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mondo

18 luglio 2009 • pagina 9

È necessario distinguere fra i riformisti (pochi) e il movimento di piazza

Ma la visione di Obama è troppo limitata di Michael Rubin a reticenza di Obama rappresenta una visione limitata, che giudica la società civile iraniana come un “movimento per le riforme”. È vero, molti dei riformisti antecedenti al 2009 hanno affermato che l’assistenza Usa ne macchia la reputazione. Per fare un esempio, sul NewYork Times il blogger iraniano Hossein Derakhshan ha imputato ai proclami di Bush la colpa dell’elezione di Ahmadinejad nel 2005. Anche se altri la imputano ai brogli, poi ripetuti nelle ultime elezioni. Incurante di tutto ciò, Derakhshan e il movimento per le riforme hanno mostrato il proprio volto quando il blogger ha pubblicamente approvato l’uso della forza da parte del regime per estorcere confessioni ai dissidenti. Obama si dimostrerebbe alquanto imprudente qualora consentisse a tale piccolo gruppo, e non al più vasto e più moderato movimento fatto di tutti quei cittadini iraniani che si oppongono alla teocrazia, di guidare la politica Usa. Ciò non significa che tutti i dissidenti vogliono l’assistenza di Washington. Il giornalista Akbar Ganji esprime un’opinione condivisa da molti quando afferma che un eventuale sostegno americano darebbe alle autorità governative il pretesto ideale per dare il via ad una nuova campagna repressiva.Tuttavia, quando Ganji fu condannato a sei anni di detenzione, Bush non era ancora presidente. Obama dovrebbe rendersi conto del fatto che la repressione messa in atto in Iran è antecedente al sostegno accordato al popolo iraniano da parte del governo statunitense. Il massacro di più di 3mila dissidenti incarcerati perpetrato nel 1988 non aveva nulla a che fare con Washington, ma si inscrivevano nell’essenza stessa del regime.Vi è poi la preoccupazione morale - alquanto fuori luogo dell’amministrazione Obama, che si fonda sull’idea che l’offrire un sostegno in termini puramente retorici agli iraniani caricherebbe la Casa Bianca di un fardello di responsabilità sul benessere del popolo iraniano.

L

Scene di protesta dall’università di Teheran. In basso il ministro degli Esteri di Teheran Mottaki. A destra, Barack Obama stanti e il leader dell’opposizione Mir Hossein Mussavi in mezzo a una folla di uomini.

Non c’era neanche una nota avvocatessa iraniana, Shadi Sadr, attivista dei diritti umani, arrestata durante la marcia verso l’università. La notizia, data da fonti del dissenso ira-

gli Esteri iraniano, Mottaki. Ieri i giornali arabi parlavano anche di un cambio al vertice della diplomazia di Teheran. L’attuale guida della politica estera iraniana non è certo un moderato. L’Occidente si è confrontato più volte con la sua fermezza. Tuttavia, Mottaki è apprezzato per essere un fautore del realismo, quindi molto più flessibile di quanto si pensi. Questa mallea-

niano all’estero, è stata confermata dal marito: «Shadi mi ha chiamato da una località sconosciuta, dicendomi che era stata arrestata da agenti in borghese che l’avevano costretta a entrare in un’auto». Sadr, 34 anni, si batte soprattutto contro la lapidazione delle adultere e, come legale, ha anche difeso molte donne in carcere e che rischiavano di essere giustiziate. Il suo arresto segnala una verità scomoda: gli ayatollah non intendono cedere. Neanche davanti alla rivolta del popolo.

bilità, fondamentale nel gestire le complesse trattative con i governi stranieri, potrebbe costituire una macchia di fronte a Khamenei e Ahmadinejad anche per il Ministro degli Esteri.

Se tutto questo fosse vero, il governo di Teheran starebbe optando per una strategia comunque pericolosa. Il regime infatti ha solo una carta di credibilità da giocare di fronte all’opinione pubblica nazionale, ed è quella nucleare. Ottenuta questa, potrebbe vantarsi di aver vinto in una sfida sproporzionata contro la comunità internazionale. Di conseguenza, una grossa porzione delle proteste potrebbe placarsi. Al contrario, mettendo da parte Aghazadeh, Khamenei e Ahmadinejad si compromettono di fronte alla popolazione, lasciandole credere che anche il dossier nucleare è soggetto a revisioni per il “bene” della sopravvivenza del regime.

mento di protesta. Le proteste di strada potranno anche volgere al termine, ma la più grande battaglia sull’effettiva legittimità della Repubblica islamica è appena iniziata. L’iniziale neutralità di Obama non ha impedito a Teheran di accusare i dimostranti di essere degli agenti stranieri, né ha risparmiato una dura repressione. Le forze di sicurezza continuano ad arrestare studenti e professori e a perseguitare i cittadini iraniani alle dipendenze delle ambasciate straniere. I precedenti inducono ad ipotizzare che Mousavi stesso sarà condannato all’esilio, ad una morte prematura o ad entrambe le cose. Mentre gli accademici iraniani residenti negli Usa elogiano l’approccio “di non ingerenza” adottato da Obama, molti cittadini hanno chiesto l’aiuto internazionale. Le proteste hanno determinato delle modifiche alle direttrici che informano i rapporti con l’Iran, e ciò dovrebbe spingere Obama a riconsiderare la propria strategia. Obama ha fatto del riconoscimento della teocrazia di Teheran la pietra angolare della propria politica. Il 20 marzo, in occasione del nuovo anno persiano, ha dichiarato: «Gli Stati Uniti auspicano che la Repubblica Islamica dell’Iran [e non semplicemente “l’Iran” nda] possa trovare il proprio legittimo posto nella comunità delle nazioni».

I moti popolari potranno anche finire, ma la grande battaglia sulla vera legittimità della Repubblica islamica è appena iniziata

Questa preoccupazione affonda le radici nell’accorato appello del 1991 rivolto al popolo iracheno affinché si sollevasse contro Saddam Hussein. Il governo iracheno massacrò decine di migliaia di persone nella soppressione della successiva ribellione, e gli Usa rimasero a guardare. Ma un parallelismo con l’attuale situazione appare erroneo: i provvedimenti restrittivi del regime di Teheran sono iniziati ben prima che Obama rilasciasse dichiarazioni al riguardo. E come il caso di Solidarno\\u015B\\u0107 e la successiva legge marziale imposta in Polonia nel 1981 hanno dimostrato, il rischio di misure restrittive non necessariamente prevale sui benefici insiti nel sostegno morale ad un movi-

Di sicuro, a 30 dalla rivoluzione khomeinista, la riluttanza del popolo iraniano ad abbracciare la teocrazia pone ancor più in evidenza la vulnerabilità del regime. Dato che è la Casa Bianca a formulare le linee politiche, essa non dovrebbe dare a Teheran ciò che il popolo iraniano rifiuta. Ad esempio, Obama dovrà probabilmente fare i conti con quanti gli chiedono di confrontarsi con i mullah sul programma iraniano di proliferazione nucleare, ma gli interessi statunitensi e la leadership morale non possono essere reciprocamente esclusive. La diplomazia non costituisce una panacea, ed il dialogo è una tattica, non certo una strategia. Il frettoloso avvio di un dialogo negoziale, conferendo legittimità al regime, ricompenserebbe la Repubblica Islamica per il programma nucleare, e ne favorirebbe il proseguimento. Ironia della sorte, le forze che soffocano il popolo iraniano - la guida suprema e le sue Guardie Rivoluzionarie - sono proprio quelle che detengono un reale controllo sul programma nucleare della Repubblica islamica. La constatazione del fatto che i popoli americano ed iraniano hanno un nemico comune dovrebbe porre le basi di una strategia a lungo termine che persegua come fine ultimo il trionfo del popolo iraniano su un regime destabilizzante ed imprevedibile.

2009_07_18  

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