddl sicurezza, quella che introduce il reato di clandestinità, prevedendo l’estensione ad altre categorie di lavoratori stranieri la sanatoria per colf e badanti. Ma il principale fautore del disegno di legge, il ministro dell’Interno Roberto Maroni, si è potuto permettere di liquidare così l’idea del collega in un’intrervista pubblicata ieri dalla Padania: «La richiesta di Scajola è la stessa che ci arriva anche da Epifani. Purtroppo però dentro al governo l’accordo era un altro, quindi la richiesta è respinta». Come un timbro negato sul passaporto. O meglio, come il “respingimento” di un extracomunitario al quale il comandante della nave, pur battendo bandiera italiana e trovandosi al di fuori delle acque territoriali, non concede nemmeno di presentare domanda d’asilo. La Lega detta legge nel senso vero del termine. A meno che, come auspica Scajola, il presidente del Consiglio non intervenga a placare i furori del Carroccio: «Considero tutte le opinioni utili e importanti an-

prospettato una candidatura alla presidenza regionale. Proposta che Melappioni rifutò. Ma si tratta di un precedente che potrebbe costituire una traccia già solcata dentro la quale trovare magari un’intesa oggi sul nome di Guido Bertolaso.

che se in qualche caso avrei gradito un tono più pacato», ha commentato all’Ansa Claudio Scajola nel tardo pomeriggio di ieri, «rispetto la posizione della Lega che su questa materia ha fatto una battaglia identitaria, ma vorrei ricordare anche a qualche collega ed amico che per quanto riguarda il Pdl e la collegialità dell’azione di governo il potere eventualmente di respingere una proposta compete a una sola persona, che si chiama Silvio Berlusconi. È una questione seria, di metodo e di merito».

Non è finita qui, insomma. Quella per badanti e colf, ci tiene d’altronde a puntualizzare il capo del Viminale attraverso l’organo politico del suo partito, «non è una sanatoria ma un’iniziativa per far emergere il lavoro nero domestico fatto da colf e badanti italiane, comunitarie ed extracomunitarie. Non era cioè un provvedimento mirato sulla situazione di clandestinità ma su quello dell’irregolarità lavorativa». Come se non fosse identica la situazione di muratori, pizzaioli e manovali extracomunitari di ogni tipo tenuti in nero e quindi privi del permesso di soggiorno. Nessuno però ha più il coraggio di ricordarlo, nella maggioranza, al ministro dell’Interno, tranne appunto Scajola, il deputato Benedetto Della Vedova («l’idea di Scajola porterebbe solo vantaggi») e il vicepresidente della commissione Lavoro

Sta di fatto che nelle immobili e tranquille Marche qualcosa si muove. Se siano solo manovre tattiche giocate per ora su annunci clamorosi o se questo effettivamente faccia parte della strategia organica che i vertici del Pdl starebbero preparan-

della Camera Giuliano Cazzola: «Insieme con Della Vedova abbiamo presentato l’emendamento, poi accolto dal governo, grazie al quale i lavoratori stranieri in disoccupazione o mobilità possono ora chiedere la proroga dei permessi. Credo sia questa la strada da seguire».

Cazzola e Della Vedova sciorinano dunque statistiche che dovrebbero fare giustizia di qualsiasi obiezione protezionistica proveniente dalla Lega: «Nel primo trimestre del 2009 i dati parlano di 426mila disoccupati in più a fronte di 202mila stranieri assunti, il che vuol dire che i lavoratori stranieri hanno dimezzato la disoccupazione: quindi anche in una

stiana: «Di fronte a crisi economica, a schegge impazzite dell’intolleranza, a leggi miopi e pasticciate (siamo ormai al ridicolo), e anche difficili da applicare (vedi pacchetto sicurezza e difficoltà delle famiglie con badanti) i politici cattolici più di altri pensano solo a galleggiare e a salvarsi dalla tempesta. Accoglienza, solidarietà e anche obiezione morale sono considerate deplorevoli».

Con lo stesso tono risoluto riservato al collega Scajola, Maroni ha annunciato nell’intervista alla Padania anche l’arrivo del decreto attuativo sulle ronde: ricorda che non ci sarà spazio «per quelle politicizzate» ma non spiega a quale sanzione andranno incontro i gruppi o i partiti politici che dovessero metterle in campo. Basterà l’esclusione dall’albo della prefettura a scoraggiare i trasgressori? Ai regolamenti delViminale si era affidato lo scorso 15 luglio il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nella lettera inviata al premier Berlusconi, allo stesso Maroni e al Guardasigilli Alfano: «Appare urgente la definizione del decreto attuativo in rigorosa aderenza ai limiti segnati dalla legge. Da ciò dipenderà la riduzione al minimo di allarmi e tensioni». Ma secondo il ministro dell’Interno non ci saranno problemi: quella andata in scena a Massa è delinquenza politica punto e basta.

Scontro aperto, anche se nel Pdl solo Cazzola e Della Vedova continuano ad appoggiare l’idea di Scajola. Famiglia Cristiana :«I cattolici pensano solo a galleggiare» situazione di crisi ci sono posti di lavoro che gli italiani rifiutano, perciò pensare che gli stranieri rubino il lavoro agli italiani è sbagliato». C’è una clandestinità cattiva «ma anche una clandestinità figlia di una regolarità difficile. C’è una zona nera ma anche una zona grigia che bisognerebbe avere la flessibilità di gestire». Manca innanzitutto il coraggio, in una maggioranza che non trova forze sufficienti per rimediare alle forzature del Carroccio, e lo fa notare con la consueta severità l’editoriale di Famiglia Cri-

do per accerchiare e dare l’assalto alla ridotta appenninica del Pd è difficile dirlo con sicurezza. Quello che è sicuro è che dopo tanto parlare di questione settentrionale e di questione meridionale ad avanzare è una finora sottaciuta questione del-

l’Italia centrale. Quell’italia di mezzo che ha antiche e solide tradizioni civiche e municipali e che un saggio del sociologo americano Robert Putnam indicava come la fetta d’italia meglio amministrata e dove più alta era la qualità della vita. Ma

oggi gli elogi di Putnam, come ha recentemente ricordato a liberal anche Luca Ricolfi, sono datati, solo strumentali ormai a chi continua, fuori tempo massimo a tessere gli elogi di un buon governo che nell’Italia centrale non esiste più.


politica

pagina 8 • 5 agosto 2009

Barbara Berlusconi condanna Papi Silvio La figlia del premier: «Un uomo politico non può distinguere tra vita pubblica e privata» di Francesco Pacifico

ROMA. Quattro anni fa, dopo le ironie del padre sulla liasion tra la madre Veronica e Massimo Cacciari, Barbara Berlusconi non nascose a Claudio Sabelli Fioretti il suo tormento: «Pensai: ha una bellissima famiglia, non c’è motivo di fare questa dichiarazione». Quattro anni dopo, tra il «Papi Silvio» di Noemi Letizia e il «non abbiamo dormito tutta la notte» di Patrizia D’Addario, l’erede del premier sentenzia in un’intervista a Vanity Fair: «Non credo che un uomo politico possa permettersi la distinzione tra vita pubblica e vita privata».

Dalle colonne del settimanale patinato Barbara Berlusconi smentisce il maggiore assunto difensivo del padre nel sexygate. Per lei, come per il leader dell’opposizione Dario Franceschini e per gli accusatori di Repubblica, un uomo pubblico non può nascondersi dietro il diritto alla privacy. E spiega l’ormai venticinquenne: «Penso che una società esprima un senso della morale comune. I rappresentanti politici che sono chiamati a ben governare, a far prosperare la comunità, sono anche tenuti a salvaguardare i valori che essa esprime, possibilmente a elevarli. Non credo, quindi, che un uomo politico possa permettersi la distinzione tra vita pubblica e vita privata». In molti fanno notare che quest’intervista esce a pochi giorni dalla richiesta di Veronica – mai confermata in verità – di una maxibuonuscita da un miliardo di euro per chiudere con più riserbo la loro unione. Richiesta, pare, rispedita al mittente. Al riguardo Barbara Berlusconi dice che tra tutti fratelli, «a oggi non c’è nessuna lotta» sull’eredità. Ma è difficile crederle se avverte: «Se mio padre è uomo giusto ed equo, non ce ne saranno nemmeno in futuro». Niccolò Ghedini, parlamentare del Pdl e avvocato del premier, conferma

In libreria

Noi europei pagine 100 • euro 12

La ragazza avverte: «Non ci sarà nessuna lotta per l’eredità se mio padre si dimostrerà giusto ed equo» a liberal che tra gli ex coniugi Berlusconi «al momento non è stato chiuso alcun accordo» di separazione. E la cosa è alquanto complessa. Perché se Marina e Pier Silvio hanno ognuno un 6,75 per cento dell’impero paterno e i tre fratelli Barbara, Eleonora e Luigi assieme un 21,3, soltanto i primogeniti hanno cariche operative nel gruppo. E non intendono cedere un millimetro

LE

OPERE DI

L’Europa riletta lungo un secolo di grandi trasformazioni. La società e la politica italiana osservate attraverso la lente di una transizione incompiuta. La lezione dei “ribelli al conformismo” che hanno saputo, nel Novecento, indicare un’alternativa ai percorsi della libertà. Questi i temi dei tre libri di Renzo Foa “Noi europei”, “Il decennio sprecato” e “In cattiva compagnia”. Il primo, firmato insieme al padre Vittorio, è un confronto tra due testimoni del “secolo breve” che con occhi

Il Cavaliere e il sistema mediatico del loro potere. Neppure alla Mondadori, che interessa a Barbara. Il sorpasso da parte di Sky e gli altissimi investimenti per competere nei media hanno indebolito il Biscione. Che difficilmente confermerà in futuro i suoi guadagni. Così, qualsiasi intervento sulla catena di controllo (la creazione di un accomandita, uno spin off dei rami operativi fino al minimo scossone sul versante gestionale) può diventare destabilizzante. Eppoi nessuno può escludere come un tempo che la galassia Berlusconi sia costretta a fare importanti dismissioni (non solo il Milan) o ad allargare il suo azionariato. Allo stesso modo in via Paleocapa si guarderebbe in maniera diversa a quel miliardo di euro inutilizzato nella pancia di Fininvest, che fino a qualche anno fa appariva come un tesoretto da usare per liquidare membri della famiglia. Qualcosa in più si capirà nei prossimi mesi, intanto si registra quest’intervista della terzogenita del premier, più vicina alle ragioni della madre. Della quale dice: «Sono sicura che per lei sia stato un grande amore». E come la madre non capisce il personaggio Noemi: «Mi ha stupito. È una dimensione che non ha mai fatto parte del mio quotidiano. Non ho mai frequentato uomini anziani. Sono legami psicologici di cui non ho esperienza».

Barbara quindi rimpiange i tempi della nascita del suo piccolo Alessandro, quando. «Papà tornava a casa più spesso, era un’occasione di contatto in più». Ora invece «il dolore è grande, un valore e una realtà si stanno sgretolando. Più forte è il senso dell’unione familiare che uno ha, e nel mio caso è molto forte, più si amplifica la delusione. In ogni caso promette: «Voglio essere vicina a entrambi i miei genitori, perché quello che non traspare all’esterno è che la loro sofferenza è profonda e tocca entrambi».

Gruppo di famiglia in un inferno di Franco Insardà segue dalla prima E così assume un nuovo significato «l’assenza ai diciottesimi compleanni dei figli» lamentata dalla signora Veronica a Repubblica o il rivendicare nel salotto di Porta a Porta, da parte del premier «l’amore più totale» a Barbara, Eleonora e Luigi. Senza dimenticare che il suo orgoglio di padre fu rafforzato dalla discesa in campo di tutta la sua prole indignata dalle dichiarazioni del segretario del Pd, Dario Franceschini. Almeno sul fronte familiare, incassate le esternazioni di Veronica, Silvio fino a ieri dormiva sonni tranquilli. Poi, come un temporale estivo, sono arrivate le parole di Barbara che bacchetta gli atteggiamenti paterni. Per lei non si tratta di affari privati, perché, dice, per un uomo politico non c’è differenza tra pubblico e privato. E la morale è un argomento molto caro alla primogenita della coppia Lario-Berlusconi che in un’intervista alla Stampa del settembre scorso in piena crisi dei mercati internazionali consigliava proprio la riscoperta di un’etica nella finanza. Morale e finanza due concetti che vanno sempre a braccetto nelle parole di Barbara: soprattutto quando si parla del patrimonio di famiglia. Il messaggio al genitore è chiaro: se sarà giusto non ci saranno lotte familiari. Ora non resta che aspettare un’altra intervista per conoscere la prossima puntata della dinasty di Arcore. Ma una volta i panni sporchi non si lavavano in famiglia?

RENZO FOA ed esperienze diverse osservano le mutazioni del Vecchio Continente e soprattutto degli uomini che lo hanno abitato. Nel secondo, l’autore riflette sulle speranze e le delusioni messe in campo da quel cambiamento iniziato nel 1994 e mai davvero concluso. Il terzo raccoglie gli esiti di un meraviglioso viaggio personale nella vita e nelle opere di quei “grandi irregolari” (da Koestler alla Buber-Neumann, dalla Berberova a Joseph Roth, ma anche De Gaulle e Wojtyla) Il decennio sprecato che per Renzo Foa sono stati pagine 204 • euro 14 maestri riconosciuti.

EDIZIONI

In cattiva compagnia pagine 177 • euro 12


N

a c q u e

otto pagine per cambiare il tempo d’agosto

o g g i

5 agosto(1906)

John Huston

Famelico della vita, si sposò tre volte, fu boxeur e giornalista prima che un grande del cinema

L’uomo che volle farsi regista di Orio Caldiron

ohn Huston – alto, un po’ curvo, il volto solcato dalle rughe, il naso rotto da pugile – soprattutto nella seconda metà della sua carriera, in cui appare in molti film come attore, il grande regista americano di ascendenza irlandese è un personaggio immediatamente riconoscibile anche per il suo abbigliamento estroso fatto di berretti a quadrettoni, completi di velluto verde, vecchi panciotti arabescati, sciarpe di cashmere. Sorriso ironico sulle labbra, battuta folgorante, guarda l’interlocutore con l’aria di prenderlo in giro, anche quando, con la sua voce grave, tra un acuto e un bisbiglio, sembra dire cose serissime. Nella conferenza stampa dedicata nell’ottobre 1966 al lancio di La Bibbia, i duetti con Dino De Laurentiis sono irresistibili. Perché un regista ateo ha accettato di dirigere il supercolosso biblico? «Non sono Cecil B. DeMille e non ho alcuna intenzione di mettermi a speculare sull’esistenza di Dio. La Bibbia è un mito universale, una grande favola che spero tocchi la gente a livello inconscio. È la prima storia d’avventure, la prima storia d’amore, il primo poliziesco a suspence e anche il primo racconto di una fede». Perché De Laurentiis l’ha prodotto? «Se dicessi che ho prodotto La Bibbia per diffondere la conoscenza delle Scritture, forse sarei frainteso, ma se dico che ho ritenuto doveroso, utile, soprattutto storicamente necessario diffondere la conoscenza delle Scritture in questo particolare momento della storia del mondo dico qualcosa in cui credo profondamente». Nel cinema era entrato quasi quarant’anni prima, dopo una serie di esperienze diverse come la boxe, il giornalismo, la narrativa, il teatro. Il suo eroe è Walter Houghston, il padre amatissimo che a un certo punto lascia la professione di ingegnere idroelettrico per dedicarsi al palcoscenico con il cognome semplificato in Huston. Staordinario attore di teatro, con il sonoro recita in parecchi film diretti da Griffith, Capra, Hawks, per apparire nei primi titoli continua a pag. II

J

SCRITTORI E CIBI

LE GRANDI BATTAGLIE DELLA STORIA

CAPOLAVORI DI PIETRA

La lepre in salmì di Rabelais

La Fata di Pianezza

di Francesco Napoli

di Marzia Marandola

Lepanto 1571 di Massimo Tosti

pagine 4 e 5

pagina 6

pagina 7

pagina I - liberal estate - 5 agosto 2009


del figlio fino alla morte avvenuta nel ’50. L’amore per i cavalli, gli viene dalla madre, la giornalista Rhea Gore che gli insegna a cavalcare fin da bambino. La vocazione del viaggio, la scelta di vivere senza fissa dimora, il futuro regista li eredita dal padre che gli fa conoscere le maggiori personalità del mondo culturale newyorkese, come Eugene O’Neill, Francis Scott Filzgerald, Sinclair Lewis,Theodore Dreiser, facendo sedimentare nel figlio il gusto per la letteratura americana che sarà una costante significativa della sua eclettica e altalenante carriera cinematografica.

Sceneggiatore per oltre un decennio, passa alla regia con Il mistero del falco (1941), il primo capolavoro assoluto del noir, fedele allo spirito hardboiled di Dashiell Hammett come nessun altro lo è stato prima e dopo. Il film consacra da un giorno all’altro Humphrey Bogart, perfetta incarnazione di Sam Spade, il privateeye incastrato in un’inchiesta

labirintica che procede alla cieca, ma entra subito nel mito. Nel 1994 la statuetta del falco è stata venduta da Christie’s per 398.000 dollari. Nonostante i film successivi – Agguato ai Tropici (1943), Il tesoro della Sierra Madre

prototipo del “caper film” destinato a definire i rituali a orologeria del colpo grosso per gli anni a venire. Lo sfondo della grande città che, con le strade e le piazze deserte, i monumenti anonimi, vive la sua vita senza curarsi dell’uomo, è lo scenario in cui s’inserisce l’organizzazione della rapina, una delle tante transazioni d’affari in un universo dominato dalla logica del denaro.

Sorriso ironico sulle labbra, battuta folgorante, guarda l’interlocutore con l’aria di prenderlo in giro, anche quando, con la sua voce grave, tra un acuto e un bisbiglio, sembra dire cose serissime (1948), L’isola di corallo (1948) – ripropongono la maschera tra il cupo e il sardonico di Bogie a confermare il senso incombente della sconfitta che domina gli eroi hustoniani, è con Giungla d’asfalto (1950) che l’autore firma uno dei suoi risultati più alti e duraturi, il

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S ul l a t r a c c ia

del romanzo di William Burnett, sfila un’inconsueta galleria di personaggi indimenticabili. Sterling Hayden lo sradicato che sogna di tornare tra i cavalli del suo Kentucky. Sam Jaffe, il teorico della rapina, preparata nel suo soggiorno in prigione. Louis Calhern, l’avvocato ambiguo in bilico tra

malavita e società civile, pescecane furbo, sensuale, molliccio, completamente senza scrupoli. Marilyn Monroe, strizzata nei pantaloni aderenti, è la sua “nipotina”, una lolita a alta temperatura erotica. Nelle grandi imprese temerarie degli anni cinquanta i flop si alternano ai successi. Lo scempio che i burocrati della Metro Goldwyn Mayer fanno di La prova del fuoco (1951), arrischiata trasposizione del capolavoro di Stephen Crane, è all’origine dei rapporti difficili con le major e alla tendenza a prodursi da sé, ritornando negli studios delle grandi case tutte le volte che il bisogno di denaro si fa impellente. Girato nelle stesse location della San Fernando Valley in cui Griffith trentacinque anni prima aveva ambientato Nascita di una nazione, il film “maledetto” rappresenta con disincantata lucidità l’orrore della guerra che Huston aveva già colto dal vivo nei tre documentari realizzati durante il secondo conflitto mondiale sulla base dell’aviazione nelle isole

Aleutine (Report from the Aleutians), sulla battaglia di Montecassino fra le truppe tedesche e la trentaseiesima divisione di fanteria del Texas (The Battle of San Pietro), sulle turbe mentali dei reduci americani incapaci di riprendersi dallo shock della guerra (Let There Be Light). Tre film su commissione da considerarsi fra le cose più alte dell’intera carriera del grande “professional”. La regina d’Africa (1951), tratto dal romanzo di C. S. Forester, inaugura il mito del “visiting director”, in cui il gusto della scommessa si mescola alla vita quotidiana dei set a rischio.

Commedia e avventura si intrecciano nell’impresa impossibile di una ossuta missionaria (Katharine Hepburn) e un burbero ubriacone (Humphrey Bogart). Nono solo sfuggono ai tedeschi su uno sgangherato battello fluviale, l’“Africa Queen”, ma riescono persino ad affondare una nave nemica. Ambientato nel Lago Vittoria nel 1914, il film è girato tra l’Uganda e lo Zaire senza mai in-


L

o stesso giorno... nacque

Il mistero di Majorana «Ricordatemi e se potete perdonatemi» di Francesco Lo Dico

F A sinistra John Huston con Montgomery Clift sul set di “Freud, the Secret Passion”. In alto con Jack Nicholson nel film “Chinatown”. Accanto la locandina originale de “L’onore dei Prizzi” con Jack Nicholson, Kathleen Turner e Angelica Huston. A destra una scena del film “Gli spostati” con Marilyn Monroe, Clark Gable e Montgomery Clift dulgere al fascino dell’esotico, con la macchina da presa quasi sempre addosso ai personaggi. «Katie e Bogart erano proprio buffi assieme», dirà. «Ognuno dei due riusciva a far emergere le qualità migliori dell’altro, portando inaspettatamente alla luce il lato comico delle situazioni drammatiche». Se l’intera troupe è assalita dalle formiche rosse, colpita da strane malattie, bloccata dalla piogge, solo Bogart e Huston non si ammalano mai, immunizzati dalle abbondanti bevute di whisky. Scoperta l’intensità espressiva del colore con Moulin Rouge (1952) – la sequenza d’apertura anima la vivacissima ricostruzione del cabaret, con La Goulue, Jane Avril,Yvette Guilbert, Aristide Bruant, Chocolat e naturalmente Touluse-Loutrec, il protagonista – se ne serve nel tentativo di portare sullo schermo l’immenso romanzo di Herman Melville. Se il set di Moby Dick, la balena bianca (1956) è, tra incidenti e tempeste più a rischio del solito, il film ha scene memorabili di

iglio di un ingegnere, nipote di un fisico, smilzo e scuro. A detta degli amici «un saraceno», per gli altri un genio. Per tutti un gran mistero. Ettore Majorana Nasce a Militello, provincia di Catania, nel 1906. Prodigioso nel calcolo matematico, scansa presto l’ombra dell’Etna e prosegue gli studi a Roma. Passa dal collegio dei gesuiti all’università di Fisica. Si laurea a ventitré anni. Suo relatore è Enrico Fermi, che già da qualche anno lo ha incluso tra i collaboratori più preziosi. Pubblica studi su termodinamica e ingegneria elettronica, approfondisce lo studio delle reazioni nucleari. Sfiora l’idea della bomba atomica, e nel 1933 vola in Germania, dove incontra Heisenberg, un ordine scientifico e il nazionalismo ariano. Per alcuni un incontro fatale, per lui un’autentica apnea. Si immerge nello studio di

Pubblica studi su termodinamica e ingegneria elettronica, approfondisce lo studio delle reazioni nucleari. Sfiora l’idea della bomba atomica, e nel 1933 va in Germania, dove incontra Heisenberg, un ordine scientifico e il nazionalismo ariano. Studia qualcosa di non troppo chiaro. Risponde a chi lo cerca di «smettere per morte del destinatario»

qualcosa di non troppo chiaro. Risponde a chi lo cerca di «smettere per morte del destinatario». Crescono la barba, gli acciacchi e la fama. Nel 1937 diventa ordinario di fisica a Napoli. Tutti gli consigliano un po’ di riposo. Se lo prende la sera del 25 marzo 1938. Sale su un piroscafo della Tirrenia diretto a Palermo. «Ricordatemi e se potete perdonatemi», scrive agli amici. Da quel giorno scompare. Una missiva, forse un falso, annuncia il suo ritorno. Il Duce promette 30mila lire a chi abbia sue notizie. Inutile. Majorana scompare insieme al passaporto e una cifra a molti zeri estratta dal suo conto. Collaborazionista tedesco, esule argentino, eremita e clochard. Di lui si disse tutto e il suo contrario. «Ci sono i geni come Galileo e Newton. Ebbene Ettore era uno di

quelli. Majorana aveva quel che nessun altro al mondo ha. Sfortunatamente gli mancava quel che è invece comune trovare negli altri uomini: il semplice buon senso», disse di lui Enrico Fermi. «Non sono una ragazza ibseniana», lasciò detto Majorana. Nume della fisica moderna, lascia un’omonima equazione. Mattia Pascal con l’hobby del microscopio: scienziato nato apposta per le pagine della letteratura.

nificati dell’autore che senza alcuna nostalgia rivisita le sue antiche esperienze di pugile dilettante.

L’uomo che volle farsi re

grande suggestione. Molto discusso all’epoca, viene oggi ampiamente rivalutato. Nel finale i marinai superstiti proseguono nonostante tutto la caccia alla balena, decisi a mettersi alla prova anche se consapevoli dell’inevitabilità del fallimento. Gregory Peck è un Achab d’insolita intensità, mentre Orson Welles incarna l’istrionico predicatore che dal pulpito si scaglia contro l’impresa blasfema del capitano.

Se nell’ultimo scorcio dei cinquanta, il cinema gli consente di viaggiare nelle varie parti del mondo, dai Carabi al Giappone, all’Africa per film diseguali come L’anima e la carne (1957), Il barbaro e la geisha (1958), Le radici del cielo (1958), nei sessanta prevale l’eclettismo dei generi, dal western al biopic, dal thriller alla spy story. Il rapporto con la letteratura si ripropone in Riflessi in un occhio d’oro (1967), tratto dal romanzo di Carson McCullers ambientato in un campo militare della Georgia: uno dei migliori del periodo per il di-

da capo una nuova carriera, più lucido e disincantato di prima. Città amara-Fat City (1972) è ambientato nel mondo della boxe più infima di una piccola città californiana. Non succede quasi nulla di rilevante nella routine quotidiana dei protagonisti alle prese con gli incontri falliti e i tentativi di guadagnare pochi dollari, ma il senso d’angoscia che prende alla gola non è lo scacco stabilito una volta per tutte dal destino, ma la deriva di una condizione storica di miseria e di malessere sociale. Sguardo freddo e insieme partecipe, radiografia cruda, dolente, implacabile, il racconto è tra i più intensi e scar-

«The Dead-Gente di Dublino», il suo ultimo film, è quasi un testamento. Si convive con i propri fantasmi che, quando il tempo si ferma per un istante, sembrano chiederci conto di quello che non è stato e avrebbe potuto essere. Alla figlia Angelica in stato di grazia il regista affida il ruolo di Gretta stacco con cui riesce a mettere in scena l’ambiguo intreccio di desideri e di repressioni in un universo chiuso in se stesso. Nei film che realizza tra gli anni settanta e ottanta si avverte un’impennata, come se la genialità dell’autore si risvegliasse di colpo dopo tanti compromessi. Come se ricominciasse

(1975), che segna l’incontro con Kipling inseguito da almeno vent’anni, mette in scena lo stesso scrittore che incontra Sean Connery e Micael Caine, due ex sergenti dell’armata britannica che stanno per andare nel Kafiristan in cerca di fortuna. Scambiati per dei, quando si scopre che non sono immortali, Connery viene massacrato, mentre Caine riesce a mettersi in salvo. Nel ritmo incalzante della grande avventura, ambientata nello scenario di una civiltà millenaria, il film mostra quanto sia pericoloso scambiare per inferiore una cultura diversa dalla propria. Seguendo fedelmente la traccia del bellissimo racconto di James Joyce, The Dead-Gente di Dublino (1987) rievoca la festa di compleanno nella Dublino di inizio Novecento in casa delle anziane signorine Morkan in una messinscena di grande maestri e semplicità,ma animata da un gruppo di vecchi attori del teatro irlandese. Alla figlia Angelica in stato di grazia il grande regista affida il difficile ruolo di Gretta, in cui la canzone che sente alla fine risveglia dolorosi ricordi di gioventù, mai confessati prima. Si convive senza saperlo con i propri fantasmi che – quando il tempo si ferma per un istante – sembrano chiederci conto di quello che non è stato e avrebbe potuto essere. È l’ultimo film, quasi un testamento.

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SCRITTORI E CIBI

Quel gigante

DI RABELAIS

dall’appetito smisurato Gargantua e Pantagruele le creature nate dalla penna scomposta di un curato di campagna francese di Francesco Napoli

P

antagruele? Noto almeno quanto Amleto, per antonomasia, per quell’aggettivo che deriva dal suo nome e richiamato alla memoria quando ci si alza da tavola sazi oltre misura. Ma se di Amleto quasi tutti sanno abbastanza, o almeno quanto basta per non sfigurare eccessivamente, e una battuta di questo personaggio shakespeariano la sanno pur dire, di Pantagruele cosa si sa oltre quanto immaginabile? È un personaggio letterario dovuto alla bizzarra mano di François Rabelais, un curato di campagna francese forse nato nel 1494, o nel 1483, e scomparso a Parigi il 9 aprile 1553, che certo non poteva minimamente supporre che questa gigantesca creatura da lui inventata passasse alla nostra lingua per lo sproporzionato appetito.

Riprendendo lo schema del romanzo d’avventura caro alla tradizione, classica come medioevale, avvicinandosi anche ai poemi cavallereschi di un Pulci (Morgante) o di un Folengo (Baldo) o a certa inventiva

ariostesca, e basandosi su un anonimo racconto popolare francese, Rabelais con il suo Gargantua e Pantagruele ha dato vita a un’opera in cinque libri articolata e complessa sia sul piano dell’architettura formale, un mix di versi e prosa, sia sul piano linguistico, con un uso della parola talvolta arbitraria e attenta alla sua sonorità piuttosto che alla linea del senso, con uno stile di scrittura unico e irripetuto e una predilezione per l’effetto-choc da consegnare al lettore o con un salto logico-tematico o, ancor più spesso, con un piacere ludico nell’elencazione nominale di vocaboli che fanno inciampare la linea del significato, salvo poi creare un brillante gioco di sensi più reconditi e nascosti. Un ingegneria complessiva del romanzo tale che la sua traduzione è opera ardua a compiersi e quella degli inizi anni Cinquanta di Mario Bonfantini appare ancora la più riuscita in quanto in grado di restituire meglio la composita struttura di quest’opera. Ma nel suo Gargantua e Pantagruele, Rabelais ha consegnato anche

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Per lo scrittore la vita e il pensiero degenerano in vieto moralismo e in astratto sapere quando non sono sostenuti dalla fede schietta e dall’aderenza alla realtà che l’autore ha invece regalato ai suoi fantasiosi eroi una satira della cultura a lui coeva in quanto «abito» scientifico, morale, religioso irrimediabilmente superato dalla Rinascenza in atto. Per lui la vita e il pensiero degenerano in vieto moralismo e in astratto sapere quando non sono sostenuti dalla fede schietta e dall’aderenza alla realtà che Rabelais ha invece regalato ai suoi fantasiosi eroi.

Ai due si aggiunge poi l’irresistibile figura di una sorta di chierico vagante, Panurge, dalla maliziosa e indomita fantasia, e attraverso una serie di mirabolanti avventure si afferma una nuova visione della vita fondata sulla libera e gioiosa espressione di tutte le facoltà umane, sul disprezzo di

ogni ipocrita convenzione. Una visione che pone al centro dell’intero strampalato romanzo il corpo e la corporeità. Ma cosa combinano questi mirabolanti personaggi davvero unici nel panorama letterario di tutti i tempi? Stramangiano e straviziano in giro per l’Europa con una esagerazione degna di certe stortissime rappresentazioni pittoriche di Hyeronimus Bosch, inventore nobilissimo di cose fantastiche e bizzarre, coetaneo peraltro dello stesso Rabelais e dei suoi giganti crudeli ma bonaccioni e ingordi. Il gigantismo di questi personaggi permette all’autore di scrivere scene di banchetti burleschi e l’ingordigia infinita dei due fa scaturire numerosi

episodi comici: per esempio il primo urlo di Gargantua alla nascita è «Da bere, da bere!». Il ricorrere ai giganti permette anche di stravolgere la percezione abituale della realtà e per questo l’opera di Rabelais può essere inscritta nel genere grottesco con forti connessioni alla cultura popolare e carnevalesca.

Tuttavia il tema del gigante sembra non essere adottato al solo fine di scatenare la facile risata nel lettore ma potrebbe esser intesa come trasposizione fisica dell’immenso appetito intellettuale dell’uomo rinascimentale, per cui la dotta sapienza di Rabelais traspare e si alterna a quella più bassa e in verità talvolta greve, almeno come appare oggi. Ma c’è un po’ di incertezza sullo scopo che dichiara di voler raggiungere con questa sorta di rappresentazione, le sue intenzioni non sono poi così nette, probabilmente perché l’opera è stata scritta in un arco di tempo piuttosto ampio e attingendo a diverse tradizioni popolari allora in auge, per lo


Un uso della parola arbitraria e attenta alla sua sonorità più che alla linea del senso, con uno stile di scrittura unico e irripetuto e un piacere ludico nel far inciampare la linea del significato, salvo poi creare un gioco di sensi più reconditi e nascosti che esprime innanzitutto una fiducia nella vita. Rabelais godeva nel sentirsi un uomo immerso nella natura, sanguigno, dominato dagli istinti. Quasi per accentuare la prepotenza di quella sua realtà e armonizzarla grottescamente con la sua illimitata educazione culturale, egli ingrandì le proporzioni anche fisiche dei suoi eroi e nel gigante Gargantua creò una paradossale figura di letterato e di atleta.

LA RICETTA = LEPRE IN SALMÌ

(PER 6 PERSONE) 1 lepre di un chilo e due etti due cipolle due fettine di pancetta una carota, sedano quattro o cinque foglie di alloro una decina di bacche di ginepro noce moscata sale burro farina una scatola di pelati vino rosso secco.

più collazionando e cucendo pezzi sparsi. Così se nell’«Avviso al lettore» del romanzo Rabelais mette al primo posto l’intenzione pura e semplice di far ridere, nel successivo «Prologo» con un paragone centrato su due figure opposte della classicità greca come Silene e Socrate, suggerisce in realtà intenzioni anche più serie e un significato recondito sotto le spoglie del genere fantastico e grottesco. Anche se poi, poco più avanti, si ingarbuglia e si contraddice esprimendo tutto il suo disprezzo per quei commentatori che cercano significati nascosti nelle opere degli altri. Sono le licenze da concedere al geniaccio sregolato di questo frate minore francese. Gargantua e Pantagruele, a dire il vero, tutto sono fuorché buongustai; badano alla quantità piuttosto che alla qualità, anche se, bisogna dirlo, onore alla tavola la fanno spesso. Sarà un fatto genetico, evidentemente, se la mamma di Gargantua, Gargamella, incinta partorì la prole dopo «aver mangiato troppo fojolo» e cioè «trippa grassa di sa-

nati» e cioè «buoi giovani ingrassati alla greppia e in prati bisestili». Ma per saziare la povera Gargamella ci son voluti appena 367mila capi e di trippa «lei ne mangiò sedici moggia, due staia e sei caraffe». Non c’è che dire. La carne era naturalmente il piatto forte per questi eroi e il fantasioso Panurge nel cacciare un capriolo en passant prende al volo 147 uccelli e vari altri animali, così da tener la saccoccia piena per sé e per Pantagruele. Forti e vigorosi non si spaventano del sontuoso esercito dei Dipsodi, gli assetati, composto da oltre 300mila soggetti dei più disparati.

Li battono con facilità sul campo e così Pantagruele decide di elevare un trofeo alla vittoria, ma Panurge pensa bene invece di elevarne uno alla lepre in salmì recitando in versi: «banchettando in onor del dio del vino,/ allegramente quattro gran beoni,/ ciascun dei quali bevve più d’un tino./ E qui ci perse fegato e rognoni,/ maestro lepre, e ci lasciò la scorza;/ Droghe ed aceto, come gli

Spellare e tagliare a pezzi la lepre e metterla in fusione almeno per una notte con sedano, carota e cipolla tagliati a fettine, tanto vino da coprire la carne, quattro o cinque foglie di lauro, una decina di bacche di ginepro e noce moscata grattugiata. Al mattino soffriggete con del burro una cipolla tagliata fine e due fette di pancetta a striscioline, lasciar dorare e salare. Aggiungere i pezzi di lepre sgocciolati e una scatola di pelati sminuzzati. Lasciar insaporire per un quarto d'ora e poi travasare nella pentola il vino con le spezie e le verdure Far cuocere per un’ora circa. In una pentola fate sciogliere un pezzo di burro ed unite un cucchiaio di farina con un poco d’acqua, aggiungere il fegato della lepre che avrete precedentemente scottato e pestato molto bene e la carne precedentemente cotta. Passare al setaccio il sugo di prima cottura compresi gli odori ed aggiungerlo alla carne. Lasciar cuocere di nuovo per due ore adagio, adagio.

scorpioni,/ pungevano le gole a tutta forza». In fatto di cibo, dunque, grezzi lo erano e mangiatori smodati pure, tanto che Rabelais ha consegnato alla storia letteraria l’elenco più lungo di cibi in una sorta di tiritera per accumulazione. Nel quarto libro del capolavoro rabelaisiano, infatti, nell’episodio dei Gastrolatri dominato dal significativo episodio carnevalesco della guerra delle Salsicce, vien data la più lunga enumerazione di cibi e bevande che mai sia possibile leggere. Ai più verrebbe la nausea nel ritrovare dal pian bianco al pan cittadino e altri tipi di pane e poi 16 portate e cento insalate di soli antipasti; una modesta serie di 94 pesci diversi che per «digerirli facilmente veniva moltiplicato il vinaggio»; segue uno sterminio da arca di Noè di carni tale che necessita «perpetuo beveraggio»; non ancora sazi c’è spazio per una sequela di dolci,

frutta fresca e frutta secca che neppure il più abbondante cenone natalizio odierno può contemplare.

E se per Benedetto Croce tutto questo «guazzabuglio del Pantagruel spesso fa girar la testa ma non annoia mai perché è opera d’ingegno scomposto, ma gagliardo» a girar mi pare sia soltanto lo stomaco. Giovanni Macchia, per venire a un altro maestro riconosciuto, in fatto di letteratura francese ne sa davvero tanto e quindi citarlo con una certa ampiezza non mi pare un’idea sbagliata. In non molte righe, infatti, ci ha consegnato un ritratto di Rabelais e della sua opera davvero preciso: «Rabelais è davvero un pozzo senza fondo, miniera ricchissima e non del tutto sondabile, che promette viaggi sotterranei e trascorsi pressoché infiniti, con sempre nuove scoperte. È il suo un mondo

La gioia di vivere nel proprio tempo, la felicità di vivere nel presente, che i silenziosi umanisti avevano espresso tranquillamente, in Rabelais assumono forme e accenti di un’esasperata violenza. E non è possibile non pensare in questo caso a una polemica contro i miti, contro il vuoto spiritualismo, contro il mortificante ascetismo, contro l’incubo e l’ossessione della morte che aveva oppresso le coscienze del secolo precedente. La letteratura come forza, come energia». Rabelais, dunque, non disdegna di esprimere le grandi conquiste spirituali del suo tempo nelle forme umili di una favola. Attraverso le tante lettere che si scambiano i giganteschi personaggi, Grangola, Gargantua e Pantagruele, tocca gli argomenti più disparati che oggi assumono tratti anticipatori di particolare attualità: la follia della guerra; l’uomo artefice del proprio destino nel mondo, animato «senza rimorsi» dal «desiderio di mirare più in alto»; la centralità della cultura e del sapere per la costruzione di una vera personalità. Diversi poi gli accenti e i toni umoristici disseminati nell’insieme dell’opera di Rabelais, un’ironia che non gli mancava, come un aneddoto può confermare: un giorno, senza soldi, si trovava a Lione e desiderava recarsi a Parigi. Lasciò in bella mostra una serie di sacchetti di zucchero sui quali aveva scritto: «Veleno per il re». A quel punto viene arrestato e condotto a Parigi dai gendarmi ma gratuitamente. Il re Francesco I rise talmente tanto che si dica abbia pagato il conto senza discutere. Questo è all’origine dell’espressione francese: «il quarto d’ora di Rabelais», che designa il momento in cui si deve pagare il conto.

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LE GRANDI BATTAGLIE Fu tra i più sanguinosi della storia, e anche l’ultimo scontro combattuto fra navi a remi. I cristiani avevano il vantaggio di essere armati di archibugi e balestre, mentre i musulmani disponevano solo di archi e frecce e non erano neppure protetti da scudi el Cinquecento Lepanto fu vissuta come una guerra di religione. I Cristiani contro l’Islam. Era l’interpretazione più comoda, in quel particolare momento storico. Il Cristianesimo aveva attraversato un periodo di grande sofferenza, con lo scisma luterano e quello anglicano. Poi c’era stato il Concilio di Trento, voluto da Carlo V nella speranza di ricomporre la frattura della Riforma, che si era concluso invece con un irrigidimento delle rispettive posizioni. Per assurdo, la Chiesa non era uscita indebolita da quella prova, ma si era rafforzata. La Controriforma – con tutte le sue esasperazioni (e i suoi errori) – rappresentò un atto di orgoglio, che permise al papato di riconquistare una indiscutibile autorità nei Paesi europei che non erano stati lambiti dal protestantesimo. Da cento anni ormai l’Europa non riusciva a contenere l’espansione di un nuovo impero: gli ottomani, di religione islamica. Il Mediterraneo era interamente controllato dagli invasori, che minacciavano di conquistare, un pezzo alla volta tutto il Vecchio Continente.

DELLA

LEPANTO 1571

Scampato pericolo

N

I singoli Paes i europei non riuscivano a trovare un accordo per una difesa comune contro il nemico. Il papa ci riuscì. E questo spiega – in modo apparentemente semplicistico (ma sostanzialmente vero) – perché quella campagna militare si presentò con l’aspetto di una impresa religiosa. La croce era l’unico vessillo sotto il quale le Nazioni in pericolo potevano trovarsi unite. Era domenica il 7 ottobre 1571.

Era domenica, e dopo la messa gli Ottomani persero l’Occidente di Massimo Tosti

Forse un caso, ma per una flotta di navi con le insegne cristiane la coincidenza assumeva si-

Alì Pascià non volle ritirarsi di qualche miglio, per costringere la flotta nemica a inseguirlo in un braccio di mare più stretto. Ebbe precise responsabilità nella sconfitta, che pagò con la vita: la sua testa fu issata sul pennone della sua nave insieme con una croce gnificati particolari. Le divisioni politiche, i contrasti dinastici, le gelosie culturali, i dissidi religiosi, avevano impedito al-

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l’Europa di respingere il nemico comune che avanzava, in modo che appariva inarrestabile. Fino a quando Pio V non riuscì – con un paziente lavoro diplomatico – a mettere in piedi un’alleanza difensiva.

Le clausole dell’alleanza (che era pomposamente definita «perpetua») stabilivano, nei minimi particolari, diritti e doveri di ciascuno dei contraenti. Gli alleati si impegnavano ad armare una flotta di 200 galee e 100 navi appoggio (per i trasporti), con 85mila uomini, quasi duemila cannoni e novemila cavalli. I costi della spedizione militare sarebbero stati divisi in proporzione di metà a carico della Spagna, un terzo a carico di Venezia e un sesto a carico del papa. Era stata prevista anche l’eventualità che lo Stato della Chiesa non ce la facesse a rispettare il proprio impegno finanziario: la Spagna e

Venezia avrebbero provveduto rispettando le percentuali fissate. Pio V risolse personalmente l’ultimo problema rimasto aperto: a chi affidare il comando supremo. Propose il fratellastro di Filippo II, don Giovanni d’Austria che – per rango e grado – non poteva suscitare invidie e gelosie. Si doveva fare presto, perché i Turchi (e i vascelli corsari loro alleati), che avevano fissato la loro base operativa a Lepanto, si erano già affacciati nell’Adriatico. Un corsaro, Uluch Alì, aveva occupato le bocche di Cattaro, nell’alto Adriatico. Quella domenica su tutte le navi della flotta fu celebrata la santa messa. Gli uomini si confessarono e comunicarono. Il cielo era sereno. Il mare calmo. Alle otto di mattina furono avvistate all’orizzonte le vele della flotta nemica. I galeotti si misero ai remi: il vento era contrario, e occorreva remare. Don Giovanni con-

STORIA

vocò sull’ammiraglia il consiglio di guerra. Qualcuno azzardò l’ipotesi di rinunciare allo scontro. «Senores, ya no es hora de deliberar, sino de combatir!», rispose Sua Eccellenza (Signori, non è il momento di discutere, ma di combattere).

Come s’usava a quei tempi (quando la guerra conservava alcuni aspetti cavallereschi) il segnale di inizio delle ostilità fu dato da un colpo di cannone sparato dall’ammiraglia turca (la Sultana), al quale rispose un colpo di cannone di quella cristiana (la Real). Gli storici sono divisi nel valutare alcuni aspetti strategici dello scontro, e sulle conseguenze che produssero. I veneziani avevano schierato sei galeazze, tozze e ingombranti, ma armate «fino ai denti»: più di trenta cannoni di vario calibro ciascuna aprirono simultaneamente il fuoco contro la flotta nemica, e fu un autentico inferno. Le galeazze furono l’«arma segreta», che sconquassò lo schieramento turco: una sorpresa devastante. Fu una circostanza determinante, come determinante fu l’eccessiva sicurezza del comandante della flotta turca, Alì Pascià, che non accettò i suggerimenti a una maggiore prudenza che gli venivano da alcuni luogotenenti. Alì era un marinaio molto esperto, un uomo maturo (aveva cinquant’anni) con alle spalle molte vittorie e nessuna sconfitta. Era talmente convinto che la battaglia non avrebbe avuto storia da portarsi appresso due figli ancora adolescenti: voleva che assistessero all’ennesimo trionfo del padre. Fu proprio questo stato d’animo a portarlo a sottovalutare il nemico. Rifiutò il consiglio di ritirarsi di qualche miglio, per costringere la flotta cristiana a inseguirlo in un braccio di mare più stretto (che avrebbe impedito a don Giovanni d’Austria di schierare a ventaglio le sue navi). Ebbe, dunque, precise responsabilità nella sconfitta, che pagò con la vita: la sua testa fu issata sul pennone della sua nave insieme con una croce. Dopo Lepanto, gli equilibri politici non mutarono in modo apprezzabile. Ma la minaccia dell’invasione fu sventata. Ma che cosa sarebbe accaduto se a Lepanto avessero vinto i turchi. La risposta degli studiosi è, più o meno, univoca. L’Impero Ottomano, forte della sua organizzazione e della sua compattezza, avrebbe finito per dominare l’Occidente. Fu proprio la consapevolezza del gravissimo rischio corso che giustificò i festeggiamenti e le celebrazioni che si tennero, dopo la vittoria, nei Paesi alleati: le campane delle chiese suonarono a stormo, molti Te Deum furono officiati dovunque.


CAPOLAVORI DI PIETRA a Fata, acronimo di «Fabbrica Automazione Trasporti e Affini», è una società che rivolge i suoi servizi di organizzazione e di macchine per l’edilizia al mercato internazionale. La nuova sede dei suoi uffici a Pianezza, a pochi chilometri da Torino, deve pertanto avere l’immediata persuasività di uno spot pubblicitario, suggerendo un’idea di solidità congiunta a modernità architettonica e ad aggiornamento tecnologico. Nel 1977 viene pertanto incaricato del progetto l’architetto brasiliano Oscar Niemeyer, che pochi anni prima, con l’edificio della Mondadori a Segrate, aveva dimostrato l’efficacia propagandistica dell’architettura nella divulgazione dell’immagine di un’industria moderna, ma capace di fare tesoro della tradizione.

L

Fin dal primo schizzo di Niemeyer si afferma un’idea chiara e definita: l’edificio, ardito e saldo come un ponte, è un parallelepipedo compatto, stretto e lungo, sollevato dal suolo su tre coppie di possenti pilastri, che ne cadenzano i fronti. L’immagine è quella del lungo fronte principale, ritagliato, come la silhouette di un ponte, da archi ampi e ribassati, tutti con uguale profilo. A sorpresa, alcuni piedritti degli archi sono interrotti in corrispondenza del primo solaio in quota, mentre gli altri scaricano robustamente sul terreno. Il pilastro centrale segna l’asse di simmetria, rispetto al quale, da un lato e dall’altro si aggregano, fino al pilastro successivo, tre archi, mentre altri due archi restano sospesi a sbalzo, disegnando complessivamente un prospetto articolato dal concatenarsi di dieci archi. Due corpi scala, plasticamente modellati nel cemento, si staccano dal volume principale, conquistandogli una potente tridimensionalità spaziale. L’edificio Fata, completato nelle strutture in cemento armato nell’arco davvero fulmineo di circa un anno, sgomenta per lo strabiliante effetto di sospensione che lo apparenta a un vero e proprio ponte di terraferma, con sbalzi laterali di ben 21,30 metri, e interassi tra i pilastri di 32,40 metri. L’ingresso avviene al piano terra attraverso una hall: una piccola e sofisticata scatola di vetro e acciaio, dove la parsimonia tecnico-figurativa è debitrice alla lezione di elegante essenzialità di Mies van der Rohe. Salendo, le pareti in cemento lasciato a vista serrano il profilo prosciugato della scala con rampe a sbalzo dalla parete, rilegate da un sinuoso corrimano in tubolare metallico. Esse conducono ai grandi ambienti, che occupano i due piani principali dell’edificio, con gli open space degli uffici. Ma come è ottenuto questo eccezionale effetto architettonico

PALAZZO FATA La Fabbrica Automazioni Trasporti e Affini come un’immagine pubblicitaria

L’autospot di Niemeyer di Marzia Marandola

possenti travi principali che, gettate in cemento precompresso, corrono sul coronamento parallelamente al fronte esteso, reggono tutto il peso dei piani inferiori. I due solai, ossia i due piani degli uffici, sono infatti appesi alla trave principale attraverso un originale sistema di tiranti: questo artificio costruttivo consente di avere i piani degli uffici totalmente sgombri da pilastri e dunque organizzabili in piena libertà e permette di troncare a mezz’aria alcuni pilastri, che funzionano come tiranti, imprimendo sorpresa e levità all’immagine dell’edificio. Il risultato, che coniuga la massima funzionalità degli spazi interni con una straordinaria arditezza costruttiva, si traduce in un’immagine architettonica originale e moderna: esso è frutto della collaborazione di due grandi ingegni, diversamente dotati, e della loro comune passione per il cemento armato.

L’uno lo abbiamo già menzionato, è Niemeyer, la cui predilezione per il cemento suggerisce le parole con cui commenterà la Fata: «il cemento è il nostro materiale preferito: flessibile, generoso, adatto ad ogni fantasia. Per esprimerne queste possibi-

La costruzione in cemento armato, vicino Torino, sgomenta per lo strabiliante effetto di sospensione che la rende simile a un ponte di terraferma

La Fata a Pianezza, a pochi chilometri da Torino che salda in armonia gli opposti, cioè la pesantezza del blocco cementizio con lo slancio aereo di un viadotto?

Il dispositivo segreto consiste nel fatto che i due piani dell’edificio non gravano, come succede normalmente negli edifici, su strutture sottostanti, ma sono per così dire appesi. Infatti due

Nel 1977 l’architetto brasiliano viene incaricato di ridare all’edificio l’immagine di un’industria moderna

lità l’architettura dovrà essere varia, differente, imprevedibile. Mai ripetitiva, fredda e rigida come le strutture in ferro o in legno. A questo scopo, senza pregiudizi, elaboriamo con modestia i nostri progetti fatti di curve e di rette, ricercando l’invenzione architettonica che è per noi l’architettura stessa. Tecnica e architettura sono per noi la sintesi necessaria, due momenti che nascono insieme e insieme si completano». L’altro è Riccardo Morandi, uno dei più celebri ingegneri italiani del Novecento, costruttore di opere stupefacenti per eleganza formale e arditezza tecnica come il viadotto di 9 chilometri nella laguna di Maracaibo in Venezuela del 1962. Autentico mago del cemento armato precompresso, Morandi ha saputo mettersi al servizio di un’idea artistica non convenzionale, elaborando con sapiente originalità un sistema costruttivo perfettamente mirato sulla figurazione espressiva del ponte, perseguita fin dai primi schizzi dall’architetto.

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ORIZZONTALI 1 Autore di Casa Howard n 8 Ne scrissero Jacopone e D’Annunzio n 13 The Xxx Tide (Bassa marea) di R. L. Stevenson n 16 Xxx comica n 19 Fare come n 20 Robert Devereux, Conte di Xxxxx n 21 Scrisse “Il mondo di Dolcetta” n 23 Scrisse Le avventure di Telemaco n 24 Scrisse Il male oscuro n 26 William Xxxx, autore della commedia Fermata d’autobus n 27 Crudele, funesta n 29 Leggende n 30 Eduard Xxxxxx, filosofo e teologo ted. (1814-1908) n 31 Deh quanto in verità vani siam xxx! (Leopardi) n 33 Bel Xxx di Maupassant n 35 Vitello, puledro n 37 Re Xxxx di Shakespeare n 38 Xxx Broadway n 41 Ministri del culto ebraici n 44 Xxxx Hudson n 46 Città tedesca n 48 Uccelli di passo n 50 A tutto xxx n 52 La leggendaria invettiva di Balilla Perasso n 54 L’uomo di Xxxx film di Flaherty n 55 Personaggio femminile di Il borgo di Faulkner n 57 Aver principio n 59 Ghiaccio tedesco n 60 Capitale dell’impero persiano n 62 La ragazza di Bube n 64 Risposta evasiva n 65 La Regina delle Fate nella mitologia celtica n 67 Si festeggia il 24 gennaio n 69 Incontro di vocali n 71 La xxxx es sueño di Calderon n 73 E sì è cosa xxxx che non si crede (Dante, Vita Nova) n 77 Strumento che riconosce se un corpo è elettrizzato n 80 Piante delle ranuncolacee n 82 Nativa di Damasco n 83 In prov. di Nuoro n 84 Scrisse Carmen n 85 Xxx prata biberunt (Virgilio, Bucoliche) n 86 Libera xxx a malo n 87 Lo era Frine n 88 Funzionario amministrativo

VERTICALI 1 “Mademoiselle Xxxx” di Maupassant n 2 Presagio in latino n 3 Xxxx Lardner, scrittore americano n 4 Jan Xxxxx, pittore olandese (1626-79) n 5 Xxx dei Tali n 6 Madre di Salomè n 7 Guido Xxxx, pittore bolognese (1575-1642) n 8 Vincoli n 9 Generati da Odino n 10 Ad xxxx Delphini n 11 ...un xxxxx de pleurer (Rimbaud, “Le cercatrici di pidocchi”) n 12 Capoluogo della contea di Devon n 13 Leon Xxx, attore e regista fondatore del teatro Die Insel a Vienna (1937) n 14 In prov. di Trento n 15 Scrisse L’armata a cavallo n 16 Poeta di Les fêtes galantes n 17 Fenomeno magnetico n 18 “Xxxx Todaro brontolon” di Goldoni n 22 Pal Xxxxxx, capo del governo ungherese dal 1938 al 1941 n 25 Parassiti n 28 Il creatore di Gargantua n 32 Ode on a Grecian Xxx di Keats n 34 Un professionista (abbr) n 36 Le xxxx del Campidoglio n 38 Il gioco dell’xxx n 39 Poema di Lucano n 40 Scrisse Salammbô n 42 Carrozza ottocentesca n 43 Xxx Fleming n 45 Isole a nord della Nuova Zelanda n 47 Xxx Misérables n 49 Respiri affannosi n 51 Lo zio Xxx n 53 Xxx Massari, attrice n 56 Fu tramutata in ragno n 58 Regione della Francia n 61 Tullio Xxxxx, vignettista stairico n 63 Una briscola n 66 Scrittore russo, Nobel 1933 n 67 Porgy and Xxxx n 68 Bagna Firenze n 70 ... all’xxxx femminili intenta (Leopardi, A Silvia) n 72 Signore n 74 Attore che non parla n 75 Come sopra n 76 Epiteto di Bacco n 78 Fu fondata nel 1961 per impedire l’indipendenza dell’Algeria n 79 Verbi come “andare” e “venire” (abbr,) n 81 L’xxx di Napoli di Marotta.

CRUCIVERBA

di Pier Francesco Paolini

QUIZ LETTERARIO

L’uomo di Flaherty

CHI È L’AUTORE DI QUESTO QUADRO? ............................................. (1901)

DI QUALE ROMANZO DEL 1912 È QUESTO INCIPIT? ustav Aschenbach, o von Aschenbach, poiché tale era ufficialmente il suo nome da quando aveva compiuto cinquant’anni, in un pomeriggio di primavera di quel 19… che per mesi mostrò al nostro continente un volto così minaccioso, aveva lasciato il suo appartamento nella Prinzregentenstrasse di Monaco per intraprendere da solo una lunga passeggiata. Sovreccitato dal lavoro difficile e rischioso delle ore mattutine, che proprio in quel punto richiedeva in misura suprema cautela, circospezione, energia e precisione della volontà, neppure dopo pranzo lo scrittore aveva potuto arrestare l’eco interiore del meccanismo creativo, quel motus animi continuus nel quale consiste secondo Cicerone l’essenza dell’eloquenza, e non aveva trovato il sollievo del sonno che gli era così necessario, una volta al giorno, con il progressivo consumarsi delle sue forze. Perciò subito dopo il tè era uscito all’aperto, nella speranza che aria e movimento gli consentissero di ristabilirsi e gli procurassero una serata fruttuosa. Era l’inizio di maggio, e dopo settimane fredde e umide era esplosa una falsa estate. Il Giardino Inglese, benché appena coperto del verde tenero delle prime foglie, era afoso come in agosto, e gremito, nei pressi della città, di carrozze e di gente a passeggio. All’Aumeister, dove lo avevano condotto sentieri sempre più silenziosi, Aschenbach si era trattenuto un poco ad abbracciare con lo sguardo il giardino dell’osteria, animato di un’allegria popolaresca, al margine del quale sostavano alcune vetture pubbliche e carrozze padronali; di qui, al calar del sole, aveva preso la via di casa lasciando il parco e attraversando l’aperta campagna, e poiché era stanco e il cielo, sopra Foehring, minacciava un temporale, si fermò al cimitero settentrionale per attendere il tram...

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pagina VIII - liberal estate - 5 agosto 2009

IL QUADRO DI IERI È DI: Rembrandt Harmensz Van Rijn, “La madre di Rembrandt” (1606-1669)

Il cruciverba di ieri

LA SOLUZIONE DI IERI È: Wolfgang Goethe “Le affinità elettive” (1809)

inserto a cura di ROSSELLA FABIANI


mondo

5 agosto 2009 • pagina 17

Candidature. Dopo le elezioni, i cui risultati sono arrivati a un mese dal voto, Tirana ritrova una sua stabilità politica

L’Albania punta dritta all’Ue di Mario Arpino

è voluto un mese, ma, alla fine, i risultati delle elezioni politiche in Albania sono stati validati e pubblicati. «Sono state elezioni libere e democratiche», hanno commentato gli osservatori della Ue e dell’Osce. Vincitore è il Partito Democratico di centrodestra di Sali Berisha, che ottiene 71 seggi su 140. Vittoria risicata, ma che - secondo gli esperti - attraverso coalizioni dovrebbe comunque permettere di governare. Il 28 aprile scorso l’Albania aveva presentato regolare domanda di annessione all’Unione Europea. Il fatto che il Paese delle Aquile si sia candidato non significa che vedremo presto issare la sua bandiera accanto a quella dei 27. Per entrare nell’Unione, un nuovo candidato deve superare un percorso assai articolato, al termine del quale deve dimostrare di rispettare tre distinti criteri.

C’

Il primo è politico, ovvero deve essere basato su istituzioni stabili, che garantiscano democrazia, stato di diritto, tutela delle minoranze e rispetto dei diritti dell’uomo. Il secondo criterio è economico, e prevede un sistema di mercato affidabile, assieme alla capacità di far fronte alla concorrenza. Il terzo è quello del così detto acquis comunitario, ovvero la capacità e la volontà di accettare gli obblighi e gli obiettivi di un’unione politica, economica e monetaria.

Negli anni dopo Hoxa il Paese ha fatto molti passi avanti, e anche i cittadini, che quindici anni fa gridavano nelle piazze di Tirana che volevano essere considerati, subito, europei a tutti gli effetti, oggi hanno maggiore consapevolezza dei propri limiti, di quelli posti dalla situazione culturale generale e dallo scollamento che, marcatamente, si può spesso notare tra una classe politica elitaria e il popolo. Ciò nonostante, l’integrazione europea, che secondo i sondaggi è condivisa da oltre il 90 per cento della popolazione, oggi, dopo l’adesione alla Nato, costituisce ormai la sfida principale, e dal 1991 tutti i governi albanesi l’hanno considerata come priorità nella loro agenda politica. Anche l’Unione, questo gli albanesi lo riconoscono, pur attraverso le sue complesse procedure si è sempre dimostrata disponibile a un graduale avvicinamento dell’Albania. Il passo fondamentale, che ha mutato lo status del Paese nei confronti dell’Unione, è stato l’Accordo di stabilizzazione e associazione (Asa) firmato il 12 giugno 2006. La firma era

stata preceduta, già nel 1999, dall’inclusione dell’Albania, assieme agli altri paesi dei Balcani occidentali, nel Processo di stabilizzazione e associazione (Psa), che a Feira, l’anno seguente, assumevano lo stato di “candidati potenziali”. A richiesta, s’intende, senza alcuna imposizione da parte della Ue.

Il processo, già nel 2001, portava all’applicazione anche per l’Albania del programma Cards (Community Assistance for Reconstruction, Development and Stabilizazion). Fino al 2006 il piano Cars rendeva disponibili alcune centinaia di milioni di euro, per sostenere lo sviluppo nelle cinque aree classiche riferite alla stabilizzazione democratica, alla giustizia e affari interni, al miglioramento dell’ammiallo nistrazione, sviluppo economico e sociale, all’ambiente e le risorse naturali. È stato successivamente attivato un altro piano, il cosiddetto Strumento di Assistenza pre-adesione (Ipa), dal quale anche l’Albania, nella sua qualifica attuale di candidato potenziale, può attingere fondi. Potrà continuare a beneficiarne fino al 2013, anche se venisse elevata al rango di Paese candidato. L’Ipa sta fornendo un’assistenza che dipende dai progressi già compiuti e dalla loro valutazione da parte della Commissione. I settori elegibili da parte albanese sono la realizzazione della po-

litica di coesione, lo sviluppo delle risorse umane e la componente che riguarda lo sviluppo rurale. Se i fondi sono utilizzati con efficacia, questo insieme di risorse è in grado di portare i candidati effettivi e quelli potenziali, come ancora è l’Albania, all’attuazione integrale dell’acquis comunitario. Questo, appunto, è il problema, e il positivo riconoscimento di “chiarezza democratica” alle elezioni di giugno può certo aiutare. Nella sua visita a Genova del febbraio scorso, il presidente albanese Bamir Topi si era dichiarato convinto che lo stato di avanzamento delle riforme consentiva la ragionevole sicurezza che l’inserimento a pieno titolo del Paese nell’Unione era ormai vicino. Aveva addirittura azzardato l’ipotesi del

colosamente l’Albania dall’Europa, lasciando eccessivi spazi all’attivismo religioso islamico, come sta accadendo in Turchia e in Bosnia, o alla spregiudicata intraprendenza cinese, sempre pronta a colmare ogni vuoto. In Albania, oltre tutto, la Cina è stata di casa per anni, ed è giusto che l’Unione se ne debba preoccupare. A decidere sulle credenziali democratiche dell’Albania e sull’opportunità e i tempi del suo ingresso nella Ue saranno la Commissione e il Consiglio dei 27. Se ci sarà via libera alla richiesta, la Commissione sarà vincolata a esprimere un parere di merito, che non è affatto scontato.

L’ultima domanda avanzata è quella del Montenegro, a dicembre scorso, ma deve ancora essere discussa. Ad oggi, solo Croazia, Macedonia e Turchia sono state promosse allo stato di candidato. Ma questo, come si è visto per la Turchia, non significa affatto tempi brevi. Anche se Berisha, ansioso di dimostrare lo stato avanzato del suo Paese nella legittimazione dei diritti civili, come prima mossa dopo le elezioni ha annunciato l’intendimento di presentare in Parlamento una legge sulla liberalizzazione dei matrimoni omosessuali. Omologandosi, con questo, a Olanda, Belgio, Svezia e Spagna. La Turchia, che segna il passo, non era ancora giunta a tanto, limitandosi ad abolire il fumo nei luoghi pubblici. Mah, ha proprio ragione chi dice che le vie della democrazia sono infinite...

Negli anni dopo Hoxa il Paese ha fatto molti passi avanti e i cittadini oggi hanno maggiore consapevolezza dei propri limiti. Aspetteranno la decisione 2012. Secondo alcuni commentatori, lo scollamento tra classe politica e paese reale non ha consentito all’Albanese medio di comprendere esattamente il vero significato dell’adesione alla Ue. Una parte la confonde ancora con l’adesione alla Nato, mentre altri la considerano alla stregua di un’attesa fonte di ricchezza o, peggio, di una mera liberalizzazione dei visti. Inoltre, i risultati dell’ingente impiego di fondi andranno dimostrati, e in taluni ambienti della Commissione e del Parlamento regna un certo scetticismo. Altri temono invece che i troppi ritardi allontanino peri-


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pagina 18 • 5 agosto 2009

Caos. Ahmadinejad giura nell’incertezza. Usa e Gb: «Niente congratulazioni» tabilità e repressione. Sono queste le parole chiave che scandiscono le ultime giornate di Teheran. La stabilità in riferimento alla proclamazione ufficiale di Mahmoud Ahmadinejad al ruolo di Presidente della Repubblica iraniana. Un gesto compiuto dalla Guida Suprema, Ali Khamanei, per indicare che le elezioni del 12 giugno erano valide e che nessuno si deve azzardare a contestarle. Il quotidiano filo governativo e conservatore, Kayhan, ha addiritparlato di tura un’investitura che concede al Capo dello Stato una «legittimità divina». Sull’altro piatto della bilancia la repressione. Le violenze nelle strade proseguono e nel frattempo cominciano i processi sommari di chi si è reso colpevole di aver manifestato contro il regime. È un quadro contrastante. Le istituzioni pretendono, appunto ricorrendo alla forza, che il Paese rientri nei binari della normalità politica. Finora le nostre fonti a Teheran si erano limitate a sottolineare il sovraffollamento delle carceri iraniane. Decine e decine di oppositori al regime - nella maggior parte dei casi giovani ammassati dietro le sbarre, fermati e spesso presi a manganellate dalla polizia e, senza neanche essere visitati per le contusioni riportate, sbattuti in carcere in attesa di processo. Ci è stato raccontato di ripetuti casi di feriti abbandonati a loro stessi, al punto che lo Stato non sarebbe stato responsabile della loro morte. Adesso però cominciano a filtrare anche alcuni nomi delle personalità più illustri momentaneamente “ospitate” nelle carceri di Teheran.

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Domenica l’apertura della prima udienza di alcuni di loro è stata filmata dalla stessa tv di Stato, la quale ha inviato le immagini degli imputati in tutto il mondo. L’ex vice presidente, Mohammed Ali Abtahi, arrestato il 16 giugno, lo scrittore e giurista Abdollah Ramezanzadeh, ex portavoce del governo Khatami, Mohsen Mirdamadi, leader del partito riformatore Mosharekat, l’ex vice Ministro degli Esteri, Mohsen Amizadeh, e

L’Iran ancora diviso tra Piazza e Palazzo di Antonio Picasso

l’ex vicepresidente del parlamento, Behzad Navabi, sono comparsi in un’aula di tribunale per rispondere alle accuse di tradimento e di aver tentato di realizzare una rivoluzione di velluto sponsorizzata dai governi stranieri. Un monito per tutti coloro che ancora non si vogliono arrendere. Rilevante è anche la notizia dell’arresto di Kourosh Zaim, leader di Jebheh Melli, movimento di stampo laico-liberale. L’avvocato Zaim è famoso nel Paese sia per le sue vedute dee mocratiche riformiste sia per l’impegno esplicitamente speso in favore di un dialogo tra il regime e le comunità internazionale per quanto riguarda il dossier nucleare. I suoi tentativi hanno sempre mirato a salvare quest’ultimo e farne unica-

mente una fonte di energia per l’industrializzazione del Paese. Mettendo Zaim agli arresti - da Teheran ci dicono che non si può escludere il fatto che sia stato torturato il governo iraniano fa capire che ha perso la fiducia anche nei confronti di quegli oppositori moderati che cercavano una mediazione. E questo non può che passare come un

po’ irresponsabili, a caccia di notizie lungo il confine IranIraq. Tuttavia, ieri il sito Tabnak li indicava tutti di origine ebraica o comunque “filo-sionisti”. Il cronista Shane Bauer scrive per il San Francisco Chronicle e per il Christian Science Monitor. È probabile che, in questo caso, la deduzione sulla sua confessione religiosa sia stata fatta affrettatamente sulla base del cognome. Va sottolineato, tuttavia, che alcune testate occidentali hanno parlato di un “Bower”, cognome tipicamente anglosassone, e non di “Bauer”, dalle chiare radici ebraico-tedesche. Un discorso analogo va fatto per Sarah Shroud, fidanzata di Bauer e cronista del Matador, giornale online di contenuto politico. Il terzo

Resta ancora da accertare l’identità dei tre cittadini statunitensi fermati nel Kurdistan iraniano. Per alcune fonti sono giornalisti, per l’Iran «spie sioniste» sintomo di paura da parte degli Ayatollah.Intanto resta ancora da accertare l’identità dei tre cittadini statunitensi fermati nel Kurdistan iraniano. Al momento le indicazioni ufficiali fanno pensare che si tratti di giornalisti, forse un

reporter fermato, infine, sarebbe Joshua Fattal, «un sionista radicale che scrive per un settimanale israeliano», si legge su Tabnak.

Al di là delle modalità di identificazione e delle ragioni dell’arresto, la preoccupazione adesso sta nel futuro di questi tre occidentali caduti nelle mani del regime. Teheran finora ha sempre evitato di compromettersi maltrattando eccessivamente i media occidentali, proprio per evitare di attirare su di sé critiche ulteriori. Tuttavia, dato il livello di tensione crescente, non è da escludere che anche questa linea venga sostituita da un atteggiamento più aggressivo. Soprattutto se Bauer, Shroud e Fattal dovessero essere identificati non come semplici cronisti, ma come spie al servizio del “sionismo internazionale”. Stridendo con tutto questo, l’attività politica di Ahmadinejad sembra voler riprendere forzatamente la normalità. La voce messa in circolazione di una prossima sostituzione del Ministro degli Esteri, Manouchehr Mottaki, con uno dei suoi due vicepresidenti, Parviz Davoudi o Ahmad Moussavi, è indicativa di questa intenzione. Il presidente iraniano eletto sta formando il suo nuovo Gabinetto, incurante di quanto accade nelle piazze. Per inciso, va ricordato che, se Mottaki dovesse lasciare la guida della diplomazia iraniana, si aprirebbe un’ulteriore incognita. Finora l’attuale Ministro degli Esteri ha saputo evitare che il dossier nucleare e le tensioni interne attuali degenerassero in un’escalation nelle frizioni tra Teheran e la comunità internazionale. Chi eventualmente lo sostituirebbe sarebbe altrettanto capace? A margine di questi fatti, infine, è giunta la notizia della partecipazione dell’Ambasciatore svedese alla cerimonia ufficiale dell’insediamento del Presidente, in rappresentanza di Stoccolma e dell’Unione Europea, vista la presidenza di turno che in questo semestre spetta proprio alla Svezia. Una scelta non appoggiata dagli Usa che pare suggerire come l’Ue sia poco attenta a quanto sta accadendo effettivamente.


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5 agosto 2009 • pagina 19

Fra i passeggeri anche undici italiani, di cui due feriti

L’ex presidente media per le giornaliste arrestate in Corea

Thailandia, schianto aereo: un morto e 41 feriti

Pyongyang, Bill Clinton incontra Kim Jong-il

BANGKOK. Un nuovo incidente aereo turba la situazione dell’esodo estivo. Un aereo della Bangkok Airways con 68 passeggeri a bordo, più quattro membri dell’equipaggio, si è schiantato infatti in fase di atterraggio a Koh Samui, un’isola turistica in Thailandia. Il velivolo, per la precisione, ha colpito in pieno una una torre di controllo. Lo ha reso noto un responsabile aeroportuale. Il pilota è rimasto ucciso. Quarantuno i passeggeri feriti, nessuno in gravi condizioni. Sette sono stati trasportati in ospedale. Tra i contusi anche due italiane, madre e figlia. A bordo c’erano undici nostri connazionali, che per la Farnesina sono in buone condizioni. L’aereo, un ATR72, stava atterrando all’aeroporto di Koh Samui quando a causa della forte pioggia è uscito dalla pista ed è andato a sbattere contro la torre di controllo, prendendo fuoco. Il volo PG266 era decollato da Krabi per arrivare all’isola turistica che dista circa 480 chilometri dalla capitale. L’incidente è avvenuto alle 14 ore locali, 9 del mattino in Italia. La torre di controllo che è stata colpita non era in uso. L’aereo, un Atr, non ha comunque preso fuoco dopo l’impatto. In ogni caso l’aeroporto è stato chiuso subito dopo lo schianto.

PYONGYANG. Con una missio-

In cerca di petrolio, Hillary sbarca in Africa Sette Paesi in 11 giorni per fermare Cina e integralismo di Osvaldo Baldacci Clinton a spasso per il mondo. Se la visita di Bill in Corea del Nord è un fatto storico, è la visita di Hillary in Africa a smuovere gli interessi maggiori. Per il Segretario di Stato Usa, un tour di 11 giorni in 7 nazioni che ha un grande valore strategico. Gli Usa stanno riscoprendo l’importanza di un continente che avevano trascurato. Per la verità la disattenzione per l’Africa è stata abbastanza evidente proprio con l’amministrazione Clinton. Poi sono venuti gli anni di Bush e ci si è barcamenati tra altre priorità e un occhio rivolto al continente soprattutto in funzione della lotta al terrorismo. Dopo aver lasciato troppo campo ai rivali - Cina, India, Russia, Paesi arabi, fondamentalismo islamico - o aver demandato molto agli alleati, si torna a guardare all’Africa come a un territorio da cui non si può essere assenti, per il suo valore strategico e per le sue risorse. In Africa c’è molto petrolio che rappresenta una possibilità di diversificazione delle fonti per diminuire la propria dipendenza strategica da poche aree. Specie dall’Africa occidentale gli Usa vogliono arrivare a importare il 15/20 per cento del loro fabbisogno. Ma ci sono anche molte altre risorse. E altrettante fonti di preoccupazione. Basti pensare agli aspiranti attentatori dell’altro giorno in Australia, che erano somali. E ai tanti focolai di guerra che incrinano la stabilità della regione, ma non solo. La Clinton comincia oggi il suo viaggio in Kenya, una delle patrie di Obama, storico alleato dell’Occidente con funzione di stabilizzatore dell’Africa orientale. Funzione messa drammaticamente a rischio dalla crisi che lo scorso anno ha portato il paese sulla linea di confine della guerra civile, per altro rischiando di aprire la strada alle pressioni del fondamentalismo islamico, presente nel Paese ma soprattutto ai confini somali. Clinton cercherà di consolidare il governo di unità nazionale tra Kibaki e Odinga, in modo da non vedere crollare un così importante bastione. A Nairobi parteciperà al Forum sul commercio e lo sviluppo africano, venendo così in contatto con le realtà di di-

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versi Paesi.Tra le priorità, capire cosa succede in Somalia e come si può porre rimedio all’avanzata dei fondamentalisti legati ad al-Qaeda e ai pirati.

Tappa successiva il Sudafrica del neopresidente Zuma, e anche qui ci saranno da affrontare più spine che rose. Resta da capire come le ambizioni di potenza regionale del Sudafrica possano inserirsi nelle strategie Usa. Ma il problema maggiore resta lo Zimbabwe e la dittatura di Mugabe, con la speranza che Washington e Pretoria riescano insieme a riconciliarlo con il suo oppositore Mugabe. Anche perché ogni Paese africano ostile agli Usa, lontano dalla democrazia e schiacciato dal sottosviluppo è da una parte un elemento di trascinamento in basso di tutto il continente (Aids, povertà e profughi) dall’altra una porta spalancata per gli interessi di soggetti come la Cina. Di petrolio si comincerà a parlare una volta sull’Atlantico: l’Angola è uno dei maggiori produttori africani di greggio e uno dei principali fornitori Usa. Ma anche Luanda è soggetta a un serrato corteggiamento di Pechino. Ricchezze senza fine ma problemi forse al momento fra i peggiori al mondo la Clinton troverà nella Repubblica del Congo, dove si è appena acquietata una guerra civile costata centinaia di migliaia di morti. Hillary andrà anche a Goma, nell’est, epicentro delle violenze più recenti. Una visita che in qualche modo riguarderà anche paesi come Rwanda, Burundi e Uganda. L’altro gigante malato dell’Africa occidentale è la Nigeria, potenza regionale con ambizioni Onu e i piedi d’argilla, minacciata nel sud petrolifero dalla guerriglia del Mend e nel nord dalle violenze dei fondamentalisti islamici che solo la scorsa settimana sono costati 700 morti. Poi la Liberia, tornata di recente alla pace e alla democrazia sotto una presidentessa mezza statunitense e dove esiste la più grande ambasciata americana in Africa, e infine nell’arcipelago di Capo Verde, esempio di successo della democrazia in Africa.

Nel Continente Nero dilaniato da guerre e Aids il Segretario di Stato cerca alleati solidi contro l’avanzata di Pechino

L’unità di crisi del ministero degli Esteri ha confermato che a bordo dell’aereo c’erano anche undici italiani. Due di loro, madre e figlia, sono rimaste ferite. La bambina, che ha 11 anni, non è grave. La madre ha riportato varie lesioni a una gamba: entrambe sono rimaste incastrate per qualche tempo nell’aereo. A raccontare all’Ansa dall’ospedale la dinamica dell’ incidente è stata la stessa ferita italiana, Mirella Gastaldi, 39 anni, che era in viaggio con il marito Giuseppe Iacovangelo, 40, e i loro figli di 8 e 11 anni. La famiglia vive a Ginevra. L’incidente entra nella scia di quelli avvenuti in Iran centrale e - nel mese scorso sull’Oceano Pacifico.

ne a sorpresa a Pyongyang, Bill Clinton si è lanciato in una missione che può avere importanti conseguenze nel rapporto tra Usa e Corea del Nord. L’ex presidente americano, hanno confermato fonti Usa, cerca di ottenere la liberazione di due giornaliste americane condannate ai lavori forzate e spingere così le autorita del Paese asiatico a un passo che può preludere ad altri sul fronte della trattativa sul nucleare nordcoreano. A confermare l’obiettivo della visita dell’ex presidente sono state fonti dello staff della moglie, il segretario di Stato Hillary Clinton, che è in viaggio verso il Kenya. Un membro della delegazione

americana coperto dall’anonimato ha spiegato che l’interesse principale degli Usa, in questo momento, «è il ritorno delle due giornaliste sane e salve». Euna Lee e Laura Ling, che lavorano per il network americano Current Tv (di cui è presidente Al Gore, ex vice di Bill Clinton alla Casa Bianca), sono state arrestate lo scorso marzo al confine tra Corea del Nord e Cina, per ingresso illegale nel Paese. Il viaggio di Bill Clinton arriva dopo mesi di tensioni tra i due Paesi e provocazioni da parte nordcoreana. Un gesto di disponibilità da parte di Pyongyang come la liberazione delle giornaliste, secondo gli osservatori internazionali, potrebbe aprire la strada a un ritorno al dialogo anche sul tema del nucleare, dopo le battute d’arresto degli ultimi tempi. Stando a quanto riferito dall’emittente ufficiale Radio Pyongyang, l’ex presidente americano è stato ricevuto a cena nella foresteria di Stato dal despota nordcoreano, cui potrebbe aver riferito un messaggio affidatogli verbalmente dall’attuale capo della Casa Bianca, Barack Obama. Il cui staff, però, non ha confermato pur riservandosi ulteriori chiarimenti sulla missione diplomatica dell’ex presidente democratico.


società

pagina 20 • 5 agosto 2009

L’analisi. Il teologo statunitense torna sullo scritto del Pontefice alla luce delle dinamiche socio-economiche del Novecento

Tanta Caritas, meno Veritas La nuova enciclica di papa Benedetto XVI tra giuste intuizioni e (involontarie) omissioni di Michael Novak on è un segreto che nell’ultimo ventennio o giù di lì il cattolicesimo statunitense si sia scisso in due grandi fazioni su tematiche quali l’economia politica. Alcuni tendono a sinistra, altri più a destra. Alcuni propendono per l’approccio all’economia politica stile Reaganomics e hanno gioito del boom che ha plasmato l’ultimo trentennio. Altri optano per un approccio stile Clintonomics (molto simile alla Reaganomics), mentre altri ancora preferiscono la gestione dell’economia più granitica e centralizzata dell’Obamanomics.

N

Nella sua ultima enciclica, Caritas in Veritate, Benedetto XVI sottolinea come la Chiesa non debba essere intesa né quale portatrice di una specifica ideologia circa l’economia politica né tanto meno quale attore desideroso di imporre le proprie soluzioni pratiche a singoli paesi o regioni. Il Santo Padre non intende pronunciarsi sulle dispute in ambito economico tra cattolici o tra altri esponenti di differente credo religioso. Al contrario, il Papa si prefigge di inquadrare le questioni inerenti l’economia politica in un contesto più ampio, affrontando tematiche quali il ruolo della caritas nella teologia e nella filosofia e altri vitali concetti quali il bene comune, la persona umana e la comunità degli individui. Inoltre, nelle sue riflessioni sui risvolti pratici di alcune tematiche odierne, Benedetto XVI assegna quasi sempre un punto alla sinistra, tradizionalmente legata alla Populorum Progressio (1967), che egli riprende o qualifica attingendo a insegnamenti appresi tra il 1967 ed il 1991, anno della pubblicazione dell’enciclica Centesimus Annus. La pratica conferma le intenzioni. Sua Santità lascia correre entrambi i cavalli, e decide di non schierarsi né con l’uno né con l’altro. In un certo senso, una così evidente apertura sembra aver destato perplessità in molti lettori, e sembra aver reso quest’enciclica insolitamente blaterante e opaca. Essa tende a imboccare in più passaggi di-

rezioni divergenti. Alcune frasi appaiono persino impossibili da analizzare sintatticamente: cosa mai implica tutto ciò in termini pratici?

Il rifiuto di insistere sull’ideologia racchiude in sé una grande forza che compensa gli elementi di debolezza di cui sopra. La peculiarità dell’enciclica è data dal fatto che essa innalza la mente a nuove dimensioni della verità, e previene diatribe proprie più della Città dell’Uomo che della Città di Dio. Per fare un esempio, questa più alta prospettiva consente a Benedetto XVI di mettere in dialogo

di contributi previdenziali tale da colmare il deficit esistente nei nostri programmi di assistenza agli anziani. Le politiche concernenti l’inizio della vita condizionano profondamente lo stato sociale man mano che la popolazione invecchia. Desidero proporre qui di seguito uno dei passaggi più eminentemente pratici dell’enciclica da me prediletti. Il tono ricorda più un gergo burocratico, e non quel linguaggio profondo, caldo e pastorale a cui Papa Benedetto XVI ci aveva abituati. Ciononostante, esso ci dà testimonianza di alcuni dei massimi traguardi raggiunti dal

La peculiarità del documento è data dal fatto che esso innalza la mente a nuove dimensioni della verità, e previene diatribe proprie più della Città dell’Uomo che della Città di Dio il vangelo della vita con il vangelo sociale, per così dire. E ciò risulta essere assolutamente sensato. Volendo citare un caso specifico, a partire dal 1973 negli Stati Uniti si sono registrate circa 50 milioni di interruzioni di gravidanze. Se a quelle bambine e a quei bambini fosse stato concesso di vivere, la forza lavoro del nostro paese potrebbe ora contare su milioni di effettivi in più, e si sarebbe così potuta garantire un’erogazione

pensiero cattolico sociale negli ultimi 115 anni:

«Considerando la reciprocità come l’essenza di ciò che può definirsi un essere umano, la sussidiarietà costituisce l’antidoto più efficace contro ogni forma di stato sociale onnicomprensivo. Essa appare in grado di garantire tanto la svariata articolazione dei programmi - e pertanto la pluralità dei soggetti - quanto la coordinazione de-

gli stessi. Pertanto, il principio di sussidiarietà si dimostra assolutamente adatto a guidare il processo di globalizzazione e a indirizzarlo verso un autentico sviluppo umano. Al fine di non generare un pericoloso potere universale di natura tirannica, la governance della globalizzazione deve essere informata da un principio di sussidiarietà articolato su vari strati ed in grado di coinvolgere livelli diversi che operino all’unisono. La glo-

balizzazione richiede certamente autorità, nella misura in cui essa pone il problema di un bene globale comune il cui conseguimento risulta necessario. In ogni caso, tale autorità deve essere organizzata in modo sussidiario e stratificato al fine di non violare le libertà e di determinare risultati effettivi in termini pratici» (57). In questa sezione, e in molte altre dell’enciclica, inizia a emergere uno schema mediante il

L’ammirevole sforzo del Santo Padre di legare ricerca della verità alla democrazia attuabile

Ma l’una non può esistere senza l’altra irca quarant’anni or sono un giovane docente di Yale pubblicò un eccellente volume su Lutero e Tommaso d’Aquino, nel quale suggeriva come protestanti e cattolici guardassero alla storia e al destino dell’uomo da angolature e con aspettative differenti. Egli affermò che i cattolici (dei quali S. Tommaso si ergeva ad esempio) concepivano il mondo come emanazione della Caritas che l’incommensurabile amore di Dio genera; una virtù che Dio infonde liberamente in quegli individui che si dimostrano in grado di accoglierla. Al contrario, egli scrisse, i protestanti (simboleggiati da Lutero) immaginavano l’uomo alla sbarra, in attesa del giudizio divino, che lo

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avrebbe immancabilmente giudicato colpevole; ma fortunatamente la gratuita e straordinaria grazia di Dio lo avrebbe assolto dai propri peccati.

La nozione cattolica del mondo in quanto dono dell’amore di Dio rappresenta il tema centrale del pontificato di Sua Santità Benedetto XVI. Dal suo punto di vista, Caritas significa amore che sgorga dall’intima essenza del Creatore; un amore di cui tutta la Città di Dio viene cosparsa. Tuttavia, come sottolineò S. Agostino, quella Città è costantemente minacciata dall’egocentrica ed egoistica Città dell’Uomo, in cui proliferano le menzogne e gli illusori inganni.Tale è il motivo per cui

la nuova enciclica del Santo Padre sancisce un solido legame tra Caritas e Veritas. L’una non può esistere in assenza dell’altra. Le evocazioni del pensiero di S. Agostino si ricollegano direttamente all’esperienza americana. Nessun altro teologo influenzò così tanto il realismo sull’essenza dell’uomo espresso in The Federalist, e nella scelta dell’amicizia espressa nel nome di Philadelphia. E in ciò si presagivano tanto la “Città sulla collina”quanto l’affermazione che gli uomini sono ben lontani dall’essere angeli. In effetti, gli individui che invocano la formazione di una “Repubblica della Virtù” rivelano la propria estrema necessità di controlli e contrappesi, di una corretta divisione dei po-


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te a un Benedetto XVI che fa nuovamente appello alla definizione di una vera autorità politica a livello mondiale: «Per guidare l’economia globale; per ravvivare le economie colpite dalla crisi; per evitare qualsiasi peggioramento dell’attuale crisi e i più grandi squilibri che tale deriva genererebbe; per favorire in modo assoluto e tempestivo il disarmo, l’approvvigionamento alimentare e la pace; per garantire la tutela ambientale e per regolare i flussi migratori; per tutto questo, e come il mio predecessore Beato Papa Giovanni XXIII sottolineò alcuni anni or sono, una vera autorità politica a livello mondiale risulta più che mai necessaria...».

Ma egli non si sottrae dal definire tale autorità in termini di restrizioni e di aderenza ai fondamentali principi del pensiero sociale cattolico: «…Un’autorità del genere avrebbe bisogno di essere regolamentata a norma di diritto, dovrebbe attenersi costantemente ai principi della sussidiarietà e della solidarietà, dovrebbe cercare di garantire il bene comune, e di sancire il proprio impegno atto ad assicurare un autentico e integrale sviluppo umano ispirato ai valori della carità nella verità (67).

mio amico e sparring partner occasionale David Schindler del John Paul II Institute di Washington, ho iniziato a gettare le fondamenta delle mia concezione di democrazia, capitalismo e della Repubblica delle Virtù in base a quella nozione di caritas. Una società libera si divide in tre sistemi interdipendenti: la forma di governo, l’economia e le istituzioni morali/culturali dell’esistenza umana. Ognuna di queste diverse forme di libertà (politica, culturale e religiosa) necessita della altre due al fine di garantire la protezione della vera libertà. Si possono consultare alcuni saggi da me scritti al riguardo a partire dal 1995 al sito www.michaelnovak.net. A lungo ho tentato di indirizzare la dottrina sociale cattolica in quella direzione - a partire dalla mia personale concezione. E ora l’assistere a un Papa che parla di caritas in modo così meraviglioso mi riempie di profonda soddisfazione. In tutta sincerità però, se sottoponessimo ogni periodo di Caritas in Veritate a un’analisi alla luce delle verità empiriche derivanti dagli eventi che hanno caratterizzato l’economia politica dal 1967, scopriremmo che tanto la veritas quanto la caritas non risultano così presenti. Nel

Una società libera si divide in tre sistemi: forma di governo, economia e istituzioni moraliculturali dell’esistenza. Ognuno di questi necessita degli altri per garantire la protezione della Libertà quale Benedetto XVI ribadisce un punto importante per la sinistra politico-economica, qualificandolo altresì alla luce degli orientamenti politico-economici del centro e del centro-destra. Ad esempio, per ciò che concerne la preoccupazione del Santo Padre per i destini dello stato sociale, il Papa suggerisce in primis che «…le nazioni più economicamente sviluppate dovrebbero fare tutto quanto in

loro potere al fine di allocare percentuali più cospicue del proprio prodotto interno lordo alla cooperazione allo sviluppo, rispettando così gli impegni assunti in tal senso dalla comunità internazionale». Egli quindi inserisce immediatamente tale raccomandazione all’interno dei vincoli sanciti dai principi di sussidiarietà e di responsabilità personale: «Uno dei

teri e di altri metodi pratici atti a contenere quel grande male di cui gli uomini sono capaci. Su questo punto, Benedetto preferisce porre l’accento sull’amore di Dio piuttosto che sulla divisione dei poteri, sulla competizione aperta a tutti e su altri metodi di controbilanciamento dei distruttivi appetiti umani. Tuttavia, contro l’invisibile spettro del relativismo Papa Ratzinger compie un’approfondita analisi per dimostrare il legame tra ricerca della verità e democrazia attuabile. La civiltà è conversazione e cioè attento ascolto alla verità nelle parole del prossimo, e rifiuto di quella cecità

percorsi che consentiranno di raggiungere tali scopi è rappresentato da un’attenta ridefinizione del sistema di assistenza interna e delle politiche sociali, che preveda l’applicazione del principio di sussidiarietà e crei sistemi di tutela maggiormente integrati, con la partecipazione attiva dei privati cittadini e della società civile» (60).

Per quanto riguarda il governo globale, ci troviamo di fron-

di cui l’uomo rimane inconsapevole. Se tale conversazione volta a ricercare la verità viene frenata dall’indifferenza, ecco che emergeranno dei poco di buono che accresceranno il proprio consenso. Nel secolo scorso, il relativismo costituì il preludio alla tirannia. Una tirannia che può sempre riaffacciarsi lungo il cammino dell’uomo.

Nelle sue raccomandazioni pratiche sull’economia politica quest’ultima enciclica sembra cavalcare due cavalli - il bruno destriero di coloro che ritengono lo Stato l’i-

Per quanto mi riguarda, prediligo la parte iniziale della Caritas. Quand’ero giovane, desideravo scrivere di mio pugno un libro sulla centralità dell’unica forma di amore di Dio, chiamata caritas, invece del più comune e realistico amor, sulla scorta dell’impianto teologico di S. Tommaso d’Aquino. Adoravo il suo breve trattato sulla carità (la scadente traduzione inglese di caritas), e organizzavo frequenti seminari sul tema. Negli ultimi anni, spinto in parte dal

stituzione principale al fine di garantire il bene comune, e il bianco destriero di coloro che pensano che uno Stato con competenze quanto più limitate costituisca lo strumento migliore per far fiorire una miriade di libere iniziative ed azioni intrise di civismo, così come una via più sicura verso il bene comune. Ma come il Santo Padre si prende la briga di rimarcare, il pensiero sociale cattolico non fornisce soluzioni tecniche e non definisce politiche o programmi specifici. Relativamente a ciò, i cattolici di sinistra, di centro e di destra potranno continuare a trovarsi in disaccordo. In ogni caso, le riflessioni pratiche del Papa sull’economia politica e le sue attuali perplessità contribuiscono ad affinare il dibattito. Anche in questo caso, le parti dell’enciclica che mostrano con maggiore evidenza le impronte della caritas di Sua Santità sono quelle che lasceranno un’impronta più duratura. (m.n.)

caso specifico, i benefici per i poveri apportati dalla diffusione delle iniziative e dei mercati economici (per alcuni il termine “capitalismo” risulta troppo sgradevole) avrebbero dovuto essere presi maggiormente in considerazione. Ad esempio, nel 1970 l’aspettativa di vita degli uomini e delle donne del Bangladesh si attestava a 44,6 anni, ma nel 2005 questa era salita a 63 anni. Pensate quale gioia e quale forza tale conquista significhi per le famiglie.

Similmente, nel 1970 il tasso di mortalità infantile (i deceduti su ogni 1.000 neonati) in Bangladesh era di 152, o del 15,2%. Nel 2005 la media era scesa a soli 57,2 decessi, un po’ meno del 6%; di nuovo, da quale pena vengono sollevati padri e madri, e quanto immensa è la gioia che ne scaturisce. Molto rimane sicuramente da fare se si vogliono innalzare gli standard sanitari dei bengalesi. Ma i progressi compiuti negli ultimi trent’anni non hanno precedenti nella storia mondiale. Vi sono molte altre omissioni di fatti, insinuazioni discutibili ed errori involontari lungo tutta l’enciclica. Inoltre, il lavoro di redazione risulta alquanto scadente. Ogni difetto di veritas nuoce alla caritas. Questo è il meraviglioso e potente legame di quest’enciclica.


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

da “Haaretz” del 4/08/2009

L’ultima sfida di Fatah di Avi Issacharoff l presidente palestinese sostenuto dall’Occidente Mahmoud Abbas ha detto che il suo popolo «non deve perdere il legittimo diritto di portare avanti la sua lotta tramite il terrorismo» e che il suo governo «mentre cerca una pace con Israele mantiene il suo desiderio di resistere». Queste frasi sono state pronunciate davanti a circa 2.200 delegati del Partito di al Fatah riuniti in Cisgiordania. Si tratta del primo congresso del movimento in circa 20 anni. Abbas ha sottolineato che i palestinesi devono mantenere il loro negoziato di pace con Israele «fino a che resterà un briciolo di speranza». Il congresso cerca di mantenere la popolarità di Fatah e del suo leader, che deve affrontare le sfide di Hamas. Che, da parte sua, ha impedito ai delegati presenti a Gaza di lasciare la Striscia per partecipare all’incontro. Abbas ha ricordato però che la «resistenza» rimane un’opzione valida: «Anche se noi scegliamo la pace, abbiamo il diritto secondo il codice internazionale di resistere». Si tratta di una terminologia che include sia il confronto armato che le proteste non violente.

I

La presa di posizione del capo di Fatah riflette le posizioni espresse due giorni fa da Jibril Rajoub, uno degli uomini più ascoltati da Arafat. Secondo il funzionario, Fatah non ha mai ceduto l’idea di una resistenza armata contro Israele. La frase è stata pronunciata in risposta alla domanda di un giornalista, che voleva sapere cosa significasse la foto di un giovane armato di mitra nel padiglione del confesso. Eppure, nonostante queste linee, il partito ha proposto delle nuove piattaforme di lavoro tese a marginalizzare la questione - un tempo centrale - dell’intervento armato contro Israele. D’altra parte, hanno chiesto

la completa interruzione degli insediamenti se si vuole un accordo di pace. A ben vedere, si tratta di una riscrittura della piattaforma del 1989, che riflette i drammatici eventi del conflitto israelopalestinese: l’instaurazione dell’Autorità palestinese in Cisgiordania e Gaza, le due rivolte palestinesi contro Israele, i numerosi incontri di pace e la cessione della Striscia, nel 2007, ai rivali di Hamas. La comunità internazionale e Israele guarderanno con attenzione a questi tre giorni di incontri, anche se i rappresentanti del governo di Tel Aviv si sono rifiutati di commentare il congresso. Il quotidiano pan-arabo Asharq al Awsat scrive che l’Autorità nazionale palestinese ha deciso di bloccare ogni trasferimento di denaro nella Striscia di Gaza. Secondo il giornale, si tratta di una decisione presa personalmente da Abbas, che dovrebbe annunciarla dopo la conclusione dei lavori del congresso di Fatah. Si tratta di un segnale forte, indirizzato al mondo arabo moderato e a quello integralista.

Tuttavia, nelle strade di Betlemme - dove si svolge l’incontro - si vedono manifesti di Arafat e slogan che inneggiano “alla resistenza legittima contro l’occupazione». L’atmosfera non ha colpito particolarmente gli abitanti. Un negoziante palestinese dice: «Non abbiamo visto mai alcun miglioramento, sotto questo governo. È vero, Hamas non è migliore di Fatah. Ma tanto la situazione non cambia mai, per noi». Un importante appuntamento viene però dall’agenda dei lavori, che prevede l’ele-

zione dei 21 membri della Commissione speciale dell’Autorità nazionale palestinese.

Circa cento dei duemila delegati presenti si contendono le poltrone, che consistono di fatto in un governo alternativo palestinese. Fra questi si contano i leader più importanti di Fatah: Mahmoud Abbas, Marwan Barghouti, Mohammed Dahlan, lo stesso Rajoub, Ahmed Qureia e molti altri. Altri duecento cercano invece di accaparrarsi i seggi del Consiglio rivoluzionario, secondo in ordine di importanza nella scala politica palestinese. La speranza è che queste nomine interne, almeno nelle intenzioni degli attivisti duri e puri del Partito, possano ripulire la Commissione centrale: da anni, infatti, incombono scandali e accuse di corruzione sui suoi membri, che hanno trasformato Fatah in un letamaio. Oggi, questa potrebbe invece candidarsi a divenire un’alternativa vibrante ai militanti islamici di Hamas. Una sfida che Fatah deve vincere.

L’IMMAGINE

Il lavoro è l’uovo di Colombo che batte la povertà e aumenta il benessere Il lavoro è l’uovo di Colombo che batte la povertà. Chi lavora prega, è felice, non pecca, si sfama ed è aiutato da Dio. Per il cristianesimo, specie protestante, il lavoro è la chiave dell’esistenza. La vita buona poggia sul lavoro duro e austero, non sulla contemplazione. Il lavoro diventa vocazione; la psicologia religiosa e quella economica possono coincidere: “chi non vuol lavorare non mangi”. Il lavoro allontana da noi tre grandi mali: noia, vizio e bisogno. Nel vangelo secolarizzato, coloro che sono in grado di lavorare devono farlo. Con il lavoro si evidenziano capacità tecnica, potere, reddito, status e anche creatività. Secondo i latini, ognuno è artefice della propria fortuna. Il lavoro genera la proprietà. Questa favorisce la responsabilità, l’indipendenza e l’autonomia di pensiero; nonché incoraggia l’iniziativa e l’emulazione, soprattutto di poveri. Così si innesca e si mantiene un meccanismo virtuoso di produzione d’idee e benessere.

Gianfranco Nìbale

L’INDECENTE BOSSI Nessuno interviene a bloccare l’indecenza. Ma c’è un ministro della Repubblica verso il quale al massimo ci si può limitare a ticchettare il dito sulla fronte a dire che è matto o è necessario invece che sia finalmente richiamato all’ordine? Umberto Bossi ha ricominciato con le sue provocazioni antinazionali e giorni fa, nel silenzio generale, è tornato a inneggiare all’inesistente Padania e a profetizzare che Venezia ne sarà la capitale. Lui e quelli che non conoscono la storia d’Italia non sanno che cosa vuol dire il sangue versato per la Patria. Ma il presidente della Repubblica, il premier, i presidenti delle Camere, la maggioranza e l’opposizione silente dovrebbero invece parlare e dire a Bossi di stare final-

mente zitto. Sembra un Paese ormai paralizzato l’Italia, nel quale l’infamia secessionista sembra diventare un fenomeno con cui convivere. Ma è sicura questa politica che gli italiani tollererebbero pacificamente la prosecuzione del gioco leghista contro la Nazione? Chi rappresenta in Parlamento e nelle istituzioni il no popolare allo smembramento – per ora sloganistico e fanfarone – del nostro Paese? Chi ha paura di dirgliene quattro a Umberto Bossi? Ormai la Lega è sempre più un movimento imbroglione. Ma fa male, molto male, a questa nostra Nazione, con la propaganda dei suoi accoliti e del suo leader. La Costituzione, almeno in questo, è precisa: l’Italia è una e indivisibile. E come ogni volta che qualcuno va fuori le righe si ele-

In guardia! Reduci forse da un turno di guardia massacrante, questi poliziotti cinesi si sono concessi un pisolino di gruppo sulla banchina della stazione ferroviaria di Guangzhou. E speriamo che per una volta i loro superiori siano comprensivi: un momento di stanchezza si sa, può capitare a chiunque, anche a chi svolge incarichi di grande responsabilità

vano le grida dei sepolcri imbiancati appartenenti a certa cultura, ci indigna ora il silenzio delle istituzioni di fronte all’ennesima provocazione di Bossi contro l’articolo 5 della Carta costituzionale che tanti dicono di adorare.

Francesco

BIAGI E LA SUA RIFORMA Quando penso alle riforme, non

posso fare a meno di pensare che esse mettono in gioco tutta una serie di belle parole che non sono mai trasformate in fatti. È vero allora, che quando si vogliono cambiare le cose, si passa per il sacrificio plurimo ed estremo, o per le stragi di Stato come è avvenuto per l’azione di uomini illustri. Uno di questi, Marco Biagi, ha caratterizzato la fine di un’e-

poca e l’inizio di un’altra: ha agito indipendentemente dalle sue idee, cercando di canalizzare le possibilità del primo impiego per i giovani, riformando realmente il mondo del lavoro che aveva bisogno da tantissimo tempo di un campo di semplici possibilità. La sua azione è stata criticata, apprezzata, contestata.

Bruna Rosso


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Viviamo in continuo allarme Mia cara Sonia, la tua lettera del 3 agosto, cioè del giorno della mia partenza da Berlino, l’ho ricevuta qui stasera presso la mia squadra, dove sono finalmente giunto dopo un avventuroso viaggio di quasi dodici ore… Noi stazioniamo vicino alla Dvina, siamo come un cuneo insinuato fra due posizioni russe che ci stanno a destra e a sinistra. La truppa ha già subito un duro fuoco di artiglieria e anche di fanteria, ed è stata pure impiegata per l’occupazione di trincee. Feriti e dispersi, finora nessun morto. Ieri notte la nostra squadra ha dovuto sgombrare il suo quartiere per il fuoco dell’artiglieria. Durante la marcia abbiamo avuto occasione di fare conoscenza con bombe di aviatori. Viviamo in continuo allarme. Durante la mia assenza la truppa ha sofferto aspri strapazzi. Domani mi spoglierò. Ora è notte, manca un quarto alle dieci: non c’è luna, fuorché una candela che tengo in mano nella mia rimessa, la quale è naturalmente senza finestra, fra un mostruoso sciamare di mosche che coprono letteralmente le pareti e pungono e molestano in modo nauseante. I camerati dormono accanto e dietro di me. Ci sono ora notti lunghe e sempre più lunghe, scure, senza illuminazione: un particolare tormento. Karl Liebknecht a Sonia

ACCADDE OGGI

CLIMATIZZAZIONE NELLE STALLE Gli allevatori veneti investono da tempo nella qualità delle produzioni zootecniche, rispetto alla quale il benessere animale non è solo una questione di rispetto ma un elemento qualitativo indispensabile. Come gli esseri umani, anche gli animali e la zootecnia veneta stanno soffrendo i picchi delle temperature di questi giorni, che provocano disagio e stress ma incidono pure sui fattori produttivi. Da questo punto di vista, però, le stalle del Veneto, dove si pratica un allevamento controllato in ogni fase per arrivare ad un prodotto di qualità certificata ai massimi livelli, sono all’avanguardia in fatto di applicazione di tutte le innovazioni tecnologiche più compatibili con l’ambiente. Si va infatti dai ventilatori, alle docce, alla micronebulizzazione, fino agli impianti per favorire un microclima che metta gli animali a proprio agio. Il tutto accompagnato da sistemi d’igiene automatizzati. Si tratta di accorgimenti studiati anche a livello accademico e dettati dalla buona prassi agricola ma che trovano ulteriore sostegno nelle misure del Piano di Sviluppo Rurale. Nella nostra regione si contano circa 11mila imprese zootecniche, delle quali 4800 ad indirizzo lattiero caseario, 4mila a bovino da carne, 500 suinicole e 1700 avicole e gran parte degli allevatori hanno ristrutturato i locali adibiti al ricovero animali grazie ai contributi regionali, finalizzati a migliorare le condizioni di concorrenzialità ma anche a sostenere scelte imprenditoriali responsabili verso la salvaguardia am-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Stefano Zaccagnini (grafica)

5 agosto 1884 La prima pietra della Statua della Libertà viene posata su Bedloe’s Island, a New York 1905 In Francia ha luogo la prima riunione di campeggiatori en plein air. Viene considerata la nascita ufficiale del campeggio 1914 A Cleveland (Ohio), viene installato il primo semaforo elettrico 1936 Berlino, Germania: alle Olimpiadi, Ondina Valla stabilisce il primato del mondo sugli 80 m ostacoli (11”6) 1938 Italia: esce sul primo numero della rivista La difesa della razza il Manifesto della razza 1944 Olocausto: gli insorti polacchi liberano un campo di lavoro tedesco a Varsavia, liberando 348 prigionieri ebrei 1948 Vittorio Pozzo dà le dimissioni da allenatore della nazionale di calcio dell’Italia dopo quasi vent’anni e due titoli mondiali vinti 1949 In Ecuador un terremoto distrugge 50 città e fa più di 6000 vittime 1962 Marilyn Monroe viene trovata morta

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

bientale, compresa la produzione di biogas come forma di smaltimento ideale e non inquinante dei reflui. Per inciso, il caldo eccessivo modifica persino il contenuto proteico del latte, la cui produzione si può ridurre notevolmente, anche della metà. Ma tutti gli animali soffrono il calore, che incide persino sul gusto degli insaccati che saranno ottenuti da animali stressati, mentre obiettivo degli imprenditori agricoli veneti è anche la perpetuazione delle produzioni tipiche, che devono le proprie specifiche caratteristiche all’ambiente geografico, comprensivo dei fattori umani in combinazione con gli elementi naturali.

Carlo Manzato

KABUL I nostri soldati in Afghanistan non stanno solo difendendo una pace mai come ora traballante, ma testimoniano l’attenzione del mondo sulla necessità di rendere la società che gira attorno a Kabul avulsa da discriminazioni sociali, facile strumento di chi vuole giustificare le reazioni estreme del mondo islamico. Un esempio è la legge che difende le donne dalle violenze subite, un provvedimento che non è figlio dell’influenza occidentale ma del calore e l’abnegazione, con la quale si cerca di riportare l’Afghanistan al passo con il mondo civile, che non può permettere che le differenze di sesso possano essere insite nei rapporti di schiavitù, come in ogni assenza delle libertà basilari dell’individuo.

ISTITUZIONE DELL’OSSERVATORIO SCIENTIFICO “EDWARD C. BANFIELD” Ora si parla di recupero “civile” della realtà agricola nell’obiettivo ambizioso di non disperdere, ma di valorizzare e tramandare tutto il patrimonio dei suoi valori. Il “paese del latifondo” o “dell’economia di sussistenza”, che chiaramente testimonia le ragioni della decadenza economica, sociale e ambientale, diviene così un momento di verifica della ideologia antiurbana dell’opposizione radicale e romantica alla metropoli. L’entità di questo fenomeno, cioè la capacità di mescolare a intuizioni, vocazioni di stampo antropologico e letterario motivazioni ed intrecci di natura politica e sociologica, determina una presa di coscienza da parte degli intellettuali di così larga proporzione che travalica i confini nazionali. Il caso più emblematico di incrocio tra letteratura e antropologia è rappresentato dall’indagine sulla famiglia di L. W. Moss e W. H. Thomson; gli autori hanno messo a confronto i risultati della ricerca sul campo con quelli ricavati dalla lettura di opere di Verga, Silone, Levi. Le conclusioni del model pattern emergente dalle due fonti sono convergenti: mentre s’intravedono cambiamenti, rimane una sostanziale coesione della famiglia da vedersi come la forza che ha fatto superare indenne la crisi e le depressioni, ma anche la debolezza che ha limitato i contatti esterni. L’uso della fonte letteraria ai fini della ricerca antropologica non è nuovo negli Stati Uniti; basta pensare all’autorevole esempio di Robert Redfield. A tutto questo va anche aggiunto che dopo gli anni ’30 si registrarono negli Usa studi specialistici su aspetti particolari della cultura dell’Italia meridionale. Infatti alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento erano affluite in America moltitudini di meridionali. Le dure condizioni di vita da essi sopportate avevano indotto alcuni immigrati meridionali ad organizzarsi in bande criminali i cui modelli erano riconoscibili nella mafia siciliana e nella camorra napoletana. Gli statunitensi avevano esteso il giudizio negativo peculiare di pochi meridionali aggressivi a tutti gli immigrati dal sud, che in realtà erano molto laboriosi e tranquilli. In Europa, chi accelera il dibattito politico e ideologico su questi temi è Carlo Levi che ha il grosso merito di collocare dentro una prospettiva sociologica ancorata la condizione della gente di Basilicata con il libro Cristo si è fermato ad Eboli. Levi individua nella cultura contadina lucana un complesso di valori che non bisogna distruggere ma che è opportuno riconoscere e conservare. Gaetano Fierro C I R C O L I LI B E R A L BA S I L I C A T A

APPUNTAMENTI SETTEMBRE 2009 LUNEDÌ 7, ROMA, ORE 11 HOTEL AMBASCIATORI - VIA VENETO Riunione straordinaria del Consiglio Nazionale dei Circoli liberal. VINCENZO INVERSO, SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

B.R.

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma

Distributore esclusivo per l’Italia Parrini & C - Via di Santa Cornelia, 9 00060 Formello (Rm) - Tel. 06.90778.1

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Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


PAGINAVENTIQUATTRO Agilità. Una diretta testimonianza della straordinaria memoria e della scioltezza fisica del Pontefice

Mens sana... in corpore di Luigi Accattoli l Papa mi ha detto che ha visto tutte le mie gare»: era raggiante sabato scorso la nuotatrice Federica Pellegrini dopo l’incontro di Castel Gandolfo. «Si perderanno almeno il primo tempo» aveva detto una volta Benedetto della folla che l’ascoltava durante una partita Italia-Olanda. Chi parla con il Papa lo trova sorprendentemente sveglio e aggiornato anche in campi inaspettati come quello dello sport. La mia esperienza più viva della puntuale prontezza dell’uomo Ratzinger riguarda l’incontro Italia-Olanda del 9 giugno 2008, che ahimè perdemmo per tre a zero. Quella sera si apriva il convegno diocesano di Roma nella Basilica di San Giovanni in Laterano che si avviava, come sempre, con la prolusione del Papa. Io ero stato richiesto dal cardinale Ruini – che avrebbe lasciato il Vicariato alla fine di quel mese – di tenere una «testimonianza giornalistica sulla speranza» parlando subito dopo il Papa.

«I

Ero dunque in Basilica tra gli ospiti della prima fila, con tanto di cartello sulla sedia e con la netta sensazione – tipica del cronista – di trovarmi un tantino fuori posto. Uscendo dalla Basilica dopo la prolusione il Papa a sorpresa viene verso di me e mi ringrazia di «aver accettato» di parlare al convegno e non so neanche che cosa gli abbia risposto, poniamo «grazie a lei», proprio come la veloce Federica – «Ho saputo solo dirgli grazie» – dal momento che non immaginavo nemmeno che sapesse i nomi di chi interveniva al convegno. Ciò che mi interessa riferire non è l’attenzione del Papa a quella mia presenza, ma ciò che mi narrò poco dopo il cardinale Ruini in risposta alla mia “meraviglia” per essere stato salutato. «Non si stupirebbe – mi disse – se avesse ascoltato che cosa ha chiesto e detto appena sceso dall’automobile, nel cortile del Vicariato». «C’è gente?» aveva domandato e alla risposta che la Basilica era piena aveva osservato: «Ma non c’è la prima partita della nazionale italiana per il campionato europeo?». Il cardinale l’aveva rassicurato che «erano venuti lo stesso» ed egli aveva commentato, guardando l’orologio: «Si perderanno almeno il primo tempo». Come giornalista vaticanista ho l’abitudine di seguire le dirette papali. Domenica 13 dicembre 2005, beatificazione in San Pietro di Charles de Foucauld, vedo che entrando in Basilica si ferma a conversare con il vescovo di Viterbo Lorenzo Chiarinelli che aveva avuto un ruolo nella “causa”. Lo chiamo al telefono per chiedergli di che abbiano parlato e mi dice: «Voleva commentare l’articolo che avevo scritto per l’Osservatore romano di quel giorno e che aveva appena letto prima di scendere in Basilica». Un altro giorno vedo che entrando nell’Aula Nervi si ferma – in capo al corridoio centrale – accanto al vescovo di Terni Vincenzo Paglia e gli parla a lungo, anzi addirittura si siede accanto a lui – mentre l’Assemblea esegue un canto – per

BENEDETTO dare agio alla conversazione. Il vescovo poi mi racconta che «aveva visto in televisione la vicenda delle nostre acciaierie» e voleva sapere come andavano «le trattative per salvare i posti di lavoro». Un poco – dirò ancora – come il caso della Pellegrini, che è stata ripetutamente nei nostri telegiornali la settimana scorsa per la vendemmia di medaglie d’oro e di primati che ha fatto ai campionati di nuoto di Roma e che il Papa ha commosso dicendole d’averla “vista” in televisione. Né lo colpiscono solo le immagini televisive, ma mostra di avere buona memoria anche dei giornali.

Una volta il vescovo di Aosta, accompagnandolo in automobile all’aeroporto, gli chiese una benedizione per la madre. Tornando l’anno dopo, appena saliti in macchina, il Santo Padre domandò al vescovo: «Come sta la mamma?» Un collega va in pensione dopo 33 anni di informazione vaticana sui quotidiani e in un’occasione pubblica ha l’opportunità di “salutare”Benedetto che rivedendolo sei mesi più tardi nell’Aula Nervi gli fa: «Lei è andato in pensione, ma leggiamo ancora i suoi articoli». Un segno notevole di memoria Papa Ratzinger lo diede nel luglio del 2006 arrivando ad Aosta per le vacanze che passò a Introd come l’anno prima e come di nuovo quest’anno, mentre nel 2007 e nel 2008 è stato a Lorenzago del Cadore e a Bressanone. Mi racconta il vescovo di Aosta Giuseppe Anfossi che accompagnandolo in automobile all’aeroporto alla fine della vacanza del 2005 gli chiese una benedizione per la mamma e gli parlò del pellegrinaggio notturno della diocesi che si sarebbe svolto quella stessa sera da Fontainemore al santuario della Madonna Nera di Oropa e che avrebbe comportato anche per lui di «camminare tutta la notte».

Tornando l’anno dopo, appena saliti in macchina, Benedetto chiede al vescovo «come sta la mamma» e «come andò» poi quel «pellegrinaggio notturno». Nella liturgia della “Passione” del Venerdì Santo è previsto il rito della prostrazione in cui il celebrante si stende a terra e prega in silenzio: colpisce la scioltezza e la rapidità con cui il Papa anche quest’anno ha compiuto quel gesto, senza l’aiuto di nessuno, a una settimana dall’ottantaduesimo compleanno. Quella stessa agilità caratterizza la sua mente. www.luigiaccattoli.it


2009_08_05  

QUOTIDIANO • MERCOLEDÌ 5 AGOSTO 2009 DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK L a storia sono fatti Ahmadinejad giura nell’incertezza La figli...

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