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spettacoli

18 luglio 2009 • pagina 21

Musica. Dopo “Mescalito” del 2007, l’artista Ryan Bingham torna col suo secondo album ufficiale: “Roadhouse Sun”

Molto country, poco western di Valentina Gerace on è un cowboy che indossa jeans di seicento dollari e che racconta luoghi mai visitati. È un ragazzo vero, nato e cresciuto in quelle sterminate e aride pianure del Texas, che riesce a dipingere attraverso le sue canzoni e le sue svisate slide. Panorami romantici, poetici, pittoreschi che trovano voce nei polverosi arrangiamenti country blues che sembrano quasi farci fare un salto in quell’America rustica, selvaggia tanto descritta dai film western e dal country del padre Johnny Cash. Cappellaccio di ordinanza, un’eterna camicia a quadri che fa tanto “roots”, fisico secco e barba incolta, Bingham è sicuramente un personaggio carismatico. E la sua musica capace di sintetizzare in canzoni la solitudine, la durezza, i sapori, i colori e gli odori, gli umori del Texas, ne fanno un personaggio dal magnetismo indiscutibile. Il fatto che lo abbiano tenuto a battesimo personaggi come Terry Allen, Steve Earle e Joe Ely, significa soltanto che nella sua musica c’è una buona dose di eccentricità e autenticità per allontanarlo dai clichè del country-western.

N

Quella voce aspra e roca, che tradisce l’età così giovane, ha mangiato polvere in quantità e ne fa assaggiare un po’ di quel sapore anche a noi: occorre una rock’n’roll band con tutti i crismi, i Living Dead Horses, e magari un produttore e chitarrista che sappia come spingere sull’acceleratore. Ecco allora che il lavoro in sede di regia di Marc Ford aggiunge il collante per tenere insieme Hank Williams e Neil Young, Stones e Tom Petty, Townes Van Zandt ed ogni altro rinnegato che vi venga in mente. Al resto ci pensa l’oggi 28enne Ryan Bingham, che pare avere le idee molto chiare su come metter su un disco. Dopo Mescalito del 2007, disco eccellente che ottiene ottime critiche all’interno di importanti riviste musicali, ecco uscire lo scorso giugno Roadhouse Sun, il suo secondo album ufficiale, realizzato ancora una volta con la Lost Highway Records, e prodotto come il precedente, dal grande Marc Ford, ex chitarrista dei Black Crows, che lascia la sua firma qua e là suonando in varie track il piano, la chitarra e il basso. Con Ryan i musicisti Matthew Smith (batteria), Corby Schaub (chitarra e mandolino) e Elijah Ford (basso) con cui al momento Ryan sta girando gli States e l’Europa.

A fianco e in basso, due immagini dell’artista Ryan Bingham. Sotto, la copertina del suo nuovo album “Roadhouse Sun”

Polvere, radici e fuorilegge rimangono i capisaldi della sua arte asciutta, suggestiva e visionaria. Con accanto laconiche ballate e folk-rock Era difficile bissare un disco come Mescalito così fresco, energico, ispirato. Il disco che ha reso l’allora 25enne Ryan membro della “famiglia” di gradi artisti country come Chris Young, Eric Church, Dwight Yoakam, Eric Sardinas, tutti legati alla tradizione dei grandi padri del country-rock americano. Ma il giovane Ryan Bingham c’è riuscito. Continua su quella strada piena di polvere ed arbusti rinsecchiti su cui corrono la sua immaginazione

ed il suo vissuto, cantando storie di un’America di confine non tanto diversa da quella del grande regista Sam Peckimpah ma questa volta non si è limitato a fare lo storyteller della “borderline region”, del confine tra Stati Uniti e Messico. E così ha imbottito le sue ballate stralunate ed il suo scalpitante country-rock con un pimiento acido e corrosivo che ha ispirato il titolo di Mescalito. Tra armonica, banjo e violini, Bingham passa in rassegna la musica americana dagli anni ’40 ad oggi e lo fa con una produzione grezza, spoglia e poco artificiosa, che lo rende un cantautore onesto, vero. La sua verve narrativa di vagabondo e outsider, quella veste “povera” da cantastorie acustico gli hanno valso accostamenti con Bob Dylan e Willie Guthrie. Roadhouse Sun non ha cambiato lo

scenario in cui Bingham opera. Polvere, radici e fuorilegge rimangono i capisaldi della sua musica asciutta, suggestiva e visionaria ma accanto a laconiche ballate che ripropongono il gesto del solitario alla prese con le accordature acustiche (Snake Eyes) o frizzanti folk-rock che trasudano Bob Dylan da tutte le parti (Country Roads e l’amara constatazione di come i tempi non siano cambiati di Dylan’s Hard Rain), ci sono affondi elettrici duri e lancinanti, squisitamente chitarristici che rivelano uno spirito genuinamente ribelle non solo nelle liriche ma per l’atteggiamento libero con cui Bingham vive il sound delle radici della musica Americana. Tell My Mother That I Miss Her So prova lo spirito tipico di chi vive on the road, non si ferma mai ma sente allo stesso tempo nostalgia di casa, di punti fermi. Country Roads sta nel confine tra country e rock and roll. E’la track più vecchia del disco, scritta quando Ryan aveva solo 19 anni e viveva nel suo van, spostandosi tra una città e l’altra. Quasi parla in Snake Eyes, che stampa poetici paesaggi con una favolosa chitarra acustica. Endless Ways, un brano rock a sfondo politico, scritto ai tempi dell’amministrazione Bush. Rollin’ Highway Blues prova le sue doti da compositore. Un brano degno di un John

Hiatt o un Tom Petty. Roadhouse Blues personifica il tipico country western texano, un riff alla Jerry Lee Lewis, degno di una prima posizione nelle classifiche country rock mondiali. Wishing well conclude il disco, con un tocco nostalgico della chitarra di Marc Ford. Questo Roadhouse Sun riprende il discorso interrotto dal precedente lavoro. A colpire l’ascoltatore rimangono la voce ormai matura e i suoni sempre grezzi ed elettrici nelle canzoni piu’ rock. Un atteggiamento che lo rende originale e diverso dall’honkytonk man in stivali e cappello da cowboy che tanti credevano di aver impacchettato.

Sono proprio i brani di più lucida e rabbiosa follia rock la vera novità del disco, quelli che rendono Roadhouse Sun non un sequel di Mescalito come qualcuno pronosticava ma un nuovo e altrettanto brillante capitolo di un’avventura che sta portando Ryan in tour in giro per il mondo e lo sta confermando un degno erede dei grandi padri della musica country rock. Una voce rauca, cruda, rovinosamente raschiata dal blues texano e dalle terre di confine con il Messico, mai sotto tono un solo istante. La musica di Ryan Bingham risente ovviamente delle sue influenze: il succitato Bob Dylan, Bob Wills, Marshall Tucker. E della tradizione musicale country e bluegrass del sud degli Stati Uniti d’America. Lo stesso profondo sud che entrambi i suoi album dipingono e raccontano con passione, autenticità e tradizione.

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