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Nulla costa meno alla passione del mettersi al di sopra della ragione: il suo grande trionfo è di avere la meglio sull’interesse

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Jean De La Bruyère di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • GIOVEDÌ 30 LUGLIO 2009

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

LE DIVISIONI NELLA MAGGIORANZA

Il tramonto del federatore Berlusconi ha costruito il suo successo politico sulla capacità di tenere insieme forze diverse. Oggi, chiusa An ed espulsa l’area cattolica, si ritrova ostaggio della Lega: e lo scontro tra Nord e Sud ormai mina la sua leadership alle pagine 2, 3, 4 e 5 Le cifre smentiscono l’ottimismo

Dedicato (senza traduzione) ai leghisti

Giancarlo Elia Valori sul patto Cina-Usa

E adesso il governo ‘A scola è fatta «Europa e Italia presenta un Dpef pe’parlà comme svegliatevi, o il G2 catastrofista! t’ha fatto mammeta ci lascerà indietro»

Un saggio dell’ex ministro iracheno

Ecco come il jihad sta cambiando la civiltà dell’Islam

di Bruno Tabacci

di Giancristiano Desiderio

di Vincenzo Faccioli Pintozzi

di Ali Abdul-Amir Allawi

l ministro dell’Economia e delle Finanze Tremonti ha trascorso gli ultimi mesi a confutare le stime sull’andamento dell’economia italiana fornite dalle più autorevoli istituzioni. Ricorderete le polemiche con la Banca d’Italia, con l’Istat, con il Cnel o con la presidenza di Confindustria, nonché le polemiche con le istituzioni internazionali, con l’Ocse, con il Fondo monetario internazionale, con la Banca centrale europea. Insomma, questo governo era sugli spalti a tacciare di catastrofismo tutti quelli che avevano qualcosa da dire, ma adesso vediamo che con il Documento di programmazione economica e finanziaria questo stesso governo è costretto a formulare le proprie previsioni. Viste le premesse, era ragionevole immaginare previsioni confortanti; invece, non solo sono negative, ma hanno dei tratti catastrofici. Mi verrebbe da dire che l’accusa di catastrofismo che il governo ha rivolto a tutti coloro che si sono permessi di giudicare gli andamenti dell’economia italiana, si è ritorto contro di lui. Se questo Documento fosse un veicolo pubblicitario, certamente il Premier sconsiglierebbe gli inserzionisti, come ha fatto con qualche giornale italiano, e direbbe: non investite, perché questi sono dei portatori di sventura, non mettete le vostre inserzioni su questi documenti!

ammo bello, ja’. ‘A scola è fatta pe’ parlà comme t’ha fatto mammeta, ’e pulentoni tengono raggione: è meglio ca parlamm’comm’magnamm’, guagliò! Chill’, ‘e leghiste, sanno fatto ‘a mala numinata, ma nun se vonne fa’ chiovere ‘ncuollo e fann’ buono a dicere ai professur’che s’hann’a ‘mpara ‘a llengua ‘e chella chiavica ‘e Arlecchino. Facimm accussì tutt’ quant, ‘oi loco. Comm’, l’Italia? Futtetenne! È l’aria c’‘o mena. E po’, come ‘o dice chillu là, commesechiamma, ’e taliani a casa soja parlano ’o dialetto; pe’se fa’capè fra Nord e Sudd, parlano‘o‘taliano; e quanne scrivon’‘o fann co’‘o toscano.Toscano ritoccato. Cu’ licenzia parlanno, chiavatello ‘nculo: l’Italia è fernuta, anzi nun è mai stata fatta. Chill’, Peppino, si nun sapev ca cazz’ fà, ma chi c’ho facette fà. A miett’ ’znieme tutte ste ppersone: parlamm’e nu’ nce capimmo, nun putimmo accirere a nosta lengua, nu populo senza a lengua soia nun è niente. Chi tene ‘a lengua va ‘nSardegna, e accussì vuo’varè che ce luvammo ‘e paccare ‘a faccia e ‘a preta ‘a dint ‘a scarpa.

all’incontro di Washington fra Stati Uniti e Cina è nato «un G2 in fase iniziale, che probabilmente diverrà una cosa molto seria, e forse strutturata, quando la Cina riprenderà a correre con il suo Pil e gli Usa saranno usciti dalla crisi produttiva e finanziaria». È l’opinione di Giancarlo Elia Valori, Cavaliere del Lavoro della Repubblica italiana, presidente de La Centrale Sviluppo del Mediterraneo Spa e acuto conoscitore della realtà cinese e americana. Con questa bilaterale di due giorni ad altissimo livello, spiega a liberal il professor Valori, «Obama sta appaltando la ripresa dell’economia reale alla Cina, e vuole vedere, da politico accorto, quanto è reale la disponibilità di Pechino a questo progetto bilaterale». Un progetto che tiene ai margini l’Europa e, ancor di più, l’Italia: «Dubito - spiega Valori che l’uno o l’altro degli schieramenti politici italiani possa pensare, oggi, così in grande. Chi non ha la vista lunga, in politica e in economia, muore».

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ono nato in una famiglia irachena moderatamente praticante. A quel tempo, negli anni ’50, la laicità costituiva uno dei valori predominanti tra le élite politiche, culturali ed intellettuali del Medioriente. L’autorevolezza di cui l’Islam ancora godeva nel mondo musulmano sembrava avere le ore contate. Persino quello specifico termine -“mondo musulmano”- appariva insolito, in quanto i musulmani si dimostravano inclini ad identificarsi tra loro più per le affinità nazionali, etniche o ideologiche piuttosto che per l’appartenenza religiosa. Ad un bambino impressionabile risultava chiaro come la società si stesse scindendo dall’Islam. Quantunque “Religione” fosse una materia obbligatoria a scuola, nessuno ci insegnò le regole per la preghiera e nessuno ci obbligò mai ad osservare il digiuno durante il mese del Ramadan. Apprendemmo a memoria i versetti più brevi del Corano, ma ciononostante il libro sacro rimaneva per lo più sullo scaffale o all’interno di un cassetto, senza che mai nessuno ne sfogliasse qualche pagina. Gli anziani compivano ancora il pellegrinaggio alla Mecca al fine di fare ammenda dei propri peccati in vista del trapasso: era più una polizza assicurativa che un vero atto di pietà. E non ricordo di avere mai udito il termine jihad in quegli anni.

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Tra Microsoft e Yahoo intesa contro Google di Alessandro D’Amato a pagina17

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I QUADERNI)

• ANNO XIV •

NUMERO

149 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


pagina 2 • 30 luglio 2009

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Risse. La maggioranza litiga, il Cavaliere tenta di mediare: ma non appare più in grado di replicare il miracolo degli anni passati

Il popolo in libertà

Scuola, economia, riforme: più che Sud contro Nord ormai è un tutti contro tutti. Berlusconi non riesce più a tenere insieme forze diverse di Errico Novi

ROMA. Non stupisce che a spendere

flette innanzitutto una inconsistenza strutturale del maggiore partito della coalizione, il Pdl, che domani metterà in scena una difesa d’ufficio, con la conferenza stampa in cui i quattro capigruppo – Cicchitto, Bocchino, Gasparri e Quagliariello – presenteranno le proposte dei Parlamentari sul rilancio del Mezzogiorno.

parole di elogio per i promotori del partito sudista sia Mario Borghezio, il più sincero – nella sua grevità – della banda leghista: «Noi patrioti del Nord siamo soddisfatti nel vedere che dall’altra parte della Penisola ci sono altri patrioti, e che questi esprimono una visione politica legata ai loro bisogni e alla necessità del territorio». L’Italia non esiste e – nella visione chiaramente secessionista illustrata ad Affaritaliani.it – l’unico nazionalismo possibile è quello delle piccole patrie regionali. Fosse uno solo a pensarla così non ci sarebbe di che preoccuparsi. Il fatto è che dopo l’exploit della lumbard deputata Paola Goisis sull’esame di “influenza linguistico-culturale” da infliggere agli insegnanti, il capogruppo del Carroccio Roberto Cota ha ritenuto di smentire rilasciando una dichiarazione che in realtà è confermativa: la proposta, dice, è di fare testpreselettivi per consentire l’accesso agli albi regionali dei docenti. E non finisce qui, perché il più oltranzista sul separatismo scolastico è il ministro Mariastella Gelmini, che è del Pdl e si fa un baffo del diritto costituzionale ad accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici uffici: «È giusto pensare di legare i docenti al territorio», chiosa con mirabile tempismo al termine di una mattinata furibonda.

Non è solo l’Italia ad andare in pezzi ma anche il suo governo. O comunque il fenomeno dissolutorio, chiaramente osservabile, nasce dal fatto che non esiste più un centro, un fattore di equilibrio nella coalizione che governa il Paese. In passato Silvio Berlusconi ha garantito questa armonia tra le parti. Adesso non ci riesce più, strattonato com’è dalle impennate padane e ora messo con le spalle al muro dal rigurgito dei suoi vicerè meridionali. Gianfranco Miccichè arriva a indirizzargli una lettera in cui lo paragona al conte Ugolino, proponendosi dunque come un figlio tradito e divorato dal padre: come se l’esercizio della rappresentanza potesse confondersi tranquillamente con il rapporto personale. Il disordine è assoluto e ri-

Dall’alto, Stefania Prestigiacomo, Roberto Cota, Raffaele Lombardo e Giancarlo Galan: sono solo alcuni degli alleati che (a volte pubblicamente, altre in sedi più defilate) si sono scontrati con il premier

In linea del tutto teorica sarà il governo a provvedervi, secondo quanto emerge dal vertice di Palazzo Grazioli in cui il premier riunisce i ministri Tremonti, Scajola, Fitto, Alfano e Matteoli. C’è un manifesto più che una piattaforma di progetti, in cui il responsabile dell’Economia ottiene la garanzia tanto attesa: ci saranno investimenti al Sud ma con controlli ancora più severi sulla qualità della spesa e su eventuali interferenze del crimine organizzato. È un colpo di reni solo parzialmente apprezzabile giacché i dubbi sull’entità delle risorse messe a disposizione restano per intero, lo stesso Berlusconi parla di un traguardo di «sessanta milioni di euro» al quale «spera» di avvicinarsi (e sottolinea «spera»). Non può trovare certo soluzione, in questo modo, il problema che è politico e strategico, che riguarda l’attenzione e la visione complessiva del Paese assolutamente debole nel Pdl. L’incidente diplomatico dell’esclusione di Stefania Prestigiacomo, assente al summit perché «non invitata» come lei stessa rivela, è solo una manifestazione esteriore di questo squilibrio. Segnali di un generale sfilacciamento nel partito di maggioranza arrivano anche dal fronte finano, in particolare dal deputato, siciliano anche lui, Fabio Granata che in un’intervista al quotidiano online L’Occidentale ripropone il progetto del “Pdl Sicilia”: «Chiediamo uno statuto speciale che ci consenta di eleggere direttamente il coordinatore regionale e il gruppo dirigente». Le divisioni riguardano non soltanto la linea dell’Esecutivo dunque, ma la gestione del partito, che ognuno rivendica contro la fazione opposta. Con Berlusconi che mai si sarebbe sognato di assistere a tutto questo. In passato il coraggio del “grande federatore” ha superato ostacoli inimmaginabili. Quello di un’alleanza asimme-

trica, per esempio, con la Lega al Nord e con il partito di Gianfranco Fini soltanto al Sud, nel ’94. Con la sua visione d’insieme e la capacità di intraprendere un percorso comune con forze diverse in vista di un obiettivo ambizioso il Cavaliere ha realizzato quel piccolo miracolo d’ingegneria politica che è stata la Casa delle libertà del quinquennio 20012006. Poi ha ritenuto di potersi liberare di tutto ed escludere dalla coalizione il centro moderato rappresentato dall’Udc. Con l’esito inevitabile di una maggioranza tutta sbilanciata sul versante populista presidiato dalla Lega. Gli affanni di queste ore segnano obiettivamente un punto di svolta, come osserva il Corriere della Sera nella nota di Massimo Franco di ieri: è finita una certa idea di centrodestra.Volge al tramonto una fase nella storia dei moderati, per motivi che non possono essere contraddetti con un reimpiego al Sud di quelle risorse che sulla carta già appartenevano al Mezzogiorno.

Tra le ragioni che possono spiegare l’involuzione hanno buon diritto di cittadinanza anche quelle esposte a liberal

Anche il vertice di governo sul piano per il Sud appare come una rappresentazione vuota, che non risolve certo lo squilibrio politico della maggioranza, tutto spostato verso la Lega da un veterano dell’epopea berlusconiana come Alfredo Biondi, che fa parte tutt’ora della direzione nazionale del Pdl pur non essendo stato reinserito nel listone degli eletti: «C’è stato un rallentamento della capacità di sintesi con cui Berlusconi sapeva governare anche le diverse componenti che esistevano in Forza Italia», dice, «e tra queste c’era anche quella liberale: non molto forte dal punto di vista dei numeri ma assai significativa in termini di identità e di valori, giacché la cultura liberale contiene in sé il senso dell’appartenenza e dunque dell’unità che supera ogni divisione». Un orizzonte di riferimento, almeno uno, c’era in effetti nella Forza Italia degli anni eroici ed era appunto quello della rivoluzione liberale, ora messa definitivamente da parte. «È così anche perché la crisi induce l’idea del rifugiarsi nell’accampamento, è un fatto psicologico che è comprensibile ma che nega appunto il principio del liberalismo», sostiene l’ex ministro introducendo così un’attenuante. Che però non basta a «fugare le preoccupazioni, perché


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30 luglio 2009 • pagina 3

GIAN ENRICO RUSCONI

«Ora è un leader azzoppato» di Francesco Lo Dico n conseguenza delle molte sciocchezze commesse dal premier, gli alleati si sono premurati di gettare copiosi secchi d’acqua sul falò delle vanità berlusconiane, ma ora le fitte truppe di pompieri che hanno industriosamente minimizzato, smentito, coperto, sedato, sono passati all’incasso per i servizi forniti. E usano contro Silvio Berlusconi, vistosamente indebolito nel suo ruolo di federatore, la compiacenza ostentata in pubblico verso le sue gaie marachelle. Una valuta di cambio che i leghisti hanno tradotto in moneta sonante, di cui l’ultimo bislacco uzzolo dell’esame di settentrionalismo per i professori meridionali, non è che l’ennesima prova di forza dei lumbard, e del crescente disequilibrio che cova in seno alla maggioranza. I tempi del ’94, in cui il presidente del Consiglio seppe mettere insieme una truppa mal assortita ma solida sono lontani. Ma ciò non vuol dire ancora che in cielo gli avvoltoi volteggino in cerca di un corpo da spartirsi, perché gli alleati hanno bisogno di Berlusconi, e se tirano troppo la corda, rischiano di scagliarsi in un precipizio con le loro stesse mani». In seguito agli evidenti segnali di fumo sospinti verso Roma dai neo-secessionisti meridionali da una parte, e gli scombiccherati spintoni degli hooligans leghisti ai professori meridionali in odore di clandestinità in terra padana, Gian Enrico Rusconi, saggista e docente di Scienze politiche all’università di Torino, non ha dubbi. La leadership di Silvio Berlusconi è decisamente indebolita. E l’antico carisma federativo, che gli aveva consentito in passato di tenere nello stesso ovile i più ruspanti inquilini del Pdl, è adesso più simile a un picchetto federalista, che vede infittirsi di ora in ora i suoi esponenti in fronti territoriali contrapposti. Professore, quello che intravediamo in questi giorni è il tramonto dell’antica alleanza del centrodestra sancita da Berlusconi quindici anni fa? Non si può ancora parlare di tramonto, ma certo qualche indizio dice che

«I

Silvio si ritrova con un partito di nomina regia, sganciato di fatto dalla base, con quadri intermedi che spesso non hanno un rapporto con l’elettorato».

Può essere questa l’origine di un evidente inaridimento dell’iniziativa politica tra quelle che erano prima le schiere di Forza Italia e An, tali da rendere inevitabile lo strapotere della Lega. Eppure da parte di chi conosce bene il Carroccio per avervi viaggiato nella prima parte del tragitto, sulle apparentemente impervie vie del secessionismo, come Giancarlo Pagliarini, tutto potrebbe ridursi anche a un gioco delle parti: «In realtà alla Lega conviene stare con Berlusconi e accontentarsi di quello che ottiene, perché qui è di un accontentarsi, che stiamo parlando». L’ex ministro del Bilancio del primo governo Berlusconi sostiene che «la riforma fiscale promossa in questa legislatura non è nemmeno una cattiva riforma, ha solo una cosa di sbagliato, il nome, visto che con il fede-

ralismo non c’entra proprio nulla». Umberto Bossi farebbe dunque buon viso a cattivo gioco, «a lui conviene far credere che in Italia sua passata una grande rivoluzione federalista, ottiene il ritorno di propaganda a cui tiene. Il Cavaliere se lo tiene buono e continua a realizzare il suo obiettivo». E allora se quella rappresentata da Pagliarini è la migliore versione possibile della realtà vuol dire che tutto si riduce a un immobilismo mascherato da isteria populista. E tale è in fondo anche la via d’uscita trovata sui fondi per il Sud, che appunto è una non risposta come il presidente del Consiglio conferma implicitamente nel tardo pomeriggio, quando assume la difesa personale di Giulio Tremonti: «Non è quel mostro che dice sempre no, ma una persona simpaticissima, dire no alle tante richieste dei ministri, pur legittime, è difficile, ma i suoi no sono dovuti alla realtà dei conti». E la realtà evidentemente e che alla fine della giostra il Mezzogiorno resta esattamente dov’era rimasto.

forse incombe il pomeriggio. La cosa certa è che il premier è stato azzoppato dai suoi alleati, gli stessi che lo hanno spalleggiato durante il lungo calvario di notti peccaminose e dettagli bollenti. Fatti scandalosi, ma non gravi come altri che lo hanno interessato, che però hanno avuto l’imprevedibile effetto di minare, forse definitivamente, l’operazione del grande partito unitario vagheggiata dal presidente del Consiglio. I suoi trascorsi privati hanno disgregato le linee unificanti di un progetto privo di basi solide ma avvolgente. E ne ha liberato per converso, tutte le velleità, gli opportunismi e le fumisterie, lungo una serie di crepe centrifughe che finiscono in mille interessi locali, personalistici e partitici. Non è che forse le scosse interne del Pdl abbiano l’epicentro nella totale assenza di un vero progetto politico nazionale? Il modello berlusconiano si è fondato su una sorta di darwinismo politico e sociale che da una parte ha soffocato nella culla la strutturazione territoriale del partito e la maturazione di un ceto dirigente capace di emanarne direttive, obiettivi e ideali, e dall’altra ha plasmato un direttorio fittizio. Ci spieghi meglio. Il gotha del Pdl è privo di veri poteri e personalità politiche incisive. All’interno di Forza Italia, Silvio Berlusconi non ha dato vita a una squadra, ma soltanto a un insieme di portavoce, che si limitano a passare la sua parola in Parlamento e sui giornali. Ma lo stesso darwinismo, coniugato a un diffuso avventurismo pidiellino nei mari della politica, non può esimersi spesso dal dovere fronteggiare i velleitarsmi opportunistici di questo o quel rappresentante politico, come forse sta accadendo in questo momento al Sud. Berlusconi azzoppato. Resterà in piedi? Per ora si tratta di spintoni dati per fare posto, piuttosto che per farlo cadere. Ma le avventure galanti gli hanno sbarrato il passo verso i sogni di una saggia senescenza o di una più veemente senilità. Niente più Quirinale, né modifiche alla Costituzione.

Il premier è in balìa degli alleati che prima lo hanno sostenuto nel lungo calvario delle notti peccaminose a palazzo Grazioli, e adesso hanno deciso di passare all’incasso


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Archivi. Il Grande Federatore ha giocato a fare la vittima e puntato sul “divide et impera”. Ma non funziona più

Maledetti alleati

Tutte le (innumerevoli) volte in cui Berlusconi, dal ‘94, ha scaricato le colpe del non-governo sugli altri. E oggi sta solo con Bossi... di Marco Palombi e Riccardo Paradisi

ROMA. Silvio Berlusconi, si sa, è un uomo generoso e incapace di opporre un no deciso alle richieste degli amici. Questo, però, a patto che senta sotto di sé lo stabile supporto del piedistallo (o predellino) da cui parla col mondo. Senza di quello è un uomo normale, persino un po’ irritabile. Anche nei rapporti politici, per dire, gli capita così: finché gli si rivolge una supplica è uno zucchero, ma se uno pensa di potersi permettere un rapporto paritario ha sbagliato indirizzo. In quel caso il Cavaliere, anche quando la risituazione chiederebbe prudenza, dopo un ragionevole periodo d’incubazione, sbotta. Il presidente del Consiglio, cioè, è costituzionalmente incapace di vera mediazione: non sa unire né il Paese, né i diversi interessi che al suo interno si contrappongono, né i compagni di strada che s’è scelto durante la sua avventu-

concede un bagno di folla e le immancabili chiacchiere estemporanee: «Bossi? Parla come un ubriaco da bar». Seguirà l’ovvia smentita. Il rapporto col senatùr quell’anno è un vero incubo: il leader del Carroccio nei comizi lo chiama “Berlusckaz”, “Berluskaiser” e “Forzacoso”, ma lui lo invita persino a casa sua in Sardegna per tenerlo buono (e quello si presenta in canotta). Il 21 dicembre, poi, quando alla Camera la Lega lo sfiducia, il Cavaliere userà parole di fuoco contro Bossi: «È un giuda, un

A TUTTI

Io sto fuori dal teatrino, sono un uomo del fare. Vi lascio tutti qua e me ne vado ai Tropici. Poi vi mando una cartolina

A MARCO FOLLINI

Conosco i vostri metodi da democristiani. Fate favori di qua e di là e poi raccogliete i voti. Ma stavolta io vi denuncio

ra politica (soprattutto ora che, col trionfo della Lega, il dato geografico fa premio su ogni altra considerazione). Ecco, quindi, un piccolo repertorio – decisamente non esaustivo – delle intemerate di Silvio Berlusconi ai danni dei suoi stessi alleati (al netto, ovviamente, di quelle che lascia fare ai suoi fedelissimi).

Non si può non cominciare con l’anno del debutto, il 1994. Il Cavaliere vince le elezioni e resta al governo per sette mesi, pieni di polemiche con la Lega. Ad agosto, in una serata di relax a Portofino, Berlusconi si

traditore… la sua parola è carta straccia, ha una quadrupla personalità». «Lo stato non è lei – gli risponderà – Dopo di lei non c’è il diluvio».

Ai tempi della

Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema, poi, il primo screzio con Gianfranco Fini, reo di trattare direttamente col leader della Quercia. «Attento al Pds – gli disse - cadi in trappola se ti fai legittimare dagli eredi di quei partiti comunisti che hanno sterminato milioni di persone». Visto che il leader di An non desisteva Berlusconi si lasciò andare ad un’incongrua, quanto bruciante, constatazione: «Ma come? Sono stato per loro come la fata di Cenerentola… Erano zucche e li ho trasformati in principi». Fini, poi, tornò sui suoi passi (la prima di una serie di retromarce): «Non lavoro per

il re di Prussia D’Alema. Non esiste An fuori dal Polo».

Nell’aprile del 2000, quando già tirava aria di ritorno al governo, il Cavaliere s’imbarcò sulla Nave Azzurra per la campagna elettorale delle Regionali che costarono a D’Alema palazzo Chigi. A Fini e Casini non piacquero né l’idea in sé, né lo strapotere mediatico di Forza Italia: «Se uno ha le idee le realizza – rispose sprezzante l’attuale premier - Se i miei alleati avessero voluto trovare delle idee anche loro sarebbero stati liberi di realizzarle». Un mese e mezzo più tardi, ringalluzzito dal successo elettorale, tornò a sfruculiare i leader di An e dell’allora Ccd sul fallito referendum elettorale antiproporzionale (Fini l’aveva promosso, Casini era andato a votare): «Che dire agli alleati che hanno promosso o votato i referendum? Errare è umano, perseverare è diabolico. Speriamo sia l’ultima volta…». È un ultimatum? Gli chiese Enrico Mentana. «No, è una speranza, quella che non prendano più cantonate. Io ho capito dal primo momento che questa era follia pura». Il 2001 è l’anno in cui finisce la “traversata nel deserto” dell’opposizione: il Cavaliere torna a palazzo Chigi, ma le cose sin da subito si mostrano più complicate di quello che il nostro s’aspettava. A un mese dal voto ancora non era riuscito a mettere insieme il governo: «Non è questa la lista dei ministri che avevo in mente, non è così che volevo iniziare, non è possibile che mi ritrovi impantanato tra veti, richieste e ricatti», sbottò all’inizio di giugno. Tempo un anno e mezzo e quella che allora si chiamava Casa delle Libertà tracolla alle amministrative del 2003. Il clima in estate è terrificante: An e il neonato Udc chiedono collegialità, cabine di regia, discontinuità, verifiche di governo. I ministri litigano a mezzo stampa tutti i giorni: «Sono ragazzi, lasciamoli sfogare», commenta Berlusconi coi giornalisti mentre è in vacanza, «tanto, senza di me dove vanno?». A ottobre, mentre ancora infuriano le richieste di riequilibrio politico della coalizione da parte di Gianfranco Fini e del duo Casini-Follini, il Cavaliere taglia corto: «Se c’è un problema non

riguarda certo gli alleati, ma Follini, è per colpa tua. Della semmai Forza Italia che pur es- tua ostinazione.Voi volete indesendo il partito più importante bolire la mia leadership senza si sacrifica generosamente capire che senza di me, anche ogniqualvolta si A UMBERTO BOSSI tratta di affidare incarichi. Da noi si applica il manuale Cencelli al contrario».

È un giuda, la sua parola è carta straccia, ha una personalità quadrupla e parla come un ubriaco da bar

L’anno successivo, il 2004, il declino della Cdl è conclamato. A marzo Berlusconi confida ai suoi che pensa di «fare campagna elettorale contro gli alleati, soprattutto quelli infidi come l’Udc», ma desiste «perché le polemiche allonta-

A PIER FERDINANDO CASINI

Se non venite con noi, stavolta sarà peggio per voi. Finirete isolati e politicamente non conterete più nulla

nano i nostri elettori». Ad aprile prepara un piano di rilancio: modifica della legge elettorale per i sindaci, cancellazione della par condicio, drastico taglio delle tasse. Fini, ma soprattutto l’Udc guidato allora da Marco Follini si oppongono. In una riunione a metà aprile - raccontata su Libero da Vittorio Feltri - arrivano gli insulti a Luca Volonté: «Voi ex democristiani mi avete rotto il cazzo, me lo hai rotto tu e pure il tuo segretario. Basta con la vecchia politica. Conosco i vostri metodi. Fate favori di qua e di là e poi raccogliete voti, ma io vi denuncio, non ve la caverete a buon mercato, vi faccio a pezzi. Io le televisioni le so usare e le userò. Chiaro? Mi avete rotto i coglioni. Non mi faccio massacrare due anni e mezzo per poi schiattare come un pollo cinese». Dopo la sconfitta elettorale alle europee di giugno, la furia del Cavaliere è incontrollata: «Cominciamo a parlare della par condicio – sbotta in un vertice - Se non abbiamo vinto le elezioni, caro

voi non ci siete». Di fronte allo sconcerto del segretario centrista il presidente del Consiglio insiste: «Marco, continua così e vedrai come ti tratteranno nei prossimi giorni le mie televisioni…». Sul campo rimarrà il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, costretto alle dimissioni.

L’anno successivo il Berlusconi II è in stallo totale. A settembre, durante il seminario azzurro di Gubbio, il premier torna a proporre il partito unico accusando l’Udc di non farlo governare: «Oggi non abbiamo fatto molte cose per il veto di un solo partito che, con il 3,2-3,9%, ci condanna all’inattività». Pochi giorni dopo, da Cernobbio, rincara la dose: «Quando vedo Romano Prodi gli chiedo: come stanno i tuoi matti? E lui mi risponde: e i tuoi? Avrei voglia di dire che vado da solo alle elezioni, ma subito mi viene in mente il “procomberò sol io”di Leopardi. La sconfitta sarebbe certa». Fini e Casini sostenevano infatti che non poteva considerarsi certa la sua ricandadura a premier nel 2006: «Nella coalizione – rispose lui - ci sono fibrillazioni che nascono dalle vecchie culture politiche. Io sto fuori dal teatrino, sono un uomo del fare e mi presenterò agli italiani dicendo che cosa ho fatto e cosa


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Vertice a Palazzo Grazioli sulla piattaforma per il Sud

L’ultima trovata: fare Napoli capitale del Mediterraneo di Francesco Pacifico

ROMA. Il sogno di Silvio Berlusconi è di fare di Napoli il centro direzionale di tutto il Mediterraneo. Superando Barcellona o Marsiglia in termini di business e di peso politico. Il passo successivo sarà trasformare l’intero Meridione nella principale piattaforma logistica del Mare Nostrum, rafforzando i porti esistenti e costruendo le strade e i binari che mancano. E se tutto questo passa per portare sotto l’egida di un’agenzia di Palazzo Chigi tutte le decisioni per il Sud e i fondi europei destinati all’area – ridimensionando il potere d’interdizione di Tremonti e i ricatti delle Regioni – tanto meglio. Ieri, durante una colazione di lavoro a Palazzo Grazioli, il premier ha presentato il suo piano per il Sud a Giulio Tremonti, Claudio Scajola, Raffaele Fitto, Altero Matteoli e Angelino Alfano. Un testo che Berlusconi vorrebbe far approvare in Consiglio dei ministri dopo l’estate. In realtà più di un piano quello presentato dal presidente del Consiglio è ancora un manifesto per riequilibrare l’azione di governo che in questi mesi – complici la forza della Lega e il peso della crisi – si era soffermata verso il Nord. Non a caso questo documento che è stato preparato da alcuni “sherpa”su input dei capigruppo di Camera e Senato Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri, parte proprio dal ribaltamento dello schema alla base della vecchia programmazione dei fondi 20012006: ”i famosi cento progetti” di Carlo Azeglio Ciampi e Fabrizio Barca, con l’allora ministro dell’Economia che puntava «all’overbooking di progetti buoni, in modo da averne davanti alla Ue anche qualcuno di riserva».

voglio fare». In A IGNAZIO LA RUSSA privato minacciava: «Vi lascio tutti qua e me ne vado ai Tropici, poi vi mando una cartolina…». Nel 2006 si andò alle elezioni con lo schema delle tre punte (tutti candidati, premier sarebbe diventato il più votato). Vinse per un pelo il centrosinistra e Berlusconi si dedicò alla caduta di Romano Prodi, ma coltivava il sospetto che gli alleati tenessero in piedi il governo dell’Unione: A GIANFRANCO FINI «Ma come faccio a chiedere ai senatori del centrosinistra di venire da noi se nemmeno i nostri si prendono il disturbo di votare contro il governo?», disse a novembre 2006 dopo l’approvazione del decreto fiscale. «Quelli giustamente restano alla finestra e aspettano di vedere come ci comportiamo. Di questo passo la crisi la rischiamo noi». Un anno dopo è il momento del discorso del predellino che fonda alleati che ci hanno il Pdl: «Davvero, non se ne pote- fatto perdere le eleva più della vecchia politica». zioni del 1996 e ci Gli alleati: «Spero che tutti ven- hanno condizionato gano con noi. Se non lo faranno mentre eravamo al peggio per loro, finiranno nell’i- governo». Qualche giorno dopo solamento e nell’ininfluenza po- rincarò la dose: «Non ho più politica». Quanto all’Udc «non si tuto convocare la Casa delle Lipoteva andare avanti con questi bertà perché era una specie di

Stai tranquillo, mio caro Ignazio, adesso sei nel Pdl non dentro An: non hai più un leader dittatore

ectoplasma», soprattutto per «il comportamento di un alleato: mi dicevano di non convocare il vertice perché altrimenti avremmo sancito che la Casa delle libertà si era ridotta». Fini disse che si era «alle comiche finali» e che An si teneva «le mani libere su televisioni e giustizia». Ci ripensò presto.

Anche quest’anno ha trovato modo di lamentarsi: «Non mi avete difeso», rimproverò i ministri (e le ministre) dopo l’esplosione del “Noemigate”. Buffetti, invece, per i presunti fautori del partito del Sud: «Non lo faranno perché sono legati a me da sincera amicizia». Qualche giorno fa, invece, una gaffe non si sa quanto involontaria ha rischiato di far irritare Gianfranco Fini. In un incontro pubblico a Milano, il premier s’accorge che Ignazio La Russa è distratto: «Non hai più un leader dittatore», lo richiama con un buffetto. Il ministro della Difesa chiosa senza apparente ironia: «Si riferiva a Mussolini».

Cadi in trappola se ti fai legittimare dagli eredi di quei comunisti che hanno sterminato milioni di persone

Invece, come invece ha spiegato Berlusconi ai suoi ministri, il punto di partenza è creare un’agenzia di sviluppo, che accompagni il livello centrale come gli enti locale nel definire piani con ricadute su tutta l’area e con respiro internazionale.Va da sé che per fare questo questa struttura deve essere tecnica (senza i rappresentanti del Tesoro o delle Regioni), che l’intera cassa per il Mezzogiorno sia trasferita a Palazzo Chigi e che ministeri e Regioni si dividano compiti come finanziamenti. Un approccio necessario perché, come avrebbe spiegato il premier, le Regioni non soltanto non hanno utilizzato tutti i fondi a loro disposizione, ma hanno finito per finanziare spesa corrente con la motivazione che altrimenti sarebbero andati in economia. In futuro si guarderà soltanto agli investimenti. Gli estensori della piattaforma, non a caso, avrebbero anche fatto presente che, in questa logica, è stato paradossalmente migliore l’utilizzo fatto da Tremonti dei Fas: almeno non è finito nel monte deficit. Al vertice di ieri non sono state date cifre su quanto si vuole investire. Il premier e Tremonti, dopo aver spiegato che del monte Fas sarebbero stati impegnati circa 35 miliardi di euro, hanno spiegato che tra cofinanziamento e quadro comunitario ci sarebbero munizioni fino al 2013 per 60 miliardi. L’obiettivo del governo è investire queste risorse nelle infrastrutture, per fare del Sud la principale piattaforma logistica e commerciale del mediterraneo. In questa logica diventano prioritari i rafforzamenti dei porti di Gioia Tauro, Napoli o Brindisi, l’alta capacità tra il capoluogo campano e Bari. Al momento quindi c’è un manifesto politico, più che programmatico, sul quale lavorare. Ma per capire se la svolta meridionalista andrà avanti, sarà necessario aspettare domani. In programma c’è una riunione del Cipe e se saranno sbloccati i 4,3 miliardi di euro del Par siciliano, ci saranno le condizioni politiche per discutere del progetto. Il governatore dell’Isola, Raffaele Lombardo, ha fatto sapere: «Non risolvere la vicenda in questa occasione sarebbe molto grave». Intanto alla Camera il Dpef è passato di misura, mentre al Senato gli uomini del Mpa hanno preso le distanze da una mozione pro Sud di Pdl e Lega.

Un’agenzia per tutta l’area a Palazzo Chigi e una serie di infrastrutture destinate alla logistica. Un tesoro da 60 miliardi


diario

pagina 6 • 30 luglio 2009

Nel Dpef presentato ieri, il governo per la prima volta fornisce dei dati molto negativi sulla nostra economia

Chi di catastrofismo ferisce... di Bruno Tabacci segue dalla prima

Ed è un dato nazionale, non locale. Abbiamo visto le dichiarazioni dei redditi del 2007, abbiamo visto quanti ristoratori delle aree del centro-nord dichiarano meno di un pensionato sociale; ma vi pare una cosa normale questa? Il governo dovrebbe cominciare a intercettare le cose e a incrociare i dati: ci sono le agenzie che consentono di metterli a confronto; ci sono le nuove tecnologie che lo rendono possibile. Bisogna questo lavoro: solo così ci sarà un elemento di giustizia nel fisco. In caso contrario, saremo fermi a questa ingiustizia che pesa negativamente nella coscienza civile degli italiani.

Chi di catastrofismo colpisce, dunque, di catastrofismo potrebbe anche perire, e credo che voi dobbiate ragionare sui dati reali.

I dati reali sono inconfutabili: l’indebitamento netto aumenta di 2,6 punti percentuali sul prodotto interno lordo e raggiunge il 5,3 per cento, il debito pubblico aumenta così di quasi 10 punti percentuali e sale al 115,3 per cento con un incremento rilevante che ci riporta indietro di quasi venti anni, il Documento prospetta inoltre un calo del prodotto interno lordo del 5,2 per cento. Questi dati sono peggiori rispetto agli andamenti delle altre economie europee e quindi il fatto che il governo abbia spiegato per mesi che l’Italia avrebbe retto meglio rispetto alle altre economie europee non è vero, è in totale contrasto con la realtà. In più, per la prima volta dopo diciotto anni si registra un disavanzo primario, che è pari allo 0,4 per cento del Pil. Il governo è nudo di fronte a questo problema. Ci aveva detto che con i tagli lineari avrebbe messo in sicurezza i conti, ma non ha messo in sicurezza nulla. Anzi, questi tagli lineari fanno emergere un incremento della spesa che non è percentuale, ma è reale: sono 35 miliardi di spesa in più. Le promesse di un anno fa sono state clamorosamente mancate. Ma come si fa a governare così? Il governo è stato un grande pasticcione: neppure una maggioranza stratosferica impedisce che questo giudizio si dia a ragion veduta. Non è demagogia, e neppure un atteggiamento preconcetto, è solo lo sconsolata verifica delle forze che sono in campo.

Anche sul sud si sono dette e fatte cose eccessive: quando si fanno delle polemiche così feroci, regione contro regione, si perde non solo il senso dell’unità, ma si perde il senso della civiltà. Quello che manca nel Documento presentato dal governo è la cultura di perseguire riforme strutturali. È stato fatto qualche accenno timido, ma senza il coraggio di andare in profondità. Vi è certo il tema della struttura previdenziale, ma occorre fare una riforma strutturale degli ammortizzatori sociali e per far questo bisogna avere una visione complessiva dello Stato sociale e va raccordarta all’interno di una difesa dei valori dei più deboli. È questo quello che deve fare il governo. In questo contesto ci può essere un ridisegno del ruolo del Mezzogiorno - che certo va ripensato profondamente - ma non possiamo immaginare che ciò avvenga attraverso una sorta di ludibrio di tipo geografico. Ci deve essere un rispetto dei ruoli. E d’altro canto, bisogna andare oltre e bisogna chiedere ai dirigenti meridionali di farsi carico fino in fondo delle loro responsabilità. Ecco, credo che da una riforma complessiva del genere possa uscire un Paese più pulito e più preciso, che non è certo quello che esce dal Documento di programmazione economica e finanziaria del governo.

Quello che manca al Documento è prima di tutto la cultura delle riforme. Ma solo attraverso un disegno nuovo del paese di può puntare a un futuro migliore

Per quel che riguarda la questione delle entrate, non vi è dubbio che le entrate sono in riduzione, perché vi è una riduzione complessiva del passo dell’economia, ma vi è un’esplosione del sommerso. Il governo dovrebbe mettersi in testa che questo è un

problema nazionale. Non si può fare un discorso in base al quale le regioni del nord sarebbero portatrici del Pil e le regioni del sud sarebbero portatrici del sommerso. È una contraddizione intellettuale di tutta evidenza. È evidente che il sommerso va spalmato, ma il sommerso rappresenta il 28 per cento. L’Istat ci dice che è il 18 per cento per l’economia irregolare, a cui va raggiunto un 5 per cento di economia malavitosa che si spalma anche al nord (perché le centrali di insediamento e di investimento stanno al nord, non è vero che stanno al sud). E poi vi è l’economia informale, che pesa un 5 per cento. Se si fa diciotto più cinque, più cinque, il risultato è ventotto.

Il primo gennaio del 2010 sarà dedicato alla «custodia del creato»: reso noto il tema del documento papale

Benedetto XVI: l’ambientalismo per la pace di Guglielmo Malagodi

ROMA. «Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato». È questo lo slogan che Benedetto XVI ha scelto per la Giornata Mondiale della Pace, che si celebrerà il primo gennaio 2010. Sarà dunque dedicato al tema della salvaguardia dell’ambiente l’atteso messaggio che il Papa firmerà alla vigilia della Giornata e che la diplomazia vaticana consegnerà ai Capi di Stato e di Governo di tutti i paesi che hanno relazioni con la Santa Sede. «Il tema - rende noto un comunicato del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace - intende sollecitare una presa di coscienza dello stretto legame che esiste nel nostro mondo globalizzato e interconnesso tra salvaguardia del creato e coltivazione del bene della pace.Tale stretto e intimo legame è, infatti, sempre più messo in discussione dai numerosi problemi che riguardano l’ambiente naturale dell’uomo, come l’uso delle risorse, i cambiamenti climatici,

l’applicazione e l’uso della biotecnologie, la crescita demografica». Secondo il dicastero vatocano, «se la famiglia umana non saprà far fronte a queste nuove sfide con un rinnovato senso della giustizia ed equità sociali e della solidarietà internazionale si corre il rischio di seminare violenza tra i popoli e tra le generazioni presenti e quelle future».

«Seguendo le preziose indicazioni contenute ai numeri 48-51 della Lette-

Secondo il messaggio, bisogna non soltanto combattere il degrado, ma operare per convivere con gli altri e con la natura ra Enciclica Caritas in veritate - sottolinea ancora il dicastero - il messaggio papale sottolineerò l’urgenza che la tutela dell’ambiente deve costituire una sfida per l’umanità intera: si tratta del dovere, comune e universale, di rispettare un bene collettivo, destinato a tut-

ti, impedendo che si possa fare impunemente uso delle diverse categorie di esseri come si vuole. È una responsabilità - prosegue il testo - che deve maturare in base alla globalità della presente crisi ecologica e alla conseguente necessità di affrontarla globalmente, in quanto tutti gli esseri dipendono gli uni dagli altri nell’ordine universale stabilito dal Creatore. Se si intende coltivare il bene della pace - conclude il dicastero della Santa Sede - si deve favorire una rinnovata consapevolezza dell’interdipendenza che lega tra loro tutti gli abitanti della terra. Tale consapevolezza concorrerà ad eliminare diverse cause di disastri ecologici e garantirà una tempestiva capacità di risposta quando tali disastri colpiscono popoli e territori. La questione ecologica conclude il comunicato - non deve essere affrontata solo per le agghiaccianti prospettive che il degrado ambientale profila: essa deve tradursi, soprattutto, in una forte motivazione per coltivare la pace».


diario

30 luglio 2009 • pagina 7

Nessuna proroga al commissariamento. Chiesto lo scioglimento di 11 comuni

In aumento invece le interruzioni da parte delle straniere

Rifiuti, l’emergenza continua Bertolaso no

In Italia diminuiscono gli aborti volontari

ROMA. L’emergenza rifiuti in Campania non è finita, ma il mandato del sottosegretario per l’emergenza rifiuti scadrà il 31 dicembre e «non potrà essere in nessun modo prorogato» come ha dichiarato lo stesso Guido Bertolaso durante la due giorni di audizione di fronte alla commissione bicamerale Ecomafie. Negli ultimi 13 mesi di emergenza, secondo il sottosegretario, la situazione «è molto migliorata» e per fine anno la Regione potrà contare su uno spazio di stoccaggio di circa 4,5 milioni di tonnellate di rifiuti, con un’autosufficienza di circa due anni. Bertolaso ha parlato di un volume economico di 560 milioni di euro, dei quali 145 sono stati utilizzati per per aprire le discariche e avviare gli impianti, 300 milioni per le spese correnti, che comprendono anche l’impiego delle forze dell’ordine e dei vigili del fuoco e 70 milioni per i debiti pregressi. Quanto al termovalorizzatore di Acerra, ha precisato che «il costo è stato di 300 milioni di euro che pagherà la Regione. e da settembre ci sarà un affiancamento per consentire il passaggio di competenze».

ROMA. Continuano a diminuire

Sulle inandempienze di alcuni comuni si è concentrata l’attenzione di Bertolaso che ha annunciato l’intenzione di chiede-

re al ministero dell’Interno lo scioglimento dei comuni di Castel Volturno, San Marcellino, Aversa, Trentola Ducenta, Maddaloni, Casal di Principe, Casaluce, Giugliano, Afragola, Qualiano e Nola. Nei loro confronti ha detto «bisogna prendere provvedimenti che vadano oltre le semplici diffide». Si tratta di comune, secondo il sottosegretario, che «che non raccolgono la spazzatura, non fanno la differenziata e dunque non fanno quel che dovrebbero così come previsto dalla legge». Ovviamente gli amministratori non la pensano allo stesso modo e così dopo l’Abruzzo anche i rapporti tra Bertolaso e i sindaci della Campania saranno scanditi a colpi di carta bollata.

Gabbie scolastiche, la Gelmini apre alla Lega Il Carroccio insiste sulla scarsa qualità dei professori del Sud

le interruzioni volontarie di gravidanza (Ivg) nel nostro Paese, il 4,1% in meno nel 2008, anche se aumentano tra le immigrate. Sono i dati contenuti nell’ultima relazione del ministro della Salute sull’attuazione della legge 194, inviata ieri al Parlamento e illustrata dal sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella. Nel 2008 sono state effettuate 121.406 Ivg, il 4,1% in meno del 2007 (circa 5.000 casi in meno). Il tasso di abortività è pari a 8,7 Ivg per mille donne in età fertile, contro il 9,1 per mille del 2007. Stabile il tasso tra le minorenni, 4,8 per mille contro il 4,9 dell’anno precedente, mentre il rapporto di

di Franco Insardà

ROMA. Mentre la Lega, in apparenza, fa marcia polemizzato con la presidente della commissioindietro il ministro dell’Istruzione, Maristella ne Cultura della Camera,Valentina Aprea che, a Gelmini, accelera: «Sulle tradizioni regionali si suo dire, «siccome ha visto il fallimento della può ragionare». Il motivo del contendere è nato sua proposta, ha dovuto buttare un po’ di fumo, dopo la presentazione di un emendamento del- attribuendone a me l’affossamento». la leghista Paola Goisis, secondo il quale i docenti, per essere ammessi all’insegnamento, E, giusto per gradire, la Goisis ha polemizzato debbano superare un test sulla storia, le tradi- anche sulla qualità sia delle università sia delle zioni e il dialetto della regione in cui intendono abilitazioni degli insegnanti meridionali «perché lavorare. Per Roberto Cota, capogruppo del Car- i voti al Sud sono gonfiati». Concetto che ha fatroccio a Montecito suo anche Cota: torio, «il presunto «Quella che bisoesame di dialetto gna eliminare è la è una bufala». Ma sperequazione il ministro dell’Iche si crea dando struzione ha sotesclusivo peso alla tolineato che sulvalutazione dei tidi Giancristiano Desiderio l’argomento non toli scolastici, perc’è «nessuna conché come sappiasegue dalla prima Ogni tanto ’e lumbard si mo ci sono univerflittualità tra Lega metteno ‘ncopp’‘o cerasiel- sità più “generose” e Pdl. È una polemica distante dal- Chill ‘o sann tutt’ quant ca lo e fann’e professure, ma e altre più “rigorola realtà». La Le- Giulietta era ‘na zoccola e ne tengono ‘a magna’ ‘e se”». Sulle apertuga, riconosce la meglio che rimanimmo a pane. Stateve buono! re del ministro Gelmini, «ha sol- casa nost’. Don Galiani Gelmini alle prolevato un proble- teneva raggione: ‘o purpo L’autore sostiene che la poste del Carrocma importante se coce cull’acqua soja, se scuola è fatta per parlare cio è intervenuto come quello della jamm’a ffa l’esame di come ti ha fatto tua Luciano Ciocchetcontinuità didatti- lengua milanese, iss’han- madre. I leghisti hanno ti, componente ca, cioè del dove- n’a ffa l’esame di napole- una cattiva nomea, ma in Udc della comre della scuola di tano. ‘I voglio verere: qual realtà non vogliono che gli missione Cultura: garantire la pre- è ‘o segreto ‘e Pulecenella? piova addosso e fanno «Non è accettabile senza degli stessi Gia’ è bello ‘o putrusino bene a dire ai professori che la maggioranprofessori per tut- italiano, po’ a gatta ce pis- che devono studiare la lin- za insegua la Lega to l’anno scolasti- cia ‘ncoppa. ‘Chist nun gua di quella “brava per- nel gioco al rialzo co e possibilmen- hann capit manc’ ‘o cac- sona” di Arlecchino. Fac- per sfasciare l’ute per il biennio». chio: stamm’ tutt quante ciamo tutti così e chissene nità nazionale». Una proposta, se- sott’a ‘u ciel e ciamm’a frega dell’Italia. Come dice E Rocco ButtiglioPrezzolini, gli italiani a ne, ospite di “Omcondo il ministro, mparà a sta’ pesule. «condivisa da tut- A me m’ par che chist ten- casa loro parlano in di- nibus estate” su ta la maggioran- gono ‘a capa pazzia o, aletto, per capirsi fra di La7, ha chiosato za, si tratta di ca- come ricon a bascia ‘a San- loro parlano in italiano, e ironicamente: pire come decli- ità, tengonn ‘a capa a tre quando scrivono lo fanno «Esprimo solidanarla». Intanto la asse. ‘Sta pensata ma pare in toscano ritoccato. L’I- rietà al governo, Goisis ieri ha ri- gluriusa, guagliò, e se ce talia è finita, anzi non è perché i giornali lanciato, chiaren- pensammo buon chist ten- mai stata fatta! E l’abate non lo capiscono do prima che gono ‘a lengua ‘fierro e ‘e Galiani aveva ragione: lo mai. Forse se par«non si è mai par- braccia ‘e stoppa. Gesù, stolto è causa del suo lassero in italiano lato di obbligo di fate luce, diceva don Mimì; male. Perciò se noi dobbi- invece che in diaconoscere le lin- ma cca’ che vuo fa’ luce: amo fare l’esame di mi- letto ci sarebbero gue dialettali». chist tengono ‘a capa sci- lanese, loro lo faranno di meno fraintendiPoi la leghista ha acqua, mica a cazzimma. napoletano. menti».

’A scola è fatta pe’ parlà comme t’ha fatto mammeta

abortività è pari a 213,3 per mille, un decremento del 4,9% rispetto al 2007. Un calo complessivo dovuto alla notevole diminuzione di Ivg tra le italiane, mentre continua a aumentare il ricorso all’aborto tra le donne con cittadinanza estera, il 32,2% del totale (era il 31,6 nel 2006 e il 10,1 nel 1998). Stabile la percentuale degli aborti ripetuti, tra le più basse in Europa: le Ivg effettuate da donne con precedente esperienza abortiva sono pari al 26,9% del totale.

«Si conferma la tendenza alla diminuzione degli aborti - ha commentato Roccella - e siamo soddisfatti per due dati: la bassa percentuale che riguarda le minorenni e quella altrettanto bassa della ripetitività, che conferma che in Italia l’Ivg non è considerata un metodo contraccettivo, contrariamente al disastro di altri paesi europei». Roccella ha reso noto inoltre che sarebbero almeno 29 i decessi registrati tra le donne nel mondo in seguito all’utilizzo della pillola abortiva Ru486, secondo dati forniti dall’azienda produttrice Exelgyn al ministero della Salute e quindi all’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Il dato era circolato nelle scorse settimane pur essendo stato secretato dall’azienda per motivi di privacy. Oggi intanto il cda dell’Aifa valuterà l’immissione in commercio in Italia della Ru486.


mondo

pagina 8 • 30 luglio 2009

L’intervista. Stati Uniti e Cina vivono di un’interdipendenza strettamente collegata alla sopravvivenza del dollaro

Attenti a questi due Giancarlo Elia Valori: «Europa e Italia si diano subito una scossa, o perderanno il treno cinese» di Vincenzo Faccioli Pintozzi segue dalla prima Meglio dunque imparare dai propri errori e cercare di guardare in avanti, per tenere sott’occhio la crescita dei nuovi protagonisti mondiali e non farsi relegare per troppo tempo nel ruolo di comparse. Professore, alla luce del recente incontro Usa-Cina è possibile parlare di un “G2”? Il piano di stimolo alla crescita cinese, che muove 4 trilioni di yuan, ovvero 586 miliardi di dollari, è un’occasione storica per le imprese statunitensi. La crisi attuale ha ulteriormente abbassato i prezzi medi di molti prodotti cinesi, il che permetterebbe a molte imprese Usa di rimanere sul mercato entrando o essendo inglobate nel sistema produttivo di Pechino. La Cina sarà la prima nazione a uscire dalla recessione attuale, con un Pil previsto in crescita per la fine del 2009 dell’8 per cento. In altri termini: gli Stato Uniti hanno bisogno di liquidità, e la Cina sostiene con il 24,7 per cento del totale (di gran lunga la quota massima, prima di quella giapponese) il debito pubblico statunitense. Gli americani hanno bisogno di reimpostare la loro industria manifatturiera, e possono farlo o facendo entrare i cinesi nel loro sistema produttivo e molto è già accaduto (si pensi alla acquisizione da parte di Pechino del settore laptop computers della Ibm con la Lenovo) o spostando, imitando in questo gli europei, le loro lavorazioni mature nelle aree cinesi. La Cina, nella sua politica di “ascesa pacifica”, ha la memoria di Weimar e non intende assumere, in questa fase, nessun tipo di politica provocatoria o concorrenziale rispetto agli eventuali futuri competitori globali. Non vuole fare la fine della repubblica tedesca di Weimar, appunto, e nemmeno del Giappone imperiale o, e questo riguarda la antica polemica sulla guerra fredda come “tigre di carta” di Mao Zedong , non vuole morire come l’Unione sovietica.

Quindi la politica di“ascesa pacifica”durerà a lungo, almeno fino a che la Cina non verificherà di non aver alcun competitore dal quale assumere tecnologia o nessun mercato nel quale inviare i suoi prodotti. La Cina delle “Quattro Modernizzazioni” segue uno dei 36 antichi stratagemmi dell’Arte della Guerra (e

ecologici della lunga marcia verso la globalizzazione, che è quello che i Decisori cinesi stanno facendo oggi. Un “G2” in fase iniziale, che probabilmente diverrà una cosa molto seria, e forse strutturata, quando la Cina riprenderà a correre con il suo Pil e gli Usa saranno usciti dalla crisi produttiva e finanziaria. Oba-

L’economia cinese non è da “mordi e fuggi”, secondo le regole usurarie dell’economia finanziaria, ma vuole utilizzare la finanza per determinare mercati, produzione e strategie di Ue e Roma non mi riferisco a Sun Tzu ma al manuale ritrovato, anonimo, in un mercato di Shanghai nel 1936): allentare la presa per stringerla. La logica della “protezione dell’ambiente” è funzionale a questo progetto: la Cina diminuisce i costi unitari della sua acquisizione di idrocarburi, quindi rallenta la sua corsa al riarmo produttivo, e in compenso si prende tecnologie più efficienti, meno costose sul piano energetico, diminuisce la sua concorrenza in Africa e nel Golfo Persico per il petrolio iraniano e iracheno, e quindi può diminuire i suoi rilevanti costi

ma sta appaltando la ripresa dell’economia reale alla Cina, e vuole vedere, da politico accorto, quanto è reale la disponibilità di Pechino a questo progetto bilaterale. Alternative? Per la Cina, il sostegno a una Unione europea “presa pezzo per pezzo”, lasciando (per usare la vecchia metafora meridionalista italiana) la “polpa”a sé e l’”osso”ai Paesi europei in fase di decrescita. Per gli Stati Uniti una vendita “pezzo per pezzo” anch’essa, a Francia, Germania, e altri. Meglio un solo compratore, che molti. La dipendenza finanziaria degli Usa dalla Cina è un destino? Gli Stati Uniti d’America rappresentano,

per dimensione, il primo debito pubblico al mondo, e questo accadeva prima della crisi dei subprime iniziata lo scorso anno. Se vogliono rimanere una potenza leader sul piano economico, devono farsi finanziare un livello accettabile di consumo interno, che sarà probabilmente - date le dimensioni demografiche di Usa e Cina più o meno equivalente alla quota di consumi mancati della popolazione cinese. Se non tiene il consumo interno cade il dollaro, che è già sopravvalutato, e la Cina questo non può permetterselo. Quindi la soluzione sarà o un matrimonio tra Cina e Usa con qualche sprazzo di antico amore, oppure un classico matrimonio di interesse. Se a Washington saranno capaci di fornire alla Cina quella quota di tecnologie di punta che ancora le manca, e che riguarda circa il 10 per cento delle esportazioni americane verso Pechino, che sono in crescita, allora la marginalizzazione selettiva dell’Unione europea sarà un destino, almeno rispetto alla Cina. Se invece gli Usa non saranno capaci di fornire rapidamente alla Cina quella quota di tecnologie per la efficienza produttiva e l’aai dattamento mercati di alta gamma, e per la sicurezza proe duttiva ambientale, allora una parte dell’Ue potrà ritornare in

gioco sul piano globale. La Cina ha espanso la sua quota di titoli di debito pubblico Usa, da 38 miliardi a ben 801,5 miliardi, secondo i dati ultimi del Tesoro statunitense guidato oggi da Geithner. Da chi volevate che li avessero, i soldi, dalla indebitata economia pubblica europea, che, casomai, fa fatica a vendere i propri bonds all’estero e che vedrà, in questo settore, una sempre maggiore concorrenza tra le banche nazionali centrali, che peraltro operano con una divisa le cui determinanti strutturali sono stabilite a Francoforte? L’Europa, appunto, che spazio avrà in questo quadro? Da pochi giorni è arrivata la notizia che gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno iniziato una procedura di infrazione nei confronti della Cina presso la World Trade Organization [l’Organizzazione mondiale del commercio ndr] che riguarda la deliberata restrizione, da parte di Pechino, delle esportazioni di materie prime per espandere il proprio mercato interno. La Cina, come tutti i Paesi comunisti, è protezionista, e il socialismo è una variante politica del protezionismo. Quindi assisteremo spesso a situazioni del genere, in futuro, e Bruxelles avrà meno carte da giocare rispetto a Washington. L’Unione europea potrà ancora avere una moneta unica, l’euro, che servirà in futuro a “mettere le corna” al dollaro nei momenti in cui la sua svalutazione reale è troppo rilevante rispetto alla


mondo

30 luglio 2009 • pagina 9

A destra lo storico incontro fra Richard Nixon e Mao Zedong, che apre la Cina dall’isolamento in cui si era costretta sin dai tempi della Rivoluzione. A sinistra, il presidente cinese Hu Jintao incontra Barack Obama e, sotto, Bill Clinton. Nella pagina a fianco, Giancarlo Elia Valori

sua valutazione ufficiale. Ma il mercato europeo è “pieno”, con una demografia negativa, una serie di beni che non sono adattabili alla globalizzazione povera dei cinesi, che stanno svolgendo, nella versione industrialista, la teoria delle “campagne che circondano le città” teorizzata da Lin Biao nel 1965. La Cina creerà, per quanto le sarà possibile, un mercato unitario nell’Europa mediterranea, sostituirà le aziende mature dell’Unione delocalizzandole nel Maghreb e in Africa, quando non nel Medioriente, finanzierà selettivamente, previo consenso da Washington, alcuni debiti pubblici dei Paesi europei, e aspetterà il futuro. Altro stratagemma utile in questo caso: prendere in prestito un cadavere per richiamarne l’anima. Cosa possono fare Bruxelles e Roma in questo contesto? Ben poco. C’è la probabilità che venga impostato un piano di emissione per titoli della eurozona per circa 4 trilioni di euro, per il 40 per cento di senior debt e per il restante di junior debt, che potrebbe fare concorrenza alle emissioni Usa, che hanno più o meno la stessa dimensione, e sarebbe diretto di fatto verso la Cina. È possibile che la cosa riesca, sul piano strettamente finanziario, ma i cinesi sono marxisti, e quindi gente seria, e non sono tanto interessati, se non per una quota che loro decideranno al momento, di diversificazione dall’investimento primario in dollari statunitensi, per securizza-

re il loro bilancio statale e per evitare che gli Usa divengano il solo debitore. E quindi creino appunto un “mercato del debitore”, sempre meno favorevole al creditore. Sono interessati al mercato europeo, alle tecnologie, alla possibilità di gestire alcuni dei settori primari delle piccole, medie ma spesso anche grandi aziende italiane e europee. La geoeconomia cine-

rare qualcosa dal nulla. Come pensa si dovrebbe leggere l’esclusività Washington-Pechino? Un matrimonio di interesse che potrebbe generare l’amore. Washington, l’ho già detto ma è bene ripeterlo, ha bisogno di qualcuno che abbia così tanti soldi da investirli nei titoli di Stato statunitensi. E non c’è nessuno che possa farlo se non

L’Italia potrebbe impostare un sistema bilaterale per cedere alla Cina parti delle sue aree meno sviluppate. Ma dubito che uno degli schieramenti politici possa pensare, oggi, così in grande

se non è da “mordi e fuggi”, secondo le regole usurarie dell’economia finanziaria contemporanea, ma vuole utilizzare la finanza, guadagnandoci, per determinare i mercati, i sistemi produttivi, infine le strategie globali dell’Unione europea e dell’Italia. Roma, se potesse, potrebbe impostare un sistema bilaterale per cedere alla Cina parti delle sue aree meno sviluppate, per adattarle ai cicli produttivi mediterranei che Pechino sta già mettendo all’opera in Tunisia, in Algeria, e per l’intero continente nero in Sudafrica. Ma dubito che l’uno o l’altro degli schieramenti politici italiani possa pensare, oggi, così in grande. Chi non ha la vista lunga, in politica e in economia, muore. Altro stratagemma adatto a questo concetto: gene-

la Cina. La Federazione russa, dopo il viaggio del vice Presidente Joe Biden in Georgia e dopo il dialogo tra Medvedev e Obama, ha capito due cose: che l’America di Barack Obama è la degna erede di quella di Bill Clinton e di George W. Bush, che avevano scommesso molto, se non tutto, sulla regionalizzazione della potenza ex-sovietica, e che, se ci sarà un matrimonio di interesse, sarà quello eurasiatico tra Bruxelles e Mosca. Legame petrolifero e gaziero, ma anche strategico, nella misura in cui Putin e Medvedev sapranno integrare le economie complementari UE e russa in un asse commerciale e geopolitico attraverso il quale la Russia diviene il mercato parallelo di espansione dell’Europa, insieme al Mediterraneo meridionale e orientale, mentre

Mosca potrebbe mediare la politica europea nel Golfo Persico, trasformando per i suoi interessi il “profeta disarmato”europeo in un Giovanni dalle Bande Nere, almeno fino a quando converrà alla Federazione russa. Ma Mosca non ha abbastanza quattrini da poter finanziare, via titoli di debito pubblico, le economie e i welfare indebitati dei Paesi europei. Quindi il polo è e rimane la Cina, unica vera zona di liquidità globale oggi. Fino a quando gli Stati Uniti avranno bisogno di liquidi per sostenere il dollaro, espandere la spesa pubblica nel welfare, che non hanno di fatto, e aggiornare le loro tecnologie produttive, il rapporto Washington-Pechino non potrà che essere bilaterale e esclusivo. Le eccezioni verranno dalla Cina, che vuole diversificare i propri investimenti e non impiccarsi alla corda della crisi strutturale del dollaro, che potrebbe scoppiare in futuro e che i cinesi pagheranno chiedendo in cambio moneta strategica: la caduta di Taiwan, l’esclusione di fatto di Washington dal Golfo Persico, una nuova redistribuzione del potere petrolifero in America Latina e in Africa. Ma questi sono scenari ancora futuribili. Quale sarà la reazione dell’altro gigante, l’India? L’India ha una strategia globale, e quindi anche economica, che privilegia l’espansione dei consumi interni, cosa che la Cina ha cominciato a fare solo da pochissimi anni. E diventerà sempre di più una “potenza ma-

rittima”, i cui obiettivi saranno quelli di una integrazione economica, geopolitica, finanziaria tra New Delhi e il Golfo Persico da una parte e l’Oceano Indiano dall’altra. Se e quando si stabilizzerà la situazione nel Myanmar e nelle altre zone in crisi politica del’area, l’India farà con questa sua “area di coprosperità” quello che la Cina ha fatto con il suo “ponte fiorito”, la comunità cinese all’estero dopo il 1980, e svilupperà una economia di trading legata a prodotti intermedi rispetto alle tecnologie cinesi, che colpiranno mercati più vasti ma unitariamente meno redditizi. Sul piano strategico, l’India ha bisogno di ascoltare parole chiare sul Medioriente, che non può penetrare da terra come ha fatto la Cina con la Shanghai Cooperation Organization e la “Via della Seta”, e di acquisire uno status nei mercati europei e statunitensi che è ancora legato solo ad alcuni prodotti. È probabile che l’India possa sviluppare una economia di trasformazione più dinamica della Cina, più legata ai mercati intermedi, e quindi possa finanziare il proprio upgrade tecnologico con una quota minore di capitale rispetto a quello che è stato utilizzato dalla Cina. Ma, a parte il petrolio, e la questione pakistana, i due Paesi, la Cina e l’India, hanno più motivi di accordo che di disaccordo. E, se la Cina creerà un dialogo bilaterale con Washington, l’India potrebbe utilizzare Pechino per penetrare i mercati degli Stati Uniti d’America.


panorama

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Polemiche. La politica ormai insegue solo interessi locali: ecco perché serve un nuovo progetto

Stato e Sud: non c’è contraddizione di Angelo Sanza oglio iniziare da due dati di fatto non contestabili. Il primo sono le parole pronunciate dal presidente Giorgio Napolitano, secondo cui «una prospettiva di stabile ripresa deve essere fondata sul superamento degli squilibri territoriali», anche perché cresce «l’incertezza delle risorse disponibili e insieme con essa del quadro di riferimento delle politiche del Mezzogiorno». Il secondo sono le politiche antimeridionalistiche di questo governo, alimentate da una maggioranza, di fatto succube della Lega, che hanno aggravato il divario nord-sud come denuncia il rapporto Svimez 2009 sull’economia del Mezzogiorno.

V

pressioni politiche episodiche che anticiperebbero la morte dello stato-nazione, portando a forme di pericoloso separatismo. C’è bisogno di una politica italiana che deve essere ad un tempo europea e mediterranea, capace di elaborare strategie di sviluppo strutturale, assegnando a questo risorse seguendo l’esempio della Germania Occidentale che, nel momento della riunificazione politica, si preoccupò anche di quella economica.

promozione agroalimentare e turistica. Il sud ha gravi responsabilità: deve evitare spreghi ed inefficienze combattendo le forme di illegalità r di collusione mafiosa e sensibilizzando le pubbliche amministrazioni e la società civile. I partiti non ci sono più in assoluto come è dimostrato dalla crisi dello stesso Pd: da una parte, infatti, c’è la cultura della Lega, un provincialismo esasperato, e dall’altra il berlusconismo, con la sua degenerazione politica e morale, Questi non sono partiti di massa, ma interessi di massa che si aggregano. Il vero problema è quello di avviare una battaglia che faccia capire che non è possibile andare avanti con la politica dei piccoli partiti che tentano di inventarsi il leghismo del sud.

Lo sviluppo del Mezzogiorno può avvenire solo attraverso programmi organici macroeconomici, non sulla spinta di pressioni politiche episodiche

Leggere quel rapporto è un vero sconforto, specialmente per chi viene da una convinta cultura meridionalistica. È tempo di recuperare lo spirito di un meridionalismo che si muove nel contesto di uno stato unitario. Lo sviluppo del Mezzogiorno può avvenire soltanto in forza di programmi organici di tipo macroeconomico a lungo termine e non di

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

Questo è lo spirito che pervade l’ordine del giorno approvato dall’Assemblea nazionale dell’Unione di centro. La gravità della questione meridionale, più che sollecitare nelle forze politiche di maggioranza una linea tesa a ricercare utili percorsi per affrontare la crisi economica e sociale, viene affrontata gattopardescamente solo per catturare il consenso elettorale della gente del sud e gratificare qualche notabile locale, o più specularmente per contenere le crescenti richieste di potere della Lega Nord. Il documento dell’Assemblea dell’Udc ha pertanto impegnato i propri responsabili politici nelle istituzioni ad avviare un deciso intervento per promuovere azioni in materia fiscale (aiuto alle imprese) infrastrutturale, di semplificazione burocratica, di logistica internazionale, di formazione e ricerca e di

Nella situazione attuale non si possono coniugare federalismo e meridionalismo perché il primo per il nord significa fare da soli pensando ad una serie infinita di devoluzioni, mentre il secondo è una cultura di sussidiarietà che si ispira ai grandi valori solidaristici della dottrina cattolica. Il Pdl non è in grado di richiamarsi a questi valori, tant’è che ha mandato al ministero dell’Economia l’uomo più vicino alla Lega. L’agitarsi in queste ore di uomini del sud del Pdl serve solo a Berlusconi per bilanciare da una parte lo strapotere della Lega, e dall’altra per gettar “fumo” negli occhi dei meridionali, dando l’impressione che qualcosa cambi perché tutto resti come prima.

Da Bill Gates a Daria Bignardi. La diffusa dipendenza da un mondo che non esiste

I finti 4 (mila) amici al bar di Facebook llora, si può fare a meno di Facebook. Solo qualche mese fa andò in scena “la rivoluzione di Facebook”. Un successo travolgente in pochissime settimane. Una corsa contro il tempo per esserci. Per dirla un po’ con Heidegger, ciò che contava non era l’essere ma il “ci”: esser-ci, appunto, essere-gettati-lì-dentro e essere-nel-mondo-di-Facebook. Nessuno sapeva che cosa fosse un “social network”, ma in poco tempo tutti lo abbiamo imparato. Milioni di noi si sono iscritti e hanno presentato i loro amici ad altri amici e agli amici degli amici. Una moda che in pochissimo tempo è diventata una mania e un dovere sociale. «Dai, iscriviti anche tu, così mi scrivi su Facebook» mi sono sentito ripetere da amici che conoscevo da tempo e se volevano sapere qualcosa di me - come stai? Che fai? Dove vai? - non avevano altro da fare che dirmelo a viva voce.

A

Ma cosa volete che sia l’amicizia reale senza l’amicizia virtuale. Poi, due giorni fa, la notizia: Bill Gates fugge da Facebook. Motivo: «La rivoluzione informatica è stata di enorme beneficio, ma se non stiamo attenti le tecnologie possono trasformarsi in una perdita di

tempo».Verissimo, anche se non ci voleva il papà di Microsoft per dirlo e capirlo, ma se lo dice lui la cosa fa più scalpore e acquista maggior senso.

Verissimo, la rivoluzione digitale è una santa cosa. Questo pezzo è scritto a centinaia di chilometri dalla redazione del giornale grazie alla rivoluzione digitale. Scrivo e invio. Guadagno tempo che posso dedicare alla lettura, alla scrittura, alla vita. Ma che mondo sarebbe se il tempo guadagnato venisse impiegato sempre e soltanto per essere in contatto con la “rete”? Il tempo guadagnato diventerebbe tempo perso, la testa sempre immersa nel mondo di Internet diventerebbe una testa senza mondo: i messaggi, i link, le foto, i blog divorerebbero la vita reale e la rivoluzione informatica

perderebbe tutto il suo valore. Ma la vera sconfitta di Facebook è l’amicizia. Lo strumento è fatto apposta per - come si dice - comunicare: conoscere, farsi conoscere, avere amici, far circolare informazioni, coltivare interessi. Sembra una cosa bella, forse intelligente, ma nasconde una stupidità. Si possono avere migliaia di amici? Quanti sono i vostri amici? Fermatevi un secondo - non ci vuole di più - a pensarci: quanti veri amici avete? Contateli con le dita. Siete andati oltre le dita di una mano?

Con Facebook, invece, le amicizia crescono secondo una progressione geometrica e diventano migliaia. Daria Bignardi, ad esempio, ha detto di avere 4.959 amici, mentre 7.096 erano quelli in attesa di essere accettati. Ma una lista

così lunga di amici somiglia alle liste di attesa per farsi una Tac. Non si possono avere 5.000 amici, ma si possono avere migliaia di fan e di clienti. Si fa fatica ad avere tre amici - i classici quattro amici al bar - immaginatevi, se ci riuscite, come sia possibile avere 5.000 amici. Una vita d’inferno. Se vuoi dedicare un giorno ad ognuno di loro devi mettere in conto di fare i conti e dire al primo amico che vi rivedrete tra quindici anni.

La tecnologia è un mezzo che l’uomo tende a trasformare in un fine. È una banalità dirlo, ma se non lo diciamo dimentichiamo anche la grande verità che c’è nella banalità. Nel rapporto tra mezzi e fini - proprio lì, nel bel mezzo - ci siamo noi (il famoso esser-ci di cui sopra). La rivoluzione informatica ha trasformato la nostra vita, ma se stiamo un po’ più attenti ci rendiamo conto che al di sotto della soglia del mondo informatico la vita scorre sempre allo stesso modo come fa, grosso modo, da sempre. La tecnologia modifica le cose, la vita e la percezione che ne abbiamo, ma non risolve come per incanto tutti i nostri problemi. Ne crea semplicemente di nuovi. Per fortuna. Altrimenti il mondo sarebbe ingoiato dal Grande Sbadiglio.


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Primarie. Prosegue nel partito la campagna acquisti dei “resti” delle vecchie formazioni di sinistra

Se il Pd scopre la «vocazione annessionista» di Antonio Funiciello no dei temi che il generale Agosto sembra voler imporre all’attenzione dei lettori dei giornali sembra essere quello della politica delle annessioni che il Pd dovrebbe praticare guardando a sinistra. Come all’Unità d’Italia si arrivò con graduali annessioni degli stati della penisola, questo approccio sabaudo è propugnato sia da Bersani che da Franceschini. Nonostante siano entrambi emiliani! In verità fino a qualche giorno fa, nelle settimane precedenti la chiusura del tesseramento, pezzi di Socialisti, Verdi, Comunisti italiani, Rifondaroli vendoliani hanno già aderito al Pd a livello di base, contribuendo a portare il numero gli iscritti sopra la soglia degli 800mila, raddoppiato nel giro di un paio di mesi. Si tratta di dirigenti politici locali che andranno quasi tutti a sostenere il “sinistro” Bersani contro il “centrista” Franceschini, nella fase della conta interna. Ma il fenomeno si è contraddistinto per sporadicità, lungi dall’essere un fatto di massa, determinante per l’esito finale per

U

Vendola, Nencini e Grazia Francescato sono già in corsia d’ingresso. Per il futuro si punta a far rientrare anche Fabio Mussi e Claudio Fava cui Bersani è in vantaggio per altri motivi.

D’Alema non ama l’approccio sabaudo sponsorizzato da Bersani e Franceschini, e non tanto per i suoi natali romani e la formazione politica puglie-

se. Per chi pone al centro della discussione congressuale la strategia delle alleanze, la politica delle annessioni finisce per essere una specie di surrogato povero della dismessa vocazione maggioritaria. Dunque, un intralcio di non poco

conto. Considerazione che oltre ad essere di D’Alema, è anche di Franco Marini, il maggiore sponsor della candidatura Franceschini. Come i capitalisti familisti del Belpaese, pur di mantenere il controllo della loro azienda e trasmetterlo ai figli, preferiscono tenere l’azienda piccola, non aprendo a capitali esterni o quotandola in borsa, così Marini e D’Alema vogliono un Pd che stia intorno al 25%, meglio se sotto, così da poter garantire per sé il controllo della baracca. Da lì, da quel 20-25%, si può muovere poi verso alleanze di coalizione da opporre a Berlusconi. Annettere al Pd Vendola, Nencini, Grazia Francescato e far magari rientrare Mussi e Fava, è un modo spurio di aumentare il consenso e mettere in discussione sia il controllo della baracca sia le scelte di alleanze da fare. Di più: se ti porti tutti dentro, poi a sinistra con chi ti allei?

Al di là del tatticismo di Marini e D’Alema, che pure molto caratterizzerà la vita dei democratici e del centrosinistra nei prossimi tempi, l’approccio sabaudo alle annes-

sioni è contrario alla stessa ispirazione originaria del Pd. Se si guarda al risultato delle politiche dello scorso anno, quel famigerato e ormai chimerico 33%, ci si accorge che il Pd aveva già operato di fatto l’unità a sinistra, raccogliendo tutto quello che poteva raccogliere. Alla sua sinistra era rimasto soltanto il 3% della Sinistra Arcobaleno, ma un moderno partito europeo di centrosinistra deve (e non può) avere un’opposizione a sinistra, come accade negli altri paesi continentali. Il 33% dell’anno scorso segnalava che il pieno a sinistra era stato fatto e che, semmai, il problema era l’assenza di appeal del progetto democratico verso il centro dell’elettorato italiano. Se Franceschini o Bersani dovessero così scegliere di annettersi pezzi di forze politiche del cui elettorato il Pd nel 2008 aveva già conquistato il consenso, commetterebbero un duplice errore politico. Da un lato renderebbero ancora più ombrosa l’incerta identità del loro partito; dall’altro favorirebbero l’imbarco dannoso di un ceto politico senza idee in cerca di ricollocazione.

Scoop. Per il ministro, i potenti sono sempre stati contornati da donne plaudenti. Anche Togliatti

Sesso e potere. Secondo Brunetta di Marco Palombi ul Corriere della Sera Magazine in edicola oggi, a stare alle anticipazioni diffuse dallo stesso settimanale della Rcs, c’è un vero scoop: Renato Brunetta, in buona sostanza, smentisce Silvio Berlusconi e dà ragione al Gruppo Espresso sulla faccenda delle veline candidate e delle abitudini pecorecce del capo del governo. Il premier ha sempre sostenuto che l’idea di candidare alle europee giovani signorine use a esporre generose porzioni di epidermide esistesse solo nella mente di quegli sporcaccioni della sinistra, non così il suo ministro della Pubblica amministrazione. Brunetta, figlio d’un venditore ambulante di gondole-ricordo e chincaglieria varia, scampato a una vita di stenti solo in virtù della sua intelligenza, privato del Premio Nobel per la passione da civil servant che gli ha precluso agi e ipocrisie della carriera accademica pura, non ci sta: non ama, il ministro, i comodi rifugi offerti dal politicamente corretto, non conosce paura retorica e, nella conversazione, si butta sugli argomenti a peso morto, parla con l’impazienza oratoria che trasforma gli insicuri in formidabili gaffeur. Non fosse che si teme di offenderlo paragonandolo a chicchessia, ricorderebbe il Mosé balbuziente e incazzoso di Thomas Mann.

che si può fare. Anzi, è la regola. «Non c’è nulla di nuovo», butta lì il ministro con quella nettezza un po’sprezzante che è la sua cifra (per troppo amore dell’umanità, mica per disprezzo). «È una tradizione che viene da lontano. Pensi al Migliore,Togliatti». Col che - facendo uso a piene mani dell’inconsapevole entusiasmo dichiaratorio che è una delle sue cifre - Brunetta sembra dare l’impressione di non fare differenza

E dunque. Piazzare in Parlamento veline, fidanzate, segretarie e sgallettate varie? Certo

Potrebbe sembrare la solita giustificazione purchessia dei comportamenti del premier, ma

S

è l’esatto contrario: è un risoluto invito al Cavaliere a vuotare il sacco. Basta con la preoccupazione piccoloborghese del decoro: «Dove c’è potere c’è sesso scandisce Brunetta - Funziona così Ci ovunque. vorrebbe meno ipocrisia». La

«I congressi di sinistra, di centro e di destra sono sempre stati dei pollai»: così spiega come la politica sia una questione di «nani e galline» tra Angela Sozio e Nilde Iotti,“fidanzata”o meglio“concubina”del segretario del Pci. Un apparentamento forse dovuto al fatto che trattasi in entrambi i casi di donne: in altre parole, essendo il nostro tassonomico come tutti gli amanti dei numeri, questa vicinanza fisiologica deve parergli talmente macroscopica da annullare ogni altra possibile differenza. Messa così,Tina Merlin e Patrizia D’Addario, pur battagliando su opposti fronti postribolari, pari sono in quanto portatrici sane di vagina.

politica è un’attività dura e stressante, è normale che uno, alla sera, si faccia coccolare da qualche compiacente compagna di partito. È così dalla notte dei tempi: «I congressi di sinistra, di centro e di destra sono sempre stati dei pollai», spiega il ministro. Ai tempi in cui il nostro militava nel Psi, d’altronde, Rino Formica irrise il partito “dei nani e delle ballerine”, oggi – condensando visione della vita e lessico del vivace Brunetta – si potrebbe aggiornare in “nani e galline”.


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L’islamismo estremista ha diviso i musulmani in fazioni in conf segue dalla prima La retorica politica di quegli anni si imperniava sulla sorte dei popoli arabi e sull’anti-imperialismo. Un certo fervore di stampo religioso affiorò nel corso della Crisi di Suez del 1956, quando le emittenti radiofoniche egiziane trasmettevano a tutto volume delle marcette che invocavano l’appoggio divino contro l’invasione anglo-francese, ma quella non fu altro che un’anomalia. Le donne, non solo quelle della mia famiglia ma più in generale della media borghesia urbana, indossavano esclusivamente abiti in stile occidentale. Da tempo ormai avevano smesso di coprirsi il volto con lo hijab, o velo. L’unico mio legame con il mondo premoderno era mio nonno, che continuava a vestire i decorosi abiti e turbanti tipici dei mercanti di un tempo. Al di là delle festività religiose, il rituale islamico prevedeva pochissime altre celebrazioni. I riti del mese sacro del Muharram - una pratica sciita volta a commemorare Hussein, nipote del Profeta Maometto, nel corso del quale i fedeli spesso si autoflagellavano – erano sì celebrati, a volte anche in maniera piuttosto selvaggia, ma mi veniva consigliato di starne alla larga; simili cerimonie erano ritenute inadatte alle persone di un certo rango, le quali preferivano tenere soirée semiletterarie per

rievocare la passione del martire. La modernità fluiva in ogni dove. Cinema e snack bar; locali di cabaret e country club; alcool che scorreva a fiumi a feste aperte ad entrambi i sessi; Baghdad stava rinverdendo i fasti del regno Babilonia, il suo antico predecessore. Come testimoniano i racconti del tempo, la vita al Cairo non era molto diversa da quella di Casablanca, Damasco, Istanbul, Giakarta, Karachi e Teheran.

Quando lasciai l’Iraq per la prima volta, nel 1958, qualunque duraturo interesse che potessi aver mostrato per le tematiche religiose venne affossato dalla mia esposizione alla soffocante atmosfera di un collegio anglicano in Inghilterra. Le visite forzate alla cappelle e gli infiniti sermoni rituali contribuirono ad istillare in me una duratura avversione per le cerimonie religiose organizzate.

Ma, con il senno di poi, ritengo che i semi del mio rinnovato interesse nell’Islam siano stati sparsi proprio nel corso di quel periodo. Reagivo in modo istintivo agli affronti antislamici che dovetti sopportare lungo tutto il mio percorso di studi – ad esempio, la descrizione dei Crociati come impavidi cavalieri impegnati a difendere la cristianità dalle scorribande dei Saraceni, o il volgare sdoganamento dei capi dei cosiddetti Moti Indiani del 1857 contro il dominio coloniale britannico come barbari assetati di sangue. La mia scuola accoglieva tra i suoi banchi anche altri studenti di fede musulmana, la maggior parte dei quali provenienti da un impero – quello britannico – in via di sgretolamen-

Il jihad? È co

di Ali Abdulsiasmo ai sit-in e ai teach-in, alle manifestazioni pro diritti civili e contro la guerra. Rimasi affascinato dalla lotta d’emancipazione portata avanti dalla popolazione nera d’America, la qual cosa dimostrava come un movimento intriso di una forte carica spirituale poteva generare cambiamenti epocali. Martin Luther King Jr. era ben diverso dai tradizionali uomini di chie-

Negli Anni Sessanta la modernità fluiva in ogni dove. Cinema e snack bar, cabaret e feste aperte ad entrambi i sessi. Baghdad allora stava rinverdendo i fasti dell’antico regno di Babilonia to. Essi non erano diversi da me; eravamo tutti figli dello stesso retroterra laico. Malgrado il nostro risentimento per le tonalità con cui l’Islam veniva dipinto, la nostra presenza in terra inglese costituiva una riprova del fatto che la civiltà moderna fosse fermamente ancorata nel porto dell’Occidente.

Il nostro passato islamico poteva anche essere stato glorioso, ma era – per l’appunto – il passato. Il futuro era ad Ovest – quanto più si dimostrava di essere occidentali, meglio era.Trascorsi buona parte dei miei ultimi anni scolastici sognando l’America. Nel 1964, quando iniziai il mio percorso di studi al Massachusetts Institute of Technology, era impossibile non essere trascinato dai fermenti politici e culturali del tempo, anche se non eri statunitense. Presi parte con entu-

sa che avevo conosciuto in Inghilterra; e Malcom X era un musulmano praticante. Iniziai a considerare l’Islam una forza in grado di favorire le trasformazioni sociali.

Come molti giovani degli anni ’70, la mia preoccupazione divenne la ricerca di un paradigma etico che fosse in grado di colmare il vuoto spirituale e morale del tempo, al fine di trovare un equilibrio interiore di fronte agli eccessi della controcultura. Tali pensieri si inscrissero nella mia mente sull’inatteso sfondo della Londra del 1976, nel pieno dello sgretolamento di un’economia britannica sferzata dalle lotte dei lavoratori e dalle prima zaffate di iperinflazione. Tra aprile e giugno, Londra ospitò il World of Islam Festival, un evento pensato appositamente per mostrare all’Occidente la ricchezza e la diversità dell’Islam, della sua civiltà e della sua cultura. E, cosa ancor più importante, mostrò l’unità della civiltà islamica a prescindere dalla

Il ministro professore ALI ABDUL-AMIR ALLAWI è stato ministro del Commercio, della Difesa e delle Finanze dal 2003 al 2006 ed è ancora consigliere del premier iracheno Al Maliki. Personaggio di spicco della comunità irachena in esilio a Londra durante il regime di Saddam Hussein, oggi è senior Visiting Fellow presso la Princeton University. È stato appena nominato Gebran G. Tueni Fellow per

i diritti umani presso il Carr Center for Human Rights Policy alla John F. Kennedy School of Government della Harvard University. Il suo ultimo libro, “The Crisis of Islamic Civilization”, è stato pubblicato lo scorso marzo dalla Yale University Press.

nazione d’appartenenza, dalla lingua e dalla cultura. Sul festival aleggiava lo spirito di uno di quegli eroi dei tempi moderni non celebrati dal culto tradizionale, il Raja di Mahmudabad, che aveva aiutato a portare avanti l’iniziale idea del progetto. Muhammad Amir Ahmad Khan — o Raja Sahib, com’era meglio conosciuto – era morto nel 1973. Verso la fine degli anni ’60, avevo stretto amicizia con uno dei suoi parenti, il quale mi presentò al Raja. Mentre frequentavo dei corsi post-laurea presso la London School of Economics and Political Science, ricercai spesso la sua compagnia presso la sua dimora, adiacente alla moschea di Regent Park e al Centro di Cultura Islamica, da lui stesso diretto. Il Raja era un

individuo profondamente idealista ed egualitario; il suo Islam fondava il proprio impegno sul compimento di opere buone. Per esprimere la propria solidarietà agli indigenti, egli svolgeva lavori manuali, indossava di frequente abiti fatti in casa e di scadente fattura e camminava scalzo. Era spirituale, quasi mistico nelle sue inclinazioni, e la sua passione emerse nel corso


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flitto l’una contro l’altra e ha bloccato lo sviluppo della società

ontro l’Islam

-Amir Allawi

Il pellegrinaggio alla Mecca che ogni musulmano deve compiere almeno una volta nella vita per espiare i suoi peccati e, nelle foto piccole, da sinistra a destra, un’antica copia miniata del Corano, Malcom X e Martin Luther King, due personaggi che hanno avuto una grande influenza nella formazione dell’autore di questo saggio, e una pubblica fustigazione

elitario e scarsamente rappresentativo della dimensione sociale e politica dell’Islam. In retrospettiva, alcune di quelle critiche mi appaiono assolutamente fondate.

delle serate trascorse in sua compagnia. In un certo senso, il Raja univa la profonda fede nell’Islam con una predisposizione personale radicale, finanche rivoluzionaria. Egli lasciò un’impronta indelebile in me, ma non fui in grado di apprezzare la portata di tale influsso sino al festival del 1976. Questo era stato sin dall’inizio bersaglio di critiche per il suo tono

La dimensione politica venne completamente ignorata, in parte perché la diaspora musulmana verso l’Occidente non aveva ancora generato controversie, in parte perché l’Islam politico doveva ancora irrompere sulla scena mondiale. Il festival toccava tematiche molteplici, ma l’impianto ideologico del tradizionalismo – incarnato in special modo dal filosofo Seyyed Hossein Nasr, dallo storico dell’arte Titus Burckhardt e dal curatore museale Martin Lings – risultò evidente in una serie di pubblicazioni ed eventi che si cimentavano molto più nell’esplorazione della dimensione interiore dell’Islam. I tradizionalisti, che si rifacevano al

pensiero del metafisico francese René Guénon, stabilirono un legame tra la vitalità creativa della civiltà islamica, in primis il suo nucleo spirituale, e la pulsione che spingeva i fedeli a ricercare, trovare e quindi esprimere le manifestazioni di Dio nel mondo esteriore. Dal loro punto di vista, il cuore dell’Islam era costituito sia, o in misura maggiore, dalla sua dimensione spirituale che dal dogma, dalla dottrina o dalla legge sacra, la Shariah. Il pensiero dei tradizionalisti non è stato immune da controversie, tanto allora quanto oggi, in special modo per ciò che concerne la sua eclettica considerazione dell’Islam e delle altre religioni del mondo, e per la sua convinzione che tutte le grandi tradizioni religiose condividano alcuni sommi principi di spiritualità. Ma al tempo apparve agli occhi di molti come un inaspettato, nuovo e ristoratore approccio nei confronti dell’Islam. Senza nemmeno volerlo, mi ero ritrovato di fronte ad una nuova prospettiva dell’Islam, che palesava per il futuro nientemeno che la crescente forza dell’Islam politico, che conobbe un’accelerazione negli anni ’70 quando i movimenti islamisti iniziarono a sorgere tanto nel Medio Oriente quanto al di fuori di esso.

Sin da allora, queste due visioni, spesso contrastanti, dell’Islam hanno dominato la mia vita – la dimensione mistica, interiore della fede, in contrapposizione alle sue espressioni politiche e sociali. Ma è il crepuscolo della prima, ed il modo in cui l’Islam viene sempre più, o esclusivamente, percepito in termini politici e dottrinari, che mi induce a temere per il futuro della civiltà islamica. Alcuni anni dopo il festival londinese, il mondo venne scosso dalla rivoluzione iraniana. L’Islam politico irruppe sul palcoscenico mondiale, e qualunque sia l’opinione di ognuno al riguardo, la rivoluzione portata a compimento dall’Islam sciita incarnava le speranze e le paure di milioni di individui nel mondo. Nel frattempo, un’eguale sollevazione stava avviluppando tra le sue spire i musulmani sunniti. Il jihad contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan segnò la nascita di un islamismo estremista. Le genti del mondo – ed i musulmani in particolare – dovettero misurarsi con una serie

di questioni ed asserzioni circa il ruolo più consono all’Islam nella società. Devono i musulmani lottare per la creazione di uno stato islamico? La Shariah è compatibile con la modernità, con la democrazia e con i diritti umani? Ritengo che l’ascesa dell’Islam politico abbia turbato, in un modo o nell’altro, ogni musulmano – ritrattosi impaurito, perplesso, ansioso o entusiasta di fronte alla prospettiva di un ruolo maggiormente incisivo per la propria religione nella sfera politica.

Per lungo tempo, le due realtà dell’Islam, il mondo esteriore dell’azione sociale e politica ed il mondo interiore dello sviluppo spirituale e morale, furono percepite in totale antitesi l’una con l’altra. L’una lamentava la subordinazione dell’Islam, insisteva sul riconoscimento e sul potere, sulla sfida allo status quo vigente; l’altra appariva serena, introspettiva

ed immersa nell’intangibile. Lo sfondo su cui si stagliava la prima erano le società e le nazioni; la dimora della seconda erano invece l’Io e l’individuo. Si riteneva che i rituali del credo islamico avrebbero colmato il divario tra questi due mondi così distanti, ma questi vennero volontariamente distorti al fine di adattarsi alle richieste dell’uno o dell’altro. Le moschee si trasformarono in campi di re-

Wahhabismo cinicamente foraggiato dalla generosità dell’Arabia Saudita. Gli islamisti si sono rafforzati per via di gravi crisi che nel corso degli ultimi decenni hanno plasmato il mondo musulmano. Mentre il mio impegno politico si faceva più assiduo, prima attraverso scritti e discorsi, quindi come membro attivo dell’opposizione al regime baathista in Iraq e successivamente in qualità di ministro dal 2003 al 2006, divenne chiaro come pochi dei musulmani che avevo incontrato nell’arena politica denotassero un qualche interesse per gli aspetti spirituali dell’Islam. Nella pratica quotidiana, il comportamento degli islamisti ricalcava, e spesso superava in gravità, quello dei propri omologhi laici. L’abuso di potere, il depauperamento o il furto di risorse pubbliche e la corruzione costituivano connotati endemici a tutti i governi di stampo islamista. Tale frangia era in buona parte priva di qualsiasi contenuto profondo o etico ed era in aperto conflitto con la mia concezione dell’eredità dell’Islam. La preoccupazione della stragrande maggioranza dei musulmani per la propria condizione materiale, o spesso semplicemente per la propria sopravvivenza, non è in alcun modo riprovevole, ma sicuramente fallace.

Le crisi che i musulmani devono affrontare non possono essere risolte solo tramite gli aspetti politici, sociali o giurisprudenziali della religione. L’educazione morale dell’individuo musulmano non interessa i leader del mondo musul-

La rivoluzione iraniana e la guerra contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan hanno segnato la nascita del fondamentalismo che ha mortificato la dimensione mistica della fede in nome del potere clutamento di nuovi jihadisti, mentre governi repressivi iniziarono a manipolare l’Islam, spesso mediante la demonizzazione di altri gruppi, al fine di cementare il proprio controllo ed il proprio potere. L’intrinseca unità dell’Islam venne enormemente ridimensionata, se non totalmente distrutta. Non ci si poteva più muovere agevolmente tra i due reami dell’Islam. I musulmani si divisero in fazioni in conflitto l’una con l’altra, e la chiusura delle menti dei musulmani divenne un’inevitabile conseguenza della sempre maggiore rilevanza acquisita da una variante dell’Islam intollerante ed eccezionalmente dottrinaria, quel

mano, al potere o all’opposizione, dei principali paesi musulmani o dell’Occidente. Il mondo musulmano potrà anche essere stato sopraffatto dall’entità dei disastri reali o immaginari di cui è stato testimone – l’eredità del colonialismo e dell’intervento occidentale, e le sue performance relativamente scarse in un mondo globalizzato – ma ciò non dovrebbe avergli impedito di guardarsi allo specchio. Quello specchio avrebbe rivelato la crisi della sua spinta civilizzatrice ed una sempre maggiore indifferenza ai, e spesso abbandono dei, fondamenti etici e spirituali della propria fede.


cultura islam

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Gli islamisti uccidono l’Islam Hanno scatenato lotte fratricide e odii etnici e razziali Nel corso degli ultimi 30 anni, le fratture all’interno dell’Islam hanno scatenato un parossismo di violenza. Odi settari, etnici e razziali hanno minato l’ideale dell’unità islamica. Il conflitto tra Iraq ed Iran negli anni ’80 e le lotte fratricide che hanno accompagnato il ritiro dei sovietici dall’Afghanistan costituiscono solo alcuni esempi di tale tendenza. In ogni caso, nell’Iraq post-Saddam il fossato che divide la vita politica da quella religiosa dell’Islam è stato disvelato. La violenza assassina scatenata dagli islamisti radicali ispirati al credo wahhabita ha ricevuto l’avvallo di importanti figure religiose sulla base di laboriose “giustificazioni” giurisprudenziali. Gli ecclesiastici sauditi hanno espresso il proprio plauso di fronte agli esecrabili atti di violenza e distru-

zione perpetrati dai terroristi di al Qaeda in Iraq, in special modo quando questi hanno preso di mira gli sciiti, un gruppo ritenuto eretico nella demonologia wahhabita. Tali sentenze sono state accettate da molti musulmani in tutto il mondo, la qual cosa ha legittimato il massacro di civili innocenti. La brutale risposta delle milizie sciite che ne è seguita, un vero e proprio controterrore, si è incentrata sui sunniti iracheni. Centinaia di migliaia di iracheni sono stati uccisi e milioni di persone si sono ritrovate senza casa o si sono viste costrette all’esilio. Il paese è sprofondato nel caos e nel conflitto.

Gli islamisti politici di ogni inclinazione si sono sbarazzati con indecente fretta di intere ideologie apparentemente fondate su una lettura islamica della politica e dell’etica – per la quale molti dei loro alleati avevano sacrificato le proprie vite – mentre si contendevano vantaggi politici nel nuovo Iraq. Mai una volta nel corso dei tre anni in cui ho assolto la carica di ministro ho avuto modo di vedere un partito islamista, sunnita o sciita, farsi promotore di una causa islamica che aveva in precedenza sostenuto nei propri manifesti politici. Lontane sono ormai le proposte di creazione di un siste-

ma economico islamico, di un sistema di leggi islamiche, di uno stato islamico. Per fare un esempio, il Consiglio Supremo Islamico dell’Iraq ed il partito islamico Dawa, da cui sono emersi in successione i primi ministri Ibrahim Jaafari e Nuri Kamal al-Maliki, non ha dimostrato interesse alcuno nel perseguire un programma anche leggermente islamico una volta salito al potere. I partiti governativi agivano spinti da un desiderio ossessivo di guadagno materiale e dalla volontà di mantenersi nelle grazie di Washington. Uno spettacolo triste e deprimente, appariva evidente come una voragine incolmabile separasse oramai i musulmani dai fasti dell’etica islamica: la ricerca di una vita felice, di una società armoniosa e giusta, e di virtù morali, che a loro volta conducono all’Invisibile. Il messaggio coranico non si rivolge forse a “coloro che non credono nell’Invisibile”? Iniziai a riflettere sistematicamente su tale dilemma, al fine di pervenire alla comprensione dei fattori che si celano dietro il decadimento dello spirito dell’Islam, e cosa il futuro avrebbe potuto riservare se quel processo non fosse stato frenato o non avesse conosciuto sostanziali cambiamenti.

La civiltà islamica ha una sua prospettiva nei rapporti tra Dio e l’uomo, tra l’individuo ed il gruppo, tra i poteri e le responsabilità dello stato ed un adeguato equilibrio tra tutela dei diritti umani e doveri, così come per ciò che concerne l’essenza della giustizia, della li-

bertà e dell’uguaglianza.Tali visioni si discostano da quelle di altre civiltà, ed in particolar modo rispetto all’ordine mondiale imperante di tipo occidentale. Quasi per definizione, la civiltà islamica deve riconoscere il ruolo del trascendente (o sacro o divino – chiamatelo co-

me preferite). Se tale elemento risulta assente, l’Islam non può avviare un processo di modernizzazione senza indebolire l’integrità della fede.

Nella dottrina classica, l’autonomia individuale è vincolata all’assoluta dipendenza dell’uomo da Dio. Di conseguenza, l’intero edificio dei diritti individuali – che trae origine tanto dalla condizione naturale dell’uomo quanto dalla teoria laica, etica o politica – è estraneo al pensiero islamico. Il musulmano individuale genera in sé stesso o sé stessa le virtù della comunità e viceversa. Il risultato è un legame ideale tra l’individuo ed il gruppo, e scarse risultano le possibilità di atomizzazione etica a livello individuale o di conformità oppressiva a livello di gruppo. La crisi della civiltà islamica trae origine in parte dal fatto che i musulmani si siano dimostrati incapaci di tracciare la propria rotta nel mondo contemporaneo. L’Islam in quanto religione – o anche come vestigia di una civiltà – non si è mai completamente arreso alle pretese di un mondo desacralizzato. Coloro che guidano il mondo musulmano potranno anche mantenere una condotta atro-

Centinaia di migliaia di iracheni sono stati massacrati e milioni di persone si sono ritrovate senza casa o si sono viste costrette all’esilio. La violenza ha ricevuto l’avallo di importanti leader ce, proseguendo in una venerabile tradizione di malgoverno, violenza e corruzione che ha a lungo tormentato il mondo musulmano, ma pensieri allettanti tipo i “ciò che potrebbe essere” continuano ad echeggiare tra le masse – ed anche in alcune frange dell’élite. In passato, la Shariah costituiva l’anello di congiunzione tra il mondo esteriore dei musulmani e le proprie realtà interiori. Quando questa venne soppiantata da un diritto laico, civile, commerciale e criminale, tale legame venne reciso. Alcuni vedono in un mondo desacralizzato un terreno fertile per alimentare la fede privata dell’individuo. Altre tradizioni religiose, in special modo quelle che costituiscono i pilastri della civiltà occidentale, si ritirarono dall’arena pubblica molto tempo fa, apponendo il proprio sigillo alla separazione tra stato e chiesa. Ma l’Islam non può coesistere serenamente con un ordinamento politico che non presta attenzione alcuna alla propria sfera interiore; la sua integrità verte infatti su un delicato equilibrio tra la spiritua-

lità del singolo e le più generali richieste della comunità.

L’incontro dell’Islam con l’Occidente e con le forze predominanti della modernità hanno aperto delle profonde fratture nel mondo esteriore

dell’Islam e, cosa altrettanto importante, nelle menti dei musulmani. Alcuni lo negheranno e condurranno numerose azioni di retroguardia, ma la realtà non può essere cancellata fino a quando i musulmani non si confronteranno con un altro, duro dato di fatto: tutte le ci-

viltà hanno un aspetto interiore ed uno esteriore, un mondo interiore forgiato da credenze, idee e valori che informano gli aspetti esteriori delle istituzioni, delle leggi, del governo e della cultura. Ma la dimensione interiore dell’Islam non gode più dell’importanza o del potere necessari a plasmare il mondo esteriore in cui la maggior parte dei musulmani vive. Essi hanno – consapevolmente o meno – perso di vista la centralità della sacralità per la loro storica civiltà. Il mondo islamico è effettivamente diventato desacralizzato, e ciò ha modificato il modo in cui i musulmani pensano, credono e si comportano. Le manifestazioni esteriori – le leggi, le istituzioni, le strutture governative, i principi economici e culturali – hanno suonato la ritirata. L’idea dello stato-nazione ha posto una sfida alla tradizionale nozione dell’entità politica islamica. La coesione delle famiglie è stata minacciata da fondamenti economici mutevoli e dall’avvento dei diritti delle donne. La Shariah ha dovuto adeguarsi ai nuovi canoni del diritto civile e penale laico. La piazze dei mercati che ospitavano i bazar e le tradizionali forme di scambio hanno lasciato il posto alle corporation internazionali, alla finanza basata sul profitto, agli investimenti


cultura islam Una strada di Dubai vicino il celebre hotel Burj-al-Arab. Gli Emirati hanno abbracciato una frenetica ipermodernità e sono l’altra faccia del mondo musulmano. Nelle foto piccole, da sinistra a destra, l’invasione russa dell’Afghanistan che, nel 1979, segnò l’inzio dell’islamismo estremista, l’ayatollah Khomeini, guida della rivoluzione islamica in Iran, il primo ministro iracheno Al Maliki e l’ex dittatore Saddam Hussein. Ragazze in una strada del Cairo

La Shariah non basta più C’è bisogno di una rilettura etica della legge coranica stranieri. Quelli sono i luoghi in cui il dibattito circa il futuro dell’Islam prende tipicamente forma. Ma la domanda se un ordine unicamente islamico potrà mai essere ricreato non si pone solo in tali sedi. L’irrefrenabile ricerca di stili di

rio tra il sacro mondo interiore dell’Islam ed il profano mondo esteriore è definitivo e legittimo. I riformisti, fautori di liberaldemocrazie in chiave musulmana, si dimostrano quantomeno onesti quando auspicano in termini espliciti l’adozione di

promesso tra l’Islam e la modernità possa essere modellato semplicemente mediante un adattamento delle idee della modernità ai dettami della Shariah: ciò che risulta accettabile verrà accolto, ciò che risulta inaccettabile verrà respinto.Ta-

L’errore più grande degli islamisti è quello di continuare ad affermare la loro presunta superiorità spirituale per difendere lo status quo. Così mettono a rischio di estinzione la nostra civiltà vita sempre più agiati, assieme ad una fiducia nelle capacità della scienza e delle nuove tecnologie che rasenta il feticismo, costituisce una condizione quasi universale. L’Occidente ha accettato la secolarizzazione come una conseguenza inevitabile di una ricchezza e di un potere sempre maggiori. La stessa ricetta viene ora offerta ai musulmani. I riformatori liberali del mondo musulmano ed i loro alleati stanno effettivamente invocando una “cristianizzazione” dell’Islam: regaliamo l’arena pubblica al secolarismo e riconosciamo che il diva-

istituzioni e processi della modernità. Ma la loro visione di civiltà islamica appare vuota – una vaga spiritualità che aleggia su una società con scarsi capisaldi culturali, una società che si è effettivamente fusa con l’ordine dominante.

D’altro canto, gli islamisti radicali e persino le truppe dei cosiddetti musulmani “razionalisti”, i quali insistono sul fatto che l’Islam racchiude già in sé tutti gli elementi dell’umanesimo di stampo occidentale, soffrono di una diversa presunzione – e cioè che un felice com-

le approccio, mantenuto da più di un secolo, non ha prodotto né progresso materiale né l’avvento di una rinnovata civiltà islamica. Il quesito fondamentale che tanto assilla razionalisti e radicali verte sul se le forze della modernità siano o meno il prodotto di un diverso or-

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dine di civilizzazione predominante.Tali forze possono essere interiorizzate con successo solo se vengono rimodellate, e quindi trascese, in un contesto prettamente islamico. Un Islam rinnovato deve necessariamente affondare le proprie radici nelle virtù islamiche di giustizia, moderazione, di rispettoso adattamento ad altre culture e religioni, di rifiuto dell’oppressione e di gravi disuguaglianze. Questi immutabili principi sono chiaramente descritti nel Corano. Essi costituiscono delle pietre miliari nel processo di avvicinamento dei fedeli a Dio. Essi dovrebbero guidare una rilettura etica della Shariah che non solo rivitalizzi il mondo esteriore dell’Islam, ma consenta altresì all’Islam di fornire risposte nuove, costruttive e potenzialmente affascinanti ai problemi con cui l’umanità deve misurarsi, compresi il degrado ambientale, l’imbarbarimento della vita pubblica, le ingiustizie economiche tra le nazioni ed i popoli, il consumo smodato di risorse.

La Shariah si è tradizionalmente opposta alle pratiche ed ai valori della modernità, sottintendendo che si debba sottostare all’ethos prevalente. Oppure essa è stata interpretata in termini totalmente statici, come un progetto per far rivivere l’età dell’oro dell’Islam. E quest’ultima prospettiva incarna proprio l’approccio dei fondamentalisti. Un Islam ridefinito sulle direttrici di cui sopra può andare al di là della farsa secondo cui sono le “banche islamiche”, le istituzioni produttive e le imprese che incentivano la condivisione dei rischi e la finanza cooperativa. Esso potrebbe favorire le innovazioni tecnologiche che si imperniano sulla conservazione. Nel campo delle scienze dure, l’Islam potrebbe privilegiare quegli ambiti di ricerca che si pongano come obiettivo quello di rivelare le sottostrutture che stanno alla base del mondo fisico – ciò che il grande fisico teorico David Bohm ha definito “ordine implicito”, che non è stato indagato con la necessaria energia in quanto respinge il metodo prevalente di indagine scientifica. L’Islam può aprire orizzonti completamente nuovi al fine di trovare unità ed integrità nel mondo naturale. I musulmani non possono semplicemente prendere un po’ di frutti tecnologici della civiltà moderna e al tempo stesso rifiutare o mettere in discussione le basi della stessa. Ciò rende il mondo musulmano nient’altro che un consumatore inerte, succube degli sforzi e della creatività di altri – anche se l’Islam continua ad asserire con

aria di sufficienza la propria superiorità spirituale.

Questo è l’errore più grande degli islamisti. In alternativa, i musulmani potrebbero anche scegliere di presentare i prodotti della civiltà occidentale sotto forme che siano culturalmente o politicamente accettabili per le loro società. Essi potrebbero prendere parte all’ordine civilizzatore dominante e rischiare di minare fatalmente tutto ciò che rimane della basilare identità ed autonomia dei musulmani. E questa sembra essere la strada intrapresa dagli stati del Golfo, che hanno entusiasticamente abbracciato una frenetica ipermodernità che si inscrive con difficoltà nella tradizione islamica. Tale percorso sembra altresì affascinare le categorie professionali occidentalizzate che considerano l’Islam come poco più che un ornamento culturale. In ogni caso, se i musulmani desiderano una vita esteriore che sia espressione del proprio credo più intimo, dovranno risollevare la propria civiltà da

anni di inattività, lassismo ed indifferenza. Il compimento di tali obiettivi richiederà il superamento di condizioni di grande squilibrio ed avversità.

La sfida non appare impossibile, ma essa metterà sicuramente a dura prova l’impegno del mondo musulmano nei confronti dell’Islam in quanto stile di vita totalizzante. I musulmani devono coniare nuove forme per esprimere la dimensione esteriore della propria religione, una nuova Shariah – fondata sull’etica piuttosto che sulle regole, tesa al miglioramento sociale piuttosto che alla conservazione dello status quo. I musulmani devono fare i conti con la doppia tentazione di vedere la Shariah o come abito adattabile a qualsiasi modernità si faccia strada, o come credo scandito da dettami bizantinamente dettagliati. Non ho dubbi sul fatto che l’Islam in quanto religione o in quanto codice di condotta e di transazioni esteriori continuerà ad esistere. Ma non posso affermare lo stesso per ciò che riguarda la civiltà islamica: un universo riconoscibilmente islamico che trae la propria vitalità ed ispirazione dagli aspetti interiori ed esteriori dell’Islam, il ponte che unisce i due mondi. È quel mondo ad essere a rischio di estinzione


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Usare i Tornado? Sì, ma senza armi L’ennesima, sconcertante decisione della politica riguardo ai nostri soldati in Afghanistan di Stranamore ncora una volta l’Italia politica riesce a rendersi ridicola di fronte al mondo ed a umiliare i suoi soldati con una decisione di carattere militare. E sì, la vexata quaestio riguarda il possibile impiego dei cacciabombardieri Tornado dell’Aeronautica in Afghanistan non solo nel ruolo di ricognitori, ma anche in quello di aerei d’attacco, per supportare le nostre truppe (e quelle di Isaf). Ben venga una simile svolta, fornire una copertura aerea con aerei ad ala fissa ai soldati è quanto mai opportuno, sia perché gli scontri con i talebani sono sempre più frequenti, sia perché gli elicotteri da combattimento disponibili sono pochi e naturalmente hanno i tempi di intervento tipici di mezzi ad ala rotante. Il che vuol dire che prima di arrivare dove servono possono anche passare ore. Durante le quali a terra si continua a combattere, anche perché il nostro contingente non ha artiglieria, ma solo mortai da 120 mm. L’alternativa consiste nel chiedere l’intervento di aerei della coalizione, non sempre disponibili quando serve.

A

Se i Tornado potranno, oltre che continuare a svolgere missioni di sorveglianza e ricognizione con gli ottimi sistemi Litening, operare anche nel loro ruolo primario in missioni di interdizione e supporto tattico ravvicinato si contribuirà fattivamente alla “force protection” dei nostri soldati, che non si ottiene solo aumentando lo spessore delle corazze dei mezzi sui quali si spostano. Il tutto naturalmente diverrà più concreto quando gli aerei potranno finalmente essere basati ad Herat, aumentandone magari anche il numero. Però per il nostro governo, a dispetto della maggioranza bulgara di cui dispone in Parlamento e del supporto bipartisan che potrebbe ottenere in caso si dovesse votare una simile decisione (ma perché mai poi c’è bisogno del voto del Parlamento, mica si devono usare armi nucleari) teme di esagerare. E così lo stesso ministro della Difesa, La Russa, si è esibito nel proporre una divertente

soluzione di compromesso: usiamo sì i Tornado in ruolo offensivo, ma facendogli impiegare solo i cannoncini da 27 mm di cui sono dotati, per fargli compiere missioni di mitragliamento. Inutile dire come sia stata presa la notizia negli ambienti militari internazionali. Risatine e sorrisetti: «I soliti italiani, fanno la guerra, ma senza dirlo e comunque solo un pochino». L’impiego “normale” dei Tornado è infatti quello di lanciare da quota e distanza di si-

curezza, e con effetto sorpresa, armi di precisione a guida laser o GPS, come le bombe Paveway o JDAM, con la massima efficacia, minimi rischi di provocare danni collaterali e, soprattutto, riducendo al mini-

Se non si è politicamente in grado di prendere le decisioni necessarie forse è meglio dare retta a Bossi: tutti a casa. Pagandone però il prezzo mo i pericoli per piloti ed aerei. Certo, in casi estremi si può anche scendere rasoterra e impiegare i cannoncini, ma si rischia di più e si ottiene molto di meno. In ogni caso la scelta su come usare i Tornado e con quali armi non può che essere tecnica, affidata ai

militari, legata alla situazione tattica, non ai capricci dei politici. La politica decida se usare finalmente gli aerei da combattimento per supportare i nostri soldati. E poi lasci fare a chi deve combattere, e non nelle aule parlamentari. E evitiamo

di dire che la politica italiana che dice di voler fare tutto il possibile per contribuire alla sicurezza dei nostri soldati in Afghanistan, attende i morti prima di utilizzare i mezzi già presenti in Afghanistan (anche gli UAV Predator possono essere armati, ma per ora c’è il veto). Del resto all’inizio della guerra in Afghanistan fu impedito ai piloti della marina di bombardare i talebani: potevano sull’Afvolare ghanistan, ma non potevano sparare neanche un petardo, era possibile solo individuare i bersagli che poi venivano colpiti dai piloti e dagli aerei americani. Una farsa. Ora ci risiamo. Forse perché si tratta di aerei e bombe. Perché nessuno si sogna di dire ai parà del Generale Castellano se contro i talebani possano sparare con il fucile o debba-

no invece usare solo le pistole. Nel caso dei Tornado proprio questo si vorrebbe fare. Ritornando a vecchi, sciagurati costumi: già ai tempi dell’Iraq per qualche tempo fu previsto che i comandanti chiamassero Roma per farsi autorizzare l’impiego di armi “pesanti”.

Parliamo delle armi delle forze di terra. Perché gli aerei naturalmente non li mandammo mai e così quando si dovette combattere il supporto aereo ce lo dovettero fornire americani ed inglesi. Beh è ora di smetterla una volta per tutte con questi giochetti, equilibrismi, compromessi, che magari soddisfano i riti della politica, certo non contribuiscono alla sicurezza dei nostri soldati e al successo della missione che stanno svolgendo a rischio delle loro vite. Se non si è politicamente in grado di prendere le decisioni necessarie forse è meglio dare retta a Bossi: tutti a casa. Pagandone il prezzo. Perché quella in atto in Afghanistan è una guerra (peace enforcing), lo è stato dal primo giorno, anche se i vari governi dal 2001 ad oggi si sono succeduti hanno fatto finta che così non fosse. Beh ora è il caso di smetterla con i teatrini.


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L’attentato davanti a un edificio che ospita militari e famiglie

Nel mirino la base di Ashraf Barzani rieletto in Kurdistan

L’Eta torna a colpire: a Bourgos 60 feriti

L’esercito iracheno attacca gli iraniani

MADRID. Un furgoncino imbot-

BAGHDAD. Sono ripresi ieri a

tito con oltre 200 kg di esplosivo è esploso a Burgos, nel nord della Spagna. L’attentato ha colpito un caseggiato che ospita poliziotti e militari spagnoli, insieme alle loro famiglie. L’attacco è stato subito attribuito ai separatisti baschi dell’Eta, anche se ancora non è giunta alcuna rivendicazione da parte del gruppo terrorista. Si tratta del primo attentato fuori dai confini della regione autonoma basca. Burgos è il capoluogo della comunità autonoma di Castilla e Leon, che confina con il Paese Basco e si trova a circa 250 km dalla capitale. Si tratta di una città-simbolo della guerra civile spagnola, visto che il governo franchista l’aveva scelta come base operativa. Burgos è anche una rilevante meta turistica, considerato l’ingente patrimonio storico-architettonico. Niente a che vedere però, con le passate edizioni della cosiddetta “udara”, la campagna estiva dell’Eta che negli scorsi anni ha colpito soprattutto importanti località turistiche della penisola iberica con lo scopo di danneggiare una delle attività economiche più fiorenti del Paese. Dopo lo smantellamento del famigerato commando Vizcaya, il nucleo dell’Eta più attivo nella pianificazione e attuazioni di attentati dinamitardi, i terroristi

nord di Baghdad gli scontri tra forze di sicurezza irachene e Mujaheddin del Popolo (Mko), l’organizzazione di opposizione armata all’Iran, nella loro base di Ashraf. Il governo di Baghdad ha intanto smentito quanto affermato da attivisti all’estero del Mko, secondo cui negli scontri iniziati ieri quattro muhajeddin sarebbero stati uccisi dalle forze di sicurezza irachene e altri 300 sarebbero rimasti feriti. Le autorità di Baghdad avevano annunciato in precedenza la decisione di chiudere il campo di Ashraf, situato nella provincia settentrionale di Diyala, e di espellere verso l’Iran o un Paese terzo i suoi 3.500 occupanti, per lo più

Microsoft sposa Yahoo Accordo anti-Google Storica intesa sulla pubblicità e il motore di ricerca di Alessandro D’Amato

NEW YORK. Era nell’aria – e nei listini di Wall Street – già da qualche tempo. Dopo l’Opa respinta più di un anno fa, Microsoft eYahoo hanno annunciato ieri di aver firmato un accordo di collaborazione in funzione anti-Google. L’intesa prevede di unire la tecnologia di Redmond alla forza di vendita pubblicitaria del motore di ricerca. L’accordo dura 10 anni: Microsoft compra la licenza esclusiva per la tecnologia sul web di Yahoo per poterla usare su tutti suoi siti e servizi. Yahoo stima che l’intesa le porterà benefici annuali per 500 milioni di dollari e risparmi per circa 200 milioni. Il sistema Bing di Microsoft, il motore di ricerca che nelle intenzioni di Bill Gates dovrebbe intaccare la leadership di Mountain View, diventerà così la piattaforma di ricerca per il sito di Yahoo, ma le due società rimarranno separate e autonome su altri prodotti, come email, messaggi e advertising.

L’accordo, ha spiegato la chief executive officer di Yahoo, Carol Bartz, «apre una nuova era per lo sviluppo e l’innovazione in internet. I navigatori e gli inserzionisti potranno beneficiare dell’innovazione grazie alle risorse e alla scala che questa intesa assicura e della maggiore facilità di utilizzo di una singola piattaforma». Grazie all’accordo con Yahoo, ha aggiunto il Ceo di Microsoft Steve Ballmer, «creeremo più innovazione nella ricerca e più valore per gli inserzionisti, dando più scelta ai consumatori in un mercato che è attualmente dominato da un’unica compagnia. Questo accordo ci darà più risorse per costruire il futuro della ricerca». Un settore nel quale Microsoft non ha mai sfondato, e Yahoo era in rapido declino a causa dello strapotere di Google: la creatura di Brin e Page controlla il 65% delle ricerche negli Stati Uniti e una quota ancora maggiore di quella mondiale. E negli ultimi tempi ha dimostrato più e più volte la volontà di portare la guerra commerciale a Gates sul suo territorio: il software, i sistemi operativi indipendenti e il browser per la navigazione (Chrome, l’ultimo arrivato, sta pian piano scalando le classifiche

di utilizzo ai danni di Firefox ma anche dei prodotti Microsoft). Dopo i tagli al personale dovuti alla crisi finanziaria,Yahoo si è rimessa in parte in sesto; la sua quota del mercato delle ricerche on line sfiora il 20%; ma la sua posizione poteva essere messa in discussione dalla nascita di Bing, il motore di ricerca targato Microsoft che sin dalla sua uscita poteva contare sull’effetto-annuncio e sulla “relativa” fidelizzazione di chi usa software Microsoft per navigare in rete (Msn Live, Internet Explorer). Micro-Yahoo assommerà così il 30% delle ricerche on line, creando così massa critica per gli investitori pubblicitari. E dovrà comunque essere sottoposto all’approvazione delle autorità statunitensi che regolano l’Antitrust. Che non è affatto scontato.

L’autorevole Techcrunch si permette qualche critica: dieci anni, scrive Robin Wauters, sembrano un’eternità nell’era di internet, e chissà se un accordo del genere può reggere per così tanto tempo. Ora, poi, saranno due le concessionarie di pubblicità più grandi nel mercato: AdWords di Google e AdCenter di Microsoft; gli altri concorrenti sono diventati talmente piccoli che non vale nemmeno la pena di nominarli. Secondo l’accordo, poi, Redmond pagherà i costi di acquisizione del traffico da Yahoo l’88% dei ritorni dalle ricerche per cinque anni, oltre a un “fisso”per i primi diciotto mesi. Questo significa che Microsoft ha deciso di correre dietro Google, riconoscendo implicitamente la bontà del suo modello di business. Ma soprattutto: le autorità potrebbero approvare il deal tra le due compagnie, ma contemporaneamente potrebbero limitare lo scambio e la condivisione di dati al minimo necessario per far operare le due piattaforme. Restringendone così il cambio d’azione. Wall Street intanto ha dato la sua sentenza: dopo l’annuncio il titolo Microsoft è cresciuto del 2,8%; quello di Yahoo! è in calo del 10%. Gli operatori sono perplessi: l’intesa con il colosso del software non prevede alcun versamento nelle casse del secondo motore di ricerca al mondo.

La nuova società cercherà di contrastare lo strapotere di Brin e Page che controllano il 65% delle indagini on-line

baschi hanno limitato il proprio raggio di azione all’interno del Paese Basco, attuando una tattica di omicidi mirati, con l’obiettivo di eliminare personaggi politici favorevoli al dialogo con Madrid o esponenti delle forze di polizia impegnati nella lotta al terrorismo. L’autobomba fortunatamente non ha provocato vittime, pur distruggendo l’intera facciata dei due imponenti edifici dove alloggiano circa 120 persone legate alle forze dell’ordine. Si contano però circa 60 feriti, per lo più colpiti dai frammenti di vetro causati dalla deflagrazione del potente ordigno. Il ministero dell’Interno di Madrid ha confermato che 38 persone sono state trattenute in ospedale per le cure del caso.

aderenti al Mko, formazione illegale nella vicina Repubblica islamica.Il portavoce del governo iracheno, Ali Dabbagh, ha affermato che «non c’è stato nessun morto negli scontri» e che «i residenti del campo hanno aggredito la polizia con coltelli e pietre». I miliziani iraniani, fino al 2003 protetti in Iraq dall’ex regime di Saddam che li ospitava in funzione anti-Teheran, sostengono invece che le forze irachene hanno fatto irruzione nel campo aprendo il fuoco contro i mujaheddin. Alcune immagini tv trasmesse nelle ultime ore mostrano nel campo di Ashraf alcuni corpi senza vita con evidenti segni di colpi di arma da fuoco. Intanto, con il 69,57 per cento dei voti, Massud Barzani è stato rieletto alla presidenza della regione autonoma del Kurdistan. Lo ha annunciato il comitato elettorale in una conferenza stampa ad Erbil, in cui sono stati diffusi i risultati preliminari ufficiali delle elezioni presidenziali e parlamentari che si sono svolte sabato scorso in tutto il Kurdistan iracheno. La lista formata dal Partito democratico del Kurdistan, dello stesso Barzani, e dall’Unione patriottica del Kurdistan, del presidente iracheno Jalal Talabani, ha ottenuto complessivamente il 57,34 per cento dei voti.


cultura

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Mostre. Fino al 29 settembre, a Seravezza, l’esposizione sulla cultura rurale in Toscana: “Mezzadri e coltivatori diretti nell’arte dell’Ottocento e Novecento”

I «militanti» della terra Da Magri a Soffici, da Fattori a Tommasi, da Viani a Lloyd Viaggio pittorico nelle radici del microcosmo contadino di Mario Bernardi Guardi ra gli artisti italiani approdati nella Parigi del primo Novecento a fare il pieno di estri innovativi, rumorose e avventurose effervescenze creative, geniali e sregolate ribalderie antipassatiste, c’erano molti toscani. Come il livornese Amedeo Modigliani, il viareggino Lorenzo Viani, il fiorentino Ardengo Soffici. C’era anche Alberto Magri, che veniva da Fauglia, un paese in provincia di Pisa. Ma le radici affondavano nella Garfagnana, vale a dire Lucchesia profonda e un po’ selvaggia, e lui a quelle era particolarmente attaccato. Tanto è vero che nel 1903, scrisse su un muro della Villa Lumière: «Abbasso Parigi, viva Barga».

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«Abbasso Parigi»: e perché? Non c’era forse venuto volentieri, attirato dall’aria frizzante che vi si respirava? E non aveva lavorato per giornali e riviste come disegnatore e caricaturista? Certamente, ma adesso cominciava a sentire nostalgia di casa. Aveva bisogno di Barga, della campagna garfagnina, di quei cieli e di quei colli, di quei colori. Il giallo, il verde, l’azzurro in tutte le sfumature possibili. Quei colori non avevi bisogno di inventarli: te li dava la natura, erano lì per te. Sentimentalismo? Regressione infantile? Suggestioni crepuscolari, con i sommessi incanti della provincia da cui ti arriva il monito salvifico: «Qui sta la verità. In questa realtà. Nella tua terra, nella tua casa, nella tua patria»? Già, Barga. Il grande poeta e grande professore Giovanni Pascoli, romagnolo di San Mauro, si era innamorato di quel pezzo di Toscana arcaica e anche un po’ arcana, vi aveva acquistato una casa - anzi, una “bicocca”, come la chiamava lui - per soggiorni sempre più lunghi e vi aveva trovato

ispirazione per alcune delle sue poesie più suggestive, come quelle raccolte nei Canti di Castelvecchio. Ora, a guardar l’apparenza delle cose, Barga poteva sembrare un rifugio dove ci si isola, sbattendo in faccia alla modernità l’impolitico rifiuto del “fanciullino”deliziato dai sogni e dalle occulte voci della natura. Ma in realtà era anche qualche altra cosa. Il latte materno, la tradizione, le strutture “elementari”e “primordiali” di una vita pura, non c’è dubbio; ma anche, paradossalmente, una febbre segreta in cui si agitano confusi progetti e la voglia di slanciarsi verso il mondo. Insomma, si rivendica

fatica di chi opera per trasformare. Insomma, una missione: lavoro, cultura, civiltà.

La retorica scoppietta da tutte le parti, d’accordo: ma a partorirne colori fiammeggianti e suoni squillanti è una tensione politica e culturale sincera. La cultura contadina si fonda sulla custodia e la continuità: ma questa stessa continuità, così bene scolpita nei suoi tratti identitari, è attraversata da una mobilità, da una dinamica sotterranea che solo attende l’occasione di manifestarsi. La quotidianità elementare e rituale “insieme”alla storia che si muove, che cambia. Il duro lavoro, la pena, la miseria, la pazienza, la sofferenza: potenti eredità, “provviste” affettive che ti servono per dire, per “documentare” chi sei e da dove vieni,

Esposte più di cento opere, tra quadri, sculture, disegni che raccontano la campagna toscana e vita, costumi, abitudini del mondo contadino e mezzadrile l’Italia dal cuore antico e ancora schietto, ma per affermare che essa, con i suoi valori, ha diritto a proiettarsi su spazi di vasto respiro. L’Italia, carica di storia, è pronta a inaugurarne un’altra. E i contadini sono una riserva operosa di cui tener conto. Da coloni a Dalle colonizzatori. campagne alle colonie d’oltremare. Non è un caso che proprio al Teatro dei Differenti di Barga, il 26 novembre del 1911, Giovanni Pascoli, di fronte a un vastissimo pubblico di giornalisti venuti ad ascoltarlo da ogni parte del mondo, pronunci un discorso “La Grande Proletaria si è mossa”, che è tutto un fremito patriottico a sostegno della guerra di Libia, e dunque dell’espansionismo italiano. Visto però non come spietato colonialismo predatore, ma come un movimento “naturale” di masse contadine che credono nella terra e nella patria, e che sono pronte, come sempre, a impegnare le loro braccia nella

ma che legittimano anche un futuro. Una presenza sociale significativa. Quasi un obbligo all’intervento “politico”. Sono queste testimonianze di “quiete inquieta”, disposta secondo ritmi e riti di un antico ordine delle cose che pare perpetuarsi nell’accettazione ed è invece segnato da vibrazioni segrete; sono queste immagini calme e calde a colpire la vista e l’intelligenza nelle sale del Palazzo Mediceo di Seravezza. Dove è ospitata (fino al 29 settembre) la Mostra “Cultura della terra in Toscana, mezzadri e coltivatori diretti nell’arte dell’Ottocento e Novecento”, promossa dal Comune della bella cittadina versiliese e curata da Enrico Dei, in collaborazione con Andrea Baldinotti (Catalogo Ed. Pacini, pp.260, euro 30). Una rassegna di tutto rispetto: più di cento opere, tra quadri, sculture, disegni che raccontano la campagna toscana dal secondo Ottocento al primo Novecento: vita, costumi, abitudi-

ni del microcosmo contadino e mezzadrile. Ma che cos’era la mezzadria e che cosa è stata la sua “cultura”? C’era una giustezza di fondo, ovviamente commisurata ai tempi e allo sviluppo dei rapporti sociali, in questo “dividere a metà”? E, più in generale, che cosa si intende parlando di “cultura contadina”? Una realtà statica o dinamica? Come e perché l’interventismo culturale del Novecento - quello che fortissimamente vuole la Grande Guerra


cultura

A fianco, sotto e in basso, tre dei quadri attualmente in mostra, fino al 29 settembre a Seravezza, nell’esposizione sulla cultura rurale in Toscana “Mezzadri e coltivatori diretti nell’arte dell’Ottocento e Novecento”. Nella pagina a fianco, Ardengo Soffici, Lorenzo Viani e Giovanni Fattori

e che poi continua a guerreggiare nell’insonne laboratorio del “fascismo movimento” - si impegna a mobilitare i contadini, consacrando il loro diritto a farsi “popolo d’Italia”?

Una mostra come questa di Seravezza è più che mai “tempo ritrovato”. Fattori, De Grada, Guidi, Ferroni, Soffici,Viani,Vagaggini, Rosai, Lega, Sironi, Benvenuti, Natali, Dazzi, tutti gli altri raccontano una storia che coinvolge più generazioni.

Quella - e anche qui costeggiamo la retorica, ma è inevitabile - che nella terra, e nel mondo contadino, vede il più puro e schietto profilo della patria. Una patria da conquistare, si badi bene. Per dirla in termini un po’ bruti, i contadini sono usati e abusati, nel rapporto mezzadrile ci sono comunque padroni e servi, il lavoro dei campi profuma di sudore prima che di poesia. E tutto questo c’è, documentato, in Mostra. Ma c’è anche l’appello variamente militante al “riscatto”. Diventa ciò che sei, imponiti per quello che vali, fa’ della terra la materia per costruire la patria. E l’artista? È colui che vede e scava in profondità, porta fuori, dà forma. Nelle immagini c’è la rappresentazione, ma ci sono anche tensioni e intenzioni. E nell’identità ritrovata - il ritorno alla patria di Viani dopo le convulsioni parigine non c’è la conservazione museale, ma il progetto. Così, il “barghigiano militante”Alberto Magri, rientrato in Toscana, diventa amico del Lorenzaccio di Versilia, e di altri artisti dalla forte vena nazionalpopolare e “sociale”, come Domenico Rambelli, abbandona il precedente gusto illustrativo, e comincia a rifarsi a modelli duecenteschi, dando profili arcaici a situazioni e soggetti tratti dalla quotidiana vita rurale.

«A trent’anni di distanza - in linea con la dichiarazione d’intenti del 1903, la sua tavola intitolata Lavoro nei campi. La vangatura - eseguita un anno prima della morte, riassume l’intero percorso artistico del pittore di Barga, la cittadina della Lucchesia che per l’ultima volta torna sullo sfondo di

una rappresentazione, impostata da Magri quasi come un antico fregio in cui idealmente i contadini divengono divinità pagane» (Francesca Marini, op. cit., p.45). L’opera, in mostra, è

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operata dal Fascismo, ci sono riscoperte e ritorni all’ordine coniugati con quell’esperienza delle avanguardie che ha impedito l’imbalsamazione accademica e l’enfasi arcadica. I contadini sono antichi e carichi di antiche pene: ma sono anche protagonisti del futuro perché la terra, il lavoro e la memoria sono diventati elementi costitutivi della Nazione tutta e se la “rivoluzione” non è stata ancora fatta, di certo la materia “viva”per farla c’è. Artisti “militanti” e attivamente partecipi di iniziative culturali nazionali come Rosai, De Grada, Ferroni, Viani, Soffici, Vagaggini, Filippelli, Catarsini, Ram, Sironi e tutti gli altri hanno “dietro” e “dentro” la lezione dell’Ottocento - Fattori, Lega, Tommasi, Ferroni, Gioli ecc. - e la grande tradizione, lo sguardo purissimo sulla natura, gli uomini, le cose, di Giotto, Masaccio, Ambrogio e Piero Lorenzetti, ma possono anche “scommettere” sull’Italia. Sul “ruralismo” del Regime, certo, e ancor più su quello del Movimento: Maccari e Malaparte, Soffici e Rosai, inalberando la bandiera strapaesana, propongono una sin-

l’antica sacralità comunitaria sarebbe stata travolta dai furori bolscevizzanti... E poi per costruire che cosa? E in quale rapporto con le esigenze della modernità? Gli strapaesani vagheggiavano uno squadrismo contadino capace di andare all’assalto dell’Urbe maneggiona, truffaldina e politicante che annacquava lo slancio rivoluzionario e vitalista del fascismo, e Mussolini da parte sua si rivolgeva all’Italia “proletaria e fascista”, ma il “ruralismo” era comunque il passato. Difeso a spada tratta dal Duce, che era anche l’uomo che guardava al futuro, ai grandi spazi urbani, alle innovazioni, al progresso, alle macchine, a tutto ciò che era caro al futurismo stracittadino e alla inventività avanguardistica che da esso germogliava…

tesi che vuole essere vittoriosa tra il realismo e la classicità, un «perfetto connubio ed equilibrio tra corpulenza e spiritualità», per dirla con Soffici, che è un vero e proprio impegno politico e culturale, una convinta direzione di marcia. D’accordo, ma verso quale modello sociale? Una riforma della mezzadria, ovvero del sistema di produzione agricola che per sette secoli aveva plasmato il paesaggio toscano? Ma come, in che senso “riformare”? O i movimentisti del fascismo in qualche modo facevano proprio l’appello rivoluzionario “la terra ai contadini”? Già, ma

diritti e doveri, fondò gerarchie, costumi, memorie. Dunque, oltre che un sistema di produzione e di distribuzione, fu un’etica e un’estetica. Un linguaggio, anche: il Borgo rurale, il Podere, la Casa Colonica, la Fattoria… Storia patria: e quadri e sculture come sequenze e come lessico. Una Toscana e un’Italia da visitare con rispetto. E con ammirazione: dalla Porta rossa di Giovanni Fattori a Ultime vangate di Angiolo Tommasi, da Eroi in Maremma di Paride Pascucci a Inverno triste di Niccolò Cannici, da Ritorno dai campi di Llewelyn Lloyd a La potatura di Ardengo Soffici, da Ciani a De Grada, da Rosai a Viani, da Ram a Sironi, l’arte racconta la grazia e la forza di questa epopea povera da custodire come un dono.

I contadini sono antichi e carichi di pene: ma sono anche protagonisti del futuro perché terra, lavoro e memoria diventano elementi costitutivi della Nazione del 1938 e c’è in essa una preziosità primitiva e ieratica che davvero fa pensare all’arte e alla religiosità ducentesche, con vigorosi echi ancestrali: ma nel mezzo c’è il futurismo, c’è la rivoluzione politica e culturale

Era possibile salvare-saldare tutto e il suo contrario? Probabilmente no: la mezzadria “doveva” finire. Ricordarla non significa santificarla, ma fare la storia di una cultura che modellò un paesaggio, organizzò una società, forgiò un sistema di vita, assegnò ruoli, funzioni,


cultura

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l Mulino non è nuovo ad operazioni culturali “spiazzanti”, che rompono cioè la ripetitività di un certo conformismo e introducono tramite libri semisconosciuti nuovi interrogativi. Questa volta tocca a un intellettuale di notevole caratura, indubitabilmente fascista come Camillo Pellizzi. In passato, tanto per fare qualche nome, era stata la casa editrice bolognese a lanciare Koestler, e più recentemente è toccato al libro di Alfredo Pizzoni, il banchiere che era a capo della Resistenza del Nord e che venne per decenni cancellato. Sono tutte figure scomode che rompono schemi consolidati e che aiutano a vedere la storia con altri occhi. L’operazione Pellizzi ad esempio dice almeno tre cose: la modernità di una parte dell’intellighentia fascista, il suo dialogo con esponenti raffinati del marxismo e infine di quale e quanto peso abbiano avuto le riflessioni di Pellizzi sul dibattito politico e culturale sino ad arrivare ai giorni nostri.

I

Il libro che il Mulino riedita porta il titolo: Una rivoluzione mancata che altro non è che la “rivoluzione corporativa”e contiene un’ intelligente introduzione di Mariuccia Salvati. Che cosa sosteneva dunque Pellizzi in questo libro uscito nel ‘49? Voleva costruire una società in cui lo Stato avesse un “ruolo ridotto”, mentre il potere si doveva spostare verso la società e cioè verso le corporazioni. Per ottenere l’obiettivo però non si poteva andare incontro a una confusa cogestione, ma occorreva che venisse consegnato un grande spazio alle competenze, che si arrivasse a un vero e proprio “governo dei manager” o “governo dei tecnici”. Accanto a ciò, Pellizzi pensava a una maggiore giustizia sociale e ad una più forte partecipazione del lavoro nella gestione dello stato. Il risultato avrebbe dovuto essere quello di dare più slancio ed energia alle istituzioni evitando però che fossero troppo invadenti rispetto a una società che doveva essere libera da lacci e lacciuoli. Nulla o quasi di quanto sperato venne realizzato dal fascismo, che consegnò il potere in mano a burocrati politici, spesso di non eccelsa qualità. La “rivoluzione corporativa” con buona pace delle brillanti e profonde analisi di Pellizzi e di Ugo Spirito non venne mai realizzata. Non c’è dubbio però che le loro elaborazioni erano in linea con quelle dell’americano James Burnham, marxista e amico di Trozskij autore del celebre La rivoluzione dei Managers che nella prima traduzioni italiana portava il titolo: La rivoluzione dei tecnici. E - non sembri strano - ma le conclusioni a cui giungevano Pellizzi e Spirito in

In libreria. La casa editrice riedita “Una rivoluzione mancata” del 1949

E dal Mulino arriva l’operazione-Pellizzi di Gabriella Mecucci

L’intellettuale sosteneva la costituzione di una società in cui lo Stato avesse un “ruolo ridotto”, dando più potere alle corporazioni alcuni punti si avvicinavano al socialismo. Come nasceva questa impostazione? Pellizzi come del resto moltissimi intellettuali fascisti (su questo in totale accordo con i marxisti) non credeva ad un mercato che si autoregola. E, nemmeno nel dopoguerra, a fascismo sepolto nell’ignominia, smise mai di rivendicare la giustezza della sua ricerca. Scriveva nel ’49 in Una rivoluzione mancata: «Il rimprovero che un fascista italiano deve fare a se stesso a giudizio nostro, non è quello di aver tentato, ma di aver tentato senza il vigore morale, che il tentativo esigeva. Il suo vero insuccesso non fu una guerra perduta, ma una rivoluzione mancata. L’esigenza attuale non è di rifare il fascismo, fenomeno storico ormai concluso, ma di intendere con serietà ciò che si volle e ciò che si fece allora e

trarne insegnamento». Si trattava quindi di conciliare “il corporativismo” con la vena anarco-sindacalista in una prospettiva in cui l’organizzazione corporativa muovendo dal basso, consenta di stimolare la volontà sociale e la definizione dei fini della tecnica, impedendo che intervenga la tirannia dello statalismo o dei tecnici.

Anche se quest’ultimi devono avere un ruolo di grande rilevanza mentre quello dello Stato deve essere parziale e ridotto. La nuova e proficua alleanza era quella fra lavoratori e tecnici, ma il fascismo - di questo Pellizzi era assolutamente consapevole - selezionò solo i “tecnici del consenso”, i “guardiani politici”. Un disegno dal respiro

In alto e qui sopra, un’immagine e un dipinto di Balla della marcia su Roma del 1922. A fianco, l’intellettuale fascista Camillo Pellizzi. A sinistra, la copertina del libro che l’autore scrisse nel 1949 “Una rivoluzione mancata”, rieditata di recente dal Mulino

corto che somigliava parecchio sia quello del nazismo che a quello del comunismo.

Quando La rivoluzione mancata esce nel 1949 pochissime sono le recensioni e modesta è l’attenzione del mondo intellettuale.Talora ci sono delle vere e proprie stroncature. Se si eccettuano gli scritti di Prezzolini e Ansaldo che contengono qualche critica ma anche molti apprezzamenti, ci sono parecchi silenzi e la stroncatura di Comunità. Da lì a qualche anno però un uomo politico democristiano, grande conoscitore del corporativismo, giungerà ai vertici politica e delle istituzioni: si tratta di Amintore Fanfani. Sarebbe poco onesto intellettualmente non riconoscere la differenza profonda esistente fra il corporativismo cattolico e quello fascista. Ma sarebbe altrettanto disonesto non vederne anche alcune istanze comuni. E del resto negli anni Trenta la grande maggioranza degli intellettuali esprimeva una medesima ispirazione: sotto qualsiasi latitudine tentavano di sviluppare una cultura che cercava una soluzione alla crisi dell’economia al di fuori della guerra, nella regolazione e pianificazione dei rapporti industriali. Le tesi di Pellizzi, peraltro grande conoscitore della cultura anglosassone e non solo di quella economica e sociologica, vennero sconfitte dalla storia e contenevano non pochi velleitarismi, ma lavorarono sotto traccia e pesarono a lungo sul dibattito pubblico italiano, anche se gli autori non venivano nominati. Così voleva il politically correct.


spettacoli

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Cabaret. In scena fino al 6 settembre all’”Ombra del Colosseo” una schiera di agguerriti comici: da Lillo & Greg a Cucciari

A Roma i gladiatori della risata di Francesco Lo Dico

ono un efficace antidoto a un anno di lavoro e tormenti, spiazzano con il loro umorismo tranchant e raccontano i nostri affanni rendendoceli spassosi e confortanti come non mai. Una riserva naturale di energie e piacere, nel cuore della chiassosa e logorante Capitale. I cabarettisti che si alternano quest’anno sul palco della più prestigiosa manifestazione dell’estate romana, All’Ombra del Colosseo, sembrano in questi mesi di crisi gli unici veri ammortizzatori sociali disponibili a beneficio degli strapazzati cittadini di questo Paese.

S

Nomi e numeri difatti premiano anche per quest’estate gli organizzatori di una kermesse capace di mettere insieme grandi talenti e grandi conferme come l’irresistibile Maurizio Battista (uno solo dei suoi racconti vale più di centinaia di azzimati editoriali sulla recessione), la caustica verve della premiata ditta Lillo & Greg, le trafitture di Antonio Giuliani, i dissacranti Pablo e Pedro, il trasformismo di Andrea Perrone, la fantasia di Dario Cassini e gli esilaranti farnetichii di Dado. Un successo che ha molte ragioni d’essere. A partire dalla location prescelta, che a pochi passi dall’anfiteatro Flavio, nella fresca cornice del Celio, è per tanti romani e turisti che quest’anno rimangono in città o hanno dovuto ridurre drasticamente le ferie, se non rinunciarvi, una scialuppa di salvataggio. Per continuare con costi degli spettacoli – più lunghi e divertenti di quelli allestiti nei grandi teatri italiani – assai modici. Una scelta che paga, e dovrebbe servire d’esempio a scaltri ricettatori agostani che rifilano materiali di scarto a peso d’oro, nella tradizione della peggiore tv italiana di tardo luglio. Lungi dal propinare al pubblico gag avvizzite e rifritte, i comici in scena all’Ombra del Colosseo sfruttano l’aura televisiva che li ha fatti amare al grande pubblico solo come punto di partenza per offrire nuovi personaggi, primizie, sperimentazioni e inediti. E soprattutto per liberare, nel vivo contatto col pubblico, la dimensione più autentica e potente del cabaret: l’estro dirompente dell’improvvisazione. Un valore nobile, o forse il più nobile delle arti comiche, che il filtro mediati-

co, occlusivo per definizione a causa di spot e tempi millesimali, ha del tutto oscurato in Italia la strabordante tradizione della rivista e dei suoi antichi eroi. E che, fuori dal buonismo a reti unificate e della piaggeria padronale, restituisce finalmente allo stato puro, sul palco del Colosseo, la veemente tradizione della satira italica. Roba da ricordare a tutti che, se Quintiliano ne disse che tota nostra est, forse non fu solo l’uzzolo

investigativa che solleva la polvere da vite tragicomiche e arrangiate che ormai ci è stato insegnato a nascondere in nome di un marketing sociale che vende l’estetica e ha messo fuori produzione l’etica. A voler rintracciare infatti un segreto fil rouge che unisce le sensibilità di artisti così diversi, è evidente infatti quanta voglia ci sia di snidare un generale sentimento di bancarotta, comune tra i pensieri degli italiani, continuamente frusta-

La platea del Celio si esalta nella continua interazione con i mattatori liberi dagli schemi tv, ritrovando quell’antico spirito aggregante che sorgeva un tempo nei bar e nelle piazze di un grammatico pedante ancora ignaro del Bagaglino.

Nel calderone degli artisti che si alternano sul palco del Celio, ribollono infatti i variegati sapori della comicità plautina, le piccanti spezie di Marziale e gli umori riflessivi di un Orazio. La beffa ai danni del potente convive con il sacrosanto pernacchio, l’arguzia con la precisione

In alto, da sinistra a destra, alcuni dei comici ”All’Ombra del Colosseo”: Geppi Cucciari, Antonio Giuliani, Maurizio Battista ed Enzo Salvi, inframmezzati dalla piscina del Celio, perla della manifestazione. Qui sopra Pablo e Pedro e accanto, Lillo & Greg

ti da un ridicolo ottimismo imposto per decreto, ma sprovvisto di credito e della benché minima attenzione ai tanti, troppi, che sono stati messi ko dalle scellerate politiche del denaro virtuale. Già, perché il denaro ricorre spesso nei racconti dei comici del Colosseo. E ancora più spesso si ha la sensazione che quell’arte di arrangiarsi che ha fatto le fortune della nostra commedia, sia tornata prepotentemente di moda, insieme al suo codazzo

di freddure e ironie, disincanti e pinzillacchere, che hanno caratterizzato il nostro dopoguerra. Un fuoco di fila lungo e incalzante, quello di All’Ombra del Colosseo. Due mesi pieni, da luglio al sei settembre, per fare il pieno di risate e dividere il mal comune con grande gaudio. Saranno ancora sul palco nei prossimi giorni, fra gli altri, Antonio Giuliani (7 e 21 agosto), Maurizio Battista (12 e 26 agosto), Lillo & Greg (5 agosto e 2 settembre), Pablo e Pedro (18, 20 e 28 agosto), Enzo Salvi (13 e 27 agosto) e tanti altri.Tutti nomi che ridanno ossigeno e spessore all’immaginario nostrano fondato sull’osservazione, che ispirò i Totò, i Zavattini, i De Sica, i Marotta. Che sempre più fatica a sopravvivere, logorato dai battaglioni della morte della cattiva fiction, del cinema deteriore, e dell’involontaria parodia di stilemi e scolature della più crassa tv americana. Una comicità ritrovata, che il pubblico gradisce e non smette mai di applaudire. Ora blandita, ora provocata, a tratti commossa e sempre divertita, la turba che riempie seggiolini e platea si esalta nell’interazione con i mattatori, ritrovando quell’antico nucleo aggregante che sorgeva un tempo nei bar e nelle piazze attorno a personaggi capaci di attirare su di sé lo spirito dei cantastorie e gli umori di un intero Paese. Un pubblico ben vezzeggiato, all’Ombra del Colosseo, anche da musica di qualità (Raf e Tiromancino su tutti) e da una grande e attrezzata piscina, che può trasformare una giornata al Celio nel perfetto equivalente di un magnifico giorno di vacanza, a due passi da casa. Agli organizzatori e ai comici della manifestazione capitolina, va insomma un grande plauso, di questi tempi. A dimostrazione che la gente non sempre dev’essere spremuta da logiche vicine all’usura, o rimbecillita dalla naftalina pubblicitaria.

A fare due passi al Celio, si riscopre che la vera comicità non istupidisce, ma aguzza l’ingegno. Non blandisce, ma incide. E contro la mediocrità del celodurismo e del campanilismo polentone e rondista, aggrega tutti, uguali e diversi. Mette insieme, come dicono Pablo e Pedro nel rielaborare Trilussa, il signore col burino. E li fa sentire di nuovo, per qualche ora, italiani che vivono nella stessa terra.


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dal “Manila Inquirer” del 29/07/2009

Tutte le bugie di Gloria di Neal Cruz eri mattina il sole era alto e caldo, ma quando il presidente delle Filippine Gloria Macapagal Arroyo ha iniziato a parlare, per declamare il suo discorso sullo stato della nazione, ha iniziato a piovere. Come è possibile che un sole così brillante si sia trasformato in una tempesta? Gli anziani, come sempre, hanno una risposta: quando qualcuno mente, Dio lancia i suoi fulmini per colpirlo. D’altra parte, si usa dire ai bugiardi: «Possa tu essere colpito da un fulmine!». E chi ha mentito con forza, ieri mattina? La risposta è ovvia. La Arroyo ha dipinto le Filippine come un paradiso terrestre e lei come la donna dei miracoli che ha reso possibile tale cambiamento. Non ci si può stupire, dunque, che i cieli si siano aperti: questa è una bugia bella grossa. Mentre il presidente portava avanti le sue allucinazioni all’interno del Batasan, il palazzo di governo, due leader dell’opposizione davano a Manila la loro versione dei fatti. I due testi non coincidono affatto. L’Arroyo ha citato statistiche e proiezioni (la cui accuratezza non può essere controllata) per dimostrare che il suo è il miglior operato mai portato avanti da un presidente in carica. Quasi a sottolineare che il suo sia un dono divino. Non è difficile determinare se abbia ragione o meno: basta chiedere a un cittadino qualunque se sta meglio oggi o prima della sua presidenza.

I

Nessuno risponderà a favore dell’oggi. E questo perché nessun filippino - fatta eccezione per i membri del Gabinetto e per gli alleati parlamentari del capo dell’esecutivo - ha visto la propria situazione migliorata nel corso dell’attuale amministrazione. Al momento, ci sono più disoccupati; ci sono più poveri; più analfabeti; più baraccati; più drogati; molti, ma

molti più affamati. Eppure, il presidente ha la temerarietà di dire con faccia tosta l’esatto contrario. Ma sbaglia, nella sua presunzione, e arriva a citare le cifre: «Il numero di affamati nel nostro Paese è sceso a due milioni!» ha affermato con palese soddisfazione. Fatemi capire bene: ci sono due milioni di persone nelle Filippine che soffrono la fame, e il capo della nazione se ne compiace? Una persona sana di mente avrebbe detto che neanche uno di noi deve soffrire di fame, non sbandierare un numero del genere. In seconda battuta, ha affermato di aver creato milioni di posti di lavoro. E dove sono questi impieghi? Perché ci sono così tanti mendicanti, e persone che chiedono uno straccio di lavoro agli angoli delle strade?

Forse la Arroyo si riferisce alle orde di filippini costretti a lasciare la propria casa per andare a lavorare all’estero, rischiando di essere stuprate o condannate a morte da regimi tirannici per poter sostenere in qualche modo la loro famiglia. Non vogliono andarsene e lasciare i loro cari: semplicemente, non hanno scelta. Inoltre, senza questi eroici lavoratori l’economia nazionale - che per il presidente «è forte e salva grazie alla sua esperta guida» - sarebbe crollata molto tempo fa. Sono stati il sangue, il sudore e la fatica degli emigrati, non dell’Arroyo, che ci hanno salvato la vita fino ad oggi. Il presidente si è vantato dei grandi progetti di infrastrutture portati avanti dal suo governo, ma non ha pensato di menzionare il fatto che si tratta delle

strade e dei ponti più cari al mondo. Metà del budget stanziato per queste costruzioni, infatti, finisce in tasche private. Ha dimenticato di menzionare i successi ottenuti nella lotta alla corruzione, forse perché non ne ha ottenuti. Nel corso del suo mandato, le bustarelle non sono diminuite ma anzi sono fiorite. Alcuni fra i campioni in questa materia siedono proprio nel suo Gabinetto. Bisogna però essere onesti: il governo è riuscito nella sua campagna contro la sovrappopolazione del Paese.

In effetti, ha ottenuto questo risultato grazie ai numerosi omicidi che avvengono ogni giorno, ma questo è un dettaglio. Come è un dettaglio il fatto che le vittime sono quasi sempre giornalisti indipendenti o membri delle Organizzazioni non governative che lottano contro il governo. Non voglio dire che sia la Arroyo il mandante, ma è anche vero che non ha fatto nulla per fermarli. Se non fermi un assassino, ne incoraggi altri.

L’IMMAGINE

Conoscete il politico ideale: efficiente, non parolaio, razionale, concreto e antidivo? Si può provare a tratteggiare alcune doti del politico ideale. È efficiente e rapido realizzatore, non parolaio. È razionale; lontano da estremismo e opportunismo. Ha matrici ideologiche mai conniventi con le dittature assassine del Novecento. Non brama il potere, il denaro, i privilegi, gli status symbol. Non fa il divo ed evita il presenzialismo mediatico. Ascolta molto e parla poco. Come amministratore, è conscio d’essere un “male necessario”. Non realizza combutte con altri potenti. È concreto. Rispetta la scala di priorità dei bisogni del cittadino. Fa il necessario, evita il superfluo. Adegua e incrementa strade, ferrovie, ciclabili, marciapiedi, fognature e parcheggi. Previene il dissesto idrogeologico e gli allagamenti. Cura la sicurezza e combatte il crimine. Riduce il degrado periferico. Si astiene dal costruire monumenti vistosi, utili al suo lustro, ma onerose per il cittadino. Non costituisce clientele, né prospera sul voto di scambio. Non assume, non promuove e neppure nomina il parentado, né gli amici.

Carmelo Lo Caro,

LA CAPACITÀ DI DARE Il futuro può avere una luce, se l’uomo vuole, se sa interpretare correttamente l’indicazione stradale posta sul suo cammino, sul cammino di ciascuno di noi, se lo finalizziamo ad una gioia che dipende molto dalla capacità di “dare” al prossimo, come se fosse un compito temporalmente prescritto da qualcuno che ci “segue”e ci consiglia con immenso amore.

Chiara Piepoli

L’ESPLOSIONE DEMOGRAFICA E L’IMMIGRAZIONE CLANDESTINA “C’è del metodo nella loro pazzia”. Vi può essere del metodo anche nell’ingannare l’“uomo della strada”. L’élite, l’oligarchia, le classi dirigenti e intellettuali

in senso lato disputano d’immigrazione, ma ignorano l’esplosione demografica mondiale (considerata tabù). È il fenomeno-chiave, che concausa e incrementa le invasioni clandestine e altre gravi insidie (fame, malattie, inquinamento, conflitti, aggressività e delitti) nonché riduce la libertà, sicurezza e qualità della vita. La crescente sovrappopolazione mondiale va frenata con l’educazione, la responsabilità procreativa e gli anticoncezionali. Fra le persone che contano – specie cattoliche e di sinistra – si gareggia nella professione pelosa di solidarietà e accoglienza per masse illimitate di stranieri (da privilegiare, secondo correttezza politica e “azione affermativa”) e nel voler

Yoga da naso Tutte in riga per ripulirsi il naso. Fa bene, penseranno queste studentesse di Chandigarh, India. Un tempo lo Jal Neti - antica tecnica yoga che prevede il lavaggio delle vie nasali con acqua tiepida e salata - veniva praticato per sciogliere le tensioni mentali. Ma oggi giorno anche in India i bisogni sono più concreti e c’è chi lo considera un rimedio portentoso contro sinusiti, allergie da pollini e raffreddore

imporre la società multietnica, considerata “ineluttabile” dai subdoli. Tuttavia, l’Italia è sovrappopolata, iperinquinata, gravata da debito pubblico stratosferico e priva d’adeguate infrastrutture e servizi pubblici efficienti. Il relativo benessere italiano deriva da fatica, risparmio, creatività e capitalizzazione dei

nostri avi. Le case popolari e analoghi beni pubblici degli italiani vadano prioritariamente agli italiani stessi, quasi in analogia alla successione legittima: secondo l’art. 565 c.c., l’eredità non va a estranei, perché si devolve al coniuge, discendenti, ascendenti, collaterali, altri parenti e Stato, nell’ordine. Gli al-

truisti a spese altrui, che vivono nei privilegi, nei palazzi e nei quartieri alti, non si limitino a considerare le sofferenze estere. Pensino ai patimenti e allo sconforto del prossimo più vicino: i poveri diavoli italiani (paese reale) retrocessi, negletti, depredati, conculcati e calpestati.

Gianfranco Nibale


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Abbiamo bisogno l’uno dell’altro Ti scrivo per dirti quanto ti sono grato della tua visita. Da molto tempo non ci vedevamo, né ci scrivevamo. Tuttavia, è meglio essere amici che non morti l’un per l’altro, tanto più che, finché non si è veramente morti, è falso e anche infantile pretendere di esserlo. Infantile alla maniera di un giovinetto, che ritiene di dover portare il cilindro per la propria dignità e il proprio prestigio sociale. Le ore che abbiamo trascorso insieme ci hanno almeno dato la certezza di essere tuttora entrambi nel mondo dei vivi. Quando ti ho rivisto e ho preso a camminare con te, ho avuto una sensazione che da tempo non provavo più come se la vita fosse qualcosa di buono e prezioso da tenere caro. Mi sono sentito più vivo e più allegro di quanto non mi sia sentito da parecchio tempo, poiché man mano la vita è diventata per me meno importante, meno preziosa e quasi indifferente. Almeno così credevo. Quando si vive con gli altri e si è uniti a loro da un affetto sincero, si è consapevoli di avere una ragione di vita e non ci si sente più del tutto inutili e superflui: abbiamo bisogno l’uno dell’altro per compiere lo stesso cammino come compagni di viaggio, ma la stima che abbiamo di noi stessi dipende molto anche dai nostri rapporti con il prossimo. Vincent Van Gogh al fratello Theo

ACCADDE OGGI

LA SCUOLA NON MORTIFICHI IL SAPERE E L’EDUCAZIONE Nella scuola italiana rischiano d’affermarsi l’egualitarismo e la pseudo democrazia, con lo svilimento d’educazione e conoscenza. Alcuni negligenti e sfaticati hanno cercato un alibi nel nozionismo; ma le nozioni sono necessarie, elaborate ed organizzate, al fine della formazione critica. Con le esagerate piazzaiolate contro i provvedimenti del ministro Gelmini, i contestatori hanno dimostrato poco rispetto per le regole democratiche. Queste sanciscono il diritto-dovere dei governanti, scelti dalla maggioranza elettorale, di guidare il Paese, sulla base del programma. La maggioranza dei docenti si professava moderata cinquant’anni fa, ora è progressista: “progressista”risulta pure il clima “culturale” prevalente nella società, così come nella stampa e nella magistratura, che dovrebbero essere imparziali. Efficienza, serietà, disciplina e meritocrazia scolastica rischiano il declino. Si sono diffusi i privilegi, gli imboscamenti, i diplomi facili, lo spreco delle risorse, il numero eccessivo di maestre e l’università di massa. Privilegi e comodità sono stati spacciati per conquiste. La cultura e il culturame egemoni hanno incantato durevolmente, anche col mito del nuovismo. Il “nuovo” è stato giudicato aprioristicamente come positivo; ma non sempre lo è. Sbaglia chi rifiuta il patrimonio di sacrificio, pensiero, saggezza e conoscenza delle generazioni passate.

Franco Padova

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Stefano Zaccagnini (grafica)

30 luglio 1930 A Montevideo, l’Uruguay vince il primo Campionato mondiale di calcio 1932 A Los Angeles si apre la X Olimpiade 1945 Pierre Laval, ex leader della Francia di Vichy in fuga, viene catturato dai soldati alleati in Austria 1956 Una risoluzione congiunta del Congresso degli Stati Uniti viene firmata dal presidente Dwight D. Eisenhower, la quale autorizza la frase In God We Trust come motto nazionale degli Usa 1965 Il presidente statunitense Lyndon B. Johnson tramuta in legge il Social security act del 1965, fondando Medicare e Medicaid 1966 Allo stadio di Wembley, i padroni di casa dell’Inghilterra vincono il primo Campionato mondiale di calcio teletrasmesso, sconfiggendo la Germania Ovest per 4 a 2 1969 Guerra del Vietnam: il presidente Richard Nixon compie una visita improvvisa nel Vietnam del Sud, per incontrarsi con il presidente Nguyen Van Thieu

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

FUNZIONE DELLA SOLITUDINE Le organizzazioni sociali contrastano la solitudine e promuovono l’ammassamento, nel tempo libero, negli hobby e nei divertimenti. La gente vuole parlare, apparire, gridare e fare rumore: il frastuono è ovunque, continuo e opprimente. I mass media demonizzano la solitudine come condizione da evitare. Tuttavia, il personalismo rivaluta la solitudine, che può aumentare l’efficienza nel lavoro e la conseguente soddisfazione. Nella solitudine e nel silenzio la mente funziona alla massima potenzialità; si sfugge alla tensione; si rigenerano e catalizzano nuove e potenti energie. La personalità è continua differenziazione, unicità, irripetibilità e interiorità. Anche gli estroversi hanno bisogno di solitudine, per non farsi coinvolgere troppo dalle cose esterne. Molte persone creative si appartano per esprimere la propria inventiva e pervenire a nuove scoperte e conquiste. Il vero artista è umile, problematico e non detiene il potere: deve aspettarsi anche l’incomprensione. La persona sola contesta l’ordine costituito e può esprimere una carica rivoluzionaria: perciò è temuta dalla massificazione, dal conformismo e dall’oligarchia dominante. Le vocazioni individuali sono osteggiate dalla gente, perché sono imprevedibili e disturbano il quieto vivere. I rapporti interpersonali rischiano d’essere prevalentemente falsi e artificiali – basati su convenzioni, riti e formalità – nei quali bisogna recitare una parte.

Franco Niba

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

POTENZA, UNA CITTÀ VIVIBILE Dopo la turbolenta campagna elettorale e lo scontato successo del ridimensionato sindaco Vito Santarsiero, si è insediato il nuovo consiglio comunale. Ci saranno tante facce vecchie e consumate, già stanche prima di ricominciare, ma anche tanti volti nuovi, increduli, da sprovveduti, entusiasti, fiduciosi, che ce la metteranno tutta per ricompensare almeno la fiducia ottenuta dai cittadini. Del resto, in democrazia il popolo è sovrano e per quanto concerne l’elezione al comune ogni cittadino ha ancora la libertà di scegliersi il proprio rappresentante. Ci sarà di che divertirsi nelle prossime ore, almeno per chi non ha trovato ancora il tempo in questi giorni del dopo-elezioni, di leggersi lo statuto e i regolamenti per rendersi conto di come funzioni la complessa, lenta e faragginosa macchina amministrativa comunale. C’è chi si è illuso di poter risolvere subito e tutti i problemi che assillano una città. Ci sarà però anche da sorridere, tra elezioni dei Consiglieri in seno all’ufficio di presidenza del Consiglio e delle Commissioni consiliari, ma anche per dipianare il rebus delle altre nomine previste dalla legge in seno agli organismi istituzionali e degli enti collegati, in cui emergeranno le contraddizioni di chi sino a ieri l’altro si è dovuto scontrare aspramente con gli attuali colleghi di oggi, per rivendicare spazi personali tra l’opinione pubblica. È vero quanto si sostiene da più parti che in politica la coerenza non sempre premia. Anzi, molto spesso ed è facile constatarlo, sono sempre gli incoerenti ad essere i più premiati. Una cosa è certa, dopo le tante parole e le promesse annunciate in campagna elettorale, da oggi occorrerà da parte di tutti serietà e senso di responsabilità per affrontare con determinazione e coraggio le tante questioni che soffocano una città, cresciuta male e che merita alcuni interventi improcrastinabili per renderla più vivibile. In fondo è questo quello che chiedono prima di tutto i cittadini: una maggiore pulizia nei rioni delle aree verdi e degradate, la creazione di nuovi spazi di aggregazione per il tempo libero per bambini e famiglie, il completamento in tempi brevi dei tanti cantieri aperti che paralizzano il traffico cittadino, l’avvio di nuovi importanti sottopassi per decongestionarne il caos nei punti nevralgici, la riorganizzazione del nuovo piano della mobilità, evitando questa volta concretamente la circolazione lungo le strade cittadine dei autobus extraurbani. Sono solo questi alcuni degli interventi concreti che meriterebbero priorità in questa fase di avvio di consigliatura, così come sarebbe anche il caso di ripensare al rilancio dei centri di eccellenza quali l’Ospedale San Carlo, l’Università degli Studi della Basilicata, il Conservatorio “G. da Venosa” e il recupero dei tanti contenitori pubblici e privati chiusi da anni per elevare la qualità delle iniziative socio-culturali. Sarebbe solo il caso di pensare a costruire da subito la “Casa dei cittadini”, realizzando la sede permanente per lo svolgimento delle sedute dei consigli comunali e delle altre attività consiliari e culturali. Gianluigi Laguardia C I R C O L I LI B E R A L P E R UN I O N E D I CE N T R O

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Da sabato prossimo un motivo in più per leggerci

liberal estate otto pagine speciali per cambiare il tempo d’agosto • Il personaggio del giorno • Le ricette dei grandi scrittori • Le grandi battaglie della storia • I capolavori dimenticati • I quiz letterari


2009_07_30