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pagina 16 • 18 luglio 2009

Honduras: al via l’unità nazionale Zelaya potrà tornare ma senza toccare la Costituzione. Molte le aperture all’opposizione di Aldo Bacci ggi inizia in Costa Rica il secondo round di negoziati per risolvere la crisi in Honduras, e le premesse sembrano migliori di qualche giorno fa. Il presidente Oscar Arias proporrà il ritorno di Manuel Zelaya alla presidenza del Paese (che deve però rinunciare ad aprire un percorso di riforma della Costituzione), un governo “di riconciliazione nazionale”e lo studio di forme di amnistia per uscire dall’emergenza. La situazione dell’Honduras ci ricorda i problemi del continente latinoamericano, che solo da pochi lustri si affaccia sullo sviluppo e sui processi democratici. A fronte di un Brasile lanciatissimo tra le potenze emergenti, ma comunque zavorrato da enormi problemi sociali, ambientali ed economici, e un’Argentina che ha prima raggiunto il baratro e ora si sta faticosamente rinsaldando, altri Paesi hanno scelto altre vie, ma le crisi sono apertissime dalla Bolivia al Venezuela. La regione che vive la maggiore difficoltà è l’America Centrale, schiacciata tra i giganti nordamericani, le nuove medie-potenze del mar dei Caraibi e il richiamo di una Cuba anch’essa in trasformazione. In molti di questi Paesi, poi, la fine delle dittature ha significato la rinascita dei conflitti sociali interni. In questo contesto si inserisce anche la crisi in Honduras, la cui situazione sembra una cartina di tornasole per tutta la regione. Si sono aperti spiragli concreti di dialogo che possono indicare la via da seguire per affrontare le diverse crisi regionali in atto

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e quelle che ci possiamo aspettare. Ora i due leader contrapposti, Zelaya e Micheletti, si dicono pronti a parlarsi, a trovare una mediazione, probabilmente a formare un governo di unità nazionale che raccolga quindi le istanze di entrambe le fazioni realizzando dei compromessi.

È così che si fa: nelle democrazie avanzate chi vince governa ma si dà per scontato il principio del rispetto dei diritti delle minoranze e l’opposizione ha un suo ruolo importante. In democrazie giovani e in bilico come quelle latino americane, i diritti e le ragioni di chi perde non hanno tutte queste garanzie. Meglio quindi che la crescita democratica del Paese avvenga con grandi coalizioni che facciano da stanza di compensazione tra schieramenti politici e so-

ha durata di quattro anni. Gli articoli non riformabili 237 e 374 della Costituzione non consentono un’estensione del mandato presidenziale o una rielezione. Ed è qui che si è aperta la crisi istituzionale. Quattro anni infatti sono forse pochi, ma questa è la legge. Zelaya invece voleva modificarla per essere rieletto. Questo spiega perché il Colpo di Stato contro di lui non è stato visto troppo male da diverse realtà nazionali e internazionali, a partire dalla stessa Corte Costituzionale honduregna e dai vescovi del Paese. È indiscutibile che Micheletti abbia assunto il governo con un’azione di forza militare, ma secondo chi lo giustifica questo è avvenuto solo come extrema ratio contro la forzatura voluta da Zelaya, che in quell’ultima domenica di giugno, contro il parere di tutti, voleva tenere un referendum per riformare la Costituzione e di fatto prolungarsi il mandato presidenziale. Si è creato quindi un difficile intrico: la legittimità istituzionale era dalla parte di Zelaya, come ha riconosciuto la comunità internazionale che non poteva certo giustificare una presa di potere con le armi, ma tutti in realtà sanno che Zelaya era legittimo perché è stato fermato un attimo prima di forzare quella stessa legittimità. Ecco perché si punta molto sulla strada del dialogo e del confronto. Non ci sono ragioni evidenti da nessuna delle due parti, ma la somma dei torti può far precipitare nell’abisso uno Stato chiave e anche simbolico come l’Honduras. Al contrario la paziente tela diplomatica internazionale può creare un precedente di dialogo che sia da esempio, ed è per questo che vengono accolte con particolare apprezzamento le aperture di ieri. Micheletti, il presidente insediato dai militari, si è detto pronto a farsi da parte, e Zelaya a sua volta sarebbe meno rigido nelle sue pretese. L’ipotesi di un governo di unità nazionale sarebbe quindi da accogliere a braccia aperte, non solo per la raggiunta pacificazione, ma anche per le prospettive di ricomporre un arco costituzionale di garanzie democratiche per tutti.

“Soddisfazione” espressa dall’Onu: così si evita l’inutile spargimento di sangue e si torna al normale processo democratico ciali che altrimenti sono abituati a regolare i loro conti in piazza. È il caso dell’Honduras, che è sì in piena crisi istituzionale e ha subito un deprecabile golpe, ma le ragioni non stanno tutte da una parte sola e la crisi istituzionale del Paese ha una storia cominciata un po’ di tempo prima. Intanto l’Honduras è stato nel periodo della Guerra Fredda un Paese al centro di molti equilibri delicati, ma meno di altri ha subito dittature lunghe e spietate. La Costituzione attuale risale al 1982, e da allora si sono susseguiti governi democratici, seppur con situazioni di crisi. Questa sua precedente esperienza evidentemente non è stata sufficiente a far maturare appieno la democrazia. L’attuale presidente Zelaya, un liberale che ha battuto un nazionalista, ha vinto le elezioni nel 2005. Secondo la Costituzione vigente, il presidente viene eletto a maggioranza relativa direttamente dal popolo. Egli è anche il capo del governo e ha il potere di nominare i 18 governatori dei dipartimenti. Esercita il potere esecutivo. Quindi un grande potere. Il suo mandato

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In libreria

Noi europei pagine 100 • euro 12

L’Europa riletta lungo un secolo di grandi trasformazioni. La società e la politica italiana osservate attraverso la lente di una transizione incompiuta. La lezione dei “ribelli al conformismo” che hanno saputo, nel Novecento, indicare un’alternativa ai percorsi della libertà. Questi i temi dei tre libri di Renzo Foa “Noi europei”, “Il decennio sprecato” e “In cattiva compagnia”. Il primo, firmato insieme al padre Vittorio, è un confronto tra due testimoni del “secolo breve” che con occhi ed esperien-

ze diverse osservano le mutazioni del Vecchio Continente e soprattutto degli uomini che lo hanno abitato. Nel secondo, l’autore riflette sulle speranze e le delusioni messe in campo da quel cambiamento iniziato nel 1994 e mai davvero concluso. Il terzo raccoglie gli esiti di un meraviglioso viaggio personale nella vita e nelle opere di quei “grandi irregolari” (da Koestler alla Buber-Neumann, dalla Berberova a Joseph Roth, ma anche De Gaulle e Wojtyla) che per Renzo Foa sono Il decennio sprecato stati maestri riconosciuti. pagine 204 • euro 14

In cattiva compagnia pagine 177 • euro 12

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