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pagina 18 • 13 maggio 2009

spettacoli

“Vincere”, la tragica liaison tra Ida Dalser e il Duce

La sfida italiana (alla storia) è griffata Bellocchio

l regista di matrimoni” ci ha convinti poco. Troppo autoreferenziato, troppo solipsistico, troppo chiuso in se stesso. I grandi momenti non mancavano, ma rimanevano intrappolati in un film sbagliato. A volte capita anche quando ti chiami Bellocchio e riesci ad infilare due capolavori assoluti di seguito (L’ora di religione, Buongiorno notte). Detto questo, eccoci a Cannes 2009. I soliti grandi nomi in concorso, le solite attese polemiche, il solito tutto. Con una differenza sostanziale (purtroppo) rispetto alle edizioni scorse. Quest’anno l’Italia marca visita e resta a casa, ma con un’eccezione. Si chiama Bellocchio, appunto, anzi, Vincere. Il nuovo attesissimo film del regista piacentino è l’unico italiano che vedremo alla Croisette e per giunta in concorso.

di Francesco Ruggeri

Bella consolazione comunque. Perché se è vero che fa male pensare allo stato attuale del nostro cinema (e parliamo di qualità, non certo di

“I

Cinema. La crisi irrompe sulla Croisette ma il cartellone del Festival più prestigioso del mondo ci guadagna in qualità e stile

quantità), è anche vero che uno come Marco qualche chance di finire sul podio ce l’ha. Fatti gli scongiuri di sorta, va detto che - secondo le solite voci di corridoio - Vincere è piaciuto e anche parecchio ai selezionatori del Festival. Se farà breccia o meno nel cuore della giuria questo è un altro discorso.Vediamo allora di che si tratta.

Diciamo subito che Bellocchio è uno che in più di quarant’anni di carriera non ha mai fatto lo stesso film. A volte inciampa, altre volte stenta un po’, ma di coraggio ne ha da vendere. Per Vincere possiamo parlare tranquillamente di scommessa. In primis per l’argomento. Nel film si racconta infatti della relazione segretissima che legò Benito Mussolini a Ida Dalser, estetista incontrata per caso a Milano. I due si amarono in gran segreto ed ebbero un figlio, ma l’happy end non fu di casa. Perché il Duce fece rinchiudere l’amante in un istituto psichiatrico e non riconobbe mai il figlio nato dalla loro relazione

La battaglia di Cannes Da Almodovar agli amori di John Keats, dallo scandalo Von Trier alla gemma di Resnais. Guida ai film in concorso di Francesco Lo Dico i sono due modi per reagire alle ferale notizia che viene dal sessantaduesimo Festival di Cannes. Il primo è strapparsi le vesti a causa del drammatico calo di vendite di pâté de foie gras previsto dai ristoratori della croisette per quest’anno. Il secondo è sopportare stoicamente la cosa pensando a tutte le oche selvatiche che quest’anno non si ammaleranno di steatosi epatica in Francia. Sul litorale assicurano tutti che si agiteranno meno mignonette perché ci saranno meno libatori di Dom Perignon che faranno meno promenade perché preferiranno rimpinzarsi di baguette. Mon Dieu, vedi mai che per colpa della crisi, al Festival toccherà guardare qualche film per ingannare il tempo?

C

Sotto la lente dei cahiers de doléances, la kermesse francese dovrà di certo rinunciare alla grandeur degli anni passati. Sarà pur vero, ma a scorrere la lista dei film in concorso, viene voglia di distrarsi coi cahiers du cinema. Bambole non c’è una lira, sembrano ribadire nella presentazione dei film in concorso il patron Gilles Jacob e il direttore artistico Therry Frémaux. Che invece hanno avuto il merito di aver messo insieme a contendersi la Palma, (che resta d’oro anche quest’anno) ventidue rispettabilissimi film. Tra i quali, come non accedeva da tempo, si contano pochissime americanate, un solo film italiano, (che

se fosse un modo verbale sarebbe l’imperativo, se fosse un aggettivo sarebbe categorico, e semmai trionfasse un miracolo), Vincere di Bellocchio, e una manciata di immancabili tigri asiatiche tutte sangue e vendetta. Ad aprire oggi, molto fuori concorso, molto dentro alla

logica del cinema d’autore che al tempo dei multisala è un insulto da far digerire con pudore, c’è Up, ultima creatura della Pixar. Naturalmente funambolico, naturalmente in 3D, naturalmente una delle poche cose che metterà d’accordo i

distributori di tutto il mondo. Decisamente meno accomodante l’Antichrist di Lars Von Trier.

È un film che rappresenta la terza via dell’ontogenesi. Contro darwinisti e creazionisti, il regista danese sostiene nel film che ad azionare la levetta del Big Bang non è stato Dio, né una scimmietta, ma piuttosto Belzebù. E visto che anche al reparto filosofemi, bisogna pur fare cassa, tutti preferiscono sottolineare l’anatomico viaggio tra i peli pubici di Charlotte Gainsbourg e Willem Dafoe, gentilmente offerto al pubblico per i primi sei minuti della pellicola. Indizio che al serissimo regista danese, toccherà rivestire il ruolo di mestatore ricoperto l’anno scorso da Gaspar Noè. Il regista francese, che più del cognome, ha di biblico il cattivo gusto. Il suo Irréversible, a Cannes provocò vergogna. Non tanto perché mostrava l’insistito stupro di una donna incinta, ma per l’orridezza della pellicola e perché si era sentito Monica Bellucci, ultima diva del cinema muto, recitare qualche battuta. Provocò vergogna, ma non certo a lui, che quest’anno si ripresenta sulla croisette con Enter the Void, storia di una spogliarellista e di un pusher che, ironia della sorte, si abbandona a strane visioni. E sempre nella lizza di quest’anno, crea molta fibrillazione Los abrazos rotos, ultima creatura di Pedro Almodovar. Chi l’ha già visto in Spagna, assicu-

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Benedetto XVI 12 maggio 2009 Giovanni Paolo II 26 marzo 2000 Giovanni Paolo II 26 marzo 2000 N on ci sono fenomeni IL MURO DELLA DISCORDIAIL...

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