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L’assoluzione del colpevole condanna il giudice

Publilio Siro

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di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • GIOVEDÌ 16 LUGLIO 2009

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Parla Rocco Buttiglione, promotore della mozione approvata ieri dalla Camera dei Deputati

«Aborto, adesso puntiamo all’Europa. E a Obama»

IL CASO SANDRI

Giustizia non è fatta. Il tribunale non ha giudicato il crimine di un uomo contro un altro: ma lo scontro tra il “bene” (la polizia) e il “male” (gli ultrà). Gabriele è stato dunque considerato “figlio di un Dio minore”

di Marco Palombi

ROMA. Il voto di ieri a Montecitorio non è l’inizio di una campagna contro la legge 194 sull’aborto. Parola di Rocco Buttiglione, l’uomo che ieri ha quasi fatto il miracolo. Quasi perché alla fine il voto sulla sua mozione – intervento del governo per impegnare l’Onu a combattere l’aborto come strumento di controllo delle nascite – non è stato unanime: Pd e Idv si sono astenuti cedendo al «ricatto dei Radicali» (in compenso però l’Udc ha votato il testo dei democratici, quasi uguale al suo). La sua mozione, almeno è questo il suo auspicio, è invece «il primo passo di una campagna mondiale per la libertà di scelta della donna e la libertà della vita assieme». Le tappe sono già fissate: Parlamento italiano, Europarlamento e Consiglio d’Europa e poi anche iniziative negli Stati Uniti. Il presidente dell’Udc è infatti convinto che «Obama vuole fare qualcosa contro l’aborto» anche se non sul fronte interno, e quindi sarebbe disposto ad impegnarsi in una battaglia condivisa sia dal fronte pro-life che da quello pro-choice.

Una vita “colposa” alle pagine 2 e 3

segue a pagina 6

Napolitano firma la legge sulla sicurezza ma critica: «È contraddittoria e incoerente»

Mentre a Teheran si scoprono centinaia di vittime negli obitori

Ora basta con gli scambi fra terroristi islamici e giornalisti occidentali Scontro governo-opposizioni. E Tremonti insulta reporter Usa

La guerra sullo scudo

di Michael Ledeen

di Francesco Pacifico

o ti do una dozzina di terroristi; tu mi dai una giornalista? È sicuramente un po’più complicato di come ho cercato di descriverlo, ma la sostanza è che abbiamo rimesso in libertà dei terroristi iraniani in cambio del rilascio di Roxana Saberi, oltre probabilmente ad altri tre ostaggi di nazionalità britannica. Il primo pagamento, quando è giunto a Teheran, ha ricevuto un’accoglienza trionfale. Non ho parole. I terroristi in questione risultano essere ufficiali delle Forze Quds, la fazione del corpo delle Guardie rivoluzionarie operante all’estero. Arrestati a Irbil, sono tornati (accompagnati dal giubilo generale) nel loro Iran.

I

servizi alle pagine 8 e 9

Restiamo in Aghanistan, malgrado i rischi

Colle, Csm, decreto: giornata nera del governo

Con la stampa, si sa, fa da sempre fatica a confrontarsi. Ma il flemmatico ministro Giulio Tremonti mai aveva lasciato spazio in pubblico all’iracondo tributarista Giulio Tremonti. Saranno state le pressioni dell’opposizione e dell’Europa, la stanchezza per dover gestire un debito pubblico sempre più alto, fatto sta che ieri è sbottato alla conferenza stampa sul Dpef. E ne ha fatto le spese Steve Scherer, cronista dell’agenzia Bloomberg. Il quale paga l’aver insistito su una domanda neanche troppo complessa: come si concilia, signor ministro, la lotta ai paradisi fiscali da lei portata avanti e lo scudo fiscale? Il reporter americano l’ha fatta più volte questa domanda. E Tremonti ha prima provato a rispondere con quel misto di ironia e superbia che all’estero non sembrano apprezzare.

ROMA. Giornata nera, ieri, per il IV esecutivo guidato da Silvio Berlusconi. La mattinata è cominciata con una doccia fredda donata al premier dalla sesta sezione del Csm. «Il ddl Alfano sulla riforma del processo penale viola la Costituzione, in almeno quattro principi. A cominciare da quello sull’obbligatorietà dell’azione penale, e ciò avrà effetti “devastanti” sull’efficacia delle indagini». Queste le parole messe nero su bianco dall’organo del Csm, nell’esprimere il suo parere sul ddl Alfano. Nelle motivazioni si sottolinea come l’eliminazione del potere del pm di acquisire anche di propria iniziativa le notizier di reato, «realizza un vulnus al principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, per la cui concreta operatività è necessaria, appunto, l’esistenza di una notizia di reato».

segue a pagina 4

a pagina 5

di Riccardo Paradisi a pagina 7 s eg ue a (10,00 pagina 9CON EURO 1,00

I magistrati: incostituzionale il lodo Alfano

ROMA. «Testa di c.».

I QUADERNI)

• ANNO XIV •

NUMERO

139 •

WWW.LIBERAL.IT

di Francesco Capozza

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


prima pagina

pagina 2 • 16 luglio 2009

In-giustizia. Sei anni di carcere e omicidio colposo all’agente Spaccarotella. Una sentenza sconfortante, che l’Italia non merita

Figlio di un Dio minore

Sul caso Sandri il tribunale non ha giudicato il crimine di un uomo contro un altro, ma lo scontro tra il “bene” (la polizia) e il “male” (gli ultrà). E la vita di Gabriele? di Antonella Giuli

ROMA. In Italia sembra possibile correre in pieno giorno con una pistola in mano, d’un tratto fermarsi a prendere la mira (secondo cinque testimoni per dieci secondi almeno), sparare un proiettile facendogli percorrere ben sei corsie di autostrada, ammazzare un ragazzo di ventisei anni mentre si trova a bordo di una Mégane Scénic (in movimento). Quindi è possibile beccarsi un’accusa di omicidio volontario, farfugliare agli avvocati qualcosa come “non volevo stavo sedando una rissa tra tifosi anzi no credevo fosse una rapina e poi comunque la pallottola è stata deviata da una rete metallica…”, e altre linee difensive simili. È possibile fare tutto questo rimanendo in servizio al lavoro o essere tutt’al più spostato in un’altra città, quindi decidere di farsi vedere poco al processo, quasi sempre a testa bassa, preferendo le dichiarazioni spontanee all’interrogatorio (non si sa mai) e al momento della sentenza “meritarsi” sei anni di galera invece dei quattordici richiesti dal Pubblico ministero vedendo infine il capo d’imputazione derubricato da omicidio volontario a omicidio colposo. In Italia questo accade, eccome se accade. Però mica a tutti, mica a chiunque. Queste oramai sono occasioni che si concretizzano raramente e quasi solo se si è in possesso di un distintivo.

Un cittadino anonimo sarebbe stato immediatamente sbattuto in galera nell’attesa del processo, avrebbe con ogni probabilità perso il proprio posto di lavoro, sarebbe stato messo sotto torchio dall’accusa, sarebbe uscito dal Tribunale col massimo della pena e con lo stesso marchio a fuoco di omicidio volontario. Niente derubricazione, nessuna attenuante generica. Basterebbe forse invertire gli attori di questa drammatica storia che è la morte di Gabriele Sandri, la vittima, per mano dell’agente Luigi Spaccarotella, l’uccisore, per capire la fine che avrebbe fatto il giovane deejay romano se avesse ucciso in quel modo il poliziotto della Polstrada di Arezzo (e attraversando appena un pugno di Regioni si incappa ad esempio nella morte del siciliano Filippo

Le pericolose reazioni degli ultras

Un allarmante segnale da “Repubblica”

Chi protesta con la violenza è contro Gabriele

Chi scrive con violenza è contro ognuno di noi

di Giancristiano Desiderio

di Maurizio Martucci

abbo non era violento, perché i tifosi vogliono onorare la sua memoria con la violenza? Capiamo la rabbia, ancor più della delusione, per la sentenza del tribunale di Arezzo che ha condannato l’agente della Polstrada Luigi Spaccarotella a sei anni per omicidio colposo. Capiamo la rabbia, ancor più della delusione, perché un giudizio contrario alle proprie aspettative di giustizia getta nello sconforto, come un giudizio che rispecchia le proprie aspettative non dà soddisfazione ma semplicemente ci rafforza nel sentimento di giustizia e di senso di fiducia nelle istituzioni. La giustizia non è la vendetta. Dunque, le violenze, i disordini,gli assalti alle caserme non rendono giustizia a nessuno, meno che meno a Gabriele Sandri. Il deejay romano e tifoso laziale ucciso l’11 novembre di due anni fa dal poliziotto Luigi Spaccarotella nell’autogrill di Badia al Pino (dalle parti di Arezzo) è stato sempre ricordato come persona pacifica. La violenza in suo nome e per il suo nome è un controsenso. L’unico giusto comportamento è quello indicato dal padre di Gabbo, Giorgio Sandri, e dal fratello Cirstiano: «È una vergogna. Come per l’omicidio Aldovrandi a Ferrara non c’è giustizia. Adesso però è il momento di stare calmi, non dobbiamo offrire il fianco passando dalla parte del torto. Diciamo a tutti i ragazzi di stare calmi».

overa opinione pubblica italiana, sgomenta perché non capisce come il dramma di una giovane vita di ventisei anni stroncata da una pallottola di un servitore di Stato possa pesare come l’investimento mortale di un pedone sulle strisce, colpito da un’auto a folle velocità. Povera giustizia italiana, incapace di esprimere una sentenza giusta sulla volontarietà di un atto omicida riconosciuto come tale da una cassiera di autogrill, da tre commercialisti e una guida turistica giapponese, ma non da una Corte d’Assise mista di togati e giuria popolare.

G

Le parole di Giorgio Sandri sono giuste e ancora più giuste appaiono ai nostri occhi se consideriamo il dolore che si porta dentro. Il signor Sandri sa bene che il peso delle sue parole, perfino dei suoi silenzi, è grande e che il suo richiamo alla forza della calma per non «passare dalla parte del torto» è e resterà sempre il modo migliore per rendere giustizia a suo figlio. Quando sarà nota la motivazione della sentenza di Arezzo si saprà meglio qual è il valore dell’ omicidio colposo del poliziotto e perché i giudici hanno respinto la richiesta di omicidio volontario del pubblico ministero. Ma fin da ora possiamo dire che il compito degli amici di Gabbo - siano o no ultrà, e se lo sono a maggior ragione - è quello di alimentare un senso istituzionale della giustizia, non certo quello di invocare o praticare una giustizia sommaria mediante la violenza.

P

Dal Tribunale di Arezzo è arrivato un segnale allarmante, ora macigno ingombrante anche per le stesse forze dell’ordine: si rischia di fare del povero Gabbo un vero e proprio martire dell’età contemporanea. Ho girato l’Italia a presentare il mio libro su quel dannato 11 novembre 2007 sempre e solo con l’intento di raccontare la verità dei fatti, smascherando anche inopportuni e dannosi depistaggi mediatici, nella speranza che una giustizia terrena alla fin fine arrivasse, confidando in uno Stato di diritto dove la legge è sempre uguale per tutti. E invece... ci si è poi messo di mezzo anche il buon vecchio lupo che non perde mai il cattivo vizio del Belpaese: ieri Repubblica titolava “Gli ultras hanno sete di vendetta”,“i demoni sono di nuovo tra noi”. Il collega Bonini, autore del libro Acab, oltre che dell’articolo in questione, non è nuovo a questa teoria di scontro per una contrapposizione esasperata e frontale tra tutori dell’ordine da un lato e mondo ultras dall’altro. A chi giova tutto questo? C’è bisogno di gettare altra benzina sul fuoco? Parte della società civile, Amnesty International e i ragazzi delle curve finora hanno chiesto sempre e solo giustizia per Gabriele Sandri. Già oggi riconsegnerei in Questura il mio Passaporto se chiedere giustizia giusta per un ragazzo di ventisei anni ucciso in un’autostrada da un poliziotto dovesse improvvisamente diventare un reato. Non c’entra il calcio, tanto meno il tifo. È una questione di civiltà e di diritti inviolabili dell’uomo.

Raciti e nei mesi di carcere che s’è fatto, immediatamente, il minorenne ultras accusato di averlo ammazzato durante i tafferugli con la Polizia…). Ma forse sono proprio queste le due parole-chiave dell’intera vicenda: da una parte “ultras”, dall’altra “Polizia”. Come a dire: da un lato il male e da quello opposto il bene. Neanche fossimo a trent’anni fa, l’idea è che forse oggi manca poco a convincersi che uccidere un ultras non è reato, o comunque non un reato che preveda una sentenza giusta.

Si dovrà ancora attendere per le motivazioni della Corte d’Assise d’Arezzo, ma nel frattempo non è difficile immaginarle. Visto che oramai da noi s’è infiltrata una tendenza un po’ generale e assai pericolosa dal nome “ideologia della sicurezza”, alimentata negli ultimi mesi dalla bagarre del recente decreto e dalla politica della paura volta a criminalizzare intere categorie tout court, ecco questa nuova tendenza pare possa finire con il sovrastare, per lo più impunemente, addirittura la vita stessa delle persone. Tutelando maggiormente quella di chi invece è istituzionalmente protagonista assoluto dell’ordine. Come l’opinione pubblica ben sa, quello dello stadio è un mondo nient’affatto immacolato né innocuo (sebbene perfino tra le frange più estreme venga quanto meno rispettata la regola non scritta del corpo a corpo ad armi pari, sia pure da taglio). E come tutti sanno basta davvero molto poco per accendere gli animi della cosiddetta “teppa della domenica”, certamente pronta a coprirsi il volto e scagliarsi contro un intero sistema-nemico chiamato forze dell’ordine. Anche gli incidenti accaduti a Roma negli ultimi due giorni non fanno che confermare il malessere e il pericolo che questo popolo delle curve rappresenta per certo tipo di sicurezza. E bene fanno Cristiano e Giorgio Sandri (fratello e papà di Gabriele) a dialogare direttamente con gli ultras, attraverso ogni canale mediatico, cercando di calmarne gli animi e gli istinti. Eppure gli ultras, i tifosi, in questa faccenda sì c’entrano, ma ad onor del vero fino a un certo punto. Perché tra le tante domande


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16 luglio 2009 • pagina 3

Parla Carlo Federico Grosso, presidente emerito della Consulta

«Sì, il pregiudizio può aver pesato» di Errico Novi

ROMA. Non è la prima volta. La letteratura semiclandestina degli ultras racconta di altri tifosi ai quali non sarebbe stata resa giustizia: non uccisi come Gabriele ma rimasti gravemente feriti da rappresentanti delle forze dell’ordine beneficiati dall’impunità. È la storia, per esempio, di Alessandro Spoletini, romanista di Bellegra che nel 2001 restò un mese in coma dopo essere caduto dagli spalti dello stadio di Bologna per una spinta, dicono, di un celerino. Nell’immaginario degli ultras circola molto l’idea di essere considerati materiale di scarto, cittadini di serie B che lo Stato discrimina in ogni circostanza possibile. Si tratta di una mera retorica vittimista, di una paradossale forma autocelebrativa? O ci sono davvero categorie di persone che per una ragione o per l’altra ricevono dalla giustizia e dallo Stato in generale un trattamento “particolare”? E il discorso può valere anche in positivo, ad esempio per i poliziotti? Il presidente emerito della Corte costituzionale Carlo Federico Grosso non ne fa una questione di orientamento generale ma di responsabilità soggettiva: «C’è sempre da augurarsi che chi sceglie di assumere un ufficio come quello del giudice sappia liberarsi il più possibile dai pregiudizi». Non si può allontanare il sospetto, dunque, che nei tribunali ci siano metri di valutazione diversi a seconda della categoria a cui appartengono vittime e imputati. È difficile, la gente ha sempre sospetti di questo tipo. E allora quelli che riguardano il caso Sandri sono fondati? Si tratta di un caso limite, molto difficile. Bisognava stabilire se c’era dolo eventuale, e quindi una percezione del rischio, o solo una ‘colpa’. Entrare nella testa di chi spara è operazione davvero complessa. La Corte ha ritenuto che Spaccarotella non volesse uccidere. Ha optato per la soluzione più favorevole. Ma ripeto, il confine era davvero molto sottile: da una parte c’è la colpa cosciente, la condizione cioè in cui si trova chi ipotizza astrattamente il risultato della propria azione ma è sicuro di essere in grado di evitarla, dall’altra la volontà di uccidere. In

circola anche questa: che Gabriele Sandri fosse un tifoso della Lazio aveva davvero qualche rilevanza?

Lo stesso Spaccarotella, nella sua lunghissima intervista a L’Espresso, aveva dichiarato di non avere idea che si trattassero di tifosi ma pensava di esse-

re in realtà di fronte a una rapina. Gabriele Sandri era anche un tifoso, certamente, e uno di quelli che “la Lazio si segue pure in trasferta”. Ma prima ancora era un figlio, un fratello, un amico, un lavoratore, magari un fidanzato. Ed era uno che come tanti, a quell’età, accorciava le distanze con qualcuno senza sottrarsi alla pratica carnale del pugno in faccia. Forse come quello che probabilmente

Qui sotto, un’immagine del funerale di Gabriele Sandri. In alto, uno scatto degli incidenti che si verificarono a Roma a poche ore dalla sua morte, l’11 novembre 2007

nella stazione di servizio di Badia al Pino (Arezzo). Nella pagina a fianco, la copertina del libro dedicata al giovane deejay romano scritto dal giornalista Maurizio Martucci

avrà rifilato o ricevuto quella mattina dell’11 novembre 2007 all’autogrill di Badia al Pino in provincia di Arezzo, quando s’era accesa una miccia tra lui, i suoi amici e quel gruppo di giovani juventini incrociati per pochi secondi sull’A1. Questo era e doveva essere Gabriele Sandri agli occhi di un Luigi Spaccarotella qualunque. Non lui, non Gabriele Sandri ha tradito il principio di sicurezza, ma lo stesso poliziotto e quel suo gesto scellerato. Eppure la giustizia italiana l’altro ieri ha deciso di perdere anche l’ennesima occasione di far valere l’idea che la legge è uguale per tutti, guardando in faccia la famiglia Sandri con gli stessi occhi incoscienti dell’agente di Polizia. Lo si rivedrà in Appello, aspettando nel frattempo le motivazioni della sentenza di primo grado.

Una sentenza che sa ancora una volta di pacca sulla spalla e che Giorgio Sandri, definendola «pazzesca e ignobile», tenterà di far cadere attraverso una raccolta di firme nazionale da consegnare al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. «Ricorreremo in Appello - ha tuonato ieri il padre di Gabriele - ma non credo più nella giustizia italiana. Chiedo scusa ai cinque testimoni che si sono assunti la responsabilità di presentarsi in tribunale ma che non sono stati creduti».

un caso del genere la prova è difficilissima. E la Corte d’Assise si è trovata in ambasce. Lo stesso pm d’altronde aveva optato per la minima richiesta possibile in caso di omicidio volontario, la Corte si è tenuta appena al di qua di quella linea di confine e ha irrogato il massimo della pena prevista per omicidio colposo. Ma in generale c’è secondo lei il rischio di una giustizia condizionata dallo ‘status’ della vittima, come se gli ultras, o gli immigrati o i clochard valessero meno dei poliziotti? C’è indubbiamente un rischio di questo tipo. Tutto dipende però dal singolo giudice, dal singolo collegio. Il pregiudizio è un fatto interno all’essere umano, il giudice è un uomo e può essere condizionato dai propri pregiudizi. Ma si spera sempre che chi sceglie un ufficio del genere ne sia libero il più possibile. Ma nel caso specifico lei ritiene che il pregiudizio non abbia pesato, giusto? No, io non dico questo. Cerco di dare una spiegazione tecnica della soluzione trovata, una soluzione su un caso molto particolare che si prestava a due interpretazioni separate come ho detto da un confine assai labile. Dopodiché, può darsi che il pregiudizio abbia pesato. Ma la spiegazione tecnica c’è. Oltre a una generale discriminazione da parte dello Stato e degli organismi giudiziari, i frequentatori delle curve lamentano altre forme di ‘segregazionismo culturale’: per esempio, il fatto di essere limitati nel loro diritto di circolare liberamente come qualsiasi altro cittadino, visto che spesso il ministero dell’Interno vieta loro di andare in trasferta. Si tratta di decisioni assunte sulla base di una legge, che già sconta la scelta tra interessi contrapposti. Si infliggono limitazioni alla libertà personale in modo da poter garantire la sicurezza di altre persone. È uno di quei casi in cui la legge deve realizzare un bilanciamento. E nello specifico, ci sono limitazioni non pesantissime stabilite in nome di un interesse generale molto rilevante.

Il caso era difficilissimo: tra dolo e colpa passa un confine sottile. Ma il rischio che alcune categorie vengano discriminate c’è sempre


politica

pagina 4 • 16 luglio 2009

Numeri. Nel 2010 Palazzo Chigi ipotizza il ritorno della ripresa: +0,5 per cento. Ma Draghi avverte: rischiamo la crescita zero

Lo scudo dell’insulto Tremonti al reporter Usa: «Testa di c...» E in Parlamento cominicia la guerra sul decreto di Francesco Pacifico segue dalla prima Quindi è passato a un’altro quesito e si è lasciato scappare a mezza bocca l’insulto. Di più, il giudizio l’ha ripetuto anche al ministro Calderoli sedutogli vicino. Peccato che in entrambi casi il suono sia stato captato dai microfoni di Radio 24 o dalle telecamere di Repubblica.it. E in rete è già un cult come le gaffe del suo presidente del Consiglio e leader, Silvio Berlusconi. Proprio a Scherer il Cavaliere aveva regalato la perla dell’Obama «bello, giovane e abbronzato». Per il giornalista americano, quindi, ieri un’altra tacca da poter vantare.

E non poteva andare diversamente, visto che in mattinata era girata una bozza di emendamento sullo scudo fiscale al decreto anticrisi, che prevedeva la più ampia manleva contro le denuncie in sede penale e civile per chi faceva rientrare in Italia i capitali detenuti all’estero. Proprio la sanatoria che il ministro aveva respinto e sulla quale preme buona parte del suo governo per fare cassa. Quando il cronista di Bloomberg fa la sua domanda, Tremonti è già teso, non vorrebbe commentare «un emendamento che non ha letto». E infatti risponde: «Il vero beneficio di questo provvedimento è svuotare la caverna di Ali Babà e raddoppiare le sanzioni, perché è inutile fare finta di contrastare l’evasione fiscale, quando si lasciano aperti i paradisi fiscali». Ma Scherer non basta. Di più, ricorda che qualche mese fa il ministro smentiva l’introduzione di un nuovo scudo fiscale. «Questo tipo di domanda la rivolga a Obama e quando avrà risposta io sottoscriverò quella risposta. Questo è un trucco che sta adottando lei, io sono contrario ai paradisi fiscali. Concordo con la politica americana, mandi una mail alla Casa Bianca e mi dica la risposta che otterrà e io la sottoscriverò». Poi, al terzo tentativo, il fattaccio. Tremonti replica: «Un altro domanda?», poi si allontana dal microfono e sbotta il «Testa di c.» quasi all’orecchio di Calderoli. Ma inutilmente. Fatto sta che in serata

l’incidente – unito all’indignazione dell’opposizione – “aiuta” Tremonti a far arrivare in Parlamento una nuova versione dell’emendamento sullo scudo fiscale. «E nessun reato sarà “scudato” tranne l’omessa dichiarazione o la dichiarazione infedele», fa immediatamente sapere l’onorevole Marco Milanese, consigliere politico del ministro dell’Economia.

tecnica: «La norma prevede l’istituzione di un’imposta straordinaria sulle attività finanziarie e patrimoniali, detenute fuori dal territorio dello Stato» e a «condizione che le stesse vengano rimpatriate in Italia da Paesi Extraeuropei nonchè regolarizzate ovvero rimpatriate perchè in essere in Paesi dell’Unione europea e in Paesi aderenti allo spazio economico

Il rientro dei capitali dall’estero passa per un’aliquota del 5 per cento che non piace alla Ue. Saltano tutte le forme di sanatoria sulle quali premeva Berlusconi per recuperare più fondi Lo scudo fiscale con il quale l’Italia spera di recuperare tra i tre e i cinque miliardi di euro si basa su un’aliquota del 5 per cento sull’entità dei capitali rientrati. Saltate all’ultimo momento le ipotesi di sanatoria per reati come il falso in bilancio, il riciclaggio, la ricettazione e la bancarotta. Si legge infatti nella relazione

europeo che garantiscono un effettivo scambio di informazioni fiscali in via amministrativa». Giulio Tremonti ha detto che si attende «il via libera dell’Europa», che nei giorni scorsi avrebbe fatto sapere al Tesoro di non gradire sanatorie così come un’aliquota così bassa. Il provvedimento si applica ai

Sopra, Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti. A destra, Giorgio Napolitano. In basso, Stefano Fassina

capitali rientrati dal 31 dicembre 2008 al 15 aprile 2010, su un rendimento lordo presunto in ragione del 2 per cento annuo per i cinque anni precedenti il rimpatrio o la regolarizzazione con un’aliquota sintetica del 50,

L’opinione di Stefano Fassina, responsabile delle finanza pubblica per il Pd

«Quello che serve è la lotta all’evasione» di Vincenzo Bacarani

ROMA. Lo scudo fiscale sembra avere ora una sua fisionomia più precisa dopo le indiscrezioni dei giorni scorsi. Il provvedimento contenuto nel decreto anticrisi del governo prevede un’imposta straordinaria per il rimpatrio dei capitali dall’estero da parte di persone fisiche e di società. L’imposta verrà applicata alle attività finanziarie e patrimoniali detenute almeno fino al 31 dicembre 2008 e rimpatriate dal 15 ottobre 2009 al 15 aprile 2010. La regolarizzazione, secondo quanto recita il testo, si perfeziona con il pagamento dell’imposta. L’aliquota è del 5 per cento e quindi non è passata la linea “dura” (per

modo di dire) dell’otto per cento (ricordiamo che in alcuni Paesi come la Germania l’imposta ha un’aliquota prossima al 20 per cento). «Un provvedimento incoerente con la lotta all’evasione fiscale - commenta a caldo Tommaso Di Tanno, professore di Diritto tributario internazionale all’Università di Cassino, docente alla Sda Bocconi e già consigliere giuridico del ministro delle Finanze, Vincenzo Visco -. Sarebbe più giusto chiamarlo condono e perché non estenderlo allora a tutti i cittadini italiani?». Un provvedimento, quello del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che è il terzo nel giro di otto anni e che serve essenzialmente a fare cassa. Il

governo ha estremo bisogno di contante fresco, esigenza urgente che non può consentire grandi progetti di politica economica ed ecco quindi il ricorso al decreto-legge, al provvedimento d’emergenza che rimpingui la cassa e poi per il futuro si vedrà. Nettamente contrario a questa linea d’intervento è Stefano Fassina, responsabile della finanza pubblica del Partito democratico e all’epoca del governo Prodi collaboratore dello stesso ministro Visco. Fassina, per quale motivo specifico lei e il Pd siete nettamente contrari allo scudo fiscale? Perché in questo caso viene utilizzato uno strumento che incentiva l’evasione fiscale.

E quale dovrebbe essere allora il comportamento del governo? Il contrario: la lotta all’evasione. Qui siamo in presenza di un provvedimento che addirittura prevede un’imposta dell’un per cento. Ma si parla del 5 per cento… Attenzione, si parla di un cinque per cento per cinque anni, ma non viene specificato che debbano essere cinque anni. Quindi, in teoria, se io ho portato i capitali all’estero per un anno, e vorrei vedere chi potrebbe controllare la veridicità della mia affermazione, pago l’un per cento. Tremonti dice che affinché la norma diventi legge occorre il benestare


politica

16 luglio 2009 • pagina 5

Napolitano, Csm, opposizione: la giornata nera dell’esecutivo

Il governo a rischio di scontro istituzionale di Francesco Capozza

ROMA. Giornata nera, ieri, per il IV esecutivo guidato da Silvio Berlusconi. La mattinata è cominciata con una doccia fredda graziosamente donata al premier dalla sesta sezione del Csm. «Il ddl Alfano sulla riforma del processo penale viola la Costituzione, in almeno quattro principi. A cominciare da quello sull’obbligatorietà dell’azione penale, e ciò avrà effetti “devastanti” sull’efficacia delle indagini». Queste le parole messe nero su bianco (che di fatto bocciano l’intero ddl) dall’organo del Csm, nell’esprimere il suo parere sul ddl Alfano.

comprensiva di interessi e sanzioni. Garantiti l’anonimato, una manleva sugli accertamenti per un biennio e non saranno fatte confische.

Sempre ieri il governo ha an-

dell’Unione Europea È un falso problema. Se il provvedimento non va a toccare l’Iva, l’Unione Europea non può dire nulla. La competenza fiscale appartiene agli Stati singoli. Ma poi ci sono altri problemi e non di poco conto. Quali? Non è chiaro se il provvedimento comporti o meno una cancellazione dei reati tributari quali il falso in bilancio e la bancarotta fraudolenta e questo è molto grave. Uno strumento alternativo allo scudo fiscale? Non c’è dubbio: la lotta all’evasione.

nunciato l’emendamento per superare la sentenza della Corte di giustizia europea che ha condannato l’Italia per la mancata parificazione dell’età pensionistica tra uomini e donne nel pubblico impiego. La parità arriverà con scalini di due anni entro il 2018. Dal 2015 invece Palazzo Chigi ha deciso di legare l’età di ritiro all’aspettativa di vita: se crescerà si toccheranno i 67 anni sia tra gli statali sia nel privato.

In mattinata il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al Dpef, l’ultimo della storia repubblicana italiana, visto che dal 2010 sarà sostituito con nuovi strumenti di previsione di bilancio. Nel giorno in cui il governo annuncia un Pil nel 2009 in contrazione del 5,2 per cento e una crescita tra un anno dello 0,5 per cento, Bankitalia fa sapere che difficilmente tra dodici mesi ci sarà la ripresa. L’Italia sarà infatti in crescita zero. E non è la prima volta – ma neanche l’ultima – che tra via XX Settembre e via Nazionale le stime differiscono. Sempre nel Documento il governo fa sapere che il suo «obiettivo è quello di dare stabilita e fiducia agli operatori economici e ai mercati finanziari». Quindi si propone «agire per trasformare l’attuale crisi in un’opportunità di sviluppo e di rilancio per l’economia».

Nelle motivazioni si sottolinea come l’eliminazione del potere del pm di acquisire anche di propria iniziativa le notizier di reato, «realizza un vulnus al principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, per la cui concreta operatività è necessaria, appunto, l’esistenza di una notizia di reato». Secondo i consiglieri della sesta Commissione, inoltre, vi sarebbero alcune sentenze della Corte Costituzionale a confermare i timori sulla legittimità delle nuove norme che affidano maggiori poteri alla polizia giudiziaria, rendendola più autonoma rispetto alla procure e rilevano che «la distinzione operata dall’art.3, comma 1, lett. b, del disegno di legge tra sezioni di poliziagiudiziaria e servizi di polizia giudiziaria appare difficilmente compatibile con l’assetto costituzionale nella parte in cui pone solo le prime “alla dipendenza” dell’autorità giudiziaria, stabilendo per i secondi che agiscano “sotto la direzione dell’autorità giudiziaria”, ma non alle sue dipendenze». Un bel colpo per Berlusconi e per il Guardasigilli, Angelino Alfano, ulteriormente acuito nel primo pomeriggio da una lettera che en-

trambi - e gli altri ministri competenti in materia - hanno visto recapitarsi sulla scrivania. Mittente: il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. «Il presidente della Repubblica ha promulgato oggi (ieri, n.d.r.) la legge recante “Disposizioni in materia di pubblica sicurezza“ ritenendo di non poter sospendere in modo particolare la entrata in vigore di norme, ampiamente condivise in sede parlamentare, volte ad assicurare un più efficace contrasto - anche sul piano patrimoniale e delle infiltrazioni nel sistema economico - delle diverse forme di criminalità organizzata» riferiva ieri un comunicato del Quirinale. «Suscita tuttavia perplessità e preoccupazioni - prosegue la nota - l’insieme del provvedimento che, ampliatosi in modo rilevante nel corso dell’iter parlamentare, risulta ad un attento esame contenere numerose norme tra loro eterogenee, non poche delle quali prive dei necessari requisiti di organicità e sistematicità; in particolare si rileva la presenza nel testo di specifiche disposizioni di dubbia coerenza con i principi generali dell’ordinamento e del sistema penale vigente». «Su tali criticità - conclude il comunicato del Colle- il presidente Napolitano ha ritenuto pertanto di richiamare l’attenzione del presidente del Consiglio e dei ministri dell’Interno e della Giustizia per le iniziative che riterranno di assumere, anche alla luce dei problemi che può comportare l’applicazione del provvedimento in alcune sue parti». La lettera, ampiamente argomentata, è stata inviata, per conoscenza, anche ai presidenti del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati.

Il Quirinale firma la legge sulla sicurezza ma scrive a governo e Camere: «Un testo incoerente con il resto dell’ordinamento»

Last, but not least, sempre nel pomeriggio di ieri, si è assistito ad un vero e proprio scontro sul cosiddetto “scudo fiscale” presentato dal governo a Montecitorio. Se è vero che prima di diventare legge lo scudo fiscale dovrà avere l’ok di Bruxelles, così come ha spiegato il ministro dell’Economia Giulio Tremonti difendendo a spada tratta la scelta del governo di inserire il provvedimento come emendamento al decreto anticrisi, il documento ha però causato le ire dell’opposizione. «Dopo un vero e proprio “nuovo condono” - ha attaccato Antonello Soro, capogruppo alla Camera del Pd - aumenteranno le tasse per gli onesti». Anche l’Udc, per bocca prima di Bruno Tabacci e poi del capogruppo Michele Vietti, ha lamentato che, «essendo stati presentati gli emendamenti stamane (ieri, n.d.r.) poco prima delle 12, le opposizioni hanno meno di quattro ore di tempo per mettere a punto loro proposte di modifica su un provvedimento di così grande rilievo». Il nodo sarà oggetto, oggi stesso, di discussione nella conferenza dei capigruppo presieduta da Gianfranco Fini.


pagina 6 • 16 luglio 2009

diario

Diritti. Il governo è impegnato a promuovere all’Onu una risoluzione che lo condanna come strumento di controllo demografico

Aborto, sì alla mozione Buttiglione di Gabriella Mecucci

ROMA. La moratoria sull’aborto, proposta da Rocco Buttiglione, è stata votata dal Parlamento che ha accolto sia la mozione dell’Udc sia quella della maggioranza. Pd e Idv si sono astenuti. Dopo questo risultato, il governo italiano è dunque impegnato a «promuovere la stesura e l’approvazione di una risoluzione delle Nazioni Unite che condanni l’uso dell’aborto come strumento di controllo demografico ed affermi il diritto di ogni donna a non essere costretta ad abortire». Questa formulazione in realtà era condivisa da tutti, anche da chi si è astenuto. E allora perché non c’è stata l’unanimità del Parlamento?

Nell’aula di Montecitorio è risuonata ieri la divisione che passa in Italia e nel mondo fra coloro che si definiscono pro life (per la difesa della vita tout court) e coloro che sono pro choice, per lasciare alla donna la libertà di scelta. La posizione del Pd è apparsa onestamente aperta al confronto. Sia la mozione del Partito democratico, sia l’intervento della presentatrice Livia Turco, mettevano ben in chiaro che «la libertà dall’aborto debba rappresentare un obiettivo comune a tutta l’umanità». Più volte con toni caldi e convinti è risuonato da parte dei democratici il richiamo alla difesa della vita. Tanto è vero che Buttiglione ha chiesto di votare per parti separate la mozione del Pd che «contiene rispettabili valutazioni culturali», ma che esprime «un dispositivo sul quale non possiamo essere d’accordo». L’intervento in aula di Livia Turco, inoltre, oltre a schierarsi decisamente pro choice ha anche messo un’enfasi particolare nella diffusione della contraccezione. Un’enfasi rimproveratagli anche dalla sua collega di gruppo, nonché coofirmataria della mozione Pd, Paola Binetti che ha votato a favore della mozione Buttiglione. In realtà nel documento Udc, assai breve e stringato, non si prendeva in esame la libertà di scelta della copppia né la contraccezione - come del resto in quello della maggioranza. Il campo veniva ristretto alla difesa della vita umana dichiarando che «ogni fanciullo ha un diritto inerente alla vita» (Convenzione sui diritti dell’infanzia) e proponendo il dispositivo sopra riportato. Buttiglione aveva approntato dunque un documento che non includesse le questioni sulle quali ci si poteva dividere: non conteneva un giudizio sulla 194, di cui si diceva esplicitamente di non voler parlare, né faceva cenno

«Ma ora puntiamo al Consiglio d’Europa E agli Stati Uniti di Obama» di Marco Palombi segue dalla prima Onorevole Buttiglione, perché ce n’era bisogno? Ce n’è bisogno perché in metà del mondo le donne sono costrette ad abortire. Mentre noi ci dividiamo tra quelli che sostengono la scelta della donna e quelli che sono per la difesa della vita, in metà del mondo si mettono sotto i piedi e la scelta della donna e la vita del bambino, ammazzandolo anche contro la volontà della madre. Noi diciamo che questo si deve fermare: bisogna restituire alla donna che vuole un figlio la possibilità e il diritto di scelta. La Camera ha approvato la mozione, ma lei puntava al consenso anche del centrosinistra. È vero. Il risultato politico è buono, c’è stata una condivisione del nostro dispositivo, ma noi avremmo voluto l’unanimità: abbiamo messo sul tavolo un tema molto chiaramente delimitato - no alla costrizione ad abortire - e ci aspettavamo che tutti fossero d’accordo. I Radicali invece hanno voluto distinguersi ad ogni costo allargando il tema, chiedendo cose che non c’entravano niente e Italia dei Valori ha ceduto al ricatto radicale. E il Partito democratico? Il Pd anche lui non se l’è sentita, ma il dispositivo della nostra mozione è uguale a quello dei democratici, tanto è vero che noi abbiamo votato la loro mozione proprio per sottolineare questo fatto. Radicali e Idv chiedevano si parlasse anche di contraccezione. Le sembra così sbagliato? Era una richiesta pretestuosa, avanzata per non riconoscersi pienamente in una battaglia comune. C’è bisogno di educazione e di informazione? Certo. Ma questo non coincide con la contraccezione, che è solo uno degli strumenti possibili. Io, ad esempio, avrei accettato volentieri una formula ampia che parlasse di educazione alla procreazione o di procreazione responsabile: a quel punto chi lo vuol fare coi contraccettivi lo fa coi contraccettivi e chi coi metodi naturali lo fa coi metodi naturali. Perché mettere un timbro che non tutti condividono?

Se scegli una formula aperta – una volta stabilito che i figli non si fanno come i conigli e che quando hai un figlio devi preoccuparti di mantenerlo e avviarlo alla vita – poi scegli tu in che modo agire. Lei pensa che ora il governo andrà davvero a proporre la vostra mozione all’Onu? Deve. Certo potrebbe dire «ho provato e non ci sono riuscito», ma noi non lasceremo fare solo al governo, anzi abbiamo già iniziato a portare avanti una mozione al Parlamento europeo: l’idea è far sì che il nostro esecutivo una volta che c’è l’assenso degli eurodeputati di ventisette Paesi - possa andare a chiedere il consenso degli Stati. Dico, su ventisette almeno quindici diranno di sì. Altre iniziative? Stiamo lavorando per una mozione anche al Consiglio d’Europa e poi andremo negli Stati Uniti, perché l’impressione è che Obama voglia fare qualcosa contro l’aborto, ma non sul fronte interno per non avere problemi col fronte pro-choice che lo ha appoggiato. Ho già parlato con qualche amico americano e sono sicuro che la soluzione pro-choice e pro-life insieme gli piace. Questa mozione è il primo passo per attaccare la legge 194? No. Questo è il primo passo di una campagna mondiale per la libertà di scelta della donna e la libertà della vita assieme. Non è mica normale che queste due cose debbano configgere. E non penso solo a un dibattito culturale, ma anche ad una politica di sostegno alla donna, perché quando la donna è veramente libera è difficile che scelga l’aborto. E allora perché una parte del Parlamento non ha votato la mozione? Penso ci sia un dato culturale: dalla mozione emerge chiaramente che l’aborto è un disvalore morale, da non punire penalmente ma è un disvalore morale. C’è invece almeno una parte del settore laicista italiano che pensa che l’aborto sia, se non proprio un valore positivo, almeno una cosa moralmente neutra. E invece non lo è. E non è nemmeno un diritto.

al pro choice o al pro life. E la mozione del Pd si muoveva nell’identica direzione (aveva solo un breve richiamo al pro choice, ndr), tanto che era stata sottoscritta anche da Paola Binetti. Ma in aula si è scatenata prima la pressione dell’Idv, che ormai ha trovato un suo ruolo nel fare la spina nel fianco dei democratici. È dai dipietristi che è partita l’offensiva sulla contraccezione. Una pratica che non viene esclusa da nessuno, almeno in alcune delle sue applicazioni. Ma l’insistenza continua aveva un suo preciso significato e la Binetti ne ha svelato tutti i rischi: «Non vorrei che questa mozione dicendo non all’aborto, ma mettendo troppa enfasi sulla contraccezione, potesse essere usata da quei Paesi che negano la liberta di scelta delle donne per conculcarla con altri metodi». In realtà i dipietristi non volevano arrivare a una mozione unitaria e strizzavano l’occhio alle posizioni della pattuglia radicale. Questi ultimi, per evitare una possibile unanimità, hanno spinto il piede sull’acceleratore chiedendo che nel documento fossero inclusi farmaci discussi e discutibili quali la pillola del giorno dopo. Insomma, si è scatenata una sorta di rincorsa di radicali e di dipietristi a mettere in difficoltà il Pd. A “scoprirlo” presso il suo elettorato“laicista”. A quel punto Livia Turco è stata costretta a frenare sulle aperture iniziali. E Buttiglione, che aveva invitato a fare come il Papa e Obama («non sono d’accordo su tutto ma sono riusciti a trovare un’intesa»), ha visto la sua richiesta cadere nel vuoto. La manovra politica di Idv e radicali era riuscita a bloccare i democratici che sono rifluiti nell’astensione, perdendo una manciata di altri voti, oltre quello della Binetti, che si schieravano con la linea Udc-centrodestra.

Tutto ciò accadeva proprio mentre un ex Pr come Benedetto della Vedova non trovava nessuna difficoltà a votare tutte le mozioni, compresa quella della maggioranza «perché trovo semplicemente di buon senso proseguire l’obiettivo di impedire che l’aborto sia uno strumento di controllo demografico e, mene che meno, un obbligo a cui le donne vengono sottoposte nel mondo». Anche nel centrodestra c’era una piccola defezione: quella di Giorgio La Malfa. Insomma, il bicchiere è quasi tutto pieno: la battaglia di Buttiglione per chiedere all’Onu una moratoria sull’aborto è passata. Manca però un po’ d’acqua, che poteva esserci se il Pd avesse resistito alle tentazioni pericolose di forze radical-giustizialiste. Peccato.


diario Offerta più rigida soprattutto a piccole e medie imprese

Credito, Bankitalia: rallentano i prestiti

Si resta in Afghanistan malgrado i rischi Opposizioni d’accordo. L’Udc chiede più sicurezza di Riccardo Paradisi

ROMA. La crescita del credito bancario al complesso del settore privato, corretta per l’effetto contabile delle cartolarizzazioni, è ulteriormente diminuita, al 3,0 per cento sui dodici mesi terminanti in maggio. È quanto si evidenzia nel Bollettino economico della Banca d’Italia. La dinamica sui tre mesi, al netto della componente stagionale ed espressa in ragione d’anno, è risultata lievemente negativa (-0,9 per cento); in diminuzione in tutti i settori di attività economica, essa è rimasta positiva solo nel comparto dei finanziamenti alle famiglie (2,2 per cento).

I prestiti complessivamente erogati dai primi cinque gruppi bancari italiani per dimensione registrano una contrazione (-3,2 per cento sui dodici mesi), mentre quelli concessi dalle altre banche, sebbene in decelerazione, continuano a espandersi a ritmi sostenuti (6,8 per cento). Il differenziale di crescita ha interessato tutti i settori di attività; tra le imprese esso è stato particolarmente ampio per quelle di dimensioni minori. L a d i n a m i ca del credito continua a riflettere la debole congiuntura; per i prestiti alle imprese, il cui fabbisogno finanziario resta elevato, hanno influito anche le più restrittive condizioni di offerta. Le banche italiane partecipanti all’indagine sul credito bancario (Bank Lending Survey) hanno segnalato un ulteriore irrigidimento dei criteri di erogazione dei finanziamenti nel primo trimestre dell’anno, ma di intensità significativamente attenuata rispetto alle precedenti rilevazioni. Secondo le indicazioni fornite dall’indagine Invind, condotta dalla Banca d’Italia nei primi mesi di quest’anno, circa un terzo delle imprese intervistate ha riscontrato condizioni più restrittive di accesso al credito rispetto allo scorso ottobre.

a salma del caporalmaggiore Alessandro Di Lisio, ucciso martedì scorso in Afghanistan, arriva stamattina all’aeroporto di Ciampino. Una morte quella del militare italiano che torna a porre interrogativi sulla nostra missione. Nella sua relazione alla Camera il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha ammesso che in tutto l’Afghanistan permane una situazione di evidente pericolosità «La recrudescenza degli attacchi è da mettere in relazione con le imminenti elezioni presidenziali, che si terranno il prossimo 20 agosto, cioè al tentativo di creare una situazione di ulteriore destabilizzazione». Ma l’aumentato pericolo in Afghanistan non fa recedere il governo dall’impegno militare.

L

Anzi il ministro La Russa conferma «Il più che mai saldo intendimento di mantenere l’impegno italiano per la stabilizzazione dell’Afghanistan ribadendo che gli eventi di questi giorni e le cose dolorose non avranno alcuna ripercussione, se non nel senso di un rafforzamento del nostro convincimento, sulla presenza italiana e sul nostro apporto alla missione Isaf della Nato». La Russa annuncia in Parlamento anche un potenziamento dei nostri mezzi nelle zone operative, una maggiore protezione al personale e maggiori prestazioni complessive. Su questo passaggio però l’Udc vuole certezze e chiede un maggiore impegno al ministero dell’Economia: «Non si puà procedere a razionalizzazioni con tagli indiscriminati – dice Pier Ferdinando Casini – per un settore già stressato come le nostre forze armate, impegnate in una situazione di alta responsabilità in Afghanistan. Naturalmente questa situazione non incide sull’operatività delle nostre truppe ma in futuro può diventare preoccupante». Confermando l’impegno per la missione militare italiana in Afghanistan anche il Pd chiede al governo di «farsi portatore di un rafforzamento degli strumenti sul fronte civile, economico e politico per una transizione democratica sicura in Afghanistan». Piero

Fassino interviene in Aula dopo l’informativa del ministro della Difesa, «È necessario che l’Italia continui nel suo impegno ma dobbiamo rafforzare i dispositivi per una maggiore sicurezza, rafforzare l’intelligence preventiva, i mezzi e le risorse finanziarie necessarie». Altra musica viene dall’Italia dei Valori: «Il ministro parla in aula di nuovi blindati – tuona in aula l’ex magistrato Antonio Di Pietro e invece si spendono soldi per nuovi Tornado che sono armi di offesa. Allora ci domandiamo qual è la necessità effettiva della nostra missione». Ma se l’Idv mostra perplessità e insinua dubbi sulla natura della nostra missione in Afghanistan l’estrema sinistra, ormai extraparlamentare, attacca frontalmente missione, governo e opposizione parlamentare: «Contrariamente a quanto dichiara il ministro La Russa – attacca Marco Ferrando del Partito dei comunisti lavoratori – la responsabilità dei morti italiani in Afghanistan ricade sul governo, sulle cariche istituzionali, sulle forze politiche e parlamentari schierate a sostegno della guerra. Da tempo è caduto ogni velo di ipocrisia. La missione afghana è apertamente di guerra, con un crescente dispiegamento di uomini e mezzi distruttivi». Stesso tenore si registra nelle dichiarazioni di Pdci, Rifondazione comunista e Pdci che chiedono il ”ritiro delle truppe”e accusano la politica delle ”lacrime di coccodrillo”.

Solo l’estrema sinistra chiede il ritiro delle truppe dalla regione. La salma del parà Di Lisio rientra oggi in Italia

Alessandro Di Lisio era preoccupato per la missione in Afghanistan «ma partire per lui era un dovere» dice la signora Addolorata, madre del 24enne caporal maggiore molisano ucciso da una mina in Afghanistan. I funerali del giovane militare dovrebbero tenersi venerdì a Campobasso. Oggi intanto, dopo il suo arrivo in Italia, la salma sosterrà in una camera ardente all’ospedale militare del Celio. Solo lo scorso mese di maggio, sono state fatte esplodere 465 bombe su strada in Afghanistan, più del doppio dello stesso mese di due anni fa. Almeno 46 soldati americani sono rimasti uccisi nel 2009 da queste esplosioni.

16 luglio 2009 • pagina 7

Intervento del presidente della Camera allo Zen di Palermo

Gianfranco Fini: «Il voto di scambio è da mafiosi» ROMA. A prescindere dalle valutazioni giuridiche, il voto di scambio è comunque un’espressione di un comportamento mafioso. È il monito rivolto da Gianfranco Fini ai giovani palermitani dello Zen, ricevuti ieri pomeriggio a Montecitorio durante un soggiorno romano promosso dall’Associazione “ragazzi di strada’ e dalla Fondazione per il Sud. «Non votate mai - ha sottolineato - per chi vi dice dammi il voto e in cambio ti do, se qualcuno vi dice in cambio poi vedo di farti lavorare, in cambio vedo la pensione di mamma, in cambio ti trovo la casa in affitto, perché non è un mercato, non è il ti do il voto e tu in cambio mi dai qualche cosa. Votate per chi vi pare, ma votate per chi vi dà delle idee, dei sogni, dei progetti, delle prospettive, non la roba. Altrimenti diventa un mercato su cui la mafia è ingrassata». «La mafia - ha pro-

seguito il presidente della Camera - è una forma che hai nella testa, un modo di pensare, che poi si articola in mille modi: c’è la mafia con il colletto bianco, c’è la mafia che ti spara, però è una forma di prepotenza, è un modo per farti sentire non il padrone del tuo destino, ma suddito. Cercate di conquistarvi quello che è il vostro diritto non chiedendo, ma agendo, organizzandovi».

Di qui un ulteriore monito del presidente della Camera: «Avete tutti i diritti che hanno tutti gli altri, però avete anche gli stessi doveri: quelli che pensano ci siano solo diritti sbattono prima o poi il naso contro il muro. Ad ogni diritto si accompagna un dovere. Quindi avete il diritto di chiedere di essere giudicati per quello che sapete fare, ma avete il dovere se prendete un impegno di mantenerlo, di studiare, di lavorare, di comportarvi da uomini e da donne nel senso più pieno del termine. Questo vale allo Zen di Palermo come nel miglior quartiere di Milano».


mondo

pagina 8 • 16 luglio 2009

Regime. Il Consiglio nazionale della resistenza iraniana denuncia la creazione di tribunali religiosi “speciali” contro i membri dell’Onda

«Gli obitori sono pieni» Secondo i blog iraniani indipendenti sono centinaia le vittime della repressione di Antonio Picasso a repressione del regime iraniano entra nella fase più sanguinosa, e i timori che nutrivamo si stanno verificando. Il regime non è stato sconfitto, ma ha subito colpi significativi. E oggi cerca chi ha provato di scalzarlo dal potere. Le notizie che giungono da Teheran sono sconfortanti. Secondo alcuni blog - i soli che riescono a filtrare la griglia di censura sul web - ci sarebbero centinaia di cadaveri di manifestanti ammassati nell’obitorio della capitale. A questi si aggiungono i tre trafficanti di droga impiccati ieri a Isphahan. Il bollettino indica che le autorità di polizia colpiscono con fredda precisione chiunque, sia i criminali comuni sia i dissidenti politici. Nel frattempo gli oppositori interni al regime non demordono. Mousavi, il primo grande sconfitto alle elezioni del 12 giugno, dichiara l’intenzione di creare un nuovo“Fronte politico”, da porre alla testa delle manifestazioni e tentare l’ennesimo assalto al tandem Khamenei-Ahmadinejad. Nel mentre, un esponente del movimento islamico-liberale suggerisce allo stesso Mousavi, al secondo riformista Karrubi e all’ex presidente Khatami di unire le forze contro Khamenei.

L

Entrambe le iniziative, però, sembrano distaccarsi dall’effettiva volontà della popolazione iraniana, che vuole non soltanto rifiutare il risultato elettorale del 12 giugno, ma soprattutto «abbattere l’intero regime, per introdurre la democrazia nel Paese». È quanto sottolinea Mohamad Mohadessin, il presidente della commissione esteri del Consiglio nazionale della Resistenza iraniana (Ncri). Secondo il politico iraniano in esilio a Parigi, in Iran si può parlare ormai di coprifuoco non dichiarato. È di questi giorni, infatti, la creazione di una serie di tribunali speciali volti a condurre la repressione contro i manifestanti. «Said Morazavi è stato nominato magistrato dei Tribunali religiosi - dice Mohadessin - ed è stato creato poi un comitato composto dagli protagonisti più violenti del regime per gestire la situazione degli arrestati nelle manifestazioni».

Queste iniziative ci confermano che all’interno della struttura di potere non esiste alcun elemento moderato. D’altra parte, lo stesso Khatami, giorni fa, aveva sostenuto la necessità di impiccare i manifestanti.

Eppure, Mohadessin si dichiara fiducioso: «Gli equilibri tra il vertice del regime e la popolazione si sono rotti. La generazione nata dopo la rivoluzione ha vinto quello stato di soggezione e di paura a cui era sottoposta da trent’anni esatti». Per questo motivo, gli osservatori dell’Ncri sono convinti che in Iran o si sgretola l’intero sistema, oppure un cambiamento al vertice delle istituzioni non ha alcun valore. Sulla base dell’esperienza passata, viene scartata l’opzione per cui Khamenei potrebbe sacrificare Ahmadinejad per sopravvivere. Disconoscere Ahmadinejad significherebbe fare un passo indietro. «Offrirlo come capro espiatorio - spiega a liberal porterebbe alla caduta del presidente, ma non fermerebbe le

proteste». La memoria corre al 1977, quando lo Scià decise di destituire il suo fidatissimo primo ministro Hoveida. Il gesto fu percepito come un sintomo di debolezza, tanto che la monarchia crollò nel febbraio del 1979, neanche due anni dopo. Mohadessin però esclude anche Mousavi e Rafsanjani per la realizzazione di un eventuale crollo dell’apparato. Del primo ricorda gli otto anni passati come Primo ministro di Khomeini: «È complice come tutti gli altri dei crimini del regime», ovvero la morte di oltre 30mila prigionieri politici.

«Il 14 giugno, Mousavi ha incontrato Khamenei e gli ha ribadito la sua fedeltà». «Rafsanjani inoltre, nonostante i suoi attriti con Khamenei - ricorda Mohadessin - sa bene che dopo la caduta della Guida Suprema non avrebbe scampo». Per questo, quando la rivolta è cresciuta, ha anch’egli ribadito il suo appoggio alla Guida Suprema. Ne consegue che l’Ncri si dichiara la sola op-

Gli equilibri tra il regime e la popolazione si sono rotti. La generazione nata subito dopo la Rivoluzione ha vinto quello stato di soggezione e di paura a cui era sottoposta da trent’anni esatti portunità per traghettare l’Iran verso la democrazia. «L’attuale rivolta rispecchia quanto la politica di opposizione da noi perseguita negli ultimi tre decenni». Per la Resistenza iraniana, le manifestazioni hanno assun-

to un valore strategico. Rappresentano il punto di partenza per innescare un movimento di erosione del regime. «E se non avvenisse oggi, siamo pronti ad andare avanti con la nostra protesta». Paradossalmente,

Il Tupolev (sovietico) si è schiantato a Qazyn. La Farnesina esclude la presenza di italiani

Nel nord cade un aereo: 168 morti di Pierre Chiartano precipitato un trireattore di linea in Iran, pochi minuti dopo il decollo dall’aeroporto internazionale di Teheran Ayatollah Khomeini. Il Tupolev Tu154 è caduto nel Nord Ovest del Paese. L’agenzia di stampa ufficiale iraniana, Irna, spiega che non ci sono sopravvissuti. A bordo c’erano 168 persone: 153 passeggeri e 15 membri dell’equipaggio. Secondo fonti ufficiali, gran parte dei passeggeri erano di nazionalità armena, oltre ad alcuni georgiani. Un bilancio confermato anche da Reza Jafarzadeh, il portavoce dell’Organizzazione per l’aviazione civile e il capo della polizia. «I cadaveri sono carbonizzati». L’aereo si è schiantato in un campo agri-

È

colo a Jannatabad nella provincia di Qazvin, circa 200 chilometri a ovest di Teheran. Quello che resta del velivolo «è sparso in tanti piccoli pezzi» nell’area. Secondo una prima ipotesi la causa del disastro sarebbe l’incendio di uno dei motori. Il volo della Caspian Airlines stava andando dalla capitale iraniana a Erevan in Armenia.

Per le informazioni finora acquisite la Farnesina esclude la presenza di italiani a bordo. L’aereo è precipitato 16 minuti dopo il decollo alle 11.33 di mercoledì mattina, (08.03 ora italiana). Il direttore del servizio d’emergenza della provincia di Qazyn, Hossein Bahzadpour, ha spiegato alla Irna che «l’aereo è completamente distrutto. È molto probabile che

non ci siano sopravvissuti». Gli fa eco il generale Massud Jafari-Nasab, capo della polizia della provincia: «I cadaveri dei passeggeri sono carbonizzati». La tv di Stato iraniana ha diffuso le prime immagini del disastro: si intravede una parte dell’ala. Il resto dell’aereo è in piccoli pezzi. L’incendio di un motore sarebbe la causa dell’incidente. Un’ipotesi lanciata anche dall’agenzia di stampa semi-ufficiale Farsi. Citando un funzionario locale, ha scritto che l’aereo aveva avuto un problema tecnico e ha tentato di fare un atterraggio d’emergenza. «Sfortunatamente ha preso fuoco in aria e si è schiantato. Parziali frammenti dell’aereo sono visibili sul terreno». La Caspian Airlines è stata fondata nel 1993 da una joint venture tra la Russia e l’Iran.

Pare che gli incidenti siano molto frequenti a causa della poca manutenzione.

La compagnia ha sempre accusato gli Stati Uniti di questa situazione, perché le sanzioni impedirebbero il commercio di pezzi di ricambio. La Caspian non era nella lista nera stilata dall’Unione Europea sugli aerei a rischio, ma comunque non volava nello spazio aereo europeo. La Commissione europea, comunque, invierà una lettera alle autorità iraniane per avere informazioni sullo stato del Tupolev. Il disastro allunga la lista delle sciagure aeree avvenute nelle ultime settimane. Comunque per evitare fraintendimenti su un problema come la sicurezza dei voli è


mondo

16 luglio 2009 • pagina 9

Lo scambio detenuti-giornalisti è iniquo e vanifica gli sforzi in Iraq e Iran

E noi continuiamo a liberare i nemici di Michael Ledeen o ti dò una dozzina di terroristi; tu mi dai una giornalista? È sicuramente un po’ più complicato di come ho cercato di descriverlo, ma la sostanza è che abbiamo rimesso in libertà dei terroristi iraniani in cambio del rilascio di Roxana Saberi, oltre probabilmente ad altri tre ostaggi di nazionalità britannica. Il primo pagamento, quando è giunto a Teheran, ha ricevuto un’accoglienza trionfale. Non ho parole. I terroristi in questione risultano essere ufficiali delle Forze Quds, la fazione del corpo delle Guardie rivoluzionarie operante all’estero. Sono stati catturati ad Irbil, in Iraq, nel gennaio 2007, nell’ambito della surge statunitense. Alcune settimane prima, altri iraniani erano stati arrestati a Baghdad. Per i nostri vertici militari, il caso poteva dirsi chiuso. Gli ufficiali dell’esercito iraniano avevano preso parte a varie operazioni in cui avevano perso la vita dei soldati statunitensi, e quantunque gli accusati invocassero lo “status diplomatico”, le prove che li inchiodavano risultavano assolutamente schiaccianti. Un ufficiale americano che al tempo ebbe modo di visionare tutta la relativa documentazione mi riferì che «non sono semplici nemici; sono criminali». Ciononostante, potenti ufficiali statunitensi hanno sin dall’inizio sostenuto che i terroristi iraniani avrebbero dovuto essere gestiti con un approccio definito di “arresto e rilascio”, in quanto il trattenerli in stato di detenzione per un significativo periodo di tempo avrebbe fatto andare su tutte le furie i mullah. Come il New York Sun ha scritto in un suo editoriale: «Da un lato abbiamo la Cia, che non è riuscita a portare a compimento nessuno degli incarichi che le erano stati affidati, ed il Dipartimento di Stato, la cui incapacità di sostenere la linea dura appare come un vero e proprio tratto genetico. Entrambe le agenzie sostengono che gli iraniani intensificheranno le proprie azioni belliche nei confronti delle forze statunitensi qualora i detenuti non dovessero essere rilasciati».

I

La polizia iraniana insegue i manifestanti dell’Onda verde per le strade di Teheran. A destra, una manifestazione per la liberazione di Roxana Saberi. Sotto, il disastro aereo avvenuto ieri in Iran quando gli si chiede quale sia la debolezza del loro movimento, la risposta di Mohadessin si traduce in una critica nei confronti dell’Occidente. «Purtroppo i governi di Europa e Stati Uniti continuano con la loro

accondiscendenza. Condannano a parole le repressioni, ma non prendono alcuna iniziativa concreta». L’accusa dell’esponente dell’Ncri si concentra, in particolare, sulla convinzione nutrita da Washington e Bruxelles che si possa «negoziare sul nucleare e che questo argomento sia distinto dalla repressione in corso». Mohadessin conclude: «È giunta l’ora di coordinarsi con il popolo iraniano e far fronte comune contro il regime».

bene spiegare il curriculum del velivolo precipitato in rotta per Erevan.

Era un Tupolev Tu-154M, uscito dalla fabbrica nel lontano 1987. Era passato inseguito per le mani e le “amorevoli cure” della Bakhtar afghan airline e poi rivenduto un anno dopo alla Ariana, altra compagnia aerea afghana. Nel 1998 aveva finalmente raggiunto gli hangar della iraniana Caspian. Le accuse mosse da Teheran all’embargo occidentale per giustificare la mancanza di pezzi di ricambio è una “bufala”. Proprio per le misure restrittive, l’Iran è stato costretto a comprare aeromobili di fabbricazione russa. Con Mosca non sussiste alcun embargo e volendo, pezzi di ricambio e motori nuovi, possono essere facilmente acquistati. Visto che proprio la versione M e la successiva M-2, con il complesso d’avionica aggiornato, è rimasta in produzione fino al 2002.

alcuna nel fare quella telefonata: i “Cinque di Irbil” rimasero in stato di detenzione. Ed ogni volta che un qualche esponente del governo americano suggeriva che sarebbe stato meglio rilasciarli, i capi dell’esercito lo affossavano con le loro critiche. Fino ad ora.

Gli ufficiali statunitensi, sempre pronti a fingere di “avere le mani legate”, avranno buon gioco a ricordare i termini dello Status of Forces Agreement (accordo sullo status delle forze armate) stipulato con l’Iraq, il quale conferisce teoricamente al governo iracheno il controllo su cose ed individui presenti sul territorio iracheno, ivi compresi i detenuti. Nonostante il linguaggio utilizzato appaia come un tipico esempio di gergo giuridico, gli ufficiali dell’esercito statunitense hanno ammesso che ai sensi dell’accordo saremo obbligati, su richiesta irachena, a consegnare tutti i prigionieri catturati sin dall’inizio delle operazioni belliche. Per tale ragione, l’esercito ha ingaggiato un’accesa ma in ultima analisi infruttuosa battaglia contro le clausole del patto. Alcuni tra i nostri ufficiali di più alto rango hanno implorato le proprie controparti civili di far sì che i Cinque di Irbil non fossero vincolati agli obblighi imposti dal trattato. Non volevano che questi potessero fare ritorno sui campi di battaglia tanto dell’Iraq quanto dell’Afghanistan, regioni in cui lo loro letale esperienza verrebbe inevitabilmente utilizzata al fine di uccidere sia i soldati statunitensi che quelli degli altri contingenti della coalizione. Ma le giustificazioni addotte dal governo convincono solo in parte poiché, come le clausole che garantiscono agli iracheni il controllo totale del proprio spazio aereo, anch’esse risultano teoricamente vincolanti ma impossibili da adempiere, almeno nel breve periodo. L’Iraq non dispone di strutture idonee ad ospitare tutti i nostri prigionieri, né tantomeno le forze irachene risultano in grado di pattugliare e difendere il proprio spazio aereo, o di fornire una sufficiente copertura aerea per le operazioni di terra. Appare pertanto evidente ad entrambe le parti che la sovranità irachena potrà essere estesa solo gradualmente. I nostri uomini e le nostre donne sul campo intendevano trattenere i terroristi iraniani - tra i quali si annoverano più di una trentina di importanti agenti ed ufficiali, e molte centinaia di agenti operativi ai livelli inferiori - per tutto il tempo possibile. Non liberarli.

Se si vogliono tenere in galera i terroristi islamici, è evidente che la sovranità irachena potrà essere estesa solo gradualmente. Il rischio è quello di vederli subito di nuovo liberi

Dall’altro lato abbiamo il corpo dei marines, le Forze speciali e l’esercito, ognuno dei quali sostiene che con i detenuti a piede libero i rischi potrebbero diventare di portata inaudita. Apparentemente, tale decisione - come quella di autorizzare il raid che ha portato al loro arresto - dovrà essere presa dal comandante in capo. E sembra proprio una telefonata facile da fare per un presidente di guerra. In effetti, il presidente Bush non ebbe esitazione


panorama

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Istruzione/1. I provvedimenti annunciati su università e ricerca giudicati generici da docenti e rettori

Riforma, lo scetticismo degli atenei di Riccardo Paradisi usioni tra atenei per abbattere i costi, bilanci più trasparenti, dimezzamento dei settori disciplinari, una delega al ministro per riorganizzare i dottorati di ricerca, il limite di 8 anni al mandato dei rettori: sono questi alcuni punti della riforma dell’università annunciata dal ministro Mariastella Gelmini.

F

Riforma che dovrebbe prevedere anche l’adozione di un codice etico per evitare nepotismi, una distinzione netta di funzioni tra Senato accademico e Cda, un manager di ateneo che prenderà il posto dell’attuale direttore. Infine, l’attivazione di un’agenzia nazionale di valutazione, l’Anvur, che dovrà appunto valutare con stancriteri dard, già adottati in quasi tutti i Paesi Ocse, la qualità e la

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

produttività scientifica degli atenei. Vasto programma, forse ancora un po’ generico. Soprattutto perché, come dice a liberal Gino La Bruna, ordinario di diritto romano all’Università di Napoli per sette anni presidente del Consiglio universitario nazionale, mancano notizie sul finanziamento all’università e

e con la dura realtà e le sue annose incrostazioni - è più difficile che parlarne o solo teorizzarne, come ha detto il ministro dell’Economia Giulio Tremonti polemizzando con l’editorialista del Corriere della Sera Francesco Giavazzi. Ma è anche vero che è difficile fare le riforme senza soldi o mi-

I tagli previsti si aggirano intorno ai 700 milioni di euro. L’italia è già nel fondoclassifica europeo di finanziamento all’università e alla ricerca alla ricerca. «Nessuno sogna che in Italia venga destinato alla ricerca e all’istruzione il 3 % del Pil nazionale, come Obama ha promesso che avverrà in America. Ma non è nemmeno sostenibile l’idea che si possa immaginare una riforma credibile con il regime di tagli progressivi che questo governo ha in mente sul comparto universitario». Tagli che si aggirano intorno ai 700milioni di euro all’anno e che farebbero ulteriormente sprofondare l’italia nella classifica europea del finanziamento pubblico alla ricerca. Certo, fare le riforme – facendo i conti coi soldi che non ci sono

gliorare ricerca e università senza la volontà politica di investirci. Anche il mondo universitario ha però le sue colpe, e La Bruna le ammette: «I finanziamenti sono stati utilizzati male, l’autonomia delle sedi ha generato una moltiplicazione dei corsi di studio, delle sedi, dei corsi di laurea. Ma è anche vero che il finanziamento si è sempre di più assottigliato. Si parla di aprire ai privati: bellissima prospettiva. Peccato che in italia i privati dal pubblico vogliono essere finanziati non vogliono finanziarlo». Giusueppe Valditara senatore Pdl e docente universitario sui

finanziamenti è però ottimista: «Sono sicuro che i tagli verranno ridotti. Anche perché il mondo universitario subisce tagli ormai da anni, si è arrivati persino a tagliare gli scatti automatici. Non è che il mondo universitario non si sia accollato dei sacrifici. Ma è vero che senza una riforma limare i tagli alla ricerca non avrebbe senso, perché significherebbe che il mondo universitario non vuole cambiare».

L’università invece vuole cambiare come dice il presidente della Conferenza dei rettori delle università Enrico Decleva: «Negli atenei si attende un segnale di rinnovamento perchè la stagnazione di questi anni ha solo moltiplicato inefficienze e frustrazioni diffuse. E questa riforma va teoricamente nella direzione giusta per le sue linee orientative. Solo che se alla riforma non corrispondono risorse, se si procede con i tagli annunciati è meglio davvero non partire per niente. Con quei tagli le università non sarebbero più in grado nemmeno di avere i bilanci in pareggio. Anzi, col tempo, si troverebbero a dover fare fronte a buchi insostenibili».

Istruzione/2. Un ricercatore “bocciato” non può (e non deve) diventare un educatore

Meglio un preside come Umberto Eco ricercatori? Ai licei chi non vale. Così titolavano ieri alcuni giornali e questo è il succo di una misura prevista dalla riforma dell’università che è ormai pronta. Il principio è a dir poco strano e bizzarro: se il ricercatore al termine del periodo di prova è confermato, allora, tutto va bene e va avanti nel mondo della ricerca e dell’accademia; se, in caso contrario, fosse respinto, allora, utilizzerebbe una passerella e andrebbe a insegnare nella scuola o lavorerebbe nella pubblica amministrazione. Detta così sembra una buona cosa. Se ci pensiamo meglio, invece, è una stortura teorica e pratica. Il principio che dice che il ricercatore bocciato è adatto all’insegnamento è davvero un principio che fa a pugni con se stesso e con il buon senso.

I

Sarebbe da capovolgere: i ricercatori bravi vanno a insegnare e, semmai, gli insegnanti incapaci provano a fare ricerca (non si sa mai, vuoi vedere che trovano qualcosa). Il principio dei ricercatori bocciati da utilizzare comunque altrove si basa su un non-detto che possiamo così rendere manifesto: tanto a scuola un docente vale l’altro. Oppure: tanto chiunque può essere un professo-

re. La scuola come ripiego e come rifugio dei peccati del mondo universitario, lavorativo, sindacale. Chi non sa fare nulla può sempre insegnare. Come dice anche il detto volgare (nel senso del volgo): chi sa fa, chi non sa insegna. Insomma, si vuole una scuola autorevole e che funzioni, ma poi il pensiero comune sulla scuola non cambia: è considerata un mondo inferiore, di serie B che non può essere neanche alla lontana paragonato al mondo alto della ricerca universitaria. E se invece fosse il contrario? Se la scuola fosse molto più importante delle accademie? Se la funzione del docente educatore - fosse più decisiva, utile, necessaria e difficile della figura del ricercatore e del chiarissimo professore universitario? Tra la figura del ricercatore e dell’educatore non ho dubbi: molto me-

glio la seconda. Più solida, più sicura, più seria. Il ricercatore non si sa bene cosa faccia e soprattutto mentre l’educatore può essere ricercatore - di fatto lo è: è chiamato a trovare lo spirito, a far emergere la forma dell’umanità dai giovani che frequenta - il ricercatore (soprattutto se fallito) non può essere educatore. L’idea che l’educatore sia un ripiego esprime la malattia intellettuale e morale della nostra vita civile. L’idea che la scuola possa pagare il prezzo della cattiva università italiana significa non capire che il ruolo della scuola è semplicemente centrale sia nella democrazia sia nel sistema dell’istruzione: sia essa primaria, secondaria, universitaria. La scuola secondaria è di fatto al centro del sistema della “pubblica istruzione” e se questa centralità viene mortificata

tutto l’impianto ne risente. Cattivi insegnanti alleveranno cattivi studenti che saranno cattivi ricercatori e quindi ancora cattivi insegnanti. Ogni buona riforma sia della scuola sia dell’università si deve basare su una buona idea della scuola secondaria: è qui che batte il cuore del sistema. Ecco perché il principio va proprio capovolto: i migliori a scuola, i peggiori nelle accademie. Ad iniziare dalle presidenze.

Una ottima riforma del mondo scolastico e universitario sarebbe quella che dicesse: «Caro professore Eco, le facciamo una proposta che non può rifiutare: andare a fare il preside del liceo». Oggi un’idea del genere verrebbe letta come una retrocessione, mentre sarebbe una promozione. La figura del preside - del dirigente scolastico - è oggi quella del burocrate: carte, scartoffie, bollettini. Niente a che fare con la scuola, l’insegnamento, l’educazione. In una sola parola: l’esempio. Mentre il preside deve essere un esempio di scienza e coscienza, sapere e morale, intelletto e volontà. Nella scuola deve entrare il meglio, non il peggio, solo così avremo buoni studenti che saranno buoni ricercatori e ottimi docenti.


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Medaglia. A Milano il carovita va sotto lo zero, a Napoli invece i prezzi esplodono e salgono del 2 per cento in un anno

L’inflazione supera la questione meridionale di Francesco Pacifico

ROMA. A leggere i numeri in tutta la loro crudezza, il tasso di inflazione è calato dello 0,1 per cento a Milano ed è salito del 2 per cento a Napoli. Con la vita che, stando alle statistiche, sotto il Vesuvio diventa più cara nel capoluogo campano mentre sotto la Madunina si risparmia. E tanto basta per far saltare il maggiore paradigma della polemica economico-politica italiana: la doppia velocità dei prezzi tra un Nord ricco e un Sud povero. Soprattutto quando si tocca il punto più basso dal 1968: +0,5 per cento.

Questa la situazione certificata dall’Istat nel mese di giugno, ha certificato l’Istat. E vallo a spiegare a Umberto Bossi che appena può lancia «la busta paga federale», visto che soltanto con le gabbie salariali «ci sono più soldi in busta paga ai lavoratori». Oppure, questo dato, fallo digerire ai sindacati che, quando sarà da calcolare l’inflazione prevedibile con il nuovo sistema contrattuale, dovranno sudare non poco per stabilire i più congrui aumenti a livello territoriale. Complice la crisi congiunturale la dinamica dei prezzi si blocca

Cibo, abbigliamento e servizi: sotto la Madunina si paga meno perché c’è più qualità e concorrenza. Ma come sotto il Vesuvio sono in pochi a comprare nella più efficiente Milano, mentre esplode – 2 per cento non è poco in un biennio all’insegna della stagnazione – nella caotica Napoli. Con l’Italia che, nella sua frammentazione e nel suo piccolo, rende ancora più annosa la questione che devono risolvere economisti e statisti: stiamo andando verso

una deflazione – ipotesi rafforzata dal crollo del Pil, della domanda e dell’occupazione – oppure ci si muove verso nuove fiammate dell’inflazione, visto l’alta liquidità in circolazione dopo le iniezioni di danaro pubblico fatte dai ricchi come dai poveri del mondo? Mariano Bella, direttore del

centrostudi di Confcommercio, dice che il caso Milano e il caso Napoli sono due facce della stessa medaglia. «Il livello dei prezzi per alimentari, abbigliamento e arredi tra Nord segna ancora un differenziale vicino al 10 per cento». Però, segnala l’economista, «in epoca di globalizzazione lo scambio di servizi e produzioni tra le aree del Paese potrebbe produrre un aumento dell’inflazione proprio al Sud. Mentre Milano anticipa la riduzione che si verificherà nei prossimi mesi» Quel che è certo, nota l’economista e coordinatore del Cermes Bocconi Roberto Ravazzani, è «che nei mercati più evoluti con più alto livello della concorrenza sta portando a una riduzione dei prezzi. Ma questo contesto deflazionistico è ancora più preoccupante perché è accompagnato dalla tendenza delle famiglie di rinviare l’acquisto o la sostituzione dei beni durevoli e semidurevoli». Tradotto, «a Milano bisogna partire dal peso della grande distribuzione e della sue offerta. Ma nonostante questo non è che i cittadini sono invogliati a cambiare l’auto o il frigorifero: aspettano il mese successivo

sapendo che il costo è destinato a scendere ancora. Con quello che comporta sull’economia in generale in termini di dinamica della produzione».

A Milano, quindi, la concorrenza della Gdo unita con la qualità dei servizi e la ritrosia ad acquistare dei cittadini frena i prezzi. A Napoli invece si registra un aumento dell’inflazione per il combinato disposto tra una economia poco modernizzata e innovativa e una più scarsa domanda. Non a caso crescono soprattutto le voci di alcool e tabacchi (+5,3 per cento) e quelle per abitazione energia e combustibili (+4,5). Guarda caso sono protagoniste l’unica e immarcescibile azienda della città, il divertimentificio lowcost degli happy hour, e il vetusto mondo delle utilities, che solo ora scopre il mercato. Spiega Lilia Costabile, economista e ordinaria di macroeconomica della Federico II: «Alle tante offerte che si vedono nelle vetrine Napoli risponde con una scarsa vivacità delle vendite. I negozi sono vuoti. Rivedo in questi dati però l’aumento di alcuni servizi, penso all’acqua che prima pagavamo in pochi».

Polemiche. Una risposta alle dichiarazioni di Vito Mancuso sull’omelia del Papa in chiusura dell’Anno Paolino

Precisazioni sul concetto di fede adulta di Luca Volontè iene da chiedersi come sia possibile che in una Università cattolica, retta da un sacerdote tuttora cattolico, un agnostico come Mancuso, possa proseguire a insegnare teologia. Diritto di critica? Certo, ma almeno autocoscienza dei propri limiti. Giorni fa su Repubblica,Vito ha attaccato il Papa per la splendida Omelia in chiusura dell’Anno Paolino. Il tempo trascorso dall’Omelia ci induce a pensare che Vito abbia avuto modo di leggere e studiare la parola pronunciata dal Papa, tuttavia deve averlo fatto a partire dal “nervosismo” della definizione data da Ratzinger di una certa fede adulta, quella “fai da te” di cui si fregiano coloro che non danno più retta alla Chiesa. Forse Vito si è sentito colpito personalmente, come tutti i buoni cristiani si sarà chiesto se anche lui è stato “tenatato”dalla “fede take away”. Noi non sappiamo, né vogliamo scandagliare il “cuore” di Mancuso, desideriamo tuttavia segnalare la necessaria umiltà. «Con Cristo - alla sua sequela e nell’amicizia con Pietro la nostra ragione diventa nuova, il nostro modo di comprendere la realtà, di vedere il mondo». Tutti e tutto di ciascuno cambia a partire dalla appartenenza a Lui e dalla sequela di Pietro, così è stato per Paolo, questa è essere adulti nella fede, mentre schermarsi dietro alle parole“fede adulta” può diventare uno slogan, per non ascoltare più la Chiesa e giustificare una“fede fai da te”. Senza

V

una chiamata, un incontro con il Signore che cambia la vita e una vita che segue, si può facilmente cadere nell’autoreferenzialità della fede personale, scevra da riferimenti e dalla sequela, che prende dalla Chiesa quello che pare e piace.

Insomma, Paolo non fu un cristiano autodafè, anzi, proprio l’incontro con Cristo e lo sguardo a Lui lo resero adulto e amico obbediente di Pietro. A Vito manca la costanza di leggere le omelie del Papa su Paolo, scoprirebbe che l’amicizia con Cristo e la sequela di Pietro, almeno una volta impo-

semmai è che Vito non creda alla testimonianza delVangelo di Giovanni e della vita di tanti Apostoli, Santi e uomini comuni. Adulto, caro Mancuso, è colui che obbedisce perché crede, perché nella sua esperienza ha verificato ragionevolmente che obbedendo, cioè seguendo, si giunge alla pienezza della verità. Proprio perché si usa la ragione si crede ancor più, non il contrario. Tuttavia, il culmine delle critiche scade nell’autocompiacimento di essere“lo Spirito che dice alla Chiesa”. Questo culmine dell’orrido descrive quali siano state le ragioni vere di Vito: non solo si è sentito “messo a nudo”dalla definizione della “fede adulta”, ma ancor più egli pensa a se stesso come portavoce dello “Spirito che dice alla Chiesa”. Beh, è vero che Mancuso è stato scoperto dal Cardinal Martini e insegna nell’Università di don Verzè, tuttavia nemmeno loro due certamente condividereranno questa superba presunzione.

Senza un vero incontro con il Signore, che cambia la vita e una vita che segue, si può facilmente cadere nell’autoreferenzialità del credo personale sero a Paolo di confrontarsi virilmente con Giacomo e lo stesso Pietro, ma vedrebbe anche quanto tutte le ragioni di Paolo venissero poi riassunte dalla guida degli Apostoli, e lo stesso Paolo desiderò stare con Pietro e gli altri. Senza nessuna pretesa di vedersi ammirato. Incontrare Lui, appartenere alla Chiesa, allarga la ragione, cambia la vita in ogni suo aspetto. È vero, dice Mancuso, il Papa crede che nellaVerità ci sia la Ragione, Benedetto XVI crede nel Vangelo di Giovanni e non smette di ripeterlo. La cosa strana non è questa,


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Perché gli Stati Uniti sono diventati leader mondiali, mentre l’Argentina è precipitata in basso? Perché l’Egitto, un tempo granaio dell’Impero Romano, oggi importa cereali? Perché i Paesi ricchi di diamanti hanno le popolazioni più povere? Perché i Paesi islamici sono i meno sviluppati? Perché la cocaina arriva in Europa dall’America Latina e non dall’Africa? Nel suo ultimo libro, Alan Bettie spiega perché è meglio comportarsi come i gatti (e non come i panda) di Maurizio Stefanini erché ci sono Paesi che si sviluppano e Paesi che restano arretrati? Max Weber sosteneva che era stata l’etica calvinista del sacrificio e del risparmio a favorire il decollo del mondo nord-europeo e nordamericano; Werner Sombart diceva invece che erano stati gli ebrei a creare il capitalismo; e secondo Joseph Alois Schumpeter c’era piuttosto bisogno di follia: quella dell’imprenditore innovatore in grado di trarre vantaggio dalle crisi periodiche inerenti sal ciclo capitalista, trasformandole in distruzione creativa. Per Oswald Spengler ogni civiltà ha il suo fatale periodo di auge e decadenza, e noi stiamo ora assistendo al “tramonto dell’Occidente”; Arnold Joseph Toynbee gli rispondeva che tutto dipende dal modo in cui una civiltà è capace di rispondere alle sfide dell’ambiente; Jared Diamond ha specificato che è stato un complesso di fattori geografici a predeterminare il primato dell’Occidente attraverso il controllo di armi e acciaio e la maggior resistenza alle malattie, anche se ogni società di successo ha sempre la possibilità di autodistruggersi al momento in cui fa le scelte sbagliate. Per Joseph Stiglitz c’è bisogno di un forte ruolo dello Stato; per Hernando de Soto è invece lo Stato che può diventare un ostacolo, se non si attiene al suo compito insostituibile di garantire e certificare i diritti di proprietà; per Amartya Sen è importante che lo Stato sia democratico. Raúl Prebisch pensava che i Paesi alla periferia del mondo potessero solo isolarsi, cercando una strategia di sostituzione delle importazioni; Jeffrey Sachs ha parlato di una «trappola della povertà» dovuta a fattori ambientali che si possono però vincere con massicce iniezioni di tecnologia... E così via. Insomma, un dibattito quasi infi-

P

nito. False Economy: A Surprising Economic History of the World Books, pp.321, (Riverhead $26.95), un testo che in questo momento sta venendo lanciato e sta facendo polemica nel mondo anglo-sassone, non è, in apparenza, che l’ennesimo contributo a una querelle ormai annosa. C’è però una novità. Laureato in Storia a Oxford e in Economia a Cambridge, diventato editorialista economico del Financial Times dopo aver lavorato alla Bank of England, Alan Beattie ha non solo un curriculum estremamente variegato: come tra i nomi già citati ce l’ha forse solo il biologo, fisiologo e antropologo Diamond; anch’egli non a caso spaziante con estro tra storia, economia, psicologia e geografia. Mentre però Diamond mette poi a sua volta il tutto al servizio di una chiave di lettura il più possibile unificante, per Beattie una risposta unica non esiste. Anzi, in realtà non esiste neanche una domanda unica. Infatti, il suo libro si costruisce attorno a nove differenti punti interrogativi. Ognuno, un capitolo.

Prima di tutto: perché gli Stati Uniti sono diventati il Paese leader del mondo, mentre l’Argentina è invece precipitata sempre più in basso? Nell’800 entrambi erano destinazioni privilegiate per gli emigranti europei, fino agli anni ’30 entrambi stavano in testa alla classifica delle potenze economiche mondiali, e nell’immaginario popolare zii d’America e zii d’Argentina erano equivalenti. D’altronde, il tango come moda di massa proveniente da oltreoceano anticipò quella delle musiche di derivazione jazz. Per rendere il paradosso più evidente Beattie inizia la sua trattazione in chiave di fantastoria, immaginando un 11 settembre 2001 in cui è stata Buenos Aires a essere attac-

Manuale per capire come gira il mondo

Con “False Economy: A Surprising Economic History of the World”, Alan Bettie si inserisce di prepotenza in un dibattito “infinito” che parte da Max Weber e Werner Sombart per arrivare a Hernando De Soto e Amartya Sen (passando per Arnold Joseph Toynbee e Jared Diamond)

cata dai terroristi, e in cui sono stati invece gli Stati Uniti a precipitare subito dopo in una micidiale crisi finanziaria. A questo punto, visto che parliamo di Argentina, diventa forte la tentazione di citare un titolo di Borges: Il giardino dei sentieri che si biforcano. Secondo Beattie, appunto, i “sentieri” avrebbero iniziato a biforcarsi già nel XIX secolo: ad esempio, per il fatto che il governo di Washington distribuì le terre del West ai pionieri mentre invece quello di Buenos Aires favorì la formazione di un ceto di grandi proprietari. Ma il momento cruciale è la grande crisi del 1929, nel momento in cui gli Stati Uniti scelsero la risposta vincente del New Deal e l’Argentina preferì invece quella sbagliata del nazionalismo economico (cioè, la ricetta di Prebisch). All’inverso, per gli Stati Uniti l’occasione fatale avrebbe potuto essere con la Guerra Civile, se fosse stato il Sud schiavista e agricolo a vincerla. Dun-

Laureato in Storia a Oxford e in Economia a Cambridge, l’autore è stato editorialista del Financial Times dopo un lavoro alla Bank of England

que, il tema del capitolo è “fare scelte”.

Domanda numero due, collegata al tema delle città: perché i padri costituenti americani hanno scelto di privare gli abitanti della capitale Washington del diritto di voto al Congresso? Solo

con Obama è stata votata la riforma che darà ora alla città una rappresentanza alla Camera, ma secondo Beattie è un errore. Profondi conoscitori della storia classica, gli autori della Costituzione Usa avevano ben presente i mali del gigantismo burocratico di capitali imperiali


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come Roma o Costantinopoli, ed avevano cercato dunque di prevenirlo. Domanda numero tre, sul commercio: come mai l’Egitto era un tempo il granaio dell’Impero Romano ed ora invece è costretto a importare oltre la metà del suo fabbisogno di cereali?

Beattie fa appello alla teorie dei vantaggi comparativi, osservando che in un Paese desertico e sovrappopolato come l’Egitto di oggi l’acqua è meglio usarla per bere che per coltivare grano. Insomma, gli costa meno importare l’acqua incorporata nel grano che non consumare la propria. Domanda numero quattro, sulla risorse naturali: come mai spesso i Paesi che ne sono ricchi, in particolare di petrolio o diamanti, finiscono poi per avere popolazioni tra le più impoverite? Il problema, come è stato evidenziato già prima di Beattie, è evidentemente nella mancanza di diversificazione dell’economia che la tentazione della rendita tende a creare. Però, osserva questo libro, non c’è niente di fatale. Anche qui, insomma, è questione di scelte. In Sierra Leone l’abbondanza di diamanti è ser-

nell’ambito della guerra alla droga le autorità statunitensi hanno deciso di favorire in tutti i modi l’importazione di asparagi, come coltura alternativa alla coca. Poiché non c’era un analogo allarme sull’Africa la lobby dei congressisti di dieci Stati produttori di cotone è invece riuscita finora a bloccare ogni passo avanti nei negoziati del Wto, solo per proteggere un business che rappresenta meno dell’1 per cento del Pil Usa. Domanda numero sette, sul ruolo delle infrastrutture: come mai la cocaina arriva in Europa dall’America Latina e non dall’Africa, che le è più vicina ed avrebbe condizioni climatiche ideali? Risposta: perché anche per esportare cocaina ci vogliono strade, aerei e altre infrastrutture che in Africa mancano. In Africa non funziona l’export illegale per lo stesso motivo per cui non funziona l’export legale. Domanda numero otto, sulla corruzione: come mai sotto il governo corrotto di Suharto l’Indonesia ha prosperato mentre sotto il governo dell’onestissimo Julius Nyerere invece la Tanzania è rimasta ferma? Da una parte, essere onesti è controproducente se si crede in politiche sbagliate. Dal-

Il libro ruota intorno a nove domande. E nel decimo capitolo si teorizza che la ragione primaria dello sviluppo sta nella capacità di decidere vita solo a accendere la cupidigia di bande armate che hanno affondato il Paese in una sanguinosa guerra civile, ma sempre in Africa un altro Paese ricco di diamanti come il Botswana è invece riuscito a diventare uno dei più prosperi del Continente. Domanda numero cinque, sulla religione: è vero che l’Islam inibisce lo sviluppo? Beattie osserva che in effetti nella legge coranica vi sono vari elementi che possono essere di ostacolo a un decollo capitalista: dal divieto del prestito a interesse, che rende difficile il finanziamento dell’impresa; alla stringente regolazione del diritto di eredità, che sarebbero d’impaccio al consolidamento delle fortune. Ma una comparazione tra il successo della musulmana Malaysia e le difficoltà delle cristiane Filippine, entrambe nel Sud-Est Asiatico e di cultura malese-austronesiana, dimostrerebbero come neanche la religione sia di per sé un fattore determinante. O meglio: la religione diventa un ostacolo quando sono determinate élites ad utilizzarla apposta, come paravento per difendere determinati interessi settoriali opposti al progresso. Ma quello non accade solo con la religione.

Domanda numero sei, sul ruolo dei sussidi e delle preferenze governative: come mai la maggior parte degli asparagi consumati dai buongustai americani proviene dal Perù? La spiegazione è che

l’altra, la stessa corruzione non è che un’imposta in più: non particolarmente dannosa se è prevedibile, e se il livello medio di tutte le altre forme di imposizione sui mantiene basso. Domanda numero nove: perché i panda giganti sono diventati il simbolo stesso delle specie in via di estinzione? Per Beattie, in realtà i panda sono il simbolo stesso dell’incompetenza economica: si ostinano a mangiare solo bambù, che è difficile da procurarsi e poco nutriente, e non c’è verso di far cambiare loro idea. Invece l’esempio di un business flessibile è rappresentato dal gatto domestico: una volta compreso che era la convivenza con l’homo sapiens la sua miglior opportunità di sviluppo, ha adattato tutto il proprio stile di vita e la propria dieta al nuovo scenario. Purtroppo, osserva il libro, troppi Paesi preferiscono assomigliare ai panda che ai gatti.

C’è poi un decimo capitolo che trae le conclusioni, soffermandosi in particolare sul modo in cui al Wto gli interessi delle lobby tendono a prevalere su quelli generali, ai danni dello sviluppo mondiale. Insomma, le ragioni che agiscono sullo sviluppo e sul sottosviluppo sono tante, ma alla fine sono le buone o cattive decisioni politiche a fare la differenza. Citando Shakespeare, Beattie conclude che «sta in noi» e non «nel cielo stellato», la capacità di cambiare le cose.


mondo

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Reportage. La diaspora di una delle comunità più antiche al mondo, che prega ancora in aramaico, allarma il Vaticano

Uno scisma di sangue Non si fermano gli attacchi ai cristiani d’Iraq Che chiedono ai loro vescovi di reagire di Marta Allevato

BAGHDAD. «Avevamo scelto il silenzio, sperando ci lasciassero vivere. Invece ci uccidono lo stesso e allora è meglio smettere di tacere e se dobbiamo essere vittime allora facciamolo con una voce, gridando forte i nostri diritti». La comunità cristiana irachena, ferita tra sabato e lunedì dall’ennesima raffica di attentati contro le sue chiese riflette sul suo destino. La catena di esplosioni contro nove obiettivi tra Baghdad, Mosul e Kirkuk - che ha fatto cinque morti e oltre quaranta feriti - ha gettato di nuovo nel terrore i fedeli ma ha sollevato anche pesanti interrogativi sull’efficacia della linea di basso profilo scelta dai vertici della Chiesa locale. Ordigni rudimentali nascosti in scatole di carta, autobombe o incendi dolosi si sono susseguiti in 48 ore contro obiettivi simbolo, e non casualmente, nel giorno più sacro ai cristiani: la domenica. Secondo le agenzie di stampa, le chiese attaccate sono sei, ma il ben informato sito Baghdadhope parla di nove parrocchie. Per la precisione sei chiese caldee e tre siro ortodosse tra Baghdad e Mosul: Saint George (Ghadeer); Saint Joseph (Nafaq al-Shorta); Saint Jacob (Hay al-Asia, Dora); Sacred Hearth of Jesus (Garage Amane); Virgin Mary (Palestine Street); Saint John (Dora);

Saints Peter and Paul (Al Sinaa St.); Saint Matti (Ghadeer) e una chiesa siro ortodossa a Mosul, nel quartiere Faisalia. Quest’ultimo attacco ha coinvolto anche una moschea sciita. Non solo edifici religiosi, ma anche persone: lunedì a Kirkuk, la terza città del Paese, è stato ucciso in un agguato un esponente di spicco dei cristiani locali.

Le autorità irachene hanno subito innalzato il livello di sicurezza attorno a 35 chiese a Baghdad, subito circondate dalle forze di polizia che hanno

dad, l’ondata di attentati ha un solo mandante: «Fanatici religiosi vogliono mettere gli iracheni gli uni contro gli altri. Ma non riusciranno a dividerci». Il prelato aveva appena finito di celebrare la messa quando una potente autobomba è esplosa di fronte alla Virgin Mary, uccidendo sul posto quattro persone. La prova che non ci riusciranno, ha continuato il prelato, è che «dopo l’attacco un fiume di nostri vicini musulmani si è presentato alle nostre porte per esprimere solidarietà e condannare il crimine».

I fedeli sono furiosi con il premier Nouri al Maliki, che «sa la verità ma non la dice perché preferisce usarla come strumento di pressione politica a favore degli interessi della sua fazione» anche impedito alla stampa a visitare i siti degli attentati. Nelle due città a maggioranza cristiana della provincia settentrionale di Nineveh, Tel Qef e Hamadiyah, è stato proibito per due giorni l’uso delle autovetture. A Mosul è scattato il coprifuoco rimasto in vigore fino a martedì. «Questi attacchi mirano a riaccendere le ostilità tra le diverse comunità irachene», ha detto al Washington Post il portavoce del governo iracheno, Ali al Dabbagh. Per monsignor Shlemon Warduni, vescovo ausiliario caldeo di Bagh-

Youssef Bahgat, 21 anni, addetto alla sicurezza della Chiesa evangelica situata nel quartiere Sinai di Baghdad, ammette chiaramente che «c’è paura tra i cristiani». Ma al terrore, questa volta con più forza, si aggiunge anche la rabbia: «Il governo fa presto a dare la colpa al fondamentalismo e ad al Qaeda: ormai è un riflesso incondizionato». «Invece - fa notare Aimar, caldeo di Kirkuk dovrebbero condurre indagini serie, che trovino e condannino i veri responsabili di queste azioni». Di fatto, nonostante le

promesse del governo centrale, gli attentati alle chiese e ai monasteri, i numerosi rapimenti di sacerdoti, gli assassinii di vescovi e parroci rimangono puntualmente senza colpevoli. All’epoca del drammatico sequestro e dell’uccisione nel 2008 dell’arcivescovo caldeo di Mosul, monsignor Faraj Rahoo, anche il grande ayatollah Alì Al Sistani, guida spirituale degli sciiti iracheni, aveva sottolineato la necessità di svelare i veri responsabili, perché «solo così si può sperare che questi episodi non si ripetano all’infinito». È la stessa cosa che ora pretendono anche gli iracheni in patria e all’estero. Sul web, ormai unico punto di incontro per la comunità cristiana dispersa ai quattro angoli del pianeta, fioccano le critiche al governo iracheno perché «non si impegna a denunciare chi c’è dietro il massacro contro i cristiani».

Julian racconta da Kirkuk che «qualche tv come Al-Iraqya (emittente sciita, ndr) ha subito collegato l’attentato con Abu Omar Al-Baghdady (capo di al Qaeda in Iraq), dicendo che aveva minacciato dura vendetta per la donna egiziana uccisa in un tribunale di Dresda e conosciuta come la “mar-

tire del velo”. Ma qui si fa presto a trovare il responsabile di facciata, per non dire mai chi è veramente il madante». «Ora la stampa internazionale si rivolge verso di noi e ci chiederà interviste e parole riguardo questi fatti - fa notare Aimar - e per un po’ di tempo saremo sotto le luci poi tornerà tutto normale ed aspetteremo il prossimo attentato, perché l’autore e i suoi complici sono sempre liberi».

I blogger sono furiosi con il premier Nouri Al Maliki accusato di «sapere la verità, ma di non volerla tirar fuori perché preferisce usarla come strumento di pressione politica a favore degli interessi della sua fazione». Per molti «il governo di Baghdad è complice di un vero e proprio sterminio etnico, volto a svuotare la zona dei cristiani per poi realizzare finalmente il progetto di dividere il Paese in tre aree: sunnita, sciita e curda». Rischio denunciato in passato anche dai vescovi caldei come monsignor Louis Sako di Kirkuk. Scenario prefigurato anche dal procuratore della Chiesa caldea presso la Santa Sede, monsignor Philip Najim: «Vogliono far sparire i cristiani dall’Iraq ed è chiaro che non si tratta di episodi legati alla resistenza contro un in-


mondo

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menti cruciali della politica interna, come il referendum sullo status di Kirkuk o il progetto della Piana di Niniveh per i cristiani». Entrambi ai primi posti dell’agenda politica del Kurdistan. Su questo fronte i vertici della comunità caldea, sicuramente la più influente, non hanno una linea ufficiale e anzi continuano a scegliere il basso profilo. «Il cardinale Emmanuel Delly (Patriarca di Babilonia dei caldei, ndr) - lamenta un fedele da Ankawa - rilascia dichiarazioni deboli, che in questo modo fanno perdere i nostri diritti. Finora essere rimasti in silenzio non ci ha aiutato e rimaniamo sempre tra due fuochi, quello degli islamici e quello dei curdi, senza nessuno che ci protegga, né le istituzione e né gli americani». Così, per la prima volta dal 2004, quando in

la popolazione, dopo due settimane dal ritiro definitivo delle truppe Usa dalle città, la vita continua a scorrere scandita dalle sirene, dalle esplosioni nei mercati, e dagli appelli a resistere. Finito il coprifuoco, a Mosul si torna per strada; ma c’è «un sacerdote che ha annullato tutti gli impegni della settimana decidendo di rimanere chiuso in casa, una mamma che non manderà il suo bambino al catechismo e delle ragazze che non potranno andare a studiare all’università». Raccontano così le voci di questa città, dove i cristiani da anni vivono di fatto sotto la sharia, dove le donne sono costrette a indossare il velo anche se non musulmane e dove i cristiani pagano la jizya - la tassa di “compensazione” chiesta dal Corano ai “sudditi non islamici”

Secondo Sara al Baghdady, «la scomparsa dei cattolici gioverebbe soprattutto al governo semi-autonomo del Kurdistan, ricco di petrolio. Vogliono creare un ghetto sotto il controllo di Erbil»

vasore ma di un processo violento che mira a rallentare lo sviluppo del Paese, la sua pacificazione. Si vuole un Iraq debole, sottosviluppato, che con la scomparsa della sua componente cristiana perderebbe una parte importante della società, che ha contribuito con il suo sapere e a svolgere una funzione stabilizzatrice». Ma chi beneficerebbe della scomparsa dei cristiani in Iraq? La domanda è cruciale e prova rispondere Sara al Baghdady, giornalista nella capitale irachena: «A molti, ma al momento mi sembra gioverebbe soprattutto al governo semi autonomo del Kurdistan, il cui territorio confina con quello delle zone a maggioranza cristiana nella piana di Niniveh e dove sta andando avanti il progetto di istituire un safe heaven per la nostra comunità, in parole povere un ghetto sotto il controllo di Erbil, che potrebbe arrivare a estendere la sua influenza fino ai confini con la zona di Kirkuk, la più ricca di petrolio…».

A Erbil siede il presidente Massoud Barzani, leader del Partito democratico del Kurdistan (Kdp) e il cui ministro del-

Cristiani iracheni celebrano la Pasqua a Gerusalemme. Sotto, le macerie di una delle chiese distrutte nel corso degli attacchi del fine settimana le Finanze, Sarkis Aghajan, è anche un fiero sostenitore della causa cristiana: elargisce grandi finanziamenti per ricostruire i villaggi nel nord e favorire il rientro di chi è fuggito altrove, ma allo stesso tempo non viene permesso ai cristiani di acquistare quelle case. È come dire “tornate ma alle mie condizio-

ni”, si lamentano alcune famiglie di Tel Qef. E non manca chi vede nei rapporti della Chiesa, in particolare quella caldea, con i curdi un motivo di preoccupazione. «Se in passato il rapimento dei preti a Baghdad era dovuto alla vicinanza del nostro clero all’esercito americano, che li faceva diventare agli occhi degli estremisti dei “traditori”- spiega Jian, ora profugo in Siria - oggi la causa di questi attentati è anche la posizione politica poco netta della Chiesa irachena riguardo argo-

Iraq gli attacchi mirati ai cristiani hanno iniziato a far parte di una strategia sistematica, oggi il dito è puntato non solo contro il fondamentalismo islamico, ma anche contro i vertici della Chiesa. Sui blog online, da domenica scorsa è tutto un commentare l’ultima carneficina. Su Ankawa.com, punto di riferimento soprattutto dei caldei, la “colpa” dei pastori sembra piuttosto chiara: «Non fanno nulla di concreto, potevano far sentire la loro voce all’estero e aprire un’inchiesta internazionale come quella che per il Darfur». In molti si scagliano contro chi «osa attaccare sacerdoti e vescovi, come vi permettete?». E la risposta di un post firmato Ataa Behnam Matty, dottoressa, è coraggiosa e allarmante allo stesso tempo: «Cosa abbiamo guadagnato dai capi religiosi oltre che parole e promesse mai mantenute? Si preoccupano solo del loro interesse personale e fanno dichiarazioni di cui non si prendono la responsabilità. A chi afferma che non si può parlare male dei capi religiosi, voglio dire che non c’è più una linea rossa invalicabile. Basta glorificare persone il cui primo interesse è riempirsi le tasche mentre il popolo è sottoposto a continue minacce. Facendo così queste persone si sono allontanate dall’insegnamento di Gesù».

A quella di Ataa si aggiunge la voce di Fareed: «Noi cittadini iracheni siamo ormai soltanto una merce che si vende e si compra sui tavoli dei grandi che hanno il potere, abbiamo perso ogni tipo di dignità umana, ogni cosa per cui valga la pena vivere». Intanto, mentre le autorità militari irachene cominciano a prendere in mano concretamente la sicurezza del-

per non farsi ammazzare. È la città che ha dato più martiri alla Chiesa in questi sei anni di guerra. «Siamo preoccupati e terrorizzati - spiegano fonti locali che chiedono l’anonimato per questioni di sicurezza - anche perché le minacce contro chiese e monasteri continuano». L’agenzia AsiaNews conferma che nella città, roccaforte dell’estremismo islamico in Iraq, la polizia ha lanciato un concreto allarme “per nuovi attentati”.

La drammatica situazione nel Paese contribuisce ad aumentare l’emorragia di cristiani dall’Iraq. La comunità è passata da un milione di individui nel 2001 a ormai appena 500mila. Si fugge oltre confine in Siria e Giordania, sempre nella speranza di raggiungere Europa, Usa o Australia. Ma spesso anche da emigrati, agli iracheni spetta una vita di difficoltà e spesso si finiscono i soldi di una vita prima di essere riusciti a ricostruirsene una. La diaspora dei cristiani iracheni, una delle comunità più antiche al mondo e che prega ancora in aramaico, allarma il Vaticano. Anche in quest’ultima occasione il Papa non ha mancato di esprimere la sua «vicinanza spirituale” comunità cattolica e ortodossa in Iraq. E ha assicurato di pregare «per una conversione del cuore degli autori della violenza». In un messaggio a firma del cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, inviato al cardinale Emmanuel III Delly, il Papa «incoraggia le autorità a fare tutto il possibile per promuovere una coesistenza giusta e pacifica di tutti i settori della popolazione irachena». Un appello che dovrebbero raccogliere tutti, non solo il governo.


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Angela Merkel e Medvedev nel loro ultimo incontro. Sopra, Gerard Schroeder e Joschka Fischer i due ex alleati nel governo rosso-verde, adesso sono i testimonial di due gasdotti concorrenti

Oggi a Monaco l’incontro con il presidente russo Medvedev. Due i temi caldi: North Stream e Opel ngela Merkel, questa volta, si prepara a sfoggiare con Dmitri Medvedev il suo sorriso migliore. Sono lontani i tempi degli incontri a muso duro dopo l’invasione russa della Georgia dell’estate scorsa. Sul tavolo, oggi a Monaco, c’è il problema dei rifornimenti energetici che sta molto a cuore alla Germania. Soprattutto adesso che le elezioni politiche del 27 settembre si avvicinano a grandi passi, perché il consenso si conquisterà anche potendo assicurare ai tedeschi la tranquillità dell’approvvigionamento di gas russo di cui la Germania è il primo importatore. Ed anche Medvedev prepara il suo sorriso migliore perché al Cremlino il timore di perdere - o, comunque, di vedere ridimensionato - il miglior cliente di Gazprom è forte. E i motivi di sospetto, a Mosca, non sono poi così infondati perché se il testimonial internazionale del progetto russo North Stream è, addirittura, Gerard Schroeder, un altro politico tedesco, Joschka Fischer, è sceso in campo per sostenere il progetto avversario: quel Nabucco che dovrebbe portare in Europa il gas dell’Azerbaigian (e non solo) aggirando la Russia.

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Sulle rotte dei gasdotti, insomma, si sono divisi i due uomini che erano cancelliere e ministro degli Esteri nell’ultimo governo rosso-verde di Berlino prima che, nel 2005, la grande coalizione di Angela Merkel li mandasse a casa. Per la verità, Schroeder accettò subito la proposta di Vladimir Putin di lavorare come lobbista per North Stream, tanto che sull’ex cancelliere piovvero anche dure critiche per la rapidità con cui aveva lasciato la politica per accettare i ricchi compensi della Russia. Fischer, invece, dopo il ritiro dal governo e dalla guida dei Verdi, si è dedicato a lungo all’insegnamento negli Usa e soltanto alla fine del giugno scorso è circolata la notizia che sarà lui il supporter europeo del progetto Nabucco che mira a sganciare l’Europa dalla dipendenza dalla Russia. Agli occhi di Mosca, la competizione tra i due leader tedeschi ex alleati è l’immagine concreta di un’Europa spezzata in due dalla questione energetica. In realtà la partita è molto più complessa. La Russia vuole realizzare due progetti: il North e il South Stream. Il primo riguarda principalmente la Gemania perché il gasdotto collegherà il porto russo di Vyborg con quello tedesco di Greifswald passando direttamente sotto il Mar Baltico. Il secondo è quello al quale partecipa in prima fila l’i-

La Merkel a caccia di gas e di voti di Enrico Singer taliana Eni che partirà dalla Russia passando per il Mar Nero, aggirando la turbolenta Ucraina e arrivando in Italia e in Austria. Il vero antagonista di questo doppio progetto russo-europeo, è il gasdotto Nabucco che, proprio alla vigilia dell’incontro tra la Merkel e Medvedev, ha fatto un ulteriore passo avanti con la firma dell’accordo tra Austria, Bulgaria, Ungheria e Romania, i Paesi europei nel cui territorio passerà il gasdotto che dovrebbe essere alimentato da Azerbaijan,Turkmenistan, Iraq e, poten-

Con le elezioni politiche del 27 settembre che si avvicinano, la cancelliera vuole assicurare ai tedeschi la tranquillità dei rifornimenti energetici di Gazprom zialmente, Iran. Il progetto Nabucco è stato lanciato nel 2002 e dovrebbe diventare operativo nel 2014. Il suo costo previsto è di otto miliardi di euro. Nonostante la firma di martedì scorso, sul futuro di Nabucco si addensano molte nubi. La più minacciosa è l’opposizione di Mosca, ma c’è anche l’instabilità geopolitica dei principali fornitori - Azerbaijan e Iran - per giunta collegati a Nabucco con due gasdotti regionali separati. Un segnale significativo è stato la concessione a Gazprom dello sfruttamento di un nuovo giacimento di gas in Azerbaijan che di-

mostra quanto sia difficile per Baku resistere alle pressioni della Russia. Da parte sua, l’Iran di Ahmadinejad è un partenr ancora meno affidabile e, oltretutto, continua ad opporsi al collegamento di Nabucco con le ingenti riserve naturali del Turkmenistan. Non solo. C’è anche un problema sollevato dalla Turchia, il Paese dove passerà il settore portante di Nabucco. Ankara vuole trattenere il 15 per cento del gas in transito, ma la sensazione generale è che Ankara voglia mettere sul piatto la sua integrazione nell’Unione europea quale contropartita politica per la realizzazione di Nabucco.

Anche South Stream, per la verità, incontra dei problemi in Bulgaria che è un punto di passaggio comune sia per il gasdotto russo che per Nabucco. Dopo che l’opposizione di centrodestra ha stravinto le elezioni, Sofia ha scelto di partecipare sia a South Stream che a Nabucco, moltiplicando il disappunto di Mosca che premeva per l’uscita dei bulgari dal progetto del gasdotto concorrente. L’intreccio di tutti questi interessi, come è facile capire, complica la partita dei gasdotti che è tutt’altro che decisa. Ma in questa fase, Angela Merkel è a caccia più di voti che di gas. L’ultimo sondaggio prevede la vittoria di una coalizione di centrodestra nella prossima legislatura del Bundestag. Il blocco democristiano Cdu-Csu della cancelliera e il partito liberale Fdp, attualmente all’opposizione, dovrebbero raggiungere insieme il 52 per cento dei consensi. La CduCsu con il 37 per cento (+1 rispetto al precedente sondaggio) e l’Fdp con il 15 per cento. I socialdemocratici dell’Spd, ora alleati della Cdu-Csu nella Grosse Koalition, rimangono stazionari al 21 per cento, mentre il partito dei Verdi raggiunge il 13 per cento (+1) e l’estrema sinistra della Linke scende al 9 per cento (-2). Ma, soprattutto, il sondaggio assegna un’enorme superiorità personale ad Angela Merkel nei confronti del candidato socialdemocratico Karl-Walter Steinmeier, attuale ministro degli Esteri, con uno scarto di 40 punti: il 58 per cento dei consensi per Angela contro il 18 per cento per Steinmeier. E la cancelliera è ben decisa a mantenere il vantaggio evitando passi falsi. Anche con Medvedev. Che, da parte sua, chiederà alla Merkel di confermare l’appoggio del governo tedesco alla banca statale russa Sberbank e la società austrocanadese Magna nell’operazione Opel.


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Natalia Estemirova aveva vinto il premio Politkovskaya

La denuncia è stata raccolta dalla ong Breaking the Silence

Uccisa la giornalista che indagava in Cecenia

Soldati di Israele: «A Gaza un massacro»

MOSCA. È stata uccisa Natalia Estemirova, la giornalista e collaboratrice dell’organizzazione per la difesa dei diritti umani Memorial, che era stata sequestrata mercoledì a Grozny, in Cecenia. Il suo corpo è stato trovato in un bosco vicino al villaggio di Gazi-Ur, nei pressi di Nazran, in Inguscezia, la repubblica caucasica che confina con la Cecenia. La giornalista è stata assassinata a colpi d’arma da fuoco. Natalia Estemirova era una veterana delle inchieste su rapimenti, scomparse misteriose, torture e uccisioni dopo lo scoppio della seconda guerra cecena, quella voluta da Vladimir Putin nel 1999. Secondo un suo collega di Memorial, Aleksandr Cherkesov, la Estmirova aveva di recente denunciato l’ennesima esecuzione arbitraria, cosa che aveva irritato molto le autorità locali filorusse. «L’Occidente non può e non deve voltare le spalle al popolo ceceno». Era stato questo l’appello che Natalia Estemirova aveva lanciato a Londra quando, nel 2007, aveva ritirato il primo Anna Politkovskaya Award, il premio istituito per le donne che si battono per i diritti umani in guerra e intitolato alla giornalista russa assassinata il 7 ottobre del 2006 nell’ascensore di casa sua a Mosca. Natalia Estemirova, in

TEL AVIV. Le testimonianze di

Al Qaeda rilancia: ora jihad totale L’appello di al Zawahiri al mondo pakistano di Massimo Ciullo yman al Zawahiri, il medico egiziano ritenuto il vice di Osama bin Laden, ha fatto diffondere un nuovo messaggio audio in cui esorta alla ribellione «i veri musulmani pakistani» contro gli infedeli occidentali. Il numero due di al Qaeda ha messo in guardia il popolo del Pakistan dalle ingerenze Usa negli affari interni di Islamabad, che stanno mettendo in serio pericolo il futuro e l’esistenza di ogni singolo pakistano e del suo Paese. Minacce sono state lanciate anche nei confronti della Cina, per la repressione nel Xinjiang, contro la minoranza musulmana degli uighuri. Il messaggio-audio di al Zawahiri, datato 14 luglio e diffuso via internet dai principali siti jihadisti, è indirizzato in inglese ai «miei fratelli e alle mie sorelle Musulmane in Pakistan». L’appello lanciato dal vice di bin Laden è di unirsi alla guerriglia che combatte contro gli Stati Uniti o di sostenerla finanziariamente. Senza questo impegno, avverte il medico egiziano, «noi non solo contribuiremo alla distruzione del Pakistan e dell’Afghanistan, ma subiremo sicuramente il pesante castigo dell’Onnipotente Allah». La registrazione, la cui autenticità è ancora al vaglio degli esperti, è stata trasmessa da As Sahab, il canale di al Qaeda, e inviata a tutti i siti web islamici che di solito riprendono i video o gli appelli audio dell’organizzazione terroristica. Ancora oggi, molti sono convinti che sia al Zawahiri sia Osama bin Laden si nascondano nelle aree tribali del Pakistan, proprio lungo il confine con l’Afghanistan. Nel 2006 circolò la notizia di un avvistamento del numero due di al Qaeda nella regione del Bajur, tornata recentemente in mano talebana dopo un’offensiva dei governativi che erano riusciti a ricacciare al di là del confine gli studenti coranici. Si tratta di zone ancora sotto il controllo dei gruppi talebani, i cui comandanti mantengono stretti legami con la rete terroristica dello sceicco del terrore. La regione è diventata anche l’obiettivo principale dell’offensiva statunitense, che con attacchi missilistici cerca ora di snidare le cellule dei guerri-

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glieri islamici, annidatesi in luoghi impervi e montagnosi. Secondo i comandi Usa, nelle ultime settimane, gli attacchi via terra dei marines hanno inflitto pesanti perdite ai talebani e molti combattenti appartenenti ad al Qaeda sono stati uccisi nei raid delle forze speciali. Al Zawahiri, che già nell’agosto 2008 aveva lanciato un altro appello al popolo pakistano, ha detto che il Pakistan, in realtà, è governato dagli Stati Uniti.

«L’attuale classe dirigente in Pakistan è appiattita sotto la croce della moderna Crociata e si contende le tangenti americane. Quindi, l’attuale governatore del Pakistan è l’ambasciatore americano, che paga tangenti e impartisce ordini», ha dichiarato l’esponente jihadista. «L’unica speranza di salvare il Pakistan da questo destino disastroso è la Guerra Santa» ha continuato, poiché le istituzioni politiche «sono affondate nella palude della corruzione o sono troppo deboli e paralizzate per riuscire a compiere qualsiasi cambiamento». Il messaggio continua con l’invito ad entrare a far parte delle guerriglia e a supportare finanziariamente i combattenti. «È dovere di ogni singolo musulmano in Pakistan diventare un Mujahedin, o come minimo, contribuire con il denaro alla Jihad in Pakistan e in Afghanistan». La richiesta di finanziamenti non è nuova per gli esponenti della Jihad: il mese scorso Abu al Yazid, comandante di al Qaeda in Afghanistan, ha dichiarato che i guerriglieri non possono combattere il nemico senza un adeguato equipaggiamento e senza fondi. Ad una prima analisi, le pressanti richieste di arruolamento e di denaro mettono in luce un possibile stato di crisi dell’organizzazione terroristica, presa a tenaglia dall’offensiva statunitense nella regione dell’Helmand, in Afghanistan, e dalla contemporanea azione dell’esercito di Islamabad nella valle dello Swat. Quello di al Zawahiri potrebbe alla lunga rivelarsi come l’appello disperato di un comandante che non rinuncia alla lotta, nonostante la disparità delle forze.

Il medico chiede a tutti i musulmani di arruolarsi, o almeno di finanziare con il loro denaro la guerra santa

quell’occasione, aveva anche dichiarato di sperare che il premio risvegliasse l’opinione pubblica internazionale. «La Cecenia è parte dell’Europa, non potete dimenticarci», aveva detto la giornalista che, adesso, ha seguito la tragica sorte della Politkovskaya. La notizia dell’assassinio ha suscitato grande emozione ed anche la reazione di alcune capitali europee. Il ministro degli Esteri francese, Dominique Strauss-Kahn, ha espresso la «ferma condanna» di quello che ha definito «un omicidio odioso» e ha ricordato che, meno di un mese fa, il 23 giugno, l’ambasciatore François Zimeray aveva incontrato Natalia Estemirova a Grozny.

54 soldati, che hanno preso parte all’operazione Piombo Fuso, l’offensiva militare lanciata da Israele contro Hamas nella Striscia di Gaza all’inizio dell’anno, denunciano gravi eccessi commessi dalle truppe e evidenziano un ampio divario tra la loro versione degli eventi e quella ufficiale delle forze armate. Dalle testimonianze, raccolte dall’organizzazione non governativa israeliana Breaking the Silence risulta chiaramente che era meglio colpire un innocente che attardarsi a individuare il nemico, perché la regola era «prima sparare e poi preoccuparsi». Un piano basato sull’imperativo di ridurre al minimo le perdite israeliane, avanzando

sempre ad armi spianate. Secondo le testimonianze, l’ordine era: «Se non sei sicuro, spara». Il fuoco, racconta un soldato, «era dissennato, appena raggiunta la nostra nuova postazione cominciavamo a sparare contro tutti gli obiettivi sospetti». Perché, come dicevano i capi, «in guerra sono tutti tuoi nemici, non ci sono innocenti». Il rapporto, finanziato da gruppi di attivisti per i diritti umani israeliani e dai governi di Spagna, Gran Bretagna, Olanda e dall’Ue, parla di «civili usati come scudi umani, costretti a entrare in siti sospetti davanti ai soldati che usavano la loro spalla per tenere il fucile puntato». Secondo Mikhael Mankin, di Breaking the Silence, «le testimonianze provano che il modo immorale in cui la guerra è stata condotta era dovuto al sistema in vigore e non al comportamento individuale di soldati». «Si è dimostrato continua - che le eccezioni in seno alle forze armate sono divenute la norma e ciò richiede una profonda riflessione e una seria discussione. Questo è un urgente appello alla società israeliana e alla sua dirigenza a guardare sobriamente alla follia delle nostre politiche». Un portavoce dell’esercito si è difeso parlando di «testimonianze generiche».


cultura

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Riletture. A trent’anni dalla sua morte, le opere di Tommaso Landolfi brillano ancora per spirito surreale e capacità di irridere gli stilemi di un’epoca

L’ultimo dandy

Nobile eccentrico e fine letterato, coniugò nei suoi scritti ossessioni e miti del Novecento, tramutandoli in beffa di Matteo Marchesini ono trascorsi trent’anni da quel luglio del 1979 in cui, dopo una lunga malattia, morì Tommaso Landolfi. La vita postuma della sua opera è stata garantita dapprima dal culto di pochi compagni di strada, quindi dall’ormai canonico fenomeno della riscoperta, dovuta – come per altri autori in qualche modo eccentrici – alla ristampa nelle edizioni Adelphi di gran parte dei libri già usciti dal catalogo della travagliata casa Rizzoli e curati dalla figlia Idolina.

S

Di recente, l’attenzione riservata a Landolfi in una cerchia limitata ma piuttosto ampia di critici e appassionati sembra mostrare i medesimi caratteri equivoci, talora anche snobistici, che a livello dell’interesse “di massa” si riscontrano nei casi di scrittori il cui nichilismo e antirealismo appaiono ben più malleabili e meno persuasivi. Con questo si vuol dire che la sua figura è così ricca di suggestioni e rimandi da rischiare di offrir nuovo spago a quel tipicissimo difetto dei lettori italiani ribattezzato da Guido Morselli col termine di culturalismo: ossia un’endemica tendenza a ridurre i prodotti artistici ai loro indici culturali – poco importa se più “contenutistici” o più “formalistici” – fraintendendone l’individualità. Gli spunti che si prestano a equivoci non sono pochi, a partire dalla figura stessa di Landolfi: che vagabondando in una sorta di parodia del moto perpetuo tra Roma e la casa avita di Pico Farnese, tra il casinò di San Remo e quello di Venezia, ha finito per disegnarsi come l’icona leggendaria di un ultimo rampollo aristocratico destinato a dilapidare anni, soldi e potenzialità nel gioco d’azzardo o nell’ozio, e al tempo stesso come la quintessenza dell’intellettuale ombroso, diabolicamente elegante e patologicamente schivo. Ma poiché, come si accennava, la sua riscoperta riguarda soprattutto un pubblico d’élite – ammesso e non concesso che la parola abbia tuttora un senso – decisive nell’alimentare i vizi degli

interpreti risultano in primo luogo le componenti più visibili e direi quasi proverbiali della sua opera. Fin dagli esordi degli anni ’30, quando faceva nottata passando da un caffè all’altro della Firenze ermetica, la sua scrittura ha tenuto a esibire l’intelligenza fredda e disperata dell’epigono che si sa tale. Anche letterariamente, insomma, è stato un ultimo erede: nella fattispecie, di quella tradizione per eccellenza moderna che va da Poe a Kafka, da Gogol al surrealismo – la tradizione insieme romantica e algebrica degli incubi e del grottesco, della fantasia nera e della parabola metafisica. Nei racconti di Landolfi questi ingredienti si presentano già al quadrato, partecipano a un gioco di bussolotti al tempo stesso futile e angoscioso. Ecco come Italo Calvino ha descritto il loro schema più tipico: «Attorno a una idea – quasi sempre un’in-

Fu l’erede di quella tradizione, insieme romantica e algebrica, degli incubi e del grottesco, della fantasia nera e della parabola metafisica. Un retroterra complesso, che mise in parodia nei suoi racconti venzione perfida, o ossessiva, o raccapricciante – s’organizza un racconto d’elaborata esecuzione, impostato (...) su una scrittura che solo fingendosi parodia d’un’altra scrittura (non d’un autore particolare, ma come d’un autore immaginario che tutti abbiamo l’illusione d’aver letto una volta) riesca a esser diretta e spontanea e fedele a se stessa».

E già prima di Calvino, Giacomo Debenedetti osservava che «il proprio di Landolfi (...) consiste nel fare il pastiche di un pastiche immaginario. Nello

stabilire, tra sé e il proprio prodotto, il rapporto ironico di uno che riesce a spacciare la sua voce naturale per un falsetto». Quindi, l’autenticità si dà in lui soltanto nelle vesti di un’apparente contraffazione: che è come dire che l’epigonismo è condizione sofferta e radicata in fondo all’animo di Landolfi. La supposta fatalità di questo status ha nei suoi libri una metafora prediletta e ricorrente: quella del tentativo velleitario d’inventarsi un linguaggio ex novo. Nel racconto eponimo del libro d’esordio (il Dialogo dei massimi sistemi, anno 1937), un poeta convinto che l’arte migliore nasca componendo in una lingua straniera prende lezioni di persiano da un capitano inglese, e in persiano scrive i primi versi. Ma il giorno in cui, partito il suo insegnante, decide di procurarsi una grammatica, scopre di aver appreso una lingua che non è affatto la persiana, né alcun’altra conosciuta dai più dotti studiosi in materia. Per somma beffa, intanto, il capitano ha dimenticato la sua stessa invenzione. Il poeta si trova quindi tra le mani un’opera ingiudicabile se non da lui medesimo. Circostanza che nella seconda parte del racconto dà luogo a una querelle critica che è prima di tutto la satira di un crocianesimo ridotto all’assurdo. Variamente declinato, il motivo del codice d’invenzione accompagnerà sempre le fantasie di Landolfi: ad esempio, trent’anni dopo il Dialogo, lo si ritroverà addomesticato alla misura di innocuo divertimento fantastico nel raccontino Parole in agitazione, raccolto tra gli elzeviri di Un paniere di chiocciole. Sintomatico, in ogni caso, è il sentimento di monotonia e frustrazione che i sistemi culturali e linguistici, in cui wittgensteinianamente siamo obbligati a giocare, provocano di continuo nell’autore: ai suoi occhi somigliano infatti alla ripetizione eterna di un insopportabile déjà vu. Come è detto nell’incipit di Des mois, il più lieve e risolto dei diari landolfiani, «è impossibile inventare qualcosa di diverso, non intendo da ciò che è già stato,

ma da ciò che è sempre stato, come è impossibile inventare un gioco nuovo». Ma uscendo di metafora e tornando all’epigonismo, bisogna aggiungere che non si darebbe in Landolfi tanta angoscia, se al sentimento della fatalità non s’accompagnasse il dubbio sulla sua effettiva consistenza: sarà davvero tale, o si tratterà dell’alibi con cui si tenta di giustificare un’opera che si sa mancata – del sofisma con cui si assolve un talento dilapidato, una personale insufficienza fisiologica o morale? Nei diari scritti a cavallo tra gli anni ’50 e i ’60, cioè proprio laddove la vocazione del nostro unico narratore surrealista si sbriciola nell’appunto e nella narcisistica nudità dell’autoritratto, la domanda si fa insieme più filosofica e più sanguinante; mentre quella «mimica del ragionamento» già individuata da Debenedetti si esibisce in una vertiginosa messa in folle della letteratura. Indolente e ossessivo, il loico Landolfi misura la distanza sottile ma incolmabile tra fatto e volontà, tra caso e arte; si tasta la terra sotto i piedi, precipita in quello che gli pare un abisso, e si accorge che invece è la solita pa-

Nella foto grande, un’illustrazione di Michelangelo Pace. In basso, Tommaso Landolfi Poco noto al grande pubblico, è uno dei maggiori scrittori italiani del Novecento lude lutulenta, opaca, asfittica, in cui nulla si crea e nulla si distrugge. Gli restano aperte solo le vie specularmente sterili dell’inconsistenza e dell’ovvietà: il pensiero si morde la coda, il circolo vizioso non si spezza, il sospetto di spreco rimane.

D’altronde, però, Landolfi insiste sul fatto che le cose davvero degne nascono da sé, per pura grazia o – direbbe Savinio – «senza sforzo»: né possono ottenersi con una «buona volontà» da formiche. Tuttavia la questione dell’uso dei talenti resta viva e minacciosa, poiché essi presuppongono appunto una grazia già data e da onorare. In questo senso, è fin troppo trasparente la parabola contenuta nel racconto eponimo di La spada (1942). Renato, ultimo erede scialacquatore di una «illustre prosapia», vive in un maniero di famiglia ormai ridotto a una bottega di rigat-


cultura

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corge che quel che durante la composizione gli era parso geniale è in realtà pedestre: che insomma anche Patrizio è un aborto. E qui, com’è sua abitudine, Landolfi tira via la conclusione con una fretta sardonica ma anche straziata, affermando che i possibili gesti successivi di Stefano – il suo eventuale suicidio o la sua scelta di lasciarsi vivere nella maniera più inerte – hanno poca importanza. L’importante è sapere che la palude quotidiana può sfociare addirittura in una doppia perdita, sul piano della vita come su quello della letteratura. E il peggio non è la fine: bensì l’attesa, la stagnazione. Per questo in Landolfi il calcolato virtuosismo stilistico e la sprezzatura vengono a coincidere nel gesto di chi si gioca tutto: l’idea sembra quella di farla finita, tentando di toccare rapidamente la perfezione e di rapidamente sgorbiarla per paura di riconoscervi un aborto. Ancora Calvino: «il rapporto di Landolfi con la letteratura come con l’esistenza è sempre duplice: è il gesto

C’è in lui il sospetto di un nodo irrisolto, l’angoscia di un’originalità proibita. «È impossibile inventare qualcosa di diverso, come è impossibile inventare un gioco nuovo», scrive nell’incipit di ”Des Mois” tiere. Qui trova una spada abbagliante e sottilissima, capace di fendere col semplice tocco il ferro e la pietra. Un’arma da grandi imprese, insomma: il problema, però, è che lui non sa immaginarne alcuna. Ma «il non potersene, o sapersene, servire non gli toglieva già la responsabilità del posseder-

la». Questa disparità frustrante tra il fulgore dell’arma e la pochezza delle possibili gesta provoca in Renato un impulso distruttivo: dapprima spacca alari e statue di casa, poi taglia a metà gli animali del cortile. Alla fine, impaurito da una fanciulla che gli offre il suo amore, la squarta e la guarda decomporsi: la distruzione diviene autodistruzione, e Tommaso Landolfi nasce nel 1908 a Pico Farnese da l’arma si fa di famiglia nobile. Laureato in lingua e letteratura ruscolpo «smorsa all’Università di Firenze, collabora a diverse riviste ta come cenequali ”Letteratura” e ”Campo di Marte” e a quotidiare». Nel finale ni come il Corriere della Sera. Nel 1937 pubblica l’autore la pa”Dialogo dei massimi sistemi”, raccolta di racconti soragona a una spesi tra il fantastico e il grottesco. che croce, Trascorre l’esistenza tra Roma, Venepassa di mazia e Sanremo, ma non disdegna no in mano qualche breve soggiorno all’estero. portando diAppassionato dal gioco d’azzardo, sgrazia a chi non trascura la scrittura e anzi vi imla trova: e coprime le sue personali ossessioni me non pendeformate secondo la lezione di sare alla forKafka. Si guadagna l’apprezzamento di Giorgio Basmidabile spasani, Mario Soldati, Eugenio Montale e Italo Calvino, da stilistica di che poi curerà un’antologia dei suoi scritti nel 1982. Tommaso Scrive ”La bière du pécheur” (1953), ”Rien va” (1963) e Landolfi, co”Des mois” (1967), e nel 1975 vince il premio Strega stretta a mulicon ”A caso”. Si spegne a Roma nel 1979. Nel 1992, nar nel vuoto Adelphi ha ripubblicato tutte le sue maggiori opere. in un secolo in cui ormai,

l’autore

letterariamente, les jeux sont faits? Ma l’autore sa essere verso se stesso ancora più impietoso. Lo si può verificare leggendo, nella raccolta del 1962 intitolata In società, il racconto I due figli di Stefano.

Qui il protagonista sposa una ragazzina, e mentre nel grembo di lei cresce un feto già battezzato col nome di Andrea si dedica all’altro suo figlio, quello letterario, che pure è allo stato embrionale: un poema drammatico imperniato su un avo a nome Patrizio (il pensiero va subito al Landolfo VI di Benevento). Ma i figli si oppongono l’uno all’altro, quasi invocando da lui una drastica scelta: quando corre a dar corpo a Patrizio, ecco che Andrea fa soffrire la madre. Questo contrappunto culmina il giorno in cui Stefano, ispirato, termina il poema senza curarsi delle urla che giungono dalla stanza vicina. Quando accorre, accanto alla moglie moribonda trova un mostriciattolo che spira davanti ai suoi occhi. Agghiacciato, si consola pensando che gli resta pur sempre il figlio di carta. Ma rileggendo il suo poema si ac-

di chi impegna tutto se stesso in ciò che fa e nello stesso tempo il gesto di chi butta via».

Non a caso, lo scrittore dà l’idea di volersi subito sbarazzare dei temi che affronta, come di un cibo succulento ma già sul punto di divenir guasto; o se si preferisce come d’una spada tagliente e luminosa di cui prevede la metamorfosi in cenere. Infatti i racconti di Landolfi non scorrono: precipitano. Ogni cosa ci sfila davanti agli occhi e scompare prima di assumere un profilo integro. D’altronde, si tratta di cose già “culturalizzate” altrove: più che apparizioni, quindi, sono riapparizioni (distorte, spettrali, allucinate). Fino a Cancroregina, il racconto del ’50 in cui il viaggio spaziale si rivela per funebre monotonia del tutto omologo a quelli terrestri, questa rapidità si rapprende in alcune esemplari prove narrative, costruite spesso sull’improvvisa impennata surreale o spettrale di una situazione domestica: dalla Pietra lunare (1939), in cui la donna-capra Gurù orchestra un sabba nel cuore del centro Italia, al coevo Mar delle blatte, dove i rapporti erotici e familia-

ri si trasfigurano in un sogno d’onnipotenza che mostra subito il suo rovescio ripugnante; dalle quasi palazzeschiane Due zitelle (1946) al gotico Racconto d’autunno (1947). Poi, nel periodo compreso tra le prose miste di Ombre (1954) e i meravigliosi Tre racconti (1964), l’implicito si fa esplicito, e il surrealismo si muta in esistenzialismo – sebbene sempre sui generis. Finché negli anni ’70 Landolfi propone una drastica reductio alla futilità sia del Surreale che dell’Esistenziale (e arrivano gli esili castelli sofistici di Le labrene e A caso).

D’altra parte, in tutte le fasi tornano le stesse ossessioni. Si veda ad esempio il motivo del perturbante, concretizzato nei piccoli misteri domestici che non vale la pena sciogliere con la ragione, e che vengono quindi affidati alla semplificazione provvisoria del soprannaturale. O si veda il motivo della deformità nascosta (una gamba artificiale, un seno mostruoso) che trasforma l’amore in una pietà fastidiosa, pronta a ribaltarsi in sadismo davanti a esseri più ottusi o inermi: la serva di Maria Giuseppa, il topo di Mani (che ritorna in una delle sensuali e bellissime poesie di Viola di morte), il rospo di La paura. Talvolta, come nel racconto La beccaccia, le bestie sono messaggeri e sostituti di Eros e Thanatos: anche in virtù di quel mutismo che, secondo l’esempio del primo dei Tre racconti, è già di per se stesso un marchio di sottomissione e morte. Alla fine, chi ha sott’occhio buona parte della produzione di questo grande stilista non può non notarne la vischiosa coerenza, simile a una coazione o a una condanna. Da un capo all’altro, quella di Tommaso Landolfi è una disillusa stenografia dei miti moderni. E se i suoi simboli riecheggiano Kafka o i russi da lui amorosamente tradotti, Poe o i contemporanei francesi, sono pur sempre ricamati sulla stoffa italiana dello zibaldone, dell’operetta stravagante che gira a vuoto intorno al «vuoto tormentoso» dell’esistenza (anche quando mima il finto trattato, Landolfi non offre mai lisce geometrie alla Borges). Senza dubbio è connaturato a questi segni stenografici il fantasma di un’opera non realizzata: ma proprio questo spettro dimostra che Landolfi ha giocato con le aporie del ’900 una partita molto più consapevole e serrata di chi ha montato sul Nulla una pur nobile ma ipertrofica ars retorica (vedi Manganelli). Se resta più moderno di tanti presunti nichilisti oggi in voga, è perché ha sempre saputo che «Rien va» non può diventare una poetica qualunque tra le altre o un sontuoso motto araldico: ma è solo, e assai più terribilmente, il certificato di una malattia letteraria terminale.


cultura

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Mostre. A Berlino, fino a dicembre 2010, la personale dedicata al grande fotografo nato in Germania, ma di nazionalità australiana

La seconda vita di Helmut Newton di Andrea D’Addio

A fianco e in basso, alcuni scatti del grande fotografo Helmut Newton, attualmente in mostra a Berlino, fino al primo dicembre 2010

BERLINO. «Tutto ciò che è bello, è falso: il prato all’inglese più bello è quello di plastica». Così annotò una volta sul proprio taccuino Helmut Newton. Scrisse di lui il celebre stilista Karl Lagerfeld: «Poiché non sa disegnare, annota tutto quello che vorrebbe mettere nelle nuove foto e utilizza uno stile telegrafico che nessun altro riesce a decifrare, su fogli dove sono già scritti numeri di telefono, indirizzi di alberghi, date e luoghi di appuntamenti». Potrebbero essere sufficienti queste poche citazioni a descrivere la personalità di uno dei più importanti fotografi di sempre, padre di quel provocante linguaggio fotografico su cui ancora oggi le più importanti firme della moda basano le proprie campagne pubblicitarie e di comunicazione in generale. Prova ne è la mostra Sumo, allestita in questi giorni fino al primo dicembre 2010 presso il museo della fotografia di Berlino. L’occasione è la celebrazione del decimo anniversario dell’omonimo libro, il più voluminoso mai realizzato nell’editoria moderna (30 kg, 480 pagine da 70x50 cm). Un lavoro che cercò di racchiudere tutto l’estro dell’artista: dalle celebri fotografie di moda, ai nudi, ai ritratti di personaggi famosi. La tiratura fu di sole 10.000 copie, tutte numerate e firmate dall’artista. Il prezzo originale era di circa milleseicento dollari e comprendeva un tavolino d’appoggio appositamente disegnato da Philippe Starck. Tre anni di lavoro che curò soprattutto la moglie di Helmut, June Newton, che per l’occasione se-

perseguire un carriera ricca di ostacoli, non si aspettava che di lì a poco sarebbe stato vittima di un tragico incidente a Los Angeles. Ad ottantaquattro anni, per la prima volta divenne lui l’obiettivo di migliaia di flash: sullo sbandamento della sua auto per giorni circolarono sospetti di sabotaggio (poi rivelatisi infondati). Ri-

di Weimar che nell’adolescenza divennero quelli di Adolf Hitler. Studiò alla scuola americana finché non ne venne espulso: leggenda vuole che in classe fotografasse di continuo, il suo primo apparecchio l’aveva acquistato a soli dodici

L’occasione è la celebrazione del decimo anniversario dell’omonimo libro, il più voluminoso mai realizzato (30 kg, 480 pagine da 70x50 cm). Un lavoro che cercò di racchiudere tutto l’estro dell’artista tacciò l’archivio del marito inserendo gli scatti più noti apparsi sulle riviste e originali mai pubblicati. Una collezione che ora viene parzialmente riproposta in quel Museo della fotografia berlinese che da alcuni anni è diventato una sorta di galleria monotematica su Helmut Newton, grazie alla creazione della “Helmut Newton Foundation”. Quando nel 2003 il fotografo di nazionalità australiana, ma nato e cresciuto nella capitale tedesca, diede vita ad un’istituzione che raccogliesse tutti i suoi lavori e stimolasse al contempo i suoi giovani colleghi a

schiò così di arrestarsi quasi sul nascere quella sorta di riavvicinamento alla propria città natia (poi è portato avanti dalla moglie June) che era iniziato con la Fondazione. La storia di Helmut Newton è quella di un uomo che ha fatto di una fugacità imposta dalla storia il concetto stesso del proprio lavoro. Una foto è un attimo, e lui non ne scattava mai due uguali.

Nacque nel 1920 a Berlino come Helmut Neustädter da genitori ebrei impegnati nel campo della produzione di bottoni. Erano i tempi della repubblica

anni. Cominciò allora a lavorare come assistente di Yva (nome d’arte di Else Simons), celebre fotografa dell’epoca, imparando i primi rudimenti del mestiere. A soli diciotto anni le leggi razziali lo costrinsero alla fuga. I genitori lo imbarcarono da Venezia per la Cina, lui riuscì ad arrivare solo a Singapore dove lavorò per un giornale locale. Quando venne a sapere che l’amica e maestra Yva era stata internata ad

Auschwitz (dove morì), decise di arruolarsi con il vicino esercito australiano. Il suo ritorno coincise con la decisione di allontanare il più possibile le proprie origini tedesche (per le quali era stato anche internato, in quanto sospetto, prima di partire per la guerra). Cambiò il cognome nel più inglese Newton, così come ancora oggi è conosciuto in tutto il mondo. Prese la nazionalità australiana, si trasferì a Parigi, si sposò (con la fotografa June Brown conosciuta come Alice Springs). Nonostante i tanti servizi di moda realizzati a Berlino negli anni ’60 e ’70, mai decise di ritornare stabilmente in Germania.

Troppo presente la cicatrice del passato, quel muro che caratterizzava ovunque un panorama che sarebbe stato sempre al centro dei pensieri di chi ha fatto dello sguardo la propria ragione di vita. Sono pochi, pochissimi, gli scatti di “Sumo” che non abbiano al centro modelle o personaggi celebri: uno di questi, realizzato durante un servizio di moda per Vogue, è una visione dall’alto, in profondità, del muro e della striscia della morte. Un bianco e nero mai pubblicato che testimonia quanto le luci del glamour non avessero scalfito l’inquietudine di chi sa dentro di sé che non tutto è ancora davvero al posto giusto. La “Helmut Newton Foundation” nacque da queste premesse, un “regalo” alla propria città finalmente pronta a vivere il presente senza aver paura di ciò è stato. Mentre, a rotazione, delle mostre temporanee occupano il primo piano dell’edificio vicino alla stazione dello Zoo, le tre grandi sale del pian terreno ospitano una raccolta perenne di oggetti appartenuti al fotografo, una serie di video realizzati mentre era al lavoro, una ricostruzione fedele dello studio a Montecarlo, una rassegna stampa internazionale sulla notizia della sua morte e tanti altri cimeli e scatti divenuti celebri. Un diario in esposizione nonché corrispondenza varia mostrano come l’agenda del fotografo fosse già piena di appuntamenti nei mesi che sarebbero arrivati dopo il suo decesso. «Spesso mi capita di soffrire d’insonnia. Forse ho visto troppe immagini in vita mia per poter dormire tranquillo» disse una volta durante un’intervista. Impossibile quindi non immaginarlo, ovunque si trovi ora, con il proprio obiettivo a fotografare un mondo forse ancor più ricco di bellezza.


spettacoli iciamolo subito. Running For The Drum, primo disco di studio di Buffy Sainte-Marie in diciotto anni, non è un capolavoro. Troppo indeciso tra un passato glorioso (l’ipnotica Little Wheel Spin And Spin dava il titolo a un suo album del 1966) e un modernismo a volte un po’ impacciato. Però incute ammirazione e rispetto, Buffy è un totem della nazione indiana oltre che un’energica donna di sessantotto anni dalla voce e dal fisico miracolosamente integri: prima cantautrice pellerossa a varcare i confini della notorietà regionale per diventare una delle più apprezzate voci femminili della sua epoca, gli anni Sessanta del Greenwich Village e del Newport Folk Festival, di Joan Baez e di Joni Mitchell. Con la prima condivide l’impegno civile, con la seconda la sensibilità artistica a tutto campo (entrambe amano dipingere) e le origini canadesi: Joni angelica e diafana, Buffy corvina e con un vibrato capace di fendere le nebbie mattutine e trapassare i cuori.

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sintetizzatori (nell’album Illuminations, 1969), forse la prima in assoluto a usare un modem per consegnare i provini al suo produttore, quando Internet era ancora un misterioso vocabolo da glossario tecnico.

D

Nata nella riserva indiana di Piapot Cree, nella Qu’Appelle Valley del Saskatchewan, allevata nel Maine da una coppia di genitori adottivi, riaccolta nella tribù da un figlio del Grande Capo Piapot: una vita movimentatissima, la sua, scandita da tre matrimoni, copertine sui giornali e fughe nell’anonimato, battaglie civili e prese di posizione inequivocabili nel periodo caldo della contestazione giovanile e delle rivolte delle minoranze etniche statunitensi. Finì nella lista nera dei nemici dell’America: a un certo punto i suoi dischi nei negozi non si trovavano più, e lei racconta di una lettera ufficiale con il timbro della Casa Bianca con cui il presidente Lyndon B. Johnson in persona si congratulava con le radio che l’avevano censurata. Volevano farne una bambolina sexy ed esotica («una Pocahontas con la chitarra»), invitarla ai talk show di massimo ascolto per cantare le sue canzoni più suadenti e melodiche (Until It’s Time For You To Go, incisa anche da Elvis Presley e Barbra Streisand, da Bobby Darin e da Neil Diamond) ma col divieto di parlare del suo popolo oppresso, confinato in aridi fazzoletti di terra privi di risorse naturali. Rifiutò perché era una «cantante di protesta», che metteva il dito sulla piaga della condizione pellerossa (My Country ‘Tis Of Thy People You’re Dying, Now That The Buffalo’s Gone, He’s An Indian Cowboy In The Rodeo) e della guerra in Vietnam (Universal Soldier, portata al successo da Donovan che molti credettero esserne l’autore). Dentro e fuori dal business, coc-

Musica. Nuovo album in studio (dopo 18 anni) di Buffy Sainte-Marie

Il ritorno del totem della nazione indiana di Alfredo Marziano

È stata la prima cantautrice pellerossa a varcare i confini regionali per diventare una delle voci femminili più apprezzate degli Usa

colata e ostracizzata dall’establishment, fotografata a fianco dei potenti della terra (la regina Elisabetta, Hillary Clinton, gli alti funzionari dell’Onu) e ai pow wow della sua tribù, nelle modeste dimore della sua famiglia ritrovata.

Anche con Hollywood visse un’episodica ma intensa storia d’amore: sua la canzone che apre l’hippy movie Fragole e sangue (una cover di The Circle Game della Mitchell, che fu anche uno dei suoi più grandi

successi), suo il tema conduttore di Soldato blu, uno dei primi film western dalla parte degli indiani. Ma sua, anche (in comproprietà con Will Jennings e l’ex marito Jack Nitzsche), la ballatona romantica Up Where We Belong, che affidata alle voci di Joe Cocker e Jennifer Warnes contribuì alle fortune di Ufficiale e gentiluomo e di Richard Gere. Avrebbe potuto accomodarsi nel cliché, ha deciso diversamente segnando per sempre la sua sorte commerciale. Tra le primissime artiste pop a usare i

Una vita movimentatissima, quella di Buffy Sainte-Marie, scandita da tre matrimoni, copertine sui giornali e fughe nell’anonimato, battaglie civili e prese di posizione inequivocabili nel periodo caldo della contestazione giovanile

Votata ai computer e all’arte digitale, all’insegnamento e all’intrattenimento per bambini (per cinque anni, tra il ’76 e l’81, condusse il celebre programma tv Sesame Street: allattando in diretta, durante una delle puntate, il figlio neonato). Da anni, accanto al nuovo compagno Chuck Wilson, vive in una fattoria nelle Hawaii, ad allevare caprette e coltivare ortaggi. Ma è figlia degli anni Sessanta, di una generazione inquieta e vagabonda per cui il movimento è un imperativo esistenziale. E non ci pensa due volte a spiccare il volo dal nido per portare nel mondo la voce dei nativi americani e il verbo della religione Bahai a cui aderisce dagli anni Settanta, collezionare premi alla carriera e cantare le sue canzoni, davanti al Campidoglio di Washington per il 150° anniversario dello Smithsonian Institute o in un piccolo club insieme ai Sadies, giovani country rockers alternativi che la adorano come tanti colleghi più blasonati (Robbie Robertson della Band, altro canadese e lui pure di sangue pellerossa). Musicista, pittrice, artista visuale, attivista, pacifista, educatrice, ambasciatrice della Indian Nation, lontano dai riflettori e dalle pagine dei giornali ha continuato a fare, produrre, creare, parlare, suonare. Con i suoi difetti, le ingenuità e i tentativi a volte forzati di restare al passo coi tempi Running For The Drum è la fotografia sincera e fedele di una vita e di una carriera: i canti indiani da pow wow e il pop radiofonico, il sound di New Orleans (con un cameo di un vecchio amico e santone, Taj Mahal) e il folk blues, il jazz da ore piccole e il rockabilly del primo Elvis, gli inviti al risveglio delle coscienze e gli attacchi agli speculatori edilizi, le frecce avvelenate contro la Cia e gli unguenti miracolosi dell’amore, l’omaggio ai piccoli eroi quotidiani che assistono i malati di Alzheimer e demenza senile e la sua personale rilettura di America The Beautiful, standard patriottico riveduto e corretto con parole che pesano come piombo («America, America/Dio riversi la sua Grazia su di te/fino a che il profitto egoistico non macchierà più/la bandiera degli uomini liberi»). L’ha cantata dal vivo alla Nasa, sette anni fa, in occasione della prima missione spaziale di un astronauta pellerossa, il comandante John Herrington. Uno che, come lei e in nome di un popolo intero, ha spiccato il volo oltre i confini claustrofobici delle riserve.


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale a cura di Pierre Chiartano

da ”Haaretz” del 15/07/2009

Come on «Johnny»! di Amos Harel hud Barak, il ministro della Difesa israeliano, è intervenuto direttamente nella vicenda delle rivelazioni di alcuni soldati di Tsahal, l’esercito coinvolto nelle operazioni a Gaza. Ha criticato l’organizzazione umanitaria israeliana che ha pubblicato la testimonianza di alcuni militari che avevano partecipato all’operazione Cast Lead. Secondo quanto riportato dalle loro dichiarazioni i militari avrebbero usato civili palestinesi come scudi umani, durante alcune perquisizioni nel conflitto di Gaza lo scorso gennaio, sebbene l’Alta corte israeliana avesse giudicato questa pratica fuorilegge.

E

«È sbagliato criticare pubblicamente l’operato dell’esercito (Idf)» ha affermato Barak. «Qualsiasi critica, commento o riserva sulla condotta delle forze armate deve essere indirizzata al sottoscritto, in qualità di ministro della Difesa, e al governo che ha ordinato all’Idf di ripristinare la pace e la sicurezza a sud d’Israele». La storia di un soldato della brigata Golani, è apparsa questa settimana nella rassegna pubblicata da Breaking the silence, un’organizzazione che raccoglie testimonianze di militari su abusi e violazioni dei diritti umani condotte dall’Idf. Lo stesso soldato ha confermato i fatti a un reporter di Hareetz. Il militare ha raccontato che la sua unità ha utilizzato una variante di questa pratica, la cosiddetta «neighbor procedure» (che potrebbe tradursi con «procedura del vicino di casa», ndr), quando si trattava di andare nelle abitazioni dei militanti palestinesi. Ha affermato di non aver visto personalmente praticare la procedura, ma di averne sentito parlare dai propri ufficiali. Il portavoce dell’esercito di Gerusalemme, da

parte sua, ha ribadito che «l’Idf si rammarica del fatto che un’organizzazione umanitaria, abbia reso pubblico al Paese e al mondo un rapporto che contiene un’anonima e generica testimonianza, senza aver attuato un controllo sulle informazioni e sulla loro attendibilità. E senza aver permesso all’Idf – come metodo d’imparzialità – di verificare i fatti e di rispondere prima della loro pubblicazione». Le accuse del militare riguarderebbero le operazioni effettuate nella parte est di Gaza city. Si tratta di un sergente maggiore che afferma che la sua unità, come altre, utilizzavano i palestinesi per controllare gli appartamenti sospetti. Il metodo veniva anche chiamato «Johnny», usando la terminologia militare per definire i civili palestinesi. Un sistema in voga nel’esercito, durante la seconda Intifada, prima che, nel 2005, fosse dichiarato illegale dall’Alta corte di giustizia. Ogni casa dove si pensava ci fossero occupanti armati, veniva circondata. L’obiettivo era quello di farne uscire gli occupanti vivi. Il testimone ha affermato di essere stato presente a molte di queste operazioni. Una volta il suo comandante gli raccontò di un incidente con tre palestinesi armati dentro una edificio. Fu mandato una prima volta un civile a controllare. Poi fu ordinato un attacco con un elicottero. Quindi rimandato dentro il «vicino» per una ulteriore verifica: due erano morti, il terzo era ferito. Fu poi mandato un bulldozer per cominciare a sfondare la pareti dell’edificio. Il miliziano ferito è stato consegnato allo Shin Bet (servizio se-

greto interno). Occasionalmente a questi civili venivano date delle mazze ferrate per sfondare i muri e permettere ai militari di entrare in sicurezza nelle case. Si temeva che le porte fossero protette da trappole esplosive.

Il militare della Golani ha però affermato che non gli risulta che nessun civile sia mai stato dotato di strumenti per aprire varchi o che sia stato costretto a farlo sotto la minaccia delle armi. Si è parlato anche di palestinesi civili usati come scudi umani, ma si tratta solo di racconti riferiti da altri al sergente maggiore. Il portavoce dell’Idf si è detto convinto che Break the silence non abbia alcuna intenzione di aprire un contraddittorio per arrivare alla verità. Ha comunque invitato ogni soldato e ufficiale a fare rapporto su ogni episodio che abbia comportato «una violazione delle procedure codificate dall’esercito, specialmente nel caso abbiano causato il ferimento di civili».

L’IMMAGINE

G8: i complimenti di Obama e i sorrisi di Gordon Brown I complimenti di Obama, prolungati da un Gordon Brown sorridente; l’impressione più rimarcante di vedere questi personaggi passeggiare tra le macerie come se si trattasse di uno scenario surreale, di un film sulla fine di una guerra planetaria. Una grande abilità del governo di creare una struttura capace non solo di accogliere ma di impressionare; come la statua nell’ingresso del salone principale posta sopra un piedistallo antisismico.Tante buone intenzioni, tanti principi di intesa, ma nessun accordo sostanziale capace di dare vigore alle riprovazioni per la violazione dei diritti dell’uomo. Ancora una volta la colpa non è del premier, né di Obama, ma della indissolubile e approssimata disunione che esiste tra i vari Paesi del G8, e che porta come prima necessità dell’incontro, quella di annusarsi senza attaccarsi. La cosa migliore resta comunque l’accorato plauso di Obama e lo sguardo triste e commosso di chi ha incontrato il fantasma strutturale di Onna, come una civiltà antica che si è persa nel tempo.

Letizia Rupe

PERVICACE RADICAMENTO CATTOCOMUNISTA Permane il radicamento cattocomunista. Valga l’esempio di Padova città, dove ha vinto ancora la coalizione di sinistracentro, guidata da sindaco ex funzionario Pci, presente in consiglio comunale dal 1975 e più volte “primo cittadino”. Una lista civica di appoggio si è definita pomposamente “Innovazione”, ma questa è conservazione pura. Padova – lungamente dominata dal potere ingessato dell’unilaterale cattocomunismo – avrebbe meritato pluralismo, novità, varietà, cambiamento e alternanza. Moltitudini di cittadini seri, operosi, risparmiatori e responsabili votano “centro-destra”,

ingiustamente accusato d’edonismo da avversari. Edonista è piuttosto la sinistra, con le sue frequenti feste effimere. La sinistra è estremamente politicizzata e bramosa di potere. Dispone d’una numerosa e accanita schiera di “cellule” e “agitatori propagandisti”, cocciuti e insistenti nel promuovere i propri candidati, con sistematica presenza nei media, contatti diretti, volantini a casa del cittadino, manifesti, banchetti ai crocicchi popolati, bandiere, ”presidi” di seggi con rappresentanti di lista sempre presenti, ecc. Ha elettori ubbidienti e fedeli, che accorrono in massa ai seggi elettorali. Ha il miraggio invidioso di spartirsi risorse tolte ai ricchi (o supposti ta-

Frittelle da record Fame da lupi? Forse quello che ci vuole è una frittella come questa, cucinata lo scorso maggio alla Fiera del Cibo di Shenyang, in Cina. Una prelibatezza di 2 metri di diametro da gustare con bacchette adeguate, lunghe più di 6 metri. Anche se il titolo ufficiale di frittella più grande del mondo spetta a un manicaretto di 4 metri di diametro realizzato a Castel di Lama, nelle Marche

li). Autorevoli esponenti cattocomunisti lamentano la collocazione in punti strategici della città di telecamere, come pure di poliziotti di quartiere: affermano di non volere la città “militarizzata”. Così ostacolano il controllo e la repressione di malavita e reati. In favore del candidato di sinistra centro v’è stata una fortissima mobilita-

zione di parrocchie, associazioni e ambienti ecclesiastici. Un autorevole esponente della Chiesa padovana ha duramente attaccato la politica migratoria del governo: «impressiona l’enorme miopia dei nostri governanti sul problema». Si tratta di valutare se esponenti della Chiesa vogliano ridurla a “mera carità”, a una sorta di “partito

socialista spinto”, alla ricerca del paradiso terrestre. Se vogliano caricare l’Italia dell’accoglienza assistenzialistica illimitata di qualunque straniero, senza indicare i mezzi per farvi fronte (cfr. Costituzione, art. 81). Se pretendano l’infallibilità e l’intoccabilità, continuando a criticare.

Gianfranco Nìbale


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Quel senso di pudore che solo tu conosci... Mia carissima Tatiana, per piacere, scrivi tu a Giulia: non riesco a vincere quel senso di pudore di cui ti ho parlato; sono rimasto molto felice di sapere le buone notizie su Delio e Giuliano; aspetto le fotografie. L’indirizzo da tre usato è ottimo: qui la posta funziona semplicemente, perché io vado allo sportello a domandare come alle fermo in posta e a Ustica esiste un solo ufficio postale. A proposito dei telegrammi inviati, quello di Roma annunziante la mia partenza sapevo con quasi certezza sarebbe arrivato tardissimo, ma volevo far sapere la notizia e non escludevo che potesse essere utile per un colloquio nel caso che il ricevente avesse saputo che era possibile venire fino alle 11 di notte. Di cinque partenti, il solo Molinelli, che ha viaggato sempre con me, ha ricevuto la visita della moglie alle 11 precise, gli altri nulla. Carissima Tatiana, se non ti avevo ancora scritto, non devi credere che ti abbia neppure per un minuto dimenticata e non abbia pensato a te; la tua espressione è esatta, perché ogni cosa che ricevo e in cui vedevo in rilievo il segno delle tue care mani era più che un saluto, era anche una carezza affettuosa. Avrei voluto avere l’indirizzo della Marietta; forse vorrei scrivere anche alla Nilde: che te ne pare? Antonio Gramsci a Tatiana

ACCADDE OGGI

IL VIZIETTO C’è stato qualche apprezzabile cambiamento in meglio quanto ad abbigliamento e financo quanto ad eloquio, ma non appare ancora del tutto esaurita la lunga transizione degli ex fascisti verso i verdi pascoli della Democrazia. Prendiamo, per tutti, il caso del più berlusconiano dei ministri, quell’Altero Matteoli, già noto negli ambienti livornesi per il suo carattere sanguigno ed aggressivo, ora alla guida del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Sotto l’apparenza di un tranquillo borghese ormai sazio ed appagato, Matteoli, quando gli girano i santissimi, dimostra di essere il duro e puro di sempre, e passa alle maniere forti, senza rispetto per le procedure e le persone. C’è poi, nei suoi atteggiamenti e nelle sue decisioni, una certa coazione a ripetere che ne dimostra lo spirito pugnace e combattivo. L’uso delle soluzioni commissariali, quasi a dimostrare, irridendosi di tutto e di tutti, come si deve fare quando si comanda, sembra essere l’arma preferita. Così è avvenuto, paro paro, durante la sua gestione del ministero dell’Ambiente, con un suo fedelissimo nominato e rinominato commissario del parco dell’Arcipelago Toscano, in barba alla norma che prevedeva l’intesa con la Regione Toscana (ora, invece, è scoppiato l’amore per Martini, Conti e C. il cui assenso è necessario per rea-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Stefano Zaccagnini (grafica)

16 luglio 1950 A Rio de Janeiro, l’Uruguay si laurea per la seconda volta campione del mondo di calcio, battendo clamorosamente nella gara decisiva del girone finale il Brasile padrone di casa 1951 Viene pubblicato il romanzo Il giovane Holden di J. D. Salinger. 1957 Il maggiore dei Marines John Glenn fa volare un jet supersonico F8U dalla California a New York in 3 ore, 23 minuti e 8 secondi 1965 Inaugurato il traforo del Monte Bianco, alla presenza di Giuseppe Saragat e Charles de Gaulle, presidenti di Italia e Francia 1969 Programma Apollo: parte l’Apollo 11, che porterà l’uomo sulla Luna 1979 Iraq: il presidente Ahmed Hasan Al Bakr si dimette, lasciando il posto a Saddam Hussein 1990 Nelle Filippine, un terremoto del grado 7,7 della scala Richter uccide più di 1.600 persone 2005 Oriana Fallaci pubblica Il nemico che trattiamo da amico, il suo ultimo articolo sul Corriere della Sera

lizzare l’autostrada tirrenica), salvo poi, alla fine, quando proprio era chiaro al colto ed all’inclita che si era in una condizione di palese illegittimità, sostituirlo con un altro commissario, nella persona di un suo segretario particolare. Così oggi, alle prese con la necessità (per pressioni e motivi politici) di cacciare il presidente dell’Autorità portuale di Bari, il “rosso” sindacalista Franco Mariani voluto dal’ultrarosso Nicky Vendola, cosa ti inventa di nuovo l’ineffabile Matteoli? Nomina un commissario con motivazioni degne di miglior causa e con una operazione così maldestra da fra dubitare dell’intelligenza del ministro e dei suoi collaboratori. E chi se ne impippa se il Tar della Puglia, come già quello della Toscana, sospende la nomina! Che si fa? Si ignora tranquillamente la decisione della magistratura amministrativa, sostenendo, con fare berlusconiano, che il potere viene direttamente dal Popolo e che queste sovrastrutture intermedie non devono assolutamente disturbare il manovratore, altrimenti sono guai. Il “vizietto” per troppo tempo represso e conculcato così torna a galla… ed il doppiopetto nell’armadio. Così, di commissario in commissario, anche Matteoli diventa decisionista. Che sia questa la strada individuata per diventare presidente del Consiglio se le “circostanze” convinceranno il Cavaliere a fare un passo indietro?

LA CONVIVENZA FRA CULTURE DIVERSE NON È IMPOSSIBILE Mi scuserà Marina Rossi, presidente dei Circoli Liberal Città di Milano per il titolo provocatorio che ribalta il suo del 7 luglio. Rinvio alla sua lettura perché è indispensabile per comprendere ciò che scrivo. Non ne condivido la logica che conduce a criticare le ronde padane. Nel senso che ritengo che altre debbano essere le argomentazioni e che anzi quelle esposte rafforzino il senso delle ronde. Per ragioni di spazio riporto il mio pensiero in modo schematico: 1. È assurdo l’imbarazzo dei giudici francese nel giudicare il padre musulmano che ottemperando ai dettami religiosi con un coltello da cucina aveva tagliato le grandi labbra della figlia che non aveva ancora tre mesi. 2. Locke aveva ben spiegato che i magistrati si devono occupare solo di cose “indifferenti” (rispetto ai temi religiosi). I principi della legislazione occidentale moderna impedisce a chicchessia di martoriare per qualsiasi ragione il corpo di un minorenne. 3. La libertà religiosa è la madre di tutte le libertà ed è tale solo quando il magistrato non entra nel merito di come un uomo venera il proprio Dio. Questo vuol dire che le modalità di praticare la propria religione si devono adattare alle leggi del Paese in cui si vive e che seguono i principi della tolleranza religiosa. 4. Per questa ragione Locke riteneva all’epoca non dovesse essere praticata la tolleranza religiosa nei confronti dei “Papisti”, in quanto questi non lo erano verso le altre religioni. Sappiamo tutti che da questo punto di vista, sia pur lentamente, le idee dei “Papisti” sono cambiate e non i principi dello Stato laico. 5. Tutto ciò dovrebbe far riflettere il mondo religioso quando incautamente utilizza termini impropri in molte circostanze importanti, quando si critica lo Stato laicista o il relativismo. Sarebbe più utile, al fine di non avere rifiuti pregiudiziali che compromettono le conclusioni il più delle volte invece condivisibili, di Stato areligioso o ateo o intollerante o di relativismo nichilista: chi più della Chiesa, per sopravvivere, è stata nella sua dottrina così permeata da un metodo di relativismo progressivo? 6. Le ronde padane non possono mettere in crisi la colonna portante istituzionale basata sul concetto che solo lo Stato ha la legittimazione dell’uso della violenza. 7. Questa non è una caratteristica che distingue gli stati democratici da quelli totalitari. A prescindere quindi dal tipo di regime, l’assegnare allo Stato l’uso della violenza significa il superamento della vendetta privata come strumento di giustizia. Se da una parte in uno Stato libero tutti si possono associare per ragioni di legittima difesa, com’è un diritto anche del singolo cittadino, la violenza è esclusiva dello Stato quando si deve eseguire, dopo il giudizio con un giusto processo, una sentenza. 8. Pertanto finché non saranno legalizzati anche i tribunali padani, le argomentazioni portate da Marina Rossi non solo non sono valide, anche se stimolanti, ma addirittura rafforzano il senso delle guardie padane. Leri Pegolo CIRCOLO LIBERAL PORDENONE

Giordano Lanteri - Roma

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2009_07_16  

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