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90718

I giornali hanno con la vita

di e h c a n cro

all’incirca lo stesso rapporto che le cartomanti hanno con la metafisica

9 771827 881004

Karl Kraus di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • SABATO 18 LUGLIO 2009

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Nel giorno che doveva segnare la pacificazione

Riesplode la rivolta A Teheran clima da guerra civile

L’ipotesi l’ha lanciata Stefano Folli sul “Sole”. Moderati del Pdl, riformisti del Pd, centristi di Casini: c’è un fronte trasversale che sostiene con forza il Quirinale nel progetto di restituire normalità alla politica italiana. È vero? E quali scenari si aprono?

Malmenato dalla polizia anche il leader riformista Karroubi. Accoltellate due manifestanti. Dura presa di posizione di Rafsanjani contro Khamenei: «Non è più una guida legittima, ora serve un presidente voluto dal popolo»

Il partito di Napolitano

alle pagine 2 e 3

di Vincenzo Faccioli Pintozzi eri doveva essere il giorno della svolta per la Repubblica islamica dell’Iran. La rinnovata presenza dell’ex presidente riformista Rafsanjani al grande sermone del venerdì presso l’università di Teheran era il segno di un cambiamento politico. Mousavi e Karroubi, i leader riformisti, avevano annunciato dopo settimane di assenza che avrebbero partecipato alla preghiera. E i Guardiani della Rivoluzione avevano autorizzato un corteo in memoria delle vittime della repressione post-elettorale. Nell’aria era palpabile la volontà di un accordo politico, un modo per coniugare la volontà della base popolare con le necessità di un regime statico e dispotico. Il sermone è diventata un’occasione per attaccare, invece, e il bersaglio prescelto - la Guida suprema Ali Khamenei non deve aver gradito. Fuori dalle porte dell’ateneo della capitale i basji e i pasdaran, le squadracce fedeli all’esecutivo, hanno caricato l’Onda. Mandando in fumo la possibilità di una pacificazione e riportando il sangue dei civili per le strade.

Decalogo per accelerare la dismissione, mentre cresce il fronte del rinvio

I

segue a pagina 8

Terrore a Jakarta: nove morti in attentato Due kamikaze in azione ieri nella capitale indonesiana hanno colpito il Merriot e il Ritz. Due hotel di lusso, frequentati da stranieri. Nove le vittime, oltre cinquanta i feriti.

Tirrenia: nuovo caso Alitalia? Gli armatori vogliono privatizzare ma il governo nicchia di Francesco Pacifico

ROMA. Dieci buoni motivi per vendere Tirrenia ed evitare uno slittamento, sempre più probabile, della sua privatizzazione. La prossima settimana la Confitarma, l’associazione che riunisce i di Carlo Lottieri maggiori armatori italiani, presenterà un decalogo per spingere inanzi alla catastrofe di il governo sulla vendita dei traTirrenia e all’esigenza di ghetti di Stato. E questo mentre il porre fine ad una vera governo tratta con Bruxelles per emorragia di risorse ottenere un’ennesima proroga al- pubbliche, l’argomento usato l’obbligo di liberalizzaossessivamente re i servizi di trasporto dai difensori dello marittimo. Palazzo Chistatus quo è quelgi, nonostante abbia lo della “conticonfermato l’intenzione nuità territoriale”. di vendere nel recente Un argomento asDpef, non ha ancora solutamente depubblicato il bando per bole da più punti la gara che gioco forza doveva es- di vista, ma soprattutto in linea sere già pronto. di principio.

Le lobbies dell’immobilismo

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di Marta Allevato a pagina 14 seg1,00 ue a (10,00 pagina 9CON EURO

Chi vuole bissare il crack aereo

a pagina 4 I QUADERNI)

• ANNO XIV •

NUMERO

141 •

WWW.LIBERAL.IT

Il debito e le misure del governo

Segnali positivi da Tremonti di Enrico Cisnetto iamo realisti. Se attaccare lo scudo fiscale solo perché “politicamente scorretto” equivale a non capire che l’obiettivo non è quello dello “Stato etico”(fiscale), bensì di far rientrare 3-4 miliardi da rimettere nel circolo dell’economia, occorre lo stesso realismo per giudicare le misure varate dal Ministero dell’Economia. In ognuna di queste ci sono elementi positivi: dalla detassazione degli utili reinvestiti in azienda alla definizione di incentivi alle imprese che innovano.

S

a pagina 4

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

a pagina 7

19.30


prima pagina

pagina 2 • 18 luglio 2009

Scenari. Il progetto di isolare gli estremismi della Lega e di Di Pietro. Sarà questo il sistema politico del futuro?

Il partito dell’Italia normale Stefano Folli ipotizza una “convergenza dei moderati” sulla linea di equilibrio del Quirinale. Le risposte di Barbera, Pombeni e Sabbatucci di Franco Insardà

ROMA. Se un giorno i riformisti del Partito democratico, i moderati del Pdl e i centristi riuscissero a isolare la Lega da una parte e i dipietristi dall’altra si sarebbero gettate le basi di un nuovo sistema politico capace di guardare all’interesse nazionale. Quel “partito di Napolitano”immaginato da Stefano Folli nel suo editoriale sul Sole 24Ore di ieri, che pubblichiamo in queste pagine. C’è senza dubbio un interesse strategico da parte di tutti i moderati a posizionarsi in modo da non dover continuamente competere, nei loro schieramenti, con alleati che cercano in tutti i modi di scavalcarli con atteggiamenti sempre più estremisti. Esiste anche una forte esigenza di garantire responsabilmente al Paese un equilibrio e una governabilità che abbia come obiettivo quell’interesse nazionale che il presidente della Repubblica auspica ormai quasi quotidianamente.

Ripubblichiamo integralmente l’articolo uscito ieri sul Sole 24 Ore

Una cornice politica per il domani di Stefano Folli Berlusconi sottolineava ieri che «con Napolitano il rapporto è di massima cordialità». Forse è vero e comunque il presidente del Consiglio non poteva rispondere in modo diverso dopo la lettera critica del Quirinale che ha accompagnato la firma alla legge sulla sicurezza.Tanto più che il Capo dello Stato ha contribuito, prima e dopo il G8, ad allontanare dal premier le ombre, mettendo in luce il punto prioritario: l’interesse nazionale. E il vertice dell’Aquila, come sappiamo, è stato un successo: dell’Italia e - Napolitano non ha esitato a precisarlo - del governo.

Ieri mattina sui giornali l’iniziativa del Quirinale - a cui si è associato Gianfranco Fini - è stata commentata nel complesso con toni positivi. Non era scontato, trattandosi di un tema scivoloso legato a come si conduce la lotta contro la criminalità, nonché ai limiti della nuova legge. Molti commentatori hanno apprezzato il modo con cui il presidente concepisce la propria funzione istituzionale: rispettoso della maggioranza parlamentare, ma senza risparmiarle rilievi anche aspri. Forse si tratta di cogliere anche un altro aspetto, senza limitarsi a misurare con il centimetro quanto Napolitano sia, di volta in volta, lontano dall’esecutivo o vicino a esso. In realtà, svolgendo il ruolo di garante, il presidente della Repubblica si trova non da oggi a tracciare di fatto un perimetro politico. A delineare una piattaforma nella quale può riconoscersi un largo, ma non larghissimo spettro di forze rappresentate in Parlamento. E che potrebbe con pochi ritocchi diventare il manifesto programmatico di una coalizione votata alla serietà. I richiami alla civiltà del confronto in vista delle riforme; l’esigenza di non trascurare mai

Gianfranco Fini, in linea con il suo ruolo istituzionale, ha più volte espresso il suo apprezzamento per le posizioni del presidente Napolitano. Ha definito “politicamente incisiva”la lettera allegata alla promulgazione del disegno di legge sulla sicurezza, e in altre circostanze, per esempio in occasione del discorso di fine anno, ha sottoscritto la considerazione che «le riforme strutturali, di cui il Paese ha estremo bisogno, richiedano un’azione di ampio respiro che, necessariamente, deve essere condivisa con senso di responsabilità da tutte le forze politiche di maggioranza e opposizione». Anche l’Udc con Pier Ferdinando Casini ha sempre accolto con assoluto rispetto le posizioni assunte del GIOVANNI SABBATUCCI Quirinale e i messaggi nei quali Si tratterebbe Giorgio Napolidi uno scenario tano ha in varie occasioni espres- che non può mai essere escluso so i suoi inviti ala priori, l’unità nazionale. ma soltanto Sullo scenario immaginato da nel caso in cui ci sia un collasso Folli il politologo dell’attuale bolognese Paolo maggioranza Pombeni spiega con un ricorso che «il presidente a elezioni della Repubblica anticipate pensa sicuramente a un siste-

l’interesse della comunità; l’attenzione verso ciò che unisce il paese, anziché lacerarlo... Sono altrettanti tasselli di un disegno che Napolitano interpreta in chiave istituzionale, ma che potrebbe domani diventare un messaggio politico trasversale, in grado di coinvolgere settori del centrosinistra e del centrodestra. In nome, appunto, dell’interesse nazionale e, se vogliamo, di quel «patriottismo costituzionale» che non significa mero istinto conservatore. Sta di fatto che la lettera di mercoledì colpiva due punti del «pacchetto sicurezza» cari alla Lega (ronde e reato d’immigrazione clandestina), nel momento stesso in cui il Quirinale subiva un attacco di particolare violenza da parte di Di Pietro. Vero è che Bossi e Maroni hanno assorbito senza polemiche le critiche presidenziali (basta vedere il tono prudente della «Padania»). Ma è chiaro che la linea di Napolitano tende a frenare certi aspetti arrembanti del leghismo. Cosa che, sotto sotto, può anche far comodo a Berlusconi. Sull’altro versante, il capo dell’Italia dei Valori non accetta proprio la sostanza politica del messaggio presidenziale: la coesione nazionale. Qualcosa che taglierebbe fuori Di Pietro dal gioco delle alleanze e dei ricatti.

Invece il «partito di Napolitano», chiamiamolo così, abbraccia idealmente un Partito Democratico che fosse in grado di uscire dal suo caos interno su una linea davvero riformista; i centristi di Casini; un Popolo della Libertà capace di maturare una cultura istituzionale e propenso a porsi qualche interrogativo sul «dopo». Cioè su quella fase, che un giorno comincerà, in cui Berlusconi non sarà più al centro della scena, ma il partito vorrà rappresentare ancora l’opinione moderata del paese.

ma in cui gli estremismi siano quanto meno tenuti sotto controllo e nel quale ci siano due poli in qualche modo gestiti da partiti fortemente responsabili. I problemi seri che ha il nostro Paese richiedono un consenso ampio», dice l’editorialista del Messaggero, «un’intuizione che era stata già di Enrico Berlinguer quando scrisse il famoso articolo sul compromesso storico. Sulle grandi questioni ci vuole un consenso molto ampio che deve essere, quindi, costruito sia con un minimo di rispetto

reciproco, sia con un po’ di buona volontà da tutte le parti, per arrivare a una situazione di condivisione nel tempo, senza pretendere di metterci sopra la propria esclusiva e il proprio marchio».

Secondo Giovanni Sabbatucci quella di Stefano Folli è un’ipotesi di scuola, poco plausibile. «Si tratterebbe di uno scenario dice - che non può mai essere escluso a priori, ma soltanto nel caso in cui ci sia un collasso dell’attuale maggioranza con un ricorso alle elezioni. A quel punto potrebbe ipotizzarsi una coalizione nazionale o paraistituzionale. Non mi sembra, però, che questa situazione sia alle porte, dal momento che la maggioranza è piuttosto forte e autosufficiente, nonostante tutte le varie fronde interne. Tra l’altro non ritengo che il presidente Napolitano, almeno consapevolemente, faccia il “tifo” per uno scenario del genere. È ovvio che nel momento in cui dovesse verificarsi una determinata situazione, un’ipotesi di unità nazionale diventa una possibilità in più per il Paese. Il presidente della Repubblica, però, si limita a invocare rapporti politici e istituzionali civili. Tutte le volte che Napolitano è intervenuto ha sempre sottolineato la legittima distinzione tra compiti del governo e compiti dell’opposizione. Tra l’altro non mi sembra che le forze politiche siano particolarmente mature per un’ipotesi di condivisione di un nuovo sistema, a meno che, ripeto, non ci sia una vera e propria esplosione della maggioranza attuale».

Su questa stessa linea è il professor Augusto Barbera: «Napolitano deve fare il presidente della Repubblica che rappresenta l’unità nazionale, come recita la CoPAOLO POMBENI stituzione, anche nella più aspra Per il futuro divisione di se venisse schieramenti almeno ternativi di gola leadership verno. Il probledi Berlusconi ma è capire se ci sarebbe questa maggioil rischio ranza di centroconcreto destra vuole di una grande aprirsi all’opposiconfusione zione per fare le che va riforme oppure assolutamente no. La bozza Vioevitata lante, condivisa da molti, potreb-


prima pagina

18 luglio 2009 • pagina 3

Parla Antonio Maccanico, ex ministro della Repubblica

«È ora che i moderati lavorino al futuro» di Francesco Lo Dico

ROMA. «Non è certo la prima volta che il presidente Napolitano tenta di riportare la politica a toni più costruttivi e rispettosi delle istituzioni. Da quando il suo mandato ha avuto inizio, ha esercitato la sua funzione di garante in maniera esemplare, restando in una posizione equidistante da quanti hanno tentato di tirarlo per la ghiacchetta e di quanti ne hanno invocato l’intervento a fini utilitaristici. C’è l’auspicio, e anche la fiducia che la sua opera di moral suasion, sia da esempio per tutti gli schieramenti chiamati a confrontarsi con le emergenze di questo Paese, e che nel lungo termine, il suo costante richiamo ai valori costituzionali e alla correttezza, possa tracciare un solco sempre più netto fra la buona politica, capace di coinvolgere i volenterosi in modo trasversale e raccogliere intorno a progetti di riforma uomini interessati a fari ripartire questo Paese, e la cattiva politica che invece non perde occasione per fare gazzarra e speculare sulle tante piaghe che in questo Paese, da troppo tempo attendono di essere sanate». Antonio Maccanico, ex presidente di Mediobanca, più volte ministro della Repubblica negli anni passati, ritiene che l’opera di conciliazione del presidente Giorgio Napolitano non sia una semplice speranza per quanti credono nell’avvento di una nuova coesione nazionale. Ma che, sulla scorta del Quirinale, il ritorno a un clima più disteso, capace di raccogliere i volenterosi attorno al tavolo delle riforme, sia una prospettiva plausibile. È ragionevole credere che la fine dell’impasse sia vicina, o zuffe e ammuine non avranno tregua? È ragionevole pensare che la condotta esemplare del presidente della Repubblica, susciti una sempre più ampia e condivisa emulazione, all’interno di maggioranza e opposizione. Se le fila di quanti hanno in spregio il becerume e le asprezze talvolta emerse nel dibattito si ingrandiscono, indipendentemente dal colore politico sarà possibile riunire a un tavolo uomini innnanzitutto, e quindi amministratori della ”Cosa Pubblica”, desiderosi di rompere questo perenne indugio in cui la vita politica di questo Paese si è ritratta. Occorre rinunciare all’idea di dover piacere a tutti i costi, così come alla tentazione opposta di dover dispiacere a chiunque in nome di facili istrionismi populisti, uguali e opposti. Sta pensando alle riforme, non è vero? Esattamente. E penso a quanto diventi ogni giorno più urgente, in un tempo come questo in cui la crisi sollecita risposte immediate, ma non perentorie, rinunciare ai propri personali duelli rusticani, alle ossessioni di gradimento o di rivalsa, in favore di risposte concrete ai problemi dei nostri cittadini. Le risposte che si attendono da uomini cui hanno affidato con il voto, la responsabilità di tutelarne istanze ed esigenze.

Non si è fatto molto, in questo senso. Bisogna prima uscire dall’equivoco emergenziale, perché davvero si possano fornire risposte condivise e concrete ai cittadini. Occorre cioè che governo e opposizione, smettano di fare politica come in preda a uno stato di continua emergenza. È vero, si sono succeduti in quest’ultimo anno molti fenomeni imprevedibili, ma se gli interventi sull’onda del bisogno non si accompagnano a interventi strutturali, di tutto questo lavorio non resta che un nugolo di fragili pecette. Tengono per qualche tempo, ma al primo soffio di vento crollano lasciando la situazione in uno stato peggiore di quello iniziale. E questo ci riporta al concetto di coesione nazionale. Non solo al concetto di coesione nazionale, ma alla sua naturale conseguenza: la riflessione e la collaborazione tra i membri moderati che in tutti gli schieramenti, vogliano produrre qualcosa di duraturo per l’Italia. Un gruppo di persone che, proprio come la lezione del presidente Napolitano insegna, sappia guardare con fiducia e attenzione a ciò che unisce il Paese, e sappia invece confrontarsi con intelligenza e reciproca legittimazione a ciò che più spesso lo lacera, lasciando le riforme in condizioni di dissesto e i cittadini in balia di un’amara sensazione di impotenza.

Il richiamo ai valori costituzionali può tracciare la strada per quanti desiderano tornare a confrontarsi sulle riforme strutturali di cui questo Paese ha bisogno

Sopra, Giorgio Napolitano. A sinistra, Stefano Folli. A destra, Antonio Maccanico be essere un punto di partenza con una maggioranza di governo che voglia riscrivere alcune regole e con un’opposizione costruttiva. Un futuro diverso mi sembra al di là da venire, ma bisognerebbe, comunque, tenere fuori il presidente della Repubblica, nel suo ruolo istituzionale. La convergenza sui grandi temi oramai è un mantra. La stessa maturità politica per su-

drato nell’attuale situazione che ha sancito il fallimento del bipartitismo e il progressivo formarsi di cinque diverse aree politiche: la destra populista della Lega, il centrodestra moderato, i centro rappresentato dall’Udc, la sinistra riformista alla quale si ispira buona parte del Pd e i dipietristi. «In quest’ottica - conclude il professor Pombeni - bisognerà trovare una formula che abbia il perno AUGUSTO BARBERA del sistema in quelle forze in Certo grado di tenere per le posizioni sotto controllo le che ha assunto formazioni più il presidente estremistiche. Napolitano Questo Paese denon potrebbe ve prendere coche guardare scienza che per con favore affrontare questa a un processo crisi mondiale c’è politico bisogno di coesioteso ne nazionale. Naall’unità politano quando nazionale interviene lo fa in modo perfetto, nel pieno rispetto perare le divisioni ogni tanto fa di tutte le istituzioni. Per il futudei progressi, ma si fanno im- ro se venisse meno la leadership mediati passi indietro. Speria- di Berlusconi e si arrivasse a mo che adesso il dialogo possa una riutilizzazione weberiana riprendere, a prescindere dal del carisma ci sarebbe il rischio presidente della Repubblica. di una grande confusione che va Certo per le posizioni che ha as- assolutamente evitata. A questo sunto, Napolitano non potrebbe punto occorre l’intervento delle che guardare con favore a un parti responsabili di tutti gli processo politico teso all’unità schieramenti che devono far nazionale». sentire la loro voce contro i paL’invito alla convivenza civile sdaran e dell’opinione pubblica tra le forze politiche va inqua- non schierata».


il caso

pagina 4 • 18 luglio 2009

Scontri. Per Confitarma l’unica strada è quella di portare avanti la liberalizzazione dei servizi e la privatizzazione dell’ex monopolista

Il nuovo caso Alitalia Decalogo degli armatori per accelerare la dismissione di Tirrenia, ma si ingrossano le file del partito del rinvio di Francesco Pacifico

ROMA. Dieci buoni motivi per vendere Tirrenia ed evitare uno slittamento, sempre più probabile, della sua privatizzazione. La prossima settimana la Confitarma, l’associazione che riunisce i maggiori armatori italiani, presenterà un decalogo per spingere il governo sulla vendita dei traghetti di Stato. E questo mentre il governo tratta con Bruxelles per ottenere un’ennesima proroga (l’ultima è scaduta il 31 dicembre 2008) all’obbligo di liberalizzare i servizi di trasporto marittimo. Palazzo Chigi, nonostante abbia confermato l’intenzione di vendere nel recente Dpef, non ha ancora pubblicato il bando per la gara che gioco forza doveva essere già pronto. A ingrossare le file del partito del rinvio, insieme con i sindacati, il tycoon del cargo, Gianluigi Aponte – «Con la crisi in atto il governo sarebbe costretto a svenderla», ha dichiarato l’armatore prima al Sole 24 Ore poi al Mattino. Mentre la compagnia, che nel 2008 è costata al contribuenti 111,8 milioni di euro in sovvenzioni e ha visto il debito salire a 725,14 milioni, ancora non sa come e dove l’azionista Tesoro troverà i 46 milioni che mancano agli stanziamenti per l’anno in corso. Una situazione inestricabile quella dell’Alitalia del mare, che il governo vuole trattare con cura vuoi per le ripercussioni sul turismo (siamo pur sempre in estate) vuoi per evitare tensioni sociali. Facilmente verificabili visto che ogni decisione sulla compagnia finirebbe per colpire le condizioni dei 3mila dipendenti, altamente sindacalizzati e forti di remunerazione doppie rispetto agli addetti delle altre compagnie. Così per gli armatori di Confitarma l’unica strada è quella di portare avanti il progetto di liberalizzazione dei servizi e di privatizzazione dell’ex monopolista. Quindi il decalogo per forzare le resistenze alla dismissione. «Credo che presenteremo il decalogo la prossima settimana», conferma a liberal il presidente della Confindustria del mare, Nicola Coccia. «Dopo aver ascoltato le parti in causa stiamo ultimando la piattaforma. L’importante è eliminare l’asimmetria nel trasporto passeggeri tra un soggetto pubblico dotato di forti sovvenzioni e uno privato totalmente sprovvisto. E questo in un mercato dove per il

90 per cento delle rotte c’è concorrenza, pluralità di offerta». I fondi infatti non riguardano soltanto gli aiuti per la continuità sociale per le tratte in perdita. Senza i 111,8 milioni di euro pubblici la compagnia controllata da Fintecna avrebbe chiuso il bilancio con un rosso di 95 milioni. Rischierebbe di portare i libri in tribunale. Per questo il decalogo, pur di sbloccare la situazione ha tra i suoi punti centrali quello dell’azionariato della compagnia: gli armatori so-

una completa messa a gara dalle tratte italiane, comprese quelle soggette al vincolo della prossimità territoriale e quindi in perdita. I privati dietro il pagamento di un’equa sovvenzione, sono pronti a garantire le corse necessarie ai residenti delle isole più piccole. Ipotesi che piacerebbe soprattutto al numero uno di Mobylines, Vincenzo Onorato. Va da sé che questa ipotesi – in linea con quanto chiede la Ue – prevederebbe la fine di Tirrenia, che giustifica buona

Un traghetto Tirrenia. Sotto, il ministro dei Trasporti, Altero Matteoli. Nella pagina a fianco, Giuseppe Caronìa, segretario della Uil Trasporti

Palazzo Chigi, nonostante abbia confermato l’intenzione di vendere nel recente Dpef, non ha ancora pubblicato il bando per la gara che doveva per forza di cose essere già pronto no pronti a fare la loro parte entrando a condizioni di favore nel capitale della compagnia come sono pronte a fare le Regioni con le controllate locali (la toscana Toremar, la campagna Caremar, la siciliana Siremar e la sarda Saremar). Ma l’unica leva per creare una vera concorrenza passa per

parte degli aiuti statali proprio con le tratte sociale. Accanto a questo aut aut verso lo Stato si registra un’apertura non da poco verso i sindacati. Le compagnie iscritte a Confitarma sarebbero pronte ad accollarsi i dipendenti dell’ex monopolista qualora subentrassero nella gestione delle

tratte messe a gara. La parola passa al governo, con gli armatori che sarebbero attesi al ministero già a inizio settimana. Intanto si muovono non poche cose intorno al destino della compagnia. Aponte che si dice non interessato alla compagnia per motivi di antitrust (controlla la campana Snav) e per

Solo il mercato può produrre quella razionalizzazione che serve al settore

Le lobbies dell’immobilismo di Carlo Lottieri inanzi alla catastrofe di Tirrenia e all’esigenza di porre fine ad una vera emorragia di risorse pubbliche, l’argomento usato ossessivamente dai difensori dello status quo è quello della “continuità territoriale”. La tesi è che se non ci fosse Tirrenia, che può usare i soldi anche di chi non ha mai messo piede sulle imbarcazioni di Stato, per quanti vivono in posti disagiati non ci sarebbero collegamenti.

D

L’argomento è debole da più punti di vista, e soprattutto in linea di principio. In effetti, una simile tesi potrebbe essere facilmente rigettata sostenendo che se domani intendessi andare a vivere, solo e soletto, in ci-

ma al Monte Bianco, questo non mi autorizzerebbe a pretendere un servizio di motoslitte tutto per me o, meglio ancora, un collegamento in elicottero tra le vette alpine e il centro di Torino.

Ma quello del Monte Bianco è certo un caso-limite e, nel dibattito attuale, molti possono trovare necessario che si debba garantire ai sardi o agli abitanti delle isole minori un costante accesso alla terraferma. Eppure, anche in questo caso la decisione di tenere Tirrenia in mano pubblica è ingiustificabile. La garanzia dei collegamenti essenziali, infatti, si può ottenere senza che sia il pubblico in prima persona ad operare. Non c’è insomma alcun bisogno che siano i politici a nominare gli amministratori secondo criteri lottiz-

zatori, a dilatare gli organici per ragioni clientelari, a condizionare le scelte manageriali. Quando un’azienda è gestita dallo Stato (si tratti di una compagnia aerea, di un’università o di una società marittima), il risultato sarà certo deludente. E allora – ad esempio – si può immaginare che quei collegamenti siano assicurati da imprese private grazie a convenzioni. Invece che tenere sotto il controllo pubblico quel trasporto, si può immaginare che la regione “acquisti” taluni servizi da imprese private, spingendole in tal modo a tenere in vita rotte che altrimenti non gestirebbero. Per di più, quelle che oggi consideriamo linee necessariamente da sovvenzionarsi (perché ritenute “fuori mercato”) potrebbero non esserlo se dovesse venir meno la cappa statale.

È proprio questo quello che hanno scoperto i sardi quanto l’Unione europea ha fatto saltare la posizione privilegiata da Alitalia e, di conseguenza, si è innescata una competizione sui collegamenti tra l’isola e la terraferma. Dopo decenni in cui erano stati convinti di essere stati “aiutati” dalle politiche pubbliche, quando negli aeroporti sardi hanno visto comparire i vettori delle low-cost tutti hanno iniziato a percepire che, in realtà, la continuità territoriale era servita solo a peggiorare la situazione dei collegamenti tra la Sardegna e la penisola italiana.


il caso

18 luglio 2009 • pagina 5

L’opinione di Giuseppe Caronìa, segretario della Uil Trasporti

«No,la privatizzazione sarebbe un errore» di Vincenzo Bacarani

la crisi del cargo, avrebbe dato mandato a Mediobanca di vagliare con lui il dossier. Altre banche d’affari come Nomura e fondi i private equità come Premuda avrebbero bussato alla porta del governo per capire i criteri e i tempi dell’asta. Girerebbe anche una cifra di massima, ma al lordo dei

Bisogna infatti ricordare che il mercato è un meccanismo di scoperta: e in uno studio pubblicato dall’Ibl, Oliver Knipping ha mostrato le positive conseguenze della liberalizzazione ferroviaria sull’intero sistema dei trasporti britannici. Un’economia libera serve soprattutto a mettere in moto idee ed energie, e tutto questo al fine di cogliere opportunità di guadagno. Se quindi vi sono persone che da Olbia intendono arrivare a Genova (e viceversa) ed altre che da Procida vogliono giungere sulla costa partenopea, in un contesto liberalizzato ci sarà una vera concorrenza per trovare quelle soluzioni che riescano a soddisfare i consumatori. Perché ciò produce profitti.Il paradossale collegamento sopra ipotizzato tra il Monte Bianco e il centro di Torino, di sicuro, non regge sul piano finanziario. Ma questo ci dice che soltanto la privatizzazione dell’Alitalia del mare può produrre quella razionalizzazione di cui il settore ha bisogno, spingendo tutti a migliorare e a servire davvero il pubblico.

debiti, tra i 900 e i 950 milioni. Difficile credere che ci sia tanto interesse per l’Alitalia del mare. «E il motivo è semplice», ci spiega un banchiere d’affari, «Tirrenia, nonostante una gestione antieconomica e una flotta vecchia, incassa qualcosa come 400milioni all’anno. Eppoi non tutti lo sanno, ma l’Italia ha un arcipelago di una settantina di isole: la convenzione con la Stato non sarà più di 100 milioni l’anno, ma la cifra non dovrebbe scendere di molto».

Intanto il ministro Matteoli rischia di trovarsi scoperto su un altro fronte: il trasferimento degli asset locali alle Regioni. E non soltanto per le richieste dei governatori. Gli enti, oltre a chiedere un passaggio a costo zero, hanno messo sul piatto il conferimento di tutte le competenze e le dotazioni per la prossimità, la possibilità di mettere a gara le tratte senza cedere il 100 per cento delle società, fondi per contratti di servizio lunghi abbastanza per ristrutturare le società, sgravi in base al numero di dipendenti e gli stessi ammortizzatori previsti per i lavoratori della Tirrenia nazionale. Senza contare che potrebbe cambiare il quadro se dalla due diligence risultassero bilanci più in rosso del previsto. Matteoli nicchia, intanto l’Antitrust, in una sentenza sul sistema campano, ha stabilito che una Regione non può essere alla stesso tempo erogatrice dei concessioni di trasporto e titolare di compagnie marittime.

ROMA. Dopo Alitalia, si potrebbe presentare molto presto per il governo il problema Tirrenia. Un problema, quello della compagnia nazionale di traghetti, da parecchi anni sempre rimandato ma che prima o poi (e sembra più prima che poi) presenterà il suo conto. La prossima ultima scadenza è il 31 dicembre di quest’anno. Entro questa data il governo si è impegnato a mantenere il livello dei servizi. Quello che succederà dopo, al momento non si sa. La Tirrenia occupa circa tremila addetti, oltre il 90 per cento del Sud, e un nuovo caos come quello che si è verificato l’anno scorso per Alitalia comporterebbe problemi sociali non indifferenti. Sembra tuttavia che Confitarma, la Confederazione italiana armatori, abbia un’idea per procedere alla privatizzazione della compagnia e sembra che la renderà nota nella settimana entrante. Intanto uno dei possibili acquirenti di Tirrenia, Gianluigi Aponte, patron di Msc e Snav, si è chiamato fuori dal gioco. «Un errore per il governo vendere ora Tirrenia», ha detto e ha anche aggiunto che ugualmente sarebbe un errore per un privato comprarla ora. Insomma, Aponte in un solo colpo ha mandato a monte un progetto similAlitalia (con la creazione cioè di una bad company che si accollasse tutti i debiti) e ha piazzato una sorta di pietra tombale sulla privatizzazione di una compagnia che è vero che svolge un ruolo di servizio pubblico essenziale, ma che è anche vero che è una vorace mangiatrice di denaro pubblico: dopo i 173 milioni di euro stanziati, avrebbe bisogno ancora entro la fine dell’anno di altri 46 milioni per garantire i servizi, 46 milioni che il governo non sa dove andare a trovare. Giuseppe Caronìa, segretario generale della Uil Trasporti, dipinge un quadro allarmante, ma è anche contrario alla privatizzazione, come tutti i sindacati confederali da alcuni anni a questa parte. Come mai, Caronìa? Sono contrario a privatizzare in questo momento. Sarebbe una follia vendere in un periodo di crisi. Ma anche quando non c’era questa crisi i sindacati sono sembrati sempre infastiditi dalle voci di privatizzazione. Non è del tutto vero. Non abbiamo assolutamente pregiudizi ideologici. Vorremmo però che venissero chiarite le ragioni per cui si privatizza. In fin dei conti Tirrenia è

un soggetto pubblico che garantisce servizi anche a livello sociale. A parte questo, vorrei sapere quale sistema bancario oggi sia pronto a sostenere un privato per l’acquisizione di una compagnia di collegamenti marittimi. La domanda in questo settore peraltro si è contratta e di molto. Ma la verità è un’altra. E qual è? Ai privati non interessa acquistare Tirrenia. Per loro non si tratta di un’operazione di acquisizione ai fini di un aumento di clienti e di fatturato e quindi a una crescita e a un recupero dell’azienda. A loro interessa farla sparire. E non è vero che non chiederebbero poi sovvenzioni allo Stato, le chiederebbero per poter garantire i collegamenti essenziali che oggi Tirrenia svolge con professionalità e puntualità. E poi è significativo che Aponte, che recentemente ha detto che non acquisirà Tirrenia, sia stato tra i primi a farsi avanti. E’ chiaro: lui ha la Snav che su parecchie tratte è concorrente di Tirrenia e gli avrebbe fatto comodo far fuori un concorrente di grande spessore. Sembra che siate contrari a privatizzare a prescindere... No, no. Siamo fortemente contrari a una privatizzazione al cento per cento, quello sì. Lo Stato deve entrare nella nuova società mantenendo anche una quota di minoranza. Ma una quota che gli possa consentire di esercitare gli obblighi del servizio pubblico. Non dimentichiamo che la Tirrenia svolge un ruolo sociale fondamentale: collega anche le isole piccole. Ecco perché ora bisogna operare per il trasferimento delle costituite compagnie regionali alle Regioni. Ma l’Antitrust ha detto che le Regioni, una volta in possesso delle compagnie regionali, sono tenute a privatizzarle. È vero solo in minima parte, perché l’Antitrust si riferiva soprattutto alla Regione Campania e non alle altre. Però l’Unione Europea spinge per la privatizzazione di Tirrenia... Non è del tutto vero neanche questo. L’Unione Europea ha ribadito quello che avevo sempre sostenuto e cioè che Bruxelles può dare consigli e indirizzi, ma non può imporre nulla. La privatizzazione deve essere una scelta autonoma. E la Ue ha anche detto chiaramente che le sovvenzioni alle compagnie regionali non possono essere configurati come aiuti di Stato. Più chiari di così...

Ai privati non interessa acquistare l’azienda.A loro interessa farla sparire. Bisogna operare per il trasferimento delle compagnie alle Regioni


diario

pagina 6 • 18 luglio 2009

Il minimetro che attraversa Perugia, l’opera su cui si è consumato il dibattito politico del capoluogo umbro in questi anni e oggi al centro dell’inchiesta della magistratura. Nella foto in alto a sinistra l’ex sindaco di Perugia Renato Locchi. Sotto l’attuale sindaco Wladimiro Boccali

Scosse. Indagini sulla giunta perugina per minimetro e buchi in bilancio i nel Pd sembra esserci una questione morale, ma non è quella evocata un po’ maldestramente dal candidato alla segreteria Ignazio Marino in merito al caso di Luca Bianchini, lo stupratore seriale che coordinava un circolo del Partito democratico della capitale. Riguarda qualcosa di più strutturale, come la gestione dei governi locali nelle regioni di snodo per la sinistra italiana. In particolare, in queste ore, riguarda l’Umbria e il suo capoluogo Perugia.

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Dove la classe dirigente locale è da anni stressata da piccoli e grandi scandali politico economici che hanno sempre lambito e mai toccato le sfere del Pd. Che ora invece vengono coinvolte nel pasticcio del minimetro del capoluogo umbro e del clamoroso buco di bilancio di diciassette milioni di euro del comune di Perugia. Sono arrivati a 102 gli avvisi di garanzia emessi dal sostituto procuratore Sergio Sottani spiccati contro funzionari, consulenti e assessori del comune di Perugia. Tra questi l’ex sindaco Renato Locchi che è ancora il più accreditato candidato alla segreteria regionale del Pd. Non sono stati ancora resi noti i nomi degli assessori della giunta Locchi coinvolti negli avvisi di garanzia ma nella squadra amministrativa del’ex primo cittadino c’erano sia l’attuale sindaco di Perugia Wladimiro Boccali sia l’attuale presidente della provincia Marco Vinicio Guasticchi, il primo era assessore all’urbanistica il secondo al bilancio. Se tra gli avvisati ci dovessero

Pd, in Umbria è questione morale di Riccardo Paradisi essere anche loro per il Pd umbro sarebbe motivo di ulteriore imbarazzo. Soprattutto alla vigilia del congresso regionale di settembre e di quello nazionale di ottobre. Una questione spinosa questa del minimetro di Perugia. L’inchiesta investe una gestione opaca degli espropri fatti dal comune per costruire l’imponente infrastruttura cittadina e aumenti di cubature vicine al minimetro. I diciassette milioni di euro sarebbero poi stati spostati dal comune all’azienda partecipata che aveva in appalto i lavori. Nel bilancio comunale alcune voci presenterebbero delle irregolarità che possono essere messe proprio in rapporto con la costruzione del minimetro. Ci sono in gioco interessi pesanti, anche politici.

ha visto subito lievitare i costi, diventando una voragine di denaro. Anche il governo Prodi fu generoso coi finanziamenti per questa operazione e come opposizione abbiamo sempre chiesto di fare chiarezza sul fatto che a un aumento di capitale pubblico non c’è mai stata nessuna ricapitalizzazione dei privati. D’altro canto – prosegue Ronconi – essendo implicati oltre ad assessori e consulenti un

classe dirigente del Pd umbro.

A meno di voler considerare come un’analisi interessante le dichiarazioni della segreteria comunale del Pd di Perugia: «In merito alle notizie sull’inchiesta apparse in questi giorni sulla stampa non possiamo che auspicare innanzitutto che si faccia celermente chiarezza sui profili delle indagini e sulle persone coinvolte. Questo per evitare ogni eventuale ipotesi di discredito sommario sulle istituzioni locali e conseguentemente su un’importante e apprezzata opera come il minimetro, che accanto a molte altre opere pubbliche ha contribuito in questi anni a migliorare sensibilmente la città». È una vecchia abitudine delle amministrazioni umbre quella di mettere avanti il discorso della funzionalità amministrativa e dell’efficacia delle opere compiute. Oltre al buon nome dell’Umbria che qualcuno vorrebbe infangare, come fece un paio d’anni fa il governatore della Regione Maria Rita Lorenzetti di fronte all’esplosione a livello nazionale dello scandalo Giombini, il costrut-

Sono 102 gli avvisi di garanzia emessi dalla Procura di Perugia.Al centro dell’inchiesta la gestione opaca delle infrastrutture

L’analisi di Maurizio Ronconi esponente umbro dell’Udc è molto severa: «C’è eccome una questione morale in Umbria. E c’è una faccenda dai contorni inquietanti. Quella del minimetro è un’opera che è costata infinitamente di più di quanto doveva costare. Data in appalto a una società mista pubblico privato, l’opera

centinaio di funzionari io credo che si possa anche profilare, se gli avvisi di garanzia dovessero trasformarsi in qualcos’altro, anche un’associazione a delinquere». Faccenda molto delicata dunque che porta un ulteriore malessere all’interno del Pd. L’Umbria – malgrado l’assottigliarsi del consenso alle ultime elezioni – è rimasta uno degli scrigni nazionali dei voti democratici e i leader regionali umbri hanno sempre avuto a Roma un peso considerevole. Si spiega anche con questo il silenzio mantenuto in queste ore dalla

tore rosso delle megacoop della regione arrestato per fatturazioni false e tangenti. Mentre il centrodestra chiede chiarezza, il coordinamento delle liste civiche, il movimento che da anni pone in Umbria il problema della questione morale, chiede che il nuovo sindaco di Perugia Boccali, spieghi pubblicamente, con un consiglio comunale straordinario, cosa accade in città. «Siccome Boccali si è presentato come il nuovo – dice Claudio Abiuso, presidente della lista civica L’altra Perugia – dovrebbe sentire il dovere di riferire in consiglio comunale su ciò che sta accadendo in questi giorni. E dovrebbe abrogare immediatamente le dieci delibere fasulle a monte di questa inchiesta. Lo statuto del consiglio di Perugia prevede un ”consiglio grande” per coinvolgere la città in un dibattito pubblico. Lo convochi il sindaco e spieghi la posizione dell’amministrazione sull’ammanco di 17 milioni di euro e sugli appalti per il minimetro. Sono anni che si va avanti mettendo la polvere sotto il tappeto. Ora sono partite delle inchieste, i tempi sono cambiati, dovrebbe rendersene conto chi amministra questa città e questa regione. L’Umbria non è l’Unione sovietica». Anche se i toni dell’autodifesa dell’ex sindaco Locchi hanno un timbro di altri tempi: «Sono contento che mi sia stata notificata un’informazione di garanzia per un’opera pubblica utile. Ma soprattutto perché mi si contestano irregolarità per un’opera portata a termine, a differenza di tante opere pubbliche che rimangono sospese».


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18 luglio 2009 • pagina 7

Incidente ieri per Benedetto XVI, subito operato e poi ingessato

Ieri il consiglio nazionale dell’Udeur. Che sarà autonomo dal Pdl

Il Papa scivola e si frattura il polso

Mastella: «Ripartiamo dopo questa tempesta»

AOSTA. Papa Benedetto XVI

ROMA. «Potevamo decidere se

ha lasciato in macchina l’ospedale Parini di Aosta per fare rientro a Les Combes. Il pontefice ha il polso destro ingessato, dopo l’operazione cui è stato sottoposto per ricomporre una frattura. Il papa ha salutato con il braccio sinistro e ha sorriso ai giornalisti che lo attendevano all’uscita. È apparso molto sereno e in buono stato di salute. Il pontefice stato operato al polso destro, in anestesia locale, dopo essere è caduto ieri notte nella sua camera da letto, nello chalet di Les Combes, a 1300 metri di quota in Val d’Aosta, riportando una frattura scomposta. Secondo fonti vaticane, il pontefice è scivolato e non ha avuto alcun malore o svenimento. In ogni caso lo hanno subito controllato il suo cardiologo ed il suo rianimatore personale.

esserci o non esserci» dopo la «tempesta che ha portato molti ad abbandonare la nave su cui si trovavano bene quando le vele erano spiegate». E Clemente Mastella ha deciso di esserci, «più che per me, per voi e per i tanti che hanno patito un’umiliazione da cui ci siamo liberati per via democratica», ha detto ieri il leader dell’Udeur al primo consiglio nazionale post-tsunami, strappando nel residence di Ripetta l’applauso liberatorio per chi si ritrova ad aver superato la doppia prova del fuoco, giudiziaria ed elettorale.

A confermare le condizioni discrete del papa vi è il fatto che stamani - ha riferito il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi - ha celebrato messa come ogni mattina, e ha fatto colazione. Poi è stato accompagnato, con la sua auto nera, all’ospedale di Aosta, dove è giunto alle 9 e 45 circa. Il pontefice è sceso dall’auto, protetto come sempre in questa vacanza da imponenti misure di sicurezza, e ha percorso a piedi il lungo corridoio di ingresso tra una piccola folla di curiosi e malati che lo hanno salutato. I sanitari lo hanno subito sottoposto ad una radiografia, e anche a un check up completo. Secondo quanto riferiscono ufficiosamente fonti ospedaliere, gli esami generali non hanno riscontrato alcun problema. Il papa ha dovuto però rimanere nel nosocomio, sotto osservazione, in attesa che i medici decidessero il da farsi, per poi essere sottoposto al piccolo intervento al polso. .I medici dell’ospedale di Aosta hanno escluso che il papa sia caduto in seguito ad un malore. Si è trattato di una caduta accidentale.

Dpef, i segnali positivi di Tremonti Misure giuste, ma la ripresa dello sviluppo è ancora lontana di Enrico Cisnetto iamo realisti. Se attaccare lo scudo fiscale solo perché “politicamente scorretto”equivale a non capire che l’obiettivo non è quello dello “Stato etico” (fiscale), bensì di far rientrare 3-4 miliardi da rimettere nel circolo dell’economia, occorre lo stesso realismo per giudicare le ultime misure varate dal Ministero dell’Economia. In ognuna di queste ci sono elementi positivi: dalla detassazione degli utili reinvestiti in azienda – con limiti che evitano alcuni abusi del passato – alla definizione di incentivi alle imprese che innovano, alla velocizzazione dei pagamenti delle pubbliche amministrazioni ai suoi fornitori, alla previsione di strumenti per ricapitalizzare le piccole e medie imprese.

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Segnali senz’altro positivi, dunque. E non si tratta di contentini alla Confindustria, che pure negli ultimi mesi si è mostrata forse un po’troppo schiacciata sulle posizioni del governo anche quando dalla base saliva forte il mugugno, ma semmai sono la risposta giusta alla recessione in atto dati gli stretti limiti imposti dalle condizioni della finanza pubblica. Proprio queste condizioni sono, però, determinanti. Soprattutto, con un debito pubblico che continua a salire: le stesse stime del Dpef appena varato prevedono un rapporto debitopil al 115% quest’anno e al 118% nel 2010 (mentre dalla Ue e da altri organismi internazionali arrivano vaticini ancora più negativi, fino al 125% per l’anno prossimo), e la Banca d’Italia segnala a maggio il record storico di 1.752,2 miliardi di debito. Se questa è la coperta – sempre più corta – della finanza pubblica italiana, anche i 3-4 miliardi di recupero fiscale da destinare (speriamo) alle imprese, non dovrebbero certo essere giudicati “noccioline”. Altro discorso, invece, è ragionare se le“condizioni date”siano una disgrazia che ci dobbiamo portare dietro per forza, o se al contrario debbano e possano essere messe in discussione. E qui, il riferimento d’obbligo è ai dati sul crollo dell’economia reale, testimoniato dalla Banca d’Italia, secondo cui negli ultimi 12 mesi abbiamo avuto il peggior crollo produttivo dagli anni Settanta, con un tonfo del 25,3%. Ciò significa che abbiamo perso per strada un quarto del nostro sistema produttivo, e il fatto che questo tonfo si sia assestato nel secondo trimestre – nel corso del quale

si è fermata l’emorragia ma non rimarginata la ferita – è la conferma non solo che la strada della ripresa dello sviluppo è ancora assai lontana, ma soprattutto che il fenomeno da congiunturale potrebbe diventare strutturale. Andando a costituire un ulteriore, micidiale “gap”di crescita rispetto ai nostri competitori. Sia che la crisi finisca nel 2010, sia – come è più probabile – nel 2011, non possiamo illuderci che a quella griglia di partenza tutti i concorrenti si presentino equipaggiati nello stesso modo. Chi avrà fatto forti investimenti nella ripresa, chi avrà impostato serie politiche keynesiane di sviluppo, partirà con i motori ben rodati. Altri, rischiano di partire più lentamente o di non partire affatto. E, per una macchina come la nostra, che negli ultimi 15 anni ha già accumulato un differenziale di crescita di un punto percentuale di pil all’anno nei confronti degli altri paesi dell’area euro, la gara rischia di essere molto, molto faticosa.

Ecco perché è fondamentale riprendere per i capelli quel 25% di struttura industriale persa per strada. Certo, non facendo dell’accanimento terapeutico nei confronti di un malato terminale. Sarebbe inutile e dannoso, infatti, tenere a galla distretti industriali ormai fuori mercato, produzioni che non riescono a competere sui prezzi con i competitor internazionali, filiere di prodotto labour intensive. Al contrario, è necessario trovare dei sostituti “evoluti”. Per questo, serve fare ciò che i nostri competitori hanno già fatto in questi anni: migrazione delle produzioni a basso costo, investimenti in innovazione e know how, delocalizzazione dell’hardware per investire sul software. Solo così si recupererà quel maledetto -25%. Ma per arrivare a questo obiettivo servono, naturalmente, risorse. Risorse da destinare a operazioni di stimolo – sgravi mirati, politiche fiscali premianti per le produzioni più avanzate, incentivi all’aggregazione e alla messa in rete delle aziende – che non possono essere messe che dallo Stato. Come? Spostando quote significative di spesa corrente agli investimenti. Solo così facendo si potrebbero mettere in gioco finalmente ben altre risorse, rispetto a quelle che una gestione necessitata della finanza pubblica ci ha fin qui consentito di spendere. (www.enricocisnetto.it)

Dobbiamo fare ciò che i nostri competitori hanno già fatto: innovazione, know how e delocalizzazione dell���hardware

Magari un po’ ammaccate e rimaneggiate, ma le famose “truppe mastellate” sembrano ancora qui. «Questa è la nostra ripartenza - ha detto - ma voglio passione, iniziativa, orgoglio. È un nuovo inizio al quale ci apprestiamo con umiltà, rigore, senza sovraesposizioni». E idee chiare. Il Pdl? «Ci ha dato ospitalità, c’è un’alleanza strategica, che non deve essere discriminatoria, e manteniamo la nostra autonomia di giudizio». Il messaggio, in vista delle regionali del 2010, è chiaro: senza Mastella in diverse realtà del sud il centrodestra rischia di non vincere. E l’europarlamentare cita situazioni in Campania, Molise, Puglia e Calabria, si dice sicuro che il Pd «non ripeterà l’errore di rifiutare alleanze», senza contare che il bipartitismo secco, dopo il referendum, è morto e sepolto e quindi torna in auge un sistema di bipolarismo imperfetto, con «due pianeti piu’ grandi e satelliti che ruotano intorno». L’esempio spagnolo: «Né i popolari né i socialisti vincono da soli». In Italia, «il Pdl, senza lo slancio del territorio, non basta» e lui, ricorda “en passant”, è uno che in Campania ha preso meno voti solo rispetto a Berlusconi. Mastella ha quindi annunciato che la Festa del Campanile di Telese si farà anche quest’anno. «Non so ancora se a metà agosto o a settembre, ma si farà. Non durerà una settimana, sarà di tre giorni, ma si farà».


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pagina 8 • 18 luglio 2009

Iran. Il leader riformista Karroubi malmenato dalla polizia fuori l’università di Teheran. Due accoltellati, un’attivista arrestata

La guerra (in)civile Rafsanjani attacca: «Khamenei illegittimo» E i pasdaran reprimono nel sangue il corteo di Vincenzo Faccioli Pintozzi segue dalla prima «Se il popolo non è con te, non puoi essere una Guida suprema: se il popolo iraniano non è soddisfatto, il governo perde la sua legittimità». Le parole di fuoco lanciate da Hashemi Rafsanjani al capo politico e spirituale dell’Iran hanno alimentato le fiamme della crisi politica seguita alle contestate elezioni presidenziali del 12 giugno scorso. Davanti alle decine di migliaia di persone riunite per ascoltarlo, l’ex presidente ha ricordato: «Quando l’imam Ruollah Khomeini scatenò la Rivoluzione si rifiutò di usare le armi contro lo Scià. Agli inizi della Repubblica ci si rivolgeva direttamente al popolo e i Consigli popolari varati a quell’epoca godevano del sostegno dello stesso Khomeini». Un modo neanche troppo velato per criticare l’inaccessibilità dell’esecutivo e del gotha religioso che detta legge nel Paese. Rafsanjani attacca poi l’organizzazione statale: «Abbiamo organizzato lo Stato prendendo come punto di riferimento la volontà del po-

polo, che elegge il Parlamento e il presidente della Repubblica: è vero che è un governo religioso, ma siamo una Repubblica».

E questa, ha precisato, «non è una parola astratta: occorre coniugare Repubblica con islam e se non ci basiamo sul parere del popolo non saremo mai islamici». Rafsanjani è tornato poi sul polemico esito del-

correnti esistenti nel Paese ne soffrono, abbiamo bisogno di unità per fare fronte ai pericoli che ci circondano. Dobbiamo far tornare la fiducia tra il popolo e il governo, attenerci alla legge e convincerci a vicenda con la legge: c’è stato un clima che non lo ha permesso. La tv deve aiutare a ritrovare un clima amichevole ed il popolo deve poter vedere, sentire e giudi-

L’ex presidente: «Siamo islamici, ma anche una Repubblica. Questa non è una parola astratta: deve essere coniugata con il Corano. Se ignoriamo il parere del popolo non saremo mai corretti»

sdaran e dei basji - i volontari e le guardie islamiche - che hanno caricato la folla festante.

le elezioni, che hanno dato la vittoria al presidente uscente (l’ultra-conservatore Mahmoud Ahmedinejad), tra le accuse dei brogli dei candidati riformisti: «Avremmo sperato di coronare la partecipazione popolare al voto con delle elezioni libere: alcuni però vogliono escludere il voto popolare». «Stiamo attraversando - ha aggiunto giorni difficili e amari: tutte le

Il discorso dell’ex presidente, infatti, aveva provocato nell’uditorio un parossismo di gioia: la convinzione comune era che Rafsanjani avesse trovato una quadratura del cerchio tesa ad allontanare dal potere Khamenei. Fra di loro non c’era Mehdi Karrubi, il candidato riformista sconfitto nelle presidenziali iraniane, che è stato malmenato da uomini in

care. Non si devono imporre dei vincoli ai mezzi d’informazione, che devono attenersi alla legge». Prima di aprire la sura del venerdì, Rafsanjani ha poi chiesto il rilascio dei detenuti: «Tuteleremo il governo e risarciremo coloro che hanno subito danni e che sono leali verso il governo». La sua posizione non è piaciuta: fuori dall’università erano riunite le milizie dei pa-

borghese mentre si recava alla preghiera. Una foto pubblicata dal blog iraniano Revolutionary Road mostra l’anziano religioso senza turbante, appena sceso da un’automobile, con alcuni uomini che lo strattonano da una parte e un altro, che sembra una guardia del corpo, che cerca di proteggerlo alle spalle. Il blog pubblica anche diversi scatti delle manifestazioni. Si vedono tra l’altro un uomo ferito alla testa, la polizia anti-sommossa in motocicletta schierata davanti ai manife-

La rimozione del presidente per l’Agenzia del nucleare è un’indicazione politica. Traballa anche il ministro degli Esteri

Nei palazzi del potere parte il valzer delle poltrone di Antonio Picasso a violenza torna nelle strade di Teheran. Nel frattempo, all’interno dei palazzi, comincia il balletto delle nomine. Con l’avvio del secondo mandato di Ahmadinejad, la classe al potere in Iran viene coinvolta in un ricambio che è molto lontano dal normale spoil system tipico invece dei regimi democratici. E mentre prosegue la repressione nelle piazze e nelle prigioni del Paese, nei centri di comando nazionali c’è chi trema e paga lo scotto di essere stato a suo tempo etichettato di riformismo. Altri invece ne traggono vantaggio. È il caso del consuocero di Ahmadinejad, Esfaniar Rahim Mashaie, no-

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minato proprio ieri vice Presidente. Di tono contrario sono le dimissioni del Presidente dell’Agenzia iraniana per l’energia atomica (Oiea), Gholamreza Aghazadeh. A quanto si è appreso, la decisione risaliva a tre settimane fa - quindi subito dopo la pubblicazione dei risultati elettorali - ma è stata fatta circolare solo ora. Aghazadeh era considerato un mito nell’ambito della corsa iraniana al nucleare. E questo elemento costituisce ormai l’unico collante fra il regime degli ayatollah e l’opinione pubblica. Perché quindi mettere da parte una personalità di tanto prestigio? La stampa governativa non ha specificato le motivazioni di questa scelta. Tuttavia i

dubbi non sono molti. Aghazadeh è stato esautorato per la sua contrarietà alla diarchia Khamenei-Ahmadinejad, per le sue inclinazioni riformiste e per il fatto di essere un uomo di Khatami. Ex Presidente della Repubblica, quest’ultimo, dalle vedute politiche molto aperte rispetto all’attuale Guida Suprema, ma ormai troppo ininfluente per salvarlo.

Al posto di Aghazadeh va Ali Akbar Salehi, anch’egli esperto del nucleare e, per alcuni aspetti, con titoli accademici di maggior peso rispetto al suo predecessore. Salehi, infatti, ha studiato a Beirut e poi al Massachussets Institute of Technology, gotha mondiale della

ricerca scientifica. Forte di questo cursus studiorum è stato scelto, nel 2003, come rappresentante del governo iraniano presso l’Aiea. Un incarico difficile, che ha richiesto competenze tecniche, ma soprattutto notevoli doti diplomatiche. La scelta del regime di fare questo scambio, quindi, dimostra la raffinata capacità di dissimulazione che è propria della classe dirigente iraniana. Prevedendo commenti e critiche all’esautorazione di Aghazadeh, Teheran lo ha sostituito con un altro “pezzo da novanta”, in modo da parare le accuse di aver messo da parte un riformista competente in materia nucleare in cambio di un oltranzista pedissequamente fedele al regime.

Al contrario, la figura di Salehi non è completamente tale. I suoi anni di servizio presso l’Aiea ne fanno comunque un ingegnere nucleare preparato e con un portafoglio di conoscenze di indubbia credibilità.

In particolare, merita una menzione il suo canale preferenziale con la Cina. E Pechino, nel campo nucleare, costituisce per gli ayatollah una specie di “piano B”, nel caso gli ottimi rapporti con la Russia venissero a mancare. Resta il fatto che sia un allineato alla politica di Ahmadinejad. Ma ancora più rumorose sono le voci di un possibile ritiro anche del ministro de-


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18 luglio 2009 • pagina 9

È necessario distinguere fra i riformisti (pochi) e il movimento di piazza

Ma la visione di Obama è troppo limitata di Michael Rubin a reticenza di Obama rappresenta una visione limitata, che giudica la società civile iraniana come un “movimento per le riforme”. È vero, molti dei riformisti antecedenti al 2009 hanno affermato che l’assistenza Usa ne macchia la reputazione. Per fare un esempio, sul NewYork Times il blogger iraniano Hossein Derakhshan ha imputato ai proclami di Bush la colpa dell’elezione di Ahmadinejad nel 2005. Anche se altri la imputano ai brogli, poi ripetuti nelle ultime elezioni. Incurante di tutto ciò, Derakhshan e il movimento per le riforme hanno mostrato il proprio volto quando il blogger ha pubblicamente approvato l’uso della forza da parte del regime per estorcere confessioni ai dissidenti. Obama si dimostrerebbe alquanto imprudente qualora consentisse a tale piccolo gruppo, e non al più vasto e più moderato movimento fatto di tutti quei cittadini iraniani che si oppongono alla teocrazia, di guidare la politica Usa. Ciò non significa che tutti i dissidenti vogliono l’assistenza di Washington. Il giornalista Akbar Ganji esprime un’opinione condivisa da molti quando afferma che un eventuale sostegno americano darebbe alle autorità governative il pretesto ideale per dare il via ad una nuova campagna repressiva.Tuttavia, quando Ganji fu condannato a sei anni di detenzione, Bush non era ancora presidente. Obama dovrebbe rendersi conto del fatto che la repressione messa in atto in Iran è antecedente al sostegno accordato al popolo iraniano da parte del governo statunitense. Il massacro di più di 3mila dissidenti incarcerati perpetrato nel 1988 non aveva nulla a che fare con Washington, ma si inscrivevano nell’essenza stessa del regime.Vi è poi la preoccupazione morale - alquanto fuori luogo dell’amministrazione Obama, che si fonda sull’idea che l’offrire un sostegno in termini puramente retorici agli iraniani caricherebbe la Casa Bianca di un fardello di responsabilità sul benessere del popolo iraniano.

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Scene di protesta dall’università di Teheran. In basso il ministro degli Esteri di Teheran Mottaki. A destra, Barack Obama stanti e il leader dell’opposizione Mir Hossein Mussavi in mezzo a una folla di uomini.

Non c’era neanche una nota avvocatessa iraniana, Shadi Sadr, attivista dei diritti umani, arrestata durante la marcia verso l’università. La notizia, data da fonti del dissenso ira-

gli Esteri iraniano, Mottaki. Ieri i giornali arabi parlavano anche di un cambio al vertice della diplomazia di Teheran. L’attuale guida della politica estera iraniana non è certo un moderato. L’Occidente si è confrontato più volte con la sua fermezza. Tuttavia, Mottaki è apprezzato per essere un fautore del realismo, quindi molto più flessibile di quanto si pensi. Questa mallea-

niano all’estero, è stata confermata dal marito: «Shadi mi ha chiamato da una località sconosciuta, dicendomi che era stata arrestata da agenti in borghese che l’avevano costretta a entrare in un’auto». Sadr, 34 anni, si batte soprattutto contro la lapidazione delle adultere e, come legale, ha anche difeso molte donne in carcere e che rischiavano di essere giustiziate. Il suo arresto segnala una verità scomoda: gli ayatollah non intendono cedere. Neanche davanti alla rivolta del popolo.

bilità, fondamentale nel gestire le complesse trattative con i governi stranieri, potrebbe costituire una macchia di fronte a Khamenei e Ahmadinejad anche per il Ministro degli Esteri.

Se tutto questo fosse vero, il governo di Teheran starebbe optando per una strategia comunque pericolosa. Il regime infatti ha solo una carta di credibilità da giocare di fronte all’opinione pubblica nazionale, ed è quella nucleare. Ottenuta questa, potrebbe vantarsi di aver vinto in una sfida sproporzionata contro la comunità internazionale. Di conseguenza, una grossa porzione delle proteste potrebbe placarsi. Al contrario, mettendo da parte Aghazadeh, Khamenei e Ahmadinejad si compromettono di fronte alla popolazione, lasciandole credere che anche il dossier nucleare è soggetto a revisioni per il “bene” della sopravvivenza del regime.

mento di protesta. Le proteste di strada potranno anche volgere al termine, ma la più grande battaglia sull’effettiva legittimità della Repubblica islamica è appena iniziata. L’iniziale neutralità di Obama non ha impedito a Teheran di accusare i dimostranti di essere degli agenti stranieri, né ha risparmiato una dura repressione. Le forze di sicurezza continuano ad arrestare studenti e professori e a perseguitare i cittadini iraniani alle dipendenze delle ambasciate straniere. I precedenti inducono ad ipotizzare che Mousavi stesso sarà condannato all’esilio, ad una morte prematura o ad entrambe le cose. Mentre gli accademici iraniani residenti negli Usa elogiano l’approccio “di non ingerenza” adottato da Obama, molti cittadini hanno chiesto l’aiuto internazionale. Le proteste hanno determinato delle modifiche alle direttrici che informano i rapporti con l’Iran, e ciò dovrebbe spingere Obama a riconsiderare la propria strategia. Obama ha fatto del riconoscimento della teocrazia di Teheran la pietra angolare della propria politica. Il 20 marzo, in occasione del nuovo anno persiano, ha dichiarato: «Gli Stati Uniti auspicano che la Repubblica Islamica dell’Iran [e non semplicemente “l’Iran” nda] possa trovare il proprio legittimo posto nella comunità delle nazioni».

I moti popolari potranno anche finire, ma la grande battaglia sulla vera legittimità della Repubblica islamica è appena iniziata

Questa preoccupazione affonda le radici nell’accorato appello del 1991 rivolto al popolo iracheno affinché si sollevasse contro Saddam Hussein. Il governo iracheno massacrò decine di migliaia di persone nella soppressione della successiva ribellione, e gli Usa rimasero a guardare. Ma un parallelismo con l’attuale situazione appare erroneo: i provvedimenti restrittivi del regime di Teheran sono iniziati ben prima che Obama rilasciasse dichiarazioni al riguardo. E come il caso di Solidarno\\u015B\\u0107 e la successiva legge marziale imposta in Polonia nel 1981 hanno dimostrato, il rischio di misure restrittive non necessariamente prevale sui benefici insiti nel sostegno morale ad un movi-

Di sicuro, a 30 dalla rivoluzione khomeinista, la riluttanza del popolo iraniano ad abbracciare la teocrazia pone ancor più in evidenza la vulnerabilità del regime. Dato che è la Casa Bianca a formulare le linee politiche, essa non dovrebbe dare a Teheran ciò che il popolo iraniano rifiuta. Ad esempio, Obama dovrà probabilmente fare i conti con quanti gli chiedono di confrontarsi con i mullah sul programma iraniano di proliferazione nucleare, ma gli interessi statunitensi e la leadership morale non possono essere reciprocamente esclusive. La diplomazia non costituisce una panacea, ed il dialogo è una tattica, non certo una strategia. Il frettoloso avvio di un dialogo negoziale, conferendo legittimità al regime, ricompenserebbe la Repubblica Islamica per il programma nucleare, e ne favorirebbe il proseguimento. Ironia della sorte, le forze che soffocano il popolo iraniano - la guida suprema e le sue Guardie Rivoluzionarie - sono proprio quelle che detengono un reale controllo sul programma nucleare della Repubblica islamica. La constatazione del fatto che i popoli americano ed iraniano hanno un nemico comune dovrebbe porre le basi di una strategia a lungo termine che persegua come fine ultimo il trionfo del popolo iraniano su un regime destabilizzante ed imprevedibile.


panorama

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Editoria. È in pubblicazione l’opera completa (in undici volumi) del padre del “pensiero debole”

Un monumento al “vattimismo” di Antonio Tari na volta l’opera omnia di un filosofo, di un poeta, di uno scrittore e più in generale di un autore era pubblicata dopo la morte dell’autore. Oggi avviene mentre l’autore, nel nostro caso un filosofo, è ancora in vita e gode di ottima salute (e naturalmente gli auguriamo di campare altri cento anni). Chi è? Gianni Vattimo. La casa editrice Meltemi sta pubblicando le opere complete del papà del pensiero noto come “pensiero debole” (ai tempi in cui frequentavo l’università, tempi brevi e brevissimi per fortuna, tra i professori quando si nominava Vattimo circolava una battuta: si guardavano con complicità, sorridevano beffardi e poi dicevano “vattimismo”come una distorsione di vittimismo). Un’impresa editoriale non di poco conto, visto che sono previsti undici volumi per un totale di quarantuno libri, ma naturalmente il piano dell’opera potrebbe subire dei cambiamenti proprio perché il filosofo è ancora in vita e siccome la vita e il pensiero

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IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

sono imprevedibile ci potrebbero essere degli arricchimenti ulteriori. Anzi, diciamo pure che ci saranno perché il filosofo debole in quest’ultimo periodo della sua vita si è riscoperto abbastanza in forze e sforna un titolo ogni sei mesi. Al momento sono usciti tre libri: il primo che è il volume introduttivo, e altri

videndoli per sezioni: i testi della filosofia dello spirito, i saggi, i testi di storia e critica letteraria, varia e le “pagine sparse”. Prima di morire riuscì anche ad “antologizzarsi” pubblicando un libro, con il suo amico Riccardo Ricciardi, in cui sceglieva le pagine che riteneva più significative (quel testo è stato ripub-

Sulle orme di Nietzsche e ancor più di Heidegger, è passato direttamente dalla “filosofia dell’evento” all’essere egli stesso l’evento della filosofia due che sono il tomi 1 e il tomo 2 dei sette previsti del volume Ermeneutica.

Ogni pensatore desidera mettere a posto il suo pensiero dargli una bella sistema definitiva, almeno quella che lui ritiene tale - prima di andare all’altro mondo. Il compito dell’opera omnia magari lo lascia ai posteri - a loro spetta l’ardua sentenza, si sa - ma se può mette ordine tra le carte e pubblica i suoi pensieri con un certo ordine. Così, ad esempio, faceva Benedetto Croce, il quale durante la sua operosissima giornata terrena pubblicò i suoi libri di-

blicato anni fa da Adelphi). Adesso è qualche anno, invece, che l’edizione nazionale delle opere di Croce è in corso di pubblicazione presso l’editore napoletano Bibliopolis. L’edizione nazionale delle opere di un autore è sempre un evento, più o meno valido e più o meno riconosciuto, ma un evento. Lo dice lo stesso Vattimo, solo che in questo caso il filosofo del “pensiero debole”lo dice di sé e della sua opera.

Una cosa un po’ curiosa, in verità Magari si potrà riconoscere a Vattimo anche una certa dose di ironia, ma resta il fatto che è

lo stesso Vattimo a scrivere che la pubblicazione della sua Opera omnia è un “evento”. Dice proprio così. Leggete: «Non si pubblicano le Opere complete di uno studioso perché è un grande filosofo; si decide di farlo “grande” nel momento in cui si costruisce, con qualche verosimiglianza, l’indice dei suoi scritti. È sempre anzitutto - come nel caso della verità stessa un affare di “presentabilità”: ha senso cioò a cui, in presenza di un pubblico tendenzialmente universale, riusciamo a dare un senso. Perciò, anche se sembra un eccesso di presunzione, non posso non pensare che la decisione di pubblicare le mie Opere complete sia anzitutto un “evento”: non coinvolge infatti soltanto me stesso, i miei “editori-curatori”, l’editore in senso proprio; è un evento in quanto pretende non solo di rispecchiare un interesse pubblico esistente, ma di domandare un riconoscimento che ci si attende ragionevolmente di incontrare». Insomma, Gianni Vattimo, sulle orme di Nietzsche e ancor più di Heidegger, è passato direttamente dalla “filosofia dell’evento”all’essere egli stesso l’evento della filosofia.

L’amara riflessione di Roberto De Simone: «Odio la città, non seppellitemi qui»

Vedi Napoli e poi... vai a morire altrove dio questa città, mi farò seppellire altrove». Maledetta Napoli, non avrai le mie spoglie, quelle del Maestro Roberto De Simone. Un atto di accusa nei confronti della sua città che, forse, non ha eguali, se non il classico “fujtevenne” di Eduardo De Filippo. Dal «vedi Napoli e poi muori» si è passati al «non morite a Napoli, che non lo merita». Ma davvero Napoli è così - la parola è giustissima - invivibile?

«O

L’atto di accusa del musicologo è avvenuto a San Giorgio a Cremano, un paio di sere fa, in occasione del Premio Troisi. È un’accusa che non riguarda tanto la città di Napoli, quanto la classe dirigente e politica che Napoli ha governato per così tanto tempo. «Una Napoli senza cultura fa comodo a chi non ha cultura» dice De Simone. Un’accusa, in verità, un po’ strana perché proprio nella cosiddetta “politica culturale” negli ultimi tempi - diciamo pure nel regno di Antonio Bassolino - si è investito molto: artisti italiani e stranieri, musei, arte contemporanea. Tuttavia, questa grande facciata della “politica culturale” non ha prodotto nulla di consistente: pura vernice. Ecco perché l’ac-

cusa di Roberto De Simone non solo è giusta - al di là dell’aspetto personale, la sua morte e la sua eredità - ma fa ancora più male di una qualunque critica politica di questo o quel partito, di questo o quell’aspirante personaggio che mira a succedere a Bassolino. La fortissima delusione di De Simone e la sua rassegnazione fino a volere l’esilio delle sue stanche membra e perfino del suo lavoro artistico è la più radicale e bruciante critica che mai sia stata rivolta al malgoverno dei tre lustri di Antonio Bassolino. «Avrei avuto diritto», ha detto il Maestro, «a un teatro nel quale lavorare e insegnare, a una scuola di canto e, ora a un Luogo nel quale tramandare le mie ricerche sul campo. Napoli, invece, non mi ha concesso niente di tutto questo, e allora è giusto che me ne vada a

morire da qualche altra parte, magari in campagna. Se fossi giovane me ne sarei fuggito». C’è una amarezza indicibile in queste parole. La delusione - si può dire senza tema di smentita - non è solo una questione personale, ma riguarda la continuità di un’opera che avrebbe meritato il sostegno concreto, sia fattivo che da morale, parte delle istituzioni e invece ha trovato solo indifferenza. La “politica culturale” quella che con enfasi fu chiamata Rinascimento Napoletano - voleva fare della Napoli di fine secolo la Firenze rinascimentale del 2000 e così si è dato libero sfogo alla ricerca di fondi, progetti, mostre, “grandi eventi” come si usa dire oggi senza dire niente. E non ci è resi conto che le opere da fare erano già fatte e solo attendevano di essere riconosciute

pubblicamente, aspettavano un sostegno, una continuità, la garanzia di poter essere punti di riferimento per generazioni a venire coltivando il gusto estetico ed etico dell’insegnamento e dell’educazione. Ma tutto questo - ecco il punto - non ha nulla a che vedere con i finanziamenti, i fondi, i progetti. Tutto questo ha che vedere con l’operosità concreta, con le scelte morali, con il buongoverno che sa anche governare uomini e cose senza far ricorso solo e soltanto ai fondi, ai soldi.

A Carlo Franco, il giornalista napoletano che lo ha intervistato dopo il Premio Troisi per il Corriere del Mezzogiorno, il Maestro ha detto che «è vero, ce l’ho con le istituzioni che non hanno mantenuto le promesse che mi sono state fatte». Ma un grande maestro, qual è Roberto De Simone, può chiedere la “carità” ai politici? Una politica, come si dice “illuminata” e che come tale si è sempre auto-rappresentata”, non aveva il dovere di servire Roberto De Simone per riconoscerlo pubblicamente nella sua città come un esempio e un riferimento? Non li perdoni, Maestro, perché sapevano che cosa stavano facendo.


panorama

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Scenari. Il comico tesserato ad Avellino. Ma la sua autocandidatura alla segreteria del Pd mostra i limiti di un intero sistema politico

E alla fine la spuntò il “Grillo sparlante” di Osvaldo Baldacci eppe Grillo ce l’ha fatta. Se gli ostacoli alla sua candidatura a leader del Pd erano mascherati solo dall’assenza della tessere, era certo che avrebbe trovato qualcuno che gliel’avrebbe data. In un Paese che sta diventando il regno della provocazione e dell’antipolitica, lui è il maestro. E i dirigenti del Pd arrancano. Cercheranno ora di annullare l’iscrizione e di punire il circolo che l’ha avallata, e continueranno così a farsi del male. Il nodo non è nella persona, ma nel sistema politico e di valori troppo confuso, e nell’aver troppo a lungo civettato con l’antipolitica sperando di riassorbirla e venendone invece schiacciati. L’incursione di Beppe Grillo nel Pd smaschera il vuoto del “nuovismo” e dell’antipolitica. Non si limita a “sputtanare” il partito, come ha detto Cacciari. L’autocandidatura del comico alla segreteria del Pd mostra i limiti dell’attuale sistema politico. Proviamo a mettere in fila due riflessioni. Aveva ragione il Pd a negare a Grillo la tessera? Certo, la cosa era politicamente ineccepibile. Per partecipare all’azione di un qualsiasi gruppo, e tanto più di

tutto il diritto di respingere la sua adesione e ancor più il suo tentativo di assumere la leadership di un partito di cui non condivide nulla.

B

Da una parte è a rischio la selezione della classe dirigente, dall’altra si illude il cittadino di avere forza perché lo si rende partecipe delle primarie un partito, bisogna condividerne i valori e gli indirizzi fondamentali. All’interno di questo alveo si può cercare di modificare la linea ed eventualmente si combattono le proprie battaglie. E ci vuole anche un po’ di tempo per dimostrare che si è su quelle posizioni in cui ci si riconosce e si è riconosciuti. Grillo potrebbe anche bruciare le tappe, ma se le sue idee fos-

sero compatibili con quelle del partito cui desidera iscriversi. Il fatto è che non è così, è evidente ed è riconfermato dai proclami che il genovese sta facendo mentre presenta l’autocandidatura. È poi noto l’appoggio esplicito di Grillo e del suo movimento a varie liste elettorali in Italia, e le simpatie dipietriste. Sono questi dunque i motivi ragionevoli per cui il Pd ha

Ma è ora opportuno andare oltre. Come è stato possibile che Grillo pensasse di potersi candidare e come mai in molte parti dell’opinione pubblica questo appare normale e persino stimolante, mentre non arrivano i semplici e lineari ragionamenti sopra esposti, ma piuttosto molti ritenevano strano che al comico fosse rifiutata la candidatura? Questo è un tema di cultura della politica. È in corso una trasformazione della politica in Italia, ma è una trasformazione confusa. Si ha paura di presentare all’opinione pubblica una politica seria, strutturata, fondata su partiti che non siano mostri, ma neanche raccoglitori di tutto e del suo contrario. Da anni ci si spinge sempre di più sulla strada di una politica dell’immagine, dei partiti leggeri, della partecipazione aperta a tutti, fino a una sorta di demagogia e di plebiscitarismo, con gli sconfinamenti nell’antipolitica e nel nuovo a tutti i costi. Da

una parte si mette a rischio la capacità di selezionare la classe politica, tramite il voto di preferenza e il lavoro sul territorio e nelle sezioni, prevalendo invece la cooptazione dei rappresentati politici. Dall’altra parte si illude il cittadino di avere una maggiore forza perché ogni tanto lo si fa partecipare a qualche procedimento sul tipo delle primarie, comunque in realtà gestite dall’alto. Procedimenti strettamente legati all’idea del nuovismo: no ai politici impegnati, sì agli esterni. Ma è chiaro che è una questione di facciata. Grillo lo dimostra: la politica e la logica pretendevano che non potesse candidarsi alla segreteria del Pd, ma veniva invece da moltissimi percepito come un candidato di diritto di fronte allo spettacolo messo in piedi finora. Chi più nuovo, più antipolitico, più plebiscitario di Grillo? Sempre più poi si inseguono i temi della protesta, della denuncia e del momentaneo sui temi dei progetti, delle soluzioni e delle prospettive. Bisogna quindi avere il coraggio di riformare la politica. Altrimenti i grilli uccideranno i partiti, ma non sarà un bene.

Dubbi. La connotazione non politica dell’omicidio Sandri ha confinato il delitto in un silenzio “colposo”

Se al posto di Gabbo c’era un no-global... di Antonella Giuli uasi non se ne parla già più. E tutto sommato, ci sarebbe addirittura da dire meno male. Dacché ogni giorno, per giorni, s’è fatta una vera e propria corsa al “meglio titolo” o all’ultimo “corsivo” sulle pagine dei quotidiani nazionali, chi solo per dare la notizia e chi invece per commentare quella che rischia di passare alla storia come la “sentenza-choc” dell’Italia intera, adesso niente di niente. Neanche più una brevina a parlare dell’uccisione di quel figlio di Roma che era Gabriele Sandri, morto ammazzato nel sedile posteriore di un’auto l’11 novembre del 2007. Nemmeno una riga, oggi come oggi, che provi anche solo timidamente a decifrare quel che (non) è accaduto all’agente di Polizia che lo ha ucciso, o che tenti di interpretare il meccanismo che ha portato la Corte d’Arezzo a emettere quella sentenza. Lo spazio tra le dichiarazioni dei politici di Palazzo, come lo spazio nelle pagine di cronaca che ancora pensano di aver qualcosa da dire, è perlopiù appal-

Q

tato a loro, agli ultras, mentre di Gabriele Sandri e Luigi Spaccarotella, quasi non se ne parla già più. Si potrebbe dire meno male se non fosse però per un dubbio, un po’ malizioso e un po’ no, che sarebbe meglio intanto tirare fuori. Perché la sensazione è che l’intera vicenda, non solo quindi il capo d’impu-

priamente politico e vedere di nascosto l’effetto che fa. Se cioè in quella Mégane Scénic avessero viaggiato dei giovani alla volta di una manifestazione per esempio di “disobbedienti”, se si fossero scontrati all’Autogrill di Badia al Pino con un altro gruppo riconducibile a qualche sigla estremista,

Se a rinunciare al tavolo del dissenso composto sono i più legittimati a protestare, è ovvio che lo spazio lasciato scoperto viene riempito dall’area più estremista tazione di Spaccarotella, sia stata quasi del tutto derubricata dalla stampa e dal mondo in doppiopetto perché il contesto in cui l’agente ha ucciso il giovane deejay romano non aveva una qualche connotazione politica.

Basterebbe prendere la dinamica dell’omicidio così come si è verificata, decontestualizzarla dal contorno più pericoloso delle Curve (i cattivi più gettonati del momento), calarla in un coté più pro-

destra o sinistra che sia, e un poliziotto avesse sparato per sedare la rissa ammazzandone uno qualunque, il sospetto è che il fattaccio avrebbe riempito le pagine dei quotidiani che contano per giorni e giorni, sotto forma di raffinati ragionamenti o di processi mediatici, sarebbe approdata in Parlamento, magari con la veste di interrogazione urgente di politici battaglieri, e l’attenzione dell’opinione pubblica sarebbe quotidianamente stata

catturata dalla nuova lotta al cattivo (in uniforme come in passamontagna, a seconda dello spirito d’appartenenza). Ora, che Giorgio Sandri e la sua famiglia riescano o meno a portare in piazza un milione di manifestanti, a oggi non è dato saperlo. Certo è che se a latitare, se a rinunciare al tavolo del dissenso forte ma composto sono proprio i più legittimati a impugnare l’arma della rivendicazione democratica della giustizia (e della giustezza), è evidente che lo spazio lasciato scoperto venga subito riempito da quell’area più estremista che tanto si prova a contrastare. Siamo sicuri di voler perdere anche questa occasione?


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e ricordano tutti le prime parole pronunciate da Neil Armstrong, appena poggiato un piede sul suolo lunare. Anche quelli che non vissero quell’emozione per ragioni anagrafiche. Neil le scandì lentamente, come un professore di inglese che voglia farsi capire dai suoi allievi, incollati davanti ai teleschermi, in tutto il mondo: «That’s one small step for a man, one giant leap for mankind», è stato un piccolo passo per un uomo, un balzo gigantesco per l’umanità. A distanza di quarant’anni, lo straordinario effetto psicologico di quella frase si è appannato. L’ultimo uomo a scendere sulla Luna fu Gene Cernan, nel 1972. Da allora il satellite sembra essersi allontanato dal nostro pianeta, insieme con la prospettiva (che molti sognavano) di una sua colonizzazione. I programmi spaziali sono seguiti dall’opinione pubblica mondiale con un tiepido interesse. È naturale che sia così: la gente si entusiasma soltanto quando i traguardi della ricerca sono eclatanti, oppure si commuove quando qualche imprevisto provoca una tragedia: come accadde nel 1986, quando morirono i sette astronauti del Challenger esploso un minuto e mezzo dopo il decollo da Cape Canaveral, e il 1° febbraio 2003 quando lo Shuttle Columbia si disintegrò al rientro nell’atmosfera, provocando la morte di altri sette astronauti. Ma sono stati compiuti altri passi (e altri balzi) in avanti nella conquista dello spazio.

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Marte è più vicino da quando i robot Spirit e Opportunity (all’inizio del 2004) hanno inviato le fotografie del Pianeta Rosso. Il governo americano ha promesso che nel 2030 partirà la prima missione umana con destinazione Marte. E alcuni scienziati assicurano che il dieci per cento della Via Lattea è abitabile: 20 miliardi di stelle (con relativi pianeti) ci attendono. Era il 21 luglio del 1969. Erano esattamente le 4,56 (ora italiana) di lunedì 21 luglio 1969. Milioni di italiani erano in piedi, per assistere all’evento. Avevano avuto l’illusione che si fosse già verificato da qualche minuto, da quando il telecronista Tito Stagno, lo aveva annunciato con enfasi dallo studio televisivo di Roma. Ma poi l’informazione era stata corretta da Ruggero Orlando, l’inviato a Houston. Armstrong dovette affrontare alcuni problemi del tutto imprevisti: la tuta spaziale era piuttosto voluminosa, e si rivelò complicata persino l’uscita dal portello del Lem. Niente di particolarmente grave, comunque, in confronto alla dimensione storica dell’evento. Anche Cristoforo Co-

Quarant’anni fa, il 20 luglio 1969, il modulo Lem della missione Apollo 11 allunava nel Mare della Tranquillità per permettere ad Armstrong e Aldrin di compiere un «grande passo per l’umanità»

Il giorno che la Ter

di Massim lombo aveva incontrato complicazioni impreviste prima di raggiungere le Indie.

Qualche anno dopo quella storica impresa, Neiil Armstrong, il protagonista, disse: «Non ho mai più sognato di tornare lassù, ma quando ripenso a quei momenti, a quando ho appoggiato il mio piede sulla crosta lunare, ricordo di aver provato una grande emozione. È difficile da raccontare: i miei pensieri non riuscivano a cristallizzare delle parole, a trasformarsi in espressioni. Pensavo a noi tre – io, Collins e Aldrin

gente per la nostra missione». Neil Armstrong era il comandante della missione; Michael Collins (l’unico dei tre a non scendere sulla Luna) era il pilota del modulo di comando (il Columbia); Edwin “Buzz”Aldrin era il pilota del modulo lunare, il Lem, battezzato Eagle. La missione Apollo 11 aveva lasciato la Terra il 16 luglio, quando in Florida erano le 8,32 del mattino (e in Italia le 15,32), chiusi nella capsula alla sommità del grande razzo Saturno 5, realizzato da un esercito di scienziati e tecnici guidati da Werner von Braun. Dopo un’orbita e mezzo intorno

Milioni di italiani erano in piedi, per assistere all’evento. Avevano avuto l’illusione che si fosse già verificato da quando il telecronista Tito Stagno lo aveva annunciato dallo studio tv di Roma al nostro pianeta, il Columbia aveva puntato dritto verso l’obiettivo, alla velocità di 40mila chilometri orari.

Il 20 luglio Armstrong e

– lontani da casa, isolati e nello stesso tempo inseguiti dall’attenzione di milioni di persone ansiose di sapere quello che stavamo facendo. Eravamo consapevoli del grande interesse della

Aldrin si trasferirono sull’Eagle che si sganciò dal Columbia (alle 19,47, ora italiana, di domenica 20 luglio), e avviarono la procedura di allunaggio. I due astronauti si resero conto che il sito scelto preventivamente per toccare il suolo era molto più roccioso di quanto avessero indicato le fotografie prese in precedenza. Allunarono in una zona nella parte meridionale del Mare della Tranquillità (così era stata battezzata l’ampia depressione individuata come adatta per la missione: dai rilevamenti compiuti dal Lunar Orbiter e dalle

sonde Ranger 8 e Surveyor 5 appariva sufficientemente pianeggiante e liscio. Finalmente Armstrong poteva annunciare al centro di controllo di Houston: «Qui base della Tranquillità, l’Aquila è atterrata». Il viaggio di andata era durato 102 ore, 45 minuti e 42 secondi.

«Dopo la tensione per gli imprevisti che avevano accelerato il ritmo cardiaco dei due esploratori», racconta Giovanni Caparra nel libro In viaggio tra le stelle, «il clima nel piccolo abitacolo tornava normale. Si controllavano i sistemi: tutto era in ordine, non restava che scendere. Indossate le ingombranti tute che garantivano la sopravvivenza fornendo ossigeno e proteggendo gli organismi, oltre che dagli sbalzi termici di un centinaio di gradi sopra e sotto lo zero, anche dalla pioggia di radiazioni mortali emesse dal sole e non filtrate dall’atmosfera, Armstrong apriva il portellone, scendendo sulle sabbie seleniche». Sei ore e mezza dopo aver toccato il suolo, Armstrong compì la discesa sulla superficie e fece il suo passo gigantesco per l’umanità. Lo scrittore Dino Buzzati, fantasioso e visionario,

immaginò quel giorno che il satellite della Terra si ribellasse al destino imprevedibile che gli stava (è il caso di dirlo) cadendo addosso. E scrisse un piccolo brano di grande letteratura. «Coraggio, vecchia Luna, fatti coraggio, è l’ultima occasione. Non c’è un istante da perdere. Muoviti, ribellati, fuggi». Scappa, esci dall’orbita e salvati. Ma «non si è mossa, ahimè. Sta sempre lì, al suo solito posto. Povera


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rra bussò alla Luna

mo Tosti disgraziata Luna, ebete, senza amor proprio, senza fantasia. E gli uomini non ci troveranno niente. Constateranno che non è fatta neppure di formaggio, come ci dicevano da bambini: di emmenthal coi buchi. Pietre morte e basta. Neanche un moscerino. Non un segno di vita, una striscia di remota civiltà, uno spillo, un fiammifero spento, un microbo fossile, un biglietto del tram. Niente di niente». Dopo aver pronunciato la sua storica frase, Armstrong descrisse la superficie lunare («molto granulosa, quasi come la polvere»); spiegò che muoversi nella gravità lunare (un sesto circa di quella terrestre) era molto più semplice di quel che aveva provato

nelle simulazioni effettuate prima del lancio.

Quando Aldrin lo raggiunse sulla superficie lunare, sperimentarono insieme quale fosse il modo migliore per muoversi in quell’ambiente sconosciuto, e provarono anche il cosiddetto “salto del canguro”. La disposizione dei pesi nella tuta creava una tendenza a cadere all’indietro: correre a passi lunghi si rivelò il modo migliore per mantenere l’equilibrio e spostarsi con una relativa agilità e sicurezza. Il terreno era anche sdrucciolevole. Aldrin osservò che muoversi fra la luce diretta del sole e l’ombra dell’Eagle non provocava cambiamenti significativi di temperatura all’interno della tuta spaziale, mentre il casco era soggetto a uno sbalzo di qualche grado. Insieme, i due astronauti trascorsero due ore e mezza a fotografare la superficie lunare e raccogliere campioni di roccia. Piantarono anche una bandiera a stelle e strisce, ma la consisten-

Edwin “Buzz” Aldrin davanti al Lem. Nella foto piccola, Neil Armstrong. Nelle foto in alto, da sinistra: Aldrin scende dal Lem; i tre astronauti della missione Apollo 11 ; Armstrong nella “passeggiata” sulla Luna

za del terreno non permise di inserirla per più di 20 centimetri. E posarono sulla superficie una targa dorata con il disegno dei due emisferi terrestri e un’iscrizione che recava le firme dei tre astronauti e del presidente Richard Nixon. «Here Men From Planet Earth / First Set Foot Upon the Moon / July 1969 A.D. / We Came in Peace For All Mankind». («Qui uomini dal pianeta Terra / fecero il primo passo sulla Luna / Luglio, 1969 dopo Cristo / Siamo venuti in pace a nome di tutta l’umanità».

Aldrin rientrò nell’Eagle per primo. Con non poche difficoltà, gli astronauti caricarono i film, le foto, e due sacchi contenenti più di 22 chilogrammi di materiale lunare. Poi Armstrong saltò sulla scaletta ed entrò nel Lem. I due si conces-

sero un meritato riposo. L’esplorazione era stata stressante e faticosa, ed era indispensabile fare rifornimento di energie per i nuovi compiti che li attendevano. Inquadrati dalle telecamere, Armstrong e Aldrin ap-

Anche il viaggio di ritorno non fu turbato da incidenti. Giovedì 24 luglio, la capsula imboccò il corridoio ideale che la portò ad ammarare dolcemente nell’Oceano Pacifico parivano sorridenti e felici. Soltanto alle 19,54 (ora italiana) del 21 luglio, Armstrong diede il via a un’altra fase delicatissima dell’impresa, premendo il pulsante di accensione del modulo. La parte superiore di Eagle si sollevò regolarmente, staccandosi dalla base, per riportare i due astronauti all’aggancio con l’astronave Columbia che li attendeva in orbita. Tutto funzionò alla perfezione.

E anche il viaggio di ritorno non fu turbato da incidenti. Giovedì 24 luglio, la capsula Apollo, imboccò il corridoio

ideale che doveva portarlo ad ammarare nell’Oceano Pacifico. Per precauzione, Armstrong, Aldrin e Collins, dovettero indossare di nuovo le tute spaziali e sottoporsi a una quarantena, per evitare che trasmettessero sulla terra eventuali microrganismi sconosciuti. Poi si aprì per loro la fase più faticosa di tutta l’impresa: i festeggiamenti. La conquista della Luna era stato uno dei sogni di John Fitzgerald Kennedy, il presidente della Nuova frontiera assassinato nel 1963. Due anni prima – il 25 maggio 1961 – JFK aveva dichiarato davanti al Congresso: «Credo che questo Paese debba impegnarsi a realizzare l’obbiettivo di far atterrare un uomo sulla Luna e farlo tornare sano e salvo sulla Terra. Non ci sarà nessun progetto spaziale più impressionante per l’umanità, o più importante per l’esplorazione dello spazio; e nessuno sarà così difficile e costoso da realizzare». Era stato, davvero, difficile e costoso. Rapportato ai valori di oggi, si può calcolare approssimativamente in 150 miliardi di dollari il costo dell’intero programma Apollo. La prima missione si risolse in una tragedia. Durante i test a terra, un incendio a bordo provocò la morte dei tre cosmonauti dell’Apollo 1: Virgil Grissom, Edward White e Roger Chaffee. Le ultime tre missioni (Apollo 18, 19 e 20) furono cancellate per il taglio ai fondi delle missioni spaziali deciso dal Congresso degli Stati Uniti. L’ultima missione lunare fu quella dell’Apollo 17, e l’ultimo astronauta a calcare il suolo della Luna fu Gene Cernan, nel 1972. Poi i programmi americani imboccarono altre strade: si lavorò soprattutto per costruire le stazioni spaziali (utili, in prospettiva, come basi di partenza di spedizioni ancora più ambiziose, verso altri pianeti del sistema solare) e per mettere a punto navicelle (come gli Shuttle) in grado di effettuare atterraggi morbidi sulla Terra. Anche questo programma ha comportato spese molto ingenti, e ha preteso un costo alto in vite umane (14 astronauti morti nelle missioni Challenger e Columbia). Ma gli Stati Uniti hanno ancora il dito puntato verso il cielo. E non sono più soli, insieme con la Russia. Si sono aggiunti i cinesi, e altri pretendenti sono sulla rampa di lancio. La fantascienza è alle porte. E soltanto fra trenta o quarant’anni l’umanità si renderà pienamente conto della svolta storica alla quale molti di noi ebbero la fortuna di assistere in una notte ormai lontana del 1969.


mondo

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Attentati. Unanime la condanna del mondo politico internazionale. Per la Clinton è il segno di quanto sia ancora feroce il terrorismo, Frattini esprime cordoglio

Il terrore su Jakarta Due kamikaze all’hotel Marriott e al Ritz uccidono nove persone e ne feriscono oltre 50. L’islam torna all’attacco di Marta Allevato ncora sangue. Ancora contro obiettivi occidentali. Nell’Indonesia avamposto di democrazia e pluralismo religioso nel turbolento sudest asiatico, nel Paese musulmano più grande al mondo, il terrorismo torna a colpire. Due bombe nei ristoranti di due noti hotel di lusso a Jakarta, il Marriott e il RitzCarlton, hanno ucciso ieri nove persone e ferite oltre 50. Tra le vittime, indonesiani e alcuni stranieri, nessuno dei quali italiano. Duplice attentato che, seppur non rivendicato, ha tutta l’aria di portare la firma della Jemaah Islamiyah (JI), la rete terroristica islamica legata ad Al Qaeda e già responsabile di numerose stragi nel Paese, come quella di Bali (202 morti nel 2002). La dinamica degli attacchi è ancora al vaglio degli inquirenti. La polizia indonesiana ritiene che almeno uno degli ordigni - quello esploso al Marriott, uccidendo sei persone - sia stato azionato da un kamikaze entrato nell’albergo con i complici, fingendosi un cliente. L’ipotesi del kamikaze è confermata da un funzionario della sicurezza, che al quotidiano Jakarta Post ha detto di aver ritrovato un corpo staccato dalla testa - una tipica caratteristica degli attentati suicidi. Lo stesso funzionario ha aggiunto che il metal detector del Marriott era fuori uso. Obiettivi occidentali quindi.

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Ma, probabilmente, anche altro. Da Jakarta lo stesso presidente Susilo BambangYudhoyono (Sby) rivela che nel mirino dei terroristi c’era anche lui. L’annuncio, racconta l’agenzia AsiaNews, è stato accompagnato dalla distribuzione di alcune foto che ritraggono due persone mascherate che sparano a un bersaglio su cui è attaccata la foto di Susilo. Il capo di Stato, che voleva recarsi sui luoghi delle esplosioni, ha dovuto rinunciare all’idea per la presenza di altre bombe “attive”nell’area. Rieletto da poco per un secondo mandato, Susilo ha subito condannato gli attacchi come una «grave ferita per la sicurezza nazionale». Condanne sono arrivate da Washintyon, dall’Ue e dal nostro ministero degli Esteri. Secondo Hillary Clinton, Segretario di stato statunitense in viaggio verso l’Asia per colloqui in India e Tailandia, ha condannato quello che considera un attacco «privo di senso» che ricorda come la minaccia del terrorismo sia «molto concreta». La condanna dell’Unione Europea è stata affidata a una dichiarazione emessa dalla presidenza di turno svedese. Per il primo ministro della Nuova Zelanda, John Key (che ha confermato che un suo connazionale è tra le vittime), si tratta di un «attacco deliberatamente designato a uccide-

Gli altri attacchi agli hotel d’Asia Le bombe di ieri sono il secondo colpo assestato dal 2003 ai grandi alberghi di Jakarta. Ma questi sono un bersaglio sensibile in tutto il mondo. - 5 agosto 2003, Indonesia: un’autobomba davanti al Marriott Jakarta uccide 12 persone. - 19 agosto 2003, Iraq: 22 morti e 105 feriti nello scoppio del Canal hotel di Baghdad. - 7 ottobre 2004, Egitto: 34 morti per l’esplosione di bombe all’hotel Hilton a Taba. - 23 luglio 2005, Egitto: 64 morti negli alberghi di Sharm el Sheikh. Sei italiani morti. - 14 gennaio 2008, Afghanistan: 6 morti in un attentato al Serena hotel di Kabul. - 20 settembre 2008, Pakistan; 53 morti n un attacco al Marriott Islamabad. - 26-29 novembre 2008, India: 166 morti negli attacchi al Taj Mahal, al Trident-Oberoi e altri obiettivi a Mumbai. - 9 giugno 2009, Pakistan: 9 morti al Pearl Continental di Peshawar. - 17 luglio 2009, Indonesia: almeno nove morti nell’ esplosione di due bombe negli hotel Marriott e Carlton Ritz di Giakarta.

re e ferire degli innocenti». Anche le Filippine, colpite da una serie di attacchi questo mese, si uniscono al coro esprimendo «tristezza e volontà di lavorare insieme contro il terrorismo». «La perdita di vite umane è da deplorare - ha detto il presidente Gloria Macapagal Arroyo - gli attentati ci ricordano che

l’ordine e la pace sono obbiettivi costanti». Osannato in patria e all’estero per aver accelerato il passaggio dell’Indonesia da dittatura militare a giovane democrazia, per aver spinto al 6 per cento annuo la crescita economica e stretto forti alleanze internazionali (Usa e Australia), Susilo rimane comunque il Thinking General che tutti conoscevano all’epoca del dittatore Suharto. La sua natura “cerebrale” e per niente decisionista ha contenuto l’impatto delle riforme che prometteva nella prima campagna elettorale e ha permesso a frange estremiste della società di tenere sotto scacco Jakarta in più di una occasione. Corruzione e nepotismo pervadono le istituzioni: l’Indonesia è ancora al 126° posto su 180 nella lista dei Paesi più corrotti redatta da Transparency International. Gli uomini di Suharto, esclusi dal potere politico, continuano però a ricoprire ruoli chiave nell’economia e nell’esercito.

Il fanatismo islamico condizionato diverse scelte di Sby. Nel 2006 - nonostante le pressioni internazionali da Usa e Santa Sede - ha lasciato eseguire la pena capitale di tre cattolici accusati, dopo un processo pieno di ombre, di aver capeggiato gli scontri interreligiosi del 2000 a Poso; allo stesso tempo, però, ha rimandato per anni, fino al novembre scorso, la fucilazione dei tre terroristi (Amrozi, Mukhlas e Imam Samudra) accusati della strage di Bali del 2002, perché gli estremisti ne chiedevano la liberazione. È sotto la sua presidenza che nel 2006 viene scarcerato il leader religioso islamico Abu Bakar Bashir, detenuto per complicità per le bombe di Bali. Sospettato di essere la guida spirituale della Jemaah Islamiyah, Bashir è tornato libero di insegnare nella famigerata scuola islamica di Ngruki, dove i suoi sermoni continuano a incendiare i giovani contro gli “infedeli”. Il partito di SBY, il Democratic Party, che ha sostenuto il disegno di legge anti-pornografia, a cui si opponevano minoranze religiose e gruppi per i diritti umani. E in ultimo è sempre sotto Susilo che, nella pacificata provincia ribelle di Aceh, di fatto vige da due anni la legge islamica imposta anche ai non musulmani. Su questo terreno opera la Jemaah Islamiyah, che attualmente soffre di una crisi interna causata dalla transizione di diversi esponenti del gruppo verso posizioni più morbide. Solo pochi giorni fa l’Australian Strategic Policy Institute avvertiva che «è in atto una lotta ai vertici per la leadership che rende possibile la scelta di attacchi violenti per rinvigorire il movimento». Più che un’analisi, una profezia.

el maggio dello scorso anno, un convoglio di giornalisti partì da Peshawar per recarsi nella remota regione denominata Waziristan meridionale. Avevano risposto ad un invito da parte del minuto, diabetico ed iperteso comandante del Tehrik-eTaliban del Pakistan, la frangia talebana locale. All’insegna della megalomania per cui è noto, il comandante diede una sontuosa festa in onore dei reporter prima di spiegare a questi la ragione per cui li aveva convocati: una dichiarazione ufficiale di jihad nei confronti delle forze statunitensi dislocate lungo il confine in Afghanistan. Facciamo dunque conoscenza con Baitullah Mehsud, il problema più spinoso del Pakistan odierno, l’uomo che ha condotto questo paese di 176 milioni di abitanti al centro della guerra al terrorismo promossa dall’Occidente. Un tempo dipinto da un generale pakistano come un “soldato di pace”, sulla sua testa pendono ora ben due taglie: la prima, del valore di 50 milioni di rupie (circa 615mila dollari), è stata promessa dal governo pakistano a chi lo dovesse catturare; la seconda, del valore di 5 milioni di dollari, è stata emessa dagli Stati Uniti. Mehsud ha attirato su di sé le ire tanto dell’esercito pakistano quanto dei leader occidentali poiché il suo movimento rappresenta un elemento di forte destabilizzazione del Pakistan; e proprio per porre fine a tale situazione di instabilità, negli ultimi mesi gli Usa hanno distrutto molti dei suoi presunti nascondigli con attacchi mirati.

N

La sua (ora famosa) conferenza stampa del 2008 ha fornito una straordinaria dimostrazione delle sue capacità teatrali, persino per un condottiero con una certa propensione per le luci della ribalta. Facendo incautamente accedere un gruppo di giornalisti nel suo rifugio, Mehsud avrebbe potuto facilitare la propria cattura; il fatto che ciò non sia avvenuto testimonia dell’assoluta incompetenza (e forse mancanza di volontà) di coloro che hanno la pretesa di dargli la caccia. La crescente


mondo Beitullah Mehsud, il feroce comandante dei talebani del Pakistan. Restio a farsi fotografare, ama il contatto con i media. In basso, Osama bin Laden. Nella pagina a fianco, il Marriott di Jakarta

Ritratti. Come il suo mentore, il leader talebano punta a colpire gli Usa

I piani di Mehsud l’erede di bin Laden di Imtiaz Ali influenza di Mehsud desta particolari preoccupazioni in Occidente in quanto il Pakistan rappresenta la più grave minaccia alla generale sicurezza della comunità internazionale, minaccia incarnata dalla prospettiva di un’al Qaeda dotata di un arsenale nucleare.

Il mantenimento degli armamenti nucleari al di fuori della portata degli islamisti è possibilie solo in presenza di istituzioni statali solide, e Mehsud è probabilmente l’uomo maggiormente in grado di destabilizzarne le strutture. Stando a quanto affermano alcuni corrispondenti dalla regione tribale, la struttura dell’organizzazione di Mehsud è molto variegata: tra le sue fila trovano protezione circa 12mila combattenti locali, molti dei quali appartengono alla tribù dello stesso Mehsud, e quasi 4mila combattenti stranieri. Molti di questi hanno trascorso un periodo di addestramento nei campi di reclutamento di al Qaeda. Dando a tutti questi combattenti una causa per cui combattere ed un tetto sotto cui dormire, il capo talebano ha ingigantito la propria compagine di combattenti. Dispone inoltre di un gruppo di giovani ragazzi rigidamente indottrinati al fine di fungere un giorno da attentatori suicidi. Negli ultimi anni, Mehsud ha utilizzato questo esercito per terrorizzare il Pakistan con attentati suicidi, rapimenti e spudorate offensive militari. Nell’agosto del 2007, in una spettacolare dimostrazione di forza, prese in ostaggio quasi 300 soldati pakistani, ufficiali compresi, nel Waziristan. Chiese come riscatto la liberazione dei suoi

migliori combattenti al tempo in stato di detenzione. Il governo acconsentì. Con tale singolare curriculum, la nomina di Mehsud a capo del Tehrik-e-Taliban del Pakistan quando il gruppo venne formato nel dicembre 2007 non ha destato sorpresa alcuna. Sin da allora, l’uomo conosciuto dai suoi seguaci come amir (capo) ha costantemente intensificato la propria straordinaria offensiva al fine di erodere il potere dello Stato e smantellare pezzo dopo pezzo le tradizionali strutture tribali, elementi che rappresentano entrambi degli ostacoli al dominio talebano.

Mehsud ha ordinato l’uccisione di più di 300 anziani delle varie tribù, aprendo la strada all’evoluzione delle cintura tribale pakistana in base operativa avanzata per i gruppi terroristici. «C’è la sua mano dietro praticamente ogni attacco terroristico che ha luogo in Pakistan» dice il generale Ashqaf Parvez Kayani, capo delle Forze armate del Pakistan. In effetti, un rapporto Onu attribuisce a Mehsud quasi l’80 per cento degli attentati suicidi in Afghanistan. Ufficiali dei servizi segreti Usa e pakistano attribuiscono a lui l’assassinio di quello che fino a pochi anni or sono era il più popolare esponente politico del paese ed ex primo ministro, Benazir Bhutto (ma lui nega tutte le accuse). In Pakistan, e più in generale nella regione, Mehsud dispone di contatti molto ampi. Ha pronunciato un giuramento di fedeltà al leader dei talebani afgani, il mullah Omar. È vicino ai principali leader di al Qaeda della regione di confine deno-

minata AfPak ed è molto legato a Qari Tahir Yaldashev, leader del Movimento islamico dell’Uzbekistan. Mehsud è in buoni rapporti con i gruppi militanti del Punjab che operano da ormai lungo tempo nel Kashmir occupato dall’India. Mantiene cordiali rapporti con la rete Haqqani, considerata dagli esperti occidentali come uno dei gruppi jihadisti più pericolosi della regione ed un ponte tra i movimenti talebani del Pakistan e dell’Afghanistan. Malgrado l’infamia del Mehsud

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malissime, ma non ha finito gli studi. Ma si è dimostrato in grado di trarre profitto dalle sue umili origini per guadagnarsi il sostegno necessario a portare avanti la propria causa. In attacchi recenti, ha preso di mira varie proprietà terriere, identificando quello talebano come una sorta di movimento popolare. Si è guadagnato il rispetto degli insorti grazie alla sua reputazione di combattente di prima linea; egli stesso afferma di aver partecipato alla jihad anti-sovietica (tesi alquanto contestata, dato che in quel periodo era solo un bambino).

Qualunque sia la verità circa le sue origini, risulta ormai chiaro che Mehsud ha consolidato la propria autorità tra gli insorti svolgendo un ruolo di primo piano nel respingere le azioni militari dell’esercito pakistano che sin dal 2005 hanno come teatro il Waziristan. Come si fa a controllare un uomo che così abilmente si nasconde nella regione? Una delle tattiche messe in pratica con più frequenza dalle forze armate pakistane ha funzionato con i leader rivali. Dal 2006, il Pakistan ha tentato di contrapporre alcuni comandanti a Mehsud. Ma tale strategia ha riscontrato un successo pressoché nullo. Un altro comandante talebano, Qari Zainuddin, ha osato sfidare l’autorità di Mehsud ed è finito assassinato da una delle sue stesse guardie del corpo. Un punto su cui esercitare delle pressioni potrebbe essere costituito dal flusso di finanziamenti che Mehsud riceve, ma nessuno sa stabilire da dove provengano i suoi fondi. Secondo alcuni, Mehsud finanzierebbe

gli ufficiali dell’esercito si sono entrambi sbizzarriti in congetture circa l’identità dei benefattori di Mehsud. Molti sostengono che sia un “agente indiano” che riceve supporto dai consolati indiani. Questa teoria vuole che l’India sostenga Mehsud come ritorsione per le intromissioni in Kashmir. Un altro candidato emergente risulta persino più assurdo: gli Stati Uniti. Secondo quest’altra teoria, Washington vorrebbe che il Pakistan diventasse instabile al punto da dover porre in condizioni di sicurezza il proprio arsenale nucleare. Gli ufficiali dell’intelligence pakistana hanno rivelato agli organi di stampa di aver “passato”per ben due volte all’esercito Usa indiscrezioni su dove potesse trovarsi Mehsud. Sempre secondo questi ufficiali, tali indiscrezioni sono state ignorate.

Tuttavia, se mai vi è stato un momento in cui il dare la caccia a Mehsud è apparso necessario, questo è senza ombra di dubbio oggi. Dopo il successo ottenuto dalle forze pakistane nell’operazione condotta nella valle dello Swat, che ha prodotto come conseguenza 2,5 milioni di sfollati, il leader del Tehrik-e-Taliban è il prossimo, presunto obiettivo. Dichiarazioni ufficiali indicano che l’esercito pakistano, pressato dal fuoco incrociato delle critiche, voglia infine mostrare i muscoli per ciò che è stato descritto dai media locali come “la resa dei conti” con Mehsud ed i suoi militanti. Ma gli esperti si dicono scettici sull’effettivo impegno dell’esercito. I capi tribù locali hanno accusato le forze armate di aver adottato una politica di appeasement nei confronti dei terroristi, stipulando un famigerato “accordo di pace” con Mehsud invece di inazioni traprendere concrete. Il “nuovo Osama bin Laden”, non ha certamente onorato alcun accordo con il governo, in virtù del quale avrebbe dovuto disarmare le proprie milizie e porre fine alle azioni terroristiche transfrontaliere. Tutto il contrario: gli accordi del 2005 lo hanno reso più audace e gli hanno fornito la possibilità di accrescere il proprio potere e consolidare la propria leadership – al punto che oggi controlla saldamente l’intera regione del del confine settentrionale. Fino a quando non verrà posta fine al suo “regno”, Mehsud continuerà a prendersi gioco dell’esercito pakistano, a sfidare lo Stato, a sradicare strutture tribali vecchie di secoli e a spargere il seme del caos in tutta la regione. Recentemente, ha annunciato che il suo prossimo obiettivo sarà il cuore del potere statunitense: la Casa Bianca. Promesse a cui uno come Mehsud non è mai venuto meno.

Il capo dei talebani pakistani comanda da solo l’intera area settentrionale del Paese: sfida lo Stato e le tribù interne. Sulla sua testa una taglia da sei milioni d’oggi, poco si sa dell’uomo o del suo passato.

Sembra bramare ardentemente l’attenzione dell’opinione pubblica ma non si lascia fotografare; viene definito un leader carismatico di persona, ma non un eloquente oratore. Di età vicina ai 40 anni, nasce a Bannu, sul versante meridionale del confine tra Nord e Sud Waziristan. Appartiene al ramo Shabikhel della tribù Mehsud. Diversamente da molti altri comandanti talebani e da molti anziani delle tribù della regione, non è né ben istruito né tantomeno facoltoso; ha frequentato madrasa e scuole nor-

le proprie attività attraverso l’imposizione di un pedaggio ai camion che attraversano la regione e grazie ai riscatti estorti per i rapimenti di giornalisti e funzionari occidentali. Si sa inoltre che per un certo periodo di tempo ha ricevuto finanziamenti da al Qaeda mediante il figlio del leggendario comandante e ribelle mujaheddin Jalaluddin Haqqani. Ma nessuno è sinora stato in grado di chiudere i rubinetti di Mehsud. Anche le poco plausibili teorie cospirative su Mehsud abbondano, e l’aura di mistero che lo circonda non fa di certo il gioco delle autorità. Di recente, la stampa pakistana e


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Honduras: al via l’unità nazionale Zelaya potrà tornare ma senza toccare la Costituzione. Molte le aperture all’opposizione di Aldo Bacci ggi inizia in Costa Rica il secondo round di negoziati per risolvere la crisi in Honduras, e le premesse sembrano migliori di qualche giorno fa. Il presidente Oscar Arias proporrà il ritorno di Manuel Zelaya alla presidenza del Paese (che deve però rinunciare ad aprire un percorso di riforma della Costituzione), un governo “di riconciliazione nazionale”e lo studio di forme di amnistia per uscire dall’emergenza. La situazione dell’Honduras ci ricorda i problemi del continente latinoamericano, che solo da pochi lustri si affaccia sullo sviluppo e sui processi democratici. A fronte di un Brasile lanciatissimo tra le potenze emergenti, ma comunque zavorrato da enormi problemi sociali, ambientali ed economici, e un’Argentina che ha prima raggiunto il baratro e ora si sta faticosamente rinsaldando, altri Paesi hanno scelto altre vie, ma le crisi sono apertissime dalla Bolivia al Venezuela. La regione che vive la maggiore difficoltà è l’America Centrale, schiacciata tra i giganti nordamericani, le nuove medie-potenze del mar dei Caraibi e il richiamo di una Cuba anch’essa in trasformazione. In molti di questi Paesi, poi, la fine delle dittature ha significato la rinascita dei conflitti sociali interni. In questo contesto si inserisce anche la crisi in Honduras, la cui situazione sembra una cartina di tornasole per tutta la regione. Si sono aperti spiragli concreti di dialogo che possono indicare la via da seguire per affrontare le diverse crisi regionali in atto

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e quelle che ci possiamo aspettare. Ora i due leader contrapposti, Zelaya e Micheletti, si dicono pronti a parlarsi, a trovare una mediazione, probabilmente a formare un governo di unità nazionale che raccolga quindi le istanze di entrambe le fazioni realizzando dei compromessi.

È così che si fa: nelle democrazie avanzate chi vince governa ma si dà per scontato il principio del rispetto dei diritti delle minoranze e l’opposizione ha un suo ruolo importante. In democrazie giovani e in bilico come quelle latino americane, i diritti e le ragioni di chi perde non hanno tutte queste garanzie. Meglio quindi che la crescita democratica del Paese avvenga con grandi coalizioni che facciano da stanza di compensazione tra schieramenti politici e so-

ha durata di quattro anni. Gli articoli non riformabili 237 e 374 della Costituzione non consentono un’estensione del mandato presidenziale o una rielezione. Ed è qui che si è aperta la crisi istituzionale. Quattro anni infatti sono forse pochi, ma questa è la legge. Zelaya invece voleva modificarla per essere rieletto. Questo spiega perché il Colpo di Stato contro di lui non è stato visto troppo male da diverse realtà nazionali e internazionali, a partire dalla stessa Corte Costituzionale honduregna e dai vescovi del Paese. È indiscutibile che Micheletti abbia assunto il governo con un’azione di forza militare, ma secondo chi lo giustifica questo è avvenuto solo come extrema ratio contro la forzatura voluta da Zelaya, che in quell’ultima domenica di giugno, contro il parere di tutti, voleva tenere un referendum per riformare la Costituzione e di fatto prolungarsi il mandato presidenziale. Si è creato quindi un difficile intrico: la legittimità istituzionale era dalla parte di Zelaya, come ha riconosciuto la comunità internazionale che non poteva certo giustificare una presa di potere con le armi, ma tutti in realtà sanno che Zelaya era legittimo perché è stato fermato un attimo prima di forzare quella stessa legittimità. Ecco perché si punta molto sulla strada del dialogo e del confronto. Non ci sono ragioni evidenti da nessuna delle due parti, ma la somma dei torti può far precipitare nell’abisso uno Stato chiave e anche simbolico come l’Honduras. Al contrario la paziente tela diplomatica internazionale può creare un precedente di dialogo che sia da esempio, ed è per questo che vengono accolte con particolare apprezzamento le aperture di ieri. Micheletti, il presidente insediato dai militari, si è detto pronto a farsi da parte, e Zelaya a sua volta sarebbe meno rigido nelle sue pretese. L’ipotesi di un governo di unità nazionale sarebbe quindi da accogliere a braccia aperte, non solo per la raggiunta pacificazione, ma anche per le prospettive di ricomporre un arco costituzionale di garanzie democratiche per tutti.

“Soddisfazione” espressa dall’Onu: così si evita l’inutile spargimento di sangue e si torna al normale processo democratico ciali che altrimenti sono abituati a regolare i loro conti in piazza. È il caso dell’Honduras, che è sì in piena crisi istituzionale e ha subito un deprecabile golpe, ma le ragioni non stanno tutte da una parte sola e la crisi istituzionale del Paese ha una storia cominciata un po’ di tempo prima. Intanto l’Honduras è stato nel periodo della Guerra Fredda un Paese al centro di molti equilibri delicati, ma meno di altri ha subito dittature lunghe e spietate. La Costituzione attuale risale al 1982, e da allora si sono susseguiti governi democratici, seppur con situazioni di crisi. Questa sua precedente esperienza evidentemente non è stata sufficiente a far maturare appieno la democrazia. L’attuale presidente Zelaya, un liberale che ha battuto un nazionalista, ha vinto le elezioni nel 2005. Secondo la Costituzione vigente, il presidente viene eletto a maggioranza relativa direttamente dal popolo. Egli è anche il capo del governo e ha il potere di nominare i 18 governatori dei dipartimenti. Esercita il potere esecutivo. Quindi un grande potere. Il suo mandato

EDIZIONI

In libreria

Noi europei pagine 100 • euro 12

L’Europa riletta lungo un secolo di grandi trasformazioni. La società e la politica italiana osservate attraverso la lente di una transizione incompiuta. La lezione dei “ribelli al conformismo” che hanno saputo, nel Novecento, indicare un’alternativa ai percorsi della libertà. Questi i temi dei tre libri di Renzo Foa “Noi europei”, “Il decennio sprecato” e “In cattiva compagnia”. Il primo, firmato insieme al padre Vittorio, è un confronto tra due testimoni del “secolo breve” che con occhi ed esperien-

ze diverse osservano le mutazioni del Vecchio Continente e soprattutto degli uomini che lo hanno abitato. Nel secondo, l’autore riflette sulle speranze e le delusioni messe in campo da quel cambiamento iniziato nel 1994 e mai davvero concluso. Il terzo raccoglie gli esiti di un meraviglioso viaggio personale nella vita e nelle opere di quei “grandi irregolari” (da Koestler alla Buber-Neumann, dalla Berberova a Joseph Roth, ma anche De Gaulle e Wojtyla) che per Renzo Foa sono Il decennio sprecato stati maestri riconosciuti. pagine 204 • euro 14

In cattiva compagnia pagine 177 • euro 12


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Un decreto (molto contestato) vieta le sigarette nei locali

La delegazione del Congresso contro la proposta presidenziale

La Turchia smette oggi di fumare in pubblico

Usa, tecnici bocciano la riforma della sanità

ANKARA. Per i fumatori turchi

WASHINGTON. Spese più alte a carico dell’erario ed effetti poco significativi sulle tasche degli americani. I tecnici del Congresso bocciano di fatto la riforma della Sanità proposta dai democratici e in questi giorni all’esame del Parlamento. «La creazione di un nuovo sussidio per l’assicurazione sanitaria aumenterebbe di per sé la spesa federale sulla sanità che per essere compensata avrebbe bisogno di sostanziali tagli alle spese», si legge nello studio reso noto dal direttore dell’Ufficio Bilancio del Congresso, Douglas Elmendorf. La proposta di legge, considerata la riforma più difficile nel programma di Barack Obama, non è ancora definitiva e l’analisi ri-

sono le ultime ore di libertà. Dalla mezzanotte di sabato entrerà in vigore il divieto assoluto di fumare nei luoghi pubblici, compresi bar, caffè e ristoranti. Ieri il ministro della Salute turco Recep Akdag ha confermato che il governo non si muoverà di un millimetro e che il divieto sul fumo entrerà in vigore così come la legge è stata votata nel gennaio 2008, nonostante le proteste di molti addetti ai lavori. «Non intendiamo - ha detto Akdag al quotidiano Hurriyet concedere tempo in più ai ristoranti per fare entrare il divieto in funzione». Intanto chi non fuma e ha subito per anni la dittatura delle sigarette altrui si prepara a festeggiare. Bahattin Koksal, presidente dell’Associazione per la vita sana (Saglik-Der) ha proposto di rendere il 19 luglio una specie di festa nazionale della salute. E mentre c’è chi stappa la bottiglia, i ristoratori la pensano in maniera diversa e minacciano azioni di massa. «Stiamo cercando - ha detto all’Agi il presidente dei ristoratori turchi Murat Agaoglu - di fare il possibile per fare capire al governo che questa legge nuoce a due milioni di persone e vorremmo un sistema come quello in vigore in Spagna, con zone per fumatori

La Cia nella morsa di Washington Ecco come l’amministrazione usa la politica contro l’Agenzia di Pierre Chiartano a Cia, come un quarterback senza squadra, è destinato al massacro nella partita tra democratici e repubblicani. Usare l’agenzia e i suoi problemi - reali o presunti - come clava politica non fa bene all’intelligence americana, ma neanche agli Stati Uniti. La querelle nata su di un programma antiterrorismo, mai realmente partito e tenuto nascosto al Congresso, è l’ultima di una lunga serie. Dagli interrogatori brutali - leggi waterboarding, che forse in futuro potremmo vedere in qualche reality show di dubbio gusto alla cosiddetta «Cia parallela», un termine che avrà provocato un sussulto d’orgoglio in qualche giornalista italiano. Fino alla presidente della Camera Usa, Nancy Pelosi che non ha digerito essere stata presa in giro dagli uomini di Langley, nel 2002. È lunga la lista di occasioni in cui la Washington politica ha usato la Cia come pallone in un campo da football. David Ignatius sulle colonne del Washington Post - un giornale senza grandi simpatie per l’amministrazione passata - ha sottolineato una serie di incongruenze che è utile segnalare. Primo, il ministro della Giustizia, Eric Holder starebbe per nominare un procuratore speciale nel procedimento sugli interrogatori “illegali” della Cia fatti a presunti terroristi. Ma Langley aveva messo sotto il naso del dipartimento di Giustizia, 5 anni fa, la richiesta per un parere legale su quelle procedure. Motivo per cui lo stesso Holder aveva giudicato non perseguibili gli agenti coinvolti. «I democratici al Senato sono indignati» scrive Ignatius, «per non essere stati messi al corrente del programma di assassinii contro i membri di al Qaida residenti in Paesi amici». «A nessuno importa che quell’iniziativa non sia mai stata avviata e che sia una procedura consolidata che gli Usa ammazzino membri di al Qaida con droni senza pilota». Il fatto che il nuovo Dci della Cia, Leon Panetta, appena entrato in carica sia andato immediatmente al Congresso a riferire su tutto, pare non sia servito. Anche se, aggiungiamo, il cambiamento di rotta voluto dalla

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Casa Bianca e di tipo sostanziale. Seguire la legge non è propaganda, da quelle parti. Comunque sembra credibile che la fuga continua di informazioni riservate abbia messo in allarme la rete d’intelligence dei Paesi alleati. Convinti che avendo fatto un favore al “fratello maggiore”, potessero dormire sonni tranquilli.

Obama ha ristabilito certe regole e il braccio politico ha il diritto costituzionale di controllare ogni attività d’intelligence, ci mancherebbe altro. Però, sottolinea l’editorialista del Post, è un errore di repubblicani e democratici trascinare in campo la Cia, per giocare «una partita tutta politica». Quando Obama decise di rendere pubblici alcuni verbali sugli interrogatori di presunti terroristi, contro il parere di Panetta, fece un grande assist all’agenzia, perchè gli uomini di Langley che avevano fatto conto sul parere legale del dipartimento di Giustizia, non sarebbero stati perseguiti. Così i rimpalli fra Obama e Holder, sarebbero a favore del palcoscenico politico. «Alla Company (come viene chiamata la Cia dagli interni) sono convinti che sia impossibile processare gli agenti che hanno agito sotto la copertura legale del dipartimento di Giustizia durante gli interrogatori» sottolinea Ignatius. Per ciò che riguarda le «pratiche illegali» come calci, minacce e altri abusi, come quelli rivelati dal rapporto dell’ispettore generale di Langley, nel 2004, il dicastero dell’Attorney general (il ministro della Giustizia) ha già detto che non sono penalmente perseguibili. Non c’è dubbio che per Holder leggere quei rapporti sia stato un colpo alla fiducia nel sistema americano di garanzie e diritti. «Lo sarebbe per chiunque. È una pagina nera della storia americana che non dovrà mai ripetersi. E Obama giustamente ha cambiato le regole». Che senso avrebbe, si chiede il notista del WP nominare un procuratore speciale, quando si sa che nulla potrà essere provato? Potrebbe solo servire a distruggere il morale della Cia, una nave già da tempo arenata nelle secche di Washington.

David Ignatius: «Che senso ha nominare un procuratore speciale, quando si sa già che nulla potrà essere provato?»

separate. E poi questa legge arriva in un momento di grandissima crisi, rischia di distruggerci». Agaoglu ha detto che ci sono cirda 400mila esercizi commerciali che rischiano di vedere ancora più compromesso il loro business. Ma ormai il decreto è stato votato e non si può più fare niente se non sperare che vada il meglio possibile. C’è chi fa l’ultimo tentativo disperato, ossia trovare una proroga almeno per locali e ristoranti che, anche a causa della crisi economica, rischiano di essere i più coinvolti dal provvedimento. ”Soprattutto nella stagione turistica - dice il presidente della confederazioni dei commercianti - un decreto del genere è molto pericoloso».

guarda solo i testi usciti dalle tre commissioni della Camera e una del Senato che hanno finora approvato la riforma. Secondo Elmendorf l’attuale bozza non abbatterebbe in modo significativo i premi assicurativi a carico dei lavoratori. Un parere che ha offerto il fianco ai repubblicani per rinforzare le proprie critiche al programma di Obama, accusato di pesare come un macigno sul deficit federale. Il grosso del piano è costituito però dall’ipotesi di creare una compagnia (o una cooperativa a seconda delle proposte) a partecipazione pubblica che avrebbe il compito di tenere bassi i costi e costringere le società private a rendere più accessibili le polizze i cui effetti però si vedrebbero, secondo i democratici, solo a riforma avvenuta. Nei giorni scorsi, il presidente americano Barack Obama aveva annunciato che gli Stati Uniti «sono vicini a una storica revisione della legge sull’assistenza sanitaria». Una revisione sempre ampiamente caldeggiata dal presidente Usa, che ha esortato il Congresso a svolgere i lavori sulla riforma di legge prima della pausa di agosto. Parlando alla Casa Bianca, Obama ha elogiato il progetto di legge presentato che farà ridurre i costi e aumentare la qualità.


cultura

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Ricorrenze. Ode all’immortalità dell’Urbe, che nel 2011 festeggerà (si spera adeguatamente) il 150esimo anniversario del suo “battesimo”

Roma capitale d’Europa La sua cultura millenaria colloca la Città eterna sul palcoscenico del mondo come interprete della Storia di Franco Ricordi estate romana, giunta al 32° anno dalla nascita, si è riproposta quest’anno con la giunta di centrodestra guidata dall’assessore alla Cultura Umberto Croppi. Fra le varie iniziative ci sembra suggestivo il richiamo “alla Luna”, ovvero al quarantennale del primo allunaggio nell’estate del 1969. Qualcuno ha scritto che questa estate della “destra” non risulta abbastanza graffiante, autonoma, quasi fosse un riciclaggio della memoria nicoliniana in salsa alternata. Non ne siamo certi, staremo a vedere.Tuttavia vorremmo precisare subito che la Cultura romana dovrebbe – per sua stessa natura – levarsi di dosso quell’aura “di sinistra” che ha tenuto per tanti anni senza per questo indossare una nuova e non meglio identificata livrea “di destra”. Soprattutto in attesa del 2011, anno in cui ricorrerà il 150° anniversario della designazione di Roma Capitale d’Italia (il riferimento preciso è al celebre discorso di Cavour che fu tenuto il 27 marzo 1861, e che fu poi celebrato nel 1911 per il suo cinanche quantenario, con l’ultimazione dell’Altare della Patria), vorremmo ipotizzare qualcosa di più importante e consono per la Cultura di Roma in Europa e nel mondo.

L’

Si tratta di comprendere come, con una apertura verso tutte le arti, Roma possa e debba essere considerata come la vera e autentica capitale culturale d’Europa, ergendosi ben al di sopra di tutte le altre grandi città, anche di Parigi, Londra, Madrid, Berlino, Lisbona, Atene, Mosca. L’epicentro culturale di Roma è anzitutto di natura teatrale, drammaturgica. E si presenta nella storia come qualcosa di unico, straordinario, che sotto molti aspetti non è stato ancora sufficientemente

indagato e compreso. Nessuna città come Roma è stata epicentro dell’interesse di drammaturghi e poeti di tutte le nazioni. Dagli inglesi, basterebbe pensare alle tragedie romane shakespeariane e all’importan-

Il suo epicentro è anzitutto di natura drammaturgica. E si presenta come qualcosa di unico, straordinario, ma ancora da indagare

con Grabbe, assistiamo alla prima concezione di Roma come luogo di incontro-scontro europeo – lo spagnolo Don Giovanni e il tedesco Faust che si sfidano a Roma. E se la decantazione tedesca rimane comunque luterana, l’approccio della cultura spagnola, soprattutto con Calderon de la Barca e i suoi eredi, rappresenta e garantisce la più grande apologia del cattolicesimo teatrale e letterario. Ma anche la Scandinavia, con Ibsen e soprattutto Strindberg (nel soggiorno romano in Cristina di Svezia) ci trasporta in una atmosfera che

A fianco, uno scatto del Colosseo effettuato nel 1933 da via dei Fori Imperiali. Sotto, un’immagine del complesso del Vittoriano a Roma. A sinistra, Camillo Benso conte di Cavour. A destra, Giuseppe Verdi

trimonio sia latino (Plauto e Seneca) sia rinascimentale, moderno e contemporaneo, fino all’anelito per la romanità di Alfieri, Leopardi, Moravia e soprattutto Pasolini.

Con quest’ultimo, ma poi soprattutto con la straordinaria visione della Roma felliniana, l’Urbe diviene anche insostituibile materiale della pellicola cinematografica. A tutto questo andrebbe aggiunta anche la grande suggestione melodrammatica che, in 400 anni di storia dell’Opera, ha caratterizzato nuovamente Roma come protagonista di almeno una o due fra le più belle composizioni dei più grandi musicisti, da Monteverdi a Haendel, da Verdi a Wagner, da Donizetti a Puccini, da Spontini e Bellini fino a Maderna e Rendine. In tal senso l’Europa si può dire abbia za di Roma (pagana e cristiana) in tanta parte dell’opera del Bardo, ma anche di Shelley, Keats, Byron. In area francese citiamo soltanto Corneille, Racine, Stendhal e Artaud, ma vi sono tanti riferimenti di ambientazioni, spunti, passeggiate, tragedie e commedie. Dalla Germania, con Goethe, Schiller e Winckelmann, ma soprattutto

seguirà nelle visioni nordiche di registi come Greenaway (che come pochi ha saputo fotografare il Vittoriano), fino alla prima opera teatrale dello svizzero Duerrenmatt, Romolo il Grande, dedicata all’ultimo imperatore romano nel 476 d.C., concepito come primo grande antieroe della Storia. E da qui nuovamente in Italia con il pa-

avuto nei secoli un rapporto dialettico costante con la nostra città, delineando anche una “seconda Roma”in Costantinopoli e una “terza Roma” in Mosca. Pertanto crediamo che oggi sia nostro compito eticoestetico interpretare questa straordinaria materia letteraria, teatrale, artistica. E quella del 2011 potrà essere la migliore occasione per celebrare e, perché no, sfruttare ovvero cercare di restituire adeguata-


cultura

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ca, chiese, stadi, teatri – sono le vere e proprie scenografie che ogni secolo ci ha lasciato in tremila anni di storia. L’Eternità di Roma non può essere riferita soltanto al Soglio di Pietro, pur rimanendo essa il Centro della cristianità – anche perché si escluderebbero 753 anni di storia precedente – ma necessariamente a questa sua straordinaria apertura che ha saputo dimostrare: Città eterna proprio perché palcoscenico eterno, come scriveva anche Pirandello; dal barocco al neoclassico, dal pagano al cristiano, dall’antico al post-moderno. Roma rappresenta lo spazio-aperto per l’architettura di tutti i tempi, e anche in questo consiste la sua straordinaria teatralità, che ci conduce dalle feste carnevalesche del ‘500 (decantate da Berlioz nel Benvenuto Cellini) all’estate romana che Nicolini istituì nel 1978. In tal senso le “scuole romane” nelle varie discipline artistiche sono state fondamentali nei secoli, dalle arti plastiche del Rinascimento alla pittura del Novecento (Scipione, Mafai, Cagli, Afro) fino al cinema e al teatro d’avan-

mente la complessa identità culturale della capitale che davvero non ha rivali. Ma se la Giunta Alemanno non saprà raccogliere l’occasione di questa unica e urgente sfida, la Cultura romana – che in tal maniera potrebbe celebrare questo imprimatur fino al 2020, anno della celebrazione della presa di Porta Pia e di Roma effettivamente Capitale d’Italia – rischierà di rimanere impantanata ad un livello post-nicoliniano (le manifestazioni dell’estate romana venivano definite una volta come “feste dell’Unità allargate”), come qualcuno notò a suo tempo. Tuttavia, di fronte a questa realtà tanto sublime, non può mancare una ispirazione che sia di pari passo alla consapevolezza non di parte della cultura cui si fa riferimento: vogliamo dire che Roma è stata, come ha scritto Pasolini, il teatro della Storia, e tale deve rimanere;

in essa si sono contrapposte le fazioni di tutti i tempi: patrizi e plebei, papisti e imperialisti, liberali e cattolici, poi fascisti e comunisti.

E anche sotto l’aspetto culturale abbiamo assistito a singolari contrapposizioni, ad esempio fra le avanguardie e le tradizioni del secolo XX. Ma nessuna delle parti ha diritto a un particolare riguardo o beneficio: Roma è la protagonista proprio in quanto palcoscenico di tali contrapposizioni politiche, culturali, religiose, artistiche, e in quanto tale ha il diritto di rimanere assoluta nella sua neutralità: in tal senso essa è veramente città aperta, e tale apertura va interpretata e incrementata verso ogni possibilità di proposta politica, culturale, artistica e anche religiosa. Con S. Pietro, la Sinagoga e la Moschea che rendono Roma analoga alla Gerusalemme

che Lessing idealizzava nel suo grande testo Nathan il Saggio: anche Roma potrebbe essere oggi il luogo d’incontro dei tre monoteismi. Alla stessa maniera, e scavando ulteriormente in tale ambito, saremo tenuti a rimarcare il senso della città eterna, laddove tutte la sue vestigia – rovine, templi, palazzi di ogni epo-

guardia degli anni ’70. Roma è stata ispiratrice inesauribile, e certo non potrà cessare di esserlo, anche quando ci fosse un errore di collocazione architettonica, Roma è sempre riuscita ad amalgamare gli stili quasi avesse ascoltato la citazione del Faust di Grabbe: «Sei la città dove in un istante si fondono i millenni». E seppure intesa nel senso delle rovine – «sei lo specchio infranto della Storia», continua Grabbe – sono

proprio esse che determinano il suo straordinario linguaggio, la sua vera e propria “metafora vivente”: scriveva infatti Walter Benjamin che «le allegorie stanno al mondo delle idee come le rovine al mondo delle cose». Ecco, Roma è una vera allegoria vivente, una Città dove tutte le pietre parlano, e che pertanto più che mai è necessario ascoltare e saper interpretare. Questo è il motivo per il quale crediamo che anzitutto la cultura teatrale – la cosiddetta cultura dell’effimero – possa e debba incontrare il senso dell’eterno che sprigiona dalla nostra città. La teatralità di Roma è direttamente proporzionale alla sua eternità, e rappresenta proprio il contrappunto effimero della sua storia infinita.

È pertanto dalle istituzioni della sua cultura teatrale che dovrebbe partire questa grande iniziativa culturale per gli anni dieci del duemila, in una dimensione completamente diversa dal secolo XX, aprendoci seriamente ad un futuro che solo il passato può ispirare. E da questo punto di vista non possiamo fare a meno di prendere una posizione nei confronti del Teatro Stabile di Roma, un Teatro che quanto ad europeismo non dovrebbe essere secondo al suo confratello milanese. Da qualche tempo, in effetti, stentiamo a riconoscere una vera Direzione artistica, anche perché né il presidente né il direttore sono di formazione vicina al settore artistico. Non bastano le impostazioni giuridiche o tecniche per garantire la linea editoriale di un Ente così importante, e ciò si riverbera sulla realizzazione di quanto previsto statutariamente, vale a dire l’acquisizione di una identità culturale che, senza un disegno preciso, non verrà mai delineata. Vorremmo così pensare o suggerire qualcosa che ci sembra adeguata e giusta per le circostanze, magari fondata sulle coordinate suddette: un primo passo potrebbe essere quello di intitolare a Pier Paolo Pasolini il Teatro India, che si trova accanto al Gazometro nei luoghi più decantati dal grande poeta, che già da dieci anni assurge a ridotto del Teatro di Roma: non certo per volerne fare “una cosa di sinistra”; semmai per ribadire, proprio con Pasolini, che il teatro politico non è quello di una sola ideologia. Non più con Brecht, ma verso un nuovo e inedito pensiero culturale di cui forse proprio Roma, nel suo millenario pluralismo, potrebbe essere ispiratrice.


cultura

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l successo nelle librerie statunitensi della fresca ristampa di Cities of thieves (“La città dei ladri, Neri Pozza, 2008 pagg. 309) consacra da giovane promessa ad autore affermato un americano che vende e convince oramai da anni, un autore che non fa parte della cerchia di Mc Sweeney, di riviste perse nella snobistica ricerca del “puro” postmoderno, qualcuno che non deve la sua fortuna ai salotti buoni newyorkesi che trovano sponda sul New Yorker o sul New York Times. Uno scrittore che sa far cantare i luoghi che racconta senza reticenze e filtri intellettuali.

I

In basso, David Benioff. A sinistra, la copertina originale del suo libro “City of thieves”, a destra, l’edizione italiana titolata “La città dei ladri”. A fianco, un disegno di Michelangelo Pace

la città. L’occhio di Benioffi rende lo strampalato protagonista un osservatore disincantato della assurdità della devastazione che lo circonda, creando un rapporto empatico con il lettore che finisce per “legare” con un ladruncolo di dubbia moralità che si auto-disprezza, almeno sino al momento del riscatto quando Lev mostrerà tutto il suo coraggio nel momentum della sua vita.

La celebrità di David Benioff nasce con il successo cinematografico de La 25° Ora (Neri Pozza, 2004, pagg. 215), il film di Spike Lee tratto dal suo omonimo romanzo, un racconto denso di una tensione subliminale e di un travolgente scambio emotivo tra personaggi e metropoli. Ed è questa la cifra stilistica di Benioff, il contesto narrativo diventa sempre il luogo adatto per il segno dissacrante del dolore, di una cicatrice improvvisa che sfiguri la superficie pati-

L’ironia e l’humor del protagonista scorrono sopra un delicato equilibrio narrativo per cui non finiscono mai per stonare, stridendo con la drammaticità storica in cui la vicenda è inserita. Del resto è questo “il mestiere” di Benioff, autore metropolitano che gioca con il racconto lirico americano e non solo infilandoci dentro l’estetica pop le

Libri. Amori, dolori, frustrazioni (ma anche ironia) in “La città dei ladri”

Lo sturm und drang di David Benioff di Giampiero Ricci

nata delle nostre esistenze: che sia una New York persa in mille dolori e frustrazioni che anticipa il trauma del 9/11, che siano i boschi ceceni in cui si avventura il diciottenne Leksi, soldato russo che sprofonda nel pantano della neve cecena (La ballata di Sadjoe, Neri Poz-

continuato a mantenerla e a maturarla anche mentre si guadagnava le copertine di People accanto a Matt Demon, Ben Afflek, Russel Crowe, George Clooney e compagnia, oppure mentre, in barba alla alzata di sopracciglia dei critici più à la page, si imbatteva nella sceneggiatura del Troy di W.Petersen tra i muscolacci di Brad Pitt e il rapimento di Ele-

sulla sua strada. Il soldato è morto e Lev gli ruba un coltello venendo arrestato dai soldati russi sotto minaccia di pena capitale. In carcere stringe amicizia con un disertore cosacco fino a che il colonnello decide di risparmiare loro la vita ad un patto: devono trovare in cinque giorni una dozzina di uova per la torta di nozze della figlia.

Il romanzo consacra lo scrittore da giovane promessa ad autore affermato. Vende e convince oramai da anni per la sua eccezionale abilità di far cantare i luoghi che racconta, senza reticenze e filtri intellettuali za, 2005 pagg. 213), lo “spazio” finisce sempre per diventare protagonista. I personaggi di Benioff racchiudono il senso struggente di individui in conflitto con qualcosa di indefinibile, sono inermi e nella loro strenua difesa da un mondo ostile, avanzano con le armi della logica, inadatte però ad affrontare l’irrompere dell’irrazionale o della mistica follia. Tale tensione narrativa il giovane scrittore di origine russo-romena ha

na, o ancora oggi quando firma la sceneggiatura del fumettone cinematografico sulle origini di Wolverine, l’X-Men marveliano più famoso d’America: pur sempre di epica si tratta, risponde lui; questo è Benioff, prendere o lasciare.

Con La Città di ladri sotto la sua lente finiscono gli anni ’40. A Leningrado c’è la legge marziale. Lev ha diciassette anni e resta solo, accade però che un paracadutista tedesco atterri

La loro missione li espone ad atti macabri ed odiosi nei confronti della popolazione civile già provata, dovendo

loro requisire cibo prezioso per la sopravvivenza e li pone dietro le linee del nemico.

Lì i due amici maturano un nuovo senso per la loro missione: uccidere il comandante delle forze tedesche che occupano

radici morali ed etiche della nostra civiltà, il tutto senza alcuna presunzione ed in piena onestà intellettuale Benioff con la sua prosa ricorda per certi versi il primo Mc Inerny, dichiara apertamente di essere debitore di Samuel Beckett e tra gli italiani di apprezza soprattutto le sceneggiature per Fellini di Ennio Flaiano e il sottovalutato Kaputt di Curzio Malaparte. Il suo ultimo romanzo, La città dei ladri è un romanzo capace di rinnovare il valore della tradizione del racconto americano attraverso una trama semplice giocata su di una robusta maestria emotiva. Con Benioff rivive nel romanzo contemporaneo americano una voce propriamente libertaria e il senso whitmanesco delle possibilità e dei desideri insoddisfatti del vivere. Un romanzo da leggere, un autore da seguire.


spettacoli

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Musica. Dopo “Mescalito” del 2007, l’artista Ryan Bingham torna col suo secondo album ufficiale: “Roadhouse Sun”

Molto country, poco western di Valentina Gerace on è un cowboy che indossa jeans di seicento dollari e che racconta luoghi mai visitati. È un ragazzo vero, nato e cresciuto in quelle sterminate e aride pianure del Texas, che riesce a dipingere attraverso le sue canzoni e le sue svisate slide. Panorami romantici, poetici, pittoreschi che trovano voce nei polverosi arrangiamenti country blues che sembrano quasi farci fare un salto in quell’America rustica, selvaggia tanto descritta dai film western e dal country del padre Johnny Cash. Cappellaccio di ordinanza, un’eterna camicia a quadri che fa tanto “roots”, fisico secco e barba incolta, Bingham è sicuramente un personaggio carismatico. E la sua musica capace di sintetizzare in canzoni la solitudine, la durezza, i sapori, i colori e gli odori, gli umori del Texas, ne fanno un personaggio dal magnetismo indiscutibile. Il fatto che lo abbiano tenuto a battesimo personaggi come Terry Allen, Steve Earle e Joe Ely, significa soltanto che nella sua musica c’è una buona dose di eccentricità e autenticità per allontanarlo dai clichè del country-western.

N

Quella voce aspra e roca, che tradisce l’età così giovane, ha mangiato polvere in quantità e ne fa assaggiare un po’ di quel sapore anche a noi: occorre una rock’n’roll band con tutti i crismi, i Living Dead Horses, e magari un produttore e chitarrista che sappia come spingere sull’acceleratore. Ecco allora che il lavoro in sede di regia di Marc Ford aggiunge il collante per tenere insieme Hank Williams e Neil Young, Stones e Tom Petty, Townes Van Zandt ed ogni altro rinnegato che vi venga in mente. Al resto ci pensa l’oggi 28enne Ryan Bingham, che pare avere le idee molto chiare su come metter su un disco. Dopo Mescalito del 2007, disco eccellente che ottiene ottime critiche all’interno di importanti riviste musicali, ecco uscire lo scorso giugno Roadhouse Sun, il suo secondo album ufficiale, realizzato ancora una volta con la Lost Highway Records, e prodotto come il precedente, dal grande Marc Ford, ex chitarrista dei Black Crows, che lascia la sua firma qua e là suonando in varie track il piano, la chitarra e il basso. Con Ryan i musicisti Matthew Smith (batteria), Corby Schaub (chitarra e mandolino) e Elijah Ford (basso) con cui al momento Ryan sta girando gli States e l’Europa.

A fianco e in basso, due immagini dell’artista Ryan Bingham. Sotto, la copertina del suo nuovo album “Roadhouse Sun”

Polvere, radici e fuorilegge rimangono i capisaldi della sua arte asciutta, suggestiva e visionaria. Con accanto laconiche ballate e folk-rock Era difficile bissare un disco come Mescalito così fresco, energico, ispirato. Il disco che ha reso l’allora 25enne Ryan membro della “famiglia” di gradi artisti country come Chris Young, Eric Church, Dwight Yoakam, Eric Sardinas, tutti legati alla tradizione dei grandi padri del country-rock americano. Ma il giovane Ryan Bingham c’è riuscito. Continua su quella strada piena di polvere ed arbusti rinsecchiti su cui corrono la sua immaginazione

ed il suo vissuto, cantando storie di un’America di confine non tanto diversa da quella del grande regista Sam Peckimpah ma questa volta non si è limitato a fare lo storyteller della “borderline region”, del confine tra Stati Uniti e Messico. E così ha imbottito le sue ballate stralunate ed il suo scalpitante country-rock con un pimiento acido e corrosivo che ha ispirato il titolo di Mescalito. Tra armonica, banjo e violini, Bingham passa in rassegna la musica americana dagli anni ’40 ad oggi e lo fa con una produzione grezza, spoglia e poco artificiosa, che lo rende un cantautore onesto, vero. La sua verve narrativa di vagabondo e outsider, quella veste “povera” da cantastorie acustico gli hanno valso accostamenti con Bob Dylan e Willie Guthrie. Roadhouse Sun non ha cambiato lo

scenario in cui Bingham opera. Polvere, radici e fuorilegge rimangono i capisaldi della sua musica asciutta, suggestiva e visionaria ma accanto a laconiche ballate che ripropongono il gesto del solitario alla prese con le accordature acustiche (Snake Eyes) o frizzanti folk-rock che trasudano Bob Dylan da tutte le parti (Country Roads e l’amara constatazione di come i tempi non siano cambiati di Dylan’s Hard Rain), ci sono affondi elettrici duri e lancinanti, squisitamente chitarristici che rivelano uno spirito genuinamente ribelle non solo nelle liriche ma per l’atteggiamento libero con cui Bingham vive il sound delle radici della musica Americana. Tell My Mother That I Miss Her So prova lo spirito tipico di chi vive on the road, non si ferma mai ma sente allo stesso tempo nostalgia di casa, di punti fermi. Country Roads sta nel confine tra country e rock and roll. E’la track più vecchia del disco, scritta quando Ryan aveva solo 19 anni e viveva nel suo van, spostandosi tra una città e l’altra. Quasi parla in Snake Eyes, che stampa poetici paesaggi con una favolosa chitarra acustica. Endless Ways, un brano rock a sfondo politico, scritto ai tempi dell’amministrazione Bush. Rollin’ Highway Blues prova le sue doti da compositore. Un brano degno di un John

Hiatt o un Tom Petty. Roadhouse Blues personifica il tipico country western texano, un riff alla Jerry Lee Lewis, degno di una prima posizione nelle classifiche country rock mondiali. Wishing well conclude il disco, con un tocco nostalgico della chitarra di Marc Ford. Questo Roadhouse Sun riprende il discorso interrotto dal precedente lavoro. A colpire l’ascoltatore rimangono la voce ormai matura e i suoni sempre grezzi ed elettrici nelle canzoni piu’ rock. Un atteggiamento che lo rende originale e diverso dall’honkytonk man in stivali e cappello da cowboy che tanti credevano di aver impacchettato.

Sono proprio i brani di più lucida e rabbiosa follia rock la vera novità del disco, quelli che rendono Roadhouse Sun non un sequel di Mescalito come qualcuno pronosticava ma un nuovo e altrettanto brillante capitolo di un’avventura che sta portando Ryan in tour in giro per il mondo e lo sta confermando un degno erede dei grandi padri della musica country rock. Una voce rauca, cruda, rovinosamente raschiata dal blues texano e dalle terre di confine con il Messico, mai sotto tono un solo istante. La musica di Ryan Bingham risente ovviamente delle sue influenze: il succitato Bob Dylan, Bob Wills, Marshall Tucker. E della tradizione musicale country e bluegrass del sud degli Stati Uniti d’America. Lo stesso profondo sud che entrambi i suoi album dipingono e raccontano con passione, autenticità e tradizione.


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

da ”Asharq Alawsat” del 16/07/2009

C’era un volta la banca islamica di Lahem Al Nasser i guadagna o si perde insieme. In teoria il sistema bancario islamico è basato sul concetto di profitto finanziario, da fare assumendosi dei rischi, con speculazioni finanziarie, partnership, e transazioni di altro genere che siano ammissibili dalla legge musulmana. Allo stesso tempo evitando di farsi carico di debiti che possano rappresentare un rischio troppo elevato, sia per gli individui che per il mercato.

S

Quest’ultimo genere di debito non farebbe che andare a vantaggio della ricchezza dei pochi in grado di dare garanzie di solvibilità al sistema bancario. A danno della maggioranza di professionisti della classe media e delle piccole e medie imprese (pmi) che non sarebbero in grado di farlo, non avendo così la possibilità di perseguire i loro obiettivi di crescita e sviluppo. Mentre le grandi esposizioni bancarie producono contrazioni del credito che, per prima cosa, colpisce le pmi. Queste formano il 90 per cento delle società operanti in tutto il mondo. Garantiscono un livello d’impiego che va dal 40 all’80 per cento della manodopera a livello globale. Secondo uno studio pubblicato dall Arab orient centre for Strategic and civilization studies, le attività delle pmi producono circa l’85 per cento del pil inglese e il 51 per cento di quello statunitense. Di più, tra il 1979 e il 1995, questo settore ha garantito il 75 per cento dell’impiego negli Usa. Rimanere troppo concentrati sulla struttura di finanziamento che produce debito, alla fine, rischia di uccidere la creatività e l’innovazione imprenditoriale. Tenendo conto che il cordone ombelicale dei soldi, una volta staccato, permette solo ai più grandi di sopravvivere. Da questa maniera di fare fi-

nanza ci mette in guardia il Sacro Corano. «Ciò che Dio ha donato al suo Messaggero e ha portato via agli abitanti delle città, appartiene a Dio, al suo Messaggero, agli orfani, ai bisognosi e ai viandanti; in maniera che non possa solo passare di mano all’interno di un circolo di ricchi privilegiati. Perciò dovete accettare ciò che il Messaggero vi assegna e rinunciare a ciò che prenderà da voi. Dovete temere Dio, perché Dio è severo nel castigo» si legge nel verso Settimo del capitolo Al-Hashr. Comunque l’applicazione pratica della finanza islamica non ha rispettato questi dettami, che riguardano il passaggio da un sistema bancario basato sul debitio a quello fondato sul partenariato. In molti istituti di credito musulmani le attività di Murabaha (transazioni commerciali dove chi acquista e vende prodotti dichiare il margine di profitto in maniera trasparente, ndr) costituiscono il 92 per cento del portafoglio finanziario globale. Il sistema, pur operando secondo le regole della sharia, ha introdotto il concetto di profitto e di tassi d’interesse, assomigliando così sempre di più alla struttura bancaria tradizionale. Ora anche nella gestione del richio e nelle politiche di credito vengono usati strumenti della finanza islamica. Questi rendono il sistema vulnerabile alle crisi alla stessa maniera di del sitema bancario convenzionale. La banca islamica ha cessato dunque di essere un rifugio sicuro per gli investitori. Così i prestiti vengono concessi solo ai pochi che esibiscno garanzie sufficienti, senza verificare veramente la fattibilità

dei progetti o dei piani di gestione che quei soldi vanno a finanziare. E neanche di sapere se le linee di credito sono state aperte tramite Tawarruq (operazioni speculative chiuse che portano poi alla concessione di un prestito, ndr) o Murabaha.

Anche il mercato dei Sukuk (una specie di obbligazione, ndr) è diventato vulnerabile a causa del caos legislativo e della presenza di enti emettitori di obbligazione poco sicuri. Anche il rischio di fallimenti individuali è aumentato, visto il larghissimo ricorso del credito al consumo tramite il Tawarruq. In buona sostanza, il modello bancario islamico non è più quello delle origini e non riesce più ad essere un elemnto di stabilità per l’economia della cominità musulmana, per il suo sviluppo e il suo progresso. Il sistema ha perso la sua valenza di partenariato, cioè di condivisione di profitti e perdite tra banca e cliente. Non può fare più la differenza rispetto ai sistemi finanziari tradizionali.

L’IMMAGINE

Bisogna fare subito le riforme e evitare inutili bagarre e bla bla bla Non riesco a capire appieno il richiamo che la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha fatto al governo, sulla primaria necessità di rapidità del processo di riforme. Forse sfugge qualcosa, ma per il resto è palese che il nostro è l’unico governo che prende seriemente in considerazione il problema ma è bloccato da tanti impedimenti, e in tal senso si deve leggere l’affermazione del premier Silvio Berlusconi sui ruoli del Parlamento. Non l’essenzialità democratica dei lavori dei singoli parlamentari ma l’essenzialità delle decisioni, che sono l’unico propellente che può avviare il treno delle riforme, altrimenti dopo tanti blablabla non si farà un solo passo avanti. In tale gioco l’opposizione gioca un ruolo fondamentale, che è tuttora scomposto dalle sue inutili bagarre.

Bruno Russo

SUL CASO SANDRI Onestamente mi sembra che il tono dell’articolo di Antonella Giuli [16 luglio 2009] Figlio di un Dio minore sia tutto tranne che ispirato ai principi di liberal. Posso o meno condividere la sentenza di Arezzo, ma credo che una giuria composta da togati e popolari dia le garanzie necessarie. Non hanno assolto l’agente Spaccarotella, ma hanno valutato come era loro compito l’atto compiuto dall’imputato. Non ci sarebbe bisogno dei tribunali: cinque persone l’hanno visto prendere la mira = omicidio volontario = tot. anni di carcere. E buttiamo la chiave. Il fatto che la vittima fosse un tifoso di calcio, purtroppo ha accresciuto l’esposizione mediatica dell’evento. Ma la giustizia che ha condannato

(non assolto) Spaccarotella è la stessa che ancora non ha fatto nulla contro le centinaia di delinquenti che la sera dopo la morte di Sandri hanno messo a ferro e fuoco intere zone di Roma, assaltando addirittura la caserma del reparto mobile della Polizia. Dagli anni ’70 ne abbiamo fatte di manifestazioni per i giovani uccisi dalle forze dell’ordine, e il 90% di loro semplicemente scappava, non aveva fatto a botte con nessuno, non minacciava nessuno, era solo in piazza ad esercitare i propri diritti. E non ricordo ultrà - allo stadio sono stato abbastanza, da ragazzino - muoversi a commozione o minacciare manifestazioni da un milione di persone. Neppure quando quattro agenti hanno ucciso il giovane Aldovrandi. Ognuno, in questo

Tutto in un granello Quanti libri vedete in questa foto? Uno? Sbagliato! Davanti a voi ci sono ben due edizioni dell’Antico Testamento. A parte il volume ben visibile, l’altra Bibbia è nascosta in quel granello sulla punta del dito. Un microchip di mezzo millimetro quadrato sul quale gli scienziati dell’istituto israeliano Technion hanno inciso, con l’aiuto della nanotecnologia, le oltre 300 mila parole del testo sacro

sistema, piange i suoi morti, anche se ogni morte colpisce tutti. Ma giusta o sbagliata che sia, quella di Arezzo è una sentenza pronunciata dopo due anni di indagini e giudizio, contro la quale è possibile ricorrere. Gli ultrà, solitamente, condannano per direttissima, talvolta senza appello! Saluti.

Michele Sillages

Gentile Michele, lei cade proprio nel tranello dal quale noi, nel numero cui si riferisce, abbiamo inteso mettere in guardia a proposito del caso Sandri: i processi vanno celebrati guardando ai fatti specifici, non alle “categorie” coinvolte: altrimenti è chiaro che tutti stiamo con la polizia e non con gli ultrà. Solo il caso specifico consente di capire se l’ultrà sta facendo violenza o no, se è

davvero un ultrà o un semplice tifoso, e se, infine, l’agente di polizia agisce per tutelare la sicurezza dei cittadini oppure, al contrario, contro di essa. I tribunali di un Paese “liberal” si distinguono proprio perché i loro processi non possono svolgersi con metodi “ultrà”(“noi”contro “loro”). E le sentenze sono “liberamente” contestabili. Esattamente, semplicemente, ciò che noi abbiamo fatto.


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Fiori vecchi dal profumo leggermente certo Mio caro ragazzo, finora non ho ricevuto una parola da voi. Oggi si spera che giunga la posta; ma io vi scrivo ora, senza aspettarla. Mi passano per la testa tanti ricordi della mia giovinezza, ricordi dell’età che tuhai ora, in cui sbocciano lo spirito e i sentimenti. Sfogliavo poco fa la Storia di Ploetz e gettavo uno sguardo sulla variopinta e triste complessità del destino umano, e da ogni parte mi risovvenivano le disposizioni d’animo in cui la lessi un tempo e la divorai con sognante fantasia. Fiori vecchi dal profumo leggermente certo. Quest’epoca dello sviluppo dovrete anche voi passarla in tutto il su fascino. È questa la brama, che ora vi riempie. Sarete molto più poveri, nei vostri tardi anni, se ne verrete defraudati, e non dovete esserne defraudati. Tu sei abbastanza grande ora per potermi scrivere e svelare tutto il tuo cuore. E questo devi fare, proprio senza riserve, senza nascondermi la minima cosa.Tu entri ora nell’età in cui il ragazzo diventa uomo: nell’anima si levano nuove emozioni, che facilmente vengono sviate o possono sviarsi da sé. Abbi fede in me e in Sonia, non celare nulla a noi, non fare alcuna cosa che ti vergogneresti a confessarci. Noi comprendiamo tutto. Karl Liebknecht al figlio

ACCADDE OGGI

LAICITÀ E SOVRAESPOSIZIONE MEDIATICA CLERICALE L’etica laica è conculcata e quasi privata di voce in Italia, anche sui media. Risultano al contrario sovraesposti il Vaticano e il clero cattolico: predicano ed esternano sempre comandi morali. Prelati e cattolici usufruiscono di parrocchie e molte organizzazioni collaterali; inoltre beneficiano del diritto di voto: quindi i loro rappresentanti sono presenti nelle istituzioni pubbliche italiane. La loro sovraesposizione mediatica costituisce un doppione, aggravato dal sostanziale silenziatore su laici e atei. I cattolici impartiscono lezioni di vita; hanno intenti missionari: vogliono inculcare le loro idee agli altri; disistimano e condannano le opinioni e i comportamenti diversi dai loro diktat. Le religioni si fondano su postulati e dogmi. Noi poveri mortali razionali crediamo nella scienza e nelle sue verità provvisorie, soggette a: verifica, sperimentazione, perfezionamento, critica e confutazione. Alle certezze fideiste si contrappone il dubbio metodico del laico e del saggio. Il clero cattolico riduca il suo pontificare, le sue diuturne lezioni di vita, la supponenza camuffata da umiltà, il sostanziale sostegno all’immigrazione clandestina e le geremiadi sulla povertà. I cattolici italiani sono molto meno degli sbandierati. Si affermano la secolarizzazione e l’eclissi del sacro, nella moderna civiltà industriale. Quasi tutti gli italiani sono stati battezzati appena nati, a loro insaputa e per consuetudine, nel Belpaese sottomesso al Concordato. Tuttavia, tanti sono ora agno-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Stefano Zaccagnini (grafica)

18 luglio 1944 Seconda guerra mondiale: Hideki Tojo si dimette da primo ministro dell’Impero giapponese 1947 Il presidente statunitense Harry S.Truman converte in legge il Presidential succession act, che pone il portavoce della Camera e il presidente pro tempore del Senato, nella linea di successione, subito dietro al vice presidente 1968 Guerra del Vietnam: inizia la conferenza di Honolulu tra il presidente americano Lyndon B. Johnson e quello sudvietnamita Nguyen Van Thieu 1969 Dopo un party a Chappaquiddick Island, il senatore Edward Kennedy esce di strada con la sua auto 1975 La Italcantieri, di proprietà di Berlusconi, diventa una Spa, con un aumento di capitale a 500 milioni di lire, pari a 1,8 milioni di euro del 2005 2008 A Roma, grandissimo concerto di Luciano Ligabue, in settantamila hanno acceso la notte romana con canti e cori per tutta la notte

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

stici, miscredenti e atei; credono nella morale laica, ma non a: miracoli, angeli, resurrezione della carne, inferno, satana. Alcuni non credenti possono essere attratti da calvinismo e puritanesimo: non abbisognano dell’intermediazione clericale; spronano all’attività indefessa e non alla mera contemplazione; hanno favorito il progresso economico e la liberazione dalla miseria.

Antonio Padova

LAGNA SU SOFFERENZE UMANE Nell’eterna lotta con la natura, l’essere umano non è pienamente vincitore. L’agricoltore deve penare per contrastare le malerbe, alcune delle quali si propagano per più vie riproduttive. L’umanità nel suo complesso prolifera troppo: non riesce a regolare al meglio la spinta naturale erotico-riproduttiva per la perpetuazione. Dalla coppia Adamo ed Eva, la popolazione terrestre ha superato ora 6,7 miliardi, cresce di circa 80 milioni all’anno e raggiungerà 9,5 miliardi nel 2050. Qualcuno considera l’esplosione demografica mondiale “la madre di tutte le tragedie contemporanee”. Vige il tabù su sessualità, contraccezione e crescente sovrappopolazione mondiale. Le “infallibili” religioni cattolica e islamica continuano ad avversare gli anticoncezionali e lo stesso preservativo, utile per prevenire gravidanze indesiderate e malattie trasmissibili sessualmente, come il flagello dell’aids. Si insiste sul solito tasto: redistribuzione, solidarietà e carità ai poveri. Non basta.

PRIMI SEGNALI DI RIPRESA NEL 2010, UN’OPPORTUNITÀ DA COGLIERE Nonostante i primi dati del 2009 confermino che l’economia mondiale sta vivendo la più grave crisi del dopoguerra, fonti autorevoli evidenziano i primi segnali di ripresa. La Banca centrale europea rileva come di recente la velocità di rallentamento sembra essersi moderata. Il Fondo monetario internazionale, pur stimando per quest’anno, in riferimento al Pil mondiale un calo compreso tra lo 0,5 e l’1,5% (la più forte contrazione dal dopoguerra), prevede una ripresa graduale tra l’1 e il 2% per il 2010. Per quanto riguarda il nostro Paese si evidenzia un miglioramento delle valutazioni di prospettiva sul proprio contesto operativo, dopo il brusco scivolone della fine del 2008. La Bce ha abbassato ancora il costo del denaro. Una scelta cui non corrispondono particolari segnali di criticità dal punto di vista dell’inflazione, si prevede anzi che l’andamento dei prezzi al consumo debba moderarsi ulteriormente nei mesi a venire. Nel contempo la Bce continua a richiamare i governi alle loro responsabilità nell’assicurare la solidità delle finanze pubbliche, invocando ulteriori misure di risanamento credibili per il 2010. Tali misure sono richieste anche dal Fondo monetario internazionale secondo il quale i paesi del G20 dovrebbero adottare azioni immediate per contenere l’ulteriore deterioramento del settore bancario e ridurre l’ancor troppo elevata incertezza relativa alla solvibilità delle banche, grande ostacolo al ripristino della fiducia nei mercati. Tornando al nostro Paese, una questione aperta è quella dell’occupazione perché in realtà chi sta pagando questa crisi sono in particolar modo i lavoratori con contratto a termine. Quindi soprattutto i giovani, che in questa particolare fase guardano con ancora maggiore timore a questi continui passaggi da un lavoro all’altro; la difficoltà di trovare lavoro, la precarietà, unita alla difficoltà di accesso al credito rende la situazione ancor più pesante, il futuro sempre più incerto. Al di là delle cifre, siamo di fronte all’evidenza, a livello globale e ancor più a livello italiano, di un sistema superato che per sopravvivere deve inevitabilmente innovarsi, nel sistema produttivo, nel sistema finanziario, e nella gestione del mercato del lavoro. Sotto questo punto di vista questa crisi può essere letta come un’opportunità e questi seppur minimi spiragli di miglioramento sono una sfida da cogliere. Roberto Giuliani LIBERAL GIOVANI NAPOLI

Carlo Ricci

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PAGINAVENTIQUATTRO Propaganda. Per rispondere a chi lo vuole morente il dittatore manda in onda un telefilm su se stesso

Un “Posto al sole” per di Maurizio Stefanini l cinema è l’arte più importante. La maggior parte degli storici ritiene apocrifa l’attribuzione a Lenin di questa frase, così simile a una di Mussolini. Ma Kim Jong-il l’ha fatta comunque propria, seguendo dun’antica ossessione di suo padre. Per rispondere alle rivelazioni dei media sudcoreani su un suo cancro al pancreas in fase terminale, quale miglior risposta dunque che riproporre al popolo la sua biografia filmata? Il Sole del Songun che sparge i suoi raggi sul mondo è il titolo del serial la cui prossima programmazione è stata annunciata dalla stampa nordcoreana. Songun, letteralmente “i militari prima”, o come diremmo noi “i cannoni invece del burro”, è quella dottrina ufficiale del regime che si è affermata a partire dagli anni ’90, secondo cui la spesa militare deve avere la precedenza e anche gli uomini in divisa devono avere un ruolo sempre più importante. Non è chiaro però se, come sostengono alcuni analisti, Kim si sia rassegnato ormai alla morte e voglia consegnare un monumento alla sua leggenda intanto che fa ancora in tempo, o se (come pensano altri) intenda invece rafforzare la sua immagine proprio perché pensa di sfangarla e vuole evitare che qualche elemento troppo ambizioso della nomenklatura si metta in testa idee strane. Quel che si sa, invece, è il titolo della prima puntata: Aggiungerò gloria alla Corea, incentrato su infanzia e adolescenza.

I

E questa ci permette di indovinare anche la storia, dal momento che quell’epoca è una delle preferite nelle biografie ufficiali che circolano in biblioteche e scuole. Ovviamente, il tono di questa agiografia non concorda del tutto con altre informazioni che trapelano da fonti russe. Il “genio del XXI secolo”, dicono infatti le biografie ufficiali, sarebbe venuto alla luce sui pendii del Paektu, la montagna sacra della Corea il 16 febbraio 1942, quando suo padre aveva trent’anni: età di buon auspicio, secondo la cabala locale. In una capanna di tronchi, dove la sua famiglia alloggiava mentre Kim Il-sung guidava la lotta anti giapponese. Una rondine volò su di lui per salutarlo, un doppio arcobaleno apparve sul monte a mo’ di cometa di Betlemme, e anche una nuova stella si mise a splendere nei cieli. Al contrario, secondo le già citate fonti russe, Kim Jong-il è, nato un anno prima, il 16 febbraio 1941. E in territorio sovietico, più precisamente nel villaggio di Vyatskoye: presso la città di Khabarovsk, a 30 km dal confine cinese, dove suo padre era capitano e comandante di battaglione del’88esi-

KIM JONG-IL ma Brigata speciale di fucilieri, composta da esiliati cinesi e coreani. Il nome con cui fu battezzato fu Yuri Isernovich Kim: all’uso russo, col patronimico dell’Irsen in cui il genitore aveva slavizzato il coreano Il Sung. Sempre stando ai russi, Kim non tornò in Corea che nel novembre 1945, su una nave sovietica e a due mesi dal rimpatrio del padre. E in Corea iniziò la scuola elementare, ma dopo la morte di sua madre per una difficile gravidanza nel 1949 e l’inizio della guerra del 1950 fu mandato in Cina, dove probabilmente compì i suoi studi superiori. Anche se, di nuovo, le biografia ufficiali parlano di un diploma a quell’istituto Nam-

anni ’70, quando andava a passare le vacanze nell’isola ospite del premier terzomondista Dom Mintoff. Ancora le biografie ufficiali segnalano che da piccolo Kim Jong-il vinceva sempre le corse con le macchine a pedali. E scacciava gli insetti che disturbavano il sonno del padre. E addirittura lo salvava da complotti controrivoluzionari, smascherando frazionisti antipartito e spie americane.

Sentiva l’influenza negativa della Gioconda di Leonardo, che riteneva oscura e equivoca, e sapeva trovare l’origine dei guasti delle auto dal solo rumore del motore. Questi poteri gli sarebbero rimasti anche da grande. Il 24 novembre 1996, riportò ad esempio l’agenzia Kcna ufficiale Kim Jong Il si trovava nei dintorni del villaggio di Mun Jon. Era appena arrivato a qualche centinaio di metri dalle truppe Usa e sudcoreane che si alzò improvvisa una fitta nebbia, permettendogli di investigare le posizioni del nemico senza essere individuato. Salvo poi schiarirsi, quando volle posare per una foto con un gruppo di soldati. Nuovo miracolo sulla natura il 18 marzo 1997, quando il cielo si coprì di nuvole nere al momento del suo arrivo per un’ispezione militare a ovest della zona di demarcazione, per poi rischiararsi dopo la sua partenza. E un terzo miracolo gli è stato attribuito quando in una postazione avanzata su un’isola del Mar Giallo aprì una cartina della regione. Immediatamente pioggia e vento cessarono, e il sole si mise a brillare.

Il serial si intitola “Il Sole del Songun che sparge i suoi raggi sul mondo” e parla della vita del presidente nordcoreano. Partendo da quando sventava complotti contro il padre e attaccava la Gioconda, considerata “oscura e pericolosa” san di Pyongyang dove i membri della nomenklatura comunista portavano i loro rampolli e di una laurea col massimo dei voti in Politica Economica all’Università Kim Il-sung, nell’anno 1964. A questo curriculum sembra anche che si possa aggiungere qualche corso d’inglese all’Università di Malta all’inizio degli Sopra, Kim Jong-il e il padre Kim Il-sung in un ritratto ufficiale, che oggi campeggia nel museo di storia nazionale di Pyongyang. A sinistra, il “Caro Leader” mentre sorride in tenuta militare


2009_07_18