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politica

13 maggio 2009 • pagina 9

Le strategie di accoglienza e le identità nazionali

Stato monoetnico? Un’idea vecchia Q di Francesco D’Onofrio

Quando Maroni reclutava la Ronde padane VERONA. Tredici anni fa, Roberto Maroni era il portavoce del «Comitato di liberazione della Padania» il cui statuto prevedeva «la non collaborazione, la resistenza fiscale e la disobbedienza civile» come «forma di lotta democratica per garantire il diritto di autodeterminazione dei popoli». E che, soprattutto, si avvaleva delle «camicie verdi» per garantire il «servizio d’ordine organizzato nell’ambito dei territorio della Padania». In pratica, quello che oggi vuole regolarizzare le ronde della Repubblica italiana ieri era il reclutatore delle ronde della Repubblica Federale della Padania. Tutto ciò risulta dalle carte depositate presso la Procura di Verona dove è in corso un’indagine contro tutto lo stato maggiore della Lega Nord che ha per oggetto la secessione («la loro intenzione di disciogliere l’unità dello stato»), e le ronde padane (la Guardia nazionale padana e le «camicie verdi, aventi all’evidenza caratteristiche paramilitari»).

Servono centri per gestire le richieste di asilo oltremare. Ma anche un’elaborazione profonda della società interculturale. Altrimenti avremo crisi di rigetto

di chi chiede asilo politico. Una presenza di questo tipo andrebbe dislocata dalla Ue a Tripoli, per esempio. L’Europa per ora è divisa. Soprattutto non è attrezzata: non lo è Bruxelles, non lo è nemmeno il Consiglio d’Europa. Ci sono grandi proclami sulla carta ma nessun reale sostegno ai Paesi del Mediterraneo, inevitabilmente i più esposti alla pressione. C’è da temere una diffusione

dell’intolleranza verso lo straniero, in Italia? Il rischio c’è sempre, dipende dall’intensità dei fenomeni ma anche da come questi vengono rappresentati sui mass media. Indubbiamente esiste un fortissimo allarme nella popolazione, determinato dal semplice fatto di trovarsi davanti persone sconosciute in quanto immigrate. Da parte degli studiosi di sinistra si comincia finalmente ad ammettere l’errore commesso negli anni scorsi, quando si è sostenuto che tra i problemi della sicurezza e l’immigrazione non c’era alcun nesso. Invece c’è una relazione precisa, se i dati si leggono con attenzione. Battute come quella sui posti riservati ai milanesi non rischiano di aggravare la percezione di insicurezza? A onor del vero va detto che la battuta del leghista Salvini è stata un po’ diversa dalla versione riportata su molti organi di stampa. Ciò detto si tratta di una battuta infelice, perché ci riporta all’apartheid, al Sudafrica, all’America di non molti decenni fa. Eppure anche da qui bisognerebbe ricavare un segnale: o si regolano i flussi, pensa la gente, o chissà dove andremo a finire. Ma i cattolici, di fronte a tanto allarme e tante incognite, possono svolgere un ruolo decisivo? Credo proprio di sì: la cultura cattolica è in sè molto sensibile al tema dell’immigrazione e dei diritti umani. Ma credo anche che la Chiesa stessa non si sia ancora dotata dell’attrezzatura necessaria per supportare l’integrazione interculturale. Parliamo di un modello di società diverso da quello basato sull’assimilazione, o dall’idea del meticciato. Non c’è ancora sufficiente elaborazione in questo senso e spero arrivi presto, proprio per evitare crisi di rigetto.

uale è l’idea di Italia che si ha in mente? Al fondo questo è il problema. Nel dibattito in corso sulla possibilità stessa di avere cultura monoetnica nell’era della globalizzazione vi è stata infatti, e vi è tuttora, una continua sovrapposizione tra cultura monoetnica e strategia dell’immigrazione. Si tratta di questioni molto diverse perché l’intera storia politica e costituzionale dell’Europa continentale insegna proprio che vi è stata da un lato la tentazione di ridurre a monoetnico lo Stato nazionale e dall’altro la constatazione che non è possibile in alcun modo avere oggi Stati monoetnici.

Nel corso dei secoli passati si è infatti assistito al processo della costruzione di Stati nazionali di volta in volta decisi in nome di una sola etnia, o di una sola lingua, o di una sola religione. È stato ed è il cristianesimo in quanto tale – e il cattolicesimo in particolare – a non accettare mai la dimensione monoetnica degli Stati nazionali proprio perché è il cristianesimo stesso ad essere per sua natura universale e quindi plurietnico, plurilinguistico e plurirazziale. Chi studia, infatti, la storia del continente europeo degli ultimi secoli sa bene che proprio sulla natura mono o plurietnica degli Stati si è svolta una grandiosa vicenda culturale, politica ed anche militare: la pretesa monoetnica o monolinguistica o monorazziale è stata infatti al fondo della stessa costruzione dello Stato nazionale. In qualche modo anche le numerose guerre che hanno segnato la storia europea degli ultimi secoli sono state a loro volta guerre etniche, linguistiche o razziali. E le vicende del nazismo e la stessa persecuzione degli ebrei sono proprio da ascriversi alla pretesa di costruire uno Stato incapace di andare oltre l’affermazione di voler essere monoetnico o monolinguistico o monorazziale. Occorre pertanto aver ben presente che la tormentata vicenda dell’immigrazione in atto in Europa è soprattutto uno straordinario confronto tra due culture: quella monetnica degli Stati nazionali del passato e quella plurietnica del cristianesimo antico e recente. Si può in qualche modo affermare che la cultura monoetnica è tipica espressione della tentazione di costruire uno Stato tutto chiuso in sé, localistico più ancora che locale, laddove la cultura plurietnica è elemento essenziale della dimen-

sione universale propria del cristianesimo. Occorre pertanto accertare bene la natura identitaria di una qualunque parte del territorio mondiale che si voglia considerare ed in particolare occorre comprendere quale è la natura identitaria che noi consideriamo propria dell’Italia. Si tratta ancora una volta di rendere esplicita quale idea di Italia noi abbiamo; di quale identità della nostra nazione siamo sostenitori. Siamo ancora fermi al mito ottocentesco dello Stato nazionale monoetnico o siamo coerentemente espressione di una cultura di ispirazione cristiana che è per sua natura plurietnica proprio perché è universale?

Altro è il problema della immigrazione clandestina. Chi parla di cultura naturalmente plurietnica soprattutto perché è di ispirazione cristiana pone al fondamento del-

Il primato della persona rispetto all’etnia non significa indifferenza nei confronti delle leggi che regolano le comunità la propria strategia di contrasto all’immigrazione clandestina l’idea e il fatto concreto della persona umana considerata quale valore in sé al di là dell’etnia di appartenenza. Il primato della persona rispetto all’etnia non significa in alcun modo indifferenza rispetto alle leggi poste a salvaguardia di questa o quella comunità locale, regionale o nazionale che sia. Sembra di tutta evidenza che l’affermazione del primato della persona rispetto allo Stato comporta di necessità l’accettazione dell’idea stessa dell’esistenza di diritti umani personali che prescindono dalla etnia di appartenenza ma non certo l’affermazione dell’indifferenza della persona stessa rispetto alle leggi che devono essere osservate.

Distinguere la legalità dalla dignità umana costituisce pertanto il fondamento stesso di una strategia dell’immigrazione che sa tutelare la sicurezza dei cittadini e il rispetto dei diritti umani; affermare una vecchia propensione al carattere monoetnico della identità italiana significa rimaner prigionieri di vecchie strategie istituzionali o di muovere nel senso della costruzione di nuovi Stati monoetnici pur nell’era della globalizzazione.

2009_05_13  

Benedetto XVI 12 maggio 2009 Giovanni Paolo II 26 marzo 2000 Giovanni Paolo II 26 marzo 2000 N on ci sono fenomeni IL MURO DELLA DISCORDIAIL...

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