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ISSN 1827-8817 90521

È difficile combattere con il desiderio del proprio cuore. Tutto ciò che desidera lo compera al prezzo dell’anima

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Eraclito

QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

DUE DOMANDE A BERLUSCONI

1 / IL CASO DAVID MILLS

2 / IL CASO DEI RESPINGIMENTI

Signor presidente, perché continua a fare la vittima, attaccando i giudici? Il lodo Alfano non le regala il privilegio di poter stare tranquillo (e con lei il Paese)?

Se come lei ha detto, i nostri centri per gli immigrati «sono lager» perché non fa niente per cambiarli? alle pagine 4 e 5

alle pagine 2 e 3 La sfida lanciata al congresso della Cisl

Bonanni “lascia” il governo: «Ora meno tasse» di Francesco Pacifico eno tasse per le famiglie in cambio di uno spiraglio concreto per la riforma delle pensioni. Raffaele Bonanni ha aperto il congresso della Cisl con un intervento per molti versi provocatorio perché ha affrontato la situazione italiana in chiave di rilancio in tempi di crisi. «Dobbiamo evitare che l’uscita dalla crisi che prima o poi ci sarà a livello mondiale - ha detto - colga il nostro Paese in difficoltà per le mancate riforme del fisco e del welfare».

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Nominati Minzolini (Tg1) e Mazza (Rai1)

L’opposizione abbandona il consiglio Rai di Francesco Capozza utto come previsto, anche il colpo di scena. Ieri pomeriggio il consiglio di amministrazione della Rai ha dato il via libera - a maggioranza - alle nomine proposte dal direttore generale, Mauro Masi. Augusto Minzolini, notista di punta de La Stampa e penna molto vicina al premier è stato nominato direttore del primo telegiornale nazionale; Mauro Mazza lascia il Tg2 per trasferirsi alla direzione di Rai Uno.

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Il ministro era pronto a partire per l’Iran: ha cambiato idea dopo il test militare

Un missile ferma Frattini La Clinton: «Medioriente pronto al riarmo nucleare» di Vincenzo Faccioli Pintozzi ROMA. L’Iran è un nemico, un valido alleato, un fattore imprescindibile se si vuole la pace in Medioriente. Ma è anche il finanziatore del terrorismo islamico, il nuovo pericolo atomico, un partner utile per la pacificazione dell’Afghanistan. Mai come in questo periodo la comunità internazionale fornisce volti diversi al regime di Teheran: la realpolitik di Frattini e Obama si scontra con il pragmatismo franco-tedesco (appoggiato da Hillary Clinton), fornendo un turbinio di reazioni, visite annunciate e poi annullate e minacce di sanzioni. Mentre Ahmadinejad mette a punto con successo un missile che potrebbe colpire Israele e le basi statunitensi a duemila chilometri di distanza. In questo complicato scenario, la giornata di ieri ha fornito diversi spunti di riflessione. Grazie anche alla politica della mano tesa inaugurata dal presidente americano, il nostro ministro degli Esteri annuncia una visita a sorpresa in Iran: lo scopo, non del tutto chiaro, è quello di convincere Teheran a sedersi al tavolo di Trieste sull’Afghanistan. Un modo come un altro per ricordare che con gli iraniani, per un motivo o per un altro, si devono fare i conti se si vuole la pace a Kabul. Nel frattempo, però, i tecnici mili-

Cinque quesiti su una missione nata male

tari del regime fanno partire con successo un missile dalla gittata imponente, in grado di colpire Tel Aviv. Poche ore dopo, adducendo un motivo tecnico (troppe condizioni imposte dagli ospiti sul luogo dell’incontro), la Farnesina annuncia il dietrofront. E commenta: «Intendiamo esprimere il nostro forte rammarico per un’occasione perduta di approfondimento della possibilità e delle modalità di coinvolgimento dell’Iran per la stabilizzazione di Afghanistan e Pakistan». Nelle stesse ore, il Segretario di Stato americano lancia un allarme accorato: «Un Iran nucleare non farebbe altro che lanciare la corsa agli armamenti di tutti i Paesi del Medioriente». Di rimando, il direttore generale della Cia Leon Panetta ha aggiunto: «La situazione è resa ancora più problematica dall’atteggiamento israeliano, che non deve per nessun motivo attaccare in maniera unilaterale Teheran». Confermando la pessima riuscita della visita negli Stati Uniti del premier israeliano Netanyahu, che ha rifiutato con estrema forza l’ipotesi di uno Stato palestinese sovrano e indipendente.

Gentile ministro Frattini, ci permettiamo di scriverle una lettera aperta perché siamo un po’perplessi riguardo al suo frettoloso annuncio di partire per Teheran in visita ufficiale e all’altrettanta frettolosa decisione di cancellare il viaggio. Abbiamo dei quesiti da sottoporle, sperando che possano servire in futuro se si ripresentasse l’occasione di una visita in Iran. A Teheran - dice la sua agenda ufficiale avrebbe incontrato il suo omologo Manuchehr Mottaki: lo stesso ministro che l’anno scorso incoraggiò il mondo musulmano a distruggere Israele. Non sappiamo se nella sua agenda fosse previsto un incontro con Shirin Ebadi, l’instancabile avvocato dei diritti umani in Iran e premio Nobel per la pace, la cui libertà è sempre minacciata dalle autorità iraniane. Né conosciamo la natura dei colloqui che lei avrebbe avuto e i risultati che auspicava di ottenere.

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di Emanuele Ottolenghi

a pa gi na 6 se2009 gue a p•ag na 9 1,00 (10,00 GIOVEDÌ 21 MAGGIO EiURO

CON I QUADERNI)

• ANNO XIV •

NUMERO

99 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


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pagina 2 • 21 maggio 2009

Eterno ritorno. Da Palazzo Chigi vengono diffuse anticipazioni sul libro di Vespa con nuove accuse ai magistrati di Milano

Il lodo Berlusconi

Nonostante la legge Alfano il premier ritorna a far guerra ai giudici. E l’Anm risponde: «Inaccettabili gli attacchi a Nicoletta Gandus» di Errico Novi

ROMA. Il fantasma si aggira sempre. Il Palazzo ne è infestato. Silvio Berlusconi sembra rendersene conto, con lui i pochi consiglieri ammessi a discutere sulla strategia per il caso Mills. Si tratta di scacciare il fantasma, che è quello dell’eterna contesa tra politica e giustizia, ma non si trova il modo. E seppure tutto l’impegno del premier sia descritto dalle fonti a lui vicine come proteso verso l’obiettivo, alla fine il riflesso riappare inesorabile. Dopo la pubblicazione della sentenza con le sue motivazioni, l’ordine di scuderia che parte da Palazzo Chigi è di abbassare i toni.Tenere il più possibile lontano il dibattito sulla presunta colpevolezza del premier. Ma è difficile dire che l’esercizio riesca alla perfezione. A infrangere la consegna è lo stesso Berlusconi, nonostante la correzione di rotta esibita dal Pd di Dario Franceschini rispetto all’iniziale slancio giustizialista e la coerenza dell’Udc. Proprio da Palazzo Chigi vengono diffuse anticipazioni dell’ultimo libro di Bruno Vespa, con giudizi pesanti sul giudice Nicoletta Gandus: «È curioso sostenere, come ha fatto la Corte d’Appello, che quel magistrato, pur essendo un mio dichiarato e palese nemico politico, nel momento in cui arrivasse a scrivere una sentenza nei miei confronti saprebbe non venir meno al vincolo d’imparzialità impostole dalla Costituzione: un giudice non deve essere soltanto imparziale, deve anche apparire tale». E ancora: «La Gandus è una militante dell’estrema sinistra». Valutazione derivata da un fiorilegio di obiezioni processuali: «Mills, ormai sfinito e nel timore di essere arrestato, diede una versione di comodo per poter tornare immediatamente in Inghilterra. Con i soci e il fisco inglese, l’avvocato si inventò la storia che quei 600mila dollari non erano frutto di un’attività professionale, ma di una donazione». Dunque sarebbe assurda la tesi secondo cui «Mills sarebbe stato ricompensato per aver mentito». Sul fronte opposto, da quella che per il presidente del Consiglio e i suoi uomini è la trincea nemica, arriva una risposta appuntita: preso atto delle frasi durissime rivolte martedì scor-

Gode di un privilegio: non può fare la vittima l Parlamento ha votato il lodo Alfano per mettere il Paese al riparo dalla guerra tra la magistratura e il presidente del Consiglio. Ebbene, le dichiarazioni assai polemiche rese dal premier a proposito delle motivazioni della sentenza che ha condannato l’avvocato inglese David Mills per «aver testimoniato il falso in cambio di denaro» a favore di Berlusconi medesimo, contraddicono in modo clamoroso proprio l’intento di quella tanto contestata norma. Delle due l’una: o il premier si sente finalmente “tutelato” (come lui voleva) e smette allora di inveire contro i magistrati oppure, se intende dimostrare la sua innocenza contro il “complotto” giudiziario deve rinunciare al lodo (come la legge stessa consente) e affrontare il processo. Non c’è una terza via. Viceversa Berlusconi continua a fare la vittima, dimenticando che vittima non è più visto che ha ottenuto il privilegio di non essere “processabile”. Il presidente del Consiglio avrebbe dovuto allora denunciare certo, se lo riteneva, quella che lui ritiene una «giustizia scandalosa e a orologeria», ma con toni assai

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so contro «certa magistratura», l’Anm diffonde una nota, che sembra solo un preavviso. La critica nei confronti dei provvedimenti giudiziari, ammonisce il sindacato delle toghe, «è sempre legittima, ma è grave che vengano messi in discussione, e con questi toni denigratori utilizzati nelle ribalte mediatiche, non il merito del provvedimento, ma l’indipendenza e l’imparzialità dei giudici». Perché, sostiene l’Anm, «in questo modo si minano fondamentali principi costituzionali posti a garanzia del corretto equilibrio tra poteri dello Stato. Sorprende ancora una volta il ‘garantismo a cor-

più moderati e soprattutto non avrebbe dovuto di nuovo “scaricare” sul Paese un’altra pesante tappa della sua guerra ideologica. Il lodo Alfano è stato fatto per questo: per permettere al premier di poter continuare tranquillamente a «lavorare per il Paese». E questo dovrebbe fare Berlusocni, senza alcuna polemica. Non è stato votato, certo, il lodo Alfano per dichiarare sempre e comunque innocente l’imputato Silvio Berlusconi. Al contrario: è stato approvato proprio per evitare che egli dovesse dimostrare la sua innocenza mentre era in carica. La sola prospettiva, poi, che il premier vada in Parlamento a dichiarare la sua innocenza e la colpevolezza di quei «giudici dai quali non vuole farsi processare» (come ha detto), aggiungerebbe danno a danno. Ripetiamolo: il lodo Alfano non è una patente di impunità permanente ma uno strumento che mette le più alte cariche dello Stato temporaneamente al riparo da un eventuale fumus persecutionis e dà loro la possibilità di lavorare in pace per il Paese. Ed è esattamente questo che deve fare ora il premier.

rente alternata’ utilizzato come chiave di lettura di vicende giudiziarie che riguardano esponenti del mondo politico-imprenditoriale a fronte del disinvolto giustiziali-

smo con cui si commentano fatti di criminalità diffusa». Un passaggio non irrilevante. È inevitabile che se il presidente del Consiglio mette in discussione l’attendibilità, prima ancora che il merito, dei Tribunali, la magistratura risponda a sua volta con una moneta equivalente, ed entri così nel merito delle politiche del governo, senza limitarsi certo a critiche che riguardano solo il buon funzionamento della giustizia.

È una spirale inarrestabile. La nota dell’Anm arriva peraltro con qualche ora di anticipo rispetto alle nuove dichia-

razioni (seppur rilasciate a freddo) del premier sulla Gandus. È dunque assai probabile un intervento del Csm, già ventilato da alcuni esponenti togati dell’organo di autogoverno dei giudici. L’esponente di Magistratura democratica Livio Pepino ad esempio dà per scontata la riapertura di una pratica per «tutelare Nicoletta Gandus e Fabio De Pasquale» o almeno il passaggio dalla prima commissione al plenum del Csm della risoluzione approvata l’anno scorso. E il lodo Alfano? Funzionale forse dal punto di vista processuale ma evidentemente inutile, come fa notare Pier Ferdinando Casini, rispetto agli scopi per i quali persino una parte dell’opposizione l’anno scorso era stata disposta a votarlo: «Avrebbe dovuto evitare che la politica italiana restasse inchiodata sui problemi giudiziari di Berlusconi», dice il leader dell’Udc, «noi l’abbiamo messo tranquillo, adesso ,lui faccia lo stesso con gli italiani ed eviti di far ruotare anche questa legislatura attorno alle stesse questioni».

Nel Pdl si resta sospesi all’altalenante atteggiamento del leader. Senza rendere mai ufficiale, in ogni caso, l’intenzione di spegnere il fuoco. Certo, persino il più irriducibile nella polemica anti-toghe, Fabrizio Cicchitto, assicura che «il governo risponderà con la concretezza, con la politica del fare». Poi viene puntualmente scavalcato da Silvio. E così ritrovano alimento i proclami dell’Italia dei valori che, Di Pietro in testa, non esclude dal proprio armamentario retorico termini come «impeachment», banderuole come la «mozione di sfiducia» o accuse (testualmente rivolte via radio dall’ex pm di Mani pulite) di «fascismo antidemocratico e piduista». Arriverà il referendum sul lodo a fare giustizia, secondo l’opposizione più forcaiola. Mentre il Prc di Paolo Ferrero spera di ottenere dalla nuova bufera uno spiraglio di visibilità in più con un presidio piazza Montecitorio per «chiedere le dimissioni del presidente del Consiglio». A sua volta Berlusconi pensa di rispondere con un’accelerazione sul decreto terremoto a colpi di fiducia. A dimostrazione che l’eterno conflitto con i giudici non condiziona solo la retorica ma l’azione politica stessa sulle questioni più importanti per il Paese.


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Parla l’editorialista del ”Sole 24 Ore” Stefano Folli

«Sarà una saga snervante fino al giudizio della Corte» di Francesco Lo Dico

ROMA. «Che sia nato per tutelare il lavoro delDall’alto, alcuni dei protagonisti dello scontro fra Berlusconi e la Giustizia che si è riacceso in queste ore: il ministro Angelino Alfano, l’avvocato inglese David Mills, Dario Franceschini, Pier Ferdinando Casini, Antonio Di Pietro. A destra, il politologo Stefano Folli

le più alte cariche dello Stato dalle baruffe sulla Giustizia, o per salvaguardare il premier dai processi a suo carico, il lodo Alfano non si è rivelato particolarmente efficace nel custodire l’operosa serenità dei suoi beneficiari. E se il Cavaliere ha alzato in queste ore il livello dello scontro, ed è intervenuto con tanta irruenza sulle motivazioni del processo Mills, si avrà un bel dire nel sostenere che è la sua stessa ingerenza a depotenziare la natura protettiva del cosiddetto scudo. Al presidente del Consiglio, basterà un breve scarto dialettico per rovesciare il ragionamento. Potrà facilmente sostenere che nonostante la legge tuteli la sua posizione, si vede costretto a intervenire duramente contro l’ennesimo episodio persecutorio nei suoi confronti. Si tratterà solo della nuova stazione di una via crucis lungo la quale ha lottato stoicamente contro le storture e l’odio. Un cammino, o meglio un processo, che a ogni tappa non ha fatto altro che rinfoltire le fila dei suoi sostenitori». Stefano Folli, editorialista del Sole 24 Ore, commenta così l’ennesima anomalia giudiziaria che ha riportato al centro del dibattito la discussa legge del ministro della Giustizia, Gioacchino Alfano, in seguito alla condanna indiretta del premier Silvio Berlusconi a seguito dell’accusa di corruzione che ha investito l’avvocato Mills. Il Cavaliere accusa, discute la sentenza, insulta i magistrati. Ma il lodo Alfano non doveva servire a lasciar lavorare in pace il Governo, al riparo dall’uso strumentale della Giustizia? In linea generale, bisogna considerare il lodo un provvedimento discutibile, in quanto fotografa l’anomalia del nostro Paese. Ma ad ogni modo, sin quando la Corte Costituzionale non ne avrà deciso la legittimità, giudizi, scontri e fuochi incrociati non faranno altro che accrescere i sentimenti di solidarietà nei confronti del premier da parte della maggioranza schiacciante di elettori, che lo hanno messo al timone del Paese perché credono nella sua dirittura. Un labirinto. Come se ne esce? Non appena la Corte si sarà pronunciata, potrà quanto meno profilarsi un bivio e capire che tipo di indirizzo potrà avere la politica del nostro Paese. Se il lodo sarà dichiarato inammisibile, cadranno le tutele e sarà più facile intervenire sulla saga giudiziaria che paralizza il nostro Paese. E, probabilmente, si scriverà la parola fine all’idea di immunizzare le alte cariche dello Stato, con il consueto carico di polemiche che la cosa trascina con sè. Se il lodo passa, bisognerà prendere atto che non c’è alcun arbitrio. Stupido pensare a dimissioni per questioni morali, come auspica Antonio Di Pietro? Il leader dell’Italia dei Valori sa bene che si tratta di una richiesta retorica, senza alcuna possibilità di riuscita. Invocare l’uscita di scena del presidente del Consiglio, è però piena-

mente plausibile rispetto alle sue strategie elettorali, improntate al giustizialismo. Una scelta che pare lo stia abbondantemente ripagando in termini di consenso. A proposito di consensi. Chi ci guadagna dalla vicenda Mills? Come dicevo, Di Pietro più di ogni altro. Molti cittadini vedono ancora in lui l’autorità di quel Pubblico ministero capace al tempo di Tangentopoli, di mettere fine agli scandali della Prima Repubblica. E Berlusconi? Di certo non ci perde. Al limite ci potrà essere una trascurabile fuga di voti, ma in generale, gli ultimi eventi serreranno le fila dei suoi elettori. Che cosa bisogna aspettarsi dall’annunciato discorso al Parlamento promesso dal Cavaliere in merito al caso Mills? Ragione vorrebbe che si tenessero bassi i toni e si evitasse di gettare il Paese in pasto a un’ennesima canea che svilisce le istituzioni e mortifica il senso delle nostre istituzioni. Però la ragione non vuole. Il premier è sempre stato ripagato, tutte le volte che è partito lancia in resta contro quelli che denuncia come complotti orditi dai suoi persecutori. C’è da aspettarsi che le violente accuse delle ultime ore, non siano però l’apice della sua ira. Ha alzato il livello dello scontro, e l’exmissino Di Pietro, l’unico che sembra guadagnare dalla rissa ad alto esponenziale, lo seguirà senza paura sul terreno di una battaglia cruenta. Un ex missino, oggi a sinistra, che sfida un ex socialista, oggi a destra. Che cosa è successo in questo Paese? È successo che è tracollato il sistema Giustizia, e che la discesa in campo di Berlusconi ha alterato in maniera definitiva valori e concetti propri di schieramenti e valori storicamente riconosciuti nella storia dei partiti.

Vedrete, il Cavaliere spiegherà che malgrado lo scudo lo tuteli, è costretto a intervenire sulla sentenza per sventare il complotto


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Inchiesta. In Italia sono 12 i luoghi di identificazione ed espulsione e oggi ospitano 989 stranieri. Ma la violenza purtroppo ormai è una regola

Viaggio nei lager italiani «I centri d’accoglienza sono campi di concentramento» dice Berlusconi. È vero. E perché il governo non fa niente? di Marco Palombi ella sporca storia dei campi concentramento italiani, l’ultimo capitolo si sta aggiungendo nei nostri anni. Oggi siamo persecutori e carcerieri di emigranti». A stare alle cronache di martedì questa frase - anziché Erri De Luca nella prefazione a un Libro bianco sui Cpta (oggi Cie) del 2008 - potrebbe averla scritta Silvio Berlusconi, contrario all’Italia multietnica, gran sostenitore dei respingimenti in mare, ma a fin di bene: «Mandare gli immigrati in Libia è meglio che tenerli in Italia perché i centri di identificazione assomigliano molto ai campi di concentramento», ha sentenziato. È tanto vero quello che dico, ha poi insistito il Cavaliere esibendosi in un clamoroso autogol, che «il Parlamento ha negato che la permanenza in questi centri possa essere aumentata fino a sei mesi». Tutto vero, anche se poi il governo presieduto da lui stesso ha provveduto a inserire il prolungamento della detenzione nei «campi di concentramento» in un apposito maxiemendamento e a farlo votare dalla Camera con la fiducia.

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«Che devo dire? Stavolta Berlusconi c’ha proprio ragione», scherza Rita Bernardini, deputata radicale che da anni si occupa di giustizia e carceri. Certo, i Cie «non sono tutti uguali, ma tutti hanno problemi di gestione: igiene, sovraffollamento, violenza, assenza di diritti». Detto questo, dire che è umanitariamente più sensato far stare queste persone nei campi gestiti dalla Libia «è pazzesco»: «Noi abbiamo testimonianze dirette di Amnesty international e Nessuno tocchi Caino che parlano di violenze, torture, strupri e comunque di maltrattamento dei migranti stranieri trattenuti dal governo di Tripoli». Tornando a noi, però, c’è da chiedersi: ma come sono davvero così questi Centri di identificazione ed espulsione se persino il premier li definisce «campi di concentramento»? «In francese direi che sono posti di merda», scolpisce Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell’Arci e componente della commissione indipendente guidata da Steffan De Mistura che nel 2007 stese una relazione sui centri (allora si chiamavano Cpt) auspicandone il «progressivo svuotamento». Appurata la natura materica dei Cie, anche Miraglia parte avvertendo che non sono tutti uguali: «Hanno però alcuni elementi in comune che li rendono simili ai campi di concentramento: la gente entra e non capisce in quali condizioni

è, perché non viene informata su quale sarà il suo destino. Ad esempio la convalida del trattenimento viene fatta dal giudice di pace senza entrare nel merito del provvedimento: può quindi capitare, ed è capitato, che gente che ha semplicemente lasciato il permesso di soggiorno a casa finisca in un centro per la solerzia di un agente». In secondo luogo, «non ti viene mai detto a che punto è la tua pratica e, per evitare incidenti, nemmeno se sarai espulso domani». Insomma, «anche il miglior Cie è peggio del peggior carcere». In generale le condizioni di vita sono terribili: «Gli ambienti sono opprimenti, maltenuti, non c’è attenzione per le condizioni igienico-sanitarie - tanto che ho visto sieropositivi o tossicomani gestiti senza nessun accorgimento - e poi, essendo teoricamente luoghi di passaggio, non sono attrezzati per la gestione del tempo libero. E

ra alla pace, dalla fame all’abbondanza. Ieri mattina ospitavano esattamente 989 stranieri, cui vanno aggiunti i 5.845 divisi tra una quarantina di Centri di accoglienza (Cda) e Centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara). Numeri un po’ più piccoli, probabilmente, di quelli che si aspetterebbero nelle “osterie padane” irrise dall’ex ministro dell’Interno Beppe Pisanu. Il tutto, infatti, ha a che fare coi simboli: i Cie sono un ammonimento per l’esterno, una rassicurazione per l’interno. Li devono guardare con timore gli scampati alla strage del Mediterraneo - un cimitero che culla i cadaveri di almeno 13mila migranti secondo la Caritas - ma anche quelli che arrivano in Italia col visto turistico e poi restano da clandestini (che sono la stragrande maggioranza degli irregolari). Sono luoghi sospesi, extraluoghi capaci di essere in un territorio senza coltivare con questo nessun rapporto, le camere di compensazione in cui marcisce l’u-

così la gente va fuori di testa».

I 12 Cie operativi in Italia, da Lampedusa a Gorizia, sono i piccoli bastioni della fortezza europea di fronte all’immane spostamento di persone dalla povertà alla ricchezza, dalla guer-

Un’inchiesta del Congresso americano del 1912

Quando i migranti eravamo noi Siamo stati migranti anche noi italiani. Il brano che segue è tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, del 1912. «Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano

una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali».

niversalità del diritto e dei diritti vanto dell’Occidente.

Sono campi di concentramento? Certo che sì. Tecnicamente non sono carceri, ma accedervi è difficilissimo, sono protetti da muri altissimi, da uomini armati, da sbarre – è il caso di Bologna o Modena – che arrivano a proteggere anche il cielo dall’assalto della clandestinità. I racconti che periodicamente ne escono fanno accapponare la pelle. A Cassibile, Siracusa, ancora nel 2008 gli “ospiti” non avevano nemmeno diritto ad un nome: per identificarli si servivano di un numero di quattro cifre sui vestiti («nucleo arrivato in data 10 agosto 2008: 5837 moglie nigeriana incinta; 5838 marito nigeriano»). A Brindisi, racconta un testimone, l’atrio della struttura è accessibile sia agli uomini che alle donne: «Un anno fa mentre due ragazzine ucraine di neanche vent’anni facevano le pulizie a tre metri di distanza tre marocchini si accoltevano tra loro. Roba ordinaria». Un funzionario di una Questura del centro Italia sostiene invece che a volte il Cie funziona anche come prolungamento della detenzione: «Capita che Questure e prefetture facciano fermare e trattengano più volte nei Centri elementi considerati socialmente pericolosi: ad esempio quegli irregolari che escono dopo aver scontato una condanna in carcere». Le situazioni più esplosive sono ovviamente quelle dei Cie delle grandi città, che sopportano grandi numeri e casi a volte fuori controllo: tentativi di fuga, violenze, suicidi sono all’ordine del giorno. Perché nei Cie si muore. Pochi giorni fa in quello di Ponte Galeria, a Roma, una donna tunisina di 49 anni, in Italia da decenni, s’è impiccata in un


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Per i “respingimenti” delle scorse settimane

E i radicali querelano Maroni ROMA. Tra i guai giudiziari di Silvio Berlusconi non c’è solo il caso Mills. Ieri infatti i Radicali hanno denunciato Roberto Maroni e il governo italiano alla Procura di Roma per il respingimento illegale in Libia di 227 migrati “salvati in acque internazionali due settimane fa”, per la precisione il 7 maggio, e poi scaricati sul felice suolo della Jamahirya. L’esposto preparato dagli avvocati Gerardi e Rossodivita e firmato dai parlamentari Bernardini, Zamparutti, Perduca e Poretti - elenca una lunga serie di leggi e convenzioni internazionali violate dal governo italiano, in particolare in materia di concessione del diritto di asilo. La storia si ripete evidentemente, perché anche Giuseppe Pisanu nel 2006 – quand’era ministro dell’Interno – fu sottoposto ad una indagine del Tribubale dei ministri, poi archiviata, per il respingimento ileggale di oltre mille clandestini innescata allora da un esposto di parlamentari di sinistra.

lasciò questa terra a Pian del Lago, Caltanissetta. E poi alla fine dell’anno successivo con la strage di Serraino Vulpitta, vicino Trapani: sei immigrati morirono bruciati vivi perché – nella ovvia mancanza di estintori – non si riuscì ad aprire in tempo i catenacci da saracinesca con cui avevano chiuso la loro cella.

bagno pur di non essere rimpatriata: era stata condannata per spaccio e si vergognava troppo a tornare a casa con quel marchio. Qualche settimana prima, sempre a Roma, era invece morto un 42enne algerino dopo un malore ignorato dal presidio medico. Anche nel Centro di Lampedusa, dopo la rivolta e la fuga di massa di febbraio, dieci nordafricani hanno tentato il suicidio ingoiando lamette e bulloni: si parlò pure di violenze delle forze dell’ordine - se ne parla spesso - ma nessuno s’è mai preso la briga di smentire o confermare. Le cause del decesso, in realtà, non contano: si muore di detenzione amministrativa. Cominciò nel lontano 1998, anno di istituzione dei Cpta, quando Amin Saber

La violenza, si dirà, è normale in un campo di concentramento. È così: verso gli altri o verso se stessi poco cambia. L’importante è che avvenga nel cono d’ombra, nel posto in cui nessuno guarda: dentro i Centri entra solo il personale dell’ente che li gestisce – la Croce rossa, le Misericordie d’Italia e quanche cooperativa – quasi mai persino gli uomini in divisa, mai gente comune o volontari. Giovanni Maria Bellu, oggi vicedirettore de l’Unità, ha raccontato una volta che il direttore del Cpt di Lamezia s’era quasi vantato di gestire immigrati nonostante non fosse conveniente: se avesse ospitato tetraplegici il contributo dello Stato sarebbe stato di 250 euro anziché 50. Ognuno fa i suoi conti d’altronde, pure l’Arci un paio d’anni fa fece i suoi: tra contratto con l’ente gestore, spese per il personale di polizia e di manutenzione delle strutture, ogni espulsione costava allo Stato tra i 25 e i 30mila euro. Non è un problema di aprire le frontiere, ma di intelligenza dei fenomeni. «Ora coi sei mesi nei Cie – spiega Miraglia – tempi e costi per espulsione aumenteranno ancora. Lo capirebbe anche un cretino…».

In queste pagine, alcune immagini dei Centri di identificazione ed espulsione, sempre più spesso al centro di proteste e polemiche per ragioni di sicurezza e di tutela dei diritti umani. Lo stesso Berlusconi li ha definiti “campi di concentramento”, benché dipendano direttamente dal ministro dell’Interno Maroni (sotto)

Oggi le accuse sono sostanzialmente due: la prima riguarda il diritto al “non respingimento” dei richiedenti asilo, la seconda la particolare condizione – cioè il trattenimento in Libia - verso cui l’Italia rinvia i migranti che finiscono sotto la sua responsabilità. Partiamo dal primo punto. Checché ne dica la legge italiana, in base ad un principio fondamentale del diritto consuetudinario internazionale – quello di “non-refoulement”(non respingimento) – è vietato, scrivono i Radicali, sia rimpatriare un “asilante”che si trovi già sul territorio del paese d’asilo, ma anche “impedire a quello stesso richiedente di raggiungere il territorio dello Stato dove intende sottoporre la sua domanda di protezione internazionale”. Cioè quel che fa l’Italia quando, intercettati i migranti in mare, li consegna a Gheddafi dopo i primi soccorsi. Questo senza contare che la Convenzione Sar sui salvataggi in mare impone di portare i soccorsi in “un luogo sicuro”, qualifica che – alla luce dei protocolli applicativi e di prassi decennali - difficilmente è applicabile alla Libia, paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui diritti umani. Il secondo punto, al di là dei tecnicismi, è particolarmente spinoso perché affonda i denti nell’ipocrisia con cui i Paesi che subiscono pesanti flussi migratori tendono a selezionare in modo discriminatorio la concessione di diritti. La Carta europea dei diritti fondamentali stabilisce infatti che «nessuno può essere allontanato, espulso o estradato verso uno Stato dove esiste un serio rischio che egli venga sottoposto alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti». A stare ai rapporti di Amnesty international, di Human right wacht e altri questo è esattamente quel che accade in Libia: detenzione in campi militari, esecuzioni sommarie di chi tenta di fuggire, privazione di acqua, cibo e cure, violenze della polizia, torture e altre atrocità. E’ lecito, sembrano chiedere i Radicali, che la democratica Italia chieda al dittatore libico di fare per noi il lavoro sporco? (m.p.)


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diario

Mauro Mazza va a Raiuno e Augusto Minzolini al Tg1: ma i consiglieri delle opposizioni abbandonano la seduta

La Rai ratifica le nomine di Viale Grazioli di Francesco Capozza

ROMA. Tutto come previsto, anche il colpo di scena. Ieri pomeriggio il consiglio di amministrazione della Rai ha dato il via libera - a maggioranza - alle nomine proposte dal direttore generale, Mauro Masi. Augusto Minzolini, notista di punta de La Stampa e penna molto vicina al premier è stato nominato direttore del primo telegiornale nazionale; Mauro Mazza, uomo forte della corrente finiana nell’azienda pubblica, lascia il Tg2 per trasferirsi alla direzione della rete ammiraglia (anche se, com’è noto, sia lui che Gianfranco Fini avrebbero certamente gradito di più quella del Tg1). Senza sorprese anche la nomina dei quattro vice direttori generali, anche in questo caso è stato rispettato lo schema uscito dal vertice di palazzo Grazioli tenutosi circa un mese fa. I vice di Mauro Masi (senza deleghe) sono: Antonio Marano (in quota leghista), Lorenza lei (molto vicina, di-

Mazzini - che segnano la ratifica della dipendenza del consiglio di amministrazione da fonti che non sono quelle previste dallo statuto e dal codice civile». Più caustico il commento di Beppe Giulietti, portavoce di articolo 21: «I nomi che sento sono gli stessi decisi a casa di Berlusconi a Palazzo Grazioli, tant’è vero che ho detto chiameremo viale Mazzini, Viale Grazioli». Critiche facilmente prevedibili, ma certamente irricevibili per la maggioranza, che accusa il Pd di «essersi sempre spartito anche le fioriere di viale Mazzini». Non solo, nella maggioranza si sostiene chese non si è proceduto alle altre nomine è perché a piazza del Nazareno è in corso una battaglia su Raitre tra chi, come Franceschini e Fassino, vorrebbe confermati Antonio Di Bella a Paolo Ruffini (rispettivamente alla direzione del tg e della rete) e quanti, come D’Alema e i suoi, spingono per far fuori Ruffini, spostare Di Bella alla guida del canale e nominare Bianca Berlinguer alla guida del tiggì.

cono, ad ambienti Cei), Gianfranco Comanducci (un ritorno di un berluscones della prima ora) e Giancarlo Leone (Pdl, ma apprezzatissimo da entrambi gli schieramenti).

Come da protocollo, e senza il clamore dato dall’atto inatteso, i consiglieri di opposizione, Nino Rizzo Nervo, Giorgio Van Straten - in quota Pd - e Rodolfo De Laurentiis - designato dall’Udc - hanno

Antonio Marano, Lorenza Lei, Gianfranco Comanducci e Giancarlo Leone affiancano la direzione, ma senza deleghe operative abbandonato la riunione del Cda in protesta con il metodo con cui queste nomine sono state effettuate. «Seguirà conferenza stampa» è stato il loro commento laconico. «Si tratta di nomi - ha spiegato De Laurentiis nella conferenza stampa lampo convocata con i due colleghi di opposizione nel Cda di viale

Il manager che (non) verrà Andrea Romiti lancia l’allarme sul mancato ricambio dei vertici aziendali di Vincenzo Bacarani

TORINO. Il problema del ricambio dei manager italiani è all’ordine del giorno da tempo. Almeno da quando la ricerca della“Robert Half Finance & Accounting”ha segnalato un problema preoccupante: dietro i “babyboomers” che se ne stanno andando in pensione non ci sono nuovi quadri dirigenziali. Pigrizia, diffidenza verso i neolaureati, mentalità da rivedere? Quali sono le motivazioni di questo ritardo diffuso soprattutto tra le piccole e medie aziende? Lo abbiano chiesto a un giovane manager che è anche presidente del gruppo Giovani imprenditori dell’Unione industriale di Torino: Andrea Romiti. Nessuna parentela con il Cesare di nota fama, ma soltanto omonimia. Trentasette anni, rappresenta la terza generazione di una famiglia di imprenditori impegnati nel settore della meccanica di precisione. Ha fondato un’azienda all’avanguardia nella tecnologia aeronautica, la Apr (Advanced Prototyping Research): basti pensare che la sua impresa di non grandi dimensioni da lui ideata soltanto 5 anni orsono (ora con una trentina di dipendenti con un’età media di 32 anni) poco tempo fa ha guadagnato le commesse per realizzare i pezzi del motore del nuovo e futuristico Boeing 787. Ingegnere, è così diffusa questa consuetudine delle aziende, soprattutto medie e piccole, di ritardare il ricambio dei manager dei quadri dirigenziali? Purtroppo sì. Questo è un tema che io spesso affronto negli incontri che ogni tanto ho con i nostri associati. È un tema che a me sta molto a cuore. Quale può essere, secondo lei, la soluzione?

Bisogna fare innovazione. È importante che le aziende si pongano come obbiettivo il trasferimento di conoscenze tra gli esperti e i giovani. E questo come sarebbe possibile? È indispensabile individuare un inquadramento normativo che possa consentire al manager senior di trasmettere la conoscenza ai giovani. Quando affrontiamo il problema del passaggio generazionale nelle aziende andiamo a toccare uno dei nodi fondamentali di tutto il sistema industriale italiano. Un problema risolvibile? Certo. Occorre però non solo un quadro normativo condiviso, ma anche un cambiamento di mentalità. In che senso?

quando sarò in pensione. È una questione di egoismo sì, ma soprattutto di mentalità. Dobbiamo pensare che il nostro bagaglio di conoscenza può invece andare a beneficio di molti e del Paese, se ci sentiamo veramente di appartenere a questo Paese. Ecco perché parlo di orgoglio di appartenenza che in alcuni Paesi stranieri c’è e che in Italia, purtroppo, non abbiamo ancora ed ecco perché parlo di cambiamento di mentalità. Non è facile. Certamente no. Penso, ad esempio, ad alcune situazioni di famiglie imprenditoriali, dove la trasmissione delle conoscenze a volte rappresenta un grande problema che a volte non viene risolto

Il presidente dei giovani imprenditori di Torino: «Occorre cambiare la mentalità e condividere le esperienze» Il nostro è un Paese dove c’è uno scarso spirito di appartenenza alle proprie identità storiche e culturali. A differenza della Francia, ad esempio, dove c’è un orgoglio di appartenenza che fa sfumare e passare in second’ordine gli interessi personali. Quali interessi personali? È chiaro che se io sono un manager senior che sta per andare in pensione e sono sicuro che l’azienda per cui lavoro mi offrirà un contratto esterno di consulenza, sarò più propenso a non spiegare ai giovani le mie conoscenze per ottenere quel contratto di consulenza

per vari motivi. Le aziende devono invece affrontare adesso la questione della strategia di innovazione e questo riguarda tutti i settori di un’impresa: dal settore commerciale, di cui io peraltro mi occupo, al tecnico, al finanziario, all’amministrativo. Si tratta di una strategia che va affrontata in maniera consapevole. Spesso purtroppo assistiamo, in questo campo del ricambio generazionale, all’applicazione di una strategia d’emergenza e questi sono i risultati: ricambio che non c’è nella misura in cui dovrebbe esserci e proliferazione dei contratti di consulenza esterna.


diario

21 maggio 2009 • pagina 7

Il tenente pilota dell’Aeronautica Samantha Cristoforetti

Secondo i dati dell’Istat, sempre giù il settore auto

È un’italiana la prima donna astronauta d’Europa

Ancora in calo il fatturato dell’industria

ROMA. Brillano nello spazio

ROMA. Ancora dati macroeco-

due nuove “stelle” italiane. Si chiamano Luca Salvo Parmitano e Samantha Cristoforetti e sono i due nuovi astronauti scelti dall’Agenzia Spaziale Europea (Esa) per le nuove missioni spaziali. A nominarli ieri, nel corso di una conferenza stampa a Parigi, lo stesso direttore dell’Esa Jean Jaques Dordain che ha presentato la nuova squadra di astronauti europei alla presenza, tra gli altri, del ministro dell’istruzione e della ricerca Mariastella Gelmini. Bruna, minuta, capelli corti e occhi scuri, Samantha Cristoforetti è la prima donna astronauta italiana e attualmente l’unica nel corpo astronauti dell’Esa, del quale oggi fanno parte in tutto 16 membri.

nomici negativi per il nostro Paese: stavolta tocca al fatturato e agli ordinativi nell’industria a marzo che risultano in calo nelle rilevazioni dell’Istat. «Sulla base degli elementi finora disponibili – dice l’Istituto nel mese di marzo gli indici destagionalizzati del fatturato e degli ordinativi hanno registrato, nel confronto con il mese precedente, una riduzione dello 0,8 per cento il primo, e del 2,7 per cento il secondo. Il fatturato è diminuito dell’1,3 per cento sul mercato interno ed è aumentato dello 0,1 per cento su quello estero; gli ordinativi nazionali hanno registrato un incremento dell’1 per cento e quelli esteri un calo del 9,4 per

Nata a Milano 32 anni fa, è tenente pilota dell’Aeronautica Militare Italiana. Dopo il liceo scientifico a Trento, si è laureata in Ingegneria meccanica nell’università tedesca di Monaco e, nel 2005, in Scienze aeronautiche nell’Accademia Aeronautica di Pozzuoli. Parla correntemente sei lingue: inglese, francese, tedesco, russo e cinese, oltre ovviamente all’italiano. È appassionata di attività subacquee (ha il brevetto da sub) e i suoi hobby so-

Berlino chiude l’asta Opel ricomincia da tre La Fiat sfida Magna e Rhj per il controllo dell’azienda di Andrea Ottieri

TORINO. Malgrado il colpo di scena dell’ultimo minuto (un rinvio di sei ore della scadenza prevista per le 18 e spostata alle 24, pare su richiesta della Fiat che voleva precisare la sua proposta), mancano pochi giorni al futuro di Opel: una settimana, per l’esattezza, giacché il governo tedesco ha ribadito l’intenzione di decidere entro il 31 maggio quale strada scegliere fra quelle ipotizzate ieri dalle tre proposte presentate per l’acquisto del braccio tedesco della multinazionale Gm. La data ultima, del resto, è resa obbligatoria dall’amministrazione americana che – appunto entro il 31 maggio – vuole sapere dalla General Motors quale sarà il suo futuro per decidere se e come concederle i propri aiuti economici.

Sembra un gioco di scatole cinesi, dunque: con tre soggetti imprenditoriali all’inseguimento di asset commerciali un bel po’ in difficoltà (Opel) e soprattutto dei benefit di due governi (Usa e Germania). Per paradosso, l’ago della bilancia dovrebbero essere i sindacati tedeschi, i quali hanno fatto di tutto, nei giorni passati come in queste ultime ore, per condizionare la scelta del governo a sostegno delle proposte che essi giudicano più vantaggiose. E si sono barcamenati tra i tre contendenti (Fiat, Il colosso austro-canadese Magna e la società di private equity belga Rhj International) cercando di ottenere le maggiori garanzie (e benefici) possibili. Per dire, ieri il quotidiano economico di Duesseldorf scriveva che «Magna cerca apertamente il sostegno dei dipendenti Opel» e aggiungeva di essere in possesso di una lettera inviata al Lingotto dai rappresentanti delle maestranze di Ruesselsheim, in cui si invitano i manager torinesi a seguire l’esempio di Magna, presentando i propri piani al consiglio d’azienda. Secondo il «Financial Times», invece, sarebbero i belgi di Rhj ad aver avuto l’appoggio di Klaus Franz, leader sindacale della Opel. Mentre «Handesblatt» sempre ieri ha rivelato che Magna avrebbe promesso al consiglio di azienda del gruppo Gm di presentare all’inizio della

settimana prossima a Ruesselsheim il suo piano per rilevare Opel. Insomma: a questo punto il parere del governo sembra contare come quello dei sindacati. D’altra parte, il caso Chrysler fa scuola: il sì dei sindacati Usa ha pesato molto sulla decisione dell’amministrazione di Washington di accettare l’offerta Fiat. La differenza è che i lavoratori americani hanno accettato di rinunciare a moltissimi dei loro privilegi, cosa che i loro colleghi tedeschi non hanno alcuna intenzione di fare.

Dunque, il termine per la presentazione dei piani di acquisto di Opel scadeva ieri alle 18 ma è stata spostata alle 24: i ben informati dicono che la proroga era stata chiesta dalla Fiat per precisare il suo piano, ma sarà difficile trovare conferme alle voci. «Non ci sono favoriti» aveva dichiarato il portavoce del governo tedesco, Ulrich Wilhelm, eppure di certo sulla decisione peseranno le prospettive economiche quanto il know-how. Se Magna e i belgi Rhj hanno forse qualcosa di più da dare in termini di euro, la superiorità dell’esperienza nel settore auto di Fiat è certamente fuori discussione. Sergio Marchionne ha definito più volte lo scenario futuro: con un gruppo da almeno 600 milioni di euro, radicato tanto in Europa quanto negli Stati Uniti, con una prospettiva di crescita anche sui mercati orientali. «C’è stato questo piano che pare abbia riscosso una buona accoglienza» ha suggerito ai cronisti il ministro per lo sviluppo economico Claudio Scajola: «Speriamo si possa chiudere positivamente anche perché sta diventando una cosa di cui ormai si parla da troppo tempo». In effetti, è da tanto tempo che si parla di questo piano, forse troppo. Al punto che malgrado l’ottimismo di facciata, in Germania – a differenza di quanto capita qui da noi - si sta diffondendo l’idea che Fiat possa non essere l’unica soluzione possibile. Non è un caso che il ministro Sacconi abbia detto ieri che il consiglio dei ministri di oggi parlerà anche del futuro degli stabilimenti italiani di Fiat: un modo per far pressione su Berlino.

Prima un colpo di scena per una proroga di sei ore, poi Scajola fa l’ottimista: «Accolto bene il piano del Lingotto»

no la lettura, lo yoga, il nuoto, lo sci, la speleologia e la mountain bike.

«I voli spaziali mi hanno sempre affascinato e così per me è stato naturale presentare all’Esa la domanda per entrare a far parte del corpo astronauti. Mi sento fortunata ad essere qui oggi (ieri, ndr)», ha detto ieri Samantha Cristoforetti durante la conferenza stampa di Parigi. «È difficile anche in italiano esprimere quello che provo », ha aggiunto nel giro di interventi che ogni astronauta ha fatto nella propria lingua natale. «Lo spazio è una grande avventura e sono orgogliosa di parteciparvi».

cento. Nel confronto degli ultimi tre mesi (gennaio-marzo) con i tre mesi immediatamente precedenti (ottobre-dicembre) le variazioni congiunturali sono state pari a meno 9,9 per cento sia per il fatturato, sia per gli ordinativi», continua l’Istat. «L’indice del fatturato corretto per gli effetti di calendario ha registrato in marzo una diminuzione tendenziale del 22,6 per cento (i giorni lavorativi sono stati 22 contro i 20 di marzo 2008). Nel confronto tendenziale relativo al periodo gennaiomarzo, l’indice del fatturato corretto per gli effetti di calendario ha segnato una variazione negativa del 22,4 per cento. Gli indici grezzi del fatturato e degli ordinativi hanno registrato riduzioni tendenziali, rispettivamente, del 17,5 e del 26,0 per cento».

Secondo l’Istat, infine, «le variazioni negative più marcate dell’indice grezzo degli ordinativi hanno riguardato la metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (meno 36,4 per cento) e la fabbricazione di mezzi di trasporto (meno 30,0 per cento)», conclude l’Istat. E questo aspetto è sicuramente quello più grave dei dati resi noti ieri, perché a marzo sono partiti gli incentivi del governo per il settore auto.


politica

pagina 8 • 21 maggio 2009

Pressioni. Dal congresso di via Po torna centrale il tema della riforma tributaria. Un monito per Giulio Tremonti

Le forbici di Bonanni Il leader della Cisl sfida il governo: meno tasse e innalzamento dell’età pensionabile di Francesco Pacifico

ROMA. Partecipazione agli utili aziendali. Tagli fiscali contro il depauperamento dei salari accompagnato da una riforma che strizza l’occhio alla tassazione di contrasto. Un patto per il Sud per individuare priorità e sprechi. E soprattutto una prima apertura sull’innalzamento dell’età pensionabile. Raffaele Bonanni sfida sul terreno del riformismo un governo che contro la crisi sta giocando di rimessa.

Aprendo il congresso che dovrebbe vedere la sua riconferma, il leader di via Po ha ribadito «che emergenze e salari sono le due emergenze» nazionali, ma ha anche aggiunto che «senza riforme strutturali, profonde ma graduali» non si uscira dal «bipolarismo muscolare» o dalla logica del muro contro muro, tanto cara alla Cgil. Tra le proposte del segretario, quella che più prende in contropiede il governo è la riforma fiscale, un tempo bandiera del centrodestra. Nel piano studiato dalla Cisl centrale è la famiglia: quindi si parte da «una forte riduzione del prelievo sui redditi fissi» (salari e stipendi) e dal rafforzamento degli assegni familiari, preferiti al quoziente familiare. Per recuperare queste risorse si studia un sistema di imposte indirette per colpire le rendite e per incentivare la lotta all’evasione sull’Iva e verso quelle categorie più responsabili di sommerso. Ma per non sbilanciare il peso fiscale sugli autonomi ecco un sistema di detrazioni che, come prevede la fiscalità di contrasto, crescono in base a quanto denunciato. Le richieste di Bonnani sono state accolte in parte dal ministro del Lavoro e della Salute, Maurizio Sacconi. «Vogliamo tornare a quelle deduzioni fiscali che il precedente governo Berlusconi aveva introdotto e che il governo Prodi aveva sostituito con detrazioni fiscali». Perché se le detrazioni «penalizzano i nuclei più numerosi», le deduzioni – che andranno «fatte non appena ci sarà la possibilità» – sono il primo passaggio «per introdurre la logica del quoziente familiare». Ma il taglio delle tasse si conferma un tema spinoso nel centrodestra: ancora è fresco il ricordo

In programma oggi l’assemblea generale di Confindustria

E la Marcegaglia chiede riforme a costo zero ROMA. Cinque minuti di applausi, in un’assemblea privata per giunta, non è cosa che tutti i leader di Confindustria possono vantare. Ieri Emma Marcegaglia ha fatto il tagliando al suo primo anno di presidenza e ottenuto un pieno placet dai suoi associati sulla piattaforma che porterà all’assemblea generale di Confindustria di oggi. Una piattaforma che verte su due direttrici: la richiesta al governo di portare avanti una politica di modernizzazione del Paese e un monito a non scaricare sulle aziende il peso della crisi.

Quella letta dalla Marcegaglia prima all’assemblea privata e poi in giunta, è stata una relazione molto sobria, ma decisa. «In stile con quello che è Confindustria», fa notare un esponente vicino alla presidenza senza lesinare un pizzico di polemica verso il recente passato. Perché l’imprenditrice mantovana, nel ripercorre l’annus horribilis ancora in corso, si è soffermata su tutti i problemi che stanno a cuore alle imprese: innanzitutto l’accesso al credito. Al riguardo la Marcegaglia ha promesso ai suoi associati di andare avanti nelle trattative con l’Abi per la moratoria di un anno sulle rate dei mutui in scadenza: misura che i banchieri prima hanno promesso e poi si sono rimangiati. E la stessa tenacia la metterà per il rimborso dei debiti pregressi della pubblica amministrazione verso le aziende: un tesoretto da quasi 5 punti di Pil che Tremonti vuole restituire soltanto per metà. Accesso al credito e tempi di pagamento della Pa saranno centrali nel discorso che la Marcegaglia pronuncerà all’assemblea generale, in

quanto emblematici nella lotta per la sopravvivenza delle Pmi. «Perché devono essere sempre e soltanto le industrie a pagare il conto del debito pubblico?», si è chiesta ieri il leader davanti ai suoi iscritti. Questa domanda, che assomiglia a una dichiarazione di guerra, verrà ripetuta anche oggi. Perché quello che sta a cuore al sistema delle imprese è modernizzare il Paese per tagliare i costi della burocrazia. Al riguardo la Marcegaglia darà il suo pieno appoggio alla riforma della Pubblica amministrazione del ministro Renato Brunetta, quindi ribadirà la necessità di tagliare gli enti inutili e di ottenere una migliore armonizzazione tra la normativa italiana e quella comunitaria. In questo insieme di riforme a costo zero la Marcegaglia dovrebbe inserire anche quella delle pensioni e un pacchetto di sgravi sugli utili reinvestiti sul modello delle vecchie Tremonti Bis e Ter. Non mancherà un richiamo sull’alto cuneo fiscale. Spiegano da viale dell’Astronomia: «Non si chiederà la luna al governo, ma più attenzione a chi produce, quello sì. Perché c’è qualche ministro che ha svolazzato in questa fase. Certo, conosciamo i vincoli di bilancio, ma le riforme che chiediamo sono a costo zero».

Ieri è stata rinnovata la giunta di Confindustria. Tra i nuovi ingressi il neopresidente di Assolombarda Alberto Meomartini, la vicepresidente di Mediaset Gina Nieri, il tycoon cementifero Carlo Pesenti, il presidente di Edison Umberto Quadrino, il numero due di Finmeccanica Giorgio Zappa e l’editore (f.p.) Alessandro Laterza.

della marcia indietro di Silvio Berlusconi sulla detassazione delle tredicesime. Sicuramente l’argomento non piace a Giulio Tremonti, un tempo leader di riferimento della partite Iva con la doppia aliquota Irpef e l’abolizione dell’Irap, oggi impegnato a contrastare gli effetti del maxi debito pubblico. Un parlamentare vicino al ministro dell’Economia come Giorgio Jannone bolla come «trovata elettorale la richiesta tagliare la pressione fiscale. Francamente sarebbe difficile farlo». Non che il deputato bergamasco sia un fautore del tassa e spendi, ma «semplicemente, con la crisi non si può fare altrimenti». Infatti per Tremonti «è stato già un successo» non aumentare le tasse – «che sono troppe» – dopo il terremoto dell’Abruzzo. Eppure nel centrodestra, magari sperando nella pressione dei sinda-

cati, sono in molti a sperare in una maggiore flessibilità. Ai nostalgici del 2001 una soluzione semplice semplice la suggerisce il senatore del Pdl, Mario Baldassarri. L’economista allievo di Franco Modigliani considera «demagogia pura chiedere un taglio fiscale senza indicare dove tagliare la spesa corrente. Così si aumenta solo il deficit pubblico». Il presidente della commissione Finanze di Palazzo Madama si augura che «si ritorni a parlare di spesa pubblica già nella prossima sezione di bilancio. Soltanto in questo modo si possono liberare le risorse».

Quindi, forte della sua esperienza da viceministro dell’Economia, consiglia di fare tesoro di quanto avvenne nel 2004: «Allora», ricorda, «Tremonti fu bloccato perché, prima delle tasse, voleva tagliare sulla spesa in modo da poter abbassare la pressione fiscale. Ma ci fu impedito perché si toglieva linfa che alimenta tante lobby e il malaffare». Per Baldassarri «in questa fase, più che al singolo, bisogna guardare al nucleo familiare. E così, se si vuole aiutare il lavoratore, bisogna partire da chi produce». Quindi quoziente familiare al posto di un semplice taglio all’Irpef e un intervento al cuneo fiscale. Con lo stesso realismo sono tanti nel cen-


politica

21 maggio 2009 • pagina 9

La recessione condiziona il “sì” a sindacati e Confindustria Raffaele Bonanni ha aperto ieri il congresso della Cisl con due proposte molto precise: la riforma del welfare (pensioni comprese) e del regime fiscale (con abbassamento delle tasse per le famiglie). La proposta è vista con interesse da Emma Marcegaglia (sotto) e con diffidenza da Giulio Tremonti (a destra)

trodestra a studiare come giocare con le pieghe del bilancio e a selezionare le priorità. Giuliano Cazzola, vicepresidente della commissione Lavoro della Camera e collaboratore di Marco Biagi per la legge 30, consiglia di focalizzare tutti gli sforzi «sulla defiscalizzazione delle voci retributive legate a produttività e qualità del lavoro». Detassazione degli straordinari e cedolare secca del 10 per cento per gli aumenti salariali concessi in fase di secondo livello di contrattazione. «Provvedimenti come questi», aggiunge l’ex segretario confederale della Cgil, «vanno estesi a una quota superiore di lavoratori, quanto meno per tutti i salari medio bassi. Avrebbe un costo ampio, ma gli effetti sarebbero subito percepiti in termini di potere d’acquisto».

zione del reddito in modo da dare più potere d’acquisto ai salari». Sul versante dell’assistenza alla famiglia invece suggerisce di sostituire «le attuali detrazioni per i carichi familiari con deduzioni sull’imponibile. Così ai alleggerirebbero anche i tributi locali».

Indipendentemente dal come e dal quando, la lotta all’oppressione fiscale resta un imperativo categorico nel Dna di ogni militante del Popolo delle Libertà. Lo dice senza giri di parole Antonio Azzollini, presidente della commissione Bilancio del Senato: «Le proposta di una riduzione fiscale devono sono un obiettivo fondamentale del nostro percorso politico». E se gli si chiede come si fa a forzare con la congiuntura atto e un mi-

Il Centrodestra spera di poter riaprire la partita fiscale. Baldassarri: «Prima tagliamo la spesa». Cazzola: «Incentivare la produzione». Della Vedova: «La riduzione non va rinviata sine die» Ma il centrodestra non può non essere sensibile alla pressione fiscale delle aziende. Domani Emma Marcegaglia, dall’assemblea di Confindustria, dovrebbe mandare un nuovo monito sull’alto cuneo fiscale. «Ma su questo punto», consiglia Cazzola, «spingerei non tanto alla riduzione della parte fiscale, quanto su quella contributiva. Se non si vuole perdere tempo, vuol dire mettere mano alle pensioni». Maurizio Leo, tributarista e vicepresidente del dipartimento fiscale del Pdl, non contesta l’assunto «che la pressione fiscale sia elevata. Ma aiutare una fascia di popolazione come i salariati finirebbe per peggiorare la situazione di altre categorie come gli autonomi». Quindi, da esperto del settore, consiglia di aumentare le detrazioni per le spese di produ-

nistro non certo flessibile, ribatte che, «certo, quest’anno è stata una vittoria non mettere le mani in tasca agli italiani con quello che, non ultimo il terremoto, è successo. Ma già con la prossima manovra devono andare avanti gli sforzi per ripulire il bilancio ed eliminare a valle i tanti lacci esistenti». Non vuole rinunciare alla rivoluzione fiscale Benedetto Della Vedova. Il deputato forzista che Berlusconi voleva “ministro alle Libertà economiche” ripete concetti che fino a pochi mesi fa erano dogmi nel centrodestra: «Un’elevata tassazione porta con sé effetti perversi e negativi: deprime l’attività economica, riduce i salari la competitività. Io condivido l’atteggiamento prudente di Tremonti, ma crisi o non crisi la riduzione fiscale non può essere rinviata sine die».

Non decide Tremonti, dipende dalla crisi di Gianfranco Polillo a proposta di un intervento per ridurre la pressione fiscale, nel corso del 2010, è stata appena sussurrata, ma già fa discutere. Sarà, almeno è probabile, un crescendo che prenderà corpo nei prossimi mesi, sempre che il decorso della crisi non produca l’irreparabile. L’iniziativa è della Cisl, ma è previsto che segua un rinforzo da parte di Confindustria. A sostenere il tutto, i più recenti dati Ocse che indicano quanto siano bassi i salari italiani rispetto agli altri Paesi europei. Se le retribuzioni, a causa delle pessime condizioni del mercato del lavoro non possono aumentare, allora meglio puntare su una riduzione del carico fiscale a vantaggio esclusivo degli unici soggetti – i lavoratori dipendenti – che non possono evadere. C’è logica nel ragionamento sindacale. Ma è un elemento sufficiente?

L

Confindustria vuole essere della partita e cavalca il suo cavallo di battaglia. Chiede un’ulteriore riduzione del cuneo fiscale. Ulteriore: come dimostrano, anche in questo caso, i dati Ocse. Dopo i provvedimenti assunti negli anni precedenti, l’onere sul costo del lavoro è diminuito. Con una percentuale pari al 46,5 esso è minore di quello francese e di quello tedesco, anche se rimane, comunque, elevato. Ed ecco allora la proposta di un’ulteriore sforbiciata. Farà bene all’industria – questa è la tesi di Confindustria – ma farà bene anche all’economia nazionale. Un suo recente studio mostra una sorta di “moltiplicatore” keynesiano. Un taglio di poco più di mezzo punto di Pil (9 miliardi) produrrebbe nei due anni successivi una crescita cumulata dell’economia che oscillerebbe tra un minimo del 30 per cento in più della cifra investita ed un massimo di quasi tre volte tanto. Tutto dipenderà da come i benefici si ripartiranno tra capitale e lavoro. Ma anche nel caso prevalesse il totale egoismo aziendale, sempre secondo questo studio, vi sarebbe un forte aumento dei consumi e dell’occupazione. Dato tranquillizzante se si considerano le ultime previsioni. In uno dei comparti più nobili dell’industria italiana – il settore della meccanica – si preannunciano tagli, da qui a fine anno, di circa il 40 per cento dei posti di lavoro. Le aziende che soffrono di più per la caduta di ordini e fatturato sono quelle del settore autoveicoli e rimorchi. Ma è una triste statistica quella diffusa da Federmeccanica. Se si escludono i mezzi di trasporto, tirati per i capelli dagli incentivi per la rottamazione, gli altri sotto settori mostrano in genere una caduta che oscilla tra il 27 ed il 46 per cento. Non c’è quindi da stare allegri. Un intervento del Governo, rivolto a sostenere la domanda ed ab-

bassare il costo di produzione, sarebbe, pertanto, più che ben venuto. Ed allora perché non farlo?

Le dolenti note iniziano quando si cerca di mettere mano al portafoglio. Dove cercare quei 9 miliardi che servono da volano? Il problema è sempre quello. Non si tratta, tanto, di convincere Giulio Tremonti ad allargare la borsa, quanto essere consapevoli del fatto che tutto si può fare, meno che aumentare un deficit che già viaggia ben oltre le pur recenti previsioni. Se non si arginerà la caduta del PIL, supereremo il 4,6 per cento del Pil previsto dalla Relazione unificata del Ministero dell’economia. E con il deficit crescerà il debito. Solo qualche mese fa la Commissione europea prevedeva un tetto, per il 2009, del 113 per cento del Pil; già superato secondo gli ultimi dati della Banca d’Italia, nei primi mesi di quest’anno. Ci fosse almeno una congiuntura finanziaria favorevole. Ma all’estero, per uscire dalla crisi, si cerca di sostituire al debito dei privati – soprattutto quello delle banche zep-

La prospettiva non è delle più rosee sia da noi sia nel mondo. E allora, per abbassare la pressione fiscale, occorre tagliare la spesa. Ma davvero ci sono margini per farlo? pe di titoli tossici – quello pubblico. La conseguenza sarà un ingorgo nei mercati finanziari a caccia di possibili finanziamenti. Non sarà quindi facile per i paesi più esposti – e l’Italia è tra questi – trovare anime buone disposte a correre il rischio senza contropartite. Calcoli, per scaramanzia, non vogliamo farli. Ma pur incrociando le dita, la prospettiva non è delle più rosee. Ed allora? Non resta che tagliare la spesa. La legge finanziaria può essere uno strumento utile. Ma per avere risultati duraturi, occorre avere procedure di bilancio molto più stringenti. È il compito che si è assunto, in questi mesi, il Senato della Repubblica alla ricerca di una quadratura del cerchio. Non resta che sperare che l’intero puzzle possa ricomporsi in tempo.


panorama

pagina 10 • 21 maggio 2009

Flop. Ieri Unicredit ne ha richiesti 2 miliardi. Ma sono ancora molti gli istituti che li giudicano non favorevoli

Perché nessuno vuole i Tremonti bond di Alessandro D’Amato

ROMA. Lo ha detto la prima volta in un’intervista al Corriere, e l’ha ribadito al Credit and Liquidity Day: «Se un banchiere si chiede se gli conviene significa che non ne ha capito la logica», ha detto il ministro dell’Economia Giulio Tremonti a proposito delle obbligazioni che portano il suo nome. Insomma, il responsabile di via XX Settembre si sente un po’“incompreso”, e forse questa sensazione non verrà toccata più di tanto dal fatto che proprio ieri Unicredit ha presentato ufficialmente - quarto istituto dopo Banco Popolare, Popolare di Milano e Mps - la richiesta per circa due miliardi di “Tremonti bond”, e Banca Intesa la seguirà a ruota dopo l’annuncio fatto nell’ultimo consiglio di amministrazione.

rendimento, vengono corrisposti solo dopo che sono stati pagati tutti gli altri creditori. I Tremonti bond non hanno avuto molte richieste perché i termini non sono per nulla di favore, e di conseguenza solo un istituto in estrema difficoltà li sottoscriverebbe al di là del minimo ammontare preteso dalla “moral suasion” del Tesoro. Anche perché la “pub-

uno spread che al massimo arrivava al 1-2% (spesso anche meno), per un tasso finale ad oggi del 3-4%, ci si chiede perché queste devono rendere il doppio allo Stato rispetto che agli altri sottoscrittori. Ma soprattutto ci si chiede quali banche siano messe così male da dover pagare il doppio di prima, un tasso che loro stesse non riuscirebbero ad applicare ai loro stessi clienti, se non a quelli ad altissimo rischio. Inoltre il decreto prevede che qualora le banche non rimborsassero i bond entro quattro anni, i tassi salirebbero progressivamente ogni anno. Convenienti? Mica tanto.

L’ostracismo dei banchieri pesa sul ministro, che inizia a sentirsi “incompreso”: «Chi si chiede se convengono, non ne ha capito la logica»

Ep pu r e una spiegazione c’è, per l’ostracismo dei banchieri a questo strumento finanziario, un “prestito subordinato” dello Stato ad una banca, effettuato in cambio di una congrua cedola e il cui rimborso, a scadenza o in caso di liquidazione, nonché il suo

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

blicizzazione” dello strumento non ha certo giovato al suo successo: quando sono arrivate le Borse erano ancora preda di rovesci, e i titoli bancari sotto i riflettori. Una richiesta di finanziamento inviata al Tesoro e adeguatamente pubblicizzata – come è normale che sia – avrebbe avuto come diretta conseguenza un crollo delle quotazioni della banca che l’avesse fatta, visto che era un’ammissione implicita di difficoltà.

E poi qualcuno i conti se li deve essere pur fatti. Prendendo il tasso di remunerazione di questi bond: dal 7,5 all’8,5%. Considerato che le emissioni di obbligazioni subordinate destinate al mercato negli ultimi mesi sono state remunerate con tassi pari all’Euribor più

D’altronde, le banche italiane piazzano bond subordinati alla clientela a tassi d’interi punti percentuali inferiori a quelli di mercato, si finanziano a tassi irrisori sulla carta senior, imbottiscono i dossier titoli di polizze e obbligazioni strutturate che tutti sanno incorporare commissioni di svariati punti percentuali superiori a quelle di altri prodotti equivalenti. Con vedove e orfani costretti a comprare obbligazioni bancarie subordinate al 3-5%, perché finanziarsi al 7,5% da Giulio Tremonti? E perché dovrebbero “aiutare” imprese che magari non rimborseranno i prestiti, quando sono degli enti a scopo di lucro?

Ricostruita in un libro la storica battaglia calcistica (e legale) di Inter-Borussia

La Coca Cola portafortuna di Boninsegna Inter di Ibra, Mourinho e Moratti ha vinto il diciassettesimo scudetto della storia nerazzurra. Sia gloria a San Siro. Ma c’è un’altra Inter che in questi giorni torna alla ribalta e ha da raccontare una storia che ha per protagonisti Boninsegna, Peppino Prisco e una lattina di Coca Cola. È la storia dell’Inter di Mazzola e Frustalupi, Oriali e Burgnich e Facchetti che non era più la Grande Inter di HH e Angelo Moratti ma aveva ancora qualcosa di quella magica squadra. La storia è raccontata per filo e per segno nel libro di Stefano Tomasoni La Coca-Cola di Boninsegna (Limina): è la storia infinita della partita Inter-Borussia in Coppa dei Campioni e sembra essere la continuazione, anch’essa infinita, di ItaliaGermania 4 a 3.

L’

Come se al fischio finale dell’arbitro, il 17 giugno 1970 a Città del Messico, tutti si fosse rimasti delusi e tutti si attendessero i supplementari dei supplementari. E - visto il risultato finale della Rimet - bene sarebbe stato per gli italiani. Quel tempo senza tempo arrivò l’anno dopo con una sfida che pareva non finire mai: 270 minuti in campo e 40 giorni

per un totale di tre partite, ricorsi e controricorsi, sentenza della giustizia sportiva dell’Uefa che lasciarono il segno sulle regole del calcio europeo.

Nell’Inter e nel Borussia giocavano i giocatori più forti delle rispettive Nazionali. Quella partita era a tutti gli effetti una rivincita. Ma avvenne qualcosa di non preNella visto. prima partita, in casa del Borussia, dopo mezz’ora di gioco - i padroni di casa vincevano già 2 a 1 una lattina di Coca-Cola colpì in testa l’attaccante interista Roberto Boninsegna e lo mise ko. La partita continuò e fini 7 a 1. La società nerazzurra presentò ricorso, ma si scontrò con un regolamento Uefa che all’epoca non prevedeva la vittoria a tavolino per casi del genere. Si può prevedere una lattina di Coca-Cola sulla te-

sta del centravanti? Eppure, dopo quell’episodio in campo pioverà un po’ di tutto: bottigliette, mortaretti, monetine. Sembrava una battaglia persa in partenza. Ma la Uefa e il Borussia non avevano fatto i conti con il vicepresidente dell’Inter: l’avvocato Peppino Prisco. La Gazzetta dello Sport scrisse: la battaglia di Prisco è disperata. Aveva ragione. Ma Prisco vinse. Giovanni Invernizzi, subentrato a Heriberto Herrera - l’altro Herrera (ma tu guarda che cavolo di storia strana e rocambolesca è questa) - sedeva sulla panchina dell’Inter. HH - quello vero - disse: «È molto difficile che l’Uefa giunga alla decisione di far ripetere in campo neutro la partita, e in ogni caso ho molti dubbi che l’Inter possa imporsi anche se le fosse offerta la possibilità di questa ripeti-

zione». Il Mago sbagliava. L’avvocato Prisco fece un ricorso prima e una requisitoria dopo che furono degne della sua fama di grande avvocato e i giudici sportivi di Ginevra gli diedero ragione: partita annullata e da ripetere a cento chilometri di distanza dallo stadio della Coca-Cola. «Sono felice di aver raggiunto l’obiettivo che ci eravamo prefissati», disse il vicepresidente Prisco ai giornalisti, «non tanto come dirigente dell’Inter, quanto come tifoso. È come se avessi segnato un gran gol o se, da portiere, in una partita avessi parato sette pallegol. Sostenendo la tesi della simulazione, i tedeschi hanno sbagliato tutto e si sono comportati slealmente».

Per la cronaca - cioè per la storia - nel ritorno a Milano l’Inter vinse 4 a 2 e nella terza partita a Berlino, Olympiastadion, finì 0 a 0, ma Bordon - l’eterno secondo di Zoff - parò un rigore. Quindi venne il Celtic. L’Inter lo superò e approdò in finale dove c’erano i tulipani di Cruijff. E qui tutto finì: «Era il grande Aiax, aveva inaugurato un calcio nuovo. Noi eravamo una buona squadra, ma loro erano più forti. Per noi era già tanto essere arrivati in finale». Parola di Sandro Mazzola.


panorama

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Partito democratico. La componente dell’ex sinistra dc non vuole essere messa all’angolo dopo la probabile sconfitta alle Europee

I popolari già pensano al dopo-Franceschini di Antonio Funiciello on l’approssimarsi delle scadenze elettorali, i dubbi dei popolari aumentano. La componente del Pd che viene dalla sinistra democristiana ed esprime, in questa fase, il segretario nazionale del partito, è ufficialmente in stato di allerta. I sondaggi che circolano al Nazareno danno il Pd inchiodato al 25%. Quelli del Pdl – che al riscontro del dato reale in genere risultano più veritieri – abbassano la percentuale al 23%. La tenuta del Pd nel voto di giugno rischia insomma di essere considerata relativa, con la conseguenza che ognuno potrà interpretare il dato secondo le più varie e contrastanti interpretazioni.

C

zione che i popolari avrebbero altrimenti avuto. Oggi che i sondaggi sanzionano così seccamente il Pd, quella compattezza pare vacillare.

Ma partendo dalla comune ammissione che non si tratterà di un risultato di cui bearsi. Le varie componenti interne al partito dell’ex mondo diessino sono già inclini a giudicare insoddisfacente l’esito elettorale, soprattutto se sommato al previsto crollo alle amministrative. Da Bettini a D’Alema, si rincorrono le richieste di un congresso che viene minacciosamente definito “vero”, cioè di

Non si esclude, infatti, che a un risultato elettorale tanto magro possa seguire un’onda d’urto tale da far precipitare la leadership di Franceschini, attribuendogli tutta la responsabilità della sconfitta, alla facile ricerca di un capro espiatorio. Nel qual caso, i popolari non intendono affatto precipitare col segretario. Nella sciagurata evenienza di un doppio cappotto, alle europee e alle amministrative, i popolari sono già pronti a rilanciare l’immagine di un Franceschini che, nel momento della difficoltà estrema seguita alle dimissioni di Veltroni, si è sacrificato alla guida del partito. Una candidatura di servizio che metta in luce tutta la dedizione della componente nei riguardi della causa democratica. Se dovessero essere costretti dagli eventi ad archiviare l’obiettivo del prolungamento del mandato di Franceschini al prossimo congresso, i popolari non hanno alcuna in-

Marini e Fioroni potrebbero appoggiare Bersani, decretandone di fatto la vittoria ad ottobre e riaffermando il loro ruolo di soci di maggioranza contrasto all’attuale leadership. Veltroni è ormai dimenticato, anche perché fa gioco dimenticare che un anno fa il Pd aveva conquistato il 33% dei consensi nazionali. Oggi l’indiziato per la sconfitta (forse la disfatta?) di giugno è Franceschini. A fine febbraio la com-

ponente pur variegata dei popolari si strinse intorno a lui: dal padre nobile Marini all’inquieta Rosy Bindi. Con tanto di doloroso passo indietro del capo corrente Fioroni, retrocesso da titolare dell’organizzazione del partito a responsabile scuola, in virtù della sovraesposi-

Moratorie. Mercoledì alla Camera quella che vieta la costruzione di nuovi centri di culto islamici

La Lega ora “respinge” le moschee di Angela Rossi

ROMA. È stata firmata da cinquantacinque deputati della Lega Nord e sarà votata mercoledì prossimo, 27 maggio, alla Camera la mozione sulla moratoria per quanto riguarda la costruzione di nuove moschee e nuovi centri di culto islamici. Gli esponenti del partito di Bossi mettono l’accento sulla situazione che si è determinata in Italia a causa della presenza di troppi centri nati come luoghi di aggregazione e di culto, ma che in alcuni casi, hanno detto, si sono rivelati frequentati da estremisti.

perficiale delle istituzioni che, non comprendendone i rischi, adottano semplicistiche soluzioni, mettendo conseguentemente in pericolo la sicurezza dei cittadini».

La richiesta al governo è «una moratoria per la costruzione di nuove moschee e centri culturali islamici e l’immediata chiusura di tutte le moschee e centri isla-

È stata firmata da cinquantacinque deputati del Carroccio. Gianluca Buonanno: «Interpretiamo solamente i ragionamenti della gente comune»

«Nel giro di poco tempo sono sorte in tutta Italia moschee di dimensioni enormi, centri culturali e religiosi, scuole coraniche e attività commerciali gestite direttamente dalle comunità musulmane e sempre più spesso - si legge nel documento - ci si trova dinnanzi a casi emblematici, dove è facilmente riscontrabile da un lato il manifesto rifiuto da parte delle comunità musulmane presenti in Italia di rispettare le normative vigenti e di adeguarsi alla regole comportamentali e culturali del nostro Paese, e dall’altro lato l’atteggiamento su-

mici al cui interno si riscontrino presenze eversive». Immediate le reazioni. In un senso e nell’altro. «Spot razzista»: così è stata bollata da Ahmad Gianpiero Vincenzo, presidente dell’associazione Intellettuali Musulmani Italiani. Ma sul web ci sono anche numerosi sostenitori dell’iniziativa e diversi commenti contro chi difende l’Eurabia (definizione coniata da Oriana Fallaci per indicare un’Europa asservita all’Arabia). «Chi sta tra la gente capisce cosa significa, chi vive in case signorili e palazzi fa un altro discorso – afferma il deputato leghista

Gianluca Buonanno, uno dei firmatari della mozione – Noi interpretiamo i ragionamenti della gente comune. Spesso questi luoghi di culto sono veri e propri ricettacoli di presunti terroristi o veri terroristi che predicano l’odio contro l’Occidente. Vuol dire che costruiranno moschee in Italia quando noi potremo costruire Chiese nei loro Paesi».

Infine, ancora a proposito di immigrazione e integrazione, cosa risponde a chi afferma che la norma contenuta nel pacchetto Sicurezza, che riguarda la concessione del permesso di soggiorno immediato di sei mesi a bambini nati in Italia e ai rispettivi genitori spingerebbe comunque nella clandestinità gli immigrati, che avrebbero difficoltà a denunciare la nascita di un figlio per non rivelare la propria presenza sul suolo italiano? «Rispondo che è finito il Bengodi e che i veri razzisti sono coloro che fanno i buonisti. La gente è spaventata, ci sarà un motivo oppure sono tutti pazzi»?

tenzione di uscire dai giochi. Anche a prezzo di contrasti interni, prodotti ad esempio da un nuovo protagonismo della Bindi. Agli occhi di Marini e Fioroni si aprono scenari diversi. Anzitutto l’ipotesi più probabile di appoggiare Bersani, decretandone di fatto la vittoria ad ottobre e riaffermando il loro ruolo di soci di maggioranza del patto di sindacato che regge il Pd.

Tuttavia in seconda istanza, ritirando dalla corsa Franceschini, i popolari potrebbero richiedere lo stesso agli ex diessini rispetto alle velleità di Bersani, per andare alla ricerca di un candidato terzo che potrebbe essere Anna Finocchiaro. Più difficile immaginare che i popolari seguano Bettini nella ricerca del famigerato terzo uomo, che comunque non potrebbe venire dalle loro fila. Altre ipotesi al momento non sono contemplate. È certo che la corrente popolare, e in particolare il suo capofila Fioroni, non intendono essere messi in angolo. Anche nel caso in cui, in quell’angolo, il voto di giugno dovesse ricacciare in solitaria il povero Franceschini.


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icia Pinelli e Gemma Calabresi ascoltano il discorso di Napolitano sedute in seconda fila nella sala del Quirinale.Tra di loro, Benedetta Tobagi, figlia di Walter Tobagi, il giornalista del Corriere della Sera assassinato a Milano nel 1980 dai brigatisti della XXIV marzo. Finito il discorso di Napolitano Gemma Calabresi e Licia Pinelli si danno la mano e dopo aver «parlato di figli e nipoti», si fanno una promessa reciproca: «Ci rivedremo presto». «La signora Pinelli – fa sapere Gemma Calabresi – mi ha invitata a casa sua». È il presidente della Repubblica ad aver voluto questo incontro per ricordare e rendere giustizia a due uomini morti innocenti. Al commissario Luigi Calabresi, assassinato a Milano nel maggio del 1972 e all’anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato dal piano della questura meneghina il 15 dicembre 1969. È uno di quei momenti che si è soliti definire storici o almeno simbolici perché segnano la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra.

L

C’è anche Mario Calabresi all’incontro, il figlio di Luigi, che è appena diventato direttore della Stampa. È il 9 maggio e sembra l’ultima scena di quei film col finale aperto. Non è un happy end – restano i sospetti sulle verità acquisite ma non accettate, c’è una verità processuale discussa – ma con la primavera si respira un po’ di speranza. C’è il clima cambiato, c’è che gli anni del piombo e dell’odio sono lontani, c’è l’incontro davanti al capo dello Stato di due vittime di quegli anni atroci, finalmente riconciliate. O così sembra. Senonchè non passano che 48 ore e sui muri di Milano, su quelli Torino, sui muri della redazione centrale della Stampa, ecco lo sfregio che riapre le ferite: lo slogan di sempre, il mantra dell’odio:“Calabresi assassino, Pinelli assassinato”. Questo paragrafo – l’incontro delle vedove Calabresi Pinelli e le scritte sui muri che vogliono fermare il tempo – ne Gli anni della peggio gioventù di Giampiero Mughini (Mondadori) non c’è. Non ci può essere. Perché il libro di Mughini va in stampa ed esce nelle libreria appena una manciata di giorni appresso a questi fatti. Ma è da qui che con Mughini, nella sua casa museo di Trastevere, cominciamo a parlare dell’omicidio Calabresi e della tregenda di una generazione, che è anche la sua. «Eh già, questa storiaccia sembra non finire mai. Ed è scritta sulla pietra l’impossibilità ancora di chiuderla nell’unico modo decente con cui è possibile farlo, saldando cioè un vecchio debito con la verità e con la famiglia Calabresi. È scritto sulla pietra – fluisce Mughini, già in piedi tra i suoi libri nel suo studio colorato – perché davanti alla banca nazionale dell’agricoltura, un luogo

simbolo per Milano, un luogo sacro, ci sono ancora due targhe. Una che è stata apposta dal comune che parla di una tragedia e l’altra posta da studenti, da gruppi anarchici, che dice “Pinelli assassinato innocente”. Due verità capisce?». E all’altra verità, quella che continua a essere la verità contro Calabresi, continuano a credere in tanti. «È vero, la signora Pinelli è stata accogliente con Gemma Calabresi, in questa bellissima immagine dell’abbraccio tra due vedove di due morti innocenti. Ma sino ancora a non molto tempo fa la signora Licia aveva ripetuto, senza avere niente in mano, che suo marito era stato ucciso. Picchiato, creduto morto e buttato giù dalla finestra. La cerimonia da Napolitano certo – sospira Mughini – Sofri ha detto che è contento dell’immagine delle due vedove che si danno la mano…Già…Ma come la mettiamo con quello che sempre Sofri aveva scritto non molti mesi fa, con un moto di fierezza e di orgoglio: e cioè che mai la vedova Pinelli leggerà il libro di Mario Calabresi. Lo aveva scritto nero su bianco. E in quel libro Mario Calabresi scriveva che se fosse stato un giornalista di allora lui avrebbe creduto alla verità contro il padre. Una grandissima apertura, una straordinaria lealtà. Che non meritava quella chiosa». Il libro di Mario Calabresi: Spingendo la notte più in là. «La vera svolta è stata questo lavoro bellissimo, venduto in centinaia di migliaia di copie. Un libro che ha colpito l’immaginazione popolare, dove per la prima volta qualcuno scriveva “la famiglia Calabresi sostiene”,

Lotta continua del 1972 non aveva alcun onore. Era un’organizzazione di estremisti che arrivarono alla soglia dell’abisso. E si fermarono. Quelli che avevano allevato fondarono però Prima Linea

per la prima volta il punto di vista della famiglia Calabresi toccava il grande pubblico. Laddove sino a quel momento nell’opinione pubblica e nei messa media il punto di vista dominante era quello degli ”innocenti” di Lotta continua condannati ingiustamente. Per colpa delle rivelazio-

ni inventate e infondate di Marino». Già Marino, il pentito Marino: per lui, come per tutti però, Mughini nel libro ha parole di pietas: figura letteraria, tragica, uomo spinto al pentimento e alla confessione dai ripetuti scacchi della vita. Lui che il figlio l’ha chiamato Adriano, come Sofri, il ragazzo dall’eloquio fluente che l’aveva incantato davanti alla porta 2 di Mirafiori, dove Marino stava alla catena di montaggio, e l’aveva convinto che era suonata l’ora della rivoluzione. E poi la rivoluzione che non arriva e anzi

Se ci fosse stata una piena confessione nel 1988, e avessero detto «Sono stati anni terribili, di cui noi portiamo la responsabilità ma non chiedeteci nomi» sarebbe finita lì. Invece hanno detto: «Come vi permettete»…

c’è il licenziamento dalla Fiat e poi il riflusso e poi il tutti a casa. Per chi una casa ce l’ha ovviamente, o per chi intanto con la vita borghese ha trovato un onorevole compromesso. Marino invece vende crepes con un furgoncino, asfissiato dai debiti e dal pensiero che si fa lancinante che ”no, non siamo tutti uguali”. E che allora forse non ne era valsa la pena. Di fare cose terribili, magari di dare anche la morte. Le rimozioni tornano a galla.

Altrove invece sembrano non riemergere. «Quando Adriano Sofri scrive il libro su Sofri il nome di Calabresi non compare. Si certo – concede Mughini – un gruppo di ex di Lotta continua una dozzina di anni fa fece una lunga riunione, era coordinatore Nini Briglia. Ne emerse un testo risicato risicato che fu pubblicato a pagamento su alcuni giornali. Era la prima volta che qualcuno appartenuto a Lc avesse una parola di rimpianto e di pubblica commozione per le porcate scritte contro Luigi Calabresi». È severo Mughini, molto, contro i suoi compagni di generazione. Eppure non è sempre stato così. Lui non se ne ricorda ma chi scrive, nella prima metà dei Novanta, ai tempi dell’università e quando collaborava per un settimanale, gli chiede che ne pensasse del processo a Sofri. Che idea se ne fosse fatto di quell’ac-

cusa enorme che pesava sull’ex leader di Lotta continua. Mughini rispondeva che lui Sofri lo conosceva bene, che non poteva assolutamente credere che Adriano potesse mentire così spudoratamente, ché non sarebbe in grado di farlo. Cosa è successo? «Che ho letto le carte processuali – risponde Mughini – che non sono uno scherzo. Perché non sono le carte di un processo ma di dieci. E poi è successo che mi sono convinto dell’insufficienza di quell’argomento: il “lo conosco troppo bene”non vale niente. Nessuno di noi conosce troppo bene nessun altro. Ognuno di noi è un groviglio di sfumature e di contraddizioni. E poi il punto è che le persone cambiano. Non si tratta di conoscere una persona nel ‘91 o nell’85 o nel ’78-79 quando Lc fa una bella campagna in difesa del prigioniero Moro. Si tratta di conoscere le persone della primavera del 72. Quando Lotta continua, per ammissione di uno di loro, sfiorò l’abisso della lotta armata». Nel marzo di quell’anno, in un convegno di Lc, Sofri fa una relazione introduttiva durissima dove, racconta Mughini, «si inneggia alle forme di violenza d’avanguardia che siano esempio per le masse. È il periodo in cui Lc esalta il sequestro di Idalgo Macchiarini, è il periodo dove scrivono sul loro giornale, un giorno si e l’altro pure, che si vendicheranno di Calabresi, è il periodo in cui circolano le pistole del nucleo clandestini, i randelli dei servizi d’ordine. Giovanni Fasanella, che è uno scrittore e un giornalista valorosissimo, in una discussione televisiva l’altro giorno, ha detto che lui si era allontanato da Lotta continua – di cui era militante a Torino – dopo avere assistito ad alcune riunioni dei servizi d’ordine». Ci stiamo avvicinando al fatidico 17 maggio ‘72, il giorno in cui a via Cherubini un uomo spara alle spalle e uccide il commissario Luigi Calabresi. «Sofri ha due toni nella sua difesa da quella terribile accusa, uno in cui dice che Lotta Continua non c’entra, l’ altro in cui dice: “Io sono innocente penalmente”. Che tradotto in lingua italiana vuole dire non sono stato io l’organizzatore dell’azione che ha portato all’uccisione di Calabresi, non sono stato io che ho dato il vai e uccidi». E sul fatto se sia stato lui direttamente a dare quell’ordine Mughini ha un monte di dubbi. «L’azione nasce tra Milano e Massa Carrara. Passa attraverso gli uomini del servizio d’ordine, passa per il nucleo ristretto che compie l’azione. In quel momento Sofri sta a Napoli. È un po’ emarginato rispetto al centro del fuoco». Sta di fatto, e Mughini lo racconta, che Marino a Pisa, quattro giorni prima dell’omicidio Calabresi, c’è. Ha parlato con Sofri ma sul contenuto effettivo di quel colloquio vai a sapere. «Noi abbiamo sol-

Giampiero Mughini p di Adriano S

«L GENE (PER F HA


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parla degli anni della peggio gioventù, Sofri e dell’omicidio Calabresi

LA MIA ERAZIONE FORTUNA) PERSO» di Riccardo Paradisi

tanto la parola di Marino, una parola che è un po’ contraddittoria e nebbiosa. In certe cose Marino si sbaglia, ci mette dentro questa faccenda dell’imprenditore di Reggio Emilia. Non è oro colato su questo punto». Ma perché se Marino è credibile su tutti gli altri punti diventa “nebbioso”proprio su questo. Perché sulla dinamica e le presenze di via Cherubini è credibile mentre sul “Vai e uccidi”di Pisa no. Diventa più “strascicato”. «È una questione di merito. Marino dice che Pietrostefani c’era poi forse non c’era, dice che Paolo Brogi c’era, poi forse non c’era. Dice non si ricorda bene se è stato Sofri a dirgli vai alla sede di Lotta continua di Torino e aspetta la telefonata». Particolari non da poco. Come fai a non ricordarti che è proprio Sofri ad averti dato l’ordine di uccidere. «Già ma stando a quelle dichiarazioni io non me la sento dire che la responsabilità penale di Sofri è provata al centro per cento».

A parte questo, e non è poco, sul resto Mughini ha pochi dubbi. «L’azione contro Calabresi è nata dalle viscere di Lotta continua. A via Cherubini c’erano Marino e Bompressi. Il padrino politico dell’azione è stato Pietrostefani». Dove Mughini si dice invece matematicamente certo di un verdetto che non concede appelli è quello che lui chiama l’altro processo, il processo sull’onore di Lotta continua come lo chiama Sofri. «Lotta continua del 1972 non aveva alcun onore. Era un’organizzazione di estremisti che arrivarono alla soglia dell’abisso, dove si fermarono. Ma quelli che avevano allevato sono usciti da Lc e hanno formato l’esercito terrorista di Prima Linea. Da dentro Lc è venuto questo tumore». C’è una bella intervista che Mughini fa a Sofri negli anni ’’90 dove il giornalista chiede conto all’ex leader di Lc della mostrificazione degli avversari. Non c’era solo il commissario Calabresi però. C’erano anche quelli che per stare a destra venivano segnalati nei libelli di Lotta continua con tanto di indirizzo, targa dell’auto, spostamenti.Tra questi Enrico Pedenovi, consigliere provinciale del Msi, assassinato da un commando di Prima Linea nel 1976. «L’ho detto che Prima linea nasce da quel mondo. Certo non possiamo incolpare Pietrostefani dell’assassinio Pedenovi. Ci mancherebbe. Ognuno risponde degli atti singoli. L’atmosfera però era quella, ed era bestiale. Anni bestiali, altro che formidabili». Anni dove la peggio gioventù bissa a freddo una guerra civile che si era chiusa trent’anni prima. «L’elemento psicotico frullato dall’ideologia ha fatto si che noi ventenni degli anni ‘60 ci siamo inventati una guerra fredda. Beppe Niccolai – il deputato del Msi contro il quale quelli di Lc fanno la manifestazione suicida

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L’ex leader di Lc, Adriano Sofri

Il direttore della Stampa Mario Calabresi

Il commissario Luigi Calabresi assassinato a Milano nel maggio del 1972

per impedirgli di parlare che costa la vita a Franco Serantini – quando torna dalla prigionia americana manda una lettera a un giornale comunista di Firenze diretto dall’ex fascista Romano Bilenchi. Che la mette in prima pagina. La peggio gioventù, torna indietro rispetto alle cose migliori che erano state fatte dai padri nell’italia 45-50, dove tutto sommato ce la siamo cavata, abbiamo ripreso a camminare. La nostra generazione invece si è inventata questa guerra psicotica, la riedizione dell’antifascismo militante. Terribile. Per fortuna che la mia generazione ha perso». Mughini crede molto alla responsabilità collettiva però lui è stato il primo da sinistra ad affacciarsi sul calderone del mondo avversario per capirci qualcosa e non per sputarci dentro. «Sono uscito da questi furori nel

‘71 -‘72, mi sembravano cose pazzesche questi gruppuscoli che andavano contro il Pci, contro il sindacato, che facevano l’antifascismo militante. Però la mia generazione è stata quella, e malgrado tutto io sono stato orgoglioso di avere dato la mia firma di giornalista liberale ai giornali di Lc perché potessero uscire. Per questo mi detestano». Mughini cita episodi espliciti. «Ho dimostrato sempre affetto per Manconi che cito nel mio libro. Ero al Tg2 per questo libro. Lo chiamano e mi avrebbe fatto piacere fosse venuto. Ma non è voluto venire. Cito Andrea Marcenaro tre volte nel libro e molto affettuosamente. Lui ha scritto un brutto articolo sul Foglio: ”Se Mughini ha nel design la stessa competenza che ha dimostrato sul caso Sofri chissà le sòle che ha preso”. Gli ho telefonato esprimendogli la mia pietà intellettuale. È come un pacchetto di mischia, si tengono stretti e ti vengono addosso assieme. Non per l’onore di ieri per quello di oggi. E non distinguono più nulla. Fossi stato aggressivo, spietato. Ma dico che Sofri merita la grazia. Dico che sono contento che il Bompressi di oggi sia libero e che non abbia nulla a che vedere con l’uomo di ieri. Niente. O dici che sono degli arcangeli, come lo pensano le professoresse democratiche che leggono Repubblica, oppure niente».

Mughini verso Sofri nutre ancora qualcosa che assomiglia all’amicizia però anche quando credeva alla sua innocenza assoluta non gli risparmiava niente. «La pietas verso Calabresi – gli rimproverava – non l’avete dimostrata». Sofri gli risponde che ieri glielo impediva il ruolo politico, poi quello processuale. Ruggero Guarini ha detto che Adriano Sofri ha messo come Napoleone la mano sotto il paltò da allora e non se l’è tolta più. Un ruolo di imperatore d’anime che non ha mai abbandonato. «È un’immagine perfetta – chiosa Mughini – ma terribile. Se ci fosse stata una piena confessione dei fatti, se quelli di Lc, nel 1988, avessero detto “Sono stati anni terribili, di cui noi portiamo la responsabilità non soltanto intellettuale. Ma noi non faremo nomi e lo dovete capire. Noi siamo straordinariamente rammaricati e commossi per quello che è successo. Noi che siamo delle persone diverse e che vogliamo vivere nella società di oggi”. Avessero fatto questo discorso finiva lì. Gli avrebbero dato le attenuanti, questo processo non sarebbe nemmeno cominciato. Invece hanno detto un’altra cosa: “Come k vi permettete”. Per questo la mia generazione ha un debito d’onore con la verità. Io ho cercato d’assolverlo a mio modo. Con questo libro». Dedicato “Alla verità” appunto. Che magari non è rivoluzionaria, ma almeno rende liberi.


mondo

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Diplomazie. Il Segretario di Stato Usa avverte: «Se il regime dovesse dotarsi di ordigni atomici, si scatenerebbe il riarmo del Medioriente»

Un missile su Frattini Un nuovo razzo arricchisce l’arsenale di Teheran E il ministro degli Esteri annulla la visita in Iran di Vincenzo Faccioli Pintozzi segue dalla prima L’atteggiamento risoluto del “falco” israeliano ha convinto l’amministrazione statunitense che non è il caso di spingere troppo sulla questione e a dare più importanza al problema Iran. Che, forse, Obama vorrebbe delegare ai partner europei per non essere costretto a prendere posizione a pochi giorni dagli inviti al dialogo rivolti all’esecutivo di Teheran.

Un compito che Frattini autore e propagatore di una politica molto realistica sull’argomento - avrebbe voluto forse

corre per un secondo mandato alle imminenti elezioni presidenziali del 4 giugno, si trova a Semnan per motivi elettorali: è infatti in corso la sua visita ufficiale a tutte le 60 province iraniane. Nonostante siano soltanto quattro i candidati accettati, infatti, arrivare addirittura nella città in cui il presidente fa il suo tour elettorale sarebbe sembrato un endorsement troppo evidente. E proprio sulle candidature si è scatenato in parte lo sdegno internazionale: tutte le donne che avevano presentato la loro candidatura alle presidenziali del 12 giugno in Iran sono state escluse dalla

Sfumano le possibilità di un successore di Ahmadinejad più moderato. A pochi giorni dalle presidenziali, infatti, sono stati accettati soltanto quattro candidati alla massima carica addossarsi proprio con la visita di ieri. Ma che cosa lo ha spinto a respingere l’invito a recarsi a Semnan, città a circa 200 chilometri ad est dalla capitale? Ci sono almeno due validissime ragioni. La prima è che il presidente Ahmadinejad, che

corsa elettorale, come sempre avvenuto dalla fondazione della Repubblica islamica, 30 anni fa. Il Consiglio dei Guardiani, l’organo conservatore che seleziona le candidature, ha accettato soltanto quattro candidati: oltre al presidente uscente

Mahmoud Ahmadinejad, l’ex presidente del Parlamento Mehdi Karrubi, l’ex primo ministro Mir-Hossein Mussavi e l’ex capo dei Pasdaran Mohsen Rezai. Sono state invece respinte le candidature di altre 471 persone, tra le quali quelle di 42 donne.

Tra le donne più conosciute che avrebbero voluto partecipare alla gara elettorale figurava Rafat Bayat, un’ex deputata che si era vista bocciare la candidatura anche alle presidenziali del 2005. In quella occasione soltanto sette candidati erano stati ammessi, su un totale di 1.010. Fra questi vi erano anche 89 donne, tutte bocciate. Nessun segno di vita anche dai cosiddetti riformatori: Rafsanjani in testa, sembrano essere spariti dall’agone politico persiano, che perde così la possibilità di avere un leader se non moderato almeno non estremista. Il secondo motivo che ha tenuto Frattini lontano dal suolo iraniano è che ieri mattina, proprio da Semnan, l’Iran ha condotto con esito positivo un test missilistico, lanciando per la seconda volta un

vettore terra-terra di tipo Sejjil2. Il primo test del Sejjil era stato effettuato nel novembre del 2008. Il lancio, ha spiegato l’agenzia di stampa iraniana Irna, «è avvenuto nella provincia in cui si trova il presidente in queste ore e ha colpito l’obiettivo predeterminato». Con un gittata di duemila chilometri, il Sejjl-2 si aggiunge alla dotazione missilistica degli Shahab-3, da quali però differisce in quanto è a due stadi (lo Shahab ne ha uno solo) e usa combusti-

Il nuovo test del missile Sejil 2 non cambia il pericolo già esistente di un attacco a Israele

Prove tecniche di distruzione di massa di Pierre Chiartano Iran ha testato un nuovo missile terra-terra, il Sejil-2, con un raggio d’azione di 2mila chilometri. Molto simile allo Shahab 4 che stavano sviluppando solo qualche anno fa, con un carico utile di circa 1.600 chilogrammi. In un momento di grande tensione tra Gerusalemme e Teheran e di tentativi di dialogo da parte di Obama, il presidente Mahmoud Ahmadinejad sembra aver risposto rilanciando la minaccia strategica. «Il missile - ha riferito l’agenzia Irnaha centrato il bersaglio». Il vettore a carburante solido appartiene ad una generazione avanzata di missili terraterra, già testato una prima volta nel novembre del 2008. La grande differenza con quelli a combustibile liquido è la rapidità di utilizzo e la stabilità del carburante. L’iniziativa iraniana – che arriva due giorni dopo l’incontro tra Obama e il premier israeliano, Netanyahu, a Washington – è destinato a indebolire il fronte di coloro che, come il presidente americano, tentano di disinnescare la miccia di una prossima guerra tra Israele e Iran. Comunque questo nuovo vettore cambia poco rispetto alla minaccia iraniana verso Israele, perché esistono versioni,

L’

come lo Shahab 5 (consciuto anche come Kosar) che hanno una gittata di oltre 4mila chilometri. Nell’armamentario missilistico iraniano parliamo sempre di evoluzioni del vecchio Scud sovietico, nelle versioni «B» e «C» oppure del No-Dong nordcoreano (Shahab 3). Infatti il nuovo missile a gittata medio-lunga, non cambia nulla per Israele «sul piano strategico», ma «dovrebbe preoccupare» l’Europa. Come ha dichiarato, ieri, in un’intervista radiofonica il viceministro degli Esteri israeliano, Dany Ayalon, commentando l’annuncio rimbalzato da Teheran. Ayalon ha inoltre affermato che - in base alle sue informazioni - gli iraniani starebbero cercando di mettere a punto anche «un missile balistico di gittata pari a 10mila chilometri», in grado di «colpire la costa est degli Usa». Un dato che era già emerso nella commissione voluta da Rumsfeld. I test iraniani vengono interpretati da Israele come una conferma della pericolosità dei programmi nucleari di Teheran, alimentando la volontà «di difendersi da soli» con un attacco preventivo. Cosa che, ha spiegato ieri Leon Panetta, capo della Cia, sarebbe per tutti «un grosso guaio».

bile solido (lo Shahab usa carburante liquido). E diventa la minaccia più pressante per lo Stato di Israele, che non può lasciare il regime degli ayatollah libero di continuare la sua corsa agli armamenti nucleari.

E sempre ieri è intervenuto sullo scottante argomento il direttore della Cia Leon Panetta che, secondo il quotidiano di Tel Aviv Haaretz, sostiene: «Se Israele decidesse di attaccare l’Iran in modo autonomo cree-


mondo

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È necessario rompere l’isolamento internazionale degli ayatollah?

Cinque domande rivolte alla Farnesina di Emanuele Ottolenghi segue dalla prima Proprio per questi motivi ci permettiamo di farle qualche domanda, fiduciosi che esse possano contribuire al successo di un’eventuale visita futura.

Lei, il ministro degli Esteri della sesta po-

Sopra, un battaglione delle Guardie della Rivoluzione iraniana. Sotto, Mahmoud Ahmadinejad e, a lato, Franco Frattini. Nella pagina a fianco, uno dei missili testati dal regime islamico rebbe una situazione assai problematica». Lo Stato ebraico è chiaramente preoccupato dalla possibilità che l’Iran si doti di armi nucleari, ma ha precisato che la sicurezza di Israele sarebbe meglio garantita da una cooperazione con la comunità internazionale: «La minaccia rappresentata dall’Iran ha la nostra piena attenzione, l’Iran è un fattore destabilizzante nel Medioriente: anche se l’amministrazione americana è incline all’impegno diplomatico, nessuno è ingenuo al punto da ignorare i rischi della situazione».

Secondo Panetta, inoltre, «l’intelligence statunitense ritiene che l’Iran stia mantenendo aperta la possibilità di sviluppare armi nucleari con i relativi vettori; crediamo che l’Iran abbia sospeso i programmi di sviluppo bellico nel 2003 ma sta continuando a sviluppare la tecnologia per l’arricchimento dell’uranio e i missili capaci di trasportare testate nucleari. L’ultima cosa di cui si sente il bisogno in Medioriente è una corsa al nucleare».

Posizione condivisa anche dal Segretario di Stato americano, Hillary Clinton, che ha individuato nell’Iran «una provocazione che potrebbe spingere i Paesi confinanti a un riarmo molto pericoloso». Si vede dunque da tutto questo la molteplicità di approcci che la comunità internazionale sta tentando nei confronti di Teheran. Ovviamente, se questo dovesse continuare la sua pericolosa corsa alle armi, l’approccio italiano e la mentalità di Obama dovranno per forza essere messi da parte. Sempre che oramai, avendo lasciato al regime molto, troppo tempo, non si sia costretti a scoprire che è stato troppo tardi.

tenza economica mondiale, di una democrazia compiuta e stabile, presidente del G8, membro della Nato, stato fondatore dell’Unione Europea, ha deciso di degnare di una visita di Stato, con tutti i pubblichi crismi di ufficialità, una nazione oppressiva, clericale e autoritaria, che detiene il triste primato del più alto numero di esecuzioni di minori, che sta cercando di avere armi nucleari per estendere il suo dominio oppressivo sull’intera regione. Che sostiene il terrorismo e che fomenta conflitti e ostacola soluzioni di pace in aree per noi strategiche. Così facendo, offre al regime iraniano la legittimità internazionale cui aspira. Era proprio necessario? Non siamo contrari al dialogo per principio, ma c’è modo e modo. Non può vedersi con Mottaki in campo neutro e in maniera più discreta? Senza onorare l’Iran in un momento di acuto isolamento internazionale della sua presenza? Ci stupisce che nessuno le abbia suggerito di fare altrimenti. E ci dispiace che fosse costretto lei a viaggiare a Teheran, comunque siano andate le cose. Così facendo, rischia di convincere gli iraniani ad alzare il prezzo. Il fatto stesso che le abbiano messo condizioni impossibili sul luogo dell’incontro dimostra come la pensano. Offrendo di partire, si è messo automaticamente in una posizione di debolezza. E loro se ne sono accorti. Ci rassicuri dunque, e ci faccia sapere che se mai decidesse di andare, non tornerà a mani vuote e che il prezzo da lei pagato non sarà troppo oneroso.

Se ha deciso di rompere

gestire il dossier Iran? Nemmeno il suo predecessore Massimo D’Alema si è mai azzardato a rompere le righe, anche se forse in cuor suo la pensava diversamente. Perché lei ha deciso altrimenti?

Lei era pronto ad andare a Teheran in missione diplomatica, ma di solito i ministri degli Esteri quando viaggiano in Paesi emergenti si trascinano dietro un codazzo di uomini d’affari per promuovere l’industria nazionale e favorire la cooperazione bilaterale. Ma un gesto simile in questo momento darebbe un segnale sbagliato, visto che l’Europa - lei lo sa meglio di noi - sta mettendo insieme una nuova architettura di sanzioni contro l’Iran. Ci potrebbe rassicurare dunque sul fatto che sul suo aereo personale ci sarebbe stato soltanto soltanto lei, insieme al suo entourage di consiglieri ed esperti, e non una folta delegazione di imprenditori italiani? Nel tempo libero che lei sperava di avere a Teheran - e siamo coscienti che queste visite gliene lasciano poco - vorremmo sapere se pensa di visitare le rovine di Persepoli o incontrare i dissidenti iraniani. Speriamo che lei si veda con i dissidenti e che lo faccia in maniera altrettanto pubblica quanto la stretta di mano con i rappresentanti della rivoluzione. Altrimenti, la sua visita servirà come trofeo alla propaganda del regime. Sappiamo che le preme convincere gli iraniani ad assumere un ruolo costruttivo in Afghanistan: ma lei crede veramente che i loro interessi coincidano con i nostri in quel tormentato Paese? L’Iran soffre del traffico di droga che affligge anche la Sua popolazione, non c’è dubbio. Ma lei veramente crede che il traffico di droga sia una ragione sufficiente a trasformare un avversario in un alleato? La triste verità è che l’interesse dell’Iran è di ridurre la presenza e l’influenza occidentale nella regione, compreso l’Afghanistan. Nulla, nemmeno la visita di un ministro degli Esteri italiano e una visita di Stato può cambiare tutto questo. Ecco, siccome la sua visita ci sembra solo rimandata e non cancellata, abbiamo osato sollevare qualche piccola questione, sperando di non farle torto. E contiamo che la prossima volta che decide di andare a Teheran, questo piccolo memorandum possa risultare un utile contributo al successo della diplomazia italiana, che Lei da sempre, in tante funzioni, con onore e professionalità rappresenta.

La realpolitik può essere un’opzione, ma deve essere concordata con tutti i nostri alleati. E non bisogna scordare i dissidenti interni

l’isolamento diplomatico di Teheran a dispetto della posizione dei suoi 26 colleghi europei e certamente dei nostri alleati americani un motivo ci sarà. Ci consenta di soddisfare una curiosità allora, resa ancor più acuta dal fatto che lei ha annunciato il suo viaggio a Teheran come si annuncia un matrimonio riparatore: si è consultato con i nostri alleati? E il suo viaggio allora come si colloca nell’ambito della strategia comune dell’Occidente nei confronti dell’Iran? E se non si è consultato o se lo ha fatto contro il giudizio degli alleati, perché lo ha fatto? Che interessi si servono a segnalare agli iraniani che l’Occidente è diviso su come


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pagina 16 • 21 maggio 2009

Cina-Ue, la rivincita di Wen Jiabao Recuperato a Praga il vertice annullato perché Sarkozy aveva incontrato il Dalai Lama di Enrico Singer inque mesi fa il vertice era saltato perché Nicolas Sarkozy - allora presidente di turno della Ue - aveva osato incontrare il Dalai Lama e Pechino aveva fatto pagare all’Europa questo affronto annullando la riunione che era prevista per metà dicembre a Lione. E che ieri è stata recuperata a Praga sotto l’attuale, più morbida guida che, nel suo semestre, la Repubblica ceca ha impresso all’Unione europea. Così, ancora una volta, si è realizzata la massima che, da Confucio a Mao e ancora adesso, governa la strategia politica cinese: siedi sulla riva del fiume e aspetta che la corrente porti il cadavere del tuo nemico. Per godersi la rivincita è arrivato il primo ministro Wen Jiabao in persona che ha detto a chiare lettere che «per collaborare la cosa più importante è non interferire negli affari interni». Si dirà che la Cina è la più grande potenza economica emergente del globo e che l’Europa è il primo mercato per le sue esportazioni. E che la realpolitik non l’hanno inventata i cinesi. Era inevitabile che la crisi - accentuata anche dal Premio Sacharov che l’Europarlamento, sempre nel dicembre scorso, aveva assegnato al dissidente Hu Jia - doveva, prima o poi, essere superata. Anche perché la tempesta che ancora scuote l’economia mondiale impone

C

IL PERSONAGGIO

accordi e non guerre commerciali. Tutto giusto. Tutto comprensibile. Come i sorrisi nel Castello di Praga che ha ospitato il vertice e le intese raggiunte per evitare misure protezionistiche e per riequilibrare la bilancia dell’import-export che pende in netto favore della Cina.

Anche il silenzio sul problema dei diritti umani, proprio nell’anniversario della protesta di Tienanmen, era prevedibile: era il prezzo richiesto da Pechino per il riavvicinamento e le strette di mano. Ma tutta la storia di questo undicesimo summit Ue-Cina rivela i limiti politici dell’Unione europea. Il primo consiste nella sua stessa personalità di interlocutore perché quando si tratta di stringere contratti sono i singoli Stati a farlo, per di più in concorrenza tra loro per assicurarsi gli affari migliori, e alla Ue rimane il compito di stabilire le regole, di fissare la cornice e di

Quelle dei consorzi europei, per esempio. Come Airbus che è riuscita ad assicurarsi importanti contratti con Air China. Ma per questo è necessario mettersi d’accordo prima tra europei e la strada delle intese continentali è più accidentata di quella degli accordi con la Cina. Pechino conosce bene la debolezza dell’Europa e gioca su diversi tavoli: dalla Ue cerca di ottenere il massimo sul terreno delle regole, dai singoli Paesi cerca d’incassare il massimo dei dividendi.

È esemplare il caso dei prodotti di alta tecnologia che sono ancora esclusi dalle esportazioni europee in Cina. Alla vigilia della partenaza di Wen Jiabao, l’agenzia di stampa Nuova Cina ha scritto che «l’eccedenza commerciale della Cina, di cui si lamenta la parte europea, è in larga misura dovuta al fatto che la Ue non autorizza la vendita delle sue tecnologie d’avanguardia perché nutre infondante poreoccupazioni»: come dire che se la bilancia dell’importexport è negativa per l’Europa è colpa sua. Altro che boicottaggio per difendere i diritti umani. Pechino punta a far cadere anche le ultime barriere commerciali lasciando capire che, se gli europei fossero ancora più ragionevoli di quanto già non lo sono, i conti dei loro bilanci ne potrebbero trarre vantaggio. Altro capitolo sensibile è la difesa dell’ambiente. La Ue vorrebbe che la Cina riducesse le emissioni di gas nocivi nell’atmosfera anche in previsione della Conferenza di Copenaghen che, alla fine dell’anno, dovrebbe fissare gli obiettivi del dopo-Kyoto. La risposta di Pechino è vaga: la Cina «farà del suo meglio nel rispetto dello sviluppo dell’economia». Quindi parlare di riavvicinamento è prematuro, anche perché il capitolo Tibet è tutt’altro che chiuso: la Cina ha appena fatto sapere alla città di Parigi che se offrirà al Dalai Lama la cittadinanza onoraria, si scatenerà una nuova crisi.

Il premier in persona è venuto a trattare con l’Europa che ha messo da parte il caso dei diritti umani in nome delle commesse assumersi la responsabilità delle polemiche sui dazi come quelle sollevate anche dall’Italia nel caso della liberalizzazione del mercato dei tessili. Insomma, da una parte c’è una grande potenza del calibro della Cina e, dall’altra, c’è un’Europa unita soltanto a parole e pronta, nei fatti, a combattersi a colpi di missioni commerciali e di commesse strappate con qualsiasi mezzo come ha fatto la Germania che si è assicurata il contratto per la rete dell’alta velocità ferroviaria cinese giocando al ribasso sulle offerte francesi e italiane. Si dirà che anche questo è comprensibile. Anzi, che è la legge del mercato. Eppure per fare massa critica e reggere il confronto con un gigante come la Cina esistono anche altre strade.

Manuel Antonio Noriega. L’ex dittatore di Panama estradato in Francia per scontare 10 anni di prigione, la sua secondogenita eletta al Parlamento centroamericano

Galeotto il padre, deputata la figlia di Maurizio Stefanini anuel Antonio Noriega va galeotto in Francia, la figlia va deputata centroamericana a città del Guatemala. Terminata di scontare a Miami una condanna a 17 anni per traffico di droga, associazione a delinquere e lavaggio di denaro sporco, l’ex-dittatore di Panama è stato appena estradato in Europa in seguito a una condanna a 10 anni per riciclaggio, che ha prevalso sull’altra richiesta di estradizione della madrepatria, in seguito a un’altra condanna a vent’anni in contumacia come mandante dell’omicidio di vari oppositori, a partire dal famoso Hugo Spadafora. E la Francia l’aveva spuntata anche perché al governo a Panama stava il Partito Rivoluzionario Democratico: già sostenitore del suo regime, benché emendato. Ma fino a un certo punto. Alle primarie per le presidenziali era infatti prevalsa Balbina Herrera: all’epoca di Noriega sindaco associata ad alcuni episodi particolarmente sinistri di repressione verso gli oppositori, ed esponente di un’ala già nostalgica e ora in odore di chavismo. E poi, alla secondogenita dell’ex-dittatore, Sandra Noriega Sieiro, il governo del Prd aveva offerto un incarico di diplomatica nella Repubblica Dominicana, Paese di nascita della madre. Adesso, proprio per il profilo inquietante di Balbina Herrera la varillera,“manganellatrice”, il voto presidenziale del 3 maggio è stato vinto

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Aveva già passato 17 anni in carcere negli Usa, ma la sua vicenda personale non ha danneggiato la giovane Sandra

a valanga col 60,1% dal candidato moderato Ricardo Martinelli Berrical, di origine italiana e re dei supermercati. E anche per l’Assemblea Nazionale la coalizione di Martinelli si è imposta, con 37 deputati contro 22, più tre di altri gruppi. Ma lo stesso giorno si è votato anche per il Parlacen, il Parlamento Centroamericano con sede a Città del Guatemala. E lì il Prd ha lì ottenuto 11 eletti su 20: un dodicesimo è andato a un suo alleato e solo 8 ai fedeli del nuovo Presidente, il cui partito ha avuto le liste escluse dalla competizione per ordine della magistratura, su ricorso del Prd. Motivo: non aveva fatto le primarie per le candidature. La cosa che a livello internazionale ha fatto rumore è che tra gli 11 del Prd c’è anche la già citata secondogenita di Noriega. «Siamo molto contenti che il lavoro non sia stato fatto invano», ha detto lei ai giornalisti al momento di ricevere la convalida. Ovviamente, la notizia è destinata a far crescere ancora di più la polemica di Martinelli. Che si insedierà il 9 luglio, ma che col dente avvelenato per l’esclusione della sua lista sta ripetendo da tempo che il Parlacen è «inutile». Juan Carlos Navarro, primo sottosegretario del Prd e candidato alla vicepresidenza, è sceso in campo per difenderla: «Non possiamo giudicare i figli per le colpe dei padri. Sandra è una professionista di livello, si è candidata a un’elezione interna del Prd e ha preso i voti».


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21 maggio 2009 • pagina 17

Continuano le operazioni militari contro i talebani

Avviati a Mosca i negoziati per il nuovo trattato Start

Sono quasi tre milioni i profughi in Pakistan

Disarmo nucleare: è positivo il primo round

ISLAMABAD. Le operazioni mi-

MOSCA. La trattativa per un nuovo storico accordo russoamericano sulla riduzione degli armamenti nucleari (Start) è iniziata. La due giorni di colloqui a Mosca tra la delegazione Usa e quella russa è stata definita «un successo». Un secondo round di colloqui è ora fissato tra il primo e il 3 giugno a Ginevra. La speranza è che già nel vertice tra Barack Obama e Dmitri Medvedev, che si terrà al Cremlino tra il 6 e l’8 luglio, alla vigilia del G8 italiano, si possa arrivare a esaminare il testo di un nuovo Start. Secondo le attese, gli Usa avrebbero dovuto presentare una prima proposta scritta nel corso dell’incontro. Mosca ha posto come discriminante un chiari-

litari pachistane contro i talebani continuano senza sosta, ma allo stesso tempo cresce l’emergenza umanitaria per i profughi interni che hanno ormai superato quota 2,5 milioni. Lo ha dichiarato ieri il ministro dell’Informazione della Provincia della frontiera del nord-ovest (Nwfp), Mian Iftikhar. Durante una conferenza stampa, scrive nella sua pagina on line il quotidiano The News International, il ministro ha assicurato che in ogni caso le operazioni militari continueranno «fino a quando le aree non saranno ripulite dai miscredenti», termine con cui le autorità pachistane definiscono spesso i talebani. Iftikhar ha quindi comunicato che le persone fuggite dalle aree in cui sono in corso gli scontri fra militari e commando di integralisti islamici sono ormai 2.528.370, definendolo «il piu’ alto numero di rifugiati interni in un unico Paese registrati al mondo».

Il ministro ha infine rivolto un appello alle organizzazioni umanitarie internazionali affinché «contribuiscano generosamente per sostenere il ricollocamento delle famiglie costrette ad abbandonare le loro case». Intanto, sempre ieri, le forze di sicurezza pachistane hanno conquistato Sultanwas,

In Irlanda è scandalo per gli abusi sui minori Un rapporto-choc su oltre cento istituti religiosi di Massimo Ciullo igliaia di bambini irlandesi avrebbero subito, per anni, abusi e vessazioni da parte di preti e suore che controllavano istituzioni di pubblica assistenza in Irlanda. È quanto emerge dalla drammatica ricostruzione della Child Abuse Commission, che ha condotto la più grande indagine di sempre sugli ordini religiosi irlandesi. Il rapporto (3.500 pagine) ha raccolto le testimonianze di circa 2.500 vittime di abusi sessuali e violenze tra gli anni ‘40 e ‘80; oltre 100 istituzioni gestite da ordini religiosi - riformatori, scuole “per ragazzi difficili” e case che ospitavano disabili - sono state indagate. Nel 2003, un primo rapporto pubblicò le testimonianze di 700 uomini e donne che raccontarono di essere stati picchiati in ogni parte del corpo con ogni tipo di oggetto. Altri raccontarono di essere stati violentati, alcuni da varie persone contemporaneamente. Alcuni degli abusi risalgono a 60 anni fa e molti dei presunti colpevoli sono morti, sottolinea il Daily Mail. Ora, le testimonianze raccolte sono molte di più e sono state ascoltate anche persone che vivono in Australia e negli Stati Uniti, che hanno raccontato particolari agghiaccianti della loro terribile infanzia. La Commissione è stata creata nel 2000 dall’ex-premier Bertie Ahern dopo che un documentario tv fece affiorare la lunga storia delle violenze. Nel 1994, quando emerse il primo scandalo dei preti pedofili in Irlanda, il governo fu costretto a dimettersi a causa delle reticenze sui fatti denunciati da migliaia di persone.

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stine Buckley, è stata una delle prime a rompere il silenzio all’inizio degli anni Novanta. Figlia di una ragazza-madre, fu affidata ad un orfanotrofio di Dublino in attesa di essere adottata. Non avendo ricevuto richieste, le suore “Sorelle della Pietà” la tennero con loro nel convento di Goldenbridge, ora chiuso, costringendola a confezionare almeno sessanta rosari al giorno, per evitare di essere picchiata o umiliata.

Come molte altre vittime, afferma che è giunto il momento della giustizia, dopo anni di silenzi, reticenze e connivenze anche da parte delle istituzioni politiche che hanno preferito chiudere gli occhi di fronte alle nefandezze compiute da chi era preposto all’educazione e alla formazione dei bambini più vulnerabili. La maggior parte degli istituti religiosi di cui si parla nel rapporto della Commissione sono stati chiusi nei primi anni Settanta All’interno di queste istituzioni, i bambini potevano ricevere un’elementare istruzione fino all’età di dodici anni. La maggior parte dei ragazzi però veniva impiegata in lavori domestici o nei campi già durante l’adolescenza, senza ricevere in cambio alcun salario. Molti di essi hanno dovuto affrontare un vero e proprio regime di terrore che comportava severe pene corporali e intimidazioni. Sotto accusa sono finiti principalmente due ordini: i Christian Brothers e le suore delle Sisters of Mercy. I primi hanno opposto una dura resistenza legale all’inchiesta, riuscendo ad ottenere l’anonimato per i membri coinvolti nell’indagine, anche nel caso di responsabilità individuali per reati sessuali. Nessun esponente di queste istituzioni ha voluto rilasciare dichiarazioni sulle risultanze della Commissione. La Chiesa cattolica in Irlanda ha subito un durissimo colpo alla sua immagine. Per questo probabilmente, dal Vaticano sono state accettate senza indugio le dimissioni di monsignor Magee, segretario di tre Papi, accusato di aver nascosto alcuni episodi di pedofilia nella sua diocesi, denunciati nel 2005.

Concluso il lavoro della commissione istituita dal governo nel 2000. Violenze sessuali, ma anche lavori forzati

roccaforte dei talebani nel distretto di Buner (che si trova a soli 100 chilometri da Islamabad), uccidendo 80 militanti fondamentalisti. Lo ha reso noto il servizio stampa delle forze armate (Ispr) a Rawalpindi, precisando che Sultanwas era una roccaforte «dei terroristi miscredenti nel Buner dove disponevano di bunker di cemento armato e di grandi quantitativi di munizioni». Operazioni militari sono continuate anche a Piochar, Matta, Kanju e Takhtaband, nella Valle dello Swat. Il responsabile dell’Ispr, generale Athar Abbas, ha precisato che «il Pakistan sta affrontando minacce su due fronti, uno dai talebani e l’altro dalla frontiera orientale del Paese».

È stata la pervicacia di alcune associazioni di attivisti, come la One in Four, che raccolgono ex-vittime di abusi, a costringere la Chiesa irlandese ad alzare il velo sugli inquietanti retroscena degli istituti gestiti da suore e preti. Prima che la Commissione facesse luce sugli abusi commessi dai religiosi, migliaia di vittime hanno preferito tacere perché temevano la reazione delle gerarchie ecclesiastiche e il rischio di essere considerati dei bugiardi. Chri-

mento sul piano che aveva lanciato Bush di uno scudo antimissile in Europa orientale.

Le delegazioni stanno «discutendo aspetti specifici del nuovo accordo», ha detto ieri il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov. E il risultato finale delle trattative sarà «sicuramente un passo avanti rispetto all’attuale regime». Un accordo, ha ricordato il capo della diplomazia russa «non potrà in alcun modo essere raggiunto senza tenere presente la situazione nell’area di difesa missilistica e senza tenere presenti altri aspetti come il possibile impiego di armi nello spazio e l’aumento delle armi convenzionali». Segnali di ottimismo sono arrivati anche dal segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, che in un’intervista all’emittente russa Vesti-24 ha ribadito che lo scudo antimissile in Europa orientale non è mai stato pensato contro la Russia, invitando anzi Mosca a un monitoraggio comune del possesso di armi nucleari da parte di Paesi terzi - leggi Iran - nel timore che possano anche cadere nelle mani di terroristi. «Crediamo tutti nel buon esito delle consultazioni sul nuovo Start ha detto Hillary Clinton - perché l’inizio è buono, ma il lavoro sarà difficile e lungo».


cultura

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Stati Uniti. La nuova sfida del partito di Obama: riprendere un percorso interrotto bruscamente dopo la morte di Martin Luther King

La riva sinistra di Dio Ecco come i democratici americani stanno cercando di strappare ai repubblicani l’elettorato religioso di Anna Camaiti Hostert n God We Trust» è il motto che si legge in ogni moneta e banconota americana di qualsiasi taglio. Il sentimento religioso è stato infatti, con alti e bassi, motore fondamentale della storia politica ed economica di questo paese che immediatamente dopo la guerra civile prese la decisione di incidere il motto sulle prime monete e solo molto dopo sui biglietti verdi. Il presidente Roosevelt 13 novembre 1907 sul New York Times esprimeva il suo disappunto per la decisione e, attribuendo ad essa una sorta di irriverenza che si avvicinava al sacrilegio, ne sospendeva l’incisione augurandosi che il Parlamento, per rispetto del sentimento religioso e di riverenza del paese non ripristinasse l’ordinanza. Ma così non fu e addirittura negli anni Cinquanta fu estesa anche ai biglietti verdi. Per gli americani il bisogno del sacro ha ricoperto un ruolo pubblico decisivo emergendo da un privato che tuttavia ha sempre fatto i conti con la laicità delle istituzioni. E questa è stata, con alti e bassi, la sfida del pensiero liberal e democratico che si è ripetuta fino ai nostri giorni. Il libro del reverendo Jim Wallis dall’ambizioso titolo God’s Politic’s. Why the Right Gets It Wrong and the Left Doesn’t Get, uscito ormai alcuni anni or sono, evidenzia la mancanza di interesse nei confronti della religione da parte del Partito democratico che negli ultimi quaranta anni è divenuto un partito secolarizzato mentre quello repubblicano ha monopolizzato l’interesse religioso.

«I

Il reverendo Wallis al contrario afferma che in tutte la maggiori battaglie politiche democratiche dall’abolizione della schiavitù, al suffragio elettorale per le donne, ai dirit-

ti civili i maggiori leader delle crociate liberali più importanti d’America si sono rivolti alla Bibbia per giustificare le loro cause. Ma la storia del rapporto tra i democratici e la religione sembra giungere ad uno

John Michaelwait e Adrian Wooldridge affermano che la religione è ricomparsa nella vita pubblica in tutto il mondo

stop nel 1968 dopo la morte di Martin Luther King. È dunque arrivato il momento, afferma nel suo libro il reverendo, in cui, invece di sfidare la pietas della destra, bisogna controbattere il suo uso della teologia: «Il senso comune suggerisce che l’antidoto al fondamentalismo religioso è il secolarismo. Ma è un vero errore. La risposta più adatta ad un cattivo uso della religione è un uso migliore di essa non il secolarismo». A coloro che si preoccupano che la cristianità

evangelica non è ecumenica Wallis risponde: «Noi portiamo la fede nell’arena pubblica quando le nostre convinzioni morali lo richiedono. Ma per influenzare una società democratica si deve vincere un pubblico dibattito entro il quale le politiche invocate rappresentano la soluzione migliore per il bene comune. Questa è la disciplina democratica attraverso la quale la religione deve passare quando porta la fede nella pubblica arena. Non bisogna dimenticare che Martin Luther King aveva la Bibbia in una mano, ma la Costituzione nell’altra». L’abbandono della religione in generale ha trovato il suo culmine negli anni ’70 e solo con Reagan negli anni ’80 si è ritornati ad un linguaggio religioso nella politica. Nel loro libro The God Strategy: How Religion Became a Political Weapon in David America, Domke e Kevin Coe offrono uno studio dinamico e appropriato del ritorno della religiosità nella politica americana esaminando i discorsi dei

Nel loro saggio recente God is Back. How the Global Revival of Faith Is Changing the World, John Michaelwait e Adrian Wooldridge propongono tuttavia una tesi più originale. I due autori infatti affermano che la religione fa la sua ricomparsa nella vita pubbli-

leader politici degli ultimi settantacinque anni dall’elezione nel 1932 di Franklin Delano Roosevelt alla campagna elettorale presidenziale del 2008. La loro conclusione è che la politica oggi è definita da un

ca in tutto il mondo e che non solo «le grandi forze della modernità - la tecnologia e la democrazia - rinforzano la religione invece di indebolirla», ma che tale rinascita «è guidata dagli stessi due elementi

Negli Stati Uniti le differenti chiese hanno sempre dovuto competere l’una con l’altra per conquistare i propri fedeli, a partire dai metodisti che convertirono circa un ottavo del Paese in mezzo secolo dopo la Rivoluzione fino alle moderne “megachiese” (di cui pubblichiamo alcune immagini in queste pagine)

uso calcolato e deliberato della fede religiosa che non ha precedenti.

che hanno portato al successo il capitalismo: competizione e scelta». I due autori affermano inoltre che le ecclesie religiose nell’universo contemporaneo atomizzato e disperso danno alla gente il senso della comunità e risposte certe ai rapidi cambiamenti a cui giornalmente assistiamo. Specie in America hanno sempre dato e danno un’identità consistente ai gruppi etnici emigrati che sentono la loro estraneità proprio perché sono lontani da casa e infine specie in momenti di grande difficoltà come questi forme di assistenza sociale (ad esempio cibo per i poveri, programmi educativi e assistenza medica a coloro che ne hanno bisogno). I due autori, uno cattolico e l’altro ateo insistono inoltre sul fatto che gli Stati Uniti da sempre poggiando su due pilastri come le imprese commerciali e le chiese quando, come adesso, si trovano in una crisi finanziaria che mette in discussione le basi stesse del capitalismo sembrano solo in apparenza per-


cultura

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in questi ultimi tempi divengono un rifugio per coloro che avendo perduto la casa si ritrovano senza tetto e offrono il senso della comunità a quegli individui che si sentono atomizzati in una società frammentata e dispersa.

Le forze che hanno spinto il giovane Obama a esercitare una parte importante della sua esperienza politica nella chiesa di Chicago continueranno a spingere molte persone in quella direzione. Inoltre in questa ultima campagna elettorale tutti i candidati demo-

dere la loro religiosità. Il recente numero della rivista Newsweek proprio nei giorni vicini alla Pasqua titolava la sua copertina The Decline and Fall of Christian America basandosi sulle indagini dell’Aris (American Religious Identification Survey) che registravano una crescita del 15% dell’abbandono del sentimento religioso in America e affermava che la proporzione degli americani che pensano che la religione «può rispondere a tutti o quasi i problemi del Paese ha raggiunto il minimo storico del 45%».

Ma come è noto, tra i paesi più sviluppati del mondo l’America spicca tra gli altri per il suo sentimento religioso e per la differenziazione delle sue chiese basate sui principi che regolano anche il libero mercato cioè sulla pluralità delle tradizioni religiose, sulla libertà di parola e di fede che sono i pilastri del famosissimo primo emendamento. Le differenti chiese hanno sempre dovuto competere l’una con l’altra per conquistare i propri fedeli a partire dai metodisti che convertirono circa un ottavo del paese in mezzo secolo dopo la Rivoluzione fino alle moderne megachiese. Gli autori del libro si chiedono dunque se questo modello sia passato di moda e se sia realmente certo

che il sentimento religioso in questo paese stia decadendo o se invece sia vero il contrario. Propendendo per quest’ultima ipotesi i due autori sostengono che ad un’osservazione più attenta appare invece che l’America rimane un paese sostanzialmente religioso con tre quarti della popolazione fedele alla tradizione cristiana e che contrariamente a quanto affermato da Newsweek un crescente numero di americani è credente e appartiene a una chiesa. Quello che invece accade è una sorta di polarizzazione del sentimento religioso che da un lato vede un elevato numero di persone credenti disposte a chiamarsi born again e dall’altro una quantità sostanziale di individui che vedendo vacillare le proprie certezze è incline a dichiarasi agnostico o ateo. Ma questo ci porta a concludere che il problema religioso è presente ed importante. I numeri dimostrano, affermano i due giornalisti in un articolo su Wall Street Journal, infatti che il sentimento religioso rimane vibrante e pieno di vitalità e che molte persone desiderano

compiere una scelta personale più che rimanere in un establishment religioso solo perchè lo hanno, per così dire, ereditato.Vogliono esercitare una prerogativa individuale che si adatti meglio ai loro bisogni spirituali e alle caratteristiche del loro quotidiano e quindi si spostano da una chiesa all’altra. Così gli autori affermano che le forze che hanno reso l’America un paese così unicamente religioso, la competizione e la scelta, adesso funzionano più che mai. Le grandissime megachiese attirano migliaia di fedeli e ci sono prove evidenti che la turbolenza della modernità stimola invece che reprimere il bisogno religioso. Le chiese infatti specie

cratici hanno fatto particolare affidamento sul sentimento religioso da John Edwards a Hillary Clinton la quale nella sua campagna per la rielezione a senatrice l’anno scorso attrasse l’attenzione della stampa perché indossò una vistosa croce quando presenziò a molti importanti eventi pubblici. La forza dell’America religiosa sta dunque nella sua diversità. Ci sono più di 200 tradizioni religiose con circa 20 tipi solo di chiese battiste. Tutte, in particolare negli ultimi tempi, dirigono la loro attenzione verso specifici segmenti del tessuto sociale siano essi i soldati in Iraq o in Afghanistan o gli artisti di musica rap, tratto distintivo e peculiare della cul-

tura nera per attrarre più fedeli. E questo modello sembra assumere una dimensione globale che unisce la differenziazione delle credenze religiose ad una dimensione competitiva. Quella stessa combinazione che ha fatto conoscere i pastorpreneurs cioè pastori che uniscono alla loro capacità oratoria doti di carattere imprenditoriale e che fanno uso della moderna tecnologia e dei mezzi di comunicazione di massa per fare arrivare il messaggio divino alla gente. Ma a differenza dei pastori teleevangelici degli anni ’70 che sono stati travolti da una serie di scandali, i nuovi leader sembrano più solidi e più intenzionati a creare una macchina organizzativa che abbia a cuore la globalizzazione del messaggio religioso. E questo sembra davvero funzionare se ci sono megachiese pentecostali in America Latina che hanno creato problemi al monopolio cattolico in quei Paesi. In Guatemala c’è una chiesa con 12mila posti a sedere e con un eliporto costruita alla fine di una strada chiamata Burger King Drive e nella Corea del sud la Yoido Full Gospel Church ha circa 800mila fedeli. E la grande sorpresa sembra essere la Cina. Ci sono circa 100 milioni di cristiani, molti dei quali sono iscritti al Partito comunista. Si prevede che la Cina sarà il paese con più cristiani e più musulmani nel mondo. Il libro dunque dimostra come le nuove forme di religiosità abbinate ai bisogni delle grandi masse stiano globalizzandosi e stiano crescendo e divenendo predominanti in contrapposizione alle forze centrifughe di tutti i fondamentalismi che spingono in direzioni opposte, cercando di riportare il mondo indietro e di far rinascere lo spirito intollerante delle crociate religiose e dello scontro di civiltà.


cultura

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cosmico e il 27 ottobre 1960 entrano a far parte del Nouveau Réalisme benedetto da Pierre Restany. Alla Galerie J di Parigi, viene esposto Autoritratto. In un fotomontaggio lacerato, veste i panni di Napoleone. È il colpo a effetto di un inguaribile narciso che Giosetta Fioroni ricorda impegnato in performance come il Canto del pesce muto alla luna («Solo con un faretto puntato sul viso fece una serie di boccacce e torsioni facciali in totale serietà») e Concerto per macchina da scrivere («Una bella ragazza che si sedeva impettita con una macchina da scrivere sulle ginocchia, tempestando i tasti a più non posso. (…) Mimmo, in piedi, sempre serissimo, emetteva suoni alterni intrecciati con quelli che produceva la ragazza». I décollages, fra Parigi e New York, a un soffio dalla Pop Art, si caricano di forme e colori.

trappavo i manifesti di notte, li arrotolavo e li nascondevo sotto al letto, nel piccolo studio affittato vicino a piazza del Popolo. Una sera venne a trovarmi il critico d’arte e filologo Emilio Villa, li scoprì e mi disse: “Forse non te ne sei accorto, ma stai inventando un nuovo linguaggio espressivo: come i tagli di Fontana e i sacchi di Burri”. Da lì, è cominciata la mia avventura». Nella primavera del 2004, Mimmo Rotella mi raccontò la sua arte. Disse di avere avuto un’illuminazione Zen, quando lacerò i primi manifesti. Nel suo laboratorio milanese, in una pausa dell’intervista ne strappò uno, fissato sulla tela, dal basso verso l’alto. In quell’istante, rinnovò l’energia gestuale del décollage. Prima di congedarmi, gli confidai di possedere una grafica con Elvis Presley che riproduce in formato ridotto L’assalto, vincitore nel 1962 del Premio Apollinaire. Sorridendo, mi strinse le mani dicendomi: «Conservala. Ti porterà fortuna».

«S

Sfogliando Mimmo Rotella. Roma Parigi New York, ripenso all’incontro con l’artista calabrese scomparso l’8 gennaio 2006 a 87 anni. E rivedo i suoi occhi, pieni di stupore infantile, quando srotolò memorie di Cinecittà: dallo strappo pubblicitario, a quello cinematografico. Il décollage, frutto d’una multipla e simultanea visione derivata dal Futurismo di Giacomo Balla e Umberto Boccioni, è il nocciolo del libro edito da Skira (75 euro), curato da Alberto Fiz, ideato da Piero Mascitti e realizzato con la Fondazione Mimmo Rotella e la Galleria Tega di

Libri. Le edizioni Skira mandano in stampa l’arte del décollage di Mimmo Rotella

L’uomo che strappava i manifesti di notte di Stefano Bianchi rono in queste pagine. «Nella vita di tutti i giorni, con gli amici – dichiara Gino Marotta – era sempre ironico ed eccitato per compensare la banalità del

Roma, emigrato dalla Calabria, frequenta l’Âge d’Or, galleria-libreria fondata da Piero Dorazio, Achille Perilli e Mino Guerrini. Come dire: la “crema” di

«Il lavoro di Rotella, pur rimanendo nella prevalenza della radice espressiva, ovvero esperienza ancora “pittorica” - spiega Agostino Bonalumi - era già, e tuttavia, prova di un “oltre” possibile». Un “oltre”che dal recupero di immagini pubblicitarie“invade”il cinema lacerandone le icone. Marilyn Monroe, soprattutto: rigenerata, la sua, dopo il trauma dello strappo. Algida e mortuaria, quella di Andy Warhol, quasi contemporanea. E continua a stupire, l’istrionico Mimmo, dal ’65 al ’67: reintegrando la materia coi “riporti”su tela d’immagini a colori e in bianco e nero. Gli scatti con la Polaroid a se stesso e a Lucio Fontana, e al Chelsea Hotel di New York a Roy Lichtenstein, Claes Oldenburg e Robert

dei quadri interessanti». La svolta radicale, sottoforma di décollage, è cruda e monocroma: retro d’affiche che scandiscono un’identità diametral-

Una scrupolosa ricerca corredata da oltre 400 immagini e da documenti inediti che proietta l’artista nel cuore culturale del dopoguerra, dal 1948 al 1970, in tre differenti città che lo videro grande protagonista: Roma, Parigi e New York

Milano. Rotella avrebbe apprezzato questa scrupolosa ricerca corredata da oltre 400 immagini e da documenti inediti che lo proietta nel cuore culturale del dopoguerra, dal 1948 al 1970, in tre città che lo videro protagonista. Mimmo lo sperimentatore, il performer, l’ingordo di vita, a Roma, Parigi e New York ha lasciato un segno. Incancellabile. Lo testimoniano i fruttuosi rapporti e i raffronti coi notabili dell’Astrattismo, del Nouveau Réalisme, della Pop Art. E le testimonianze affettuose di Giosetta Fioroni, Christo e Jeanne-Claude, Agostino Bonalumi e altri artisti che si rincor-

quotidiano lavoro alle Poste che frustrava, per metà della sua giornata, i legittimi entusiasmi di un artista rivoluzionario». Debutta da astratto, Rotella. A

Forma 1. Prima personale nel ’51, alla Galleria Chiurazzi, ispirato a Kandinskij e Mondrian: «Vi partecipai con quadri a olio in stile neo-plastico. Non erano

mente opposta ai manifesti lacerati dai francesi Dufrêne, Hains e Villeglé. Come i tagli e i buchi di Fontana, le lacerazioni di Rotella oltrepassano il vuoto In alto, uno scatto che ritrae l’artista di décollage Mimmo Rotella. Nelle altre foto, alcune opere di Rotella contenute nel nuovo volume “Mimmo Rotella Roma Parigi New York” (nella foto piccola, a sinistra, la copertina)

Indiana, che gli dedica l’opera Yield Brother dove compare il nome Mimmo. Gli Artypo, elaborati con prove di stampa tipografiche, dove messaggi della pubblicità si sovrappongono casualmente. Il 29 novembre 1970, al ristorante Biffi di Milano, si consuma l’azione simbolica dell’Ultima cena. Banchetto funebre del Nouveau Réalisme. La torta ispirata al Piccolo Monumento a Rotella viene fatta a pezzi e divorata. Lui, petto in fuori, si fa fotografare da André Morain come fosse sul Titanic. Cala il sipario su un’epoca irripetibile. L’arte, d’ora in avanti, non sarà più la stessa.


spettacoli

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Musica. Cantautrice raffinata, donna a tutto tondo, la Amos pubblica ”Abnormally Attracted To Sin”, suo decimo album

Tori, la pianista d’oltreoceano di Valentina Gerace icercatezza dei testi, eleganza nel comporre e nel creare. Una voce sensuale che sussurra, si confessa, smaschera paure, emozioni, stati d’animo. È la musica di Tori Amos. Cantante elegante, sensuale e talentuosa, ottima pianista e scrittrice interessante, considerata dai critici e dal pubblico come una delle più importanti figure del rock femminile anni Novanta grazie a lavori come Little Earthquakes (1992), Under the pink (1994) e From the Choirgirl hotel (1998).

R

Dallo splendido singolo di Cornflake girl degli anni ’90, ha continuato a intraprendere itinerari tortuosi, incidendo album sempre più sofisticati dalle melodie complesse e arzigogolate, a volte quasi senza baricentro; ha creato concept-album affrontando temi corposi quali la religione, la politica, il ruolo della donna, relazioni difficili. In realtà chi ama Tori Amos lo fa per il suo ermetismo, la sua complessità, la sua ricercatezza che cerca. Sono proprio le sue composizioni cervellotiche e pompose musicalmente che l’hanno resa famosa e unica. Dopo i 18 brani di Scarlett walk (2002), i 19 di The Beekeeper (2005) e i 20 di American Doll Posse (2007), eccone altri 17 e altrettanti “visualette” (filmati d’accompagnamento per Abnormally Attracted To Sin, suo decimo lavoro, prodotto dalla Amos, nonché debutto per la nuova etichetta Universal, in uscita dal 19 maggio 2009. L’album, presentato da Tori durante uno show al Savoy Theatre di Londra, è stato registrato al Martian Studios in Cornovaglia col marito Mark Hawley e Marcel Van Limbeek. Abnormally attracted by sin è piuttosto in linea con le composizioni precedenti: nessun brano dell’album risulta troppo immediato, confermando ancora una volta il viaggio musicale della Amos attraverso la sperimentazione dei suoni e la ricerca di suoni complessi, sofisticati. Solitudine, spazi vuoti, tristezza. La sua musica continua a riprodurre i suoni dell’animo, il silenzio del cuore. Abnormally attracted to sin si apre con Give. Col suo possente drumbeat e i volteggi vocali a planare su un robusto tappeto di piano, synth e chitarre. Altrettanto sui generis Welcome to England, una tra le più belle del disco, un mix di chitarra elettrica e acustica, che riesce a fondere una melodia splendida e una prestazione vocale assolutamente degna di nota. Poi il denso rock di Strong Black Vineche arriva rumoroso, invadente su un tappetto drammatico di batteria con un organo hammond mescolato alla chitarra elettrica. Non manca di originalità Flavor, nonostante un eccesso di sofisticatezza dato dalla batteria elettronica. Non particolarmente brillante Mary Jane, ma ricorda vagamente la costruzione di certe si nome Toryongs dei Led Zeppelin. Favolosa Ophelia, musicalmente e a livello tematico. Tori invita le donne ad essere forti, a «rompere le catene» perché nessuno può controllare la loro volontà.

Così come in Maybe California, una ballata acuta, vellutata, emozionante, un organo hammond degno di nota, che si costruisce attorno agli archi e al dramma di una madre californiana suicida. Molto particolare Fast Horse, che ci porta verso la conclusione dell’album con incedere più rockeggiante. Non mancano, alcune clamorose scivolate nel kitsch: pezzi come Not Dying Today, Police Me e 500 Miles

religione, della società per creare una propria morale. Non bisogna seguire degli schemi uguali per tutti. Dodici canzoni che costituiscono dunque una confessione a porte chiuse. Luci soffuse, una voce che sussurra i suoi pensieri, si sfoga.Tori Amos, figlia di un prete e vittima di varie vicende poco felici che l’hanno fortemente segnata (uno stupro, un aborto, una vita a lottare contro i pregiudizi di una famiglia bigotta), ha bisogno della musica per stare bene e per

che la segna profondamente e segna ogni sua creazione musicale, spesso incentrata sul valore e la libertà della donna. A fine anni ‘80 la Atlantic finalmente la nota e le fa incidere con il suo gruppo,Y Kant Tori Read l’omonimo album nel 1988 che fu fun enorme flop. La Amos non si da per vinta, ritorna alla canzone d’autore e dà vita a Little Earthquakes, nel 1992, che vende 500mila copie negli States. In quest’album, gli acuti strazianti sottolineano ancora di più la rabbia e il dolore della cantante. Il 1994 è l’anno della rivelazione per Tori Amos: il suo secondo album Under the Pink, in cui la tecnica pianistica si fa sempre più ricercata e si fonde con la sua voce in un gioco di continui acuti potentissimi e sensuali sussurri, la consacra come una delle figure femminili principali della musica anni ‘90.

L a n c i a t o d a l s i ng o l o

”Cornflake girl”, singolo del 1994, apre la strada a una carriera ricca di successi e sperimentazioni, ma nutrita di eventi biografici dolorosi perdono di semplicità rendendo il pop della Amos quasi barocco. Chiusura con Lady in blue, un’altra track deliziosa, con il suo lento climax attraverso un fumoso tappeto musicale e un’intrigante melodia. Oltre sette minuti giocati su una iniziale atmosfera tenue, dominata dalla voce di Tori. Un’artista che ha sempre fatto della religione il fulcro tematico di ogni suo album, non poteva che continuare a parlarne, ma questa volta lo fa in maniera totalmente originale. La Amos affronta il tema della spiritualità, riflettendo sul fatto che ogni persona è un essere spirituale e sessuale. Non serve l’approvazione della famiglia, della

parlare di sé. Il peccato, dunque, non è quello di cui parla la chiesa. Il peccato è per Tori Amos la mancanza di amore e rispetto per se stessi.

Nata nel North Carolina nel 1963,Tori inizia a suonare il pianoforte a soli 2 anni. All’età di cinque vince una borsa di studio in uno dei conservatori più prestigiosi d’America (il Peabody Conservatory di Baltimora). Tuttavia il conflitto con il classicismo del conservatorio e con gli ideali bacchettoni della famiglia nasce dopo pochi anni dal suo ingresso nella scuola: Myra Ellen Amos era diventata una ribelle che preferiva improvvisare al piano le canzoni dei suoi miti (Led Zeppelin, The Doors, Elton John, Jimi Hendrix) piuttosto che eseguire a memoria le sonate di Beethoven (come le veniva detto di fare). In seguito inizia ad esibirsi in vari pub e ad inseguire il successo trasferendosi a Los Angeles. È proprio qui che dopo un suo concerto viene stuprata, avvenimento

Cornflake Girl, vende oltre tre milioni di copie nel mondo. La cantautrice si concentra nuovamente nel conflitto chiesa-libertà nella canzone God, ma questa volta sposta la sua attenzione sull’animo femminile, sulle relazioni che intercorrono tra le donne, protagoniste di quest’album. Nel 1998 in From the Choirgirl Hotel affronta nuove sonorità completamente differenti dalle sue opere precedenti, come si può ascoltare in Raspberry Swirl, nella quale il pianoforte diventa addirittura uno strumento con cui suonare musica dance. Nel 2001 si cimenta in un’opera ambiziosa: Strange Little Girls, un album composto di sole cover da Neil Young, gli Stranglers, a Tom Waits, Eminem, gli Slayer e i Beatles, Dopo il matrimonio con Mark Hawley, e l’inizio di una gravidanza,Tori Amos compone nel 2002 Scarlet’s Walk, un album romanzato dai toni molto più pacati e riflessivi dei precedenti ma anche impegnato. Frutto di enormi cambianti è l’album del 2005, The beekeeper, che segue la nascita della figlia Natashya e che mostra una donna più consapevole del suo passato e sicuramente più serena. Nel suo decimo disco Tori Amos dimostra di avere una sensibilità, una profondità non comuni. Fiera di se stessa si pone delle domande di eco cosmica, quasi leopardiana. I suo sono veri e propri concept-album in cui esprime con carisma e passione i suoi pensieri, le sue idee religiose, filosofiche. E forse la religione per Tori è proprio la musica. Il suo mondo. Il suo linguaggio. Una dimensione in cui si rifugia per “confessarsi”. E trovare delle risposte che forse nemmeno la religione potrebbe darle.


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dal ”Washington Post” del 20/05/2009

Lavorare per lo Stato, che bello! di Steve Vogel ncredibile ma vero, esiste un dipendente pubblico che apprezza di più le qualità di leadership del proprio capo di un aumento di stipendio. Dove accade questa sorta di miracolo moderno? Nell’amministrazione federale degli Stati Uniti. Un forte carisma e risposte chiare e dirette sembrano essere apprezzate molto di più di regali in busta paga e benefit di varia natura. Lo afferma uno studio di settore – appena reso pubblico – dell’amministrazione federale che ha monitorato la qualità dei posti di lavoro al servizio dello Stato. Nella classifica dei dipartimenti e delle istituzioni federali dove risulta più gratificante lavorare, in cima c’è la Nuclear regulatory comission (Nrc). Nell’Olimpo di questa hit parade compaiono anche il Government accountability office, la Nasa, le agenzie d’intelligence e il dipartimento di Stato. Dall’interno della Nrc molte voci commentano che la vetta della classifica sia più che meritata, perché i dirigenti hanno l’abitudine di dare retta ai loro sottoposti, trovano il tempo per ascoltare il personale. «Sono dei veri manager delle risorse umane», afferma Jim McDermott, responsabile della Commissione che ha redatto lo studio. «Conduco un vita molto pigra», sotto questo motto, invece, si collocano le amministrazioni di bassa classifica: tra queste il dipartimento dei Trasporti, gli Archivi di Stato, il nuovo Homeland security e il dipartimento per l’Educazione. Ciò che fa la differenza fra tutti questi apparati è la qualità della dirigenza e quanto sia più o meno diffusa la condivisione d’informazioni con i propri subordinati. Oltre alla qualità della formazione e alle opportunità che crea il lavoro. Questi sono, per grandi linee, i risultati che emergono da questa ricerca promossa dalla Partnership for public service (Pps), un organismo non-partisan dedicato al miglioramento della funzione pubbli-

I

ca negli Usa. «La sfida per i dirigenti federali è quella di migliorare il lato della comunicazione» ha affermato Giovanni Palguta, vicepresidente e responsabile della politica dell’organismo.

«Comunicare, comunicare, comunicare. Valgono le stesse regole del settore immobiliare», aggiunge Palguta. A dispetto di un generale miglioramento, negli ultimi due anni, per la qualità del lavoro nel settore pubblico, l’indagine sui 212mila impiegati federali, svolta l’estate scorsa, ha visto il settore pubblico languire dietro quello privato in molti campi che coinvolgono la soddisfazione dei propri dipendenti. Soprattutto per ciò che riguarda la competenza professionale dei dirigenti e la loro capacità di guidare e aiutare la carriera dei loro collaboratori. Meno della metà degli impiegati federali, circa il 48 per cento, sono soddisfatti delle informazioni che ricevono dai loro capi sulla vita delle organizzazioni in cui lavorano. Qui, il distacco a favore del settore privato si allarga a 18 punti percentuali. Comunque, il 66 per cento dei dipendenti pubblici pensano che il loro diretto superiore svolga il proprio lavoro con competenza, solo 8 punti in meno della percezione nel settore privato. «Chiaramente la sfida più grande è costituita dalla poca conoscenza che la forza lavoro ha della propria dirigenza» ha affermato Max Stier, presidente del Pps che ieri ha rilasciato la classifica del «Best place to work, 2009». Lo studio si effettua ogni anno da agosto a settembre e viene pubblicato, di solito, in gennaio. Il censimento coinvolge oltre 200mila dipenden-

ti e 260 uffici federali. Può essere letto come una valutazione finale di ciò che ha fatto l’amministrazione Bush ed essere preso come base di partenza per i miglioramenti promessi dalla gestione Obama. Insomma, una sfida per i nuovi comandanti del vapore federale che hanno garantito riforme e cambiamenti sostanziale in tutto il settore, sostiene Stier. Fissato il dato generale, da oggi, ogni punto in più o in meno nella classifica, sarà colpa o merito della nuova gestione della Casa Bianca. La Nst ha il punteggio più alto – fatto premio 100 – è di 80,7 quello più basso del dipartimento dei Trasporti è di 52,2. L’equilibrio che tutti cercano è quello tra lavoro e vita familiare e molti di loro ritengono il proprio capo responsabile del raggiungimento o meno di questo karma lavorativo. Comunque nella parte bassa della classifica c’è anche chi sta tentando una scalata: è l’Homeland security. Ma per loro la condivisioni delle informazioni è una faccenda più complicata.

L’IMMAGINE

L’uomo deve tener presente che al suo fianco ha una donna emancipata e sensibile È strano e antipatico che qualcuno faccia notare che molti esponenti del governo di destra, che dovrebbe dare il buon esempio, sono o separati o divorziati. Se ciascun politico dovesse dare la cartella del proprio talamo, il sondaggio cambierebbe anche perché il divorzio è una conquista della sinistra e su ciò non ci deve piovere. La realtà è che l’uomo politico che detiene il potere, che guida il Paese e che purtroppo è il più oberato dalle assenze domestiche, non tiene conto che a destra o a sinistra esiste una donna emancipata e sensibile nello stesso tempo, che non è disposta a fare sconti a nessuno, per i comuni diverbi quotidiani; ma che ha l’arma di rendere pubblico il proprio dolore, adoperando la stessa metodologia che l’ha trafitta. Nella piazza mediatica di Stranamore per esempio, essendo comuni mortali, le persone sono controllate, contenute e separate da cartelloni giganti, mentre altrove, se si può, si va molto oltre.

Bruno Russo

SUICIDIO POLITICO È un suicidio politico sostenere: «Votiamo il referendum e poi modifichiamo la legge» perché la modifica non potrà essere fatta dalle minoranze. L’approvazione del referendum è un grave rischi che correrebbero non solo tutte le minoranze e qualche alleato scomdo del Cavaliere, ma soprattutto la Democrazia.

Luigi Celebre

UN PAESE ETERNAMENTE DIVISO Non si può negare che di problemi questo governo ne ha dovuti affrontare, sin dal primo giorno, partendo dalla recessione globale e passando per il terribile terremoto, ma è chiaro che se un esecutivo non si può bombardare in alcun modo, si passa alla vita privata che pur inadeguata

in valore assoluto ai cogenti problemi del Paese, cerca di minare la prima cosa che serve per andare avanti: l’affezione della gente. Desidererei una Nazione nella quale prima di arrivare a ciò, si ponga l’interrogativo: quanto sangue è stato versato per costruire una immagine decente di un Paese eternamente diviso?

Piatto ricco, mi ci ficco Che tenero quadretto! E pensare che c’è chi in questo gruppetto familiare vede più che altro un goloso spuntino. Non stiamo parlando di un coccodrillo ma di un piccolo invertebrato: la sanguisuga. L’animaletto si attacca alla pelle degli ippopotami quando si immergono in acqua e non è tanto facile liberarsene. L’astuta succhia-sangue infatti è grigia e si mimetizza con la pelle del suo ospite

B. R.

STATALISMO SCHIAVISTA SUI MANTENITORI DI PARASSITI Il mercato è l’indipendenza umana dalla coercizione nella produzione e nel consumo di ricchezza. Tuttavia, collettivisti concionano di “anarchia del mercato”: vogliono l’oppressione statalista e l’ossessione burocratica. Nella società aperta, tutto è consentito,

tranne ciò che è esplicitamente vietato dalle poche leggi. Al contrario, negli Stati totalitari le troppe leggi vietano tutto, tranne ciò che è espressamente consentito. Lo Stato italiano appare quasi oppressore, per il numero spropositato di leggi e regolamenti: 100-150mila. Roberto Calderoli, ministro della Semplificazione legislativa, ha opportuna-

mente eliminato un numero notevole di leggi inutili. Occorrono deregolamentazioni, liberalizzazioni e privatizzazioni. Eventuali malefatte non sono imputabili all’economia libera, ma ad incapacità, imprudenza e malvagità di operatori. La spesa pubblica raggiunge o supera il 50 per cento del prodotto interno lordo. L’interposizione pubblica (entra-

te e spese pubbliche correnti) è arrivata all’87 per cento del prodotto interno lordo.Va quindi denunciato “il gusto per gli incarichi pubblici e il desiderio d’essere mantenuti dalle imposte”. L’ipertrofia pubblica e parapubblica soffoca i produttori di ricchezza. È il dispotismo d’una nomenklatura parassita e familista.

Gianfranco Nìbale


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Il capolavoro assoluto della cinematografia Carissimo Fellini, mi rendo conto che nel mio telegramma di sabato non le ho detto neppure la metà di quel che pensavo. Lei ha realizzato un’opera fondamentale per bellezza e profondità, tutto è vero, tutto di una profonda umanità. Non faccio che pensare al film e credo stia accadendo la stessa cosa a milioni di persone. Ho finito ora di parlarne a lungo nelle mie Dettature quotidiane. Ma è con lei che non vedo l’ora di parlarne, a meno che la nostra naturale timidezza non ci impedisca di aprire bocca, e sarebbe l’omaggio più grande che potrei tributarle. Non abbia alcun timore per la Gaumont. Con il suo consenso farò quello che mi chiedono, felicissimo di contribuire almeno in parte all’esplosione di quest’opera. Più ci penso e più mi persuado che siamo finalmente di fronte al capolavoro assoluto della cinematografia. Lei deve sentirsi svuotato, com’è naturale dopo un’impresa del genere. La ammiro da tempo. Adesso la ammiro ancora di più e un po’ la invidio per avere raggiunto una simile perfezione in tutti i sensi della parola. La Gaumont può chiedermi quel che vuole. Io sarò sempre pronto, ma dipenderà da lei e da lei solo. La abbraccio forte. Georges Simenon a Federico Fellini

ACCADDE OGGI

LEGGE 180: RIABILITARE LA PERSONA E NON RINCHIUDERLA Vorrei fare dei commenti a “Porte girevoli”, il servizio di Report andato in onda su Rai 3 domenica 3 maggio. Che brutta puntata! Dopo aver illustrato per un’ora alcuni aspetti dell’assistenza sanitaria mentale, senza che riuscissi a capir bene dove l’autrice del servizio, S. Giannini, volesse andare a parare, sono rimasto esterrefatto che proprio a Report, citando la 180 altresì, la conclusione fosse di aumentare il Tso! Inconcepibile... Senza dubbio le famiglie non vanno lasciate sole con il problema in casa, né per rispettare i diritti del singolo si possono lasciare liberamente in circolazione elementi socialmente pericolosi, ma la Costituzione garantisce al cittadino italiano la libertà di cura e l’autodeterminazione. Ben altre, a mio avviso, erano le domande da porsi le quali, conoscendo il rigore abituale della Gabanelli, avrebbero portato a risultati molto diversi: La malattia mentale esiste? Che prove scientifiche e di laboratorio ci sono effettivamente? In che modo sono state “scoperte” invece le malattie psichiatriche elencate nel Dsm? Quali sono le terapie psichiatriche e che risultati danno? (una risposta indiretta su questo la trasmissione l’ha data comunque: persone in cura da 50 anni...). Nelle strutture private, conseguenti all’inapplicazione della 180, quanto rendono gli elettroshock? Con che risultati reali? Quanto rende agli assistenti sociali e a quelle stesse strutture, sottrarre i bambini ai genitori per accaparrarseli? Che realtà alternative alla psichiatria autori-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Gloria Piccioni Stefano Zaccagnini (grafica)

21 maggio 1927 Charles Lindbergh completa il primo volo transatlantico senza scalo 1932 Amelia Earhart diventa la prima donna a completare la traversata dell’Oceano Atlantico con un volo senza scalo 1941 Seconda guerra mondiale: a 1.500 km dalla costa del Brasile, il mercantile SS Robin Moor diventa la prima nave statunitense ad essere affondata da un U-Boot tedesco 1956 Nell’Oceano Pacifico, presso l’Atollo Bikini, avviene la detonazione della bomba Shot Redwing-Cherokee. È la prima bomba all’idrogeno aviotrasportabile testata dagli Usa 1961 Il governatore dell’Alabama, John Patterson, dichiara la legge marziale nel tentativo di ripristinare l’ordine a seguito dello scoppio di rivolte razziali 1981 Pierre Mauroy diventa primo ministro di Francia 1991 - L’ex primo ministro indiano Rajiv Gandhi viene assassinato da un terrorista kamikaze imbottito di esplosivo nei pressi di Madras

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

taria, farmacologica e da elettroshock ci sono? Cosa fanno? Che risultati ottengono? Qual è la meta delle cure? Come si può descrivere un individuo“curato”? Nella confusione della società moderna è difficile concordare su dei valori certi. Tuttavia, basandosi su un elementare buon senso, direi che una persona dovrebbe avere una buona relazione con se stessa, con la sua famiglia, i vicini, i colleghi; dovrebbe essere produttiva e d’aiuto a chi le sta attorno, rispettosa dell’ambiente e delle culture altrui. Quante persone curate per decenni dalla psichiatria vi si possono riconoscere? Quanto è stato speso invece? Non sono domande fuori luogo: il senso migliore della 180 era di riabilitare la persona e non di rinchiuderla. Inutile è chiedere all’oste se il suo vino è buono ma va giudicato da sé. Quello che ha fatto il Ceveas di Modena circa l’utilità dei farmaci ma non Report sulla 180. La conclusione è stata beatamente categorica: quelle persone sono malate, curiamole! Purtroppo per il portafoglio di molti, non è poi così certo che quelle persone siano malate né che quelle siano le cure. Mi permetto pertanto di segnalare due autori illuminanti in proposito: T. Szasz con il suo ineguagliato Il mito della malattia mentale e il dott. G. Antonucci, collega di Basaglia ai tempi, che guarda caso è fermamente contrario al Tso e ha risolto casi in modo ben diverso dal signore citato in fine trasmissione.Spero che si sia trattato d’un incidente di percorso, cui sarà posto rimedio.

GIULIA E LA CRISI «Mi chiamo Giulia e vivo a Pisa. Ultimamente tutti parlano di crisi… io sono ottimista perché mi bastano le cose semplici. Preferisco andare in bici che in una supermacchina, andare in vacanza dalla nonna più che in un resort. Preferisco la pizza al sushi, il panino al salame al caviale e... che invece di andare a una cena di gala, preferisco restare a casa e mangiare il ragù della mamma e poi tutti a giocare a carte». Questo è l’ultimo spot della Coca Cola che si conclude con la frase: la felicità a tavola non va mai in crisi. CocaCola: stappa la felicità. Quando un’azienda come questa decide di fare uno spot, il lavoro preparatorio, prima che artistico, è scientifico. Si tratta di capire sotto il profilo sociologico cosa sta accadendo nel mercato tra i consumatori e come si può convincere qualcuno ad acquistare, nonostante tutto, il prodotto. Non si scherza: ci sono in gioco somme enormi di spesa pubblicitaria e, prima di affidarsi ad un cast cinematografico, va studiato bene il messaggio. La bravura poi è quella di interpretare al meglio tutto questo lavoro che di fantasioso e creativo non ha nulla. Molti ricorderanno il lancio del marchio del “Mulino Bianco”. Ebbene fu frutto di un attento lavoro del grande sociologo Francesco Alberoni. Egli partendo dalla realtà, circa trent’anni fa, anni difficili sia economicamente che socialmente, intuì l’immaginaria via di fuga che assaporando un biscotto il consumatore italiano avrebbe gradito. Fu un successo incredibile e per anni il mulino dove furono girate le scene fu meta di pellegrinaggio. Nello spot della Coca Cola c’è tutto ciò che per mesi tutti hanno nascosto. Non bisognava modificare lo stile di vita. La crisi invece è e sarà durissima e cambierà il nostro modo di vivere. Coca Cola comprende che ciò significa “rinunce” quotidiane. Ma ogni problema è anche un’opportunità. Dover scegliere, ci può far ritrovare quelle cose semplici che però contano. Naturalmente tra esse resta la Coca Cola, assieme al ragù della mamma, al valore della famiglia, all’affetto verso i nonni. Tutti parlano di crisi, ma la crisi significa semplicemente cambiamento. Ed essere realisti non significa essere pessimisti. Lo spot è da tempo sulle reti Sky ed è stato difficile vederlo nelle reti Mediaset e Rai.Va controcorrente rispetto ad un altro modo di gestire la crisi, che è quello di far finta di niente in attesa che passi. La rovina del singolo credulone non è importante. Ciò che conta è la massa. Insomma, per fortuna c’è la Coca Cola: ci aiuta ad intuire la verità negata e quali possono essere i nostri comportamenti consapevoli. Grazie Giulia. Roberto Pavan C I R C O L I LI B E R A L PO R D E N O N E

APPUNTAMENTI GIUGNO 2009 VENERDÌ 19, ROMA, ORE 11 PALAZZO FERRAJOLI - PIAZZA COLONNA Riunione nazionale dei Coordinatori Regionali e Provinciali e dei Presidenti Comunali dei Circoli liberal. VINCENZO INVERSO, SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

C.C.

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

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PAGINAVENTIQUATTRO Revisionismo. “City of Life and Death” racconta il punto di vista giapponese

Un film (cinese) riscrive la storia del massacro di di Massimo Fazzi l massacro di Nanchino è entrato di diritto nella storia del XX secolo. Avvenuto nel 1937 per mano dell’esercito imperiale giapponese, si è tradotto in 300mila vittime civili e ha lanciato la credenza - comune a tutti i popoli asiatici - secondo cui i giapponesi siano stati peggiori dei nazisti per quanto riguarda la ferocia dei suoi soldati. Oggi, un film cerca di analizzare quella tetra pagina della storia dall’ottica nipponica. E fino a qui non ci sarebbe notizia, se non fosse che il regista dell’opera è un cinese: proprio l’Impero di Mezzo, infatti, continua la decennale lotta con il Sol Levante facendo partire ogni critica dal massacro. Vederlo difeso, o comunque non dipinto come un intenzionale bagno di sangue, in un lungometraggio nazionale si traduce in uno schiaffo in faccia a Pechino. Il massacro di Nanchino, conosciuto anche come “Stupro di Nanchino”, è stato un terribile crimine di guerra perpetrato dall’esercito giapponese nell’allora capitale della Repubblica di Cina, dopo che la città - il 13 dicembre 1937 - era caduta in mano all’esercito imperiale giapponese. La durata del massacro non può ancora essere definita con sicurezza, anche se si sa che le violenze continuarono almeno per le sei settimane successive, fino all’inizio del febbraio 1938. Durante l’occupazione di Nanchino l’esercito nipponico commise numerose atrocità, come stupri, saccheggi, incendi e l’uccisione di prigionieri di guerra e civili. Nonostante le uccisioni fossero iniziate con la giustificazione di eliminare soldati cinesi travestiti da civili, si ritiene che un gran numero di innocenti siano stati intenzionalmente identificati come combattenti nemici e giustiziati man mano che il massacro cominciava a prendere forma.Venne ucciso anche un gran numero di donne e bambini e stupri e omicidi divennero in breve la norma.

I

Secondo il Tribunale Militare Internazionale per l’Estremo Oriente, stime effettuate in seguito ai fatti indicano che il numero complessivo di civili e prigionieri di guerra assassinati a Nanchino e nei suoi paraggi nel corso delle prime sei settimane dell’occupazione giapponese supera le 200mila unità. Che tali stime non siano esagerate è confermato dal fatto che le agenzie di pompe funebri e organizzazioni similari registrarono la sepoltura di più di 155mila corpi. La maggior parte venne sepolta con le mani legate dietro la schiena. Queste cifre non tengono poi conto delle persone i cui corpi finirono distrutti dagli incendi, di quelli gettati dentro il fiume Yangtze e di quelli di cui i giapponesi si erano sbarazzati in altri modi. Le dimensioni del massacro sono tuttora oggetto di discussione tra Cina e Giappone, con i numeri che variano dalle alcune centinaia di vittime sostenute da alcuni storici giapponesi alla denuncia da parte cinese di

NANCHINO 300mila vittime tra la popolazione non combattente. Lu Chuan, regista giovane e anticonformista del film - intitolato City of Life and Death - difende il suo punto di vista: «Ho ricevuto moltissime pressioni, quando si è saputo che fra i vari protagonisti del film c’era anche un soldato nipponico. Mi hanno chiesto perché volessi difendere gli invasori, ma questa do-

nesi, che nel film interpreta un torturatore, ha avuto un infarto per uno scontro fuori da un cinema con dei manifestanti, ed è tornato a casa. Questo non toglie però l’enorme successo del prodotto, che in tre giorni ha raccolto la strabiliante cifra di 16 milioni di euro. Aiutato, va detto, dalla poderosa distribuzione decisa dalla China Film: il colosso cinematografico cinese che muove buona parte del mercato interno. Lu ha voluto comunque chiarire di non provare alcuna simpatia per i governi nipponici che si sono susseguiti al governo di Tokyo dal massacro a oggi: «Nessuno ha mai chiesto scusa al popolo cinese per quanto è avvenuto, e alcuni di loro sono arrivati a negare che sia mai successo. Questo è inaccettabile».

Prodotta dalla China Film, il colosso cinematografico nazionale, la pellicola ha incassato in tre giorni circa 16 milioni di euro. Ma i nazionalisti hanno minacciato di morte il regista (connazionale) per la sua posizione «troppo filo-nipponica» manda è sbagliata: io ho voluto soltanto girare da ogni punto di vista disponibile». La pellicola è stata girata interamente in bianco e nero, un modo per dare profondità storica, e mostra i soldati dell’imperatore di Tokyo come uomini normali coinvolti nella tragedia della guerra. Una versione estremamente diversa da quella che, in Cina, ha sempre dipinto i giapponesi come mostri senza pietà, affamati di carne umana e assetati di sangue.

Come era prevedibile il film ha scatenato le reazioni sdegnate dei numerosi nazionalisti, che sono arrivati a minacciare di morte il regista. Che, dal canto suo, mostra stupore per l’avvenimento: «Prima di presentare la pellicola ai media, non sapevo che ci fossero così tanti nazionalisti nel Paese. Sembra di essere tornati ai tempi della Rivoluzione culturale. Eppure io voglio soltanto veicolare un messaggio di pace e amore, e credo che la maggior parte degli spettatori siano d’accordo con me. La minoranza non si convincerà mai». Proprio quest’ultima, però, ha messo a dura prova la troupe durante le riprese e la presentazione nelle varie città del Paese. Uno degli attori giappo-

Per il regista, la possibilità di girare un film del genere dimostra un leggero cambiamento dell’atteggiamento del governo, che fino a qualche tempo fa «non avrebbe mai permesso di portare sugli schermi il volto umano dei nostri torturatori». Tuttavia, aggiunge, «è tuttora impossibile anche soltanto l’idea di girare un film sulla Rivoluzione culturale o sui moti di piazza Tiananmen. Personalmente, vorrei poter girare la rivolta degli studenti, e spero di ottenere il permesso entro i prossimi cinque anni». Le speranze di Lu, per quanto lodevoli, sono probabilmente destinate a infrangersi contro il muro della propaganda di Pechino, che non permette neanche di nominare i fatti del 4 giugno 1989 nel timore che possano scatenare nuove rivolte sociali. A pochi giorni dal ventesimo anniversario della sanguinosa repressione, il governo cinese ha fatto scattare la sua macchina repressiva contro dissidenti e testimoni dell’epoca, che vengono rastrellati e portati in galera. Forse, un giorno, anche tutto questa diventerà un film di successo.


2009_05_21