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Sono le azioni che contano.

di e h c a n cro

I pensieri, per quanto buoni, sono perle false fintanto che non vengono trasformate in azioni

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Gandhi di Ferdinando Adornato

QUOTIDIANO • VENERDÌ 26 GIUGNO 2009

Il Governatore prevede: il Pil scenderà a -5% La Corte dei Conti: la corruzione sempre più grave

Draghi insiste: «Riforme subito, la crisi è come il terremoto» di Franco Insardà

ROMA. La crisi è drammatica come il terremoto: è questo il concetto che Mario Draghi ha evidenziato ieri a L’Aquila, presentando le Note regionali annuali sull’economia della regione nel 2008: «Siamo nel mezzo di una crisi mondiale che per certi aspetti di drammacità di rapidità e di intensità richiama il sisma del 6 aprile scorso». Il governatore della Banca d’Italia ha fatto una previsione in linea con quelle di organismi internazionali come Ocse e Fmi: «Se la situazione non si aggrava l’economia italiana nell’anno in corso accuserà una contrazione del 5 per cento». Draghi ha ribadito che per uscire dalla crisi occorrono le seguenti condizioni: la tenuta dei consumi e quella del mercato del lavoro o comunque la capacità di spesa anche in presenza di una crescita della disoccupazione. «Per la tenuta dei consumi - ha osservato - è essenziale che tenga il mercato del lavoro. Si registra un aumento della disoccupazione in Abruzzo, come abbiamo visto nel rapporto, ma che continua a crescere in tutta Italia». E gli interventi di salvataggio negli altri Paesi sulle banche «hanno sostanzialmente impedito che la crisi del credito e dell’industria dei servizi finanziari si avvitasse con una serie di fallimenti bancari come è avvenuto nel ’29 e nel ’30».

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

IL BRACCIO DI FERRO A TEHERAN

Intelligence, potenziamento di Internet e dei telefoni satellitari, un fondo di solidarietà come al tempo di Walesa, nettezza di posizioni politiche. Ecco cosa dovrebbe fare l’Occidente per l’“Onda verde”. Intanto Ahmadinejad attacca Obama: «È come Bush». E l’Italia: «Ci ha mentito sul G8». Ma cento dei suoi deputati disertano la festa della sua “elezione”…

Una Rete per l’Iran (ricordandoci di Solidarnosc) alle pagine 2, 3, 4 e 5

segue a pagina 8 8-9

SERVIZI ALLE PAGINE

Nelle altre tracce: Svevo, la cultura giovanile, internet e i social network

Messaggi rivolti all’interno: nulla sull’Italia

La strana sfida di Franceschini e Bersani: Nel tema storico considerato un “regime” diverso dalla monarchia parlano solo del Pd

Maturità con gaffe sul fascismo

Italo Svevo, con l’analisi de La coscienza di Zeno per la traccia letteraria, il fenomeno dei social network per quella d’attualità. E poi la “gaffe” storica con il tema su “monarchia, fascismo e repubblica”, l’innamoramento e la cultura giovanile. Ecco le tracce dei temi che ieri hanno impegnato 500mila studenti.

di Antonio Funiciello eri Claudia Mancina sul Riformista ha centrato l’attenzione sul vizio di utilizzare i giovani da parte di leader politici bisognosi di rinfrescare la propria immagine. E, in effetti, colpisce che l’unico elemento in comune dei due interventi con cui Dario Franceschini e Pierluigi Bersani si sono candidati alla guida del Pd sia stato il riferimento ai tanti giovani che avrebbero coinvolto. Interventi vaghi sui contenuti, che sono apparsi più rivolti alla comunità interna del partito che non all’Italia tutta. Il riferimento ai giovani è sembrato così il solo tentativo di collegamento al Paese, attraverso appunto il ponte generazionale. Ma chi sono i giovani di Franceschini? E quali quelli di Bersani? Subito dopo le dimissioni di Veltroni, quattro mesi fa, un gruppo di dirigenti politici democratici (mediamente quarantenni) sottoscrisse un documento dal titolo «Indietro non si torna».

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Ministro, i governi non sono gli Stati!

Povero Svevo, umiliato dagli sms

Ha vinto Berlinguer: c’era solo il ’900

di Giuseppe Bertagna

di Emilio Spedicato

di Giulio Ferroni

untuale, torna la rituale discussione sugli enunciati dei temi. Più semplici dello scorso anno o altrettanto farraginosi? Per quanto lo consente una formula che sembra il frutto maturo del didatticismo positivistico, c’è stato un apprezzabile sforzo di semplificazione.

i miei tempi gli esami di maturità erano temuti e attesi perché schiudevano le porte di tutte le facoltà, almeno ai maturati del liceo, a quella minoranza che continuava a studiare in un’università ancora elitaria ma capace di garantire un lavoro sicuro.

er chi continua ad occuparsi della scuola, guardare agli argomenti della prima prova porta a rituffarsi nel passato, a ritrovare non senza nostalgia le immagini della propria maturità, della giovinezza perduta, di un orizzonte culturale tanto diverso da quello di oggi.

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I QUADERNI)

• ANNO XIV •

NUMERO

125 •

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WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

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IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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pagina 2 • 26 giugno 2009

La difesa di Twitter, 140 caratteri di libertà Il regime iraniano cerca in tutti i modi di bloccare le comunicazioni. Per ora sta fallendo. Twitter è un servizio di microblogging che fornisce agli utenti una pagina personale aggiornabile con messaggi di testo lunghi 140 caratteri. Gli aggiornamenti possono essere effettuati tramite il sito stesso, via sms, con programmi di messaggistica istantanea o e-mail. Utile per potenziare il servizio per l’Iran l’utilizzo di canali satellitari a banda larga che ne aumenterebbero le capacità. Radio Farda e Voice of America in lingua farsi, sfruttano canali radio tradizionali. I telefoni satellitari sono oggi di dimensioni ridotte e sono ideali per la cifratura delle conversazioni. La procedura utilizzata per creare le chiavi segrete di codifica è chiamato DiffieHellman key agreement. Un sistema che permette a due utenti di creare e gestire le chiavi segrete di codifica necessarie per la conversazione.

Regimi. Come alla caduta del comunismo, è il momento di muoversi concretamente per sostenere i popoli in cerca di libertà

Una Rete per l’Iran

Intelligence, telefoni satellitari, fondi: se l’Occidente vuole aiutare davvero (e non a parole) l’Onda verde, ecco cosa deve fare di Michael Ledeen mmaginiamo che il presidente Obama decida di sostenere la rivoluzione in Iran. Potreste obiettare che la cosa è abbastanza inverosimile, ma dovreste essere così onesti da ammettere che anche quello che sta accadendo in Iran non era esattamente prevedibile. Gli eventi seguono una logica terribile che esula dalla nostra capacità di prevederli. Obama non vuole essere chiamato “un ficcanaso”e desidera mantenere una sorta di verginità nei confronti dell’Iran, anche se questo - come nelle ultime ore - lo considera un ficcanaso comunque. «Obama come Bush se continua così». Potrebbe dunque accadere che lui domandasse ai suoi esperti come aiutare la protesta a far cadere il regime. Che cosa gli verrebbe suggerito?

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Prima cosa, la più importante, è assicurarsi un canale sicuro per ottenere informazioni certe su quello che realmente sta accadendo a Teheran e nel resto del Paese. Al momento, la Casa Bianca dipende dal passaparola e da Twitter, che è certo attendibile ma non può essere ritenuto una fonte certa. Tutti sappiamo che Twitter è un social network della rivoluzione e che il regime sta facendo di tutto sia per oscurarlo e perseguitare i blogger

che vi scrivono sia per riempirlo con informazioni false e controcorrente.Torniamo al punto: dotarsi di un canale informativo attendibile. Il regime lavora con le armi peggiori per fermare radio, tv e giornali. E ci riesce. Quindi abbiamo bisogno di una gola profonda, che oltretutto non siano i mujiaeddin del popolo ma dei veri americani che credano nel diritto all’autodeterminazione e libertà. La nostra chance migliore al momento è Radio Farda, che segue ogni giorno gli

avvenimenti da Teheran nonostante i tentativi di censura. È la radio degli esiliati e trasmette da un sobborgo fuori Praga. Il suo sito web potrebbe essere sostenuto e implementato fino a trasformarlo in un report continuo di quanto sta accadendo in Iran. Radio Farda è ascoltata e seguita in Iran e può contare su centinaia di testimonianze attendibili e verificabili in larga misura. Io stesso mi batto da anni (e non sono solo) affinché gli vengano destinati degli aiuti. La Casa

L’esempio migliore è quello della Solidarnosc di Walesa Il Sindacato autonomo dei lavoratori di Solidarnosc nasce nel 1980 dopo gli scioperi di Danzica. Guidato da Lech Walesa, ha agito inizialmente come organizzazione sotterranea ma presto si è imposto come movimento di massa e luogo fondamentale di incontro delle opposizioni anticomunista al governo centrale. La sua fondazione ha costituito un evento fondamentale nella storia non solo polacca, ma dell’intero blocco comunista. Più fattori sono alla base del suo successo iniziale: il supporto di un gruppo di intellettuali, ma soprattutto la scelta non-violenta e la capacità di far leva sul genuino sentimento cattolico del popolo polacco. La sua sopravvivenza venne garantita dall’aiuto di molti Paesi del blocco occidentale, che l’ha sostenuto con denaro e altri aiuti materiali. Attraverso scioperi, contestazioni e altre forme di dissenso politico e sociale, Solidarnosc ha contribuito allo smantellamento del monopolio del partito unico di governo.

Bianca non dovrebbe perdere altro tempo.

Dovremmo far arrivare in qualche modo nel Paese dei telefoni satellitari affinché che la gente possa chiamare direttamente e mandare informazioni. Notizie che poi dovremmo veicolare nuovamente nel Paese per renderle note al popolo iraniano. Una volta, la Cia faceva di queste cose. Non credo siano ancora in grado di farlo, ma certo si dovrebbe tentare. Si potrebbe trovare il modo di inviare laptop, server etc. Internet continua a funzionare. Lentamente ma continua, a dispetto del tentativo del regime di oscurarlo completamente. Molti iraniani truffano i censori usando siti già sperimentati dalla dissidenza cinese. I gestori di questi website sono perennemente senza soldi (anche qui, i tentativi di convincere il Governo a sostenerli in passato sono andati a vuoto), tanto da costringerli a chiudere alcuni di questi provider utilizzati dagli iraniani. Detto questo, viste le circostanze, devo far notare come questi cinesi stiano facendo del loro meglio per ripristinare quanti più canali possibile. Come mi ha detto uno dei formidabili ragazzi che si occupano di queste co-

se «abbiamo cominciato a rimuovere le restrizioni al traffico iraniano dal 13 giugno. Il 16 giugno i contatti dall’Iran hanno superato i 200 milioni e il numero di utenti iraniani è di almeno 400mila al giorno». Aiutiamoli.

Costruiamo un fondo per i lavoratori iraniani. E permettiamo loro di assicurare il cibo per i loro figli.Tanto tempo fa, c’erano i sindacati dei lavoratori in Occidente che facevano miracoli per sostenere Solidarnosc e Lech Walesa. Oggi tutti loro sembrano scomparsi. Chiediamo,

pretendiamo

una presa di posizione netta dai nostri leader. Soprattutto da Obama e Hillary Clinton. Si deve denunciare l’oppressione e schiavitù di gente innocente. Senza fermarsi.

Non vorrei entrare nei più piccoli dettagli della rivoluzione iraniana. Non credo che sarebbe una buona idea se il presidente investisse pubblicamente Mousavi di un ruolo. È il popolo dell’Iran che deve essere sostenuto. Mettendolo nelle condizioni di poter vincere la propria battaglia. Non è troppo difficile. Lo abbiamo fatto in passato e funziona. Chiedete a Michail Gorbaciov.


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26 giugno 2009 • pagina 3

Il ministero degli Esteri del regime accusa l’Italia di non aver rispettato gli impegni presi

Teheran attacca Roma «Sul G8 c’era un accordo» di Pierre Chiartano eheran attacca l’Italia. «Roma non ha rispettato i suoi impegni», tuonano dal regime dei mullah iraniani, con il pretesto della mancata conferma per la partecipazione al summit di Trieste cominciato ieri. Il portavoce del ministero degli Esteri, Hasan Qashqavi, ha affermato che l’Italia «non ha fatto bene il lavoro previsto e non ha risposto» alle richieste iraniane. In particolare Qashqavi ha sostenuto che, sulla base dei colloqui preliminari con l’Italia, si dovevano pianificare alcuni incontri a livello di esperti, per garantire il successo della riunione. «Malgrado ciò, il lavoro sul campo non è stato eseguito», ha affermato Qashqavi. Il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, si era impegnato personalmente per coinvolgere l’Iran nella sessione di lavoro del G8 sull’Afghanistan. Però lunedì aveva affermato che l’invito era da considerare respinto.

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Infatti non c’era stata alcuna risposta da Teheran. Un mese fa, una visita del titolare della Farnesina in Iran era stata annullata all’ultimo momento, dopo che il presidente Mahmud Ahmadinejad aveva insistito perché Frattini andasse a Semnan, dove era appena stato effettuato un test missilistico. Una trappola diplomatica sventata in zona Cesarini per la diplomazia italiana e che aveva fatto storcere il naso a Foggy Bottom, la sede del dipartimento di Stato a Washington. In cima all’agenda di Trieste c’è il dossier Afghanistan. Ora senza la presenza iraniana le cose potrebbero risultare più complicate. «Siamo tutti coscienti che la stabilizzazione dell’Afghanistan non potrà essere realizzata soltanto attraverso lo strumento militare. Occorre una strategia complessiva che bilanci in maniera equilibrata le tre diverse dimensioni: quella militare, quella della ricostruzione economica ed istituzionale del Paese, ed infine la dimensione regionale. Quest’approccio “sistemico” all’Afghanistan è oggi sostenuto anche dall’amministrazione americana e l’Italia lo condivide pienamente», scriveva ieri il ministro Frattini su di un quotidiano nazionale. E proprio la strategia complessiva per l’Asia centrale, che vede ora un tassello fondamentale come la Repubblica islamica attraversata da un nuovo fermento. E non si sa ancora

che conseguenze potrebbe avere. Se non altro per dei dati geograficamente oggettivi. Infatti il ministro italiano ha espresso rammarico per l’assenza iraniana sulla base di una valutazione di natura pragmatica. «Avremmo voluto associare all’esercizio di Trieste anche l’Iran, che condivide settecento chilometri di frontiera comune con l’Afghanistan e dovrebbe quindi ave-

Secondo Qashqavi, «Berlusconi non ha fatto bene il lavoro previsto e non ha risposto alle richieste sulla sicurezza a Trieste» re un oggettivo interesse a contribuirne alla stabilizzazione, non fosse altro che per arginare problemi quali il narcotraffico e il flusso di rifugiati».

Dal G8 dei ministri degli Esteri di Trieste dovrebbe arrivare una ferma condanna all’Iran. Lo auspica sempre Frattini, nel giorno dell’avvio dei lavori del summit. Uno dei tanti incontri preparatori al G8 di luglio che si terrà all’Aquila. Che ha acquisito una certa importanza anche per la presenza del segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, data in forse per l’in-

cidente occorso a Washington qualche giorno fa. Il capo della diplomazia americana sarà presente con una fasciatura al gomito, ma pronta a tenere la linea della fermezza con Teheran. E l’Italia aveva già ribadito nei giorni scorsi di «mantenere una posizione in sintonia» con i suoi partner europei e americani sul tema delle libere elezioni in Iran e del loro risultato democratico. Come aveva fatto sapere la Farnesina attraverso i canali ufficiali. Ricordiamo che nei rapoporti tra Roma e Teheran non si giocano solo gli equilibri delle alleanze occidentali, ma anche una grossa partita economica per l’Italia. Sono in ballo quasi sette miliardi di euro: questa è la posta in gioco tra Italia e Iran. Infatti l’interscambio commerciale tra i due Paesi, nel 2008 ha raggiunto quota 6,091 miliardi di euro. L’Italia è tutt’oggi il primo partner commerciale dell’Iran tra i Paesi europei, seguito a ruota dalla Germania. Ad esempio, nel 2007 l’Iran ha rappresentato nell’area mediorientale il secondo partner commerciale dell’Italia, dopo l’Arabia Saudita. Numeri che parlano da soli, spiegando bene la delicatezza della partita che Roma sta giocando in queste ore e la comprensibile attenzione con la quale la Farnesina sta seguendo l’evolversi della crisi iraniana. Una situazione seguita in particolare dall’Eni, che per lo sviluppo dei giacimenti di gas di South Pars e di petrolio a Darquain ha investito 2 miliardi di euro. Ma non si tratta solo del business della prima azienda energetica nazionale, gli interessi in ballo sono molteplici.

Il leader iraniano Mahmoud Ahmadinejad. A sinistra, il ministro Franco Frattini. Nella pagina a fianco, manifestanti a Teheran

Una posta che dà anche la cifra del ruolo che può giocare il nostro Paese come intermediario nel confronto tra Occidente e regime dei mullah. Soprattutto da quando è cominciata la rivolta popolare dell’onda verde e i massacri di innocenti civili che stanno continuando anche in queste ore. Un compito che catapulta l’Italia in prima linea e che metterà alla prova le nostre feluche e la rete di relazioni intessute negli ultimi anni. Dopo l’annuncio da parte iraniana dell’assenza del ministro degli Esteri Mottaki, l’Italia avrà un compito meno facile da svolgere.


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pagina 4 • 26 giugno 2009

Guerra civile. Nuovi scontri per le strade di Teheran, ma la censura rende impossibile sapere cosa accade nella capitale

«Obama? È come Bush»

Ahmadinejad attacca Washington e cento suoi deputati si defilano Mousavi chiede nuove proteste, arrestati 70 professori universitari di Vincenzo Faccioli Pintozzi ncora scontri per le strade, ancora censura sulla Rete, ancora polemiche con il resto della comunità internazionale. Ma forse, l’immagine più emblematica di questi giorni di passione per un Iran che cerca la sua strada ce la consegna il suo rieletto - o almeno, così ci raccontano - presidente Mahmoud Ahmadinejad. Che, mentre le milizie del suo esercito spianavano i manifestanti, festeggiava l’esito delle urne insieme alla sua cricca. Costatando però con estrema rabbia che qualche crepa si è verificata anche in casa: dei 290 parlamentari invitati ai festeggiamenti, infatti, 180 hanno preferito defilarsi. Se si eccettua la cinquantina di parlamentari riformisti, dei quali era lecito aspettarsi la diserzione, sono 130 quelli che hanno approfittato dell’occasione per esprimere il loro dissenso, almeno temporaneo, dallo schieramento conservatore. Tra coloro che non è andato alla festa c’era anche Ali Larijani, che nei giorni scorsi si è distinto per aver preso le distanze dalla repressione, esprimendo «perplessità sull’imparzialità del Consiglio dei Guardiani della Costituzione», l’organo incaricato di decidere sulla legittimità dei risultati eletto-

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rali. E che si è spinto fino a sollecitare il regime ad ascoltare le proteste. Ex negoziatore con l’Occidente nella crisi del nucleare, Larijani è un conservatore; a dividerlo dall’attuale presidente non c’è soltanto un abito culturale più raffinato, ma anche un’attitudine meno ideologica e più pragmatica. Una ferita per il presidente anche dai parlamentari a lui fedeli, che secondo il sito della campagna elettorale di Moussavi durante

li iraniani non si fidano più dell’Occidente e tanto meno dell’Italia, che ha continuato a invitare il regime al G8 nonostante le violenze di piazza e la repressione del regime degli ayatollah. È il durissimo giudizio espresso da Sanam Ghiaee, compagna di Ebrahim Nabavi (autore di Iran. Gnomi e giganti. Paradossi e malintesi, edito di recente in Italia da Spirali) e appena rientrata dall’Iran. In un’intervista a liberal racconta l’euforia delle elezioni e la violenza ordinata da un presidente che aveva già organizzato tutto. Quali sono le sue impressioni riguardo all’Iran di oggi? Sono arrivata il giorno prima delle elezioni. La gente festeggiava, sapeva che Ahmadinejad non sarebbe stato votato, eppure i suoi sostenitori erano calmi e non erano aggressivi. Ho capito solo dopo il perché di tutta questa calma: sapevano in anticipo che avrebbero vinto le elezioni. Tutti festeggiavano, ballavano nelle strade con bandiere verdi, il colore della parte politica del candidato Mir Hossein Mousavi. Perché verde?

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la seduta di ieri del Parlamento hanno minacciato di metterlo sotto accusa. Per riprendersi dalla rabbia, dopo aver chiuso i lavori parlamentari ha rispolverato il suo vecchio cavallo di battaglia: la propaganda intrisa d’odio contro l’Occidente. E, come sempre, a farne le spese sono stati per primi gli odiati Stati Uniti e il loro leader, quell’Obama che due giorni fa si è “permesso”di dubitare del risultato elettorale.

All’agenzia Fars, Ahmadinejad ha detto: «Il signor Obama ha fatto un errore a dire quelle cose. La domanda da porsi è perché è caduto in questa trappola e ha detto le stesse cose del suo predecessore. Spero che Obama eviti ingerenze nelle nostre questioni interne e si scusi in modo che il popolo iraniano ne sia informato». Dal punto di vista del Vecchio Continente le cose non sono andate molto meglio. L’ambasciatore della Repubblica islamica iraniana presso l’Unione europea ha presentato una protesta formale al presidente del Parlamento europeo, criticando l’atteggiamento «orientato e parziale» dell’Ue, e ha chiesto all’Europa di non prendere «posizioni premature che potrebbero

avere conseguenze inconvenienti». Dall’altro lato della barricata, il candidato riformista Mir Hossein Mousavi denuncia fortissime pressioni dall’esecutivo, che preme affinché ritiri la domanda di annullamento delle elezioni per brogli. Invece di piegarsi, ha invitato i suoi sostentori a continuare nelle proteste «legali» e accusa: «Chi è dietro ai brogli elettorali è responsabile del bagno di sangue». Un bagno che sembra aver saltato la giornata di ieri. Si sono verificati, come oramai consuetudine, scontri nel centro di Teheran, ma la repressione sembra essere stata meno cruenta.Va detto che non ci sono strumenti di comunicazione degni di questo nome e che, stando ad alcuni utenti di Twitter, la gente avrebbe lanciato pietre contro i poliziotti, urlando «morte a Khamenei».

Sui blog pubblicati ieri si raccomanda di fare «il maggior numero possibile di video e foto, non isolarsi, procedere sempre in gruppo dove non deve mancare chi riprende le immagini e chi ha il necessario per il pronto soccorso». Si invita anche «a non portare in ospedale i feriti o chi viene colpito da un proiettile. Filmare quanto avve-

nuto e nascondere la persona, anche se morta, per restituire in un secondo tempo il corpo alla famiglia».

Non potendo nascondere quanto avvenuto nei giorni scorsi, sempre ieri le autorità iraniane sono state costrette a fornire le cifre ufficiali delle vittime a Teheran dall’inizio delle proteste: i morti sarebbero venti, tra i quali otto basij (i volontari delle milizie accusati di violenze sui manifestanti). Ma gli oppositori forniscono numeri drammaticamente diversi: sarebbero decine, forse un centinaio, i manifestanti macellati dalla polizia e dalle milizie religiose soltanto nella capitale. Forse per punirli del loro atteggiamento troppo aperto, il governo ha poi ordinato l’arresto di settanta docenti universitari, colpevoli di aver partecipato a un incontro con il candidato riformista. Altre crepe dalla leadership iraniana vengono dalla posizione espressa dall’ayatollah Hossein Ali Montazeri, uno dei pochi religiosi sciiti dissidenti, che ha dichiarato che se la repressione proseguirà, il regime potrebbe cadere. «Se il popolo iraniano non può rivendicare i suoi diritti legittimi in manifestazioni pacifiche e viene re-

La testimonianza di Sanam Ghiaee, che punta il dito contro l’inattività dell’Occidente

«Io, fuggita dagli scontri, vi accuso...» di Fabrizio Amadori Perché i colori messi a disposizione dal sistema era quattro: verde, giallo, blu e bianco. Per ottenerne uno occorreva fare un sorteggio, e a Mousavi è toccato il verde. Un risultato piuttosto ridicolo, a pensarci bene, perché proprio qualche tempo prima era stata cambiata la faccia della città utilizzando molto verde. Per molti era chiaro che sarebbe stato lui il vincitore anche da segni come questo. Infine arriva il giorno delle elezioni... Il giorno delle elezioni, nella scuola dove stava il mio seggio, tutti volevano votare Mousavi. La sera, quando è finita la votazione, ho parlato col mio compagno Ebrahim Nabavi - rimasto in Europa per motivi di sicurezza - e sono venuta a sapere che Mousavi stava scrivendo una lettera per ringraziare tutti della vittoria:

alle 5 di mattina, però, ho visto che la tv annunciava purtroppo un momentaneo risultato dei voti molto diverso dalle aspettative. Pensavamo che questo fosse un dato destinato a cambiare, ma alla fine anche alle 14 i dati definitivi erano rimasti gli stessi. Ho iniziato a piangere. Poi ho sentito la tv dire che Khamenei voleva parlare alla nazione: sosteneva i risultati a favore di Ahmedinejad. E poi? Quella sera c’era silenzio a Teheran e il giorno successivo, il 14, la gente è scesa in piazza. Sono andata al computer, e ho capito subito che tutti volevano protestare: una volta fuori abbiamo visto i primi scontri. La sera sono andata a una festa coi miei amici e per strada siamo stati assordati dai clacson delle auto. Tutti si aspettavano la comparsa di Mousavi.

Ma Mousavi si può considerare davvero un “riformista”? Mousavi è religioso ma moderno, un po’ come Sarkozy: Mousavi però, secondo me, è meno di “destra” del Presidente francese. A proposito di religione, i manifestanti inneggiavano ad Allah: non esistono laici in Iran? “Allah akbar”, che alla lettera vuol dire “Dio è grande”, è un grido di protesta e di rivoluzione risalente a 30 anni fa quando si lottava contro lo scià: anche oggi la gente lo ripete per via del suo significato storico. Il punto è che moltissimi lo ripetono con un bicchiere di whisky in mano! Uomini e donne, ovviamente. Com’è l’Iran di oggi? Un Paese che costringe ad un modo di vivere schizofrenico: di giorno è un con-


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La prudenza non paga: ma gli errori degli Usa possono essere superati

Eppure la Casa Bianca è stata molto cauta di John Bolton in dall’annuncio dell’esito definitivo delle controverse “elezioni”iraniane, Barack Obama si è rivelato restio a pronunciarsi apertamente. Il 23 giugno ha fatto sfoggio della propria empatia, dichiarandosi «inorridito ed indignato» dalla brutalità del regime; ma si è rivelato ugualmente categorico nella propria volontà di «non ingerire» negli affari interni dell’Iran. In un raro capovolgimento di ruoli, i leader europei si sono schierati almeno a parole su posizioni antitetiche rispetto a Obama. Ma a essere sbagliate non sono le prese di posizione retoriche, bensì le linee programmatiche dell’amministrazione. L’affermazione del Presidente secondo cui il“dibattito”interno all’Iran non deve essere visto come un dibattito sulla posizione degli Usa è almeno menzognera. Il vero obiettivo di Obama è di intavolare negoziati con l’Iran per discutere del programma nucleare, nella speranza di dialogare senza tenere in considerazione gli sforzi compiuti da Teheran per dotarsi di un arsenale nucleare. Alla luce di questa ossessione dei negoziati, la prudenza sui brogli elettorali e sulla brutalità del regime risulta comprensibile: si preferisce non fare nulla che possa pregiudicare le sue possibilità di sedere al tavolo dei negoziati con gli emuli del leader supremo, l’ayatollah Ali Khamenei: il presidente Ahmadinejad o il corpo dei Guardiani della rivoluzione islamica (i pasdaran). In realtà l’Iran, e in special modo i pasdaran, non abbandoneranno mai il programma di proliferazione nucleare di propria spontanea volontà; pertanto la politica perseguita fin qui da Obama sembra condannata al fallimento. Di conseguenza, l’opposizione alle reticenze sulle misure restrittive adottate dalle autorità iraniane dovrebbe incentrarsi non sugli errori insiti nella sua retorica, bensì sugli errori insiti nelle sue direttrici politiche di fondo. La retorica non è di per sé una ricetta politica, ma solo un componente aggiuntivo, benché spesso di sostanziale importanza. La prudenza di Obama riflette i suoi più generali errori di valutazione, le pericolosa e sbagliata convinzione che sia possibile pervenire ad una soluzione negoziale per porre fine alla minaccia nucleare che soddisfi tanto l’Iran quanto gli Stati Uniti. Il raggiungimento di un tale obiettivo rappresenta un pericolo per l’America e per i suoi alleati. Inoltre Obama fa raramente riferimento al ruolo di principale foraggiatore di capitali per gruppi terroristici quali Hamas e Hezbollah che l’Iran ha costantemente svolto; un’ulteriore minaccia cui eventuali negoziati diretti non saranno in grado di porre soluzione. La politica di Obama e quella degli Usa dovrebbero avere tra i suoi punti cardine quello di rovesciare la Rivoluzione islamica del 1979. Il regime di Teheran, l’intera sovrastruttura figlia della Rivoluzione, è diffusamente impopolare per tre

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presso, la crescita della frustrazione potrebbe arrivare a distruggere le fondamenta di qualsiasi governo, non importa quanto forte», ha detto Montazeri. E una sfida diretta è arrivata anche dall’altro sconfitto alle presidenziali, il candidato riformista Mehdi Karrubi, che ha sfidato il presidente rieletto Ma contare in piazza i suoi sostenitori e quelli dell’opposizione. In un articolo pubblicato da Etemad Melli, quotidiano dello stesso Karrubi, si legge infatti: «Con l’autorizzazione del ministero dell’Interno possiamo organizzare due raduni in aree diverse di Teheran, così che Ahmadinejad possa vedere chi ha più sostenitori: lui o il movimento riformista». Karrubi ha partecipato a diverse manifestazioni di piazza degli oppositori insieme con l’ex candidato moderato

Mir Hossein Mussavi.Entrambi hanno chiesto che le elezioni vengano annullate, denunciando brogli, anche se si sono dissociati dagli scioperi e dalle marce degli ultimi due giorni nella capitale.

Questo atteggiamento è stato criticato da alcune voci dell’opposizione in esilio, che li hanno accusati di aver lasciato il popolo a pagare per le loro battaglie. Altri analisti osservano però che, con questo modo di fare, hanno probabilmente salvato la vita a molte persone, che sarebbero state pronte ad affrontare le violenze del governo pur di sentirli parlare. Ora l’Iran è a un bivio: continuare sulla strada delle piazze o cedere al potere costituito. In entrambi i casi, il prezzo da pagare sarà molto alto.

to, di notte è un altro. Pensi al divertimento: non esistono discoteche pubbliche, ma ci sono case molto grandi dove organizzano feste in cui tutti possono andare e comportarsi liberamente. I Paesi stranieri possono aiutare? Gli iraniani non hanno fiducia negli americani e negli europei. Berlusconi poteva cancellare subito l’invito al governo iraniano a partecipare al prossimo G8, e invece ha aspettato. Gli iraniani, poi, pensano che quella attuale sia una questione tra loro e il governo, una posizione, questa, in cui colgo anche alcune tracce di nazionalismo forse eccessivo da parte dei miei connazionali. Cosa potrebbero fare concretamente i governi stranieri per i manifestanti senza suscitare critiche? Molte cose. Ad esempio aiutare i manifestanti a sostenere uno sciopero: se non andassero al lavoro saprebbero che gli stranieri li aiuterebbero a sopravvivere con soldi o beni di prima necessità. Scioperando non rischiano di perdere il posto a favore di altri? No, perché nessuno sosterrebbe Ahmadinejad contro i manifestanti.

In alto la Guida suprema della Rivoluzione islamica Ali Khamenei. Il Grande ayatollah ha benedetto per l’ennesima volta la vittoria elettorale di Mahmoud Ahmadinejad. A destra, il presidente americano Barack Obama. Nella pagina a fianco, il candidato riformista Mir Hossein Mousavi

ragioni principali. La prima risiede nella scellerata gestione dell’economia da parte del regime, che nei trent’anni trascorsi al potere ha condotto un Paese ricco di giacimenti petroliferi e di gas naturale sull’orlo del collasso. Gli scioperi che periodicamente hanno avuto luogo sono stati soppressi dal regime, e la prospettiva di uno sciopero simultaneo, prolungato e su scala nazionale rimane una minaccia da tenere in seria considerazione.

Il secondo fattore di instabilità è dato dal fatto che i giovani iraniani sanno che potrebbero condurre una vita molto più libera se solo riuscissero a liberarsi dal giogo dei mullah. I giovani sono istruiti, molti di loro hanno viaggiato all’estero e sanno di costituire un’alternativa al sistema di “tutela del giurisperito islamico”che regola l’Iran odierno. Infine, in Iran solo il 50 per cento della popolazione è di lingua persiana. Tutti gli altri mal sopportano le discriminazioni etniche, politiche e religiose di cui costantemente vittime, e poco o nulla è ciò che essi vedono di positivo nella Rivoluzione islamica. Queste varie fonti di malcontento non sembrano però attraversare una fase di generale rafforzamento; spesso anzi finiscono per ritrovarsi in conflitto, e questo dà un’idea di quanto sia difficile per le forze di opposizione interne al regime iraniano coalizzarsi. Se gli Usa e gli altri attori internazionali avessero fatto di più per fornire un sostegno effettivo ai dissidenti iraniani, oggi forse staremmo qui a discutere di un Paese totalmente diverso. Sfortunatamente questo non è avvenuto, e guardando avanti il vero interrogativo è se siamo pronti a fare ciò che avremmo potuto e dovuto fare già da tempo. Allo stato attuale, la risposta dell’amministrazione Obama si limita ad un fragoroso “no”. Abbiamo perso una grande opportunità per via degli errori commessi da Obama e dai suoi predecessori, ma la minaccia di un Iran nucleare e il suo sostegno al terrorismo internazionale rende l’imperativo di un cambio di regime quantomeno categorico. Il “dibattito” proseguirà, in Iran e nel mondo.

A essere sbagliate non sono le prese di posizione retoriche, bensì le linee guida programmatiche dell’amministrazione democratica


diario

pagina 6 • 26 giugno 2009

«Sarà l’Udc il partito del governo» Casini alla direzione nazionale: siamo solo all’inizio di una strada ancora lunga di Errico Novi

ROMA. È una costruzione fondata su due pilastri, l’uno indispensabile all’altro. Così il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini descrive il progetto del suo partito davanti alla direzione nazionale. Il primo elemento è la battaglia sui temi di sempre, a cominciare dal sostegno alle famiglie: «In campagna elettorale Berlusconi aveva promesso il quoziente familiare: diciamo al governo di muoversi e lo faremo anche con una raccolta di firme». Concretezza che, secondo Casini, è «il modo migliore per onorare i nostri elettori», altrimenti traditi «se ci limitassimo a compiacerci del risultato elettorale o ci accodassimo al pettegolezzo politico di questi giorni». La scelta di ignorare il dibattito virtuale e richiamare l’esecutivo al rispetto degli impegni dà forza anche al secondo pilastro, che è l’autonomia da Pdl e Pd. «Dialoghiamo con tutti ma non siamo subalterni a nessuno», secondo lo schema del partito d’opinione libero dai vincoli e capace di occuparsi dei «problemi degli italiani che gli altri non vedono». È questa la premessa per vincere la sfida sul medio lungo termine: «Diventare una forza di governo senza la quale in Italia non si riesce a governare».

Ecco qual è il modo migliore per capitalizzare l’orgoglio pur legittimo suscitato dal responso delle urne, dice dunque il leader. Va conservata l’autonomia nelle scelte, «perché non possiamo fare le crocerossine di fronte alle avances che arriveranno». Bisogna affrontare senza esitazioni una traversata ancora lunga, avverte Casini: il prossimo esame arriverà con le Regionali del 2010, ap-

puntamento che riguarderà 16 amministrazioni. «Bisogna imperniare tutto sul federalismo del partito, presentare anche in tutte e 16 le regioni nostri candidati». Il discorso sull’autonomia si accompagna al richiamo per un maggiore radicamento: «Da questo punto di vista la Lega, che per altri aspetti è portatrice di disvalori, rappresenta un modello. Proprio noi che abbiamo fatto una battaglia per mantenere le preferenze alle Europee, non ne abbiamo raccolte tante, rispetto ad altri che ne hanno beneficiato di più». C’è insomma da intrecciare i nodi di una rete che ambisce ad estendersi, a «un’esplosione elettorale possibile nel momento in cui ci sarà l’esplosione di questo corso politico: lì comincerà la nostra partita», dice Casini, ma intanto bisogna concentrare le forze, impa-

ropee e dal flop referendario, su cui Lorenzo Cesa si sofferma nella sua relazione introduttiva: «Lega e Di Pietro incalzano i rispettivi alleati e pongono spesso veti sulle alleanze con l’Udc», esibendo così quello che il segretario definisce «il terrore di essere abbandonati al loro destino e sostituiti da una forza di governo seria e responsabile». Il quadro è in evoluzione e di certo si allontana dal modello bipartitico: «Il risultato del referendum ha azzerato le spinte in quella direzione», ricorda ancora Cesa. Da qui la legittima richiesta che «di legge elettorale si occupi il Parlamento».

Una forza che si oppone al bipartitismo, che è già e sarà sempre di più, sostiene il segretario dell’Udc, «l’unica alternativa seria al sistema naufragato con il referendum». E per il quale si dovrà scegliere un nome nuovo, dice ancora Cesa, che ricorda gli apporti «della Rosa bianca, degli amici di liberal, degli ex popolari», insieme ai quali si procederà nei prossimi mesi verso la Costituente di centro. «Parleremo di questo al consiglio nazionale di luglio, abbiamo tracciato una road map per arrivare al nuovo partito, che sarà un soggetto aperto, con una leadership plurale, con iscritti veri, e un congresso autentico, non plebiscitario, e il dovuto spazio alle decisioni dei propri organi territoriali». Su questo presupposto verrano promosse, nelle regioni in cui si voterà l’anno prossimo, «una serie di conferenze programmatiche per preparare al meglio le elezioni, per capire le esigenze dei territori». Gli elementi del progetto cominciano a essere riconoscibili, anche se la strada per realizzarlo è lunga.

Progetto ad ampio respiro e concretezza: la road map del leader del Centro, che spinge sul quoziente familiare. Cesa: «Bipartitismo addio» dronirsi di temi trascurati da altri, a cominciare da un «nuovo meridionalismo necessario di fronte alle diserzioni del governo su questo fronte».

L’argomento è toccato anche da altri interventi, come quello di Angelo Sanza che ricorda come in Puglia siano state sperimentate alleanze «che hanno valorizzato l’autonomia dell’Udc dai due poli, con casi speciali come quello di Brindisi, dove le forze popolari dell’Unione di centro, Io Sud ed ex Pd si sono ritrovate nel proporre una nuova questione meridionale». Gli esempi locali si aggiungono agli indizi incoraggianti che più generalmente arrivano dal risultato delle Eu-

La Ue insiste: il nostro Paese deve uniformare l’età pensionabile di donne e uomini. Berlusconi: «Ci rifletteremo»

Pensioni, procedura di infrazione contro l’Italia di Gaia Miani

BRUXELLES. L’Italia rischia una sanzione da parte dell’Unione europea per il mancato adeguamento alla sentenza della Corte Ue che chiede di innalzare l’età pensionabile delle donne nel settore della pubblica amministrazione, per equipararla a quelle degli uomini. A Roma è stata inviata una lettera formale per l’apertura della procedura d’infrazione. Se l’Italia non dovesse prendere le misure richieste, Bruxelles invierebbe un secondo e ultimo avvertimento prima delle eventuali sanzioni. Bruxelles ricorda che lo scorso 13 novembre la Corte di giustizia europea si era pronunciata contro l’Italia poiché, in base alle leggi italiane, i funzionari pubblici hanno diritto a ricevere la pensione di vecchiaia a età diverse a seconda se siano uomini o donne, e cioè

65 per i primi e 60 per i secondi. La Corte nella sentenza ha fatto proprio l’argomento della Commissione che tale regime fosse discriminatorio e contrario all’articolo 141 del trattato Ue sul principio della parità di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile. La Commissione aveva avviato una prima procedura contro l’Italia nel febbraio 2007. «La parità retributiva per

Secondo Brunetta bisogna ricorrere al decreto Tremonti o a «strumenti legislativi paralleli» per trovare «immediatamente una soluzione» le donne e gli uomini è un principio di base dell’Ue - ha commentato il commissario agli Affari sociali Vladimir Spidla - ma più di sette mesi dopo che la Corte di giustizia si è pronunciata tacciando come discriminatorio il regime pensionistico dei funzionari pubblici italiani le autorità italiane

non hanno ancora agito. L’Italia deve adeguare la sua legislazione alla sentenza della Corte nei tempi più brevi possibili altrimenti rischia un’ulteriore azione legale». Azione che il governo potrebbe avere difficoltà a evitare, come sembrano confermare sia il ministro Brunetta che il premier.

«L’Europa ci chiede di elevare a 65 anni l’età pensionabile per le donne negli uffici pubblici», ha detto Berlusconi a L’Aquila e «ci rifletteremo», ma in un «momento di crisi ci sembra fuori tempo intervenire in questa direzione». In precedenza Renato Brunetta, a margine di una conferenza stampa a Palazzo Vidoni, aveva detto che l’innalzamento potrebbe trovare spazio già nel decreto Tremonti di rilancio dell’economia o altrimenti «in strumenti legislativi paralleli» perché si deve trovare «immediatamente una soluzione». Senza dimenticare, aveva aggiunto, che «c’è anche l’esigenza di un passaggio con le parti sociali».


diario

26 giugno 2009 • pagina 7

Un rogo doloso nella notte: vittima Barbara Montereale

Come persona informata sui fatti nel filone d’indagine sugli appalti sanitari

Bruciata l’auto della modella ospite di Berlusconi

Vendola convocato in Procura a Bari

BARI. La vicenda, già in sé par-

BARI. Il presidente della Regione Puglia, NichiVendola, ha ricevuto dal pubblico ministero di Bari, Desirée Digeronomo, una convocazione in Procura, quale persona informata sui fatti, nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti nella sanità alla stessa Regione Puglia. La notizia è stata confermata dallo stesso presidente Vendola.

ticolarmente sinistra, delle feste nelle ville del premier zeppe di ragazza pagate e compiacenti, si arricchisce di un nuovo particolare assai inquietante: nella notte di ieri è stata incendiata a Modugno, nei pressi di Bari, l’automobile di Barbara Montereale, la giovane modella che accompagnò Patrizia D’Addario a Palazzo Grazioli e che ha ammesso di essere stata pagata dal factotum pugliese Gianpiero Tarantini per partecipare a una festa a Palazzo Grazioli a Roma e a una a Villa Certosa in Sardegna. Si è trattato di un incendio dai contorni oscuri: ignoti, a quanto si è saputo dalle autorità, avrebbero cosparso di benzina e poi dato alle fiamme la vettura della ragazza, una Honda Jazz. La ventitreenne era stata interrogata proprio nei giorni scorsi dalla Guardia di finanza nell’ambito dell’inchiesta della procura barese sul via vai di ragazze nella residenza romana e in quella sarda del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La macchina Montereale era stata parcheggiata sotto la casa di Modugno, in provincia di Bari. Secondo quanto riferito dai carabinieri, verso le 5 di notte qualcuno ha forzato lo sportello lato passeggero dell’auto, parcheggiata in via Catania, dando poi fuoco con liquido infiammabile. Il rogo ha danneggiato l’abitacolo della vettura.

L’avvocato della giovane ha tenuto a ribadire che la sua assistita «è una ragazza immagine, e non ha mai fatto la escort». Precisazione fatta dal legale della Montereale dopo che Patrizia D’Addario aveva accusato le altre ragazze coinvolte nella vicenda «perché si spacciano per ragazze immagine e prendono soldi, mentre io che ho solo raccontato la verità vengo massacrata».

Napolitano ai magistrati «Siate responsabili» Ma è rottura tra Anm e Pdl sulla riforma della giustizia

Il Governatore pugliese dovrebbe essere sentito in particolare sull’indagine interna avviata e conclusa dalla Regione Puglia sugli appalti assegnati per la fornitura di attrezzature sanitarie al gruppo Tarantini. Al momento in cui ieri iniziava a circolare la notizia, Nichi Vendola era in Canada (dove si trova tutt’ora) e rientrerà in Puglia solo il prossimo

di Riccardo Paradisi ROMA. Quella della magistratura è una funzione da esercitare secondo i principi della nostra Costituzione, in piena indipendenza ed autonomia, con equilibrio e senso di responsabilità, al servizio dei cittadini». È un intervento intonato al più collaudato equilibrio istituzionale quello che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha fatto alla cerimonia dei cento anni dell’Associazione nazionale magistrati che si è tenuta in Campidoglio. Un discorso dove il capo dello Stato ha ricordato «i complessi problemi da affrontare per rendere più efficiente e credibile il sistema giustizia e anche per rafforzare l’autorevolezza del Consiglio superiore della magistratura che – ha detto – ho l’onore di presiedere e nel cui insostituibile ruolo ho creduto e credo profondamente».

Una riflessione alta, tenuta sulla linea dei principi, attentamente sopra le parti: nessun accenno, nemmeno indiretto, a riforme della Costituzione ventilate, costituzionalità del lodo Alfano o legge sulle intercettazioni, come si prevedeva da fonti che di solito si definiscono informate già nel primo pomeriggio. Un discorso mantenuto sulle generali insomma sotto il quale lo scontro però non accenna a sedarsi. Da una parte l’Associazione nazionale magistrati che per voce del suo presidente Luca Palamara si proclama disponibile al dialogo con le istituzioni politiche e il governo ma a patto che non si tocchi la Costituzione e che cessi un’offensiva fatta di attacchi e di insulti. Dall’altra la maggioranza che ribadisce invece la precisa volontà di procedere lungo la strada delle riforme e in particolar modo di quella della giustizia, andando avanti su intercettazioni e lodo Alfano. L’intervento del sindaco Pdl di Roma Gianni Alemanno alla cerimonia dell’Anm, pur se misurato e calato nel contesto ufficiale delle celebrazione, è andato proprio in questa direzione: «I cittadini di cui amministrate le sorti giudiziarie – ha detto Alemanno rivolgendosi ai magistrati del-

l’Anm – si aspettano qualcosa di ulteriore rispetto a una riflessione teorica sulla giustizia: sollecitano un giusto processo scandito da tempi ragionevolmente brevi». E poi ancora più chiaramente: «Per restituire ai cittadini piena fiducia nella giustizia è necessario avviare una riflessione di cui la magistratura associata e la politica devono farsi carico per attribuire a tutte le istituzioni della Repubblica la loro intrinseca credibilità». Ma è proprio questo il punto: l’Associazione dei magistrati sente minacciato il ruolo della categoria nel momento in cui la possibilità di usare uno dei suoi strumenti più impiegati per le indagini, le intercettazioni, sembra essere fortemente limitata dal Lodo Alfano e teme una riforma della giustizia che, dal suo punto di vista, potrebbe penalizzarla. Sul fuoco getta benzina anche l’ Unione delle Camere Penali che non si esime, anche in questa occasione, da un commento critico sulle posizioni del sindacato dei magistrati: «A parole l’ Anm afferma una propria leale disponibilità a collaborare alla riforma della giustizia, ma ancora una volta pone un’inaccettabile preclusione: che non si tocchi la Costituzione. E ancora una volta Anm confonde strumentalmente i fondamentali valori di autonomia ed indipendenza della magistratura con l’attuale assetto costituzionale, quasi che non fosse possibile garantire i primi se non preservando l’attuale sistema».

L’omaggio del Presidente all’Associazione «nella quale si riconoscono coloro che svolgono una funzione fondamentale»

Per i penalisti italiani invece per realizzare una riforma della giustizia che sia al servizio del cittadino, «l’assetto costituzionale andrebbe profondamente modificato nel senso di realizzare un nuovo governo della magistratura che ne garantisca effettiva indipendenza ed autonomia e la separazione delle carriere, unico presidio di vera terzietà del giudice». Per capire quale sia la posizione del presidente della Repubblica si dovrà attendere il suo parere sulla costituzionalità dei più spinosi provvedimenti che il governo ha varato.

30 giugno. È proprio dall’inchiesta sugli appalti nella sanità che ha preso il via la tranche d’indagine che ha portato sotto i riflettori le feste nelle residenze del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Ed era stato lo stesso Nichi Vendola, come affermato in una nota della presidenza della Regione Puglia, ad avviare nei giorni scorsi un’indagine interna sulle vicende oggetto di un’inchiesta giudiziaria per la quale, nei mesi scorsi, l’assessore alle Politiche della Salute della Regione Puglia, Alberto Tedesco, si era dimesso dall’incarico. L’indagine, prosegue la nota della presidenza della Regione Puglia, si è conclusa e il dossier sarebbe stato già consegnato alla Procura di Bari dal successore di Tedesco, Tommaso Fiore. Proprio su questo dossier, il Governatore della Regione verrà sentito dal magistrato, «proseguendo - conclude la nota - l’attività di collaborazione intrapresa con i titolari dell’inchiesta».


politica

pagina 8 • 26 giugno 2009

Conti in rosso. Bankitalia analizza il peso della ricostruzione dell’Abruzzo in relazione ai pericoli della recessione

E Draghi insiste Il Pil scende a -5% e i fondi non bastano: il governatore rilancia le riforme contro la crisi di Franco Insardà A proposito di terremoto oggi il Cipe dovrebbe sbloccare i fondi per la ricostruzione in Abruzzo: si parla di una cifra tra i 2,3 e 4,2 miliardi. Ma potrebbero non bastare. Ieri il governatore Mario Draghi ha presentato il conto del terremoto. Ed è un conto salatissimo se, soltanto per ricostruire le abitazioni, occorreranno tra i sei e i sette miliardi di euro. Il dato è contenuto nella relazione sull’economia dell’Abruzzo del 2008, con un capitolo specifico sul terremoto de L’Aquila, presentato ieri mattina nel capoluogo regionale. «Dopo i sopralluoghi effettuati su circa 50mila edifici – si legge nel rapporto stilato da Bankitalia – sono risultati agibili poco più della metà degli immobili privati a prevalente uso residenziale».

La situazione è peggiore per i 1.200 edifici di valore storicoculturale, la cui agibilità è inferiore al 25 per cento, con la possibilità di più lunghi interventi di stabilizzazione e di recupero. Sono in condizioni relativamente migliori, sempre secondo il rapporto, «gli immobili per le attività produttive, già agibili nel 60 per cento dei casi, con aziende che stanno per riprendere la produzione». Lo scorso 8 giugno le autorità italiane hanno inviato al commissario europeo agli Affari regionali, Danuta Hubner, le stime dei danni del terremoto: totale, 10 miliardi e 212 milioni di euro. Il 23 aprile il governo, nel decreto diventato legge in settimana, aveva indicato un fabbisogno finanziario di 8 miliardi in 5 anni per la ricostruzione. Lo stesso decreto prevede però maggiori oneri pari a 5,8 miliardi circa, spalmati tra il 2009 e il 2032. Per il solo 2009 i fondi ammontano a 1,2 miliardi. Entrando nello specifico dell’economia abruzzese, Mario Draghi ha sottolineato: «Le ripercussioni del terremoto sull’attività produttiva sono state più gravi nel commercio, nell’artigianato e, in generale, nel terziario operante a L’Aquila e nei comuni limitrofi». Nel “cratere” operavano nel 2008 circa 3.200 attività commerciali, delle quali il 60 per

cento localizzato nelle aree maggiormente danneggiate. Secondo la Confesercenti, sono oltre duemila le piccole e medie imprese chiuse in seguito al terremoto. E quasi 800 sono nel centro storico del capoluogo. La metà degli immobili azien-

incontrare gli studenti alle prese con la maturità nelle zone terremotate. Il premier e il presidente di Confindustria hanno partecipato all’assemblea pubblica di Farmindustria, che si è svolta a Coppito in una tendostruttura nuova di zecca e che è

«Siamo nel mezzo di un blocco mondiale che per certi aspetti di drammaticità, subitaneità, rapidità e intensità richiama quello che è successo in Abruzzo il 6 aprile scorso» dali risulta ancora inagibile. Ad aggiornare questo bollettino di guerra la Confartigianato: in stand by circa 500 imprese artigiane in città e 1.200 negli altri comuni. Senza dimenticare che un quinto delle 1.800 imprese agricole opera proprio nel “cratere”. Ieri hanno fatto capolino all’Aquila Silvio Berlusconi, Emma Marcegaglia e Mariastella Gelmini. Il ministro della Pubblica istruzione ha voluto a sorpresa

stata donata dagli industriali all’università aquilana.

Ma il Cavaliere non poteva non dire la sua sulle stime di Draghi. Rispolverando il suo cavallo di battaglia dell’ottimismo, ha segnalato che «tutti abbiamo troppa paura. Le banche hanno avuto la liquidità necessaria, ma ci sono le imprese che si lamentano. La cosa più importante è uscire dalla cappa negativa del pessimismo, in

La Corte dei Conti segnala il pericolo nella Pubblica amministrazione: serve una rivoluzione morale

La corruzione? Costa 60 miliardi di euro di Alessandro D’Amato

ROMA. Una requisitoria nel vero senso del termine. La relazione del procuratore generale presso la Corte dei Conti, Furio Pasqualucci, sul bilancio dello Stato, è impietosa nella sua durezza e dipinge un’Italia “politica”a tinte fosche. Dove l’evasione fiscale si stima intorno al 18% del Pil, la corruzione dilaga e imperversa a tutti i livelli della pubblica amministrazione e i conti pubblici e l’indebitamento peggiorano, mentre i richiami dell’Europa sulle pensioni e le cartolarizzazioni, che potrebbero migliorare lo stato del bilancio e le funzioni della spesa, languono.

Questi i punti di maggiore criticità secondo il Pg. I rivoli della spesa: «Gli indici relativi all’esercizio 2008 hanno purtroppo disatteso l’auspicio della prosecuzione di un percorso virtuoso a riduzione del debito e deluso l’aspettativa di un miglioramento dei conti pubblici». E se si guarda l’interno dei numeri, la situazione è ancora più preoccupante: la spesa primaria corrente è cresciuta del 4,5%, un tasso superiore al 3,2% medio degli ultimi

due anni. Quella per consumi finali è cresciuta dall’1,7% al 4,5% del 2008, mentre gli investimenti sono diminuiti del 6,1%, soprattutto nelle spese in conto capitale delle amministrazioni locali e dei contributi alle imprese. Una gestione miope (visto che taglia gli investimenti) e anche in contraddizione con il federalismo e l’attenzione al mondo produttivo sempre sbandierato dal governo. La spesa pubblica è giunta a segnare la più elevata incidenza sul prodotto dal dopoguerra (40,4%), ha detto invece il presidente di sezione della Corte di Conti, Gian Giorgio Paleologo, e quindi, «data la situazione del ciclo economico che dissolve la possibilità di utilizzare la leva fiscale come strumento principale per la conservazione degli equilibri del bilancio pubblico si ripresenta la necessità di contenere la dinamica della spesa corrente in una misura assai più pronunciata di quanto non sia stato realizzato negli anni passati».

Poi c’è la crescita: «Il Pil ha registrato una flessione dell’1%; l’indebitamento netto è salito a 42,9 miliardi pari al 2,7%


politica

26 giugno 2009 • pagina 9

Il premier a L’Aquila risponde alle proteste degli sfollati Qui accanto, quattro scorsi dell’Aquila colpita dal terremoto: sui costi della ricostruzione non c’è accordo tra il governatore di Bankitalia Mario Draghi e il premier Berlusconi. Nella pagina a fianco, in basso, Furio Pasqualucci, procuratore generale della Corte dei Conti

quanto né i dipendenti pubblici né i pensionati hanno motivo di dover cambiare le loro abitudini di vita. Anche in un contesto difficile dobbiamo essere ottimisti, cercare di lavorare e di consumare di più».

Questo ottimismo non è condiviso dal presidente di Confindustria, Marcegaglia: «Il dato sulla flessione del Pil nel 2009 potrebbe essere anche peggiore rispetto al calo del 5 per cento annunciato dal governatore di Bankitalia. La previsione di Draghi è la stessa che abbiamo fatto come centro studi per il 2009. Chiaramente siamo di fronte a un anno complicatissimo, se non ci dovesse essere

qualche miglioramento nella seconda parte dell’anno il dato potrebbe essere anche peggiore. Ma pensiamo che il -5 per cento sia il dato reale». La leader degli imprenditori ha, però, fatto esplicito riferimento al Consiglio dei ministri che si terrà oggi, dove si discuterà di sgravi per gli utili reinvestiti e bonus antilicenziamenti: «È essenziale che ci siano provvedimenti a supporto dell’economia e delle imprese. Auspichiamo e siamo fiduciosi che le nostre richieste si possano concretizzare».

Nella sua puntata abruzzese all’assemblea di Farmindustria la Marcegaglia si è soffer-

del Pil, l’avanzo primario è sceso al 2,4% e il debito pubblico ha raggiunto la cifra di 1663,65 miliardi, pari al 105,8% del Pil», dice il procuratore, ricordando poi le previsioni di Bankitalia sul -5% del pil che l’Italia rischia quest’anno, dopo aver subito una crescita negativa anche nel 2008. Per recuperare risorse destinate a fronteggiare la crisi economica si potrebbe procedere alla vendita di beni pubblici ma va registrato «il risultato poco lusinghiero delle recenti cartolarizzazioni che, a fronte di un portafogli di 129 miliardi avevano fruttato ricavi per 57,8». Un progetto che la Corte definisce «ambizioso ma incompiuto». Mentre la parificazione dell’età pensionabile tra uomini e donne nella pubblica amministrazione, chiesta dalla sentenza della Corte di giustizia europea, «appare l’occasione propizia per un riesame della legislazione in materia che adegui l’età effettiva di pensionamento in Italia rispetto alla media europea». Ma proprio in quest’ottica di risparmio, Pasqualucci rileva tuttavia che la recente abolizione del divieto di cumulo tra pensione e redditi di lavoro ha comportato, in tre anni, un aggravio di 870 milioni di euro. L’evasione fiscale, fa sapere procuratore generale della Corte dei Conti, «ruba» valore aggiunto dell’economia sommersa nel nostro Paese per il 18% del Pil; in ter-

Il Cavaliere invita all’ottimismo, mentre il presidente di Confindustria Marcegaglia avverte: «È essenziale che ci siano provvedimenti a supporto dell’economia e delle imprese» mata sul tema della zona franca per favorire la ripresa de L’Aquila: «C’è da parte di Confindustria la massima attenzione: se non la facciamo qui, in un territorio che sta soffrendo così tanto, non capisco proprio dove possiamo farla. Si tratta di dargli un contenuto vero, per il supporto alle imprese che decidono di continuare a investire qui. Ci sarà una trattativa complessa a livello europeo ma la zona franca va fatta».

mini di gettito, si tratta di almeno 100 miliardi l’anno.Tra i fattori che rallentano il recupero dell’evaso, Pasqualucci ha ricordato la persistente caratterizzazione di straordinarietà di un obiettivo che dovrebbe essere considerato naturale ed ordinario, e la diminuzione degli accertamenti in quest’ultimo anno.

Infine, la Corte affonda il coltello sul malcostume: «Il fenomeno della corruzione è talmente rilevante e gravido di conseguenze in tempi di crisi come quelli attuali, da far più che ragionevolmente temere che il suo impatto sociale possa incidere sullo sviluppo economico del Paese anche oltre le stime effettuate dal Saet (Servizio Anticorruzione e Trasparenza del ministero della Pubblica amministrazione e dell’Innovazione) nella misura prossima a 50/60 miliardi di euro all’anno, costituenti una vera e propria ’tassa immorale e occulta pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini». Il procuratore generale evidenzia, soprattutto, «l’insufficienza dell’azione repressiva in quanto, prendendo sostanzialmente atto di danni già verificati, costituisce un mero deterrente contro la corruzione scoperta, mentre è sul piano organizzativo che oc-

L’imprenditrice mantovana si è soffermata anche su un suo leit motiv: il capitale umano. Ha sottolineato l’importanza di investire in ricerca e innovazione, di sostenere l’università «senza la quale non possiamo pensare di fare industria. Se vogliamo mantenere la vocazione manifatturiera, dobbiamo aggiungere valore, tecnologia e innovazione e questo non può non passare attraverso maggiori investimenti».

corre insistere agendo sui comportamenti, sulle procedure, sulla trasparenza dell’attività amministrativa al fine di prevenire e/o eliminare la probabilità che si realizzino gli eventi corruttivi descritti». E il ruolo sempre maggiore che vanno acquisendo i finanziamenti comunitari europei in numerosi settori della vita economica degli Stati membri «ha spinto il legislatore italiano ad estendere le ipotesi di reato anche alla tutela degli organi dell’Unione europea». E tra le prime cinque regioni per numero di denun-

L’evasione fiscale «ruba» valore aggiunto dell’economia sommersa nel Paese per il 18% del Pil; in termini di gettito, si tratta di 100 miliardi l’anno ce di reati collegati ai fenomeni corruttivi, ne compaiono ben regioni del Sud: Sicilia (13,07% del totale), Campania (11,46%), Puglia (9,44%) e Calabria (8,19%); l’unica regione del Nord è la Lombardia con il 9,39%. Ma il costo maggiore della corruzione «non monetizzabile è il danno che la corruzione arreca alla pubblica amministrazione sul piano dell’immagine, della moralità e della fiducia». Proprio quella che oggi sembra mancare di più al Paese.

Berlusconi promette: da settembre via le tendopoli ROMA. «A settembre chiuderemo le tendopoli dell’Abruzzo». Questa almeno la promessa di Silvio Berlusconi, che ieri a L’Aquila si è mostrato più spavaldo e sicuro del solito. Poi, tempo, un altro paio di mesi e saranno pronte per essere abitate le nuove case destinate ai terremotati. Dopo le proteste degli abitanti e le polemiche con gli amministratori locali, il premier ha provato a chiarire la tempistica dei rientri: «I cittadini saranno a conoscenza del giorno di ingresso e quale sarà il loro appartamento». Fosse per lui, «li farebbe uscire dalle tende prima di quella data. In ogni caso a settembre consegneremo le chiavi degli appartamenti». Chi resterà senza alloggio, «sarà ospitato in albergo».

Forte di quest’annuncio, il premier ha rassicurato gli abruzzesi sulla contestata legge per la ricostruzione: «L’unica nota fortemente negativa è la scossa dell’altra sera. Quasi mille persone sono ritornate nelle tende e non si possono accelerare i rientri nelle abitazioni». Eppure, «nessun aquilano deve avere paura che lo Stato si tirerà indietro. Il governo si è impegnato a rispondere e le seconde case saranno ricostruite dallo Stato al cento per cento». Non è mancato un invito agli amministratori locali a «non preoccuparsi se dal Parlamento non è uscito un provvedimento come lo avrebbero voluto». Come nei bagni di folla a L’Aquila dopo le prime scosse, il Cavaliere ha rivendicato l’alto gradimento nei suoi confronti: «Nonostante tutto quello che si scrive e che si dice, mi hanno appena comunicato che è al 61 per cento. Un record europeo». Quindi, da «direttore dei lavori della ricostruzione abruzzese» come si definisce, ha visitato anche un cantiere, si è raccomandato sulla sicurezza e si informato sui materiali usati. Poi, rivolgendosi agli operai: «Ragazzi se, tutto va bene mi sa che veramente ve le porto le veline, le minorenni, altrimenti ci prendono tutti per gay».


panorama

pagina 10 • 26 giugno 2009

Escamotage. Oggi il Cipe sblocca lavori per quasi dieci miliardi. Ma tutti a prova di disavanzo

Grandi opere per grandi risparmi di Francesco Pacifico

ROMA. La Tremonti Ter per sgravare gli utili reinvestiti sarà così selettiva che basteranno gli “spiccioli” recuperati con lo scudo fiscale. Il bonus per le aziende che non attivano la cassa integrazione, come ha chiarito il vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei, verrà destinato a pochi. Per non parlare del limitato rimborso dei pagamenti arretrati della pubblica amministrazione verso le imprese, in ogni caso inferiore alla nuova stretta che sta per arrivare dal versante sanitario. Ma sulla via del rigore e del risparmio il vero capolavoro, il ministro dell’Economia, l’ha fatto con le risorse da destinare allo sviluppo. Quegli 8,09 miliardi (oltre ai 4 per l’Abruzzo) che il Cipe sbloccherà oggi, subito prima che il Consiglio dei ministri dia il via libera al decreto sviluppo.

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

Nonostante le pressioni di tutti i suoi colleghi, il titolare di via XX settembre è riuscito a dirottare questa massa di denaro che per la maggior parte arriva dai Fas verso Grandi opere: la ricostruzione dell’Abruzzo, l’autostrada Brebemi, il prolungamento della metropolitana di Torino dal Lingotto a Piazza

Premiare invece i grandi cantieri permette al governo un importante risparmio. Intanto in termini di deficit, perché le cifre stanziate finiscono per essere allocate nel bilancio dell’anno in cui partono. E per l’Italia che rischia di vedere a fine 2009 il suo deficit/Pil schizzare oltre il 5 per cento, non è poco

Su input di Tremonti premiate le infrastrutture strategiche, che si cantierizzano in tempi più lunghi e che si possono spalmare sui anni Bengasi, la posa della banda larga. Cioè verso progetti che erano già nella lista della vecchia Legge Obiettivo. E che, soprattutto, saranno cantierizzati non prima di un anno o due. Nella riunione del Cipe di questa mattina saranno infatti sbloccati soltanto spiccioli per l’edilizia carceraria e per quel piano di piccole opere viarie auspicato da mesi dai costruttori e dagli amministratori pubblici. Due capitoli di spesa che, a differenza del mirabolante Ponte sullo Stretto o del Mose di Venezia, sono subito operativi e finiscono per avere una più ampia valenza anticiclica.

poter trattare a Bruxelles un piano di rientro con numeri migliori. Anche se semplicemente abbelliti. Si dirà che più che di un effimero beneficio dei conti pubblici, il governo dovrebbe occuparsi dei costi del non fare visto l’alto gap infrastrutturale del Paese. Concetto vero, se non fosse che Tremonti e il suo staff hanno paura che, rendendo ancora meno presentabili i conti pubblici, si possano avere non poche ripercussioni sulle aste pubbliche. Cioè i Btp attraverso i quali lo Stato recupera, per esempio, le risorse per pagare gli insegnanti o le forniture.

Piccoli giochi contabili, quindi. E con effetti positivi sul breve termine (quelli sul deficit) ma nefasti sul lungo periodo, come dimostra un’Italia che, nello scorso weekend, è letteralmente andata in tilt per qualche millimetro d’acqua. Come ha spiegato Mario Ciaccia, l’amministratore delegato di Bis (il braccio per le infrastrutture di IntesaSanpaolo) servono ben altre cifre per rendere i livelli di accessibilità in Italia adeguati. «Più volte», ha ricordato qualche giorno fa, «abbiamo detto che ci vogliono almeno 250 miliardi di euro in cinque anni. Sono tanti soldi ma si possono trovare». Così, oltre a centellinare e rimodulare le risorse del Fas, al governo non resta che studiare finalmente un serio piano di dismissioni degli asset pubblici, sgravi fiscali alle realtà liquide come fondazioni o assicurazioni, per non parlare di quella riforma delle regole della finanza di progetto da sempre annunciata e mai messa in atto. Questo almeno il percorso che si attende da un ministro come Giulio Tremonti folgorato in tarda età dal keynesismo.

Sempre più pizzaioli ormai costretti a pagare il “pizzo” sugli ingredienti del noto piatto

Se la camorra si appropria (pure) della pizza izza alla camorra. Non è un nuovo tipo di pizza, anche se da qualche parte ci potrebbe anche essere, ma la pizza che era obbligato a fare un pizzaiolo di Grumo Nevano il quale non solo pagava al clan la classica tangente - il pizzo - ma era costretto ad acquistare la mozzarella dal fornitore di fiducia dello stesso clan. O comprava quella mozzarella o saltava per aria. Voi cosa avreste fatto?

P

La mozzarella della camorra era salata: costava due euro in più al chilo rispetto alla concorrenza. La differenza finiva direttamente nelle casse della camorra che così intascava due volte: il pizzo classico e il pizzo sulla pizza. «Non ho mai provato a rifornirmi di mozzarelle da altri fornitori», ha detto il commerciante ai carabinieri, «perché temevo per la mia incolumità personale». La camorra mangia tutto e su tutto. Il taglieggiamento non conosce limiti e confini: i soldi possono uscire da ogni dove e quando non escono i soldi si ricorre ai prodotti, alle prestazioni, ai servizi. La camorra asservisce: il suo obiettivo è lo sfruttamento e gli uomini possono essere sfruttati in tanti modi. Un camorrista non solo taglieggiava un

negozio di abbigliamento, ma usava il negozio per i suoi incontri malavitosi: per non essere ascoltato, per non essere visto, intimava al negoziante di uscire e sequestrava il negozio per le sue riservate conversazioni a quattrocchi. Da oggi quando mangiamo la nostra tradizionale pizza ci toccherà chiederci se quella filante mozzarella o quel pomodoro o quella farina non siano state comprate a prezzo di camorra. Il fornitore del clan di Grumo Nevano, il clan Verde, non avrà avuto l’esclusiva della trovata. Avrà avuto l’esclusiva territoriale, ma non quella ideale. Ci saranno altri uomini della camorra che venderanno a loro volta a un prezzo maggiorato: il fior di latte o la bufala. Se si considera che la pizza è il piatto italiano più noto e più diffuso si può capire il giro di affa-

ri che vi ruota intorno. I pizzaioli sono sempre richiesti e un buon pizzaiolo non resterà mai senza lavoro: la disoccupazione è un problema che non lo riguarda, semmai avrà il problema inverso: lavorare meno. Proprio considerando il grandissimo giro d’affari della pizza, in tutte le sue varianti, la criminalità organizzata si sarà organizzata al meglio per metterci su le mani. Tutto ciò che fa soldi interessa alla camorra. Anche la pizza. Soprattutto la pizza. Tuttavia, la pizza potrebbe determinare la rivolta napoletana contro la camorra.

Già il ristorante “Ciro”è stato costretto a chiudere per l’eccessivo peso “fiscale”dei clan camorristici. «Chiuso per camorra» c’era scritto su di un lenzuolo davanti all’ingresso del ristorante qual-

che tempo fa. La camorra viene anche vista come un’impresa che dà lavoro e risorse a chi non ne ha. Ma quando negozi e ristoranti «chiudono per camorra», allora, una crepa, per quanto piccola, si apre nel muro dell’omertà.

Ma se dovessero ribellarsi tutte le pizzerie che pagano in un modo o nell’altro la camorra? Ma se fossero i clienti a fare lo sciopero della pizza? Se fosse il popolo napoletano a ribellarsi perché colpito nell’orgoglio di un suo classico simbolo? Certo, sono domande retoriche, domande che fanno sorridere. La camorra è spietata e non sarà una romanticheria sulla fierezza della “pizza violata”a farla arretrare di un palmo. Ma come ci sono i marchi di qualità e bontà non potrebbero esserci anche i marchi di garanzia contro la camorra. Del tipo: pizza senza pizzo. I napoletani mangiano più volentieri una pizza con pizzo o una pizza senza pizzo? L’orgoglio napoletano schierato in difesa della pizza e della salvaguardia della cucina, della trazione e della cultura partenopea potrebbe sferrare un brutto colpo alla camorra. Per una volta, la camorra farebbe un pessimo affare e la pizza le andrebbe di traverso.


panorama

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Appelli. Nei discorsi con i quali si sono candidati alla segreteria del Pd, i due leader hanno parlato agli apparati futuri

Franceschini & Bersani, i nuovi giovanilisti di Antonio Funiciello segue dalla prima Prese avvio uno strano e crepuscolare dibattito interno fatto di riunioni segrete e rumors da consegnare ai giornali, fino a quando il gruppo non si spaccò in due tronconi. Da una parte i capofila restarono Andrea Orlando e Andrea Martella, che continuarono ad adottare una strategia di basso profilo d’ingaggio. Dall’altra Sandro Gozi, Paola Concia e la new entry Serracchiani promossero varie iniziative fino a ritrovarsi domani a Torino al Lingotto, per una rievocazione dei fasti veltroniani.

Franceschini un po’ di giovani li ha già valorizzati nella sua segreteria, organismo di cui invero si parlò solo il giorno dell’insediamento e che è poi sparito dai media e dalla direzione politica della campagna elettorale. Ne fanno parte Federica Mogherini, che tempo fa sul Magazine del Corriere della sera ebbe a definirsi dalemian-veltronianfassiniana; il segretario del Pd lombardo Maurizio Martina, enfant prodige diessino fortemente ridimensionato, dopo le

La contesa tra i due passa anche attraverso il coinvolgimento di dirigenti trentenni La Serracchiani parla da vice-segretaria in pectore ultime elezioni, dalla scomparsa dei democratici dai livelli istituzionali della sua regione; infine Elisa Meloni, segretaria democratica senese di matrice fassiniana, di cui si sa poco o nulla. I tre giovani dal recente pedigree farnce-

schiniano sono già della partita. A loro si aggiungerà tutto il pezzo che domani si vedrà al Lingotto, con a capo Debora Serracchiani, da più parte indicata come futura vice segretaria e più probabilmente vice capo delegazione dei parla-

mentari democratici eletti a Strasburgo. «Il risultato elettorale - ha detto l’europarlamentare - è tale che non è pensabile un mio non-impegno nel Partito Democratico». Un bizantinismo di vecchia scuola che rivela l’intenzione risolutissima di essere della partita. Tanto che molti dei giovani che si ritroveranno con lei domani al Lingotto la vorrebbero più coraggiosamente vedere sfidare lo stesso Franceschini. Ma, al momento, pare un’ipotesi più che improbabile. Altri animatori dell’iniziativa del Lingotto sono il consigliere regionale lombardo 34enne Civati e il parlamentare prodiano Sandro Gozi, che ha cercato anche di coordinare la redazione di un documento programmatico della proposta generazionale.

Bersani, da par suo, ha detto esplicitamente che, contro ogni nuovismo, si sarebbe rivolto ai giovani che già sono nel Pd, senza andare a pescare fuori dal vivaio democratico. Verso di lui convergono le simpatie dell’ex portavoce veltroniano del Pd Orlando e dell’ex ministro ombra per i

Coppie impossibili. Il ministro loda il segretario della Cgil, pensando alle grandi riforme dafare

Nasce l’asse Brunetta-Epifani? di Giuliano Cazzola n occasione della sua ultima apparizione su La 7, nella rubrica « 8 e \u00BD», abbiamo assistito ad un’ottima performance del ministro Renato Brunetta. Sereno e dialogante il titolare della Funzione Pubblica si preparava ad incassare un duplice obiettivo: un parere favorevole da parte delle Commissioni competenti sullo schema di decreto legislativo attuativo delle riforma del pubblico impiego e il nihil obstat da parte del Governo su di una norma che allinei l’età di vecchiaia delle donne a quella degli uomini nella pubblica amministrazione. Per quanto spigoloso, il ministro è la prova vivente della possibilità di impegnarsi in prove difficili senza perdere consenso, ma guadagnandone per se stesso e per l’esecutivo e la maggioranza.

I

lettera, ma il Governo non sembra avere possibilità di ulteriori rinvii. Ma Brunetta ha dato un’altra notizia: quella di essersi incontrato con Guglielmo Epifani e di avere l’intenzione di ricucire i rapporti con la Cgil. La cosa in sé non dovrebbe stupire nessuno. È normale che un ministro voglia avere un buon rapporto con il leader del più importante sindacato italiano, con il

Anche l’Unione europea gli «dà una mano»: andrebbe in questa direzione (contro Sacconi) l’ultimatum sull’adeguamento delle pensioni

Ieri è arrivato un assist formidabile dal commissario Ue, Vladimir Spidla, il quale ha annunciato che la Commissione non è più disposta a tollerare i temporeggiamenti dell’Italia e quindi avvierà la procedura d’infrazione. Per buona educazione Spidla oggi incontra Sacconi prima di spedire la

quale – sia detto per inciso – ha condiviso decenni di comune militanza socialista. Se la schiarita nei rapporti tra i due «cattivi» di turno (collocati uno al governo l’altro all’opposizione) dovesse avverarsi, alcune conclusioni andrebbero tratte. In sostanza, la «dottrina Brunetta» risulterebbe la più efficace per quanto riguarda la linea di condotta nei confronti del sindacato. Il ministro della funzione pubblica, infatti, non ha mai voluto fare sconti a nessuno ed ha trattato tutte le tre confederazioni (magari duramente) allo stesso modo. Ha rinnovato i contratti senza venire meno ai principi

del rigore e delle effettive disponibilità economiche e, quando la Cgil ha scioperato da sola e più volte, si è seduto sulla riva del fiume aspettando di riscontarne il fallimento (come è avvenuto). Dopo aver ridimensionato il fenomeno dell’assenteismo, con la sola forza dei numeri ha confutato i luoghi comuni riguardanti il numero dei precari della pubblica amministrazione.

Ora sta per riscuotere il frutto del lavoro di un anno con la «madre di tutte le riforme» (quella del pubblico impiego). È il momento allora di riconoscere l’onore delle armi al più tenace avversario sconfitto. Poi, se sono rose fioriranno. Non è la prima volta che Epifani – il quale fa politica in base alle logiche interne alla propria organizzazione – fa promesse che poi non è in grado di mantenere. Ma ciò non creerà particolari problemi a Brunetta, anche se il ministro avrà sicuramente notato che la sua apertura alla Cgil ha suscitato qualche reazione piccata del segretario della Cisl, Raffaele Bonanni.

Trasporti Martella, quest’ultimo molto legato in passato a Bersani. Con il quale sarà anche il presidente della provincia romana Zingaretti. Il grosso del troncone meno movimentista del documento «Indietro non si torna» sta già con l’ex ministro per lo Sviluppo economico, che conta anche l’economista lettiano Boccia, che fu sconfitto da Vendola alle primarie pugliesi per la scelta del candidato alla presidenza della Regione. Deputati come il non più giovanissimo marchigiano Giovannelli e il quarantenne torinese Esposito hanno alla Camera gettato le reti per accattivare alla causa bersaniana le simpatie di altri giovani promettenti, che preferiscono però stare ancora coperti. Altro dirigente del PD veltroniano, ma già fedelissimo dalemiano e braccio destro di Vincenzo Visco, è l’economista Stefano Fassina, direttore scientifico di Nens, il think tank di Bersani. A lui sarà affidato l’elaborazione della proposta economica bersanaina, che sarà il pezzo forte del discorso che Bersani terrà lunedì prossimo a Roma.


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la maturità

“La coscienza di Zeno”, le origini della cultura giovanile, innamorame

L’esame di mat talo Svevo, con l’analisi de La coscienza di Zeno e la figura dell’inetto, per la traccia letteraria, internet e il fenomeno dei social network per quella d’attualità. Le prime indiscrezioni sulle tracce per i temi della maturità arrivano già in mattinata, naturalmente online, e confermano molte delle aspettative dei ragazzi, che avevano previsto, nei mille forum dedicati all’argomento, la scelta di «un autore del 900», i social network, la ricorrenza della caduta del muro di Berlino. Deluso, invece, chi aveva dato per scontato un tema sulla crisi economica, sull’elezione di Barack Obama o addirittura su eutanasia e diritto alla vita, con riferimenti al caso di Eluana Englaro. Non protagonista, ma comparsa, nelle tracce c’è anche Dante. Il sommo poeta c’era, ma solo in allegato: i versi dal 97 al 107 del V canto dell’Inferno sono stati inseriti tra i materiali a disposizione degli studenti per la traccia sull’innamoramento prevista nella tipologia del saggio breve. I versi, inconfondibili, sono quelli del canto di Paolo e Francesca, «Amor ch’a nullo amato amar perdona...». Positivi i primi commenti «tracce abbordabili», «temi interessanti», argomenti, anche vicini agli interessi e alla cultura giovanile. Dai primi sondaggi sul web, il tema preferito dai ragazzi è stato quello di ordine generale, con il 31% di consensi, seguito dal saggio breve con il 25%. In attesa di avere i dati ufficiali del ministero, i ragazzi si sono “contati” sui siti specializzati e hanno “promosso” anche l’analisi del testo, scelto dal 21%. I ragazzi hanno trovato più semplice lavorare sul testo di prosa di Svevo, piuttosto che su un eventuale testo poetico. In coda l’articolo di giornale (11%) e il tema storico (9%). Tra le novità più rilevanti dell’edizione 2009, la prevalenza delle immagini sui testi allegati e tracce più brevi con titoli più semplici. Il “fenomeno Facebook” debutta anche alla maturità: il logo di Facebook compare tra le foto in allegato alla traccia su «Origine e sviluppi della cultura giovanile». In un’altra traccia viene chiesto ai ragazzi di sviluppare un articolo o un saggio breve su «Social network, Internet e new media».

I

Povero Svevo, umiliato dagli sms Un’idea: cambiamo tutto e facciamo come in Cina di Emilio Spedicato ono iniziati ieri gli esami di maturità. Esami ai miei tempi temuti e attesi perché schiudevano le porte di tutte le facoltà, almeno ai maturati del liceo, cioè a quella minoranza che continuava a studiare all’università. Un’università ancora elitaria ma capace di garantire un lavoro sicuro e ben retribuito. Ora i maturati devono affrontare il quiz di ammissione. Test che ritengo generalmente inutile e forse anticostituzionale; correlazioni fra il risultato finale e quelli di maturità e quiz hanno indicato che la maturità conta.

S

Feci il mio esame nel 1964 al Liceo Classico Manzoni, nella vecchia Milano, presso la chiesetta dove Agostino fu battezzato. Del contenuto delle prove nulla ricordo. Ricordo una Milano calda, una commissione quasi tutta di docenti esterni, e il docente interno che vegliava durante le prove scritte. Quel docente, ora di circa 86 anni, era don Giovanni Barbareschi, una delle persone più straordinarie incontrate, nominato da Israele “Giusto delle nazioni” per avere salvato tanti ebrei portandoli in Svizzera. Fu catturato ae inviato al lager di Gries; da qui fortunosamente sfuggito, fu caricato come guida da un’auto di ufficiali SS

che l’avevano fermato per chiedergli la strada per Milano. Non ero sicuro dell’esito degli esami, mio padre ne fu informato per primo quando, già in vacanza sulle Dolomiti, vide in un giornale la mia foto, con un articolo in gran parte inventato relativo alla mia me-

denti (opinione ricavata - forse sbagliando - dall’esperienza con i figli liceali). Certo su internet c’è un immenso potenziale informativo, ma se l’informazione non è interiorizzata e memorizzata negli aspetti essenziali è come se non esistesse. E che dire poi di Google do-

Su internet c’è sicuramente un immenso potenziale informativo, ma se l’informazione non è memorizzata e interiorizzata negli aspetti essenziali, in pratica è come se non esistesse dia del 9, la più alta di Milano. A pari merito con Enrico Camporesi, ora noto medico universitario negli Stati Uniti, fu anche la più alta dell’Italia del Nord. Fu così che mi ritrovai a Roma con i 25 Alfieri del Lavoro ricevuti da Gronchi e Paolo VI. All’esame ero giunto studiando molto tutto l’anno, e facendo giri in bicicletta nelle due ultime settimane. Da allora i programmi liceali sono cambiati, non in meglio direi, il livello della matematica è peggiorato, già dalle elementari in poi; non si fanno più le traduzioni dall’italiano in latino, utilissime per attivare le capacità ragionative; i libri sono diventati illeggibili, più carichi di informazioni di quelli universitari, e ben poco letti dagli stu-

ve il criterio per porre i siti ai primi posti è il numero delle volte in cui vengono cliccati? Esistono società che cliccano a pagamento per piazzare un sito ai primi posti, visto che dopo una mezza dozzina di pagine nessuno va avanti per il successivo milione.

Alle ore 10 e 45 di ieri ho cercato su Google i temi per la prova di italiano. Clicco sul secondo sito (il primo pare fermo al 2008) fra un totale di 281.000 siti che non avrò il tempo di guardare. Trovo i seguenti quattro temi, che qui riporto con i miei commenti: 1) «Le origini della cultura giovanile». Su questo non avrei le idee chiare. Il riferimento è probabilmente ai giovani ita-


la maturità

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ento e amore, internet e i social network: ecco le tracce dei temi che ieri hanno impegnato 500mila di studenti

turità. Agli esaminatori

Italo Svevo (nella foto dell’altra pagina): la sua “Coscienza di Zeno” è lo spunto della traccia relativa all’“analisi del testo”. Per quanto riguarda il saggio breve, invece, gli argomenti riguardano i temi dell’innamoramento (un dipinto di Eros, qui a fianco); l’origine e gli sviluppi della cultura giovanile (qui sopra un immagine della cultura “beat” americana; internet e i social network (nell’immagine a sinistra)

liani, alle letture che fanno (poche), ai circoli culturali che frequentano (pochissimi), ai circoli politici (esistono ancora?), alle attività musicali (qualcosa, ma ben sotto coreani e giapponesi), al significato culturale delle sbronze e degli sballi, quando si ritrovano in migliaia in fabbriche abbandonate per ubriacarsi e drogarsi e la questura non interviene perché sono troppi. S’intende questo o ci si riferisce alla cultura del navigare su internet? 2) «La coscienza di Zeno, di Italo Svevo». È un classico. Ma perché tutti ignorano uno straordinario classico dell’Ottocento, che unisce letteratura e scienza, opera di Antonio Stoppani, ovvero Il bel paese? Libro che ritengo superiore ai

Promessi sposi. E vorrei ricordare che tutti gli studenti delle scuole secondarie cinesi leggono la sintesi dell’immensa opera di Needham sulla storia della scienza e della civiltà cinese, scritta da Robert Temple, studioso di competenze sia classiche (conosce greco e sanscrito) che scientifiche (suo un trattato sull’ottica degli antichi). E quindi escono con il quadro delle conquiste scientifche cinesi nella storia. Ecco forse perché l’80% dei cinesi sceglie una facoltà scientifica o ingegneristica. Lascio al lettore immaginare i numeri per l’Italia (e per gli Usa: 2%). 3) «Innamoramento e amore». Un tema nel quale un giovane può solo parlare delle proprie mini esperienze e attese. Chi

mai gli ha detto che l’innamoramento è un processo chimico legato al tempo dello svezzamento del bambino? E che...

4)

«Internet

e

so cial

network». Tema forse scelto dalla maggioranza, su cui molti avranno da dire visto il tempo passato al computer.Va notato che i commissari, oltre che valutare il contenuto degli scritti, avranno da fare con gli aspetti grammaticali e sintattici. Chi scrive, insieme ai colleghi, nel correggere le tesi verifica un inaccettabile crollo della correttezza espositiva e della conoscenza dell’italiano, con la conseguente scomparsa dei congiuntivi. Ma la lingua futura sarà forse il gergo degli sms.


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la maturità

Signor ministro, che gaffe sul fascismo! La grave imprecisione del tema storico di Giuseppe Bertagna untuale, come il ciclo dell’anno liturgico, torna la rituale discussione sugli enunciati dei temi degli esami di stato. Più semplici dello scorso anno o altrettanto farraginosi? Per quanto lo consente una formula (soprattutto quella relativa alle prime due tipologie) che sembra il frutto maturo del didatticismo positivistico di moda nel secolo scorso, c’è stato, in effetti, un apprezzabile sforzo di semplificazione. Attesi o inaspettati, gli argomenti delle prove? Beh, quest’anno, i bookmaker avrebbero fatto buoni affari se si fossero messi davvero in gioco. Come non sospettare, ad esempio, che, con la Lega al governo e così vincente, si voleva comunque rassicurare sull’importanza del 150° anniversario dell’unità d’Italia?

P

Oppure con l’epopea di YouTube e, soprattutto, con il primo processo mondiale al portale video di Google per la questione del ragazzo Down messo alla berlina da bulli studenteschi nostrani lo scorso anno, processo che ha molta più risonanza all’estero, per la verità, che in Italia, ma che, in ogni caso pone una questione qualitativa davvero epocale e globale (i social network devono controllare il materiale che viene postato e dotarsi di qualche filtro ex ante che può scadere addirittura in censura, oppure devono lasciare a ogni postatore la responsabilità civile e penale delle loro più o meno improvvide

iniziative?), con vicende e un processo di questo genere, si diceva, come non aspettarsi qualcosa sulle problematiche dei social network?

E si potrebbe continuare con osservazioni analoghe, perfino con qualche perfida ironia, a proposito dei temi sugli innamoramenti, sul rapporto creatività e innovazione e sul muro di Berlino. Ma passiamo oltre. Viste le abitudini degli scorsi anni, gli enunciati contengono forse anche errori che non fanno fare bella figura a chi, per principio, dovrebbe risultare il

L’enunciato dà l’impressione che le formule istituzionali attraversate dall’Italia unita siano state tre. Invece sono state due: monarchia e repubblica garante della serietà e del rigore filologico (il ministero)? Pare di no. Sì ci sono scelte stilistiche e grammaticali controvertibili, qualche ricercatezza eccessiva. Ma di grosso nulla. L’unica questione rilevante riguarda il tema storico. L’enunciato dà l’impressione che le formule istituzionali attraversate dall’Italia unita siano state tre: monarchia, fascismo, repubblica. No, sono state due: monarchia

e repubblica. Non si possono confondere o mettere le cose in modo tale da suggerire agli studenti la confusione tra forme istituzionali e forme di governo. Come fossero la stessa cosa. Democrazia e totalitarismo, infatti, sono state forme di governo che sono ambedue esistite sotto la monarchia (fino al fascismo l’Italia era, con tutti i difetti che pur si devono ricordare, una democrazia liberale; dopo il fascismo, divenne una monarchia dove vigeva un governo totalitario). Democrazia e totalitarismo possono, però, al contempo, anche essere forme di governo che, se finora non si sono fortunatamente succedute con la repubblica italiana, lo possono essere, se mai non si sarà vigili, in futuro. Infatti, non si può escludere a priori, per scienza politica, che possa anche esistere una repubblica con un governo corroso da forme totalitarie, ancorché, alla Tocqueville, magari da “dittature della maggioranza”. Considerazioni più o meno simili, per la verità, si potrebbero fare anche sull’enunciato che prende a pretesto la caduta del Muro.

Se si trattava di far riflettere sul valore della libertà e della democrazia oggi non si vede perché instaurare una specie di corrispondenza diretta solo con il simbolo muro di Berlino. La forzatura celebrativa è evidente. Si potrebbe continuare con altre osservazioni di dettaglio. Niente di male. Ma biso-


la maturità

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Ha vinto Berlinguer: esiste solo il ’900 C’era solo qualche poesia antica legata al saggio sull’amore di Giulio Ferroni er chi continua ad occuparsi della scuola guardare agli argomenti della prima prova porta ogni anno a rituffarsi nel passato, a ritrovare non senza nostalgia le immagini e le situazioni della propria maturità, della giovinezza perduta, di un orizzonte culturale tanto diverso da quello in cui è immerso attualmente e in cui sono immersi gli studenti di oggi. Certo non è più come un tempo, quando si trattava solo di scegliere tra due o tre “temi”e le cosiddette “tracce”(parola orribile e in fondo incongrua, ma dominante nella vulgata dell’informazione) erano piuttosto semplici e concise.

P

Oggi, dopo i fuochi pirotecnici berlingueriani e la guerra che pedagogisti e linguisti ufficiali hanno condotto contro il tema, abbiamo a che fare con tutto uno schieramento di “tipologie” diverse, accompagnate da allegati eterogenei e molteplici, oltre che sostenute da lunghe e sofistiche disquisizioni: difficile orientarsi per chi ha fatto l’esame tanti anni fa, ma forse ancora più difficile per i poveri maturandi attuali, che impiegano parte delle ore a disposizione ad esaminare il materiale, esitando lungamente sulla ricerca della scelta più conveniente e risolutiva. Senza contare poi il fatto che, nonostante tutte quelle negazioni della forma del tema, alla fine si tratta pur sempre di “temi”, sette tipi diversi di proposte di temi “da svolgere” . Comunque va dato atto alla

gnerebbe ribadire che, in questo modo, la discussione si trasformerebbe in una mistificazione: parlare di questo per tacere di altro, e, soprattutto, per farlo dimenticare. L’altro che si tace e che non è da dimenticare è, infatti, ben più importante di ciò che si è detto. Merita, perciò, una rapida rammemorazione che si può sintetizzare in questi punti. 1) Gli enunciati per gli esami di Stato non dovrebbero mai essere letti come segni di una «filosofia culturale» da trasmettere predicatoriamente alle nuove generazioni. Leggerli in questo modo significa non fuoriuscire dall’idea, a dire il vero, purtroppo, molto frequentata nel nostro paese della scuola «apparato ideologico» dei governi di turno. 2) Gli esami di Stato finali svol-

Gelmini di aver un po’ fatto semplificare le “tracce”, di aver fatto ridurre la loro verbosità, anche se ancora molto è stato il materiale da compulsare. La Gelmini aveva peraltro preliminarmente sostenuto che nell’auspicato ritorno alla severità ci si allontanava finalmente dal ’68: «È finito il sessantotto»: ed è singolare il fatto che dopo questa affermazione sia venuto fuori un tema sulla cultura giovanile che parte inevitabilmente dal ’68 e chiama in causa tanti miti, figure, simboli che sono balzati sulla scena nel ’68 (ma non riesco a capire come un giovanissimo di oggi possa riflettere sulla cultura cosiddetta “giovanile”, che peraltro è molto più articolata, varia, contraddittoria rispetto alle immagini che ne sono state proposte in allegato: grande novità, molti hanno notato, è stata questa proposta di immagini, ma sarebbe stato bello avere anche qualche immagine dalle arti plastiche). Comunque nell’insieme questi temi indicano una concentrazione di interessi sul contemporaneo, che sembra realizzare in modo postumo l’intento berlingueriano di puntare sul “Novecento e dintorni”, eliminando quasi ogni riferimento storico, letterario, artistico al passato più lontano, quel passato che si sta sempre più vorticosamente allontanando da noi e di cui le giovani generazioni non riescono più a percepire la distanza, perdendo da questo punto di vista ogni educazione alla differenza, all’alterità. C’è solo qualche poesia antica tra gli allega-

Negli esami di Stato, le tracce non dovrebbero mai essere lette come segni di una “filosofia” da trasmettere alle nuove generazioni gono una funzione e devono essere organizzati in un certo modo se pensati o come conclusione di un sistema scolastico selettivo o come conclusione di un sistema scolastico orientativo. Noi, ad ottantasei anni dalla riforma Gentile, non abbiamo ancora fatto una scelta chiara in proposito. Continuiamo a chiedere agli esami

Giuseppe Garibaldi, assente insieme al Risorgimento dal tema storico, che invece ha visto protagonista, anche se indiretto, Mussolini (nella pagina a fianco). Alla sua destra, il ministro Gelmini. In basso, il Muro di Berlino

ti al tema “Innamoramento e amore”, bello se non contenesse lo zuccheroso materiale alberoniano (stranamente in contrasto con quei testi che insistono sul legame amore/morte: ma come potrebbe un adolescente rapportare quelle tematiche tragiche all’orizzonte delle proprie iniziali esperienze?).

Il tema che ci porta più lontani nel tempo è quello storico, che si riferisce al prossimo centocinquantenario dell’unità d’Italia, ma che stranamente suggerisce riflessioni sulle forme istituzionali succedutesi nel tempo da allora trascorso, ma non propone nessun riferimento al valore della stessa unità, alla lotta che è stata fatta per conquistarla, insomma a quello che continuiamo a chiamare Risorgimento? Non sarà che gli esperti ministeriali si adattano ai trionfi leghisti, preferendo evitare ogni richiamo al nostro Risorgimento? Sembra proprio che nel clima attuale Mazzini, Garibaldi, Cavour debbano essere nominati il meno possibile.

le due cose insieme. Non raggiungendo, naturalmente, né l’una né l’altra. 3) Gli esami di Stato italiani sono gli unici al mondo in cui il ministro della pubblica istruzione pro tempore sceglie personalmente le tracce dei temi non solo di italiano e storia, ma anche, formalmente, di matematica, scienze, lingue straniere ecc. Basta ricordare questa anomalia per percepirne la insostenibile paradossalità. Dice non solo il centralismo ministerialista del nostro sistema, ma anche la sua funzione più ideologica che tecnicamente pedagogica e docimologica.

4) Codice d’onore. Giustamente, si fa osservare che nella solita America (ma anche lì più quella di Jefferson e di Wilson, che di oggi) gli studenti consi-

derano un grande valore non barare agli esami. Si fanno vanto dell’honor system: non copiare mai, nemmeno in assenza del professore dall’aula. Né dai compagni né dai manuali. Da noi è il contrario. I professori devono fare i vigili occhiuti e gli studenti valgono quanto più riescono a beffare la sorveglianza, ricorrendo a biglietti spiegazzati o ai chip della tecnologia avanzata. Sarebbe sbrigativo, però, attribuire queste abitudini al cosiddetto “carattere degli italiani”. Insomma, a ragioni soltanto antropologiche e storiche. Ci sono anche scelte tecniche che, purtroppo, le rafforzano. Si pensi solo, per fare un esempio, a che cosa significherebbe chiedere ai ragazzi di impiegare i materiali che vogliono, dai libri di testo ad

internet, ma di scrivere 90 righe di valutazione di un problema complesso in non più di tre ore. Ovvio che qui il problema si sposterebbe, e diventerebbe più una questione di bravura dei correttori che di furbizia dei “copiatori”.

5) Contin uiamo a vedere gli esami come fossero una prova che riguarda solo gli studenti. In verità, dovrebbe riguardare molto di più i docenti. E in due sensi. Perché gli esami dovrebbero servire ad offrire ai docenti informazioni attendibili sull’efficacia del loro insegnamento. Perché i commissari d’esame dovrebbero possedere una specifica professionalità, e non correggere ciascuno all’impronta, secondo le formule contingenti che ciascuno predilige.


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Berri riconquista Beirut per la quinta volta Il leader sciita di Amal va verso un governo di larghe intese con il Partito di Dio di Antonio Picasso Assemblea Nazionale libanese ha eletto lo sciita Nebih Berri suo Presidente per la nuova legislatura. Con una maggioranza di 90 voti favorevoli su un totale di 128, il leader di Amal, il partito di orientamento musulmano sciita, è stato confermato in questo incarico per la quinta volta consecutiva. La scelta era sostanzialmente scontata. La Costituzione libanese prevede che sia un esponente della comunità sciita a guidare il Parlamento. In questo senso, la classe politica nazionale non aveva alternative. Tra un esponente di Amal e uno di Hezbollah, era naturale che la scelta ricadesse sul leader del primo. Infatti, in un Libano impegnato a mostrarsi stabile e politicamente normalizzato, di fronte agli alleati di Europa e Stati Uniti, l’opzione di nominare un membro del“Partito di Dio” alla presidenza del Parlamento sarebbe passata come una provocazione. Non va dimenticato che Hezbollah è nella lista nera dei gruppi terroristici per molti governi occidentali. Al contrario, Berri garantisce quel senso di continuità necessario a Beirut per essere credibile. La sua nomina, inoltre, appare come un riconoscimento di gratitudine verso colui che, nel maggio 2008, si spese affinché la crisi emersa dall’impasse istituzionale della mancata nomina del

L’

IL PERSONAGGIO

nuovo Presidente della Repubblica non degenerasse in una nuova guerra civile. Ciononostante, la scelta del leader di Amal - alla luce del risultato elettorale del partito - appare come un sintomo di continuità viziosa. Il movimento, infatti, è uscito dalla tornata di tre settimane fa sensibilmente ridimensionato.

Dei 15 parlamentari che aveva nella precedente legislatura, ne sono stati confermati solo 11. Un calo, questo, che conferma come Amal sia sempre più relegato alla posizione di gregario nei confronti di Hezbollah, in seno all’influente comunità sciita libanese. Il fenomeno non è legato agli ultimi eventi vissuti da Libano, in cui il “Partito di Dio”ha fatto da protagonista. Fin dagli anni Ottanta, effettivamente quest’ultimo - espressione di una frangia povera ed emarginata dello scii-

2008, sono stati interpretati come il principio di un new deal per il “Paese dei cedri”, in termini di stabilità politica e convivenza tra le etnie e le confessioni religiose. Nel corso di questi tredici mesi, infatti, è stato eletto un presidente della Repubblica, il governo di Fouad Siniora - che con il sostegno dell’opposizione - ha traghettato il Paese fino all’appuntamento elettorale. Tuttavia, il risultato emerso dalle urne suggerisce che un’effettiva fase di cambiamento sia ancora lontana. La vittoria della coalizione del “Fronte 14 marzo”, costituita dai sunniti, una grossa percentuale di maroniti e dai drusi, non ha ottenuto quello scarto di maggioranza sufficiente per poter governare in modo autonomo. L’opposizione, a sua volta - composta da Hezbollah, Amal e dal Movimento Libero Patriottico (Mlp) di Michel Aoun - si è arroccata su un consenso più che onorevole, ma altrettanto insufficiente per poter influenzare a pieno le scelte del futuro esecutivo. Su questa base poggiano le opinioni degli osservatori locali. Al di là del successo delle elezioni come avvenimento in sé le previsioni non suggeriscono quel cambiamento auspicato dall’Occidente. Al contrario, proprio perché nessuno dei due schieramenti ha ottenuto una vittoria schiacciante, è possibile che nulla sia modificato. Da qui le prospettive di un nuovo governo di unità nazionale, con Hezbollah e Mlp nuovamente inclusi per un terzo dei dicasteri, con tanto di diritto di veto nelle decisioni. In questo senso, la nomina di Berri che si avvia ad affrontare il 17esimo anno di incarico - appare una conferma delle previsioni. Un avvenimento ben lontano da qualsiasi volontà di cambiamento.

Con Hezbollah e Mlp nuovamente in grado di porre il diritto di veto, si allontana il new deal sperato dagli occidentali smo libanese - è andato acquisendo consensi anche tra gli elettori di altre confessioni religiose, in particolare presso alcune circoscrizioni cristiano-maronite scontente dei propri rappresentanti. La sua posizione, quindi, si è affermata come quella di un soggetto politico trasversale e nazionale. Amal, al contrario, nato ancora negli anni Settanta in seno a quella parte della comunità sciita benestante e settaria, non è riuscito a conquistare il consenso presso altre realtà all’interno del complesso panorama etnico-religioso del Paese. A questo si aggiunge l’effettivo cammino che il Libano dice di voler intraprendere. Gli accordi di Doha, nel maggio

José Alberto Mujica Cordano. Per tutti “Pepe”, classe 1935, ex guerrigliero, ex ministro dell’Agricoltura, mira alla poltrona presidenziale. E potrebbe farcela

Un tupamaro alla conquista dell’Uruguay di Maurizio Stefanini osé Alberto“Pepe”Mujica Cordano, nato a Montevideo il 20 maggio del 1935, deve il suo secondo cognome a un nonno materno genovese: “don Antonio”, come tutti lo chiamavano, Cordano. Bravissimo a piantare ogni tipo di albero da frutto e ardente cattolico, al punto da costruire personalmente una cappella con una campana portata dall’Italia. Da lui Pepe ha ripreso l’interesse per le piante: da giovane infatti era floricultore di professione; e tra 2005 e 2008 è stato ministro per l’Allevamento, Agricoltura e Pesca. Il che per un Paese come l’Uruguay rappresenta l’equivalente di un ministro del Petrolio per Venezuela o Iran. Tra l’una e l’altra esperienza, però, Pepe Mujica è stato guerrigliero. E adesso vuole diventare presidente. Membro dei famosi tupamaros, sposato a una ex-compagna di guerriglia, Pepe porta ancora in corpo le sei pallottole che gli spararono quando nel 1971 lo catturarono. Dopo 14 anni di carcere, di cui nove in isolamento, tornò in libertà grazie all’amnistia concessa dalla restaurata democrazia. Anche se, va ricordato, erano state proprio le mattane dei tupamaros a creare il clima che aveva portato al golpe militare. Comunque, da allora si è impegnato per riportare gli ex-terroristi nel gioco elettorale, trasformando i tupamaros in un partito politico membro del Frente Amplio: la vastissima coalizione che comprende anche comunisti, socialisti, socialdemocratici, democristiani, frazioni stac-

J

Si vota il 25 ottobre, ma domenica si terranno le primarie e i sondaggi gli danno il 55% dei voti contro il rivale Vasquez

catasi a sinistra dagli storici partiti moderati Colorado e Nacional Blanco, e altri gruppi minori. «Io dico ai più giovani: quando parte il primo colpo, non si sa più quando ne partirà l’ultimo», ripete spesso. Odiatissimo a destra ma al contempo anche molto popolare, quando nel 2004 il medico socialista Tabaré Vázquez fu eletto primo presidente della storia uruguayana né colorado, né blanco e né militare, i tupamaros furono il gruppo più votato all’interno del Fronte: da cui la concessione di quel dicastero cruciale, da dove però Pepe Mujica l’anno scorso si è dimesso. Non solo: ha rinunciato anche alla militanza tupamara. Motivo: «Rappresentare tutti i frenteamplisti» per dedicarsi a diventare il prossimo presidente della Repubblica. In Uruguay non è consentita la rielezione consecutiva, e comunque Vázquez si è ormai inimicato gran parte della coalizione, nel momento in cui per sue convinzioni personali ha posto il veto alla legge sull’aborto. Il voto è il 25 ottobre, ma domenica si tengono le primarie, e nel Frente Amplio i sondaggi danno a Pepe il 55%, contro il 36% dell’ex-ministro dell’Economia Daniel Astori: un moderato appoggiato da Vásquez. Vincendo, Pepe Mujica avrà come presumibile principale avversario l’ex-presidente Luis Alberto Lacalle, che dovrebbe a sua volta vincere le primarie dei blancos con un analogo 55%. La cosa curiosa è che prima di darsi alla guerriglia Mujica era a sua volta militante dei blancos.


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26 giugno 2009 • pagina 17

Mark Sanford, repubblicano, guida la Carolina del Sud

Sicuri Italia e Irlanda. Maglia nera a Ungheria e Germania

Scandalo al sole per il governatore che sognava la Casa Bianca

Passaggi a livello killer in Europa. 2mila incidenti 600 morti l’anno

COLUMBIA. Rieccolo. Mark

B RUXELLES . Passaggi a livello killer in Europa: nell’Unione a 27 nel 2008 si sono verificati 2mila incidenti con circa 600 morti. Il Paese più a rischio è l’Ungheria, con 118 morti su 119 incidenti, mentre l’Italia è risultata tra i più sicuri, con appena una vittima e nove incidenti, seconda solo al Lussemburgo. Nella quasi totalità dei casi (95%) la responsabilità è di chi attraversa i binari al passaggio a livello, siano essi automobilisti (80%), ciclisti o pedoni (72% i morti). I dati sono stati diffusi dalla Commissione europea in occasione della Giornata paneuropea per la consapevo-

Sanford, 49 anni, governatore della Carolina del Sud, scomparso lo scorso week end, è tornato. Per giorni, uno dei leader del partito conservatore statunitense aveva fatto perdere le proprie tracce. E mentre i media nazionali, la moglie i quattro figli si chiedevano dove fosse, lui si crogiolava al sole dell’Argentina con “un’amica”. Beccato all’aeroporto di ritorno da Buenos Aires, ha indetto una tumultuosa conferenza stampa durante la quale ha chiesto scusa alla sua famiglia. La moglie, però, secondo indiscrezioni dei giornali americani, non sembra disposta a perdonarlo. Cresce intanto l’imbarazzo in casa repubblicana per lo scandalo. Il quotidiano The State ha pubblicato oggi alcuni stralci delle e-mail che i due si scambiavano da quasi un anno. Mark Sanford, che per stare con la sua amata era misteriosamente sparito per qualche giorno, diceva all’amante che la loro relazione era ”un amore impossibile” e la riempiva di complimenti come il più romantico degli innamorati. In una mail del 9 giugno, la donna gli dichiarava il suo affetto e si lamentava della distanza che li separava. The State ha omesso i dati personali dell’a-

L’Alta Corte beffa ancora Anna Politkovskaja Annullata la sentenza, ma senza cambiare gli indagati di Luisa Arezzo un finto colpo di scena: la Corte suprema russa, ieri, ha annullato la sentenza di assoluzione per le tre persone accusate dell’omicidio della giornalista Anna Politkovskaia, ordinando la riapertura del processo. Motivo: “vizi procedurali”. Insomma, è tutto da rifare. E sempre con gli stessi imputati. Ecco perché i figli della giornalista russa di Novaja Gazeta, freddata quasi tre anni fa, si sono subito detti «contrari» alla decisione presa dalla Corte. Come dice il legale della famiglia, Anna Stavitskaia, «Abbiamo sempre ritenuto che i tre accusati non fossero altro che uno specchio per le allodole». In parole semplici: bisognava cercare altrove. E non è stato mai fatto. Le indagini vere portano sì in Cecenia, ma da un’altra parte. Come ha scritto - anche per noi -Yulia Latynina, altra penna di punta di Novaja Gazeta, che da tempo assegna un nome e un cognome al mandante dell’omicidio: «L’ordine d’uccidere la Politkovskaya è partito da persone vicine all’ex presidente della Cecenia Alu Alkhanov. E Alkhanov non è mai stato né interrogato, né indagato». I figli di Anna ne sono convinti, ecco perché non credono in questa sentenza. E nei presunti imputati assolti (cosa che suscitò un’ondata di sdegno in Occidente) lo scorso febbraio da una corte militare integrata da giudici popolari. Due di loro sono i fratelli ceceni Dzhabrail e Ibragim Makhmudov (i pedinatori di Anna) e l’altro è Sergei Khadzhikurbanov, un agente dell’unità contro il crimine organizzato della polizia di Mosca (organizzatore logistico dell’omicidio). Quest’ultimo si trova in carcere perchè arrestato poco dopo l’assoluzione per una vicenda di estorsione, mentre non è noto dove si trovino i due fratelli Makhmudov. Gli investigatori hanno sospettato anche Mustam Makhmudov, terzo fratello, d’esser stato l’esecutore dell’omicidio. Ma poi nessuno ha proceduto nei suoi confronti.

È

il 7 ottobre 2006, quando venne freddata a colpi di pistola nell’ascensore di casa sua, nei canali stampa e Tv controllati dal Cremlino la notizia della morte di Anya (come la continuano a chiamare i suoi colleghi di Novaja Gazeta) fu dedicato meno di un minuto, alla fine delle notizie. Lo spazio serviva per mostrare ai russi il presidente Putin che festeggiava il suo cinquantaquattresimo compleanno. Nessuna autorità del Paese si fece avanti per una parola di condoglianze alla famiglia o ai colleghi, (o per smentire le accuse che l’omicidio della Politkovskaya era stato un regalo macabro per compleanno di Putin), mentre Novaya Gazeta veniva sommersa da telegrammi che arrivavano da ogni angolo del mondo.

Solo dopo tre giorni, messo alle strette da un giornalista tedesco a Dresda, Putin disse che l’influenza della giornalista uccisa «era insignificante per lo sviluppo politico del Paese». «La figura di Anya è stata praticamente dimenticata in Russia. Questa è la triste e terribile verità», dice Oleg Panfilov, direttore del Centro di giornalismo in situazioni estreme in Russia. Non a caso nessuna via o piazza in Russia è stata dedicata alla memoria della giornalista uccisa. Le autorità dicono che per legge bisogna aspettare 10 anni dalla morte di una persona prima di avere una strada con il suo nome, ma quando serve si chiude sempre un occhio. Pochi mesi fa il presidente ceceno Ramzan Kadyrov ha chiamato Viale Putin la strada più importante di Grozny e Mosca ha via Kadyrov, in memoria di Akhmad Kadyrov, il presidente ceceno ucciso 4 anni fa. «È da anni che lavoriamo a fianco degli investigatori e nonostante le pressioni stiamo cercando di arrivare a qualcosa. Quelli che dicono che le indagini sono finite mentono», ci ha detto Muratov, direttore di Novaja Gazeta, solo poche settimane fa. Muratov sa di avere ragione. E se la Corte Suprema, annullando il processo, avesse detto che gli imputati fin qui processati non sono quelli giusti, avrebbe davvero riaperto il processo. Così, invece, ha voluto beffare la memoria di Anna.

I figli della giornalista: «I tre accusati sono solo uno specchio per le allodole. Vogliamo indagini nuove e serie»

mante del governatore, di cui si conosce solo il nome, Maria. Sanford, repubblicano, considerato un potenziale candidato per le presidenziali del 2012, ha annunciato le dimissioni dalla presidenza dell’Associazione dei governatori repubblicani, ma non ha ancora chiarito se lascerà la carica di governatore della South Carolina. Mercoledì, durante una conferenza stampa convocata per spiegare la sua sparizione improvvisa e ingiustificata, ha riconosciuto la relazione con la donna argentina, madre di due figli. Il governatore ha ammesso che il loro rapporto e’ nato alcuni anni fa come una semplice amicizia e solo negli ultimi mesi è diventato una relazione stabile.

Detto questo, la notizia provoca tanto clamore in Occidente, ma in Russia - eccezion fatta per Novaja Gazeta e per un paio di lanci di agenzia - nessuno ne sta parlando. D’altronde,

lezza dei passaggi a livello. Tra i Paesi con più incidenti, dopo l’Ungheria, ci sono la Germania (52 vittime su 207 incidenti), la Repubblica Ceca (43 su 247) e la Romania (42 su 219), mentre tra quelli più sicuri, con Lussemburgo e Italia, Irlanda (1 su 26) e Danimarca (2 su 7). Nonostante gli sforzi dell’Unione europea per dimezzare gli incidenti stradali nel 2010 rispetto al 2001, le cifre su quelli che interessano i passaggi a livello sono sostanzialmente stabili. L’opinione pubblica, spiegano gli esperti europei, percepisce questi incidenti come una fatalità, mentre le cause principali sono la mancanza di rispetto della segnaletica stradale, peraltro non uniformata in Europa e una guida irresponsabile. Anche se le vittime degli incroci ai passaggi a livello sono meno del 2% del totale dei morti per incidenti stradali in Europa (39mila nel 2008), sono comunque un terzo del totale nel settore ferroviario (32%), dato dal quale sono stati scorporati i suicidi (60% delle vittime). Questi incidenti provocano danni al sistema ferroviario quantificati in circa 200 miliardi di euro all’anno in Europa.


cultura

pagina 18 • 26 giugno 2009

Di scena. Oggi si apre l’edizione numero 52 del più prestigioso appuntamento del teatro e della musica dell’estate italiana

Passerella Spoleto «Gianni Schicchi» di Woody Allen e i Beckett di Bob Wilson sono le attrazioni del festival di Jacopo Pellegrini estate scorsa a Spoleto, la prima di Giorgio Ferrara a capo del Festival dei due mondi, questi promise per l’edizione a venire un’immersione nel ventre della Gran Madre Russia, complementare a quella in terra francese prevista per il 2008. Promise, e or non mantiene: quest’anno di russo, se ho visto bene, non è rimasto che un duo coreografo-compositore, impegnato nello spettacolo Choreographing Today del 3 e 4 luglio prossimi. C’era, è vero, l’Histoire du soldat (composta in Svizzera dal pietroburghese Stravinskij), ma è sfumata causa defezione in extremis di Luca Barbareschi, interprete del Narratore (possibile che su piazza non ce ne fossero altri?). Al dunque, l’idea di centrare il programma su un Paese diverso ogni anno si è arenata, e chissà se mai ripartirà. Anche l’intesa siglata con la manifestazione gemella che si tiene ogni tarda primavera a Charleston, Sud Carolina – lo Spoleto Festival Usa – per ora non sembra voler produrre frutti.

L’

Intanto, però, questo 52° cartellone ospita un bel po’ di nazioni diverse; ce n’è per tutti i gusti: Italia, ancora Francia (parecchia), Gran Bretagna, Germania, Stati Uniti, Perù, Kenia, Grecia antica (l’Aristofane delle Nuvole, con regìa di Antonio Latella, dal 9 al 12 luglio), e chi più ne ha più ne metta. Si comincia oggi, con un concerto al Teatro Romano (ore 19,30), dedicato all’ideatore della rassegna: l’omaggio, doveroso e benvenuto, a Giancarlo Menotti nelle vesti sue proprie di compositore, è affidato a James Conlon, che per il defunto maestro ha sempre nutrito stima e devozione tali da indurlo a frequentare con assiduità, in passato, i teatri spoletini, e a patrocinare la sua musica in giro per il mondo (stavolta è il turno della Suite dal balletto Sebastian, oltre che di episodi orchestrali da Amelia al ballo, debutto operistico di Menotti, e da Amahl, lavoro di argomento natalizio concepito per la televisione). Conlon è anche direttore stabile all’Opera di Los Angeles, e

di lì proviene l’allestimento del Gianni Schicchi, l’atto unico di Puccini, terzo pannello del cosiddetto Trittico: tre sole recite (26, 27 e 28 giugno, Teatro Nuovo), protagonista un veterano della corda baritonale, l’inglese sir Thomas Allen. Nella parte di Rinuccio, un tenore che nelle ultime due stagioni ha fatto molto parlare di sé a New York, Londra, Berlino, e altrove: il 27enne Stephen Costello.

L’unico altro spettacolo rubricato in cartellone sotto la voce “opera”appartiene invece al genere della commedia con inserti musicali (cantati e strumentali). Mozart, tale il titolo (al San Nicolò, dal 3 al 5 luglio), nacque nel 1925 sotto l’egida congiunta dell’attore e drammaturgo Sacha Guitry e di Reynaldo Hahn (1875-1947), compositore, direttore d’orchestra, docente di canto e cantante egli stesso, venezuelano di nascita, parigino di formazione e habitus mentale, intimissimo di Proust, che era solito apostro-

farlo con mille vezzeggiativi diversi. Incantevole bon bon, senza dubbio, ma non quella primizia che s’è detto: per restare all’Italia, Mozart negli ultimi vent’anni vi è comparsa almeno quattro volte, l’ultima un paio di anni fa a Milano, sul podio quel Francesco M. Colombo, che proprio con un concerto in piazza a Spoleto fece il suo debutto da direttore (2001). Adesso la bacchetta passa a Jean Luc Tingaud, e la regìa è firmata dall’ubiquo, inarrestabile Pier Luigi Pizzi (che, in contemporanea, monta due nuovi spettacoli a Macerata: come faccia, lo sa solo lui!).

Di musica, va detto, non c’è molto altro. Il

Nelle intenzioni, doveva essere una rassegna dedicata tutta alla Russia, ma alla fine ha vinto l’idea di contaminare generi, scuole e Paesi. Tornano i concerti di mezzogiorno, mentre la chiusura sarà in piazza con Gershwin repertorio da camera torna a occupare lo spazio meridiano, grazie ai tradizionali “Concerti di mezzogiorno” (curati dalla Scuola di musica di Fiesole); dell’appuntamento finale in piazza, un tutto Gershwin, viene incaricato lo specialista afroamericano Wayne Marshall (12 luglio). Il 10 luglio, poi, prima assoluta di un oratorio sull’Apocalisse firmato da Marcello Panni. Da rimarcare il ritorno, come orchestra in residence, della Sinfonica Giusep-

I primi appuntamenti Sono diversi gli eventi inseriti all’interno del cartellone del Festival. Ecco alcuni di quelli in programma da oggi, giorno d’inaugurazione, fino alla fine di giugno. Stasera, concerto inaugurale alle 19 e 30 e, dalle 21 e 30, l’opera “Gianni Schicchi” presso il Teatro Nuovo. Sabato 27 giugno è previsto, alle 12 presso la Limonaia Poli, un incontro con Frédéric Mitterrand, mentre alle 20 e 30, al teatro Caio Melisso, ci sarà “Giorni felici” di Beckett. Domenica 28 giugno, ore 17 presso la Sala Frau, il ciclo di Letture poetiche “Benché il parlar sia indarno...”, e di nuovo al teatro

Caio Melisso, ore 20 e 30,“L’ultimo nastro di Krapp”di Beckett. Lunedì 29 giugno, alle ore 22 al teatro “Teatrino delle 6”, andrà in scena “Un piccolo gioco senza conseguenze”, della compagnia The Kitchen Company. Infine, per martedì 30 giugno, segnaliamo i “Concerti di mezzogiorno” al teatro Caio Melisso alle ore 12, e alle 22 e 30 il “Tribute to Nat King Cole”, in piazza Duomo. Il programma completo con tutti gli eventi del Festival dei Due Mondi, è sempre consultabile sul sito internet della rassegna: “www.festivaldispoleto.com”.


cultura

26 giugno 2009 • pagina 19

Finalmente una rassegna-rupture che ricomincia a far circolare le idee

Ferrara anno II: un ritorno al passato in cerca di futuro di Nicola Fano poleto anno secondo dell’era Giorgio Ferrara, sulla carta, sembra confermare le speranze suscitate dall’anno primo: sarà un festival con delle idee. Con le quali si potrà essere d’accordo o meno, ma comunque idee; ossia un bene prezioso che negli ultimi anni era svanito completamente dal Festival dei Due Mondi. L’avvento di Giorgio Ferrara, del resto, a questo doveva servire: a rilanciare un’istituzione più che appannata quasi morta. Il tutto dopo un lungo braccio di ferro tra il comune umbro e il ministero dei Beni Culturali da una parte e Francis Menotti, figlio adottivo di Giancarlo, il fondatore del festival, dall’altra: vinse l’allora ministro – Francesco Rutelli – e adesso stiamo a qui a poter dire che ci è tornata la voglia di andare a Spoleto tra giugno e luglio per vedere qualche spettacolo non solo sulla carta molto interessante, ma che si potrà vedere solo lì (volete un titolo? L’ultimo nastro di Krapp di Beckett con Bob Wilson in scena vale il viaggio e forse, da solo, un festival). Gli anni d’oro del festival restano quelli di Romolo Valli (Sessanta/Settanta) quando si consolidò un’idea creativa allora inedita. Quella del teatro e della musica era una grande famiglia; molto vanitosa e un po’ snob (non si mescolava con la gente di cinema, e figuriamoci poi con quelli della tv!). Una comunità con le sue regole e i suoi riti condivisi; nonché con i propri luoghi: Spoleto diventò uno di questi luoghi deputati. Da questo nacque la fortuna del Festival dei Due Mondi. Ma al di là della mondanità, nella stagione segnata da Romolo Valli a Spoleto circolavano le idee. E l’incontro fra teatranti e musicisti produceva cortocircuiti fecondi, sperimentazioni, azzardi. Il senso del condividere insieme l’esperienza del festival era proprio quella dell’«incontro» artistico. Caratteristica che da Spoleto si è spostata ad altri festival teatrali estivi (da Santarcangelo, a Polverigi, a Asti, a Benevento), prima che la formula del «luogo di incontro» non venisse travolta dalla burocrazia. Nel senso che negli ultimi anni i cosiddetti festival servivano solo a co-finanziare le produzioni teatrali invernali, senza alcun radicamento con l’idea stessa della rassegna.

S

pe Verdi di Milano, già presente in loco nell’edizione 2002.

Ma con Giorgio Ferrara è il teatro di prosa a far la parte del leone: come già l’anno scorso, Bob Wilson in dosi massicce (anche per un Giorni felici di Beckett con Adriana Asti: 27 giugno, 2, 3, 4, 5 luglio) e Ronconi (un fedelissimo di Spoleto negli anni Ottanta), per una volta regista e attore, alle prese con un classico del teatro naturalista, Il gabbiano di Cechov (27-29 giugno). E poi, una valanga di altri appuntamenti. Tanta abbondanza sta bene. Viene però da chiedersi se in questo modo non si finisca con lo snaturare la specificità di Spoleto, ch’è sempre stata quella dell’equilibrio tra le sezioni principali, con la musica princeps inter pares di danza e teatro. Per il ballo andrà ancora segnalata la presenza di Pina Bausch (4-6 luglio). Il cinema è sparito

(poca affluenza?), le mostre d’arte fotografano una realtà esclusivamente attuale, salvo la panoramica, che s’annuncia interessante, sugli esiti figurativi del mito di Amore e Psiche nell’antichità e nei decenni più vicini a noi. Il neo-ministro della cultura francese, Frédéric Mitterrand, è oggetto d’una retrospettiva come documentarista (27, 28 e 29 giugno), e dovrebbe anche incontrare il pubblico, ma chi può dire se adesso verrà...

Quasi quasi, il meglio mi scordavo. Il Trittico comparve per intero a Spoleto, con regia di Menotti, nel 1993. Dopo sedici anni torna il solo Schicchi, neanche un’ora di musica, un po’ poco per fare serata. Ma c’è il trucco (speriamo non l’inganno) pubblicitario, consistente nella regìa firmata da quel genio – del cinematografo – che risponde al nome di Allan Stewart Königsberg. Chi? Sì, insomma Woody Allen (che però in Umbria fino a ora non s’è visto).

Nella foto grande, una scena del “Gianni Schicchi” di Giacomo Puccini con la regìa di Woody Allen. Qui sopra, Bob Wilson che dirigerà Adriana Asti (a sinistra) in ”Giorni Felici” di Beckett e sarà regista e interprete de “L’ultimo nastro di Krapp” dell’autore irlandese. A destra, il ”concerto in piazza“ dello scorso anno e il direttore del festival Giorgio Ferrara

Dagli anni ’90 in poi, Spoleto si è trasformata lentamente in una vetrina inutile e costosa. Oggi fortunatamente si può rilanciare un’istituzione, più che appannata, quasi morta

A Spoleto, ora, Giorgio Ferrara cerca di tornare al passato. E non è un male, naturalmente, perché quel che si è perso è il senso di fucina creativa. Dagli anni Novanta in poi – quando la stagione dei festival è finita – Spoleto si è trasformata lentamente in una vetrina inutile e costosa. Inutile perché nessuno «vendeva» né «comprava» idee nella cittadina umbra. Costosa perché lo Stato, per tramite sia del ministero sia degli enti locali, aveva finito per investire prima miliardi di lire e poi milioni di euro; almeno parte dei quali finivano in lussi di controno (cene, feste, cocktail e simili: roba da non crederci). Insomma, caso più unico che raro: per il Festival dei Due Mondi di Spoleto si può ben dire che il ritorno al passato sia garanzia di un futuro migliore. O, meglio, dell’unico futuro possibile: perché tornare a stupirsi e a scambiarsi idee è l’unico modo per garantire un domani creativo a questa che aveva finito per essere un’istituzione inutile, un museo vuoto di se stesso.


cultura

pagina 20 • 26 giugno 2009

ono quattro i candidati alla poltrona di Frederic Mitterand che Sarkozy ha chiamato a Parigi, come ministro della Cultura, da Villa Medici. Ma il più titolato a prendere la direzione dell’Istituto di cultura francese a Roma è Olivier Poivre d’Arvoir, fratello dell’anchorman più famoso di Francia, Patrick, con il quale ha scritto nel 2007 J’ai tant revé de toi (Ti ho tanto sognato). Cinquantunenne, scrittore e diplomatico, ha tutte le carte giuste per occupare la poltrona da direttore di Villa Medici. Con Philippe Thureau-Dangin, ha pubblicato negli anni ’80, il settimanale Tel (Temps, Economie, Littérature), ha scritto anche per diversi giornali come Art Press e Matin de Paris.

S

Mentre lavorava con il regista Alain Knapp, Olivier fonda la sua propria compagnia teatrale in Normandia e presenta, come attore protagonista, testi di Calderon de la Barca, Beckett e Cocteau. Per la creazione di Enfants terribles sur scène, riapre a Parigi il Teatro Grévin. Negli anni Novanta la prima svolta importante. Dopo aver vinto la borsa di Villa Medici fuori le Mura negli Stati Uniti, ha svolto diversi incarichi nel campo della cultura

Nomine. L’istituto di cultura cerca l’erede di Mitterand a Villa Medici

Una poltrona romana per cinque francesi di Rossella Fabiani È anche autore di diversi romanzi come Il viaggio del figlio, Corrieri della notte, Pirati e Corsari e Il mondo se-

francese all’estero: ha diretto il Centro culturale ad Alessandria, riaperto l’Istituto francese di Praga ed è stato successivamente a capo dell’Istituto francese del Regno Unito e Consigliere culturale dell’Ambasciata di Francia a Londra. Nel 2000 la seconda svolta. Dopo aver diretto l’Associazione francese d’azione artistica (Afaa) che si occupa di affari stranieri, cultura e comunicazione – divenuta nel 2006 Culturesfrance con delle competenze maggiori – l’anno successivo, nel 2007, prende il rango di ministro plenipotenziario (ambasciatore) al Quai d’Orsay. A Toulouse, Olivier Poivre d’Arvoir crea la prima edizione della Maratona delle Parole, un festival a metà tra parole e testi che è diventato il secondo incontro letterario di Francia (proprio in questo mese è stata presentata la quinta edizione della manifestazione).

condo Giulio Verne. A contendergli Villa Medici, però, ci sarebbe Jack Lang, ex ministro socialista della

sua Corte e vivrebbe come un faraone lontano dalla politica attiva. E magari alla prima occasione Sarkozy lo potrebbe

con studi giuridici alle spalle e interessi artistici. Nato nel 1939, per il politico francese, questo incarico significherebbe concludere la sua carriera in bellezza. Jack Lang trascorerebbe quattro, cinque anni a Roma come imperatore. Trasformerebbe Villa Medici nella

chiamare anche al governo. Marc Lazard invece è un’intellettuale di sinistra non impegnato direttamente. E’ uno

Il favorito alla direzione è Olivier Poivre d’Arvoir, fratello del noto giornalista Patrick. Ma in corsa ci sono anche l’ex ministro socialista Jack Lang, il politologo Marc Lazard e Alexandre Adler, scrittore vicino a Sarkozy cultura ai tempi di Francois Mitterand, che Sarkozy ha già reclutato nella sua “corte allargata”.

Da sempre, Lang sogna di andare a Roma. Sarebbe venuto volentieri come ambasciatore, ma poi è stato nominato l’attuale, Jean-Marc de la Sablière, e ora sembrerebbe non impossibile che possa venire questo ex-socialista storico

Adler, giornalista, scrittore e storico molto vicino a Sarkozy come pure alla massoneria che lo sostiene. Parla molto bene l’italiano. Esperto di geo-politica contemporanea, specialmente nel campo dell’ex Unione Sovietica (Urss) e del Medio Oriente. È Cavaliere dell’Ordine della Legione d’Onore dal 2002. Convinto maoista e poi membro del partito comunista francese (Pcf) in gioventù, passò alla destra alla fine degli anni ‘70 e fu da allora sempre vicino ai Neo-Conservatori statunitensi, così come fece sua moglie Blandine Kriegel (figlia del partigiano comunista Maurice Kriegel-Valrimont). È anche consulente di Roger Cukiermann, presidente del Conseil Représentatif des Institutions Juives de France (Crif, Consiglio Rappresentativo delle Istituzioni Ebraiche di Francia). È infatti nato nel 1950 a Parigi, da una famiglia di ebrei tedeschi sopravvissuta alla Seconda Guerra mondiale e all’Olocausto in Turchia. Adler ha anche diretto l’Organizzazione per le relazioni internazionali del Ministero della difesa francese, dove attualmente è professore di alto insegnamento militare. Ha collaborato con il quotidiano Libération, è stato direttore

Nella foto grande, Nicolas Sarkozy in visita a Villa Medici, sede dell’istituto italiano di cultura francese. Qui sopra, da sinistra a destra, Alexandre Adler, Marc Lazard, Catherine Colonna, Jack Lang e Olivier Poivre d’Arvor

scrittore e un professore universitario. Docente di Scienze politiche a “Sciences Po” di Parigi e alla “Luiss” di Roma. Ha appena presentato, in occasione della settimana italiana a Parigi, un libro sull’Italia. Ama il Bel Paese, conosce perfettamente l’italiano ed è già vissuto a Roma negli ultimi due anni con moglie e figli. E nella capitale si trova benissimo. E infine ci sarebbe Alexandre

editoriale del Courrier International. Editorialista di Le Monde e collaboratore di diversi settimanali francesi, incluso Le Point e L’Express, oggi è editorialista de Le Figaro.

Ma c’è anche un outsider. È una donna, già ministro e portavoce dell’ex presidente Jacques Chirac. Catherine Colonna è una personalità molto in vista nel partito di Sarkozy, l’Ump. Il suo nome era già circolato quando fu poi scelto Frederic Mitterand. Il suo spostamento era stato allora interpretato come una classica soluzione di promoveatur ut amoveatur, visti i pessimi rapporti di Sarkozy con Chirac, di cui la Colonna era una fedelissima, ma visti anche i meriti oggettivi e le competenze di questa grande signora della politica francese che per di più, come dice il suo cognome, ha origini italiane, a Villa Medici sarebbe al suo posto.


cultura

26 giugno 2009 • pagina 21

(In)Fidel. ”Mi Cuba” di Gordiano Lupi tratteggia un profilo dell’isola lontano dai clichè per turisti e dalla censura di regime

Guida per riconoscere L’Avana di Maurizio Stefanini isitare Cuba con la guida del curatore della versione italiana di Generazione Y: il blog della dissidente Yoani Sánchez protagonista dell’ultima Fiera del Libro di Torino. Con un’avvertenza: non è un libro da portarsi appresso, questo Mi Cuba di Gordiano Lupi (Mediane, pp.300, Euro 25). Per due motivi. Il primo è che la copertina rigida e il formato lo rendono un po’ scomodo. Il secondo è che più scomodo ancora potrebbe essere il contenuto.

V

Volete però davvero visitare l’isola di Fidel senza accontentarvi di quei viaggi organizzati in cui vi faranno stare solo tra italiani, chiusi tra spiaggia, hotel e pullman? Leggere e imparare a memoria questo libro prima della partenza. Magari assieme all’altro precedente dello stesso autore di cui questo è un po’ uno sviluppo, con in meno alcuni capitoli e in più molte bellissime foto e il testo in doppia lingua, italiano e inglese: Almeno il pane, Fidel. Cuba quotidiana nel periodo speciale (2006, Stampa Alternativa Nuovi Equilibri, pp.200, 10 euro). In Mi Cuba, in particolare, dopo una breve storia dell’isola, c’è un capitolo dedicato a musica e cultura locale; uno alla santería e alla religiosità; uno che permette di riscoprirla’attraverso le pagine dei suoi grandi narratori. Un approfondimento ulteriore è Raccontare l’Avana rileggendo Carpentier: «Ancora oggi concordo con Carpentier che una delle cose da visitare all’Avana è il mercato, ma non quello finto per turisti che si tiene dietro Plaza de la Catedral, dove si vendono le

cianfrusaglie che si trovano in ogni parte del mondo. Per riconoscere L’Avana e lo spirito cubano bisogna visitare un mercato vero, dove incontriamo venditori di guarapo (bevanda energetica ricavata dalla canna da zucchero), ambulanti che smerciano frutta raccolta in campagna, strilloni che ti fanno avvicinare al banco di carne e pesce, persone che ti chiedono di comprare un cartoccio di maní (noccioline tropicali). Lo strillo del venditore ambulante è stato immortalato da vecchie canzoni come El manicero, annuncio vocale che mette in guardia, spesso accompagnato da strumenti musicali, a volte

The Lost City non è una pellicola facile e in Italia se n’è parlato poco, pare quasi che sia stata osteggiata da una certa sinistra che vede ancora la rivoluzione cubana come un valore da difendere».

piatto tipico, soprattutto delle campagne, è il brodo con aglio e pollo. Di solito contiene poco pollo, la carne si lascia per cena, durante il giorno bastano poche tazze di brodo».

Capite perché abbiamo consigliato di non lasciarsi sorprendere con questo testo al momento di entrare a Cuba? Nel capitolo successivo, La cucina cubana, si parla della saporita gastronomia creola, ma anche del-

Il diario di un viaggio a Cuba nel luglio del 2005 dà poi al turista qualche consiglio pratico: ad esempio, come evitare di foraggiare il regime in un hotel di Stato, alloggiando invece da qualche privato. Infine, un capitolo su Yoani Sánchez. Toscano di Piombino, cultore di letteratura di genere e instancabile poligrafo, Gordiano Lupi fece una decina d’anni fa un lungo soggiorno nell’isola, spinto anche da vaghe simpatie per il regime. Ne è tornato con una moglie cubana, con una conoscenza approfondita dell’isola, e con un opinione pessima sui Castro ulteriormente ravvivata da due problemi oramai «di famiglia»: una suocera che vive all’Avana con due dollari di pensione, «e se non le mandassi cento dollari al mese se ne andrebbe in Piazza della Cattedrale a chiedere l’elemosina ai turisti, come già fanno in molti»; e un cugino della moglie di cui lui pubblica i testi in Italia col nome fittizio di Alejandro Torreguitart Ruiz, «perché a Cuba finirebbe in prigione per reati di opinione e propaganda controrivoluzionaria».

gro”). Si tratta di un minestrone denso che si cuoce in grande quantità dentro un profondo pentolone, ha la caratteristica di riempire la pancia e non fa sentire i morsi della fame. È composto da un po’ di chicharo (un legume che assomiglia molto ai nostri ceci), riso, yuca (un tubero simile alla patata ma dalla forma più allungata e irregolare) e patate. L’ingordaflaco è un piatto unico per necessità. Dopo non si mangia altro perché non c’è altro. Un paio di piatti di quella roba densa e poi a letto con i bruciori di stomaco. Un altro

L’autore ci ha soggiornato nel 2005, spinto da simpatie per Castro. Ne è tornato con una moglie cubana, una conoscenza approfondita del posto e una brutta opinione del Líder máximo basta la voce». Carpentier, autore che aderì al regime, è corretto dall’ulteriore capitolo sul «vero volto di Cuba nel cinema di Andy García», cubano della diaspora. Del film The Lost City spiega che «è girato nella Repubblica Dominicana, gli ambienti esterni sono scelti con cura e ricordano Cuba. Vediamo piantagioni di tabacco, distese di palme, campagna e costruzioni coloniali, ma anche un palazzo presidenziale simile al Capitolio dell’Avana. Il regista inserisce bene filmati d’epoca e inquadrature che riprendono il Malecón, la Cabaña e Centro Avana. Andy Garcia confessa che sono serviti ben sedici anni per realizzare questo film, soprattutto non è stato facile trovare un produttore che riuscisse a farlo circolare nelle sale cinematografiche statunitensi.

l’arte di sopravvivere con un razionamento feroce. «Uno dei piatti tipici della cucina povera è l’ingordaflaco (”ingrassa ma-

In alto, la copertina di Mi Cuba, guida turistica alternativa all’isola caraibica. Sopra, il suo autore, Gordiano Lupi


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale

dal ”Washington Post” del 25/06/2009

Esuli anche da Washington di Mary Beth Sheridan i sono cinque dissidenti cubani che hanno passato molti anni in carcere per il loro impegno a favore della democrazia. L’altra sera hanno vinto il premio del National endowement for democracy, un riconoscimento collettivo per questo gruppo di attivisti cubani. Ma al contrario delle edizioni passate, hanno sottolineato gli organizzatori, nessun loro rappresentante è stato invitato alla Casa Bianca. Carl Gersham presidente della fondazione, ha affermato di aver chiesto, due settimane fa, se fosse possibile per Barack Obama incontrare Berta Artunez, sorella di uno dei cinque, che era stata scelta per rappresentarli.

C

Gersham afferma di non aver mai ricevuto una risposta. È la prima volta in cinque anni che il presidente non incontra il vincitore del «Premio per la democrazia», una iniziativa finanziata dal Congresso Usa. «Sono deluso e anche sorpreso perché il presidente, durante la campagna elettorale, aveva affermato che la Libertad sarebbe stato il riferimento per la sua politca verso Cuba», ha sottolineato Gersham in una email di risposta, usando il termine ispanico per libertà. Un membro dell’amministrazione Obama, parlando in condizione d’anonimato, ha affermato che il fatto che la Altunez non sia stata invitata alla Casa Bianca non significa mancanza d’interesse da parte di Obama, che è subissato da richieste di questo genere. Alcuni attivisti hanno accusato la squadra di Obama di non prendere una posizione più decisa in materia di difesa dei diritti umani. Pur riconoscendo i meriti ottenuti dal bando delle tecniche per interrogatori non convenzionali, dal processo per la chiusura della prigione di Guantanamo e dall’inversione delle

politiche dell’era Bush. La fondazione ha anche chiesto ad Obama di lanciare un messaggio che accompagni le parole di sostegno già pronunciate da Vaclav Havel e Lech Walesa, due dissidenti arrivati alla guida dei loro Paesi, la Repubblica Ceca e la Polonia. Il messaggio di Obama è arrivato poco prima che la cerimonia avesse inizio – dopo l’intervento del Washington Post – con una nota di scuse di un funzionario del Consiglio per la sicurezza nazionale: «Devo aver confuso gli appuntamenti». L’amministrazione Obama si è mossa con cautela su Cuba, cercando di migliorare le relazioni, eliminando le restrizioni di viaggio per i cubanoamericani e offrendo di riprendere i negoziati in materia d’immigrazione. Interrotti quattro anni fa. Ma i funzionari della Casa Bianca hanno anche adottato dei metodi meno palesi, con un certo ammorbidimento della terminologia ufficiale. Come nella relazione annuale del dipartimento di Stato sul terrorismo. Ma Obama ha anche reso chiaro che non toglierà l’embargo commerciale, fino a quando il governo comunista cubano non migliorerà la sua azione in tema di libertà civili e diritti umani. Nel messaggio inviato per la premiazione, Obama afferma che quattro di loro «erano stati ingiustamente incarcerati per aver difeso le libertà fondamentali che nelle Americhe abbiamo tutti a cuore». «Spero sinceramente che tutti i prigionieri politici, ancora detenuti in carcere,

compresi tre dei vincitori del premio, possano essere liberati senza condizioni per poter partecipare a un futuro democratico di Cuba». Il premio, in precedenza, era stato riconosciuto ad attivisti per i diritti civili cinesi, afghani e a personalità di spicco come Havel. La cerimonia di consegna comprendeva anche un filmato dei cinque cubani. Uno di loro, Ivàn Hernandez Carrillo, parlava dal carcere in una registrazione telefonica.

«Ringrazio i membri del Congresso per questo riconoscimento, perché ci ricorda che non siamo semplicemente dei dissidenti, ma dei combattenti per la democrazia». Gersham ha sottolineato come a causa di questa telefonata, Carrillo abbia perso il diritto di comunicare all’esterno per sei mesi. La Artunez, che da sei mesi si è trasferita a Miami, ha detto di essere delusa per il mancato incontro col presidente Usa, e spera che la Casa Bianca non muti la linea dura contro l’Avana, perché i cubani sanno che ogni cambiamento potrebbe dare forza al governo.

L’IMMAGINE

Cosa hanno fatto in cinquant’anni l’informazione e la magistratura? L’ informazione... la magistratura... Sono loro i controllori delle istituzioni. Ebbene, cosa hanno fatto in 50 anni? Perché l’Italia è caduta così in basso, nella politica, nell’economia, nella morale, nell’etica, nell’esistenziale? Io per quarant’anni anni ho lottato per difendere e poi per cambiare questa democrazia e adesso porto Benito Mussolini nel libretto del Santo Rosario quotidiano (sì, perché nel frattempo sono diventato anche credente cattolico). Ho 69 anni e una diecina di anni fa la pensavo esattamente come Patruno, come mai? Come mai giornalisti e magistrati, di fronte a questi attacchi fuggono, si nascondono?

Michele Ricciardi

IL MINISTRO TREMONTI CI SCRIVE

RENZO, UN RIBELLE

Gentile Direttore, nell’articolo pubblicato sul Suo giornale sotto il titolo “L’unica exit strategy” ho letto la seguente frase: «...secondo me se continua così non reggerà a lungo, avrebbe confidato la scorsa settimana ad alcuni direttori di giornale». Capisco il gossip, ma credo di avere un livello di intelligenza politica superiore a quello che mi si attribuisce. E poi mi fa sapere con quali “direttori di giornale” mi sarei confidato?

Ho purtroppo appreso molto in ritardo la notizia della morte di Renzo negli Stati Uniti. Essendo ancora qua, non ho potuto personalmente partecipare al cordoglio e al dolore per la scomparsa prematura di un amico così prezioso e di una figura così significativa per il giornalismo e la cultura italiana. E me ne rammarico molto. Sento tuttavia il bisogno di lasciare una testimonianza di affetto per un intellettuale che, come è stato detto ripetutamente, era davvero un gentiluomo ed era privo di qualsiasi barriera ideologica. La prima cosa che mi ha colpito quando l’ho conosciuto è stata la sua voce dolce, sempre pacata e, immediatamente dopo, il suo umorismo sottile, ma mai aci-

Giulio Tremonti

Il più titolato a rispondere sarebbe lei (o i succitati direttori). In mancanza, noi ci siamo limitati a segnalare la circostanza come “voce”, usando doverosamente il condizionale.

Il mestiere più bello del mondo Questo campo di fiori rosa a Chichibu (Tokyo) risveglia la vostra indole bucolica? Allora siete forse i candidati ideali per il lavoro più bello del mondo. Non stiamo parlando del concorso per aspiranti guardiani dell’isola. Per quello, mettetevi l’anima in pace. L’ha vinto il trentaquattrenne inglese Ben Southall. Ma di un impiego come custode dei campi di lavanda di Pan Long Xia in Cina

do. Qualcuno lo ha definito un ribelle. È vero Renzo è un ribelle che si è battuto per la libertà e contro ogni forma di totalitarismo e di prigione ideologica; ha avuto il dono dell’inattualità come tutti quegli spiriti liberi che precedono e indicano la traiettoria da seguire per i tempi nuovi e quello ancora più ra-

ro di non avere paura ad esprimere le proprie opinioni. Mi mancherà un interlocutore come te, Renzo, un interlocutore il cui unico scopo era quello di fare in modo che le persone pensassero con la loro testa. Sono fiera e felice di averti conosciuto.

Anna Camaiti Hostert

LAUREA IN SACCENZA Gheddafi dovrebbe avere una sola laurea ad honorem, quella della saccenza, per essersi attorniato di un entourage di tutte donne, perché egli sa che nella storia i dittatori sanguinari sono stati eliminati non dal popolo ma dal tradimento degli uomini del proprio seguito.

Cosimo Chiaro


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Il tuo amore mi ha reso triste

E ORA IL PARTITO DELLA NAZIONE Le recenti elezioni europee hanno sancito definitivamente il fallimento del bipartitismo. Il crollo del Pd e la battuta di arresto del Pdl, con il contestuale aumento dei consensi dell’Italia dei valori di Di Pietro e della Lega di Bossi sta a significare che il Veltrusconi altro non ha portato che ha favorire gli alleati di cordata con una successiva estremizzazione dell’elettorato. Il buon risultato dell’Unione di centro, che è aumentata di oltre un punto in percentuale rispetto alle politiche del 2008, ha premiato la scelta fatta un anno fa e soprattutto una campagna elettorale portata avanti con toni moderati, che ha cercato di parlare dei problemi veri della popolazione senza inseguire gossip o problemi personali del premier. Ora però si pone un problema di non secondaria importanza. Il risultato ottenuto è sicuramente soddisfacente ma non può essere considerato come un obiettivo definitivo. L’Unione di centro, così come è strutturata ed organizzata, altro non è che una Udc allargata e, in termini di consensi, non so quanti siano ancora i margini di miglioramento. Più vol-

Sono a pezzi, inebetito, come dopo una lunga orgia, mi annoio da morire. Ho un vuoto inaudito dentro al cuore, io che ero così calmo, così fiero della mia serenità, io che lavoravo dalla mattina alla sera con un rigore inflessibile, non posso né leggere né pensare né scrivere. Il tuo amore mi ha reso triste.Vedo che soffri, prevedo che ti farò soffrire.Vorrei non averti mai conosciuta, per te, poi anche per me e tuttavia il pensiero di te mi attira senza sosta.Vi trovo una squisita dolcezza. Ah! come sarebbe stato meglio restare alla nostra prima passeggiata. Lo sapevo che sarebbe stato così. Quando il giorno dopo non sono venuto da Fidia è perché mi sentivo già scivolare lungo il pendio. Ho voluto fermarmi, chi mi ci ha spinto? Tanto peggio: tanto meglio, Non ho avuto in dono dal cielo una carattere allegro. Nessuno ha più di me il senso della miseria della vita. Non credo a niente, neppure a me stesso, cosa che è rara. Faccio dell’arte perché mi diverte ma non ho fede nel bello più che nel resto. Così il passo della tua lettera, cara animuccia, in cui mi parli di patriottismo mi avebbe fatto scoppiare a ridere se fossi stato in una disposizione più faceta. Mi troverai duro.Vorrei esserlo. Tutti quelli che mi avvicinano si troverebbero meglio. Gustave Flaubert a Louise Colet

ACCADDE OGGI

LA LOTTIZZAZIONE DEL CSM Le dimissioni dalla commissione preposta agli incarichi direttivi di tre consiglieri e l’annuncio di non partecipazione ai lavori del Plenum di un quarto consigliere, a seguito delle dichiarazioni rese dal ministro della Giustizia Alfano in merito alla lottizzazione che caratterizzerebbe le nomine del Csm, rappresentano a mio avviso una risposta sbagliata che da una parte non riesce a rendere giustizia all’importante lavoro svolto dal Csm in tema di nomine e dall’altra tende a minimizzare quegli inviti ad un’aperta e seria riflessione autocritica che possa portare a quelle necessarie auto-correzioni sul modo di “governare” e di “comportarsi” della magistratura che saprebbero valorizzare ancora di più l’importanza e la difesa del sacrosanto principio di indipendenza ed autonomia della magistratura. Coerentemente non ho perciò aderito e non aderirò alle scelte dei consiglieri dimissionari e alla nota di protesta contro le dichiarazioni del ministro Alfano, pur auspicando che si ristabilisca al più presto un clima di assoluta fiducia nel Consiglio e sulla attività svolta dallo stesso organo di autogoverno, specialmente in questo delicato momento di attuazione della riforma dell’ordinamento giudiziario. Mi preme infatti sottolineare come, al di là delle dichiarazioni del ministro Alfano, si avverta ormai lucidamente il danno che il “correntismo” esasperato possa arrecare alla magistratura, danno che, tra l’altro, contribuisce a spingere le ipotesi di riforma verso un aumento del

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Editoriale Ferdinando Adornato Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Gloria Piccioni (direttore responsabile) Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Stefano Zaccagnini (grafica)

26 giugno 1924 Gli Usa lasciano la Repubblica Domenicana 1936 Primo volo del Focke-Wulf Fw 61, elicottero sperimentale tedesco 1945 Viene firmato lo statuto delle Nazioni Unite 1948 Gli alleati occidentali danno il via al Ponte aereo per Berlino dopo che l’Unione Sovietica ha bloccato l’accesso via terra a Berlino Ovest 1960 Il Madagascar ottiene l’indipendenza dalla Francia 1964 I Beatles pubblicano A Hard Day’s Night 1975 Indira Gandhi stabilisce un governo autoritario in India 1977 Ultimo concerto di Elvis Presley 1979 Il pugile Muhammad Ali si ritira 1997 La Corte Suprema degli Stati Uniti sentenzia che il Communications decency act viola il primo emendamento 2000 Divulgato il testo del terzo segreto di Fatima 2006 A Kaiserslautern l’Italia batte 1-0 l’Australia agli Ottavi di finale della Coppa del Mondo

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

peso dei laici all’interno del Csm, mentre quello che serve è al contrario un aumento delle componenti togate alleggerite nel peso delle correnti. Per questo, mi spingo – suscitando reazioni ostili fra le stesse correnti, troppo concentrate a conservare e anzi a consolidare la loro forza e ancora una volta noncuranti delle preoccupazioni sollevate - fino ad ipotizzare una elezione previo sorteggio dei componenti togati dell’Organo di autogoverno. Il tema delle nomine del Csm si trova all’interno di questo ragionamento. A mio avviso occorre insistere nel confronto affinché, al di là delle percentuali di consenso, le nomine siano sempre scevre dall’influenza del correntismo interno all’organo di autogoverno, che, va ricordato, spesso è stato anche causa di un contenzioso non irrilevante innanzi agli organi della giustizia amministrativa, sfociato, non di rado, nell’annullamento di decisioni che pure erano state assunte sulla base di larghe maggioranze. Insomma, forse è tempo che tutti affrontino queste questioni con la reale volontà di valutarle per ciò che sono e di superarle nel rispetto dei ruoli costituzionali attribuiti. Le logiche di appartenenza alle correnti, presenti ed inevitabili, debbono cioè, sempre, esaltare in positivo le determinazioni del Csm; così come le soluzioni che la politica si sforza di trovare ai problemi della Giustizia debbono essere ispirate ad una logica di risoluzione e non di punizione nei confronti della magistratura.

Cosimo Maria Ferri componente del Csm

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

te il leader Casini ha detto che il partito è uno strumento e non un fine. Io credo che se vogliamo costruire quella forza di centro che sappia riunire tutte le forze cattoliche, liberali e laiche, che con consapevolezza si candidano al governo del Paese, e diventare forza attrattiva per quanti credono ancora in una politica che parli alla testa delle persone e non alle loro pance, assumendosi la responsabilità dei ruoli ricoperti, dobbiamo rendere realtà il più presto possibile il Partito della Nazione che è stato presentato a Roma il 3-4 aprile scorso. Non sto qui a discutere sulla scelta del nome, ma dobbiamo fin da subito lanciare il progetto presentato riunendo quanti nel Pd e nel Pdl non credono in partiti omnicomprensivi senza identità o partiti di plastica. Il tempo non gioca a nostro favore perché il congresso di ottobre del Pd rischia di vincolare ancora persone potenzialmente interessate al nostro progetto e, dall’altra parte, nessun leader del Pdl entrarà in una Udc allargata. Bisogna costruire assieme un partito nuovo dove ogni soggetto si senta protagonista. Diversamente, credo che rischieremo di rosicchiare ancora qualche voto (pochi) per restare solo forza di testimonianza e/o appendice alle due grandi coalizioni. Marco Bovo C O O R D I N A T O R E RE G I O N A L E CI R C O L I LI B E R A L VE N E T O

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2009_06_26  

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