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pagina 20 • 13 maggio 2009

cultura

Libri. In cosa differisce l’Islam dal Cristianesimo e dall’Ebraismo? Carlo Panella risponde nel nuovo lavoro edito da Cantagalli

Figli di un Dio diverso di Pier Mario Fasanotti

itare come esempio di violenza islamica alcuni recenti fatti di cronaca è insieme facile e imbarazzante. Facile perché ce ne sono tanti. Imbarazzante perché ci illudiamo che esista una civiltà islamica simile a quella raffinata, intellettualmente avanzata e tollerante che s’instaurò in Spagna fino alla “Riconquista” della regina Isabella di Castiglia a metà del 1400. Su questa illusione degli occidentali partono le dotte considerazioni di Carlo Panella che ha scritto un libro per le edizioni Cantagalli. S’intitola Non è lo stesso Dio, non è lo stesso uomo (190 pagine, 13,80 euro). Come si arguisce dal titolo, Panella pone a confronto l’“uomo della Bibbia” e l’“uomo del Corano”, confutando la tesi, già espressa da Maometto, secondo cui ebrei, cristiani e musulmani sono figli dello stesso “Libro”. Scrive Panella, che da anni studia la dottrina e i costumi dell’Islam: «Nessun Libro unisce ebrei, cristiani e musulmani, per la semplice ragione che Maometto, nel suo Corano, accusa a più riprese, a volte veementemente, ebrei e cristiani di aver falsificato la Bibbia, per non parlare del Vangelo». Il Profeta della Mecca afferma, per esempio, che mente chi sostiene che Gesù sia morto in croce. È solo uno degli esempi.

C

«nella scelta tra rettitudine (il che equivale a sottomissione alla legge di Allah) e peccato, ma non esiste per nulla l’anima intesa nel senso greco di psychè» ossia quella complessità spirituale che contempla il tormento, la conoscenza delle pulsioni negative e il loro superamento. Fu semmai la tradizione filosofica islamica nata in Andalusia - quindi in Europa e non in Medioriente - a soffermarsi sulla dimensione speculativa dell’anima. Quella era la terra dove nacque e si formò il filosofo Averroè, che dette un grande contributo al patrimonio culturale del mondo. Terra alla quale mai guardò, in seguito, l’Islam autoctono e reso fondamentalista. Molti, ancora oggi, citano Averroè per dire che la cultura islamica fu se non illuministica, cer-

Corano, scrive Panella, non include per esempio il tormentato rapporto tra Dio e Abramo cui fu ordinato di uccidere il figlio Isacco. Di qui discende un’etica musulmana che «è sempre e solo prescrittivi, casistica: “non fare questo, non fare quello”. È più giurisprudenza che morale. Contempla il lecito e il proibito, l’halal e l’haram. Il chiaro e lo scuro, il bene e il male. Ma non il tormento della scelta, libera, terribile, tra l’uno e l’altro. Il libero arbitrio è un concetto aborrito dalla teologia musulmana». Altra cosa mancante nel Corano è il concetto di persona. L’uomo secondo Maometto è una sorta di

L’autore mette a confronto l’“uomo della Bibbia” e l’“uomo del Corano”, confutando la tesi, già espressa da Maometto, secondo cui le religioni discendono dallo stesso “Libro”

A parte questo, la concezione dell’uomo è radicalmente diversa nelle tre religioni. «Non c’è alcuna pretesa di superiorità del Dio giudaico-cristiano rispetto a quello islamico, solo la constatazione che l’uno stringe un patto di Alleanza con l’uomo, e lo reitera, mentre l’altro Dio tutto fa tranne che stringere un’Alleanza ma chiede sottomissione». Islam significa infatti sottomissione. Panella annota che l’uomo coranico è a due dimensioni: «Non ha la psychè, non sa cosa sia quella componente dell’anima che Platone definisce thymòs, quella pulsione irascibile che si appassiona per ciò che la parte razionale dell’anima ritiene vero e giusto, non sa cosa sia il Mito, cosa la pulsione verso Eros e verso Thànatos, non è passato attraverso il rito dionisiaco. È tutt’altro uomo». Occorre a questo punto spiegare un concetto fondamentale per nulla sofisticato, anche se tale appare. Nel Corano si delinea un uomo dotato di coscienza, di responsabilità individuale

tamente illuminante. Ignoranno però il fatto che quel che accadde nelle accademie, nella società spagnola arabizzata, e nelle polis dove coesistevano tranquillamente vari credo religiosi, fu soltanto una parentesi. Il Cristianesimo afferma che l’uomo è a somiglianza di Dio. L’Islam no. A somiglianza semmai è il Libro, ossia il Corano, verità rivelata al Profeta. Libro intoccabile nel senso che non va assolutamente interpretato. Da interpretare è solo la shari’a, ossia la Norma che ne discende. Per l’Islam Dio è “inintelleggibile”: è vietato usare la ragione quando ci si rivolge a Lui. Allah parla certamente all’uomo, ma solo per intimargli: obbediscimi. Secondo un famoso studioso della religione maomettana, Francois Jourdan, «Per l’Islam la trascendenza ombrosa di Dio tutore comporta il fatto che la rivelazione è concepita come esterna all’uomo. Dio è assolutamente separato dall’uomo, non solamente distinto, ma distante sul terreno relazionale, anche se conosce tutto, nell’intimo degli esseri». Il

essere “meccanico” votato all’inchino verso la Divinità, mai divorato dal tormento, dalle contraddizioni, dai dubbi di uomo libero di scegliere, dagli errori compiuti. Quanto alla morte, l’episodio di Caino e Abele illumina la differenza tra le tre religioni. È pur vero che nel Corano esiste uno straordinario versetto: «Chiunque uccide un uomo è come se avesse ucciso l’umanità intera». Ma non molti ricordano che c’è una condizione: «…senza che questi abbia ucciso un’altra persona, o portato la corruzione sulla terra». Ecco perché tutte le vittime dell’islamismo sono accusate di “corruzione”. La religione islamica permette dunque l’eliminazione dei “corruttori” (acce-

zione molto larga). La legge che Dio assegna a Mosè, è limpida e lapidaria: non uccidere. Senza condizioni o distinguo. E veniamo a quanto si dice o si prescrive a proposito della donna.

Va detto, prima di ogni altra cosa, che in tutte le religioni - ad eccezione dell’Islam - esiste il Mito della componente femminile dell’infinito, della divinità, della creazione. Un Mito che manca nel Corano. Ancora oggi, nell’Islam italiano “ufficiale”, la donna è vista in una condizione di minorità, se non spirituale, certamente sociale e normativa. Versetto 228 della Sura II: «…esse agiscano coi mariti come i mariti agiscono con loro, con gentilezza, tuttavia gli uomini sono un gradino più alto….». In tutto l’Occidente la componente femminile ha permeato la mitologia, la gnosi, la Qabbalah ebraica, il culto Mariano. Occorre ricordare che nella comunità dove visse Maometto, il principio divino femminile contraddiceva il monoteismo. E lui voleva dare un taglio netto alla proliferazione delle varie idolatrie e divinità. Nella tradizione araba si parlava delle figlie di Dio, Allat, al Uzza e Manat. Collocate in un universo idolatrico che aveva come centro la Mecca. Poi prevalse prepotentemente l’esigenza non solo di eliminare le tre “figlie di Dio” dalla nuova religione rivelata, «ma anche» racconta Panella «ogni principio che ad esse potesse in qualche modo ricollegarsi». Lo spiega bene la Sura LIII:«Che ne pensate voi di Lat, Uzza e Manat, il terzo idolo?...Esse non sono che nomi dati da voi e dai vostri padri, per i quali Iddio non vi inviò autorità alcuna. Costoro non seguono altro che congetture e le passioni dell’animo…». Quest’ultima espressione indica come il Corano esorcizzi queste pulsioni, «per rinchiuderle con una pietra tombale». Se, come scrive Panella, Maometto fu un riformatore che riconobbe alle donne il diritto di eredità e di testimonianza andando più lontano rispetto al diritto romano, vinse alla fine una teologia assolutamente misogina.

2009_05_13  

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