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La vera bandiera

he di c a n o r c

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italiana non è il tricolore ma il sesso, il sesso maschile

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Curzio Malaparte di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • VENERDÌ 24 LUGLIO 2009

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

SI FA INCANDESCENTE LA LOTTA NEL PD

Scontro di sistema Franceschini lancia la fatwa: «Bersani è contro il bipartitismo». E la sfida tra i due diventa una guerra sul futuro delle istituzioni alle pagine 2 e 3 Svolte storiche: le tesi dell’analista Usa

Cambia il mondo se Stati Uniti e Gb si separano di Michael Barone Tanto tempo fa, la politica britannica e quella statunitense sembravano procedere sugli stessi binari. Margaret Thatcher e Ronald Reagan salirono al potere più o meno nello stesso periodo, ed entrambi dovettero misurarsi con le critiche di chi rimarcava loro la mancanza di esperienza e la provenienza non proprio tradizionale.Tony Blair plasmò la ricetta politica del suo New Labour avendo ben in mente l’approccio New Democrat del proprio omologo statunitense, Bill Clinton. E con George W. Bush l’intesa sulla war on terror è sotto gli occhi di tutti. Ma oggi Regno Unito e Stati Uniti si sono incamminati su percorsi alquanto diversi tra loro. Una possibile spiegazione è data dal fatto che in Gran Bretagna i cambi di governo, da un partito all’altro, si sono fatti piuttosto sporadici. L’unico degli ultimi trent’anni, a partire dalla vittoria della Thatcher nel 1979, si è verificato con l’arrivo a Downing Street di Tony Blair. In effetti, questa parentesi è risultata la più lunga da quando, alla metà del Diciannovesimo secolo, la Gran Bretagna sviluppò i moderni partiti politici. E ciò appare assolutamente straordinario: noi americani siamo stati testimoni di quattro cambi di governo dal 1979. a p ag in a 8

E ora spariamoci una sigaretta di Maurizio Stefanini a pagina 12

Energia e studi di settore: «inammissibili» due emendamenti. Oggi il voto

Fiducia, il duello Fini-Tremonti Il presidente stoppa due norme del decreto: «Mai più così» di Francesco Pacifico

ROMA.

A essere pratici, sono saltati soltanto due articoli, e neppure decisivi per l’impianto del decreto anticrisi. Due articoli su una cinquantina, una pagina e mezzo su quarantasei totali del testo. Eppure nulla scalfisce il gesto di Gianfranco Fini: mandare un monito a Giulio Tremonti, avvertirlo «per il futuro non potremo sottrarci a una riflessione sulla prassi di conversione dei decreti legge e sulla successiva posizione della questione di fiducia» e che al più presto servirà «una regolamentazione». Difficile dire se il ministro dell’Economia abbia imparato la lezione, fatto sta che Gianfranco Fini, pur contenendosi con un taglio che ha salvato l’onorabilità del Parlamento e i tempi di conversione del decreto anticrisi, ha aperto un fronte con Tremonti di tale ferocia che ricorda molto lo scontro del 2004. Allora dovette fare le valigie l’ex tributarista di Pavia, oggi le cose potrebbero andare diversamente. Il presidente della Camera ha con-

s eg ue a (10,00 pagina 9CON EURO 1,00

I QUADERNI)

• ANNO XIV •

Il plenum approva un documento a maggioranza

fermato in parte quanto tuonato negli ultimi giorni, spiegando che non sarebbe mai passato un maxiemendamento, che non avesse recepito in toto le modifiche fatte a tempo di record dalle commissioni Bilancio e Finanze di Montecitorio. Alla fine si è “accontentato” di cancellare due articoli, ma non a caso i parlamentari della maggioranza l’hanno salutata come una grandissima vittoria. Ci dice uno di loro «È la prima affermazione delle Camere sull’arroganza e sulla prepotenza del ministro Tremonti, che considera i passaggi a Montecitorio oppure a Palazzo Madama delle inutili perdite di tempo». Così, grazie al presidente della Camera, l’inquilino di via XX settembre dovrà trovare un’altra strada legislativa per riformare il mercato elettrico unico attraverso l’interconnector, una linea di trasmissione che attraversa uno più Stati. se gu e a p ag in a 4

NUMERO

145 •

WWW.LIBERAL.IT

E il Csm boccia Alfano: incostituzionale la riforma del processo penale di Francesco Capozza

ROMA. Il Consiglio superiore della Magistratura ha bocciato il ddl di riforma del processo penale firmato dal Guardasigilli Angelino Alfano: secondo l’organo di autogoverno della magistratura, il cui “plenum”si è riunito ieri mattina a Palazzo dei Normanni, il provvedimento proposto dal governo viola alcuni articoli della Costituzione.Tra questi, l’obbligatorietà dell’azione penale e la ragionevole durata dei processi, e, se fosse attuato, potrebbe avere effetti «gravi sull’efficacia delle indagini». Con 22 voti favorevoli e quelli contrario dei soli due consiglieri laici del Pdl, Michele Saponara e Gianfranco Anedda, il plenum del Csm ha approvato infatti il parere redatto dalla Sesta commissione, che di fatto costituisce una bocciatura delle norme. Il plenum del Csm ha affrontato la votazione sul parere al ddl di riforma del processo penale per parti separate: Saponara e Anedda si sono espressi contro l’intero documento, mentre a dividere il “parlamentino”dell’organo di autogoverno dei magistrati è stato il punto 3 del parere, quello cioè che riguarda le modifiche ai principi di ricusazione del giudice. Insomma, si apre una nuova fase di conflitti prevedibilmente aspri tra il potere esecutivo e la magistratura. Il tutto nell’attesa del pronunciamento della Corte Costituzionale sul lodo Alfano. a p a gi na 7

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


prima pagina

pagina 2 • 24 luglio 2009

Primarie. Prosegue il “tutti contro tutti” nel Partito democratico. Dalla Serracchiani un nuovo attacco a D’Alema

Vocazione minoritaria

Si fa incandescente la lotta nel Pd: Franceschini punta tutto sulla difesa del bipartitismo che ha fatto perdere prima Veltroni poi lui di Marco Palombi

ROMA. Nessuna risposta diretta. Pierluigi Bersani non vuole ingaggiare una battaglia a sciabolate contro Dario Franceschini per la guida del Pd, nonostante la campagna dell’attuale segretario sia partita lancia in resta contro l’ex ministro delle lenzuolate. Lo schema è semplice: il candidato vero non è lui ma D’Alema (curiosamente lo stesso espediente retorico che Berlusconi usò contro Prodi e Rutelli), vuole un partito dei signori delle tessere, è contrario alle primarie, è il vecchio che vuole soffocare il nuovo nella culla. Da ieri poi, previa intervista al Corriere della Sera, Bersani è anche un rischio mortale per il bipolarismo: «Bipolarismo e alternanza non sono garantiti, come qualcuno pensa, da una legge elettorale. Il bipolarismo sopravvive a qualsiasi legge se ci so-

Se diventa uno scontro di sistema, meglio Bersani on è mai consigliabile farsi i fatti degli altri però, un po’perché sta diventando uno sport mediatico («tu per chi voteresti alle primarie?» ci si continua a chiedere dovunque) un po’ perché molti lettori ce lo chiedono, approfittiamo delle affermazioni fatte ieri da Dario Franceschini per dire la nostra sul congresso del Pd. Del resto, finché c’è da scegliere tra un programma, uno stile, un modo di rapportarsi all’elettorato, vale chiaramente il detto tra moglie e marito non mettere il dito. Ma ieri Franceschini ha trasformato la sua sfida con Bersani in uno «scontro di sistema» (come dice la nostra prima pagina di oggi) contestandogli la volontà di superare il bipartitismo (anche se Franceschini ha erroneamente detto bipolarismo). Dunque a questo punto la vittoria dell’un contendente o dell’altro provoca reazioni a catena anche su soggetti esterni a quel partito. Noi di liberal, quando la cultura politica diffusa andava in direzione opposta, abbiamo inutilmente cercato di convincere il convincibile della necessità di avere due grandi partiti di tipo (e respiro) europeo. Negli ultimi anni, però, ci siamo arresi. Arresi di fronte alla circostanza che in Italia questa

N

no due grandi partiti alternativi. Se invece scomponi questi grandi partiti e torni a un sistema centro-sinistra

condizione è impossibile. A causa di Berlusconi, per la sua renitenza a trasformare un movimento carismatico di tipo feudale in una partito serio; a causa del Pd per la cronica ambiguità della propria identità politica. E dunque, se la realtà ci dice che le aree politico-culturali (non i partiti che nascono in modo eterogeneo) in Italia sono almeno cinque (la Lega, la destra, il Centro, la sinistra riformista, la sinistra antagonista), continuare a puntare su una divisione della politica del Paese in due sole aree più che manicheo è irreale. Molto più saggia l’idea di Bersani di rinunciare alla «vocazione maggioritaria». Del resto, proprio la vocazione maggioritaria è alla base della sconfitta elettorale di Veltroni e dei quattro milioni di voti in meno raccolti dal Pd nelle Europee del mese scorso. E allora: se quello tra Franceschini e Bersani diventa non solo una competizione politica interna al Pd ma uno scontro di sistema, una lotta tra visioni alternative del funzionamento delle istituzioni politiche, allora va riconosciuto che le idee di Bersani sono secondo noi più vicine ai bisogni del Paese. La sua scelta di scompaginare il “bipartitismo” è da salutare positivamente: perché prende atto di una realtà che noi su liberal abbiamo identificato da tempo. E perché la sua eventuale vittoria potrebbe avere conseguenze benefiche sull’interno paesaggio politico italiano.

È lo stesso senso in cui va interpretato lo stop dato all’Udc in un videoforum su Repubblica.it: «Io registro – ha spiegato - che ci sono persone e programmi che si riconoscono nel campo del centrosinistra. L’Udc fa una scelta diversa, di restare autonomo nei due campi». Detto questo, do-

ropeo e testa di ponte di Franceschini verso quella parte di elettorato “democrats”– soprattutto giovane o quasi giovane - che chiede un totale repulisti nel partito: «Bersani? – ha detto Serracchiani – Si è candidato ma nessuno se n’è accorto». Il motivo è, ovviamente, che è D’Alema il deus ex machina, uno che «avrebbe potuto cambiare le sorti del paese in 15 anni e non l’ha fatto».

Nell’entourage di Bersani sono imbarazzati per questo tipo di campagna, ma sono anche convinti che il peggio arriverà a settembre. La leggenda di palazzo vuole infatti che la strategia per le primarie di Franceschini risenta assai del rapporto stretto dal segretario con Ezio Mauro e, attraverso lui, con quella fazione del gruppo Espresso che in queste settimane ha deciso di giocare il tutto per tutto nell’armageddon contro il «Presidente puttaniere» (copyright dello stesso Berlusconi). L’attacco al Cavaliere si tiene con quello a Bersani, che è poi in definitiva – in quel gioco di specchi deformato che è la politica italiana – un attacco a D’Alema, l’uomo della Bicamerale, dell’inciucio, quello che non ha fatto la legge sul conflitto d’interessi e ha definito Mediaset «una risorsa per il paese». Non è un caso che Veltroni abbia annunciato un ddl proprio sul conflitto d’interessi e che Franceschini continui a battere sul tema praticamente ogni giorno.Tra i bersaniani, però, c’è anche chi spera che la situazione si tranquillizzi: si dice che lo stesso Eugenio Scalfari non sia affatto convinto che questo sia lo scontro finale e non vede con favore l’idea di puntarci sopra la vita del giornale.Tenuto conto della situazione, si spiega il basso profilo mantenuto finora da chi sostiene la mozione dell’ex ministro Ds. «Il dato vero – sostiene Filippo Penati, che coordina la campagna di Bersani – è che nell’ultimo anno e mezzo si sono persi 4 milioni di elettori, 300 mila al mese, oltre 10 mila al giorno. Bisogna cambiare». Insomma, «il sistema di alleanze costruito attorno all’idea del partito a vocazione maggioritaria ha dato l’idea dell’autosufficienza ed ha perso. Va creata una reale alternativa di governo che sia tale nel programma e nei numeri». Più tranchante il commento di Daniele Marantelli, il leghista rosso di Varese, che si sta spendendo per Bersani in Lombardia: «Ma che senso ha discutere di rischi per il bipolarismo quando il primo partito in questo paese è quello del non voto? La verità è che se non ricominciamo a parlare di contenuti, a ottobre ci dovranno raccogliere col cucchiaino».

C’è chi teme che dietro al movimentismo del segretario ci sia quello del vertice di “Repubblica”, sempre più in lotta con il premier sulla questione morale e sul conflitto d’interessi e centro-destra, con il famoso trattino, tutto torna in movimento». Vincesse Bersani, lascia intendere Franceschini, si tornerebbe alle alleanze fatte dopo le elezioni nelle segrete stanze dei partiti. Siamo sempre dalle parti della “vocazione maggioritaria” invocata da Walter Veltroni all’atto di nascita del Partito democratico.

po aver incassato l’appoggio del blogger Mario Adinolfi, Franceschini ha fatto le sue brave consultazioni con partiti e movimenti d’opposizione come gli altri candidati: Pietro Ichino e Franco Marini sono stati suoi emissari persino coi Radicali, dopo che – da segretario – li aveva praticamente esclusi da qualsiasi futura alleanza. Agli attacchi diretti del leader, peraltro, hanno fatto eco quelli di Debora Serracchiani, di recente eletta al Parlamento eu-

Francesco Boccia, deputato pugliese vicino a Enrico Letta, è uno degli autori della mozione Bersani («non c’è un punto che non ne condivida», premette): «Noi non vogliamo più le primarie di chi


prima pagina

24 luglio 2009 • pagina 3

Il giudizio di Stefano Folli sul dibattito precongressuale

«Posizioni distanti, quasi da scissione» di Franco Insardà

ROMA. Sembra di assistere a una vera e propria lotta fratricida, senza esclusione di colpi che lascia perplessi sia gli iscritti sia gli osservatori. E Stefano Folli, editorialista del Sole 24Ore, lo conferma: «Esiste una contrapposizione molto aspra tra Bersani e Franceschini. Se le parole hanno un senso si dovrebbe ipotizzare una scissione dopo il congresso, manca però ancora molto tempo e le possibilità di ricomposizione sono tante». Franceschini sostiene che in caso di vittoria di Bersani il bipolarismo potrebbe finire. Non le sembra una dichiarazione forte? Direi che è una dichiarazione poco utile allo sviluppo del dibattito precongressuale del Pd. Perché? Sono messaggi politici che riguardano poche centinaia di persone e, secondo me, non arrivano a interessare un’opinione pubblica più vasta. Il problema oggi non è quello di stabilire astrattamente se il bipolarismo regge: lo dimostreranno i fatti. Si parla, invece, di trattini che farebbero la differenza per il centrosinistra. Sono segnali di estrema debolezza. La differenza deve essere nel progetto politico. Gli elettori danno il loro consenso a chi fornisce garanzie di saper governare e offrire al Paese stabilità e competitività. Secondo Franceschini la vera garanzia è l’esistenza di due soli partiti. Come si concilia questa visione con l’esistenza di altre forze? È una tesi politica e come tale ha diritto di cittadinanza, ma su questa idea il Pd ha già registrato due sconfitte: alle Politiche del 2008 e alle Europee di quest’anno. Insistere oggi ha un significato diverso. Quale? Si vuole rappresentare il nuovo, un’ipotesi originale per impedire che prendano il sopravvento i “vecchi”. È uno schema sicuramente legittimo, ma troppo debole perché non realistico. In che senso? Si sostiene la tesi dell’autosufficienza, della vocazione maggioritaria, del bipartitismo e non del bipolarismo. Posizione perdente, come mai Franceschini la cavalca? Si trova in difficoltà nel dibattito precongressuale e si appella a un’opinione pubblica più vasta rispetto al circuito partitico per cercare di ribaltare le sorti. L’argomento però è troppo politologico, andrebbe arricchito da una serie di passaggi sul progetto di società e di Paese.

Il segretario sostiene che il Pd deve conquistare l’elettorato di centro e sarebbe sbagliato appaltarlo a qualcuno, cioè all’Udc. La sua posizione è più sfumata, ma non riconosce al Centro una sorta di autonomia, tende a ricomprenderlo, ovviamente, nello scenario bipartitico nel quale non c’è spazio per altre forze. Anche questa posizione è un po’ fuori dalla realtà, mentre è più ragionevole immaginare uno schema di alleanze che possano permettere al centrosinistra di ritrovare un rapporto con i ceti medi e con l’Italia moderata che adesso si riconosce solo in minima parte nel Pd. E il rapporto con Di Pietro? Franceschini non ha chiarito la sua posizione. Il discorso sul bipartitismo sarebbe più logico e meno contraddittorio se si dichiarasse di voler fare una battaglia nei confronti dell’IdV, per recuperare i consensi sottratti da quell’area. Qualche giorno fa il professor Michele Salvati invitava, nel caso di una vittoria di Bersani, a dire “ci siamo sbagliati”, il progetto del Pd era un’altra cosa. Nella politica esiste un elemento pragmatico che deve essere sempre tenuto presente. Il nostro Paese viene da una lunga storia proporzionale, di grande articolazione politica e queste realtà vanno tenute presenti, senza voler semplificare troppo le cose. Un messaggio al futuro segretario del Pd? Chi si candida alla guida del più importante partito di opposizione deve dare risposte alle esigenze delle persone e, soprattutto, fornire un’alternativa di governo. Come giudica un leader politico che aspetta la fine fisiologica o traumatica dell’era Berlusconi? Il Pd deve fare uno sforzo da subito per individuare le linee programmatiche per un’alternativa. Se ci si schiera per un bipolarismo spinto, quasi un bipartitismo, a maggior ragione si deve proporre un progetto di Paese molto chiaro, che manca sia a Franceschini sia a Bersani. Il dibattito, fino a questo momento, mi sembra un po’ deludente. Servirà questo congresso al Pd? Stanno vivendo una fase decisiva della loro esistenza politica. Nel congresso devono trovare assolutamente una loro definizione, altrimenti non ci sarà alcuna ripartenza, ma soltanto un’implosione. È un passaggio determinante.

Non riconoscere al Centro un’autonomia è fuori dalla realtà. È più ragionevole parlare di alleanze

passa per strada, ma vogliamo le primarie: nella mozione abbiamo scritto che le vogliamo per tutti i livelli istituzionali e, questa è la novità, pure per decidere le liste alle politiche. Il segretario del partito però, che è il capo soprattutto di chi alza e abbassa le saracinesche dei circoli, deve essere eletto da militanti e simpatizzanti registrati in una apposita anagrafe». Quanto al tema delle alleanze, semplicemente è una contrapposizione che non esiste: «Nessuno ha nostalgia del centrosinistra dell’Unione, ma d’altra parte sarebbe velleitario pure ritornare all’alleanza tra Pd e Idv secondo lo schema del 2008. Sono sicuro che a Dario questo non sfugge perché ha esperienza politica da vendere: non può non capire che inevitabilmente in questo Congresso ci sarà un confronto anche sul modello di coalizione dei prossimi anni, una coalizione che vada dalla sinistra che sottoscrive il nostro programma fino all’Udc». Di più, questo ragionamento «non riguarderà solo il governo nazionale, ma anche quello dei territori. Disgiungere le due questioni è stato il vero errore della prima fase del Pd».

Dall’alto: Pierluigi Bersani, Mario Adinolfi e Ignazio Marino: sono i tre sfidanti ufficiali di Dario Franceschini per la segreteria del Partito democratico. Sopra Massimo D’Alema La lotta interna al Pd, ormai, assume toni durissimi, specie dopo gli attacchi di Franceschini a Bersani sul bipatitismo


politica

pagina 4 • 24 luglio 2009

Crisi. Il governo supera l’impasse e al termine di una giornata caotica pone la fiducia sulla manovra: si vota questa sera

Fini taglia Tremonti Il presidente lima il maxiemendamento e convoca il ministro: «Mai più approvare decreti così» di Francesco Pacifico segue dalla prima E allo stesso modo salta la moratoria per prorogare al 31 dicembre la pubblicazione degli studi di settore. Minuzie, se non fosse che questa decisione è stata accompagnata da queste parole al vetriolo: «Devo osservare come l’uso reiterato del binomio maxiemendamento-fiducia accentui gli elementi di difficoltà del procedimento legislativo e del rapporto fra governo e Parlamento, nonchè fra maggioranza e opposizione, non consentendo il pieno dispiegarsi delle facoltà procedurali riconosciute ai deputati nel dibattito in Assemblea e alimentando tensioni nell’ambito della complessiva dinamica costituzionale».

Accanto alle critiche pubbliche lanciate contro il governo, sono giorni che Gianfranco Fini sta lavorando per evitare che il Parlamento fosse ridotto a semplice vidimatore del decreto anticrisi. Racconta Massimo Corsaro, parlamentare di provenienza An e segretario della commissione Bilancio della Camera: «È stato proprio il presidente a insistere perché la nostra commissione, in seduta congiunta con quella Finanze, potesse continuare a lavorare nonostante il termine delle attività fosse datato per gio-

vedì scorso. Proroga dopo proroga ci ha permesso di operare tre giorni in più. E così che abbiamo completato gli emendamenti». Guarda caso gli stessi che Fini ha difeso, per quanto ha potuto, con i denti. In molti poi sottolineano anche la nettezza con la quale il servizio Studi della Camera ha bocciato lo scudo fiscale – definendo troppo bassa la rivalutazione al 2 per cento dei capitali trasferiti all’estero – o il fondo da 300 milioni per avviare il federalismo fiscale, che sarebbe in contrasto con l’iter parlamentare voluto dal governo. C’è il sentore che sul decreto anticrisi l’inquilino di Montecitorio abbia voluto creare un precedente, senza però cadere nell’incidente istituzionale, per poter poi gestire una partita che gli sta molto più a cuore: una nuova regolamentazione, una serie di paletti per limitare l’uso della decretazione d’urgenza. Una battaglia che lo vede su fronti opposti rispetto alle abitudini di Silvio Berlusconi, ma nella quale gode dell’appoggio del capo dello Stato e di un Parlamento – a destra quanto a sinistra – stanco di passare le sue giornate soltanto a pigiare un bottone. Infatti, a guardare la lista di frecciate lanciate da Fini a Tremonti, tutto sembra andare in questa direzione. Non a caso, do-

Le contestazioni riguardano due aspetti specifici del decreto: quelli che riguardano l’energia elettrica e gli studi di settore

Gianfranco Fini e il ministro per l’Economia Giulio Tremonti hanno duellato sul decreto anticrisi: il presidente della Camera ha tagliato il maxiementamento. In basso, Pierpaolo Baretta

po aver comunicato la decisione del governo di chiedere la fiducia, ha subito aggiunto: «Fin d’ora invito Tremonti a presenziare, dopo che il Presidente avrà dato conto all’Aula delle valutazioni che il presidente farà in ordine all’emendamento interamente sostitutivo con l’auspicio, non posso far altro, che il ministro dell’Economia spieghi all’Aula per quali ragioni il governo è addivenuto a alcune valutazioni, che nella generale valutazione della presidenza saranno relative alla conformità o meno dell’emendamento interamente sostitutivo con il testo approvato dalle commissioni». Non contento ha anche aggiunto: «Rilevo come possa essere fonte di imbaraz-

zo sul piano del rapporto fra governo e commissioni il fatto che si proponga oggi la soppressione di disposizioni su cui solo pochi giorni fa il rappresentante dell’esecutivo si era espresso favorevolmente in commissione».

È proprio dalle commissioni che si deve partire per capire quanto è alta l’insofferenza in maggioranza verso l’abuso della decretazione d’urgenza e della fiducia (ben 22 dall’inizio della legislatura). Proprio i responsabili di quelle Bilancio e Finanze – Giancarlo Giorgetti e Gianfranco Conte, rispettivamente fedelissimi di Umberto Bossi e dello stesso Tremonti – mercoledì hanno

Pierpaolo Baretta (Pd): a volte Palazzo Chigi tratta la maggioranza come l’opposizione

«Le lobby più forti del Parlamento?» ROMA. Giulio Tremonti come Chance, il candido maggiordomo interpretato da Peter Sellers in Oltre il giardino. Quando Pierpaolo Baretta (Pd) ha fatto questo parallelo ieri, nel suo intervento alla Camera, tutti i colleghi del Pdl lo hanno ascoltato in silenzio. Soprattutto quando ha ricordato «il presidente americano, che, sentitosi dire dal suo giardiniere “Dopo l’inverno arriva la primavera”, avverte il Paese che la crisi è finita. Non vorrei che in Italia si seguano acriticamente le indicazioni del giardiniere, a prescindere dalla volontà del premier». Onorevole, si è fatto portavoce dell’insofferenza del Pdl? Come con il precedente governo Berlusconi, siamo arrivati a un ingorgo analogo, con Tremonti che sta por-

tando avanti una linea indipendente da qualsiasi controllo. La volta scorsa dovette cedere il posto a Siniscalco… Licenziato come nel 2004? No, avremo altri 4 anni di centrodestra. Ma non credo che Berlusconi sia andato 18 volte in Abruzzo, per poi vedere Tremonti rimettere le tasse ai terremotati e chiedere gli arretrati. Il problema è il Tesoro. Siamo di fronte a una persona intelligente, questo è fuori discussione. Ma proprio perché sa dove mettere le mani, e con la maggioranza infiacchita che ha di fronte, abusa con più facilità delle sue prerogative. Lo stesso era accaduto anche con il precedente governo. E non potrebbe essere diversamente: l’accorpamento di Tesoro, Bilancio e Finanze, gode di una concentrazione di potere incredibile.

Quindi spacchettare il ministero? Certo, ma la domanda però da porci è quanto possiamo andare avanti così. Perché il ministro, come ha ammesso quando parla di attendismo, non sta facendo neanche una politica di rigore: voleva ridurre il debito pubblico, invece è cresciuto anche il debito. Cosa fare e quali soldi? Intanto aumentare il credito destinato alle Pmi e allargare le protezioni a chi perde il lavoro. E i soldi ci sono: si potrebbero utilizzare gli 8 miliardi girati dalle Regioni per finanziare gli ammortizzatori sociali – e che sono ancora congelati – oppure tagliare la spesa corrente, che continua a crescere. Invece a livello più strutturale? Abbiamo un debito pubblico che torna a essere l’emergenza nazionale, ma manca la quadratura del cerchio


politica

24 luglio 2009 • pagina 5

Oggi comincia (male) la trattativa sul contratto metalmeccanici

Sindacati spaccati Cipputi non c’è più di Vincenzo Bacarani

ROMA. L’incontro di questa mattina

dato fatto uno strappo al regolamento bloccando la discussione per fare votare gli emendamenti da mandare in aula per non dare un alibi al governo. Ma quello che in questa vicenda fa arrabbiare i parlamentari del centrodestra e che «il governo prima ci ha imposto di chiudere tutto entro venerdì (oggi per chi legge, ndr), quindi ci costringerà a una terza lettura per risolvere alcuni pasticci creati dai funzionari dell’Economia su norme come la tassazione delle riserve auree di Bankitalia, che va ancora chiarita. Per non parlare della rabbia nel vedere tagliate tutte le nostre norme per ampliare il credito alle Pmi». Con il generale agosto alle porte diven-

perché il governo non va oltre qualche misura tampone. Quindi non restano che riforme vere. Perché non è possibile intervenire sull’età pensionabile con un emendamento a un decreto. La Cisl, come la Cgil, non vuole toccare le pensioni, banche e partite Iva temono le liberalizzazioni… Ma non è che gli sponsor del ministro devono contare più del Parlamento. Dove, devo ammettere, non ci sono le condizioni per le riforme: ma soltanto perché il governo usa con la sua maggioranza la stessa freddezza che mostra con l’opposizione. Intanto oggi si vota la fiducia sul decreto anticrisi. Che dire: Tremonti aveva annunciato che non ci sarebbe stato nessun condono e Tremonti e Sacconi avevano promesso che non si sarebbe intervenuto sulle pensioni. Invece abbiamo il condono con lo scudo e l’innalzamento dell’età pensionabile. Lo scudo non vi piace, ma l’intervento sulla previdenza non

ta un imperativo evitare un nuovo passaggio a Montecitorio. In questa direzione Giorgetti e Conte avrebbero concordato alcuni emendamenti con i loro omologhi al Senato, Azzollini e Baldassarri, per velocizzare l’approvazione. «In questo clima», aggiunge un altro peones del Popolo delle Libertà, «soltanto Fini sembra muoversi. Ma uò poco visto il suo ruolo istituzionale. Andando a colpi di decreti e di fiducia si abusa della nostra pazienza, si fanno cadere le scarse aperture dell’opposizione sulla possibilità di riformare assieme le pensioni o fare il federalismo fiscale. Non vorrei che ci fossero sorprese al Senato sul decreto anticrisi».

dovrebbe dispiacervi. Certo, eppure non sono stati vincolati i 2 miliardi che si risparmieranno sulle pensioni. Con buona pace dei sindacati finiranno per ridurre il debito, non in misure per l’occupazione femminile. Dimentica il centrodestra. Da quando è scoppiata la crisi abbiamo avuto otto decreti e nove voti di fiducia! Prima o poi la maggioranza dovrà rompere questo silenzio. Intanto c’è l’ennesima fiducia. Lancio una sfida: se date a me, a Cesare Damiano e a Giuliano Cazzola l’incarico di fare un testo sulle pensioni, lo produciamo in poco tempo. Se si chiede a Pietro Ichino e a Maurizio Castro un pacchetto di norme per innovare sull’ingresso nel mondo del lavoro, o alla commissione Finanze di Gianfranco Conte di intervenire sulle condizioni bancarie, questi ambiti saranno riformati. Il Parlamento, se si muove con un atteggiamento costruttivo, è più forte anche delle lobby (f.p.) che appoggiano il ministro.

in Confindustria tra i sindacati dei metalmeccanici Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm-Uil e Federmeccanica (che rappresenta le industrie del settore) sarà un incontro che servirà a ben poco e, soprattutto, sarà un incontro tra separati in casa. Se, infatti, le tensioni tra organizzazioni dei lavoratori di altri comparti sembrano sfumare e indirizzarsi verso un’intesa che da una parte rafforzi il potere contrattuale dei sindacati stessi e dall’altra consenta accordi con la controparte in gran parte condivisi, nel settore metalmeccanico succede l’opposto. Alcuni recenti avvenimenti - ultimo in ordine di tempo l’accordo sugli esuberi di Telecom - farebbero ben sperare. Ma non è così per il settore metalmeccanico. Altro che pax sociale: settembre si preannuncia caldissimo sul fronte delle vertenze non solo di categorie, ma di singole aziende anche di grandi dimensioni. I sindacati metalmeccanici si spaccano, si dividono e si insultano anche.

Uilm, un accordo con la Fiom è praticamente impossibile. «Non capisco i politici – dice Regazzi – che parlano di pax sociale, di accordi condivisi. Il mondo politico sogna perché non riesce a capire che cosa vuole la Fiom. È una pagina scritta da tempo e mi meraviglia che ex-sindacalisti di lunga esperienza auspichino quello che non potrà mai accadere e cioè un’unità di intenti con la Fiom». Secondo Regazzi, i motivi per cui l’organizzazione dei metalmeccanici della Cgil prende le distanze e rompe con gli altri sono chiari: «Perché la Fiom – spiega il leader Uilm – vuole un sindacato antagonista e conflittuale. Ma un sindacato antagonista e conflittuale diventa movimento politico che va bene per il Terzo Mondo, ma non va bene per il nostro Paese. Ultimamente abbiamo rinnovato le regole per arrivare a un sindacato partecipativo, l’esatto contrario di quello che vuole la Fiom. E sarà sempre così, nonostante i sogni dei politici».

La Fiom in armi contro Fim e Uilm. A tutto svantaggio dei lavoratori e di una vertenza che sarà probabilmente molto lunga

Fim e Uilm da una parte e Fiom dall’altra si fronteggiano in maniera quasi guerresca. Ormai le vie si dividono sempre di più. Fim e Uilm non intendono più cedere come hanno fatto qualche volta in passato e la Fiom ritiene di poter essere oggi l’unica organizzazione (forse anche politica) veramente antagonista al sistema. «Noi andiamo al confronto – dice a liberal Giorgio Cremaschi, segretario nazionale Fiom e rappresentante della sinistra – con una piattaforma che fa riferimento al contratto in vigore. Gli altri vanno con una piattaforma che viola le regole del contratto e della democrazia». Che ci possa essere un riavvicinamento fra le tre organizzazioni, il segretario Fiom lo esclude: «Com’è possibile? – dice - Loro (Fim e Uilm, ndr) non contrattano, ma sottoscrivono quello che vogliono le aziende. È successo così anche con l’integrativo Fiat. Facile fare accordi quando nella piattaforma si offre quello che il padrone vuole. Inoltre noi andiamo all’incontro consapevoli che c’è un referendum in corso sulla piattaforma per il rinnovo contrattuale che si concluderà il 30 agosto. Per cui diffideremo la controparte ad aprire un confronto finchè non è conclusa la consultazione».

Per Antonino Regazzi, segretario generale della

Ironico Giuseppe Farina, segretario generale della Fim-Cisl: «Riavvicinamenti con la Fiom? Sì, nell’incontro con Federmeccanica saremo vicini fisicamente questo è vero. A parte le battute, contatti per capire se mai ci potrà essere un punto d’incontro con la Fiom non ci sono stati e credo che non ce ne saranno in futuro. Noi abbiamo presentato la nostra piattaforma che è coerente con le regole e continueremo nel nostro impegno per una maggiore stabilità del settore». Spiragli d’intesa Farina non ne vede affatto. «L’unica possibilità – dice – è rappresentata dalla Cgil in generale che mi sembra più attenta a un discorso di questo genere. Ma non farei certo affidamento sulla Fiom. La partita del contratto dei metalmeccanici è una partita a sé».


diario

pagina 6 • 24 luglio 2009

Le vacanze (in Europa) con la febbre A Parigi si ammalano 17 ragazzi italiani. E intanto si allungano i tempi per i vaccini di Alessandro D’Amato

ROMA. Non tantissimi: soltanto 15 milioni di italiani a partire da gennaio 2010 verranno vaccinanti contro la febbre suina, o influenza A/H1N1. Lo ha dichiarato il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, che ancora mantiene la delega per la sanità in attesa di cederla, al primo rimpasto utile, a quel Ferruccio Fazio che voleva rinviare l’apertura delle scuole per fronteggiare un’emergenza talmente clamorosa da aver avuto finora ben 258 casi in Italia o di italiani ammalati, mentre in Europa in 30 Paesi finora sono stati diagnosticati 17.189 casi di influenza A/H1N1 con 29 decessi nel Regno Unito e 4 in Spagna. I casi diagnosticati extra-Europa sono stati 149.364 con 810 decessi. Un’incidenza rispettivamente dello 0,19 e dello 0,54%. Ma i pericoli ci sono comunque: 17 adolescenti italiani, in vacanza studio in un liceo cattolico vicino a Parigi, sono stati ieri colpiti dalla nuova influenza, anche se i medici dicono che le loro condizioni non destano preoccupazione. La prefettura delle Hauts-de-Seine ha fatto sapere che gli studenti trascorreranno la quarantena nel liceo, «in un luogo adibito apposta per loro, attrezzato perché non manchi loro nulla. Ma naturalmente hanno dovuto abbandonare il corso».

Sacconi, il ministro del Welfare con delega alla Sanità, ha annunciato quindi l’acquisto di 48 milioni di dosi di vaccino pandemico, e lo fa con la serenità di chi ha la coscienza a posto. Anche perché nello scegliere come spendere quei soldi pubblici potrebbe, volendo, vantare un consulente d’eccezione: la moglie, Enrica Giorgetti, direttore generale della Farmindustria, associazione che rappresenta - legittimamente - gli interessi delle industrie farmaceutiche. All’epoca della formazione del governo, quei noiosoni di Nature - il giornale internazionale delle scienze - avevano sollevato qualche dubbio sull’opportunità della nomina: «Nei fatti, il governo Berlusconi ha mostrato di voler permettere agli interessi industriali di guadagnare influenza nelle agenzie statali», dicevano. E dire che quando

ni dei vari paesi abbiano già prenotato, presso le 3-4 aziende in grado di produrre il vaccino su larga scala, almeno 600 milioni di dosi, per un valore di circa 4,3 miliardi di dollari. Nei giorni scorsi, si è aggiunta la Francia, con un ordine per 94 milioni di dosi e un assegno da 1 miliardo di euro. J. P. Morgan stima che ai 600 milioni di dosi già prenotate se ne sommeranno altri 350 milioni, per un’ulteriore fattura di oltre 2 miliardi e mezzo di dollari. A spartirsi questo imponente business dell’influenza suina è un ristretto gruppo di giganti dell’industria farmaceutica: GlaxoSmithKline, Sanofi Aventis, Novartis, Astra Zeneca. Accanto ai vaccini antinfluenza ci sono, però, anche le medicine per chi, l’influenza, l’ha già presa. Anche qui, è Big Pharma a dominare il mercato. Il Tamiflu è della Roche, il Relenza ancora di GlaxoSmithKline. I due farmaci porteranno a Roche e Glaxo vendite per 1,8 miliardi di dollari nei paesi ricchi, più 1,2 miliardi di dollari nei paesi in via di sviluppo. Complessivamente, altri 3 miliardi di dollari. Fra vaccini e medicine, il rischio pandemia vale, per Big Pharma, circa 10 miliardi di dollari.

Per produrre le dosi ci vogliono sei mesi: l’idea di Sacconi (tutti vaccinati entro il 2010) rischia di arrivare fuori tempo massimo pochi giorni fa parlò Fazio di grandi pericoli, dalla maggioranza qualche voce contrariata si levò. Per esempio Roberto Calderoli: «Un problema di salute non può diventare lo strumento per campagne mediatiche o peggio ancora…». Poi fu più esplicito Maurizio Gasparri: «Ricordate le avventate campagne allarmiste per l’emergenza aviaria, che sparì dopo l’inutile ma ingente spesa per vaccini. Non vorrei che ora si facesse il bis e mi auguro che le autorità internazionali e nazionali diano i giusti avvertimenti senza alimentare psicosi». Ma se lo dice Sacconi, non si leva una foglia.

Tutto a posto, quindi. Anche perché l’emergenza tira: una delle maggiori banche d’investimento mondiali, J. P. Morgan, ha calcolato che i gover-

Rimane solo un piccolo dettaglio: ci vogliono all’incirca da quattro a sei mesi, finora, per produrre il vaccino. A meno che non si utilizzi una procedura più rapida, l’ordine del ministro Sacconi rischia di arrivare fuori tempo massimo per rispettare la scadenza di gennaio prossimo, visto che siamo in luglio. Insomma, se anche alla fine tutto questo non fosse un enorme bluff – come pareva adombrare nientepopodimenoché Maurizio Gasparri – saremmo riusciti ad arrivare in ritardo persino sull’emergenza.

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Noi europei pagine 100 • euro 12

L’Europa riletta lungo un secolo di grandi trasformazioni. La società e la politica italiana osservate attraverso la lente di una transizione incompiuta. La lezione dei “ribelli al conformismo” che hanno saputo, nel Novecento, indicare un’alternativa ai percorsi della libertà. Questi i temi dei tre libri di Renzo Foa “Noi europei”, “Il decennio sprecato” e “In cattiva compagnia”. Il primo, firmato insieme al padre Vittorio, è un confronto tra due testimoni del “secolo breve” che con occhi ed esperien-

ze diverse osservano le mutazioni del Vecchio Continente e soprattutto degli uomini che lo hanno abitato. Nel secondo, l’autore riflette sulle speranze e le delusioni messe in campo da quel cambiamento iniziato nel 1994 e mai davvero concluso. Il terzo raccoglie gli esiti di un meraviglioso viaggio personale nella vita e nelle opere di quei “grandi irregolari” (da Koestler alla Buber-Neumann, dalla Berberova a Joseph Roth, ma anche De Gaulle e Wojtyla) che per Renzo Foa sono Il decennio sprecato stati maestri riconosciuti. pagine 204 • euro 14

In cattiva compagnia pagine 177 • euro 12


diario

24 luglio 2009 • pagina 7

La Lega rompe con il Pdl e vota no al dopo-Marano

Primo firmatario, Aldo Forte, capogruppo dei centristi alla Regione

Orfeo al Tg2 e Lioffredi (a sorpresa) a Raidue

Udc Lazio: proposta di legge sul piano casa

ROMA. Cambio della guardia a

ROMA. Il gruppo dell’Udc alla Regione Lazio ha presentato una proposta di legge regionale sul piano casa per la «riqualificazione del patrimonio edilizio ed urbanistico del Lazio». «Obiettivo principale della proposta - dice Aldo Forte, capogruppo dei centristi alla Regione e primo firmatario - è di rispondere con norme semplici e chiare a due esigenze: quella di carattere familiare o individuale per ampliare gli spazi abitativi e quella di favorire l’attività edilizia quale volano importante per lo sviluppo e la crescita dell’economia del territorio».

Tg2 e Raidue. Il Cda della Rai, ieri, al termine di una lunga ed estenuante trattativa all’interno della maggioranza, ha approvato le proposte del direttore generale Mauro Masi: Mario Orfeo è il nuovo direttore del Tg2, mentre – a sorpresa - il capostruttura di Raiuno, Massimo Liofreddi, succede ad Antonio Marano a Raidue. Il neodirettore del Tg2 Orfeo (fino a ieri direttore del Mattino di Napoli) ha incassato il voto favorevole di tutti i consiglieri Rai, mentre Liofreddi è stato votato a maggioranza: sei voti a favore e tre contrari. Contro la sua «promozione» alla direzione di Raidue si sono espressi i due consiglieri in quota Pd, Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten, e la leghista Giovanna Bianchi Clerici, che ha lasciato la seduta del Cda subito dopo il voto. Del resto, secondo le voci delle scorse settimane nella maggioranza era in atto un braccio di ferro tra il Pdl (e segnatamente gli ex-An) e la Lega che voleva per sé la poltrona che era di Marano. Nello scontro ha vinto l’ala aennina del Pdl, perché Liofreddi è di quella area. Un passato remoto da

Il Csm contro Alfano «No al nuovo processo» Il plenum boccia la riforma: «È incostituzionale» di Francesco Capozza

ROMA. Il Consiglio superiore della Magistratura ha bocciato il ddl di riforma del processo penale: secondo l’organo di autogoverno della magistratura, il cui “plenum” si è riunito ieri mattina a Palazzo dei Normanni, il provvedimento proposto dal governo viola alcuni articoli della Costituzione. Tra questi, l’obbligatorietà dell’azione penale e la ragionevole durata dei processi, e, se fosse attuato, potrebbe avere effetti «gravi sull’efficacia delle indagini». Con 22 voti favorevoli e quelli contrario dei soli due consiglieri laici del Pdl, Michele Saponara e Gianfranco Anedda, il plenum del Csm ha approvato infatti il parere redatto dalla Sesta commissione, che di fatto costituisce una bocciatura delle norme. Il plenum del Csm ha affrontato la votazione sul parere al ddl di riforma del processo penale per parti separate: Saponara e Anedda si sono espressi contro l’intero documento, mentre a dividere il “parlamentino” dell’organo di autogoverno dei magistrati è stato il punto 3 del parere, quello cioè che riguarda le modifiche ai principi di ricusazione del giudice.

non boccia nulla». Dure, invece, le critiche del Pd nei confronti della maggioranza: «ci auguriamo che questa volta il governo tenga conto dei numerosi rilievi al ddl Alfano contenuti nel parere del Csm. Sarebbe l’unico modo per evitare pasticci legislativi e passi indietro durante l’iter parlamentare». Ha affermato Donatella Ferranti, capogruppo del Pd in commissione Giustizia alla Camera. «Il parere del plenum del Csm - prosegue Ferranti - è stato approvato a larga maggioranza dopo un ampio dibattito ed in tempo utile per apportare le necessarie modifiche, dal momento che il Senato ha appena iniziato l’esame del testo. Speriamo che questa volta il governo e, in particolare il ministro Alfano, siano particolarmente illuminati in modo da evitare anche perdite di tempo ed errori da correggere successivamente».

Secondo il documento approvato ieri a maggioranza, «il testo potrebbe avere effetti gravi sull’efficacia delle indagini»

esperto di tv per ragazzi (lavorava allo Zecchino d’Oro) e un passato recente da appassionato di tv scientifica (ha sempre sponsorizzato le maratone Telethon), Liofreddi si è imposto alla testa di Raidue un po’a sorpresa, dal momento che i concorrenti più accreditati, nei mesi scorsi, erano Gianluigi Paragone e Susanna Pedroni, entrambi in quota Lega.

Napoletano, 43enne, Mario Orfeo approda invece all’unanimità alla guida del Tg2 dalla direzione del quotidiano di Napoli che dirigeva dal 2002. Prima di arrivare al vertice del Mattino, Orfeo è stato caporedattore centrale di Repubblica. Proprio nel giornale fondato da Eugenio Scalfari, infatti, ha iniziato la sua carriera: prima nella redazione di Napoli, poi nella sede principale di Roma.

«La nostra proposta - spiega Forte - parte dal fatto che si tratta di un intervento straordinario

Oltre ai due laici del Pdl, hanno votato contro questa parte del parere anche i consiglieri togati di Magistratura Indipendente Cosimo Ferri, Antonio Patrono e Giulio Romano, e il laico dell’Udc Ugo Bergamo. Dal Csm, quindi, è stata ribadita la bocciatura al testo di riforma del processo penale e ieri è stato riconfermato il parere già reso noto la scorsa settimana. Nella versione votata ieri, ha infatti spiegato il relatore Livio Pepino, «non ci sono state modifiche sostanziali» al giudizio di incostituzionalità sul testo. Il nuovo documento, quello votato dal plenum, di fatto ha soltanto modificato alcuni aggettivi, eliminando la parola «incostituzionale», ma restando nella sostanza fortemente critico con le proposte delle legge. Più sobrio il commento di Nicola Mancino, vicepresidente del Csm, al temine del plenum: «Non si può parlare di bocciatura, ma di un parere articolato, perché il Csm non approva e

Di tutt’altro avviso, ovviamente, la maggioranza che per bocca del vice presidente del Pdl al Senato, Gaetano Quagliariello, precisa: «Ci auguriamo che non corrispondano al vero le anticipazioni delle agenzie di stampa secondo le quali, nell’approvare in sede di plenum il parere sul ddl di riforma del processo penale, il Csm si sarebbe limitato a sostituire l’affermazione di incostituzionalità con un giudizio di censurabilità con esplicito riguardo a determinati articoli della Costituzione. Della serie, se non è zuppa è pan bagnato. Aspettiamo di conoscere il testo del parere - prosegue Quagliariello - ma se esso dovesse corrispondere alle anticipazioni ci troveremmo di fronte a un vulnus istituzionale di inaudita gravità, dal momento che appena un anno fa il Capo dello Stato, di fronte ad analoghe circostanze, aveva ammonito il Consiglio superiore della magistratura a non esprimere un vaglio di costituzionalità che compete ad altre istituzioni, e appena una settimana fa il vicepresidente Mancino era sembrato intenzionato a non disattendere i principi del nostro ordinamento e il monito di Napolitano, presidente del Csm, oltre che della Repubblica italiana».

che si colloca nella sentita necessità di rilancio del sistema produttivo in un momento di grave crisi, in particolare del comparto dell’edilizia. È quindi sbagliato ed inopportuno, come è nelle intenzioni della Giunta, caricare il provvedimento sul piano casa di significati che esulano da questa esigenza immediata. Il nostro testo di legge prevede una serie di norme che da un lato riqualificano il tessuto edilizio del territorio e dall’altro introducono dei parametri relativi al contenimento energetico della bioedilizia. Per rendere operativo tutto ciò si è tenuto conto sia delle esigenze dei singoli che dell’importante ruolo che i comuni sono chiamati ad avere soprattutto per quanto riguarda l’ambiente e l’urbanistica». Tra i punti principali, «la norma per l’utilizzo del patrimonio edilizio esistente laddove si prevede il recupero a fini residenziali o per altre funzioni ammesse dagli strumenti urbanistici delle parti inutilizzate degli edifici ultimati alla data del 21 dicembre 2007; la norma sull’ampliamento degli edifici residenziali e quella sulla sostituzione degli edifici residenziali e produttivi esistenti. Inoltre abbiamo previsto la facoltà di realizzare nuova volumetria da destinarsi ad edilizia residenziale pubblica».


mondo

pagina 8 • 24 luglio 2009

Alleanze. I vertici militari sempre più lontani, così come le ricette per uscire dalla crisi: mentre si profila la vittoria di Cameron

C’eravamo tanto amati

Scricchiola lo storico asse di ferro Usa-Gb: cosa succederà nel mondo se si rompe? di Michael Barone anto tempo fa, la politica britannica e quella statunitense sembravano procedere sugli stessi binari. Margaret Thatcher e Ronald Reagan salirono al potere più o meno nello stesso periodo, ed entrambi dovettero misurarsi con le critiche di chi rimarcava loro la mancanza di esperienza e la provenienza non proprio tradizionale. Tony Blair plasmò la ricetta politica del suo New Labour avendo ben in mente l’approccio New Democrat del proprio omologo statunitense, Bill Clinton. E con George W. Bush l’intesa sulla war on terror è sotto gli occhi di tutti.

T

Ma oggi Regno Unito e Stati Uniti si sono incamminati su percorsi alquanto diversi tra loro. Una possibile spiegazione è data dal fatto che in Gran Bretagna i cambi di governo, da un partito all’altro, si sono fatti piuttosto sporadici. L’unico degli ultimi trent’anni, a partire dalla vittoria della Thatcher nel 1979, si è verificato con l’arrivo a Downing Street di Tony Blair. In effetti, questa parentesi è risultata la più lunga da quando, alla metà del Diciannovesimo secolo, la Gran Bretagna sviluppò i moderni partiti politici. E ciò appare assolutamente straordinario: noi americani siamo stati testimoni di quattro cambi di governo dal 1979. L’unico periodo della nostra

storia in cui abbiamo avuto sempre lo stesso governo per 30 anni coincise con l’inizio degli anni Cinquanta. Ma un cambio di governo non sempre si traduce in una radicale revisione delle linee politiche. Come il segretario alla Difesa Robert Gates - che ha ricoperto importanti incarichi in due amministrazioni democratiche ed in quattro amministrazioni repubblicane . sostiene nelle sue memorie dal titolo From the Shadows, è alquanto difficile rivoltare come un calzino la gigantesca macchina statale. È vero, nuovi presidenti e primi ministri apportano di solito delle correzioni in corsa, e alcune di queste producono significativi attesi o inattesi - effetti. Ma mai vere e proprie rivoluzioni.

In tale prospettiva, Gran Bretagna e Stati Uniti appaiono piuttosto simili. Nel corso degli ultimi 30 anni, solo due leader hanno determinato dei grandi cambiamenti nelle politiche, interne ed estere, dei rispettivi paesi: Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Tony Blair e Bill Clinton hanno semplicemente recepito quei cambiamenti apportandovi solo qualche aggiustamento. Lo stesso si può dire per ciò che riguarda Bush padre e figlio. Ma ora le difficoltà dell’economia e i cambi di governo, effettivo negli Stati Uniti e probabile in Gran Bretagna - si vota l’anno

prossimo - accrescono le prospettive di grandi cambiamenti a livello politico. E qui per l’appunto la politica statunitense e quella britannica iniziano nuovamente a divergere. Barack Obama sta tentando di spostare l’asse della politica americana considerevolmente a sinistra, mentre David Cameron, il cui Partito Conservatore gode stando ai sondaggi di un ampio margine di vantaggio sul Labour di Gordon Brown, potrebbe puntare a uno spostamento a destra dello scenario politico inglese.

Non è chiaro se Obama, allo stato attuale, riuscirà nel suo intento o cosa un Cameron primo ministro avrebbe di preciso in mente. Il progetto di legge che mira a rilanciare l’attività sindacale nei luoghi di lavoro (il cosiddetto “card check bill”) langue a Capitol Hill, la legge sul taglio delle emissioni (“cap-and-trade bill”) approvata dal Congresso si è impantanata al Senato, e il progetto democratico di riforma del sistema di assistenza sanitaria sembra incontrare più di qualche difficoltà. Una spiegazione a ciò è data dal fatto che gli elettori statunitensi si dimostrano cauti di fronte alla grande spesa in disavanzo. E la Gran Bretagna deve affrontare una situazione di deficit di bilancio - circa il 14% del prodotto interno lor-

do - ancora peggiore. In tempi di congiuntura macroeconomica favorevole, i governi di Blair prima e Brown poi hanno lentamente innalzato le percentuali del prodotto interno lordo, dal 37% al 47%, mettendo sul libro paga pubblico insegnanti, infermieri, consulenti sui temi della diversità e via discorrendo (similmente, le somme destinate dall’ammi-

nistrazione Obama al piano di stimolo dell’economia sono state sinora utilizzate per mantenere in organico i dipendenti dell’amministrazione pubblica a tutti i livelli).Tuttavia il settore finanziario britannico ha patito un tracollo peggiore di quello statunitense, in un paese in cui questo rappresenta una quota considerevole dell’economia.


mondo

24 luglio 2009 • pagina 9

Il professor Erik Jones, il generale Fabio Mini e Karim Mezran si confrontano sullo stato di salute dell’alleanza Washington-Londra

«Il vero scontro è sull’intelligence» di Pierre Chiartano econdo alcuni analisti, lo stato della storica alleanza tra Stati Uniti e Gran Bretagna non è mai stato così difficile - almeno nella storia recente - come negli ultimi mesi. Non è questa l’opinione di Erik Jones, professore di Studi europei al Bologna Center della Johns Hopkins University, che si è occupato di Regno Unito e sta lavorando a un libro proprio sulle relazioni tra Washington e Londra.

S

«Le relazioni tra Usa e Inghilterra sono un po’ particolari, perché condividiamo la stessa lingua e in parte la stessa cultura, per cui la politica americana e inglese si comprendono senza troppi problemi. Sono alleati molto stretti – spiega Jones – perché difficilmente si possono creare dei malintesi. Ora entrambi sono governati da maggioranze che voi definireste di centrosinistra. Le relazioni tra Barack Obama e Gordon Brown sono ottime. La Casa Bianca ha però lasciata aperta la porta anche per David Cameron, un giovane conservatore con delle idee molto vicine a quelle di Obama. Anche nel caso di un cambiamento di maggioranza quindi le relazioni tra Washington e Londra rimarranno molto strette. Il grosso problema è invece la situazione in Afghanistan. È preoccupante sia per gli inglesi che per gli americani. Le perdite delle truppe britanniche in Iraq, come in Afghanistan, sono considerevoli e sono pubbliche in maniera più palese che negli Usa». Insomma il prezzo politico pagato dalla morte di ogni soldato inglese all’estero è molto alto, forse in maniere non più sostenibile, sostiene il professore. «Un tema sensibile per tutti, conservatori compresi. Ma per i laburisti al governo lo è di più». Gli Usa chiedono sempre più risorse da utilizzare sugli altipiani centroasiatici, mentre la crisi economica suggerisce a Downing Street di spendere quelle risorse altrimenti. «L’esercito inglese è quasi in bancarotta, se mi passa il termine». Uno dei motivi del ritiro dall’Iraq è proprio il fatto che stessero grattando il fondo del barile ci suggerisce Jones. Quindi problemi economici e politici spingerebbero Londra a ridurre l’impegno. Istant coffee solution non esistono. «L’anno prossimo ci sono le elezioni e sarà quasi impossibile per i laburisti risalire la china e col sistema inglese rischiano quasi di scomparire». Londra come testa di ponte dell’alleanza agloamericana in Europa giocherà ancora un ruolo in futuro? Sarà più europea che atlantica? «Sarà più europea, a seconda dei settori. In economia e nelle questioni militari sono più vicini agli Usa. Se parliamo dello sviluppo dell’Africa, ad esempio, i britannici sono più vicini alle posizioni europee. La politica estera in futuro potrà essere dunque più continentale». Sullo stato di salute di questa storica alleanza il professore e diplomatico. «Non so se goda di ottima salute, certo non è una situazione che non è peggiore di quella deFinora, Cameron e la sua squadra hanno chiesto di non tagliare la spesa pubblica in termini significativi, opponendosi allo stesso tempo a sostanziali inasprimenti della pressione fiscale. L’attuale stato dei conti pubblici rende tali richieste impossibili da adempiere; Cameron ha dovuto persino accettare la proposta laburista di aliquota al 50% per i redditi più

gli anni Ottanta. Business as usual». «È un momento dettato dall’attuale congiuntura economica e politica. Crisi finanziaria, con grossi tagli di bilancio. È anche un problema di consenso politico. I laburisti sono allo sfascio e i conservatori non hanno ancora sviluppato una politica chiara. Tutto ciò si riflette nel raffreddamento dei rapporti un po’con tutti, non solo con gli Usa. L’alleanza e la simbiosi politica e culturale tra Usa e Inghilterra resta solidissima e difficilmente si potrà mai parlare di una vera propria crisi di rapporti» è l’opinione del direttore del Centro studi americani di Roma, Karim Mezran. Un’alleanza che ha dei punti di forza precisi. «La simbiosi culturale e la comunanza d’interessi. Sono entrambe potenze marittime e culturalmente affini. Ambedue devono risolvere una crisi economica abbastanza simile. E non hanno interessi strategici conflittuali». Dunque nessun cambiamento sostanziale all’orizzonte, almeno a breve termine. L’esercito inglese è messo male come risorse finanziare che come «tenuta interna delle forze armate». Lo pensa anche un esperto di cultura strategica, il generale Fabio Mini, già comandante di Kfor in Kosovo e capo del Sios, il servizio informazioni militari.«Si sono svenati in Iraq, lo stanno facendo in Afghanistan. Il reclutamento non riuscirà più a soddisfare il ricambio. Gli impegni strategici in discussione sono proprio quelli nel-

gliono essere coinvolti nelle fesserie fatte da altri. Il sospetto poi è aumentato – anche in modo reciproco – per cui a certi livelli è diminuita la condivisione d’informazioni». Il campo strategico-nucleare invece la collaborazione è «migliorata tantissimo».

Tutti i programmi d’aggiornamento dei sistemi nucleari sottomarini stanno funzionando bene. Dunque l’alleanza secolare tra le due sponde atlantiche avrà un futuro. È in atto però una manovra per ottenere la leadership sulla cultura strategica. «Gli americani hanno sempre subito la superiorità britannica in campo militare. Parlo di cultura strategica e tattica. C’è stato sempre questo complesso d’inferiorità Usa verso gli inglesi. Ora l’Inghilterra potrebbe tentare di utilizzare questa superiorità intellettuale per conquistare una specie di monopolio nel campo strategico. Non so se gli Usa stanno comprendendo il gioco di Londra e non so fino a

Jones: «L’esercito inglese è quasi in bancarotta». Mini: «Non vogliono continuare a fare solo gli sherpa degli americani. Puntano alla ledership strategica» le guerre locali. Dall’Iraq sono usciti in silenzio, ma ora temono per l’Afghanistan che cali la mannaia di un opinione pubblica che non regge più quella guerra».

E le previsioni per il futuro? «Ciò a cui sono interessati, da condividere con gli Usa, è la presenza strategica sui mari e nelle forze nucleari. Vogliono garantirsi una partnership marittima – soprattutto con la flotta sottomarina – e nelle armi strategiche. Sul resto sono veramente stanchi». Gli Usa faranno di tutto perché ciò non avvenga. «Gli americani hanno bisogno di gente in trincea, non nelle stanze dei bottoni». La fama dei soldati inglesi è però ancora molto alta «sono la spina dorsale di questa alleanza». E la Nato non è stato che il giardinetto in cui i britannici giocavano, «l’armata del Reno era sostanzialmente l’esercito britannico». Nell’intelligence la collaborazione è sempre stata leggendaria, ma da qualche anno il clima sembrerebbe mutato. «È cambiato moltissimo. Dal 2002 con le extraordinary rendition della Cia e dell’intelligence militare. Gli inglesi, non è che abbiamo molte regole né scrupoli, però non vo-

alti. Così, mentre i democratici si sforzano di ampliare l’esecutivo, i conservatori meditano su una riduzione delle cariche ministeriali. L’elettore ha al riguardo una qualche voce in capitolo, nell’urna il giorno delle elezioni.

Un sondaggio condotto di recente da Quinnipiac ha dimostrato come la diminuzione del

livello di gradimento per Obama in Ohio possa avere fatto saltare i nervi ai democratici quasi come gli spaventosi dati sull’occupazione del mese di giugno. Ma ritengo che su entrambe le sponde della politica atlantica - i democratici statunitensi ed i conservatori britannici - ci si debba misurare con lo stesso problema nodale: quanto ampia dovrà essere la

che punto potranno opporsi. Quando Londra decise di passare da un esercito di 150mila uomini a uno di 90mila, l’ha fatto dalla sera alla mattina. Senza chiedere il permesso a nessuno». E la crisi economica gioca un ruolo. «Ridurranno il numero degli arruolati. Perché costa, anche socialmente. E ci sarà una proiezione verso la parte strategica, più sofisticata, che soddisfa le industrie e la ricerca. Porta molti profitti, mentre i soldati sono fonte solo di guai». L’amministrazione Obama ha mandato in crisi gli inglesi anche sotto un altro aspetto. «Prima gli inglesi erano legati a Washington a filo doppio nella concezione delle operazioni. Ora Londra pensa che se gli Usa vogliono usarli solo come sherpa sul terreno, allora sarebbe meglio cominciare a fare i propri interessi».

squadra di governo? I due, poi, devono anche affrontare l’interrogativo se i problemi derivanti da un’economia in sofferenza in seguito alla crisi finanziaria abbiano prodotto una maggiore domanda di esecutivi più ampi.

Gli esempi che si possono trarre dagli anni Trenta appaiono contrastanti: mentre

gli americani votavano per il New Deal, i britannici rifiutavano il socialismo di stampo laburista. I dati che oggi emergono dai sondaggi condotti in entrambi i paesi appaiono ambigui, ma non arridono ai fautori di governi più ampi. Il rivoltare come un calzino la macchina statale è difficile, persino dopo un cambio di governo.


panorama

pagina 10 • 24 luglio 2009

Polemiche. L’Enac chiude i cieli italiani alla piccola compagnia aerea: a beneficio del monopolio Alitalia

Colaninno e la tariffa speciale MyAir di Alessandro D’Amato

ROMA. Da ieri mattina abbiamo una compagnia aerea in meno a operare in Italia. A finire giubilata è MyAir, a cui l’Ente nazionale per l’aviazione civile ha deciso di togliere la possibilità di partire in Italia, e più precisamente ad Orio al Serio (Bergamo). Il motivo è semplice: un una nota la Sacbo, società che gestisce lo scalo bergamasco, ha comunicato che il provvedimento è stato deciso dall’Enac «proprio su segnalazione dell’aeroporto, poiché sono stati violati gli obblighi di pagamento di tasse, diritti e tariffe». Insomma, MyAir era morosa nei confronti dello Stato.

La sospensione, prevista dall’articolo 802 del codice della navigazione, ha effetto immediato e la compagnia aerea ha già provveduto a cancellare i voli per Palermo delle 12.55 e per Reggio Calabria delle 16.55. La decisione arriva tra l’altro dopo una serie di ritardi e cancellazioni che nei giorni

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

scorsi avevano creato disagi a centinaia di passeggeri. E il risultato? Centinaia di persone sono rimaste “a piedi”, tra cui anche una quarantina di bambini. Invece del solito ultimatum che avrebbe se non altro permesso ai passeggeri di organizzarsi, la decisione dell’Enac è diventata operativa dal-

parte dell’Antitrust, Riggio rispose che sbloccare i diritti d’atterraggio era difficile «per limiti ambientali e strutturali»: e il giorno dopo – il 21 maggio scorso – istituì una commissione di studio per il problema. Della quale, purtroppo, non si è saputo più nulla. All’epoca Andrea Giuricin dell’Istituto

Da ieri aerei (e molti passeggeri) a terra all’aeroporto di Bergamo: il vettore non pagava. Ne approfittano gli italiani, a prezzi stracciati la sera alla mattina. Giusto così: ci vuole il pugno di ferro contro chi non paga le tasse. Anche se poi i disagi veri li subisce chi non c’entra nulla, come la gente che viaggia. Rapidità d’esecuzione: il segreto del successo di ogni killer che si rispetti. Il vero peccato è che l’ente presieduto da Vito Riggio finora non ha potuto vantare la stessa velocità nei confronti del caso Alitalia-Linate, e degli slot – i diritti di partenza e d’atterraggio – che l’ormai privatizzata compagnia di bandiera continua a detenere nell’aeroporto milanese. Dopo la segnalazione dei fatti da

Bruno Leoni ricordava che «il presidente dell’Enac afferma che la limitazione di Linate tiene conto anche di ragioni di sicurezza in seguito all’incidente dell’ottobre 2001». Vale a dire il tragico caso nel quale persero la vita oltre 100 persone, avvenne per la mancanza del radar di terra nell’aeroporto che è stato successivamente installato. «In realtà - continuava Giuricin - come Vito Riggio perfettamente sa, il regolamento che limita a 18 movimenti orari lo scalo di Linate è del gennaio 2001 ed è il cosiddetto decreto “Bersani bis”. Lo stesso Ente Nazionale

per l’Aviazione Civile, lo ha firmato il 12 febbraio 2001. Quindi la limitazione non può tenere conto delle ragioni di sicurezza in seguito all’incidente aereo, per il semplice fatto che il tragico evento è accaduto dopo la limitazione». Ma deve invece tenere conto delle posizioni di Air France, la quale, per entrare in Alitalia, ha preteso che quegli slot su Linate non fossero venduti per nessun motivo.

Chi poi è più dotato di memoria ricorda anche che all’epoca della trattativa con la Cai di Colaninno e Sabelli era proprio Riggio a gridare «se non si arriva l’accordo toglieremo la licenza di volo entro il giorno X», salvo poi rimangiarsi tutto. Ma quella era via della Magliana, mica MyAir. A proposito, l’altroieri Alitalia ha fatto sapere di aver «attivato tariffe agevolate dedicate ai passeggeri che dovessero subire la cancellazione di voli di Myair nei giorni 23, 24 e 25 luglio». Usufruirne sarà semplicissimo: i passeggeri dovranno solo presentarsi alla reception e chiedere la tariffa Riggio.

Il fallimento delle celebrazioni per il centocinquantenario dell’Unità del Paese

Ora facciamo un comitato per dirci italiani l comitato per le celebrazioni dei centocinquanta anni dell’Italia – siamo uno Stato fanciullo – ha la luna storta. Anzi, diciamo pure che è in palese crisi di nervi. L’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi si è detto pronto a lasciare la presidenza del comitato perché non è vero che non ci siano soldi, mentre è vero che mancano i progetti. Il commissario Marcello Veneziani ha annunciato le sue dimissioni a mezzo stampa, dicendo: «Le celebrazioni sono una farsa. Avrei voluto più radicalmente dimettermi da italiano, perché in questo Paese non conta la verità, il merito, la giustizia e nemmeno l’Italia». Da par suo Alessandro Campi, direttore scientifico – si dice così, non è colpa mia – della Fondazione FareFuturo, sostiene che la verità è lo strapotere e la vittoria del leghismo, che ha vinto la sua «scommessa disgregante».

I

Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano pare sia intervenuto per sollecitare la definizione del programma di una Festa Italiana che probabilmente non piace a nessuno. Tutto è partito soltanto da un editoriale di Ernesto Galli della Loggia (non me ne voglia della Log-

gia, ma un articolo è solo un articolo) e tanto è bastato per scoperchiare la crisi di idee per le celebrazioni. Ma le cose stanno effettivamente così? Non è il caso di farla troppo lunga e di propinarvi oggi una cavalcata nella prateria delle idee sull’Italia e sul perché non siamo mai diventati realmente una Nazione moderna, in cui verità, onore, coesione, Stato non siano soltanto delle parole. Però, le cose stanno effettivamente così: gli italiani non credono nell’Italia e nello Stato italiano, ma fingono di crederci perché pur bisogna vivere e andare avanti. Ma che cos’è il comitato per le celebrazioni? Voglio capire che c’è bisogno di un minimo di organizzazione, ma in una Nazione seria, le celebrazioni sarebbero state fatte senza un comitato, come si dice, preposto. La

festa avrebbe assunto i toni della spontaneità. Ci sarebbe stata senz’altro la pompa magna, soprattutto in Francia, ci sarebbe stata la inevitabile retorica ma il tutto si sarebbe risolto in una composta celebrazione fatta e sentita dalle istituzioni. In Italia, invece, abbiamo bisogno di un Comitato, al quale viene demandata la funzione di avere delle idee: come se le celebrazioni dell’unità dovessero essere una sorta di party o una convention, come naturalmente si usa dire oggi.

In questo vuoto – è la parola usata da Galli della Loggia – il leghismo svolge il ruolo di capro espiatorio o di alibi. Non si capisce per quale motivo il leghismo debba essere la causa dello scarsissimo, anzi inesistente, sentimento pa-

triottico degli italiani e delle istituzioni? È evidente, che semmai è esattamente il contrario: il leghismo è una conseguenza dell’assenza della fede degli italiani nello Stato italiano. Qualche anno fa, quando Carlo Azeglio Ciampi era al Quirinale, ci fu – ricorderete – una ventata di neo-patriottismo. Il capo dello Stato, infatti, si prodigò con una serie di iniziative per rinvigorire il sentimento patriottico: l’inno nazionale, la parata del 2 giugno, il tricolore. Un’opera senz’altro meritoria. Ma pur sempre un’opera di pura retorica. Anzi, di buona pura retorica. Ma proprio questo è il punto: da noi esiste solo la retorica della Patria, ma non la fede nella Patria. È sempre stato così, fin dal 1861. Il nostro stesso Risorgimento fu affogato nella retorica. È il motivo è abbastanza semplice: non avendo fatto gli italiani, ma soltanto uno Stato, debole, gracilino, elitario abbiamo avuto sempre bisogno di “rappresentarci” un sentimento di unità, che invece non c’è. Ecco allora che il risultato è: la recita collettiva. La vita pubblica italiana, in qualunque forma è, purtroppo, soltanto una recita, una messa in scena, la solita antica commedia dell’arte italiana.


panorama

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Polemiche. Gli atteggiamenti assurdi di certi ministri che fanno solo domande quando dovrebbero dare risposte al Paese

Se ritorna la Lega di lotta e di governo di Luca Volontè a danza dell’oca continua. Non c’è mai limite all’esasperato tatticismo, nemmeno quando scade fino a lambire i confini della ridicolaggine. Mi riferisco, senza alcuna volontà di offesa personale, ad alcuni non pregevoli atteggiamenti di stimabilissimi ministri repubblicani che evidentemente abusano della pazienza dei cittadini. Difatti, esempi recenti li troviamo nelle dichiarazioni dei ministri della Difesa in Afghanistan («…dobbiamo migliorare il nostro armamento!») e di quello dell’Agricoltura al comizio nella manifestazione per la difesa dei marchi, latte in primis, italiani. Zaia, come La Russa, hanno in quei momenti dimenticato di essere loro stessi responsabili dei dicasteri che guidano o, più furbescamente, hanno vestito la maglia di lotta al Governo. Responsabili del Governo che chiedono ascolto e lottano contro il Governo, anzi contro loro stessi e le loro irresponsabilità ministeriali.

L

È possibile, nel medio/lungo periodo, proseguire su questa strada, senza che ciò infici irrimediabilmente il prestigio e la responsabilità anche futura

Da La Russa che “chiede” più armi in Afghanistan a Zaia che “chiede” un marchio per i prodotti: un atteggiamento che mistifica i ruoli e la realtà dell’esecutivo del Paese? Con l’aggravarsi delle situazioni interne e internazionali, quale sarà la reazione dell’opinione pubblica, spronata nel porre domande e richieste sempre più efficaci dagli stessi che dovrebbero proporre le risposte? Quali nuovi ruoli si dovranno immaginare per le opposizioni,

inefficaci sul piano numericoparlamentare per via della legge elettorale, ma spogliati da una parte delle prerogative di «ascoltatori privilegiati» delle istanze sociali ed economiche? Trovo queste e altre questioni di grande attualità e di notevole preoccupazione, se guardate nella prospettiva dell’evoluzio-

ne democratica del Paese in cui viviamo. La prassi di Rifondazione Comunista, sperimentata sotto la guida di Fausto Bertinotti all’epoca del primo Governo Prodi (seguito da D’Alema e Amato), ha fatto scuola ma certo non può far crescere la responsabilità reciproca e non favorisce il confronto tra maggioranza e opposizioni. Nel contesto occidentale, bisogna ammetterlo, l’esperimento politico italiano e la sua recente evoluzione è, pur con tutti i distinguo, oltremodo originalissimo. Un antico adagio ci ricorda che il porsi una domanda presuppone una capacità di ricerca della risposta. Certo non è dignitoso per il ruolo che si ricopre e la responsabilità che si dovrebbe agire, giocare sui disagi e sulle difficoltà sociali e nazionali. Giusto sarebbe invece un atteggiamento di vera responsabilità. «Mancano i carri armati nuovi? Sto facendo di tutto per ottenere i finanziamenti». Oppure: «Manca l’etichettatura di qualità italiana del latte? La legge e il regolamento necessari sono già all’approvazione». Diversamente si guarda e si guarderà anche in futuro al Governo come a un

crocevia del tutto e del suo contrario, se nemmeno l’esecutivo verrà percepito come risolutivo, allora lo sfilacciamento tra istituzioni e paese diverrà incolmabile.

La frustrazione rispetto a questi atteggiamenti, nel medio lungo periodo, non potrà che acuire la rabbia, la volontà di protesta fino a livelli irragionevoli e, quindi, poco governabili. Oppure, all’opposto, il disinteresse e la sfiducia lasceranno il posto alle soluzioni «fai da te». Le opposizioni, in questo contesto, devo trovare altre vie di originalità per canalizzare almeno le giuste proteste. In qualche modo, deve divenire più organico, più vicino, più schietto e intelligente il rapporto con la società; tale rapporto e confronto deve anche ampliarsi, non limitarsi alla raccolta di richieste ma introdurvi anche ragioni di chiarificazione sulle diverse responsabilità tra le parti politiche. Molto dipende da noi, dalla nostra responsabilità di singoli cittadini che cercano il bene comune: superiamo la «danza dell’oca» e torniamo a camminare con i piedi per terra e gli occhi al cielo.

Nordisti. Nella città veneta, Pdl e Pd votano insieme un provvedimento che discrimina i professori meridionali

A Vicenza è nato il razzismo bipartisan di Gabriella Mecucci nato il razzismo bipartisan. Pd e Pdl uniti nella lotta contro i meridionali. Il consiglio provinciale di Vicenza ha approvato una mozione, votata da entrambi i partiti, con la quale si dice no ai dirigenti scolastici del Sud. Ce ne sono già troppi – commentano i consiglieri – e c’è il rischio che i prossimi settanta posti vengano assegnati di nuovo a personale proveniente dal Sud. Naturalmente nessuno vuol sentirsi definire razzista. La mozione non nasce da atteggiamenti antimeridionali – spiegano – ma dal fatto che almeno due regioni del Mezzogiorno hanno calpestato le regole. Nel concorso del 2004 infatti sono state distribuite più idoneità di quante ne fossero disponibili. Il governo Prodi fece il resto consentendo la mobilità interregionale e quindi frotte di “idonei” del Sud sbarcarono al Nord: in Veneto il sedici per cento dei dirigenti scolastici è oggi, a causa di questo meccanismo “perverso”, di provenienza meridionale. Mentre non ci sono più “idonei”settentrionali.

È

darsi che idea abbiano del funzionamento dello Stato il Pdl e il Pd di Vicenza. Se due regioni hanno infatti commesso alcune illegalità, si ricorre a chi di dovere per riportare la situazione all’interno della legge: ci sarà pure un’autorità competente a vigilare sui concorsi per dirigenti scolastici? Ma a Vicenza vanno per le spiccie: preferiscono fare da loro. La cultura leghista è ”passata” non solo

«Dovevamo soltanto correggere una situazione squilibrata», si sono subito difesi i consiglieri. L’intelleranza va di moda a destra come a sinistra

Ammesso e non concesso che questa spiegazione sia vera e accettabile, c’è da doman-

nella maggioranza (cosa ormai vera un po’ dappertutto) ma anche nel partito più forte d’opposizione. Ricordate il sindaco “rosso”di Padova, Flavio Zanonato che costruì un muro di separazione dagli immigrati per evitare lo spaccio? Fu una decisione molto discussa, ma la sua politica ha pagato elettoralmente, tantochè è riuscito a battere alle recenti amministrative il candidato del centrodestra. Un vero colpaccio: è uno dei pochi sindaci rimasti al Pd nel Nord Italia.Visto che le cose vanno così – devono aver pensato i democratici di Vicenza – tanto vale adeguarsi. Anzi, mettersi in prima fila e scavalcare a destra

Zanonato. La maggioranza propone una mozione dal sapore razzista? Meglio votarla, chissà che la prossima volta non piazziamo alla Provincia un presidente nostro. Dopo aver attaccato a testa basso il sindaco di Treviso Gentilini, adesso il Pd si ispira alle sue gesta. Un dietrofront clamoroso.

Può darsi che lì per lì porti anche qualche risultato positivo, ma – attenzione – rincorrere la Lega sul suo terreno non è saggio. Anche perchè Bossi e Gentilini hanno il copyrighit di certe scelte politiche: sono stati i primi a farle e le hanno sostenute anche quando la grande stampa gli dava addosso oltre il limite del dovuto. Adesso sono rimasti pochissimi coloro che, magari con più moderazione e prudenza del passato, criticano il Carroccio. E così la Lega ha proprio vinto: quello che dice ormai lo pensano e lo fanno tutti. Anche gli oppositori. Una volta si sarebbe chiamata egemonia culturale.


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ibertà di tabacco per i soldati americani in guerra contro al Qaida! Probabilmente timoroso di una sommossa, il Pentagono ha per il momento respinto una proposta volta a proibire il fumo ai propri dipendenti. «Oh, there was an old soldier and he had a wooden leg/ He had no tobacco, no tobacco could he beg/ Another old soldier, as sly as fox/ He always had tobacco in his old tobacco box». Sull’aria della popolare square dance “Turkey in the Straw”, questa canzone del tempo della Guerra di Secessione parla di un vecchio soldato con una gamba di legno che «non aveva tabacco, non poteva mendicare tabacco»; a differenza di un altro vecchio soldato che, «scaltro come una volpe», aveva per questo «sempre tabacco nella sua vecchia scatoletta». La canzone prosegue raccontando di come il primo vecchio soldato chiese al secondo un pezzo di tabacco, e il secondo sbottò allora «prima dovrebbe impiccarmi!», facendo poi pure una predica: «risparmia i tuoi soldi e metti da parte le tue pepite/ e avrai sempre tabacco nella tua vecchia scatoletta» («save up your pennies and put away your rocks/ and you’ll always have tobacco in your old tobacco box»). Al che «il primo vecchio soldato, tutto offeso», minaccia: «te ne pentirai, vedrai!». «E andò in un angolo, prese il suo fucile da un sacco/ e trafisse l’altro soldato con una scheggia della sua gamba». («And he goes to the corner, takes a rifle from the peg,/ Stabs the other soldier with a splinter from his leg»).

L

Morale della favola: attenzione a lasciare i soldati in guerra senza fumo! E non solo nell’esercito dello Zio Sam, d’altronde. «Il sigaro, voi sapete, è altrettanto necessario a chi fuma, quanto l’acqua a chi ha sete. E poiché i nostri soldati fumano tutti, è urgente non far mancare loro il sigaro, come non si dovrebbe far mancare loro l’acqua se avessero sete», spiegava un volantino diffuso a Roma il 16 giugno del 1915 a cura di un Comitato Nazionale per i Sigari ai Combattenti. «Voi sapete che i nostri Alpini, questi gloriosi difensori delle Porte d’Italia, questi silenziosi eroi dei nostri valichi e delle nostre cime, possono combattere anche 48 ore senza toccare il loro rancio, se hanno una cicca fra i denti da masticare. Ebbene, vorreste voi far mancare la prediletta cicca ai nostri Alpini mentre tirano l’estremo colpo contro l’aquila bicipite, che ancora ingombra il nostro cielo? E voi anche sapete che, sotto la tenda, quando cala la se-

Spariamoci un si di Maurizio Stefanini ra, il soldatino che ha fatto il giorno il suo gran dovere verso la Patria, corre col desiderio dietro l’azzurra spirale del suo sigaro alla piccola casetta lon-

tana dove la dolce famiglia pensa e parla di lui...». Eccetera. Durante la Guerra di Crimea una popolare teoria colloca l’invenzione della sigaretta, anche

se la cosa è contestata (vedi box). Pure durante la Grande Guerra si sarebbe affermata la superstizione secondo la quale il terzo ad accendere una sigaretta con lo stesso fiammifero ne avrà una disgrazia: che in realtà all’origine era però una semplice precauzione empirica, nel senso che il primo fumatore in trincea dava al cecgaritos fallì quasi subito, e sorte simichino nemico l’opportule ebbe la prima fabbrica artigianale nità di accorgersi della luaperta in Francia nel 1829. Sempre in ce, col secondo prendeva Francia nel 1841 si lanciò la parola cila mira, ed era il terzo a garette e nel 1843 si iniziò una fabbriessere colpito! E per evicazione regolare, sospesa però nel tarlo si diffuse appunto 1849 per eliminare le giacenze accul’accendino (vedi box). mulate. Se non furono Sono d’altronde indissodavvero i soldati della Guerra di Crimea a invenlubilmente associate al sitare le sigarette, dunque, garo le icone di popolari furono però certamente condottieri come Giuseploro i primi a usarle maspe Garibaldi, Winston sicciamente fuori dal Churchill, Fidel Castro o mondo ispanico: probabilErnesto Che Guevara, mente, fu la combinazione mentre si deve a due aptra la disponibilità dei tapassionati fumatori di pibacchi biondi greci e turchi e quella di cartine da cartuccia a favorire il decollo. Già nel 1856 faceva sensazione il giovane corrispondente di guerra Laurence Oliphant che di ritorno dalla Crimea si mise a fumare sigarette in pubblico. In seguito, sarebbe stata la Grande Guerra a favorire il lancio definitivo. Rappresentante appena lo pa come il generale Dou0,3% di tutti i consumi di tabacco itaglas MacArthur e l’ammiliani nel 1880, le sigarette arrivano al raglio Frank Jack Fletcher 5% nel 1900, al 26,4% nel 1920, al 49% nel 1930, al 77,9% nel 1950 e al il merito principale della 98% nel 1980. vittoria americana sui giapponesi nel fronte del

Come il “cigaritos” ha soppiantanto il sigaro nel consumo mondiale di tabacco La leggenda: un giorno durante la Guerra di Crimea un soldato si trovò la pipa distrutta per un colpo di cannone (ma una versione alternativa parla di un colpo di fucile). Prese allora il tabacco, lo avvolse nella carta sottile delle cartucce, e inventò così la sigaretta. In realtà, già il primo indigeno che i marinai di Colombo scoprirono a fumare stava usando tecnicamente una sigaretta ante-litteram, anche se aveva avvolto il tabacco in una foglia di mais invece che di carta: comunque non ci aveva messo attorno una foglia di altro tabacco, tratto distintivo del sigaro. E le sigarette, in spagnolo papelitos cioè “cartine”, erano di certo già ampiamente diffuse in Spagna e nelle sua colonie nel XVI secolo, anche se per la prima documentazione iconografica dobbiamo aspettare un dipinto di Goya del 1777. Risale invece al 1812 il primo tentativo di trapiantare l’uso fuori dal mondo ispanico. Ma il commerciante tedesco di ritorno da Cuba che provò a lanciare ad Amburgo i papelitos dando a loro il nuovo nome di ci-

Nelle foto grandi, il generale Douglas MacArthur. Nelle foto piccole, da sinistra: Ernesto Che Guevara; Fidel Castro; Winston Churchill; Giuseppe Garibaldi

Pacifico. Più indietro nel tempo, i soldati sudisti erano strettamente associati al tabacco da masticare, tant’è che per molti anni l’industria americana del tabacco fu dominata da ex-ufficiali confederati, come il famoso

Mentre la società Usa è sempre più smoke-free tra i militari in servizio i fumatori continuano ad aumentare. E tra il personale in prima linea sono il 50% George Washington Helme. E Napoleone era un noto intenditore di tabacco da fiuto. Più vicino a noi, alcuni dei problemi dei fucili M-16 in Vietnam sono stati attribuiti alla moda che su era


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cano di Medicina all’Università della North Carolina Stuart Bondurant.

Il Pentagono costretto a rinunciare all’idea di vietare il fumo ai soldati americani. Ecco la storia di un “vizio” associato, da sempre, alla figura di condottieri e uomini in uniforme

igaretta! aerei e ristoranti, entro i prossimi 20 anni. Secondo l’Institute of Medicine (Iom), infatti, il 30% di personale militare che continua a fumare provocherebbe al Pentagono costi economici «molto elevati»: oltre 1,6 miliardi di dollari all’anno tra cure mediche pere riparare i danni del tabagismo, ricoveri ospedalieri e conseguenti giorni di lavoIn origine era l’acciarino: quello a ro perduti. Unica concessfregamento, basato sul calore sprigionato dalla frizione fra due pezzi di legno l’uno più duro dell’altro; o quello a percussione, di selce o calcedonio o pirite. Entrambi necessitanti un’esca, che il corredo dell’Uomo di Similaun ha confermato essere già nella Preistoria quel tipo di funghi secchi poi usati fino a tutto il Medio Evo. I romani sviluppano un acciarino di sione, vista l’«associazioferro da battere sulla pietra, che dal ne di lunga data tra il fumo XII secolo inizia a venire fatto di ace l’immagine del guerriero ciaio: da cui, appunto, il senza paura»: l’estrema termine “acciarino”. Tra il gradualità del passo, che Cinquecento e il Seicento però il Pentagono aveva in l’esperienza della prime principio giudicato perfetarmi da fuoco ispira vari tamente «fattibile», e antentativi di rendere autoche auspicabile. I soldati matico il gesto fastidioso fumatori, avvertiva il rapdi battere l’acciarino, atporto, oltre a essere genetraverso il ricorso a ruote ralmente meno in forma ci dentate, cremagliere o vedono meno bene di notmolle. Ma sia l’accendino a pistola te e si riprendono più lenche quello elettrostatico di Lorentz, tamente dalle ferite. «Queun getto di idrogeno infiammato da sti soldati mettono a riuna scintilla prodotta da un elettrofoschio le loro vite due volte: ro in miniatura, sono pericolosi quanuna al servizio del loro to non mai. Per ridurre i rischi, nel Paese e l’altra al servizio 1830 c’è la trovata che trasforma l’edel tabacco», ha infine sca in uno stoppino intrecciato senza sentenziato il presidente della Commissione, il De-

«Il tabacco è un impegno a lungo termine – uccide lentamente e insidiosamente». Come aveva spiegato la portavoce del Pentagono Cynthia Smith all’Afp, «la cosa è fattibile attraverso lo sviluppo e l’esecuzione di un piano comprensivo come raccomandato dal rapporto dello Iom. Cercheremo di fare uso delle indicazioni ed delle raccomandazioni della Commissione per risolvere le nuove sfide inerenti alla salute e alla preparazione del personale militare». Ma ha senso il salutismo esasperato per gente che rischia da un momento all’altro di prendersi una pallottola? Il fatto è che mentre la società americana si faceva sempre più smoke-free il numero dei fumatori tra i militari in servizio è venuto invece aumentando dal 1998 in poi, e raggiungerebbe oggi il 50% tra il personale effettivamente in prima linea, in Iraq e in Afghanistan. Dopo quattro giorni di dibattito e allarme, dunque, constatate evidentemente le allarmate reazioni delle truppe in prima linea un altro portavoce del Pentagono di nome Geoff Morrell è venuto a smentire quanto la sua collega aveva fatto capire. In particolare, ha chiarito che per lo meno nelle zone di guerra il bando al fumo non è all’ordine del giorno. «Ovviamente, la nostra preferenza sarebbe per avere una forza che non abbia bisogno di usare tabacco», spiegato. «Ma i nostri soldati in Iraq e in Afghanistan stanno già facendo abbastanza sacrifici, per potergliene chiedere anche questo aggiuntivo!». Dunque, «il Segretario alla Difesa Robert Gates non ha intenzione di aggiungere problemi di umidità: contenuto in un agli stress che le truppe astuccio dotato di una rotella che soffrono lo stress aggiuntispinge lo stoppino fuori quando lo si vo di dover rinunciare al deve accendere e lo fa poi rientrare fumo». Ciò non vuol dire per soffocare la fiamma. Nel 1878 è che delle conclusioni del brevettata la pietrina di Auer von rapporto non sarà tenuto Melbach: lega di ferro e cerio che conto. Ma si cercherà di riproduce scintille quando è percossa o durre l’uso di tabacco tra i strofinata con un pezzo di acciaio.Atmilitari senza ricorrere a torno allo stesso periodo si afferma metodi coercitivi. anche la benzina.A questo punto, tut«Voi forse, senza accorto è pronto per la rotella: piccolo pezgervene, avrete letto fino a zo di acciaio cilindrico e rigato cui si questo punto col sigaro in imprime un movimento bocca il nostro maniferotatorio con il dito e che sto», concludeva il già cisi sfrega contro la pietrina. tato appello del Comitato La scintilla che si sprigioNazionale per i Sigari ai na va a infiammare lo Combattenti. Ebbene, vuostoppino che sporge nella tate il vostro portasigari e parte alta dell’apparecil vostro portasigarette chio e resta costantemenperché ci vogliono anche te imbevuto perché l’altra le sigarette - per i nostri estremità pesca nel serbasoldati. E anche il vostro toio della benzina. Ma diffusione e portamonete, e quello dei perfezionamenti definitivi dell’accenvostri amici, o nemici di iedino si devono ai fanti della Grande ri: oggi non sono più nemiGuerra: la vita nell’umido delle trinci fra italiani e italiani. E cee rende difficile l’uso dei fiammifemandateci molto denaro! ri, i cecchini rendono pericolose le Perché i soldatini sono fiammelle troppo lunghe, e le lunghe molti e hanno bisogno di ore di noia aguzzano l’ingegno. fumar molto in faccia allo straniero insolente!».

Dall’acciarino all’accendino (grazie ai fanti della Grande Guerra)

Si deve a due appassionati fumatori di pipa come il generale MacArthur e l’ammiraglio Fletcher il merito principale della vittoria sui giapponesi nel Pacifico diffusa tra i soldati americani, di usarne le canne per fumarci hashish e marijuana. Insomma, “farvisi le canne”, nel senso più letterale del termine. Insomma, il fumo ha fatto la storia delle guerre, e le guerre hanno fatto la storia del fumo. E per i soldati americani, poi, proprio la loro ampia disponibilità di sigarette da regalare ai civili, assieme alle tavolette di cioccolata o alle scatolette di carne, fa parte della leggenda e del mito dei liberatori d’Europa della Seconda Guerra Mondiale. Ma lo scorso 11 luglio il rapporto di una commissione istituita dal Pentagono e dall’Us Veterans’Administration aveva proposto formalmente di rendere anche le Forze Armate “smoke-free”, peggio di


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Il ritratto. Il 20 agosto l’Afghanistan andrà alle urne per scegliere il successore di Karzai (che potrebbe restare...)

Il candidato sotto la tenda Ramzan Bashardost, deputato, ex ministro, vive come uno sfollato e punta alla presidenza di Laura Giannone Afghanistan ha molte facce, spesso di difficile interpretazione. Ma due sono assolutamente chiare: una viene dall’estero ed è stata sintetizzata ieri dal vicepresidente Usa Joe Biden: «la guerra in Afghanistan è negli interessi degli Usa e della Gran Bretagna e vale non solo gli sforzi che facciamo ma anche i sacrifici che ancora ci saranno». È la lunga guerra ad al Qaeda, al momento concentrata al confine con il Pakistan. L’altra faccia è quella afghana, assolutamente frammentata, ma in questo momento più chiara perché sottoposta alla prova del nove: le elezioni che si terranno il 20 agosto. 41 i candidati, meno di 6 i “papabili”, uno di questi è un outsider: Ramzan Bashardost.

L’

Come molti afghani colpiti dalla guerra, negli ultimi quattro anni Bashardost ha vissuto in una tenda. Ma a differenza delle migliaia di persone in fuga dalle regioni dominate dai talebani, l’ex ministro per la Pianficazione del governo Karzai è convinto di poter diventare il prossimo presidente dell’Afghanistan. Bashardost, il primo ad annunciare la sua candidatura cinque anni fa, parteciperà, come indipendente, alle elezioni presidenziali del 20 agosto. Per essere un politico che vive come uno sfollato, ha organizzato molto bene la sua campagna elettorale: gruppi di volontari distribuiscono volantini e manifesti nelle 34 province del paese, tre segretari rispondono alle telefonate che riceve in parlamento, due guardie proteggono la sua tenda. Laureato in Francia,

quest’avvocato di 43 anni in passato distribuiva buona parte dei duemila dollari del suo stipendio da ministro ai poveri che andavano a trovarlo nella sua tenda.

«Ho sempre dato parte del mio stipendio alle vedove, agli anziani e agli orfani, e continuerò a farlo. Ma per un po’ dovrò concentrare le mie risorse sulla campagna elettorale», ha detto a un giornalista inglese mentre stava seduto su una piccola sedia in plastica davanti alla tenda polverosa e malridotta. Piantata di fronte al parlamento, gli serve sia da casa sia da ufficio. Senza nessun dubbio, Bashardost è il candidato che si sta muovendo di più negli ultimi tempi. Si

ciato un piano per mandare via dal paese duemila ong e ha attaccato duramente i compensi troppo alti dei ministri. A quel punto il presidente Karzai, forte dell’appoggio della comunità internazionale, l’ha silurato costringendolo alle dimissioni. I paesi donatori sono spesso accusati di sprecare gli aiuti umanitari. In un rapporto pubblicato nel giugno del 2008, l’organizzazione indipendente Integrity watch Afghanistan (Iwa) sottolinea che su cento dollari di aiuti, in genere ai cittadini ne arrivano solo venti. Il resto del denaro è usato per i prodotti, i servizi e il personale provenienti dall’estero, oltre che per la sicurezza delle agenzie umanitarie. E tutto questo toglie lavoro agli

Generoso e fortemente critico verso la corruzione è diventato molto popolare. Quand’era ministro si è scontrato con il presidente in carica per aver cercato di smantellare centinaia di Ong è formato tra Iran, Pakistan e Francia. Nel libro Basic Political, Military and Diplomatic Laws of Afghanistan, ha ricostruito la storia legislativa del suo Paese dal 1225 a oggi, guadagnandosi un premio alla Accademia di Scienze Politiche francese. Generoso e aspramente critico verso la corruzione è diventato molto popolare. Quand’era ministro si è scontrato con il presidente Hamid Karzai dopo aver cercato di smantellare centinaia di associazioni caritatevoli: secondo lui erano corrotte e nepotistiche, perché pagavano stipendi esorbitanti ai loro dipendenti. Nel 2005 ha annun-

afghani. La corruzione in Afghanistan è diffusa a tutti i livelli, dal capo della polizia provinciale, che avrebbe pagato centomila dollari per ottenere il posto, al funzionario governativo di alto grado accusato di avere rapporti con i gruppi di narcotrafficanti.

Secondo l’Iwa, i cittadini afghani pagano in media cento dollari all’anno di tangenti per accedere a servizi di base come l’elettricità, in un paese dove si vive con meno di un dollaro al giorno. Gli afghani, sostiene Bashardost, sono così stanchi della corruzione che voteranno in massa per lui. Ma a sentire il

tamtam di voci della gente, non ha grandi chance, a meno che il presidente degli Stati Uniti, Hussein Obama, (fcome lo chiamano in molti paesi musulmani, omettendo il nome Barack) non decida di appoggiarlo e sostenerlo economicamente. Nonostante le decapitazioni, le discriminazioni nei confronti delle donne e le altre politiche repressive adottate dai telebani, molti afghani rimpiangono la linea dura degli integralisti islamici contro la corruzione. Per questo la campagna di Bashardost piace. Molti afghani accusano Karzai di non essersi abbastanza impegnato per eliminare le tangenti e la corruzione endemica. Anche se poi sono spesso gli stessi che lavorano per le immense piantagioni di oppio (unica fonte di sostentamento), alla base dei traffici e delle tangenti di cui sopra. Il vicepresidente Usa Joe Bi-

den, si è recentemente alzato dalla sedia ed è andato via da una cena ufficiale, quando ha sentito dire al presidente Karzai che la corruzione non era un problema afghano.

Il presidente afghano, che proprio ieri ha cominciato la vera campagna elettorale annullando il primo importante tele-dibattito e mettendo a rischio l’intero parterre del programma che deve andare in onda sulla popolarissima Tolo Tv, è in calo di consensi (un sondaggio di Abc news, dal 2005 al 2009, ha visto precipitare la sua popolarità del 30%, e non è un mistero che l’amministrazione Obama non lo ami affatto e abbia anche tentato di “scaricarlo”a inizio mandato), e la corruzione è il primo motivo addotto dai suoi concittadini per il crollo di gradimento. Peraltro, sono in molti ad avere letto nella


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Ramzan Bashardost davanti alla sua tenda, di fronte al Parlamento di Kabul. In alto: militari afghani mostrano un carico di armi sequestrate ai talebani; un ufficiale della squadra antidroga brucia tonnellate di oppio confiscate nelle campagne; una mazzetta di dollari. Bashardost ha fatto della lotta alla corruzione il leit motiv della sua campagna presidenziale (a sinistra un suo manifesto). Sotto, Hamid Karzai

Formatosi tra Iran, Pakistan e Francia, ha ricostruito in un libro la storia legislativa del paese dal 1225 a oggi, guadagnandosi il premio dell’Accademia di Scienze Politiche francese

cancellazione della locale Tribuna politica, un segno di debolezza: ovvero l’intenzione di non doversi confrontare con gli avversari più temibili: l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah e l’ex ministro delle Finanze Ashraf Ghani. Come candidato indipendente, Bashardost non è mai stato sulla lista degli invitati al talk show. Jahid Mohseni, direttore generale del Moby Group, editore di Tolo, ha detto: «L’Afghanistan è ovviamente una nuova democrazia, e abbiamo un sacco di limiti in termini di comunicazione e infrastrutture. Non abbiamo potuto invitare tutti, ma pensavamo che un dibattito in tv fosse utile - ha aggiunto - perché supera le barriere della cultura e dell’alfabetizzazione, e i candidati possono raggiungere gli elettori direttamente nelle loro case».

Bashardost ha evitato le trappole in cui spesso finiscono i politici afghani: le belle macchine, le case lussuose e gli stipendi che possono raggiungere anche i 25mila dollari al mese. Per questo, dopo aver dato le dimissioni, è rimasto senza un soldo. «Ho detto chiaramente che per un ministro quei privilegi erano fonte di corruzione», ha speigato. «Quando me e sono andato le persone hanno continuato a stimarmi. Non avevo un casa,

così ho chiesto al sindaco di Kabul se potevo piantare una tenda nel parco. Lui mi ha detto sì. Due anni fa, quando sono stato eleqtto al parlamento, non è stato difficile convincerlo a spostarla davanti al Parlamento. E qui ancora sono». A Bashardost piacerebbe avere una casa, una macchina e una moglie, ma dice che sono lussi che si permetterà quando non dovrà pagarseli con l’aiuto della comunità internazionale e le tasse dei poveri. Ritiene suo dovere vivere nella stessa condizione della gente comune. Per farsi conoscere dagli afghani della diaspora, ha rilasciato interviste televisive ad alcune emittenti negli Usa, Canada ed Europa. È ha messo in piedi un sito (anche in lingua inglese, www.ramzanbashardost.com) per po-

ter raccogliere fondi utili alla competizione elettorale. Ramzan Bashardost, che guida una scassata Suzuki nera del 1991 con il parabrezza rotto, definisce i suoi avversari delle marionette manovrate dagli americani e sottolinea che la loro unica arma è l’appoggio di Washington. La sfida, però, si annuncia difficile perché tra gli altri candidati ci sono vari pesi massimi: olte a Karzai, ci sono l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah e l’ex ministro delle Finanze Ashraf Ghani. In un secondo tempo hanno annunciato la loro candidatura anche l’ex ministro dell’Interno Ali Ahmad jalali, un altro ministro delle Finanze, Anwar Ul-Haq Ahady e il governatore della provincia di Nangarhar, nell’est del paese, Agha Gul

Sherzai. Ovvero l’uomo che Obama, durante il suo viaggio in Afghanistan un anno fa, incontrò per primo snobbando Karzai.

Bashardost ha promesso di eliminare la corruzione riformando il sistema politico dell’Afghanistan. Se vincerà le elezioni (e le sue chance sono basse, soprattutto perché non poggia su un sistema di alleanze con cui poter salire al governo) nominerà funzionari pubblici esperti, indipendentemente dall’origine etnica o dalle convizioni politiche. Si è inoltre impegnato a tagliare gli stipendi ministeriali per aumentare quelli degli agenti di polizia, che in genere non godono di buona reputazione presso i cittadini. «Gli afghani non amano la corruzione, la subiscono. Il denaro che arriva dall’estero è sufficiente per ricostruire l’Afghanistan. Gli americani si sforzano di costruire la democrazia e di rispettare i diritti umani, ma sostengono anche dei criminali» ripete Bashardost. Anche se diventerà presidente, assicura, continuerà a vivere nella sua tenda: «Perché dovrei muovermi? Il mio posto è vicino al parlamento, dove posso rimanere in contatto con le persone. Così non devo neanche prendere la macchina per andare al lavoro». Forse non ce la farà, ma comunque ci voleva.


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L’analisi. Per l’ex ambasciatore Usa all’Onu, il Congresso ha sbagliato a divulgare i piani per l’eliminazione dei capi di al Qaeda

Il diritto di combattere il terrore di John R. Bolton a scorsa settimana, l’amministrazione Obama e la sua maggioranza congressuale hanno commesso un grossolano errore cancellando, facendo trapelare e quindi decidendo di esaminare attentamente un programma strettamente riservato per l’eliminazione dei capi di al Qaeda. Sebbene molti particolari rimangano all’oscuro dell’opinione pubblica, la controversia mette chiaramente in luce la visione da parte del Presidente Obama del proprio ruolo di Comandante in Capo. Prendiamo in esame la supposta moralità di pratiche quali l’utilizzo delle agenzie di intelligence al fine di tentare di eliminare o catturare alcuni fra i principali terroristi. Nel parossismo congressuale seguito alle dimissioni del presidente Nixon a causa dello scandalo Watergate, le commissioni di Congresso e Senato esposero con grande gioia e con dovizia di particolari le operazioni sotto copertura condotte in precedenza, ivi compresi presunti complotti ai danni di alcuni leader stranieri. Quantunque i tentativi di omicidio non abbiano quasi mai rappresentato una pratica comune, e raramente abbiano avuto successo, i legislatori democratici hanno esperito sforzi considerevoli per proibirli tout court. E proprio per evitare misure ancora più draconiane da Capitol Hill, il presidente Ford si oppose ad un decreto legge mirante a regolamentare tali azioni. Ford vinse la propria battaglia, con l’ulteriore vantaggio che il suo decreto e i successivi emendamenti vennero accuratamen-

L

te redatti per mantenere aperta l’ipotesi di eliminazione fisica, almeno in alcune circostanze. Oggi, molti deputati del Congresso si sforzano di dichiararsi offesi dalla prospettiva di “uccisioni mirate” dei capi di al Qaeda da parte degli agenti operativi dell’intelligence statunitense. Il perché mi risulta incomprensibile. Sin dai terribili attacchi dell’11 settembre, le forze militari statunitensi hanno correttamente e legittimamente operato con tutte le proprie forze per eliminare i terroristi e distruggere le loro infrastrutture. In ogni caso, è ovvio che nella guerra al terrorismo i leader di al Qaeda non si dispongano comodamente sui campi di battaglia, e pertanto gli sforzi clandestini dei vari servizi d’intelligence si adattano perfettamente alla “guerra nell’ombra” che i terroristi applicano di solito così bene.

quanto può supporre l’amministrazione Obama, la maggior parte dei cittadini statunitensi saranno stati molto sorpresi ed angosciati più per il fatto che il piano predisposto dalla Cia non sia mai stato messo in pratica che per il fatto che esso effettivamente esistesse. Ed è il motivo per cui il far trapelare informazioni sul programma attribuendone la “soppressione” all’ex vice presidente Cheney, istruendo in seguito un’indagine congressuale su vasta scala, è un atto che il Presidente Obama ed i suoi sostenitori rimpiangeranno presto di aver compiuto.

Una fuga di notizie è normale a Washington, spesso è usata da entrambi gli schieramenti: ma stavolta si è giocato davvero sporco

Ai terroristi poco importa di essere uccisi da agenti della Cia travestiti da contadini o da soldati con uniformi camuffate e stivali da combattimento sporchi di fango. Tanto l’11 settembre, quanto negli anni precedenti il crollo delle Twin Towers, l’America è stata attaccata con una brutalità senza precedenti, e noi abbiamo il diritto di rispondere per autodifesa, anche mediante attacchi mortali, fino a quando la minaccia agitata dai gruppi terroristici e dagli stati che li finanziano non potrà dirsi estinta. Negli Stati Uniti,

questi sono principi sia morali che legali. Gli americani credono fermamente nel principio secondo cui sia il governo a dover provvedere alla “difesa comune”, per citare i dettami costituzionali, e non hanno molta pazienza nei riguardi di quei politici che si dimostrano restii nel prendere le decisioni del caso, tanto per le questioni inerenti la difesa che l’intelligence. L’amministrazione Obama sembra voler ignorare - a suo rischio e pericolo tale diffuso stato d’animo. Quando e dove le operazioni clandestine, ivi compresi gli assassinii, possano sortire effettivi positivi è una domanda di non facile risposta, ma è un interrogativo a cui deve essere data una risposta fondata sulle attuali contingenze, e non su argomentazioni faziose e di bassa lega. In realtà, ed al contrario di

Il raid di un drone risalirebbe ad alcuni mesi fa

«Ucciso figlio di Bin Laden» Saad Bin Laden, il terzo figlio di Osama Bin Laden, potrebbe essere stato ucciso in un attacco aereo americano in Pakistan all’inizio dell’anno. Lo ha reso noto la radio pubblica americana NPR, senza specificare il luogo esatto del bombardamento. La probabilità che Saad Bin Laden, circa 30 anni e terzo figlio del capo di Al Qaeda, sia rimasto ucciso nell’attacco missilistico portato da un drone (aereo senza pilota) oscilla tra «l’80 e l’85%», ha

detto un alto funzionario del controspionaggio americano alla radio. Nel

gennaio del 2009 il dipartimento del Tesoro americano aveva congelato i beni di Saad Bin Laden sulla base del sospetto che appartenesse alla rete terroristica di Al Qaeda. Saad pare sia il responsabile dell’attacco in Tunisia nel 2002 a causa del quale morirono 19 persone. È sposato con una donna dello Yemen.

Una fuoriuscita di notizie è un fatto normale a Washington, una pratica comune a cui concorrono entrambi gli schieramenti politici; ma questa volta le indiscrezioni sono emerse per motivi di parte, motivi dannosi e totalmente indifendibili.A poco serviranno informative più dettagliate circa le operazioni clandestine, come proposto dalla speaker del Congresso Nancy Pelosi (una proposta su cui lo stesso Obama ha minacciato di opporre il veto). E dato che è proprio la speaker a non aver prestato debita attenzione a questo tipo di informative, nemmeno i dossier altamente riservati sembrano essere una risposta adeguata. Il Congresso ha semplicemente ribadito di volersi tenere lontano da operazioni segrete, la qual cosa denota una dolorosa volontà di nascondere la testa sotto la sabbia a nostro rischio e pericolo. Un’altra indagine piuttosto farsesca sulle operazioni clandestine potrebbe rallegrare gli estremisti anti-intelligence memori delle carneficine degli anni Settanta, ma ciò non dovrebbe dissuadere i sostenitori di robusti apparati operanti sotto copertura dall’accogliere positivamente un ampio ed energico dibattito sulla questione. Nella coscienza comune, noi abbiamo superato anche l’immane tragedia dell’11 settembre. Quello americano è un popolo forte, che guarda al futuro, ed a volte abbiamo semplicemente bisogno di ricordarci del nostro passato. Un dibattito aperto su come difendere noi stessi ed i nostri alleati dalla minaccia del terrorismo si rivelerebbe alquanto utile; un dibattito che ci ricordi qual è la posta in gioco, con che sorta di nemico dobbiamo misurarci, e perché è necessario continuare gli sforzi in tal senso. Il presidente Obama è un politico troppo intelligente per non comprendere che un acceso dibattito su al Qaeda distoglierebbe l’attenzione dai suoi disperati sforzi volti a portare a compimento le tanto auspicate riforme sul piano interno. Egli avrà modo di maledire il giorno in cui la sua amministrazione ha deciso di cancellare il mai applicato programma anti-terrorismo, per poi gongolare. E proprio a tal fine Obama ha probabilmente evocato lo scenario di un salutare dibattito pubblico sulla Guerra Globale al Terrorismo, dicitura che abbiamo bisogno di sentirci ripetere sempre più spesso.


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Chiusi i seggi, la polizia disperde i manifestanti

Il presidente è in difficoltà, ma la Russia lo appoggia

Kirgikistan: vince Bakiev ma la tensione è alle stelle

Dalla città santa di Qum fatwa contro Ahmadinejad

BISKEK. I brogli elettorali in Kirghizistan, denunciati con le urne ancora aperte, fanno presagire ulteriori focolai di crisi nel quadrante centro-asiatico. Ieri un corteo di elettori è sceso in piazza, nella capitale Bishkek, per denunciare le irregolarità commesse nel corso delle presidenziali. Pressioni e intimidazioni da parte delle autorità, uso indiscriminato del voto anticipato, voti multipli e schede inserite nell’urna per conto di persone assenti. Queste le denunce dei manifestanti. La tensione è salita immediatamente. La polizia è intervenuta con i lacrimogeni per disperdere il corteo. La giornata si è conclusa con un solo dato definitivo, il 73% di affluenza alle urne, in un contesto di nervosismo collettivo. In realtà, la conferma, ufficializzata, del presidente uscente, Kurmanbek Bakiev, era data per certa. Seppure affiancato da altri cinque candidati, il suo carisma non era fonte di discussione. Bakiev, 60 anni il primo agosto, ex dirigente della nomenclatura sovietica, aveva ottenuto il consenso popolare ponendosi alla guida della “Rivoluzione dei tulipani” nel 2005. Come riformista, aveva denunciato i casi di corruzione e criminalità all’interno della classe dirigente nazionale. Adesso però anche la sua amministrazione viene ac-

TEHERAN. «Governo al di fuo-

Il baratro (e l’ombelico) di Martine Aubry La crisi irreversibile del Parti Socialiste francese di Nicola Accardo

PARIGI. Nel baratro in cui precipita la socialdemocrazia in Europa, mentre il Pd cerca di darsi un leader salvifico, il Labour sa che perderà le prossime elezioni e perfino il Psoe di Zapatero ha perso fiducia alle ultime Europee, c’è chi sta peggio di tutti: il Parti Socialiste francese. A 40 anni dalla sua nascita il Ps è dato per morto da molti suoi esponenti, che invocano un cambiamento di stile, contenuti, chiedono perfino un nome nuovo. Il colpo di grazia l’ha dato il filosofo Bernard-Henry Levy: «Il Partito Socialista deve scomparire il prima possibile, dissolversi e sbarazzarsi di questo grande corpo malato. Il Ps è già morto anche se nessuno osa dirlo». Il segretario Martine Aubry? «È la guardiana di un edificio diroccato». Dopo giorni di silenzio e basso profilo la figlia di Jacques Delors ieri è uscita finalmente allo scoperto: «Il Ps non è finito, è in buona salute», ha detto ripetendo un ritornello che non è cambiato neppure dopo la disfatta alle Europee (16%, come i Verdi di CohnBendit). «Sono i nostri valori ad essersi indeboliti, come per l’intera socialdemocrazia europea. Parlo della solidarietà, dell’accompagnare l’individuo in ciò che può apportare alla società». Spalleggiata dagli “elefanti” come l’ex primo ministro Laurent Fabius e il presidente dell’Fmi Dominique Strass-Kahn, l’Aubry sta portando all’esasperazione gli esponenti giovani e i più liberali, stufi della staticità che immobilizza il Ps.

va tentato di calmare Valls, 47 anni, blairista di origini spagnole, testardo sostenitore di temi nuovi alla gauche, come la sicurezza dei cittadini e l’assunzione di responsabilità personale da parte di ognuno. «Non me ne vado e neppure taccio», aveva risposto Valls, che ha fondato un nuovo club detto “Sinistra ottimista” e ha annunciato la sua candidatura per sfidare Sarkozy nel 2012.

Lo psicodramma del Ps, che ricorda quello del Pd, ha quattro radici: l’incapacità di trovare un leader carismatico (è così dalla morte di Francois Mitterrand nel ’96), la latitanza di nuove alleanze (non al centro per pudore e neppure a sinistra per orgoglio), la dietrologia rispetto ai temi economici (il Ps non ha ancora accettato l’economia di mercato), infine l’isolamento delle nuove leve. Poi c’è un quinto fattore, sottolineato da Enrico Letta nel suo ultimo libro Costruire una cattedrale: di fronte a leader come Berlusconi e Sarkozy «l’ambizione di governare è venuta a mancare». Solo che mentre Berlusconi governa con la destra, Sarkozy ingaggia ministri socialisti come Bernard Kouchner al Quai d’Orsay e intellettuali di sinistra come Frederic Mitterrand alla cultura. Per questo la dissoluzione del Ps non sarebbe gradita al presidente francese, che reclutando gli scontenti si bea della sua politica di “ouverture”. Duecento deputati hanno in una lettera comune chiesto il “cessate il fuoco”. Persino Segolene Royal ha espresso solidarietà a Martine Aubry perché sa che questa situazione le fa comodo in chiave 2012. L’ex ministro JeanLouis Bianco ha chiesto a tutti i contestatori «di smetterla di guardarsi l’ombelico» e di farla finita «con questo istinto suicida». Il Ps ha ancora un largo margine di sconfitta: governa la maggior parte della grandi città, due terzi delle province e 20 regioni su 22. Nelle amministrative è rimasto imbattibile. Bisogna aspettare forse il 2010 e le elezioni regionali perché tocchi il fondo e scivoli nelle sabbie mobili.

Per alcuni un “albero secco”, per altri “caduto nella formalina”: i socialisti confidano in Manuel Valls, astro nascente

cusata degli stessi reati. Oggi il Kirghizistan è inserito nella lista dei regimi autoritari del centro-Asia. Un’etichettatura che l’Occidente non sembra voler cambiare. Anzi, per gli interessi nell’area condivisi tra Usa, Nato e Russia, risulta più importante che il Paese garantisca la stabilità invece che la trasparenza e la democrazia. Posizionato a nord dell’Afghanistan e non lontano dall’Iran, il Kirghizistan rappresenta il punto di transito settentrionale delle forze Nato, in alternativa a quello pakistano, di per sé instabile politicamente e insicuro per la presenza talebana sul territorio. È qui che si è insediata la base militare di Manas, sotto comando Usa. (a.p.)

ri da ogni legittimità islamica»; «illegitimo anche il suo insediamento»; il «Parlamento non deve accordare la fiducia al nuovo governo». Sono i titoli - riportati ieri dalla tv satellitare al Arabiya - di tre nuove fatwa: i vincolanti editti islamici emessi ieri dal grande ayatollah Assadullah Beiat Zanjani, uno dei più autorevoli religiosi di Qum, la città santa iraniana considerata alla stregua di un vaticano degli sciiti di tutto il mondo. Prima ancora di formare il suo esecutivo, Ahmadinejad, contestato vincitore delle presidenziali iraniane del 12 giugno scorso, appare sempre più in difficoltà, scrive il sito web dell’emittente saudita. Costretto

Qualche definizione: «albero secco», secondo l’ex ministro della cultura Jack Lang; «caduto nella formalina» secondo Arnaud Montebourg, 47 anni, strenuo sostenitore delle primarie popolari in stile PD; «in pericolo di morte», secondo il vero astro nascente, Manuel Valls, che al Ps vuole cambiare perfino il nome e per parlare da leader ha attraversato la Manica, con l’editoriale pubblicato martedì dal Financial Times (“Cambiare o morire: il dilemma della sinistra francese”). «Il Ps lo si ama o lo si lascia», ovvero smettila di criticare oppure vattene. Con questi toni Martine Aubry ave-

da una tempesta di critiche dei conservatori, mercoledì è stata la stessa guida suprema, Ali Khamenei, a sconfessare la nomina del consuocero di Ahmadinejad, Esfandiar Rahim Mashaie, alla carica di vice presidente. Ma le ambigue dichiarazioni del presidente sulle dimissioni di Mashaie, molto criticato per aver affermato di recente che l’Iran è «l’amico del popolo israeliano» stanno sollevando molti dubbi sulla reale autorità del suo sponsor politico, il grande ayatollah, Khamenei. Nel frattempo, ieri la Russia ha detto di non avere alcuna obiezione alla costruzione di nuove centrali nucleari in Iran, dopo l’entrata in linea dell’impianto di Bushehr prevista entro la fine dell’anno: ad affermarlo il ministro dell’Energia russo, Sergei Shmatko, intervistato dal quotidiano austriaco Die Presse. «È meglio cooperare con l’Iran piuttosto che lasciare che il Paese si isoli e perdere il controllo su quel che vi accade», Di parere opposto l’Ue, che ieri in una nota firmata da tutti e 27 gli stati membri, ha lanciato un appello per il rilascio di Clotilde Reiss, la ricercatrice universitaria francese arrestata il primo luglio dalle autorità di Teheran con l’accusa di spionaggio.


cultura

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Des Mois. Ricordi personali e suggestioni letterarie si intrecciano in ”Lavagna Bianca”, diario scritto da Piccioni nel 1963, che è anche la finestra su un’epoca

Tutti i graffi di un Leone Gli incontri con Gadda e Montale, il jazz di Mingus e l’insonnia: ritratto di un artista da giovane di Claudio Marabini avagna bianca dice il titolo del libro – o quaderno – che ci riporta il Leone Piccioni del 1963. E un titolo minore precisa, forse umilmente, che si tratta di un diario: esattamente del 1963 appunto, un anno scandito di mese in mese. E con la mente, e i tanti ricordi, riandiamo a quel tempo, a quegli anni, a quei nomi, a quelle persone, le quali ci hanno tenuto compagnia, mostrato i loro libri, le loro scelte attraverso i libri, e la loro vita, le scelte che nella vita essi hanno compiuto via via.

L

Piccioni ha scelto tutto un anno, quell’anno, e ha parlato di libri e di scrittori, e ha riflettuto su questo, scoprendosi, mostrandosi, in certo modo anche rivelandosi e andando oltre l’antica consuetudine di rivelarsi nella vita, di mostrarsi per quello che si è, e in maniera particolare, e anche coraggiosa, carica di coraggio morale: quel coraggio morale che secondo noi sta alla base della scelta e, dopo tanto tempo, la rende rivelatrice della persona stessa, delle sue idee, del suo “essere”, e delle idee e abitudini che negli anni lo hanno formato e orientato. Operazione rara e difficile che impone allo scrittore, nella sua gioventù, un esercizio di verità; che impone inoltre un particolare rapporto con la verità delle cose, le raccoglie, le esamina, le discute, ogni momento le mette a confronto con una verità che sembra voglia sempre sfuggire, e che finisce, o ricomincia, per tornare alla verità dello scrittore giovane e continuamente coinvolto, pronto a discutere davanti a ogni caso: che fatalmente diviene il caso di quella verità che ci investe e coinvol-

ge il giovane: il giovane che si fa uomo, che già è uomo e che sente vivissima la responsabilità morale di scegliere, di capire, di decidere, e di rivelarsi in pieno tra le cose che si fanno, maturano, e impongono a

«Mi pare che tutto quanto accade deve essere accolto per il fatto solo che accade. Una vita va consumata per come s’offre»

noi e soprattutto ai giovani una precisa idea e scelta. Lavagna bianca, dice il titolo di Leone Piccioni, col sottotitolo umile e giusto di Diario 1963, nel libro nato come quaderno del Circolo culturale Silvio Spaventa Filippi e curato da santino Bonsera. Si tratta veramente d una lavagna che innanzi tutto ci colpisce nei ricordi e che ci rammenta quanto il passato – ogni “passato” – ci investe e ci penetri, e ci induce, anche forzatamente, a rifare i conti non solo col nostro ieri ma anche con noi stessi. E in

fondo ci sembra utile e doveroso dire subito che il passato che Piccioni chiama a sé è tutt’altro che piano e comodo. Si tratta di un passato che Piccioni affronta direttamente e che gli è vicino, che investe la sua persona e il suo passato, le sue idee, e tutto quanto ha coinvolto la vita del nostro Paese: vita che impone ardui esami morali e politici, e anche revisioni. «Una lavagna pulita, intatta – lo so anch’io» (dice Piccioni) – «è nera, non è bianca. Ma non temo, per queste pagine, qualche imprecisione: stare anche un poco fuori dalle cose vere, che s’incontrano…». Così ha inizio il discorso e la riflessione dell’autore. Che tuttavia arriva presto a trovare il nostro presente fra le cose d’oggi (o di ieri: anche se si tratta di un passato che è in noi come in Piccioni) insieme a quella letteratura che è pane e vita per il nostro autore: e che subito sembra assalirci col nome e col ricordo di Pavese e Scott Fitzgerald. E non ci assale infatti: ci accompagna, ci rammenta tante cose, tanti ricordi, e tanti libri che appartengono al nostro passato e a quella grandissima avventura che è la lettura per noi e per tutta la nostra generazione. Ma il giovane Piccioni di allora ha appena iniziato il suo cammino. Ecco i nomi del suo tempo e di quella letteratura che tanto ha dato a noi e al nostro gusto del nuovo ma anche del collaudato: del certo, del valido e – diciamo la parola – del “bello” e “certo” nel valore e nello studio della letteratura che si rinnova confermandosi. Ed ecco i primi nomi di allora, ecco i Gargiulo, i Pancrazi, i De Robertis… Di

Nella foto grande, un’illustrazione di Michelangelo Pace. A sinistra, lo scrittore e critico letterario Leone Piccioni, autore di ”Lavagna Bianca Diario1963”, nato come quaderno del Circolo culturale Silvio Spaventa. A destra, dall’alto al basso, Italo Calvino, Giuseppe Ungaretti, Cesare Pavese e Carlo Cassola, tra i maggiori scrittori italiani del secolo scorso

allora e di oggi, delle nostre più vive letture… Ed ecco Baccelli, quindi Gadda… E dunque un maestro come Ungaretti. Quanti anni sono trascorsi...Ma, il giovane Piccioni, eccolo scoprirsi. «Auguri, Ungaretti, per questa sua vecchiaia luminosa, lucida e aperta, ancora avventurosa, ancora e sempre in movimento, con sete di curiosità, con stupefatte indignazioni, con bontà di bimbo…».

E c’è altro da scoprire! Nientemeno che il “jazz”. E non si tratta solo di letteratura. Si tratta di un mondo nuovo, o “diverso”, che ci aspetta tutti e ci invita, il quale investe un’intera generazione di giovani che guardano e aspettano. Ed ecco, dopo Ungaretti e il “jazz” – giustamente quel “jazz” che ha “fatto” una generazione (“fatta” nel senso pieno della parola, perché di quella si è nutrita) – un grande maestro di allora, forse dimenticato oggi: Italo Calvino.

Un maestro in apparenza “umile” e appartato, importante e vivissimo nei suoi libri, che segnò forse tutta una generazione, anzi un costume culturale e squisitamente letterario. Segnò un costume e anche una moda: i suoi libri costituivano novità attese, dicevano una parola nuova e diversa. Forse costituivano una nuova moda, un diverso bisogno di vivere la novità letteraria: o un “altro” tempo. Forse anche un’altra parola o nuovi bisogni. Altri libri, altre invenzioni. Un altro “tempo”, insomma, che potesse scoprire qualcosa in un mondo non del tutto antico o vecchio. Ma, il nostro Piccioni, eccolo a scoprire ciò che nessuno potrà mai scoprire, perché è in noi, come Piccioni sa tanto bene. Ed è il Leopardi che sempre torna dal nostro passato. «Né tu finor giammai quel che tu stessa – Inspirasti alcun tempo al mio pensiero, – Potesti, Aspasia, immaginar. Non sai – Che smisurato amor, che af-


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fanni intensi…». Ed è persino abbastanza facile salire da questa poesia al ricordo di Saba. «Certo che l’ultima immagine viva di Saba (e non mi è più uscita dalla mente) me la portò una sua lettera scritta da Gorizia dalla clinica San Giusto, dove un mese dopo si spense…».

Racconta Piccioni : «Sono andato a ricercare questa lettera (ne ricordavo l’inchiostro rosso con il quale era stata scritta) nella gran confusione dei miei cassetti… Poi ho capito il perché: la straordinaria somiglianza della sua calligrafia… con quella a me tanto familiare di Giuseppe Ungaretti…». Diceva Saba: «Giudicare non è nella mia natura…». E osserva Piccioni: «Così mi par di vedere che tutto quanto accade deve essere accolto per il fatto solo che accada…». E aggiunge: «Eppure una vita va consumata per come s’offre, per come la Provvidenza ce la propo-

ne». Con questa postilla: «Anche restando al di fuori da regole di religione… sempre m’è parso che limite dell’azione, dal punto di vista morale, dovesse proprio essere quello di non procurare male agli altri…». Dopo di che la riflessione si ferma sull’insonnia: a riprova, ce ne fosse necessità, che la lavagna bianca lascia anche la letteratura per il più semplice vivere: semplice e difficile, arduo anzi. «Soffro d’insonnia da qualche anno…», con questa postilla: «Pure… a lei docilmente mi consegno». E trovano spazio quelli che è giusto chiamare gli autori “più cari”. Ecco Landolfi e Gadda, due maestri che restano anche nella nostra memoria a mormorarci che la loro letteratura va anche ben oltre la loro pagina, come si richiede ai classici. «Ho incontrato Gadda la prima volta a Firenze sui Lungarni negli anni desolati della guerra… Lungarni ovviamente deserti, battuti dal vento».

Con una postilla luminosa. Dice il giovane Piccioni: «Ma vi si avventurava Giuseppe De Robertis per la sua passeggiata serale…». E si legge ancora: «Per noi giovanissimi gli incontri celebri erano fonte di grande emozione: incontravamo Montale, Gadda…. ». E ancora si legge: «I miei primi ricordi, i miei occhi desti si aprono su di una bella città di provincia, in Toscana: c’ero giunto bambino, in un’epoca di cui non ho memoria. E a lungo è stata la mia sola città….».

Ma la Lavagna bianca è anche onesta confessione. «Difetto, temo, di ironia. Difetto di quel modo di osservazione dei casi della vita che si chiama “spirito”. Credo di svelare sempre… le

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cose che mi stanno a cuore, di non essere spiritoso, di non avere ironia bastante. E mi spiace…». Ed è la franchezza, l’onestà letteraria e morale del nostro scrittore, che non conosce solo il mondo esterno ma anche se stesso, e sa mostrarsi esattamente come sa di essere. Sicché il libro, libro di preziosa informazione letteraria, è anche un libro di confessione e di esame di sé e delle proprie cose, incontrate nei non brevi anni: anche se il periodo più esaminato resta quello riguardante la giovinezza, quindi la formazione letteraria e morale. Ed ecco, nell’esame di sé e della propria esperienza, emerge la confessione di sé e delle proprie cose, delle scelte più segrete e vive: per esempio la musica e il “jazz”, e di “gospels”, e quindi Mingus e Ray Charles, in una scoperta continua e continuamente “rivissuta”. Ed ecco che si conferma la letteratura come continua conoscenza e scoperta in margine alla giovinezza, mentre i nomi più cari fioriscono da Delfini, De Robertis, Cassola, sino a Bo e ad altri che hanno accompagnato la nostra formazione insieme alla giovinezza. E continua a vivere con noi, e dentro di noi , quella lavagna bianca che ormai ci tiene compagnia e che disegna la linea della nostra maturazione e formazione. Dove il bianco della lavagna è ormai per noi un segno fausto di giovinezza e di scoperta oltre che di maturazione. E in fondo questo ci suggerisce Piccioni come affacciandosi dalla sua giovinezza: che si trae insegnamento non solo dalle esperienze della giovinezza, ma da tutto quanto accende il nostro interesse e la nostra curiosità. E aggiungiamo noi, lettori appassionati, da quanto questa curiosità abbia raccolto dalla più viva esperienza della vita, che è poi una cosa sola con la giovinezza.

Sono anni giovani che Piccioni ci offre. Sono anni di vita e di scoperte: essendo a quel tempo una grande scoperta la vita stessa, e ogni giornata affacciandosi a noi nel sogno della vita e della passione. Piccioni è ben maturo anche in quegli anni giovani: ma la maturità si unisce alla bellezza delle cose nuove e giovani allo stesso tempo. E quello che ne esce è questo libro fatto insieme di maturità e di giovinezza, di cose nuove e belle, ma sempre cose da cui si può apprendere e scoprire, e quindi anche imparare. Un libro di scoperte, dunque, e un libro di confessione. E infine è la lezione della verità a unirsi a quella della scoperta, che resta alla base di questa lezione raccolta dalla vita stessa, e dalla sua ricchezza. È sempre la gioventù a farci il dono. E il giovane scrittore ne ricava esperienza e vita.


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Brividi. Il grande scrittore sta lavorando sul giallo di Perugia ohn Grisham vuole fare l’italiano. Sarebbe la seconda volta. Il romanzo The Broker l’ha ambientato a Bologna, saccheggiando dalle guide turistiche le abitudini gastronomiche degli emiliani. In primis i tortelloni e il Lambrusco. Poche cosette a contorno di una vicenda che non era proprio all’altezza dell’innovatore del legal thriller. A tal punto che sia lettori che critici gli hanno garbatamente consigliato di abbandonare strade che non sono ben tracciate, o solo abbozzate (ma anche questo caso non basta, per uno che vuole mantenere la qualifica del numero uno) nelle sue vene letterarie, intrise di diatribe penaliste e di labirinti.

J

Ora pare, almeno in teoria, che le premesse ci siano, per evitare facili manierismi ambientali. Grisham, forse e anche perché è americano, è molto attratto dall’intricata vicenda processuale di Perugia che vede sul banco degli imputati la fanciulla yankee, apparentemente candida, contraddittoria (le testimonianze lo hanno accertato) e con una personalità che a parer di molti cronisti è a dir poco enigmatica: Amanda Knox. È accusata di aver ucciso la compagna universitaria e connazionale Meredith Kercher, con la partecipazione del suo fidanzato Raffaele Sollecito (altra “faccia pulita”, la qual cosa complica il meccanismo mediatico), durante un confuso festino a base di droga, violenza e sesso multiplo. Grisham si dichiara innocentista – da ex avvocato non può che partire da lì – ma aggiunge di «volerci vedere più chiaro». Motivo per il quale non è escluso che lo si vedrà spesso mischiato al pubblico che segue le fasi dibattimentali nell’aula umbra. Sa bene che le prove a carico di Amanda sono pesanti. Sa anche che la ragazza che compare in aula tutta “acqua e sapone” così da annacquare l’i-

Amanda e Meredith nella tela di Grisham di Pier Mario Fasanotti potesi che sia una dark lady mascherata. Grisham è sinceramente incuriosito dalla lentezza della macchina della giustizia italiana: «Il processo sembra interminabile!». I tempi di scrittura non saranno brevi, compatibilmente alla non brevità processuale. Sappiamo però che prima de La colpa di Amanda (titolo che inventiamo senza autorizzazione, ma non è detto che sia proprio quello),

uscirà un altro lavoro dalla penna-bancomat di Grisham, che è recentemente stato a Roma a presentare la sua ultima felice fatica, la ventesima: Il ricatto. (Mondadori, 390 pagine, 20 euro), già balzato in testa alla classifica dei più venduti. Come d’abitudine.

Grisham ha venduto cento milioni di libri, iniziando con Il momento di uccidere del 1989. Gli anni Novanta lo hanno consacrato come il bestsellerista numero uno, duellando, successivamente, con Dan Brown (Il Codice da

glio per chi si mette in testa di diventare autore famoso, e straricco – avverte che uno scrittore non deve essere assolutamente refrattario ai suggerimenti dati dal suo editor, che dev’essere disposto a correggere qua e là o addirittura parti intere della sua prosa, discutere la trama, piegarla eventualmente in modo non previsto inizialmente. Se dovessi riassumere graficamente il leitmotiv dei romanzi di Grisham, ex avvocato di provincia divenuto il sovrano del legal thriller, disegnerei una tela di ragno. Con dentro un insetto, impigliato e umiliato dalla vi-

del mattino fino a mezzogiorno. Sostiene che uno scrittore che intenta completare un libro leggibile, di buona fattura, e non noioso, debba scrivere almeno una pagina al giorno. Almeno una.

È nato, secondo di cinque fratelli, nel 1955 a Jonesboro, in Arkansas. Modesta famiglia del sud degli Stati Uniti: suo padre era operaio edile e coltivatore di cotone. Come capita spesso agli americani, la famiglia Grisham ha cambiato svariate residenze, finendo per trasferirsi nella piccola città di Southaven, nel Mississippi. La madre lo indusse a leggere un sacco di libri. Si appassionò a Mark Twain e a John Steinbek, narratore del quale ammirava soprattutto la chiarezza lessicale. Nel 1983 fu eletto per i Democratici alla Camera dei Rappresentanti del Mississippi. Per una decina d’anni ha esercitato come avvocato penalista. Il ricatto è avvincente. Quindi lo scopo di Grisham è stato raggiunto. È la storia di uno studen-

Da buon ex avvocato è innocentista: ma dice di «volerci vedere più chiaro». Probabilmente lo vedremo spesso mischiato al pubblico seguire il processo sul quale commenta: «Com’è lenta la vostra giustizia!»

Nella foto grande, lo scrittore americano John Grisham, autore seriale di bestseller come ”Il momento di uccidere”. In basso, la copertina de ”Il ricatto”, suo nuovo thriller

Vinci e Angeli e Demoni) e l’inglese Rowling (la lunga saga di Harry Potter). John Grisham è un uomo cordiale, severo con se stesso, consapevole di scrivere opere di intrattenimento e non la Divina Commedia a puntate. Come quasi tutti gli autori che poi sono commercialmente “esplosi” sul mercato mondiale, ha ricevuto all’inizio vari rifiuti dagli editori (anche Stephen King, del resto). Ce l’ha fatta con la costanza, oltrechè con la bravura di tramista impeccabile, e con l’oculata ricerca di un buon agente. Non solo: Grisham – e ciò vale come consi-

schiosa prigionia, che rischia di essere divorato dal ragno, creatura maligna, così padrona da sembrare onnipotente. La tessitura narrativa – è il caso di dirlo, gioco di parole a parte – è proprio la ragnatela, nella quale un individuo piomba per svariate ragioni e cerca disperatamente di uscirne. Quando Grisham si è discostato dal genere “legal” non ha avuto enormi contraccolpi di vendite (dopo alcuni successi planetari, vale solo il nome, a scatola chiusa), ma certamente ha dato l’impressione che l’”altra via” non fosse così felicemente percorribile. E lui lo ha capito, ottimo amministratore dei suoi talenti quale è. Scrive dalle sei

te di giurisprudenza che è costretto a commettere un crimine per nasconderne un altro. È la ormai famosa catena dell’inevitabilità già trattata dall’autore americano. In ogni uomo o quasi c’è un segreto. Nel caso del protagonista, Kyle McAvoy, esistono le prove del suo coinvolgimento in uno stupro di gruppo. Chi ne è a conoscenza lo ricatta (di qui il titolo), allettandolo con l’offerta di entrare in un famoso studio legale, con altissima retribuzione. In cambio deve dare informazioni assai riservate. Kyle deve fare i conti con se stesso. Come tutti. O si è soccombenti o si ha il coraggio di guardare la propria faccia, moralmente pulita, allo specchio.


spettacoli

24 luglio 2009 • pagina 21

Eventi. Il grande seduttore secondo Tinto Brass: stasera debutta alla Versiliana un Molière rivisto e corretto

D’Annunzio o Don Giovanni? di Annalisa Iannetta

MARINA

DI PIETRASANTA. Molière lo aveva immaginato un cinico libertino privo di qualsiasi morale, ma anche dotato di grande simpatia, dal fascino irresistibile e con grande spirito d’avventura. Per questo Don Giovanni seduce facilmente le sue vittime, giovani donne che cadono ai suoi piedi per poi ritrovarsi abbandonate. Elvira, Carlotta, Maturina e tante altre che non resistendo al suo charme non riescono a vedere in quell’uomo solo un abile mentitore. Non abbastanza, tuttavia, perché il secolare principe dei seduttori debba finire dritto dritto nelle mani di un regista spesso sopra le righe e soprannominato l’“alfiere del piacere”. Sentite qui: «Avventure erotiche, con derive non di rado fetish, saffiche, scatologiche e perverse, faranno di lui quel “porco con le ali” di cui parla D’Annunzio nei suoi taccuini per definire se stesso». Sono le esatte parole di Tinto Brass che – evidentemente – sull’argomento ha idee chiare: il suo Don Giovanni non può che adeguarsi alla linea dei suoi film, capaci di aver spezzato un tabù tutto italiano, quello dell’erotismo. Ed è così che stasera, alla Versiliana, debutta un singolare Don Giovanni di Molière, diretto da Beppe Arena nell’adattamento di Fausto Costantini ma sotto la supervisione ufficiale di Tinto Brass. In scena, Corrado Tedeschi sarà Don Giovanni e Corinne Bonuglia Donna Elvira.

si, bensì complici nell’appartenenza». A creare gli ambienti ci ha pensato lo scenografo Carlo De Marino, cui non è stato difficile soddisfare i gusti del regista vista la decennale collaborazione. Stile belle époque e con «cianfrusaglie da modernariato déco, rose bianche, fazzoletti di lino profumati strategicamente collocati sotto i cuscini damascati, scatolette di polvere folle da versare al momento opportuno sull’ ala di rondine». E per non dimenticare il contagio dannunziano, la“Casetta rossa”che si affaccia sul Canal Grande, luogo eletto a spettatore dei giochi amorosi dei commedianti.

spiega Brass - come un campione di amoralità, un disincantato dandy intellettuale, un cinico seduttore dedito unicamente alla lussuria e al piacere. Circondato da donne-farfalle notturne dalle ali di velluto, languide, pallide, inquiete, illuse e conquistate dal

Il popolare regista di film porno-soft è il supervisore (con polemiche) dello spettacolo: la Sicilia diventa Venezia anni Venti e il protagonista si atteggia a dandy. Come il Vate Neanche a dirlo, Sganarello è donna (Barbara Bovoli) e intorno alle muse-attrici che si alternano in scena.

Ed ecco che la Sicilia voluta come sfondo da Molière si trasforma in una Venezia degli anni ’20, con tessuti sfarzosi, profumi afrodisiaci sparsi nell’aria, donne in guepiere ed hot pants che si impadroniscono della scena, interpretando anche i ruoli nell’originale pensati al maschile. Le donne, quelle che Don Giovanni ama e che Tinto Brass solitamente sveste sono le vere protagoniste, spiegando quella sorta di sottotitolo che il cineasta veneto ha voluto, «Don Giovanni… e le sue donne». Di qui l’intuizione di plasmare il tombeur de femme come un novello D’Annunzio, la cui brama di seduzione alla fine gli si ritorce contro. «Ho sempre immaginato Don Giovanni -

suo fascino virile,smorfiose, lamentose, smaniose e umide come Venezia con l’acqua alta, labbra e unghie smaltate di rosso cupo, occhi lionati, mazzetti di violette sulle gote esangui,velette nere a proteggere volti ardenti e reticenti insieme, corpi nudi avvolti in mantelli di lontra ornati di biondo castoro».

«Don Giovanni - sottolinea l’adattatore Costantini - non è solo il grande amatore spregiudicato che tutti conoscono, ma il canto di libertà per un uomo che vede attraverso l’amore, l’elevazione ad una forma pura di vita, che scuote in ciascuno di noi il grigiore del quotidiano, facendolo apparire come una tavolozza piena di colori. Nel contatto con l’universo femminile, il protagonista - a differenza dei più - sprigiona e recupera il gioco infantile dove il sesso non rende diver-

Francisco d'Andrade interpreta il Don Giovanni di Mozart, in un quadro di Max Slevogt, 1912. In alto, Tinto Brass che avrà la supervisione dell’opera diretta da Beppe Arena

Svecchiare e modernizzare un personaggio che di per sé gode ancora di enorme lustro (grazie anche a Mozart/Da Ponte) e ha avuto il merito di attraversare secoli senza mai cadere in rovina, ma rafforzando il proprio mito, può risultare un’operazione rischiosa e gratuita, dettata a volte dalla necessità furba (e un po’ commerciale) di attirare al teatro quel pubblico che sta perdendo interesse verso la tradizione, deciso a lasciarsi richiamare solo dietro nuovi stimoli o promesse di nomi illustri capaci di resuscitarne l’attenzione. Di sicuro c’è il fatto che – con ogni probabilità – assistere a un’opera firmata da Tinto Brass elimina il rischio di addormentarsi sopra le poltrone: almeno l’occhio (solo maschile?) avrà la sua parte. Se per qualcuno fosse difficile poi vedere nel seppur bravo Corrado Tedeschi l’amatore senza scrupoli, si lasci convincere che proprio la sua faccia ancora da bravo ragazzo rispecchia quel luogo comune di essere di valido aiuto quando si tratta di mettere in atto un qualsiasi inganno. Semmai, ha sorpreso pochi giorni fa – in occasione dell’anteprima romana nella splendida cornice di Villa Pamphili – il dietrofront del regista che ha disconosciuto la sua creatura sottolineando come le sue note di regia fossero andate disattese: «La mia idea con lo spettacolo che ho visto in prova non c’entra niente. Voglio prendere le distanza – aggiunge – da questo spettacolo, se resterà come l’ho visto in prova sembra una messa in scena parrocchiale che proprio non mi corrisponde». Ma se a dire parrocchiale è il maestro dell’erotismo, per il quale stupire e scandalizzare è un’arte, allora magari qualche sorpresa possiamo comunque aspettarcela. Senza contare che è probabile che attori e regista siano corsi ai ripari, per riconquistare almeno la firma del «supervisore».


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale

da ”Haaretz” del 23/07/2009

Israele sull’Iran predica bene... di Yossi Melman l comune di Los Angeles sta valutando la possibilità di cancellare contratti per un valore di centinaia di milioni di dollari con la tedesca Siemens, per la modernizzazione delle infrastrutture del trasporto della città. La ragione è che l’azienda germanica ha degli intensi rapporti commerciali con l’attuale regime di Teheran. In particolare c’è una joint venture con la finlandese Nokia, il gigante delle telecomunicazioni, per vendere al governo un sofisticato sistema per le intercettazioni telefoniche.

I

Un fatto che ha suscitato una rabbia diffusa. Questo sistema verrebbe utilizzato dalle forze di sicurezza e dall’intelligence per individuare e registrare le chiamate telefoniche effettuate dagli oppositori al regime, con il seguito di arresti, interrogatori prolungati e torture. Richard Katz, membro del consiglio della Los Angeles Metropolitan transportation authority, ha dichiarato al Washington Times «in un momento in cui la città e il consiglio di vigilanza chiedono di disinvestire in Iran, sarebbe ipocrita per noi autorizzare un contratto con la Siemens o chiunque altro faccia affari con Teheran». Siemens è il più grande esportatore di sistemi, know-how e servizi per l’Iran. Il suo volume d’affari si avvicina al miliardo di euro. La Germania, con un centinaio di aziende in affari con Teheran, è il maggiore partner commerciale del regime islamico appartenente all’Unione europea. L’interscambio commerciale si aggira intorno ai 4 miliardi di euro all’anno. E nell’Unione europea sono migliaia le società che fanno ottimi affari col regime dei mullah. Industrie, banche e istituzioni finanziarie sono in rapporti col regime iraniano. In questo modo, le aziende con i loro interessi minano alla ba-

se il tentativo internazionale di mettere sotto pressione le autorità di Teheran per fermare il programma nucleare. Questa politica ambivalente sta suscitando rabbia negli Stati Uniti, dove le leggi proibiscono di avere rapporti commerciali con l’Iran. L’amministrazione Usa, insieme con i governatori degli Stati e i sindacati del lavoro, stanno faticando non poco per costringere la Ue, il Giappone e l’Australia a firmare l’embargo all’Iran. Washington chiede che banche e altre istituzioni finanziarie congelino i fondi provenienti dall’Iran e a imprese come la Siemens che non si facciano coinvolgere il progetti industriali, specie se legati al settore energetico. La migliore minaccia contro queste società è una campagna di disinvestimento. Molte strutture negli Stati Uniti stanno pensando di non investire i propri fondi pensione in imprese che facciano affari con Teheran. Una politica che sembra funzionare. In Svizzera banche come la Ubs stanno riducendo i rapporti con il regime islamico. Altre società come i Lloyd di Lontra hanno dovuto pagare centinaia di milioni di dollari di multe. Israele non è solo uno spettatore che trae beneficio da questa politica. In realtà la dirige. Per molti anni primi ministri, ministri degli esteri e capi del Mossad hanno lavorato intensamente tenendo conferenze in tutto il mondo, invitando tutti a lavorare contro il programma nucleare iraniano. Hanno consigliato molti Paesi a ridurre i rapporti diplomatici, a imporre sanzioni, allentare i legami commerciali, imponendo un embargo

sulle esportazioni di petrolio e un blocco navale, e se tutto questo non dovesse funzionare passare ad un attacco militare. La diplomazia israeliana ha protestato con la Svizzera dopo la firma di un mega contratto per al fornitura di gas naturale. Dan Ashbel, ambasciatore a Vienna, ha fatto lo stesso con gli austriaci, che stanno sviluppando un progetto di sfruttamento di coltivazioni di gas in Iran con la Omv. Però mentre Israele chiede a tutti di collaborare, abbiamo scoperto che fa poco in casa propria. Le aziende che commercino con l’Iran occupano anche larghe fette del mercato israeliano.

La Siemens ad esempio, ha vinto di recente un contratto per i sistemi di sicurezza aeroportuali, e in passato ha fornito turbine per progetti energetici. C’è una legge, dal 2008, come quella Usa che proibisce rapporti con Teheran, rimasta inapplicata. Un’ipocrisia che il governo Netanyahu non ha ancora superato.

L’IMMAGINE

Tuteliamo gli invalidi, rivedendo le norme sull’assegnazione dei posteggi Nonostante recenti notizie di stampa danno per certo un incremento delle verifiche sulle indennità di invalidità erogate, mi pare sia il momento opportuno per sollecitare una revisione delle norme che consentono l’assegnazione dei posteggi alle automobili degli invalidi, anche al fine di avere uniformità di applicazione in tutto il territorio nazionale. È un po’ esperienza comune aver constatato che le auto con il contrassegno per gi invalidi vengono usate dai soliti furbetti. Infatti attualmente, per una interpretazione estensiva, il contrassegno viene rilasciato per l’auto della famiglia nel cui nucleo vi sia un invalido e ciò a prescindere dalla proprietà dell’autovettura e dal possesso di patente da parte dell’invalido. Il che produce un uso dei posteggi a chi non ha alcun diritto, mentre il povero invalido rimane relegato in casa.

Luigi Celebre

GETTONI DI PRESENZA Alcuni mesi fa, un attento cronista di provincia ha osservato e pubblicato che alcuni consiglieri comunali «si sono presentati in aula solo per prendere la presenza e poi si sono allontanati». Recentemente è seguita la notizia che un gruppo di consiglieri sono andati a reclamare perché non percepiscono da diversi mesi l’indennità di presenza in quanto l’Ente pare si trovi in difficoltà di liquidità. Non è stato specificato se fra costoro vi erano anche quelli che non partecipavano ai lavori del consiglio pur facensosi segnare la presenza. La notizia della protesta dei consiglieri ha prodotto commenti, per lo più sfavorevoli. A parte la considerazione che la difficoltà di liquidità dell’Ente può anche essere frutto di erronee o mancate programmazioni dell’organo che ha il

potere di indirizzo (consiglio comunale), mi pare siano maturi i tempi, anche perché siamo nel periodo delle vacche magre, per rivedere in riduzione sia l’importo dei compensi che dell’erogazione, in modo che il gettone intero vada solo a chi partecipa a tutte le deliberazioni.

L. C.

IL GRILLO NELLE PIAZZE Beppe Grillo leader del Pd? Una trovata che dovrebbe irritare prima di tutto e soprattutto gli esponenti dell’opposizione, perché dimostra che affermatasi come politica unica della sinistra, quella del rotocalco, del ridicolo e del gossip, si partorisce come portavoce e reggente chi da tale ambito si è affermato. Non è un caso, semmai un fenomeno di controtendenza, dal momento che la

Sfila e getta Siete sommersi da vecchi giornali? Con un paio di forbici e un po’ di fantasia potreste trasformarli in un capo d’alta moda come questo. A lanciare la tendenza ormai diffusa in tutto il mondo, è stato un paio d’anni fa lo stilista inglese Gary Harvey, un vero mago del riciclo. Tagliuzzando riviste, sacchetti di plastica e vecchi jeans, Harvey realizza abitini anni ’50 e vestiti da sposa “usa e getta”

quasi totalità del mondo dello spettacolo è dalla parte del premier e del governo, che difende da tempo la professionalità di tali ruoli, che nel momento in cui scendono in politica vengono criticati dalla sinistra. Come si regoleranno adesso con il Grillo delle piazze della satira?

Bruno Russo

INCONTRO TRA LAICI E CATTOLICI Nel vostro interessante sito si legge: «L’incontro tra laici e cattolici». Siete proprio sicuri che questo sia possibile? A mio avviso lo sarebbe se non esistessero i temi etici. In tal caso le due anime potrebbero davvero lavorare “gomito a gomito” per la costruzione di una società migliore.

Purtroppo però, come abbiamo visto nei recenti casi Welby ed Englaro, con le tematiche etiche l’Italia si divide, inevitabilmente, in guelfi e ghibellini e si finisce per litigare. Non è un bene per il Paese ma è così. Pertanto forse è meglio che ognuno segua la sua strada.

Riccardo


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Che meravigliosa indimenticabile gita

NUOVE NOMINE A LIBERAL Continua il radicamento sul territorio dei Circoli Liberal, il movimento culturale e politico che fa capo al parlamentare dell’Udc, Ferdinando Adornato e al lucano Angelo Sanza, coordinatore nazionale. E di pochi giorni fa l’ufficializzazione della nomina del giovane avvocato Alessandro Bonansegna, candidato nella lista dell’Unione di centro al comune di Potenza, a coordinatore dei Liberal Giovani della città capoluogo di regione. Un ulteriore riconoscimento al lavoro svolto sul territorio lucano e in particolare su quello cittadino dei Circoli Liberal che, nel giro di pochi mesi, sono riusciti a calamitare l’attenzione di tante forze sane, di simpatizzanti e di giovani della nostra realtà attorno alle finalità e al progetto politico, che mira alla riaggregazione dei moderati, cattolici, popolari e liberali anche nella nostra regione. Intanto, nei prossimi giorni seguirà la nomina dei coordinatori provinciali e di quello regionale. Ecco il testo della lettera inviato: Caro Alessandro Bonansegna, in considerazione del tuo rinnovato entusiasmo in favore della promozione delle atti-

Mia pigra, ho la tua lettera breve. Te ne scrivo una brevissima benché abbia una straordinaria quantità di cose da dirti. Sono tornato poche ore fa dalla gita d’Orsogna. Ripartirò probabilmente domani. Tu, nondimeno, scrivimi sempre qui a Pescara. Che bella gita, che meravigliosa indimenticabile gita, quella di ieri. Mai ti avevo desiderata tanto! Ad ogni momento, ad ogni passo, ad ogni nuovo splendore, l’anima mia ti chiamava. Se tu fossi stata con me! Partimmo jer l’altro e passammo il pomeriggio e la notte a Orsogna che è un paese di pietra, sotto la gran madre Majella, tutto lindo, abitato da uomini vestiti di lino bianco e da donne vestite d’azzurro e di sanguigno. Che profonda notte stellata sulla montagna! oh amore! Jeri mattina partimmo a cavallo per Guardiagrele, dov’è una Santa Maria Maggiore, antico duomo gotico, tutto coperto di fiori marmorei e di fiori vivi. Di là per Rapino, il paese delle majoliche, e per Fara Cipollara, il paese tutto canoro d’acque e di uccelli. Le montagne ci seguivano variando; e la grande madre Majella ci proteggeva della sua ombra solenne, al fondo tutt’azzurra e dorata. Di sotto a Semivicoli scendemmo nel bosco Convito, sulla riva destra del fiume Foro. Amore mio che prodigio! Gabriele D’Annunzio a Elvira Natalia Fraternali Leoni

ACCADDE OGGI

IL CONGRESSO DEL NUOVO PD Mi aspetto che il congresso del Pd sia capace di portare alla costruzione di un progetto politico di alta qualità e un programma di governo del Paese concreto, idoneo a risolvere i problemi dell’Italia e di alternativa. Un progetto politico dinamico, vero, aperto al contributo di personalità esterne, per favorire e allargare il consenso, la partecipazione e la crescita. Un progetto politico di allargamento del Pd e di alta civiltà, con tre obiettivi: 1) a livello nazionale diventare una grande forza politica di riferimento per i cittadini e di governo; 2) a livello europeo contribuire al governo dell’Europa e alla costruzione di una costituzione europea, dove stabilisca i diritti e doveri dei cittadini europei; 3) a livello mondiale, battersi per combattere la fame, le malattie e per la pace in tutti i paesi del mondo. Sono certo che nella trasparenza e nella dialettica verrà scelto un segretario e un gruppo dirigente capaci di dare una vera unità al partito, anche perché sappiamo che le differenze, devono essere vissute come una ricchezza. Deve essere un partito che sappia stare vicino ai cittadini, ai lavoratori, ai pensionati, agli ammalati, ai loro bisogni, alle loro richieste. C’è poi la necessità di radicarsi sul territorio, di essere in mezzo alla gente e con la gente. La questione morale deve essere messa al primo posto nel progetto politico e stabilire un codice etico di comportamento, nella vita pubblica e nella vita privata, da rispettare. Un progetto pieno di valori veri, sincerità, onestà, trasparenza, so-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Stefano Zaccagnini (grafica)

24 luglio 1956 Usa: si interrompe il sodalizio artistico tra Dean Martin e Jerry Lewis, durato 10 anni 1959 All’apertura dell’Esibizione nazionale americana a Mosca, il vice-presidente statunitense Richard Nixon e Nikita Khruscev discutono amabilmente di cucina 1965 Guerra del Vietnam: quattro F-4C Phantom di scorta a una missione di bombardamento su Kang Chi vengono fatti bersaglio da parte di missili antiaerei 1967 Il presidente francese Charles de Gaulle dichiara a una folla di oltre 100.000 persone a Montreal, Vive le Québec libre! La frase, ampiamente interpretata come un appoggio implicito all’indipendenza del Québec, provoca il risentimento del governo canadese e di tutti i canadesi anglofoni 1969 L’Apollo 11 ammara tranquillamente nell’Oceano Pacifico 1974 La Corte Suprema degli Usa sentenzia all’unanimità che il Presidente Richard Nixon non ha l’autorità per trattenere i nastri della Casa Bianca

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

lidarietà, rispetto dell’altro, grande umanità, questa è la carta d’identità per il Pd. Sanità, scuola, diritto allo studio, all’istruzione, alla formazione sia garantito a tutti i cittadini in eguale misura, anche ai meno ambienti; siano fatti maggiori investimenti economici, nell’istruzione e nella ricerca; sia fatto tutto il possibile per elevare la cultura del nostro Paese. Bisogna garantire una pensione dignitosa a tutti i pensionati, non come avviene ora che tanti non c’è la fanno ad arrivare a fine mese. Il sistema socio assistenziale, deve essere finalmente reso efficiente da una rete di servizi sul territorio, per anziani, diversamente abili, bambini. C’è bisogno, di eliminare tanta burocrazia in tutti i settori. La questione fiscale, il 90% delle entrate fiscali le pagano i lavoratori dipendenti e i pensionati. È ora di mettere mano con forza a questo malcostume italiano, per combattere l’evasione e l’elusione fiscale, per poter pagare meno e pagare tutti. Poi una seria lotta alla corruzione, alla malavita organizzata, alle mafie, con la repressione; rafforzando le forze di controllo e quelle dell’ordine e dando loro anche più mezzi moderni. Vanno presi di petto i problemi del precariato e della sicurezza. Sul precariato bisogna incentivare il superamento, la sicurezza sui posti di lavoro, in casa e fuori, sulle strade, va elaborato un progetto di prevenzione, per poter evitare il più possibile gli infortuni e gli incidenti. Il valore della vita va messo al primo posto nella scala dei valori.

Francesco Lena - Cenate Sopra

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

vità della Fondazione e dell’interesse alle iniziative politiche e socio-culturali sul territorio dei Circoli Liberal, mi spingono, considerata anche la tua disponibilità, a segnalare al coordinamento nazionale Liberal Giovani il tuo nominativo quale responsabile per la città di Potenza. Il tuo impegno sarà fondamentale al fine di favorire e diffondere i valori etici, culturali e politici del pensiero liberale, laico, cattolico e cristiano, espressi dallo statuto dell’Associazione nazionale e dalla Carta dei valori dei Circoli Liberal, per rafforzare l’Unione di centro ed il nascente Partito della Nazione, in collaborazione con tutte le forze della società civile, dell’associazionismo e del volontariato che ne condividono le linee guida. Sono certo che la passione civile e l’entusiasmo profuso alle recenti elezioni comunali contribuiranno a rafforzare l’impegno e la presenza dei Circoli nella città capoluogo di regione. Nell’augurarti buon lavoro, resto a tua completa disposizione per ogni eventuale forma di collaborazione. Gianluigi Laguardia C O O R D I N A T O R E RE G I O N A L E CI R C O L I LI B E R A L BA S I L I C A T A

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Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


Da sabato prossimo un motivo in più per leggerci

liberal estate otto pagine speciali per cambiare il tempo d’agosto • Il personaggio del giorno • Le ricette dei grandi scrittori • Le grandi battaglie della storia • I capolavori dimenticati • I quiz letterari


2009_07_24