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Solo i saggi posseggono delle idee; la maggior parte dell’umanità ne è posseduta

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Samuel Taylor Coleridge

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QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Il Presidente in Abruzzo elogia la prontezza dei soccorsi ma punta il dito sulla mancata prevenzione

Napolitano: «Nessuno è senza colpa» Il governo decide la dilazione dei mutui e 400 euro al mese per i senzatetto di Riccardo Paradisi

Dall’Irpinia all’Abruzzo l’Italia è più nazione

o Stato c’è e batte due colpi a L’Aquila e nelle zone dell’Abruzzo piegate dal terremoto di lunedì scorso e ancora martellate dallo sciame sismico che non sembra esaurirsi. La visita del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e i provvedimenti del Consiglio dei ministri sono due segnali forti che le istituzioni danno in queste ore per segnare la loro presenza dove la violenza della natura ha macinato morte e distruzione.Tra i provvedimenti del governo c’è innanzi tutto il

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di Renzo Foa ultimo grande «scandalo» nazionale del genere si chiamò terremoto dell’Irpinia. Il presidente della Repubblica era allora Sandro Pertini che pronunciò parole di fuoco di fronte alle bare allineate nei paesi distrutti.

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segue a pagina 2

via libera a un’ordinanza per sospendere per due mesi i termini relativi a mutui e bollette per i cittadini coinvolti dal sisma. Poi, a ruota, un contributo di 400 euro mensili per ciascuna delle famiglie sfollate, con un’aggiunta di 100 euro per gli ultra 65enni e i disabili. Il Consiglio dei ministri ha anche deliberato il rinvio di tutte le scadenze fiscali per i lavoratori dipendenti e autonomi che risiedono nelle zone interessate dal sisma. segue a pagina 2

Trovata la mediazione sui clandestini

Tregua armata tra la Lega e Berlusconi di Errico Novi

ROMA. «Assegnare più poteri al pre-

2 aprile 2009: Obama si genuflette di fronte al re saudita Abdullah. Ma finora due soli giornali al mondo ne hanno dato notizia. Sorte ben diversa era toccata a George Bush quando lo aveva preso per mano…

mier, come accade nelle altre democrazie europee. E ridurre i tempi di approvazione delle leggi in Parlamento, sull’esempio di alcuni Paesi dell’Est». Berlusconi descrive la «nuova architettura costituzionale» che vorrebbe per evitare incidenti come quello sulle espulsioni. Intanto, però, deve adattarsi a una faticosa mattinata di mediazioni e chiarimenti con la Lega. «Lotteremo contro il tempo per non far decadere il decreto che scade il 26 aprile - dice ai cronisti dopo l’incontro con Bossi e Maroni - e mi impegnerò personalmente per evitare che i centri di identificazione ed espulsione mettano in libertà oltre mille clandestini». segue a pagina 4

L’inchino top secret

La loggia segreta di Vladimir Putin

alle pagine 8 e 9

di Andrei Illarionov a pagina 12

seg2009 ue a p•agEiURO na 9 1,00 (10,00 VENERDÌ 10 APRILE

CON I QUADERNI)

• ANNO XIV •

NUMERO

71 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


società

pagina 2 • 10 aprile 2009

Moniti. Napolitano a L’Aquila elogia i soccorsi ma punta il dito contro la mancata prevenzione. E polemizza con i media

«Nessuno è senza colpa» Il governo: dilazione dei mutui e 400 euro al mese per i senzatetto di Riccardo Paradisi segue dalla prima

Decisa poi la possibilità di rinegoziazione dei mutui contratti con le banche mentre ai farmacisti verrà data la possibilità di distribuire farmaci previsti dal servizio sanitario nazionale, anche senza ricetta. L’ordinanza approvata dal Governo prevede anche una indennità di 800 euro mensili a tutti i titolari di rapporti di attività commerciali, produttive, agricole e artigianali, che hanno dovuto sospendere l’attività. Provvedimenti concreti la cui velocità di approvazione è stata naturalmente anche agevolata dal clima di unità che si è stabilito già dall’indomani del disastro. E che il presidente della Repubblica ha sostenuto ed elogiato.

«Non sono qui per parlare con le persone, non sono venuto per farmi fotografare da voi, non rompete». Giorgio Napolitano è brusco con i giornalisti che lo circondano e lo pressano a Onna, il paese dell’aquilano raso al suolo dal terremoto di lunedì scorso. Ci tiene il presidente della Repubblica a dare alla sua visita nelle zone martoriate dal sisma il massimo tratto di contegno istituzionale e insieme di partecipazione emotiva: «Sono qui per dovere e per sentimento». Soprattutto Napolitano non vuole filtri tra la sua presenza, che è quella dello Stato nella sua più alta carica, e il contatto con la popolazione. È un contrasto deciso quello che il presidente vuole produrre tra la sua presenza e quella di altre visite pubbliche nelle zone colpite dal terremoto, usate come scenografia di passerelle esibizionistiche. D’altra parte l’atmosfera che si respira oggi all’Aquila è particolarmente oppressiva: le 278 salme disposte nell’hangar della caserma della Guardia di finanza aggiungono una maggiore densità al dolore che avvolge una città in rovine, dove nelle strade si respira la polvere delle macerie. Napolitano viene accompagnato al cospetto delle vittime dal capo della Protezione Civile, Bertolaso e dal presidente della Regione Abruzzo, Chiodi. Il presidente, si trattiene a lungo di fronte ai morti. Si commuove. Anche per il contegno e la dignità con cui i famigliari di chi è stato falciato dalla violenza del sisma vivono questi giorni di lutto e di tristezza. Lo colpisce la compostezza della gente: non si vedono scene di disperazione, c’è un’infinito dolore cui dà forma solenne una cultura del lutto antica e civile. La tappa successiva della visita di Napolitano è una riunione con Bertolaso, Chiodi e con il sindaco de L’Aquila Massimo Cialente per fare il punto sui soccorsi. Il Capo dello Stato ha parole d’elogio e ammirazione per il modo con cui sono stati organiz-

Oggi l’Italia è più nazione di Renzo Foa segue dalla prima Parole di fuoco – dicevo – perché tutti capirono allora che l’unione che aveva raccolto qualche anno prima tutti gli italiani di fronte alla tragedia del Friuli si era, come dire?, svaporata. Lo «scandalo» consisteva nel fatto che decine, anzi centinaia di persone erano state lasciate morire al freddo, senza soccorsi, arrivati con grande ritardo. Le parole protezione civile erano state dimenticate. Gli abitanti di quella zona della Campania erano stati lasciati soli, erano stati trattati come stranieri da «ignorare» e una grande quantità di soldi, un vero e proprio malloppo, venne dirottata su Napoli e dintorni solo parecchio tempo dopo, cambiando gli assetti del potere dal Nord al Golfo.

Ieri, seppur indirettamente, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha voluto visitare le città colpite dal terremoto in Abruzzo. Ha espresso apprezzamento per tutti coloro che sono impegnati nei soccorsi, a cominciare dai vigili del fuoco. Ha ricordato «lo sforzo di efficienza e di generosità straordinari nell’ambito delle organizzazioni dello Stato e della mobilitazione dei cittadini». Ha aggiunto: «Mi impegno, non vi dimenticheremo mai» e in particolare, ha aggiunto, «non potrò dimenticare Onna», il paese raso al suolo. Ma non ha voluto ignorare le responsalità: dopo aver espresso «apprezzamento senza riserve per il governo e per la Protezione civile» e si è detto ammirato per la dignità delle abruzzesi, ma ha anche ricordato che alla base della tragedia esistono delle responsabilità. «Nessuno è senza colpa – ha detto in conferenza stampa – molti sono stati coinvolti nella costruzione dei palazzi crollati. Deve esserci un esame di coscienza senza discriminanti né coloriture politiche, non per battersi il petto ma per capire cosa è indispensabile e urgente fare per evi-

tare che questi fatti si ripetano e perché si possa fare prevenzione, non con fantasiose profezie o impossibili previsioni, ma apprestando mezzi indispensabili perché case ed edifici resistano». Ha rivelato cioè una grande responsabilità, che ha caricato sulle spalle di tutti ricordando, appunto, che ci sono dei momenti in cui l’italia torna ad essere una nazione. E questi sono, come sono sempre stati, i momenti della responsabilità e i momenti della sofferenza. Se ne sta discutendo molto in questi giorni, forse anche perché la terra ha tremato non solo in Abruzzo ma anche in una grande città come Roma. E parecchie, finora, sono state le risposte. Una la si trova nella storia del cattolicesimo italiano, nel suo spirito solidaristico, nel suo attaccamento all’«altro da sé», nel suo impegno a sostenere coloro che sono rimasti indietro, che non hanno mezzi per sopravvivere. Il solidarismo cattolico è qualcosa in più, qualcosa che è difficile trovare altrove, reperire lontano dalle grandi basiliche con i loro mosaici medioevali. C’è, appunto, in questa dimensione qualcosa che è certamente destinato a formare una nazione, ad aiutare un popolo anche ad essere sé stesso.

L’Italia, in questi giorni, si è rispecchiata nell’Abruzzo nella «dignità straordinaria» degli abruzzesi (ho sentito al proposito l’impegnato discorso al Senato del presidente Franco Marini, che ne faceva fede), nel coraggio dei soccorsi che, per primi, hanno prestato ai loro conterranei, nella sofferenza per i danni subiti da uno straordinario patrimonio dei beni culturali, nel coraggio con cui affrontavano i disagi della vita nelle tendopoli, nei tanti lutti subiti. Dobbiamo molto a tutti loro così come dobbiamo molto a Giorgio Napolitano che ha ricordato ieri mattina l’obbligo di farsi comunque un esame di coscienza.

zati gli aiuti: «Ho trovato una situazione che credo possa soddisfare ed inorgoglire il Paese. Ho apprezzato tutte le decisioni che le autorità di governo a livello nazionale, regionale e locale hanno assunto, è molto positivo il clima di sinergia tra tutti i livelli istituzionali». Dopo essersi complimentato con Bertolaso, Napolitano ha detto di non aver scoperto oggi il sistema della Protezione civile. «Ne ho avuto la responsabilità di governo tra il ’96 e il ’98 e in quel periodo mi sono imbattuto in emergenze molto serie, da Sarno al terremoto dell’Umbria e delle Marche». Un sistema “molto italiano” lo ha definito Napolitano «perché si vedono insieme quelli che professionalmente servono lo Stato e quelli che si dedicano per missione a questo impegno di solidarietà». Un particolare elogio poi ha voluto riservarlo ai Vigili del fuoco «che con le loro mani hanno salvato vite e restituito corpi di cari scomparsi a tante famiglie». Ma se Napolitano manifesta gratitudine e soddisfazione per l’intervento tempestivo delle istituzioni e dei soccorsi riserva anche parole dure sulle responsabilità per quelle sciagure che potevano essere evitate. Il passaggio in via XX settembre e una sosta davanti alla casa dello studente, sotto le cui macerie hanno perso la vita decine di ragazzi, suscita nel presidente un moto di sdegno. Che Napolitano non mancherà di rendere pubblico alla fine della sua visita: «È necessario fare chiarezza sulle responsabilità di un disastro così generalizzato. Occorre un esame di coscienza che superi le preferenze politiche di ognuno. In queste cose nessuno è senza colpa e si tratta di capire veramente come sia potuto accadere che non ci sia stata l’attivazione indispensabile di norme di prevenzione che erano state tradotte in legge, o che ci sia stato un difetto nei controlli previsti». Un esame di coscienza per capire cosa è indispensabile e urgente fare «perché mai più ciò accada non affidandosi a profezie o previsioni impossibili – il riferimento alle ipotetiche possibilità di prevedere i sismi di cui si è discusso in questi giorni – ma rendendo sicuri gli edifici nuovi e quelli più antichi».

Ad impressionare maggiormente Napolitano è la vista di Onna, il paesino di 300 anime dove sono morte 40 persone e il terremoto ha distrutto tutto. Qui un anziano sopravvissuto si rivolge verso il Capo dello Stato e gli dice: «Non dimenticatevi di noi, presidente». «È questo l’interrogativo più angoscioso che ho sentito dalle persone – dice Napolitano prima di ripartire per Roma – ma non è che poi ci abbandonate?». L’impegno che a nome delle istituzioni ha preso il presidente è che «lo Stato proseguirà sempre con lo stesso slancio e lo stesso interesse per questa regione».


società

10 aprile 2009 • pagina 3

I consigli dell’architetto Mario Occhiuto sulla ricostruzione ROMA. “Le idee maturano con la passione per ciò che si fa, con il coinvolgimento e il contributo degli altri”. È questo il modo di intendere l’architettura di Mario Occhiuto e lui, da schietto uomo del Sud, lo dichiara nella home page del suo sito internet. Progettista molto quotato a livello internazionale sta realizzando importanti opere in Cina, tra le quali il nuovo Expo di Shanghai. Ma Mario Occhiuto è stato anche membro dell’Unità tecnica, istituita presso la presidenza del Consiglio dei ministri, per la ricostruzione dei Paesi dell’area balcanica. Architetto, è stimolato dal progetto lanciato dal presidente Berlusconi di realizzare una new town a L’Aquila? Non la considero un’idea sbagliata. In Abruzzo c’è un’emergenza che ha bisogno di risposte veloci e concrete. Dare in tempi brevi una casa a chi l’ha persa è sicuramente un fatto positivo. Non ha qualche dubbio sui tempi brevi? Spero che le esperienze passate vengano messe a frutto e si possano innescare dei meccanismi virtuosi per evitare ricostruzioni infinite, molto dispendiose e dai risultati discutibili. Molti urbanisti ritengono superato il concetto di new town, lei che cosa ne pensa? Costruire una città ex novo non è semplice, bisogna avere idee chiare e soprattutto la new town non va considerata come città dormitorio. Quali devono essere i criteri? Bisogna pensare a una città nella qua-

Secondo lei, quindi, il modello non è Gibellina. La new town deve essere una città che possa adattarsi alle esigenze successive dei cittadini, non si deve pianificare tutto anche nei particolari. La new town ha bisogno di rinnovarsi e la progettazione ne deve tener conto. Gibellina non risponde a queste caratteristiche. Dopo la drammatica esperienza abruzzese non sarebbe il caso di pensare anche agli altri centri storici? Bisognerebbe recuperare il patrimonio architettonico dei tanti paesi, ma anche riabilitare le periferie e renderle vivibili. Prima di cementificare vanno riqualificati gli insediamenti esistenti. Anche la Cina vive con la continua minaccia dei terremoti. Qual è l’approccio? Quel Paese ha subito grandi distruzioni, ma ha una grande attenzione per le nuove costruzioni. Infatti si utilizzano le più moderne tecnologie. Le leggi sono severe? La normativa, anche lì, prevede il rispetto dei criteri di sicurezza e di antisismicità. Considerando che parliamo di megalopoli e di edifici molto importanti è vietato sbagliare. E in Italia? Le leggi ci sono. Purtroppo, finché si privilegerà solo il criterio economico delle gare con il massimo ribasso, c’è il rischio che i lavori non vengano eseguiti a regola d’arte. Infatti si finisce sempre per risparmiare sui materiali.

«Sì alla new town, no alla città dormitorio» di Franco Insardà le ci sia la perfetta integrazione tra l’edilizia residenziale e quella direzionale e di servizio. Senza, ovviamente, trascurare gli spazi di socializzazione. La componente umana va rispettata e valorizzata. Altrimenti lo spettro del ghetto è dietro l’angolo. E il centro storico de L’Aquila? Bisogna prevedere il simultaneo recupero del centro storico e dei suoi beni architettonici, facendo, però, una selezione tra le opere di pregio e altre

La cittadella universitaria, con le residenze per gli studenti fuori sede, consentirebbe di dare un’anima alla nuova L’Aquila

strutture che potrebbero anche non essere recuperate utilizzando diversamente quegli spazi. Quale dovrebbe essere il rapporto tra new town e centro storico? Di stretta relazione. La progettazione

della new town dovrà tener conto del recupero della parte antica e dovrà essere armonicamente collegata. Come? L’Aquila si caratterizza soprattutto come città universitaria. Progettare, quindi, la cittadella universitaria, con le residenze per gli studenti fuori sede, consentirebbe di dare un’anima alla new town. Questa caratterizzazione, cioè, potrebbe essere l’elemento attrattivo. Quali altre caratteristiche dovrebbe avere? Vanno considerate le persone e il loro futuro. Chi andrà ad abitarci resterà lì e in quelle case nasceranno le nuove generazioni. Ci sarà bisogno di servizi, di spazi aggregativi. Il pensiero della new town è legato a un’urbanistica regolare, con costruzioni in serie. È così? È proprio questo sarebbe l’errore. Bisogna evitare i cloni: case tutte uguali, senza alcuna riconoscibilità e personalità che difficilmente sarebbero accettate dalla popolazione.

Nella foto centrale della pagina a sinistra, il presidente Giorgio Napolitano con il sottosegretario Guido Bertolaso. Qui sopra l’architetto Mario Occhiuto. Sotto, l’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori

Sorprendente dichiarazione dell’arcivescovo di Firenze

Betori:è giusto chiedere a Dio “perché?” hiedere a Dio perché avvenga il male non mette in crisi la fede dei cattolici, ma anzi aiuta i credenti ad approfondire e radicare i fondamenti dell’insegnamento cristiano. È il senso dell’insolito intervento che appare oggi su “Toscana oggi”, il settimanale cattolico della regione, a firma dell’arcivescovo di Firenze monsignor Giuseppe Betori. Il presule scrive: «Nell’esplosione del male che si è abbattuta anche in Abruzzo c’è una dimensione di scandalo che fa sorgere la domanda a Dio: “perché?”». Una domanda «audace ma lecita, che non pone in pericolo la fede, ma la aiuta ad approfondirsi e radicarsi». «Ce lo insegna Gesù stesso - ricorda Betori che dalla croce non teme di alzare verso il Padre il grido “perché mi hai abbandonato?”». In questa invocazione non si sostiene che Dio sia la causa del male, ma è appello perché nel male - che resta un mistero - «l’uomo non si ritrovi solo, ma abbia Dio al suo fianco». Eppure, chi dalla fede prende speranza e senso di completezza rimane spiazzato dal fatto che un principe della Chiesa metta in conto la possibilità di chiedere spiegazioni al Padre. Quel Padre che, nelle confortanti parole pronunciate dai pulpiti domenicali, non esita «per ragioni imperscrutabili» a comminare sentenze di morte anche per gli innocenti. Però, aggiunge l’arcivescovo, «la risposta più profonda a quel “perché?”è nel secondo volto della Pasqua, quello che fa seguire alla croce la risurrezione. È questa la risposta che il Padre offre a quanti si lasciano avvolgere dal suo amore». L’idea - nel senso greco del termine, quello che la identifica come concetto valido e sempiterno - è che l’amore di Dio ci sia sempre accanto, balsamo per tutte le ferite. L’auspicio da formulare, ora più che mai, è che questo riesca a lenire i tagli e i vuoti (tutti) di chi ora in Abruzzo ha bisogno di risposte, certo, ma soprattutto di speranza.

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politica

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Fibrillazioni. La norma sulle espulsioni non sarà reintrodotta nel decreto sicurezza. Restano le tensioni per le candidature locali

Tregua armata con Bossi Il premier trova la mediazione sui clandestini e rilancia: «Ci vuole un Parlamento veloce come nell’Europa dell’Est» di Errico Novi

ROMA. La soluzione c’è, o almeno ci sarebbe. «Assegnare più poteri al premier, come accade nelle altre democrazie europee. E ridurre i tempi di approvazione delle leggi in Parlamento, sull’esempio di alcuni Paesi dell’Est». Se potesse, Silvio Berlusconi troverebbe nella «nuova architettura costituzionale», che descrive sinteticamente durante la conferenza stampa di Palazzo Chigi, il modo di evitare incidenti come quello sulle espulsioni. In attesa delle riforme però il presidente del Consiglio deve adattarsi a una faticosa mattinata di mediazioni e chiarimenti con la Lega. Intervallata dal consiglio dei ministri e risolta con l’impegno annunciato da Berlusconi ai cronisti: «Lotteremo contro il tempo per non far decadere il decreto, che scade il 26 aprile, e mi impegnerò personalmente per evitare che i centri di identificazione ed espulsione mettano in libertà oltre mille clandestini».

alla Camera sarebbe impossibile dal punto di vista giuridico, come avverte preventivamente il capogruppo del Pd a Montecitorio Antonello Soro.

Si può invece accogliere l’invito alla ragionevolezza rivolto da Pier Ferdinando Casini: «È il momento dell’unità nazionale, non solo sull’Abruzzo ma anche sul contrasto all’immigrazione clandestina», dice il leader dell’Udc, che spiega come un’intesa sia possibile se «si riafferma lo stato di diritto: se al no sulle ronde si aggiunge un

teoria, ma è politicamente inopportuno farlo per un’emergenza sollevata in prima battuta dal Carroccio. Offrire l’immagine di una Lega che tiene in scacco il governo è esattamente quello che il Pdl non può permettersi. Porre la questione di fiducia sul decreto sarebbe l’unica strada tecnicamente utile per modificarlo in Senato e ottenere l’ok definitivo alla Camera entro i termini. Ma il rimedio è impraticabile per le stesse ragioni di opportunità politica appena ricordate.

Casini: «È il momento dell’unità anche sull’immigrazione, un limite di quattro mesi per gli irregolari va bene». Sarà inserito nel ddl

Come aggirare l’ostacolo? Prima di definire il piano, il Cavaliere non manca di prendersela con i suoi parlamentari. «Troppi assenti», si è lamentato durante l’incontro con Umberto Bossi e Roberto Maroni, allargato a Ignazio La Russa, Giulio Tremonti e Aldo Brancher.Troppe defezioni tra i deputati del Pdl hanno fatto in modo che alle votazioni di mercoledì mattina risultassero decisive «le 17 mele marce», come i leghisti hanno ribattezzato i franchi tiratori armati dallo scrutinio segreto. Una certa attenzione viene dedicata, durante il redde rationem di Palazzo Chigi, ai malumori che attraversano i gruppi parlamentari del partito maggiore, provocati dall’invadenza dell’agenda lumbard nelle scelte della maggioranza. Certo si conviene che «tutti siamo d’accordo con la politica della sicurezza messa in campo dal ministro Maroni», come assicurano sia il premier che La Russa. Ma è necessario mitigare i contenuti del decreto sicurezza. Ripristinare l’articolo 5 nella forma in cui è stato soppresso

limite ragionevole per la permanenza dei clandestini nei centri di identificazione ed espulsione, penso a tre o quattro mesi, può esserci un’intesa ampia. La faziosità non deve prevalere sulla necessità di sicurezza dei cittadini». È l’exit strategy intorno a cui ragionano per buona parte della giornata Berlusconi, i vertici del Carroccio e La Russa. Con la rettifica dai sei ai quattro mesi verrebbe meno l’ostacolo della non ripetibilità di una norma già bocciata. Resta la questione dei tempi strettissimi: oltre il 26 non si può andare, e la commissione Giustizia di Palazzo Madama presieduta da Filippo Berselli è convocata per lunedì 20 aprile. Modificare il calendario? È proprio questo uno dei punti deboli del meccanismo: accorciare le vacanze dei parlamentari sarebbe possibile, in

Così a Bossi

non resta che rassegnarsi a far passare il decreto sicurezza senza la contestata “norma-Guantanamo”. La mediazione trovata con Berlusconi prevede di proporre la via intermedia dei quattro mesi nel testo del disegno di legge, quello che contiene anche il passaggio sui medici-spia. Sarà nell’aula di Montecitorio proprio dal giorno successivo alla scadenza del decreto, ossia dal 27 aprile. Tre, massimo quattro mesi come propone Casini: sarà questo il tempo massimo di permanenza dei

A fianco, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi insieme con il ministro delle Riforme Umberto Bossi. Sotto, il ministro degli Interni Roberto Maroni. Nella pagina a fianco, il deputato del Popolo della libertà Benedetto Della Vedova

clandestini nei centri di espulsione. Sempre che si trovi un accordo complessivo nella maggioranza, comunque incerta sulle ronde e sull’obbligo di denuncia per i camici bianchi. Il Senatùr fa buon viso a cattivo gioco: «Con il premier faremo tutto», dice qualche ora dopo il summit di Palazzo Chigi. Tra i lumbard d’altronde nessuno pensa sia il caso di far balzare il termometro dei rapporti con gli alleati oltre il livello di guardia. A fine mese c’è anche l’ultimo, decisivo passaggio sulla legge delega del federalismo fiscale. Conta più di ogni altra cosa, e in questo momento un irrigidimento sui temi della sicurezza potrebbe scatenare reazioni

incontrollabili nel Pdl. Ad alleviare almeno in parte i postumi della botta rimediata sulle espulsioni dovrebbe provvedere l’impegno personale assunto da Berlusconi e annunciato anche in conferenza stampa: «Mi preoccuperò di accelerare i tempi di identificazione degli immigrati irregolari trattenuti nelle nostre strutture».

L’impresa è apparentemente disperata, ma almeno per una parte dei clandestini che si trovano a Lampedusa un intervento in extremis sarebbe possibile: diverse centinaia sono di nazionalità tunisina, e se per alcuni di essi le autorità dello Stato maghrebino accettassero di velocizzare al massimo l’invio dei documenti sarebbe possibile procedere a un rimpatrio di massa. Così la necessità del decreto sarebbe attenuata anche dal punto di vista del Carroccio. Difficilmente però Berlusconi e Bossi potranno spegnere tutte le controversie locali sui candidati per le Amministrative. Sarà complicato sedare la rivolta di Bergamo, dove il presidente uscente della Provincia, l’azzurro Valerio Bettoni, contesta la scelta del candi-


politica

10 aprile 2009 • pagina 5

L’intervista. Parla il riformatore liberale Benedetto Della Vedova

«Con Fini batteremo il Pdl ratzingeriano» di Marco Palombi

ROMA. Per qualcuno è “il nuovo portavoce di Fi-

dato successore, l’ex capogruppo leghista in Senato Ettore Pirovano. Sarà ancora più arduo tenere sotto controllo gli uomini del Carroccio in Veneto, soprattutto a Padova e in diversi centri della Marca Trevigiana, dove la corsa solitaria al primo turno sarà inevitabile. Stesso discorso per Reggio Emilia, dove i padani candidano da soli il presidente della commissione Ambiente di Montecitorio, Angelo Alessandri, e a Parma, dove la già difficile intesa tra Pdl, Udc e liste civiche esclude in ogni caso i lumbard. In questo modo i rapporti di forza si mi-

sureranno con spietata evidenza e Bossi potrebbe uscirne rafforzato. Tutto sarebbe più semplice, per il premier, se la riforma istituzionale venisse incontro alle necessità presentate ieri in conferenza stampa: «Serve concretezza e pragmatismo, le stesse che abbiamo messo in campo per fronteggiare l’emergenza terremoto». Ma Berlusconi ha anche aggiunto che il riassetto dei poteri deve avvenire «con il consenso di tutti». Così per evitare altri incidenti con la Lega sarà necessario affrontare i nodi politici, senza aggirarli.

ni”, altri addirittura lo incolpano della presunta svolta laicista del presidente della Camera, ma al di là delle semplificazioni la strana coppia tra l’ex radicale Benedetto Della Vedova e l’ultimo segretario dell’Msi sembra il primo segnale di felice ricombinazione all’interno del Pdl: «Fini - spiega l’ex segretario dei Club Pannella - mi sembra l’interprete migliore e il più moderno di un centrodestra che guardi al futuro senza paura e si muova nel solco di quanto accade in tutti i grandi partiti liberali in Occidente. Che noi due, così diversi, ci si sia trovati su questa strada, è il segno che il Pdl è davvero un partito nuovo». Studi da economista, 47 anni, già eurodeputato radicale, Della Vedova è uno dei tanti frutti dell’anomalia del Berlusconi prima maniera, quello del“partito inclusivo” capace di accogliere personalità da tutto l’arco costituzionale (e anche un po’ più in là), che il nostro vorrebbe veder replicato nel Pdl. D’altronde, spiega, anche il nuovo capo dei Repubblicani americani, Michael Steele, «di colore, pro-gay, pro-choice, difensore del libero mercato, ha parlato del Gop come di un “bigtent party”, un tendone sotto il quale ci sono persone con opinioni e sensibilità diverse». Oggi lei sta con Fini. Io mi sento innanzitutto berlusconiano. Questa scommessa l’ho fatta nel 2005: mentre i miei amici radicali saltavano sul carro del vincitore Prodi, io pensavo e penso che la scommessa liberale e radicale si poteva vincere solo col Cavaliere. E penso pure, e non da oggi, che il futuro della politica italiana, ancora per il prossimo decennio, passa per il futuro del centrodestra. Insisto. Lei è molto vicino al presidente della Camera. Mi spiego. La modernità di Berlusconi è stato dare alla politica italiana una leadership, un programma e un partito inclusivo, che quindi, per definizione, non può basarsi su una ferrea unità etico-politica. Questa forte leadership di Berlusconi è un vantaggio per il Pdl e lo è anche per Fini, che è stato molto bravo a far capire a tutti di non voler fare il capocorrente di An in dialettica col premier: ha scommesso sulla creazione non della sua leadership, ma di un moderno profilo politico del Pdl. Creando qualche problema anche al Cavaliere. È chiaro che che le aperture, gli strappi di Fini sui temi etici, l’immigrazione o la laicità possano apparire laceranti a una parte della classe dirigente del Pdl, ma la scommessa è quella di fondare un partito che sia in presa diretta con la società. Mentre altri non vogliono? In molti pensavano di costruire, al riparo del consenso di Berlusconi, un partito confessionale, quasi ratzingeriano se si considera il Papa l’interprete privilegiato dei valori dell’Occidente. Ma l’i-

potesi di costruire un partito mono-etico funziona appunto solo se hai lo scudo di Berlusconi: la gente vota lui, quello che c’è dietro conta poco. Fini invece… La sua linea è molto più aderente a quella del Ppe rispetto a quanti pensano ad un Pdl come partito della vita contro un presunto partito della morte, della famiglia contro le coppie di fatto e gli omosessuali, dell’identità cristiana contro quella multietnica e multireligiosa. Fa una scommessa sul futuro che mi piace. Facciamo qualche nome. C’è chi - Formigoni, Quagliariello, Sacconi, Roccella - ha in mente un partito schiacciato su posizioni che hanno poco a che fare, secondo me, con la destra liberale. Sono quelli che pensano a una sorta di bipolarismo etico che Fini giustamente spariglia. Quest’idea, d’altronde, è una costruzione artificiale: tutti gli studi sui flussi elettorali dimostrano che il nostro elettorato su questi temi si divide più o meno come quello del centrosinistra. E allora? E allora su questo, com’è successo durante il caso Englaro, si gioca una dura partita di potere: non parlo certo di poltrone, ma di un modo di segnare il territorio, diciamo di egemonia culturale. Solo che così non si costruisce un partito vero, capace di durare nei decenni anche oltre Berlusconi. Si dice che Fini oggi sia l’unico argine di Bossi. Fini si limita a sottolineare che sicurezza e immigrazione non sono temi che il Pdl può subappaltare alla Lega. Quella con Bossi è un’alleanza strategica, ma questo non può voler dire che il tono, e spesso anche la musica, su questi temi debba essere il loro. Il Pdl non può essere il partito della paura in concorrenza col Carroccio, altrimenti accade che anche laddove la lettera dei provvedimenti è condivisibile, il loro carico di propaganda fa sì che noi non facciamo altro che fare la massa di manovra per la loro campagna elettorale. Il voto sui Cie è un segnale? Lo è, come pure la lettera dei 101. Io non sono certo un antileghista, sono stato persino nel Parlamento della Padania, ma sento il disagio di chi vede che l’immagine della coalizione spesso coincide con quella della Lega. Non è nel nostro interesse, nemmeno elettorale. Del referendum elettorale che ne pensa? Sono favorevole, come pure all’accorpamento con le Europee. I quesiti vanno nella direzione in cui è andato il sistema politico, una direzione che secondo me va consolidata con una riforma elettorale. La Lega non gradirà. Io penso a consolidare i due grandi partiti. E poi perché non pensare in futuro a liste comuni Pdl-Lega alle Politiche? Cdu e Csu in Germania lo fanno.

Il presidente della Camera fa una scommessa sul futuro che mi piace, ed è comunque molto aderente alla linea del Ppe


diario

pagina 6 • 10 aprile 2009

Expo, sbloccata solo la poltrona di Stanca Via libera all’Ad voluto da Berlusconi, ma l’organizzazione resta in alto mare di Francesco Pacifico

MILANO. L’assemblea è durata poco più di cinquanta minuti. Il Cda è stato addirittura anticipato di un’ora. Con un anno di ritardo sulla tabella di marcia, la macchina per l’Expo prova a voltare pagina e a buttarsi alle spalle i troppi errori fatti finora e gli scontri – un vero tutti contro tutti tra gli enti preposti all’organizzazione dell’evento.

Infatti ieri – dopo un’infinita querelle tra governo comune di Milano e Tesoro – la Società di gestione è riuscita nella stessa giornata a darsi un nuovo vertice, a chiarire le deleghe interne e a stabilire gli stipendi del suo Cda. Il nuovo Ad, l’ex ministro Lucio Stanca, potrà scrivere il business plan e il master plan con il quale si decideranno le opere prioritarie, e fare la pianificazione finanziaria. E guadagnerà 300mila euro, ai quali si potrebbe aggiungere un bonus da 150mila euro. Non cer-

to i 700mila ventilati la scorsa settimana o il milione che secondo qualcuno avrebbe preteso l’ex braccio destro della Moratti, Paolo Glisenti, poi giubilato dai partiti del centrodestra e da Giulio Tremonti.

La scelta come capoazienda di Stanca, la riconferma alla presidenza di Diana Bracco e l’ingresso in consiglio del presidente della provincia di Como, Leonardo Carioni – tre nomi riconducibili rispettivamente a Berlusconi, alle imprese lombarde e alla Lega – quanto meno dovrebbero garantire la tenuta politica in un’operazione che più campata in aria non potrebbe essere: c’è persino da trovare una nuova sede per la SoGen. Non a caso il sindaco Letizia Moratti guarda con timore alla data del 23 aprile, quan-

Ma non ha portato i chiarimenti sperati l’ultimo Cipe di inizio marzo: nella parte destinata alle città, ha liberato soltanto 1,5 miliardi. Tra le altre incognite ce n’è una tutta procedurale: chi scriverà i bandi per le infrastrutture. Dopo un duro braccio di ferro tra Tesoro, comune di Milano e Regione, ha avuto la meglio Roberto Formigoni, dando tutte le competenze del caso al Tavolo Lombardia. Ma la Moratti resta commissario straordinario all’Expo, quindi l’unica che con una semplice firma può superare i ritardi creatisi. Se non bastasse il centrosinistra accusa Stanca di incompatibilità: se fa l’amministratore delegato della SoGen, si deve dimettere dalla carica di senatore. L’ex ministro per ora prende tempo, chiedendo un parere giuridico-amministrativo a Palazzo Madama. Intanto il presidente della provincia di Milano, Filippo Penati, parla di «stipendio scandaloso». Non a caso il suo rappresentante in Cda, Enrico Corali, non ha ratificato la nomina di Stanca.

L’ex ministro guadagnerà fino a 450mila euro e avrà ampi poteri di gestione. Monta l’ira di Filippo Penati: «Uno stipendio scandaloso» do dovrà aggiornare i commissari del Bie – l’ente assegnatario dell’Expo – sullo stato dell’arte. E difficilmente per quella data l’ex ministro all’Innovazione completerà i piani necessari. A ben guardare, sono tanti i fronti sui quali si deve intervenire. Il primo è sicuramente quello finanziario: le risorse a disposizione, a maggior ragione dopo il terremoto dell’Abruzzo, sono sempre più incerte. Il governo ha stabilito che saranno necessari quasi 2,3 miliardi di euro in una lista di 65 opere che riguarda vecchi progetti come la Pedemontana, la Brebemi o il potenziamento della Milano Laghi.

Il timore è che tutte queste criticità possano mettere in crisi la riuscita dell’Expo, sprecando un volano che dovrebbe creare 70mila posti di lavoro e un indotto da 44 miliardi di euro. Così, per dare più smalto all’operazione, la Moratti ha annunciato una consultazione tra i milanesi per chiedere loro quali sono le opere prioritarie e dare l’impressione di coinvolgerli nell’evento. Che a tutt’oggi, nonostante l’avvio formale della società di gestione, resta un evento fantasma.

Per il presidente della Bce è necessario ridare fiducia ai mercati e accelerare un cambiamento ormai inevitabile

La ricetta di Trichet per uscire dalla crisi di Gianfranco Polillo ome si uscirà – perché alla fine ne verremo fuori – da questa crisi? Jean Claude Trichet, il Presidente della Bce, nella sua recente intervista al Sole 24 ore non si sbottona. Insiste sulla necessità di ridare fiducia ai mercati e contribuire, attraverso questa via, ad accelerare il cambiamento. Che sarà inevitabile. Se un banchiere centrale parla della necessità di ricorrere all’arma estrema della nazionalizzazione delle banche, purchè non se ne tocchi la natura privatistica, siamo ben oltre il livello di guardia. Quella che fino a ieri sembrava una bestemmia, oggi può rappresentare l’unica via d’uscita. Ma rimanere fermi, non serve. Né è possibile sperare che, una volta passata la tempesta, tutto torni come prima. Questa è la natura vera di questa crisi. Chiude un epoca e dischiude qualcosa che non siamo ancora in grado di prevedere. Occorrerà pertanto lungimiranza, ma soprattutto il coraggio di abbandonare

C

le vecchie strade. Finora le decisioni assunte per fronteggiare il disastro – ci ricorda sempre Trichet – ammontano a circa il 23% del Pil europeo.

Una cifra gigantesca, posta sostanzialmente a carico dei bilanci pubblici dei singoli Stati. Dovremmo sopportarne il relativo onere nei prossimi anni, sotto forma di maggior debito. Già ora le previsioni – e non è finita – sono impressionanti. Paesi che, in questi lunghi anni,

Rimanere fermi non serve. Né è possibile sperare che, una volta passata la tempesta, tutto torni come prima. Ora serve coraggio avevano costruito, giorno per giorno, la loro solidità si trovano, all’improvviso, iscritti nel grande libro nero degli eccessi finanziari. Nel giro di due anni il debito pubblico tedesco aumenterà del 10,2%. Quello francese del 13,2. Quello spagnolo del 33,2 e quello inglese, addirittura del

42%. In Italia l’incremento sarà più contenuto (4,3%) ma in compenso il suo stock sarà pari ad oltre il 110% del Pil. Chi ne sopporterà l’onere? Riusciremo, ancora una volta, a scaricarlo sulle generazioni future? O non saremo, invece, chiamati quanto prima ad onorarlo?

L’interrogativo che pesa sul nostro futuro è racchiuso in questo dilemma. Alcuni paesi hanno più margini: perché il loro stock di debito è minore. Ma non li esimerà dal dover prendere, comunque, misure dolorose. In teoria due sono le strade possibili. Aumentare la produttività totale dei fattori.Vale a dire accrescere l’impegno individuale e collettivo per produrre meglio e di più. Utilizzare, quindi, le risorse disponibili in modo più adeguato: vale a dire sacrificando un po’di“sociale”in nome di un impiego più produttivo. Oppure arrendersi di fronte all’inevitabile sviluppo del processo inflazionistico. Che sarà la marea che ridurrà il dislivello della montagna del debito sull’economia reale. La nostra preferenza va tutta alla prima ipotesi, anche se è la più difficile da conseguire. Contro di essa congiura la storia più recente. Ma l’innovazione che invochiamo a gran voce non è solo quella che si manifesta in campo produttivo. Occorre una piccola rivoluzione nel costume e nei comportamenti, come ancora di salvezza per non uscire a pezzi da questa crisi.


diario

10 aprile 2009 • pagina 7

Il legale dei Poggi: 10 milioni di euro come risarcimento alla famiglia

Si era smarrito cercando il padre nei campi. Ha solo qualche graffio

Delitto Garlasco, i pm chiedono trent’anni per Alberto Stasi

Cosenza, sano e salvo il piccolo Michael Cipolla

ROMA. Per i pubblici ministeri

ROMA. È stato ritrovato ieri, dopo 23 ore Michael Cipolla, il bimbo di 5 anni scomparso mercoledì scorso nella contrada Ghiandaro, a San Marco Argentano (Cosenza). Il bambino, ritrovato a Iotta (una località rurale a circa due chilometri da Ghiandaro), fortunatamente ha riportato solamente dei graffi e le condizioni di salute sono nel complesso buone. Quando l’elicottero della polizia (che stava sorvolando incessantemente tutta la zona) lo ha avvistato, Michael era accovacciato in una buca. Sul posto si sono poi recati i volontari del Nucleo emergenze della Protezione civile, che l’hanno riportato dai genitori insieme ai carabinieri.

Rosa Muscio e Claudio Michelucci non c’è dubbio: Alberto Stasi è colpevole, senza attenuanti, di aver ucciso con estrema crudeltà la giovane fidanzata Chiara Poggi (morta ammazzata nella sua villetta di Garlasco il 13 agosto del 2007). Ieri, al processo che vede Stasi come unico imputato per l’omicidio di Chiara, in appena un’ora di requisitoria letta su alcuni fogli scritti i pm hanno ricostruito la loro verità di quella mattina, chiedendo il massimo della pena possibile con rito abbreviato. Secondo l’accusa, Alberto Stasi ha massacrato la sua fidanzata con più colpi alla testa inferti da un’arma mai ritrovata. Motivo: la ragazza si sarebbe rifiutata di sottoporsi a qualcosa di più rispetto ai loro rapporti intimi, in nome di quella che il magistrato aveva definito, nelle scorse udienze, «una propensione maniacale per la pornografia».

Oltre all’omicidio, all’imputato viene contestata “solamente”una aggravante, quella della crudeltà, cosa che potrebbe evitargli l’ergastolo considerato lo sconto di pena di un terzo previsto dal processo“sprint”. Sono solo indizi quelli contro di lui, ha ammesso ieri l’accusa, ma «gravi, precisi e concordanti». Contro l’ex

Rapiti (e poi liberati) tre dirigenti Fiat in Belgio Rinchiusi per cinque ore in un centro vendite di Alessandro D’Amato a paura, poi la liberazione. Tre dirigenti della Fiat sono stati rinchiusi alcune ore dentro due stanze della sede di Bruxelles da alcuni lavoratori che protestavano per un piano di licenziamenti. I tre dirigenti, di cui uno proveniente dall’Italia, sono stati bloccati dentro gli uffici del centro vendite della casa automobilistica torinese di Chaussée de Louvain intorno alle 13.45, per essere liberati intorno alle 18.30. Sono circa due mesi che alla Fiat-Belgio va avanti un negoziato tra azienda e sindacato, che si oppone a un taglio di 24 dipendenti su 90. «Stiamo negoziando dal 12 dicembre e non è successo nulla. Ora non si esce dalla stanza finchè non si trova una soluzione» aveva detto Abel Gonzales, sindacalista della Fgtb, parlando con i giornalisti.

L

Intanto, sono stati rilasciati i quattro manager della fabbrica francese Scapa, tenuti in ostaggio da una sessantina di dipendenti per protestare contro l’annunciata chiusura dello stabilimento. Ne ha dato notizia la radio France Info. I quattro manager, di cui tre britannici, erano stati sequestrati nella sede della fabbrica di Bellegarde, nel sudest del Paese, nel cui municipio continuano adesso i negoziati per salvare il posto di lavoro dei 68 dipendenti.

Sono stati convocati per domani pomeriggio all’Eliseo, i dipendenti della Caterpillar che la scorsa settimana hanno “sequestrato” 4 manager per protestare contro il piano di 733 licenziamenti nell’azienda di Grenoble, hanno annunciato che non andranno all’incontro con il presidente Nicolas Sarkozy. «Non accettiamo di passare per mascalzoni, non andremo all’incontro, venga lui piuttosto», ha affermato un delegato sindacale, Pierre Picarreta, con riferimento a quanto affermato dal presidente francese. Nei giorni precedenti, i dipendenti avevano sequestrato il direttore di un’azienda chimica e, solo una decina di giorni fa, c’era stato il rapimento dell’amministratore delegato di Sony. La rabbia è scoppiata anche in Scozia, dove a marzo la casa di Edimburgo di Sir Fred Goodwin, il discusso ex amministratore delegato della Royal Bank of Scotland, è stata attaccata da alcuni vandali che hanno sfondato i vetri delle finestre e distrutto un’automobile. Lo slogan più usato durante questi casi – che la stampa ha ribattezzato di “boss napping” – è un significativo «chi semina miseria raccoglie la collera».

Anche in Italia i sindacati all’attacco: «La situazione del settore auto è drammatica, Scajola deve intervenire»

studente della Bocconi pesano le suole delle sue scarpe, rimaste immacolate nonostante avesse camminato sul pavimento cosparso di sangue della villetta di Via Pascoli a Garlasco.

Ma non solo: per i pubblici ministeri l’alibi invocato da Stasi, quello cioè di «stare scrivendo la tesi mentre qualcuno uccideva Chiara», non regge. Ieri poi è stato anche il giorno per quantificare in denaro il dolore per la perdita della figlia per i genitori di Chiara, la mamma Rita e il padre Giuseppe, presenti in aula col fratello Marco: 10 milioni di euro è quanto ha chiesto il legale di Parte Civile, Gianluigi Tizzoni.

Michael ha così riabbracciato il papà, Aldo Cipolla, e la mamma, Virginia Coscarelli. Al momento della scomparsa, il piccolo stava giocando nel cortile, a pochi metri dalla nonna. Poi si è allontanato, per andare a cercare il padre

Anche in Italia Fiat ha problemi: ieri i lavoratori del primo turno della Power Train-meccaniche di Mirafiori hanno effettuato un’ora di sciopero. L’ha reso noto la Fiom secondo cui l’adesione è stata dell’80 per cento. I lavoratori, spiega il sindacato, si sono fermati per protestare contro la decisione dell’azienda di applicare i 18 turni nelle aree della lavorazione del cambio C 514. Gli addetti interessati, circa 500, chiedono un confronto complessivo sullo stato dell’occupazione e sull’andamento dei volumi produttivi. E l’Ugl metalmeccanici ha definito “drammatica”la situazione del settore auto, e chiesto al governo di intervenire, mentre il ministro delle attività produttive Claudio Scajola ha dichiarato di aver ricevuto rassicurazioni dal Lingotto sul mantenimento della maggior parte delle attività in Italia.

nei campi poco lontano. E da quel momento nessuno lo aveva più visto. Le squadre di soccorso lo hanno cercato ininterrottamente fin dai primi minuti dopo il lancio dell’allarme da parte della nonna, che preoccupata per la sua prolungata assenza era andata a cercarlo. Non trovandolo, aveva chiamato i genitori del bambino. I tre si sono messi subito alla ricerca del piccolo ma, non riuscendo a trovarlo, hanno avvertito i carabinieri.

«Vi prego, ridatemi mio figlio» aveva supplicato davanti alle telecamere il padre. «Io non ho mai fatto del male a nessuno. Sono disposto a pagare un riscatto; sono pronto a vendere la casa e il terreno». Fortunatamente, il piccolo Michael Cipolla non è mai stato rapito, ma si era semplicemente perso. E ieri tutti hanno potuto tirare un gran sospiro di sollievo e riabbracciarsi a casa.


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pagina 8 • 10 aprile 2009

Polemiche. Dopo una settimana di voci e video (ma solo su Internet) arriva la smentita della Casa Bianca

In ginocchio da te Obama si inchina di fronte al re saudita. Ma i media di tutto il mondo ignorano la gaffe di Andrea Mancia a notizia, di per sé, sarebbe clamorosa: il presidente degli Stati Uniti d’America, leader riconosciuto dell’Occidente e del mondo libero, colto dai fotografi e dai cameramen mentre durante il G20 di Londra - regala un lungo e ossequioso inchino al chiacchierato Re saudita, Abdullah. In violazione a qualsiasi protocollo diplomatico, scritto e non, in vigore alla Casa Bianca. Eppure, mentre i mass media di tutto il mondo si sollazzavano con le “gaffe” di Berlusconi, su quella di Obama è piombato un muro impenetrabile di silenzio. Almeno sui media tradizionali, perché su Internet il video e le foto dell’inchino continuavano a circo-

L

toriale nella pagina qui a fianco). Poi è arrivato, a sorpresa, un articolo del giornale arabo Asharq Al-Awsat. Sotto l’esplicito titolo «Il segreto dietro l’inchino di Obama al Re», Muhammad Diyab scrive fa che «il gesto del presidente americano ha sollevato nuovamente negli Usa il problema della sua identità religiosa».

«Obama - scrive il giornalista arabo - ha vissuto una parte della sua infanzia in Indonesia ed inchinarsi, nella cultura indonesiana e asiatica in generale, è un segno di rispetto e di apprezzamento». Apriti cielo. La Casa Bianca, dopo essere riuscita - con la complicità dei media (non solo americani) - a

Quando il presidente Bush strinse la mano allo stesso sovrano, i giornali e le televisioni Usa non si risparmiarono negli attacchi e nella satira. Oggi, soltanto un muro impenetrabile di silenzio lare vorticosamente, scatenando un uragano di discussioni e di polemiche.

Fino a ieri, l’unico quotidiano statunitense a dedicare qualche riga all’accaduto era stato il conservatore Washington Times (di cui pubblichiamo l’edi-

“occultare” l’inchino per una lunghissima settimana, è stata costretta ad una smentita, che finora è soltanto servita a gettare benzina (o petrolio?) sul fuoco di polemiche che si stavano lentamente spegnendo. «Non si è trattato di un inchino - ha dichiarato al quotidiano

online The Politico un consigliere (rigorosamente anonimo) di Obama - il presidente voleva stringere al re entrambe le mani, ma essendo molto più alto...». Quando il “rimedio” è peggiore del male.

In realtà, il vero “scandalo” non sta tanto nell’inchino (oggettivamente imbarazzante) di Obama, quanto nel silenzio assordante dei mezzi d’informazione. Gli stessi che, quando George W. Bush aveva osato stringere (un po’ troppo teneramente, per la verità) la mano allo stesso sovrano saudita, non avevano esistato un attimo nel “massacrare” l’ex presidente. Ma facciamo un passo indietro allo scorso 2 aprile. A pubblicare per primo la foto incriminata (e poi il relativo video, che si può vedere online su http://www.youtube.com/watch?v=LEUif1--r38) era stato il blog conservatore The American Thinker. E la notizia si era diffusa rapidamente come un virus sulla “riva destra” del cyberspazio. Per Jihad Watch si trattava di una aperta «violazione del protocollo», che non prevede inchini del presidente americano nei confronti di «monarchi stranieri», in quanto “atto esplicito di sottomissione». Scott Johnson di Powerli-

ne (uno dei blog che aveva fatto esplodere lo scandalo del “Rathergate” nel 2004) era arrivato a paragonare il gesto al celebre bacio tra Jimmy Carter e Leonid Breznhev nel 1979. E la pasionaria conservatrice Michelle Malkin era entrata prepotentemente nella discussio-

ne, scatenando la reazione di centinaia di blog, a destra e a sinistra dello schieramento politico. Poi, lentamente, la notizia era passata in secondo piano, scavalcata dalla cronaca quotidiana. Fino al coraggioso editoriale del Washington Times e all’articolo di Asharq Al-

Per il generale Jean, il presidente non ha infranto alcuna etichetta: «Davanti a principi e regine ci si può inchinare»

«Soltanto deferenza verso un alleato importante» di Etienne Pramotton ochi lo sanno, ancor meno l’hanno visto su YouTube. Quasi nessuno ha voglia di commentare l’inchino presidenziale al cospetto del principe petroliere, in salsa stelle e strisce. Eppure la foto galeotta che immortalava George W. Bush, mano nella mano, con l’attuale monarca saudita aveva scatenato più di un commento. Oggi, l’obamizzazione globale pare abbia “stregato”un po’tutti. Diplomatici più che divertiti dall’episodio, ma non in vena di commenti. «Meglio di no». Esperti di politica internazionale, stupiti, ma pronti a spendersi in favore del nuovo inquilino della Casa Bianca. «Avrà avuto i suoi motivi. Si è sempre mosso bene». Insomma, non

P

disturbare il manovratore e l’“obamania” colpisce ancora. Qualcuno però ha concesso un commento. È uno dei massimi esperti di politica internazionale, un militare piemontese, campione di correttezza diplomatica. Il generale Carlo Jean ha così spiegato l’episodio a liberal. «L’Arabia Saudita è uno dei migliori alleati degli Stati Uniti. Evidentemente il cambiamento di presidente non modifica la politica dell’America, che nel Golfo continuerà ad essere l’alleato privilegiato dall’Arabia Saudita. C’è da dare atto a Obama della capacità di stabilire contatti umani. Ha voluto dare un segno, con quel tipo di saluto che ha mostrato deferenza rispetto al principe dei Saud. Una maniera

per rafforzare la posizione dei suoi alleati». Senza contravvenire a nessuna regola o etichetta diplomatica? Parliamo di un presidente repubblicano. «No, non penso. Inchinarsi davanti a un principe, una regina o in presenza del Papa non contravviene nessuna regola». Tanta deferenza non si era vista neanche al G20 con la padrona di casa, Elisabetta d’Inghilterra. E forse per il Tesoro americano contano più i reali petrolieri che la corona oltre la Manica. Da questo episodio non si potrebbe trarre nessuna conclusione dunque, a parte qualche simpatico commento sulla differenza di statura fisica fra i due capi di Stato.


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10 aprile 2009 • pagina 9

L’editoriale di condanna del Washington Times

«Non siamo sudditi sauditi» on una sconvolgente dimostrazione di sudditanza nei confronti di un potentato estero, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama si è inchinato al sovrano saudita, re Abdullah, nel corso dell’incontro del G20 che si è tenuto a Londra la scorsa settimana. Il giorno dopo, da Strasburgo (Francia) - dove si era recato per il sessantesimo anniversario della creazione della Nato - Obama ha detto: «Dobbiamo cambiare il nostro atteggiamento e mostrare maggior rispetto nei confronti del mondo musulmano». Il simbolismo è importante negli affari mondiali. Nel chinarsi mentre chiede maggior rispetto per l’islam, il presidente americano riduce considerevolmente il potere e l’indipendenza degli Stati Uniti. L’inchino, inoltre, rappresenta una straordinaria violazione del protocollo. Un atto del genere, infatti, dimostra obbedienza ma viene compiuto soltanto da un suddito del re: non da un suo pari. Non c’è alcun precedente di questo tipo; nessun presidente americano si è mai inchinato a un sovrano saudita o a un altro reale. L’ex presidente Franklin Delano Roosevelt ha stretto la mano del re saudita Abdulaziz nel febbraio del 1945. D’accordo, Roosevelt era costretto su una sedia a rotelle; ma anche l’ex presidente Dwight D. Eisenhower ha stretto la mano del re Saud, durante l’incontro avvenuto nel gennaio del 1957. L’inchino di Obama al Custode delle due sante Moschee non aiuta la sua immagine, nei confronti di chi crede che sia segretamente un musulmano. Inoltre, non si capisce perché si sia inchinato soltanto davanti al re saudita e non agli altri reali presenti. Nessun americano, di nessun livello, è costretto ad inchinarsi davanti a un reale. Uno dei pilastri dell’eccezionalità americana rigetta le tradizionali divisioni per caste. Il primo articolo della nona sezione della nostra Costituzione proibisce l’assunzione di titoli nobiliari e sottolinea come nessun pubblico ufficiale o rappresentante del governo possa «accettare regali, emolumenti, uffici, titoli o qualunque altra cosa da parte di qualsivoglia re, principe o Stato straniero» senza il consenso del Congresso. Judith Martin scrisse nel 2001 all’interno della rubrica “Maniere perdute” - che inchinarsi «non è una di quelle abitudini che uno dovrebbe adottare per

C

Awsat che hanno costretto la Casa Bianca alla sua anonima e goffa smentita.

Adesso, però, il“vaso di Pandora” sembra essere stato finalmente scoperchiato. E, mentre scriviamo, le edizioni online di moltissimi quotidiani internazio-

In alto, la foto “incriminata” dell’inchino del presidente americano, Barack H. Obama, di fronte al sovrano saudita Abdullah. Qui a destra, George W. Bush e lo stesso sovrano, mano nella mano

nali stanno dando notizia della “smentita” senza aver mai dato spazio alla notizia originale. Hanno aperto le danze il Pittsburgh Tribune-Review, l’Examiner, la Jewish Telegraphic Agency, il Weekly Standard, il Daily Telegraph, il Chicago Sun-Times e il Guardian. Ma si può essere

ragionevolmente certi che la notizia (insieme alle foto e al video) continueranno a diffondersi nei prossimi giorni. Si può mentire a qualcuno per molto tempo e a molti per poco tempo, ma non si può mentire a tutti per molto tempo. Soprattutto nell’era di Internet.

cortesia, quando si reca in un Paese straniero… Gli americani non si inchinano davanti ad alcun reale. Mostriamo rispetto ai leader delle altre nazioni nello stesso modo in cui lo mostriamo ai nostri». La stampa è stata silenziosa sull’inchino di Obama. Ma confrontiamo questo gesto alla reazione del New York Times, quando l’ex presidente Bill Clinton si era inclinato un po’ troppo davanti all’imperatore del Giappone Akihito, nel corso del loro incontro del 1994. Secondo la “Signora Grigia” [il soprannome dato dagli americani al giornale della Grande Mela ndr], «l’immagine che ne abbiamo avuto è indelebile: un presidente ossequioso e l’Imperatore del Giappone». L’ex presidente George W. Bu-

Il presidente ha compiuto un gesto senza precedenti ma è stato assolto dalla stampa Usa sh ricevette ancora più attenzione da parte dei media, quando venne fotografato mano nella mano con l’allora Principe della corona saudita Abdullah, nel 2005. Secondo la Cbs «veniva chiaramente colpito un nervo», mentre David Letterman definì con la sua satira il presidente Bush come «il presidente più gay dai tempi di Lincoln». Questi due casi erano blandi in confronto alla piena genuflessione di Obama, e questo ci porta a chiedere perché non meriti alcun commento. Obama è la prova evidente che si può essere eletto presidente senza sapere come ci si comporta in maniera presidenziale. Il suo gesto servile si sposa perfettamente con il tono del suo “tour dell’umiltà” in Europa. Nella sua bramosia di essere amato come persona, il presidente ha perso di vista il fatto che il leader del mondo libero deve essere anche rispettato.


panorama

pagina 10 • 10 aprile 2009

Europee. Un buon risultato potrebbe confermare Franceschini alla guida del partito, deludendo molti

Nel Pd chi si accontenta gode (così e così) di Antonio Funiciello i fa un gran parlare nel Pd di sondaggi per le Europee. Registrato come un accidente del dio del caso il 33% delle Politiche 2008, l’asticella è sostanzialmente fissata al 25%, pari alla somma dei voti di Ds e Margherita. Se Franceschini riesce a imitare il cubano Sotomayor, il Pd è salvo e lui stesso è ancora in gioco; se sta sotto, urtando contro l’asticella e precipitando sul materassino dell’insuccesso elettorale, a ottobre per lui non c’è futuro. Gli ultimi sondaggi danno il Pd tra il 26% e il 27%. Percentuali ragionevoli, almeno quanto irragionevoli erano quelle che lo volevano al 22%. Basta fare due conti. Se i partiti di centrodestra – quelli di governo più l’Udc e Storace – dovessero com’è probabile coprire con la loro offerta il 56-57% del mercato elettorale, alle forze del centrosinistra resterebbe da dividersi il 44-43%. Considerando

S

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

l’Idv – sempre sovrastimata nei sondaggi, vedi le Regionali sarde – intorno al 6%, nonché una sinistra che, tra la falce e martello di Ferrero e Diliberto e ammennicoli vari, conquisti l’8-9% dei consensi, è evidente che il Pd possa stare sotto il 30%, seppure per inerzia, con una certa agilità.

I conti tornano, al punto che qualcuno comincia a vedere con fastidio il congresso ad ottobre. In fondo la vera resa dei

niana archiviata. Oggi che Veltroni scrive romanzi e va alle manifestazioni della Cgil, quella “roba” lì non sta più in piedi. Nel caso, insomma, che il Pd tenesse alle Europee e confermasse il grosso delle amministrazioni locali uscenti (quelle più simboliche, per intenderci, come Firenze e Bologna), di un congresso ad ottobre non ci sarebbe proprio bisogno. Così, tra i diessini e i popolari, sono già molti dell’idea di rimandare tutto alla

Tra diessini e popolari, circola l’idea di rimandare il congresso d’ottobre alla primavera del 2010 per evitare di prolungare il mandato del segretario conti ci sarà alle Regionali del 2010, quando il Pd andrà allo scontro stando al governo di tutte le Regioni al voto, con le sole eccezioni di Lombardia e Veneto. E allora perché accalorarsi tanto per l’assise d’autunno? Il percorso che doveva portare il Pd a congresso due anni dopo le primarie del 14 ottobre era una “roba” veltroniana, scritta dentro uno statuto veltroniano mai applicato e figlia di una strategia veltro-

primavera del 2010. Il problema dell’elettorato democratico inquieto che reagirebbe male all’ennesimo papocchio romano non si pone neanche, ridotto com’è il Pd a poco più del consenso che avevano Ds e Margherita.

Certo, ci sarebbe da spiegarla a Bersani. Ma con lui varrebbe l’argomento che è meglio non fare il congresso ad ottobre, piuttosto che farlo

per prolungare il mandato di Franceschini. Infatti, nel caso di una tenuta nel voto di giugno e di assise democratica autunnale, si prospetta già un altro papocchio, stavolta congressuale, confermativo di quel patto di sindacato tra maggiorenti diessini e popolari che portò ad eleggere l’attuale segretario. Non sarebbe difficile far accettare a Bersani di procrastinare all’anno venturo le sue ambizioni, dopo la prevista sconfitta delle Regionali, quando cioè il Pd rischierà di ritrovarsi tra le mani la sua Emilia e poco altro. Meglio non farlo, quindi, questo benedetto congresso. O se proprio bisogna farlo, almeno lo si faccia finto. Naturalmente il solo immaginare come positivo un risultato elettorale che veda il Pd sei o sette punti sotto quello delle Politiche dello scorso anno, equivale a considerare già irrimediabilmente arrugginito tutto l’armamentario modello “Lingotto”, “vocazione maggioritaria” et similia. Un giudizio politico, almeno uno, che pare essere ormai trasversalmente condiviso in quasi tutte le stanze del Nazareno.

Il ministro Gelmini e lo strano caso del “10 politico” a tutti i bimbi della Longhena

Cronache di ordinaria follia (scolastica) gni tanto salgono agli onori delle cronache ordinari fatti di follia scolastica che se si ha la pazienza di prenderli sul serio e comprenderli rivelano quale gigantesco manicomio sia la scuola italiana. Perché quella che noi chiamiamo scuola è un preciso ordinamento giuridico che risponde al nome comune di scuola di Stato alla cui base c’è il monopolio dell’istruzione. Adesso non voglio farla lunga e allora possiamo definire il nostro ordinamento con Luigi Einaudi: scuola di tipo napoleonico. Come funziona la scuola? Così: il ministero decide e le decisioni scendono per i rami attraverso le famose circolari.

O

Nella scuola italiana comandano le circolari. Ci si può ribellare alle circolari ministeriali? No. Anzi, sì, ma se lo si fa si deve uscire dal grande sistema della scuola statale che tutto pensa e tutto fa. C’è qualcuno in Italia disposto a uscire dal sistema napoleonico? No. Ecco perché le maestre della scuola Longhena hanno torto. Ricorderete che le maestre avevano da subito manifestato la loro contrarietà ai provvedimenti del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini: grembiule, disciplina e soprat-

tutto maestro unico. Alle maestre l’idea che il ministro decidesse non sembrava una cosa giusta. Il che - se ci pensate bene - è semplicemente sacrosanto: perché mai un ministro deve decidere sulla educazione? Perché ci deve essere un governo che deve occuparsi di come si deve fare scuola? L’educazione è un’attività umana che non può dipendere dallo Stato se non in quei casi in cui l’intervento statale è necessario per garantire il diritto all’istruzione. In questo caso lo Stato svolge un compito di supplenza: ciò che la società civile non riesce a fare con le sue energie è fatto dallo Stato proprio perché il diritto all’istruzione è fondamentale per la stessa crescita della vita democratica. Le maestre della Longhena hanno così protestato con il cosiddetto “10 in pa-

gella”: niente 5, niente 6, niente giudizi, bensì un bel 10 politico a tutti, così la ministra impara e capisce che non deve mettere il becco in affari educativi e morali che non le competono. Ma le maestre della scuola elementare Longhena sono critiche della scuola di Stato o difendono la scuola di Stato? Sono per un sistema scolastico fondato sulla libertà o sul monopolio dell’istruzione? Non lo so, ma tutto mi lascia pensare - correggetemi se sbaglio - che le maestre del “10 a tutti” e del “2 al ministro Gelmini”, di lasciare la sicurezza della scuola statale proprio non ne vorranno sapere. E allora, mi dispiace, ma la loro protesta benché difesa dalla magistratura è priva di fondamento. È vero che la magistratura è intervenuta e, in pratica, ha rispedito al mittente la denun-

cia di un deputato che aveva preso le difese del ministro contro la protesta delle maestre, ma l’intervento dei magistrati negli affari della scuola dimostra soltanto che la scuola sta anche peggio di quanto non sembri.

Qualche settimana fa il ministro tanto per prendere in esame un altro fatto che ha a che fare con gli esami di maturità - aveva annunciato: per essere ammessi all’esame di maturità bisognerà avere la sufficienza in tutte le materie. Quindi con un solo 5, anche in una materia e non necessariamente in condotta, si sarebbe rimasti al palo: bocciati, niente esame, niente diploma e ripetizione dell’anno. La linea del ministro era in linea con se stessa: ossia con la svolta del rigore. Ma il ministro ha pensato bene di fare marcia indietro: per esseri ammessi all’esame basterà avere la media del 6. Dunque, qualche cinque ci potrà essere. Le famiglie che erano state avvertite - neanche un 5 o suo figlio non farà gli esami - sono state nuovamente avvertite: guardate che al ministero hanno cambiato idea. Che cosa strana: la scuola in cui lo Stato pensa e fa tutto e decide tutto muore per le tante decisioni indecise.


panorama

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Retrofront. Lasciando la poltrona di sindaco di Bologna, Cofferati promise: «Non mi candido più, tanto meno in Europa»

Per il cinese le parole non sono pietre di Marco Palombi ella vita si sa com’è: uno dice una cosa impegnativa, magari ci crede, e poi qualche tempo dopo scopre d’essere stato troppo avventato. Tra quelli che in questi giorni s’abbandonano a questa amara riflessione sulle faccende della vita e il modo in cui gli uomini le abitano - c’è da scommetterci - c’è Sergio Cofferati, ex capo in pectore della sinistra intera, sindaco di Bologna in scadenza di mandato e prossimo, contrastato capolista del Pd alle europee nella circoscrizione nordovest. Se infatti qualcuno volesse seguire alla lettera alcune frasi messe insieme qualche mese fa dall’ex segretario della Cgil, oggi quel qualcuno sarebbe autorizzato dallo stesso quasi ex sindaco a dargli impunemente del “cialtrone”. Ecco i fatti. Dopo mesi di tentennamenti Cofferati a inizio ottobre ufficializzò la sua decisione di non ricandidarsi a sindaco di Bologna per stare vicino alla sua famiglia: come molti sanno, infatti, il 13 novembre del 2007 il nostro aveva visto nascere il piccolo Edoardo, figlio il secondo - nato dalla sua relazione con la genovese Raffaella

andrebbe ricordato che pure la storia della rinuncia alla corsa per il secondo mandato da sindaco fu parecchio tormentata: a metà gennaio 2008, con Edoardo appena nato, Cofferati dice a un giornale che ci sta pensando, che fare il pendolare in quel modo è difficile e quindi probabilmente niente bis a palazzo d’Accursio.

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Il candidato Pd per Bruxelles aveva dichiarato: «Lascio per mio figlio Edoardo. Non ci credete? Poveri voi. Non avete capito niente della vita» Rocca. «Non si può essere contemporaneamente in grado di svolgere la funzione di sindaco a Bologna e il padre a Genova», aveva detto in conferenza stampa il 9 ottobre scorso spiegando il motivo della sua mancata ricandidatura. I giornalisti, cinici e malfidenti per mestiere, avevano chiesto maligni: «Ci

manderà una cartolina da Bruxelles?». Sdegnata risposta del nostro: «Il problema non è quello, non ve la mando neanche da Roma. Se andassi a Roma sarei un cialtrone e io non sono un cialtrone». Titolarono incontestate - le agenzie: «Se andassi a Bruxelles potreste darmi del cialtrone». Adesso

L’incertezza prosegue ancora qualche mese - il 15 febbraio ne parla anche in pubblico in un dibattito al Centro Poggeschi - finché il 24 maggio l’ex leader della Cgil riceve il via libera dall’assemblea provinciale del Pd: mi ripresento, scandisce ufficialmente il nostro cinque giorni dopo. Passa l’estate del 2008 e il sindaco è ancora candidato, si prepara per le primarie di partito di dicembre e lancia un tour informativo nei quartieri di Bologna sull’attività della sua Giunta. L’11 settembre sera alla festa dei giovani di An assicura: «Voglio fare il sindaco e non ho altre ambizioni». Intanto, dicono i maligni, iniziano ad arrivare sondaggi non proprio rassicuranti per lui: uno di Ipr-Repubblica, ad esempio, lo dà vincente con-

Agnelli. Il suicidio del figlio, le bravate del nipote, l’infedeltà del marito e, infine, le accuse della figlia

La vita sfortunata di donna Marella di Gabriella Mecucci arella Caracciolo Agnelli è stata una donna bellisima, molto elegante, ammirata, legata agli ambienti intellettuali americani più sofisticati, a partire dai Kennedy. Eppure, nonostante tutto ciò è una donna molto sfortunata ed infelice. Moglie dell’Avvocato, uomo di enorme fascino, un monarca della Repubblica italiana, ne ha ricevuto molto compresa una cospicua eredità: ma accanto al tanto di buono, l’affascinante signora ha avuto altrettanto e forse più di cattivo. Il consorte era un vero e proprio recordman di avventure extraconiugali. Uno può pensare che Marella ci avesse, dopo un po’, fatto il callo, ma dicono invece che non abbia mai smesso di soffrirne. Rincorreva il marito continuamente e lui non le lesinava le dimostrazioni di affetto e di stima, ma continuava a far collezione di belle donne. L’Avvocato inoltre non faceva mistero delle sue inclinazioni. Una volta disse: «Conosco soltanto una persona che ha avuto più storie di me: è mia sorella Susanna». Era nota la sua gara con il cognato Carlo Caracciolo a chi faceva più conquiste: i due si

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marcavano stretto e l’uno cercava di venire a conoscenza delle aventure dell’altro. E così la bella e signorile Marella non poteva nemeno far finta di non sapere.

Ma non è questa la cosa più grave accadutagli nella vita. Suo figlio Edoardo, sensibile e raffinatissimo, era cocainomane e disperato. Raccontano che la notte si sve-

Ammirata da Truman Capote e dai Kennedy, si ritira sempre più spesso in Marocco. Mentre la sua famiglia cade a pezzi fra battaglie legali e droga gliasse cercando la madre. Un bel giorno non resse al dolore e si buttò da un ponte dell’autostrada. Il suicidio di un figlio - con il seguito dei sensi di colpa che porta con sé - è forse il dolore più terribile che può capitare nella vita di una madre. Ma a donna Marella non è stato risparmiato davvero niente. Adesso è il turno della primogenita Margherita. Lei per fortuna è viva e in salute, ma ha deciso di scagliarsi contro la madre per l’eredità paterna che - così ha dichiarato - è stata gestita «in modo oscuro»: a nulla è valso il tentativo dell’ormai ultraottantenne Marella di frenare la figlia

cercando ogni mediazione possibile. Margherita ha portato la storia in tribunale chiamando in causa due vecchi amici amici del padre: Gabetti e Grande Stevens. Nonché l’incolpevole e addolarata madre.

Ormai la spledida signora, che animò i salotti americani, ritratta dai più grandi fotografi del mondo e ammirata da Truman Capote, è vecchia e malata. Gli è toccato persino di assistere alle bravate del nipote Lapo Elkann. Dicono che sia stanca e che preferisca fermarsi il meno possibile nella fredda e umida Torino, dove ha vissuto i suoi splendori e i suoi grandissimi dolori. Ormai, da quando ha perso anche il marito, si ritira sempre più spesso in Marocco, nella villa di Marrackesh. Da lontano vede ciò che resta della sua famiglia andare in pezzi. Un tramonto tristissimo di una vita insieme straordinaria e tragica.

tro Giorgio Guazzaloca, ex sindaco pure lui e ora candidato civico appoggiato dall’Udc, solo per 51 a 49 al ballottaggio.

Come che sia un mese dopo, all’inizio di ottobre, si diffonde la voce del gran rifiuto di Cofferati, ufficializzato il 9 coi giornalisti e sancito il 10 da un’intervista su l’Unità firmata dal direttore Conchita De Gregorio. Merita, oggi, ricordarne almeno l’attacco: «È vero. Lascia il lavoro per amore. Lo sbalordimento, l’incredulità e l’ironia feroce di cui è bersaglio sono la misura esatta - millimetrica - dell’arretratezza culturale in cui siamo immersi fino a non accorgercene più, il segno preciso del pensiero dominante che ci istupidisce e che ci assorda. Un uomo non lascia la carriera, la politica, il potere per la famiglia. Non è possibile. Ci dev’essere dell’altro. È una scusa. Saranno i sondaggi. Sarà il partito che lo boicotta. Sarà la paura di perdere. Invece no. È Edoardo. Non ci credete? Poveri voi. Poveracci, proprio. Non avete capito niente della vita». Anche questa, a ripensarci un po’ di tempo dopo…


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«La Russia di Putin non è più uno Stato libero, né democratico», con queste parole l’ultimo “liberal” del Cremlino, l’economista Andrei Illarionov, braccio destro di Vladimir Putin dal Duemila, campione dei riformisti e alfiere del libero mercato, rassegnò il 27 dicembre del 2005 le proprie dimissioni. Il suo parlar franco, che da tempo non lesinava critiche al corso intrapreso dal presidente russo - prima fra tutte l’incarcerazione dell’ oligarca Mikail Khodorkovsky fondatore della compagnia petroliferaYukos e grande rivale politico di Putin - gli era costato una graduale emarginazione dall’entourage del Cremlino, fino alla definitiva revoca del suo incarico di coordinatore dei rapporti fra la Russia e i Paesi del G8. Della stessa generazione di Putin, nato a Pietroburgo 48 anni fa, Illarionov era l’ultimo esponente al potere della scuola liberista di Iegor Gaidar, teorico

gabile che - al di là delle attitudini e capacità - entrambi i presidenti avessero investito molte risorse in questo disegno. Basti pensare alla Commissione Gore-Chernomyrdin di Clinton e al Group of High Level di Bush. Nessuna delle due operazioni ebbe successo. Anzi. Adesso è la volta di Barack Obama, animato dagli stessi desideri ma probabilmente destinato a tornare a casa a mani vuote come i suoi predecessori. D’altronde, non dipende da lui. E questo per un solo motivo, che non mi stancherò mai di ripetere: la Russia non è un Paese democratico.

Da quando è al potere gli affiliati dell’ex Kgb sono stati insedia

La P2 di V di Andrei

IL REGIME L’organizzazione internazionale che si occupa di diritti umani, la Freedom House, assegna un Not Free alla Russia ormai dal 2004. Secondo la classificazione dei regimi politici, quello russo dovrebbe essere considerato autoritari-

Il personale del Servizio di Sicurezza Federale - sia quello attivo che quello in pensione forma un’unità speciale (non istituzionalizzata) che può essere definita: società, ordine o corporazione della rivoluzione economica nella Russia di Eltsin. Definito l’enfant terrible del Cremlino, il macroeconomista - autoesiliandosi negli Stati Uniti - è oggi consulente della Cato Foundation di Washington. Parco di articoli e interviste, ha deciso di scrivere questo saggio sull’attuale stato della Russia di Putin per mettere in guardia il nuovo presidente, Barack Obama. in dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica e la nascita della Repubblica degli Stati Indipendenti, sia l’amministrazione Clinton che le due amministrazioni Bush, hanno avviato le rispettive ralzioni bilaterali con la Russia nell’ottica di migliorare le relazioni diplomatiche. A prescindere dalle rispettive aspettative, è inne-

smo duro e puro. Un ruolo centrale nel sistema

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L’ex braccio destro dello Zar a politico russo è ricoperto dalla Corporation of the Secret Police (Csp), vale a dire la Società della polizia segreta.

LA POLIZIA SEGRETA Il personale del Servizio di Sicurezza Federale - sia quello in servizio attivo che quello ormai in pensione - forma un’unità speciale (non necessariamente istituzionalizzata) che può essere definita in vari modi: società, ordine o corporazione. La Corporation of the secret police operatives (CspO) comprende innanzitutto ufficiali e funzionari in servizio e in pensione dell’Fsb (l’exKgb) e, in misura minore, dell’Fso e della Procura Generale. Ne fanno parte anche funzionari del Gru e dell’Svr. I mem-

bri della Corporazione hanno forti legami di fedeltà nei confronti delle loro rispettive organizzazioni, rigidi codici deontologici di condotta e d’onore, principi fondamentali di comportamento, fra cui quelli di mutuo e reciproco sostegno in qualsiasi circostanza e d’omertà. Dato che la Corporazione custodisce e preserva le tradizioni, le gerarchie, i codici e le abitudini della polizia segreta e dei servizi segreti, i suoi membri, più che una rigida disciplina, dimostrano grande fedeltà e obbedienza alla leadership attuale e gli uni nei confronti degli altri. Vi sono mezzi formali ed informali per far rispettare queste norme. Chi viola il codice di condotta è soggetto alle più dure forme di sanzioni, ivi comprese quelle al massimo livello.


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ati su ogni poltrona importante e oggi controllano l’economia, i media e la politica

Vladimir Putin Illarionov

cazione) si sono concentrate nelle mani della Csp e, in molti casi, ne sono state monopolizzate.

I MEDIA In Russia i mezzi di comunicazione indipendenti non esistono affatto. La stampa e i canali radiotelevisivi subiscono una pesante censura e la propaganda di governo diffonde il culto del potere e della violenza rivolta contro i democratici, i liberali, gli occidentali e l’Occidente stesso, innanzitutto gli Stati Uniti. Il livello di propaganda antiamericana non ha precedenti neppure rispetto a quello dell’era sovietica degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso.

IL SISTEMA ELETTORALE Dal 1999 in Russia non vi sono mai state elezioni parlamentari o presidenziali libere, aperte e competitive. Le ultime due elezioni - quella parlamentare del di-

tuto in galera per 5 giorni. Lo stesso giorno si è tentato l’arresto dell’ex Primo Ministro Mikhail Kasyanov.

I PRIGIONIERI POLITICI Secondo le organizzazioni che si occupano di diritti umani, sono circa 80 i prigionieri politici in Russia che stanno scontando pene da 2 a 9 anni in carcere e nei campi di lavoro a causa delle loro opinioni e delle loro attività politiche. Uno dei più famosi prigionieri politici è Mikhail Khodorkovsky, che è stato condannato a 9 anni di reclusione nel campo siberiano di Krasnokamensk sulla base di false accuse in un processo congegnato ad arte contro di lui e la sua società petrolifera, Yukos. La società è stata confiscata ed è passata nelle mani di uno dei più importanti esponenti dell’attuale regime Cekista, che ricopre ora l’incarico di vice-Primo ministro del governo russo. Di recente Khodorkovsky è stato riportato a Mosca per essere sottoposto ad un altro processo farsa con il chiaro intento di lasciarlo per sempre a marcire dietro le sbarre.Tanto per fare un confronto, il regime politico di Lukashenko, nella vicina Bielorussia, che non è certo un campione di democrazia, ha liberato gli ultimi quattro prigionieri politici nell’estate del 2008. Giova ricordare che fino a poco tempo fa l’Unione europea imponeva le cosiddette san-

Il destino di coloro che si sono opposti al regime è stato terribile. Negli ultimi 10 anni, decine di migliaia di persone sono state uccise a Mosca, in Cecenia, Inguscezia, Daghestan e Ossezia del Nord

agli Usa: «Non fidatevi di lui» LA CSP E LA SOCIETÀ RUSSA I membri della Csp sono formati e addestrati in modo speciale, fortemente motivati e mentalmente orientati all’uso della forza nei confronti degli altri individui e, da questo punto di vista, differiscono molto dai civili. La differenza sostanziale nel modo in cui viene fatta rispettare la legge nella Russia di oggi rispetto a quello dei Paesi che si basano sullo stato di diritto è che, nel primo caso, esso non implica necessariamente il rispetto della Legge con la “L” maiuscola. Significa semplicemente uso del Potere e della Forza indipendentemente dal Diritto, dalla Legge, e molto spesso contro la Legge. I membri della Corporazione vengono addestrati e motivati secondo un rigido complesso di superiorità nei confronti del resto della

popolazione.Talmente alto da farli comportare da padroni nei confronti di chi non fa parte della Csp. La loro appartenenza viene gratificata con competenze accessorie e compensi extra, ivi compresi due degli strumenti più tangibili che conferiscono loro un vero potere nei confronti del resto della popolazione nella Russia attuale: vale a dire il tesserino dell’Fsb e il diritto di portare ed utilizzare armi.

UNO STATO IN MANO AL CSP Dall’ascesa al potere di Vladimir Putin, i membri della Csp si sono infiltrati in tutte le sfere del potere. Secondo lo studio di Olga Kryshtanovskaya, praticamente il 77% delle 1.016 posizioni apicali di governo è stato assegnato a persone con un trascorso nel settore della sicurezza (il 26% con un’affiliazio-

ne dichiarata a diverse forze e corpi di polizia ed il restante 51% con un’affiliazione di tipo occulto). I principali organismi dello Stato russo (amministrazione presidenziale, apparato governativo, agenzie fiscali, ministero degli Affari esteri, ministero della Difesa, Parlamento, sistema giudiziario), nonché i principali gruppi aziendali, la stampa e le più importanti stazioni radiotelevisive sono diventate appannaggio della Polizia segreta. Dato che i membri della Csp hanno assunto incarichi e posizioni fondamentali in seno alle più importanti istituzioni dello Stato, dell’economia e dei mezzi di comunicazione, quasi tutte le risorse più preziose della società (politiche, amministrative, giuridiche, giudiziarie, militari, economiche, finanziarie e del mondo della comuni-

cembre 2007 e quella presidenziale del marzo 2008 - sono state portate avanti come operazioni speciali e sono state truccate con almeno 20 milioni di schede ciascuna a favore dei candidati di regime. A nessun partito politico o candidato dell’opposizione è stato consentito di partecipare alle elezioni o registrarsi presso il ministero della Giustizia. La Russia perde anche il confronto con il regime bielorusso che, pur considerato “l’ultima dittatura esistente in Europa”, ha consentito ai candidati politici dell’opposizione di partecipare alle elezioni parlamentari che si sono tenute lo scorso settembre.

L’OPPOSIZIONE POLITICA In Russia i membri dell’opposizione politica sono costantemente sottoposti a violenze, intimidazioni e percosse da parte delle forze di sicurezza del regime. Ogni manifestazione dell’opposizione dal 2006 a oggi è stata duramente repressa dalla polizia anti-sommossa e centinaia di dimostranti sono stati malmenati, arrestati e gettati in prigione. Nell’aprile del 2007 l’ex-campione del mondo di scacchi, Garry Kasparov, è stato arrestato mentre camminava lungo la via Tverskaya nel centro di Mosca e sbat-

zioni intelligenti nei confronti di Lukashenko e dei membri del suo governo. A quanto mi risulta, anche gli Stati Uniti adottano sanzioni analoghe nei confronti della leadership bielorussa, ma non lo fanno nei confronti di quella russa.

IL TERRORISMO Il destino di molte persone che hanno avuto a che fare con il regime è stato terribile. Negli ultimi dieci anni, migliaia di persone sono state uccise in Cecenia, Inguscezia, Daghestan, Ossezia del Nord e Kabardino-Balkaria. Nell’autunno del 1999 centinaia di persone sono rimaste uccise in una serie di bombardamenti mirati in tutto il Paese: da Mosca a Buynaks, nel Daghestan. In contrasto con quanto sostenuto dall’Fsb, secondo il quale i bombardamenti erano stati organizzati dai Ceceni, la milizia locale riuscì ad arrestare parecchie persone che avevano cercato di bombardare un edificio nella città di Ryazan. Erano tutti agenti dell’Fsb. In seguito i Servizi segreti dichiararono che si trattava di “esercitazioni anti-terroristiche” con l’obiettivo di piazzare esplosivi nel seminterrato dell’edificio. Dopo che la storia divenne di dominio pubblico, gli agenti dell’Fsb tenuti agli arresti vennero liberati.


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Una lunga lista di morti

L’assolutismo dei cekisti

Dal novembre del 1998 candidati presidenziali, politici, giornalisti e avvocati che si sono opposti al regime politico (o con un’indipendenza di pensiero e azione), sono stati assassinati o sono morti in circostanze molto sospette. Fra loro vanno ricordati: la leader del partito “Russia Democratica” e parlamentare Galina Starovoitova; il giornalista e editore Artem Borovik; la giornalista e membro del partito “Yabloko”, Larisa Yudina; il governatore della regione del Krasnoyarsk, Generale Alexander Lebed, che era risultato terzo alle elezioni presidenziali del 1999; il leader del Movimento in sostegno dell’Esercito e parlamentare, Generale Lev Rokhlin; il leader del Partito Liberale russo, Sergei Yushenkov; uno degli organizzatori del Partito Liberale russo, Vladimir Golovlev; il giornalista ed uno dei leader del partito “Yabloko”, il parlamentare Yuri Shekochikhin; l’etnografo Nikolay Girenko; la giornalista e scrittrice, Anna Politkovskaya; il giornalista ed esperto militare, Ivan Safronov; il vice-Capo della Banca Centrale russa, Andrei Kozlov; il membro del Partito Bolscevico Nazionale, Yuri Chervochkin; il giornalista, editore ed uno dei leader del movimento nazionale inguscio, Magomed Yevloyev; l’avvocato Stanislav Markelov e la giornalista Anastasia Baburova. Dal marzo del 1999 la sequela di assassini politici si è estesa oltre i confini russi.

Nel marzo del 1999,Vyacheslav Chornovol, il leader del Ruch popolare e candidato alle elezioni presidenziali ucraine nell’autunno di quell’anno, morì in un incidente stradale vicino a Kiev, che i servizi di sicurezza ucraini hanno accertato essere un assassino in piena regola organizzato dall’Fsb. Nel febbraio del 2004, Zelimkhan Yandarbiev, l’exPresidente ceceno, ed il figlio quindicenne sono rimasti vittime di un attacco dinamitardo a Doha sferrato da due ufficiali con passaporto diplomatico dell’ambasciata russa in Qatar. Yandarbiev è rimasto ucciso. Nel settembre del 2004 Victor Yushenko, il candidato alle future elezioni presidenziali del novembre 2004, fu avvelenato e sopravvisse per miracolo. Nel novembre del 2006 l’ex-ufficiale dell’Fsb, Alexander Litvinenko, fu avvelenato con il polonio nel centro di Londra.

Garry Kasparov. In alto: Khodorkovsky, ex presidente di Yukos. Guerra in Georgia e una pipeline di Gazprom. Nelle pagine precedenti: guerra in Cecenia e Vladimir Putin.

Nessun rispetto della legge, ma solo uso della forza al 2004 il regime politico russo si è impegnato in una serie di guerre di vario tipo contro Paesi stranieri. L’elenco delle guerre ingaggiate negli ultimi cinque anni è piuttosto lungo.

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LE GUERRE guerra del gas fra Russia e Bielorussia nel 2004; • prima guerra del gas fra Russia ed Ucraina nel gennaio 2006; • guerra degli approvvigionamenti energetici fra Russia e Georgia nel gennaio 2006; • guerra del vino e dell’acqua minerale fra Russia e Georgia nel marzo-aprile 2006; •

• guerra delle spie fra Russia e Georgia nel settembre-ottobre 2006; • guerra cibernetica e dei monumenti fra Russia ed Estonia nell’aprile-maggio 2007; • guerra convenzionale fra Russia e Georgia nell’aprile-ottobre 2008; • guerra cibernetica fra Russia ed Azerbaijan nell’agosto 2008; seconda guerra del gas fra Russia ed Ucraina nel gennaio 2009; • guerra della propaganda antiamericana a tutto campo nel 2006-2009. La guerra fra la Russia e la Georgia, che è iniziata lo scorso anno, era in fase di preparazione da parte delle autorità russe almeno dal febbraio 2003. È una delle più gravi crisi internazionali degli ultimi 30 anni e costituisce uno degli sviluppi più preoccupanti dei nostri giorni. Un conflitto che ha comportato: a) il primo uso massiccio di forze militari da parte della Russia oltre i suoi confini dall’intervento dell’Unione Sovietica contro l’Afghanistan nel 1978; b) il primo intervento contro un Paese indipendente in Europa dall’intervento dell’Unione Sovietica contro

la Cecoslovacchia nel 1968; c) il primo intervento contro un Paese indipendente in Europa che ha portato a modifiche unilaterali dei confini universalmente riconosciuti in Europa dalla fine degli anni Trenta e dall’inizio degli anni Quaranta del secolo scorso. Le particolari analogie fra questi eventi e quelli degli anni Trenta del secolo scorso sono alquanto preoccupanti.

L’UNICITÀ DEL REGIME Una delle più importanti caratteristiche dell’attuale regime politico in Russia è che l’effettivo potere politico nel Paese non appartiene a un unico individuo, né ad una famiglia, alla giunta militare, a un partito o a un gruppo etnico. Il potere appartiene alla Polizia (Csp). Il sistema politico nel quale la polizia segreta svolge un ruolo importante non è poi qualcosa di così speciale. Il VChK-OgpuNkvd-Mgb-e poi Kgb nell’Urss comunista, la Gestapo nella Germania nazista, il Savak in Iran al tempo dello scià, ebbero poteri enormi in quei regimi tirannici. Tuttavia nessuna di queste organizzazioni di polizia segreta possedeva un potere supremo ed esclusivo nei loro rispettivi Paesi. In tutti i precedenti casi storici la polizia segreta e i suoi leader erano subordinati ai loro padroni e referenti politici - sia che si chiamassero Stalin, Hitler, o Pahlevi e indipendentemente dalla mostruosità dei loro regimi. Pertanto il regime politico nella Russia di oggi è piuttosto unico nel suo genere, dato che finora non è esistito Paese nel

La Gestapo tedesca e il Savak persiano ebbero mano libera, ma dipendevano da Hitler e dallo Scià. La polizia segreta del Cremlino non ha padroni e sopravviverà al suo “inventore” corso della storia mondiale (per lo meno in quella parte relativamente sviluppata del mondo nel XX e XXI secolo) in cui le organizzazioni di polizia segreta concentrassero nelle loro mani il potere politico, amministrativo, militare, economico, finanziario e dei mezzi di comunicazione. Ciò non significa che tutta la popolazione del Paese o tutto il personale delle agenzie governative faccia parte dei servizi segreti. Molti di loro sono professionisti, gente onesta davvero estranea alle strutture cekiste/mafiose. Tuttavia, non sono loro ad avere il controllo sullo Stato e ad avere il compito di adottare le decisioni fondamentali nel Paese.


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aggressivo della Russia nei confronti dei suoi Paesi vicini e infine sulla evidente aggressione dell’esercito russo nei confronti di uno Stato sovrano e di un Paese membro delle Nazioni Unite, vale a dire la Georgia, che ha portato all’effettiva annessione dei due territori dell’Abkazia e dell’Ossezia del Sud, alla creazione delle basi militari russe e al relativo dispiegamento di forse regolari russe. In tutti questi casi il governo russo ha suggerito agli Stati Uniti di tacere, ed in tutti questi casi gli americani hanno seguito, prima o poi, questo consiglio.

Di recente, gli Stati Uniti hanno persino ripreso la cooperazione fra Nato e Russia a meno di sei mesi di distanza dall’aggressione russa della Georgia e dopo la più marcata violazione del diritto e dell’ordine internazionale, della Carta

Hillary “la collaborazionista” La via diplomatica non paga. Obama deve rispondere nche un breve sguardo alle relazioni fra Stati Uniti e Russia negli ultimi 10 anni rivela un fatto particolarmente sorprendente, vale a dire la permanente ritirata da parte americana su quasi tutte le questioni che toccano le relazioni bilaterali. Dieci anni fa l’amministrazione Clinton espresse pubblicamente, ed in modo vigoroso, la sua preoccupazione per le violazioni dei diritti umani fondamentali in Cecenia. La Russia gli rispose di non interferire nella sua politica interna. E l’Amministrazione Usa decise di seguire quel consiglio.

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PREVISIONI Da allora, nel corso degli anni, le amministrazioni americane hanno espresso preoccupazione, scontento e proteste su varie questioni: sulla sistematica distruzione della libertà dei mezzi di comunicazione; sull’arresto di Khodorkovsky e sulla presa di possesso della Yukos; sul venir meno dello stato di diritto; sul sistema elettorale; sull’opposizione politica; sulle Ong; sui diritti di proprietà, non solo quelli delle imprese russe, ma anche quelli delle imprese statunitensi (per esempio la Exxon); sugli omicidi politici; sul comportamento

delle Nazioni Unite e della Risoluzione 3314 del 14 dicembre 1974. La recente proposta di “resettare il programma” delle relazioni fra Stati Uniti e Russia e di «stabilire relazioni stabili ricominciando da zero» è stata accolta con malcelata gioia e soddisfazione da parte dei cekisti russi. Per questi ultimi ciò significa il raggiungimento di molti obiettivi che avevano sognato di realizzare. Questa cosiddetta “dichiarazione di Monaco”(fra Hillary Clinton e il ministro degli Esteri russo Lavrov) viene infatti interpretata da loro come una sorta di accettazione de facto

l’imposizione di un controllo finanziario personale sui mezzi di comunicazione nei Paesi dell’ex-Unione Sovietica; con i costanti tentativi di modificare il regime politico e l’orientamento filo-occidentale dell’Ucraina e di completare la conquista della Georgia.

La sbandierata politica di “cooperazione” con l’attuale regime politico in Russia ha conseguenze molto chiare. E non può nemmeno definirsi una ritirata. Non rientra neppure in una politica di appeasement a noi tutti ben nota per essere stata decisa in un’altra Conferenza di Monaco, quella del 1938. È una resa.Totale, assoluta e incondizionata al regime degli ufficiali della polizia segreta, dei cekisti e dei banditi mafiosi della Russia di oggi. È una resa rispetto alle speranze ed agli sforzi dei democratici russi e di tutti i popoli degli Stati post-sovietici che avevano sognato di liberarsi di quel sistema che li aveva controllati e torturati per quasi un secolo. Ma è anche qualcosa di più. È la chiara manifestazione a tutte le forze democratiche e liberali in Russia e negli altri Stati post-sovietici che, sulle questioni interne ed esterne della loro lotta contro le forze dell’exUnione Sovietica, gli Stati Uniti ora li abbandonano e adottano la posizione dei loro avversari e mortali nemici. Il termine adatto a questo tipo di politica non è stato scelto da me, ma è ripreso dalla precedente citazione, vale a dire collaborazione, che può anche sfociare in collaborazionismo. Pertanto il termine scelto per gli agenti della politica dell’amministrazione americana nell’era futura è “collaborazionisti”. Perché potranno operare solo alle condizioni del regime russo. La sto-

La nuova politica di cooperazione avviata dall’Amministrazione Usa non ha nulla a che fare con “l’appeasement”. Non è nemmeno una ritirata. È una resa totale, assoluta e incondizionata da parte dell’attuale amministrazione americana dell’idea che è stata lanciata dalla leadership russa l’estate scorsa vale a dire quella di una restaurazione dell’influenza e del potere dei cekisti russi (la polizia segreta) sullo spazio post-sovietico in base al presunto diritto di avere le aree con i cosiddetti interessi privilegiati. Questa idea è già in fase di rapida realizzazione con la creazione di un fondo da 10 miliardi di dollari e i notevoli crediti russi concessi al Kyrgyzstan, alla Bielorussia ed all’Ucraina; con il recente accordo per la creazione di truppe congiunte di reazione rapida di 7 Paesi dell’Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva; con

ria europea del XX secolo ci ha insegnato cosa significhi per una potenza revisionista avere un obiettivo chiaro di ripristino dell’influenza e del controllo sui Paesi vicini mentre altre potenze sceglievano di non difendere le vittime degli attacchi, cercando invece di collaborare con l’aggressore. Le conseguenze di una politica “collaborazionista” sono note: coloro che battono in ritirata e si arrendono non otterranno la pace, ma la guerra, una guerra dagli esiti negativi e imprevedibili. Potrebbe anche non trattarsi di un’unica guerra. Quando il mondo si troverà di fronte a questo scenario, si ricorderà di aver avuto molti avvertimenti in tal senso. Ignorati.


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Noriega estradato in Francia La Corte d’appello Usa: niente impedisce la cacciata di un prigioniero di guerra di Maurizio Stefanini inita la detenzione negli Stati Uniti, Manuel Antonio Noriega è stato estradato in Francia. E la sentenza stabilisce un nuovo punto di riferimento nell’ormai intricata matassa giuridica che è venuta ingarbugliandosi negli ultimi anni tra tribunali internazionali su genocidi e diritti umani, polemiche sull’esportazione della democrazia e “vuoti di status”dei prigionieri di Guantánamo. Una cosa va però subito chiarita: il problema non riguarda il tema delle immunità di un capo di Stato, come a volte viene a sproposito ripetuto. Noriega non è stato infatti mai presidente di Panama, ma solo - tra 1983 e il 1989 - il suo “uomo forte”. Formalmente solo il comandante della Forza di Difesa di Panama: incarico da cui però manipolava le elezioni, per far eleggere un presidente fantoccio dopo l’altro. Solo un paio di mesi prima dell’invasione americana si fece dare dall’Assemblea Nazionale la carica sui generis di Capo del Governo. Catturato il 3 gennaio del 1990, fu all’inizio detenuto come prigioniero di guerra, ai sensi della Convenzione di Ginevra. Ma quella qualifica non impedisce i processi per delitti comuni, e “Faccia d’Ananas”, come lo chiamavano, finì in tribunale a Miami nell’aprile del 1992 per ben otto differenti capi di imputazione: in generale riferiti a traffico di droga, associazione a delinquere e lavaggio di denaro sporco. A parte appunto l’interferenza tra lo status di imputato per reati comuni e quello di prigioniero di guerra, il giudizio fu variamente criticato da una parte per il basso livello morale della gran parte dei testimoni a carico, a partire dal noto narco colombiano Carlos Lehder; dall’altro per l’incongruenza con cui al fine di pagarsi la difesa

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IL PERSONAGGIO

gli fu consentito di prelevare ben 6 milioni di dollari dai suoi conti, congelati appunto perché di provenienza illecita. Comunque gli diedero 40 anni di prigione; poi ridotti a 30, in appello; e poi ulteriormente condonati a 17, per buona condotta.

Nella Federal Correctional Institution di Miami Noriega si è infatti dato alla fede evangelica, trasformandosi in un born again. Ma in tutto questo tempo lo status di prigioniero di guerra ha continuato a convivere con quello di detenuto comune, consentendogli abbastanza privilegi in termini di elettronica e altri gadget da far ribattezzare la sua cella “la suite presidenziale”. Noriega non aveva però solo la giustizia Usa con cui fare i conti. Anche nella sua Panama, in particolare, gli avevano dato vent’anni in contumacia, come mandan-

cedendogli come uomo forte dopo la sua morte in un misterioso incidente aereo; e leader di quel Partito rivoluzionario democratico che era appunto alla base delle coalizioni su cui si appoggiavano i suoi presidenti fantoccio. È vero: il Partito ha potuto tornare per due volte al potere proprio facendo ammenda del proprio passato norieguista. Inoltre sull’incidente che uccise lo stesso Omar Torrijos vi è qualche dubbio. Con tutto ciò, le speranze che una volta detenuto a Panama arrivasse per lui qualche amnistia o indulto erano considerate da vari osservatori abbastanza solide. Mentre in Francia, sarebbero stati 10 anni di reclusione senza speranza di riduzioni; con la prospettiva di dover comunque scontare l’ulteriore pena a Panama una volta terminata e senza neanche più i privilegi dello status di prigioniero di guerra. Proprio alla Convenzione di Ginevra si è appellata la sua difesa, spiegando che in quanto prigioniero di guerra avrebbe dovuto essere rimpatriato una volta scontata la pena. Ed era pure forte l’argomento che la condanna per omicidio dovesse avere il sopravvento su quella per lavaggio di denaro sporco. Per questo, la sua sorte è rimasta in un limbo per quasi un anno e mezzo. Ma alla fine la Francia si è impegnata a continuare a mantenere proprio quello status di prigioniero, e anche a fargli un nuovo processo. E in questo senso ha infine deciso la Corte d’appello Usa, secondo cui non ci sarebbe nulla, nella Convenzione di Ginevra, che impedisce l’estradizione di un prigioniero di guerra. Neanche in assenza delle promesse che la Francia ha già fatto.

Uomo forte di Panama dal 1983 al 1989, “faccia d’ananas” gira il mondo fra condanne per genocidio e accuse di riciclaggio di denaro te dell’omicidio di vari oppositori, a partire dal famoso Hugo Spadafora. E altri 10 anni gli aveva inflitto la Francia, per lavaggio di denaro. Così, una volta spirata la condanna (nel settembre 2007), invece di essere liberato è rimasto dentro: in attesa di decidere a chi estradarlo. Lui personalmente ha detto di preferire Panama, malgrado lì lo aspettasse una pena più lunga. E non solo per una pur comprensibile nostalgia della patria. A Panama, va ricordato, in questo momento è presidente Martin Torrijos: figlio di quel generale Omar Torrijos alla cui ombra “Faccia d’Ananas”fece carriera, suc-

Bob Quick. Dopo 30 anni di carriera impeccabile si dimette il capo dell’anti-terrorismo. Ha mostrato (per errore) un piano contro i fondamentalisti

Il “bobby” perfetto cade al traguardo di Massimo Fazzi ono passati soltanto tre mesi dalla tempesta mediatica scatenata dall’arresto del deputato tory Damian Green, e l’autore del clamoroso gesto è stato costretto a dimettersi dai vertici dell’antiterrorismo britannico. Bob Quick, da trent’anni nella polizia del Regno Unito, è sceso dalla sua macchina davanti alla residenza del premier Brown mostrando all’obiettivo del fotografo un documento top secret che spiegava nei dettagli il piano per fermare alcuni presunti terroristi pakistani. La fotografia, opportunamente ingrandita, ha fatto il giro dei tabloid inglesi - in particolar modo quelli di impronta di destra - e ha aperto un dibattito infinito sull’inadeguatezza del poliziotto. Niente male, per il capo della sicurezza interna inglese. La Bbc, nel dare la notizia, è spietata: «Veloce nel nome [Quick vuole infatti dire rapido ndr], non è mai stato veloce di natura». Più che altro, aggiunge il più famoso network di informazioni inglese, «è un uomo calmo e posato, la cui integrità è fuori questione». Dopo l’ingresso in polizia, nel 1978, Quick è stato detective e investigatore nella famosa (e famigerata) sezione omicidi di Londra e ha avuto il comando di alcune fra le indagini più efferate della storia inglese contemporanea. Alcuni anni dopo, arriva la nomina a capo della sezione anti-corruzione: un posto riservato all’ufficiale più trasparente di tutto il corpo di sicu-

rezza. La fiducia accordata dal governo viene ampiamente ripagata: il funzionario si impone per la spietatezza con cui perseguita i corrotti all’interno dei corpi di sicurezza e per la durezza delle pene da lui suggerite alla magistratura contro i colpevoli.

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Ha guidato la sezione criminale e quella anti-corruzione. Ma si è attirato la furia dei Tory dopo l’arresto di un loro leader

Per fornire soltanto un esempio della sua dedizione al lavoro, basta ricordare l’operazione di recupero ostaggi avvenuta a East London nel 2002: 15 giorni di trattative ininterrotte, concluse con il suicidio dell’attentatore e il salvataggio di tutti gli altri.Quindici giorni durante i quali Quick non abbandona mai la postazione. Lo scorso dicembre si sono alzate le prime ombre su quella che, altrimenti, sarebbe stata una carriera impeccabile: dopo l’arresto del legislatore tory, il partito si è scagliato contro di lui con una campagna stampa che lo ha logorato. L’accusa principale è quella di non aver valutato «la tempesta politica che avrebbe causato con il suo gesto, prematuro e quanto meno azzardato». Alcuni colleghi parlano ora di un Quick colpito da diversi «momenti di follia nel corso delle sue operazioni», momenti che avrebbero «intaccato la sua lucidità». Una caratteristica fondamentale, per il funzionario chiamato a guidare la protezione del suo Paese dalla minaccia terroristica. E utile anche per tenere i documenti top secret girati dalla parte giusta.


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10 aprile 2009 • pagina 17

Islamabad non ha permesso l’introduzione della sharia

L’ingegnere Giuseppe Canova nelle mani di banditi comuni

Nella Swat salta il patto tra governo e talebani

Un riscatto dietro al rapimento in Nigeria

ISLAMABAD. È saltato ieri l’accordo raggiunto tra i cosiddetti “talebani moderati”e il governo di Islamabad, che prevedeva l’applicazione della sharia nella valle dello Swat in cambio della rinuncia dei militanti alla lotta armata. Sufi Mohammad, leader della Tehreek-e Nafaz-e Shariat-e Mohammadi (Tnsm, Movimento per l’applicazione della legge islamica), ha messo fine al dialogo con il governo dichiarandosi insoddifatto dell’accordo perché, a suo parere, «non garantisce una piena applicazione della sharia nella valle». Sufi Mohammad, parlando con i giornalisti, ha rivolto un messaggio al presidente pakistano Ali Asif Zardari, chiedendogli di far applicare la legge islamica nella Swat «il più velocemente possibile», aggiungendo che il governo «dovrà ritenersi responsabile di eventuali disordini che si verificheranno nell’area». Pochi giorni fa aveva fatto suscitato polemiche un video ripreso con un cellulare che mostrava la fustigazione di una ragazza 17enne, accusata di relazioni illecite, a opera di un gruppo di talebani intenzionati a far rispettare la legge islamica nella zona. In questa valle, situata nella Provincia della frontiera nordoccidentale, da circa un mese è in vigore la legge islamica, che

LAGOS. Il sequestro dell’inge-

Il disarmo di Obama? Soltanto retorica La minaccia di Iran e Corea va fermata con la forza di Emanuele Ottolenghi l test missilistico effettuato dalla Corea del Nord sabato scorso non sarà stato il successo tecnologico che si temeva, ma ha dimostrato al mondo come i nobili ideali espressi dal presidente americano Barack Obama nel suo discorso di Praga sul disarmo nucleare siano destinati a rimanere retorica priva di sostanza. Quanto meno, se non si procede a munirsi di adeguati strumenti di protezione contro quei Paesi che, a dispetto della visione del presidente, potrebbero decidere di tenersi le proprie armi nucleari. E potrebbero farlo per i motivi per i quali se le sono procurate: intimidire e ricattare paesi vicini e lontani. È un bene dunque che domenica a Praga il presidente abbia riaffermato l’impegno americano a dispiegare in Polonia e nella Repubblica Ceca una parte importante dell’impianto di difesa contro i missili intercontinentali. Sottolineando al contempo che sono lì principalmente a causa del programma nucleare iraniano. Notizie altrettanto buone vengono da Israele dove martedí, quasi in risposta alla Corea del Nord (la cui cooperazione con l’Iran in campo missilistico è ben documentata), è avvenuto un nuovo test del sistema antimissile Arrow II. Né l’Arrow né l’intercettore americano in Europa sono pronti a colpire e abbattere ogni missile che potesse dirigersi su obbiettivi militari o civili nei prossimi mesi o anni, ma il progresso di entrambi serve da deterrenza contro chi volesse in futuro lanciare armi non convenzionali contro Israele o obiettivi europei. Tuttavia il discorso di Obama a Praga solleva un altro interrogativo. L’America è ancora votata alla prevenzione di un Iran nucleare, costi quel che costi, oppure il rinnovato impegno nei confronti di Polonia e Repubblica Ceca a dispiegare il sistema antimissile riflette un ripensamento, che sostanzialmente accetterà un Iran nucleare e si affiderà alla deterrenza? Ci sono innumerevoli motivi per cui tale scelta sarebbe poco saggia: ne citiamo uno in particolare, e cioè il fatto che sappiamo relativamente poco delle conseguenze di un’intercettazione di missili non

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convenzionali. I test esistenti danno un’idea di cosa succederebbe, dopo l’impatto di un’intercettazione, ai rottami di un missile abbattuto. Abbiamo diverse esperienze, oltre ai test già eseguiti, che ci danno un’idea degli effetti collaterali. L’America, nel caso di un attacco diretto al suo territorio effettuato con missili intercontinentali, potrebbe sperare di abbatterli sopra l’oceano, dove i rischi di danni a persone sono statisticamente inesistenti.

Ma nel caso dell’Europa - o di Israele - un missile intercettato significa che i suoi rottami e la sua testata non convenzionale ricadrebbero probabilmente su territori abitati. Le testate nucleari in possesso di forze occidentali sono munite di numerosi meccanismi di protezione e precauzione in caso di incidente: si potrebbe liquidare il problema dicendo che in caso di abbattimento il detonatore non si attiverebbe. Speriamo. Poi c’è un altro timore: che la testata sia di armi chimiche, biologiche o batteriologiche e che non ci siano le precauzioni necessarie ad evitare che un’eventuale intercettazione faccia detonare la testata non convenzionale. Gli effetti di una simile circostanza sono poco noti, ma potrebbero essere devastanti. Se dobbiamo affidarci alla deterrenza, dobbiamo porci il problema delle conseguenze di un attacco, anche nel caso di un’efficace intercettazione. Ci sono danni? Di che portata? Chi accetta le conseguenze? Occorre ottenere un permesso di entrata nello spazio aereo dei Paesi nei cui cieli avverrà l’incidente? Ovviamente, si vede come un simile ragionamento potrebbe portare alcuni Paesi a montare una feroce opposizione ai progetti di difesa missilistica e a minacciare ritorsioni. Certo, di fronte a un nemico già armato di tali armi, la deterrenza e il ricorso a tali strumenti sono inevitabili. Ma l’Iran non ha ancora superato la soglia nucleare. Ci auguriamo che Obama - e se non è lui, gli israeliani - creda ancora che la prevenzione sia sempre e comunque migliore della deterrenza.

Per affidarci solo alla deterrenza, e non alla prevenzione, dobbiamo essere pronti a pagare costi ancora inimmaginabili

prevede la fustigazione per chi ha rapporti sessuali fuori dal matrimonio, taglio della mano per i ladri e lapidazione degli adulteri. Nella valle di Swat, tuttavia, la situazione è rimasta piuttosto critica anche dopo la firma dell’accordo di pace. La scorsa settimana, i talebani hanno occupato con la forza la casa di un parlamentare e hanno preso possesso di una miniera di smeraldi. La loro dominazione della zona, inoltre, è vista di cattivo occhio dagli Stati Uniti e dalla Nato. Queste accusano Islamabad di aver creato una sorta di “paradiso islamico”per i leader di al Qaeda in fuga dall’Afghanistan, e chiedono al Pakistan di mettere fine alla protezione accordata.

gnere bergamasco Giuseppe Canova avrebbe come scopo il riscatto, anche se la zona in cui è stato rapito - Abakaliki in Nigeria - è nota per essere abitata da popolazioni che uccidono le persone a scopo religioso. Lo dicono al Corriere della Sera alcuni esponenti del Mend, il movimento che combatte per la liberazione del delta del Niger. Il tecnico, che lavora per la compagnia di di costruzioni Marlum Construction Company (di proprietà dell’italiano Marco Beccarelli) è stato rapito sabato scorso. Che non si fosse trattato di un sequestro politico è apparso chiaro immediatamente dopo l’attacco, quando i rapitori hanno chiesto un riscatto di

150 milioni di naira, più o meno 650mila euro. Secondo alcune notizie raccolte per telefono a Lagos, sembra che la Marlum a fine marzo non avesse pagato alcuni stipendi; da qui la reazione e la vendetta scattata contro l’ingegnere e un suo collega, pure italiano, che non è stato toccato. «Sabato mattina racconta Eniola Bello, direttore del quotidiano Newsday che per primo ha pubblicato la storia - i due italiani stavano viaggiando in auto dagli uffici della compagnia al cantiere della costruzione quando sono stati intercettati da uomini armati. L’ingegnere rapito è stato cacciato nel portabagagli dell’auto, il suo collega non è stato toccato. La banda si è dileguata, proprio nel momento in cui è arrivata un’altra macchina della compagnia di costruzioni, scortata da un veicolo della polizia. Gli agenti hanno visto l’auto allontanarsi, ma non potevano immaginare che nel portabagagli ci fosse Canova». L’ingegnere stesso è riuscito a dare l’allarme usando il cellulare che i rapitori gli hanno “sbadatamente” lasciato in tasca. I banditi, secondo quanto raccontato al Corriere, cercavano proprio l’ingegnere, anche perché aveva avuto continuamente screzi con i dipendenti dai quali non è molto amato.


cultura

pagina 18 • 10 aprile 2009

Un quadro una storia. Al Palazzo Ducale della città, fino al 12 luglio prossimo, un’esposizione dedicata al grande pittore del Rinascimento italiano

Il predestinato di Urbino Viaggio nei dipinti del giovanissimo Raffaello, figlio d’arte cresciuto tra cultura, tele e pennelli di Olga Melasecchi l piacere che si ricava dalla contemplazione di un’opera d’arte è pari a quello che si prova nell’ascoltare musica, ma solo ed unicamente se si osserva l’opera dal vero, e non attraverso una sua riproduzione fotografica, e se l’opera è autentica, e non un falso. Quando ci si pone davanti ad un dipinto bisogna osservarlo a lungo, entrare in contatto con il sentimento che l’artista ha voluto esprimere attraverso forme e colori e lentamente ci si accorge che l’opera acquista una sua vita. Quanto più alto è il valore dell’artista tanto più intensa è questa esperienza. Nel caso delle opere di Raffaello si vive un’esperienza straordinaria, senza esagerare è possibile affermare che si sperimentano armonie celesti.

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Ecco perché una mostra dedicata al grande pittore del Rinascimento italiano è un’occasione imperdibile. Proprio in questi giorni, dal 4 aprile al 12 luglio, è stata inaugurata al Palazzo Ducale di Urbino un’esposizione che riunisce i capolavori giovanili di Raffaello, venti dipinti e diciannove disegni originali, messi in rapporto alla pittura del padre, Giovanni Santi, e di altri pittori vicini alla fase giovanile della sua formazione ad Urbino, trentadue dipinti e dieci disegni. L’esposizione intende infatti sottolineare, dopo anni di ricerche negli archivi urbinati, l’importanza della cultura della corte dei Montefeltro sulla formazione del giovane Santi. La presenza del pittore nella sua città natale era sempre stata, in un certo senso, sottovalutata dalla critica che ha, di contro, privilegiato l’esperienza fiorentina e quella romana. Come emerge in questa occasione, tuttavia, la sua educazione all’interno dell’ambiente colto e raffinato dei duchi urbinati è stata fondamentale, e Raffaello mantenne sempre un collegamento ideale con la cittadina marchigiana di cui si fregiava orgogliosamente cittadino se amava firmarsi come “Raphael Vrbinas”. Nato nel 1483, e morto a Roma nel 1520, la sua bre-

ve esistenza non ha visto un passo falso. Aiutato fin dall’inizio dal destino, il primo maestro importante è stato proprio il padre, quel Giovanni Santi (1433-1494), a sua volta figlio di un artigiano doratore, e la cui famiglia da diverse generazioni era residente nella zona di Urbino, che, pur se non eccelso pittore, era a capo di una fiorente bottega e riceveva commissioni da diverse parti del centro Italia. Soprattutto era però un colto umanista autore di una nota Chronaca rimata scritta nel

riscontrata la suggestione di artisti come Giovanni Bellini, Melozzo da Forlì, Luca Signorelli, così come un certo rilievo ebbe sullo stile delle sue opere l’influenza dei pittori fiamminghi presenti presso la corte ducale di Urbino.

Trasmette al figlio, di cui riconosce presto il naturale talento, questa preziosa eredità culturale e ancora adolescente Raffaello era attivo nella sua bottega con un ruolo evidentemente di responsabilità e non di semplice garzone addetto alla macina dei colori. Come di-

L’attenzione del padre verso questo figlio prodigio è stata davvero la sua fortuna, anche nel provvedere ad indirizzarlo, dopo la sua morte, avvenuta quando il ragazzo aveva undici anni, verso la bottega dell’altro importante artista-imprenditore umbro, Pietro Perugino. L’anima e la mente del giovane Santi era ricettiva e aperta verso gli ultimi aggiornamenti nelle tecniche pittoriche, e la sua naturale inclinazione nella ricerca dell’armonia, verso cui tendevano gli sforzi di tutti gli artisti rinascimentali, lo aiutò nell’elaborare gli stili pittorici dei più grandi artisti con i quali veniva in contatto, o le cui opere aveva potuto ammirare presso la corte urbinate, per creare infine un proprio linguaggio nuovo e moderno. Sensibilità verso le proporzioni armoniche è anche e soprattutto sensibilità architettonica e l’armonia del palazzo ducale di Urbino, frutto della collaborazione dei più importanti architetti dell’epoca, da Luciano Laurana, a Francesco di Giorgio Martini, dal Brunelleschi a Bramante, ebbe sicuramente un’eco profonda sulla sua anima, e quindi non a caso proprio l’urbinate Donato Bramante divenne uno dei suoi amici e col-

In mostra 20 dipinti e 19 disegni originali, messi in rapporto alla pittura del padre, Giovanni Santi, e di altri artisti vicini alla fase giovanile della sua formazione 1492 in occasione delle nozze del duca Guidobaldo ed Elisabetta Gonzaga in onore del padre dello sposo, il duca Federico da Montefeltro, in cui il Santi con raffinato acume riporta commenti e giudizi su alcuni pittori suoi contemporanei. Amico e, in alcuni casi, collaboratore di Piero della Francesca, nella sua pittura è stata

mostra il documento datato 10 dicembre 1500, in cui, all’età di diciassette anni, viene menzionato come “magister Rafael Johannis Santis de Urbino”per la commissione della Pala del beato Nicola da Tolentino, terminata il 13 settembre 1501 per le suore del convento di Sant’Agostino a Città di Castello, ottenuta insieme ad Evangelista da Pian di Meleto, già collaboratore del padre.

la mostra

Fino al 12 luglio 2009, il Palazzo Ducale-Galleria Nazionale delle Marche di Urbino ospita una mostra interamente dedicata a Raffello. La città non fu solo il luogo natale del grande pittore del Rinascimento italiano, ma determinò in modo significativo la sua formazione, restando un punto di riferimento essenziale per tutta la sua vita. Partendo da questo presupposto, la mostra, aperta dallo scorso 5 aprile, intende valorizzare la stretta connessione tra Raffaello e la sua città natale, riconducendo la sua prima formazione alla grande cultura della corte urbinate e soprattutto all’influenza del padre, Giovanni Santi, pittore, poeta e colto cortigiano. Saranno esposti in mostra i capolavori giovanili di Raffaello e disegni originali del pittore, messi a confronto con le opere del padre e di pittori vicini alla fase giovanile della formazione a Urbino. Una sezione sarà dedicata alle maioliche prodotte sulla base di immagini raffaellesche.

laboratori più importanti, guida della futura attività architettonica di Raffaello a Roma. Attività che negli ultimi anni della sua vita divenne predominante, a lui il pontefice Leone X aveva infatti affidato l’incarico di ricostruire la città eterna secondo i canoni classici, e se non fosse morto così giovane, all’età di trentasette anni, sarebbe forse oggi ricordato più come architetto che come pittore.

Di Raffaello le fonti hanno sempre elogiato non solo le qualità artistiche ma anche la gentilezza dei modi e la piacevolezza del carattere, doti del perfetto cortigiano, delineate nel 1528 da Baldassarre Castiglione nella sua famosa opera Il Cortigiano, ambientato proprio nella corte di Urbino intorno alla figura di Elisabetta Gonzaga, seconda moglie di Guidobaldo da Montefeltro. Raffaello era cresciuto proprio nell’ambiente descritto dal Castiglione, e la famiglia ducale


cultura

10 aprile 2009 • pagina 19

Tra i dipinti più significativi del giovane Raffaello: San Michele (a sinistra) e F. M. della Rovere (sopra). Nei due “tondi”, i particolari dei famosi Angeli della Madonna Sistina. Nella pagina a fianco, in basso a sinistra, la copertina del catalogo della mostra di Urbino

lo amava molto e lo aiutò più volte nella sua carriera. Fu Giovanna Feltria, figlia di Federico da Montefeltro e sorella di Guidobaldo, a raccomandarlo nel 1504 a Fienze al Gonfaloniere Pier Soderini che lo introdusse presso i maggiori artisti fiorentini e dove potè ulteriormente affinare la sua tecnica. Fondamentale nel suo soggiorno fiorentino fu lo studio delle due battaglie, di Cascina e di Anghiari, che Michelangelo e Leonardo avevano appena realizzato a Palazzo Vecchio. All’epoca del suo soggiorno fiorentino risalgono due tavolette dipinte ad olio realizzate sembra per Guidobaldo. Una di queste tavolette è ora in mostra ad Urbino. Si tratta di un San Michele che sconfigge il demonio, conosciuto anche come il “piccolo San Michele” per distinguerlo da un altro suo dipinto con il medesimo soggetto. Conservata al Louvre, la tavoletta, che misura cm. 30 x 26, raffigura al centro San Michele

Arcangelo con la spada sollevata e lo scudo in primo piano in atto di uccidere il dragone ai suoi piedi, figura allegorica del male, secondo l’immagine evocata dall’Apocalisse di San Giovanni.

Raffaello arricchisce la composizione con altre figure demoniache e con l’inserimento di due scene ispirate ad episodi dell’Inferno dantesco. A destra si riconosce il gruppo dei ladri così come sono puniti nella bolgia loro riservata, nudi e incatenati a delle serpi e ad uccelli neri, a sinistra sono gli ipocriti riconoscibili dalla cappa di piombo dorata da cui sono ricoperti, in processione davanti alla città della collera in fiamme: «Là giù trovammo una gente dipinta che giva intorno assai con lenti passi, piangendo e nel sembiante stanca e vinta» (vv. 58-60).

Evocazioni dantesche, suggerite forse dallo stesso Guidobaldo, dal momento che è noto l’apprezzamento del poema di Dante presso quella corte. È stata anche ipotizzata la committenza di sua sorella, Giovanna Feltria, la stessa che lo aveva aiutato nella permanenza fiorentina, desiderosa di celebrare l’ingresso

l’angelo, ornato di una croce rossa su fondo bianco, allusivo forse alla croce di San Michele, Cavaliere di Cristo. Tanto più se consideriamo la grande evidenza data dall’artista allo scudo, al centro della composizione e in primissimo piano. Insieme all’altra tavoletta, raffigurante San Giorgio che sconfigge il drago, sono entrambe immagini relative all’e-

trasse in un meraviglioso dipinto ora agli Uffizi, e che inserisce, con valenza angelicata, nell’affresco della Disputa del Sacramento nella Stanza della Segnatura in Vaticano. Nella tavoletta del Louvre, così come nel suo pendant, è stata rilevata nella figura danzante del San Michele l’influenza del Perugino, nel resto della composizione una forte influenza della pittura nordica, soprattutto del Memling, ma anche di Bosch, che aveva forse soggiornato a Venezia nel 1500.

L’esposizione sottolinea, dopo anni di ricerche negli archivi urbinati, l’importanza della cultura alla corte dei Montefeltro sulla formazione del giovane Santi del figlio, Francesco Maria della Rovere, nell’Ordine di San Michele nel 1503, a cui può fare riferimento lo scudo sorretto dal-

saltazione del perfetto cavaliere cristiano, e quindi pertinenti alla circostanza ipotizzata, relativa ad un personaggio, il giovane Francesco Maria della Rovere, vicino, forse amico dello stesso Raffaello, che lo ri-

Gli effetti di luce artificiale nel fondo della città incendiata, le infernali creature fantastiche discendono proprio dal mondo immaginario del pittore fiammingo, che affascinò fortemente i pittori italiani e tra loro anche, e soprattutto, il ricettivo Raffaello.


spettacoli

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il nuovo fenomeno targato Stati Uniti e ha il nome di Taylor Swift. È la nuova Avril Lavigne d’oltreoceano. Il suo ultimo album Fearless ha venduto più di 3 milioni di copie nel novembre 2008 in America. Al quarto posto dopo Ac/Dc, Lil Wayne e Coldplay. Ed è in uscita qui in Italia dal 6 marzo 2009. I suoi mandolini, banjo e violini la collocano nella famiglia di Dolly Parton e dei Dixie Chicks. Ha aperto concerti di personaggi famosissimi della scena country internazionale, da Tim McGraw, a cui dedica il suo primo singolo del 2006, a Brad Paisley, George Strait e Rascal Flatts, Def Leppard e Carrie Underwood. E la sua musica è tra le top ten delle più visitate sul sito musicale di MySpace.

a White horse, You are not sorry, The best day, Taylor Swift ricorda moltissimo l’altrettanto giovanissime artista pop canadese Avril Lavigne, o la sensualissima collega Carrie Underwood, nei toni dolci e romantici e in quel country dal sapore pop-rock, ritmato e travolgente. Come in You belong to me e Tell me why. Ballate sincere, autentiche, oneste.Tutte caratteristiche che accomunano qualsiasi compositore di musica country che si rispetti. Oltre ad essere una star del country-pop americano alla sua giovanissima età, un’artista profondamente impegnata in ambito umanitario (puntualmente dona migliaia di dollari contro i crimini e l’abuso sessuale sui minori) e una presenza d’effetto, Taylor Swift può vantare anche di alcune importante esperienze da attrice che può con fierezza aggiungere al suo già coloratissimo curriculum. Nel 2008 ha fatto il suo debutto nel video Online del cantante country Brad Paisley. E nello stesso anno ha realizzato un documentario per la Mtv, Crossroads che rappresenta un’esibisione dal vivo con la band rock anni ’80 i Def leppard, a Nashville.

È

La nuova star del countrypop femminile venuta da Nashville, poco più che 19enne, biondissima, occhi azzurri, potrebbe benissimo essere sulle copertine delle più prestigiose riviste di moda. E sicuramente il suo splendido aspetto non ha potuto che giocare un ruolo fondamentale nella sua ascesa al successo. Eppure suona la chitarra e il piano, canta e compone musica da quando ha 12 anni. E oggi è già una diva della musica americana, conosciuta in tutto il mondo. Grazie a un contratto con la Sony che l’ha portata dalla Pennsylvania a Nashville e al suo primo disco, Taylor Swift datato 2006. A gennaio 2009 ha annunciato il suo “Fearless Tour 2009”, che toccherà 54 città negli Stati Uniti e in Canada, dall’Indiana, all’Iowa fino al prestigioso e rinomato Madison Square Garden di New York. Ad aprire i suoi concerti Kellie Pickler e Gloriana, in un’atmosfera tipicamente fiabesca, con ripetuti cambi di costume. I concerti saranno ambientati attorno a un pittoresco castello e a completare la colorata creatività della performance, delle immagini grafiche realizzate interamente da Taylor verranno proiettate durante il concerto. Se la competizione con i più “anziani” e conosciuti artisti country di Nashville non è stata semplice, non si può dire che la biondina dalla voce sensuale e romantica non se la sia cavata a pieni voti. A soli 13 anni riesce a convincere la famiglia a trasferirsi a Nashville, dove Taylor inizia la sua carriera musicale esibendosi in prestigiosi locali della città. Partendo dal suo primo singolo, Tim Mc Graw del 2006, arriva a comporre il suo primo album, interamente scritto da lei, Taylor Swift diventanto la più giovane artista che ha firmato un contratto con la casa discografica Sony di Nashvil-

Musica. Grande successo per il nuovo album del fenomeno Taylor Swift

Viene da Nashville la nuova Avril Lavigne di Valentina Gerace le. Il suoi secondo e ultimo successo Fearless è una produzione che comprende 13 canzoni tutte incentrate sui probelmi adolescenziali.

Temi come l’amore, l’innamoramento, la cotta per il migliore

raccontano la realtà vista da una 18enne che vive tutti i turbamenti e le esperienze tipiche della sua età. Ma Taylor a differenza delle sue coetanea possiede quella genialità e quella viva creatività che le permette di mettere

la sua vita in versi e rendere immortale ogni esperienza, ogni pensiero, ogni singolo attimo della sua adolescenza. Sia Fearless che Taylor Swift sintetizzano la vita della giovane compositrice, ballate tenere, romantiche e nostalgiche, avvolte

Poco più che 19enne, biondissima, occhi azzurri, suona la chitarra e il pianonoforte, canta e compone musica da quando ha 12 anni. E oggi è già una diva della musica americana, conosciuta in tutto il mondo amico, la gelosia, relazioni che non funzionano o che terminano lasciando tristezza e amarezza.Taylor Swift sembra quasi scrivere un diario segreto componendo i suoi dischi. E lo conferma il fatto che molte sue ballate sono autobiografiche e

Sopra, il nuovo fenomeno del panorama musicale statunitense Taylor Swift, nei negozi italiani dal 6 marzo scorso con il suo nuovo attesissimo album “Fearless”

da un’atmosfera a volte di leggerezza, ma estremamente piacevoli all’ascolto. Che restano impresse nella mente.

Da Feareless, Fifteen, Love story (il cui video è basato sulla storia di Romeo e Giulietta) ,

Alcuni non credono troppo nelle doti vocali della diciannovenne americana, considerandola un fenomeno di passaggio. C’è qualche segreto che si cela dietro l’incredibile successo di questa giovane compositrice appena laureata. E forse i suoi dischi non sono destinati ad affiancare quelli di Johnny Cash o di un Elvis Presley. La verità è che Taylor Swift sta avendo uno straordinario successo in Inghilterra e in Europa accanto ad artiste come Shania Twai, Avril Lavigne, Amie Winehouse. C’è qualcosa nei suoi album che la rendono unica e nuova, nonostante il suo comporre risponda a dei canoni precisi e già ascoltati da altri. Taylor Swift è un’ennesima conferma di come la musica americana continua ad avere un’influenza fortissima e decisa sulla musica europea. Fenomeni importanti o anche giovanissime artiste alle prime armi che non fanno che racchiudere il loro talento in pochi album o canzoni, riescono ad arrivare lontano e ad affermarsi prepotentemente, costituendo in poco tempo un modello, un esempio musicale anche per chi il mondo della musica lo vive da anni. E se a soli diciotto anni Taylor è riuscita a fare tanta strada, e a comporre due album che sono al top delle classifiche country, sicuramente non si tratta soltanto di fortuna. I suoi prossimi album lo confermeranno.


spettacoli

10 aprile 2009 • pagina 21

Cinema. Sono 16 le nomination per “Il Divo” di Sorrentino. La sfida ora è con “Gomorra” di Garrone, che ne ha acciuffate 11

David, un derby tutto partenopeo di Francesco Lo Dico

ROMA. «Adda passa’ ’a nuttata», esclamava Gennaro Iovine a chiosa di Napoli milionaria. E per l’altra Napoli, quella Gomorra di un romanzo che ha venduto tre milioni di copie, senza l’ardire di inzuccherarla da metri sopra il cielo, ma rimestandone il marciume, è arrivato finalmente il giorno.

Lasciate alle spalle le paturnie della notte degli Oscar, che ha visto il film omonimo di Matteo Garrone escluso dalla corsa al miglior film straniero, a favore del vincente giapponese, Okuribito, che racconta le vicende di un violoncellista alle prese con un becchino e la depressione (sua e degli spettatori), la pellicola italiana di cui tutti parlano e nessuno premia, farà incetta di riconoscimenti. L’otto maggio, alla 53esima edizione dei David di Donatello,

stagione, ma forse e soprattutto dell’ultimo decennio. E che comunque vada, segnerà per i cineasti italiani una nuova agenda: sollevare la pancia dal tinello di casa, buttarsi a peso morto dal ponte molle dei sospiri, e ricominciare a fare cinema dopo un sano schianto con la pietra viva. Pellicola sulfurea, fitta di vetriolo e di buio pesto, alla luce delle sedici candidature agguantate, Il Divo si fa preferire a Gomorra nell’assecondare la credulità narrativa, perché focalizza su storia e personaggio fondandosi su un plot tradizionale. Più eversivo, e terribilmente ascetico nel non concedere allo spettatore né una lacrima né un sorriso, il film di Garrone punta allo stomaco e non conosce pietà. E in questo non si fa preferire soltanto a Il Divo, ma alla maggior parte del cinema italiano del dopoguerra.

amarognolo moltissimo, e gli Ex, girotondini dell’amore perduto, di Fausto Brizzi. Che insieme a Garrone, Sorrentino,

Manfredonia e Pupi Avati (Il papà di Giovanna) si contendono la statuetta anche nella categoria riservata al migliore regista. E a proposito del film del regista bolognese, bisogna dire

mini, con la Ilaria Occhini di Mar Nero e la Claudia Gerini di Diverso da chi?, che però nell’audace film di Umberto Carteni si conferma una macchina da guerra nei tempi comici, che scricchiola su quelli drammatici. Sempre dal gradevole film di Carteni, arriva la candidatura di Luca Argentero come miglior interprete maschile. Non male, ma troppo statico, non si capisce se per colpa sua o per mimesi con un personaggio scipito, che di gaio ha poco e di noioso tantissimo. Nella sezione, sembra inarrivabile il divo Tony. Un Servillo così camaleontico, che nei panni di Andreotti potrebbe far storcere il naso per eccesso di bravura. Sempre valido Mastandrea di Non pensarci, attore dalle molte frecce incastrato però in un serial iniziato con Tutti

In alto, il regista Pupi Avati. A fianco: un fotogramma della pellicola “Gomorra” di Garrone; una scena del film “Il Divo” di Sorrentino. Sotto, i registi Virzì (a sinistra) e Sorrentino (a destra)

Gomorra di Matteo Garrone si presenterà con undici candidature. Persino poche, bisogna dire. Perché in Italia, il film del regista romano si era guadagnato finora il primo premio ai Nastri d’Argento, e la menzione speciale di qualche schizzinoso esegeta avvezzo a sciacquare i calzini nel buen retiro del proprio bidet. Candidato come miglior film, Gomorra dovrà vedersela con l’altro must della stagione, Il Divo di Paolo Sorrentino, in una corsa che forse non stabilisce soltanto qual è il miglior film della

che se Il papà di Giovanna, un sommesso Silvio Orlando, trova posto nell’agguerrita sfida per il migliore attore, sua figlia, l’intensa Alba Rohrwacher che l’anno scorso si aggiudicò il David come miglior attrice non protagonista in Giorni e Nuvole di Silvio Soldini, merita a mani basse la consacrazione come protagonista femminile nella cinquina di quest’anno.

Gli altri candidati al miglior film sono “Ex” di Brizzi; “Si può fare” di Manfredonia; “Tutta la vita davanti” di Virzì. Tutti sono anche in gara per la migliore regia, escluso Virzì, sostituito da Pupi Avati con la pellicola “Il papà di Giovanna” Detto dei due antagonisti principali, nella cinquina per il miglior film fanno capolino ai David di Donatello anche le commedie. Giusto non bistrattarle, ma una commedia che fa solo ridere non è una buona commedia. E difatti, delle tre iscritte in lizza, Tutta la vita davanti di Paolo Virzì (escluso dalla nomination come miglior regista per ragioni imperscrutabili) ha di comico solo la tragica stupidità in cui è stata sospinta la gioventù contemporanea, costretta a cantare la gettonata canzonetta motivazionale del precariato, mentre porta la croce. Completano il lotto Si può fare di Giulio Manfredonia, che di divertente ha solo un grande Claudio Bisio, e di intelligente e

Non sarà la ninfa oceanina che uno spera di incontrare al mare nei panni (pochi) di Laura Chiatti, ma la giovane attrice di Mio fratello è figlio unico, possiede un campionario emotivo di prim’ordine. Dovrà vedersela con la solita Valeria Golino di Giulia non esce la sera, che non ha ormai bisogno di presentazioni né di altre lodi, l’ottima Donatella Finocchiaro di Galantuo-

giù per terra, e Claudio Bisio di Si può fare, titolo ben auspicante. In pole come miglior regista esordiente Gianni di Gregorio e il suo Pranzo di ferragosto, ma attenzione a Pa-ra-da di Marco Pontecorvo. La siciliana ribelle di Marco Amenta, resta invece troppo addomesticata dai canoni della fiction. Peccato, perché la vita della giovane Rita Atria, nel documentario dello stesso regista, veniva fuori con ben altro impatto emotivo.

Data per scontata l’equa distribuzione della posta maggiore tra Sorrentino e Garrone, il premio alla sceneggiatura andrebbe forse assegnato a Francesco Bruni e Paolo Virzì per Tutta la vita davanti. Nel ritrarre la commedia umana, anche dove c’è poco da ridere, il duo ha pochi rivali. Mai come quest’anno, i nostri David hanno il compito di fare giustizia.


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale

dal ”Washington Post” del 09/04/2009

Gli equilibri di Bernanke di Neil Irwin ervitore dello Stato più che economista di grido. È questa la cifra per leggere il personaggio che siede su una delle poltrone meno comode d’America. Parliamo di Ben Bernanke, governatore della Federal Reserve. Buon lavoro di squadra con i suoi collaboratori, grande capacità di sintesi durante le numerose riunioni di lavoro, coraggio ed efficienza. Sono questi alcuni degli ingredienti della formula che ha rivoluzionato la Fed. Una struttura che ha maneggiato miliardi di dollari per gestire una delle peggiori crisi economiche degli ultimi 80 anni. Dietro i suoi modi gentili e il suo eloquio dai toni sommessi, si cela la tempra di un improbabile rivoluzionario. Economista cattedratico di carriera, è privo di quelle doti politiche che altri suoi colleghi hanno sviluppato. Si è trovato a gestire un apparato dove il potere esecutivo è molto diluito. Le decisioni vengono prese con altri quattro governatori nominati dalla Casa Bianca, con i 12 governatori regionali che rispondono a loro volta a un board di direttori e con uno staff di 2mila economisti che nel tempo hanno formato delle gerarchie rigide rispetto alle competenze. Eppure, negli ultimi 18 mesi Bernanke ha trasformato questa specie di moloch burocratico senza dover mai invocare poteri speciali. Ha superato i limiti tradizionali concessi al governatore di una banca centrale (sollevando numerose critiche) espandendo il più possibile le competenze legali della Fed. Talvolta superando il confine di ciò che sarebbe una decisione di carattere squisitamente politico. Da più parti si paventa il pericolo che l’azione della Fed possa innescare una spirale inflattiva, una volta superata la recessione. Ciò che ha più colpito chiunque abbia lavorato con Ben è che ha ottenuto questi successi senza grandi discorsi, senza l’uso della forza o di strategie machiavelliche. Se-

S

condo molti esperti del ramo ex governatori ed economisti della banca federale - pare abbia solamente messo in atto delle politiche coraggiose e un continuo confronto intellettuale anche con chi non la pensava come lui. «Non è nel suo stile battere i pugni sul tavolo e imporre le sue idee», ha affermato Alan Blinder, ex vicepresidente della Fed e collega di Bernanke a Pinceton. Insomma con lui vince lo spirito di persuasione, piuttosto che la protervia. Il successo è arrivato e non “nonostante” quest’approccio, ma proprio a causa dello “stile Ben”.

Un bell’esempio è quello della email Blue sky che i suoi collaboratori si sono visti arrivare qulche tempo fa. Era un invito a pensare in maniera creativa le soluzioni alla crisi finanziaria. In passato si tenevano riunioni fiume per decidere se tagliare il tasso di sconto del denaro dello 0,25 o dello 0,50 per cento. Era lo strumento principale che si utilizzava per ridare ossigeno all’economia. Ma in questa crisi il rateo d’interesse ha perso la sua tradizionale funzione. Avendo la Fed abbassato lo sconto quasi a zero, non c’era più spazio di manovra. Per questo si sono prodotti ben 15 programmi d’intervento, frutto del progetto Blue sky, impensabili prima di questa crisi. In uno di questi la Fed inietta denaro nel sistema dei prestiti al consumo per l’acquisto di automobili e per prestiti con carta di credito. In un altro interviene a soste-

gno dei mutui ipotecari. In alcuni di questi la Fed ha dovuto flettere i muscoli perché venissero attuati, invocando l’emergenza della situazione. Alla fine il risultato è stato la continuità nel sistema del credito. Ben, 55 anni e una tesi sulla Grande Depressione, è sempre stato convinto che il ruolo di una banca centrale, in mezzo a una crisi devastante, sia quello muoversi forzando i meccanismi del sistema. Ad esempio, nel novembre scorso, si è mosso affinché la banca centrale acquistasse 600 miliardi di obbligazioni di debito ipotecario; a marzo c’è stata un’operazione per altri 850 miliardi di dollari. Dunque ha inaugurato uno stile meno da celebrità dell’economia e più da funzionario federale. Durante un intervista alla famosa trasmissione tv 60 minutes della Cbs, ha dichiarato che «il più grande pericolo per l’economia è la mancanza di volontà politica nel voler risolvere la crisi finanziaria». Una dichiarazione equilibrata che passa la palla a Washington e dimostra come Ben abbia anche imparato qualche trucco della politica.

L’IMMAGINE

È la fine del mondo: quello capitalistico? E stiamo andando verso il dirigismo statale? È pacifico che in tutte le attività è bene stabilire un ordine di priorità. E ciò è maggiormente necessario in politica per non far venire meno la stima del popolo. Nella attuale situazione di crisi economica, anteporre ai provvedimenti urgenti il problema delle riforme costituzionali, sottrae tempo ed energie alla soluzione della stessa. L’altalena delle Borse è indice del perdurare dell’incertezza e dell’instabilità del mercato e dà la misura della gravità della situazione che dovrebbe consigliare una costante consultazione fra tutte le forze politiche. Si tratta di un’emergenza per cui anche le minoranze dovrebbero essere chiamate a contribuire a superarla. Il ministro Tremonti ha detto che si tratta della fine del mondo. Di quale? Di quello capitalistico? E per andare verso quale sistema? Verso il dirigismo statale? Ci presenteremo preparati alla svolta o speriamo di superare la crisi attendendo un miracolo?

Luigi Celebre

MAGGIORI POTERI AL PREMIER La richiesta di maggiori poteri per il presidente del Consiglio dei ministri, da un po’ di tempo chiamato impropriamente Premier, non è nuova. In passato, anche se non con l’insistenza attuale, sono state avanzate delle richieste e avviati degli studi per la redazione di appositi disegni di legge. Ultimi in ordine di tempo sono stati i presidenti Spadolini e Craxi. L’argomento però non ha portato fortuna ai proponenti perché entrambi sono caduti quando si accingevano a realizzarlo. Pare si tratti di un argomento che porti jella, il che fa sperare che per la massima popolare: “Non c’è due senza tre”, possa cadere l’attuale compagine. Più realisticamente, i maggiori poteri del Premier diminuirebbero notevolmente quelli

del Parlamento, con la conseguenza di minor potere contrattuale per i partiti della coalizione, chiamati solo a ratificare.

Lettera firmata

FRENESIA D’IMMEDIATI PIACERI La demagogia bandisce il sacrificio e omette gli impopolari doveri. Dichiarazioni, Carte e Costituzioni proclamano diritti, diritti e diritti. Nel consorzio civile non mancano il ribellismo e il risentimento di classe. Si tengono seminari universitari su Karl Marx. Gli allievi sono influenzati pure dall’inclinazione professorale per Keynes (sedicente liberale, ma interventista e quasi statalista), secondo cui «a lungo andare siamo tutti morti». La massa aspira al godimento immediato, che vale più di quello differito. Si

Indovina cos’é? Cosa vi sembra? Un maglione infeltrito? La visione dall’alto del bidone della spazzatura? Sbagliato! Provate a indovinare, ecco qualche indizio: nel 2005 è stata introdotta sul mercato la sua prima variante nera; il nostro fabbisogno medio annuo è di circa 13 chili a testa; fino agli anni ’30 del secolo scorso, poteva contenere delle schegge; per lungo tempo alle Hawaii, se ne è fatto a meno

piange miseria e si pretende l’assistenza pubblica, talvolta per disporre d’un eccesso di telefoni cellulari, auto e altri beni e servizi voluttuari. L’assistenzialismo crea una moltitudine di peccati. Diminuisce l’attrazione del premio celeste nell’aldilà, compensatorio delle fatiche terrene. Il fallimento del marxismo leninismo palesa l’inesistenza del pa-

radiso terrestre; eppure permane la bramosia di delizie, comodità e sfarzi, senza attesa.

Gianfranco Nìbale

GHEDDAFI AMMORBIDISCE LE SUE RESPONSABILITÀ Gheddafi ha rincarato il numero degli immigrati che sono annegati nell’ultima tragedia del mare, per diminuire la sua responsabi-

lità. Ha ricevuto inchini da tutto il mondo, nonostante le sue dichiarate prese di posizioni a favore della jihad; la Puglia addirittura, per una serie di debiti impagabili, vorrebbe vendergli la minore delle isole Tremiti. La sua forza è il denaro, ed è l’arma che nello stesso tempo spezza le redini di qualsiasi impraticabilità morale.

Bruno Russo


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Fra breve sarà il primo triennio del nostro matrimonio Carissima! Fra breve si compirà il primo triennio del nostro matrimonio. Di qui non posso indovinare dove ti troverai tu in quel giorno. Dal 3 settembre sono senza un segno di vita da voi tutti e senza speranza d’averne. È molto dubbio che questa lettera possa giungere a Berlino per il 1° ottobre. Le condizioni della posta qui sono anormali, come tutto il resto. Lavoriamo senza alcuna sicurezza per noi, immediatamente presso il fronte più esterno, dove stanno e girano gli avamposti. Qui il fronte russo si trova ancora di qua della Dvina. Giorno e notte scoppi e spari e tristi rombi e vampe e sibili e gemiti e fischi e fragori. Granate e shrapnels si avvicendano continuamente; di notte, ogni minuto ci teniamo pronti a sgombrare. Probabilmente dovremo anche andare nelle trincee; secondo Hindenburg, gli zappatori si sono comportati tanto bene che avranno questo onore. A ciò non siamo idonei, né esperti. Perfino il sottufficiale, sotto l’unica guardia del quale ci troviamo, non ha di ciò alcuna pratica e non se ne intende affatto! Però, finora nella nostra squadra non ci sono perdite, sebbene abbia dovuto già una volta sgombrare il quartiere per il fuoco d’artiglieria, e il nostro quartiere sia stato preso più volte sotto il fuoco. Karl Liebknecht a Rosa Luxemburg

ACCADDE OGGI

IN RICORDO DI UGO LA MALFA Voglio ricordare anch’io il trentesimo anniversario della scomparsa dell’onorevole ministro e vicepresidente del Consiglio dei ministri, Ugo La Malfa. Scrivo volentieri dell’onorevole La Malfa, segretario e presidente del Pri, perché alle prime elezioni politiche del 28 aprile 1963, le prime alle quali potei partecipare in quanto nato nel ’41, perché più che la modesta forza elettorale del partito guidato dal politico palermitano, mi piaceva la politica economica che lui sosteneva fin dal quarto governo Fanfani, costituitosi fra Dc-Psdi-Pri, e sostenuto dall’appoggio esterno del Psi. Ugo La Malfa impostò, come ministro del Bilancio, una politica di “programmazione economica”in termini organici, anche per consentire una crescita controllata della variabile salariale, una complessiva “politica dei redditi”, che si imponeva con evidenza in relazione al balzo in avanti conseguito dai salari proprio in quegli anni, dopo più di un decennio di tregua sindacale, insistendo in proposito sulla formula di un “patto sociale”, come premessa essenziale di una politica di programmazione e, nel proporre ciò, La Malfa aveva in mente la recente esperienza olandese e i modelli messi in atto dalle socialdemocrazie europee. La Malfa toccava, in realtà, un punto di rilevanza politicocostituzionale, quello cioè delle regole che debbono presiedere al rapporto tra Stato e Mercato in una democrazia pluralista, e ciò in un Paese come l’Italia che non aveva nessuna esperienza politica e assai poca elaborazione culturale

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Gloria Piccioni Stefano Zaccagnini (grafica)

10 aprile 1896 Grecia: Spiridon Louis vince la maratona della I Olimpiade 1912 Inghilterra: il transatlantico Titanic salpa dal porto di Southampton 1919 Rivoluzione messicana: Emiliano Zapata viene ucciso dalle forze governative a Morelos 1938 Edouard Daladier diviene primo ministro di Francia 1941 Nasce lo Stato indipendente di Croazia 1947 Ad Atlantic City viene inventato il termine “televisione”e l’abbreviazione “tv” 1953 Usa: al Paramount Theater prima proiezione a colori tridimensionale 1970 Paul McCartney annuncia lo scioglimento dei Beatles 1971 Guerra fredda: nel quadro di iniziative diplomatiche la squadra di ping pong statunitense viene ospitata per una settimana in Cina 1972 Argentina: venti giorni dopo il suo rapimento a Buenos Aires, Oberdan Sallustro viene ucciso dalla guerriglia comunista

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

in questa direzione, ad eccezione di alcuni spunti che si trovavano nel pensiero liberal-socialista tra le due guerre e frammenti di parziale riflessione tra i cattolici di“Cronache sociali”. Non a caso, nell’area stessa del riformismo laico e socialista, La Malfa venne subito ingiustamente accusato di corporativismo. La proposta di Ugo La Malfa visse tuttavia una stagione non effimera, grazie anche alla sinergia con l’iniziativa legislativa che Fanfani seppe imprimere in quei primi mesi del suo nuovo governo su una serie di temi cruciali per la politica delle riforme. Tra il maggio e il luglio del 1962, le due Camere avviarono all’approvazione numerosi provvedimenti, tra cui la nazionalizzazione dell’energia elettrica, l’istituzione della Regione a statuto speciale Venezia-Giulia, la scuola media unica e lo stralcio di riforma dell’istruzione pubblica, l’imposta cedolare secca sui titoli azionari. Nel 1965 divenne segretario nazionale del Pri e avviò la riforma sia della struttura che della comunicazione del partito. Presiedette la commissione Bilancio della Camera, dalla quale si dimise nel ’65 in polemica con il modo di legiferare. E il suo giudizio sul governo di centrosinistra si fece sempre più critico e, a partire dalla fine degli anni Sessanta, denunciò con crescente preoccupazione il deterioramento della spesa pubblica. Ugo La Malfa è stato una delle figure più importanti della prima Repubblica, un uomo pieno di idee e iniziative, che ha lasciato un grande vuoto nella politica italiana.

COSTITUITO A LUCCA IL CIRCOLO “LIBERAL” Su iniziativa di personalità ed esponenti politici e della società civile, per la gran parte provenienti da esperienze laiche o del mondo del volontariato, è stato costituto a Lucca un Circolo Liberal, associato alla Fondazione Liberal coordinata dall’onorevole Ferdinando Adornato. L’avvocato Micaela Muttini svolgerà le funzioni di responsabile della nuova associazione che ha sede a Lucca, Via Pisana 571 (tel.392696954). Il Circolo di Lucca ha già ottenuto il formale riconoscimento da parte della struttura centrale, è quindi immediatamente operativo ed ha già partecipato al coordinamento nazionale, alla costituente regionale di Montecatini ed al recente convegno nazionale di Todi, in occasione del quale è stato lanciato il Manifesto per la nuova Italia. Entro pochi giorni verrà stilato un primo programma di attività che prevederà, tra l’altro, un convegno da tenere a Lucca sul tema “Costituzione e federalismo” ed un secondo convegno da tenere a Viareggio sul tema “Crisi economica, nuove povertà, sostegno alle famiglie”. Ambedue le iniziative verranno realizzate entro l’estate. Il “Circolo” ha, allo stato, struttura provinciale, ma è intendimento dei promotori realizzare al più presto le condizioni per attivare una struttura specifica ed autonoma per la Versilia. Naturalmente il Circolo parteciperà attivamente alla fase costituente della nuova formazione di Centro (Unione di centro o Partito della nazione) risultante dalla confluenza dell’Udc, della Rosa per l’Italia, dei “Popolari”, e appunto, dei Circoli Liberal nonché di varie associazioni di ispirazione cattolica e laica. Di seguito un primo elenco di soci fondatori: avv. Muttini Micaela, Andreini Mario, Bandelloni Maria Rosa, Bicocchi Andrea, Borghesi Roberta, Capovani Violetta, Del Medico Romualdo, ing. Fontana Lauro, Galli Giuseppe, Gemmi Guido, Giannelli Marco, Lenzi Rosanna, Lucchesi Giuseppe (Pino), Luisi Maria Grazia, Lunardini Massimiliano, Giampaoli Gianni, Mevo Cinzia, Panciroli Brunella, Pardini Enzo, Scotti Belli Romualdo, Tarabella Giuliana, Tarabella Marco. Micaela Muttini C I R C O L O LI B E R A L CI T T À D I LU C C A

APPUNTAMENTI APRILE 2009 VENERDÌ 17, ROMA, ORE 10,30 PALAZZO FERRAJOLI - PIAZZA COLONNA Riunione della Direzione Nazionale dei Circoli liberal con la partecipazione straordinaria del segretario dell’Udc, onorevole Lorenzo Cesa. VINCENZO INVERSO, SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

Angelo Simonazzi

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma

Distributore esclusivo per l’Italia Parrini & C - Via di Santa Cornelia, 9 00060 Formello (Rm) - Tel. 06.90778.1

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Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


2009_04_10  

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