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ISSN 1827-8817

Sfuggire al contagio della follia

e di h c a n o cr

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e della vertigine collettiva tornando a stringere per conto proprio, al di sopra dell’idolo sociale, il patto originario dello spirito con l’universo Simone Weil

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QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Dialogo post-mortem con un fratello scomparso. L’orazione funebre che verrà pronunciata oggi

Come altri della tua generazione hai avuto in sorte il destino dell’inattualità. Ma hai vinto tu. La storia ti ha dato ragione

Ha combattuto fino alla fine, come ha sempre fatto. Ma martedì sera il male ha prevalso. E ha portato via il direttore di liberal

di Ferdinando Adornato

iao, Renzo. «Né il sole né la morte si possono guardare fissamente» ha scritto La Rochefoucauld. E adesso il sole di giugno e la tua morte si sono dati un terribile, accecante appuntamento. Mi pare assurdo pensare, scrivere, dire che tu non ci sei più. Le lacrime si ingoiano le parole. E, un infantile esorcismo mi fa immaginare che se rifiutassi di pensare la tua morte, se tutti insieme rifiutassimo di farlo, tu forse torneresti qui con noi.

C

Ciao Renzo

Quasi come se gridare con John Donne «Tu morte morrai!», possa far davvero morire la morte e ridare a te la vita… Ma le parole non hanno questo potere, tu lo sai. Abbiamo vissuto insieme di parole. Le abbiamo amate, ci hanno amato. Fino a scoprire che molte di esse erano davvero facili, si concedevano con irritante leggerezza alle labbra o alla penna di troppi che non le amavano.

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s e gu e a pa gi n a 2

Marchionne Ad del nuovo colosso

Chrysler e Fiat, la soap opera finisce bene di Alessandro D’Amato ine della partita. Dopo quattro lunghi giorni di febbrili manovre legali, e di contatti tra le parti che hanno visto Torino ferma nel non voler concedere nulla agli antagonisti, la Corte Suprema statunitense ha dato luce verde all’accordo Fiat-Chrysler, respingendo il ricorso presentato nel fine settimana da alcuni fondi pensione dell’Indiana, che avevano ottenuto un temporaneo blocco dell’accordo. La nuova Chrysler sarà guidata da un consiglio di amministrazione composto da tre amministratori nominati da Fiat, tra i quali appunto Marchionne come amministratore delegato, quattro nominati del Tesoro Usa, uno dal governo canadese e uno dai sindacati americani.

F

Dopo un crescendo di polemiche tra le quali un appello di liberal a disertare la seduta

Gheddafi non parla più in Senato Contrordine, il colonnello a palazzo Giustiniani. Berlusconi: «È grave» di Franco Insardà

Le radici del suo odio verso l’Italia

Gli affari possono più della libertà?

ROMA. Alla fine le proteste hanno vinto. Nessun discorso di Gheddafi a palazzo Madama, al dittatore libico toccherà incontrare i senatori a palazzo Giustiniani. Il primo a esultare per la notizia, nella serata di ieri, è stato Stefano Pedica dell’Idv: «È uscito dalla riunione dei capigruppo il nostro presidente Belisario e ha detto “vittoria!”. Hanno deciso di spostare Gheddafi». E quasi immediato è arrivato il duro commento del premier Silvio Berlusconi: «Giudico grave la posizione dell’opposizione sul discorso di Gheddafi al Senato. È una opposizione che si contraddice, se pensiamo a quanto fece D’Alema nei rapporti con la Libia». La notizia delI’intervento del dittatore a Palazzo Madama aveva infatti creato polemiche e divisioni nei vari gruppi parlamentari. E noi di liberal avevamo messo in piedi perfino un appello alle coscienze dei nostri senatori affinché non facessero da spalla a Gheddafi.

I rapporti del Colonnello con l’Italia, a giudicare dagli inizi, non sono nati sotto una buona stella. La cacciata degli Italiani era stata completata o quasi nel giro di un anno dal golpe militare incruento del 1° settembre 1969. E noi gli volevamo dare l’onore raro di parlare nell’aula del Senato, forse in cambio di essere considerati il primo partner commerciale. a p ag i na 11

se g ue a p a gi na 10

a pa gi n a 1 7 gue a •paEgURO ina 91,00 (10,00 GIOVEDÌ 11 GIUGNOse2009

di Mario Arpino

CON I QUADERNI)

• ANNO XIV •

NUMERO

114 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


ciao Renzo

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La cristallina coerenza di un intellettuale “irregolare”

Sei stato realista ieri, nel tempo dell’ideologia e idealista oggi, nell’era delle mediocrità di Ferdinando Adornato segue dalla prima Che anzi le sfruttavano con dissimulato cinismo.A volte anche per decretare verdetti disumani. Paradosso delle parole: esse possono dare morte. Ma non possono da essa liberarci. Al massimo possono prestare conforto a chi rimane. Ma io ora non trovo parole di questo genere. Perciò chiedo perdono a Lisetta, a Gabriella, a Marina, a Bettina, a Anna, a tutti coloro che ti portano nel sangue e nel cuore, e intorno ai quali ci stringiamo, se non trovo parole per loro, diverse da quelle che non trovo per me. Giocavamo a chiamarci “fratello”. Ma non era poi un gioco. C’eravamo conosciuti, frequentati e stimati un secolo fa, all’Unità. E, da più di dieci anni, a liberal dividevamo idee, sentimenti, progetti, stanze, divani, caffè, portacenere. Sorrisi. Il tuo, sempre un po’ beffardo. Ci tenevi a mostrarti un po’ più duro di quello che in realtà eri. Forse perché la vita non sempre era stata buona con te, nascondevi la tua bontà come fosse un difetto, una debolezza da camuffare di fronte alla durezza delle relazioni pubbliche. Fin da ragazzo avevi capito che nessuno regala niente a nessuno. Poi, un giorno hai deciso che tu non ci stavi. Che volevi poter regalare qualcosa a qualcuno, se non altro a te stesso. Così, liberamente, fuori da ogni costrizione cartesiana, hai seppellito un passato ideologico che non voleva e non sapeva passare e hai cominciato a scrivere, da solo, le pagine della tua vita, ricusando quelle che altri volevano continuare a impostare per te. Al pari di altri della nostra generazione hai avuto in sorte il destino dell’inattualità. Sei stato realista, ieri, nel tempo delle ideologie. Ed eri idealista, oggi, nell’era della mediocrità. L’orologio della storia non ha mai battuto l’ora giusta. È successo in America, in

Francia, è successo anche qui da noi. Una parte di quella sinistra che cercava la verità nella libertà non si è rassegnata all’eterno ritorno di giaculatorie stantie, né si è accontentata di lifting di comodo. Ha continuato a cercare, come aveva suggerito Claudio Napoleoni. Anche se, la ricerca rischiava di condurla lontano dalla casa del padre. E per te,“figlio della patria”, come scherzando ti definivi, questa non era solo una metafora. L’amore per la storia, il peso di doverti sempre misurare con essa, per te, messo al mondo da Lisa e da Vittorio, era davvero un “affare di famiglia”. E induce a meditare sulla teleologia del destino umano il fatto che tu li raggiunga nella morte soltanto pochi mesi dopo.

Ricordi, Renzo, quante volte abbiamo cercato le coordinate di un progetto universale di libertà umana non più contaminato da utopie, non più coperto da miti di contrabbando…

Ma ci sei andato davvero oltre la casa del padre. Con cristallina coerenza. Ed è stata questa continua e appassionata aspirazione alla verità, condotta con mitissima irriducibilità, ad aver unito storie come quelle di Bill Kristol, di di André Glucksmann, di Alain Finkelkraut, di Francois Furet, alle nostre storie, alla tua storia. In Italia, villaggio di disarmante volgarità, il premio è stato l’anatema. L’ignoranza trascolorava spesso in invettive sulle quali tante volte abbiamo sorriso insieme: compatendo chi la gabbana l’aveva voltava davvero, smettendo

di credere ancora possibile un progetto universale di libertà umana. Ma hai vinto tu, Renzo. La storia ti ha dato ragione. Libertà dalla classe, libertà dalla razza, libertà dallo Stato. Tu non hai mai smesso di crederci. Con cristallina coerenza, appunto. Ci credevi quando eri sotto le bombe americane a raccontare e difendere il Vietnam. Ci credevi quando intervistavi Dubcek, dopo che la primavera aveva ceduto il passo all’inverno. Ci credevi quando difendevi i diritti umani sotto ogni cielo del mondo, dal Tibet al Darfur, dalla Cina all’India, senza mai più farti inibire dal colore dell’oppressore. Ci credevi quando sostenevi la libertà dell’Iraq contro Saddam o quella della Cecenia contro Putin. CI credevi quando difendevi Israele dalle mille e una notte di bugie propalate dalla sinistra mondiale. Lo facevi non già e non solo perché sentivi di appartenere alla grande famiglia ebraica. Ma perché sapevi che se Platone era tuo amico, ancora di più lo era la verità. Ricordi, Renzo, quante volte abbiano cercato insieme di decifrare le coordinate di un progetto universale di libertà umana non più contaminato da utopie, non più coperto da ideologie di contrabbando. E i nomi di Arthur Koestler, di George Orwell, di Nicola Chiaromonte, di Raymond Aron, di Hannah Arendt, di von Hayek e più da vicino quelli di Havel, Geremek, di Michnik, del cardinale Zen, si sgranavano davanti a noi come le perle di un rosario che, sia ad Est che ad Ovest, aveva sempre saputo opporsi alla tentazione dell’uomo di farsi Dio. Un rosario di pensieri perennemente “inattuali”, un rosario di pensieri “irregolari”. Così li abbiamo chiamati. E così eri anche tu. Un “irregolare”. Non uno sregolato per trasgressione, né un antagonista per partito preso. No, un “irregolare”: un uomo che ha tentato di indicare alla “generazione dei passi per-

Renzo Foa, nel 2005, durante il convegno per il decennale di liberal. A destra, con la sua amata Lisetta


ciao Renzo

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L’altra testimonianza che verrà letta oggi in commemorazione di Renzo Foa

Cercava la sapienza del cuore di Lucetta Scaraffia on Renzo ho perso un amico prezioso, un amico che aveva la rara virtù di essere attento agli altri prima che a se stesso: perfino nei giorni della sofferenza più dura, non mancava mai di accogliermi chiedendo per prima cosa come andavano i miei occhi. Rivelava sempre una grande capacità di empatia nei confronti di chi viveva situazioni difficili, soprattutto quando si trattava di momenti di emarginazione e di umiliazione. Nella sua vita, per molti versi ricca e interessante, ne aveva fatto esperienza, e non lo dimenticava. Renzo, infatti, non è stato solo un intellettuale, un uomo attento e intelligente, ma spesso anche un uomo scomodo, e questo perché cercava la verità. Non soltanto la verità del grande giornalista: proprio a partire da quella, ha infatti compiuto un lungo e profondo percorso, che ha saputo affrontare con coerenza rara. Quando capiva che qualcosa, un’idea, un pregiudizio anche molto radicato, era infondato – e arrivava quindi a toccare una verità – lo denunciava con coraggio, accettando di pagarne tutte le conseguenze, fino a cambiare la sua vita.

C

Questa caratteristica, non molto frequente, è stata compresa immediatamente dai miei allievi che, nell’inverno 2008,

avevano letto il libro di Renzo In cattiva compagnia: un libro che li aveva come risvegliati dal loro abituale intorpidimento, non solo rendendoli più attenti e più interessati alla storia contemporanea, come speravo, ma anche molto interessati all’autore stesso. L’ho capito quando sono venuti, numerosi e pieni di domande, alla lezione a cui avevo invitato Renzo. Non era solo la curiosità di conoscere l’autore di un libro, ma un interesse speciale proprio per quell’autore. Le due ore previste non bastarono per le troppe domande, e la lezione continuò nel corridoio. Le domande concernevano solo in parte i personaggi narrati nel libro: per lo più, riguardavano l’autore stesso. Il libro racconta il percorso biografico segnato da letture e incontri che hanno svolto un ruolo decisivo nella costruzione dell’identità umana e intellettuale di Renzo, ed era questo a interessare i ragazzi. La sua proposta di percorso in cerca della verità – colta grazie a personaggi poco noti o dimenticati oppure, come Karol Wojtyla, poco prevedibili in un giornalista di famiglia ebraica che era stato direttore de l’Unità – attraeva i miei studenti perché raccontava una storia vera e semplice al tempo stesso, un modello a cui pensavano di potersi ispirare. Non è un caso, quindi, che quasi tutti loro, nelle tesine che prepararono sul libro – dovevano scegliere due personaggi che li avessero colpiti

duti”(quella che, dopo aver beatificato e mortificato gli anni Sessanta del Novecento, si è come pietrificata nella contemplazione di se stessa) una nuova strada di libertà.

questo traguardo; di più, lo ostacolava, hai sperato che potesse la destra riuscire nell’impresa, rompendo un’egemonia culturale ormai incistata nella conservazione.

Memoria e revisione non sono vie alternative della ricerca umana. Al contrario, sono bagagli complementari del nostro viaggio terreno.

Ma, anche in questo caso, una volta di più, ti sei dovuto arrendere alle dure repliche dell’insipienza e dell’arroganza. E hai certificato, con ficcante amarezza, la disillusione di quello che hai voluto chiamare un “decennio sprecato”. L’ennesima occasione perduta di un Paese che non riesce a diventare nazione.

Per te la storia che, come una madre perduta, andavi cercando su ogni bancarella, o dietro gli spigoli dell’attualità, per te la storia non era in grado di impartire alcuna lezione, se non vissuta come continua revisione di se stessa. Il revisionista è l’unico vero cacciatore di tesori contemporanei. L’unico vero innovatore. Per gli altri, infatti, il passato è solo passato, Non è più presente. E tu sapevi che, se la revisione spetta solo agli storici, l’innovazione può essere agita solo dalla politica. Perciò eri anche un animale politico.

È stata questa l’ultima occasione pubblica della vita di Renzo: pochi giorni dopo la malattia si è mostrata in tutta la sua forza, e quindi quella lezione non ha più avuto seguito, come avrei voluto. Ma gli ha fatto molto piacere leggere le tesine degli studenti, che gli portavo a ogni visita, e provare la soddisfazione di essere diventato, per quei ragazzi, quello che per lui erano state «le cattive compagnie». Sappiamo che la sua attenzione verso il mondo e le letture relative ai suoi filoni di interesse – come il libro che aveva iniziato sul 1989 – sono continuate fino a poco prima della morte: ha scritto, ha fatto programmi alla radio, ha osservato il mondo con la pietas e l’ironia che gli erano consuete. Ha soprattutto continuato a sorprendere, come aveva sorpreso con il saggio che aveva scritto nel 2007 prendendo spunto dal libro su Gesù di Benedetto XVI, uno scritto che mi

bertà l’umanità ha potuto commettere atroci delitti, ingannando milioni di persone, ti chiedevi, ci deve pur essere da qualche parte un criterio obiettivo (universale, appunto) per guadagnare una definizione più autentica di libertà. Ci deve pur essere, insomma, un’i-

Perciò, negli ultimi mesi, ti animava ormai solo la disperata speranza di riuscire a spezzare un bipolarismo falso e inquinato, corrotto e impotente. Ricominciando da capo. Da capo. Sapendo, però, sulla scorta di Paul Valéry, che politica e libertà della mente tendono ad escludersi perché politica significa “costruzione di idoli”. E tu eri davvero stanco di

Hai sognato anche tu che la sinistra potesse andare oltre se stessa. Poi ti sei dovuto arrendere alle dure repliche dell’insipienza e dell’arroganza. Hai sognato anche tu che l’Italia potesse diventare una democrazia moderna con due veri grandi partiti, mossi da una competizione leale figlia di valori condivisi. E una volta capito che la sinistra era lontana anni luce da

particolarmente – hanno concluso dicendo che era stato proprio l’incontro con Renzo l’episodio significativo che avrebbero inserito nella costruzione di un analogo percorso di vita. I ragazzi avevano compreso che si trattava di un cammino alla ricerca della verità onesto e semplice, lontano dalle ideologie e da facili presunzioni. Quello che contava di più era che si trattava di un percorso vero, pagato di persona dall’autore.

idoli. Non a caso, da tempo, la tua ricerca si era allargata, aveva provato ad attraversare confini sconosciuti. Aveva cercato, con laica spiritualità, di penetrare il mistero della vita. Ancora una volta con cristallina coerenza: se in nome della li-

L’assolutismo della libertà contro il relativismo del pensiero debole. «Sono un uomo e nulla di ciò che è umano mi è estraneo». A questo precetto hai dedicato gli ultimi anni

aveva profondamente colpita: la sua intima comprensione di Cristo, maturata sia attraverso il libro del papa sia – si capisce dal testo – da una lunga riflessione precedente. Renzo aveva capito con grande chiarezza il senso del messaggio universale di Cristo: «Quando mai, prima di lui, un pescatore o un falegname o una prostituta erano stati considerati degni di nota, degni di entrare nella memoria, uguali agli altri?». Sino a fargli sentire con tanta forza il senso della sua venuta nella storia: «Il prima o il dopo Cristo non è solo una data sul calendario. Non è solo la definizione temporale di una religione. È piuttosto l’inizio di una lezione». Allo stesso modo, Cristo è l’«immagine più completa della resistenza dell’uomo alle avversità, alle sofferenze e alle ingiustizie in nome della vita e della ricerca della verità».

Questa è la ricerca della verità che Renzo non ha mai abbandonato, neppure nei momenti più duri della malattia, e che l’ha portato a cambiare, a scegliere, sino alla fine. Così, per lui mi sembrano particolarmente appropriate le parole del salmo 89, che amava molto: «Insegnaci a contare i nostri giorni, per giungere alla sapienza del cuore». Renzo cercava di giungere alla sapienza del cuore: mi piace sperare che ci sia riuscito.

noppugnabile“verità della libertà”. Perciò liberal era diventato casa tua: perché, in fondo tutto era nato tra noi, proprio per cercare risposta a questa domanda. La centralità della persona nella storia, la sua dignità, l’inviolabilità della sua irripetibile singolarità, ti sono allora apparsi i concetti giusti per trovare una chiave unitaria della libertà, nella quale Socrate, Cristo, San Tommaso, Locke concorrevano a dar spazio e misura a una “via umanista” opposta a una“via razionalista”. L’essere supremo è l’Uomo, non la Ragione. Perciò è Filadelfia, non Parigi la stella polare della modernità politica. L’assolutismo della libertà contro il relativismo del pensiero debole. “Sono un uomo e nulla di ciò che è umano mi è estraneo”. A questo precetto hai dedicato gli ultimi anni della tua vita. E non hai avuto paura di contaminare Ebraismo e Cristianesimo, soprattutto quando hai visto che un Papa figlio della Grande Europa di Mezzo era finalmente riuscito a restituire alla Chiesa l’orizzonte del fondamento, quello che riposa sui valori genetici dell’Occidente, superando logore burocrazie e fredde realpolitik. Ma perfino questa tua ricerca sulla religione non è stata mai religiosa. Era delicata, a volte scanzonata, come spesso eri tu, poco abituato a prenderti sul se-

rio, sempre deciso a non far pesare le tue scelte sugli altri. Eri leggero come la tua scrittura e profondo come la tua ansia. Hai sempre raccontato con sguardo onesto il mondo che hai attraversato. A tua volta ti sei fatto attraversare dalla realtà, curioso di ogni aspetto della vita umana. Delle sue avventure come dei suoi tic. Autoironico fino alla spietatezza, come pretende l’umorismo ebraico. Così oggi potresti dire con Francois Mauriac: “La morte è l’unica delle mie avventure che non commenterò”. Ciao Renzo, hai sofferto tanto. Ma hai combattuto fino alla fine, come hai sempre fatto. E fino alla fine, anche dal letto del dolore, hai continuato a pensare e a scrivere per liberal, quel quotidiano che tanto avevi voluto, e al quale oggi mancherai come un padre. Ora abbandonati alle sponde di quel Trasimeno che, già in vita, ti dava riposo. Ti lasciamo. Restituendo a te, a tua figlia, alla tua famiglia, all’opinione pubblica italiana, tra tanti dubbi, una sola certezza. Hai vinto tu, Renzo. La storia ti ha dato ragione. E noi assumiamo qui l’impegno di onorare la tua memoria, di tramandare le tue memorie. Ciao Renzo, grazie di averci voluto bene.


ciao Renzo

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Uno degli ultimi editoriali del nostro direttore, pubblicato nello scorso febbraio

Un Grande Centro per fermare la Lega di Renzo Foa e è distante anni luce dalla politica - e quindi dalla capacità di governo di un Paese - chi pensa che si possa costruire un sistema bipartitico virtuoso, stabile e funzionante con una pioggia di leggi e leggine volte ad eliminare le piccole formazioni, bisogna cominciare a chiedersi quale possa essere l’epilogo di questa nuova fase della crisi italiana. Parlo di nuova fase perché non può non sorprendere il fatto che una maggioranza di

S

governo così numericamente solida e forte si trovi all’improvviso esposta al logoramento di imprevisti voti parlamentari o a divisioni laceranti su grandi problemi, come le questioni etiche sollevate dal caso Englaro. Così come non può non sorprendere il fatto che questa stessa maggioranza fatichi sempre più a prefigurarsi come un’area coesa. E mi riferisco soprattutto al Pdl, che, se non ci fosse il suo leader Silvio Berlusconi, non sembrerebbe capace di presentarsi davanti all’opinione pubblica con un minimo di credibilità. Dunque una nuova fase in cui, da una parte, emerge con contorni sempre più definiti il protagonismo della Lega di Bossi non più solo sui temi dell’immigrazione e della sicurezza, ma an-

che su quelli economici e sociali, accanto all’anarchia delle ormai obsolete Alleanza nazionale e Forza Italia, che marciano verso la fusione.

contorni di un quadro politico virtuoso. Sul tema, come si sa, si è ormai aperta una discussione che ha coinvolto politici e politologi.

Mentre sull’altro versante il Partito democratico sembra ormai avere come principali antagonisti, in vista della conta elettorale di primavera, solo i «piccoli» che una volta si chiamavano «cespugli all’ombra della Quercia» e l’imbarazzante presenza dell’Idv di Antonio Di Pietro. A ben guardare, probabilmente, non è più rintracciabile il panorama di un falso bipartitismo - cioè l’illusione nutrita da un anno a questa parte da Berlusconi e da Veltroni - ma neppure quella di un bipolarismo funzionante, in grado di definire i

Ma la domanda è ormai chiara: è quella secondo la quale, a quasi quindici anni dall’inizio della crisi del sistema politico e dall’avvento del bipolarismo, si comincia a intravedere una ridislocazione delle forze in campo. A cui segue un’altra domanda: quella secondo la quale questa riarticolazione non risponde più semplicemente alla definizione di cartelli elettorali, come quasi sempre è avvenuto dal 1994 ad oggi, ma a qualcosa di più profondo, cioè a valori di riferimento e ad interessi sociali e locali rappresentati. Se si comincia a rispondere è già

GIORGIO NAPOLITANO

personalità e alle grandi voci libere del Novecento europeo. Nella sua formazione ha indubbiamente agito l’insegnamento del padre Vittorio, uno dei grandi protagonisti del dibattito pubblico italiano nel secolo scorso. La sua coerenza morale e la sua continua ricerca intellettuale lo hanno portato a un cammino sofferto, ma sempre evolutivo, all’interno della cultura politica italiana. Con i suoi libri, con i suoi scritti e con la sua intensa attività giornalistica, Foa ha lasciato un notevole patrimonio di idee, e di puntuali analisi sulla vita italiana degli ultimi decenni.

FAUSTO BERTINOTTI

LE TESTIMONIANZE DI AFFETTO ARRIVATE A LIBERAL

Le sue posizioni sempre schiette A

pprendo con sincera commozione la triste notizia della scomparsa di Renzo Foa, al quale sono stato per anni legato da un rapporto di stima e di collaborazione apprezzandone, la qualità dell’impegno giornalistico e la libertà e la schiettezza di posizioni. Partecipo con questi sentimenti al dolore dei famigliari e al cordoglio del mondo dell’informazione.

GIANFRANCO FINI

PIER FERDINANDO CASINI

Una via sofferta Mi mancherà ma libera il suo contributo D H

esidero esprimere alla redazione di liberal i sensi della mia vicinanza per la scomparsa del suo prestigioso direttore. Quella di Renzo Foa rimarrà come la testimonianza di un giornalista e di un intellettuale che ha saputo interpretare in pienezza e coerenza il valore della libertà, dimostrando sempre, nel corso del suo intenso itinerario politicoculturale, una ammirevole capacità di critica e di autonomia rispetto a ogni conformismo. Foa ha partecipato con passione al dibattito delle idee nel nostro Paese, richiamandosi idealmente alle grandi

o appreso con profonda commozione la notizia della scomparsa di Renzo Foa. Giornalista e uomo di cultura dall’intelligenza acuminata,come il padre Vittorio è stato sorretto da quella speciale onestà intellettuale che non rifugge il confronto con le contaminazioni culturali più differenti ma, al contrario, sa accoglierle attraverso un costante esame critico delle proprie posizioni e della propria coscienza. In un Paese in cui il pensiero liberale e riformatore purtroppo sono spesso minoritari, il suo contributo di idee, proposte e provocazioni culturali e politiche, offerto negli ultimi anni anche attraverso la direzione di liberal, ci mancherà.

Quell’incontro con Vittorio H

o conosciuto Renzo Foa, giornalista de l’Unità tanti anni fa, durante un incontro con Vittorio. Fui molto colpito da come il suo autorevolissimo padre gli si rivolgeva, con autentica curiosità per le sue opinioni che soppesava con molta attenzione. Capii poi che non era l’attenzione del padre per il figlio, ma quella di un grande intellettuale per un raffinato intellettuale. Entrambi illuminati dalla passione politica e dall’interesse per le condizioni di lavoro e di vita e per l’umanità. Non abbiamo avuto modo di frequentarci con assiduità, ma ogni volta che ho incontrato Renzo, fino all’ultimo, davanti alla Cgil, si è rinnovata in me quella lontana impressione. Seguendo la sua ricerca di giornalista di razza e di intellettuale di impegno, l’ho sempre pensato con amicizia e rispetto, anche quando distante. Una sorta di religione del mestiere l’ha sempre accompagnato conferendogli una dignità che ce lo farà rimpiangere.

GIAN MARIA VIAN

Discutendo di Benedetto XVI R

icordo Renzo come un amico, che negli ultimi anni si è sempre distinto per la sua eleganza e per la sua ricerca della verità. Sono i due elementi che mi hanno


ciao Renzo facile trovare le tracce di questa nuova fase della crisi. L’elenco è ben visibile, in un Paese dove si sta vivendo in modo più profondo che altrove «il nuovo 1929», in cui si stanno ulteriormente acuendo le vecchie e tradizionali divisioni tra Nord e Sud, in cui ogni giorno si è chiamati a misurarsi con difficili e irrisolvibili problemi etici e in cui, oltretutto, il mondo politico stenta a dare risposte convincenti, se si arriva al punto in cui il presidente del Consiglio, per dimostrare la sua forza, decide di scendere direttamente in campo per partecipare (per interposta persona) all’elezione del nuovo governatore della Sardegna.

È questa situazione di caos a porre la domanda su cosa potrebbe seguire al logoramento del bipolarismo e al fallimento del tentativo bipartitico. La domanda non su un duello che non c’è tra Pd e Pdl, ma su chi si contrappone davvero alle manovre di bandiera della Lega o su chi sta cercando di restituire al quadro politico quella dignità democratica che orimpressionato di più. Aveva molta ironia, anche per se stesso, e si percepiva benissimo il suo ruolo di testimone della seconda metà del Novecento. Una circostanza che mi ha molto colpito è relativa al fatto che siamo nati nello stesso giorno: il 10 marzo, lui del 1946 e io del 1952. Ho il ricordo dell’ultimo compleanno che, in qualche modo, abbiamo passato insieme: io sono andato a trovarlo a casa, quando ormai era quasi sempre a letto.Anche lì siamo stati a conversare come se nulla fosse. Più volte, negli incontri degli ultimi tempi, abbiamo parlato di Benedetto XVI e di quanto lui apprezzasse la presenza del Papa nel dibattito culturale contemporaneo. Questo traspare anche dal suo scritto che abbiamo pubblicato ieri nell’edizione de L’Osservatore Romano, che riguarda Cristo. Aveva un’attenzione speciale per Gesù, che si spiega anche con le sue origini ebraiche e con la sua apertura mentale. È stato un uomo che ha cercato la verità per tutta la vita.

LUCIANO VIOLANTE

Avrei voluto parlarci di più R

enzo Foa era un intellettuale non organico, che esercitava il suo diritto al dubbio senza compiacimenti. Era curioso delle cose, attento al nuovo senza cedere al giovanilismo, che spesso confina con l’infantilismo politico. Aveva intuito prima di altri la necessità che la sinistra rinnovasse la propria lettura del mondo e dei fatti economici e questo generò incomprensioni e fratture. Non aveva un carattere facile, ma era un uomo onesto con gli

mai viene quotidianamente lacerata dalle ventate populistiche, a cominciare da quelle volontarie o involontarie che siano di Di Pietro, per finire con l’anarchia del Pdl e la confusione del Pd. Per essere chiari è la domanda sulla necessità del nuovo Centro politico. E quando uso questi termini, non penso al trascinamento del vecchio duello tra l’Udc e Bossi, che ha accompagnato questa stagione. Penso a un conto alla rovescia che può iniziare per prevenire i possibili e devastanti effetti di questa nuova fase della crisi italiana, per non ripetere più gli errori compiuti tra il 1992 e il 1994 o, più recentemente, tra il 2006 e il 2008. Un conto alla rovescia per arrivare a quella nuova riaggregazione centrista - punto d’incontro di valori e di interessi - capace di interpretare le potenzialità liberatesi negli ultimi vent’anni (dopo il 1989) e di dar loro un nuovo senso di fronte al logoramento del Pdl e del Pd e di arginare le spinte egemoniche della Lega.

altri e con se stesso, anche quando l’onestà gli avrebbe fatto pagare un costo umano assai elevato. Personalmente ho il rammarico di non essere riuscito ad intrecciare un dialogo da vicino, presi come si era dai rispettivi impegni e proprio la sua morte fa pensare che a volte bisogna fermare la macchina della quotidianità per conquistare quegli spazi di umanità che poi diventano irrecuperabili.

la sua, abbia sinceramente e penosamente sofferto, oltre che gloriosamente goduto. La libertà è un costo, oltre che il supremo dei piaceri, almeno negli uomini giusti.

GIAMPAOLO PANSA

Una rarità: non era fazioso L

a qualità numero uno di Renzo Foa è quella che manca a molti, fra noi giornalisti: non era un fazioso, mai. Con una parola fra la cultura e la politica, poteri definirlo un autentico liberale. E poi era un uomo dolce: lo era in modo speciale: aveva rispetto per tutte le opinioni, comprese quelle diverse dalle sue. Lo verificai direttamente, quando ci incontrammo per un dibattito pubblico. E anche in quell’occasione apprezzai il suo tratto più raro: il rispetto della libertà degli altri, oltre che della sua.

MAURIZIO BELPIETRO

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che un professionista formato nella vecchia scuola del giornalismo. Non a caso l’Unità che dirigeva era un giornale raffinato, aperto, culturalmente vivo. Potevi chiedergli un commento a fine serata e lui rispondeva rapidissimo: quante battute? Amava il confronto, prima di scrivere discuteva sempre gli articoli con me e i colleghi della direzione del Giornale. Il prodotto finale era sempre eccellente. Una spada affilatissima che riusciva a squarciare il velo in cui spesso si nasconde la politica. Fu comunista fin da bambino, a 14 anni già iscritto alla Fgci, restò nel Pci e poi nei Ds fino al 1994. Poi decise che era l’ora giunta l’ora di dire basta, che non aveva più senso «partecipare in modo militante a una sinistra che non c’è più. Sono scomparsi anche i nomi. La differenza tra quello che penso io e quello che alla fine è diventata la sinistra è grande». È scomparso anche lui, Renzo Foa, ma i suoi scritti, il suo lavoro intellettuale, la sua memoria, il suo amore per il libero dibattito per me restano.

FIAMMA NIRENSTEIN

Per il Giornale Il suo amore La fragilità fu una perla per Israele era la sua virtù R P E GIULIANO FERRARA

ra una delle persone più indifese che abbia mai conosciuto. La sua fragilità però non era vizio, ma virtù. Era un’incertezza o inquietudine umanamente molto speciale, segno anche di una qualche eredità talmudica. Renzo Foa era della generazione appena prima della mia, quella del boom demografico immediatamente successivo alla fine della guerra, che si era davvero immersa con tutta la sua gioventù nel clima sognante e canterino degli anni Sessanta, la stagione vera della rinascita italiana, un tempo in cui si gridava al miracolo. I decenni successivi, in pratica la sua vita adulta, imposero un pedaggio della maturità che Renzo pagò con la sua morbida ostinazione nelle battaglie pubbliche e l’austerità nelle scelte private. Lo spirito della diaspora aveva segnato le scelte politiche di tutta la sua famiglia, compresi i formidabili e ingombranti genitori che condizionò in tono dolceamaro come “gruppettari”, e immagino che di tutta quella libertà di comportamento e di tono, prima di ogni altra

enzo Foa è stato per me un compagno di viaggio prezioso, un testimone eccezionale del nostro tempo e della nostra politica. L’amava, la politica, come pochi. E come pochi la studiava, la analizzava, la rendeva comprensibile ai lettori. Quando decise di venire a scrivere per il Giornale che allora dirigevo, fu attaccato, trattato dalla sinistra, dal suo salottino intellettuale, come un traditore. In realtà Foa fu sempre coerente, aveva capito prima di tutti – da una posizione scomoda e purtroppo minoritaria – che la sinistra così come l’aveva conosciuta, immaginata e anche un po’ sognata era finita per sempre. Fu tra i primi a capirlo e grazie a questa consapevolezza decise di continuare il suo lavoro di intellettuale e di giornalista su sponde per lui più interessanti, più libere. Le colonne del Giornale diventarono la sua casa e il centrodestra un luogo di elaborazione politica libero dalle gabbie degli –ismi che lui aveva conosciuto e riconosciuto come un fallimento della storia. Foa era un uomo raffinato, un conoscitore della cultura politica del Paese, ma an-

rima di raccontarne una sola, lasciatemi dire quante cose belle potrei ricordare parlando di Renzo Foa: a me colpiva particolarmente il suo garbo, la sua gentilezza, la voce bassa e quieta quando si esercitava in osservazioni molto pungenti e ironiche; mi soddisfaceva il fatto che una domanda a lui non rimanesse mai inevasa; aveva il coraggio e la cultura per concentrarsi e rispondere a tutto, per quanto la questione fosse “overwhelming”come dice Thomas Elliott. Renzo era un amico e un intellettuale eccezionale per coraggio e cortesia. Ma, a me, lasciatemi piangere l’amore di Renzo Foa per Israele. Era radicato dentro il suo amore per la vita. La storia del mio venirvi in contatto va da intervista a intervista: la prima, quando Renzo divenne direttore dell’Unità e io lo intervistai insistendo sul Medioriente. In tempi di antisemitismo di sinistra, trovai una posizione limpida, con chiarezza morale sapeva già benissimo da che parte stavano il torto e la ragione. Per tanti anni, prima dell’ultima intervista, l’uno ottobre

2008, abbiamo condiviso l’ottima avventura culturale di liberal, fin dai tempi del mensile, con le pagine color sabbia. L’ultima intervista la fece Renzo a me. La malattia lo riempiva di dolori, l’esercizio del lavoro e del movimento erano uno spettacolo di incredibile volontà. Con l’aiuto di Luisa Arezzo, sulla sua scrivania di liberal, Renzo frugò partendo da tutto ciò che può definire un pensiero complesso su Israele; mi mise alla prova in lungo e in largo col suo amore per Israele, esigendo che dai suoi dubbi spremessi la promessa infallibile della sopravvivenza. La pace, voleva sapere, come la si raggiunge? E perché la si cerca cedendo masochisticamente a ogni richiesta, e se così non la si può ottenere, allora come? È una maledizione, una benedizione… che ne sarà, in buona sostanza Renzo chiedeva, non di loro, non di un mondo lontano, ma di noi? Le domande di Renzo Foa erano come quelle di un figlio preoccupato: se Ahmadinejad minaccia Israele in maniera così evidente, allora come si può fare a fermarlo, molto concretamente, che prezzo pagherebbe Israele per un intervento militare contro la bomba atomica iraniana? Scusa, disse Renzo, se mi sono annotato le domande, così sarò più preciso. E fu molto preciso: alla fine, ed era già esausto, la domanda vera non poté essere trattenuta: «Noi abbiamo potuto a tratti immaginare Israele in pace.. ma oggi l’orizzonte è ben diverso, si tratta o di una lunga pace guerreggiata… oppure…» Allora glielo promisi: «Tocqueville dice che quando i sistemi democratici finalmente si convincono che non c’è nient’altro più da fare che la guerra, allora la sanno fare in modo meraviglioso… Israele ha un esercito che è fra i migliori del mondo e, grazie al cielo, anche un arsenale atomico». Sei sicura?, chiese di nuovo, ed era stanco, esausto. Ce la faremo? Stai tranquillo, gli dissi, gli ebrei non si faranno ammazzare un’altra volta. La morte non vincerà, Renzo Foa.

GLI ALTRI AMICI CHE SCRIVERANNO DOMANI Ci hanno inviato le loro testimonianze anche Eugenia Roccella, Giuseppe Baiocchi, Paolo Guzzanti, Nicoletta Tiliacos, Carlo Ripa di Meana, Massimo De Angelis, Enrico Cisnetto, Giorgio Israel, Aldo Forbice. Li ringraziamo e ci scusiamo ma siamo costretti dallo spazio a pubblicarle domani.


ciao Renzo

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L’INFANZIA Lisa Giua con i piccoli Renzo e Anna, in vacanza, negli anni Quaranta

L’ADOLESCENZA Renzo, giovane studente, a Roma con un’espressione già adulta e “seria”

IL GIORNALISMO Nel 1972, comincia in Vietnam l’avventura da inviato, esperto di politica estera

La biografia. Figlio di Lisa e Vittorio Foa, Renzo era nato a Torino nel 1946

Il ribelle della libertà Dagli anni dell’Unità a quelli di liberal una sola inquieta ricerca di Nicola Fano enzo Foa sembrava un uomo severo; in realtà, si atteggiava così perché sapeva che non tutti erano in grado di capire la sua ironia. Non è un paradosso: ma si fingeva severo per non mettere in soggezione i suoi interlocutori. Naturalmente, questa sua severità era anche uno strumento con il quale faceva ironia su se stesso, ma gli interlocutori in condizione di afferrare anche questo doppio salto mortale erano ancora meno. Conosceva gli strumenti della politica meglio di quanto la sua storia pubblica tanto“scomoda”possa far pensare, ma poi quegli strumenti spesso ometteva di usarli in modo tradizionale: per il semplice fatto che gli divertiva di più (e sentiva più consono a sé) rispettare la propria vena ribelle, piuttosto che quella di sapiente mediatore. Anzi, sono sicuro che vorrebbe essere ricordato da noi redattori del suo giornale, noi suoi amici, noi suoi ammiratori, giusto in questo modo: l’esempio indelebile di un ribelle di grande classe che, se c’era da ammettere una vittoria o una sconfitta, stringeva la mano all’interlocutore con il medesimo sorriso sulla bocca. Che poteva trasmettere affetto, severità e ironia contemporaneamente: e così ti insegnava – a modo suo – la ricchezza del dubbio. Questa intanto, di sicuro, resterà la sua prima lezione umana, qui a liberal. Insieme a tante altre lezioni che ciascuno elaborerà privatamente ma che tutti ci porteremo con noi, in pubblico, per sempre. Molti anni fa (più di

R

un quarto di secolo: è passata una vita), lui era redattore capo de l’Unità e io ero giovane cronista degli spettacoli. Renzo m’aveva mandato a Napoli per seguire un concerto dei Rolling Stones e m’aveva pubblicato un pezzo in prima pagina nel quale avevo scritto non ricordo più quale amenità a proposito della rinascita della cultura napoletana propiziata dai Rolling Stones. Al che Gerardo Chiaromonte (dirigente del Pci di primissimo piano, allora) inviò una lettera di fuoco al giornale chiedendo il mio licenziamento perché la cultura a Napoli era già rinata con la Festa nazionale dell’Unità e io dovevo ben saperlo! Andai da Renzo e gli dissi: e adesso? E lui, serio: lascia stare, sono comunisti! Ero giovane e non capii: non apprezzai l’ironia né intuii il senso profondo di quel che mi aveva detto colui che negli anni a venire sarebbe diventato per me un fratello maggiore. Lo capii meglio molti anni dopo quando, in un’intervista, disse: «Ho partecipato in modo militante a una sinistra che non c’è più. Sono scomparsi anche i nomi. La differenza tra quello che penso io e quello che alla fine è diventata la sinistra è grande». L’intervista è del 2002, l’episodio che ho raccontato de l’Unità è del 1982: Renzo aveva percepito le cose vent’anni prima non perché fosse un veggente, ma perché era uno che ragionava con la sua testa. E basta.

Certo, la genesi famigliare lo aveva aiutato. Era nato a Torino

nel 1946 in un contesto molto complesso: intanto, alle origini, c’era un nonno scienziato e socialista (lo ha ricordato con straordinario affetto in quello che ritengo il suo libro più bello, In cattiva compagnia, di due anni fa) e poi c’era una cultura diffusa e consapevole di sé e del proprio ruolo individuale e sociale (la cultura dell’antifascismo torinese della prima metà del se-

Conosceva gli strumenti della politica meglio di quanto la sua storia pubblica possa far pensare. E preferiva usarli rispettando la vena ribelle piuttosto che quella di sapiente mediatore colo scorso: un mito autentico quanto pesante). E la discendenza da una famiglia ebrea sobria che aveva fatto della propria presunta “diversità” una ragione di comprensione degli altri: un vero e proprio miracolo. Senza contare il vero e proprio castello dei destini incrociati nel quale crebbe: «Normalmente uno ha i figli gruppettari. Io avevo il padre gruppettaro. Non era una famiglia pesante. Era piuttosto sciolta. Ognuno la pensava a modo suo. Padre della sinistra socialista, madre iscritta al Pci, so-

rella maggiore, Anna, con simpatie trotzkiste, io Fgci, sorella minore, Bettina, destinata per generazione al ’68. Io sono sempre rimasto nel Pci. Mio padre è passato per il Psiup, il Manifesto, il Pdup, questa estrema sinistra sempre terremotata, prima di arrivare nel Pci come senatore indipendente. Mia madre si avvicinò a Lotta Continua dove era uno dei punti di riferimento». Ecco, la raccontò così, una volta, ma si riferiva già agli anni romani, al suo romanzo di formazione consumato tra il liceo Visconti, Testaccio, Garbatella e poi i casermoni della Colombo. Che sono qualcosa che oggi uno fa fatica pure a immaginare. Funzionava in questa maniera: negli anni Cinquanta un gruppo di parlamentari (di sinistra, socialisti, comunisti, repubblicani) si misero in cooperativa e costruirono una serie di case lì sulla Colombo, un posto che più brutto è difficile immaginarlo. Ma costava poco, all’epoca, e poi dava una strana idea“di campagna che si mescola alla nuova metropoli”. Un paesaggio fatto da quegli stradoni che oggi si vedono nei Soliti ignoti, ne I mostri, nei film realisti della commedia all’italiana. E allora futuro era sinonimo di progresso. Comunque, lì andarono a vivere tutti quelli che campavano solo di idee e politica e che ogni mese lasciavano ai loro partiti qualcosa della propria indennità parlamentare. E per i figli era una specie di colonia permanente, con le istitutrici in comune, ma senza auto blu e senza privilegi (che non fossero

un forte senso di responsabilità nei confronti della collettività): appunto, oggi sembra incredibile. Renzo crebbe lì. Fgci, Pci, internazionalismo e partitelle di calcio in mezzo alla strada; Vietnam e cinema. Già, il Vietnam. Il vero battesimo politico e giornalistico Renzo lo ebbe lì. 1972. Se era in buona e gli chiedevi di raccontare di quella stagione mitica, ti diceva gli odori e i colori di Saigon; i pranzi ufficiali con i funzionari del partito di lì e il sospetto costante che la ragione non fosse tutta da una parte.Ti raccontava gli autisti e le guide, gli interpreti, facce mai anonime ma che nella sua immaginazione avevano finito per prendere il tratto di un grande inganno nel quale era difficile – a quell’epoca, naturalmente, non dopo – trovare il bandolo della verità.

L’orrore no, l’orrore non lo raccontava più, ma l’aveva visto eccome. E pure descritto su l’Unità dell’epoca, tanto che le sue corrispondenze avevano suscitato parecchie polemiche tra gli ortodossi del partito. Però, per far capire i tempi e il personaggio, le critiche a Renzo non si incentravano su quello che scriveva: lo attaccavano perché si diceva che lì in Vietnam avesse avuto una relazione con un’americana, una che stava dalla parte del nemico. Solo che questa «nemica» era Jane Fonda, non so se mi spiego. In verità, nelle pieghe dell’esperienza in Vietnam, Renzo iniziò a identificare in sé uno dei temi che sarebbero divenuti portanti


ciao Renzo

LA FAMIGLIA/1 Renzo e Anna, due fratelli felici nella loro casa di Roma, all’inizio degli anni Sessanta

della sua vita pubblica: l’attenzione costante ai diritti umani, alla loro difesa sempre e comunque anche contro ogni convenienza e contro ogni compromesso. Ora sembra ridicolo a dirsi, ma nel Pci – quello vero – c’è sempre stato un margine per la dissidenza interna, se non proprio per l’eresia. E il Renzo difensore dei diritti umani fu tollerato in quanto «sospetto dissidente»: anche a loro spettava uno spazio. Con queste credenziali fece carriera a l’Unità: inviato, esteri, poi redattore capo centrale e infine direttore. Ma mica un direttore qualunque: il primo direttore non politico de l’Unità, il primo direttore-giornalista davvero, incastonato fra la gestione D’Alema e la gestione Veltroni, per intenderci. E in anni cruciali: la fine del comunismo, la caduta dell’Urss, la morte del Pci. Può bastare? Nel frattempo, mentre consumava la prima giovinezza e si faceva uomo, lì a Via dei Taurini maturarono anche le scelte private: incontrò prima l’amore di Marina Natoli, dalla quale nacque la piccola Lisetta, vero e propria pietra angolare dei suoi affetti: non dimenticherò mai i suoi occhi quando mi spiegò che Lisetta, poco più che adolescente, aveva vinto non so più quale campionato mondiale di nuoto pinnato. Ma so che ho inseguito quella dedizione paterna come un modello assoluto anche con mia figlia. Più avanti, poi, l’incontro con Gabriella Mecucci lo accompagnò nella seconda, travagliata fase della sua vita.

Ma torniamo all’intreccio politica-giornalismo. Il Muro di Berlino stava ancora in piedi quando Renzo fece un altro colpo giornalistico dei suoi. Scovò e intervistò Alexander Dubcek nell’allora Cecoslovacchia, subito prima della “rivoluzione di velluto” che liberò Praga nel 1989. Dubcek era sparito dal 1968, dopo che i sovietici avevano affogato nel sangue la sua“Primavera”; si sospettava addirittura che il regime lo avesse ucciso. La descrizione dei preliminari dell’incontro (le automobili cambiate, i percorsi bendato, i depistaggi, lo

LA FAMIGLIA/2 Con la figlia Lisetta, alla quale lo legava un amore veramente viscerale

schieramento indiscreto degli agenti segreti) rappresentano ancora oggi – a rileggerli – una lezione di grandissimo giornalismo. E dicono molto più dell’intervista in senso stretto. Perché in realtà in quell’intervista Dubcek non si espose troppo, fece in-

Il vero battesimo politico e giornalistico lo ebbe in Vietnam. Descrisse gli odori di Saigon come gli orrori della guerra. Gli stessi orrori che invece, da qualche tempo, preferiva dimenticare

Due istantanee dalla sua fortunata carriera di inviato speciale: sopra è in Vietnam nel 1972, sotto è con Aleksander Dubcek a Praga, in Piazza San Venceslao, per l’intervista scoop del 1989

tendere che Havel e gli altri avevano probabilmente la sua benevolenza, ma niente di più. Attraverso quell’incontro una parte (già invecchiata) del riformismo di sinistra cercava di annunciare al mondo che avrebbe potuto riformarsi. Ancora una volta Renzo aveva capito prima tutto senza essere un veggente: aveva capito quale sarebbe stata, poi, la strategia di Gorbaciov. Ora ricordo con nettezza che, a parte la legittima soddisfazione per lo scoop (i giornalisti di tutto il mondo avrebbero pagato chissà che pur di intervistare dopo vent’anni il protagonista scomparso della Primavera di Praga), Renzo non era contento intimamente di quell’incontro. Ma la delusione non credo fosse rivolta all’uomo-Dubcek, bensì alla consapevolezza della fragilità della prospettiva politica che egli indicava: il comunismo non era riformabile, Renzo lo sapeva bene. Ciò non gli impedì, dopo, di sostenere la rivoluzione gorbacioviana, con tutti i mezzi che l’Unità allora gli metteva a disposizione. Che non erano pochi, perché «il giornale fondato da Antonio Gramsci» (questa scritta sostituì la vecchia dizione «organo del partito comunista italiano» quando il Pci morì) della stagione di Renzo Foa è stato un grande giornale politico e culturale, capace di coniugare scuole e tradizioni, utopie e riforme concrete. Forse i politici propriamente detti erano troppo inguaiati a uccidere il Pci e far nascere il Pds per occuparsi anche de l’Unità, ma certo in quel lasso di mesi (dalla Bolognina alla caduta di Gorbaciov) noi lì in via dei Taurini godemmo di una libertà assoluta e strabiliante. Merito anche del prestigio che Renzo aveva conquistato sul campo. Nell’estate dell’Ottantanove, un lunedì, l’Unità si permise di pubblicare un commento di prima pagina – a firma Biagio De Giovanni – che di fatto condannava senza appello la politica di Palmiro Togliatti. Eresia! Direttore era ancora Massimo D’Alema, ma “responsabile” della follia era direttamente Renzo giacché D’Alema era in ferie (e più tardi affermò a noi della re-

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LA FAMIGLIA/3 Con la sua compagna, Gabriella Mecucci, in relax sulle rive dell’amato lago Trasimeno

dazione che non era stato nemmeno avvertito della pubblicazione dell’articolo). Di fatto, quel gesto ebbe un peso culturale e politico enorme. L’ortodossia non era più di casa, a l’Unità. Per dire: quando Gorbaciov nel dicembre del 1991 sciolse ufficialmente l’Unione Sovietica, Renzo chiese a noi del servizio culturale di preparare una serie di speciali su quel che era stato l’impero dei soviet. Tra l’altro, mi incaricò di scrivere una biografia sterminata di Breznev: ricordo ancora il piacere con il quale, insieme, smontammo pezzo a pezzo l’ancora inossidabile iconografia dell’ultimo imperatore sovietico. E malgrado tutto (il Pci non c’era nemmeno più) molti storsero il naso. Per apparente paradosso, se la presero anche coloro i quali – unici – si ritenevano depositari del «comunismo riformato»: con tutto il rispetto, Renzo voleva fare un giornale che dimostrasse l’esistenza di un’altra cultura progressista oltre a quella professata da Eugenio Scalfari.

Il Muro di Berlino stava ancora in piedi quando fece un altro colpo giornalistico dei suoi: scovò e intervistò Dubcek nell’allora Cecoslovacchia, subito prima della “rivoluzione di velluto” del 1989 L’avventura di Renzo a l’Unità finì per tre ragioni: D’Alema – diventato maggiorente del Pds – doveva liberarsi di Veltroni; il giornale andava «normalizzato»; una parte significativa della redazione preferiva opporsi piuttosto che proporre. Per Renzo (e non solo per lui) fu una sconfitta cocente: la dimostrazione che la sinistra sapeva solo rompere e non costruire; contestare e non governare. Ma non si diede per vinto e poco dopo

tentò l’avventura di Diario della settimana, un periodico strano, paladino di un giornalismo colto e all’antica, che fondammo insieme con Enrico Deaglio nel 1996. Avventura breve e controversa, quella: troppo distanti le anime che davano vita al progetto. Che forse trovavano l’unica mediazione possibile nella pazza figura di un editore pieno di sogni ed entusiasmo: Amato Mattia, che nel frattempo una malattia improvvisa e fulminante aveva vinto in modo definitivo. Senza contare l’idea, bella quanto difficile da perseguire, che si potesse fare un giornale libero. Nel senso privo di legami asfissianti con modelli precostituiti e potentati editoriali o politici. Ma comunque, su questa strada della libertà, Renzo aveva già maturato in sé le ragioni di una stagione nuova del tutto. Che si realizzò poco dopo – nel 1998 – con la nascita di liberal settimanale. Era un uomo di straordinaria eleganza interiore e dai modi – come dire? – sanamente aristocratici, sicché entrò a liberal in punta di piedi: come componente della direzione del settimanale, aiutava il servizio esteri e si occupava più concretamente della fondazione. Il progetto di liberal era chiaro e ambizioso: equidistanza da Polo e Ulivo per coniugare liberali cattolici e laici. Renzo arrivava da un altro mondo: non avrebbe mai fatto gesti clamorosi contro il suo passato, almeno lì per lì; e non si sarebbe mai prestato alle trombe di chi accusava tutto e tutti, allora, di «voltagabbanismo». Ma, certo, il pasticcio dei post-comunisti dopo la caduta del Muro, la controversa stagione di Mani Pulite e una concezione alta della cultura della legalità lo avevano segnato profondamente. Per dire: ricordo ancora la riunione di redazione (eravamo ancora a l’Unità) il giorno in cui la mafia aveva fatto saltare in aria Giovanni Falcone, la sua povera moglie e la scorta: Renzo pianse. Aveva capito che s’era consumata – tra l’altro – la frattura tra Prima e Seconda repubblica. Era il maggio del 1992: Mani pulite era ancora ferma al quesito «Mario Chiesa è un mariuolo o no?».


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ciao Renzo Il confronto-scontro con Vittorio «Il comunismo è caduto, ma neanche l’Europa sta bene» lla fine del 1997, chiusa in fretta la parentesi di Diario e della “riformabilità” del post-comunismo italiano, Renzo ritrovò sulla sua strada un vecchio amico che, come lui, aveva fatto un percorso di strada che ad alcuni poteva parere tortuoso ma che in realtà era diretto alla ricerca delle ragioni della libertà: sto parlando di Ferdinando Adornato con il quale Renzo strinse un sodalizio che non era solo politico né solo editoriale ma coinvolgeva anche la convinzione che si potesse guardare il passato e il futuro in un modo diverso, senza vergogne né pregiudizi tanto nei confronti del futuro quanto nei confronti del passato. Così a liberal portò la sua cultura e ne irrorò le radici a partire dai due anni frenetici di attività del settimanale. Nel libro I Teo-lib, che ricostruisce tutta l’avventura politica e culturale del gruppo che fa capo a liberal, Emanuela Poli dà conto dell’apporto di Renzo a quell’avventura segnalandone il peso anche nella definizione della linea in politica estera: «In sostanza, liberal anticipa in politica estera una serie di temi e posizioni che diventeranno poi i grandi temi dei primi anni Duemila e che si ritrovano nelle linee guida neoconservatrici della politica estera dell’Amministrazione americana dopo l’11 settembre. Particolare rilievo in questo senso assumono le posizioni di critica verso l’incapacità dell’Onu di portare a pieno compimento efficaci azioni di peace keeping, di affrontare crisi politiche, prevenire conflitti, di fermare massacri di massa. Di fronte ai conflitti, liberal non assume mai un atteggiamento neutrale (anzi, critica il neutralismo che sembra prevalere nel governo D’Alema al momento della crisi nel Kosovo) e rifiuta la dicotomia “Onu buona/Nato cattiva”. Nel numero del 23 settembre 1999 – in copertina “A che serve l’Onu?” – Renzo Foa ricorda i fallimenti degli ultimi dieci anni delle Nazioni Unite in Somalia, Bosnia, Ruanda, Angola, Kosovo e Timor Est e accusa l’Onu di essere un garante dello status quo politico “che basa le sue regole su concetti che appaiono ormai astratti, come l’eguaglianza degli Stati, il rispetto assoluto della sovranità, che non tiene conto dei reali rapporti di forza mondiali e, soprattutto, che fatica a recepire le esigenze poste dall’affermazione di valori nuovi, a cominciare dai diritti umani”». Fate attenzione alle parole di Renzo: eguaglianza degli Stati e rispetto assoluto della sovranità sono termini astratti, scrive. Qualcosa di impensabile nel 1999 – ancora non c’era stato l’11 settembre – ma che di lì a poco sarebbe esploso come il problema (mondiale) dei problemi: la ricostruzione di una scala di valori adeguata a una situazione post-1989. Tema sul quale in Italia pochi, se non nessu-

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In alto: uno scatto «rubato» in Vietnam, durante un incontro con una delegazione ufficiale. A quei tempi Renzo ebbe molti problemi con l’apparato comunista. In basso: in una tipica foto degli anni Sessanta nell’allora consueta posa da “intellettuale impegnato”

Ancora due foto scattate nel 2005 in occasione del convegno che celebrava il decennale di liberal. In alto: con Massimo De Angelis allora direttore della fondazione liberal e Rinaldo Petrignani, ex ambasciatore italiano a Washington. In basso: sempre con De Angelis accanto a Bill Kristol e Lorenzo Ornaghi

no eccetto liberal, discutevano concretamente. Ancora una volta siamo di fronte al Renzo Foa che pare veggente e invece con la sua testa sposta lo sguardo più avanti.

È di quello stesso anno, del 1999, un lungo dialogo con il padreVittorio, sui temi dell’identità europea, nel quale Renzo chiarisce meglio quella che allora – agli occhi dei suoi ex-compagni – sembrava eresia e che invece era semplicemente una resa dei conti onesta con la storia. Il testo integrale è stato ripubblicato or è qualche mese dalle nostre edizioni, con il titolo Noi europei. Il padre Vittorio gli chiede del 1989 e Renzo risponde: «Continua a darmi da pensare il fatto che il“potere temporale”del comunismo sia finito a causa di un’implosione, senza troppe tragedie e senza altre devastazioni. Sappiamo che è finito perché la sua po-

Alla fine del ’97 ritrovò sulla strada l’amico Adornato, col quale strinse un prezioso sodalizio. Fu così che Renzo, a liberal, portò la propria cultura e ne irrorò le radici, a partire dalla nascita del settimanale tenza militare era diventata più debole del richiamo dei consumi, della libertà di circolazione, del diritto di scegliere; e poi perché non ha retto all’ultimo tentativo di autoriforma. Resta la domanda se il comunismo sarebbe fintio lo stesso, anche senza Gorbaciov. Sarebbe caduto lo stesso, il Muro di Berlino? Difficile rispondere. Di sicuro, tra il 1989 e il 1991 non c’era alcuna ragione perché quel sistema restasse in piedi. Era caduta anche la legittimazione reciproca fra i due blocchi. (…) Era diventato vir-

tuale perfino lo status quo in Europa, che pure era stato considerato a lungo un fattore di stabilità: tutti, che fossero democristiani o socialdemocratici, socialisti o liberali, francesi o tedeschi, inglesi o italiani, parlavano e trattavano con le nomenklature dell’Est. Era caduto perfino lo spirito di competizione: nella cultura politica dell’Occidente non c’era più l’idea di abbattere il comunismo, così come nella cultura politica dell’Est non c’era più il mito della rivoluzione. Così, dopo aver consumato le sue ultime energie nel braccio di ferro con Reagan e la sua rivoluzione, il comunismo reale si è dissolto e, nel mondo più sviluppato, ha trascinato nella sua rovina tutte le forze che in qualche modo ne avevano condiviso storia o intenti. Penso, per esempio, al “comunismo riformatore” – che evoca il nome di Alexander Dubcek o la sigla del Pci – ma penso anche a certe socialedemocrazie, come quella tedesca, che hanno impiegato un decennio a tirarsi su. Insomma, la liberazione di mezza Europa ha coinciso con l’esaurimento di un pezzo importante della sua tradizione politica». È singolare e significativo che Renzo discuta in questi termini con il “padre gruppettaro”.

Ma anche e soprattutto dopo l’amara chiusura del settimanale, avvenuta nel 2000 che si cementano da un lato la funzione di Renzo nel gruppo di liberal e dall’altro la sua fratellanza con Ferdinando Adornato: Renzo rimase fedele alla sua nuova prospettiva politico-professionale e si occupò del bimestrale e delle iniziative politiche della fondazione. Ma qualcosa di importante era già successo, nella sua vita. La raccontò così: «L’esperienza del settimanale è il momento del passaggio vero, quello in cui liberal non solo abbandona l’originaria prospettiva terzista ma approda a una posizione culturale completamente diversa da quella della sinistra, dalla quale non pochi di noi erano partiti». A

I suoi libri Del disordine e della libertà - Padre e figlio tra incertezze e speranze è il titolo di un libro firmato da Renzo e Vittorio Foa, pubblicato da Donzelli. Risale al 1995, ma la necessità di quel confronto è rimasta inalterata negli anni. Ne è la prova l’ultimo libro di Renzo Foa - Noi europei (liberal edizioni, 2008), firmato anche in questo caso insieme al padre Vittorio, dove sono raccolti altri, successivi scambi di due testimoni del Novecento, visto con occhi e in tempi diversi. In questo caso l’osservatorio è l’Europa ma soprattutto la trasformazione degli uomini che l’hanno abitata in un secolo di grandi trasformazioni. Il decennio sprecato (liberal edizioni, 2005) è invece una riflessione sulla politica e sulla società italiana, sulle speranze e le delusioni di una transizione iniziata nel 1994 e mai conclusa. In cattiva compagnia (liberal edizioni, 2007) raccoglie gli esiti di un meravigliso viaggio personale tra “i ribelli al conformismo”. Koestler, la Buber-Neumann, la Berberova, Joseph Roth,solo per citarne alcuni. Grandi irregolari, per Renzo maestri riconosciuti.


ciao Renzo metà del 2000, quando l’orientamento del gruppo di liberal si dichiarò direttamente a sostegno del centrodestra, incontrai Renzo molto spesso per preparare con lui un premio per il reportage letterario e dedicato a Sandro Onofri. Mi parve di percepire la sua euforia per una scoperta bella e strana. Come tutti coloro che s’erano formati all’ombra del vecchio Pci, anche lui era stato abituato a pensare non solo che ci fossero valori unificanti, ma che su tutto si imponesse una verità unica nel rispetto dell’interesse comune (che naturalmente corrispondeva con quello del partito). Certo, questa verità Renzo aveva spesso contraddetto, nel suo passato professionale e politico (a cominciare dal Vietnam, figuriamoci!), ma mi sembrò felice per la prospettiva di potersi finalmente muovere liberamente, senza più verità uniche e senza correre più rischio di veder mascherate le sue idee e il suo ribellismo dietro l’etichetta cattiva dell’«eresia». Libertà era diventata la sua parola d’ordine, al punto che quando si pose il problema di trasformare il settimanale liberal in bimestrale, Renzo per un certo periodo accarezzò l’idea di modificare la testata proprio con la parola Libertà.

Comincia ora una stagione particolarmente feconda non solo dal punto di vista politico (nella prospettiva della costruzione di un decalogo di valori della nuova destra italiana), ma anche culturale, con la riscoperta di figure e personaggi centrali nel Novecento, da Koestler a Kravchenko, da Nina Berberova a Margarete BuberNeumann, che con eguale convinzione si erano battuti contro il fascismo e contro il comunismo ma che poi dalla radicalizzazione del mondo in blocchi erano stati doppiamente sconfitti. Riflessioni tra politica e cultura che confluirono in tanti saggi per il bimestrale liberal e poi in un libro prezioso, quell’In cattiva compagnia, appunto, di cui s’è già detto e dove si legge: «Nella sinistra italiana c’è stato un singolare contro-scontro tra il Pci, cioè tra la tradizione comunista resa flessibile e presentabile dalla famosa “doppiezza togliattiana”, e il Sessantotto che fu nello stesso tempo un’esplosione libertaria e un cupo cedimento al richiamo dell’utopia. Questo incontro-scontro, invece di separare questi due filoni, ha finito per amalgamarli plasmando una cultura politica comune. Una cultura in cui rispunta il vecchio dogma secondo il quale la propria verità è la vera linea di confine rispetto al resto, una linea di confine al di là della quale comincia l’errore. Questa linea di continuità ha perfino scavalcato il 1989, cioè quella fine dell’esperienza storica del comunismo in Europa, che avrebbe potuto liberare la sinistra e invece non lo ha fatto». Ecco: qui è chiarissimo il senso dell’euforia di Renzo – quella di cui parlavo a proposito del 2000 – di fronte alla prospettiva di poter smettere di fare i conti con questi «dogmi».

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A Siena nel 2005 in occasione dell’attribuzione del Premio liberal Siena al cardinale Camillo Ruini. A destra, insieme a Ferdinando Adornato al quale era legato da una sorta di “fratellanza”

L’approdo a liberal e il rapporto con la Chiesa «La dedica di Benedetto XVI mi ha davvero creato una grande commozione» enzo ha accompagnato, pungolato e contribuito a precisare la strategia di una lunga stagione di liberal: quella nella quale questo gruppo di intellettuali prestati alla politica ha creduto nella possibilità di riformare il nostro Paese. Non che ora liberal abbia cambiato prospettiva, naturalmente, ma mi riferisco proprio a quella stagione – tramontata con la nascita del “partito del predellino” – nella quale il centrodestra in Italia ha dato l’impressione di poter veramente affrontare alla radice il nodo cruciale dell’ammodernamento del Paese e il superamento di una contrapposizione forzata e anacronistica tra vecchia destra e vecchia sinistra. Renzo ha partecipato a questa battaglia con passione: ne parlava sempre con convinzione, anche quando alla fine è stato chiaro che Berlusconi da motore possibile della nuova Italia si era trasformato nell’ennesimo simbolo del suo immobilismo. Voglio dire che Renzo ha comunque sempre creduto nella possibilità – via via più urgente, via via più drammatica – di far cambiare passo a questo Paese; di rinnovarlo e riformarlo nel segno di quel concetto magnifico che per lui andava sotto la parola libertà. Dalla sua, Renzo ci ha messo non solo i suoi strumenti politici ma anche quelli culturali, appunto, per il recupero di idee e ideali dimenticati; per la rilettura di eventi cancellati o mistificati. E in questo mai ha perso l’entusiasmo della battaglia, malgrado gli attacchi continui che gli rivolgevano i suoi examici e che si intensificarono quando cominciò a firmare editoriali per Il Giornale. Alle battute cattive, rispondeva con una verità: «Non riesco a capire quelli che hanno una fede cieca in qualcosa e poi la stessa fede cieca nella cosa opposta. Chi

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cambia idea dovrebbe essere lacerato da enormi dubbi». E dubbi fecondi Renzo ne ha avuti fino alla fine. Pensava con la sua testa e non aveva paura di coltivare e sciogliere dubbi. La crisi e il fallimento del berlusconismo, la sua deriva leghista (quella che oggi è sotto gli occhi di tutti), Renzo li aveva anticipati nelle sue critiche al «partito di plastica» che avrebbe finito con l’andare in cerca di organizzazione e radicamento altrove. E continuamente – tutte le volte che in

Ripeteva spesso che era stata la sinistra italiana ad allontanarsi da lui, non viceversa. E con molto pudore usava per sé una parola forte: ribelle. Ebbene, ai conformismi, lo era stato per davvero passato gli esponevo i miei dubbi sulla politica italiana – mi ripeteva che era stata la sinistra italiana ad allontanarsi da lui, non viceversa. Aveva ragione. Ma ho capito solo leggendo il suo libro In cattiva compagnia che cosa volesse dire davvero: che quel che conta è essere se stessi a dispetto di tradizioni e conformismi. Con molto pudore, usava per sé una parola forte: ribelle. Ebbene, ai conformismi lo era davvero.

Nell’estate del 2007, liberal bimestrale dedicò uno speciale al libro Gesù di Nazaret di Joseph Ratzinger: Renzo vi contribuì con un saggio di straordinario spessore umano.Tutto è da rileggere, ma qui voglio riportare solo gli ultimi due capoversi. «De-

vo a Natalia Ginzburg la più bella lezione che ho sentito sul senso del crocifisso. In occasione di una delle tante polemiche sui simboli religiosi nei locali pubblici, scrisse che “il crocifisso è il simbolo del dolore umano”, che “fa parte della storia del mondo” e che “rappresenta tutti coloro che sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future”per una ragione molto semplice. Questa: nessuno, prima di Cristo, “aveva mai detto che gli uomini sono tutti uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini”. Il prima o il dopo Cristo non è solo una data sul calendario. Non è solo la definizione temporale di una religione. È piuttosto l’inizio di una lezione. Si dimentica troppo spesso, ma quel “date a Cesare quel che è di Cesare e date a Dio quel che è di Dio”è l’atto fondativo della laicità. Si tende a dimenticarlo, ma la forza di una fede (e di una cultura) è misurabile anche in dettagli come questi. Perché nessun altro, prima di lui, aveva introdotto una simile distinzione? Una distinzione che ancora oggi viene indicata come la prova della modernità, spesso sbagliando bersaglio polemico. E il concetto di bontà nella condotta privata e pubblica, a chi si deve? Per non parlare del capitolo più importante, quello della libertà e della responsabilità». Insomma, è una lunga analisi anche politica (nel senso più alto del termine) dell’esempio e delle parole del Cristo. Che però Renzo chiuse in modo magistrale, stavolta lasciando adito a pochi dubbi: «So che Cristo può appartenere a tutti, al di là della fede, ma so anche che senza la fede non ci sarebbe».

All’inizio del 2008 (forse la malattia lo aveva già aggredito), si lanciò in quest’altra avventura che avete per le mani: liberal quotidiano. È quasi un eufemismo dire che ci si buttò con passione: scriveva, titolava, progettava, chiamava a raccolta amici e collaboratori. Negli ultimi mesi, quando già combatteva con rabbia la malattia, non mancava di ironizzare sulla sua battaglia, sulla sua condizione di «malato». Sapeva ridere veramente di tutto perché era capace di un’autoironia da manuale. Ho pensato sempre che questo fosse un tratto distintivo di quella sua origine ebrea che rispettava con i modi, con le letture ma anche con splendide cene kosher. Perciò sono rimasto colpito, poche settimane fa, quando mi fece vedere un libro di Benedetto XVI che il pontefice gli aveva regalato con una benedizione autografa: si commosse e mi spiegò che ultimamente dava «molto peso a queste cose». Un giorno, saranno stati più di dieci anni fa, dovette farsi improvvisamente (e di fretta) non mi ricordo più quale operazione chirurgica: una cosa non grave ma resa pericolosa dall’urgenza. A Diario ero il suo “vicedirettore” e andai a trovarlo un po’ preoccupato per il fatto che forse sarebbe stato assente per un po’dal lavoro. Sembra paradossale, ma sul letto di quella clinica romana si sentì in dovere di rincuorarmi: lui, appena operato volle confortare me, amico in visita. Fu un incontro non lungo, quello, ma che si concluse con delle parole che forse non ricordo con precisione filologica ma delle quale ho il senso stampato qui nella testa: bisogna avere fiducia nel futuro, sempre, qualunque cosa accada, mi disse Renzo. Ne ha avuta fino all’ultimo, di fiducia nel futuro: e sono fiero di aver avuto da lui anche questa inestimabile lezio(Nicola Fano) ne di vita.


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Qui accanto, il premier Silvio Berlusconi accoglie il Colonnello Gheddafi, ieri mattina, all’aeroporto di Ciampino. Sotto, il dittatore libico con Giorgio Napolitano al Quirinale. Più a destra, un ritratto del rais

Polemiche. È cominciata la contestata visita del rais libico a Roma: ieri ha incontrato Napolitano e Berlusconi

Contrordine colonnello

Palazzo Madama inondato di proteste per il previsto “comizio” di Gheddafi Alla fine dietrofront di Schifani: il dittatore non parlerà più in Aula di Franco Insardà segue dalla prima Secondo il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, «le modalità dell’accoglienza al colonnello Gheddafi adottate dal governo sono state umilianti per le istituzioni della Repubblica: est modus in rebus, c’è modo e modo per rafforzare i legami diplomatici con un Paese senza superare i limiti della decenza e del buon gusto e senza dimenticare anni di ripetute violazioni dei diritti umani». I senatori del Pd avevano dichiarato che non sarebbero comunque stati in Aula: la decisione di non partecipare era scaturita dalla riunione del gruppo dei senatori. Gianpiero D’Alia, presidente dei senatori dell’Udc, aveva sottolineato l’inopportunità della decisione e annunciato che anche l’Udc non sarebbe stata presente «alla “lezione di democrazia” del colonnello Gheddafi al Senato. Non avevamo mai condiviso, anche perché non direttamente presenti all’ultima capigruppo, la decisione di prestare un ramo del Parlamento a fare da prestigioso megafono a un leader autoritario che non rispetta i diritti umani e civili». In sintonia con quelle dei

Ieri pomeriggio l’appello del nostro giornale a non partecipare alla seduta

È il Senato della Repubblica o del Rais? ggi Muammar Gheddafi interverrà nell’aula del Senato. Prima del leader libico, in passato questo onore è stato concesso soltanto a personaggi del calibro di re Juan Carlos di Spagna e dell’ex segretario dell’Onu, Kofi Annan. È giusto che un privilegio simile sia concesso a un dittatore che non rispetta i diritti umani? È opportuno arrecare un ulteriore colpo alla credibilità dell’Italia? Non capiamo davvero in base a quali considerazioni politiche il presidente Schifani (che è la seconda carica dello Stato) abbia autorizzato il discorso. Sta di fatto che ora l’unico rimedio può venire dalla libera coscienza di tutti i senatori della Repubblica. Per questo liberal si permette di lanciare loro un ap-

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centristi le dichiarazioni di molti senatori del Partito democratico, anche se al Nazareno si erano aperti due fronti opposti guidati rispettivamente da D’Alema e Franceschini.

«Troviamo che ospitare in Aula il discorso di un dittatore sia una vicenda scandalosa. In questa sede può entrare solo chi possiede una cultura dei diritti umani di alto profilo». Gli aveva fatto

pello perché non partecipino alla seduta. Non fate da spalla al dittatore. Avevano aderito al nostro appello: i senatori dell’Udc, con il capogruppo Gianpiero D’Alia. Per il Partito democratico: Silvana Amati, Alfonso Andria, Giuliano Barbolini, Fiorenza Bassoli, Daniele Bosone, Antonello Cabras, Gianrico Carofiglio, Gerardo D’Ambrosio, Silvio Della Monica, Roberto Della Seta, Leopoldo Di Girolamo, Manuela Granaiola, Pietro Ichino, Maria Leddi, Andrea Marcucci, Maria Pia Garavaglia, Alberto Maritati, Daniela Mazzuconi, Claudio Micheloni, Antonio Enrico Morando, Daniela Poretti (parlamentare radicale del Pd) e Luigi Li Gotti dell’Italia dei Valori.

eco Gerardo D’Ambrosio: «Atto dovuto. Una decisione presa al di fuori dell’assemblea in sprezzo della democrazia. In questo Paese, si invita a parlare in aula un tiranno». Ironico, ma non meno duro, Gianrico Carofiglio: «La sede del Parlamento deve essere aperta solo a chi accetta pienamente i valori della democrazia, della libertà e dell’uguaglianza. Su Gheddafi ci permettiamo di ave-

re qualche perplessità». Antonello Cabras ci aveva invece detto la sua sulla gravità di una decisione presa senza unanimità: «Non tutti i capigruppo erano d’accordo. Siamo stati scavalcati».

Silvia Della Monica ci aveva sottolineato l’inopportunità della presenza di Gheddafi in una sede istituzionale: «Forzatura inaccettabile. L’Aula dovrebbe essere

inibita al Colonnello e a tutti quei dittatori che violano i diritti umani. Per i rapporti economici e diplomatici esistono altri luoghi più opportuni». Alberto Maritati, invece, opera un distinguo: «È un capo di Stato e come tale può essere ricevuto dal nostro Presidente. Ma un personaggio come Gheddafi non può entrare nella nostra aula, un luogo sacro per la democrazia». Polemico verso il presidente del Senato, Renato Schifani, Claudio Micheloni: «È di estrema gravità che il presidente del Senato si presti alle decisioni del governo. La vita parlamentare è un’altra cosa, e l’aula non è il luogo in cui curare i rapporti, legittimi, dello Stato italiano con la Libia». Netta la posizione della radicale Daniela Poretti che insieme con il collega Marco Perduca ha annunciato l’inizio di uno sciopero della fame: «Non resteremo in aula ad ascoltare il comizio di un dittatore».

Su posizioni diverse il gruppo dell’Italia dei Valori, che ieri aveva già protestato a Palazzo Madama. Stefano Pedica ha attaccato il ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna: «Lei, che


politica dovrebbe difendere quelle donne che gridano vendetta per la violenza e gli stupri che hanno subito, riceverà Gheddafi. Un’altra beffa nei confronti di queste donne. Noi non diserteremo l’aula, ma la occuperemo. Non fu consentito di parlare a un prestigioso premio Nobel, il Dalai Lama, mentre potrà farlo il Nobel del terrorismo Gheddafi». E il senatore dipietrista Luigi Li Gotti aggiunge: «Sono d’accordo con ogni iniziativa che possa servire a protestare contro questa invasione del Parlamento».

Anche nella maggioranza c’era stato qualche malumore: non mancano senatori che per opportunità chiedono l’anonimato e, una volta ottenuto, dicono: «Non parteciperò e lo faccio seguendo la mia coscienza». Invece il senatore Lucio Malan non fa passi indietro, ma chiede di «trovare modi idonei per coniugare i diritti umani e rapporti economici». Il suo collega Francesco Bevilacqua ha una posizione più netta: «Non credo che in Libia siano rispettati i diritti umani e non credo sia la cosa più giusta quella di ospitare Gheddafi in Senato». Per questo

oggi non sarà a palazzo Madama. Nonostante qualche dubbio la senatrice Laura Allegrini si allinea alla posizione del partito: «È un dovere istituzionale esserci». Mentre Domenico Benedetti Valentini ha una linea più soft: «In linea di massima propendo per ascoltare chiunque. Ieri ho sentito anche le esternazione di Beppe Grillo». Laconica la giustificazione del leghista Fabio Rizzi: «Fondamentalmente la cosa mi lascia indifferente, sarò in Aula per curiosità».

Già ieri, l’arrivo del dittatore all’aeroporto militare di Ciampino è stato accompagnato da forti polemiche. Il leader libico, infatti, è sceso dalla scaletta dell’aereo portando appuntata sulla divisa la fotografia di Omar alMukhtar, il ”Leone del Deserto”, una figura mitica della resistenza anti-italiana di inizio secolo, catturato a Solluch l’11 settembre 1931 e impiccato il 16 settembre per ordine del governatore della Cirenaica, il maresciallo Rodolfo Graziani. Gheddafi è stato accolto dal presidente Berlusconi, con il quale si è appartato in una saletta del 31° stormo dell’Aeronautica. Qui c’è stato uno scambio di saluti e il

benvenuto da parte del premier. «Si è chiusa una lunga pagina dolorosa», ha dichiarato il leader italiano e Gheddafi ha assentito. Subito dopo c’è stato l’incontro con Giorgio Napolitano al Quirinale. Al termine il leader libico ha dichiarato: «Per i danni inflitti dal colonialismo non c’è ”alcun controvalore” economico che tenga, ma oggi sono qui perché l’Italia si è scusata. La firma del Trattato di amicizia e l’accordo sugli indennizzi - ha aggiunto - sono il segnale che l’Italia di oggi non è l’Italia di ieri». E il presidente Napolitano ha definito il colloquio con il colonnello «approfondito, serio, cordiale. Ho ascoltato da lui parole di grande moderazione e responsabilità sui problemi del continente africano».

In serata il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha rivisto il leader libico Muammar Gheddafi. Ma quando lo ha accolto nel cortile di Palazzo Chigi, il Colonnello non indossava più l’uniforme con la foto dell’eroe anticolonialista, ma un abito nero e un basco nero. Non sarà meno intenso il programma di oggi, seconda giornata della visita. Prima di intervenire in aula avrà un incontro privato con il presidente del Senato Renato Schifani. Quindi parteciperà a un incontro-dibattito con gli studenti e i docenti della Sapienza. Nel tardo pomeriggio sarà ospite in Campidoglio del sindaco Gianni Alemanno. Dall’Aula Giulio Cesare il Colonello si affaccerà sulla piazza michelangiolesca e pronuncerà un discorso di una ventina di minuti. Non pochi appuntamento nella giornata di domani: in mattinata Gheddafi è atteso in viale dell’Astronomia dal presidente Emma Marcegaglia e da una delegazione di imprenditori italiani. Quindi si trasferirà all’Auditorium della Musica con il ministro per le Pari opportunità per parlare davanti al ministro Mara Carfagna e a 700 donne esponenti del mondo imprenditoriale, politico e culturale italiano. In pieno pomeriggio vedrà prima alla Camera il presidente Gianfranco Fini, quindi, nella Sala della Lupa, sarà l’ospite d’eccezione di una tavola rotonda organizzata dalla Fondazione Italianieuropei: con lui due ex ministri degli Esteri, lo stesso Fini e Massimo D’Alema e l’ex ministro degli Interni Giuseppe Pisanu. Nessun impegno ufficiale per l’ultima giornata della sua missione romana: ma difficilmente il dittatore ne approfitterà per vedere la Capitale. Sperano di incontrarlo nella sua tenda montata a Villa Pamphili imprenditori interessati a business in Libia. (ha collaborato Francesco Lo Dico)

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La nostra vicinanza conforta il Colonnello, noto per le sue giravolte politiche

Oltre 40 anni d’odio cancellati dagli affari di Mario Arpino rapporti del Colonnello con l’Italia, a giudicare dagli inizi, non sono certo nati sotto una buona stella. La cacciata degli italiani era stata completata o quasi nel giro di un anno dal golpe militare incruento del 1° settembre 1969. Oggi, noi gli diamo l’onore raro di parlare in Senato, forse in cambio di essere considerati il primo partner commerciale. Mah, così è la vita... In effetti, circa il 30 per cento del petrolio proviene dai giacimenti libici, il che significa che un terzo delle nostre automobili si muove grazie al carburante che comperiamo - anche attraverso scambi con l’originale leader. «Ma tutto ciò potrebbe finire - ha minacciato per anni Gheddafi - se non verrà risolto equamente il problema dei risarcimenti». Ora, grazie al lavoro svolto nel tempo dalla nostra diplomazia, con il suggello del nostro Parlamento e dei loro Comitati Popolari, l’annoso problema sembrerebbe risolto. Tutto ok, allora? Può darsi, questo è nei voti. Ma, se guardiamo ai quarant’anni di potere del Colonnello, ci accorgiamo che un’alternarsi di positività e negatività è stato caratteristica costante del nostro rapporto.

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Colonnello ama mostrare le cicatrici dovute allo scoppio di una mina - che lui ritiene italiana - mentre, nel primo dopoguerra, giocava con due cuginetti, rimasti uccisi. Se l’odio per l’Italia è spiegabile, l’amore va ascritto all’attrazione che il nostro Paese su di lui ha sempre esercitato. In ciascuna fase dell’evoluzione dei suoi momenti politici - panarabismo, antiamericanismo, appoggio al terrorismo e presa di distanza, riarmo delle forze, cacciata degli istruttori sovietici e, infine, rinuncia al nucleare - vi sono stati momenti di crisi e di successivo riavvicinamento. C’è da osservare che ogni qualvolta si è sentito isolato dal resto del mondo arabo - è successo abbastanza spesso - o attaccato dal mondo anglosassone, avere la possibilità di guardare oltre il Mediterraneo, verso le nostre sponde, deve essergli stato di molto conforto. Sempre secondo Del Boca, sia la ragione della lunga sopravvivenza speriamo che continui a lungo, dicono alcuni - sia l’alternanza di amore-odio, vanno ricercate nella sua straordinarietà di animale politico, «…capace di osare, ma anche di retrocedere al momento opportuno, e di adattarsi all’evoluzione della società libica e della comunità internazionale». Non c’è quindi, un solo Gheddafi. Ce ne sono diversi.

Ogni crisi fra Tripoli e Roma, per quanto grave, viene appianata in pochi giorni. Tutto sta nella personalità del dittatore, che ama e odia allo stesso modo il Belpaese

Sembrerebbe quasi un gioco delle parti, se è vero che anche nei momenti peggiori gli “affari”non hanno mai subito uno stop duraturo. Nei confronti dell’Italia il Colonnello ha sempre avuto un rapporto di odio e amore. Odio per i trascorsi coloniali, che, prima dell’arrivo di Italo Balbo come governatore fino a una decina di anni or sono molti anziani lo ricordavano ancora con ammirazione - non sono stati certo idilliaci. Si parla di centomila vittime, anche se i numeri - pur plausibili - non hanno mai avuto riscontri certi. Tra queste, il nonno del Colonnello ed un suo fratello vengono uccisi combattendo contro gli italiani nel 1911 e nel 1915, mentre un terzo fratello viene più tardi catturato dalle truppe di Graziani e impiccato nel 1928, assieme ad altri prigionieri. Il padre di Gheddafi è entrato nella leggenda popolare perché, secondo un racconto riportato dallo storico Angelo Del Boca, la morte «lasciò nove tracce di pallottole negli abiti e sul suo corpo, senza potere però impadronirsene». Parole di Gheddafi. Lo stesso

Solo così si spiega come momenti gravissimi di crisi, in cui si è anche rischiato il confronto armato con un’Italia pronta a reagire - ricordiamo il caso della piattaforma petrolifera Saipen VII e i due missili (veri o presunti) nei pressi di Lampedusa - si siano risolti con un rapido ritorno alla normalità. Ma abbiamo avuto anche noi i nostri “animali politici”. Qualche sera fa Giulio Andreotti, che nei rapporti con la Libia è stato per lunghi anni protagonista, così ha risposto a chi gli chiedeva di commentare la figura del Colonnello: «Quando si tratta di certi personaggi, sono abbastanza abituato a non lasciarmi troppo impressionare dall’opinione pubblica internazionale. In lui, quello che mi ha colpito di più sono state la moderazione e la serenità nei confronti dell’Italia e del suo passato». Sarà vero, ma la “giornata dell’odio per l’Italia” l’aveva inventata lui. C’è da sperare che, prima di questo viaggio, si sia almeno premurato di abolirla.


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Nel 1986 gli americani bombardarono Tripoli, oggi Gheddafi parla al Senato italiano e in luglio tornerà per il G8 in Abruzzo dove incontrerà Obama. Storia di una distensione che supera le regole

Metamorfos ono passati 23 anni da quella notte tra il 14 e i 15 aprile del 1986, quando gli F-111 americani attaccarono Tripoli e Bengasi. Un solo bombardamento combinato e contemporaneo che provocò la morte di 41 libici, molti i civili, tra i quali anche Hanna, una giovane figlia adottiva del colonnello Muammar Gheddafi schiacciata sotto le macerie della residenza di Bab al Aziza dove l’intelligence Usa credava fosse il raìss. Fu una fiammata di guerra. Una rappresaglia ordinata dopo l’attentato compiuto a Berlino nella discoteca “La Belle” da un commando legato al regime di Tripoli che era costato la vita a uno dei tanti soldati americani che frequentavano quel locale. Allora Ronald Reagan definiva Gheddafi “un cane pazzo”, lo accusava di orchestrare il terrorismo internazionale e di volere armi di distruzione di massa, chimiche e nucleari. Adesso il colonnello, che guida la Libia dalla “Rivoluzione Verde” del primo settembre del 1969, è ricevuto con tutti gli onori a Roma dove potrà parlare anche al Senato. Di Barack Obama dice che è «un raggio di luce nel buio dell’imperialismo» e lo incontrerà quando tornerà di nuovo in Italia per partecipare al vertice del G8, dall’8 al 10 luglio, in Abruzzo.

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Al tavolo dei Grandi, Muammar Gheddafi è stato invitato come presidente di turno dell’Ua, l’Unione Africana, che lo ha eletto suo massimo rappresentante nell’agosto scorso. Così il destino metterà di fronte uno all’altro Obama e Gheddafi che, forse, non erano pronti per organizzare un faccia a faccia a due, ma che a questo punto non si tireranno indietro. Anzi, il loro incontro si annuncia come l’appuntamento più

interessante del vertice. È presto per dire se l’incontro con Obama rimarrà nei confini formali della fase allargatata del G8 o se offrirà l’occasione ai due ex nemici di lanciare qualche segnale concreto di riconciliazione. Comunque sarà un momento-chiave del processo di normalizzazione che è cominciato da tempo, sotto la presidenza del repubblicano George W. Bush, e che dovrebbe trovare ulteriore impulso con il nuovo presidente democratico che ha fatto dell’apertura la linea di fondo della sua politica estera.

Già nel 2006 gli Usa, avevano deciso di ristabilire le relazioni diplomatiche con la Libia, interrotte da Jimmy Carter nel 1980. La Libia è stata, inoltre, tolta dalla lista degli Stati che sponsorizzano il terrorismo internazionale. Avallate dal presidente Bush, adottate dal segretario di Stato, Condoleezza Rice, e annunciate dal sottosegretario David Welch, quelle decisioni hanno segnato la chiusura di una pagina di storia durante la quale Usa e Libia non solo non hanno dialogato, ma si sono a più riprese manu militari. affrontate Quando Washington scatenò il raid aereo contro Tripoli e Bengasi, la Libia lanciò a sua volta contro Lampedusa due missili Scud che caddero in acqua a centinaia di metri dalla costa. Un gesto dimostrativo, più che altro. Anche perché è ormai accertato e ufficialmente ammesso che fu proprio l’Italia, allora, a salvare la vita al colonnello Gheddafi. Giulio Andreotti – che nell’86 era ministro degli Esteri del governo Craxi – e il ministro degli Esteri libico, Abdul Rahman Shalgam, hanno raccontato nell’ottobre scorso una storia che più volte era stata scritta, ma mai confermata

in modo così chiaro e autorevole: il governo italiano avvertì Gheddafi che nella notte del 14 aprile ’86 la US Navy avrebbe attaccato Tripoli. «Sì, quell’attacco americano era un’iniziativa impropria e credo proprio che dall’Italia partì un avvertimento per la Libia», ha raccontato Andreotti in un convegno organizzato alla Farnesina. In effetti Bettino Craxi, all’epoca presidente del Consiglio, chiese al suo consigliere diplomatico, Antonio Badini, di avvertire l’ambasciatore libico in Italia che era proprio quell’Abdul Rahman Shalgam che oggi è il ministro degli Esteri di Ghed-

Reagan lo definì “un cane pazzo”, adesso il colonnello dice che il nuovo presidente Usa è “un raggio di luce nel buio dell’imperialismo” e vuole trovare un posto al tavolo dei Grandi

dafi e che ha confermato la storia: «Craxi mi mandò un amico per dirmi di stare attenti perché

il 14 o il 15 aprile ci sarebbe stato un raid americano contro la Libia». E fu proprio grazie a questo avvertimento che il leader libico si salvò.

Dopo quel primo, sanguinoso, scontro armato, tra Usa e Libia c’è stato un altro episodio di guerra guerreggiata rimasto nella storia come “l’incidente del Golfo della Sirte”. Il Khalij Surt è la grande insenatura che si estende da Misurata fino a Bengasi. Con la dichiarazione del 19 ottobre 1973 la Libia rivendicò l’intero golfo come territorio nazionale tracciando una linea che arrivava anche a 302 miglia nautiche dalla costa, detta “linea della morte”, il cui attraversamento avrebbe comportato una risposta militare. Una mossa non riconosciuta dagli Usa e da tutti gli altri Paesi occidentali. La crisi si acuì quando gli Stati Uniti accusarono la Libia di costruire un impianto per realizzare armi chimiche a Rabta e inviarono nel Golfo della Sirte, oltre la “linea della morte”, le portaerei Kennedy e Roosevelt. Il 4 gennaio del 1989 ci fu uno scontro aereo tra due F14 Tomcat e due

Mig23 libici che furono abbattuti. A proposito di combattimenti nei cieli, non si può non

ricordare che Gheddafi, ancora nel settembre del 2003, accusò gli Usa di avere abbattuto anche il DC9 Itavia precipitato a Ustica con 81 passeggeri e membri dell’equipaggio, tutti morti. «Gli americani erano sicuri che io fossi a bordo di quell’aereo e per questo lo buttarono giù», disse il leader libico nel suo discorso per la celebrazione del 34° anniversario della Rivoluzione Verde. Un’accusa mai provata, naturalmente, ma che è l’ennesima dimostrazione di quanto fossero esasperate le relazioni tra Libia e Stati Uniti. Nel 2000 la Cia aveva anche accusato Tripoli di avere armi di sterminio, un’affermazione che Gheddafi smentì. La svolta nei rapporti tra i due Paesi avvenne alla fine del 2003, quando la Libia, che si era già assunta la responsabilità dell’attentato di Lockerbie e aveva accettato di pagarne gli indennizzi, concluse un accordo con Washington e Londra in cui rinunciava ai propri programmi nucleari e di costruzione di armi di distruzione di massa.

Si era nel clima di tensione internazionale seguito all’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 e delle azioni militari in Afghanistan e in Iraq che sembravano, a quel punto, essersi rapidamente concretizzate in un successo. Gheddafi si sentiva ancor più isolato e accerchiato. E cominciarono i passi di riavvicinamento. Quando, nel 2004, Welch annunciò la decisione di riaprire almeno degli uffici di rappresentanza, primo atto della ripresa delle relazioni diplomatiche, disse che «il Dipartimento di Stato aveva valutato con attenzione il comportamento di Tripoli che ha fatto passi decisi nel prendere le distanze dal terrorismo». Da parte libica il mi-


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Gheddafi con la foto del “martire” libico ucciso dagli italiani appuntata sul petto e (da sinistra a destra) con Vladimir Putin, Condoleezza Rice e Silvio Berlusconi. Sotto: proteste e disperazione a Tripoli dopo l’attacco aereo Usa del 1986 e la tenda beudina che lo segue in tutti i suoi spostamenti vista dall’esterno e dall’interno

si di un dittatore di Enrico Singer nistro degli Esteri, Shalgam, parlò di «una nuova pagina» nelle relazioni con gli Usa. Chi non condivise la soddisfazione americana e libica, fu l’opposizione in esilio che parlò di decisione «malaugurata che non aiuta il popolo libico che sta

La svolta dopo i rimborsi alle vittime degli attentati e lo stop ai progetti nucleari: la Rice in Libia nel 2008 riapre le relazioni diplomatiche interrotte già dai tempi di Carter

cercando di ottenere il rispetto dei diritti umani e ha bisogno dell’aiuto internazionale», come disse dal suo esilio egiziano Fayez Jibril, del Congresso nazionale libico. Ma il cammino del riavvicinamento non si è interrotto. Il 5 settembre dello scorso anno Condoleezza Rice, in quel momento ancora Segretario di Stato, sbarcò a Tripoli. L’incontro con Muammar Gheddafi, che la stessa Rice de-

finì «storico», fu organizzato dai libici, non a caso, nella residenza di Bab al Aziza, il complesso dove la figlia adottiva del colonnello morì nel bombardamento del 1986. La visita di Condoleezza Rice fu resa possibile dall’ultimo atto della lunga vicenda dei risarcimenti alle famiglie delle vittime degli attentati di Berlino e di Lockerbie. E, tre mesi e mezzo dopo, il 29 dicembre 2008, arrivò a Tripoli anche il nuovo ambasciatore americano, Gene A. Cretz, che dopo 36 anni si è insediato come rappresentante degli Stati Uniti in Libia.

A questo intreccio diplomatico Washington-Tripoli si è affiancata l’opera di normalizzazione con l’Italia che aveva già fatto passi da gigante negli ulti-

mi anni, ma che rimaneva sospesa alla doppia questione dei risarcimenti di guerra e delle scuse per il passato coloniale. Poco prima che arrivasse Condoleezza Rice, era stato Silvio Berlusconi a incontrare, nell’agosto del 2008, Gheddafi a Bengasi dove era stato firmato il Trattato di amicizia e cooperazione con l’Italia. Attorno a quel documento si accese anche un giallo, perché il leader libico

svelò alcuni retroscena dell’accordo appena siglato: in particolare l’impegno italiano a «non concedere mai il suo territorio per azioni contro la Libia». Una frase che provocò una imbarazzata puntualizzazione da parte di Palazzo Chigi: «In relazione a quanto riportato dall’agenzia di stampa libica Jana sul trattato firmato tra l’Italia e la Libia, si precisa che l’accordo fa, come è ovvio, salvi tutti gli impegni assunti precedentemente dal nostro Paese, secondo i principi della legalità internazionale». Come dire che gli impegni con la Nato e, quindi, con gli Usa, non si discutono. Ma Gheddafi ha insistito e ha riferito che, per convincere i negoziatori italiani ad inserire quello che è poi diventato l’articolo 4 nel trattato, «abbiamo detto che la questione altrimenti non sarebbe stata chiusa e che non avremmo mai perdonato l’Italia per quello che aveva fatto contro di noi» e ancora una volta la Realpolitik l’ha avuta vinta.

La definitiva pace tra Italia e Libia è cronaca di questi ultimi mesi. E’ stata firmata nel deserto della Sirte il 2 marzo di quest’anno. Accolto a braccia aperte da Muammar Gheddafi sotto la sua tenda, Berlusconi ha chiesto scusa per «le colpe dei colonizzatori» e ha rivolto al leader libico il doppio invito in Italia: quello per la visita di Stato che è in corso e quello per il G8. Per sottolineare i nuovi rapporti con la Libia, Berlusconi ha anche annunciato di essere stato a sua volta invitato il prossimo anno in Libia il 30 agosto, per la “Giornata di amicizia tra il popolo italiano e il popolo libico” e ha annunciato che si tratterrà a Tripoli fino al primo settembre per «festeggiare insieme il quarantesimo anniversario della vostra grande rivoluzione». La pace italo-libica ha

comportato una serie di accordi, alcuni pubblici, altri segreti come, molto probabilmente, la promessa di far pronunciare al colonnello il discorso al Senato, onore che francamente supera anche le più spregiudicate regole della Realpolitik.

Per Gheddafi un ulteriore sdoganamento sulla scena internazionale è stato l’incontro del novembre del 2008 con Putin - non andava a Mosca dai tempi dell’Urss - e l’elezione a presidente dell’Ua. I delegati dei 53 Paesi membri dell’Unione Africana riuniti nella capitale etiope Addis Abeba, la scorsa estate lo hanno designato come successore del presidente tanzaniano, Jakaya Kikwete. Gheddafi rimarrà in carica un anno, un po’ troppo poco per realizzare il suo ambizioso programma: trasformare l’Ua in

una specie di Stati Uniti d’Africa con una sola moneta, un solo esercito e un solo passaporto emulando così il modello americano e superando l’Unione Europea a cui l’Ua si ispira per organizzazione e finalità. Nata dalle ceneri della precedente Organizzazione dell’Unità Africana (Oua), franata per le divisioni interne e la strutturale

inutilità, l’Ua dovrebbe favorire l’integrazione tra gli Stati membri, ma non decolla e nel febbraio scorso, proprio a conclusione dell’ultimo summit dell’Ua, Gheddafi ha detto che «il sistema democratico basato sul multipartitismo in Africa porta con sé una scia di sangue perché i partiti politici sono tribalizzati» e ha proposto come modello il sistema libico dove i partiti di opposizione non sono ammessi. Le frasi di Gheddafi sono state contestate da diversi rappresentanti di Stati africani dove vige un sistema multipartitico democratico, come il Sud Africa, la Nigeria, il Ghana e il Senegal. Sono le due facce del regime di Gheddafi. Un episodio significativo è la sorte che sta toccando al figlio Saif che era considerato il suo delfino e

Con l’Italia pace fatta il 2 marzo scorso. Ma per il leader libico i pirati che sequestrano le navi nel golfo di Aden «combattono contro i nuovi colonialisti»

che ora è caduto in disgrazia. Ma non solo. Inquietante è la sua definizione dei pirati che sequestrano le navi, compresa l’italiana Bucaneer, nel Golfo di Aden che per il leader libico sarebbero dei «combattenti contro i nuovi colonialisti». Chissà se lo ripeterà oggi di fronte ai senatori che andranno ad ascoltarlo.


politica

pagina 14 • 11 giugno 2009

Bipartitismo malato/1. Il congresso dei democratici sembra lontanissimo, in realtà tutto si decide entro poche settimane

Pd, prove di scissione

Enrico Letta riunisce la sua corrente domani, a porte chiuse, lo stesso farà Rutelli, il 3 luglio. Il nodo è quello delle alleanze

di Marco Palombi

ROMA. «La situazione è troppo

giare o meno l’ex ministro delle “lenzuolate”nella sua corsa a segretario: la scelta verrà presa da lui e da un’ottantina di aderenti alla sua “corrente” tra venerdì e sabato, durante una due giorni a porte chiuse che il nostro ha convocato in una cittadina Toscana. «Per il momento – spiega un dirigente vicino a Letta – ci sono 60 possibilità su cento che alla fine decidiamo per Bersani, ma certo la sua piattaforma congressuale dovrà cambiare molto: un welfare moderno, fisco, rapporto col sindacato, eccetera eccetera». La faccenda potrebbe complicarsi se – sotto l’attenta regia di Massimo D’Alema e Franco Marini – Bersani rinunciasse e andasse in porto quello che va oramai sotto il nome di “polpettone”: un accordo per lasciare Dario Franceschini al suo posto (ma c’è pure chi parla di Anna Finocchiaro), affianPAOLA candogli proprio BINETTI D’Alema come presidente e magari una Dopo vice con qualche api ballottaggi peal giovanilistico dovremo capire come Debora Sertutti insieme racchiani. «Se va a quale finire così – proseopposizione gue la nostra fonte – fare e quale faremo la guerriglia spazio c’è urbana». per la cultura popolare in Anche l’area che si questo partito riconosce in France-

fluida…». Gianni Vernetti, deputato del Pd di fede rutelliana, peraltro tra i più critici sull’alleanza europea coi socialisti, non s’azzarda a fare previsioni sul futuro di un partito intontito dalla bastonata elettorale. L’indeterminatezza è certo di tutte le anime democratiche, ma si fa sentire in maniera particolare tra le “minoranze etniche” di radice moderata: rutelliani e lettiani per restare alla fraseologia giornalistica, le cui inquietudini si sommano al lavoro sottotraccia con cui gli azionisti di maggioranza del partito – ex Ds ed ex Popolari – stanno tentando di sterilizzare la competizione congressuale a venire. Enrico Letta in particolare, già sfidante di Veltroni alle scorse primarie, è spesso additato come possibile candidato: in

realtà l’ex sottosegretario di Romano Prodi ha iniziato da tempo un percorso di riavvicinamento a Pierluigi Bersani, con cui qualche anno fa faceva praticamente coppia fissa. Letta, in buona sostanza, deve decidere se appog-

sco Rutelli sta tentando di capire cosa fare e l’ex sindaco di Roma si prepara ad una nuova fase movimentista: a due anni di distanza dal “Manifesto dei coraggiosi”, infatti, ha convocato gli aderenti per un’iniziativa pubblica di due giorni il 3 e 4 luglio a Roma, una

volta finita la moratoria pre-ballottaggi che blocca il dibattito interno. I coraggiosi che si ritrovano in questo 2009 sono però assai diversi da quelli che due anni fa si strinsero intorno al testo che prefigurava le famose “alleanze di nuovo conio”: in molti mordono il freno e parlano quasi esplicitamente di uscire dal partito sulla scia di quanto già fatto da Pierluigi Mantini (deputato confluito nell’Udc), alcuni continuano invece a rilanciare il tema del rinnovamento democratico e delle alleanze in vista del Congresso, altri infine – come Ermete Realacci – semplicemente non fanno più parte della tribù. Rutelli, si dice, a differenza di dirigenti a lui vicini è convinto che sia proprio il tema delle alleanze quello dirimente: il rapporto con l’Udc di Pier Ferdinando Casini, in particolare, per il presidente del Copasir è irrinunciabile se il Pd vuole tornare ad essere competitivo per il governo del Paese, anche perché i quattro milioni di voti lasciati per strada in un anno non sono un invito ad andare avanti. Dopo i ballottaggi, ha spiegato Paola Binetti, «si potrà fare una valutazione, porremo delle domande, fondamentalmente tre: da che parte guarda il Pd, con chi vuole stare; quale spazio c’è per l’ispirazione e la cultura popolare in questo partito», e poi «quale opposizione vogliamo fare a questo governo, dopo che per un mese abbiamo fatto un’opposizione soprattutto “personale” a Berlusconi».

Secondo Linda Lanzillotta il risultato dei socialisti europei dimostra la validità del progetto

democratico, «ma ora bisogna fare un riflessione seria su cosa deve essere il Pd: non ha senso che pensiamo a fare accordi fra correnti per le candidature alla segreteria senza prima definire a chi parla il Pd, chi vuole rappresentare». Tradotto: «Stiamo coi pensionati del vecchio sistema

glie la questione giustizia non ci sono divergenze di fondo nemmeno con Italia dei Valori e poi secondo me un’alleanza a quattro regge meglio di una a due. Il caso Pdl-Lega è di scuola: il partito di Berlusconi ha retto solo per il voto del Sud, e questo nonostante il governo stia facendo una politica anti-meridionale».

LINDA LANZILLOTTA

Sul tavolo però, oltre alle manovre preNon ha senso congressuali, c’è pufare accordi re la questione della fra le correnti collocazione eurointerne senza pea dei parlamentari prima aver del Pd. Ieri Francedeciso a chi schini, che oggi sarà parla il Pd a Strasburgo per rie chi vuole solvere la questione rappresentare insieme a Fassino e nella società Pistelli, ha annunciaitaliana to la creazione di un gruppo che si chiamerà “Alleanza dei produttivo, che pure vanno tute- socialisti e dei democratici”in cui lati, o con chi produce innovazio- – a quanto si apprende - le due ne, chi fa ricerca, le giovani ge- componenti dovrebbero avere nerazioni?». Solo una volta defi- strutture di coordinamento autonito questo, «si passa alle allean- nome (questo anche per i nuovi ze, che certo devono essere in innesti dovuti alla campagna acgrado di farci vincere, ma so- quisti che il Pd si prepara a fare prattutto di farci governare». In- ai danni del gruppo Liberaldesomma, «nessuna preclusione, mocratico, precedente casa della ma non potranno più esserci i Margherita). Rutelli però non poteri di veto» che paralizzarono pare convinto: «È tutto ancora Prodi. In questa prospettiva di aperto», diceva ieri dopo un incerto «la presenza di Berlusconi contro di un’ora col segretario. è un elemento che blocca l’ag- In realtà l’ex sindaco deve fare i gregazione delle forze riformi- conti con le promesse fatte a ste». Anche Francesco Boccia, Graham Watson, capogruppo economista e deputato pugliese dell’Alde a Strasburgo: «Ho parassai vicino ad Enrico Letta, lato con Rutelli prima delle elepensa ad un’alleanza vasta – più zioni e lui mi ha assicurato che i o meno dall’Udc a Vendola - che suoi deputati verranno nel grupsi unisca attorno ad un program- po Liberale», ha dichiarato a Rama di riforme radicali: «Se si to- dio Radicale.


politica

11 giugno 2009 • pagina 15

Bipartitismo malato/2. Dopo aver subito il diktat sui referendum, Berlusconi organizza un seminario «per ripartire»

Pdl, un partito gregario? Rotondi: «Il problema è nella priorità data ai contenitori rispetto ai contenuti. Cambiano le sigle ma non gli uomini né i programmi» di Errico Novi

ROMA. C’è qualcosa nella natura stessa del sistema. È il bipartitismo viziato dallo strapotere delle estreme a indebolire il Pdl come il Pd. Certo è però difficile, o almeno riduttivo, spiegarsi una crisi di iniziativa e visibilità politica così lampante solo con la struttura delle coalizioni. Così nelle fila della maggioranza è scattato un allarme che porterà al seminario sul programma annunciato da Silvio Berlusconi a Umberto Bossi. È lo stesso Senatùr a confermarlo: «È un’idea di Silvio e va bene. Chi ha più idee le tiri fuori». Come se non bastasse la concorrenza nelle urne, il ministro delle Riforme lancia un’altra sfida all’alleato. Ma il gioco speculativo del Carroccio non può valere come alibi assoluto, e chi ha un po’ di onestà intellettuale, nel Pdl, lo riconosce. Lo fa almeno il ministro all’Attuazione del program-

ma, Gianfranco Rotondi, che dice a liberal: «Non si può sostenere che ci sia una particolare esuberanza da parte degli uomini di Bossi: la Lega è la Lega ed è così ormai da qualche decennio. Si tratta di prendere o lasciare, e noi abbiamo preso quest’alleanza con tutti i problemi che può

dare ma anche con il risultato di assicurare un governo a questo Paese».

E allora se non ci si può nascondere dietro un patto di cui erano note tutte le clausole, il problema per il Pdl è altrove: «Le difficoltà non dipendono dalla Lega ma da una tendenza della politica italiana a BENEDETTO privilegiare i conteDELLA VEDOVA nitori rispetto ai contenuti», riconosce L’impressione Rotondi, «la conseche si è avuta guenza è che i partiti spesso è che si rinnovano camsulle questioni biando le sigle ma politiche senza cambiare né principali uomini né programil Carroccio mi». C’è addirittura faccia da il rischio, per il sogprotagonista getto unitario del e il Pdl centrodestra, di troda gregario varsi nella stessa condizione di affan-

La durissima replica dell’Anm alle nuove norme sulle intercettazioni

«Muore la giustizia penale in Italia» ROMA. Siamo di fronte alla «morte della giustizia penale» in Italia. Lo afferma l’Associazione nazionale magistrati, denunciando «la gravità delle conseguenze che deriveranno dalle novità legislative in materia di processo penale e intercettazioni»: in un momento in cui «la sicurezza dei cittadini è sovente evocata come priorità del Paese - si legge nel documento diffuso dal sindacato delle toghe - lascia sgomenti il fatto che il Parlamento stia per effettuare scelte che rappresentano un oggettivo favore ai peggiori delinquenti». Le norme in materia di intercettazioni, su cui il governo ha posto la questione di fiducia, «im-

pediranno - osserva la giunta dell’Anm - alle forze di polizia e alla magistratura inquirente di individuare i responsabili di gravissimi reati. Basti pensare ai più recenti episodi di cronaca: gli stupri di Roma, le violenze nella clinica di Milano, le scalate bancarie alla Antonveneta e alla Bnl. In nessuno di questi casi, con la nuova legge sarebbe stato possibile accertare i fatti e trovare i colpevoli». Di fronte a queste norme, osserva l’Anm, «sarebbe più serio e coerente assumersi la responsabilità politica di abrogare l’istituto delle intercettazioni piuttosto che trasformarle in uno strumento non più utilizzabile».

no del Pd, che insegue un sincretismo impossibile fin dalle primarie? Qui il ministro è meno pessimista: «Non c’è paragone tra Pdl e democratici: da noi è scontata l’adesione al Ppe e la sintesi tra popolarismo e liberalismo. I nostri dirimpettai vagano incerti tra le ideologie dell’Ottocento e i marchi volatili della Seconda Repubblica». Fatto sta che persino su scelte come quella sul referendum è il Carroccio a dettare tempi e modi. Rotondi difende quello che per lui è uno sforzo di equilibrio da parte di Berlusconi: «Non è la Lega a dettare l’agenda delle riforme ma tutto il governo a realizzare in modo coeso il programma sottoscritto». Intanto si è sfiorato il rischio che persino sulle intese per i ballottaggi prevalesse il veto di Bossi sull’Udc.

Senza il Centro è più facile per il Senatùr dettare l’agenda. Rotondi è un convinto sostenitore del recupero dell’alleanza con Casini ma assicura che «l’Udc non ci serve a domare Bossi, piuttosto a unificare i popolari e a stabilizzare il sistema italiano». Cero è che la preoccupazione di chi ha un’estrazione cattolica è simmetrica, nel Pdl, a quella di esponenti di aree diverse, come Benedetto Della Vedova: «L’impressione che si è avuta in alcuni momenti è che sui dossier principali la Lega faccia da protagonista e il Pdl da gregario», nota il leader del Riformatori li-

GIANFRANCO ROTONDI Non si può sostenere che ci sia una particolare esuberanza da parte degli uomini di Bossi: la Lega è la Lega, da tempo

berali, «su questo si deve fare una riflessione e riconquistare un po’ vdi protagonismo». Come? «Certo il nostro profilo non può coincidere con quello della Lega. Tra l’altro, lo dico senza polemiche, quando il Pdl ha scelto di imporsi sul caso Englaro ci è riuscito perfettamente. Scontiamo la difficoltà di essere nati da poco tempo». Perché se Forza Italia e An hanno alle spalle storie anche più radicate rispetto al Carroccio, «bisogna sviluppare il nostro carattere plurale, diverso, innovativo: la forza storica di Berlusconi è stata portare la sua grande innovazione istituzionale, economica e sociale dentro il perimetro della politica». Basterebbe non perdere la strada già segnata, secondo Della Vedova, eppure capita, per esempio con le riforme di Brunetta: «Sono un fatto distintivo per il Pdl», dice il parlamentare. Eppure languono. Come rischia di estinguersi uno dei pochi esempi di radicamento territoriale come l’esperienza di Formigoni. In procinto di essere rimossa per far spazio, guarda caso, al leghista Maroni.


diario

pagina 16 • 11 giugno 2009

Si sblocca l’industria, non la crisi Ad aprile la produzione segna un +1,1 per cento. Ma il Pil continua a calare di Francesco Pacifico

ROMA. Il tanto agognato rimbalzo delle scorte è arrivato. E con esso l’Italia può finalmente vantare il primo dato economico favorevole dall’inizio della crisi: l’Istat ha rilevato che ad aprile la produzione industriale è salita dell’1,1 per cento rispetto a marzo. Non accadeva da 11 mesi. Difficile dire con certezza se siamo di fronte a una svolta. «La situazione è problematica: no, non si può ancora dire che siamo fuori dalla crisi», sintetizza Emma Marcegaglia. E non solo perché la produzione industriale – a differenza dei dati sugli ordinativi o sui fatturati – è l’indicatore meno preciso sul manifatturiero. Ieri la stessa Istat ha comunicato che nel primo trimestre il Pil è calato a livello congiunturale del 2,6 per cento (2,4 al netto dei giorni lavorativi) e a livello annuale del 6 per cento (5,9 netto). Arretramenti simili non si registravano dal 1980. L’anno – ma i paralleli sono con il presente sono tanti – del terremoto in Irpinia, dell’inflazione e del maxi ricorso alla cassa integrazione da parte di Fiat. Se non bastasse, il Centro studi di Confindustria ipotizza che al rimbalzo di aprile segua, a maggio, una flessione nella produzione industriale dell’1,2 per cento. Eppure, a guardare in filigrana le varie voci delle stime Istat, si registrano più luci che ombre, anche se restano molto bassi i livelli di attività. Sorprende, infatti, che il boom di produzione non sia arrivato dal settore auto e che pure doveva ripartire in pompa magna dopo la con-

cessione degli incentivi statali alle rottamazioni: le quattro ruote hanno segnato un calo dell’1,5 per cento rispetto al mese precedente. Una tendenza che spiega i ritardi nelle consegne delle vetture nuove già ordinate, come lamentato dai concessionari italiani. Crescono invece le produzioni di beni di consumo e di beni non durevoli, voci che – accanto alla necessità di rimpinguare i magazzini – fanno ipotizzare una tenuta dei consumi privati per tutto il secondo trimestre dell’anno.

Si registra un certo fermento dal versante dell’elettronica (+3,5 per cento), della chimica (+2,3) o del tessile (+1,7). Quest’ultimi due, di solito ottimi indicatori anticiclici. E cresce anche la produzione di energia (+1,2 per cento): sarà anche vero che questa au-

fa sì che a fine anno la discesa del prodotto interno a fine anno non sia inferiore a un 4,7 per cento. Sempre più vicino al -5 per cento paventato da Mario Draghi. In termini congiunturali si fanno sentire soprattutto le difficoltà nell’importazioni di beni e servizi (-9,2 per cento), il crollo delle esportazioni (-11,8), lo stallo dei consumi nel primo trimestre (-0,8) e la paura a focalizzarsi sugli investimenti (-5). Soltanto le famiglie, dopo aver mostrato un certo ottimismo a natale, hanno visto diminuire la loro spesa dell’1,1 per cento. Perché, come dimostra il fronte dell’auto, si comprano meno beni durevoli (-11,2 per cento) come elettrodomestici o mobili. Per non parlare dello stallo nella quale è la domanda per beni intermedi e strumentali. Così tutto il peso della produzione, finisce sulle spalle delle aziende che si occupano di beni di consumo (+2,2 per cento) e di energia (+1,3).

Nel primo trimestre la ricchezza del Paese scende del 2,6 per cento. Si viaggia verso il -5 ipotizzato a fine anno da Mario Draghi menta in prospettiva dei picchi di consumo del periodo estivo, eppure le aziende del settore avevano da tempo rivisto al ribasso i livelli di generazione. Se dà segnali di vitalità l’industria più legata ai beni di consumo non durevole, è ferma o ancora in crisi il manifatturiero che è sempre stato la punta del nostro export: assieme all’auto non sembra uscire dal torpore la meccanica di precisione, calata del 3,1 per cento. La crisi di un settore così bisognoso di investimenti va di pari passo con i campanelli d’allarme sulla finanza pubblica. Perché il Pil che, con il -2,6 per cento, ha registrato ormai il quarto calo consecutivo,

Decisivo, per capire se l’Italia uscirà davvero dalla crisi sarà il terzo trimestre, quando il Farest riprenderà a comprare e l’America manderà segnali di vitalità. Non a caso Giulio Tremonti, che si accinge a scrivere la prossima Finanziaria, aspetta a ribassare le stime sul prodotto interno lordo. «Prudenza, prudenza: siamo ancora in terra incognita», ha detto a margine del congresso annuali delle Fondazioni, dalle quali il ministro dell’Economia si aspetta aiuti per spingere le banche ad aumentare la liquidità in circolazione. Quel che è certo, è sarà poco espansiva la prossima manovra. «Il vero stimolo non consiste nel dare un bonus per comprare qualcosa, ma nello staccare la tv». Che basti appellarsi alla fiducia?

La polizia ha dovuto disperdere una manifestazione spontanea della popolazione infuriata per la mancanza di controlli

Autobomba a Nassiriya: almeno 28 i morti di Guglielmo Malagodi

NASSIRIYA. Un’autobomba è esplosa ieri in un affollato mercato a Bathaa, nel sud dell’Iraq a circa 30 chilometri da Nassiriya, uccidendo almeno 28 persone, mentre i feriti sarebbero centinaia. L’autore dell’attentato sarebbe riuscito a fuggire prima che esplodesse l’autobomba, hanno riferito diversi testimoni oculari all’inviato del sito internet Shabka Nassiriya, che ha seguito da vicino quanto avvenuto ieri nella città sciita irachena. Secondo le persone presenti nel mercato al momento dell’attentato, un uomo avrebbe parcheggiato l’autobomba in una zona dove vige il divieto di sosta, accanto al mercato di al-Batha, e sarebbe scappato dirigendosi verso le vie laterali poco prima della deflagrazione. Si teme che a compiere l’attentato possano essere stati terroristi in grado di infiltrarsi tra le fila della sicurezza. La polizia ha fermato un ferito ricoverato

in ospedale che non abita ad al-Batha e che è considerato sospetto. Dopo l’attentato, la polizia irachena è dovuta poi intervenire nel mercato di alBatha per disperdere una manifestazione spontanea inscenata dalla popolazione locale, infuriata con la sicurezza per i mancati controlli che avrebbero permesso l’attentato di ieri mattina. Secondo l’inviato di Shabka Nassiriya, gli agenti hanno aperto il fuoco contro la

Centinaia di feriti nell’esplosione che ha sconvolto un affollato mercato di al-Batha. L’attentatore è riuscito a mettersi in salvo folla ferendo una persona e arrestando diversi manifestanti. Intanto, Sharif Ali ben Hussein, pretendente al trono iracheno e leader del Partito per la monarchia costituzionale, ha rinunciato, almeno per il momento, alla sua azione per reintrodurre la monarchia in Iraq. «Abbiamo de-

ciso di rinviare al futuro l’esame per le misure necessarie per applicare la monarchia, per una serie di motivi», ha detto all’agenzia Nina al-Sharif Ali ben Hussein, discendente della casa Hashemita. «Stiamo pensando di formare un gruppo politico neutrale, per partecipare nelle prossime elezioni parlamentari», ha detto, aggiungendo che «molte parti ci hanno contattato per formare un tale gruppo». Ben Hussein non ha escluso la possibilità di un accordo con l’Alleanza sciita: «Finora non c’è stato un dialogo, ma se si allontanassero dai loro slogan di natura settaria ci penseremo». Al-Sharif Ali ben Hussein, nato nel 1956, fuggì dall’Iraq dopo il colpo di stato in cui nel 1958 suo cugino (re Faisal II) venne assassinato.Tornato a Baghdad nel 2003, subito dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, ha formato il Partito per la monarchia costituzionale e ha partecipato alle elezioni parlamentari del 2005, senza però riuscire ad ottenere alcun seggio in Parlamento.


diario

11 giugno 2009 • pagina 17

Un nuovo appello della conferenza internazionale

Cazzola accetta la sfida di Delbono Renzi contro Galli a “Otto e mezzo”

I vescovi: «Più realismo contro la recessione»

Duelli in tv per i ballottaggi di Bologna e Firenze

ROMA. «Realismo e fiducia»: è questa la ricetta che i vescovi europei suggeriscono al mondo politico e finanziario per affrontare e possibilmente superare la crisi economica di questi mesi. «Nessun pessimismo antropologico, quindi anche in questo tempo di crisi - scrivono vescovi europei in un messaggio diffuso dal Servizio Informazione Religiosa - ma un realismo della speranza ci deve guidare. Una speranza che può diventare un’occasione per riappropriarci responsabilmente della crescita. La crisi ci obbliga a pensare e a riprogettare, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi è occasione di discernimento e di nuova progettualità». Si tratta quindi di mettere in campo un «un realismo che cerca di capire che cosa sia veramente successo e che cosa è possibile cambiare». Un «realismo impegnato che diventa anche una forma di solidarietà con chi, in questo momento, sta male a causa di questa crisi». Tre le piste di impegno individuate: «La necessità di scoprire di nuovo il significa-

BOLOGNA. La campagna eletto-

to del lavoro; la promozione della funzione sociale dell’impresa e la necessità di riproporre il principio di sussidiarietà».

Il testo è stato approvato dal Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee) al termine dell’Incontro europeo dei vescovi responsabili per le questioni sociali che si è svolto a Zagabria, in Croazia, e al quale hanno partecipato 37 delegati in rappresentanza di 22 Conferenze Episcopali. Proprio ieri l’altro, la Conferenza episcopale italiana, per altro, aveva reso pubblico il comunicato finale della sua Assemblea nella quale si ribadiva la necessità di affrontare la crisi economica con gli strumenti della solidarietà per evitare di escludere dalla vita comunitaria quei lavoratori che si siano trovati in estrema difficoltà.

Fiat-Chrysler, fine della soap opera Marchionne nuovo amministratore delegato

rale per il ballottaggio che il 21 e il 22 giugno sceglierà il sindaco di Bologna potrebbe avere il suo momento più importante - almeno dal punto di vista mediatico nel duello televisivo fra Alfredo Cazzola e Flavio Delbono. Il candidato del centrodestra infatti sembra intenzionato ad accogliere la sfida lanciatagli dal suo avversario. Ieri Cazzola è rimasto in silenzio, lavorando tutto il giorno nei suoi uffici per mettere a punto le strategie delle prossime settimane: allo studio, interviste in radio e ai principali network italiani e, probabilmente, una nuova campagna pubblicitaria. Delbono prosegue invece nella sua campagna elettorale, preparando un’agenda piena di

di Alessandro D’Amato

ROMA. Fine della partita. Dopo quattro lunghi giorni di febbrili manovre legali, e di contatti tra le parti che hanno visto Torino ferma nel non voler concedere nulla agli antagonisti, la Corte Suprema statunitense ha dato luce verde all’accordo Fiat-Chrysler, respingendo il ricorso presentato nel fine settimana da alcuni fondi pensione dell’Indiana, che avevano ottenuto un temporaneo blocco dell’accordo. Per l’alleanza strategica tra le due case automobilistiche è dunque solo questione di ore, le parti sono pronte a chiudere l’operazione. Il passaggio necessario è un trasferimento di 2 miliardi di dollari di fondi del governo americano ai creditori di Chrysler e tutto dovrebbe avvenire nel corso delle prossime ore. La Corte, nell’ordinanza di due pagine, ha insistito nel precisare che la decisione si applica «in questo caso soltanto», ma di fatto ha regalato una vittoria ai protagonisti dell’accordo orchestrato dall’amministrazione Obama, affermando che non ci sono gli estremi giuridici per giustificare una sospensione dell’intesa. Subito dalla Casa Bianca è arrivato un plauso alla decisione: un portavoce del presidente si è detto lieto che l’alleanza possa ora andare avanti, permettendo a Chrysler di riemergere come un produttore automobilistico competitivo ed efficiente. E un comunicato di Fiat, nel pomeriggio, ha infine confermato che la telenovela è finita: Sergio Marchionne sarà il nuovo amministratore delegato dell’azienda american. Ad Auburn Hills, nel Michigan, tutto è pronto per la sua presentazione: sul palco allestito per l’occasione salirà una Fiat 500.

comunicato di Fiat. La chiusura dell’accordo è stata possibile dopo che la “vecchia” Chrysler Llc, in base alle condizioni approvate dal Tribunale di New York e dalle diverse autorità regolamentari e antitrust, ha ceduto tutti i propri beni (con l’esclusione di determinati debiti e altre passività) ad una nuova società con la denominazione sociale di Chrysler Group Llc. Fiat, attraverso una società controllata, ha assunto una quota del 20% in Chrysler Group. Quota che aumenterà progressivamente fino ad un totale del 35% «subordinatamente al raggiungimento di determinati obiettivi previsti dall’accordo».

Contemporaneamente, lo United Auto Workers Retiree Medical Benefits Trust, associazione volontaria di ex dipendenti (Veba), ha ricevuto una partecipazione del 55% di Chrysler Group. Il Lingotto non potrà ottenere la quota di maggioranza di Chrysler fino a quando i debiti derivanti dai finanziamenti pubblici non saranno stati interamente rimborsati. Al dipartimento del Tesoro Usa e al governo canadese vanno rispettivamente l’8% e il 2%. «Questa alleanza, creata con il pieno sostegno del presidente Obama - commenta a caldo Marchionne – non risolve sicuramente tutti i problemi che attualmente affliggono l’industria automobilistica ma rappresenta un passo fondamentale per posizionare Fiat e Chrysler tra i leader della futura generazione di produttori a livello globale». Il nuovo a.d. della casa Usa saluta l’intesa parlando di un giorno molto importante «non solo per Chrysler e per i suoi dipendenti, che hanno vissuto quest’ultimo anno in un contesto pieno di incertezze, ma anche per l’intera industria automobilistica». «D’ora in avanti lavoreremo alla definizione di un nuovo modello di riferimento per le aziende automobilistiche che vogliano produrre utili – conclude Marchionne – Con il Lingotto Chrysler può tornare ad essere una società forte e competitiva con una gamma di vetture affidabile che colpiscono l’immaginazione e ispirano fedeltà».

La Corte Suprema Usa dà il via libera: Lingotto, Tesoro americano e sindacati entrano nel nuovo cda

La nuova Chrysler sarà guidata da un consiglio di amministrazione composto da tre amministratori nominati da Fiat, tra i quali appunto Marchionne come amministratore delegato, quattro nominati dal Dipartimento del Tesoro statunitense, uno dal governo canadese e uno dallo United Auto Workers Retiree Medical Benefits Trust. Il consiglio dovrebbe nominare presidente Robert Kidder, afferma il

incontri nei mercati, nelle feste dell’Unità e nei quartieri della città. Oggi sarà alle Due Madonne con Pier Luigi Bersani, poi parteciperà all’iniziativa organizzata per ricordare i 25 anni dalla scomparsa di Enrico Berlinguer.

A Firenze, intanto, domani Matteo Renzi e Giovanni Galli si sfideranno in un faccia-a-faccia durante la trasmissione Otto e Mezzo, in onda su La7. Sulle possibilità, per il centrodestra, di ottenere una clamorosa vittoria nel capoluogo Toscano, ieri è intervenuto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Paolo Bonaiuti. «Finalmente la Toscana ha i suoi nuovi Bartali - ha detto Bonaiuti - sono spuntati dalla curva e io li aspettavo scalpitando sui miei sandali, proprio come canta Paolo Conte». «La roccaforte - ha aggiunto - si basa sul territorio che ha intorno. Gli amministratori delle roccaforti parlano con la gente, ne ascoltano le esigenze e i bisogni. Non fanno come questi padroni della sinistra che hanno tirato su il ponte levatoio chiudendosi nel palazzo, tagliando tutti i contatti. Ma non è facile scavalcare il muro dell’abitudine e far vincere il vento del cambiamento. È come scalare la cima di una tappa di montagna: curva per curva, metro per metro, bisogna alzarsi, spingere sui pedali e faticare».


cultura

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Scrittori rimossi. Torna tra gli scaffali, per i tipi di Cantagalli, il capolavoro dell’autore toscano “Diario di un parroco di campagna”

L’uomo che leggeva il cielo Viaggio nell’innocente concezione spirituale di un grande della Letteratura italiana: Nicola Lisi di Luciano Luisi n un giorno di dicembre del lontano 1949 sono andato a Firenze per fare visita allo scrittore Nicola Lisi, certo, come mi avevano assicurato alcuni amici comuni, che lo avrei trovato in casa se non fosse stato «sopraffatto dall’invito della luce». L’incontro era suggerito dalla pubblicazione del suo ultimo libro La nuova Tebaide stampato, come tutti i precedenti, dall’editore Vallecchi. Ricordo con commozione la semplicità, l’accoglienza subito cordiale di quello scrittore già tanto famoso, il piacere della sua conversazione tutta modulata su toni volutamente toscani, che sapeva mettere in moto il meccanismo suggestivo della sua prosa, così tipicamente sua, e delle sue rasserenanti visioni.

I

cristiani”diretta da Franco Cardini e Luigi Negri. È dunque questa una occasione “imperdibile” (come si usa oggi dire con un brutto neologismo pubblicitario), per accostarsi ad uno scrittore che costituisce davvero un unicum nella narrativa italiana, non assomigliando a nessuno, e potendosi ricercare semmai le sue origini soltanto in certe antiche narrazioni religiose in cui la serafica contemplazione della vita e della natura suscita un inno di lode al Creatore. Lisi ci racconta per episodi, talvolta minimi, la giornata sempre uguale nel

apparire davvero, quella di Lisi, come una magica visione favolistica, irreale. E non può non suscitare quasi incredulità tanta angelica, innocente concezione spirituale dell’esistenza, dove non c’è posto per gli egoismi e le lotte: una concezione che ci porta così lontani dalla nostra realtà convulsa, in cui il male è presente quotidianamente nelle nostre vicende pubbliche e private.

E allora potrebbe accadere che il lettore respinga un testo quasi incomprensibile dalla sensibilità di oggi, ovvero, invece proprio per questo, venga preso dal suo incantamento, e dalla fascinazione di un linguaggio che nasce dal dialetto toscano, nelle forme desuete allora ancora vive nella proLisi stava seduto in vincia fiorentina e dai una grande poltrona, vitesti cristiani che Lisi cina ad una finestra dalfrequentava, da quelli la quale vedeva la sua biblici a quelli delle trastrada silenziosa e, oltre, la suo prevedibile disegno, di un dizioni popolari. E insieme dal campagna. Sopra un tavolo ac- piccolo parroco di campagna gusto, tutto letterario, delle pacanto c’era un pacco di bozze che spende la sua vita nell’a- role antiche come, per fare un di stampa. Erano quelle del- more per gli altri, come subli- solo esempio “quasimente” che l’undicesima edizione del Dia- me strumento per giungere ad ricorre più volte. Ma ciò che più rio di un parroco di campagna un perfetto amore per Dio. E a stupisce è la costruzione di un (undici in soli sette anni essen- noi che entriamo nel suo mon- personaggio che per brevi cendo apparso nel ’42), ma, questa, do, che leggiamo quel suo umi- ni a poco a pace, in un incorrotdi lusso e con interventi grafici le diario a più di un secolo di di- to silenzio, ci offre l’immagine di Piero Parigi: di quel romanzo stanza dalla sua prima stesura, di un mondo che è quello al che molti considerano il suo ca- e sopra tutto alle nuove genera- quale Lisi con tutta l’anima tenpolavoro.Vi furono ancora altre zioni abituate a ben altri lin- deva, come rivela con questa edizioni fino alla sua morte av- guaggi narrativi, non può non sua dichiarazione del 1974: venuta, a ottantadue «Sono uno scrittore e anni, nel 1975. Ma donon uno scrittore catpo, come è accaduto tolico: semmai anche ad altri imporsono un cattolitanti scrittori della sua co scrittore, doNicola Lisi nacque a Scarperia nel 1893. È generazione, i suoi ve cattolico sotstato uno tra i più grandi scrittori italiani molti libri e quel titolo tintende una videl Novecento. Proveniente da uno dei tanche onora la letteratusione universale ti filoni della florida cultura cattolica tora italiana, sono scomdelle cose, un scana d’inizio secolo, collaborò alla rivista parsi dagli scaffali delsentimento di “Frontespizio” diretta da Lucarelli e Barle librerie... Se ne è lapace, di armonia gellini. I suoi principali lavori letterari sono mentato, autorevolche io metto al permeati da un sottofondo che, a tratti, ramente, anche un critivertice di tutto senza senta il simbolismo e che colloca indiscutibilmente la co come Leone Picciodomandarmi se sia sua opera in quella trama magica e religiosa densa di ni che di quel periodo possibile o meno conapparizioni, di illuminazioni e di stupefatta ammiracosì significativo è un seguirla, so che per zione per il creato. Esempio su tutti è il suo “Diario di acuto esegeta e forse è me è una direzione, il un parroco di campagna“. Di Lisi ebbe a dire in un aranche suo merito se traguardo di una tenticolo, a proposito del libro di poesia “Aria su le quattro ora una editrice romasione». Viviamo oggi corde”, il giornalista e filosofo Lorenzo Giusso: «Poesia na, la Cantagalli, riproin una società in cui come il titolo - musicale dove il poeta giovanissimo renpone il Diario con un sembra per alcuni sede, in forma veramente pregevole, il mondo sentimenampio saggio introdutgnali che la fede sia tale di Guido Gozzano». Morì a Firenze nel 1975. tivo di Carlo Lapucci, una pianta che si spenella collana “I classici gne in un terreno ar-

La pubblicazione rappresenta un’occasione davvero imperdibile per accostarsi a un gigante della narrativa. Un vero e proprio unicum nel panorama nazionale del ’900

l’autore

gilloso, dove il dubbio, il tormento non hanno più la loro forza rigenerante, e cedono all’indifferenza, ma insieme, per altri segni, che il bisogno del sacro è ancora operante nello spirito delle nuove generazione anche se talvolta assume forme degenerate. Ebbene, di fronte a queste nostre profonde contraddizioni ci appare quasi irreale, estranea al nostro spirito, la fede senza scosse, senza lotte, senza crisi, così appagante, di questo piccolo parroco di campagna. E allora è quasi impossibile non fare un confronto con un altro Diario di un parroco di campagna, quello di Bernanos, uscito pochi anni prima di quello di Lisi, e che ha ben altra temperatura spirituale. Scrisse Leone Piccioni, interpretando certamente una reazione comune: «Forse a prima vista il parroco di Lisi ci deluse un po’ paragonando la sua serenità, la sua pacatezza, il suo giusto modo di giudicare, alla tragicità di certe pagine, di certe parti del libro di Bernanos». Non a caso lo scrittore francese debuttò con il clamoroso Sotto il sole di satana. E continua Piccioni: «Ma ci ricredemmo presto perché la pace di Lisi non appariva superficiale e provvisoria, ma scavava nella profondità della sua origine e la riproponeva in moti, sensi, affermazioni del tutto desiderati e sospirati». E ancora più ci stupisce questa serenità di Lisi pensando che il libro è stato scritto nel 1942, in piena guerra, mentre il mondo era sotto la cappa delle dittature.

Persino nell’episodio in cui il parroco lisiano si trova di fronte a un possibile intervento di esorcizzazione, senza patire alcun trauma spirituale, dapprima si dice non autorizzato, poi dopo che il padre della ragazza indemoniata gli parla «nel ve-

lame dell’accoramento», si risolve a imporre, con ogni forma di prudenza, una semplice benedizione che tuttavia produce l’effetto desiderato. Soltanto azione: non l’inquietudine di interrogativi che non hanno risposta.

E un’altra volta, chiamato per un morto scoperto in campagna, corre, dà l’assoluzione e torna in canonica, senza che si affacci, a tormentare la mente, il grande mistero della morte. In ogni circostanza il suo animo resta sereno. Ed è quindi giusta e condivisibile l’osservazione di Lapucci che più che un parroco, lo si potrebbe definire un monaco per il suo spirito seraficamente contemplativo. Conforta questa tesi l’appassionata osservazione che il parroco fa della natura e dei suoi fenomeni: «La notte era serena e nulla indicava mutazioni. Mi elevai con l’anima all’osanna di quel cielo». E altrove: «Tendevo l’orecchio all’approfondita natura del silenzio». E ancora: «Dopo Messa sono rimasto incuriosito dall’aspetto di una nuvola… Sebbene per alcun segno, nemmeno dalle alte foglie solitarie, si rivelasse un qualche vento, era nuvola irrequieta». E quel suo assiduo leggere


cultura

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Alcuni tra i più poetici brani dello scrittore, scelti da Leone Piccioni

L’Angelo,l’Anima Purgante e la «sacerdotale disciplina» di Nicola Lisi eri sera, dopo cena, venne a trovarmi il camerlengo e mi parlò di due astri, la cui comparsa sarebbe avvenuta in concomitanza della riunione parrocchiale. Si meravigliò che non ne sapassi nulla. Spiegò che sono astri in simmetria, come gli occhi in viso alle parsone. Io credevo che li scambiasse con semplici lumi in lontananza. Gli dissi di aspettare per mostrarmeli. Rispose che anche un mezzo cieco, sol che alzasse il capo, li vedrebbe. Osservai, ridendo con furbizia, che ricorreva il plenilunio. Disse che lo vincevano in potenza. Rimase zitto e incuriosito… Vidi da me stesso le due stelle. Nelle serate precedenti, dunque, non avevo mai alzato gli occhi al cielo».

«I

il cielo gli ha conferito una tale competenza da poter dire: «L’arruffio di sottile nuvolaglia assicura la stabilità della giornata». Esponente di punta del gruppo di scrittori fiorentini che nel ’29 fondarono Il Frontespizio (fra gli altri Bargellini, Papini, Soffici, Bo; e memorabile la sua consonante amicizia con il poeta Carlo Batocchi, giustamente sottolineata nella prefazione), Lisi è stato sempre fedele nelle sue opere - come scrive Carlo Lapucci - «al simbolismo, alla metafora, al leggendario, al magico» (pur essendo uno scrittore minuziosamente attento alla realtà quotidiana).

Una visione della vita, la sua, in cui il mondo di oggi non sa forse più riconoscersi: E Carlo Bo, infatti scrive che «il suo capitolo non rientra in un volume della nostra letteratura e questo spiega perché dopo il Diario si sia fatto intorno alla sua opera un silenzio sempre più profondo. La spiegazione non è di natura letteraria ma spirituale… Da una parte il mondo che andava dietro altri fantasmi, dall’altra Lisi che continuava a fissare il cielo della sua poesia». Una poesia che ancora dalle sue vecchie pagine ci rag-

A sinistra, Nicola Lisi. A destra, la copertina del suo capolavoro “Diario di un parroco di campagna” (Cantagalli). Sopra, un disegno di Michelangelo Pace giunge. E ora rileggendo dopo tanti anni questo Diario sento che Lisi ci parla di un alter ego al quale inutilmente ha teso per tuta la vita, che prefigura in queste pagine la vita che avrebbe voluto fare. Davvero potrebbe dire: quel parroco sono io. E mi ricordo che al termine della nostra lunga conversazione in quel lontano dicembre del ‘49, io ebbi come la sensazione di trovarmi di fronte ad uno scrittore che senza dubbio mostrava con la sua opera di essere un vero cristiano, ma che come cristiano provava quasi un senso di colpa per essere uno scrittore, e come tale inseguire l’affermazione, il successo, così contrastanti con quell’ideale di vita ascetica che era così autenticamente suo e che aveva rappresentato con tanta felicità espressiva nel suo Diario di un parroco di campagna. E quella dicotomia, quel dissidio interiore, me lo confermò, al termine dell’incontro, con questa confessione: che non ho più dimenticato: «Io, ahimè, più che alla santità aspiro alla bellezza».

«Non avevo mai fatto una conversazione così lunga dalla finestra con l’interlocutore del sagrato, tanto sono uso a parlar piano. La mia stessa voce, quando non mi distraggo, come allora, per grande eccitamento, s’innalza al di sopra del tono abituale, salvo che non sia per canti e preghiere della chiesa, mi rende, come se altri gridasse, timoroso; talché m’ingarbuglio col pensiero e balbetto nel discorrere». «L’aspetto del sole immediatamente mi colpì. Era per tramontare. Era trasfigurato. Benché non fosse tra nuvole calanti, lo si guardava ad occhio nudo, senza sforzo. Sembrava racchiuso in una scatola e che per quella trasparisse. Uscii per veder meglio. Non dissi nulla a mia sorella; le donne, tutte, van soggette ad apprensioni esagerate. Appena giunsi nel mezzo del sagrato mi accorsi che non c’era nemmeno una cicala che cantasse. Ci volle molto tempo prima che l’astro in patimento sparisse sotto l’orizzonte. Dopo si levò un forte vento da ponente; così che stimai prudente di tornare in casa». «Ci sorvolavano due coppie di farfalle. Le seguimmo per un poco, non so se correndo o a passo lento. Speravo che alla fine di un volo occasionale si risolvessero a posarsi sulla scorza del cipresso. Invece proseguirono ben oltre e le vedemmo scomparire, che erano per l’aria… Molte, presentendo il momento della morte, si affidano ad alcunché di conosciuto e nulla al mondo più degli alberi è conosciuto alle farfalle. Nel luogo di loro fiducia estrema, hanno all’improvviso una illusoria ripresa delle forze, che altre poi, rarissime, cadono dal benessere del volo, tramortite». «Stanotte non mi riusciva di dormire… Dalle nove a mezzanotte ogni poco mi levavo, guardavo dai vetri i monti boscosi là di fronte e non vedevo che la luna. Dalla mezzanotte in poi mi sono imposto di restare a letto; ma ci sono riuscito con fatica, tanto erano forti gl’impulsi irriflessivi. Mi è valsa la sacerdotale disciplina». «Avevo l’abete dirimpetto. Sorrisi nel vederlo come a persona di parrocchia. Capita di scoprire

luoghi di particolare luce cristallina se si rifà il tempo dopo che è caduta molta neve. Spesso gli alberi e i pini ne son centro. La neve appesantiva le fronde dell’abete sì da includerle nel cerchio luminoso colore dell’argento, il più spirituale fra i metalli. Nella sua forma prototipa rivestirà, sono certo, il Paradiso. A rammentare il quale chiusi gli occhi e dissi tre giaculatorie. Li riaprii, e nel ricettacolo di sole mi parve avesse forma e si dissolvesse una, poco più che lineare, figura di Pietà». «Sognavo che leggevo l’Uffizio dentro la cappella, seduto sull’unica panca ivi esistente, che ha la spalliera poggiata alla parete di sinistra rispetto all’entratura. Aprivo i battenti: due figure mi voltavano le spalle. Mi avvicinavo sin quasi a sfiorarle col nero della tonaca: erano un Angelo e un’Anima Purgante. Nevicava dappertutto, eccetto che sulle loro mani aperte. Da quelle dell’Angelo mi pareva si spandesse luce bianca. Il pettirosso passava dall’una all’altra mano». «Riapparvero le monache e ciascuna aveva un giglio per mano. Rimasero ferme in piedi dietro la spalliera delle seggiole. Disse la Madre Superiora:“Questi sono i più bei fiori del giardino e il giglio è il più bel fiore del creato”». «Cessato il maestrale, è sopraggiunto un leggerissimo libeccio che mantiene la ventarola in vibrazione. Se non sarà a sua volta confinato da altro vento, raggiungerà il massimo rigoglio, recandoci la neve, che viene dal mare tutti gli anni. Esso istrada grosse nuvole sbandate che sembrano non abbiano a giungere a contatto, ciò che avviene invece all’improvviso. Le precedono spesso certi uccelli, i quali non si stancan di volare come avessero la terra in diffidenza. Sarà un vento di durata, perché dianzi sono passati gli uccelli volantini. Ero ai vetri e senza badare al freddo che entrava nella stanza ho spalancato la finestra.Volavano, non so davvero se disposti per grazia o per istinto, a guisa di corona».

La bella immagine, si spenga insieme al nome di Maria, quando chiuderò gli occhi al sonno, nel mio letto

«Mi sono affacciato alla finestra e sento che non posso fare a meno di una notazione: c’è una sola nuvola nel cielo, che si muove in seno a una venticello. Sono tornato sino ai vetri: la nuvola è assunta alla forma di una rosa. Nelle luci confacenti del tramonto, forse per l’avvenuta pace del venticello con uno zeffiro marino, sta ferma come se la tenessero due mani. Non mi alzerò più da sedere finché non sarà buio. Desidero chiudere le imposte senza che mi avveda di altro cangiamento: la bella immagine, la quale porto conclusa nella mente, si spenga insieme al nome di Maria, quando chiuderò gli occhi al sonno, nel mio letto». da “Diario di un parroco di campagna”(Cantagalli), per gentile concessione dell’editore


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spettacoli

Cinema d’autore. Boicottato dalle sale italiane, esce in dvd il 24 giugno il film di Wajda che racconta l’eccidio degli ufficiali polacchi

Katyn, luce dopo l’effetto notte di Pietro Salvatori

ra è ufficiale: il 24 giugno uscirà in tutte le videoteche il dvd di Katyn. Un atto dovuto dopo il paradossale oblio in cui l’ha relegato il grande schermo italiano. Nell’attesa continuano le proiezioni del film di Wajda in giro per la Penisola: domani sarà visibile (è il caso di dire) al cinema di Levico Terme in provincia di Trento. Un po’ di giustizia nei confronti di un film straordinario, in Italia ingiustamente boicottato come accade a molti altri grandi film nell’era vorace dei multisala. Una pellicola intensa e straziante, della quale il regista ha provato sulla sua pelle gli effetti.

O

Wajda ci ha raccontato di due proiezioni in anteprima, una in Polonia e una in Russia. Alla fine della prima, il pubblico era ammutolito. Dopo qualche minuto di silenzio, uno degli spettatori si è alzato e ha invitato tutti a pregare. Immaginatevi la scena, estremamente commovente. La ferita di Katyn è aperta in Polonia ancora a tal punto. Ma anche in Russia il pubblico ha reagito con un irreale mutismo. Poi alla fine un uomo si è alzato in piedi, si è tolto il cappello e ha invitato il resto del pubblico a fare altrettanto per commemorare con qualche istante di silenzio i martiri dell’eccidio. Mario Mazzarotto, che in collaborazione con Renata Raineri e Alessandro Leone gestisce MovimentoFilm, casa di distribuzione

passato: non avrebbero dovuto essere ingredienti sufficienti a rendere appetibile qualsiasi pellicola? Pare di no, visto che il film che racconta dell’eccidio di circa 20mila padri di famiglia polacchi perpetrato dall’Armata Rossa nella foresta di Katyn poco prima di ritirarsi di fronte

sale per vederlo». Ma allora perchè Katyn continua ad accumulare polvere nei magazzini? «Ci è stato detto che non era un momento adeguato alla distribuzione del film, e non mi chiedete il perché. Io non ho cercato la polemica, dico solamente come sono andate le cose se me lo si chiede. Questo è un film che

Il distributore per l’Italia: «Quando mi viene detto che non ha avuto successo al botteghino, io dico che prima lo si deve far vedere, e solo dopo si può dire una cosa del genere» alla travolgente avanzata nazista ha faticato a trovare spazio nei nostri cinema. «C’è un problema sui film di autore, che soffrono una naturale censura di mercato – ci spiega Mazzarotto – e soffrono dunque di visibilità. Per di più il

meritava l’attenzione dell’esercizio di qualità, e non gli è stato concesso, ed è un fatto. C’è stata una censura di mercato e un boicottaggio da parte delle sale, e anche questo è un fatto. E parliamo di un titolo di un maestro del cinema, non

nella capitale polacca, dove abbiamo incontrato il regista e i parenti delle vittime, abbiamo visitato il museo che ricorda la strage». E quando hanno scoperto che per Katyn non ci sarebbe stato posto in sala, ormai era troppo tardi per fermare la macchina organizzativa. Ma perchè gli esercenti di qualità dovrebbero darsi la zappa sui piedi non programmando un film che dovunque è uscito ha riscontrato pareri positivi, un film che solo in Polonia ha fatto registrare due milioni e seicentomila spettatori? Mazzarotto, in modo professionale e corretto, non fa allusioni, ma viene da chiedersi se, a questo punto, non ci siano sotto motivazioni politiche. Ancora, direte voi, dopo la svolta della Bolognina, segretari di partito «mai stati comunisti», e il formarsi di una «grande forza riformista e democratica»? Che le ragioni di questo ostracismo possano essere di matrice politica è indizio anche il fortissimo impegno che ha profuso il ministro dei Beni culturali e coordinatore del Pdl Sandro Bondi, che, dopo aver visionato la pellicola, ne ha caldamente raccomandato l’inserimento nelle programmazioni del Festival di Venezia e del Giffoni Film Festival.

La gratitudine di Mazzarotto nei confronti di Bondi è così sincera e naturale: «Il ministro, nel suo ruolo istituzionale, ha invitato l’esercizio a programmare il film attraverso una lettera. Lettera che, ovviamente, non è stato recepita. Siamo grati all’onorevole Bondi, che nel suo ruolo si è mosso in maniera adeguata. E ha sollecitato inoltre i dirigenti della Biennale a trovare uno spazio per il film all’interno del Festival di Venezia. L’inter-

Nella foto grande, un’immagine di Katyn, pellicola di Andrej Wajda, candidata all’Oscar come miglior film straniero. Accanto, il distributore per l’Italia, Mario Marzarotto

che ha portato Katyn in Italia, ci rende partecipi del commosso racconto del regista polacco, che con il suo film ha gareggiato alla serata degli Oscar nella categoria di Miglior Film Straniero, salvo però non riuscire a trovare spazio nei canali distributivi italiani. Ma come? Uno dei più grandi registi europei, un film storico di una certa importanza, il fascino oscuro di pieghe sconosciute ancora a tanti della storia del recente

film è stato proposto ai circuiti di qualità, ma tali circuiti non hanno distribuito il film. Quando mi viene detto che il film non ha avuto successo al botteghino, io dico che prima lo si deve far vedere, e solo dopo si può dire una cosa del genere». «Tra l’altro – aggiunge – dove il film è uscito, come in Lombardia grazie all’opera meritoria dell’associazione Sentieri del Cinema, ci sono le file fuori delle

di un film qualunque». Eppure tutto era stato preparato nei minimi dettagli.

«Con i nostri mezzi, quelli di una piccola casa di distribuzione, e con l’aiuto di Renata Rainieri e di Alessandro Leone, abbiamo preparato un piano di promozione del film in stretta e proficua collaborazione con l’ambasciata polacca e con il ministero degli Esteri di Varsavia. Abbiamo fatto un viaggio studio proprio

vento del ministro ha aiutato a ottenere un’esposizione mediatica per la vicenda, nella speranza di contribuire a far onore al film e alla storia che racconta». L’appuntamento, allora è ancora in qualche volenteroso cineclub, e in tutte le sale che, come il cinema Vittoria di Trento l’8 giugno, e la sala parrocchiale di Labico Terme domani, creda nella forza morale di questa pellicola. Senza tralasciare le videoteche.


spettacoli ì, i Led Zeppelin sono morti con John Bonham, i Grateful Dead sono svaniti con Jerry Garcia. Restano i Rolling Stones, ma fuori dal tempo. Così oggi la musica degli anni Settanta ha altri custodi, più giovani d’età: si chiamano Black Crowes, vengono da Atlanta (la città della Coca-Cola nata su un vecchio insediamento dei nativi americani) e nei primi Novanta, agli esordi, vennero salutati come i nuovi salvatori del rock’n’roll. Se ne accorse anche il pubblico di massa: trascinato da una cover ruvida e sanguigna di Hard To Handle di Otis Redding, il primo album Shake Your Money Maker fece il botto vendendo cinque milioni di copie soltanto negli Stati Uniti. Arrivarono fama e soldi, il cantante del gruppo, Chris Robinson, si scoprì proiettato da un giorno all’altro nel mondo luccicante di Hollywood e delle superstar: sposò Kate Hudson, la giovane figlia di Goldie Hawn che in Almost Famous di Cameron Crowe interpretava guarda caso il ruolo di una groupie , con lei fece un figlio e poi divorziò conservando – parole sue – uno stretto rapporto di amicizia e intimità anche dopo la separazione consensuale.

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S

R’n’R. In uscita ”Warpaint Live”, doppio album dei Black Crowes

L’eterno Sessantotto dei Corvi Neri di Alfredo Marziano

Acqua passata, il grunge e poi l’hip hop hanno ribaltato scenari e prospettive, i Corvi Neri sono rientrati nei ranghi: tanto che oggi, dopo avere pubblicato per Def American, Columbia e V2 fanno da sé con il marchio autogestito Silver Arrow Records. Poco male perché il sacro fuoco non si è estinto, spirito e intenzioni non si sono spostati di un millimetro. «Ci piace come suonavano i dischi dal ’68 al ’72, un periodo nella storia del rock in cui i musicisti erano davvero dei pionieri e dei cani sciolti», spiegava l’anno scorso alla rivista inglese Mojo il vocalist americano, pantaloni rigorosamente a zampa d’elefante, collanine appese al collo, magro come un’acciuga, il volto scavato e asciutto simile a quello di un barbone hippie alla Charles Manson. Non si sono fatti mancare nulla, i Crowes da giovani, reincarnando i Seventies anche negli

Vengono da Atlanta e all’esordio, nei primi Novanta, vennero salutati come i nuovi salvatori del rock’n’roll anni Settanta

proposero come degni eredi della Band, degli Allman Brothers e dei Lynyrd Skynyrd; con Jimmy Page, nel 2000, fecero un tour che riaccese il vecchio repertorio Zeppelin ben prima dell’unico ed effimero concerto alla O2 Arena di Londra.

Appena qualche mese dopo, Lions mandava segnali contrastanti di una band allo sbando. Poi, l’anno scorso, dipingendosi i colori di guerra di Warpaint come segno di protesta contro l’amministrazione Bush, i Crowes dimostrarono di essere ancora vivi e vegeti, un’energia

eccessi: scazzottate con il pubblico e nei camerini, sbronze colossali, pericolosi incontri ravvicinati con le droghe pesanti, alti e bassi vertiginosi. The Southern Harmony and Musical Companion e Amorica (la copertina ricavata dalla sexy rivista Hustler, il primo piano di un minislip a stelle e strisce che ricopriva a mala pena il pube di una ragazza di colore, suscitò scandalo e provocò grattacapi alla casa discografica negli Stati Uniti) li

Nella foto grande, un’immagine dei Black Crowes in concerto. Il gruppo americano, vive del litigioso rapporto dei due fratelli Chris e Rich Robinson. Sopra, i membri della band fotografati con alcuni fan

intatta oggi ribadita da Warpaint Live, il doppio dal vivo fresco di stampa che oltre a riprodurre per filo e per segno la scaletta dell’ultimo disco di studio indugia come di prammatica nella storia remota del rock’n’roll: in questo caso raccogliendo per strada una stropicciata Torn And Frayed dall’Exile On Main Street dei Rolling Stones, qualche scampolo dall’avventura di Eric Clapton con Delaney & Bonnie, un frammento della San Francisco anni Sessanta e psichedelica dei Moby Grape. Il resto è torrido soul blues, infuocato “rock delle radici” con accenti gospel (God’s Got It, dal repertorio del chitarrista predicatore Reverend Charlie Jackson), perché Chris Robinson oggi si definisce un “credente”: con una fede incrollabile nelle virtù taumaturgiche e trascendenti della musica e la scoperta dichiarata di una nuova dimensione spirituale grazie ai riti sciamanici dei pellerossa e a certe piantine allucinogene già sperimentate da Ginsberg, Burroughs e Sting. Tutto come ai vecchi tempi, insomma. «È per sempre il 1974», scrive Joshua O’Neill sull’internet blog americano Pop Matters recensendo il nuovo disco. «Come se gli ultimi trent’anni di musica pop non siano mai esistiti. L’aria è satura d’incenso, in radio si ascolta solo country-rock dal sapore hippie». Proprio così, i Black Crowes vivono in una capsula spaziotemporale: ma il semplice fatto che non siano mai cambiati di una virgola garantisce un sapore autentico, genuino e ruspante, alla loro proposta musicale. Non riproducono i Settanta per posa, ma perché convinti che dopo di allora nessuno – a parte loro – si sia più avventurato in carovana nelle grandi praterie del rock. Sul palco, ad aumentare la gradazione “sudista” della musica, c’è ora la sei corde ruggente di Luther Dickinson (chitarrista dei North Mississippi All-Stars). Ma è ancora e sempre la presenza spalla contro spalla dei due fratelli Robinson, Chris e Rich, a dare anima al gruppo, scatenando frizioni e scintille. Diversissimi per carattere (Chris egocentrico e pugnace, Rich riflessivo e a suo agio dietro le quinte), cane e gatto come nella migliore tradizione dei fratelli rock: dai tempi di Ray e Dave Davies dei Kinks a quelli recenti di Noel e Liam Gallagher degli Oasis.

«Non ci piacciamo, però ci vogliamo bene», sintetizza il vocalist. «Ho spesso pensato che crescendo le cose sarebbero migliorate, che saremmo stati più vicini…invece niente! Non c’è altro legame tra noi che quello musicale. Ma è un’intimità tale che basta a tenere uniti noi e il gruppo».


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale

da ”Haaretz” del 10/06/2009

Alleati che discutono di Barak Ravid ella riunione del gabinetto sulla sicurezza di mercoledì (ieri, ndr) l’argomento dovrebbe essere la riapertura dei valichi di Gaza. Tutti si aspettano che da questa riunione, in seno al governo di Gerusalemme, scaturisca la luce verde alla proposta americana: riaprire i passaggi della Striscia a merci e generi di prima necessità. Naturalmente tutte operazioni da effettuare solo sotto una supervisione che garantisca il controllo di tutto ciò che entra nel territorio governato da Hamas (frequenti i casi in cui è stato scoperto materiale di natura militare, nascosto nei tir carichi di generi alimentari e sanitari, ndr) .

N

Un argomento quello dei transiti su Gaza che è stato al centro dei colloqui tra la leadership israeliana e l’inviato speciale della Casa Bianca in Medioriente, George Mitchell. L’inviato Usa, martedì, ha avuto colloqui con il premier Benjamin Netanyahu, col ministro degli Esteri Avigdor Lieberman e il ministro della Difesa, Ehud Barak (quest’ultimo da poco rientrato da Washington e responsabile per la sicurezza degli insediamenti nel West Bank, ndr). L’ex senatore statunitense e promotore dell’accordo di pace del Venerdì Santo, per l’Irlanda del Nord (2007) ha comunicato il desiderio dell’amministrazione Obama di veder riaperti i valichi di Gaza. Soprattutto per permettere l’ingresso dei materiali edili da utilizzare per la ricostruzione post bellica, dopo l’operazione Piombo fuso, dell’esercito d’Israele. Mitchell ha anche dichiarato di comprendere bene la necessità di un adeguato sistema di controlli alla frontiera, che garantisca che Hamas non riceva altro genere di materiali che non siano quel-

li necessari per la ricostruzione. L’amministrazione americana sta cercando anche di coinvolgere l’opposizione ad Hamas, come il primo Ministro palestinese, Salam Fayyad, nel processo di riapertura delle frontiere. In questa maniera, secondo la visione di Mitchell, si potrebbe fugare l’impressione che questo risultato possa diventare un successo ottenuto dal movimento di resistenza islamico. L’inviato non si è dimenticato di ricordare al governo israeliano la volontà di Washington riguardo al congelamento di ogni insediamento in Cisgiordania. Un argomento già ribadito in molte sedi ed occasioni dagli americani. Sottolineando come questa sia stata la posizione, storicamente provata, di ogni amministrazione Usa negli ultimi 40 anni.

«Israele è impegnata a migliorare le condizioni di pace e sicurezza con i palestinesi e con tutto il mondo arabo», sono state le parole del premier Netanyahu, durante l’incontro di martedì, con il diplomatico americano. Quasi una risposta alle richieste statunitensi, viste anche le ultime tensioni e qualche incomprensione, alimentate dal nuovo corso della Casa Bianca. Comunque nel giro di colloqui con alti rappresentanti del governo israeliano, Mitchel è sembrato essere meno spigoloso rispetto alle controversie sollevate dalla Casa Bianca con Gerusalemme. Soprattutto

sulla questione dei coloni nel West Bank e sul processo di pace con i palestinesi. «Siamo arrivati sin qui non per discutere da avversari e restando in disaccordo, ma come amici che dialogano», ha affermato Mitchell, ribadendo come l’impegno degli Stati Uniti per la sicurezza d’Israele non sia un argomento da mettere in discussione. Affermazioni dell’inviato speciale, fatte con Netanyahu al suo fianco, martedì sera, appena prima del vertice. Durante la stessa mattinata l’incaricato di Obama aveva ribadito anche al capo dello Stato, Shimon Peres che il suo obiettivo primario fosse quello «di un’immediata ripresa e una rapida conclusione» dei colloqui finalizzati alla creazione di uno Stato palestinese, «fianco a fianco, in pace e sicurezza con lo Stato ebraico d’Israele».

Ha poi aggiunto: «voglio essere chiaro. Queste non sono discussioni tra avversari. Gli Stati Uniti e Israele sono e resteranno amici e forti alleati». Un sentimento ripreso ed espresso più volte durante la visita dell’uomo di Obama in Medioriente.

L’IMMAGINE

Parola d’ordine vincente: competitività. Lo sanno bene i candidati partenopei

Pallide per natura

Mettere in moto la competitività del territorio è la strategia vincente che è stata inserita nell’agenda dei candidati del Pdl alla presidenza della Provincia partenopea. Vale in tale ambito l’esperienza di tanti progetti messi nel cantiere ma mai considerati, perché l’egemonia che da tempo impera da queste parti, nel momento di crisi, ha arrestato ancora di più la dinamica imprenditoriale ed economica utile all’uopo. Ricordo tra i tanti un progetto della destra per mettere in comunicazione alcune gallerie accessibili tramite le infinite cave del sottosuolo, che porterebbe il traffico del centro e della marina diretto verso est in una direzione tale da snellire il tutto, compreso lo smog che avvolge la città. A che serve, in alternativa, fermare quasi ogni giorno il traffico fino a sera, impedendo a molte persone uscite dal lavoro di sbrigare le proprie necessità prima di tornare a casa? Per queste e tante altre cose, i soldi sono sempre stati negati.

Le loro sorelle si stanno già abbrustolendo, ma queste tartarughe non possono concedersi il piacere della tintarella. Sono albine e con la loro pelle delicata, potrebbero ustionarsi facilmente. Le due tartarughe, nate lo scorso febbraio nella Riserva Biologica di Abufari in Brasile, dovranno rimanere al riparo ancora per alcuni mesi. Saranno poi liberate all’inizio dell’anno prossimo nel bacino del Rio delle Amazzoni

Bruno Russo

UNA COMUNE CULTURA PUÒ UNIRE LE DIVERSE ETNIE Innovazione, dinamismo, cambiamento e stress caratterizzano i nostri tempi: possono trovare opportuno bilanciamento nei valori di stabilità, radicamento, ancoraggio e stanzialità. Le migrazioni vanno regolate e disciplinate razionalmente, per evitare la clandestinità. Una cultura comune amalgama. L’appartenenza al cattolicesimo unisce sacerdoti e suore, anche provenienti dal Terzo Mondo e di differenti etnie. Al contrario, il multiculturalismo può mantenere eterogeneità, frattura, isolamento, nonché incomprensioni nei contatti umani. Il dialogo è fortemente ostacolato dai fondamentalismi che negano la re-

ciprocità al nostro cristianesimo e alla nostra laicità.

Gianfranco Nìbale

63 ANNI FA NASCEVA LA REPUBBLICA ITALIANA Con la votazione del 2 e 3 giugno 1946, alla quale parteciparono per la prima volta le donne, il popolo italiano decise il definitivo passaggio da sudditi a liberi cittadini. Festeggiare questo giorno di festa non significa solo ricordare con enfasi i momenti della lotta e della vittoria. Costituisce anche e soprattutto un momento di riflessione ed è il momento di redigere un inventario per vedere quanti degli ideali e dei sogni di allora sono stati realizzati e quanti ancora sono rimasti desideri, perché si sono infranti con

la realtà. L’Italia ha registrato un grande progresso civile ed economico. La differenza tra il 1946 e oggi è notevolissima, però il divario fra il nord e il sud del Paese, che nei primi anni era andato diminuendo, in questi ultimi tempi è tornato a crescere, mentre grosse nubi si addensano sull’avvenire del Meridione, anche a causa del federalismo fiscale che

tende, nel disegno dei supi proponenti, a tutelare il benessere delle aree più ricche, con buona pace della solidarietà sociale e nazionale. Gli ideali dei mazziniani sono ancora lontani da raggiungre e il cammino si presenta irto di difficoltà. L’alta percentuale di disoccupazione, nel mentre mortifica chi è in cerca di lavoro e spesso ne condiziona la volontà

politica, danneggiando la crescita civile del Paese, amareggia noi mazziniani perché abbiamo presente il monito del maestro: «Non è civile quel paese dove un solo uomo cerchi lavoro e non lo trovi». La democrazia diretta è un sogno che si allontana sempre più perché è prevalente il decisionismo dei vertici.

Luigi Celebre


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Sono ridiventato bambino... Non puoi immaginare quanto io sia contento di girellare da un angolo all’altro del paese e dell’isola e di respirare l’aria del mare dopo questo mese di traduzioni da un carcere all’altro, ma specialmente dopo i 16 giorni di Regina Coeli passati nel più assoluto isolamento. Penso di diventare il campione usticese nel lancio del sasso a distanza, perché ho già battuto tutti gli amici. Ti scrivo un po’ balzelloni, così come mi viene, perché sono ancora un po’stanco. Non puoi immaginare la mia emozione quando a Regina Coeli ho vista la tua calligrafia sulla bottiglia di caffè ricevuta e ho letto il nome di Marietta; sono ridiventato bambino.Vedi sapendo con certezza che le mie lettere sarebbero state lette secondo le disposizioni carcerarie, mi è nato una specie di pudore: non oso scrivere intorno a certi sentimenti e se cerco di smorzarli per adeguarmi alla situazione, mi pare di fare il sacrestano. Perciò mi limiterò a scriverti alcune notizie sul mio soggiorno a R.C. Ho ricevuto la giacca di lana che mi è stata estremamente utile, come le calze. Avrei sofferto molto freddo senza di esse. Ho ricevuto i piattini che mi è dispiaciuto lasciare a Roma. Non ho ricevuto il Cirio, né la cioccolata, né il pane di Spagna che erano proibiti. Antonio Gramsci a Julca

ACCADDE OGGI

SOLO OLTRAGGI E INSULTI Anche se a tale tipo di polemica occorre darela valenza che possiede e cioè zero, irretisce profondamente sentire alla radio le puntate delle cento vetrine del premier, che adesso ha la colpa di essersi portato il cantante amico Apicella utilizzando un suo volo privato. Irretisce perché la sinistra ha definito quest’ultimo “cantastorie”, non solo offendendo oltremodo una categoria che non merita tanto, ma dimenticando tutti i propri cantastorie che, travestiti da giullari di corte, hanno per anni sbeffeggiato tutto e tutti, senza proporre un bel niente di nuovo.

Bruno Russo

LA PAURA DEGLI ATTENTATI Mentre al largo del Senegal affiorano i resti dell’Airbus, inabissatosi in pochissimi secondi per un’avaria o altro non si sa, affiorano anche in noi comuni mortali i dubbi e le paure nel viaggiare oltreoceano, dove i popoli poveri e in preda alle malattie sono tanti, dove le turbolenze e i temporali apocalittici anche, ma soprattutto dove regna la paura degli attentati, che resterà sovrana fino a quando non saranno risolti i nodi del Medio Oriente e di tutti i luoghi ove l’estremismo affianca o manovra il potere. Il quesito che preoccupa è il seguente: fino a poco tempo fa si era detto che l’Europa ha una percentuale altissima per essere candidata agli eventuali attentati, quindi perché tale

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Gloria Piccioni Stefano Zaccagnini (grafica)

11 giugno 1905 Papa Pio X pubblica la Lettera Enciclica Il Fermo Proposito, sulle molteplici opere di zelo in bene della Chiesa, della società e degli individui particolari 1940 Seconda guerra mondiale: l’aviazione britannica bombarda Genova e Torino 1942 Seconda guerra mondiale: gli Stati Uniti accettano di inviare aiuti economici (a prestito) all’Unione Sovietica 1962 John e Clarence Anglin assieme a Frank Morris riescono a fuggire da Alcatraz 1963 Il governatore dell’Alabama, George Wallace, sta sulla soglia del Foster Auditorium dell’Università dell’Alabama, nel tentativo di impedire l’entrata di due studenti di colore 2002 Il congresso degli Stati Uniti, con la risoluzione 269, ha riconosciuto ufficialmente il fiorentino Antonio Meucci come primo inventore del telefono 2004 Nasce la provincia di Monza e della Brianza, con capolugo Monza

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

valutazione non è determinante per analizzare un incidente del genere, avvenuto nei mari lontani? Forse la verità e che, come disse Nostradamus, nessun luogo della terra può essere scevro da tale paura, così come nessuna macchina sofisticata o grattacielo, se non la ragione umana che è l’unica in grado di cambiare le cose e plasmare un nuovo secolo fatto di sicurezze e di una spiritualità maggiore.

Lettera firmata

UN PO’ DI ENTUSIASMO Siete andati a votare con entusiasmo, così come vi ha consigliato il presidente della Repubblica? La formazione del Parlamento europeo, con tutti i dubbi e le lacune costituzionali, non è stata una cosa facile da raggiungere, e vista la rara frequenza del voto stesso, non è coerente al livello politico coevo dei singoli parlamenti europei. Proprio per questo far sentire ad esempio all’interno del Ppe la forza e il vigore del Pdl, rappresenterebbe la componente più grande e dinamica dell’intero schieramento: non trascuriamo quindi tale prospettiva.

G.N.

RICCO POVERO E POVERO RICCO Il facoltoso anziano è ricco; ma anche povero, per i pochi anni che gli restano da vivere. Il giovane che gli chiede l’elemosina è povero, eppure ricco per elevata speranza di vita.

NON TI DIMENTICHEREMO MAI Mentre scrivo, guardo, incorniciata in bella vista nel mio ufficio, il primo numero di liberal quotidiano, su cui è apposta la firma di Renzo Foa e Ferdinando Adornato. Da anni i “fratelli” Foa ed Adornato inseguivano, progettavano e lavoravano per la realizzazione di questo sogno, poi diventato realtà. Ricordo ancora il fermento in redazione, la gioia e la soddisfazione di Renzo nei giorni precedenti l’uscita del giornale. E le sue infaticabili rinunioni con tutti noi, sempre attento, sempre disponibile, sempre pronto ad ascoltare. Era così anche con l’attività e le riunioni dei Circoli Liberal. Sempre seduto al fianco di Adornato, interveniva prima delle conclusioni di Ferdinando; e le sue analisi, le sue riflessioni erano per tutti noi un punto di riferimento importante perché Renzo esprimeva sempre concetti lungimiranti sulla vita pubblica, sociale, politica e culturale del nostro Paese. Personalmente nelle chiacchierate intorno alle attività dei Circoli, cui lui teneva tanto, mi dispensava sempre buoni ed utili consigli. Ricordo, in particolare, la sua grande capacità di ascolto. Renzo sapeva ascoltare e lo faceva con piacere con piacere; mai annoiato e sempre pronto a suggerirmi soluzioni, anche quando i ragionamenti non erano i problemi più grandi e più importanti, cui uno come lui era chiamato a cimentarsi, bensì quelli personali, fragili e a volte relativamente importanti di un giovane come me. I presidenti e tutti gli aderenti ai Circoli che, in questo momento sono vicini ai suoi cari, non lo dimenticheranno mai. Per me e per tutti loro, Renzo sarà sempre in mezzo a noi, al fianco di Ferdinando, nella vita come nelle future attività sociali, politiche e culturali di cui i Circoli Liberal sono portatori in Italia. Grazie di tutto, Renzo. Vincenzo Inverso S E G R E T A R I O OR G A N I Z Z A T I V O CI R C O L I LI B E R A L

APPUNTAMENTI GIUGNO 2009 VENERDÌ 19, ROMA, ORE 11 PALAZZO FERRAJOLI - PIAZZA COLONNA Riunione nazionale dei Coordinatori Regionali e Provinciali e dei Presidenti Comunali dei Circoli liberal. VINCENZO INVERSO, SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

Gianfranco Nìbale

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma

Distributore esclusivo per l’Italia Parrini & C - Via di Santa Cornelia, 9 00060 Formello (Rm) - Tel. 06.90778.1

Amministratore Unico Ferdinando Adornato

Diffusione Ufficio centrale: Luigi D’Ulizia 06.69920542 • fax 06.69922118

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Emilio Spedicato, Davide Urso,

Tipografia: edizioni teletrasmesse Editrice Telestampa Sud s.r.l. Vitulano (Benevento) Editorial s.r.l. Medicina (Bologna)

Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari,

Marco Vallora, Sergio Valzania

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Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


PAGINAVENTIQUATTRO Atenei. La “Freie Universität” vuole raggiungere gli standard di Yale, Stanford e Cambridge

Berlino scommette sulle di Andrea D’Addio n hotel all’interno dell’università. È questa una delle soluzioni trovate dalla Freie Universität di Berlino per raggiungere gli standard strutturali e qualitativi dei migliori atenei statunitensi e inglesi come Yale, Stanford e Cambridge. Da qui la ragione dell’inaugurazione, lo scorso aprile, del primo albergo (con tanto di centro congressi) costruito all’interno di un campus universitario tedesco: ospitare professori, dirigenti d’azienda, diplomatici, giornalisti e ricercatori che spesso si trovano per qualche giorno, in visita o per conferenze, presso l’istituto. Un hotel di 136 stanze nato grazie a una public private partnership: «La nostra università fa parte di un grande network di facoltà internazionali. Abbiamo molti visitatori stranieri che si incontrano in facoltà e vogliono poter trascorrere una notte sul campus» ha dichiarato alla presentazione il presidente della Freie, Dieter Lenzen.

U

La Freie Universität ha sede a Dahlem, nella zona sud ovest della capitale, abbastanza distante da quella sorta di centro cittadino delimitato idealmente dal percorso circolare tracciato dalla ringbahn (la linea di treni metropolitani che gira intorno alla città). Lontano quindi dalla metropoli, in un luogo dove la vicinanza dei laghi del Brandeburgo e le tante piste ci-

base della qualità dei progetti di ricerca avviati al proprio interno da ogni istituto su materie umanistiche e scientifiche, e che, per i vincitori, significa ogni anno più fondi e maggiore possibilità di avviare con università straniere contatti e scambi di professori. Quando la Freie è entrata a far parte del novero delle elette, superando tra le altre proprio la concorrenza della Humboldt, le polemiche furono acce-

UNIVERSITÀ clabili rendono l’area una piccola oasi felice per chi cerca concentrazione per lo studio e l’approfondimento. Qui nel 1948 alcuni ex professori e studenti della Humboldt Universität, rimasta nella parte est della città e sottoposta ad una serie di restrizioni amministrative e di didattica, decisero di fondare un nuovo ateneo che raccogliesse i cittadini della parte ovest. Da qui il nome (Libera università) e un impegno costante in investimenti e iniziative per attrarre studenti anche dalle altre parti occidentali della nazione, a grandi linee restii a trasferirsi in quella sorta di enclave all’intero della Ddr che rappresentava Berlino Ovest. Con la caduta del muro iniziò un’accesa rivalità con la Humboldt per il primato cittadino (inteso in termini di iscrizioni e autorevolezza): un confronto che ha avuto modo di decretare un vincitore nel 2007 quando la Freie è stata inserita all’interno del circuito delle università di élite. Dal 2005 infatti il governo federale tedesco ha cambiato le modalità di assegnazione dei fondi agli atenei. Tradendo quell’impostazione paritetica che aveva caratterizzato sessant’anni di repubblica e fatti salvi i finanziamenti che ognuno dei sedici lander ripartisce autonomamente ai propri sistemi scolastici, il ministro dell’Educazione e la DeutForschungsgesche meinschaft (Fondazione tedesca per la ricerca) hanno dato il via all’iniziativa delle “Università di Elite” stilando una classifica di merito. Una selezione operata sulla

si espresse Peter Hommelhoff, all’epoca rettore dell’università di Heidelberg. La riforma avviata dall’allora governo Schröder riguardò infatti anche la discrezionalità, lasciata ad ogni ateneo, di inserire il numero chiuso per alcuni corsi di laurea e il pagamento di tasse universitarie (che va dalla gratuità dei corsi del Brandeburgo e Berlino ai circa 500 euro a semestre in Baviera). I risultati di questa spinta verso una competitività interna hanno portato ad avere ben quattro delle università d’elite tra le prime dieci d’Europa secondo un documento della Commissione Europea del 2008. Frequentando Berlino è facile imbattersi in giovani europei venuti in Germania a conseguire il dottorato dopo aver studiato nei rispettivi paesi: con delle strutture valide e qualitativamente alte e delle borse di studio che arrivano fino a seicento euro mensili in una città dal costo della vita più basso rispetto a quello delle altre grandi capitali europee (Londra, Parigi, Roma, Madrid), lo studente con un buon curriculum universitario è maggiormente stimolato a proseguire gli studi. In molti casi il trasferimento diventa poi permanente. Le opportunità lavorative in Germania sembrano maggiori anche alla luce del recente studio condotto dal Laboratoire européen d’anticipation politique-Europe 2020 che ha decretato il tedesco come la lingua europea che assumerà maggiore importanza da qui al 2025 (grazie soprattutto al continuo allargamento ad est dell’Ue).

Inaugurato ad aprile il primo albergo (con tanto di centro congressi) costruito all’interno in un campus tedesco. L’obiettivo è ospitare professori, dirigenti d’azienda, diplomatici, giornalisti e ricercatori in visita all’istituto se. La scelta delle nove università di eccellenza riflette infatti ancora la divisione economica che intercorre tra le due ex Germanie. Nessuna università dell’est ha infatti oggi accesso a quei quasi due miliardi di euro che il governo federale nel 2007 ha messo a disposizione per i successivi cinque anni.

Oltre alla Freie di Berlino (ovest), gli altri atenei d’elite si trovano soprattutto a sud: due a Monaco e quattro nella regione del Baden-Württemberg (Heidelberg, Karlsruhe, Friburgo e Costanza). Le altre due sono ad Aquigrana (ad ovest, al confine con Belgio e Olanda) e a Gottinga (Bassa sassonia). «Una cosa per noi è chiara: qui non si lotta per pochi soldi in più, ma si tratta di definire un vero e proprio cambio di direzione per il futuro delle università». Così sul quotidiano Die Zeit, il 17 novembre 2005, all’indomani della prima selezione,

Queste le ragioni di un circolo virtuoso, di cui l’autofinanziamento è una delle leve fondamentali, che rende sempre più le università tedesche mete di prestigiosi convegni e innovative ricerche. Un modello replicato anche da istituti di Design come il famoso complesso Bauhaus di Dessau che recentemente ha messo a disposizione, con la formula del Bed&Breakfast, le stanze appartenute agli artisti degli anni ’20 e ’30 (da Paul Klee a Marcel Breuer). L’obiettivo è finanziare parte delle mostre dei propri studenti. Un modo per celebrare il passato ricordandosi però che il benessere di domani è direttamente proporzionale agli investimenti in istruzione e cultura sulla generazione di oggi.

2009_06_11  

da pagina 2 a 9 Dialogo post-mortem con un fratello scomparso. L’orazione funebre che verrà pronunciata oggi MarchionneAd del nuovo colosso...

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