Issuu on Google+

90408

È facile essere tolleranti

e di h c a n o cr

verso i principi degli altri se non se ne hanno di propri. Herbert Samuel

9 771827 881004

QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

LA REAZIONE AL TERREMOTO

Tutto il Paese si stringe attorno all’Abruzzo in una gara di solidarietà. Ma perché riusciamo a sentirci italiani solo di fronte alle tragedie?

Lacrime e tricolore alle pagine 2 e 3

Blitz della maggioranza per limitare la discussione sul pacchetto sicurezza

La discussione sulla proposta di Obama

Pezzotta: «Il Parlamento ormai è ostaggio della Lega»

Turchia nella Ue? No, la Nato basta e avanza

di Franco Insardà

di Daniel Pipes

Il governo blinda le ronde ROMA. Sulle ronde, la tregua parlamentare si è

di illegittimità costituzionale», il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha ribadito «l’importanza e la necessità della norma» ritendendola «giusta, coerente e moderna che consente ai cittadini di partecipare alla sicurezza pubblica in modo controllato ed adeguato». Insomma dopo le quote latte il Carroccio spinge per le ronde: le elezioni sono alle porte. «Il Parlamento è ostaggio della Lega», commenta per liberal Savino Pezzotta.

rotta. E la Lega, per evitare sorprese, al provvedimento tanto atteso dal popolo del Carroccio, ha tagliato corto presentando la richiesta di sospendere la discussione sul complesso degli emendamenti. Così, mentre lunedì Pd e Udc, rinunciando a illustrare gli ordini del giorno al decreto legge sugli incentivi, hanno consentito la votazione in giornata, ieri mattina a Montecitorio si è capito subito che il clima era cambiato. Alla richiesta delle opposizioni di stralciare l’articolo 6 del decreto relativo alle ronde perché «presenta profili seg2009 ue a p a a 9 1,00 (10,00 MERCOLEDÌ 8 APRILE • gEinURO

Il lobbying Usa per una Turchia nell’Ue è cosa vecchia di almeno quindici anni. Fin dai tempi di Clinton, gli Usa hanno sempre fatto loro la causa turca. Persino l’amministrazione Bush, nonostante i rapporti tempestosi con Ankara (a causa di Iraq e Palestina) non abbandonò mai l’idea del congiungimento Ue/Turchia. Ma il pressing di Obama sembra essere più pesante.

s eg ue a pa gi na 4 CON I QUADERNI)

• ANNO XIV •

NUMERO

69 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

a pa gi na 9 IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


prima pagina

pagina 2 • 8 aprile 2009

La prima notte degli sfollati nelle tendopoli

Scene di distruzione in città

La cupola crollata della Cattedrale del capoluogo

Caratteri nazionali. Davanti alle macerie dell’Aquila emerge quello spirito di coesione che spesso la vita sociale nasconde

Solo le tragedie ci uniscono? di Errico Novi

ROMA. Chi avrebbe potuto tirar fuori Marta Valente, ventitré ore dopo il sisma, dal groviglio di macerie, se non il soccorso alpino? Chi altri potrebbe occuparsi della pietosa ricerca dei dispersi se non le squadre dell’Ana arrivate da ogni parte del Nord, e in particolare dal Friuli? Così è l’Italia, capace di raccogliersi con tutto il suo commovente spirito di sacrificio di fronte alle tragedie, senza risparmio e soprattutto senza distinzioni regionalistiche. Eppure c’è sempre qualcosa che impedisce agli italiani di mostrare la stessa unità in altri momenti della vita sociale. Anche nella politica, che pure di fronte al terremoto abruzzese è riuscita a stemperare le divisioni, fino a mettere insieme il ministro Claudio Scajola e l’ambientalista del Pd Ermete Realacci sulla necessità di introdurre nel piano casa norme per le costruzioni antisismiche. O a suscitare l’unanime approvazione del Senato sulla proposta del presidente Renato Schifani per una raccolta fondi allargata a tutti, anche ai funzionari di Palazzo Madama. Sarebbe davvero così difficile trovare la stessa coesione anche nella vita (civile, politica, economica) di tutti i giorni? Non c’è qualcosa di anomalo nell’istinto

fratricida che piuttosto emerge anche per la più semplice delle decisioni? Secondo don Gianni Baget Bozzo un problema c’è e riguarda lo Stato, l’idea che di esso ha buona parte degli italiani. «In una tragedia come quella del terremoto prevalgono i grandi valori del cristianesimo. Ci si ritrova uniti perché la pietà, la carità, l’aiuto reciproco sono principi irrinuciabili della civiltà e della fede cristiana, principi legati a valori universali, che contano. Lo Stato invece

Giulio Ferroni, autore di una delle maggiori storie della letteratura italiana. «Non c’è l’abitudine a gestire una normalità comune, una normalità civile. Di solito ciascuno pensa al proprio orticello. Lo vedo ogni giorno nei vagoni dei treni, vedo le persone che appoggiano i piedi sui sedili. Goethe lo scrive nel Viaggio in Italia quando racconta dei commercianti che spazzano davanti al negozio e buttano i rifiuti per strada. Non sappiamo individuare qualcosa di civil-

voco simbolico. È questa la tesi di uno dei più autorevoli studiosi di fenomeni sociali che l’Italia possa vantare, Francesco Alberoni: «Non confondiamo la minoranza molto litigiosa dei politici, dei giornalisti, dei militanti, con la maggioranza del Paese. Che ha tutt’altra natura: è compassionevole, è molto partecipativa. Io non ho dubbi sul fatto che più della metà delle donne italiane abbia davvero pianto, di fronte a questo terremoto. La stragrande maggioranza degli

Baget Bozzo: «I valori cristiani si affermano là dove non arriva lo Stato». Ferroni: «Difendiamo il bene comune solo quando è compromesso». Ma Alberoni: «La maggioranza degli italiani è solidale, lontana dalla politica rissosa» in Italia è un problema». Perché è identificato con lo straniero? «È identificato con lo straniero, certo, che non è necessariamente l’austriaco ma può essere anche il piemontese». La radice della contraddizione dunque è molto profonda, chiama in causa, secondo don Gianni, il dualismo tra Stato e Chiesa, oltre che la tardiva unificazione politica. Ma qual è la forza che di fronte a una tragedia come il sisma dell’Aquila riesce a liberarsi, e che normalmente resta compressa? La fenomenologia è facilmente riconoscibile, nota

Le ricerche proseguono anche di notte

mente comune. Accade anche nei talk show dove ciascuno strilla per farsi notare di più». Tutto cambia, naturalmente, quando ci troviamo dinanzi al baratro, solo a quel punto c’è un «sussulto di vitalità» e un senso di vicinanza all’altro «perché solo in quel momento si sente compromesso il valore di ciò che è collettivo, si percepisce questo bene solo quando è così fortemente minacciato».

Ma potrebbe anche non essere così, potremmo anche trovarci di fronte a un assoluto equi-

italiani ha provato autentico dolore per le scene che sono arrivate dall’Abruzzo. E si tratta dello stesso dolore, della stessa partecipazione che troviamo nelle chiese dove si celebrano i funerali dei bambini morti per una disgrazia, o che riconosciamo nei mazzi di fiori deposti agli angoli delle strade per le vittime di un incidente. Questa è davvero l’Italia, un popolo che si commuove e che applaude ai funerali. Le sembra poco? Non è che in tutti i Paesi accadano cose del genere». Gli altri, sostiene il sociologo,

Un campo militare allestito all’Aquila

sono agitatori di professione: politici, appunto. Una categorizzazione «schmittiana», se vogliamo, ma utile a distinguere la minoranza, «a non confondere il carattere molto litigioso della nostra politica con tutto il resto.

I militanti si sono sempre divisi in guelfi e ghibellini, e certo la nostra storia ci ha fatto conoscere delle degenerazioni. Il fascismo è una di queste, ma uno spirito così fazioso, un modo così direi sguaiato di intendere il confronto pubblico appartiene solo al cinque per cento del Paese. Se fossimo tutti come Travaglio, come Franceschini, o come Grillo, staremmo ad accoltellarci davanti ai portoni. E invece gli italiani votano per Berlusconi nonostante gli insulti che gli piovono addosso proprio perché il nostro Paese è generalmente estraneo alla logica dell’insulto». Se è come dice a liberal Francesco Alberoni, se nella tragedia emerge semplicemente la vocazione alla solidarietà della gente comune, altrimenti nascosta dal rumoroso trambusto della minoranza militante, l’Abruzzo allora è un’occasione di verità. Terribile, ma meritevole della stessa attenzione che di solito la politica pretende per sé.

«Sono cadute tutte le chiese», dicono i superstiti


prima pagina

8 aprile 2009 • pagina 3

Ma ci sono anche gli esibizionisti della solidarietà è qualcosa che stona nella straordinaria prova di solidarietà nazionale che gli italiani stanno dando in queste ore tremende per l’Abruzzo, facendo affluire verso l’Aquila ogni genere di aiuto e di conforto, mettendosi, in migliaia di casi, fisicamente a disposizione per aiutare a scavare nelle macerie, per assistere i feriti, mettersi a disposizione. Azioni portate in silenzio, discretamente, senza clamori, senza pubblicità, come diretti moti del cuore che si fanno solidarietà concreta. Dov’è dunque la stonatura? Il fuor d’opera? Sta nell’esibizionismo o nella sovraesposizione cercata e procurata di alcuni soggetti del palcoscenico politico o mediatico italiano, aspirati anche loro dalla generosa corrente di aiuto che corre verso l’Abruzzo ma dentro la quale, pur nella sincera partecipazione, ci tengono assai a essere riconosciuti, senza troppo considerare che lo scenario con rovine che ha lasciato il terremoto non è esattamente la coreografia più adatta per un’autorappresentazione o per la promozione della propria sensibilità civile.

C’

In Abruzzo la terra trema ancora: i morti accertati sono 228, ma ci sono ancora dispersi. Mentre quasi un centinaio tra i feriti è in gravi condizioni. La nuova emergenza è quella della luce e dell’acqua. Berlusconi: per ricostruire chiese e monumenti ci aiuteranno gli Usa

Insomma, che il Principe Emanuele Filiberto di Savoia accompagnato dalla moglie, la Principessa Clotilde, sia arrivato all’Aquila ieri mattina alle 8 «per portare la sua solidarietà a tutti i cittadini abruzzesi che da sempre sono legati da profondo affetto alla Famiglia Savoia» è una notizia che Emanuele di Savoia poteva risparmiarsi di divulgare se avesse voluto fare del suo gesto qualcosa di realmente signifcativo e estraneo dal sospetto della strumentalità. Allo stesso modo, il ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna avrebbe potuto evitare di annunciare in tv che ieri mattina sarebbe partita alla volta dell’Aquila per portare ai bambini colpiti dal terremoto la clown-terapia. Nemmeno Francesco Rutelli, dopo una lunga premessa sul fatto che in momenti come questi lo Stato siamo tutti, al di là degli schieramenti cui si appartiene, ha potuto evitare di dire che il Pd mette a disposizione le sue sezioni in Abruzzo; così come non rinunciano a mandare il comunicato all’Ansa i giovani di Rifondazione comunista per far sapere che si stanno attivando per portare aiuto o quelli dell’estrema destra di Casa Pound che ci informano su quanti litri d’acqua e chili di pane sono stati raccolti per essere mandati nelle zone interessate dal sisma. Sono cose che si fanno, queste, e non si dicono. E lo stesso presidente del Consiglio, cui si deve riconoscere il merito d’essere stato presente dalle prime ore successive al disastro nelle zone colpite dal terremoto, potrebbe evitare di ricordare che la protezione civile dipende direttamente dalla presidenza del Consiglio. Sarebbe più consono l’uso dell’impersonale, visto che è lo Stato e non questo o quel governo che si sta dimostrando efficace in un momento come questo. La nostra classe dirigente dovrebbe prendere esempio da quelle migliaia di cittadini che poche ore dopo la tragedia, nel più completo anonimato, avevano già fatto affluire tanto sangue nelle zone terremotate da rendere superflue ulteriori donazioni. Sangue che è corso verso i propri fratelli colpiti dalla sciagura senza rumore e senza clamori e che dimostra come l’italia, malgrado tutto, sia ancora una nazione. (r.p.)

I vigili del fuoco a Paganica, paese distrutto

I volontari tra le macerie

Una coperta dell’esercito per la notte


politica

pagina 4 • 8 aprile 2009

Polemiche. Maroni insiste sulla necessità del provvedimento. Per Tabacci «non si può dare spazio alla speranza alimentando la paura»

Le ronde obbligatorie Blitz della maggioranza per limitare la discussione sul pacchetto sicurezza: il Carroccio non vuole rischi di Franco Insardà

Il Pdl non si tiene e “usa” il terremoto

segue dalla prima L’accelerazione del Carroccio non è certamente piaciuta alle opposizioni che, avendo a disposizione cinque minuti per il primo firmatario di ciascun emendamento, hanno continuato la loro battaglia parlamentare. La richiesta leghista è stata vista come un vero e proprio colpo di mano parlamentare. Secondo Marco Minniti del Pd: «Ci troviamo di fronte a una maggioranza che, per problemi interni, non riesce a scegliere cosa vuole fare: non vuole mettere la fiducia e non vuole nemmeno affrontare seriamente la via che l’opposizione aveva offerto, quella di una discussione serena, seria. Si è invece pensato che bisogna continuare con il braccio di ferro, con la prova di forza». Minniti ha richiamato l’attenzione sul fatto che: «In una democrazia liberale il monopolio della forza e della sicurezza e il controllo del territorio sono nelle mani dello Stato che lo esercita attraverso le forze di polizia, non attraverso privati cittadini. Non vogliamo nessuna milizia, con nessun colore politico, nella sicurezza».

Il vi cepresidente dell’Udc alla Camera, Michele Vietti, aveva messo in evidenza che: «Il terremoto richiede la responsabilità di tutti, non della sola opposizione» e aveva invitato anche la maggioranza a dimostrare di essere responsabile facendo un passo indietro sulla legalizzazione delle ronde. «Abbiamo rinunciato a parlare sulle quote latte - ha detto Vietti - sulle quali abbiamo condotto una dura battaglia parlamentare, chiedendo a governo e maggioranza di rimuovere dal dibattito il macigno delle ronde che avrebbe comportato inevitabili polemiche offrendo in cambio un atteggiamento collaborativo per consentire una

di Riccardo Paradisi l tacito e spontaneo patto di solidarietà nazionale scattato tra le parti politiche subito dopo la tragedia del terremoto che ha devastato L’Aquila e le zone circostanti il capoluogo abruzzese, non avrebbe dovuto conoscere le scivolate polemiche e le gravi cadute di stile che si sono invece registrate ieri in aula durante il dibattito sul pacchetto sicurezza. Dibattito durante il quale i rappresentanti del governo e dell’opposizione, dopo la premessa di rito secondo cui non sono questi i giorni dello scontro ma piuttosto della collaborazione per affrontare l’emergenza prodotta dal sisma, non hanno rinunciato a usare la tragedia abruzzese come argomentazione per consolidare le loro posizioni e dar forza alle loro tesi. Da un lato esponenti del Pd hanno chiesto emendamenti al pacchetto sicurezza nei punti dell’articolato dove si tratta la materia delle ronde, chiedendo alla maggioranza l’accortezza di non sacrificare quote di democrazia sull’altare dell’emergenza e la cortesia di non costringere l’opposizione a una dura battaglia di ostruzionismo. Dall’altra parte, gli esponenti del governo hanno sostenuto, per tutta risposta, che in un così particolare momento sarebbe gravissimo che il ministro dell’Interno Roberto Maroni fosse costretto a restare in aula a rispondere alle obiezioni dell’opposizione invece di concentrarsi sulle zone del sisma, dove militari, vigili del fuoco e protezione civile, grazie all’intervento tempestivo del governo, stanno salvando dalle macerie decine di vite umane. Come a dire che chi esercita l’opposizione con l’ostruzionismo potrebbe avere sulla coscienza qualche vita. Tanto che dai banchi dell’opposizione sono arrivate urla di protesta, come «Vergogna, state sfruttando i morti».

I

Tutto questo non è solo molto sgradevole da un punto di vista estetico ed etico ma è molto grave, inopportuno e inaccettabile anche dal punto di vista politico. Perché può insinuare sfiducia e scetticismo nella sincerità di un clima di collaborazione e solidarietà nazionale che pure è un fatto di queste ore. E che è un dato troppo prezioso perché qualche polemica politica o toni malcentrati rispetto al contesto di emergenza di questi giorni possa crinarlo. Per evitare allora che dietro il velo del paradigma dell’unità e della solidarietà nazionale il confronto politico non tracimi nello scontro brutale e odioso una soluzione avrebbe potuto essere la sospensione, almeno per questa settimana dei lavori parlamentari, un provvedimento che avrebbe potuto sospendere la dialettica infruttuosa del muro contro muro e concentrare pienamente il lavoro politico sull’emergenza nazionale che stiamo attraversando.

Il ministro Roberto Maroni ieri ha difeso a spada tratta il suo provvedimento che istituisce le ronde private in difesa della sicurezza. A sinistra, il presidente della Camera Gianfranco Fini. Nella pagina a fianco, Savino Pezzotta

Saverio Romano dell’Udc ha sottolineato come sia rimasto inascoltato l’allarme lanciato dai sindacati di polizia contro il taglio dei fondi rapida approvazione di un provvedimento che, per altro, in larga parte non condividiamo. La risposta è stata che la maggioranza è autosufficiente e che per il ministro Maroni le ronde sono irrinunciabili. A questo punto - ha concluso Vietti - metteremo in atto tutti gli strumenti della battaglia parlamentare a nostra disposizione».

A niente sono servite le proteste degli esponenti dell’opposizione. Anche Bruno Tabacci dell’Udc nel suo intervento in Aula aveva chiesto al governo di rinunciare a manifesti-scorciatoie in tema di sicurezza. «Siamo abituati - ha detto Tabacci - alle vostre scorribande, delle vostre parole d’ordine non ne avete centrata una. Non si devono agitare parole vuote senza una cultura di governo. La nostra opposizione alle ronde è precisa e puntuale. Non si può dare spazio alla speranza alimentando la paura». E le giustificazioni della maggioranza sono risultate poco convincenti. Per il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto: «Nel testo del decreto legge sicurezza si propone

un ricorso ad un volontariato di cittadini, sotto il controllo di sindaci e prefetti, che non ha nulla a che fare con quello che si intende per ”ronde”nella polemica corrente». Mentre il periodico online della Fondazione FareFuturo, Ffwebmagazine in un corsivo intitolato ”Ronde e volontari? Pari non sono”ha voluto spiegare la differenza lessicale e pratica tra le due figure, cercando di allontanare l’idea delle ronde dal provvedimento in esame alla Camera.

Saverio Romano, responsabile nazionale Organizzazione dell’Udc, ha sottolineato come sia rimasto inascoltato il grido di allarme lanciato dalla stragrande maggioranza dei sindacati di polizia contro il taglio dei fondi alla sicurezza da parte del governo. «È bene spiegare ai cittadini - aggiunge Romano - che di fatto il governo Berlusconi ha ridotto le risorse destinate alle forze dell’ordine, generando in questo modo oltre alla carenza di organico delle stesse anche delle gravi inefficienze nel servizio di sicurezza. Per l’esattezza vengono tagliati 931 milioni di euro e non viene adottato alcun prov-


politica

8 aprile 2009 • pagina 5

Savino Pezzotta contro la maggioranza “blindata”

«Noi e il Parlamento, ostaggio della Lega» di Francesco Capozza

ROMA. Si arena sul decreto legge sicurezza e in particolare sulla norma che istituisce le “ronde” la collaborazione tra le forze parlamentari per un rapido svolgimento dei lavori in seguito al terremoto in Abruzzo. È infatti muro contro muro alla Camera dopo il rifiuto del governo di stralciare la norma posta ieri all’esame dell’aula. A inizio seduta il capogruppo del Pd Antonello Soro aveva chiesto che la norma fosse cancellata dal provvedimento perchè «presenta profili di illegittimità costituzionale». Posizione analoga è stata espressa da Michele Vietti: «Metteremo in atto tutti gli strumenti della battaglia parlamentare a nostra disposizione senza fare però ostruzionismo», ha detto il vicepresidente del gruppo Udc. Secco il no del ministro degli Interni, Roberto Maroni. Onorevole Savino Pezzotta, l’Udc ha annunciato battaglia contro le “ronde”. Si è già interrotto il clima di unità nazionale di cui lo stesso Casini ha parlato in aula lunedì? Io penso che l’istituzione delle ronde sia un segno di inciviltà costituzionale e che con esse si rischia fortemente di indebolire l’unità nazionale. In che senso, Onorevole? Se il cittadino è portato a farsi giustizia da sé non gli interesserà più del prossimo. Inoltre le forze dell’ordine rischiano di perdere il loro potere di disincentivo alla criminalità. Cosa sarebbe stato più adeguato fare per voi dell’Unione di centro? Adeguato, non per noi, ma per il Paese sarebbe aumentare gli stanziamenti economici e in mezzi per le forze dell’ordine. Adeguato, inoltre, sarebbe anche capire che la vera insicurezza è quella legata alla crisi economica per far fronte alla quale il governo sta facendo poco o nulla. Adeguato sarebbe scendere tra la gente e rendersi conto che non c’è poi tutto questo terrore dell’extracomunitario come la Lega vuol farci credere. Ecco, appunto, la Lega Nord. Sono loro a volere fortemente le “ronde”o no? Sì. Infatti secondo me sta emergendo una ronda leghista che condiziona la maggioranza. E molte anime della stessa devono “turarsi il naso”, per usare un’espressione montanelliana. Il mio pensiecorre, per ro esempio, alle dichiarazioni del senatore Pisanu. Se non ci fosse continuamente un “serrare le fila” imposto

vedimento per il potenziamento dell’organico che, a causa dei 1500 pensionamenti annui, non beneficia di eguali immissioni di nuove unità». Sempre secondo Romano la pesante riduzione dei fondi per la sicurezza causa un generale disservizio con casi limite sempre più frequenti come quello della soppressione di molti servizi di controllo del territorio a causa della mancanza di fondi per l’acquisto di carburante o come quello della carenza di attrezzature di ufficio e di dotazioni per gli agenti. «Evidentemente - secondo l’esponente dell’Udc - il governo pensa di sopperire a queste lacune con l’impiego dell’esercito nelle città o con le ronde di privati cittadini, servizi questi che non possono di certo essere assimilati a quello che la professionalità e le funzioni delle forze dell’ordine sono in grado di assicurare, senza parlare poi dei gravi rischi connaturati all’impiego stesso di cittadini in servizi di vigilanza e di controllo del territorio».

Barbara Pollastrini del Pd nel suo intervento ha stigmatizzato duramente l’assenza in Aula del ministro per le Pari opportunità, Mara Carfagna, e ha accusato il governo: «Con questo decreto, voi infliggete due ferite. Con l’umiliazione rappresentata dall’introduzione delle ronde, elemento cul-

turale regressivo e di inciviltà, ferite la Costituzione e lo stato di diritto. Inoltre, voi usate il dramma della violenza sessuale per restringere diritti e democrazia».

Le vitt im e e l a tra ged ia abruzzese sono state tirate in ballo più volte ieri nell’aula di Montecitorio. Anche quando si è discusso della pausa pomeridiana al dibattito. Infatti, dall’adozione del nuovo sistema di voto ”anti-pianisti”, i capigruppo hanno previsto una ricreazione che la sinistra ha reclamato e che invece il Pdl non avrebbero voluto fosse concessa, per continuare l’esame del testo e arrivare velocemente alla votazione. Se ne è discusso per mezz’ora e alla fine il vicepresidente Rocco Buttiglione ha concesso quindici minuti di pausa anche per permettere al Comitato dei nove della commissione Giustizia di esaminare alcuni subemendamenti. A quel punto Alessandra Mussolini ha commentato: «Speriamo che non ci senta nessuno parlare per mezz’ora di una pausa quando in Abruzzo c’è gente che muore. Dobbiamo lavorare e basta». La replica dai banchi del Pd, ovviamente, non si è fatta attendere: «La Mussolini si guardi allo specchio e dica vergogna al governo che per avere una ronda specula sulle spalle dei terremotati...».

dall’alto, molte coscienze della maggioranza si opporrebbero a certe prese di posizione. Penso alle ”ronde” ma anche alle quote latte. Ma costringere ieri il ministro Maroni a stare in Parlamento in un momento come questo, dove la sua presenza sarebbe stata più opportuna a L’Aquila, per seguire le operazioni di soccorso dopo il terremoto non crede che sia stata una forzatura? La forzatura l’ha fatta l’esecutivo nel momento in cui ha deciso di presentare all’aula un decreto legge sul tema sicurezza. Credo che sarebbe stato senz’altro più opportuno intraprendere un iter parlamentare naturale, con un dibattito in aula e in commissione, e un’analisi sui singoli punti della legge. Mi auguro solo che adesso non decidano di porre l’ennesima questione di fiducia. Cosa farete se ciò dovesse accadere? Non potremo che votare contro ma davanti ad un atto di forza del genere siamo impotenti. Onorevole, ieri qualche voce si è levata per proporre l’interruzione dei lavori dell’aula per questa settimana. Lei ritiene sia un’ipotesi giusta e percorribile? Se non vado errato, l’unica volta nella storia repubblicana che il parlamento si è fermato è stato dopo l’assassinio di Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse. Oggi, a mio avviso non solo non c’è motivo per fermare i lavori delle Camere ma anzi, direi che è necessario che il parlamento sia vigile e attento con uno sguardo sulla situazione ma pronto a reagire. Cosa auspica in questo triste momento? Vorrei che la promessa fatta in aula da tutti i parlamentari di donare mille euro per i terremotati si in trasformi realtà concreta quanto prima.

Il governo è succube delle imposizioni del partito di Bossi. Anche nella maggioranza molti vorrebbero votare secondo coscienza


diario

pagina 6 • 8 aprile 2009

Scuola federalista, Sud in coda Dopo i tagli di più di 20mila cattedre, il Ministero contro i trasferimenti di Francesco Lo Dico

ROMA. Scuola federale a tutti i costi. Si può riassumere così il senso della ostinata battaglia condotta sciabola in mano sulla doppia sponda di viale XX Settembre e viale Trastevere ai danni degli insegnanti meridionali. Una guerra di marca leghista che pare non volersi arrestare nonostante l’accertata illegittimità di due disposizioni del decreto delegato del 16 marzo 2007, stabilita dal Consiglio di Stato il 24 marzo scorso. Il Ddg in questione prevedeva infatti che i ventiquattro punti attribuiti ai candidati Ssis non potessero essere spostati da una graduatoria all’altra. E, soprattutto, che nel caso l’aspirante docente avesse scelto un cambio di provincia, avrebbe potuto farlo ma finendovi come fanalino di coda. Una mossa che certo non avrebbe incoraggiato la mobilità, e che oltretutto lascia perplessi. Perché la Costituzione, o perlomeno quella attuale, garantisce a tutti i cittadini l’accesso ai pubblici uffici in condizioni di parità. Già rispedita al mittente dal Tar Lazio con una sentenza, il ministero dell’Istruzione non ha mollato la presa dall’iscrizione in coda e si è rivolta al Consiglio di Stato con l’obietti-

vo di far sospendere la sentenza. Niente da fare anche qui. Anche i giudici del CdS hanno risposto picche. Istanze cautelari del Miur respinte perché «allo stato, condivisibili le argomentazioni svolte» nelle due sentenze del Tar. Condivisibili per molti, ma non per tutti. Perché a causa del pressing della Lega in Commissione cultura, l’ammissione in coda ha assunto contorni epici. Al Nord dell’Africa, ma pur sempre al Sud, Carthago delenda est. Dopo incontri, conciliaboli, e dibattimenti, il tanto sospirato ”pettine”, per cui ciascuno entra in graduatoria con i punti che ha a dispetto dei natali geografici, è rimasto nella considerazione di viale Trastevere un aggeggio per pettinare le bambole. La Gilda, associazione professionale dei docenti italiani, ha fatto sapere infatti che

scia a bocca aperta, fa notare l’Anief (Associazione Nazionale Insegnanti ed Educatori in Formazione) è che è stato deciso di stralciare dal provvedimento la possibilità di trasferimento di provincia, non prevista da alcuna norma di legge e introdotta di propria iniziativa dall’Amministrazione in occasione dell’aggiornamento del 2007. «Tale opzione è illegittima, ovvero contra legem e per questo censurabile dal tribunale amministrativo», tuona l’Anief.

Ciascuno dovrà restare insomma, secondo le intenzioni del Miur, nella provincia in cui è stato incluso. Fatta salva la possibilità di indicarne altre tre aggiuntive, dove ça va sans dire, verrà comunque inserito in coda in barba al Tar e al Consiglio di Stato. Se le sentenze dimostrano che la legge 296 del 2006, che ha trasformato le graduatorie permanenti del 94 ad esaurimento, non ha modificato la natura delle graduatorie stesse, ciò significa infatti che neppure la possibilità di trasferirsi da una provincia all’altra può essere vietata, per i docenti inseriti in terza fascia. Un meccanismo che porterebbe a una sorta di segregazione di chi ha meno tutele, e molto da perdere. Tra tante incertezze e guerre di posizione il fronte meridionale resta però aperto, e presto o tardi lo scontro tra viale Trastevere e le parti sociali più danneggiate, esploderà. C’è da scommettere che fioccheranno ricorsi e ritardi biblici all’avvio del prossimo anno scolastico. Forse, a settembre, i nodi verranno al pettine.

Il Consiglio di Stato frena viale Trastevere che insorge con la Lega: chi vuole insegnare in un’altra provincia parta in coda negli incontri dei giorni scorsi è emerso «il diniego da parte del Miur di recepire le due sospensive del Consiglio di Stato favorevoli rispettivamente all’inserimento a pettine nelle suddette graduatorie di chi trasferisce la propria posizione in graduatoria di altra provincia ed al trasferimento dei 24 punti Ssis da una classe di concorso all’altra del medesimo ambito disciplinare». Dietro la barricata sollevata dal ministero dell’Istruzione, si annida il silenzio assenso dei maggiori sindacati, orientati a tutelare i precari in graduatoria a discapito dei corsisti Ssis. Ma ciò che la-

Ieri a Parigi l’annuncio: anche Uruguay, Costa Rica, Filippine e Malaysia hanno accettato i limiti e i controlli

L’Ocse: «Non ci sono più paradisi fiscali» di Guglielmo Malagodi

PARIGI. Il segretario generale dell’Ocse, Angel Gurria, ha annunciato che i quattro paesi che figuravano sulla «lista nera» dei paradisi fiscali (Uruguay, Costa Rica, Filippine e Malaysia) hanno preso l’impegno di rispettare le norme fiscali internazionali. Di conseguenza, i quattro paesi non saranno più nella cosiddetta «lista nera» diffusa dall’Ocse dopo il G20 di Londra, la settimana scorsa. «Giovedì scorso - ha detto ancora Gurria nel corso di una conferenza stampa organizzata a Parigi anche per via dell’attenzione sempre dimostrata dal presidente Sarkozy per l’argomento - abbiamo comunicato al G20 il fatto che c’erano quattro giurisdizioni che non applicano ancora in modo ampio la norma internazionale» in materia di scambio di informazioni fiscali. «Oggi - ha continuato il segretario generale dell’Ocse - queste quattro giurisdizioni si sono tutte impegnate pienamente a procedere a scam-

bi di informazioni fiscali in funzione delle norme Ocse». L’Uruguay, il Costa Rica, le Filippine e la Malaysia si uniranno quindi ai 38 paesi iscritti nella «lista grigia» pubblicata dall’Ocse e che comprende i paesi che si sono impegnati a scambiare informazioni fiscali ma che non hanno ancora firmato gli accordi bilaterali con stati membri del’Ocse.

Le sanzioni nei confronti dei paradisi fiscali che non rispettano gli standard internazionali «sono una decisione che dipende da ogni paese e non sono com-

I quattro Paesi ora entrano nella «lista grigia» che comprende quelli che, almeno, si sono impegnati a scambiare le proprie informazioni petenza dell’Ocse», ha aggiunto Angel Gurria: «Per noi è importante che ogni paese progredisca e rispetti il nostro codice». Oggi, ha spiegato, «si è certamente abbassata la soglia della tolleranza

nei confronti dei paesi che non rispettano i principi Ocse». Attualmente l’Ocse ritiene che siano sufficienti 12 convenzioni fiscali bilaterali per valutare che un paese progredisce nella buona direzione, ma si guarda anche e soprattutto ”la qualita’” delle convenzioni. «Se un paradiso fiscale negozia un accordo bilaterale con altri dodici paradisi fiscali e’ evidente che non e’ sulla buona strada». Il lavoro che dovranno fare i quattro paesi che vi facevano parte sarà lungo: Malaysia, Filippine, Uruguay e Costa Rica proporranno entro l’anno nuove misure per permettere il rispetto delle norme Ocse sul piano legale modificando leggi e trattati oggi in vigore. «I loro progressi saranno monitorati regolarmente». Del resto, i criteri dell’Ocse per definire un paradiso fiscale sono quattro: imposte insignificanti o inesistenti, mancanza di trasparenza sul regime fiscale, di scambio di informazioni fiscali con altri stati, esistenza di misure per attirare le società schermo che hanno una attività fittizia.


diario

8 aprile 2009 • pagina 7

I dati dell’Istat relativi a febbraio parlano di un +3,5 annuo

Sarà consegnata oggi al Pontefice durante l’udienza

Contratti: aumentano gli stipendi degli italiani

«Grazie, Papa» Una lettera degli studenti africani

ROMA. Nel mese di febbraio

CITTÀ DEL VATICANO. Grazie al Papa «per la comprensione, per il coraggio e la chiarezza», grazie perché «dicendoci che il nostro è il “continente della speranza” ci ha mostrato fiducia» mentre «quando leggiamo i giornali del cosiddetto “Nord del mondo”, ci sentiamo fraintesi, sottovalutati, e anche utilizzati per interessi di parte»: è il passaggio centrale della lettera che oggi una delegazione di ragazzi africani consegnerà a Benedetto XVI, in margine dell’udienza generale in Piazza San Pietro. Non si è ancora del tutto spenta l’eco della polemica per le parole del Papa sull’uso del preservativo nella lotta all’Aids, e non si è spento l’entusiasmo dei giovani africani

2009, secondo i dati resi noti ieri dall’Istat, l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie ha presentato una variazione di +0,3% rispetto al mese precedente, e un incremento del 3,5% rispetto a febbraio 2008. In pratica, gli stipendi dei lavoriatori dipendenti italiani sono aumentati più dell’inflazione. Secondo l’Istat, la variazione congiunturale dello 0,8% dell’indice orario delle retribuzioni contrattuali registrata nel mese di gennaio (con una variazione tendenziale che è arrivata al 4,3%), e dello 0,3% del mese di febbraio 2009, è «il risultato di numerose applicazioni contrattuali»: in altre parole, sono entrati in vigore molti nuovi contratti. Infatti alla fine di febbraio i contratti collettivi nazionali di lavoro in vigore relativamente alla sola parte economica, sempre secondo l’Istat, riguardavano l’81,3% degli occupati dipendenti. Dunque a febbraio la quota di dipendenti in attesa di rinnovo è pari al 18,7%, in diminuzione rispetto al gennaio 2009 (28,9%) e in «marcata» riduzione rispetto a febbraio 2008 (55,4%).

Lo shopping russo dell’Eni di Scaroni Nuovi affari per il colosso italiano con Gazprom di Francesco Pacifico

ROMA. Eni ed Enel ampliano il loro raggio d’azione nell’upstream in Russia e la loro alleanza con Gazprom. A regime si potrebbe creare un ulteriore giro d’affari da 5 miliardi di dollari. Ma i colossi italiani pagano comunque un prezzo molto alto: rinunciare allo sfruttamento dei giacimenti nell’ex Unione sovietica, conquistati nel 2007 dopo la privatizzazione degli asset di Yukos.

Quanto ai confronti tra diversi settori lavorativi, a febbraio - a fronte di una varia-

Nel pieno della missione italiana a Mosca, il Cane a sei zampe ha siglato ieri un accordo per vendere a Gazprom il 20 per cento di Gazprom Neft, il ramo petrolifero del colosso russo. Che così porta al 100 per cento la sua quota nell’ex Sibneft. Nelle tasche dell’Eni entrano 4,2 miliardi di dollari, gli stessi soldi comprensivi degli interessi maturati in questo lasso di tempo, investiti dagli italiani all’asta che si tenne nel 2007. A corollario di quest’accordo una serie di intese commerciali e di collaborazione che l’Eni ha firmato sotto il patrocinio del governo russo con le principali società energetiche moscovite. Infatti, Enipower e Inter Rao Ues hanno firmato un memorandum per analizzare progetti congiunti nel nucleare in Russia e in Paesi terzi. Mentre con Rosneft si lavorerà sul fronte dell’upstream e della raffinazione in Russia come all’estero. Si guarda poi ai nuovi gasdotti verso l’Africa settentrionale e allo sfruttamento del giacimento libico Elephant, controllato dagli italiani. Paolo Scaroni, l’Ad di Eni, ha parlato di «importanti accordi che rappresentano un ulteriore passo in avanti della cooperazione strategica in campo energetico tra Italia e Federazione Russa. Le parti svilupperanno progetti congiunti in Russia e fuori dalla Russia, sulla base del principio di reciprocità, in linea con la nuova politica energetica russa». Nota Davide Tabarelli, presidente di Nomisma energia: «È stata sostanzialmente un’operazione contabile. Positiva certo, anche perché le

operazioni contabili servono. Non fosse altro per aumentare la fiducia in Gazprom, nel nostro primo fornitore di gas. E si sa, che un buon contratto di fornitura è decisivo per chi fa questo business». Però l’economista aggiunge: «Cade invece la speranza alimentata dopo gli accordi del 2007 di garantire agli italiani l’accesso alle riserve di idrocarburi. Che i russi invece terranno per sé». A questa prima tranche di accordi ne seguiranno altri due non meno importanti, che slittano al prossimo vertice bilaterale tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin. Intanto la ridefinizione delle quote di Severenergia, controllata per il 60 per cento dall’Eni e per il 40 dall’Enel; quindi l’assetto di Southstream, la pipeline con la quale Mosca vuole portare in Europa il gas del Mar Nero, bypassando repubbliche sovietiche indipendenti come la ”ribelle”Ucraina.

Il Cane a sei zampe punta a rafforzarsi in Southstream. Ma in cambio deve cedere i giacimenti un tempo di Yukos

zione tendenziale media di +3,5% - gli incrementi più elevati si osservano per: edilizia (6,8%), regioni e autonomie locali (5,5%), servizio sanitario nazionale (5,4%) e legno, carta e stampa (5,3%). Gli aumenti minori riguardano i servizi di informazione e comunicazione (0,9%), militari-difesa e forze dell’ordine (rispettivamente 0,7% e 0,6%) ed estrazione di minerali (0,5%). La variazione risulta nulla per energia e petroli. Tornando ai dati generali, l’aumento registrato nel periodo gennaiofebbraio 2009, chiarisce ancora l’Istituto di statistica, in confronto al corrispondente periodo dell’anno precedente è del 3,9%.

Sul primo versante, un’intesa di massima già c’è, con Gazprom che potrebbe salire in Severenergia fino al 51 per cento, in modo da poter mettere le mani sui diritti dei giacimenti di gas ex Yukos di Arcticgaz e Urengoil. Costo dell’operazione, circa 1,5 miliardi di euro verso le casse dei colossi italiani dell’energia. Novità poi potrebbero arrivare sul versante di Southstream, con il ministro italiano dello Sviluppo, Claudio Scajola, che non ha escluso un interessamento da parte italiana per la ventilata proposta di aumentare la capacità di trasporto del gasdotto. Al riguardo segnala Tabarelli: «L’abbandono da parte degli italiani dei giacimenti russi non per forza potrà essere compensato soltanto con ottimi contratti commerciali. La chiave di volta è la gestione di Southstream. E si va dalle commesse per Saipem sulla costruzione delle reti fino alla vendita congiunta tra Eni e Gazprom del gas in Europa. E parliamo di 30 miliardi di metri cubi all’anno».

per questo viaggio. Ne è testimonianza questa lettera, firmata da 25 ragazzi di 13 Paesi dell’Africa Sub Sahariana che si trovano a Roma in questa settimana per partecipare al 42esimo Forum annuale Univ, promosso dall’Istituto per la cooperazione universitaria (Icu) in collaborazione con l’Opus Dei, sul tema «Universitas, un sapere senza frontiere».

«Desideriamo ringraziarla di cuore per il Suo recente viaggio in Angola e in Camerun, e in particolare per le parole che ci ha rivolto allo Stadio dos Coqueiros di Luanda - si legge nella lettera -. Grazie per la comprensione che ha manifestato per le nostre aspettative, le gioie, i timori e le sofferenze del nostro Continente. Grazie per il coraggio e la chiarezza con i quali si è fatto portavoce dell’Africa anche di fronte ai paesi ricchi, riuniti pochi giorni fa in Europa, a Londra. Le sue parole sulla necessità dell’etica pubblica sono divenute già un punto di riferimento nella vita sociale dei nostri paesi, nelle settimane posteriori al viaggio. A volte - continua la lettera -, quando noi africani leggiamo i giornali del cosiddetto “Nord del mondo”, ci sentiamo fraintesi, sottovalutati, e anche utilizzati per interessi di parte».


mondo

pagina 8 • 8 aprile 2009

Strategie. Quella del presidente è una intromissione negli affari del Vecchio Continente o la fine dello “scontro di civiltà”?

Il matrimonio turco I principali think-tank europei giudicano l’ultima mossa dell’amministrazione Usa di Sergio Cantone

BRUXELLES. Cambiando l’ordine dei fattori,T come Turchia, e I come islam, il prodotto non cambia, ed è sempre crisi di identità europea. Il presidente Usa Barack Hussein Obama ha ribadito ad Ankara quanto detto domenica a Praga: «Voglio essere chiaro, gli Stati Uniti appoggiano fortemente l’ingresso della Turchia nell’Ue. Non stiamo parlando naturalmente come membri dell’Ue, ma come amici sia della Turchia che dell’Unione europea». Non si possono comunque estrapolare dal contesto più generale le dichiarazioni pro-turche del presidente, si rischierebbe solo di perderne il senso. È vero infatti che il lobbying Usa per una Turchia nell’Ue è cosa vecchia di almeno quindici anni. Fin dai tempi di Clinton gli Usa hanno sempre fatto loro la causa turca. Persino l’amministrazione Bush, nonostante i rapporti tempestosi con Ankara (a causa di Iraq e Palestina) non abbandonò mai l’idea del congiungimento Ue/Turchia. Ciononostante il pressing di Obama sembra essere più pesante per Francia, Germania e altri stati Ue.Vi intravedono un cambio rivoluzionario della strategia Usa in Medioriente associato a due elementi del tutto nuovi: un presidente Usa che per sua storia personale ha una sensibilità particolare nei confronti dell’Islam e la volontà della leadership Turca dell’Akp di giocare sullo scacchiere Mediorientale come potenza musulmana. La Turchia laica e kemalista aveva voltato le spalle al suo sud a partire del 1918. Ma è ormai chiaro che il tandem Gül-Erdogan ha mire da quelle parti. La mediazione Israele/Siria, gli interventi politici e diplomatici a favore di Hamas e della causa palestinese; gli sviluppi nell’Iraq del Nord (o Kurdistan iracheno) sono segni evidenti che la Turchia si sente una potenza regionale in grado di avvicinarsi all’Iran, senza il rischio di incappare nelle ire di Washington. Obama lo sa e preferisce guardare alla parte mezzo piena del bicchiere turco. Laddove infatti l’Europa si preoccupa dei passi indietro fatti dalla Turchia su diritti umani e questione cipriota, l’Amministrazione Usa apprezza il fatto

Ma l’Europa non c’è mai di Andrea Mancia

Q

uando alla Casa Bianca abitava quel “terrorista” di George W. Bush - e la politica estera degli Stati Uniti (dopo l’11 settembre) era caratterizzata da un confronto “duro e puro” con il fondamentalismo islamico - l’Europa non c’era. O meglio, c’erano due o tre strategie europee in contraddizione tra loro: quella esplicitamente anti-yankee di Chirac e Zapatero; quella più atlantica degli ex Paesi comunisti; quella ondivaga e camaleontica di tutti gli altri (Italia compresa). Oggi, alla Casa Bianca, ci abita Barack Hussein Obama, che in omaggio al proprio middle-name ha scelto di «fare pace con l’Islam» offrendo negoziati-a-costozero a Iran ed Hezbollah, spingendo per l’entrata della Turchia nella Ue e promettendo diplomazia globale a prezzi da bailout - l’Europa ancora non c’è. O meglio, come sempre non c’è una linea strategica condivisa tra i Paesi che compongono l’Unione europea. Ognuno procede in ordine sparso. Qual-

cuno risponde all’appello di Obama sulla necessità di una surge in Afghanistan inviando migliaia di soldati; qualcun altro si limita a promettere sei fanti leggeri, un sergente e tre cani-poliziotto prima dell’offensiva talebana di primavera. Sulla Turchia nella Ue, poi, neanche a parlarne. Sarkozy e la Merkel dicono (bruscamente) a Obama di farsi gli affari propri, perché di Istanbul non vogliono neppure sentir parlare. Tutti gli altri, chi più e chi meno, iniziano a cucire bandiere europee con 27 stelle e una mezzaluna. Posizioni condivise? Nessuna. Visioni strategiche compatibili? Neppure l’ombra. La triste, tristissima, verità è che il problema degli ultimi decenni non è stato - come molti hanno tentato di farci credere - la politica estera americana. Hardcore bushiano o softcore obamista, la strategia degli Stati Uniti è solida, coerente e comprensibile. Quella europea, invece, non è soltanto incoerente e incomprensibile. Semplicemente non esiste. Forse perché l’Europa non è mai esistita.

Il lobbying americano vecchio di almeno quindici anni. Ma adesso la spinta si è fatta più pressante, per la nuova sensibilità della Casa Bianca nei confronti dell’islam che la Turchia sia l’unico grande Paese musulmano a essere formalmente una democrazia con un’economia spumeggiante, anche se al “rallenty” a causa della crisi (ma chi non lo è oggi?). Il Barack Hussein Obama che dice al parlamento di Ankara: «Gli Stati Uniti non sono e mai saranno in guerra contro l’islam. I musulmani americani hanno arricchito gli Usa, molti americani hanno familiari musulmani o hanno vissuto in Paesi a maggioranza musulmana. Lo so perchè io sono uno di loro». Per gli europei tutto questo suona, nell’ordine, a: sorpasso a sinistra (l’Ue pensava di avere un relazione privilegiata con l’islam, laddove gli Usa l’avevano con Israele) e intromissione negli af-

fari interni dell’Ue (ancor peggio della “Texan way”). «Sul piano strategico l’Europa si trova lacerata in più punti» spiega Ortwin Hennig, del think-tank EastWest Institute: «sulla politica estera condivide gli interessi strategici che spingono Obama verso il Medioriente, ma sui delicati equilibri interni dell’Unione quanto dichiarato da Obama a Praga e ad Ankara è un’inaccettabile intromissione». Il presidente francese Sarkozy ci è andato giù duro domenica: «La decisione sull’adesione della Turchia spetta all’Ue e non a Washington». «Una posizione inattacabile» - commenta Federico Santopinto del Grip (Gruppo di ricerca su pace e sicurezza) di Bruxelles, «Germania e Francia

Wakeel Mutawakel, vicino al mullah Omar, raccoglie le aperture americane e rilancia

I talebani stanchi sono pronti a governare di Pierre Chiartano aviglie scoperte e labbra in perenne movimento. È il segno dei fondamentalisti in Afghanistan, ma non solo. Oggi uno di loro sembra pronto a raccogliere l’offerta di Obama. Il movimento dei talebani in Afghanistan sarebbe pronto a negoziare un accordo di pace. Lo ha affermato Wakeel Ahmed Mutawakel, in un intervista rilasciata su le Figaro di ie-

C

ri. Mutawakel è considerato un personaggio vicino al mullah Omar ed è stato ministro degli Esteri del governo degli studenti coranici di Kabul, tra il 1995 e il 2001. Si dice pronto a «negoziare» un accordo di pace e disponibile a «una suddivisione del potere». Decifrando, potrebbe significare un’apertura dei talebani ad un governo di unità nazionale. Sarebbe una prima risposta alla

politica di appeasement varata dall’amministrazione Obama, che proprio ieri ha terminato il suo viaggio in Turchia. Wakeel è un personaggio schivo, che vive nella periferia di Kabul con i crismi del capo, guardie del corpo incluse. «La maggior parte degli afgani sono per il processo di pace. La dichiarazione del presidente Obama, che la guerra non si vince solamente attraverso gli

strumenti militari, è positiva», ha spiegato il leader talebano, aprendo al nuovo inquilino della Casa Bianca. Il tavolo dei negoziati, di fatto non è ancora aperto «i sauditi si sono detti disponibili ad ospitare le trattative – ha aggiunto – ma non è stata ancora nominata alcuna commissione». Quindi si rimane in attesa del fischio d’inizio della partita che potrebbe risolvere il puzzle afgano. Ve-


mondo ma ha compreso l’importanza della collocazione geografica della Turchia».

non possono che essere furibondi. Se la Turchia entrasse nella Ue gli Usa potrebbero influenzare sempre di più la politica dell’Unione con un altro alleato di ferro. Già adesso possono contare sulla Gran Bretagna, i Paesi dell’est - Repubblica Ceca e Polonia in testa - e se potessero contare anche sul supporto di Ankara il sogno francese di fare della Ue un sano contrappeso alle politiche di Washington andrebbe decisamente a pallino». Lo stesso discorso vale per la Germania, Angela Merkel è stata più cauta nel reagire che il suo compagno di tandem, ma si sa, la cancelliera è algida, la comunità turca in Germania ha un peso enorme. Lo dimostrano anche le parole di Otgur Unluhisarcikli, direttore del German Marshall Fund, che nell’apertura di Obama vede «un enorme cambiamento rispetto alle politiche di Clinton e Bush. I loro discorsi erano pura retorica e nessuna pratica. Ora è il contrario: Oba-

nendo sul terreno più concreto dei problemi, la Costituzione afgana viene definita come «buona in generale» con alcune «contraddizioni» al suo interno. Mutawakil sarebbe comunque disposto qualora gli venisse richiesto, «a un’azione positiva in favore della pace» nel suo Paese. Anche perché ammette, «i talebani hanno fatto tesoro della loro esperienza, hanno riconosciuto i loro errori, e da questi segnali si può supporre che siano pronti a dividere il potere». Ma di quanta forza disporrebbero i talebani. Sono un esercito di terra o del terrore? «È difficile da dire – spiega Wakeel un po’ sibillino – non

Detto questo, Francia e Germania vedono il bicchiere mezzo vuoto: i diritti umani regrediscono (l’articolo 301 del codice penale turco, che prevede sanzioni per i reati di lesa “turchità”, c’è ancora) i diritti della donna (il velo è libertà religiosa, ma in Anatolia centrale è un segno di sottomissione) i diritti delle minoranze (la regione curda di Turchia non può essere definita Kurdistan) e la questione cipriota (una Turchia con mire sul Medioriente avrà sempre più bisogno di basi in un’isola che è a una manciata di miglia marittime dal Libano). Anche la stessa opposizione, poi ritirata, alla nomina di Anders Fogh Rassmussen come segretario generale Nato, getta ombre sui valori reali dell’attuale leadership turca: «Un Paese che si oppone a una nomina del primo ministro danese perchè non aveva condannatto le vignette contro l’islam, non ha un atteggiamento europeo» afferma categorico Henning. Ma l’intromissione obamiana lacera l’Ue anche tra chi vuole l’unione politica e chi invece crede che l’Ue sia solo una faccenda commerciale. Britannici, polacchi, cechi e una parte del governo italiano, con Berlusconi, sono ad esempio a favore della Turchia nell’Ue. Come conferma Nathalie Tocci, del Ceps di Bruxelles: «Obama è interessato a soluzioni multilaterali e ha capito, rispetto all’amministrazione Bush, che la Turchia è un attore indispensabile nella questione mediorientale». La Spagna celebra invece il successo della sua “Alleanza delle civiltà”, un forum aperto all’Islam che, vedeva come protagonisti Zapatero ed Erdogan. Ebbene, Obama durante un colloquio bilaterale di quarantacinque minuti con il primo ministro spagnolo, a Praga, ha sottolineato il valore dell’iniziativa. Insomma a quanto pare c’è del nuovo per chi cercava un terzo pistone per il motore francotedesco, forse è stato trovato: Israele.

esistono statistiche! Anche i loro modi per combatterla sono diversi. Per fare degli attentati suicidi nelle città, non ci vuole molto. Sono certo che non sono senza armi». Intanto, in ossequio al detto latino si vis pacem para bellum, l’inviato speciale Usa per l’Afghanistan e il Pakistan, Richard Holbrooke, si è recato ieri a Islamabad, accompagnato dall’amiraglio Michael Mullen. È stato ricevuto dal presidente Asif Ali Zardari e dal primo ministroYusuf Raza Gilani. Al centro dei colloqui, secondo quanto riferisce la Bbc, la nuova strategia regionale per sconfiggere al Qaida e i talebani.

8 aprile 2009 • pagina 9

Ankara si schiera con Iran, Hezbollah e Hamas. Se agli europei va bene…

La Turchia nella Ue? La Nato basta e avanza di Daniel Pipes roprio nel suo sessantesimo anniversario, la Nato si trova a dover affrontare un problema del tutto nuovo: quello dell’islam radicale all’interno delle sue stesse fila, come evidenzia la presenza nel Patto atlantico della Repubblica di Turchia. Ankara aderì alla Nato nel 1951 e subito dopo l’esercito turco combatté valorosamente con gli alleati in Corea. Per decenni i turchi sono stati duri contro l’Unione Sovietica. Dopo gli Stati Uniti, la Turchia è il secondo Paese ad avere il maggior numero di truppe nell’alleanza. Con la fine della Guerra Fredda, la missione della Nato è cambiata e qualcuno ha visto nell’islamismo il nuovo nemico strategico. Già nel 1995, l’allora Segretario generale dell’Alleanza atlantica Willy Claes paragonò l’islamismo al nemico storico: «Il fondamentalismo è pericoloso almeno tanto quanto lo è stato il comunismo». Finita la Guerra Fredda, aggiunse: «La militanza islamica è emersa come forse la più grave minaccia all’alleanza Nato e alla sicurezza occidentale». A dire il vero, la Nato ha anzitutto invocato l’articolo 5 della sua Carta costitutiva, facendo appello «all’autodifesa collettiva» per entrare in guerra contro i talebani in Afghanistan nel 2001, in risposta agli attacchi dell’11 settembre lanciati da quel Paese. Più di recente, l’ex premier spagnolo José Maria Aznar ha argomentato che «il terrorismo islamico è una nuova minaccia condivisa di carattere globale che pone a rischio l’esistenza stessa dei membri della Nato», affermando che l’alleanza focalizza la propria attenzione sulla lotta contro «il jihadismo islamico e la proliferazione delle armi di distruzione di massa». Aznar chiede di «porre la guerra contro il jihadismo islamico al centro della strategia delle forze alleate». Claes e Aznar hanno ragione; ma la loro visione è adesso in pericolo, poiché gli islamisti sono penetrati nell’alleanza dei 28 Stati, come dimostrato in modo clamoroso negli ultimi giorni. All’avvicinarsi della scadenza del mandato del Segretario generale Jaap de Hoop Scheffer, era emerso un consenso nel nominare come suo successore il primo ministro danese Anders Fogh Rasmussen, 56 anni. Ma quest’ultimo era in carica agli inizi del 2006, quando scoppiò la crisi delle vignette satiriche su Maometto, e sostenne che come premier non aveva alcuna autorità di dire a un quotidiano privato cosa non doveva pubblicare. Questa posizione gli valse molte critiche da parte dei musulmani, incluso il premier turco Erdogan, che all’epoca spiegò a Fogh Rasmussen che

P

«le libertà hanno dei limiti, e ciò che è sacro va rispettato». Quando Fogh Rasmussen si è presentato per il posto alla Nato, Erdogan ha continuato a serbare rancore, asserendo che il suo governo guardava «negativamente» alla candidatura di Rasmussen.

Alla fine, il premier della Danimarca ha ottenuto l’incarico, ma solo dopo gli intensi negoziati con il presidente turco Abdullah Gül condotti da Barack Obama. Rasmussen ha promesso di nominare almeno due turchi e di affrontare pubblicamente le preoccupazioni musulmane in merito alla reazione da lui avuta alle vignette satiriche. In linea di massima, Erdogan ha annunciato che Obama gli aveva «offerto delle garanzie». I difficili momenti che Fogh Rasmussen ha dovuto attraversare per ottenere l’appoggio di Ankara possono essere arguiti dalle sue imbarazzanti osservazioni da dhimmi in merito al conseguimento della nomina: «Come Segretario generale della Nato, elaborerò un programma di sensibilizzazione ben preciso a favore del mondo musulmano, per assicurare la cooperazione e intensificare il dialogo. Considero la Turchia un alleato molto importante e un partner strategico e collaborerò nel tentativo di assicurare la migliore cooperazione con il mondo islamico». Sembra di assistere all’emergere non di un modello efficace della Nato sulla scia di quello Claes-Aznar, che guida la lotta contro l’islam radicale, ma di un’istituzione ostacolata dall’interno, incapace di contrastare la principale minaccia strategica per paura di offendere un governo membro. L’islamismo non costituisce il solo problema con la Turchia. In quella che sta assumendo i contorni di una Guerra Fredda mediorientale - con l’Iran alla testa di una fazione e l’Arabia Saudita che guida l’altra Ankara si è ripetutamente schierata con la prima: ospitando Mahmoud Ahmadinejad, sostenendo il programma nucleare iraniano, sviluppando un campo petrolifero iraniano, trasferendo armi iraniane a Hezbollah, appoggiando apertamente Hamas, condannando crudelmente Israele e mettendo contro gli Stati Uniti l’opinione pubblica turca. Osservando questi cambiamenti la columnist Caroline Glick esorta Washington a «lanciare l’idea di rimuovere la Turchia dalla Nato». L’amministrazione Obama non ha intenzione di farlo; ma prima che Ankara renda inefficace l’Alleanza atlantica, degli imparziali osservatori dovrebbero attentamente ponderare questo argomento.

Siamo di fronte a un’istituzione ostacolata dall’interno, incapace di contrastare le minacce strategiche per paura di offendere un governo membro


panorama

pagina 10 • 8 aprile 2009

Strascichi. Dopo la manifestazione di sabato, il segretario è sempre «prigioniero» degli ex-Ds

Un Franceschini modello Prodi di Antonio Funiciello

ROMA. Dell’ultima querelle sulla partecipazione alla manifestazione della Cgil al Circo Massimo di sabato scorso, di buono per Franceschini c’è stato almeno il fatto che, già sabato sera, i telegiornali ne parlassero poco. E domenica a pranzo era stata completamente derubricata. Questo perché al di là della solita ottima dimostrazione di civiltà, compostezza e organizzazione, della consueta perfetta interpretazione dell’esercizio democratico per eccellenza, quello della protesta, la piattaforma politica su cui era stata convocata tanta gente a Roma era assai povera. Della Cgil che scriveva leggi finanziarie alternative a quelle governative, al Circo Massimo c’era poco o niente. L’insabbiamento giornalistico ha aiutato molto il segretario del Pd, che sabato era stato costretto ad esibirsi in una serie di “ma anche” da far sembrare Veltroni un principiante: «siamo qui oggi, ma andremo anche lì domani e an-

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

che là dopodomani». Un imbarazzo a cui Franceschini è stato costretto più dalle polemiche interne al Pd intorno alla sua partecipazione, che non dalla gestione che ne ha fatto e dalla sua personale e sincera convinzione ad essere in piazza col sindacato rosso.

In mezzo ai D’Alema e Bersani più sorridenti dalla caduta del secondo governo Prodi,

guerrita minoranza parisiana, lontanissimo dalle simpatie del corpaccione popolare ex democristiano. Franceschini gli somiglia sempre di più: accolto «come uno di noi» tra i diessini marcianti sabato scorso, biasimato pubblicamente dai suoi, è alla ricerca di un profilo autonomo che lo protegga dalle grinfie dei nuovi compagni e lo rimetta in sintonia coi vecchi amici. Sa

È in sintonia con la sinistra (che però appoggerà Bersani) ma abbandonato dalla sua area politica di provenienza: proprio come il padre dell’Ulivo il segretario del Pd ricordava parecchio lo sfortunato quasivincitore delle politiche del 2006. Quel Romano Prodi che si conquistò il più lungo e caloroso applauso al penultimo congresso dei Ds del 2005 al Palaeur di Roma, cominciando il suo intervento con un «care compagne e cari compagni» che travolse d’emozione i presenti. Lo stesso Romano Prodi cordialmente detestato nel suo partito di provenienza, la Margherita, nel quale poteva contare soltanto sulla ag-

bene che la debolezza di Prodi fu di essere nell’Ulivo (prima) e nell’Unione (poi) il leader di tutti e, quindi, di nessuno. Non aveva un partito, il suo partito, a coprirgli le spalle dalle insidie che sempre minaccioso porta con sé ogni contesto coalizionale.

Franceschini è nel Pd il rappresentante di una delle anime fondanti del nuovo soggetto. Fu scelto da Veltroni come vice segretario proprio per chiudere un accordo con i po-

polari che rafforzasse la percezione della sua leadership come la sintesi migliore per il partito nascente. E, naturalmente, per tenere a bada l’orgoglio identitario degli ex Ds. Operazione di successo, messa in crisi dalle dimissioni di Veltroni e non certo in seguito ad una rottura di quell’accordo da parte dei popolari di Fioroni. Il quale, però, comincia a smarcarsi dal nuovo secontrastandone gretario, apertamente le scelte, come ha fatto nell’accettare il dialogo con Fini sulle riforme istituzionali negato da Franceschini e nel contrastare la manifestazione della Cgil di sabato scorso. Il segretario democratico, insomma, come Romano Prodi, rischia di trovarsi in conflitto col suo mondo di appartenenza e sostenuto unicamente da quell’universo diessino in gran parte, però, già dichiaratamente orientato a sostenere la candidatura di Bersani alla giuda del Pd nel congresso d’autunno. Una contraddizione che Franceschini dovrà lavorare, se spera ancora di poter restare in sella dopo il previsto autunno caldo del Pd.

Il dibattito che si è aperto sulla prevedibilità dei terremoti è davvero privo di senso

La comunità scientifica? È imprevedibile a tragica storia del terremoto dell’Abruzzo ha una storia nella storia e un dramma nel dramma che rispondono ai nomi e ai volti di Guido Bertolaso e di Giampaolo Giuliani: il capo della Protezione civile e il ricercatore che aveva lanciato l’allarme sull’arrivo del grave sisma. È inevitabile che sia cosi. Ora, ora che scorrono le ore delle giornate degli aiuti e dei soccorsi e della lotta contro il tempo per salvare vite prigioniere di quelle che furono case ospitali, ora non è il tempo delle critiche e delle polemiche. Ora si lavora. Ma verrà il momento del confronto. Non per condannare, ma per capire.

L

Mettetevi nei panni di Bertolaso. Voi cosa avreste fatto? Avreste fatto sgomberare gli abitanti della città de L’Aquila e dei paesi vicini? Come? Quando? E, soprattutto, in base a quali informazioni? Perché se provate a calarvi nel ruolo di Guido Bertolaso vi troverete in uno strano paradosso: voi avete tante informazioni, monitorate il territorio, sapete che la terra si muove, sapete che da un po’ di tempo in quella regione si verifica uno sciame di scosse telluriche, ma non avete in mano alcuna informazione di carattere scientifico che vi permetta di

dare effettivamente l’allarme e evacuare città, paesi, abitazioni. Non solo. Le informazioni che avete, frutto di un lavoro consolidato, sono le sole di qualità scientifica e sono proprio queste fonti che vi proibiscono di creare dei falsi allarmi. La scienza vi dice che i terremoti non si prevedono cioè non si vedono prima ma solo dopo, quando il danno è fatto e, forse, grazie alla prevenzione è limitato. Dunque, il vostro dovere di capo della Prevenzione civile, oltre che uomo di esperienza e di scienza, è proprio quello di non creare fobie, ansie, allarmismi. Voi non solo non potete dire quando ci sarà il terremoto, ma dovete anche vietare che qualcuno lo dica perché la scienza dice che i terremoti non si possono prevedere.

Mettetevi nei panni di Giampaolo Giuliani. Voi cosa avreste fatto? Avre-

ste avvertito tutti gli avvertibili abitanti della zona del pericolo terremoto? Avreste corso il rischio non solo di essere derisi - rischio innocuo, tutto sommato - ma anche di essere perseguiti a norma di legge – rischio concreto e serio dal momento che Giuliani è stato effettivamente denunciato per procurato allarme. Avreste cercato di rendere il più possibile credibile il materiale di ricerca e indagine del sottosuolo a vostra disposizione? E in che modo? Perché se provate a calarvi nel lavoro svolto con grande passione dal ricercatore de L’Aquila vi troverete in un altro paradosso: i vostri dati pur indicando qualcosa di reale e concreto non parlano il linguaggio della scienza e non sono creduti validi dalla comunità scientifica. Voi non siete credibili anche se dite la verità. Voi siete Cassan-

dra, come infatti i giornalisti hanno definito Giampaolo Giuliani. Da una parte, dunque, c’è la scienza che non sa ma è credibile e dall’altra parte c’è un ricercatore che sa ma non è credibile. È anche in questo paradosso che è avvenuto il terremoto d’Abruzzo. Quale lezione se ne può trarre? Parlare di previsione in assoluto, come si è fatto prima e dopo il terremoto, è un controsenso scientifico. Nessuno prevede niente in assoluto. Ma parlare di previsione in modo relativo si può sulla base di indizi, segnali, monitoraggi, situazioni, precedenti. Tra questi dati è giusto inserire anche la ricerca di Giampaolo Giuliani o bisogna escluderla dicendo che la comunità scientifica fa notare che i terremoti non si possono prevedere? Ma che cosa sarà mai poi la “comunità scientifica”? Sembra un moderno deus ex machina. Si dice “comunità scientifica” e si chiude il discorso proprio quando bisognerebbe aprirlo. La scienza si muove sulla base di certezze e verifiche, ma non esclude dubbi e ipotesi. Il lavoro di Giuliani ha dalla sua dei risultati che, verificati, possono entrare a far parte della “comunità scientifica”. Voi cosa fareste?


panorama

8 aprile 2009 • pagina 11

Sondaggi. I rilevamenti danno solo il 3% al nuovo cartello Sinistra & Libertà che unisce gli scontenti “antagonisti”

Nichi Vendola non va in gita a Bruxelles di Marco Palombi

ROMA. Il nemico più insidioso di Dario Franceschini e del suo Pd non è sua maestà pluricapolista Silvio Berlusconi, ma Nichi Vendola, più modestamente governatore della sola Puglia (d’altronde la vera insidia elettorale del Cavaliere non è forse la Lega?). Dai sondaggi, infatti, sia quelli pubblici sia quelli riservati che circolano a via del Nazareno, appare evidente che Sinistra & Libertà – la lista che mette insieme vendoliani, verdi, socialisti e l’ex sinistra Ds – ha poche probabilità di superare lo sbarramento del 4%, ma molte di sottrarre i pochi voti che prenderà proprio ai democratici. S&L è un marchio politico nuovo, sconosciuto al grande pubblico, privo di un insediamento territoriale adeguato alla bisogna e sarà quindi probabilmente incapace di vincere la battaglia per l’egemonia nell’area massimalista, saldamente presidiata dalla lista ad alto valore simbolico aggiunto Prc+Pdci, ultimi oramai (escluse le frattaglie) a fregarsi della falce e martello. L’accoppiata Ferrero+Diliberto - che resterà in Italia visto che i due, dopo una trattativa non amichevole, avrebbero deciso di non candidarsi – è

La coppia Ferrero-Diliberto, invece, potrebbe superare lo sbarramento del 4%. Anche se i due leader hanno deciso che non si candideranno

parte dell’elettorato ex Ds, dall’altra il martellare anti-berlusconiano di Tonino Di Pietro (che per non farsi mancare nulla candida pure l’ex sindacalista rifondarolo Fausto Zipponi). A oggi, il partito di Franceschini si aggira poco sotto al 25%, che è meglio del 21 dell’ultimo Veltroni, ma sempre una miseria per un aggregato che puntava a cannibalizzare l’elettorato di centrosinistra: il segretario, comunque, si sta arrabbattando per far salire le percentuali e – scartata una gara con Di Pietro a chi fa la faccia più cattiva contro il premier – ha individuato il suo terreno d’elezione proprio a sinistra. Nasce da qui il Franceschini dell’abbraccio con la Cgil, delle proposte anti-crisi, della netta posizione fatta prendere al partito sul testamento biologico.

mista dall’altro, le sarà difficile dare un profilo riconoscibile alla sua proposta. La notizia, però, è un’altra: il 2,5-3% di cui potranno fregiarsi i neofrontisti è tutta farina del sacco del Pd. Pure i democratici, infatti, sono in una morsa: da un lato il fascino di una certa radicalità gauchiste che ha presa su larga

Non è chiaro, ovviamente, se ce la farà, ma il suo non è di certo solo amore disinteressato per la causa: secondo molte voci, l’ex vice di Veltroni – che pure ha sempre detto pubblicamente di non volersi candidare al congresso di ottobre – ritiene di poter ragionevolmente puntare a una vittoria alle primarie

infatti accreditata da tutti gli istituti di ricerca di un risultato superiore, anche se di poco, alla soglia di sbarramento.

Sinistra & Libertà, al contrario, per i sondaggisti non andrà al di là del 3%: schiacciata com’è dall’ortodossia comunista da un lato e da quella rifor-

Conti. In margine all’Ecofin, il ministro ha chiesto una nuova valutazione dei subprime

E Tremonti inventò il «Pasb 157-e» di Alessandro D’Amato

ROMA. «C’è stata la scelta indicativa di cambiare le regole contabili. Così come in America, così in Europa». La dichiarazione del ministro Giulio Tremonti è passata quasi inosservata nella conferenza stampa seguita all’Ecofin di Praga la settimana scorsa, ed è un vero peccato. Perché questa dichiarazione sembra davvero in forte controtendenza con quanto finora detto sulla necessità di trasparenza nei bilanci bancari e sull’intenzione, da parte del governi di proibire la troppa discrezionalità negli uffici finanziari. L’inquilino di via XX Settembre si sta infatti riferendo alla nuova formulazione del «Fasb 157-e», ovvero uno standard contabile che permette agli istituti di credito di avere maggiore discrezionalità nel determinare a che prezzo portare a bilancio alcune tipologie di titoli.

zerebbe se ci fosse un mercato attivo e in forma. Peccato che questo, oggi, non esista. Se passasse il principio dell’allentamento dei vincoli contabili durante la recessione, avremmo il peggio dei due mondi: contabilità a valore di mercato durante il boom (in modo da sopravvalutare la ricchezza) e a valore storico durante la recessione (in modo da conservare la sopravvalutazione prece-

Il nuovo strumento contabile di fatto permette di abbellire con numeri irreali quei bilanci altrimenti destinati a finire in rosso profondo

E il motivo è facilmente intuibile: il Fasb ha deciso di consentire alle banche di valutare beni che non hanno oggi mercato, e che quindi attualmente hanno un valore nullo, facendo finta che il valore di un’attività non sia quello che si può realizzare effettivamente nel mondo reale, ma quello che hanno a suo tempo pagato, cioè il valore che si realiz-

dente). In sostanza, quella che è stata portata nell’America della crisi dei mutui subprime è la cosiddetta contabilità creativa. Un trucchetto disonesto che permette di abbellire con numeri irreali bilanci altrimenti destinati a finire in rosso profondo, e con il rischio concreto che a quel punto gli azionisti comincino a chiedere conto a manager e amministratori delegati del loro operato. Sembra quindi curioso che l’Ecofin, e soprattutto un ministro che negli ultimi tempi si è dedicato alla fustigazione degli sporchi vizietti della globalizzazione finanziaria, oggi si schieri a favore di quei trucchetti.

Non solo: Tremonti, nella stessa conferenza stampa, ha anche chiesto all’Europa di fare in fretta. Non c’è niente da fare, quando vede la creatività applicata alla noiosa materia dell’economia, Tremonti non riesce a trattenere l’entusiasmo. Il fatto di creare una distorsione allocativa di lungo termine è un problema che non gli interessa. Oltre tutto, si disinteressa anche dei possibili effetti “perversi” dell’operazione: alcuni infatti affermano che il piano potrebbe - sopravvalutando gli asset delle banche rendere meno proficua la partecipazione al Tarp, il piano di sovvenzionamento delle banche tramite soldi pubblici (o meglio, tramite soldi privati garantiti da soldi pubblici), perché più il valore delle attività delle banche sale, meno chi compra guadagnerà dall’acquisto. Insomma, una serie di rischi a cui gli istituti di credito Usa vanno incontro, e che verrebbero ripetuti anche in Europa. Sbagliare è umano, perseverare è diabolico.

solo con un risultato superiore al 27%. E i due punti che mancano, in buona sostanza, se li vuole prendere dal povero Vendola. Qualche segnale incoraggiante d’altronde c’è: il Pd è in trend positivo e la stessa popolarità personale di Franceschini non fa che aumentare (d’altronde era parecchio bassa, prima), ma la decisione di non schierare i grossi calibri alle europee potrebbe essere un problema. Secondo i numeri in possesso dei democratici, il valore aggiunto dell’avere i big in lista si aggirerebbe tra l’1 e il 3% dei consensi. L’ultimo capitolo della strategia elettorale del romanziere di Ferrara è quello che riguarda Italia dei Valori: basta fair play, si attacca a testa bassa. L’idea da far passare non è nuova, ma efficace: Di Pietro e Berlusconi sono due facce della stessa medaglia. Un segnale di questa nuova linea comunicativa è stato l’attacco riservato domenica ai due: si candidano ma non andranno a Strasburgo, quindi i voti dati all’ex pm e al premier “sono voti buttati”. Il segretario ha due mesi per farcela e, se così fosse, quella del Pd diventerebbe davvero una lunga estate calda.


il paginone

pagina 12 • 8 aprile 2009

Università di Notre Dame invitò per caso il Senatore del vicino Illinois Stephen Douglas per conferirgli una laurea honoris causa nel 1858? Era l’anno in cui Douglas si impegnava nella difesa del principio di scelta: il diritto dei territori dell’Ovest di esprimersi tra il consentire la schiavitù o il mantenere la condizione di libertà vigente nei propri territori. Il suo rivale in uno dei più famosi dibattiti della storia americana era Abraham Lincoln, anch’egli originario dell’Illinois. In questa sede ed in ogni altro luogo, Lincoln enunciò una semplice proposizione fondata sul giusnaturalismo ed il diritto naturale: nessun individuo può assoggettarsi ed assoggettare altri alla schiavitù. Oltre a ciò, L’Unione stessa non è in grado di sopravvivere se versa per metà in condizioni di schiavitù e per l’altra metà in condizioni di libertà. Infine, la Dichiarazione di Indipendenza afferma in forma estremamente chiara che ogni essere umano è stato dotato dal proprio Creatore di un inalienabile diritto alla libertà. Lincoln auspicava che la terribile istituzione della schiavitù potesse essere stata spazzata via, stato dopo stato. Egli sosteneva che gli Stati Uniti, fondati sul diritto naturale, non potessero tollerare un’istituzione come la

L’

termini di identità, da entrambi i genitori.

Oggi la scienza si schiera dalla parte di quanti affermano che l’aborto ci priva di una vita umana dal momento stesso del concepimento. E la Dichiarazione di Indipendenza insiste sul fatto che ogni individuo possiede un naturale diritto alla vita. Vi sono però quanti continuano ad affermare che ciò che viene sottoposto ad aborto sia così piccolo e così privo di forma umana che possa essere trattato come una cosa, e che possa dunque essere semplicemente scartata. Per i sostenitori di tale concezione, la scelta della madre gode di priorità rispetto alla scelta dell’individuo, proprio come ai sensi del Piano Douglas la scelta dello stato gode di priorità rispetto alla libertà dell’individuo. Dubito fortemente che l’Università di Notre Dame conferirebbe mai una laurea honoris causa ad uno schiavista o ad uno dei fautori della schiavitù. E fino a poco tempo fa, ero certo che Notre Dame non avrebbe mai conferito tanto una laurea ad honorem quanto la sua più alta tribuna – il discorso in occasione della consegna dei diplomi – a quanti nel paese si dichiarassero tra i più ferventi sostenitori dell’aborto. Nelle sette settimane trascorse dall’inizio della

Gli Stati Uniti, fondati sul diritto naturale, non tollerano la segr

Ma Obama n

Il nuovo presidente si è reso protagonista di ogni possibile apertura nei confronti dell’interruzione di gravidanza, radendo al suolo ogni ostacolo che gli si presentava davanti schiavitù che così radicalmente li negava. Ciò che la questione della schiavitù e quella dell’aborto hanno in comune è la loro base nel diritto naturale. Così come ogni individuo è dotato dal Creatore del diritto naturale alla libertà, tanto più egli è dotato dal Creatore del diritto alla vita.

Quasi 40 anni fa (nel corso della campagna presidenziale del 1972) i giornalisti discutevano sull’autobus della stampa. Alcuni sostenevano che il sottoporsi ad un aborto non fosse molto diverso dal farsi rimuovere l’appendice o le tonsille. Altri invece affermavano che la scienza fosse dalla parte di quanti fossero favorevoli alla legalizzazione dell’aborto. Da allora, la scoperta del Dna ha reso ancora più evidente ciò che l’embriologia aveva già reso evidente; vale a dire che, sin dal momento del concepimento, l’organismo che si sviluppa all’interno dell’utero materno è umano. Esso non costituisce l’embrione di un cocker spaniel, di un cammello o di un asino. Inoltre, non solo è l’embrione di indiscutibile natura umana, ma il Dna gli conferisce altresì un’identità unica ed individuale. Esso non deriva unicamente dal padre, né tantomeno unicamente dalla madre. Esso costituisce un embrione umano distinto, in

sua presidenza, Obama si è reso protagonista di aperture nei confronti di ogni via all’aborto che gli si è presentata dinnanzi. Ha raso al suolo ogni ostacolo che si frapponeva alla diffusione di tale maligna istituzione del passato: la dottrina di Città del Messico, l’Emendamento Hyde, ed altro ancora. I sostenitori dell’aborto stanno ora esercitando pressioni nei confronti del Presidente al fine di abrogare il divieto contro tale orribile pratica, l’aborto a nascita parziale, ed anche il Born-Alive Act. Entrambe le leggi hanno avuto un impatto tremendo sulla coscienza pubblica circa le reali implicazioni dell’aborto. Nulla ha reso l’opinione pubblica più consapevole di quanto abbiano fatto indirettamente quegli individui vittime di tale pratica: la loro forma distinguibile, la loro capacità di sopravvivere, il loro estremo dolore. I nascituri sopravvissuti in qualche modo all’assalto per porre termine alla loro vita venivano gettati nella spazzatura, lasciati, tremanti e soli, a morire. In tutto il paese, non più del 15% della popolazione osa sostenere apertamente la pratica dell’uccisione di pargoli vivi, quantunque durante un parto podalico un attimo prima di nascere o in seguito ad un aborto malriuscito. I Democratici al Congresso hanno proseguito nell’iter di approvazione del

Dal “no” alla schiavitù al “sì” all’abor

di Michae Born-Alive Act senza porsi alcun problema.

I medici e gli infermieri sono stati spesso tormentati dall’incompatibilità insita in due compiti a cui viene loro richiesto di assolvere: in una stanza essi lavorano per tutta la notte al fine di salvare la vita di un nascituro nelle prime fasi del suo sviluppo; nella stanza accanto viene loro chiesto di porre immediatamente termine alla gravidanza di una madre e di conseguenza alla vita del suo bambino. A prescindere dall’orribile shock che si produrrà nelle loro coscienze, un tale trauma emozionale sembra essere un prezzo troppo alto per qualsiasi individuo. La clausola della libertà di coscienza protegge ora i medici e gli infermieri le cui coscienze si ribellano al concetto di aborto. Proprio come un tempo

gli abolizionisti si ribellarono contro la schiavitù, così ora le incontenibili emozioni di molti dottori ed infermieri gridano la propria protesta all’indirizzo dell’aborto ad ogni stadio dello sviluppo del nascituro. Il Presidente Obama ha affermato che abolirà tale protezione normativa al fine di tutelare la libertà di coscienza di dottori ed infermieri.

Kmiec e Kaveny rappresentano due tra i professori di estrazione cattolica che ci hanno spiegato come il Presidente Obama desidererebbe in realtà diminuire la percentuale di aborti mediante tali provvedimenti. E spero che essi abbiano una qualche voce in capitolo. Allo stato attuale risulta certamente difficile intravedere la possibilità che il Presidente frapponga un qualsiasi ostacolo alla

pratica dell’aborto. La trama di illusioni intessuta da Kimec e Kaveny sta alla base dell’invito esteso ai massimi proponenti dell’aborto nella storia dei presidenti americani a ricevere la più alta onorificenza dell’Università di Notre Dame. La difesa della schiavitù glielo avrebbe impedito. Le violente ingiurie nei confronti degli esseri umani ancora nell’utero non glielo impediscono? Kmiec e Kaveny sostengono altresì che il piano di riduzione della povertà da parte del Presidente Obama ridurrà la percentuale di aborti.

Una tale affermazione non sembra apparire empiricamente valida. Persino le famiglie più povere delle nostre grandi città spendono ogni anno somme più ingenti di quanto dichiarino nelle loro di-


il paginone

regazione degli esseri umani. Eppure negano il diritto alla vita

non è Lincoln

rto c’è una profonda rottura culturale

el Novak chiarazioni dei redditi. Esse godono di una quantità di denaro superiore rispetto ai poveri di due generazioni or sono, quando cioè il fenomeno degli aborti era molto più raro. La povertà non risulta oggi così accentuata, ma il tasso di aborti in alcune aree di dimensioni piuttosto ragguardevoli – come ad esempio Washington, D.C. – supera ora quello delle nascite. Per di più, le statistiche a nostra disposizione sugli aborti in America risultano distorte per il fatto che le donne di dolore costituiscono circa l’11% della popolazione femminile del paese, ma ricorrono alla pratica abortiva in una percentuale pari a più del 36% della percentuale totale di aborti negli Stati Uniti. Detto in altri termini, dei 47 milioni di bambini abortiti dal 1973, circa 16 milioni sono di colore. Se a quei bambini fosse stato consenti-

Lo ha confermato Ratzinger: anche tra i cattolici può esistere una legittima diversità d’opinioni sulla guerra e l’applicazione della pena di morte, ma non sull’aborto e l’eutanasia to di vivere, la popolazione di colore risulterebbe oggi più ampia del 50% rispetto alla sua consistenza attuale – circa 49 milioni di individui di colore rispetto ai 33 milioni d’oggi.

Pensate ai talenti che sono andati perduti. Pensate al contributo che tali individui avrebbero potuto apportare alle proprie famiglie ed alla propria nazione. Pensate a quanto più cospicui sarebbero oggi i nostri fondi per l’assistenza sociale, se quei 47 milioni di individui (di tutte le razze) che non han-

no mai visto la luce avessero raggiunto la maggiore età, avessero generato nuova ricchezza ed avessero contribuito economicamente a tali fondi. Estrapolando il tasso e le cifre relative agli aborti tra gli individui di colore, sarebbe interessante valutare quanto effettivamente una riduzione della povertà comporti una riduzione degli stessi. È la povertà a fare la differenza? O lo sono forse le gravidanze al di fuori del matrimonio? O qualche altro fattore? Qual è l’effettiva incidenza della povertà sugli aborti ad esempio tra

8 aprile 2009 • pagina 13

la popolazione bianca e quella asiatica? La percentuale tra le classi medie e quelle più istruite è aumentata dal 1973 ad oggi? Le donne relativamente benestanti del Boston College o della University of Notre Dame si sottopongono alle pratiche abortive in misura maggiore rispetto a tre decenni or sono? L’uscita degli individui da una condizione di povertà non implica necessariamente una diminuzione degli aborti.

Tuttavia, anche se esistono prove a sostegno di una correlazione tra riduzione della povertà e interruzioni di gravidanze, il Presidente Obama non include la riduzione della povertà tra le proprie essenziali priorità. Non è infatti questa la direzione verso cui punta la sua azione economica. Al contrario, ogni decisione da lui presa relativamente all’ambito economico sin dall’inizio della sua presidenza sembra rivolgersi più che altro allo strangolamento dell’attività economica, alla perdita di fiducia da parte dell’imprenditoria, alla punizione per quanti abbiano creato lavoro, per gli investitori e gli imprenditori. Non vi potranno essere, ahimè, nuovi dipendenti senza datori di lavoro; e nessun nuovo impiego senza investimenti di capitali. Uno dei grandi risultati conseguiti dalla presidenza Clinton fu la firma del Welfare Reform Act, che definì un orizzonte temporale entro cui destinare i sussidi e pretese il lavoro da parte di quanti fossero adatti a ed in grado di farlo. In breve tempo, le richieste di sussidi diminuirono visibilmente nella maggior parte degli stati (nell’ordine di un terzo o anche più). E gli osservatori fecero notare come il morale tra la popolazione lavoratrice fosse di gran lunga più alto rispetto a prima. Quanti in precedenza non provavano alcun orgoglio nel richiedere l’assistenza statale, provarono il vero orgoglio insito nella loro nuova indipendenza economica. Il Presidente Obama ha promesso che farà abrogare tale provvedimento. E ciò solleverà il morale, ridurrà la dipendenza, farà diminuire il tasso di aborti? La ragione e l’esperienza inducono allo scetticismo. Un altro argomento addotto da parte della scuola Kmiec-Kaveny a sostegno dell’operato di Obama è rappresentato dal fatto che egli porrà fine al conflitto in Iraq, che essi giudicano illegale e, di riflesso, maligno. Per ciò che concernono i fatti, appare assodato che l’azione militare condotta dal Presidente Bush abbia prodotto una vittoria ottenuta con fatica (e non necessariamente duratura) contro gli irriducibili sostenitori di Saddam, contro “Al Qaeda in Iraq”, contro gli infiltrati iraniani ed altri attentatori omicidi e terroristi assortiti provenienti dallo Yemen e dalla Siria. Le depredazioni perpetrate da tali movimenti di matrice fascista nei confronti degli iracheni democratici hanno innescato la miccia della repulsione tra le vittime. Una fero-

ce ribellione contro Al Qaeda si è prodotta tra gli alleati di un tempo. I ribelli si sono uniti con i partiti democratici sciiti e hanno sostenuto gli americani nelle fasi finali della loro precaria vittoria. Per di più, il tanto deriso surge del Generale Petraeus ha sortito effetti magnifici. Ed ancora più impressionante è stato il fatto che la democrazia del nuovo Iraq sembra crescere lentamente ma costantemente di bene in meglio. La violenza a Baghdad si attesta a livelli più bassi che a Chicago – sebbene, lo ammetto, Chicago non sia stata testimone di bombardamenti che abbiano causato 20 o 30 vittime. L’Iraq odierno può vantarsi di essere certamente la più grande democrazia tra gli stati arabi. Esso si colloca sicuramente più in alto dell’Iran, della Siria e di altri suoi vicini, persino più in alto di quell’Egitto dall’altra parte Mediterraneo. Rifioriscono le speranze di una maggiore tutela dei diritti umani, di una maggior emancipazione e di un maggior accesso all’istruzione per le donne, e di un nuovo orizzonte di libertà di culto. Una volta messo pienamente al corrente dei dati attualmente a disposizione sui gruppi terroristici, sull’Iraq e sull’Iran, il Presidente Obama è stato spinto dai fatti ad allinearsi alle posizioni del Presidente Bush, generando sgomento in buona parte della sinistra. Obama ha ammesso che un contingente forte di 50mila marines e soldati rimarrà di stanza in Iraq (come in Corea del Sud) fino all’inizio del 2012. Infine, il Cardinale Ratzinger ha assestato un colpo alla disputa iniziata dal duo Kmiec-Kaveny circa la relativa importanza morale di questioni quali la guerra, la povertà, la pena capitale e l’aborto. Nella sua famosa lettera ai vescovi americani nel corso delle elezioni del 2004, egli scrisse: «Non tutte le questioni morali hanno lo stesso peso dell’aborto e dell’eutanasia. Sebbene la Chiesa esorti le autorità civili a ricercare la pace, e non la guerra, e ad usare discrezione e pietà nell’imporre la punizione ai criminali, può essere lecito imbracciare le armi al fine di respingere un aggressore o fare ricorso alla pena capitale. Può esistere una legittima diversità d’opinioni anche tra i Cattolici circa la possibilità di muovere guerra ed applicare la pena di morte, ma non riguardo all’aborto ed all’eutanasia». Rispetto Doug Kmiec, Cathleen Kaveny ed altri per essersi dichiarati pubblicamente a sostegno della linea di Obama, la qual cosa ricalca le loro posizioni sul conflitto in Iraq e le loro strategie e tattiche volte a ridurre gli aborti negli Stati Uniti e nel resto del mondo. Ma le argomentazioni a sostegno delle loro tesi non appaiono persuasivi. Ed ancora più deboli sono risultate le argomentazioni sostenute dal rettorato dell’Università di Notre Dame quando ha deciso di conferire una laurea honoris causa a Obama.


mondo

pagina 14 • 8 aprile 2009

Cuba. Un articolo del Lider Máximo su “Granma“ risponde a Obama mentre sette parlamentari americani sono in missione a L’Avana

La lobby dell’Havana club Fidel apre al confronto con Washington ma teme per la sorte del rum “nazionale” di Maurizio Stefanini opo le prime mosse fatte dal Congresso degli Stati Uniti, adesso entrambi i fratelli Castro rispondono alle aperture in maniera impegnativa. Ma il segnale più importante che qualcosa si sta muovendo tra Washington e L’Avana viene forse dal rum. Andiamo però con ordine. A quasi un mese dall’approvazione della legge finanziaria che rende più flessibile la normativa sui viaggi di esuli cubani nell’isola, dopo che mercoledì scorso in Senato era stata presentata una proposta per liberalizzare del tutto il permesso di ingresso a Cuba per tutti i cittadini americani, venerdì una delegazione di sette congressisti democratici, tutti dell’integruppo afro-americano, è arrivata in visita all’Avana. Lo stesso giorno, va sottolineato, in cui Obama a sua volta parlava dell’imminente abolizione dei residui divieti in materia di visite ai familiari e invio di rimesse da parte dei cubano-americani. E lunedì lo stesso Raúl ha parlato con gli ospiti, esprimendo loro la sua disponibilità a “dialogare su qualsiasi questione”. Uniche condizioni: «l’eguaglianza sovrana degli Stati e l’assoluto rispetto all’indipendenza nazionale e al diritto inalienabile di ogni popolo alla determinazione». Il che, in realtà, è ancora un modo di dire e non dire. La richiesta Usa di libere elezioni, che è poi praticamente l’unico requisito richiesto per la revoca dell’embargo, rientra anch’essa tra le “qualsiasi questioni”su cui dialogare? Oppure il mantenimento del partito unico è componente irrinunciabile di sovranità nazionale e diritto all’autodeterminazione? Certo, finché non si prova non si potrà mai saperlo… I sette, comunque, hanno dichiarato la loro intenzione di lavorare per la normalizzazione delle relazioni. E il comunicato, reso noto ieri, ha parlato di «ampio intercambio di pareri» sulla «possibile futura evoluzione delle relazioni bilaterali e dei vincoli economici, dopo l’arrivo al potere della nuova Amministrazione statunitense». All’incontro hanno partecipato anche il presidente del parlamento cubano Ricardo Alarcón, il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez, il membro del bureau politico del Partito Co-

D

I passaggi più significativi dell’editoriale

Dialogare con il nemico è l’unica via per la pace di Fidel Castro Ruz l Senatore Richard G. Lugar ha esortato il presidente Obama a nominare un inviato speciale per avviare un dialogo diretto con il governo comunista dell’isola. «I quasi 50 anni d’embargo economico contro Cuba - afferma Lugar - collocano gli Stati Uniti in contraddizione con il resto dell’America Latina, dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite e «minano fortemente la nostra sicurezza ed i nostri interessi politici nell’Emisfero Occidentale».

I

Lugar, capogruppo repubblicano della commissione Esteri del Senato, si trova alla testa di un grande movimento che auspica una nuova politica e che comprende la Camera di Commercio Usa, gruppi imprenditoriali, rappresentanti statali e gruppi dei diritti umani. Una maggioranza bipartitica del Congresso ha votato in più occasioni a favore dell’alleggerimento delle restrizioni ai viaggi e ad altri contatti con Cuba, nonostante durante l’amministrazione Bush le misure siano fallite dopo le minacce dei veti presidenziali. Ora, se il presidente Obama percorre il mondo affermando che è necessario stanziare fondi per uscire dalla crisi finanziaria, garantire il diritto alla casa e all’impiego ai milioni di lavoratori statunitensi e non che lo stanno perdendo, fornire a tutti i cit-

tadini salute ed educazione di qualità, come è possibile conciliare tutto ciò con l’embargo verso Cuba? E ancora: la droga costituisce oggi uno dei più gravi problemi di questo emisfero ed in Europa. Nella lotta contro il narcotraffico ed il crimine organizzato, stimolato dall’enorme mercato degli Stati Uniti, i Paesi latinoamericani perdono ogni anno 10mila persone, oltre il doppio di quelle perse dagli Stati Uniti nella guerra in Iraq. Il loro numero cresce e il problema è molto lontano dalla soluzione.

Questo fenomeno qui non esiste. E in questo settore, così come nella lotta contro l’emigrazione illegale, i guardacoste nordamericani e cubani cooperano da anni. Nessun statunitense, d’altra parte, è morto a causa d’azioni terroristiche provenienti dal nostro Paese, perché non sarebbero attività qui tollerate. La Rivoluzione cubana, che il blocco e la “guerra sporca” non hanno potuto distruggere, si basa su principi etici e politici; è per questo motivo che è stata capace di resistere. Non pretendo d’esaurire il tema. Lungi da ciò, ometto in questa riflessione il danno che ha causato al nostro Paese l’atteggiamento arrogante degli Stati Uniti contro Cuba. E uso invece l’argomento del senatore Lugar: «Le misure degli Stati Uniti contro Cuba, durante quasi mezzo secolo, costituiscono un totale fallimento». Non è necessario enfatizzare quello che Cuba ha sempre detto: non temiamo il dialogo con gli Stati Uniti. Ma non abbiamo bisogno nemmeno del confronto per esistere. Dialogare con l’avversario va bene. È l’unica via per cercare l’amicizia e la pace tra i popoli.

In apertura: vita quotidiana a L’Avana. In basso, Barack Obama e, nel riquadro, Fidel Castro. A sinistra, suo fratello Raul, al potere dallo scorso anno munista Pedro Sáez e il capo della Sezione di Interessi di Cuba a Washington, Jorge Bolaños. Insomma, era impegnato tutto l’apparato.

Raúl, però, già da tempo stava facendo offerte del genere. La novità è che l’incontro era stato preceduto domenica da un articolo di“Riflessioni” dello stesso Fidel Castro, che fino a quel momento era sembrato sempre voler smorzare subito ogni segnale del genere, e che invece ha ora dato in qualche modo il suo imprimatur, seppure ammortizzato dai più ideologici distinguo. «Non è necessario enfatizzare quello che Cuba ha sempre detto: non temiamo il dialogo con gli Stati Uniti», ha scritto il vecchio líder máximo. «Non abbiamo bisogno nemmeno del confronto per esistere, come pensano alcuni stupidi; esistiamo proprio perché crediamo nelle nostre idee e non abbiamo mai temuto di dialogare con l’avversario. È l’unica forma di cercare l’amicizia e la pace tra i popoli». Fidel ha inoltre citato con entusiasmo la recente relazione con cui il capogruppo repubblicano alla Commissione Esteri del Senato Richard G. Lugar ha chiesto la revoca dell’embargo, in quanto inutile al raggiungimento degli scopi da esso perse-


mondo

8 aprile 2009 • pagina 15

Diritti umani, esuli cubani, Guantanamo e lista nera

Ma su quattro temi gli Usa non cederanno di Luisa Arezzo on facciamo confusione: le relazioni fra gli Usa e Cuba sono virtualmente inesistenti. C’è una missione Usa all’Avana, ma non ha praticamente contatti con il governo cubano. Dal 1961, la posizione ufficiale statunitense ha sempre teso a due obiettivi: l’embargo e l’isolamento politico. E l’amministrazione Bush ha inasprito ancor di più entrambi, riducendo il permesso degli esuli a far ritorno alle proprie famiglie a una volta ogni 3 anni per un massimo di 2 settimane e consentendogli una rimessa economica di 300 dollari all’anno (nel 2004 era di 3mila dollari). Obama aveva promesso di cambiare queste limitazioni e lo ha fatto il 10 marzo scorso, consentendo una visita annuale, mentre il dipartimento di Stato sta effettivamente lavorando al dossier Cuba con Thomas Shannon, uno dei consiglieri di Hillary Clinton. Dal 2000 ad oggi, tuttavia, il governo Usa ha emendato una sola volta l’embargo: nove anni fa ha concesso una ”finestra” per gli aiuti all’agricoltura, e solo lo scorso anno il giro d’affari è stato di 710 milioni di dollari. Un dato che fa riflettere, se si pensa che nel 2001 questo era pari a zero. A recedere dagli aiuti, solo gli Stati del Nebraska, dell’Oklahoma e del Texas. Mentre altri provvedimenti di alleggerimento dell’embargo sono fermi al Congresso da anni. Attenzione però: a premere affinché questi continuino a giacere nel cassetto, è soprattutto la comunità cubana esule negli Stati Uniti, soprattutto in Florida, che si oppone a un’apertura verso Cuba fintanto che il regime castrista non sarà caduto.Viceversa, si sta creando un fronte Cuba-America che tende a ritenere fallimentare l’embargo; un movimento che vede il senatore repubblicano Richard Lugar in prima linea nella battaglia. Non dimentichiamo, infatti, che mettere fine alle sanzioni economiche è possibile solo con l’avallo del Congresso. E che quest’ultimo, totalmente discorde al riguardo, è capitanato dai repubblicani Lincoln Diaz-Balart e Ileana RosLehtinen, entrambi eletti in Florida. Insomma, la possibilità che a breve possano essere riattivati dei canali diplomatici è pari a zero. Al massimo, come sugellato dal Congresso il 10 marzo, è possibile intervenire su alcuni “dettagli”, null’altro. E questo perché vige un’incompatibilità di fondo fra i due Paesi, sintetizzabile in poche parole: gli Usa vogliono il crollo del regime, Cuba che quest’ultimo sopravviva il più a lungo possibile. Felix Martin, direttore del dipartimento di studi cubani alla Florida International University, invita anche a non sottovalutare l’ispirazione che il compagno Fidel offre a molti governi dell’America Latina, il Venezuela di Chavez (che ha stretto legami fortissimi con i fratelli Castro) e la Bolivia di Morales in testa.

N

Il prossimo vertice delle Americhe, in agenda a metà aprile a Trinidad e Tobago, servirà a capire se il disgelo è in atto. Al momento, Castro ha definito la bozza della dichiarazione finale «inammissibile» guiti. Ha parlato della straordinaria occasione offerta dal prossimo vertice delle Americhe in agenda dal 17 al 19 aprile a Trinidad e Tobago. Ha offerto la propria cooperazione su temi come la lotta al narcotraffico, all’immigrazione illegale e al terrorismo. Su narcotraffico e immigrazione illegale, ha ricordato, già «i guardacoste nordamericani e cubani cooperano da molti anni». Ed ha aggiunto che «nessun statunitense, d’altra parte, è morto a causa d’azioni terroristiche provenienti dal nostro Paese, perché non sarebbero attività tollerate». Dopo aver scritto l’articolo ha però incontrato il presidente nicaraguense Daniel Ortega, in visita anche lui. E con il leader sandinista ha sparato contro la bozza di Dichiarazione Finale del vertice di Trinidad e Tobago, da lui definita «inammissibile». Non manca in effetti qualche analista che invita Obama a scoprire il gioco proprio invitando Cuba a rientrare nell’Organizzazione degli Stati americani, e a sottoscrivere così una carta di principi del tutto in contraddizione col modello politico castrista.

Si diceva però del rum. Proprio la settimana scorsa, un giudice federale Usa ha respinto un ricorso del governo

cubano che ha riattualizzato l’annosa guerra tra Havana Club e Bacardi. Il primo, rum di regime che Fidel Castro ha costruito a partire dagli stabilimenti della Bacardi nazionalizzati: fusi con la marca meno importante di Havana Club, anch’essa nazionalizzata, quando un tribunale inglese accolse il ricorso contro l’usurpazione del marchio da parte della Bacardi, sopravvissuta grazie ad alcune distillerie all’estero. Distribuito a livello internazionale dalla francese Pernod Ricard con gran scialo di pubblicità, Havana Club non ha però rinunciato a creare un’etichetta Bacardi offerta sul mercato isolano. A sua volta, anche Bacardi ha comprato dagli eredi in esilio il marchio Havana Club e lo vende in Florida, profittando del fatto che l’embargo impedisce l’arrivo della marca castrista. Se però l’embargo saltasse i due Havana Club potrebbero ritrovarsi l’uno contro l’altro, e per questo il governo cubano ha provato a mettere le mani in avanti. Il che mostra appunto come si stiano aspettando evoluzioni imminenti: anche se per il momento la magistratura Usa ha ancora dato ragione a Bacardi.

Chiarito il quadro, sono tre le issues principali che dovrebbero essere risolte prima di avviare qualsiasi processo di normalizzazione: 1. Diritti Umani; 2. Guantanamo; 3. La comunità cubana in esilio. Primo punto: nel 2003 il governo cubano ha arrestato 75 persone, fra dissidenti e giornalisti, condannandoli a 28 anni di prigione con l’accusa di complottare assieme agli Usa contro il regime. La Cuban Commission for Human Rights and Na-

tional Reconciliation, una Ong di stanza all’Avana, sostiene che da allora la stretta del governo è sempre più forte: intimidazioni, perdita del lavoro e della casa (e infine la prigione) sono le armi adottate per imbavagliare qualsiasi forma di opposizione. Nel 2005 la Commissione per i Diritti Umani dell’Onu ha condannato il record negativo di abusi segnato da Cuba, ciononostante nel 2006 il Paese è stato ammesso allo Human Rights Council dell’Onu. Sul punto 2, Guantanamo, è già stato scritto tutto, e Obama ha già reso nota la sua intenzione di chiudere il campo di prigionia entro l’anno. Ad essere scettici, al riguardo, sono moltissimi. La comunità cubana in esilio, ov-

A opporsi al riavvicinamento è soprattutto la comunità cubana della Florida, che non vuole alcuna apertura finché il regime castrista resterà in carica vero il punto 3, è un tema delicato per gli Usa: fortissimi in Florida, si oppongono a qualsiasi apertura al regime e possono determinare il sostegno dello Stato nelle elezioni presidenziali. Tanto che alle ultime elezioni Obama se lo è aggiudicato - rispetto al generale consenso riportato - solo per il 51% dei voti. In più, tassello da non scordare, Cuba è ancora nella lista nera degli Usa per il suo sostegno alle Farc e all’Eln colombiane e all’Eta spagnola. E questo è ovviamente contestato sia da Fidel che da Raul Castro. Quest’ultimo, poi, è unanime parere che non abbia avviato alcun cambiamento radicale da quando è salito al potere. Anzi. L’ultimo siluro in seno al governo, costato la poltrona a due ministri della vecchia guardia, ha confermato quest’impressione. All’orizzonte, dunque, nulla di più di un timido dialogo.


quadrante

pagina 16 • 8 aprile 2009

Grozny “auspica” il delitto d’onore Il presidente ceceno si pronuncia a favore dell’islam radicale. E Mosca richiama le truppe di Ilaria Ierep e nuove posizioni ultra-islamiche espresse dal presidente filorusso della Cecenia, Ramzan Kadyrov, (che comprendono lo sdoganamento di pratiche barbare come la poligamia e il delitto d’onore) sono sempre più numerose e mettono in luce le contraddizioni all’interno della Repubblica caucasica. Le ultime dichiarazioni, che definiscono “auspicabile” l’uccisione di chi getta disonore sulla società islamica, hanno il tratto di editti personali del presidente, utili per far leva sulla popolazione locale. In realtà Kadyrov aspira più alla dittatura personale che a quella dell’islam. L’aspetto religioso, infatti, appare più funzionale alla sua legittimità interna, invece che a una effettiva vocazione islamica. Questa doppia valenza è dovuta al suo particolare legame con il Cremlino. È l’uomo scelto nel 2007 dall’allora presidente Putin con l’incarico specifico di normalizzare la situazione interna cecena mantenendo al contempo saldo il controllo di Mosca su un territorio di fatto sotto la sua giurisdizione. A questa evoluzione della politica interna cecena fa da contraltare la nuova linea di politica estera che la Russia sembra intenzionata a riservare alla Repubblica autonoma. A questo proposito, sembra che la fine ufficiale del capitolo putiniano del conflitto ceceno sia dietro l’angolo. Da qualche giorno, infatti, il Comitato nazionale antiterrorismo sta valutando la decisione di chiudere l’operazione lanciata dalle

L

IL PERSONAGGIO

truppe russe in Cecenia nel 1999. La proposta è giunta direttamente dal capo del Cremlino Medvedev, ritenendo che la situazione nella Repubblica autonoma sia nettamente migliorata, con un grado di stabilizzazione tale da non giustificare più un regime di guerra permanente. In concreto, il presidente russo ha chiesto la fine dello stato di emergenza nella Repubblica caucasica e il conseguente ritiro di parte delle forze dispiegate da Mosca in loco. L’operazione antiterrorismo in Cecenia è giunta alla fase finale attraverso un progressivo processo di normalizzazione diretto dallo stesso Putin. Nuova Costituzione, nuovo presidente, nuova Assemblea legislativa.

In queste tre tappe si è realizzata la fine delle aspirazioni indipendentiste di Grozny, in cambio di un ampio margine di manovra di

è cieca. Secondo Medvedev, Mosca resterà comunque pronta a un intervento di sicurezza in qualsiasi momento, entrando in azione in Cecenia, se necessario, così come in tutte le altre Repubbliche del sud dove permanga una minaccia di atti terroristici.

La mossa avviata dalla Russia sembra rivestire un duplice significato. Dal punto di vista politico, il Cremlino sancisce la normalizzazione perseguita da Putin e sfociata in un patto di ferro tra Mosca e i poteri locali. Dal punto di vista economico, come fanno notare fonti del Ministero dell’Interno russo, la fine delle operazioni militari permetterà di ritirare un ingente numero di soldati ancora dispiegati in Cecenia, andando così a intervenire su un aspetto nodale in tempi di crisi economica. Crisi che, secondo la Banca Mondiale, causerà alla Russia nel 2009 un crollo di almeno il 4,5 per cento del Pil. Ripensando la presenza russa in Cecenia, il pericolo è che Kadyrov accresca ancora di più i tratti assoluti del suo potere, come dimostrano le dichiarazioni di questi giorni. Il Caucaso settentrionale resta la regione più instabile e turbolenta della Federazione russa e che la guerriglia di matrice islamica alimenta importanti focolai di crisi nelle vicine Repubbliche dell’Inguscezia e del Daghestan. Per questo motivo, il ridimensionamento delle truppe russe non va visto come un principio di ritiro effettivo. Sarà interessante vedere, quindi, se le forze di sicurezza locali saranno in grado di supplire al vuoto lasciato da Mosca onde evitare che lo stesso non venga colmato dall’islamismo radicale.

L’operazione antiterrorismo nel Paese si è chiusa dopo che Putin ha cambiato con la forza Costituzione, presidente e Assemblea legislativa Mosca negli affari interni della Repubblica. Con la fine delle operazioni militari contro i terroristi, verrebbero smobilitati 20mila dei circa 50mila militari russi attualmente dispiegati in Cecenia. Resteranno la 46esima brigata delle truppe interne e la 42esima divisione motorizzata dell’Esercito. Entrambi questi reparti sono dislocati nell’area su base permanente, come avviene in altre regioni della Federazione Russa, e risultano quindi esclusi da un’eventuale decisione sulla fine dell’operazione antiterrorismo. In questo modo si ribadisce che la Cecenia resta a tutti gli effetti parte del territorio russo e che la fiducia riposta dal Cremlino nei confronti di Kadyrov non

*Analista Ce.S.I.

Dara Singh. Condannato all’ergastolo per aver dato fuoco e ucciso un missionario e due bambini, è candidato alle politiche nell’Orissa

L’India inventa il “presidente assassino” di Massimo Fazzi ara Singh è uno dei personaggi più controversi delle prossime elezioni dell’Unione indiana. Nonostante sia stato condannato all’ergastolo per aver bruciato vivo un missionario protestante australiano e i suoi due figli - di 7 e 9 anni - mentre dormivano in un’auto, si è infatti candidato come indipendente alle prossime elezioni provinciali in Orissa, nel distretto di Keonjhar. Singh, il cui vero nome è Rabindra Kumal Pal, è stato condannato a morte il 22 settembre 2003 dalla Corte provinciale dell’Orissa. Nella sentenza, l’uomo viene giudicato colpevole di aver guidato l’attacco nel distretto di Keonjhar che, il 23 gennaio 1999, aveva portato alla morte del missionario australiano Graham Staines, bruciato vivo insieme ai suoi figli di 7 e 9 anni mentre dormiva in una macchina. La Corte aveva anche imprigionato 12 uomini definiti suoi complici. L’Alta Corte dello Stato orientale ha commutato il 19 maggio del 2005 la sentenza di Singh in ergastolo ed ha rilasciato 11 degli altri accusati. Il 19 ottobre del 2005, la Corte Suprema dello Stato ha inoltre accettato il ricorso di Singh, che chiede una riduzione della pena. Nell’istanza presentata alla Corte Suprema, l’omicida - che fa parte di un gruppo di nazionalisti indù - dice di essere «totalmente innocente» e definisce la sua pena «ingiusta, perché basata su prove circostanziali e testimonianze non di-

rette». Sono stati i suoi sostenitori a presentare la candidatura dell’omicida: sono numerosissimi, infatti, coloro che lo ritengono un eroe e che continuano a sostenere la sua attività politica. Strenuo sostenitore dell’Hindutva (la cultura nazionalista e fondamentalista indù) e feroce oppositore delle conversioni al cristianesimo, Dara è coinvolto in diversi processi, tra cui quelli per gli assassinii del sacerdote cattolico Arul Doss e del commerciante musulmano Sheikh Rehman. Entrambi avvenuti nel 1999, durante le rivolte indù nel distretto di Mayurbhanj (Orissa).

D

La decisione di entrare in politica è stata applaudita dai suoi sostenitori, che ora chiedono la revisione della pena

Il cardinale Oswald Gracias, arcivescovo di Mumbai, ha accolto la notizia «con profonda tristezza». All’agenzia AsiaNews confessa la sua preoccupazione, perché il fatto «non annuncia nulla di buono per il futuro del nostro Paese. La nostra democrazia ha bisogno di leader che lavorino per la salvaguardia della Costituzione, per salvaguardare l’unità, la pluralità multietnica e multilinguistica dell’India, leader che siano puliti e lavorino per la comune armonia e lo sviluppo del popolo». Ma le prossime politiche indiane sembrano invece avviarsi verso uno scontro senza precedenti fra i due maggiori partiti, il Bjp - di stampo nazionalista - e il laico Congress. Con alcune, preoccupanti sorprese come Dara Singh.


quadrante

8 aprile 2009 • pagina 17

Proteste per presunti brogli elettorali Muore una donna, decine di feriti

Emessa l’attesa sentenza della Corte Suprema peruviana

Moldavia, anticomunisti assaltano il Parlamento

Fujimori colpevole di genocidio e sequestro

arlamento in fiamme, lanci di pietre contro il palazzo presidenziale, una donna morta asfissiata e decine di feriti. Chisinau, capitale della Moldavia, precipita nel caos. All’origine dei disordini di piazza la manifestazione dell’opposizione, indetta dal Partito liberal-democratico per contestare i risultati delle legislative di domenica scorsa che hanno segnato la vittoria dei comunisti. Il leader liberal-democratico, Vladimir Filat, ha dichiarato di essere pronto a tutto, «anche all’uso dei metodi forti» per ottenere l’annullamento del voto. E le autorità, dopo aver aperto al riconteggio delle schede, hanno congelato l’ipotesi dopo che il Consiglio d’Europa ha ammonito che «il risultato del voto non è in discussione». I manifestanti hanno fatto irruzione nella sede della presidenza e del parlamento. Le agenzie di stampa russe riferiscono di disordini diffusi e scontri con la polizia. Gli oppositori - circa 10mila - hanno letteralmente travolto il cordone degli agenti, che ha tentato invano di bloccarli azionando anche idranti. Il bilancio della rivolta è di una vittima e decine di feriti, sia civili che agenti di polizia. Un incendio è scoppiato nella sede del Parlamento, mentre i comunisti moldavi, che hanno vinto le elezioni di domenica scorsa, denunciano «un tentativo di colpo

LIMA. L’ex presidente peruvia-

P

Obama a Baghdad: «Ancora molto da fare» «In Iraq servono altri 18 mesi per uscire dal tunnel» di Vincenzo Faccioli Pintozzi n Iraq «c’è ancora molto da fare. I prossimi 18 mesi potrebbero essere molto critici per il Paese, che deve però rialzarsi da solo». Lo ha detto ieri il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che in una deviazione decisa all’ultimo momento è atterrato a Baghdad dopo i due giorni di visita ufficiale in Turchia. Parlando con i giornalisti, il democratico ha ammesso che il lavoro delle forze americane alla foce del Tigri «non è finito. Abbiamo passato molto tempo a cercare di fare le cose bene in Afghanistan, ma qui c’è ancora molto da fare». L’inquilino della Casa Bianca ha poi riconosciuto «i progressi significativi fatti nel settore della sicurezza in Iraq». Il presidente ha spiegato che fra le ragioni della sua visita c’è la volontà di ringraziare le truppe americane: «Stanno facendo un lavoro straordinario. Il generale Odierno sta contribuendo a condurre un’operazione molto efficace». In vista delle prossime elezioni generali, Obama ha espresso «preoccupazione» per la stabilità politica del Paese, su cui tuttavia pone molte speranze: «Per noi è importante usare tutta la nostra influenza per incoraggiare le parti a risolvere le questioni in un modo che sia equo e credo che la mia presenza qui possa dare un contributo». Il presidente americano ha quindi incontrato il generale Ray Odierno, a capo del contingente militare americano nel Paese, e a bordo di un Suv ha visitato Camp Victory, quartier generale delle truppe statunitensi. Obama ha parlato davanti a circa 600 soldati dei 139mila di stanza in Iraq, dieci dei quali saranno insigniti della medaglia al valore militare. Alle truppe ha spiegato che «finché io sarò alla Casa bianca avrete tutto il sostegno necessario».

I

Alla fine dei 19 mesi, dovrebbe restare un contingente di circa 50mila unità. L’attività diplomatica di Obama, che si è reso protagonista di un’insolita apertura al mondo islamico nel corso del suo discorso al Parlamento di Ankara, ha incassato il plauso del dittatore libico Gheddafi. Secondo il leader di Tripoli, il democratico è «un faro di luce nell’oscurità dell’imperialismo». La nuova strategia dell’amministrazione Usa nei confronti del Medioriente e dell’islam, ha aggiunto, «oscura l’arroganza dei suoi predecessori».

In un discorso alla radio libica, Gheddafi ha spiegato che fino a ora i discorsi del nuovo presidente sono stati «ragionevoli e hanno rotto con l’arroganza degli ex presidenti Usa. Questo nuovo presidente sarà ucciso come è successo a Lincoln, Kennedy e a Luther King». Altre lodi a Obama sono arrivate sempre ieri da tutto il mondo arabo: il ministro degli Esteri egiziano, Ahmed Abul Gheit, ha detto che quello turco «è il primo grande passo verso l’allentamento delle tensioni degli scorsi anni tra musulmani e Occidente. Il conflitto israelo-palestinese e l’occupazione dei territori costituiscono una delle principali cause di tensione nel mondo che alimenta l’estremismo e il terrorismo». Soddisfazione è stata espressa anche dall’Autorità palestinese e dal ministro degli esteri siriano, Walid Muallem, che ha definito «importante» la nuova strategia Usa. Parole di elogio anche sui media arabi: il quotidiano Asharq al Awsat ha sottolineato la buona volontà del presidente Usa di «ricostruire le relazioni tra Occidente e mondo arabo», mentre il quotidiano saudita al Riyadh ha ribattezzato il leader americano “il modesto”: «Obama è un nuovo fenomeno americano che riflette il vero volto del Paese, quello di voler appianare le differenze attraverso la cooperazione e senza arroganza o sfoggio di potere».

Soddisfazione del mondo arabo per le aperture all’islam. E Gheddafi minaccia: «Sarà ucciso come Kennedy»

di stato». Secondo il presidente moldavo, Vladimir Voronin le proteste hanno l’obiettivo di destabilizzare il Paese: «Mettere in dubbio il risultato elettorale è solo un pretesto. Ho appena discusso la situazione con il segretario della Commissione elettorale centrale. Non ci sono ancora i risultati finali delle elezioni - ha spiegato il capo di Stato - non possiamo fare un’analisi finale. Quello che conta è evitare ulteriori destabilizzazioni». Il capo della diplomazia europea, Javier Solana, si è detto «molto inquieto» per le violenze scoppiate a Chisinau e ha chiesto di porre fine ai disordini e ripristinare la calma nella capitale della repubblica ex sovietica.

no, Alberto Fujimori, è stato riconosciuto colpevole di aver ordinato due massacri e due sequestri di persona. È il verdetto di primo grado emesso ieri dalla Corte Suprema del Perù. Si conclude dunque una vicenda che ha coinvolto un anno di prigione, una condanna a sei anni per abuso di potere, centinaia di sessioni processuali e un centinaio di testimonianze. La procura generale aveva chiesto per l’ex presidente una condanna a 30 anni: le accuse lo vogliono il mandante di due massacri ai danni di presunti sovversivi, nei quali persero la vita 25 persone tra il ’91 e il ’92 e del sequestro di un giornalista e di un imprenditore. Tre episodi della “guerra sporca” contro il terrorismo del gruppo Sendero

La nuova amministrazione americana ha già annunciato un piano di disimpegno progressivo dall’Iraq nell’arco di 18-19 mesi. Un ritiro lento fino alle elezioni del prossimo anno, che poi subirà un’accelerazione nel 2010.

Luminoso dei quali l’ex capo di Stato ha ribadito di non sentirsi responsabile. Fujimori ha tentato in ogni maniera di rendere “politico” il processo ai suoi danni, scaricando ogni responsabilità sui vertici militari e utilizzando come principale strumento di difesa il fatto di aver «pacificato» il Paese latinoamericano insanguinato da una guerra intestina violentissima. Un successo che gli stessi cittadini peruviani non esitano a riconoscergli e che ha portato centinaia di persone a manifestare in suo sostegno nel corso del processo. Fujimori, 70 anni, ha governato dal 1990 al 2000. Il suo decennio al potere è stato caratterizzato da una corruzione diffusa capillarmente e da una politica della sicurezza spesso lontana dal rispetto dei diritti umani. Subito dopo la fine del terzo mandato, l’ex capo di Stato è fuggito in Giappone, suo Paese d’origine. Un escamotage che non gli ha permesso di sfuggire alla giustizia peruviana che ha dato il via a una serie di processi in contumacia nei suoi confronti. La sua latitanza si è conclusa nel 2005, quando durante un viaggio in Cile è stato arrestato su ordine della magistratura di Lima.


cultura

pagina 18 • 8 aprile 2009

Reportage. Sono rimasti pochi brandelli di cemento in memoria del 1989: una ferita (anche architettonica) mai completamente rimarginata

Il Muro della libertà Berlino si prepara a festeggiare i vent’anni dalla caduta di un simbolo ormai quasi sparito, ma da restaurare di Andrea D’Addio

BERLINO. Eric Honecker e Leonid Breznev non si baciano più. Non almeno sul muro di Berlino, non ora. Dalla scorsa domenica infatti buona parte di quei mille e trecento metri che da vent’anni rimangono il più lungo residuo del simbolo della guerra fredda, la East side gallery, è un continuo blocco di cemento grigio. Niente più murales, nessuna Trabant che buca la parete, non più Larry Bird e Magic Johns che si passano un pallone da pallacanestro: tutto cancellato in nome di un restauro pieno di punti interrogativi. Una soluzione che ha colto di sorpresa molti berlinesi nonostante fosse stata decisa lo scorso ottobre dal Comune in vista del ventennale dall’abbattimento del prossimo nove novembre. Troppo deteriorati i 121 frammenti di calcestruzzo che formano la parete, vittime di agenti atmosferici come inquinamento, vento, raggi ultravioletti e pioggia; troppo vandalizzati da turisti e writers i 106 murales dipinti tra il 1989 e il 1990 da artisti chiamati a raccolta da tutto il mondo per celebrare la caduta del muro e che il tempo ha trasformato nella più grande e importante galleria d’arte all’aria aperta del mondo.

Restaurare il non cemento sarà un problema, decorare nuovamente la parete con disegni diventati nel tempo veri e propri manifesti pop, lo sarà un po’ di più. La soluzione progettata infatti prevede di richiamare i vecchi autori, offrirgli pennelli e colori antiumidità e sperare che accettino di ricopiare su pareti finalmente “eterne”, le stesse opere realizzate venti anni fa. Un progetto che il russo Dmitrij Vrubel, autore del’ironico rifacimento “pop” del bacio di saluto (ma sulle labbra, da tradizione Est europeo) che nel 1979 si scambiarono gli allora leader di Ddr e Urss, Honecker e Breznev, non ha accolto bene e che sembra orientato a rifiutare. Non gli è

stato chiesto il permesso, non ha bisogno dei 3000 euro offertigli come compenso, non condivide l’obbligo di dover utilizzare vernici speciali e, soprattutto, è contrario all’idea stessa di realizzare un “Bacio 2” dopo così tanti anni. E così, il fatto che sarà qualcun altro, un semplice ricopiatore, a stendere linee e colori sulla parete ricalcando l’originale, è ora l’ipotesi più probabile all’orizzonte.

Il progetto prevede che i murales dipinti allora siano rifatti con vernici in grado di resistere al tempo. Poi, in novembre, una mostra e un festival

Quello della conservazione del muro e delle peculiarità specifiche di una città che per ventotto anni è stata amministrata come due entità diverse è diventato recentemente un problema sensibile per molti intellettuali e semplici cittadini berlinesi. L’unificazione della metropoli ha coinciso, in molti casi, con un rinnovamento edilizio quasi esclusivamente orientato alla cancellazione

delle cicatrici del passato. Già a fine anni Novanta uno dei più illustri architetti che avevano partecipato al «Concorso per Berlino capitale» indetto nel 1993, il tedesco Oswald Mathias Ungers, quasi si pentì del suo operato (è l’autore della rinnovata, e molto commerciale, Friedrischstrasse) e di quello degli altri suoi colleghi che a suo dire hanno «svenduto la città, costruita per essere esibita al turismo culturale». Su questa scia di pensiero si è collocata la rivista Exberliner, il più importante magazine in lingua inglese della città, che lo scorso Febbraio ha lanciato la campagna «Save Berlin». Lo scopo: raccogliere il maggiore numero di progetti per «preservare lo spirito della città che amiamo» e poi sottoporre il tutto all’attenzione dell’ amministrazione cittadina il prossimo novembre.

A quarantasette anni dalla sua prima costruzione (fu riprogettato, in maniera sempre più invalicabile, altre tre volte, l’ultima nel 1975) e a vent’anni dal suo abbattimento, oggi del muro rimangono giusto tre tratti davvero significativi. Nella rinnovata Postdamer Platz - celebre della centro Berlino dei teatri e dei caffè degli anni ’20 e poi abbandonato luogo di frontiera dal 1961 - alcuni pezzi di muro alti e stretti, imponenti lapidi di anni di laceranti divisioni, attirano ogni giorno migliaia di turisti. Difficile credere, per chi non ci è stato prima della riunificazione, che qui dove oggi svettano gli ultramoderni palazzi della Sony e della Daimler, venti anni prima ci fossero solo terra battuta e sparuti fili d’erba. Era questa l’area che un anziano e sperduto personaggio de Il cielo sopra Berlino, girato da Wim Wenders nel 1987, calcava senza riconoscerne le sembianze, continuandosi a chiedere dove fos-

Il Muro di Berlino ieri e oggi: qui accanto, uno scorcio dei murales dipinti nel 1989: dopo vent’anni hanno bisogno di profondi restauri Sotto, il celebre Check Point Charlie, l’unico punto di contatto, in passato, fra Est e Ovest


cultura

me Shoneberg). Il muro viene così visto dai nuovi venuti come un elemento storico acquisito, un monumento che con la sua caduta ha dato il via ad una vitalità creativa finalmente libera da qualsiasi recinzione ora pronta per essere colta. Sembra il giusto contrappasso per quell’intento che i sovietici si erano prefissati con l’erezione del muro.

se Postdamer platz. Poco vicino, verso Check point Charlie, ottanta metri di muro si estendono fino ad arrivare a quello che per anni è stato l’unico punto di passaggio tra il settore americano e quello orientale di Berlino. Non è il luogo migliore per vedere, e capire, come fosse strutturato il muro: ciò che resta è troppo rovinato e vicino a nuovi edifici perché i visitatori ne possano percepire la triste funzionalità rivestiva un tempo. Stesso discorso per il già citato tratto della East side gallery che dietro di sé ha il confine naturale segnato dalle acque dello Sprea e che, nonostante il fascino dei suoi disegni, non può essere proposto come esempio principe per la comprensione del muro. Fondamentale diventa quindi il tratto di Bernauer Strasse, strada da cui il 13 Giugno del 1990 i soldati della Ddr iniziarono per l’abbattimento “ufficiale” della parete divisoria. Accanto alle rovine è possibile osservare la famosa “strisca della morte”, venti metri antistanti il muro controllati da cecchini pronti a sparare alla prima violazione. Poco vicino è la sede del «Dokumentationszentrum Berliner Mauer», centro di documentazione fondamentale per capire la storia e il concetto stesso di una barriera che negli anni ha significato “semplice” oppressione per molti, e drammatica morte per

chi tentò, con insuccesso, la fuga (oltre duecento in ventotto anni).

Nel resto della città il passaggio del muro è ricordato, in alcune zone, da lunghe e sottili linee verniciate per terra, limiti di un’altra epoca che i berlinesi di oggi travalicano continuamente spesso senza neanche rendersene conto. Un numero sempre maggiore di studenti, immigrati e giovani artisti sta facendo di Berlino una centro multiculturale orientato più che mai al futuro, un polo ricco di attrazione per persone che non hanno mai vissuto la separazione della città, ma che ne prendono, con slancio, la nuova vita. A invogliare questo flusso in entrata sono senza dubbio i bassi prezzi per l’affitto di case, tra i più economici per le grandi capitali europee (con 400 euro mensili è possibile trovare monolocali in zone centrali co-

8 aprile 2009 • pagina 19

ricchisce la città. La “street art” impera. Gallerie d’arte, festival, rassegne: quella che in questi giorni viene sdoganata al “rand Palais di Parigi con una mostra a lei dedicata, è a Berlino fenomeno già radicato, un modo di fare arte che riempie spazi più o meno convenzionali, spesso commissionati dal comune stesso. Due celebri street artist come Banksy e Blue hanno già messo la loro firma su alcuni palazzi, mentre la “Nike” in occasione del mondiale di calcio 2008 ha fatto disegnare due enormi murales con il proprio logo, sicura che quella fosse la strategia di marketing giusta per penetrare negli occhi, e nelle menti, dei berlinesi.

di turno l’intero tracciato del muro ormai quasi scomparso, per arrivare alle tre iniziative principali dell’anniversario: i box informativi (con tanto di ologrammi che, a seconda della distanza dell’osservatore, faranno vedere le stesse foto di luoghi prima e dopo la riunificazione) di «Perspectives – 20 years of a changing Berlin», l’esibizione open air “Peaceful Revolution 1989/90”di Alexanderplatz (dal 7 maggio al 14 novembre) e il «Liberation Festival» del 9 Novembre 2009.

Fino al 1989 per gli abitanti della Berlino ovest dipingere sul muro era un’azione compiuta per deriderne il significa-

E veniamo al capitolo celebrazioni: lo scorso novembre il sindaco della città Klaus Wowereit, in occasione della presentazione dei vari appuntamenti predisposti per ricordare il ventennale ha dichiara-

Molto atteso l’evento che si svolgerà ad Alexanderplatz, piazza simbolo della ex-Ddr (riprogettata appositamente dopo la divisione della città per essere luogo ideale delle celebrazioni comuniste) e emblematico punto di ritrovo delle manifestazioni che i cittadini dell’Est inscenarono nell’autunno del 1989 e che portarono alla caduta stessa del muro. Aperta al pubblico ventiquattro ore su ventiquattro sarà possibile ripercorrere la storia di quei mesi attraverso con una

to e la presenza stessa. Con la sua caduta, i tanti spazi immacolati del versante est (che pochi avevano osato, in passato, avvicinare e “profanare”) divennero l’occasione per molti graffitari di mettersi alla prova senza incontrare inconvenienti e cioè la solita opposizione che le autorità che riservano a chi deturpa il decoro rubano. La libertà acquisita doveva potersi rivelare ovunque, senza freni e dipingere il muro ne era l’esaltazione massima. Fu quello il “la”: ora i murales sono dappertutto. Dai quartieri più alla moda come Prenzlauerberg e Kreutzberg, passando per i più eleganti Mitte e Schoneberg: forme e colori schizzati con bombolette spray caratterizzano sempre più il panorama urbano. Non a caso l’Adidas ha da poco sponsorizzato il lancio di una guida virtuale per I-Phone che, in tempo reale, aggiorna su tutti i murales di cui si ar-

to: «In questi vent’anni Berlino è cresciuta insieme, l’est e l’ovest, in un laboratorio sociale che viene osservato in tutto il mondo. Quando cadde la barriera, nessuno voleva più vedere il Muro, i cittadini si armarono di scalpelli e iniziarono a distruggerlo con le loro mani. Poi vennero le ruspe e in breve tempo, di quella ferita, non rimasero che pochi resti. Oggi si discute se, per motivi storici e turistici, non sarebbe stato meglio conservarne una parte, in modo da mantenere visivamente viva la memoria dei danni che una dittatura produce. Ma abbiamo aperto dei memoriali, ci sono supporti tecnologici per ripercorrere le tracce della storia e nel 2009 presenteremo un fitto programma che ci accompagnerà lungo tutto il 2009». Dalla Mauer Guide, guida Gps scaricabile dall’omonimo sito (http://www.mauerguide.com) che indicherà al turista

ricca collezione di fotografie e informazioni storiche. Il 9 Novembre invece, con il «Liberation festival» la celebrazione assumerà un aspetto più spettacolare. Si partirà con una lunga serie di tessere decorate da artisti di tutto il mondo dalla Porta di Brandeburgo arriveranno fino a Check Point Charlie che saranno fatte cadere l’una sull’altra dando l’idea dello stesso effetto domino che fece crollare tanto il muro quanto il regime sovietico, e si culminerà con un grandioso gioco di fuochi d’artificio. Già ora molti volontari sono stati arruolati per la preparazione di quella che si annuncia come una delle più grandi dimostrazioni di unità e democrazia che la Germania contemporanea abbia mai dimostrato. Un Paese che sta riuscendo lì dove l’Italia ha più volte fallito: studiare gli errori del passato per guardare con responsabilità e giudizio il futuro.


cultura

pagina 20 • 8 aprile 2009

l meccanismo dell’ultima furbata libresca italiana parte da una considerazione: i giochi e gli equilibrismi della politica oggi importano quasi esclusivamente a chi in quel funambolismo ci è dentro fino al collo. Parliamo del meccanismo editoriale che dovrebbe lanciare un romanzo pepato sui misteri siculo-campani-bizantini della Res Publica. Che fare allora? Provarci con un autore che si firma “Anonimo romano”. Con un titolo, Il Colle fatale, che richiama il ventennio fascista, a meno che il termine “fatale”, com’è anche evidente, conduca a ciò che più fatale di così si muore. Ossia la morte. Prima apparentemente chiara nelle sue motivazioni cliniche, poi, man mano, sempre più impregnata di illazioni che partono tutte da intrecci soffocanti e velenosi. Ed ecco che un editore come la Longanesi ci riprova. Con un libro di 165 pagine e che costa 13 euro.

I

Ma a essere un po’ meno sofisticati, e quindi appartenenti a quel pubblico che dovrebbe far partire quel gossip letterariopolitico che è il solo a decretare il grande successo di un romanzo, s’avverte subito che il materiale narrativo nasce stantio. Forse per colpa del peso (più considerevole) dei precedenti. Forse perché le allusioni sono qua e là spudoratamente chiare, anzi lampanti: errore fatale. Come il Colle, ap-

A lato, un’illustrazione di Michelangelo Pace. In basso, Enrico Berlinguer e Gianni Agnelli, protagonisti di Berlinguer e l’avvocato, romanzo satirico edito negli anni ’70 a seguito del successo di Berlinguer e il professore, altro testo satirico scritto da Giovanni Piazzesi

Libri. Esce per la Longanesi una storia satirica di autore incerto

Quanto è banale quel Colle fatale di Dianora Citi punto. Prima dell’incipit, ambientato nella redazione di un quotidiano, il nostro Anonimo redige l’elenco dei protagonisti, come si usa ancora oggi per i testi teatrali. E qui si inizia anzitempo a scivolare nell’ovvio, quell’ovvio che non consente d’assaporare il pepe delle ipotesi che in quanto tali devono essere molteplici.

te non fa ridere. Il direttore del quotidiano ”Il Guardiano”, da cui parte l’indagine, si chiama Director, decisionista con camicia d’ordinanza (bianca) a maniche perennemente arrotolate. È la parodia di chi? Chissà. Il deputato del gruppo “LiberoNord” si chiama Ulderico Pignataro detto “Porcata”. Quest’ultima è la parola più famosa pronunciata candidamente da Roberto Calderoli. Il direttore del Dipartimento cardio-toraci-

fiorentino, allora condirettore de Il Giornale di Indro Montanelli, Mario Spagnol, direttore editoriale della Rizzoli, e un terzo, un medico, si mettono a conversare attorno al compromesso storico. Il fiorentino non riesce a imbavagliare la sua maliziosa fantasia nella descrizione di ipotetici scenari, facendo sbellicare dalle risate gli altri. Spagnol, con affilato naso editoriale, lancia l’idea di mettere nero su bianco il fantastico

La mania dei romanzi anonimi cominciò negli anni Settanta con «Berlinguer e il Professore» che fu campione di vendite per mesi. E alla fine si scoprì che era stato scritto da Gianfranco Piazzesi A capo del governo – siamo dopo il 2010 – è tale Augustolo. Richiamo evidente a Romolo Augusto da tutti chiamato Augustulus essendo quell’”ulus”un diminutivo, anzi un dispregiativo. Un uomo piccolo, sia di statura, sia per respiro politico. Basta questo per intuire che l’Anonimo non è uno che vota Berlusconi. L’ex presidente del Consiglio si chiama Mortadella. Fantasia che s’alza di poco da terra. Il ministro degli Interni di nome fa Artemio Colleoni: che fa rima, osiamo dire, con Maroni. Francamen-

co del Policlinico Umberto I di Roma è Adalberto Costoloni: nemmeno ne Il giornalino di Giamburrasca, s’arriva a tanta banalità. Il romanzo va avanti tra mille luoghi comuni. E sinceramente ci fa rimpiangere un altro scritto in forma anonima. La penna, valentissima, era quella di Gianfranco Piazzesi, alla fine smascherato in obbedienza a un preciso piano di marketing editoriale. Piazzesi ebbe l’intuito di scrivere Berlinguer e il Professore dopo una spassosa serata tra amici. Andò così.

Nel 1974, in un ristorante di Milano, tre amici, Gianfranco Piazzesi, pungente

racconto e, per evitare imbarazzi dovuti dal ruolo giornalistico di Piazzesi, gli propone: «Firma come anonimo, tanto poi capiranno che sei tu!». Detto e fatto. Il condirettore si dichiara malato (che attacco di sciatica!) e si chiude in casa. In 15 giorni butta giù il manoscritto, ambientando

la vicenda nelle strade che vedeva dalla finestra.

Quando nel 1975, Berlinguer e il Professore esce, fantastico giallo politico con 27 omicidi illustri rievocati in un lontano 2000 dalla stanza 713 del residence Palmiro Togliatti in una Roma con 16 linee metropolitane, 11 sopraelevate e 12 parcheggi per elicotteri, i recensori si intestardiscono nell’attribuirlo a Montanelli e tanti altri, ma soprattutto a Giulio Andreotti. Il quale, smentendo, risponde con il suo consueto vetriolo: «Troppa gente rimane viva nel romanzo. Una volta che mi fossi mosso io avrei condotto avanti più radicalmente l’operazione». Al raggiungimento del primo mezzo milione di copie l’autore è ancora sconosciuto. Certamente verrà a ritirare il Premio Forte dei Marmi per la satira politica, pensarono i curiosi. Invece nel settembre 1975 l’ ”Howard Hughes dell’ironia”(come lo definì Maurizio Chierici) annunciò il suo secondo libro, I soldi in paradiso, intrigo di alta finanza con il grande Giovanni Agnelli e un contorno di servi sciocchi. «Inoltre – rispose Piazzesi a una intervista dietro il paravento dell’anonimato – non uscirò allo scoperto sia perché non voglio farmi altri nemici, sia perché trovo la notorietà non eccitante, bensì fastidiosa. Vorrei essere soltanto un testimone modesto ma altrettanto discreto, che scrive, con appena qualche anno di anticipo, sull’agonia di questa società e sul crollo di questo regime». Berlinguer e il Professore ebbe subito degli imitatori. Nei mesi successivi, una piccola casa editrice, la Cavour, pubblica un romanzo scritto da ben due anonimi dal titolo Berlinguer e l’avvocato. E allora ci si domandò: arriveremo presto a opere firmate da cooperative di anonimi o addirittura a società anonime di scrittori?


società

8 aprile 2009 • pagina 21

Scienze. I media trattano con incompetenza il tema degli psicofarmaci traendo dai rari risultati negativi conclusioni affrettate

Alla tv la pillola non va giù di Leonardo Tondo

empo fa uscì un articolo su una poco prestigiosa rivista online che riportava risultati deludenti sull’efficacia degli antidepressivi. Si trattava di una metanalisi, cioè una revisione statistica che include i risultati di ricerche sull’argomento. Questo tipo di studi valuta se il miglioramento sia da attribuire alla sostanza attiva o non sia invece, per così dire, spontaneo. A questo scopo, i ricercatori misurano il differente effetto fra una pillola con la sostanza attiva (il farmaco sotto esame) e un’altra in tutto simile ma che non la contiene (placebo). Notata una differenza piccola, gli autori, invece di concludere che in molte persone con depressioni leggere vi può essere un miglioramento dovuto soltanto alla sensazione di prendere un farmaco (effetto placebo, non una grande scoperta per gli addetti del mestiere), hanno sottolineato che gli antidepressivi non sono efficaci. Che nel dibattito scientifico capita di leggere tutto e il contrario di tutto non è una novità e, peraltro, sarebbe molto utile uno stu-

T

voluto. La caccia agli psicofarmaci e a chi li usa è uno sport mediatico con radici e conseguenze anche pericolose. Nell’articolo citato, gli autori consigliano trattamenti con psicoterapie che, come si sa, sono lunghe e costose e i cui risultati, testati scientificamente, sono ancora meno convincenti di quelli dei farmaci. Se vogliamo, gli autori dell’articolo sono tutti psicologi e pertanto in pieno con-

farmaci senza tanti complimenti e i medici di base avranno avuto un bel da fare per convincerli a tornare indietro sulle loro decisioni avventate. Per non dire di quelli che saranno passati subito alle terapie omeopatiche, consigliate dalla cognata o dal personal trainer, che sfruttano sostanzialmente l’effetto placebo (e in questo niente da dire, anzi, però è bene ricordare che non sono scientifiche). Quando va bene, perché molti lasciano le cure e si fanno abbindolare da sètte e personaggi che promettono un benessere con le proprie forze (e perché non si sarebbero usate fino a quel momento?).

L’ articolo del ”Guardian” ha destato allarmismi privi di fondamento: colpa di chi nega l’efficacia della cura biologica dei disagi dio sistematico dei pazienti che migliorano durante terapia con placebo.

Più curioso è che il giorno dopo la pubblicazione, tutto il mondo, con qualche eccezione, esultava nel riportare la notizia. Un titolo per tutti dal Guardian: «Il prozac, usato da 40 milioni di persone, non funziona, così dicono gli scienziati» (nei giorni successivi, nessuno si è preoccupato di pubblicare fior di articoli che dimostravano il contrario). La velocità di pubblicazione divulgativa è stata inquietante, verosimilmente in seguito a un abile comunicato stampa mandato alle agenzie. Ma che questo sia stato ripreso da tutta la stampa, è indicativo ancora una volta della voglia mai sopita di sparare contro la psichiatria di tipo biologico (quella che riconosce nei disturbi psichiatrici modificazioni degli equilibri chimici nel cervello e sostiene l’uso di psicofarmaci). Quasi del tutto ignorato è stato invece il secondo più importante risultato – effetto presente nei pazienti con depressioni gravi – perché non va nella direzione che, secondo i giornalisti, i lettori avrebbero

flitto di interesse ideologico, ma chi ci bada? I sostenitori delle terapie parlate si fanno forza dell’assenza di effetti collaterali, che è vera se si parla di conseguenze fisiche, mentre poco o niente si dice dei costi indiretti, come la perdita di mesi o anni di studio o lavoro quando quelle terapie sono inefficaci. Ovvio che, dopo la lettura della notizia, migliaia di pazienti abbiano gettato nella spazzatura i loro

In alto, la copertina di E liberaci dal male oscuro del prof. Cassano, che analizza i disagi psichici alla luce della biochimicha. Sotto, il Guardian, quotidiano inglese nato nel 1821

L’articolo ha dato carburante a tutto quello strano partito antipsicofarmaci che crede ancora che le malattie psichiatriche siano fissazioni o, al meglio, reattive a cause ambientali. Fortunatamente, sono poche le persone che sanno cosa sia la depressione vera, molto diversa dalla tristezza di cui condivide soltanto alcuni sintomi. E i farmaci come il prozac hanno poco a che vedere con la pillola della felicità (sebbene anche in quel caso è stato molto sfruttato l’effetto mediatico sostenuto dalle case farmaceutiche) nonostante Woody Allen in Misterioso omicidio a Manhattan: «Non c’è niente che non si possa curare con un piccolo prozac…». I media sono contro i farmaci perché la notizia sta nel farmaco che non funziona visto che nella grande maggioranza dei casi invece fa effetto (si pubblica di più se un uomo morde un cane che il contrario). Dall’altra parte, i lettori amano le notizie negative più di quelle positive (un ragazzo che pesta una vecchietta più di quello che l’aiuta ad attraversare la strada). Il farmaco non efficace stimola quella generale diffidenza per le terapie condivisa da chi non ne ha bisogno. Si sviluppa un sentimento persecutorio verso chi ha più potere e per le sostanze chimiche che inevitabilmente provocano dipendenza, unito all’attribuzione dei disturbi a cause esterne per un meccanismo proiettivo: «Mica è colpa mia se sto male, sono gli altri che mi fanno ammalare», tipico di chi pensa alla malattia psichiatrica come una debolezza che si dovrebbe superare con le proprie energie. Ad altri livelli, sofisticati ma più ideologici, la non cura diventa segno di un’apparente libertà di decidere, per paura che le terapie portino all’odiata normalizzazione.


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale

dal ”Wall Street Journal” del 07/04/2009

La quadratura del Pentagono di August Cole e Yochi J. Dreazen n tempi di crisi era impensabile che il settore militare rimanesse immune dai tagli. Così, lunedì, il segretario alla Difesa Usa, Robert Gates ha svelato i contorni del nuovo piano di riassetto finanziario del Pentagono. E le sforbiciate non hanno risparmiato nessuno. La motivazione è quella di un riorientamento dell’arsenale militare, adattandolo ai nuovi conflitti, meno convenzionali. Combattere in Afghansitan piuttosto che dover fronteggiare Cina, Russia o altre grandi potenze. Gates ha dichiarato che il suo bilancio effettuerà «una profonda riforma» delle spese militari. Con le migliaia di posti di lavoro in ballo, ci sarà un’intensa battaglia politica sull’argomento. Il segretario alla Difesa sta cercando di mettere a segno una vasta gamma di riduzioni di spesa che inciderà su quasi tutte le principali industrie fornitrici americane, così come per alcuni importanti contratti già siglati con aziende europee. Le linee guida della proposta Gates prevedono un incremento del 4 per cento nella spesa per la Difesa, attestando il bilancio a 534 miliardi di dollari. Ma i segnali negativi sono arrivati nei confronti di un mega contratto che, secondo il Segretario e molti leader del Congresso, avrebbe subito un’eccessiva attività di lobbing da parte delle industrie aeronautiche.

I

Si fermano i nuovi ordini per il caccia F-22 e si finanziano, con miliardi di dollari, progetti a bassa tecnologia come i droni (veicoli senza pilota) che hanno avuto un buon impiego operativo in Iraq, Pakistan e Afghanistan. Il responsabile del Pentagono ha affermato che il suo piano rappresenta «una delle rare possibilità di abbinare necessità a virtù; per separare criticamente e rigidamente le esigenze reali dai

semplici appetiti» e la politica non giocherebbe alcun ruolo nelle sue valutazioni. «Non c’è dubbio che molte di queste decisioni saranno controverse», ha affermato Gates, aggiungendo che spera che i legislatori si pongano al di sopra «degli interessi di parte». Con la sua cura da cavallo il segretario si aspetta che le polemiche divampino, soprattutto sul fronte occupazionale. Sarà sicuramente una svolta rispetto l’amministrazione Bush, quando il settore della Difesa aveva registrato dei veri record. Il Raptor è stata la preda più grossa a cadere sotto la scure del risparmio, con l’annullamento di nuovi ordini per la Lokheed Martin, dopo la consegna dei 187 già programmati. Non ci saranno neanche nuovi ordini per il gigante dei trasporti aerei C-17 (McDonnelDouglas, ndr) già con 205 esemplari in linea di volo. Entrambe le aziende che producono i due aeromobili hanno minacciato migliaia di licenziamenti, promettendo di innescare una battaglia politica al Congresso Usa. Comunque a queste eccezioni Gates ha già risposto, lunedì, affermando che gran parte dei posti di lavoro persi saranno rimpiazzati dalle assunzione nelle aziende che beneficeranno dei nuovi appalti. Tra questi il rafforzamento del programma per il caccia F-35 (sempre LokheedMartin, ndr) e di molti progetti per Unmanned aerial vehicles (Uav), i droni. Il programma da 200 miliardi di dollari della Boeing, «Future combat systems» si vedrà probabilmente cancellare l’iniziativa dedicata ai nuovi veicoli terresti da combattimento: una sforbiciata da 87 miliardi. Un program-

ma che non rifletterebbe – secondo il responsabile del Pentagono – le lezioni scaturite da Iraq e Afghanistan nel campo della counterinsurgency. Altri tagli ci saranno sui satelliti per comunicazioni e nel programma di rinnovo della flotta Sar (Search&rescue) dell’Air Force. La scure di Gates si è caduta anche sui cantieri navali, dove alcuni programmi di ammodernamento della Navy dovranno aspettare e qualche vecchio progetto di cacciatorpediniere verrà riesumato e rimesso in produzione. Le industrie coinvolte nella riforma si sono prese tempo per riflettere sul nuovo piano. Intanto il mercato azionario le ha premiate quasi tutte.

Fra i programmi coinvolti anche quello di AugustaWestland, partner di Lokheed per l’elicottero presidenziale Eh-101 (Marine One), che slitterà di sei anni. Finmeccanica ha affermato che questo cambio di programmi non inciderà sugli assetti finanziari della società e che la decisione del Pentagono non è minimamente basata su valutazioni tecniche, ma su considerazioni di tipo economico.

L’IMMAGINE

Viaggiare senza incontrare e condividere sarebbe inutile sfoggio di saccenza Il viaggio del Papa in Africa mi ha ricordato il compito iniziato dal suo Predecessore: raccogliere i giovani del mondo nella parola del Signore. Non un’adunata sediziosa per controvertire la laicità delle scelte, per sanare meglio la dissidenza nelle consuetudini dei rapporti e delle discrepanze della fede, ma per ricordare che l’amore è la vera professione di fede che i giovani hanno davanti ai loro occhi come una vallata da coltivare, come un mare da navigare, come una terra da conquistare. In passato ciò è stato pienamente recepito, come dimostra la fiumana umana che confluì nelle ultime ore di un Papa polacco, testimone egli stesso e cronista indiscusso. Viaggiare non significa solo andare incontro a popoli diversi, per conoscerne usi e costumi; ma soprattutto allargare il proprio incontro con la differenza, con i problemi che non sono i nostri o con le stesse piaghe che possono da un momento all’altro colpire le membra di chiunque.Viaggiare senza incontrare e condividere sarebbe inutile sfoggio di saccenza.

Bruno Russo

IL GOVERNO MIGLIORE Non mi sembra che ci sia un’opposizione colloquiale e con accenni di collaborazionismo con il governo; i toni del leader e dei soliti volti del partito emettono le solite sentenze. D’Alema afferma che ci sono governi migliori di questo. Non esiste un governo migliore di questo, ma un governo giusto, che si migliora giorno dopo giorno.

Anna Napoli

SUCCESSI PREVISTI Non è la prima volta che l’America si accorge dell’efficienza dell’azienda Italiana. È il risultato di una lenta politica allargata che iniziò già dal precedente governo di destra, che per quanto attiene agli accordi commerciali cambiò nettamente politica, togliendo molte

realtà nostrane dal ruolo di Cenerentola in Europa. Ruolo caro alla sinistra per la rincorsa che essa faceva a Bruxelles e alle politiche europee. Lo testimoniano i successi di Finmeccanica e di molte aziende collegate.

Bruna Rosso

Che palla! Difficile che quest’enorme palla di granito in bilico in un’area desertica nel territorio del nord in Australia, cada in testa a qualcuno. Il masso come le altre sfere rocciose che lo circondano, è in equilibrio precario da oltre un miliardo di anni. Per gli aborigeni della zona, queste sfere sono le uova sacre del mitico Serpente Arcobaleno. Una creatura leggendaria che si dice popoli ancora oggi i deserti australiani

AIUTIAMO L’ASSOCIAZIONE LAVORO E SVILUPPO L’associazione Lavoro e Sviluppo innanzitutto ringrazia il giornale che la ospita, come prova di vero aiuto alla categoria, in quanto sono in tanti a sostenere di volerci aiutare per fare i “buonisti”ma, all’atto pratico, sono pochi quelli che danno peso alle parole dette. Considerato l’urgente bisogno di liquidità economica; considerato l’impegno promesso dal governo

e dalle banche per l’aiuto alle categorie suddette; considerata la persistenza delle difficoltà al reperimento del credito per gli artigiani e le Pmi, invito questi ultimi a farmi pervenire la propria situazione debitoria a tutto il 31 marzo 2009 ed eventuali progetti o commesse elaborate e non ancora finanziate, al fine di richiedere alle banche la prenotazione per noi

dei “Tremonti Bond”, o degli altri strumenti finanziari, per i seguenti motivi: a) consolidamento situazione debitoria al 31 marzo 2009 con mutuo a lungo termine e immissione di nuova liquidità di pari importo, a tasso agevolato; b) finanziare i progetti e sostenere le commesse di lavoro. Fatto questo, verrà pubblicato un elenco di tutte le banche che hanno realmente

mantenuto le promesse di aiuto, comprese quelle che non ci hanno sostenuto. Inviare la documentazione sopra citata (con l’autorizzazione al trattamento dei dati personali per il solo fine dichiarato nel suddetto articolo), a: Associazione Lavoro e Sviluppo, Via Nicolò Paganini, n.3/A - 70051 Barletta - e.mail: ass-lavoroesviluppo@tiscali.it


opinioni commenti lettere p roteste giudizi p roposte suggerimenti blog

dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

…Alla nostra destra si stendeva il mare, calmo come uno stagno Caro Theo, moltissimi affettuosi auguri per il tuo compleanno; possa il nostro affetto reciproco aumentare sempre più. Sono lieto che abbiamo tante cose in comune: non alludo soltanto ai ricordi d’infanzia, ma anche al fatto che tu lavori nella ditta in cui io stesso ho lavorato fino a poco tempo fa, che conosci tante persone e tanti luoghi a me familiari e che nutri tanto amore per la natura e per l’arte. Il signor Stokes mi ha detto che dopo le vacanze intende trasferire la sua scuola in un piccolo villaggio sul Tamigi, a circa tre ore da Londra, organizzandola diversamente e forse ingrandendola. Ora voglio raccontarti di una passeggiata che abbiamo fatto ieri fino a una piccola insenatura sul mare. La strada passava tra campi di frumento nuovo e lungo siepi di biancospino. Una volta giunti alla meta, abbiamo visto sulla nostra sinistra un’alta e ripida roccia. Sulla cima spuntavano sparuti cespugli di biancospino i cui rami neri e grigi, coperti di muschio, erano piegati dal vento. Il terreno sul quale camminavamo era cosparso di grosse pietre grigie, creta e conchiglie. Alla nostra destra si stendeva il mare, calmo al pari di uno stagno, riflettendo la luce del trasparente cielo grigio là dove il sole tramontava. Vincent Van Gogh a Theo

ACCADDE OGGI

SERVE UNA STAGIONE COSTITUENTE Sono convinto che il nostro Paese abbia assoluta necessità di riformarsi dalla radice. Credo che sia giunto il momento di riformare l’architettura costituzionale dello Stato, proprio come ha dichiarato nella tre-giorni del Congresso fondativo del Popolo della libertà il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che ha dichiarato: «Serve una stagione costituente». Detto questo, non riesco a mettermi in sintonia con le parole pronunciate da Silvio Berlusconi, nel suo discorso finale dopo la sua elezione plebiscitaria alla presidenza del Popolo della libertà. Il presidente del Consiglio ha, nel suo discorso, posto l’accento sulle Riforme istituzionali di cui ha bisogno il Paese. Tra queste, è tornato ancora sulla necessità del rafforzamento dei poteri del presidente del Consiglio. Una riforma che era già stata approvata (nella XIV Legislatura) ma che non divenne realtà, per via di un referendum costituzionale (confermativo) che la bocciò. Immediatamente, Berlusconi si è affrettato ad attaccare l’opposizione, accusandola di aver fatto fallire quella riforma, avendo la stessa voluto indire un referendum confermativo e avendo costruito una «campagna strumentale e manipolatoria con la quale ci si accusò addirittura di attentato alla democrazia». Peccato, però, che forse il Presidente del Consiglio non ricorda come in quei mesi, successivi alla vittoria (non-vittoria) di Prodi (9 e 10 aprile 2006), il suo partito di allora (Forza Italia) non fece nulla per comunicare ai

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Gloria Piccioni Stefano Zaccagnini (grafica)

8 aprile 1973 Torino: l’eccessiva pressione del gas causa esplosioni, provocando feriti e ingenti danni 1975 Viene pubblicato Toys in the Attic degli Aerosmith: vincerà 6 dischi di platino 1977 Inghilterra: viene pubblicato l’album The Clash del gruppo britannico The Clash 1985 Disastro di Bhopal: vengono diffusi i carteggi a carico della Union Carbide per il disastro chimico che causò la morte di circa 2000 persone 1986 L’attore Clint Eastwood viene eletto sindaco di Carmel-by-the-Sea, California con il 72% dei voti 1990 Stati Uniti: inizia la serie televisiva di Twin Peaks 1991 Norvegia: Dead cantante dei Mayhem si suicida tagliandosi le vene e sparandosi un colpo di fucile in testa 1992 Stati Uniti: il tennista Arthur Ashe annuncia di essere affetto da Aids, contratto in seguito ad una trasfusione di sangue praticata per curare una sua disfunzione cardiaca

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

cittadini la bontà di quella Riforma costituzionale. Nessun gazebo, nessun banchetto, nessun incontro con la cittadinanza. Solo la Lega Nord si impegnò sul territorio, per comunicare ai cittadini i benefìci che quella Riforma costituzionale avrebbe portato a tutto il Paese. Oltre a mancare di rispetto all’opposizione, ha mancato di rispetto anche e soprattutto ai cittadini che, con un voto democratico, hanno rifiutato quella riforma. Se forse Forza Italia si fosse impegnata “di più” sul territorio, tra la gente, nelle piazze e nei mercati, a spiegare i vantaggi di quella riforma, forse oggi non saremmo qui a parlare ancora della necessità di dare più poteri al Presidente del Consiglio. Ma, credo a quella riforma forse non credeva così fino in fondo lo stesso Berlusconi, visto che è riuscito a confondere la devoluzione con un semplice decentramento di poteri alle Regioni. Mentre, invece, solo per correttezza, la devoluzione è un vero e proprio trasferimento di competenze legislative esclusive (ovvero, solo la Regione legifera in quel settore), alle Regioni. L’avvio, vero, di una reale riforma federale dello Stato. E, se pensiamo alla indiscutibile capacità mediatica e di persuasione di Berlusconi, con ogni probabilità, se lui stesso si fosse impegnato “in prima persona” (come adesso sembra voler fare per le imminenti elezioni europee), il referendum confermativo di quella Riforma costituzionale (25 e 26 giugno 2006) avrebbe avuto un esito diverso. Magari positivo.

RIACQUISTARE FIDUCIA PER BATTERE LA CRISI Il Presidente della Bce, Jean Claude Trichet, ha affermato che la situazione economica mondiale probabilmente registrerà nel 2010 un periodo di moderata ripresa. La ripresa sarà dovuta a diversi fattori, ma alcuni di questi sono determinanti. La truffa finanziaria, originatasi oltre Oceano, ha scosso gli equilibri economici. Il mercato è stato oggetto di dure critiche poiché non è stato in grado di controllare i prodotti “tossici” che vi transitavano. Tuttavia il mercato rimane il luogo insostituibile per effettuare gli scambi di merci e servizi e se qualche operatore “bara”, non è corretto, ciò non è imputabile al mercato ma al singolo utilizzatore del mercato stesso. È difficile ipotizzare quali rimedi possano essere messi in campo per evitare truffe di vario genere; esistono studi per evitare che simili guasti possano ancora accadere imponendo nuove regole alle quali attenersi, ma al momento il problema più importante è uscire da questa crisi ormai insopportabile. Per superare il momento difficile, in Italia, è necessario, per esempio, completare la riforma costituzionale per ripartire in maniera più razionale ed efficiente le funzioni tra Regioni e Stato per evitare che vi sia confusione, paralisi e conflitti di competenze. Le funzioni che oggi sono materia delle Province dovrebbero essere di competenza delle Regioni e dei Comuni; gli stessi statuti delle Regioni e dei Comuni dovrebbero permettere di avere organi e strutture più snelli. In questo modo la ripresa economica sarebbe intercettata subito e senza intoppi. Nel frattempo le nostre istituzioni sono state comunque chiamate a valutare la possibilità di adottare misure anticrisi adeguate. Attraverso un decreto, convertito in legge, il governo ha varato alcune misure a favore delle famiglie e delle imprese. Per le famiglie sono previste social card, bonus fiscali sconti sulle bollette ed altro ancora; per le imprese crediti di imposta finalizzati alla ricerca, deducibilità parziale dell’Irap ecc. Si tratta di misure rivolte a dare maggiore potere d’acquisto alle famiglie e maggiore forza competitiva alle imprese. Bisognerà monitorare l’efficacia di queste azioni per correggere il “tiro” e verificarne la bontà. Le associazioni dei consumatori hanno già fatto sapere che sono misure insufficienti a tirare fuori dalla crisi il nostro Paese. Ma il fattore più importante ai fini della ripresa è la fiducia: fiducia da parte di tutti nel non mollare, credere nel futuro e dare la possibilità ad un intero sistema di riscattarsi. Francesco Facchini P R E S I D E N T E PR O V I N C I A L E CI R C O L I LI B E R A L BA R I

APPUNTAMENTI APRILE 2009 VENERDÌ 17, ROMA, ORE 10,30 PALAZZO FERRAJOLI - PIAZZA COLONNA Riunione della Direzione Nazionale dei Circoli liberal con la partecipazione straordinaria del segretario dell’Udc, onorevole Lorenzo Cesa. VINCENZO INVERSO, SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

Roberto Marraccini

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma

Distributore esclusivo per l’Italia Parrini & C - Via di Santa Cornelia, 9 00060 Formello (Rm) - Tel. 06.90778.1

Amministratore Unico Ferdinando Adornato

Diffusione Ufficio centrale: Luigi D’Ulizia 06.69920542 • fax 06.69922118

Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Marco Staderini Amministratore delegato: Angelo Maria Sanza Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato,Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Emilio Lagrotta, Gennaro Moccia, Roberto Sergio Amministrazione: Letizia Selli, Maria Pia Franco Ufficio pubblicità: 0669924747

Gianfranco De Turris, Rossella Fabiani,

Emilio Spedicato, Davide Urso,

Tipografia: edizioni teletrasmesse Editrice Telestampa Sud s.r.l. Vitulano (Benevento) Editorial s.r.l. Medicina (Bologna)

Pier Mario Fasanotti, Marco Ferrari,

Marco Vallora, Sergio Valzania

Agenzia fotografica “LaPresse S.p.a.”

Loretto Rafanelli, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Katrin Schirner,

Abbonamenti

06.69924088 • fax 06.69921938 Semestrale 65 euro - Annuale 130 euro Sostenitore 200 euro c/c n° 54226618 intestato a “Edizioni de L’Indipendente srl” Copie arretrate 2,50 euro

Registrazione Tribunale di Salerno n. 919 del 9-05-95 - ISSN 1827-8817 La testata beneficia di contributi diretti di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche e integrazioni. Giornale di riferimento dell’Udc

e di cronach

via della Panetteria 10 • 00187 Roma Tel. 0 6 . 6 9 9 2 4 0 8 8 - 0 6 . 6 9 9 0 0 8 3 Fax. 0 6 . 6 9 92 1 9 3 8 email: redazione@liberal.it - Web: www.liberal.it

Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


PAGINAVENTIQUATTRO Diplomazie. Il Principe di Galles è stato nominato ufficialmente «portavoce del governo per l’ambiente»

Carlo d’Inghilterra, la rivincita di un verde di di Silvia Marchetti lla fine ce l’ha fatta. Carlo l’ambientalista, il principe nemico degli Ogm e amante del bio, ha avuto il suo tanto agognato riscatto. Il primogenito della regina Elisabetta oggi è ufficialmente il rappresentante, e quindi il portavoce, del governo inglese per le questioni climatiche e ambientali. Il principe Carlo, nonché sposo felice di Camilla Parker Bowles, ha ottenuto così il riconoscimento in cui aveva tanto sperato; quello di parlare a nome del popolo inglese e non soltanto per sé.

A

Una nuova veste consacrata dal suo recente viaggio in America Latina, con un tappa speciale nelle isole Galapagos. Qui, sempre in compagnia della sua amata Camilla, Carlo ha partecipato a un summit internazionale dove ha potuto esporre le sue idee sullo sviluppo sostenibile.Tra una gita tropicale per ammirare la natura incantata delle isole e un bacio a una

tartaruga marina (ribattezzata “William” in onore del figlio maggiore), il futuro re d’Inghilterra ha vestito i panni dell’inviato istituzionale. Insomma, a quella conferenza era come se parlasse il primo ministro Gordon Brown in persona.

Non stupisce dunque se la stampa britannica, specie quella scandalistica, sia tutta impegnata a prendere in giro il principe del Galles, che con il petto gonfio si sente finalmente realizzato. Carlo ha passato un giorno intero su uno scoglio semi-deserto (l’isola di Seymour del Nord, perla dell’arcipelago delle Galapagos), lontano da qualsiasi forma di civilizzazione, proprio come piace a lui. Un paradiso terre-

tutti dipendiamo da questo delicato equilibrio». A Rio de Janeiro ha lanciato l’allarme: «Se nei prossimi otto anni non si prenderanno misure concrete per il pianeta ci saranno conseguenze catastrofiche». Nel Paese dove si trova la più grande foresta pluviale del mondo, Carlo ha detto “no” alla deforestazione preparando così il terreno al governo inglese per la conferenza sul clima dell’Onu che si terrà a dicembre a Copenhagen. Il suo slogan è stato: «Si può essere verdi e businessman allo stesso tempo».

Il principe di Galles ha affrontato anche il credit crunch, mostrandosi all’altezza del suo nuovo ruolo governativo. Ha detto che il surriscaldamento terrestre va combattuto a qualsia-

SANGUE BLU stre. L’unico tormento lo staff di giornalisti che non lo hanno perso di vista nemmeno quando se n’è andato a fare una passeggiata romantica con la consorte. Il tour ambientalista di dieci giorni lo ha portato in Cile, Brasile ed Ecuador (da dove è partito per le Galapagos). Un vero e proprio ambasciatore del verde, ha perfino visitato la foresta amazzonica. Per la prima volta nella sua vita, Carlo aveva un messag-

si costo, anche in piena recessione mondiale non «si deve perdere la visione di tutto il resto». Che il futuro re avesse spessore e fosse abile nel promuovere e difendere gli interessi non soltanto della Corona ma del popolo britannico, Gordon Brown non l’ha mai messo in dubbio. Fonti governative sostengono infatti che al viaggio istituzionale latino-americano ne seguiranno altri. Il premier ha tutte le intenzioni di sfruttare sulla scena estera l’esperienza, l’expertise e soprattutto i contatti stranieri del principe per avanzare il dossier dei cambiamenti climatici. Funzionari del governo inglese credono che la sua passione ambientalista sia ampiamente rispettata all’estero. Insomma Carlo, che si avvicina ad ereditare lo scettro, può giocare un ruolo centrale e utile al governo di Londra grazie al suo nome ed influenza. Un “asset”prezioso fin’oggi sottovalutato che Downing Street vuole trasformare in un asso della “soft diplomacy”.Toccherà a lui d’ora in avanti rappresentare gli interessi e gli obiettivi britannici in campo ambientale e climatico. Primo fra tutti, la volontà di Londra di cooperare con i Paesi del G20 nella lotta ai cambiamenti climatici.

L’erede al trono britannico finalmente ha ottenuto l’incarico al quale mirava da tempo. Primo effetto: un viaggio di studio nelle amate isole Galapagos. Secondo effetto: un colloquio con Barack Obama a Londra sull’allarme ambientale gio da portare, incentrato sulla necessità di preservare la natura e la sua incredibile fauna. Le Galapagos, proprio in virtù della loro rara bellezza, sono preda di sciacallaggio turistico. I visitatori aumentano di continuo, l’anno scorso ce ne sono stati ben 173mila e ogni giorno spuntano fuori nuovi alberghi e resort.

Carlo, che a casa si è fatto costruire un vero e proprio bioparco gigantesco, ha tirato fuori il meglio della sua retorica ambientalista. «Il mondo ha davanti a sé un’enorme sfida: conciliare i bisogni economici con la preservazione della biodiversità. Dobbiamo trovare un modo per salvaguardare gli eco-sistemi perché noi

Durante il suo tour del Sud America ha incontrato capi di Stato, primi ministri, politici e presidenti. Ha preso parte a una tavola rotonda con gli industriali esortandoli a fare del “business verde”. Insomma, ha interagito con gente che conta. Non solo: in occasione del G20 di Londra ha parlato anche con il presidente Usa Barack Obama di mutamenti climatici. La sua agenda internazionale è dunque destinarsi a infittirsi. Anche perché la Regina Madre invecchia e presto non potrà sopportare gli estenuanti viaggi d’oltremare. Il governo lo sa e Carlo ne approfitta.


2009_04_08