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ISSN 1827-8817 90526

Tutti sanno che una cosa

di e h c a n cro

è impossibile da realizzare, finché arriva uno sprovveduto che non lo sa e la inventa

9 771827 881004

Albert Einstein

QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA

Pyongyang annuncia un’esplosione nucleare: Ahmadinejad applaude

Il nuovo asse Corea-Iran mette Obama nei guai

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

IL TERREMOTO DIMENTICATO Gli amministratori abruzzesi sul piede di guerra contro l’esecutivo: «Il decreto non va. Chi controllerà, adesso, la ricostruzione?»

di Mario Arpino arack Obama deve trovare le sue priorità in politica estera. Affrontando tutto a tappeto, come sta facendo, sta rischiando di non prendere mai “il toro per le corna”. I tori scalpitanti ormai sono più d’uno, e si stanno preparando alla carica con sequenze pericolosamente ravvicinate. È tempo di cominciare a sfogliare il carciofo iniziando dalle foglie esterne, quelle più coriacee. In altre parole, dopo questa prima fase di differenziazione dal predecessore, sembra ormai maturo il tempo del “fare”, per non rischiare un effetto di accumulo che non promette nulla di buono: potrebbe essere percepito come un calo di credibilità... Bene, quindi, l’opzione zero lanciata nell’aprile scorso a Praga, ma questa servirà a tenere sotto controllo gli arsenali militari che “già” lo sono. E gli altri?

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s eg u e a pa gi n a 4

Che vuole Berlusconi, riforme o ”ammuina”? di Giancristiano Desiderio a pagina 6

Il sospetto di essere abbandonati, di non poter gestire i fondi, che i soldi siano troppo pochi

La trattativa secondo la Spd tedesca

Affondo di Bagnasco sugli immigrati: «I respingimenti sono inutili»

Una campagna elettorale nel nome di Opel

Il piano Welfare della Cei Sferzata al governo sul sostegno al lavoro e alle famiglie

di Carlo Lottieri n questa vicenda Opel che sta animando il mondo tedesco c’è qualcosa che ricorda l’Italia. E verrebbe perfino da infierire, sottolineando come vi sia qualcosa che porta alla mente il lungo tormentone di Alitalia: con i sindacati che rivendicano, i politici che battono i piedi in nome degli “interessi nazionali”, gli imprenditori che blandiscono gli uni e gli altri (contando di poter scaricare ogni eventuale costo sui contribuenti, che siano al di qua o al di là dell’Oceano). Sia chiaro: con le elezioni alle porte è normale che i politici tedeschi - specie quelli della Spd, a quanto sembra di capire - giochino un po’ come i loro colleghi dell’Europa meridionale, promettendo quello che nessuno può assicurare.

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alle pagine 2 e 3

di Vincenzo Faccioli Pintozzi

Se il Papa fa politica economica

lavoratori licenziati «non devono essere trattati come zavorre». C’è bisogno di un piano di ripresa economica che sia stabile, in cui anche la Chiesa italiana - tramite la colletta di domenica prossima - vuole fare la sua parte. Il Fondo per le famiglie lanciato dalla Cei «è infatti pronto a partire». Sono le linee guida per superare la delicata fase economica in cui versa oggi l’Italia, dettate ieri dal pesidente della Conferenza episcopale italiana nel corso della prolusione che apre i lavori dell 59esima Assemblea generale dei vescovi.Vescovi che usano toni soffusi per lanciare bordate pesanti, non soltanto nel campo del lavoro. Se infatti i disoccupati occupano i primi paragrafi del discorso del cardinal Angelo Bagnasco, trova il suo posto anche una tirata d’orecchi sulla tragedia dell’immigrazione clandestina: «I rimpatri forzati non servono, i respingimenti non funzionano. Serve altro».

eri l’altro il Papa e ieri il cardinale Bagnasco sono tornati a battere sull’occupazione. E c’è da scommettere che i prossimi giorni udremo nuove voci, essendo questa la settimana di preparazione immediata alla grande colletta per soccorrere le vittime della crisi economica in Italia.

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di Luigi Accattoli

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se gu e a p ag in a 7 seg2009 ue a p•agEiURO na 9 1,00 (10,00 MARTEDÌ 26 MAGGIO

CON I QUADERNI)

• ANNO XIV •

NUMERO

102 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


pagina 2 • 26 maggio 2009

prima pagina

La denuncia. Appello al presidente Gianfranco Fini e al sottosegretario Gianni Letta per sollecitare un confronto

L’Aquila abbandonata

Gli amministratori abruzzesi contro il governo: vogliono cambiare il decreto che li esclude dalla gestione e dà loro pochi fondi di Franco Insardà

L’AQUILA. Da Berlusconi vogliono i soldi, quelli veri. E questa volta a chiederli non è il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, ma gli amministratori abruzzesi. Ieri mattina i sindaci del ”cratere”si sono riuniti in assemblea nella Villa comunale dell’Aquila, guidati dal primo cittadino del capoluogo, Massimo Cialente, l’unico con la fascia tricolore, con il presidente della provincia dell’Aquila e il vicepresidente del Consiglio regionale. Hanno chiesto un incontro al governo per fare chiarezza sui fondi previsti dal decreto 39 per la ricostruzione delle zone terremotate d’Abruzzo, da oggi in discussione in commissione Ambiente della Camera, dopo l’ok di Palazzo Madama. E la luna di miele tra il premier e gli abruzzesi sembra essere vicina al capolinea. Non “l’amico” Bertolaso, ma il governo e il suo capo. «basta con le passerelle politiche, vogliamo i fatti», dice qualcuno a denti stretti. L’assemblea aperta, voluta dalla presidente della Provincia, Stefania Pezzopane, dallo stesso Cialente, e dal vice presidente del Consiglio regionale, Giorgio De Matteis è stato un segnale forte di mobilitazione. «Abbiamo scelto questo luogo simbolo - ha spiegato la Pezzopane - perché rappresenta la porta d’ingresso al centro storico. In questo modo abbiamo voluto ribadire con forza che tutte le iniziative hanno come obiettivo il rientro nelle nostre case, il recupero dei

GIANNI LETTA L’abruzzese Gianni Letta è considerato un punto di riferimento dalla sua gente: «È una persona sensibile e capace di ascoltare i nostri bisogni»

nostri spazi. Il miglioramento del decreto è al momento la nostra unica e specifica mission. La campagna elettorale, come paventato da alcuni, è l’ultimo dei nostri pensieri». Durante l’assemblea gli amministratori hanno lanciato un invito al presidente della Camera, Gianfranco Fini, per essere ascoltati e un altro al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, per un pacato confronto; «Entrambi sono vicini all’Abruzzo e sono persone sensibili e capaci di ascoltare». Il presidente della Provincia ha sottolineato: «Quello delle disponibilità economiche è un punto fondamentale che non può essere demandato a ordinanze suc-

ignorate. I fondi non sono aumentati e quelli assegnati non bastano: i soldi ci sono solo per l’emergenza e la costruzione delle casette, ma non per la ricostruzione». Il presidente della Provincia ha denunciato che in commissione era stato accolto il principio dell’assegnazione dei fondi per le case di proprietà, poi la norma in aula è stata cambiata e inserita la parola “residenti”. «Questo significa - ha aggiunto la Pezzopane - che non si ricostruirà nei centri storici, perchè il 60 per cento delle abitazioni in queste zone sono seconde case: in Umbria e nelle Marche sono state rimborsate le seconde case e anche le terze case».

Gli amministratori abruzzesi hanno segnalato l’impossibilità di recuperare i

Da oggi all’esame della commissione Ambiente della Camera

Che cosa prevede la legge ROMA. Il decreto Abruzzo, approvato dal Senato e da oggi all’esame della commissione Ambiente della Camera prevede: contributi totali a fondo perduto, finanziamenti agevolati e garantiti dallo Stato per ricostruire o riparare la casa, indennizzi ad hoc per recuperare i danni subiti e rimettere in sesto l’attività. E, ancora, la provincia de L’Aquila e i comuni colpiti dal terremoto potranno diventare “zona franca”. È prevista la non concorrenza alla formazione dell’imponibile, dal 2009 al 2012, dei redditi d’impresa e di lavoro autonomo. Ne potranno beneficiare, anche, le imprese impegnate nella ricostruzione. Stop, poi, alla raffica di proroghe per l’entrata in vigore della normativa antisismica varata nel 2004 che sarà operativa dal 1° luglio 2009. I sindaci cessive». E il vicepresidente del Consiglio regionale De Matteis ha aggiunto: «La legge che si sta approvando sarà di ispirazione per tutte le ordinanze future, per questo motivo questo decreto è fondamentale. Siamo consapevoli delle difficoltà finanziarie, ma siamo altrettanto consapevoli che se non ci sono risorse da adesso sarà molto più difficile trovarle successivamente. Come si può pensare al rientro in casa entro settembre-ottobre se non ci sono risorse certe?».

Dopo cinquanta giorni la gente d’Abruzzo cerca di capire quale sarà il suo futuro. Sindaci e cittadini si interrogano sull’ammontare dei fondi, sulla loro erogazione, sui tempi di abbandono delle tende, sulla realizzazione delle case anti-sismiche, sui benefici che avranno i 49 comuni del “cratere”, ma anche sui sostegni finanziari diretti agli altri paesi

potranno, poi, dare un contributo per la riparazione dei danni di lieve entità fino a 10mila euro. Per le riparazioni di parti comuni dei condomini, il contributo comunale può arrivare a 2.500 euro per unità abitativa. Arriva un Fondo antisismico e via libera, anche, alla sospensione dei pagamenti di bollette, tasse e delle rate dei muti e dei finanziamenti. Lo Stato subentra nel mutuo, ma fino a un importo, comunque, non superiore a quello previsto per la ricostruzione o la sua riparazione. Inoltre, processi sospesi fino al 31 dicembre e controlli a tappeto su tutti gli edifici. Confermati, inoltre, una serie di interventi a sostegno del reddito e i soldi arriveranno anche dai giochi e dalle multe Antitrust, ma, pure, dalla festa del 2 giugno.

danneggiati. «Vogliamo sollecitare la Camera dei deputati - ha detto Stefania Pezzopane - a non fare quello che è successo al Senato dove alcune cose sono state prese in considerazione e altre

STEFANIA PEZZOPANE «I fondi non sono aumentati e quelli assegnati non bastano: i soldi ci sono solo per l’emergenza, ma non per la ricostruzione»

GIANFRANCO FINI Il presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, è stato invitato dagli amministratori locali a favorire un confronto con il governo

mancati introiti dalle tasse e il rischio di non poter pagare i dipendenti. Sui punti oscuri del decreto insiste anche Giorgio De Matteis: «Vogliamo segnalare con forza e senza etichette politiche che ci sono difficoltà oggettive reali per la ricostruzione. C’è l’impressione che sul terremoto l’attenzione resta alta, ma nei fatti siamo in una fase di stallo». L’altro punto sul quale gli amministratori abruzzesi hanno posto l’attenzione è la cosiddetta zona franca per la quale erano stati concessi 45 milioni in un anno, mentre ora i fondi sono stati spalmati in 4 anni. «La zona franca ha una sua precisa identificazione tecnica, demografica, anche in relazione alle risorse finanziarie da impiegare», è stata la posizione del vice presidente del Consiglio regionale, che ha chiesto al governo chiarezza e trasparenza in merito ai parametri di applicazione della zona franca. «Se questa città ha diritto alla zona franca - ha detto De Matteis - il Cipe dovrà delimitare all’interno, su indicazione degli enti locali, definendone la perimetrazione. Poi dovrà essere il governo a sostenere con forza quest’area in sede comunitaria. È in corso la rimodulazione dei Por 2007-2013 con altre misure comunitarie». E ieri il disorientamento degli aquilani è aumentato ed è venuta meno anche la certezza dell’ospedale da campo, allestito


prima pagina

26 maggio 2009 • pagina 3

Le critiche del sindaco Massimo Cialente al provvedimento

«Abbiamo bisogno di soldi subito» L’AQUILA. Dopo la paura, il freddo e rio Guido Bertolaso e al presidente la pioggia ora in Abruzzo c’è da fronteggiare il caldo. E Massimo Cialente, sindaco de L’Aquila, ha tra le mani anche questa gatta da pelare. La tendopoli di piazza d’Armi, vista la popolosità, è quella più a rischio. Il bollettino delle ultime 24 ore è serio: decine le persone soccorse dai sanitari del 118 e dai medici di base. Il sindaco Cialente ha ricordato che, qualora nei nuclei familiari vi siano situazioni gravi di disagio, è possibile trovare ricovero presso appartamenti o alberghi sulla costa adriatica. E sotto il sole, ieri, con la sua fascia tricolore, ha partecipato all’assemblea in Villa comunale insieme con i colleghi del “cratere”. Sindaco, che cosa chiedete? Soldi subito, perché si ha l’impressione che tutti quelli promessi si limitino ai proventi del “gratta e vinci”’. Lo abbiamo detto in tutti i modi: la ricostruzione in toto non si potrà fare con le cifre previste dal decreto numero 39. Non vi erano state date assicurazioni? Sia il presidente Berlusconi, sia il ministro Tremonti hanno ribadito che i soldi per l’Abruzzo ci sarebbero stati. Invece. Invece? Mano a mano si riducono. È sparito dal decreto anche il miliardo per i mutui “dormienti”. Quali sono i limiti del provvedimento? Si vogliono ricostruire solo le case dei residenti nel centro storico dell’Aquila e dei borghi del circondario. Ma per come è strutturata la nostra società e la nostra economia questo sarebbe deleterio. Perché? Si finirebbe per restituirci delle città groviera, perché molti abitano contemporaneamente al centro e nei paesi circostanti, veri scrigni di storia e arte, sui quali in tanti abbiamo investito per evitare lo spopolamento. Ci sono tantissime seconde case che rischiano di non poter essere ricostruite. Sta criticando l’operato della Protezione civile? Assolutamente no, loro applicano le leggi. È un problema tra noi ed il governo. Per questo chiediamo un incontro, aperto anche al sottosegreta-

della Regione, Gianni Chiodi. E poi? C’è tutta la questione legata ai beni culturali, dei quali non si parla nel decreto. Che ne facciamo? Qual è il vostro obiettivo? Vogliamo chiarire che le passerelle elettorali non ci interessano. Le nostre preoccupazioni sono reali. Cioè? Le cifre parlano chiaro. Dal 6 aprile sono interrotti tutti i versamenti per le tasse locali. Non abbiamo più entrate di cassa, né ordinarie, né straordinarie. Dove prendiamo i soldi per pagare i dipendenti dell’amministrazione e quanti sono impegnati in servizi vitali, come la raccolta dei rifiuti, i trasporti e tutti gli altri? Uno dei punti più critici è quello relativo alle risorse per la zona franca, vero? Inizialmente per la zona franca erano previsti fondi per 45 milioni euro l’anno, ma ora si parla di 45 milioni di euro da dividere in quattro anni. Questo che cosa significa? Abbiamo un disperato bisogno di risorse.Non ci stiamo a dover chiedere i soldi di volta in volta come si fa il sabato sera per andare a cena. A questo punto è ottimista o pessimista? Alla luce degli ultimi fatti ho forti preoccupazioni. Qualcuno avanza il sospetto che che il governo spinga sull’acceleratore per approvare il decreto per l’Abruzzo prima della fine della campagna elettorale. Spero che sia soltanto una cattiveria... Intanto ieri, intervistato dalla tv abruzzese Rete 8 il presidente Berlusconi è corso ai ripari: «Il decreto conferma gli impegni del governo». Insomma Silvio Berlusconi ha voluto marcare quel territorio che tanta popolarità ha dato a lui e al suo governo e che oggi ha l’attenzione di tutto il mondo puntata addosso. Come ha ricordato il cardinale Angelo Bagnasco, aprendo i lavori della 59esima Assemblea della Cei: «Per la gente terremotata il difficile è ancora in agguato: è quando passa l’emergenza e subentra l’apparente normalità, infatti, che i colpi più duri si fanno sentire. Per questo non possiamo allentare e non allenteremo la nostra (f.i.) vicinanza».

Per la zona franca erano previsti fondi per 45 milioni euro l’anno, ma ora quella cifra dovrà essere divisa in quattro anni

I sindaci del ”cratere” hanno organizzato un’assemblea nella Villa comunale de L’Aquila per fare chiarezza sulla ricostruzione e invitare l’Esecutivo ad ascoltare le loro ragioni dietro il ���San Salvatore”. Sono infatti iniziati i lavori per liberare, parte del piazzale, dalle tende per fare spazio all’ospedale da campo del G8. «Ci mancavano solo i Grandi del mondo per aggiungere altri disagi alle tante difficoltà del terremoto», si lamentano tutti in coro.

Intanto oggi a L’Aquila ci sarà la conferenza stampa dei Giovani imprenditori di Confindustria Abruzzo alla quale parteciperà la presidente nazionale, Federica Guidi, il capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, il presidente della regione Abruzzo, Gianni Chiodi, il presidente del consiglio regionale d’Abruzzo, Nazario Pagano, il sindaco di L’Aquila, Massimo Cialente, la presidente della provincia di L’Aquila, Stefania Pezzopane, e il Prefetto di L’Aquila, Franco Gabrielli. E il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, intervenendo nell’Aula Bunker del carcere dell’Ucciardone, a Palermo, alle celebrazioni per il 17esimo anniversario della strage di Capaci,

GIORGIO DE MATTEIS «C’è l’impressione che sul terremoto dell’Abruzzo l’attenzione resta alta, ma nei fatti siamo in una fase di stallo»

ha detto: «Nella ricostruzione post terremoto dobbiamo coniugare due esigenze fondamentali: ricostruire velocemente e vigiliare su eventuali infiltrazioni mafiose». Una preoccupazione fatta propria dal procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso: «La nostra attenzione deve essere vigile perché il popolo dell’Abruzzo deve avere il riconoscimento che gli spetta».


mondo

pagina 4 • 26 maggio 2009

Bombe. Pyongyang annuncia: abbiamo fatto scoppiare un ordigno sotto terra Subito convocata una riunione dell’Onu per stabilire i termini della condanna

Ora Obama è nei guai La politica della mano tesa, per ora, è fallita: ha prodotto solo nuovi test nucleari da parte degli avversari di sempre di Luisa Arezzo a Corea del Nord non cessa di sfidare la comunità internazionale ed effettua a sorpresa un nuovo test nucleare (sotterraneo, il secondo dal 9 ottobre 2006), seguito dal lancio di tre missili a corta gittata (130 Km). Il test - il secondo dal 9 ottobre 2006, avvenuto alle 10 di mattina (le 3 di notte in Italia), a 80 chilometri a nordovest di Kilju, nella parte settentrionale della Corea del Nord - ha avuto, secondo le stime del portavoce del ministero della Difesa russo, una potenza

L

l’ottimismo del Segretario di Stato Hillary Clinton.

Non a caso, a dichiararsi preoccupati (ed è la prima volta) sono stati anche i cinesi, storici e stretti alleati di Pyongyang, che non solo hanno fatto sapere di essere «fortemente contrari al test» e accusano il regime nordcoreano di aver «ignorato le obiezioni della comunità internazionale al proseguimento del suo programma nucelare, ma invitano il regime a «rispettare i suoi impegni di denuclearizza-

Siamo davanti a un regime che ha fatto morire di fame oltre due milioni di persone in meno di quattro anni. Un semplice inasprimento delle sanzioni è quasi superfluo. Bisogna fermarli compresa fra i 10 e i 20 kilotoni. Per capirci: la bomba sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945 aveva una potenza di 15 kilotoni. E infatti, ieri notte, la Corea del Sud ha registrato una scossa di terremoto di 4,5 gradi Richter. Poco dopo, mentre già la comunità internazionale - Giappone in primis, con la richiesta di un Consiglio di sicurezza straordinario - faceva sentire la sua voce, sono seguiti i lanci di tre missili a corto raggio. Pyongyang, nel festeggiare il successo dell’esperimento, ha fatto sapere di aver avvisato un’ora prima Usa e Russia. Se il buongiorno si vede dal mattino, insomma, con la Corea del Nord c’è poco da stare allegri, nonostante la mano tesa di Obama e

zione e a cessare tutte le attività (...) per riprendere la strada dei negoziati a Sei». Strada abbandonata da Pyongyang lo scorso aprile con il suo ritiro dai negoziati. Stessa fermezza (anche qui una novità) arriva da Mosca, con il ministro degli Esteri Serghiei Lavrov, che ha bollato l’atto come «una provocazione pericolosa». Durissima la risposta del presidente americano Barack Obama: «la Corea del Nord - ha commentato - sta sfidando direttamente e in modo sconsiderato la comunità internazionale facendo aumentare le tensioni nell’Asia nordorientale». Ma proteste e preoccupazioni si sono levate da ogni angolo del pianeta, a cominciare dal Segretario generale delle Nazioni Unite Ban

L’asse Corea-Iran, un nuovo spettro per la politica Usa di Mario Arpino segue dalla prima Il trattato di non proliferazione tra il 1970 e il 1990 aveva quasi un carattere di universalità, con l’adesione di 191 Stati. Restavano fuori Israele, India e Pakistan, mentre la Corea del Nord ha receduto unilateralmente e l’ Iran sta dando segnali di non ottemperanza. Lo strumento di controllo è ben strutturato – si tratta dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), ma opera con tali restrizioni che il suo contributo risulta spesso frustrato, oltre che frustrante. A monitorare i progressi della Corea del Nord ci pensano comunque, ogni giorno e ogni notte, i satellitispia americani all’infrarosso, radar e ottici Keyhole (buco della serratura), che inviano dati in tempo reale alle centrali intelligence. Lo scoppio di ieri, quindi, non può essere stato una sorpresa, come non lo è stato quello del 2006 o il test missilistico che, mesi addietro, ha tanto allarmato il Giappone. C’è da dire che l’Amministrazione Bush, con le buone o con le cattive, con i Nord-Coreani qualche risultato l’aveva ottenuto, fallendo invece con l’Iran.Va poi ricordato che, in epoca Bush, anche altri Paesi – e segnatamente Libia, Argentina, Brasile e Sud Africa – avevano autonomamente rinunciato all’armamento nucleare. Per converso, va anche osservato che, a partire da quest’anno – epoca Obama – la Corea del Nord ha rialzato la testa e, incurante dell’Onu e della comunità internazionale, ha ripreso i suoi esperimenti, mentre l’Iran ha accelerato i programmi. Brutto segno. Il Consiglio di Sicurezza, con Cina e Russia, evidentemente non può fare molto di più, e nemmeno la sessione straordinaria ad hoc sarà in grado di dare risultanti eclatanti, anche se in questa occasione i due Paesi hanno formalmente deprecato l’evento. Appare oggi singolare il fatto che, in precedenza, il Consiglio sulla non proliferazione si sia espresso con parsimonia (tre volte nel 2006 e una sola volta nel 2007), in confronto a eventi che agli effetti della pace nel mondo hanno forse importanza diversa. Di queste quattro risoluzioni, tre riguardavano l’Iran, e solo una, la 1718 del 14 ottobre 2006, riguardava la Corea, che notoriamente bombe e missili li aveva già. Non appare strano? Il fatto è che la Russia, ma soprattutto la Cina, che teme il risultato di ulteriori sanzioni alla Corea, sinora si sono dimostrate abbastanza tiepide. A questo punto, se non è praticabile un“regime change” o una soluzione militare – magari di supporto a un’azione congiunta Corea del Sud – Giappone, ritorna alla ribalta l’inasprimento delle sanzioni. Ma dopo le atrocità risultate dal rapporto Tindemans – due o più milioni di morti negli ultimi quattro anni per carestia – anche questa via sarà difficilmente percorribile. Ma il mondo continua a guardare all’America, anche in questa occasione. Obama, nel febbraio scorso, aveva fatto compiere a Hillary Clinton la sua prima missione da Segretario di Stato proprio in quell’area, lasciando a“inviati speciali”il compito di sondare Europa, Medio-Oriente e dintorni. Può darsi che già allora questa fosse un’indicazione di priorità, che forse non avevamo capito.

Ki-moon e dal responsabile alla politica estera dell’Ue Javier Solana («atto irresponsabile»). L’Italia, come ha detto il nostro ministro degli Esteri, si è accodata al coro, ma ha fatto sapere di essere però favorevole al dialogo intercoreano e ai a negoziati Sei, (sì, esattamente quelli da cui Pyongyang si è ritirata). Provocatoria indifferenza, invece, e unica voce fuori dal coro, quella di Teheran, che oltre a far sapere di non essere interessata ai test altrui, non ha perso l’occasione per dire, chiaro e tondo, che


mondo

26 maggio 2009 • pagina 5

Parla Bolton, rappresentante Usa all’Onu durante il test del 2006

Pyongyang va sospesa dal Palazzo di Vetro l Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha due articoli della Carta dell’Onu a cui fare riferimento: il numero 5 e il numero 6. Uno prevede la sospensione, l’altro l’espulsione di un Paese membro dell’Onu. A questa estrema ratio si potrebbe arrivare entro la fine della settimana. Così John Bolton, già rappresentante Usa al Palazzo di Vetro durante l’Amministrazione Bush, che da una settimana scriveva, dalle colonne di liberal e del Wall Street Journal, quanto fosse imminente il secondo test nucleare nordcoreano. Ambasciatore, Pyongyang ha lanciato “la bomba”, e adesso? Ora è chiaro a tutti che la Corea del Nord non ha alcuna intenzione di negoziare sul nucleare né i seno ai Six Talks nè altrove. Io credo che non ci siano alternative per il Palazzo di Vetro e la stessa cosa vale per Obama. Gli Stati Uniti devono sospendere i colloqui e smetterla di “allungare la mano”. L’unica chance di farla finita con l’escalation nucleare è quella di farla finita con il regime. Fintanto che questo starà al potere il dialogo si deve fermare. Quali carte ha in mano il Consiglio di Sicurezza? Nel brevissimo periodo l’inasprimento delle sanzioni. Non c’è dubbio. Ma questa volta potrebbe andare oltre e appellarsi agli articoli 5 e 6 della Carta dell’Onu. Il primo prevede la sospensione dall’esercizio dei diritti e dei privilegi di un Paese membro contro il quale sia stata intrapresa, da parte del Conisglio di Sicurezza, un’azione preventiva o coercitiva. Il secondo prevede l’espulsione di un membro Onu che abbia persistentemente violato i principi enunciati nelllo Statuto. La Corea del Nord si adatta a entrambi. Ma a questa eventuale decisione non si arriverà prima di una settimana e sarei sorpreso del contrario. Quando nel 2006 decidemmo le sanzioni contro Pyongyang dopo il suo primo lancio, impiegammo dieci giorni per mettere tutti d’accordo. Certamente il Consiglio di sicurezza questa volta conta anche sul possibile appoggio di Cina e Russia. Nessuno dei due ha approvato il test. Mosca dice che questo test ha, parlando in termini di chilotoni, la stessa potenza di Hiroshima, se non superiore. Non ci sono ancora conferme ufficiali, ma se fosse così? Ma la Corea del Nord in questi anni ha continuato il suo programma nuclaere, implementandolo. È questo che ha voluto mostrare al mondo. Ha messo in piedi un arsenale di distruzione di massa potentissimo. Per il presidete Obama questa sfida è l’ennesimo incidente di percorso. Un serio incidente. Cosa farà adesso?

I

In apertura, un missile a corto raggio Teapong 2, come quelli usati da Pyongyang ieri per la sua sfida al mondo. Accanto, il presidente Usa Obama, che si è detto «estremamente preoccupato per la pace mondiale». A sinistra, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon e il leader nordcoreano Kim Jong-il, gravemente malato. A destra John R. Bolton

non negozierà la sua strategia nucleare con il quintetto (i 5+1) ma solo con l’Aiea.

In tutta questa “confusione”, una domanda ha preoccupato più di altre l’Amministrazione Usa: chi è il vero responsabile di questa escalation nucleare nordcoerana? Il malatissimo dittatore Kim Jong-il, ancora ricoverato, o uno dei suoi delfini? Non è una domanda da poco, perché al peggioramento delle sue condizioni di salute (nell’agosto 2008 l’ultimo infarto) ha corrisposto un analogo aumento della tensione. Fino a quel momento, infatti, il regime sembrava etenere fede agli accordi sul disarmo. È nel settembre del 2008 che Pyongyang annuncia il ripristino di un reattore nucleare strategico e da quel momento in poi nulla è stato più come prima. Due i possibili “grandi tessitori” in corsa per la successione (anche se Kim Jong-il non ha mai fatto

parola al riguardo, mentre suo padre, Kim il Sung, lo aveva designato ufficialmente come suo delfino): Jang Seong Taek, marito della figlia Kim Kyung Hee, da un mese ai vertici della Commissione di difesa nazionale del regime, snodo di potere fondamentale del Paese, dove lavorano fianco a fianco i vertici militari e del partito del popolo coreano. Potrebbe essere lui, se Kim Jong-il morisse a breve, a prenderne il posto. Se invece i tempi risultassero più lunghi - come dice Gary Samore, l’uomo di Obama per la politica sulle armi di distruzione di massa - a spuntarla potrebbe essere il terzo figlio, Kim Jong Un, 26 anni e un posto nella stessa Commissione di Difesa di cui sopra. Di lui, il dittatore, si fida moltissimo. Soprattutto dopo che il suo primo figlio, Kim Jong Nam, è stato beccato nel 2001 in Giappone con un passaporto falso (dominicano) mentre visitava Disneyland a Tokyo.

Sì, questa è la prova che le cose si stanno mettendo male. Meno di una settimana fa l’inviato speciale Usa, Stephen Bosworth, ha detto che Obama era «relativamente rislassato» e non avvertiva «pericoli di crisi imminente con la Corea del Nord». Un’affermazione spericolata e tragicomica. Pyongyang resta un luogo misterioso, ma la sua tattica in politica estera è abbastanza esplicita. Gli Usa si sono indeboliti ai loro occhi, tanto

Anche l’Iran segue l’esempio del suo alleato asiatico e fra poco sarà pronto per un suo test. È un’emergenza e il mondo sta a guardare senza avere il coraggio di prendere decisioni difficili

da fargli irridere i Colloqui a Sei. Se non si risponde con fermezza presto altri seguiranno l’esempio. Come l’Iran, che ha appena annunciato di non voler più ascoltare i 5+1. Lei pensa che fra i due ci sia una strategia comune? L’Iran guarda senza dubbio come si sta comportando l’Amministrazione in Corea del Nord. E si regola di conseguenza. Per questo il momento è cruciale per Obama. Detto questo esiste certamente un link fra i due regimi, Ahmadinejad parla con Pyongyang e collabora con il regime sulle questioni nucleari. Fra poco anche l’Iran sarà in grado di fare il suo primo test, e noi glielo stiamo per(l.a) mettendo senza intervenire.


diario

pagina 6 • 26 maggio 2009

«Berlusconi non ha l’immunità morale» Sempre più grave il caso della diciottenne di Casoria. Anche “Famiglia cristiana” attacca di Marco Palombi

ROMA. Magari non sarà la vendetta della rude razza pagana che Mario Tronti vedeva dare fuoco all’uomo vecchio, forse sarà che davvero – e oggi ancora di più – la classe operaia non va in paradiso, ma è soprattutto vero che Gino il metallurgico è ferito nell’onore.

Non è un caso, infatti, che ad inguaiare definitivamente il Cavaliere sui suoi rapporti con l’allora diciassettenne Noemi Letizia siano quelli che Emilio Fede, bontà sua, ha voluto definire «i ricordi rancorosi di un giovane operaio napoletano disilluso». Non sa quanto abbia ragione, il direttore del Tg4, distratto dal suo tentativo di difendere Silvio Berlusconi: era fatale che la nemesi del potentissimo e ricchissimo presidente del Consiglio fosse incarnata dall’antifavola, da un giovane uomo che rivendica con orgoglio la sua alterità antropologica rispetto a quel modello.

«Sono un uomo del popolo», ha detto e ripetuto a Repubblica, e voglio una donna che sia come me. Pensava fosse Noemi, poi l’avvento del Cavaliere sotto forma di Papi l’ha cambiata: «Sarebbe come se il macellaio sotto casa volesse fidanzarsi con Britney Spears». Conosce il suo posto nel mondo, Gino Flaminio, ne cerca certo uno migliore, ma il suo orizzonte d’attesa non si iscrive nella partecipazione alla mitografia berlusconiana: «Il mondo della tv non mi piace», ha scandito.

Quest’uomo è profondamente inattuale ed ora è diventato, suo malgrado e a sua insaputa, il cartonato ad altezza naturale di una parte del Paese che tutti sanno esistere, ma che nessuno ricorda più: è l’uomo in carne ed ossa che entra nel cartone animato. Un tempo, a Napoli, i sindacalisti dicevano che «la fabbrica spazza il vicolo»: lavoro, diritti, coscienza – pensavano – avrebbero ripulito il sottoproletariato straccione

della città. È stata la fabbrica ad essere spazzata via, in realtà, ma qualcosa in giro evidentemente c’è ancora.

Oltre a questo però c’è la cronaca di un caso che diventa sempre più imbarazzante. In primo luogo un piccolo accenno al conflitto di

«Chiarirò tutto», annuncia il Cavaliere per contrastare le rivelazioni dell’ex della ragazza. Ma non dice né dove né quando interessi: se Flaminio è stato il fidanzato di Noemi dall’estate 2007 al gennaio di quest’anno, il Cozzolino fotografato su Chi – settimanale di proprietà della famiglia del premier – non può esserlo da due anni e mezzo come sostiene la testata mondadoriana. Le verità dell’operaio napoletano, però, sono ben più pesanti: Berlusconi non è affatto un amico della famiglia Letizia, dice, il suo rapporto è con Noemi, alla quale telefonò lo scorso autunno dopo aver visto il

Il premier afferma di voler diminuire i parlamentari: se volesse farlo, l’accordo già ci sarebbe

Ma vuole le riforme o fa “ammuina”? di Giancristiano Desiderio a lotta politica in Italia - che Alfredo Oriani mi perdoni - si fa a colpi di teatro. Silvio Berlusconi una volta diceva: «Sono stufo del teatrino della politica». Intendeva dire che i professionisti, i dirigenti di partito, i deputati e senatori da una vita non facevano per lui perché erano inconcludenti, mentre con la sua “discesa in campo” era arrivata aria nuova e soprattutto iniziativa e concretezza: la “politica del fare” come ripetono le deputate che hanno imparato a memoria le parole del Capo.

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Sennonché Berlusconi ha da tempo sostituito al «teatrino della politica» la politica del «colpo di teatro». Quando sente di essere in difficoltà, quando avverte che la giostra non gira per il verso giusto, Berlusconi ricorre

Nel suo nuovo «teatrino della politica» il Cavaliere si gioca la carta populista Fini risponde: «Ora una legge condivisa» al colpo del coniglio dal cilindro. L’ultima trovata è la legge di iniziativa popolare per la drastica riduzione dei parlamentari. Cosa c’è di più efficace del ritornello antipolitico che dice che i parlamentari sono una casta, non servono a niente e per mandare avanti la baracca parlamentare ne bastano poche centinaia? Peccato che Berlusconi non sia «l’uomo qualunque», bensì il capo del governo, il leader del partito politico più votato e persino colui che un tempo voleva la «rivoluzione liberale». Vo-

lendo fare una riforma del Parlamento, dal numero di deputati e senatori ai regolamenti, il capo del governo e della sua maggioranza avrebbe davvero - come ha detto - il voto contrario dei suoi parlamentari? Ieri è stato Gianfranco Fini, presidente di Montecitorio, ad auspicare una riforma condivisa per superare il bicameralismo perfetto ed abbassare il numero dei parlamentari. Con la disponibilità di Fini e la condivisione dell’opposizione e, soprattutto, con la volontà politica così determinata di Berlusconi la riforma è praticamente cosa già fatta.Tuttavia, il capo del governo non segue la normale strada istituzionale che, a conti fatti, con la grande e coesa maggioranza parlamentare e politica di cui dispone è la strada più sicura e più breve; decide, invece, che è venuto il momento di fare da Palazzo Chigi il capopopolo.

Il tema antipolitico per eccellenza è utilizzato per una distrazione nazionale: un tema ne nasconde un altro. È il classico: facimm ammuina, facciamo confusione. Berlusconi è uno specialista del colpo di teatro fatto con i mezzi della comunicazione di massa. Ma c’è un ma. Il colpo di teatro è una variante del teatrino della politica.

book fotografico della ragazza, dimenticato a casa sua da Emilio Fede. Il premier avrebbe poi incontrato la giovane, all’epoca diciassettenne, in alcune occasioni, in almeno una delle quali – cioè una vacanza per Capodanno nella villa del presidente del Consiglio in Sar-

degna – Noemi non era accompagnata dai genitori, ma da un’amica altrettanto minorenne.

Il padre della ragazza, Benedetto detto Elio, ha prima annunciato querela a Flaminio e a Repubblica e poi ha raccontato la sua versione a Il Mattino di Napoli: Berlusconi l’ho conosciuto io regalandogli delle cartoline antiche nel 2001 e siamo diventati amici dopo la morte di mio figlioYuri. Solo dopo, il premier ha conosciuto la moglie Anna e Noemi, all’epoca decenne. Querela annunciata anche da Berlusconi attraverso l’avvocato-deputato Niccolò Ghedini mentre il premier in persona, ai microfoni della Cnn, ha annunciato: «Spiegherò tutto», anche se non si conosce né il giorno né l’ora in cui la verità busserà alle orecchie del Paese. Nel frattempo non si può non notare il fair play con cui i Tg si occupano della vicenda: pochi accenni all’intervista di Flaminio, diffusa pubblicità per la versione del signor Letizia e le smentite di palazzo Chigi. A questo punto un chiarimento, serio e documentato, non è più rinviabile: questa non è una vicenda giudiziaria, ma come sostiene il direttore di Famiglia Cristiana, don Antonio Sciortino, il premier «non si può sottrarre alla legittima richiesta che viene dai media. L’immunità morale non esiste per nessuno».


diario Tutte le opere saranno realizzate, tranne la metro 6

Per l’Expo 1321 milioni: il governo trova i fondi MILANO. «È una giornata molto positiva»: Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia, ha commentato così i risultati ottenuti ieri al Tavolo Lombardia per l’Expo 2015, al quale il ministro per le Infrastrutture Altero Matteoli ha garantito, in nome del governo, che «i finanziamenti per le opere connesse ci sono tutti. Non è un momento brillante per l’economia, ma non abbiamo pensato nemmeno per un minuto che l’Expo non dovesse partire. L’Expo non ha più problemi». Il ministro ha confermato che sono stati reperiti tutti i 1321 milioni di euro necessari per le opere connesse dopo i 391 milioni che «erano stati stanziati per far partire le opere nel 2009. Per il resto non esistevano problemi». Per reperire da subito questi fondi all’interno di quelli della Legge Obiettivo, il Tavolo Lombardia ha deciso di rinviare i lavori della Metropolitana 6. Sul territorio lombardo «arriveranno 11 miliardi di opere infrastrutturali», ha aggiunto il vice ministro alle Infrastrutture Roberto Castelli. «La collaborazione con cui stiamo lavorando va sottolineata - ha aggiunto il ministro per i Beni Culturali Sandro Bondi -. È essenziale per l’Expo che governo e enti locali lavorino assieme come stanno facendo. Da parte nostra, al ministero stiamo lavorando a tre grandi progetti: quello relativo alla villa reale di Monza, alla biblioteca europea e alla grande Brera». Ha espresso soddisfazione per questa collaborazione anche il sindaco di Milano e commissario straordinario del governo per Expo 2015 Letizia Moratti. «È una giornata importante. Abbiamo sempre avuto la certezza che ci fossero i finanziamenti e oggi questa certezza è stata ufficializzata». La Moratti ha anche confermato alcuni numeri, comunicando che per l’Expo sono attesi 21 milioni di visitatori e 29 milioni di visite con circa circa 7000 eventi.

26 maggio 2009 • pagina 7

ROMA. Per conoscere il futuro di Opel bisognerà attendere fino a domani sera. O al massimo fino a giovedì mattina. Angela Merkel ha rotto gli indugi e il silenzio assordante su quest’operazione che sta spaccando quello che rimane della grosse Koalition. E, pur senza pronunciarsi sull’acquirente della casa tedesca, ha dato un’accelerata a una partita che i socialdemocratici e leader dei Land interessati vorrebbero far protrarre parallelamente alla campagna elettorale per le politiche. Incontrando la stampa, la Merkel infatti ha fatto sapere: «A metà di questa settimana avremo un accumularsi di pressioni che ci porterà a una decisione». E ha messo fine a un balletto di date e cifre imbarazzante per la politica tedesca: emblematico, infatti, che poco prima che la Cancelliera dicesse la sua, il premier della regione tedesca del Baden-Wuerttembreg, Guenther Oettinger, dichiarasse: «Una decisione finale su Opel sarà presa soltanto a fine giugno».

Per la stampa, domani la decisione del governo

Nonostante l’esiguità dei

di Francesco Pacifico

tempi, si prospetta una corsa a due tra gli italiani di Fiat e l’alleanza austrorussa tra Magna e Sberbank, con il fondo americano Ripplewood, il terzo pretendente, che paghereb-

Merkel-Marchionne Summit a Berlino Per fugare gli ultimi dubbi, Sergio Marchionne sarà questa mattina a Berlino con il vicepresidente John Elkann. I due incontreranno il ministro

In Germania vola anche John Elkann: gli Agnelli sarebbero pronti a non diluire la loro quota nella futura piattaforma auto tra Usa e Europa be l’assenza di know how industriale. Si prevede una volata al photofinish, con una 48 ore di incontri ufficiali e trattative serrate: non a caso, con Marchionne, oggi sarà in Germania anche il vicepresidente di Fiat e rappresentante degli Agnelli, John Elkann. La parola decisiva sarà comunque detta a un maxi vertice previsto per domani, al quale la Merkel ha invitato tutti gli attori interessati alla casa automobilistica tedesca. Intanto, a quanto se ne sa, a Berlino le offerte presentate non sono piaciute per nulla. Tanto che il premier ha spiegato che si deve fare di più in termini di sostenibilità finanziaria e di mantenimento degli organici di lavoro. Come ha ricordato la Cancelliera, l’ultima parola spetterà all’azionista General Motors, ma chi vuole mettere le mani sulla Opel dovrà abbassare le sue richieste sull’entità delle garanzie statali per i debiti pregressi («Non si può gravare sui contribuenti»). Allo stesso modo si dovrà trovare un accordo con i potenti metalmeccanici di Ig Metall. Gli unici in grado, come hanno dimostrato già in Volkswagen, di gestire le ristrutturazioni industriali più dolorose.

dell’Economia, Karl Theodor Zu Guttemberg, che è titolare del dossier. Forse vedranno anche la Merkel Ma oltre a rimodulare la loro offerta (un

plafond di garanzie statali che passa da 7 a 6 miliardi di euro e un tetto di 2mila unità ai licenziamenti) i massimi vertici del Lingotto vogliono dare un un altro messaggio: gli Agnelli, azionisti di riferimento della Fiat, vedono questa come un’operazione di natura industriale e non finanziaria. Al riguardo Gianluigi Gabetti, presidente onorario di Exor, ha spiegato «che non è detto che la famiglia Agnelli diluisca la sua quota» nel futuro gruppo che sta creando Sergio Marchionne.

Sempre ieri è toccato al fronte austro russo capitanato da Magna di fare proseliti. L’alleanza, forte dell’appoggio dei sindacati e della Spd, ha annunciato di avere ottenuto dalla Commerz una linea di credito da 4 miliardi di euro.

Soldi destinati in buona parte agli investimenti. Infatti Magma avrebbe richiesto garanzie statali per circa 9 miliardi a fronte di 2.500 tagli. Di più di quelli di Fiat, ma con loro il rischio di delocalizzazioni sarebbe minore.

Perché i politici tedeschi tendono a procrastinare la decisione

Se la Opel fa campagna elettorale di Carlo Lottieri segue dalla prima A Berlino si voterà in autunno e sarà una scadenza decisiva per i due partiti che compongono la Grosse Koalition. I maggiori partiti non vogliono perdere voti e per evitare questo sono pronti a qualunque soluzione.

nirà a tarallucci e vino, ma purtroppo, la Germania è pure un Paese assai statalista, in cui la Mitbestimmung ha portato ad una cogestione delle imprese in cui gli imprenditori devono sempre fare i conti con i responsabili del governo federale e quelli dei Länder, oltre che con i sindacati e con altri gruppi di interesse.

La questione attorno a cui ruota una larga parte della trattativa è il destino dei 25 mila lavoratori delle officine Opel. La classe politica tedesca sta in tutti i modi condizionando le scelte degli attori imprenditoriali, a partire dall’americana GM, che possiede e gestisce l’impresa tedesca fin 1929 (salvo una pausa, ovviamente, durante il conflitto). E certo non sorprende che il governo stia facendo un pressing incredibile sulle aziende interessate al fine di salvaguardare i livelli occupazionali. Tutto si spiega con il fatto che non c’è politico che possa accettare l’impopolarità. Ma è chiaro che non ha il minimo senso pretendere, oggi, di predeterminare scelte occupazionali che saranno dettate, nei mesi e negli anni a venire, dagli andamenti del mercato. Con questo non si vuol dire che anche in Germania tutto fi-

A dispetto dei vincoli fissati dall’amministrazione americana (che per poter finanziare GM vuole una scelta in tempi stretti), le decisioni ultime su Opel potrebbero quindi anche essere rinviate a causa di logiche consociative che avvicinano parecchio Roma e Berlino. E se nel mondo politico tedesco qualche voce saggia si è sentita – da quella del partito liberale (la Fdp) a quella del ministro Karl-Theodor zu Guttenberg (democristiano bavarese e contrario a soluzioni onerose per lo Stato) – per il resto l’aria è molto di casa. E questo fa pensare che l’esito della vicenda, troppo gestita dai politici e affidata alle loro opportunistiche valutazioni, rischia di produrre un esito analogamente deludente a quello conosciuto dalla “privatizzazione infinita” della nostra compagnia di bandiera.


società

pagina 8 • 26 maggio 2009

Recessione. Aprendo la 59esima Assemblea generale dei vescovi, il cardinal Bagnasco attacca: «Inutili i respingimenti degli immigrati»

Il welfare della Cei Tutele per i precari e per le famiglie in difficoltà: le richieste al governo per sconfiggere la crisi di Vincenzo Faccioli Pintozzi a Conferenza episcopale italiana, si sa, ha il vizio di parlare. Più parla, più viene criticata; meno parla, più viene criticata. Quelle che sono evidenti ingerenze nella vita sociale italiana - pensiamo alle critiche mosse ai presuli della Penisola per le posizioni assunte nel caso Englaro - diventano voci assennate quando bacchettano l’esecutivo per la crisi economica, la ricostruzione postterremoto o lo stato dell’arte in cui versano le politiche sull’immigrazione. Il discorso con cui il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, ha aperto ieri i lavori della 59esima Assemblea generale dei vescovi sembra avere il passo di chi vuole dire - senza paura - ciò che pensa. Anche se la ricercata forma del messaggio - toni non polemici, problematiche che sono sotto gli occhi di tutti - suggerisce una maggiore prudenza da

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parte dei presuli nell’era postRuini. Non mancano, com’è ovvio, le stoccate. Sulla tragedia dell’immigrazione, ad esempio, che secondo l’episcopato italiano «non si risolvono con i respingimenti». O sulla questione del lavoro all’epoca della crisi, quando «gli operai vengono licenziati come se fossero zavorra».

Co m e i n o gn i p rol u s io n e che si rispetti, il porporato affronta una vasta gamma di argomenti di attualità sociale, economica e ovviamente pastorale. Si parte con il pellegrinaggio del pontefice in Terra Santa per passare al terremoto e alla ricostruzione dell’Abruzzo; si analizza la crisi e le voci che «si arrischiano in previsioni quasi rassicuranti» per poi finire, quasi a voler ricordare il principale scopo dell’Assemblea, con i sacerdoti e la loro missione nel gregge di Dio. Naturalmente, sono le parti sociali a tenere banco: la rilevanza con cui la crisi finanziaria internazionale ha colpito anche l’Italia preoccupa i vescovi. Che, nelle parole del loro presidente, esprimono preoccupazione: «Osserviamo oggi che c’è una comprensibi-

le ansia volta a scrutare, e dunque quasi anticipare, i segni di uscita dal tunnel in cui ci troviamo. E per la verità non mancano le voci che si arrischiano in previsioni quasi rasserenanti, che tutti naturalmente vorrebbero vedere confermate. Eppure, questo pare a noi il momento in cui la crisi tocca in modo più diretto, quasi cruento, la realtà ordinaria delle famiglie per le quali torniamo ad auspicare un fisco più equo». Le famiglie, dunque, con tutto lo strascico di polemiche che questa parola -

Per l’arcivescovo di Genova, «questo è il momento in cui la crisi tocca in modo più diretto, quasi cruento, la realtà ordinaria dei nuclei per i quali torniamo ad auspicare un fisco più equo» tempio e concezione di valori antichi quanto l’uomo - porta immancabilmente con sé.

Una famiglia messa a rischio da derive relativiste che il cardinal Bagnasco lascia al loro destino, per tornare ad attaccare la situazione economica: «La disoccupazione, in particolare, sta intaccando anche le zone a più radicata tra-

dizione industriale. Contraendosi gli ordinativi e le commesse, dalle imprese viene azionata la leva occupazionale, talora in tempi e modi alquanto sbrigativi, come si trattasse di alleggerire la nave di futile zavorra. Invece, proprio il patrimonio di conoscenze e di esperienza garantito dalle persone che lavorano sarà la base realistica da cui ripartire,

una volta passato il peggio». L’importante, nella visione dei vescovi, è non distruggere la base da cui la nostra economia potrebbe ripartire. Quindi, va data maggiore attenzione ad alcune classi sociali a rischio: «Intanto, a patire le maggiori ripercussioni è la fascia dei precari. È noto come nell’ultimo decennio i posti di lavoro flessibili avessero fornito un apporto decisivo alla riduzione della disoccupazione, che ora registra un brusco aumento dovuto principalmente alla perdita di posti di lavoro non garantiti. Per questi lavoratori gli ammortizza-

Dalla colletta alla prossima enciclica sociale, si precisano le linee guida della Chiesa

Quando il Papa fa politica economica di Luigi Accattoli aro direttore, l’altro ieri il Papa e ieri il cardinale Bagnasco sono tornati a battere sull’occupazione, della quale avevano parlato la settimana scorsa i cardinali Poletto a Torino, Tettamanzi a Milano, Sepe a Napoli. E c’è da scommettere che i prossimi giorni udremo nuove voci, essendo questa la settimana di preparazione immediata alla grande colletta per soccorrere le vittime della crisi economica, che si farà domenica in tutte le chiese d’Italia.

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Ciò che colpisce negli appelli del Papa e del cardinale Bagnasco è la puntualità dei richiami. Benedetto ha parlato di «precari», «lavoratori in cassa-integrazione», «licenziati» e giovani che «fanno fatica a trovare una degna attività lavorativa».

Bagnasco è andato più nel dettaglio, nominando i «posti di lavoro flessibili», gli «ammortizzatori troppo modesti» di cui dispone la «fascia dei precari», il «lavoro stabilizzato» che inizia a essere intaccato dai «licenziamenti». Come mai gli uomini di Chiesa si avventurano nello specifico del fenomeno occupazione e non si limitano ad appelli in termini generali? Per spiegare la puntualità dimostrata dai vescovi nei loro interventi occorre tener presente l’insegnamento che ricevono dalle iniziative di soccorso che stanno mettendo in opera. Per il Papa dietro alla concretezza dei suoi interventi c’è il lavoro che sta conducendo per la pubblicazione di un’enciclica sociale. Il cardinale Sepe ha fondato a Napoli una “Banca dei poveri”, donando il proprio stipendio di un

anno e parte dei risparmi personali per avviare un fondo che concederà “microcrediti” ai bisognosi. Il cardinale Tettamanzi ha dato vita a Milano – contribuendovi anch’egli con una donazione personale – a un Fondo Famiglia-Lavoro che ha raccolto 4,3 milioni di euro in poco più di quattro mesi. Iniziative analoghe sono state prese dai vescovi un poco ovunque ma c’è soprattutto quella che hanno avviato sul piano nazionale che li sta istruendo in materia di crisi economica: la “colletta” finalizzata all’istituzione di un «fondo di garanzia per le famiglie in difficoltà», denominato “Prestito della speranza”, che si terrà domenica prossima, 31 maggio, giorno di Pentecoste. Con quel fondo i vescovi intendono soccorrere con piccoli prestiti le famiglie che re-


società

Sopra, il presidente della Conferenza episcopale italiana e arcivescovo di Genova, cardinale Angelo Bagnasco, che ha aperto ieri i lavori dell’Assemblea della Cei con una dura prolusione. A destra, il presidente delle Acli Andrea Olivero. Nella pagina a fianco, in basso, Benedetto XVI

liana, non può, non deve e non vuole sottrarsi dall’aiutare: «Su questo fronte – dice il cardinal Bagnasco - sono partite ormai una serie di esperienze di micro-credito e si vanno istituendo localmente fondi, le cui modalità ci hanno non poco illuminato nel dare una forma convincente alla grande iniziativa che è in programma per la fine di questo mese a livello nazionale». Il riferimento è alla Colletta nazionale, in programma per il 31 maggio in tutte le parrocchie italiane, «volta a dare vita ad un Fondo di garanzia per le famiglie in difficoltà. È un’iniziativa, la prima nel suo genere, che vuol dare una risposta concreta a quelle famiglie monoreddito che abbiano momentaneamente perso l’unico cespite di entrata, con più figli a carico, oppure segnate da situazioni di grave malattia o disabilità». La parte finale è lasciata alle polemiche relative all’annosa questione bioetica. Alla Chiesa, sottolinea l’arcivescovo di Genova, «interessa piuttosto ampliare i punti di incontro perché la razionalità sottesa al disegno divino sulla vita umana sia universalmente riconosciuta nel vissuto concreto di ogni esistenza e per una società veramente umana». tori previsti sono davvero modesti. Ma l’incertezza ha da tempo attecchito anche nell’area del lavoro stabilizzato, che sta infatti conoscendo l’inquietudine della cassa integrazione, quando non del licenziamento».

Un t e ma ch e n el no s tr o Paese ha macchiato di sangue le compagini che hanno cercato di modificarlo. La conclusione è perentoria: «La crisi, in altre parole, sta ora producendo i suoi effetti più deleteri sull’anello più debole della nostra popolazione». La Chiesa, e in questo contesto quella ita-

stano senza lavoro e che hanno almeno tre figli a carico. Si tratta dell’iniziativa di intervento sociale di maggiore impegno da quando esiste la Cei nella forma attuale. È una mossa audace: hanno calcolato che per essere efficace e rispondere ai suoi obiettivi il fondo abbisogna di un investimento di trenta milioni di euro. Esso dunque metterà alla prova la tenuta economica e la capacità organizzativa della Conferenza episcopale, guadagnandogli la gratitudine di chi viene oggi a trovarsi nell’estrema necessità.

C’è infine l’istruttoria condotta dal Papa in vista dell’annunciata enciclica sociale che viene preparando da anni e che ora sta aggiornando alle esigenze della crisi economica. A quanto si sa,essa dovrebbe sollecitare i responsabili politici ed economici della comunità internazionale a muoversi in due direzioni principali, per far fronte al dramma dei più poveri di tutto il mondo, di quelli cioè che vivono in condizioni di fame e che si teme che possano aumentare di un centinaio di milioni a causa dell’attuale crisi. La pri-

In questa chiave, sottolinea in chiusura, «e a proposito di un ambito delicatissimo come quello della fecondazione artificiale, non possiamo tacere il rischio strisciante di eugenetica che potrebbe insinuarsi nel nostro costume a causa di interpretazioni della legge 40/2004, che forzosamente vengono avanzate sul piano della prassi come su quello giurisprudenziale». Un richiamo che però lascia il tempo che trova. Meglio sottolineare i richiami contro la crisi, e dimenticare la fissazione per l’uomo.

ma direzione è quella di approntare meccanismi di governo globale o mondiale dell’economia, in modo che si prendano decisioni non puramente finalizzate agli interessi dei paesi del benessere, ma tendenti a garantire una qualche opportunità per tutti i popoli. La seconda direzione è quella di “mettere i poveri al primo posto”– come ebbe a dire Papa Benedetto il 1° gennaio scorso – tendendo a realizzare una “solidarietà globale” che privilegi investimenti mirati al rilancio economico che abbiano come primi destinatari i più bisognosi. È sullo sfondo di quelle indicazioni ancora in elaborazione che diviene comprensibile quanto il Papa ha sollecitato domenica a Cassino, quando ha invitato a «ricercare, con il contributo di tutti, valide soluzioni alla crisi occupazionale creando nuovi posti di lavoro a salvaguardia delle famiglie». Vi sono economisti che sostengono con argomenti macroeconomici la possibilità di contribuire al rilancio dell’economia mondiale con investimenti di soccorso ai più bisognosi e il Papa sollecita a “cercare” in quella direzione.

26 maggio 2009 • pagina 9

Il presidente Andrea Olivero presenta la nuova fondazione

Le Acli in campo: «Basta attendismo» di Errico Novi

ROMA. Se c’è una responsabilità, o almeno un rischio al quale Andrea Olivero si vede esposto è l’attendismo. Un atteggiamento che «ha indebolito in questi anni la presenza dei cattolici nel dibattito pubblico». Soprattutto ha fatto scivolare in una collocazione secondaria «il pensiero, i contenuti, le idee che i cattolici esprimono». È soprattutto per questo che le Acli, di cui Olivero è presidente, fanno un passo avanti e mettono in campo una fondazione, intitolata ad Achille Grandi e al “Bene comune”: a guidarla è l’attuale vice di Olivero, Michele Rizzi, che l’ha tenuta a battesimo ieri in un convegno sull’Europa con il ministro degli Esteri Franco Frattini e il responsabile della Cei per il Lavoro e la giustizia, monsignor Arrigo Miglio. Olivero non elude il richiamo «più o meno implicito» che la Conferenza episcopale rivolge dalla propriaassemblea generale per una politica più partecipata (a partire da quella europea), né le analisi di chi vede nella nuova fondazione delle Acli un punto di riferimento per i moderati (scontenti) del Pd. Presidente Olivero, nel suo intervento Bagnasco si rivolge innanzitutto alla politica. È già questo di per sé un appello per una presenza attiva dei cattolici. Più volte sia il presidente della Cei che il segretario generale hanno chiesto di dare attuazione alle parole di Benedetto XVI, che chiede una nuova generazione di persone, di cattolici impegnati nelle istituzioni, nel sociale, nell’economia. Ecco, io credo che effettivamente ci sia bisogno di più coraggio, da parte del laicato, nel rispondere a questo appello. Ci si deve mettere in gioco anche a costo di andare incontro a fallimenti, è il nostro dovere di persone impegnate. E la fondazione nasce per questo? Negli anni scorsi avevamo scelto di rimarcare fortemente la nostra autonomia dalla politica: ci siamo resi conto però di correre un rischio, e cioè che l’autonomia potesse diventare distanza. Abbiamo perciò pensato di creare un piccolo strumento aperto al confronto tra un soggetto della società civile come la nostra associazione e il mondo politico. C’è chi interpreta l’iniziativa come un ingresso diretto nel gioco degli schieramenti. Non c’è una spendibilità immediata nel mercato politico di oggi, ma l’urgenza di rappresentare le idee, di dar loro una forma storicamente concreta, in modo che le istanze dei cattolici possano essere messe a confronto

con i diversi soggetti politici in campo. Penso al quoziente familiare o alle politiche sull’immigrazione. Si dice che potreste essere il punto di riferimento per i moderati in uscita dal Pd. Premessa: da anni ogni volta che i cattolici si mettono insieme per parlare di politica si evoca il grande centro. Noi non pensiamo a un’uscita politica immediata, ma se si intende il nostro ruolo come funzionale al dibattito, allora sì, accettiamo la sfida. Ma l’unità dei cattolici è tramontata per sempre? Possono esserci forze che hanno una coerenza di identità e di valori. L’importante è non avere la pretesa di pensare alle forme unitarie del seco-

Accettiamo la sfida di chi ci vede come riferimento per i delusi del Pd, guardiamo con interesse a Casini e al Partito della nazione lo scorso, ossia di rappresentare la totalità dei cattolici. E trova corrisponenza tra queste sue aspettative e il Partito della nazione annunciato da Pier Ferdinando Casini? Ho detto anche a Todi che noi siamo interessati a seguire l’evoluzione di questo percorso. C’è senz’altro la possibilità di ricompattare una fascia di elettorato che non si sente rappresentato e di far crescere l’attenzione del dibattito politico nei confronti dei cattolici. Siete partiti con un incontro sull’Europa, sul modesto coinvolgimento dell’opinione pubblica nelle vicende dell’Unione. La partecipazione e l’identità cristiana sono due nodi decisivi. Bisogna decidere cosa vuol essere l’Europa, se pensa di porsi nello scacchiere internazionale con una propria identità. L’unica strada possibile è il rafforzamento delle istituzioni europee: a Strasburgo deve esserci un Parlamento vero, con un esecutivo altrettanto autorevole, e riconoscibile per i cittadini.


panorama

pagina 10 • 26 maggio 2009

Crisi. Tutti i Paesi sono in competizione per fare fronte all’esplosione dei deficit

Il paradosso del debito mondiale di Mario Seminerio agenzia di rating Standard& Poor’s ha posto il debito sovrano del Regno Unito in negative outlook, con una probabilità su tre di un subire declassamento nelle prossime settimane, e quindi di perdere il rating massimo. La mossa ha subito portato a volgere lo sguardo agli Stati Uniti, che stanno subendo una lievitazione del deficit indotta dalle nuove iniziative di spesa e dal vero e proprio crollo verticale di gettito fiscale causato dalla crisi. I timori per la sostenibilità fiscale della situazione hanno causato un arresto del forte (e quasi surreale) rally di borsa e il continuo aumento dei rendimenti dei titoli di Stato sulle scadenze intermedie e lunghe, tipicamente la decennale. I mercati guardano alla montagna di debito che dovrà essere collocata già quest’anno, e si chiedono da dove proverrà questa colossale somma. Dove troveranno gli Usa 10mila miliardi di dollari nei prossimi dieci anni per finanziare l’emissione prevista dei nuovi ti-

L’

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

toli di Stato, e che porteranno lo stock di debito a 21.300 miliardi, e ad una spesa di mille miliardi annui solo per interessi (pari al 25% degli incassi fiscali ed al 20% delle spese pubbliche previste)? Il tutto assumendo una crescita nominale del Pil del 4 per cento nei prossimi dieci anni.

Uno scenario inquietante, per usare un eufemismo. Per questo i mercati obbligazionari sembrano convincersi ogni giorno di più che questi deficit saranno difficilmente finanziabili, e che ad un certo punto

avuto per anni un gigantesco deficit commerciale, dove chi vendeva loro beni (Giappone, Cina, paesi produttori di petrolio) investiva il ricavato in titoli americani. Ciò ha permesso di tenere bassi i tassi d’interesse globali, stimolando crescita e consumi, ma anche l’indebitamento, che ha causato la bolla esplosa ormai da quasi due anni.

Oggi non è più così, e tutti i Paesi devono competere per prendere a prestito sui mercati, a fronte dell’esplosione dei deficit pubblici. Ma non possono farlo tutti contemporaneamente, o almeno indefinitamente. Ad un certo punto, i mercati chiederanno tassi sempre più alti, fino a rifiutare di sottoscrivere tutto o parte del nuovo debito. I governi alzeranno le tasse, deprimendo ulteriormente la crescita. Il gioco finirà con la necessità di monetizzare il deficit, e ciò farà crollare il dollaro oltre a scatenare una corsa alle materie prime, viste come riserva di potere d’acquisto. Naturalmente, questo è lo scenario estremo ed “inerziale”, che non considera la possibile ascesa di nuove potenze regionali, come Cina, India e Brasile, che potrebbero finire con l’assumere quel ruolo di locomotiva che gli Stati Uniti esercitavano globalmente. Ma non sarà comunque un processo indolore, per nessuno.

Sotto osservazione il rating del deficit britannico. E adesso si teme per i conti statunitensi, dopo il crollo verticale del gettito fiscale Usa i governi saranno costretti a stampare moneta. Oggi non è più possibile pensare di trarsi d’impaccio puntando sull’export. Come ha scherzato cupamente il Nobel per l’Economia, Paul Krugman, per tornare ai bei tempi andati occorrerebbe trovare altri pianeti su cui esportare, visto che sulla Terra ciò non è più possibile. Ci troviamo infatti in una condizione di crisi da eccesso di debito, che genera il “paradosso del risparmio”, in cui famiglie ed imprese tentano tutte di rientrare dall’eccesso di debito risparmiando di più, e ciò causa il crollo della domanda globale, vista l’interdipendenza dei mercati. Ma ciò produce anche il paradosso dei deficit: gli Stati Uniti hanno

Il caso di un comune del Casertano, su cui indaga la Guardia di Finanza

Lavori pubblici nella villa privata. Del sindaco n piena Tangentopoli circolava una barzelletta che faceva tanto ridere ma anche tanto piangere. Il raccontino comico era usato per illustrare lo stato di corruzione di politici, amministratori e affini. Ecco, più o meno, la barzelletta. Un tale ritornato al paese dopo tanto tempo trova molti cambiamenti e il suo amico di vecchia data che è diventato sindaco. Lo va a trovare a casa e rimane sbigottito: una villa sontuosa e lussuosa. Si congratula con lui per tanta bella affermazione e poi inevitabilmente gli chiede: «Scusa, Federico, ma come hai fatto a fare tanti soldi per costruire questa bellissima villa? Il tuo stipendio da solo non basta neanche per il garage. Come hai fatto?».

I

Il sindaco senza scomporsi più di tanto lo prende sotto braccio e lo avvicina al balcone. Apre la finestra e guardando il panorama gli dice: «Lo vedi quel ponte laggiù?». L’amico guarda, osserva, guarda meglio ma non vede nulla. «Quale ponte? Non vedo nulla. Non c’è nessun ponte lì». «Appunto», dice il sindaco. La barzelletta è cinica, ma non poi così lontana dalla verità dei fatti. I lavori pubblici sono serviti per tanto tempo a fare lavori privati. Acqua pas-

sata? Sì, ma sotto quel ponte mai costruito eppure costato una montagna di soldi. In un comune del Casertano, di cui taccio il nome, non solo la Guardia di Finanza in una sua inchiesta sugli appalti pubblici pare che abbia scoperto un giro di affari attraverso appalti pilotati, ma nell’ambito delle indagini pare che sia venuto fuori che le imprese edili destinatarie di appalti pubblici lavoravano gratis nella villa del sindaco. In una intercettazione telefonica il sindaco e l’imprenditore stabiliscono una serie di lavori da effettuare nella villa del sindaco. L’amministratore decide che ogni cosa deve essere fatta a carico dell’imprenditore, mentre lui ci metterà soltanto l’elettricista: «Ve la dovete vedere voi anche per l’intonaco», dice il sindaco, «e pure per i pavimenti, ve la dovete vede-

re tutta voi. Dalla A alla Z non ne voglio sapere niente, solamente l’elettricista è cosa mia». L’imprenditore, che se non lavora a casa del sindaco non lavora neanche al comune, ubbidisce: «Va bene». Questa elettrizzante conversazione è nelle mani degli inquirenti. Peccato che sia l’unica o quasi. I lavori pubblici nel Mezzogiorno d’Italia sono stati per tanto tempo l’unico volano di sviluppo (e sottosviluppo) di piccoli e grandi comuni. Dove l’economia dipende in larga parte dal pubblico e dalle sue commesse, là ci si trova in situazioni di grave corruzione. A volte occulta, nascosta, altre volte chiara, quasi normale. In particolare, l’abitudine a prestare mano d’opera in casa del sindaco o dell’assessore o del dirigente da parte dell’impresa non è percepita come una stranezza o irrego-

larità. L’imprenditore sente quasi il dovere di mostrarsi riconoscente e si mette a disposizione per qualche lavoretto. Cose di poco conto che, a volte, possono diventare più significative.

L’intreccio tra il pubblico e il privato si confonde, i confini diventano molto incerti e confusi e non si sa più cosa sia il pubblico e cosa il privato. Il sindaco della barzelletta, uno squattrinato diventato ricco, non è poi un’esagerazione irrealistica. Non ci sono più i sindaci e gli amministratori di una volta: quelli che non miglioravano sensibilmente il loro tenore di vita, quelli che avevano una modesta utilitaria e al massimo la permutavano con un’altra macchinetta, quelli che non erano poveri ma non venivano neanche colpiti da una botta di improvviso e ostentato benessere. Demagogia? Macché. Normale uso di mondo della nostra provincia. È qui che la politica inizia il suo corso come carriera e non come servizio. Il politico locale ben presto matura questa convinzione, ben ricambiata purtroppo dai suoi concittadini: che non è lui ad essere al servizio della sua comunità ma è la sua comunità a doverlo servire. Anche con dei lavoretti di intonaco alla villa.


panorama

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Welfare. Non sarebbe la prima volta che in Italia si attua un blocco di fatto. Ma per quanto tempo? E in cambio di cosa?

Licenziamenti, sì alla moratoria (per un po’) di Giuliano Cazzola sicuramente una buona tattica politica quella di raccogliere d’acchito il solenne monito del Papa e rivolgersi al sistema delle imprese chiedendo una moratoria nei licenziamenti. Soprattutto quando l’opposizione non è riuscita ad andare oltre la richiesta di un’indennità di disoccupazione uguale per tutte le tipologie lavorative, precari compresi, addirittura proponendo che per Finanziarla si usasse parte delle risorse che il governo aveva acquisito per finanziare la cassa integrazione cosiddetta in deroga.

go contrattuale per le imprese di seguire certe procedure in caso di licenziamenti sia collettivi che individuali – l’apparato produttivo e quindi anche gli organici furono sottoposti a drammatici processi di ristrutturazione finalizzati a riconvertire fabbriche drogate da decenni di autarchia e dalle produzioni belliche, caratterizzate da organici pletorici, trasformandole in aziende rivolte alla produzione di quei beni di consumo durevoli – destinati ai mercati internazionali prima, a quello interno poi – che fecero da traino, pochi anni dopo, al miracolo economico.

È

Se fosse passata la linea del Pd e della Cgil, oggi avremmo qualche collaboratore disoccupato col beneficio di un assegno più robusto, mentre centinaia di migliaia di lavoratori sarebbero stati licenziati, dal momento che sarebbe stato quella della risoluzione del rapporto il percorso da seguire che veniva indicato ai datori. Non a caso però abbiamo parlato di tattica (in vista delle elezioni) e non di strategia. Ben vengano infatti le moratorie che allontanino

Se fosse passata la linea del Pd e della Cgil, oggi avremmo qualche assegno di disoccupazione e centinaia di migliaia di lavoratori a casa sempre di più lo spettro del licenziamento e della disoccupazione e mantengano la manodopera legata alla azienda il più a lungo possibile. Ma per quanto tempo? E in cambio di che cosa?

Non sarebbe la prima volta che in Italia si attua un blocco

sostanziale dei licenziamenti. Nell’immediato secondo dopoguerra fu addirittura disposto in modo obbligatorio in cambio di una moratoria delle retribuzioni. Ma quando ebbe termine – nonostante il quadro di regole ottenuto dai sindacati di allora per uscire dal blocco, consistenti nell’obbli-

Tra la fine degli anni ’40 e i primi anni ’50 l’industria italiana fu sconvolta da decine di migliaia di licenziamenti (che diedero luogo al tessuto della piccola impresa artigiana), le fabbriche cambiarono pelle e fisionomia, pur in assenza di una rete di ammortizzatori sociali. Vi furono conflitti molto aspri con tanti morti ammazzati. Si trattò dei sacrifici necessari a garantire il risanamento prima, lo sviluppo poi. Anche nel decennio intercor-

Regioni. Dopo un crescendo di liti e incomprensioni, il governatore azzera la giunta. Ma non ci sarà un ribaltone

Lombardo sospende la partita siciliana di Errico Novi

ROMA. Forse c’è una coerenza simbolica, nell’atto traumatico con cui ieri il presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo ha annunciato lo scioglimento della giunta. Il suo Movimento per l’autonomia è nato in modo altrettanto imprevedibile, con un nome è un’affermazione elettorale sorprendenti: adesso il governatore spinge alle estreme conseguenze il principio della singolarità insulare, provando a riportare in un sistema ormai cambiato una ritualità da Prima Repubblica. Non si tratta di una valutazione necessariamente spregiativa, perché le condizioni in cui si era ridotta l’alleanza (fortemente maggioritaria) formata dagli autonomisti di Lombardo, dall Pdl e dall’Udc non erano più compatibili con le urgenze amministrative. Ma certo il terreno in cui si è deciso di giocare la partita è quanto meno inusuale rispetto alle esperienze del localismo degli ultimi anni.

ci sta», ha detto il presidente siciliano, innescando un gioco dietrologico che alcuni, compreso il coordinatore del Pdl Giuseppe Casiglione, hanno associato al “milazzismo”. E incece no, non ci sarà un accordo con il Pd di cui pure è sembrato a un certo punto legittimo sospettare, visto che alcuni provvedimenti non secondari erano passati, all’Assemblea regionale, con l’appoggio

«Riparto con chi ci sta», dice il presidente, «ma il Pd resta all’opposizione». Il Pdl accusa: «È uno spot per le Europee giocato sulla pelle degli elettori»

Fino al tardo pomeriggio di ieri agli assessori non era ancora arrivata le revoca delle deleghe. È stata subito messa sul tavolo, invece, la formula magica: «Riparto con chi

dei democratici e il dissenso non solo dell’Udc ma di buona parte del Pdl (fatta eccezione per la componente di Gianfranco Miccichè). Il primo momento di tensione si era verificato con la legge di riforma degli Ato, cruciale per la gestione dei rifiut. Nella conferenza stampa di ieri mattina però Lombardo ha subito avvertito che non pensa di ribaltare le alleanze dell’anno scorso: «La nuova giunta sarà composta da forze politiche e da esterni. Il Pd? Ha fatto una scelta di opposizione che spero costruttiva, è una forza politica seria, e poi bisogna ricostruire sulla base della lealtà».

Intanto vorrebbe sgombrare il campo dai veleni di chi, secondo il presidente, «ha sviluppato in aula e fuori un’oggettiva opposizione al mio governo». Si riferisce a quelli che «consigliano male Berlusconi in questo momento» e ai quali il premier dovvrebbe stare attento «perché in una fase di difficoltà come questa non è detto che se li trovi sempre vicino. Io invece ho cominciato il mio rapporto con Silvio proprio quando lui aveva bisogno di aiuto». Giuseppe Castiglione e Ignazio La Russa replicano con un’interpretazione maliziosa: «Lombardo vede lontano il traguardo del 4 per cento alle Europee e fa questa mossa anche per scuotere l’elettorato. Non dovrebbe utilizzate la Sicilia a fini come questo». L’azzeramento sarebbe insomma un mega-spot dell’ultima orta. Più misurata la posizione dell’Udc, che con il suo segretario regionale Saverio Romano lascia «al presidente la responsabilità della sua proposta politica, che ci riserviamo di valutare al momento opportuno».

rente tra i primi anni ’80 e i primi anni ’90, l’apparato produttivo subì un imponente processo di riconversione: vi furono ben 450mila prepensionamenti (come sbocco per i lavoratori in esubero) per un onere a carico della collettività pari a 50mila miliardi di vecchie lire.

Prima di prendere decisioni che potrebbero rivelarsi rischiose è bene interrogarsi sulla natura, sulla durata e sugli effetti della crisi che stiamo attraversando. È senz’altro utile garantire al sistema produttivo un periodo di osservazione e di riflessione, assicurando ad esso un quadro di prestazioni sociali a sostegno del reddito, tale da consentire di «passare la nottata» senza prendere decisioni risolutive. Ma se la “nottata” dovesse essere lunga e buia, dobbiamo imparare a dirci la verità: rinviare oggi un taglio degli organici di qualche decina di unità (a cui vanno assicurati prestazioni economiche, interventi formativi e possibilità di reimpiego) può comportare di doverne tagliare centinaia in un domani prossimo.


mondo

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Elezioni. Manager, avvocati, giornalisti, politici di razza: sono i leader dei movimenti autonomisti del Vecchio Continente

Leghisti d’Europa Forti del consenso, difendono tradizioni e identità. Ma solo alcuni puntano su Bruxelles Geert Wilders

di Luisa Arezzo ed Enrico Singer a noi c’è Umberto Bossi che definisce l’Unione europea «una macchina burocratica apolide» sempre tentata di trasformarsi in un «superstato che vuole distruggere la sovranità dei popoli». Ma l’euroscetticismo non è malattia soltanto padana. Tra movimenti più o meno separatisti su base regionale - ce ne sono in Spagna e in Gran Bretagna come in Svezia - e partiti dichiaratamente nazionalisti, come quelli che già governano in Polonia e che potrebbero conquistare Olanda e Austria, la fotografia dell’Europa alla viglia del voto del 6 e 7 giugno somiglia a un campo di battaglia con tanti eserciti l’un contro l’altro armati. Sarà la crisi economica globale che ha scatenato la difesa degli interessi nazionali con l’illusione di scaricarne sul vicino gli effetti, sarà l’aumento del flusso dell’immigrazione che ha risvegliato la paura di perdere identità e posti di lavoro, ma le prossime elezioni continentali, le uniche che si tengono contemporaneamente in tutti i 27 Paesi dell’Unione, potrebbero riservare delle sorprese. E spedire a Strasburgo molte “facce toste” come vengono chiamate nei palazzi europei le persone che predicano la distruzione della Ue, ma poi corrono per entrare nell’emiciclo di Stra-

D

sburgo. La sorpresa più clamorosa, almeno secondo i sondaggi, si annuncia in Olanda dove è prevista la vittoria del Partito della libertà (Pvv) di Geert Wilders che potrebbe addirittura diventare il primo gruppo politico del Paese superando sia i laburisti che i popolari. Geert Wilders è un nazional-populista erede di quel Pim Fortuyn che fu assassinato nel 2002 alla vigilia delle elezioni politiche che segnarono l’ingresso sulla scena del suo movimento che è passato poi per diverse metamorfosi. Per molti versi simile è la situazione in Austria dove i due partiti nati dalla scissione del movimento di estrema destra di Joerg Haider (il Fpoe e il Bzoe), già nelle politiche del settembre 2008, hanno raggiunto il 30 per cento dei voti e adesso cercano di consolidare questo risultato. L’ultimo Eurobarometro avverte che l’astensione sarà forte e che meno della metà degli italiani è interessata alle elezioni. Geert Wilders/OLANDA No all’ingresso della Turchia. Ma, soprattutto, esclusione di due Paesi che già sono entrati nell’Unione: Romania e Bulgaria. Riduzione dell’esecutivo europeo a un solo commissario: quello per gli affari economici, dal momento che la Ue dovrebbe occuparsi soltanto

Heinz-Christian Strache

della moneta unica e della cooperazione economica. E, dulcis in fundo, soppressione del Parlamento di Strasburgo. Come programma per una campagna elettorale europea non c’è male. È vero che di partiti euroscettici ne esistono un po’ovunque in giro per il Continente, ma quello di Geert Wilders, in Olanda, li batte tutti. E rischia di diventare anche il primo partito del Paese, superando le due grandi formazioni tradizionali: i laburisti e i popolari. Di sicuro si lascerà dietro i liberali. Per un Paese che è tra i sei fondatori dell’Europa unita - con Italia, Francia, Germania, Belgio e Lussemburgo - il risultato previsto dai sondaggi si annuncia senza precedenti. Geert Wil-

realizzato un suo film, intitolato Fitna (conflitto in arabo), che denuncia il fondamentalismo islamico, cita le parti del Corano in cui si inneggia a «diffondere il terrore nei cuori dei nemici di Allah» (Surah 8, verso 60) e discorsi di imam che incitano al massacro di ebrei e infedeli, mostra immagini di impiccagioni, decapitazioni, linciaggi e attentati terroristici. Ma Wilders non segue soltanto il filone ormai battuto della difesa dell’identità nazionale di fronte all’invasione degli immigrati islamici («l’Olanda è piena» era già lo slogan di Pim Fortuyn), la sua battaglia politica cerca di fare breccia nel grande fronte moderato olandese, quello che, dopo essersi

La sorpresa più clamorosa si annuncia in Olanda, dove è prevista la vittoria del Partito della libertà (Pvv) di Geert Wilders che potrebbe diventare il primo gruppo politico del Paese ders si considera l’erede di Pim Fortuyn - che lanciò il nazionalpopulismo in Olanda e che fu assassinato nel 2002 - e del regista Theo van Gogh, ucciso nel 2004 dai fondamentalisti islamici che lo avevano condannato a morte per il suo film Submission in cui denunciava la violenza dell’Islam contro le donne. Anche Geert Wilders ha

Josef Bucher

affidato prima al laburista Wim Kok e poi al popolare Jan Peter Balkenende, si sente deluso e vessato dallo Stato. «Il mio si chiama Partito della libertà: libertà di fare con i propri soldi quello che si vuole. Gli olandesi pagano troppe tasse, addirittura il 50 per cento, mentre si dovrebbe avere il diritto di disporre del proprio denaro, gua-

Stefan Wallin

Alex Salmond dagnato con tanta fatica», dice Wilders che, a soli 45 anni, mira a diventare primo ministro. Per lui le elezioni europee sono soltanto il trampolino per le politiche che dovrebbero tenersi nel 2011. Ma che, nel caso di un risultato clamoroso il 6 e 7 giugno, potrebbero anche essere anticipate. Alex Salmond/SCOZIA Leader del partito nazionalista scozzese. Dal 2007 è primo ministro in un governo di minoranza. Il suo partito, che rivendica l’indipendenza da Londra, è considerato di matrice socialdemocratica e alle elezioni del 2007 ha ottenuto il 32,9 % dei voti. Fu uno dei pochi britannici a opporsi ai bombardamenti Nato del 1999 sulla Serbia. Nato in una famiglia di impiegati statali, 55 anni, laureato in Economia e Storia, è stato dipendente della Royal Bank of Scotland. Sposato senza figli, Salmond è un fan di Star Trek e della musica country western. Ieuan Wyn Jones/GALLES Leader del Partito del Galles. Ex avvocato, 60 anni, laureato in Legge a Liverpool, è deputy first minister nonché ministro allo Sviluppo economico e ai Trasporti del governo regionale. Il partito che guida, seconda forza del Galles, chiede l’indipendenza da Londra senza

Bruno Valkeniers


mondo

Ieuan Wyn Jones l’abbandono della Ue. Gran camminatore e appassionato di storia locale, dopo la laurea ha girato l’Europa con la Hillman Imp, una vecchia utilitaria. Sposato, ha tre figli. Lech e Jaroslaw Kaczynski/ POLONIA Lech e Jaroslaw. I due gemelli Kaczynski hanno retto insieme la Polonia - unico caso in Europa e nel mondo - per poco più di un anno: dal 14 luglio 2006 al 16 novembre 2007. Adesso nelle stanze del potere è rimasto sol-

Lech e Jaroslaw Kaczynski

Vaclav Klaus

Arturo Mas I Gavarrò

Donald Tusk era alleata del partito di Lech e Jaroslaw Kaczynski anche nel precedente esecutivo. Con una differenza sostanziale, però: anche se profondamente nazionalista, Piattaforma Civica è meno euroscettica del partito Diritto e Giustizia. Le elezioni prossime diranno chi è più gradito ai polacchi.

zione giovanile nel 1977, dopo la fine della clandestinità del partito. Dal 1994 al 2005 è membro del Parlamento basco; dal novembre del 2007 conquista, con un consenso trasversale alle varie correnti del partito, la presidenza. È sposato con tre figli ed è specializzato in Filologia basca.

Arturo Mas I Gavarrò/SPAGNA Presidente di Convergenza e Unione, federazione di partiti catalani e moderati. Laureato in Economia, ex manager di

Heinz-Christian Strache e Josef Bucher/AUSTRIA Hanno molto in comune, ma si odiano perché sono più che concorrenti: sono i due leader alternativi della nuova destra nazional-populista austriaca. Tutti e due hanno cominciato a fare politica seguendo Jeorg Haider, il governatore della Carinzia che, nel 1999, ottenne il 30 per cento dei voti con il suo Freiheitliche Partei Oesterreichs (Fpoe, Partito della libertà austriaco) che appoggiò fino al 2002 il governo del cancelliere popolare Wolfgang Schuessel tra le proteste dell’Unione europea che vedeva in questa alleanza il pericolo del ritorno al potere di un partito di ispirazione nazista. O che, almeno, del nazismo salvava alcuni aspetti. Adesso che Jeorg Haider non c’è più - è morto l’11 ottobre del 2008 in un incidente stradale Heinz-Christian Strache e Josef Bucher si contendono la sua eredità. Soprattutto il suo record di voti che nelle ultime elezioni le due costole della destra nazional-populista hanno, comunque, già sfiorato. Strache, 40 anni, di professione odontotecnico, è alla guida del Fpoe che, nel settembre del 2008, ha ottenuto il 17,5 per cento dei voti. Bucher, 43 anni, già responsabile del turismo in Carinzia, è alla testa del nuovo partito che lo stesso Haider fondò nel 2005 dopo la scissione dal Fpoe: la Lega per il futuro dell’Austria (Bzoe, Buendnis Zukunft Oesterreich) che nelle ultime politiche ha ottenuto il 10,7 per cento dei voti. Molti osservatori sono convinti che, alla fine, questi due partiti finiranno per fondersi dando vita a quella che potrebbe essere la prima formazione politica austriaca di fronte a socialdemocratici e popolari, ora alleati al governo. Per il momento, Stra-

Strache e Bucher, austriaci, sono più che concorrenti: sono i due leader alternativi della destra nazional-populista lanciata nel 1999 dal governatore della Carinzia Jeorg Haider, morto in un incidente tanto Lech, presidente della Repubblica dal 2005. Jaroslaw, che è stato primo ministro, ha lasciato la guida del governo a Donald Tusk perché il suo partito Pravo i Sprawiedliwosc (Diritto e Giustizia) - che, naturalmente, è lo stesso del fratello gemello - nelle elezioni del 21 ottobre 2007 perse la maggioranza che fu conquistata da Piattaforma Civica (Platforma Obywatelska) con il 41 per cento dei voti. In realtà, anche con un solo gemello, la linea ipernazionalista della Polonia non è cambiata: Piattaforma Civica di

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un’industria californiana, 53 anni, è stato Primo ministro della generalità della Catalogna dal 2001 al 2003, anno in cui alle elezioni regionali Convergenza e Unione ha perso la maggioranza assoluta e la guida del governo catalano. Ama la letteratura francese, soprattutto Victor Hugo, Verlaine e Baudleaire. Sposato, ha tre figli. Inigo Urkullu/SPAGNA Presidente del Partito nazionalista basco. Di famiglia operaia e nazionalista, 48 anni, ex insegnante, aderisce alla se-

Christian Engstrom

che e Bucher continuano a sfidarsi: dopo le europee, chi riuscirà ad arrivare primo potrebbe anche tentare il colpo dell’unificazione. Sui temi di fondo no all’ingresso della Turchia nella Ue, difesa degli interessi austriaci, no alla Costituzione europea - sono già uniti dall’euroscetticismo. Ma l’accusa di simpatie neonaziste, adesso, pesa su Strache e Bucher cerca di accreditarsi come il volto accettabile dell’estrema destra. E la partita a due è aperta. Stefan Wallin/FINLANDIA Presidente del Partito del popolo svedese. Laureato in Scienze sociali, 42 anni, già caporedattore e editorialista del più antico quotidiano finlandese nonché membro della delegazione delle Nazioni Unite, attualmente è ministro della Cultura e dello Sport. Figlio di un libraio e di una guida museale, dal 2006 è al timone del partito degli svedesi di Finlandia, che alle politiche di due anni fa ha ottenuto il 4,57 per cento dei voti. Sposato, due figlie, va in palestra, ama cucinare e tifa per l’Aston Villa. Bruno Valkeniers/BELGIO Presidente di Vlaams Belang, partito indipendentista fiammingo. Laureato in legge, 54 anni, ex manager al porto di Anversa, è da un anno alla gui-

Inigo Urkullu tare sgradevole con i suoi giudizi sempre al limite. Come quello che pronunciò per commentare il potere di Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia nella Ue: «Sempre loro! Gli stessi Paesi che nel 1938, a Monaco, consentirono lo smembramento della Cecoslovacchia». Vaclav Klaus è un provocatore? Un pazzo? Di certo il presidente della repubblica ceca è un personaggio scomodo che nella sua ruvidità, tuttavia, rappresenta un atteggiamento molto più diffuso di quanto non si pensi nei Paesi dell’Est europeo che sono entrati nella Ue con un obiettivo molto preciso. Mettere tra loro e la Russia di Putin lo scudo dell’Unione europea. Ma anche con la riserva mentale di ritrovarsi ancora vittime di quella “sovranità limitata” che li ha accompagnati prima sotto l’impero asburgico, poi sotto quello sovietico. Christian Engstrom/SVEZIA L’arrembaggio continua. I sondaggi dicono che il «partito pirata», formazione politica svedese che si batte per la libertà di espressione contro le leggi su copyright e censura, è a un passo dall’aggiudicarsi un seggio all’Europarlamento. L’ultimo sondaggio attribuisce alla giovane formazione il sostegno del 7,9% degli elettori del Pae-

Il belga Bruno Valkeniers, leader del partito indipendentista fiammingo, nel 2007 ha ottenuto il 19% dei voti nelle Fiandre, pari quasi al 12% nazionale. Il suo è il primo partito di Anversa da di Vlaams Belang, il partito indipendentista di estrema destra erede di Vlaams Blok, sciolto nel 2004 dall’Alta Corte belga per incitazione alla discriminazione e al razzismo. Nelle elezioni del giugno 2007 ha ottenuto il 19% dei voti nelle Fiandre, pari a quasi il 12% nazionale. È il primo partito di Anversa. Vaclav Klaus/REPUBBLICA CECA Qualcuno lo ha definito un “Berlusconi alla rovescia” perché non si affanna a piacere: al contrario, fa di tutto per risul-

se scandinavo, più del doppio rispetto alle rilevazioni di inizio mese. Nato sull’onda del malcontento per la condanna di 4 hacker svedesi che gestivano il sito Pirate bay, il risultato è qualcosa che sino a pochi mesi fa sarebbe stato assolutamente impensabile. Christian Engström, 49 anni, imprenditore informatico, è il principale candidato pirata al Parlamento Europeo. E gongola, visto che alla sua prima competizione elettorale, nel 2006, aveva incassato appena lo 0,6%.


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Hezbollah alza la voce e punta sui libanesi Parla con il popolo, si allea con i maroniti e Amal, tiene insieme la coalizione. Il 7 giugno può vincere di Antonio Picasso n Libano la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento - le urne saranno aperte solo la domenica 7 giugno - è entrata nella fase più calda. Lo ha dimostrato la visita a Beirut del vice-Presidente Usa, Joe Biden, la scorsa settimana. Ma soprattutto lo sta confermando l’atteggiamento di rinvigorita sfida che Hezbollah ha assunto proprio in seguito a questo viaggio. Il Segretario generale del movimento sciita, Hassan Nasrallah, ha attaccato nuovamente Israele e i governi occidentali che, a suo dire, interferiscono nella politica nazionale del Libano. Secondo i sondaggi, il“Partito di Dio”dispone di ottime carte per vincere. Da un anno a questa parte, infatti, sta portando avanti una strategia di acquisizione del sostegno popolare non unicamente in seno alla comunità sciita, ma anche da parte di quegli elettori, in particolar modo cristiani maroniti, che si definiscono stanchi della frammentazione etnica del panorama politico nazionale e, quindi, sono disposti a votare altri movimenti dai colori religiosi differenti rispetto ai propri. In questo senso, Hezbollah ha ottenuto il riconoscimento della piazza come

I

IL PERSONAGGIO

unico movimento di resistenza nazionale contro il“nemico israeliano”. Ha promesso all’elettorato una nuova politica di welfare, impostata sulla crescita dell’economia e su un benessere diffuso. L’occasione nasce dalla fase virtuosa intrapresa dal Pil del Libano (+3%, nel 2009 secondo le stime), dopo i lunghi decenni di guerra.Tuttavia, la fragilità della produzione nazionale rischia di risentire della recessione globale. In questi ultimi giorni, inoltre, Nasrallah, sta pressando ulteriormente sull’acceleratore. La recente scoperta di una rete di intelligence del Mossad attiva nel Paese non poteva giungere in un momento migliore. In questo modo Hezbollah ha rinnovato le

zione delle alleanze all’interno del Parlamento. Dando per scontato che quei 27 seggi andranno a costituire il nocciolo della coalizione sciita, a Hezbollah servirà comunque il sostegno di molti parlamentari appartenenti ad altre fazioni religiose.A sua volta, escludendo a priori una possibile convergenza di vedute fra sciiti e sunniti questi ultimi sono compatti nel blocco del partito di Saad Hariri, al-Mustaqbal - non resta che cercare tra i cristiani. In questo senso, l’alleanza con il Movimento Patriottico Libero (Mpl) di Michel Aoun, attualmente in Parlamento con 14 deputati, è una certezza. Tuttavia, se fossero confermate le attuali distribuzioni, la coalizione tra Amal, Hezbollah ed Mpl non avrebbe i numeri sufficienti per governare. C’è poi un ostacolo assolutamente svincolato dal risultato che emergerà dalle urne. Sempre la Carta costituzionale libanese prevede una rigida distribuzione delle più alte cariche dello Stato. Il presidente della Repubblica dev’essere maronita, il premier sunnita e il leader del parlamento sciita. Questo significa che, una volta costruita la maggioranza in Assemblea, Hezbollah dovrebbe essere anche capace di trovare un sunnita disposto a guidare un esecutivo dalle forti connotazioni sciite. Impresa tutt’altro che facile, questa. Infatti, il nuovo sospetto messo in evidenza dal settimanale tedesco der Spiegel - di un coinvolgimento delle milizie sciite nell’attentato del 14 febbraio 2005, in cui morì l’ex premier Rafiq Hariri, riduce sensibilmente le possibilità di dialogo tra le due confessioni islamiche. Nasrallah ha rispedito al mittente le accuse.Tuttavia, queste rischiano di far aumentare la tensione. In questo senso, il processo di normalizzazione politica del Paese, in cui le prossime elezioni dovrebbero rappresentare il risultato più concreto, resta in sospeso.

Nasrallah ha ottenuto il riconoscimento della piazza come unico movimento di resistenza nazionale contro Israele accuse sull’inefficienza dell’apparato di sicurezza nazionale che fa capo al governo Siniora. E ha potuto rimarcare la necessità di una sua forza armata schierata contro il“sionismo”, autonoma rispetto alle Forze Armate libanesi.

D’altra parte è da escludere l’eventualità che il“Partito di Dio”ottenga la maggioranza dei voti. La legge elettorale, infatti, prevede che alla comunità sciita spettino solo 27 dei 128 deputati complessivi. Una proporzione impostata ancora su un censimento datato 1932, che implica la spartizione di seggi tra Hezbollah stesso e l’altro partito sciita, Amal, che fa capo all’attuale speaker dell’Assemblea Nazionale, Nabih Berri.Tant’è che i membri di Hezbollah presenti nelle liste elettorali sono soltanto 11. Ne consegue che a fare la differenza saranno l’elezione di determinati candidati - grazie all’introduzione del maggioritario - e la successiva costru-

Herbert Demel. Conosce bene il Lingotto e ha un piccolo conto aperto con Marchionne, per volergli sfilare dalle mani l’affare Opel-Gm

La Magna carta dell’auto di Pierre Chiartano i chiama Herbert e di cognome fa Demel, oggi guida il gruppo Magna Styer. Sono gli avversari di Fiat nell’acquisizione di Opel-General motors. È un viennese di 55 anni che conosce bene il Lingotto, le sue strategie, i suoi punti di forza e le sue debolezze. Nel 2003 era stato l’ad del gruppo Giuseppe Morchio a chiamarlo a Torino per dirigere, come amministratore delegato, il comparto Fiat auto. Aveva fatto le valigie per arrivare alla corte degli Agnelli. È uno stratega e aveva subito puntato sui nuovi mercati, quelli emergenti, dove la domanda di mobilità su strada sarebbe cresciuta. È un organizzatore, in Fiat aveva diviso l’attività commerciale di ogni marchio e accentrato altre, come la produzione e la progettazione. Oggi, è responsabile della sezione Powertrain di Magna international, pensa in grande, al mercato globale e ha raccolto la sfida europea del Lingotto, dopo il colpo su Chrysler. Ha le sue carte, meglio sarebbe dire la sua carta: competenza, con quel pizzico di rivalsa che potrebbe fare la differenza, rispetto ad altri suoi colleghi. Uscì da Fiat appena dopo l’arrivo dell’uomo dei miracoli, Marchionne, che preferì tenere per sè anche quella divisione. Anche se inizialmente sembrava che tutti i poteri dovessero concentrarsi nelle mani di Herbert. Potrebbe dunque, avere un motivo in più di altri per combattere la sua battaglia contro gli uomini di

Mirafiori, dopo 18 mesi di onorato servizio sotto lo stendardo piemontese. Fu lui, nel 2004, appena un anno dopo il suo insediamento a raccogliere gli allori. Sullo splendido scenario di Place Vendome a Parigi, all’hotel D’Evreux, ritirava il premio «Auto dell’anno» assegnato alla piccola Panda. E proprio in quel periodo aveva una sua filosofia anticiclica.

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Da Vienna a Torino e ritorno. L’ad del gruppo austriaco ha incassato un’altro «no» politico, dopo quello della Merkel

Su esuberi e riduzione produttiva, dichiarava che «i cinque stabilimenti italiani non sono assolutamente a rischio di chiusura e i circa 44 mila dipendenti sono quelli giusti per affrontare l’impegno dei due milioni di veicoli prodotti annualmente». Oggi, che tutte le offerte per l’acquisizione della Opel dovrebbero essere «migliorate notevolmente», come ha affermato ieri il governatore del Nord Reno-Westfalia, Juergen Ruettgers, della Cdu, Herbert l’organizzatore potrebbe tirare fuori un’altra carta dal suo cassetto delle meraviglie. Il Nord Reno-Westfalia ospita uno degli impianti più importanti della Opel, quello di Bochum, dove si concentrerebbero gli esuberi – circa 2.200 unità – previsti dal piano del gruppo austro-canadese Magna. Per questo, la settimana scorsa, Ruettgers ha espresso un parere negativo sul piano Magna. Così oltre alla Mekel, il cancelliere tedesco che tifa per Torino, ora herbert se la dovrà vedere anche con Jurgen.


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Georgia, clima infuocato per la festa dell’indipendenza

Presidenziali: sconfitti gli ex comunisti vince l’opposizione filo occidentale

Bomba a mano contro una tv ostile a Saakashvili

La Mongolia batte Putin e festeggia da Gengis Khan

TBILISI. La giornata di oggi in Georgia non sarà come tutte le altre. Nel giorno delle celebrazioni dell’indipendenza georgiana, infatti, l’opposizione ha promesso “sorprese”, soprattutto per il contestato presidente Mikhail Saakashvili. Le manifestazioni ufficiali per la dichiarazione d’Indipendenza del 1918 si confonderanno o scontreranno con quelle proposte dall’opposizione che ha chiamato a Tbilisi tutti coloro che vogliono le dimissioni del capo di stato per ripetere un nuovo “9 aprile”, ovvero la grande mobilitazione del mese scorso. In attesa di quello che accadrà nelle prossime ore, la vigilia è stata segnata da un’esplosione contro la sede di una delle tv indipendenti, definita un “atto terrostico” dagli attivisti georgiani. Un’esplosione ha fatto saltare in aria la porta d’ingresso della rete televisiva georgiana ”Maestro” nel corso di una trasmissione in diretta contro il presidente, secondo quanto annunciato dalla polizia, ma la detonazione non ha causato danni a persone. La rete tv stava trasmettendo un talk show che solitamente è condotto dal fratello di uno dei leader dell’opposizione georgiana, che chiede da settimane le dimissioni del capo di stato. Le immagini mostrano uno dei presenti alla trasmissione che balza in piedi al rumore dell’esplosione prima che la produttrice urli di paura. In attesa delle sorprese annunciate, intanto l’opposizione ha vinto la sua prima battaglia contro il capo di stato, che aveva annunciato di voler sgomberare il centro di Tbilisi per le parate ufficiali. L’opposizione ha già proposto una data per le nuove elezioni legislative, che potrebbero svolgersi in contemporanea con le amministrative della capitale a ottobre. Per ora Saakashvili non ha commentato.

ULAN BATOR. Il candidato del principale partito di opposizione della Mongolia, Tsakhiagiin Elbegdorj del Partito Democratico, ha vinto le elezioni presidenziali che si sono tenute ieri. Il presidente uscente Nambariin Enkhbayar, del Partito Rivoluzionario del Popolo Mongolo (Mprp), ha ammesso la sconfitta, affermando in un comunicato che «rispetterà» il risultato delle elezioni. Il suo Partito, l’Mprp, rimane al governo ma l’elezione del populista Elbergdorj potrebbe complicare la situazione politica del Paese e incidere negativamente sugli investimenti stranieri. I risultati ufficiali ancora non sono stati annunciati ma i calcoli dei due partiti coincido-

Altro che alleati! Per lo Zar la Ue è solo un mercato Perché Mosca non vuole ratificare la Carta dell’energia di Strategicus l summit Russia-Ue di Khabarovsk è sostanzialmente fallito. Non tanto su base energetica in sé, quanto geopolitica. Infatti, secondo il presidente russo Medvedev «i partner aiutano i partner». Ciò significa che Mosca non considera ancora Bruxelles un alleato politico, ma un mercato e uno spazio economico da aggredire. Inoltre, lancia un messaggio chiaro a Bruxelles: giù le mani da Stati strategici quali Ucraina Bielorussia, Moldavia, Azerbaigian, Armenia e Georgia. Ma veniamo alla Carta energetica promossa dell’Unione. La Russia non intende ratificare la Carta, firmata nel 1994 da 49 paesi dell’Europa orientale e dell’ex-Urss e l’Unione europea, che mira a migliorare la sicurezza degli approvvigionamenti energetici e a ottimizzare la produzione, il trasporto e la distribuzione dell’energia. Il motivo è politico-finanziario. Politico, perché la Russia si considera unica superpotenza globale nel settore energetico. Il gas è russo e l’Europa dipende enormemente dalle forniture di gas russo. Pertanto, fintantoché le cose resteranno così, il Cremlino avrà sempre il coltello dalla parte del manico. Inoltre, il trattato della Carta energetica rappresenta un quadro di cooperazione internazionale. La politica energetica, iniziata da Putin e oggi proseguita da Medvedev, va nella direzione opposta.

I

gas russo un aiuto concreto, che garantisca la leadership della Russia come principale esportatore di idrocarburi in Europa, e che si dovrebbe tradurre anche in accordi bilaterali per approvvigionamenti energetici e investimenti finanziari, per permettere alla Russia di costruire gasdotti in grado di scavalcare l’Ucraina. Dal canto suo, Bruxelles punta ad un “multilateralismo dell’energia” ovvero ad una “democratizzazione energetica”, basata su accordi e regole certe e che non veda in Bruxelles il vassallo e in Mosca il padrone. Non vi è ad oggi possibilità che l’Ue rinunci a spingere la sua Carta dell’energia, che garantirebbe all’Europa una sicurezza energetica stabile e fuori da rischi geopolitici di possibili conflitti.

La distanza tra Mosca e Bruxelles non incide molto sulla politica energetica dell’Italia. L’accordo appena raggiunto tra Eni e Gazprom per il gasdotto South Stream - che attraverso il Mar Nero raggiungerà la Bulgaria per irrigare di gas mezza Europa, bypassando aree di transito ostili a Mosca - è parte di un collaudato piano industriale bilaterale italo-russo. La politica dell’Enel di guadagnare quote del mercato russo dell’energia ne è un’ulteriore dimostrazione. L’Italia si sta assicurando la propria sicurezza energetica stringendo accordi strategici con Mosca e, magari, sperando di guadagnarci qualcosa. Poco c’entra il multipolarismo energetico di Barroso. Prevalgono gli interessi nazionali, e l’energia - almeno per ora - è ancora una materia su cui i Governi nazionali hanno assoluta sovranità decisionale. E mentre Bruxelles spinge perché la sua Carta dell’energia sia ratificata da Mosca, così da minimizzare i rischi di possibili nuove “guerre del gas”, salvaguardando lo spirito dell’integrazione europeo, l’Europa non ha ancora creato un mercato unico e integrato dell’energia. Se Bruxelles non è in grado di tutelare i consumatori europei, ci penseranno gli stessi Governi nazionali. L’Italia lo sta facendo.

Approvato nel 1994 da 49 Paesi, il trattato migliora la sicurezza energetica e ottimizza produzione, trasporto e distribuzione del gas

Il Cremlino non intende mettere il proprio gas in troppe mani e utilizza l’arma degli idrocarburi per fare in modo che gli Stati che dipendono dalla Russia le riconoscano il rango e il ruolo di potenza leader. Finanziario, perché se è vero che il 90% del gas russo transita per l’Ucraina - ostile alla politica putiniana - è altrettanto vero che Kiev non ha i mezzi finanziari per poter resistere a una terza guerra del gas. Ne andrebbe, peraltro, della stessa sicurezza energetica dell’intera Europa. In buona sostanza, la Russia da sola non garantisce all’Europa che non ci saranno altre interruzioni di forniture del gas. Qui si gioca la partita. La Russia vuole dai Paesi europei interessati al

no nell’indicare il vincitore nel candidato del Partito Democratico. In attesa dell’annuncio della commissione elettorale, centinaia di sostenitori di Elbegdorj si sono riuniti sotto la statua del conquistatore mongolo Genghis Khan sulla piazza centrale della capitale, Ulan Bator. Il problema più immediato che il presidente ed il governo dovranno affrontare è quello del progetto da tre miliardi di dollari di sviluppo delle miniere di Oyu Tolgoi, che dovrebbbe essere realizzato dalla canadese Ivanhoe Mines e dall’australiana Rio Tinto. La Mongolia è un Paese povero, popolato da circa tre milioni di abitanti in larga parte ancora nomadi, ma dispone di grandi riserve di rame, oro, uranio, piombo, zinco e carbone. Liberatasi della tutela della vicina Urss, che si è dissolta all’inizio degli anni Novanta, la Mongolia ha sviluppato un sistema democratico basato sui due grandi partiti nati l’uno, Mprp, dalle ceneri del Partito Comunista, l’altro, il Partito Democratico, da un gruppo di intellettuali filo-occidentali. Il Paese è stato sostanzialmente stabile e solo dopo le elezioni parlamentari dell’anno scorso si sono verificate delle violenze di piazza, rientrate dopo quattro giorni di stato di emergenza.


cultura

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Critici ritrovati. Fermo immagine sullo studioso che rianimò la Vallecchi e mise l’uomo al centro dei propri lavori

Il militante della letteratura Sporcarsi le mani in un corpo a corpo coi testi Ritorno alla lezione di Geno Pampaloni di Filippo Maria Battaglia on si può dire che Geno Pampaloni costituisca un’eccezione nella storia della critica letteraria italiana. Non lo si può dire perché in Italia, di critici senza cattedra sono rimaste tracce numerose e per altro assai significative. Eppure, Pampaloni è stato uno dei pochi che ha esercitato quel magistero quasi esclusivamente su quotidiani e periodici, guadagnandosi meritatamente la qualifica di «critico giornaliero» (come recita il titolo della bella antologia pubblicata tempo fa da Bollati Boringhieri per le cure di Giuseppe Leonelli).

N

Pampaloni nasce a Roma il 25 novembre del 1918. I suoi genitori sono entrambi toscani, e infatti vive a Grosseto per poco più di quindici anni, frequentando il locale liceo classico. «Avevo un amico - racconterà in occasione dell’ottantesimo compleanno Tullio Mazzoncini, che mi metteva a disposizione la sua ben fornita e aggiornata biblioteca. Davanti a casa mia c’era il negozio del libraio e giornalaio Nimo, che mi lasciava leggere libri e riviste. C’era poi la piccola biblioteca dell’Istituto fascista di cultura che è stata la mia prima università. Leggere è stata sempre per me una grande passione, che mi ha compensato dei viaggi che non avevo il denaro per fare. Ho quindi letto molto; potrei dire che i libri sono stati la mia balia, dal cui petto mi sono abbondantemente nutrito». Da Grosseto a Firenze: la formazione del giovane Geno passa anche per il capoluogo toscano. È lì che si reca per iscriversi alla facoltà di Lettere (tra i suoi compagni di corso, Momigliano, Devoto, Pasquali, Migliorini e Rodorico) per poi trasferirsi nell’ateneo pisano, allievo della Scuola Normale, dove si laurea con una tesi su Gabriele D’Annunzio discussa con Luigi Russo. Ufficiale dell’esercito dal luglio 1939 al novembre 1944, nei mesi successivi alla Liberazione lavora a Roma al Ministero per l’Italia occupata. Le collaborazioni giornalistiche sono inizia-

te da tempo: nella seconda metà degli anni ’30 scrive per il Telegrafo diretto da Giovanni Ansaldo; nell’immediato dopoguerra è redattore dell’Italia libera di Aldo Garosci e Leo Valiani. Sciolto il partito d’Azione, che di quella testata è proprietario, Pampaloni insegna per due anni nel vercellese in una scuola di avviamento professionale. E proprio in quegli anni inizia l’attività di critico letterario, collaborando al Ponte di Pietro Calamandrei e a Belfagor di Luigi Russo. Su questo periodico pubblica il primo intervento di rilievo, dedicato ad uno dei suoi autori più amati: Corrado Alvaro. Come ha acutamente notato Giuseppe Leonelli, «possiamo, os-

furee, e per questo assai diverse da quelle del nostro, che indugia soventemente sul ritratto o sul giudizio d’insieme: «Se Croce si libera quasi subito dei suoi sottoposti, non importa se dannati o beati, e va ad auscultare, quando la trova, e da par suo, la poesia, sdegnando la struttura, di cui non sa che farsi, Pampaloni, ancora meglio di Pancrazi, espresso il suo giudizio come atto di onestà verso il lettore e anche sano principio di relativizzazione, risale dal libro all’uomo, cerca di parlare con lui, si sforza di capire che cosa l’ha portato a quel libro, entra nella sua casa, s’affaccia sul suo mondo, prova a stabilire a chi assomigli, si fa tutte le domande che un libro, qualsia-

Disse di lui Leonelli: «Risale dal libro al lettore, cerca di parlare con lui, si sforza di capire che cosa l’ha portato a quel libro, entra nella sua casa, s’affaccia sul suo mondo» servando il testo da vicino, notare le caratteristiche che danno già pienamente la misura, quasi lo specimen, di un modo di fare critica che resterà sostanzialmente inalterato con il trascorrere degli anni e il progredire delle esperienze. Il critico esce allo scoperto con un giudizio puntuale, inequivocabile e subito argomentato, espresso in prima persona, con garbo ma con chiarezza. È questo un modulo che rimarrà fondamentale in Pampaloni e costituirà sempre la spina dorsale dei suoi saggi. Ne possiamo rintracciare l’origine nello stile di Croce…; e Croce vuol dire l’archetipo, se non il modello, di ogni critico militante attivo nel nostro secolo». Eppure, a ben vedere, l’equazione che avvicinerebbe il giudizio di Pampaloni al filosofo di Pescasseroli ha bisogno di un’ulteriore messa a fuoco. È ancora Leonelli a notare come le valutazioni di Croce sono sempre assolute e sul-

si libro, quale che sia il suo valore estetico, può ispirare». Anche il critico, dunque è uno scrittore. Così, se il libro non può mai diventare un pretesto, è certo invece come esso si presenti sempre come una straordinaria occasione per una riflessione colloquiale, quasi «domestica», sulla letteratura. Di qui, la fortissima avversione nei confronti del «critichese», linguaggio astruso e troppo figurato, che deve lasciare spazio

all’inevitabile riferimento testuale: «Una recensione - noterà il critico - si valuta, a mio parere dalla scelta, dal florilegio, dal “prelievo” delle citazioni, attraverso le quali il cronista dà conto della sua lettura: l’itinerario del discorso dello scrittore, la qualità stilistica, la libertà inventiva, la coerenza. E al tempo stesso mette il lettore nella condizione di giudicare egli stesso se l’interpretazione è convincente o arbitrariamente personale». Con Pampaloni, il critico diventa militante nell’accezione più profonda ed ultimativa del termine. Si sporca le mani con il testo, argomenta i propri giudizi, rischia la propria credibilità nei confronti del lettore. Per questo, la recensione diventa «solo» un lavoro di servizio in favore di chi la legge, con un’ imprescindibile missione, quella di orientare. È naturale allora come l’attività di critico quotidiano sia assai contigua agli incarichi di consulenza e direzione editoriale, in cui Pampaloni sembrerà trovarsi sempre a suo agio. Nel novembre del 1948 accetta da Adriano Olivetti l’incarico di direttore della Biblioteca di fabbrica ad Ivrea, occupandosi tra l’altro del Movimento Comunità e dirigendo il settimanale La via del Piemonte. L’esperienza editoriale vera e propria arriva invece all’inizio degli anni ’60, quando è chiamato per rianimare la Vallecchi (negli anni del suo mandato, l’edi-

tore fiorentino ospiterà scrittori del calibro di Tommaso Landolfi, Ignazio Silone, Anna Maria Ortese, Angelo Fiore, Ernesto Balducci) per poi passare alla Edipem, costola scolastica della De Agostini. Pampaloni, però, non smetterà mai di scrivere e di recensire: dapprima collaborando all’Espresso e a Epoca, poi scrivendo per il Corriere della Sera e infine divenendo per poco meno di un ventennio il critico letterario di riferimento del Giornale di Montanelli, dalla fondazione del quotidiano fino alla rottura dei rapporti tra il giornalista di Fucecchio e Silvio Berlusconi.

Più di mezzo secolo di attività, in cui non saranno sporadiche le incursioni nella narrativa, stavolta nelle vesti di scrittore. Fedele alle amicizie (1984) e Bonus Malus (1993) saranno la testimonianza, in forma autobiografica, di una vena affabulatoria garbata e mai sopra le righe. Sarà però l’attività di critico giornaliero a conferirgli autorevolezza, riscuotendo inattese simpatie anche sul fronte accademico. Oltre ad Alvaro, restano ancora oggi attualissimi i giudizi su Cesare Pavese, di cui Pampaloni si occuperà più volte nel corso della sua attività. Riguardo all’autore de La luna e i falò, osserverà, «non si tratta tanto di dare importanza alle idee: quanto a un atteggiamento spirituale, a un atteggiamento spirituale, ad


cultura

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La accesa polemica tra lo scrittore e l’Unità

Quando difese «Il Gattopardo» di Pier Mario Fasanotti uella faccia paffuta da dove spuntava uno sguardo rispettoso verso tutti, in specie verso chi si danna l’anima per scrivere un romanzo, era il vero “cronista” della critica. Come ebbe a notare il critico Luigi Preziosi, per Pampaloni «la relazione tra vita e letteratura aveva un valore assoluto».

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una strenua volontà e capacità me più corroborante. Vorrei saA sinistra, di testimoniare, ad un modo di per essere sottile e insinuante un’immagine porsi di fronte alla vita e al decome Giacomo Debenedetti, del critico stino umano. Con tutte le conmaestro capriccioso e talvolta e scrittore italiano traddizioni in cui fu irretita la capzioso, ma sicuramente maeGeno Pampaloni. sua esistenza, egli ha costruito stro, che mi ha insegnato, tra le A destra, per molti una presenza morale, molte altre cose, lo splendore la locandina una voce che si alimentava delorgoglioso della scrittura di del film le nostre stesse difficoltà e imGiacomo Noventa. Certamente “Il Gattopardo” potenze e nostalgie». Nella moil Novecento rimarrà il secolo diretto da Luchino numentale produzione, trovedella critica, aperto da BeneVisconti. In alto, ranno poi spazio i giudizi sordetto Croce e illuminato da un disegno vegliati su Eugenio Montale Borgese, Renato Serra e via via di Michelangelo («bisogna davvero riconoscere sino a Ezio Raimondi e Cesare Pace che anche tra i post-montaliani, Garboli. Purtroppo, la grande almeno fino ad oggi, il più bracritica è un genere letterario in vo è sempre Monvia di estinzione, tale»), su Mario come altri valori Soldati «moralisacrificati all’effista in musica», mero e al successul «poeta dell’iso mondano. Chi Geno Pampaloni nasce il 25 novembre del 1918 a deologia» Pier sa se il nuovo seRoma. Di genitori toscani (il padre, Agenore, da cui Paolo Pasolini e colo saprà riscatil suo nome “Geno”, era un grossista di olii che esercisu Carlo Cassola, tare almeno alcutava la sua attività a Grosseto) visse a Grosseto dal ni di quei valori. definito neanche 1924 al 1939, diplomandosi al liceo classico. SuccesÈ un augurio che poi così paradossivamente studiò Lettere a Firenze (con Momigliano) faccio al futuro e, salmente «il più e a Pisa dove si laureò nel 1943 con una tesi su Ganel mio piccolo, sperimentale di briele D’Annunzio. anche a me stestutti». Quanto ai Critico letterario per tutta la vita, si caratterizza per so». Pampaloni suoi maestri, sarà una chiarezza di prosa che rivela l’assoluta attenzionon avrà il temlui stesso, in una ne al lettore, essendo Pampaloni per primo lettore po di verificare. prosa rievocativa per professione, rispecchiata anche nell’accuratezza Morirà il 17 genpubblicata sulla della scelta delle citazioni. Nazione il 20 febnaio del 2001 alPubblica pochissimi libri, rifiutando sempre l’invito braio 1999 a scril’ospedale fiorendi raccogliere in volume i suoi tanti articoli. Oltre a vere: «Insomma, tino di Ponte a “Fedele alle amicizie” (1984), il suo libro più famoso, per farla breve, la Niccheri. Il suo ricordiamo: “Adriano Olivetti: un’idea di democracritica mi ha fatto scetticismo, così zia” (1980), “Trent’anni con Cesare Pavese” (1981), molta compavelato e malinco“Buono come il pane” (1983), un commento ai “Prognia; e benché la nico, pare abbia messi Sposi” (De Agostini, 1988), “Bonus malus” mia “specialità” trovato una triste (1993), “I giorni in fuga” (1994). Muore a Firenze il sia la narrativa, il conferma nel di17 gennaio del 2001. fascino della probattito culturale sa critica è per odierno.

il personaggio

Di qui scaturisce l’immedesimazione, lo sforzo di comprendere le intenzioni di uno scrittore, l’appuntare quel che lui chiamava «il saliscendi» della prosa. Un bell’esempio di questa onestà di lettore e critico lo fornì esaminando Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, testo “scoperto” da Giorgio Bassani (allora consulente della Feltrinelli) dopo colpevoli silenzi, accuse sgangherate e pregiudizi politici verso un autore considerato non in linea nei confronti di una non bene chiarita “letteratura democratica”. O chiarita se la si legge “al servizio di”, la qualcosa è propaganda mascherata. Quando il romanzo andò in libreria, dopo la morte di chi l’aveva scritto, sull’Unità apparve una nota di Gian Carlo Ferretti, studioso finissimo ma imbrigliato da premesse legate alla sinistra più respingente, così ottusa da essere violenta contro coloro che si cimentavano in testi ove mancavano il sudore degli umili e la segnaletica della palingenesi storico-politica. Pampaloni riportò la frase di Ferretti, respingendola al mittente con molto garbo. Il quotidiano del Pci sosteneva che se Tomasi fosse vissuto qualche anno di più, sarebbe stato indotto a mutare le sue idee sulla natura dei siciliani dalla avvenuta costituzione del governo unitario dell’on. Milazzo. Pampaloni risponde: «La storia, anche quella letteraria, non si fa con i “se”: e tuttavia sembra oltremodo improbabile che la biografia del principe Fabrizio Salina (principale personaggio del Gattopardo, ndr) sarebbe stata riscritta in odio alla “cricca fanfaniana”». Quanto ai passi del Gattopardo da leggersi in chiave “reazionaria” - per esempio la famosissima frase del principe «se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che cambi tutto» - Pampaloni ricorda una cosa molto ovvia, ma da molti dimenticata, ossia il riferimento alla Sicilia del 1860. Più in generale c’è il cinismo ma-

linconico dell’autore che fa dire a Don Fabrizio: «…e dopo sarà diverso, ma peggiore». Lo scrittore siciliano descriveva la situazione di un secolo prima, ma con l’attenzione vivida all’«alternanza tra passato e presente… lo sbarco del 1860 è anche quello del 1943, la nuova classe dei piemontesi è anche quella del fascismo e del post-fascismo, la speranza di una nuova vita è anche quella della Liberazione». Le «punzecchiature antistoricistiche» del Principe di Salina, e del suo autore, non possono certamente iscrivere Il Gattopardo al-

Il quotidiano del Pci sosteneva che se Tomasi fosse vissuto di più, avrebbe mutato le sue idee sulla natura dei siciliani la teorica letteratura democratica. Ma, avverte il critico, «Tomasi crede alla possibilità del bene di agire nella storia, anche se non crede affatto ai «valori collettivi del “progresso”». Pampaloni, come sua abitudine, cita tra virgolette i passi del libro.

E si chiede: «Ma davvero possiamo chiamare reazionario uno scrittore di questa forza?». E giunge alla conclusione, del tutto originale, che i «pensieri sgradevoli» contenuti nel romanzo illuminino «la desolata e quasi cristiana coerenza di Tomasi che se di fronte alla storia si chiude nella negazione e nel pessimismo fatalistico, riversa verso i personaggi (gli uomini) tutto il calore di una penetrante, consapevole e quasi solenne pietà».


cultura

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Viaggi d’autore. Adelphi pubblica “Tempo di regali” di Patrick Leigh Fermor. Dall’Olanda alla Turchia, passando per la Germania nazista

Memorie di un vagabondo

di Dianora Citi a madre dell’uomo che sarebbe diventato viaggiatore-scrittore, e maestro di Bruce Chatwin, non ci pensò due volte. La paura dei sottomarini ebbe la meglio sulla prepotenza dell’amore materno. C’era il pericolo, nel mezzo della prima guerra mondiale, che un siluro affondasse la nave e con essa l’erede maschio della famiglia. Fu così che nel 1916 la madre di sir Patrick Leigh Fermor detto Paddy, volendo, con la figlia, raggiungere il marito, geologo in India dove viveva, affidò il pargolo a una famiglia «molto semplice e gentile».

L

Doveva essere per poco. Passarono invece ben quattro anni. Che tipo di figlio ritrovò la signora Leigh Fermor, che rimase in Oriente per altri due anni dopo fine del conflitto? Lo racconta Paddy stesso: «Un piccolo selvaggio». Il bambino era cresciuto come il figlio di un contadino allo stato brado: dove aveva vissuto non esistevano ordini, obblighi, costrizioni, nessuna punizione, nessun dovere, nessun impegno. «Il ricordo di una felicità senza eguali», annotò lui stesso. Il risultato di quegli anni “sregolati” lo avevano reso inadatto a qualsiasi forma di costrizione. Il “piccolo Lord” covava dentro di sè il “diavoletto”. Come ogni famiglia dabbene si cercò di rimediare. A 10 anni fu visitato due psichiatri che consigliarono una scuola per “ragazzi difficili”. Certo non l’intelligenza mancava al futuro viaggiatore, quanto la capacità di riconoscere la disciplina, accettare le imposizioni del sistema scolastico. Da autodidatta divorò i classici greci e latini, si appassionò a Shakespeare e alla Storia. A 17 anni Leigh Fermor volle provare a entrare alla Reale Accademia di Sandhurst. Ma nel frattempo una rivista londinese aveva pubblicato una sua poesia. Alla fine dell’estate del 1933 la grande svolta. L’idea di diventare scrittore lo aveva stregato: «Già mi vedevo seduto a scrivere con determinazione e diligenza». Doveva però trovare la materia prima su cui intingere la penna. Di qui la decisione di «cambiare panorama: abbandonare Londra e l’Inghilterra, andare in giro per l’Europa come un vagabondo, ...come un pellegrino, un chierico vagante, un cavaliere povero». Viaggiare per scrivere. Lo studente svogliato pianificò il viaggio meticolosamente. Scelse l’itinerario (seguire il Reno e poi il Danubio per arrivare fino

a Costantinopoli), mise insieme il bagaglio con lo stretto indispensabile (cappotto militare e altri indumenti di lino e flanella, taccuini, quaderni da diseuna copia matite, gno, dell’Oxford Book of English

scafo. Fu «il mio primo atto di indipendenza... e il primo atto sensato della mia vita». Per moltissimi anni le sue imprese e quel che scrisse rimasero ignote al pubblico italiano. Pochi sapevano, tra l’altro, che

si presta fede ai precetti della psicologia. Ora l’editore Adelphi pubblica Tempo di regali (scritto nel 1977).

È il resoconto, a volte affascinante, a volte pedante per un

È il resoconto affascinante (anche se a volte pedante) di un lungo itinerario affrontato verso la metà degli anni Trenta. Quando gli orrori del nazionalsocialismo non erano stati ancora pienamente rivelati Verse, un volume con le Odi di Orazio e un sacco a pelo). E un passaporto nuovo di zecca: voleva che vi fosse scritto “vagabondo”, si accontentò della parola “studente”. L’8 dicembre 1933 partì per l’Olanda, in piro-

Fermor partecipò ad audaci imprese belliche, ispirando perfino Dick Bogarde nel film Colpo di mano di Stanley Moss, che dette un contributo generoso all’intelligence di Sua Maestà. Come del resto si seppe tardi che Bruce Chatwin lo adorava a tal punto da chiedere di far seppellire le sue ceneri vicino alla casa dell’uomo che considerava guida e ispiratore.

Il suo libro del 1958, Mani

La copertina del libro “Tempo di regali”. Sopra, un’illustrazione di Michelangelo Pace

(Adelphi 2006), lo ritrae in un angolo sperduto del Peloponneso. A chi giudicò bizzarra quella scelta, Fermor rispose in modo schietto: «Mi piacciono i greci, i pastori con cui ho condiviso un anno e mezzo di guerriglia partigiana a Creta, e quelli internazionali che ho frequentato in altri momenti ad Atene». La capacità di adattarsi ad ambienti e persone culturalmente assai lontane dal suo luogo natìo derivò indubbiamente dall’educazione selvaggia e libera dei suoi primi anni di vita, quelli più importanti se

eccesso di particolarismo storico, della prima parte del viaggio di Fermor dall’Olanda fino a Costantinopoli. Siamo nella metà degli anni Trenta. A fine testo si legge “continua”: il viaggiatore sta per lasciare l’Ungheria e «la congiura delle ombre» che muta l’aspetto del grande fiume. Si dovrà attendere il seguito, ossia la cronaca dell’arrivo a Bisanzio “verde drago”, città «ossessionata dal serpente e tormentata dal gong». Fermor percorre il Reno e il Danubio, la vera acqua che alimenta il mulino della sua immaginazione. La Germania gli si presenta con le bandiere nazional-socialiste, con i discorsi «minacciosi e risoluti» dei vari capetti di provincia. Ironizza sui nomi Germania e germi, sul ricordo infantile dei manichini del Kaiser. Ma lui, giovanotto inglese, come si trova nel paese dei discorsi paurosamente rauchi del Fuhrer? «Ero una bestia rara e oggetto di curiosità». E poi la confessione: «Mi trovai ben presto ad amarli, i tede-

schi». Il suo sguardo spazia dalle cattedrali gotiche alle tracce di una storia millenaria, senza escludere «le ragazze carine ma poco raccomandabili». A Coblenza intuisce il percorso della storia germanica: «Un certo numero di Camicie Brune era sparso in mezzo all’assemblea (persone che il 21 dicembre pensavano al Natale, ndr), con gli occhi bassi e il cappello in mano. Sembravano fuori posto. Avrebbero dovuto stare nella foresta, a ballare intorno a Odino e Thor...». Poco alla volta si accorge di un paese in radicale mutazione: «Erano accadute cose orribili da quando Hitler era salito al potere: ma la gamma degli orrori non era stata ancora pienamente rivelata. Lo stato d’animo prevalente era quello di una perplessa acquiescenza».

Parole profetiche, il ritratto fosco di una nazione in ginocchio dinanzi allo stregone politico. Tra mille meticolose ricostruzioni storico-architettoniche, Fermor coglie l’essenza dei luoghi. Praga, per esempio: «Qui non esiste praticamente strada che non sia stata macchiata da spargimenti di sangue di origine religiosa. Ogni piazza importante ha ospitato cerimoniose decapitazioni». C’è la visione d’insieme nelle sue pagine così dense di riferimenti al passato, ma anche l’intuizione del carattere sotterraneo di una città, di un Paese, di un’intera regione.


spettacoli

l coraggio del futuro» è stato il tema della terza edizione di “Officina Italia”, appena tenutasi a Milano, un’eclettica kermesse narrativa da laboratorio e, quindi, molte letture di lavori in corso e poche chiacchiere di contorno. Formula austera che ha buona presa se un pubblico composto per lo più da giovani ha colmato nelle tre serate una insostenibile palazzina liberty dove regnava una calura tropicale.

«I

Antonio Scurati, con Alessandro Bertante direttore della manifestazione, nella sobria apertura ha precisato come al tema indicato andava apposta una sorta di secondo emistichio, “prigionieri del presente”, e lo stato di prigionìa era particolarmente sentito agli oltre 30 gradi di temperatura. Condizioni climatiche che hanno fatto sì che, soprattutto nella prima serata, tra il verde del parco di Largo Marinai d’Italia dove ha sede la palazzina si svolgesse anche una sorta di contromanifestazione fatta di piccoli valzer tra editor e uffici stampa che curano le loro punte, come Michele Rossi (Rizzoli) a cercare la sua Mazzucco che non si vede, come non si è visto granché del gotha editoriale. Ci sono pacche e saluti un po’tra tutti prima di dare il via. Leggono nell’ordine Giorgio Vasta, Tiziano Scarpa (con un brillante dialogo teatrale tra Leopardi e uno studente alle prese con la licenza liceale), poi Pincio e la Mazzucco di cui sopra. Fino ad Ascanio Celestini che da par suo ha davvero calamitato l’attenzione dei molti stoicamente rimasti fino alla fine. Così lo stesso Scurati nel darci un consuntivo delle serate ha voluto ribadire paradossalmente quale è stata la cosa più positiva. «Se devo dire la verità il caldo, e non scherzo. Mi si è confermato in questa terza edizione quello che si poteva già intuire dalle prime due. C’è stato un pubblico numeroso e attento nonostante le condizioni davvero da serra – puntualizza me-

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Narrativa. Si è conclusa a Milano la terza edizione della kermesse letteraria

Un’Officina creativa per la scrittura di Francesco Napoli more del disequilibrio idrico creato dal microclima della sede di svolgimento – con un pubblico giunto per assistere a una manifestazione impegnativa culturalmente e presente solo per i contenuti. Riprova che quando in un orizzonte, compreso quello culturale, tutto basato sull’entertainment prevalgano contenuti seri la gente ci si appassiona».

Climaticamente poco è cambiato nella serata numero due, l’unica dove era previsto un minimo di teoresi sostenuta da una tavola rotonda sullo stato della narrativa italiana al tempo della cronaca. Così dopo l’avvicendarsi di Alfonso Berardinelli (Carne da progresso, appunti stilati all’epoca di Chernobyl e ancora a bollire

negli alambicchi dell’autore) e Marco Belpoliti, con un tratto tra il narrativo e il saggistico, le movimentate fantasie di Wu Ming, collettivo autorale nell’occasione incarnato da Roberto Bui, e Nicola Lagioia, lettore di un brano sugli effetti lobotomizzanti della televisione anni Ottanta e di Drive In, al momento del dibattito, durato fino all’ora delle streghe, non c’è stato il possibile e temuto fuggi fuggi. Se una riserva però è possibile avanzare è quella che i reading narrativi giocoforza obbligano ad alcuni artifici di montaggio che poi sulla pagina scritta vengono disciolti. È il bello della diretta, ma forse resta un limite, lo scotto da pagare

Qui sopra, il romanziere, drammaturgo e poeta Tiziano Scarpa. A destra, Melania Mazzucco, che nel 2003 ha vinto il premio Strega con il romanzo “Vita”

Una formula austera premiata da una buona affluenza di pubblico, soprattutto giovane. Malgrado il caldo insopportabile per sbirciare sul tavolo dell’autore. E Antonio Scurati cambierebbe qualcosa alla formula così austera della manifestazione? «Ogni anno, al termine del-

l’avvenimento, mi dico “non voglio farla più”. Però poi mi resta l’entusiasmo della risposta partecipativa del pubblico e dei protagonisti per cui ci ricado. Pur non avendo nel suo dna l’idea di istituzionalizzarsi, penso però che Officina deve osare il salto di livello. Volendo e forse dovendo, vista la risposta, continuare su questo solco ci sarebbe necessità di una presenza più costante nella vita culturale della città, trasformare Officina Italia in un punto di riferimento per Milano con un occhio all’Europa. Mi chiedo solo se il clima raro e alto respirato in questi giorni possa ripetersi anche con numeri più consistenti di pubblico».

Serata numero tre, giovani (Gaia Manzini e Simone Sarasso) e meno giovani (Paolo Di Stefano, Michele Serra e Nicolò Ammaniti per voce di Fabio De Luigi) hanno concesso ai tanti ancora lì, inchiodati dall’asfissiante serra della palazzina un saggio di quanto stanno coltivando, spero per loro in posti più freschi, e a Scurati, scrittore, in pole position per il prossimo Strega con il suo Il bambino che sognava la fine del mondo (Bompiani), viene quasi spontaneo al termine di tutto chiedere cosa da scrittore ricava da queste letture. «Sembra banale a dirsi ma è un momento imprescindibile di confronto. In fondo, le idee all’origine dei nostri romanzi sono quelle degli altri. Noi siamo come quegli artisti che mettono le cornici ai quadri. Per chi scrive vale la stessa regola delle arti figurative: sono storie ascoltate e messe tra contorni. Inoltre, più passa il tempo e più vedo le energie creative vere e vive come una sorta di élite rovesciata, sono poche e neppure al centro».


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale

da ”The New Yorker” del 01/06/2009

I duellanti di Gitmo di Jeffrey Toobin un duello a distanza quello fra il nuovo inquilino della Casa Bianca e l’ex vicepresidente Dick Cheney. Un match sicuramente squilibrato visto che Barack Obama sfrutta tutto il carisma politico fin qui accumulato e il secondo tenta di riemergere e di difendersi da un certo discredito. Anche la scelta fatta dai duellanti, sfrutta un simbolismo differente. Obama è apparso nella hall dei National Archives, nel sacrario dei documenti che incarnano il massimo delle aspirazioni per il governo. Mentre Cheney ha scelto un più rassicurante palcoscenico, nel think tank conservatore dell’American Enterprise, dove poteva contare su un pubblico amico. Ma la popolarità degli oratori non andrebbe confusa col gradimento dei messaggi lanciati. Il discorso del presidente è arrivato dopo una delle più dure settimane del suo mandato. Concentrata su uno dei punti chiave della sua presidenza: il ritorno dello Stato di diritto nella guerra al terrorismo. Obama ha corso per le presidenziali giurando che la prigione di Guantanamo sarebbe stata chiusa. Nella sua prima settimana d’insediamento ha valutato la possibilità che gli ospiti del carcere potessero essere trasferiti all’estero o rilasciati sul territorio americano, a partire dal mese di gennaio 2010. Mentre stava verificando i dettagli del progetto, il Senato gli ha fatto uno sgambetto. Ha silurato la richiesta di finanziamento di ottanta milioni di dollari che servivano per chiudere la struttura penitenziaria di Gitmo. Ha inoltre votato contro la possibilità che nessuno dei detenuti possa essere trasferito all’interno dei confini Usa. Una manovra che molti commentatori hanno qualificato più dura del solito, anche per gli standard del Congresso, visto che molti di quelli che hanno votato contro, appoggiavano la chiusura della prigione di massima sicurezza. Una

È

vicenda che aveva mandato nel pallone i legislatori già durante l’amministrazione Bush. La Corte Suprema aveva più volte bocciato i tentativi dell Casa Bianca di restringere le garanzie costituzionali di base nei confronti dei detenuti di Guantanamo. Era successo nel 2004, poi nel 2006 e nel 2008, dando così all’amministrazione una sorta di road map su come dovesse essere gestito una struttura penitenziaria. Il cuore del discorso di Obama è il tentativo di descrivere la soluzione di un problema che aveva messo alla corda le capacità morali e legali della presidenza Bush.

Da bravo professore di Diritto, quale è stato, Obama ha diviso i detenuti in «cinque categorie differenti». La prima, che suscita le minori controversie, include quei prigionieri che possono essere perseguiti da tribunali federali per reati penali. Non ci sono prove sufficienti per procedere all’istruzione di un processo per tutti i 240 “ospiti”di Gitmo. Per il secondo gruppo, Obama vorrebbe riesumare le commissioni militari, già utilizzati in passato, ma censurate dalla Corte Suprema per carenze costituzionali. Per un terzo gruppo, la Casa Bianca dovrebbe rispettare le direttive dei tribunali che hanno consigliato di rimetterli in libertà. L’ultimo e quarto plotone di prigionieri è formato da gente che già Bush aveva tentato di trasferire in centri di detenzione stranieri disposti ad accettarli. Poi Obama è entrato con i piedi nel piatto del problema. Esistono dei detenuti che rappresentano una seria minaccia per la sicurezza dell’America, ma che non possono essere processa-

ti a causa di una raccolta delle prove a dir poco lacunosa. Questa categoria di persone potrebbero anche essere detenuta a vita. Obama ha preso in considerazione una tale eventualità. C’è da ammettere che molti nell’amministrazione passata hanno cercato di risolvere il problema. Obama sembra emergere dalle ambiguità morali e legali della vicenda. Non sembra così per l’ex vicepresidente che ha deciso di usare un linguaggio codificato, dove il waterboarding diventa un «interrogatorio perfezionato», nella stessa maniera in cui si potrebbe affermare che la morte sia un «sonno perfezionato». Cheney accusa l’attuale amministrazione con gli stessi toni assertivi con cui dichiarava i collegamenti tra Saddam Hussein e l’11 settembre 2001. L’acume politico del conservatore non va però sottovalutato. E il voto asimmetrico del Senato lo dimostra. Dimostra anche come, sulla materia della sicurezza, Obama dovrà essere ancora più convincente in futuro.

L’IMMAGINE

Il Belpaese patisce il pietismo peloso e sinistro per clandestini e rei Il presidente rumeno Traian Basescu ha dichiarato: «L’Italia deve prendersela con se stessa e le sue leggi, se non riesce a tenere a bada i criminali, di qualunque colore siano». Il Belpaese dei balocchi è Eldorado buonista e perdonista. Il pietismo verso i rei costituisce implicita offesa e crudeltà nei confronti delle vittime. Per visibilità, un politico progressista ha visitato un detenuto reo confesso d’aver sequestrato, ucciso e squartato una giovane donna. L’italica comprensione giunge a tutelare il cane che sbrana il bambino. Per non essere insultato con il vocabolo imbroglione “razzista”, ognuno deve favorire, agevolare, preferire e capire l’immigrato. Si tollera l’ambulante abusivo, mentre si colpevolizza l’italiano che apre una finestra in casa sua. Carol Racz è stato brevemente incarcerato per lo stupro al parco della Caffarella e poi liberato. Sono chic la difesa aprioristica e la discriminazione positiva a favore dello straniero, che viene spesso considerato vittima del sistema.

Gianfranco Nìbale

LA STELLA DI DAVID La visita del Papa in Israele ha caratterizzato la sensazione che sia più facile dialogare di religione con l’Iran, che superare la barriera che impedisce di avere due stati, Palestina e Israele, contigui e pacifici. La polemica sulla reazione israeliana, si è assopita per fortuna, ma i razzi continuano a colpire lo stato di Tel Aviv, e nessuno trova un modo per fermarli. Il nostro governo è stato il primo a rilanciare attivamente la presenza internazionale e la necessità che la striscia di Gaza non sia lasciata a se stessa.

Gennaro Napoli

ISLAM E CIVILTÀ OCCIDENTALE Maroni ha respinto centinaia di clandestini partiti dalle coste libiche che stavano per entrare in

Italia. L’opposizione invece di gioire per l’applicazione del trattato con la Libia, grida al razzismo. Per spiegare la linea dura del governo agli amanti dell’illegalità e dell’insalata russa multirazziale, Berlusconi precisa che «la sinistra aveva aperto le porte; era ed è quella di un’Italia multietnica: la nostra idea non è così». Il capo del governo è tra i pochi uomini politici italiani ad aver compreso che il mito del “volemose ben interrazziale”è prima o poi destinato ad infrangersi sullo scoglio della conflittualità sociale. Come dimostrano i fatti di cronaca nera, italiani ed internazionali, le ostilità maggiori arrivano esclusivamente dai musulmani. Terrorismo e umiliazione delle donne, per fare un esempio, portano il copyright della mezza

Balenottera spaziale Strane creature si aggirano nello zoo celeste del cosmo, come questa specie di balenottera spaziale. Il “cetaceo” a 25 milioni d’anni luce da noi, è in realtà una galassia a spirale vista di profilo, chiamata NGC 4631. Meglio conosciuta come Galassia Balena per via della forma e di un altro curioso dettaglio: sopra brilla una piccola galassia, che ricorda gli sbuffi emessi dalle balene

luna. Fintantoché gli islamici prenderanno alla lettera il Corano, vale a dire: nessun rispetto per gli infedeli cristiani ed atei, lo scontro di civiltà arriverà ad un punto di non ritorno. Se i maomettani non riusciranno a disgiungere la politica dalla religione, e ad accettare il principio di laicità adottato dagli stati moderni, il sogno della convivenza

pacifica resterà una pia illusione. Se il flusso migratorio non si può fermare, si faccia almeno entrare solo chi è assimilabile e compatibile con la civiltà occidentale.

Gianni Toffali - Verona

FUGA DAI REGIMI TALEBANI Dal Pakistan alla Libia, scappano in massa da regimi talebani che rendono impossibile la minima

prospettiva di crescita umana e civile. Noi li stiamo respingendo in parte, suscitando dubbi e mugugni, ma riflettiamo sul fatto che è ingiusto che la comunità internazionale non ha saputo fare nulla di incisivo per queste limitazioni dei diritti umani, e poi critica chi vuole arginare l’induzione negativa del fenomeno sulla propria terra.

Bruno Russo


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

«Segui il tuo corso e lascia dir le genti» Mia carissima, mi è giunta una quantità di roba mandata da te: lettere, giornali e pacchi, non ancora i sigari, che aspetto con desiderio. Ogni cosa trova molto favore, specialmente i tubetti di marmellata.Tuttavia ti prego di non mandarmi più nulla, tranne forse dei sigari non troppo forti: voi avete urgente bisogno di denaro, mentre io ho quanto mi basta. Qui va tutto nel solito modo. Non darti pensiero. Le circostanze mi impediscono di mandarti ragguagli. Ho sospeso per due giorni di scrivere perché ero troppo stanco, e perché non avevo nulla da scrivere. L’irregolarità delle trasmissioni postali paralizza la volontà di scrivere. Non so come tu abbia potuto agitarti per quella apocrifa intervista, la quale del resto è già smentita. Se tu non impari a ridere di tutte le persecuzioni personali, se non prendi per norma il verso di Dante: «Segui il tuo corso e lascia dir le genti», non avrai mai pace finché sarai mia moglie. Perciò infischiati di costoro e consolati pensando che la ragione è dalla tua parte. E così siete andati a sentire il Lohengrin? I ragazzi ne hanno capito qualche cosa? Ormai Helmi ha già 14 anni... Il tempo è qui realmente da aprile, ma noi abbiamo stivali pesanti e solidi mantelli. Saluta tutti gli amici. Karl Liebknecht a Rosa Luxemburg

ACCADDE OGGI

POVERA ITALIA, POVERA EUROPA Mi immagino ciò che accadrà per le prossime elezioni: sbarramento al 4 o 5%; liste calderone Pd-Pdl con tanti attori, cantanti, sportivi, mezze calze, cartapecore. La cosa ha scatenato grandi bagarre. Attribuiamo peraltro la presenza di questi corpi estranei nella politica italiana alla totale spettacolarizzazione della stessa. Oggi non esistono nemmeno più le sezioni di partito! Esistono i club, le convention, tutta roba per tordi, copiata (male, peraltro) da culture che hanno una storia e dei riferimenti politicoculturali completamente diversi dai nostri. In questo modo dove volete che andremo a finire? Da nessuna parte: senza passato non c’è futuro. E non ci può essere futuro scopiazzando modelli esteri con l’intrusione nelle liste di personalità che con la politica la cultura politica c’entrano come i cavoli a merenda. Il professionismo e la passione per la politica sono dei valori. È ora che tornino in pista militanti e personalità che masticano politica dalla mattina alla sera. E poco importa se sono bocconian-plurilaureati o esteticamente avvenenti. Sì, perché c’è anche questa storia che si deve essere avvenenti, piacenti, non sgradevoli alla vista. Ma una persona la si valuta per ben altre qualità. E guarda caso nella Prima Repubblica i politici più capaci erano forse quelli meno avvenenti... Ma questo è un altro discorso. Tutto ciò per evidenziare come si sia deteriorato il contesto politico italiano nel

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Gloria Piccioni Stefano Zaccagnini (grafica)

26 maggio 1977 George Willig scala la torre sud del World Trade Center, a New York 1978 Ad Atlantic City apre il Resorts International, il primo casinò legale sulla costa est degli Usa 1982 L’Aston Villa vince la Coppa dei Campioni a Rotterdam, battendo il Bayern Monaco per 1-0 1983 Un terremoto di magnitudo 7.7 colpisce il Giappone, causando uno tsunami che uccide almeno 104 persone e ferendone migliaia 1986 La Comunità europea adotta la bandiera europea 1991 Un Boeing 767-300 della Lauda Air esplode sopra un’area rurale della Thailandia facendo 223 vittime 2001 Un TGV Réseau stabilisce il record di velocità ferroviaria media su lunga distanza, tra Calais e Marsiglia: 306.37 km/h di velocità media, 1067.2 km coperti in 3 ore e 26 minuti 2002 Il Mars Odyssey trova segni di grossi depositi di ghiaccio sul pianeta Marte 2003 Álvaro Uribe diventa Presidente della Colombia

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

suo complesso. Non si può pensare di costruire, ovvero di ricostruire un Paese senza andarsi a studiare la storia e le realizzazioni di tutti i Padri della Patria, dell’Europa, delle democrazie Occidentali. Senza avere i rudimenti del diritto italiano ed europeo. Senza aver mai fatto politica militante. Pensavo, non a caso, alle tre giovani ragazze del Movimento federalista europeo di Udine, Diana Coseano, Giulia Tasso e Greta Facile: sono brave e preparate, ma loro stesse in questo momento non hanno alcuna intenzione di fare politica. E lo credo, in questo contesto! Un tempo la selezione della classe dirigente avveniva nel modo assai più democratico e naturale: a partire dalle sezioni di partito. Allora c’era una vera e propria “base militante e pensante”. Prima si passava per le elezioni comunali, poi per quelle provinciali, infine per quelle nazionali ed europee. La classe politica di allora era animata dalla passione, i partiti di governo si guardavano bene dall’andare in piazza a far inutili schiamazzi, il personale politico era scelto via via dal basso e non dai “commissari nazionali” o da chi per loro. Sarebbe il caso di riflettere su queste cosette. E chiedersi anche il motivo per il quale c’è e ci sarà sempre minore afflusso alle elezioni e sempre minor interesse par la politica. Svecchiare la classe dirigente significa partire, ovvero ri-partire dal basso. Dai partiti, quelli veri e storici.

SCORRETTEZZE IN MATERIA DI TURISMO Mentre la III Commissione consiliare regionale esamina ed emenda il piano del Turismo in Basilicata aprendo, con audizioni, il confronto con gli operatori turistici, il governo De Filippo, senza stile, va sul territorio presentando iniziative senza che le stesse siano state dibattute ed approvate in Consiglio regionale. È un precedente molto grave che si crea dal punto di vista politico in quanto nullifica, per sole esigenze elettorali, il ruolo del Consiglio regionale che programma le iniziative triennali e si pronuncia sulla programmazione annuale. Tutto questo è vanificato dalla esigenza politica che il governo de Filippo ha per soli scopi elettorali. Coinvolgere l’Apt in questa fase è molto scorretto sotto l’aspetto politico. L’Udc continua, intanto, il suo serio lavoro, studiando e prospettando le nuove linee turistiche che andrebbero attuate per il rilancio della Basilicata. L’Udc, al contrario della Giunta regionale che concentra le proprie attenzioni e risorse in pochi attrattori turistici, propone su di un territorio di piccole dimensioni, quello lucano, le politiche dei 15 itinerari che sono: 1. l’itinerario delle nevi (Rifreddo Volturino - Sirino - Pollino); 2. l’itinerario delle città d’arte (Melfi - Venosa -Acerenza Potenza); 3. l’itinerario dell’Aglianico (Rionero - Barile - Rampolla - Ginestra - Maschito - Acerenza - Venosa); 4. la via Francigena (i cammini religiosi d’Europa: Viggiano - Avigliano - Lauria - Calvello - Lagonegro; 5. le strade del grano e del pane; 6. le strade dell’olivo (le colline materane); 7. la dieta mediterranea (progetto Keys); 8. l’itinerario della Magna Grecia; 9. ,l’itinerario dei castelli e dimore fortificate (Federico II); 10. l’itinerario dei laghi (Monticchio - Camastra - Pertusillo - Sirino - San Giuliano); 11. le strade dei boschi e dei parchi; 12. l’itinerario dei Sassi di Matera e delle chiese rupestri; 13. i luoghi della poesia e della pittura (Valsinni - Tursi Montemurro - Aliano); 14. il progetto del Golfo di Policastro; 15. la valorizzazione delle isole linguistiche (comunità albanesi). Gaetano Fierro C I R C O L I LI B E R A L BA S I L I C A T A

APPUNTAMENTI GIUGNO 2009 VENERDÌ 19, ROMA, ORE 11 PALAZZO FERRAJOLI - PIAZZA COLONNA Riunione nazionale dei Coordinatori Regionali e Provinciali e dei Presidenti Comunali dei Circoli liberal. VINCENZO INVERSO, SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

Luca Bagatin

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

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Distributore esclusivo per l’Italia Parrini & C - Via di Santa Cornelia, 9 00060 Formello (Rm) - Tel. 06.90778.1

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PAGINAVENTIQUATTRO Identità. Uno spot presenta il Belpaese come un popolo di fastidiosi playboy, bugiardi e superficiali

Los Italianos, i furbetti del di Francesco Lo Dico di Champions. Prodotto dalla francese Carrefour, magari becero e scorretto, lo spot dell’Italia arruffona e mendace, è più spietata di un’indagine sociologica. All’estero non siamo percepiti ormai che come svenevoli «chiattilli» dal colletto madido e la bandana al vento, sbruffoni che intonano O’ Sole Mio affacciati su una terrazza di monnezza. Patetici viveur che si intestardiscono in un machismo esausto, senza più neppure l’ombra della simpatia.

Dalle Baleari alla Costa Brava, gli italiani secondo il marketing, al tempo della globalizzazione il vero barometro dell’immaginario, non sono altro che ambasciatori del nostro più influente dicastero: il ministero della Attività Riproduttive. Sulla prua della loro imbarcazione da diporto, gli italiani di Carrefour osservano Ibiza come un protettorato di book semoventi, una fiesta mobile di meteorine colmo di veliname cash and carry. Certo, bisogna considerare le aberrazioni e i riduzionismi tipici dei mass media. Certo, bisogna anche considerare la lunga tradizione galante italiana, Ma rimane il fatto che da qualche tempo, più che l’oscura metafisica della massoneria, emerge dalle chiare e fresche acque italiche, una limpida e anatomica castroneria. Un diluvio di foto piccanti e ammiccamenti erotici che spinge noi italiani a darci di gomito, e tutti gli altri, all’estero, ai conati di vomito. Cicisbei e beghine, traffichini e letteronze, pupe e secchioni, escort e patron, monarchi e bagasce. Tutti insieme in un reality cafonal che detta i titoli delle prime pagine e organizza il consenso con il televoto. Madri a servizio, padri che sgobbano, precari per sempre ragazze che non ballano, brutti e brutte. Occhio quest’estate alle Isole dei famosi. Al largo della Spagna, fra Ibiza e la Costa Brava, quest’estatepotrebbero iniziare i respingimenti.

GONNELLINO anno i bicipiti lustri, la zazzera omerica che ne disonora la canizie e l’aria tronfia di chi è appena reduce da una serata di karaoke al Billionaire. Alti e abbronzati come nelle barzellette sui watussi, hanno della vita l’idea di una lunga crociera attraverso le isole: Filippine, Salomon, Seychelles, senza disdegnare le Vergini. L’importante è che siano in perfetto stile Caiman: paradisi offshore in cui gli accordi di Scugnizzi fanno più miracoli dei giochi delle tre carte. A giudicare dall’ultimo spot della Carrefour che circola in questi giorni in terra iberica, gli Italiani non sono più gli impavidi gaglioffi di Mean Streets o i traffichini paciocconi di Goodfellas, ma solo i pecorecci protagonisti di un perenne cinepanettone. Costumi a Corona, scenografia a Briatore, dialoghi al Califfo, e storyboard agli inventori del Maxibon. Gli Italians all’estero sono un po’ meno complessi e tormentati di quelli di Scorsese. La pubblicità del colosso francese specializzato nella grande distribuzione, mostra infatti una pletorica assemblea di rappresentanti nostrani, assiepata su uno yacht al largo di Ibiza. Hanno il vento in poppa e la bandana in testa, ma anche viceversa. La voce fuori campo, (in maniera superflua) li presenta come un drappello di cretini pronti a sferrare un raid contro le pollastrelle che ammiccano a riva. E ci informa inoltre che gli strateghi stanno pianificando l’attacco intorno a un’idea non tanto machiavellica: abbordare le fanciulle spacciandosi per campioni del mattarello, orgogliosi superstiti dell’antica tradizione pizzaiola. La voce fuori campo precisa che in realtà non sanno niente di gastronomia, e che a malapena conoscono il significato della parola «peperoni». Indizi che fanno pensare a un esito non troppo piccante. E che le pizze che riusciranno a servire i nostri eroi sull’Isola, saranno molte meno di quelle che prenderanno in faccia. La

H

reclame di Carrefour chiude suggerendo a tutti le proprie buonissime pizze surgelate, e regala un lunghissimo acronimo: A.T.I.V.T.V.I.I.G.C. C.E.R.H.P.N.R.C.S.D.P

L e t t e r e i n i z i a l i d i u n a f r a s e semplice, che tradotta alla carlona, dice: «L’associazione di turisti italiani che verrà in estate per invadere Ibiza e Gandia per conquistare le ragazze dicendo loro la solita scusa che noi italiani

L’immaginario celato nella réclame spagnola mutua scenari e comportamenti “galanti” di un’Italia sempre più identificata all’estero come un Paese fondato su un machismo istituzionalizzato sappiamo fare la pizza come nessuno, ma in realtà di cucina conosciamo solo i peperoni». Pubblicità orrenda, non c’è che dire. Ma anche un avvertito pedinamento, alla maniera zavattiniana, della realtà italiana. Di una Repubblica fondata sulla piacioneria, dove la longa manus del consenso scivola avventurosa sui bikini per finire morta sui tailleur. Un Paese di furbetti del gonnellino che confonde grisaglie e perizomi, che divora i book e non ha mai aperto un libro di testo. Un Paese di giovani rampolli che impara l’ars amatoria dai tronisti, reputa Lenin un bomber russo e sogna soltanto il Gol dell’Avvenire in attesa della finale


2009_05_26