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Gli uomini non dovrebbero riflettere tanto su ciò che devono fare, ma piuttosto pensare a quello che devono essere

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Meister Eckhart

QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Israele nel caos Quello di Netanyahu doveva essere un governo di unità. Invece sta destabilizzando il Paese. Tzipi Livni con Kadima ne resta fuori (pur avendo vinto le elezioni). Il partito laburista si spacca in due dopo il sì di Barak. Ora è in gioco il futuro della pace alle pagine 4 e 5 Obama e il nuovo ruolo della Nato

Ora ripartiamo (tutti insieme) dal Patto Atlantico di Rafael L. Bardají Il rientro della Francia nel Patto dell’Alleanza atlantica non deve essere soltanto un mezzo per raggiungere i vertici delle strutture alleate. Il loro contributo è bene accetto, ma il “cuore” devono restare gli Stati Uniti. Questa è la lezione che il nuovo presidente Usa deve imparare e propagare in Occidente. s eg u e a pa gi n a 1 4

Dopo la ratifica di Garimberti

Minzolini in corsa per il Tg1 di Francesco Capozza Ieri, l’Assemblea dei soci della Rai ha ratificato la nomina di Paolo Garimberti a presidente di viale Mazzini. Ora si passa alle nomine che contano di più: quelle dei telegiornali e delle Reti. Per l’ammiraglia dell’informazione, a sorpresa, ieri è circolato il nome di un fedelissimo del presidente del Consiglio: Augusto Minzolini, giornalista de «La Stampa». se gu e a p ag in a 6

Arriva l’esercito degli i-Robot di Pietro Batacchi a pagina 12

Anche Napolitano e Bossi avevano mostrato dubbi sul progettodi Berlusconi

La casa non ha più un piano Le Regioni fanno saltare il decreto: «Ora si discuta insieme» di Marco Palombi

ROMA. Niente piano casa e niente piano ville, niente decreto e alla fine forse anche niente ddl. La montagna mediatica di Silvio Berlusconi potrebbe - non al Consiglio dei ministri di domani ma almeno la settimana prossima partorire il topolino di una legge quadro sull’edilizia, magari utile per carità, ma non certo l’iradiddio annunciata dal premier qualche giorno fa. Il presidente del Consiglio, suo malgrado, ha dovuto piegarsi al combinato disposto tra le perplessità del Quirinale, della Lega e delle Regioni da una parte e l’irriducibilità della realtà ai suoi desideri, per quanto forti e supportati dal potere, dall’altro. Nonostante la presa di posizione del presidente della Repubblica infatti – che ha invitato il governo a non aprire un conflitto di poteri con le Regioni, per di più via decreto – ieri mattina Berlusconi era ancora parecchio battagliero: si augurava un accordo con gli enti locali, certo, ma non escludeva il decreto e informava la stampa che non c’era alcu-

gue a p•aE giURO na 91,00 (10,00 GIOVEDÌ 26 MARZOse2009

CON I QUADERNI)

• ANNO XIV •

na «marcia indietro del governo», né ridimensionamento del piano visto che avrebbe riguardato “quasi il 50% degli italiani” mobilitando una cinquantina e più di miliardi di euro. Nel frattempo s’era riunita la Conferenza delle Regioni. Posizioni molto varie nel merito, ma un’unica, unanime certezza: no al piano casa per decreto, visto che la materia è complicata e per buona parte di competenza decisamente regionale. È questa la posizione che l’emiliano Vasco Errani e gli altri hanno illustrato nell’incontro col governo a palazzo Chigi. A quel punto, Berlusconi ha tentato l’ultimo colpo di coda: prima ha buttato lì la proposta di inserire nel ddl l’estensione del modello Milano 2 all’intero stivale («il progetto new town» l’ha chiamato il premier), poi - di fronte all’ostinazione dei governatori – ha posto un ultimatum di 72 ore per avere una risposta condivisa sul suo testo. s e gu e a pa gi n a 2

NUMERO

60 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

Domani il congresso Pdl

Una lezione per il disegno presidenzialista di Errico Novi atale coincidenza. Lo stop sul piano casa arriva a poche ore dalla nascita del Pdl. Domani Silvio Berlusconi parlerà davanti agli oltre seimila delegati del nuovo partito e probabilmente rivolgerà un immediato richiamo alla cronaca. In particolare all’ultima iniziativa del suo governo, prima intercettata dai dubbi del Quirinale e poi respinta dalla Regioni. Non potrà nascondere il suo disappunto, il premier, per l’atteggiamento di chi ostacola il cammino dell’esecutivo. Da qui all’invocazione della svolta presidenzialista il passo è breve. Ma se davvero sarà questo il tratto distintivo del congresso non se ne potranno certo ricavare buoni auspici per il superamento della crisi economica. Non è con questo spirito che si affrontano i problemi. s eg ue a p a gi na 2

F

IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


politica

pagina 2 • 26 marzo 2009

Palazzi. Dalla grande riforma al progetto di nuove città parallele: Berlusconi, per ora, ha perso la battaglia sull’edilizia

La casa ha perso il piano Le pressioni di Napolitano e Bossi e il no delle Regioni costringono il governo ad abbandonare il decreto. «Ora bisogna trattare» di Marco Palombi segue dalla prima Le Regioni, però, non hanno ceduto, forti non solo delle prerogative che assegna loro il Titolo V della Costituzione, ma anche dell’appoggio convinto di Umberto Bossi: «Ieri sera l’ho detto a Berlusconi - ha spiegato il Senatùr -. Molte Regioni, ad esempio la Lombardia, hanno già il loro piano casa. Meglio trattare con loro e trovare l’accordo, così si evitano scontri». Parole su cui il Cavaliere avrà avuto modo di riflettere anche alla luce del fatto che il Quirinale, avendole «acquisite agli atti» insieme alla contrarietà degli enti locali, ieri è tornato a sconsigliare il ricorso alla decretazione d’urgenza. Risultato: tanti saluti al decreto, baci anche all’ultimatum e apertura di un tavolo tecnico tra governo e regioni che dovrà produrre un risultato entro martedì prossimo.

E non sarà finita neanche martedì: dopo il tavolo, infatti, «ci sarà una nuova Conferenza unificata per valutare il lavoro congiunto e anche lo strumento e il merito», ha chiarito il mini-

Dal Parlamento e dagli Enti locali un’indicazione al congresso del Pdl

Una lezione per il Cavaliere presidenzialista di Errico Novi segue dalla prima Non ci si può rifiugiare ogni volta nella teoria del Parlamento lumaca, delle strettoie istituzionali. Perché un approccio del genere suona evidentemente come un alibi, un pretesto per allontanare da sé le responsabilità del governo e aprire la strada a forzature della Costituzione. In tutte le democrazie occidentali la pazienza di persuadere e concertare è la sola via disponibile all’esercizio del potere. Può capitare di avere felicissime intuizioni (e forse il vagheggiato decreto sull’edilizia privata lo era) ma bisogna poi mettere in conto il dissenso degli altri soggetti in gioco. Anche di un alleato sagace come Umbertto Bossi, attento a salvaguardare gli spazi di autonomia degli amministratori locali a costo di sacrificare gli interessi della maggioranza.

Va bene alimentare l’ottimismo dell’opinione pubblica. Ma non si può farlo al punto da dare per acquisiti provvedimenti ancora non sottoposti al vaglio del Parlamento o, come nell’ultimo caso, dei governatori. L’annuncio dovrebbe seguire, piuttosto che precedere, gli atti di governo. È così a meno che non si voglia dimostrare a tutti i costi l’insostenibilità del sistema parla-

ROMA. «Il mio piano casa». Renato Brunetta, che ha terminato di metterlo a punto in questi giorni, lo chiama così con i giornalisti e con i suoi collaboratori. La proposta è un suo vecchio pallino fin dai tempi in cui era consigliere economico di palazzo Chigi (la legislatura 2001-2006), quando l’attuale ministro per la Pubblica amministrazione riuscì persino a farlo inserire nell’ultima finanziaria del centrodestra prima del ritorno di Romano Prodi al governo: si tratterebbe, in buona sostanza, di vendere il milione circa di appartamenti ex Iacp – le vecchie case popolari – ad un prezzo di favore per incassare i soldi, creare ricchezza per gli inquilini e sollevare le casse statali dagli oneri di gestione e manutenzione di un patrimonio esteso quanto malmesso. Nel 2006 però gli andò male: alcune regioni fecero ricorso alla Corte costituzionale e si videro dare ragione essendo l’edilizia residenziale pubblica di esclusiva pertinenza regionale.

mentare. Ma anche in questo caso incombe un pesantissimo equivoco: nel programma dell’attuale maggioranza, e in particolare nei disegni del premier, c’è una riforma delle istituzioni in senso presidenzialista, ma in nessun sistema occidentale è prevista una maggiore quota di potere per il primo ministro (anche laddove questa carica coincide con quella di capo dello Stato) senza un proporzionale rafforzamento del legislativo. Peraltro una delle richieste più spesso avanzate da Berlusconi in questi mesi, ossia il libero ricorso alla decretazione d’urgenza, non esiste né in Francia, né in Inghilterra né in Germania, dove invece il vertice dell’esecutivo può determinare l’ordine del giorno della Camera. La nostra Costituzione prevede all’articolo 72 procedimenti abbreviati per le leggi dichiarate urgenti. Ma la comunicazione politica quotidiana si dissocia, come ormai è inevitabile, dal dato reale. In ogni caso le condizioni previste in ogni sistema liberaldemocratico per la forma presidenziale non coincidono con le iperrealistiche ipotesi avanzate in questi giorni. Il paradosso è che persino la riforma istituzionale rischia di diventare irrealizzabile e illusoria come il piano casa, a furia di forzare la realtà. La stessa’innovazione del sistema ha già pronto l’alibi per non essere mai realizzata.

Il ministro rilancia la vecchia idea di vendere gli alloggi popolari

Oggi Brunetta torna alla carica – facendosi forte, peraltro, di un cambio del quadro normativo dovuto al piano casa introdotto nella legge di conversione del decreto Tremonti di fine giu-

Al di là della battaglia ideale, però, stavolta l’economista veneziano è

Insomma il governo s’è ritirato in buon ordine, ma una nuova parola d’ordine già agita la strategia mediatica di palazzo Chigi: il piano casa di cui parlano i giornali infatti, hanno sostenuto sia Berlusconi che Fitto, non è quello vero, ma un misero piano per l’edilizia. «Il vero piano casa - ha ricordato il ministro pugliese - è quello che stiamo preparando per le giovani coppie in difficoltà, che non possono permettersi né l’acquisto di un’abitazione, né l’affitto». A questo fine, cioè sul «vero piano casa», verranno mobilitate non le Regioni e i Comuni, ma anche il sistema bancario italiano e l’Ance, l’associazione

più attento al contesto - la potestà regionale sulle case Iacp - e ha trovato orecchie interessate nel governatore della sua regione, il doge Giancarlo Galan: «Il Veneto è sicuramente interessato al progetto, ma sono sicuro che molte altre regioni seguiranno», aveva dichiarato qualche tempo fa. In realtà, Galan nutre per il progetto assai più che interesse: il presidente forzista avrebbe già ricevuto la proposta Brunetta (non un ddl perché una legge nazionale non serve) e sarebbe disposto a procedere in tempi brevi. I due sono convinti che – a partire dalle regioni limitrofe – seguirà l’effetto valanga. A questo va aggiunto che l’alienazione delle case popolari a quei prezzi è musica per le orecchie degli inquilini, migliaia di persone e relative famiglie conquistate alla causa del Pdl in una regione in cui la Lega ha già fatto carne di porco degli alleati alle scorse politiche: cedendo a una lettura politicista, insomma, il piano Brunetta, domani forse Brunetta-Galan, può essere il primo capitolo della nuova competizione interna al centrodestra nell’era del partito unico. (m.p.)

Galan punta sul “lodo Brunetta” gno – ma si muove comunque con più cautela. «È un patrimonio morto che rende tutti infelici – ha detto martedì in un forum a l’Unità -. Le morosità raggiungono il 40%, non ci sono soldi per le manutenzioni e le Regioni spendono 3 miliardi l’anno». Senza contare che «il problema sociale non si risolve, perché nessuno lascia la casa, anche se ormai ha perso i requisiti. A questo punto vendiamo tutto agli inquilini ad un prezzo capitalizzato dell’affitto». L’affitto medio, sostiene il ministro, è di poco più di 70 euro e quindi riscattare la casa costerà intorno ai 25-30mila euro per immobili che ovviamente varranno molto di più. Per sfondare a sinistra, Brunetta cita pure l’economista peruviano Hernando de Soto («La proprietà legale sollecita un impegno»), che ha ispirato il progetto del presidente brasiliano Lula di intestare agli abitanti la proprietà delle favelas.

stro agli Affari regionali Raffaele Fitto. Ora sì che siamo «sul binario giusto», hanno commentato Errani per i governatori e Domenici per i sindaci: «Serve un accordo sul modello di quello per gli ammortizzatori sociali». Quindi lo strumento legislativo «potrebbe essere o un disegno di legge o più probabilmente una legge quadro» ha spiegato la presidente dell’Umbria Maria Rita Lorenzetti, alla quale faranno seguito le leggi regionali.


politica

26 marzo 2009 • pagina 3

Claudio D’Albertis (Assimpredil) frena allarmismi ed entusiasmi

«Ma ora non pensate soltanto alle villette» di Francesco Pacifico

ROMA. «Più degli abusi edilizi mi preoccuperei delle brutture». Claudio De Albertis, già leader dell’Ance e ora alla guida dei potenti costruttori lombardi dell’Assimpredil, non crede agli effetti miracolosi del piano casa. Eppure, «anche sfrangiato dopo il vertice delle Regioni, resta soprattutto un’importante occasione per dare fiato soprattutto alle microimprese. Presso le camere di commercio ne sono iscritte almeno 620mila». Presidente, Berlusconi parla di un giro d’affari da 60 miliardi. Dipende da cosa prevederà il piano. Se si ridurrà alle villette, certamente le cifre saranno diverse. Altrimenti potremmo avere anche 150 miliardi di investimenti. E si tenga conto che per il 2009 l’Ance ha previsto un calo degli investimenti del 9 per cento. Dal punto di vista fiscale non sembra molto conveniente? Infatti, la sua riuscita è legata all’introduzione di una forte detrazione sul modello 36-55 (36 per cento sulle ristrutturazioni, 55 per il bonus energetico, ndr) fatto in passato. Altrimenti non ci sarà emersione. Per non parlare dell’abusivismo. Vorrei ricordare a chi ha gridato allo scandalo per l’introduzione dell’attestazione di conformità firmata da un professionista in sostituzione della dichiarazione di inizio lavoro, che altro non è che la “supervia” esistente già in Lombardia e in Piemonte. Eppoi, vorrei che qualcuno si ponesse il problema degli abusi di bruttura. Soltanto brutture? I vincoli edilizi o paesaggistici non hanno impedito le brutture. Che spesso sono perfettamente in regola. Credo che possano fare di più le commissioni ambientali in ambito regionale. Le Regioni temono nuova burocrazia. A livello regionale c’è un riflusso, e non soltanto al Sud come dimostra l’attivismo della Lega Nord in Lombardia, per rallentare le nuove costruzioni. Il problema per i governatori è che Berlusconi li ha spiazzati: sarà difficile spiegare i tanti paletti ai loro elettori. Resta il fatto che il governo è intervenuto su una potestà regionale. D’accordo, ma le leggi regionali potranno sempre vietare o limitare l’applicazione, se non ampliare la portata del piano. Sa qual è la verità, che mentre si litiga con Roma, gli enti fanno a gare a chi è più brava nel legiferare, con il risultato che noi costruttori, per lavorare da una sponda e dall’altra del lago Maggiore, dobbiamo avere un glossario perché cambiano i termini tecnici!

Non sarebbe il caso di riportare le opere pubbliche in ambito centralistico? Sarei d’accordo, soprattutto vedendo la corsa di alcune regioni, soprattutto del centrodestra, a farsi il loro piano casa. Bisognerebbe riprendere l’idea di riportare al legislatore nazionale i principi ordinatori delle norme sul governo dei territori, lasciando agli enti locali le leggi di regolamentazione. Ma le regole non sono troppe e complesse da diventare spesso criminogene? Infatti, andrebbero sfoltite. Questa è l’altra faccia della medaglia, perché siamo in presenza di norme – non soltanto edilizie ma anche igienico-sanitarie – che finiscono per impedire la realizzazione di un buon progetto. E poi sono state scritte anni fa, definiscono prodotto edilizi obsoleti, fuori mercato. Non è che il piano casa rafforzi e stimoli la bioedilizia… Infatti, per questo bisogna ripartire da zero e lanciare un modello che vada incontro a quello che la gente vuole. Perché i grandi colossi sembrano tiepidi di fronte al piano casa? Le imprese più strutturate dell’edilizia di solito guardano a insediamenti da almeno 250 appartamenti o alla realizzazione di grandi centri commerciali o capannoni industriali Il piano facilità la riconversione delle periferie e abbatte il problema del costo dei terreni? Un tempo i valori fondiari incidevano fino al 20 per cento su quello della casa, ora siamo al 40. Bisogna sfruttare al massimo lo strumento del diritto di superficie, come nel mondo anglosassone. Via alle demolizioni. Ma si può fare soltanto nei quartieri che non stati venduti a frazionamento. Quando s’inizia a che fare con condomini, non si sa dove si arriva. Prenda a Milano una zona come quella di San Siro, costruita negli anni Cinquanta: le case sono vecchie, quindi si potrebbe aumentare le cubature del 50 per cento per costruire nuove abitazioni e trasferire i residenti. Infine demolire le vecchie case e fare del verde o i servizi. Sembra facile. Ma non lo è. Eppoi servono i soldi: Berlusconi parla di vendere edilizia residenziale, ma in questo non si recuperano i fondi necessari e si crea soltanto degrado. Chieda all’Aler, che sta portando avanti un progetto simile. La sua soluzione? Diverso discorso sarebbe recuperare risorse con la vendita dei diritti creati con gli aumenti di cubatura.

Le leggi vigenti, finora, non sono bastate a evitare gli scempi. Senza dimenticare che le norme esistenti sono per case fuori mercato

Il premier Berlusconi ha dovuto fare marcia indietro sul piano casa. A destra, Claudio De Albertis. A sinistra, Renato Brunetta: vuole vendere le case popolari dei costruttori. E «il vero piano casa» altro non è che il progetto «Milano 2 per tutti» proposto ai governatori ieri mattina: le new town nella periferia delle città italiane, infatti, secondo il premier andrebbero destinate alle giovani coppie e alle famiglie in difficoltà grazie a mutui agevolati coperti dallo Stato e alla concessione di ulteriori “cubature” ai costruttori. Le nozze coi fichi secchi per le giovani coppie.

Naturalmente, per tutto il pomeriggio si sono rincorsi commenti di ogfni genere. Significativo quello del Governatore veneto Gianfranco Galan, il quale (come spighiamo meglio qui sotto) ha altri interessi in materia di case. Ebbene, Galan l’ha presa alla lontana: «L’assessore Renzo Marangon mi ha informato sugli esiti dell’incontro che si è tenuto a Roma sul Piano Stranordinario per l’Edilizia, che altri chiamano Piano per la Casa. Sono molto soddisfatto per il clima di dialogo che è stato raggiunto tra Governo e Regioni. Io stesso, nel corso della giornata di ieri, avevo

fatto conoscere alcune mie valutazioni sul confronto politico in corso a rappresentanti del Governo e della maggioranza». Parole di rappresentanza, dunque, in linea con quelle di altri governatori di area politica opposta, come per esempio il toscano Claudio Martini. «L’incontro di oggi ha sgombrato il tavolo dai macigni più grossi rappresentati dalla bozza di decreto del governo, che sia le Regioni che lo stesso pre sidente del Consiglio hanno considerato estranei alle esigenze necessarie per fronteggiare la crisi», ha detto il Governatore della Toscana. Che ha aggiunto: «Ripartiamo da un tavolo sgombro e dalla consapevolezza che alcune iniziative possono essere utili a fronteggiare la crisi economica che colpisce tutto il paese».

Insomma, è da qui, da questa «convergenza formale» che si ripartirà adesso per costruire il nuovo piano casa. Se ne riparlerà la prossima settimana, anche se i maligni vanno già dicendo che la casa di Berlusconi ha «perso un piano»...


prima pagina

pagina 4 • 26 marzo 2009

Instabilità. È l’esecutivo più anomalo della storia dello Stato ebraico. Cresce l’incertezza sul futuro del Medioriente

Israele, governo e caos Netanyahu imbarca il laburista Barak Kadima è fuori, frana l’unità nazionale di Enrico Singer a prossima settimana – forse già lunedì o al massimo martedì – Israele avrà il suo nuovo governo. Doveva essere un governo di unità nazionale capace di mettere la parola fine a una crisi politica profonda e di accelerare il processo di pace in Medioriente. Sarà, invece, uno dei governi più anomali della storia dello Stato ebraico. Con il principale partito del Paese – il centrista Kadima che aveva preso più voti e più seggi nelle elezioni del 10 febbraio – che resterà fuori dall’esecutivo. E con l’inedita alleanza tra la destra tradizionale del Likud e quella estrema di Israel Beite-

L

metta al popolo israeliano e a quello palestinese di vivere uno al fianco dell’altro in sicurezza». In verità, la paladina di quello che è stato battezzato «lo spirito di Annapolis» (dalla città americana dove lo scorso anno si è tenuta l’ultima conferenza internazionale sul Medioriente) era ed pè tuttora la leader di Kadima, Tzipi Livni, che non è entrata nel governo Netanyahu proprio perchè è convinta che il Likud non è deciso a seguire la Road map e a puntare ad un accordo con i palestinesi basato sulla formula “due Stati per due popoli”. Tanto che ieri si è detta «rattristata» per l’ingresso dei laburisti -

Tzipi Livni parla di «brutta politica che fa crescere la sfiducia dei cittadini» e spera che i delusi del Labour rafforzeranno l’opposizione. Il nuovo premier rassicura Obama: «Anch’io voglio la pace» nu (Israele la nostra casa) di Avigdor Lieberman con il partito laburista di Ehud Barak. Partito, quest’ultimo, che si è spaccato in due sulla scelta del suo leader: 680 voti favorevoli e 507 contrari in un burrascoso comitato centrale che potrebbe anche rappresentare il prologo di una prossima scissione. Israele, insomma, appare nel caos più che alla vigilia di una stagione di stabilità. E il futuro della trattativa con i palestinesi (e con la Siria) più incerto che mai. Anche se Bibi Netanyahu che tra pochi giorni sarà ufficialmente premier - si è affrettato a dire già ieri che «negozierà con l’Autorità nazionale palestinese per arrivare alla pace».

Netanyahu ha scelto un incontro con uomini d’affari ebrei e arabi per affermare che «la pace non è soltanto l’obiettivo finale, ma è lo scopo comune di tutti i governi israeliani, il mio incluso». Parole che suonano come una risposta al presidente americano, Barack Obama, che poche ore prima aveva definito «insostenibile» lo status quo in Medioriente e aveva avvertito che «la pace non è facile, ma è necessaria» e che è «cruciale avanzare verso la soluzione dei due Stati che per-

suoi ex alleati nel governo Olmert - nel nascente governo Netanyahu che ha definito «un’espressione di quella brutta politica che non fa altro che accrescere la sfiducia dei cittadini». Certo, nelle dichiarazioni di Tzipi Livni c’è tutta l’amarezza di chi non è riuscito a imporre alla crisi la soluzione che inseguiva: la nascita di un vero governo di unità nazionale,

magari con un patto per l’alternanza alla guida dell’esecutivo che Bibi Natanyahu ha rifiutato. E c’è anche la coerenza di chi ripete - come ha fatto ieri la Livni - che «se fossimo scesi a compromessi soltanto per entrare a far parte di un governo che ha una linea che non è la nostra, avremmo tradito la fiducia che hanno riposto in noi gli elettori».

Così Tzipi Livni è costretta all’opposizione. Ma dal rimescolamento generale che uscirà dall’attuale situazione di caos politico, il suo Kadima potrebbe anche diventare il polo d’attrazione per tutti quei laburisti che non condividono la scelta del loro leader, Euhd Barak, e che lo hanno apertamente contestato nel comitato centrale dell’altra notte. L’assemblea è stata segnata da momenti di altissima tensione. In tanti hanno affermato che Barak avrebbe «sepolto il laburismo israeliano» e che nel nuovo esecutivo «a comandare saranno Bibi Netanyahu, Avigdor Lieberman e gli ortodossi di Shas». L’esponente della corrente di sinistra, Shelly Yehimovic, ha detto che «i laburisti si avviano verso una morte vergognosa». Accuse di fuoco alle quali Barak - che manterrà la guida del ministero della Difesa - ha ri-

sposto assicurando che nel nuovo governo i laburisti «non saranno una foglia di fico per Netanyahu, ma un contrappeso all’estrema destra». Tesi contrapposte ed è difficile dire, oggi, quale si rivelerà più vicina alla realtà. Anche perché sia il Likud che il Labour si considerano la storia d’Israele e avvertono Kadima come una formazione artificiale che è nata a loro spese e con spezzoni dei loro partiti. Probabilmente tanto Netanyahu che Barak sperano che Kadima, una volta fuori dalle stanze del potere, possa essere soggetto a un processo di scomposizione con il ritorno di una larga parte dei suoi

esponenti ai partiti di origine. Ma nella grande confusione dei nuovi equilibri ci sono anche altre incognite: nel Likud, Netanyahu dovrà affrontare le proteste di quanti ritengono che abbia concesso troppe cariche agli alleati di Israel Beitenu, al partito religioso Shas e ai laburisti, a scapito dei suoi stessi compagni di partito. Una cosa appare molto verosimile: Netanyahu ha fortemente voluto Barak nel governo anche al costo di promttergli cinque ministeri - per evitare lo scontro frontale con gli Usa, quasi certo nel caso di una coalizione di governo ristretta alla destra.

La denuncia è stata fatta alla Knesset dal capo del servizio informazione militare israeliano

Gerusalemme: «Iran pronto per la bomba» di Massimo Fazzi a svolta proposta da Barack Obama al governo iraniano non ha provocato risultati immediati. E il governo degli ayatollah ha tenuto il piede inchiodato sull’accelleratore nell’unico campo che potrebbe veramente mettere in crisi Washington.Teheran, infatti, ha superato la “soglia tecnologica”per produrre una bomba atomica in pochi mesi ma preferisce attendere e continuare a produrre grandi quantità di materiale fissile da arricchire poi a un grado utile per usi militari in poco tempo, una volta presa una decisione in questo senso. Va detto che la notizia è stata riportata dal capo del servizio informazioni militari israeliano, il generale AmosYadlin, che ha parlato nel corso di un’audizione presso la commissione affari esteri e difesa della Knesset. Yadlin ha aggiunto che l’Iran ha completato lo sviluppo di missili balistici terra-terra in grado di portare testate nucleari: «La strategia degli iraniani è di non produrre una bomba atomica al più presto possibile per non

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dare al mondo il motivo per agire contro di loro». «Piuttosto ha continuato - stanno cercando di arrivare a una fase che dia a loro la capacità di produrre una bomba in poco tempo».

Secondo Yadlin, l’Iran dispone di 4mila centrifughe operanti per l’arricchimento dell’uranio al 4,5 per cento, che sono sotto il controllo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea). «Gli iraniani - ha detto - hanno ora le conoscenze necessarie per arricchirlo al 93 per cento, il limite che serve per raggiungere un livello militare. Al ritmo a cui stanno andando avranno bisogno di pochi mesi per passare dal 4,5 al 93 per cento». A parere di Yadlin la lotta per costringere l’Iran di divenire una potenza nucleare non è ancora persa. Un Iran in possesso di armi nucleari, ha detto, «sarebbe una minaccia per il mondo intero e non solo per Israele». Con buona pace delle pie speranze degli Stati Uniti e del loro nuovo presidente.


prima pagina

26 marzo 2009 • pagina 5

Un nuovo saggio evidenzia l’aiuto fondamentale di alcuni palestinesi allo Stato di Israele

La strada giusta per la pace? È la Palestina moderata di Daniel Pipes palestinesi hanno rifiutato il sionismo con una tale veemenza e per così tanto tempo (quasi un secolo) che il mufti Amin al-Husseini,Yasser Arafat e Hamas sembrerebbero aver goduto di un unanime appoggio palestinese. Ma non è così: un’indagine elettorale rileva che una sostanziale minoranza di palestinesi, circa il 20 per cento, è disposta a vivere fianco a fianco con uno Stato ebraico sovrano. Benché questa minoranza non sia mai stata al potere e la sua voce sia stata sempre sepolta sotto la furia negazionista, Hillel Cohen della Hebrew University di Gerusalemme ha messo a nudo il ruolo sorprendentemente cruciale assunto da questa minoranza nella storia. Cohen esamina questa tematica nel periodo antecedente alla creazione dello Stato d’Israele nel volume Army of Shadows: Palestinian Collaboration with Zionism, 19171948 (tradotto da Haim Watzman, edito da University of California Press); inoltre lo stesso autore, traduttore e casa editrice stanno preparando un seguito dal titolo Good Arabs: The Israeli Security Agencies and the Israeli Arabs, 1948-1967, che verrà pubblicato nel 2010. In Army of Shadows, Cohen mostra gli innumerevoli ruoli che gli accomodanti palestinesi hanno rivestito per l’Yishuv, la comunità ebraica presente in Terra Santa antecedentemente alla nascita dello Stato d’Israele. Essi hanno dato lavoro, si sono lanciati nel commercio, hanno venduto terre e armi, hanno ceduto risorse statali, hanno fornito notizie di intelligence riguardo alle forze nemiche, hanno diffuso dicerie e disseminato discordia, hanno convinto gli altri palestinesi ad arrendersi, hanno combattuto i nemici dell’Yishuv e hanno persino operato dietro le linee nemiche. Il loro aiuto cumulativo è stato talmente ingente che ci si chiede se lo Stato d’Israele avrebbe mai potuto vedere la luce senza il loro contributo.L’incondizionata negazione del sionismo da parte del mufti era volta a rafforzare la popolazione palestinese, ma sortì l’effetto opposto. L’egoismo, l’estremismo e la brutalità della cricca di Husseini minarono la solidarietà: utilizzando un linguaggio velenoso e delle tattiche omicide, dichiarando il jihad contro chiunque disobbedisse al mufti e ritenendo che più della metà della popolazione palestinese fosse costituita da “traditori”, questa consorteria spinse parecchi indecisi e intere comunità (principalmente i drusi) a passare dalla parte sionista. Di conseguenza, Cohen scrive: «Col passare del tempo, un numero crescente di arabi era disposto a girare le proprie spalle [ai negazionisti] e a offrire un diretto aiuto agli inglesi e ai sionisti».

I

Nella foto grande, le contestazioni al comitato centrale laburista. Sotto, la leader di Kadima, Tzipi Livni, a destra Yasser Arafat

te di quanto fecero Husseini e i negazionisti: gli accomodazionisti con prescienza capirono che il progetto sionista era troppo forte per opporgli resistenza e che tentare di farlo li avrebbe portati alla distruzione e all’esilio: pertanto, essi fecero pace con tale progetto. Entro il 1941, la macchina dell’intelligence aveva sviluppato sofisticati metodi che cercarono di utilizzare ogni contatto con i palestinesi allo scopo di raccogliere informazioni. Army of Shadows evidenzia quell’avanzato sviluppo sociale dell’Yishuv; ciò che Cohen definisce «la profonda penetrazione con i mezzi dell’intelligence della società araba palestinese» è stato un processo a senso unico: i palestinesi erano privi dei mezzi necessari per eguagliare e penetrare la vita ebraica.

Insieme allo sviluppo di una forza militare (l’Haganah), di una moderna infrastruttura economica e di uno Stato democratico, questa infiltrazione della vita palestinese è considerata uno degli eclatanti successi del sionismo. Ciò stava a significare che, mentre i sionisti avrebbero potuto unificarsi e passare all’offensiva, «la società palestinese era preoccupata per le battaglie interne e non era in grado di mobilitarsi e unificarsi dietro una leadership». Cohen è modesto in merito alle implicazioni della sua ricerca, argo-

In “Army of Shadow” Hillel Cohen sottolinea come sia necessaria la cooperazione fra i due popoli, che già in passato si sono aiutati con reciproco profitto

Egli definisce la collaborazione con il sionismo «non soltanto un tratto comune, ma anche centrale della società e della politica palestinese». Nessuno prima di Cohen ha compreso questo aspetto del passato storico. L’autore scorge una vasta gamma di moventi da parte degli alleati dell’Yishuv: profitti economici, interessi di classe o tribali, ambizioni nazionaliste, paura o odio della fazione di Husseini, etica personale, buon vicinato, o amicizie individuali. Contro coloro che definirebbero questi individui “collaboratori” o perfino “traditori”, Cohen argomenta che essi in realtà hanno capito la situazione più astutamen-

mentando esplicitamente che l’aiuto palestinese non è stata“la causa principale”della sconfitta araba del 1948-49. Sì, d’accordo, ma la prova che egli produce rivela il ruolo cruciale che quest’aiuto ha avuto nel successo dell’impresa sionista nel periodo oggetto di trattazione del suo primo volume. È interessante notare che mentre quell’aiuto oggi continua ad essere importante per le Forze di difesa israeliane (come altrimenti l’esercito israeliano potrebbe vanificare i così innumerevoli tentativi terroristici in Cisgiordania?), lo Stato d’Israele utilizza delle risorse assai più ingenti di quelle impiegate dall’Yishuv, rendendo oggi l’aiuto palestinese molto meno precipuo. Cohen conferma inoltre un fattore fondamentale: non tutti i palestinesi sono nemici di Israele. Qualcosa che ho documentato per tempi più recenti. Questo offre motivo di speranza; in effetti, se i palestinesi che accettano Israele aumentassero dal 20 al 60 per cento il conflitto arabo-israeliano terminerebbe. Un simile ripensamento - e non più delle “dolorose concessioni” da parte di Israele - dovrebbe essere l’obiettivo di ogni sedicente mediatore di pace.


diario

pagina 6 • 26 marzo 2009

Minzolini in corsa per il Tg1 L’Assemblea dei soci nomina Garimberti. Ora si tratta per le direzioni di Francesco Capozza

ROMA. Fatto il presidente è arrivato il momento di fare la Rai. Con l’ok alla nomina di Paolo Garimberti, Silvio Berlusconi si è ufficialmente ripreso in mano la partita per le nomine della televisione di Stato che, a questo punto, dovrebbe proprio essere in dirittura d’arrivo. Se uno come Sergio Zavoli, presidente della Vigilanza, si è spinto a fare pubblici apprezzamenti per come si è usciti dall’impasse, vuol dire proprio che dall’altra parte, nei pressi di largo del Nazareno, si pensava (e forse si sperava) che l’accordo fosse ulteriormente rinviato, magari per offuscare l’aura intorno al Cavaliere che questo fine settimana sarà il protagonista assoluto della piazza mediatica. Archiviata la grana sulla presidenza, si diceva, adesso, a pioggia, tocca a tutti gli altri posti chiave nell’organigramma della televisione pubblica. Si è tanto parlato di Raiset in questo periodo e un pò il tema ritorna anche in queste ore di nomine. Da mesi, infatti, si fanno i nomi di due cavalli di razza firmati Mediaset in attesa di trasferimanto verso viale Mazzini: Maurizio Belpietro e Clemente Mimun. Il primo, attuale direttore di Panorama e titolare di una finestra politica in onda tutte le mattine su Canale 5, sarebbe l’uomo a cui Silvio Berlusconi vorrebbe affidare la poltrona di Gianni Riotta (già pronto per imbarcarsi su un aereo diretto a New York come responsabile della sede americana) al Tg1. Il secondo,

invece, sarebbe il successore di Fabrizio Del Noce alla direzione della rete ammiraglia. A proposito dell’attuale direttore ad interim di Raiuno e responsabile di Rai Fiction, sembra che la sua stella sia in caduta libera come un satellite privo ormai della spita propulsiva.

Il premier, infatti, non avrebbe affatto gradito la posizione del suo ex-fedelissimo uomo Rai nella questione intercettazioni che, oltre al Cavaliere, ha visto coinvolti anche Agostino Saccà e la deputata azzurra Deborah Bergamini. Secondo voci insistenti, dopo quanto è successo, Del Noce non solo vedrebbe sfumare la direzione di Raiuno (cosa già scontata a dire il vero) ma rischierebbe seriamente di perdere anche la poltrona

fatti fermo nel pretendere per un suo uomo il primo telegiornale nazionale e dopo Belpietro (che Piersilvio e Fedele Confalonieri vorrebbero però blindare a Mediaset) ha già un nome pronto in tasca: quello del super-berlusconiano notista de La Stampa Augusto Minzolini. Una bomba che Berlusconi sarebbe pronto a gettare tra le gambe degli alleati e dell’opposizione, sulla scia di quel “vento nuovo” che va tanto declamando negli ultimi tempi.

Passando alla seconda rete, la partita sarebbe più semplice: al posto di Mazza alla direzione del tiggì sarebbe pronto a sbarcare da Napoli il direttore de Il Mattino Mario Orfeo, sponsorizzato dalla preferita del Re, Mara Carfagna. Ad affiancare Orfeo sarà, con molta probabilità, il neo conduttore di MalpensaItalia e vice direttore di Libero (nonché uomo della Lega), Gianluigi Paragone. Sulla terza rete, quella storicamente spettante alle opposizioni di sinistra, non si sa ancora molto. Si vocifera della possibilità che sia Paolo Ruffini sia Antonio Di Bella rimangano al loro posto perché graditi al Pd e non particolarmente sgraditi a palazzo Chigi. Un nodo che sembrava risolto e che invece, dopo le voci trapelate da ambienti Vaticani sulla «spiccata laicità dei vertici Rai», è quello della direzione generale. Se Mauro Masi può dormire sogni tranquilli, i due futuri vice non sono più così certi. Oltretevere vogliono Lorenza Lei, ma il cambio in corsa dei cavalli non è affatto scontato.

Confalonieri e Piersilvio sarebbero orientati a blindare in Mediaset Belpietro e Mimun. Ma il Cavaliere ha già in tasca la soluzione di Rai Fiction e sarebbe anzi quasi certo il riposizionamento in quella stessa casella di Agostino Saccà. Tornando alla rete ammiraglia e al suo telegiornale, c’è anche un caso Fini ad agitare le acque. Il presidente della Camera, si sa, vorrebbe fortemente l’attuale direttore del Tg2 al vertice del primo tiggì e Berlusconi al momento non sembra intenzionato a rompere il momentaneo idillio con la terza carica dello Stato. Ecco perchè, a quanto si apprende, la controfferta a cui nè Fini nè Mazza potrebbero dire di no sarebbe la direzione della rete ammiraglia. Il Cavaliere è in-

A meno di 24 ore dalla nascita del nuovo partito, i gruppi minori non hanno ancora deciso se sciogliersi o no

Cosa faranno, da grandi, i piccoli del Pdl? ROMA. Il grande giorno è arrivato: domani chiuderà i battenti Forza Italia e dalle sue ceneri - e da quelle di Alleanza Nazionale, scioltasi domenica scorsa - nascerà il Popolo delle libertà. Mentre i tre coordinatori del futuro partito, Denis Verdini, Sandro Bondi e Ignazio La Russa sono impegnati a contenere il premier che sta definendo dall’alto ogni piccolo dettaglio (addirittura il fatto che «ci vorranno almeno 400 kg di mozzarella di bufala» oppure, «avete visto che strazio il congresso di An? Mettiamo un po’ di musica» e ancora: «nelle prime file voglio solo giovani, sotto i vent’anni»), ci si interroga su chi ci sarà e chi no e su chi, tra i cosiddetti “nanetti” del centrodestra, confluirà nel nuovo soggetto seguendo l’esempio dei due maggiori alleati. Sul primo punto si sta cercando di mediare: Silvio Berlusconi, infatti, vorrebbe che alla “sua”festa fossero in-

vitati solo quelli che aderiranno al nuovo partito e gli alleati. Se la linea del Cavaliere dovesse passare, in pratica, alla Fiera di Roma non saranno ospiti graditi né esponenti del Pd di Franceschini, né quelli dell’ex alleato Pier Ferdinando Casini né, tanto meno, quelli dell’Italia dei valori di Di Pietro. Sul secondo punto, invece, c’è ancora un pò di confusione. Che faranno i piccoli del centrodestra? Si scioglieranno

Avranno anche loro uno spazio alla kermesse della Fiera di Roma, ma non tutti sono dell’idea che sia davvero utile «sciogliersi» o confluiranno nel Pdl con la loro identità? Ecco, per fare chiarezza, un breve viaggio tra i satelliti del nascituro partito. Carlo Giovanardi, per esempio, ci tiene a precisare che «i Popolari e liberali non sono un partito ma un’associazione che, peraltro, ha aderito subito al progetto del presidente Berlusconi,

prima ancora di An e degli altri soggetti del centrodestra». Sulle stesse posizioni e cioè «fisilogicamente nel Pdl senza necessità di sciogliere nulla» sono i socialisti che si riuniscono attorno alla Fondazione Craxi. Per Sergio Pizzolante infatti «noi e i circoli della Libertà siamo da sempre in Forza Italia e con essa aderiremo al Pdl». Poi ci sono gli indecisi, tra questi spiccano la Dca di Gianfranco Rotondi, il nuovo Psi di Stefano Caldoro e i seguaci dell’ex Guardasigilli Clemente Mastella, tra gli ultimi in ordine di tempo ad approdare nell’orbita berlusconiana: tutti questi si presenteranno alle Europee nel Pdl, ma «in modo del tutto autonomo alle Amministrative». Chi, invece, non ha nessuna intenzione di sciogliersi sono i fuoriusciti dall’Udc con Francesco Pionati i quali, con l’Alleanza di centro, mirano «a togliere voti all’Udc, vista la sua deriva a sinistra». Con questa confusione, speriamo almeno che la mozzarella prevista da Berlusconi basti per tutti.


diario

26 marzo 2009 • pagina 7

Negli anni Novanta aveva detto: «È stato un grande statista»

Ancora incerti i risarcimenti per gli allevatori “in regola”

Fini annuncia «Ho cambiato idea su Mussolini»

Quote latte, il governo ha trovato nuovi fondi

ROMA. «La risposta sta in quello che ho fatto in questi anni. Altrimenti sarei schizofrenico»: Gianfranco Fini dice di aver cambiato idea su Benito Mussolini. All’inizio degli anni Novanta, l’attuale presidente della Camera definì il Duce «il più grande statista del Novecento». Adesso, non la pensa più così: «Siete voi stessi che avete parlato di un percorso storico e quindi è ovvio che oggi non la penso più così. Altrimenti, sarei schizofrenico».

ROMA. Soldi trovati per il decreto latte di Zaia, Fondo di Solidarietà e agevolazioni previdenziali. Almeno in parte. Con la presentazione di tre emendamenti del Governo - messi a punto dopo riunioni fiume tra i ministri, i tecnici e le commissioni Bilancio e Finanze e subito contrapposti da tre sub-emendamenti dell’opposizione - vengono ridimensionate quelle coperture passate in Senato ma giudicate non congrue dalla Camera. Ma si sblocca finalmente la situazione. Dei 330 milioni di euro previsti per il Fondo di Solidarietà nazionale - dei quali 230 per l’anno in corso e 100 per gli arretrati del 2008 - ne rimangono 110: 90 milioni recuperati dal Fondo per i risparmiatori

Intervistato nella sede della stampa estera, Fini ha affrontato argomenti diversi. Non sono mancati, ovviamente, le domande su Silvio Berlusconi. «Come mai è leader da tanti anni? Perché raccoglie il consenso elettorale. Vuol dire che interpreta il sentimento dei cittadini. Come fa? È la democrazia». A proposito dei suoi rapporti con il premier, il presidente della Camera ha detto: «Io amo il mare e i delfini, ma in politica non ci sono delfinati: siamo in una repubblica, non in una monarchia». E, allora, chi prenderà le redini del centrodestra dopo l’attuale premier? «Quando sarà il momento si dibatterà e il partito sceglierà. Oggi il leader è Berlusconi». Ma sarebbe pronto a diventare premier? «Un gran-

Testamento biologico Il governo blinda il testo Bocciati in Senato tutti gli emendamenti del Pd di Guglielmo Malagodi

ROMA. Sulle questioni etiche, Gianfranco Fini si smarca ancora una volta dalla maggioranza, dando sempre di più l’impressione di volersi accreditare come leader della corrente laico del Pdl. Sulle «questioni eticamente sensibili come il testamento biologico» ha detto il presidente della Camera, «nessun partito oggi può dire “si fa cosi”: sono questioni che devono essere lasciate alla libertà di coscienza dei parlamentari e degli elettori». Fini ha anche puntato il dito contro «un partito inteso come una Chiesa laica, che dice“o è così o, se non obbedisci, sei fuori dal partito”: quella è una logica del secolo passato». Quasi a contraddire l’opinione (o, meglio, il timore) di Fini, nel pomeriggio è arrivato dal Senato il voto più che compatto della maggioranza in favore dell’articolo 2 del disegno di legge sul testamento biologico che elenca le norme sul consenso informato. I sì sono stati 148, i no 99 e 18 gli astenuti. A votare a favore è stata la maggioranza (Pdl, Lega, Mpa) assieme all’Udc. A votare contro sono stati l’Italia dei valori e il Partito democratico. Nel Pd, a titolo personale, si sono però astenuti la capogruppo in commissione Sanità, Dorina Bianchi e Daniele Bosone. D’altra parte lo stesso Franceschini aveva detto che l’opinione dei senatori del Pd era «prevalentemente» per il no alla legge: come a dire, non c’era unanimità. E questo si sapeva. Del resto, la maggioranza ha “blindato”il testo sul fine vita rifiutando qualsiasi apertura che potesse schiudere la porta a forme di suicidio assistito e di eutanasia. Ma non ha accetta compromessi neanche sulla cruciale questione dell’idratazione e dell’alimentazione, oggetto di un emendamento a prima firma Finocchiaro frutto di una mediata sintesi all’interno del Pd. Sparisce dal testo anche qualsiasi riferimento all’accanimento terapeutico: l’emendamento a firma Michele Saccomanno (Pdl), cancella infatti il comma 3 dell’art.3 che prevedeva, per il soggetto in grado di intendere e di volere, la possibilità «di accettare o meno trattamenti sanitari che, anche a giudizio del medico, abbiano po-

tenziale, ma non evidente carattere di accanimento terapeutico».

Il primo nodo della giornata, e del confronto tra maggioranza e opposizione, si è giocato sulla questione dell’alimentazione e idratazione, per cui l’emendamento Finocchiaro prevedeva che «nell’ambito del principio di autodeterminazione , nel rispetto dell’art. 32, secondo comma, della Costituzione, è ammessa l’eccezionalità del caso in cui la sospensione di idratazione e alimentazione sia espressamente oggetto della dichiarazione anticipata di trattamento». Un «ponte tra due mondi», ha definito in aula la capogruppo Finocchiaro questo emendamento, «frutto di un’ampia convergenza fra le diverse anime del gruppo Pd». Ma la maggioranza ha alzato un muro, prima con Maurizio Gasparri, che ha ricordato come «alimentazione e idratazione siano diritti naturali che la Costituzione riconosce e che questa legge dovrà tutelare per difendere la vita», poi con il leghista Fabio Rizzi, secondo il quale «lo sforzo del Pd è apprezzabile, ma l’emendamento non è condivisibile in quanto l’eccezionalità di cui si parla non è vera eccezionalità, ma di fatto una norma, perché introduce la sospensione in caso questa volontà sia introdotta nella Dat». A fine mattinata Anna Finocchiaro ha tirato le somme di giochi che appaiono ormai fatti: a questo punto «non mi aspetto più niente».

Passano tutte le indicazioni dell’Udc. D’Alia: «La “maggioranza per la vita” è molto più ampia di quella prevista»

de italiano, Eduardo De Filippo, diceva “gli esami non finiscono mai”. Aspettiamo questi esami…», ha chiosato Fini. A proposito del Pdl: «Io ho invitato tutti gli iscritti, al congresso di An, e farò la stessa cosa al congresso Pdl, a dar vita ad un progetto per l’Italia. Il Pdl in una fase post ideologica deve essere uno strumento democratico per intercettare il consenso e per governare o fare l’opposizione. E il grande compito del Pdl, anche in ragione del grande consenso popolare di cui dispone, sia quello di costruire l’Italia del futuro. Uscendo dalla logica del quotidiano, del giorno per giorno, e andando verso una fase più strategica».

Di tutt’altro tenore, naturalmente, il commento dell’Udc affidato capogruppo Gianpiero D’Alia: «Ogni volta che votiamo a scrutinio segreto cresce il numero di colleghi che vota la nostra proposta sul testamento biologico: si prefigura una “maggioranza per la vita” molto più ampia di quella prevista. Questo testimonia la libertà del Parlamento a dispetto di chi lo ritiene soggiogato e il senso di responsabilità con cui si sta affrontando un tema cosi delicato. Sta trionfando una cultura costituzionale che promuove la vita e rinnova l’alleanza terapeutica tra medico e paziente».

vittime di frodi finanziarie e circa venti milioni dal Fondo per l’attuazione dei piani nazionali di settore di competenza del ministro delle Politiche agricole. Ancora buio totale invece per quanto riguarda il 2010 e il 2011.

Situazione analoga, per adesso, è quella relativa alle agevolazioni previdenziali. Un pacchetto da 154,5 milioni che viene così ridimensionato a 103 milioni. Per quanto riguarda invece il famoso Fondo di sostegno a rotazione da destinare agli allevatori che negli anni passati hanno rispettato le regole o che si sono messi in riga cogliendo l’opportunità data da Alemanno nel 2003, i soldi dovrebbero essere più o meno quelli previsti «sebbene l’ammontare sarà valutato in relazione alle effettive esigenze del settore». Ora la palla passa nuovamente al Comitato dei Nove che lavora alle limature degli emendamenti. E già il Pd ha presentato tre sub-emendamenti che chiedono di non usare i fondi fas per finanziare le iniziative.Tutto quindi è ancora in discussione alla Camera. Ma gli agricoltori non aspettano e già da oggi le bandiere della Cia e della Confagricoltura sventoleranno in piazza Montecitorio.


economia

pagina 8 • 26 marzo 2009

Scontri. «I bond devono rimettere in moto l’economia». Affondo della presidente di Confindustria davanti al ministro

Emma batte cassa Marcegaglia attacca le banche: «Non hanno più alibi: ora devono dar credito alle imprese» di Alessandro D’Amato

ROMA. Sembra il gioco delle tre scimmiette, in cui una non vede, una non parla, una non sente. Con protagonisti il governo, la Confindustria e il sistema bancario. Ieri, però, la presidente dell’associazione degli industriali, Emma Marcegaglia, ha scelto di interpretare tutti e tre i ruoli e ha così commentato la firma sull’accordo sui Tremonti bond durante la conferenza stampa sul Credit day al Tesoro: «Ora le banche non hanno più scuse per non concedere il credito; ad oggi con questi strumenti che diventeranno operativi in poche settimane possiamo combattere la restrizione del credito in modo serio. Non ci sono più alibi per fare restrizione del credito». Nella conferenza stampa è intervenuto anche il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti: «Gli osservatori sulla stretta creditizia stanno riscontrando un consenso di opinione pubblica elevatissimo: è evidente che dove si utilizza il denaro pubblico ci deve essere un controllo pubblico. Per noi gli osservatori sono la sede istituzionale territoriale più adatta per gestire eventuali episodi di crisi aziendali, oltre che uno

strumento di controllo sull’accesso al credito da parte delle imprese».

Emma Marcegaglia, comnuque, stavolta fondamentalmente non vede bene quale sia la situazione del sistema creditizio italiano: essendo le banche delle aziende, anche in presenza di coefficienti finalmente vicini a quelli delle loro “sorelle” europee, non potranno mai prestare denaro come se piovesse a tutte

danno soldi a volontà ad un’economia reale che è già in crisi (con alte probabilità di sofferenza per i prestiti, quindi). Poi chiederanno altri soldi al governo tramite i bond di Tremonti perché il loro rapporto impieghi/patrimonio sballerà vieppiù, ma a patto che diano quei soldi di nuovo in giro allegramente. Insomma un piano quinquennale del credito dove lo Stato fa il finanziatore, decide come, quando e a chi si eroga il credito e tutti muti e zitti altrimenti chiamano i prefetti oppure il ministro dell’Economia mette il broncio.

Il problema è sempre lo stesso: gli Istituti temono di imbattersi, prima o poi, nel fantasma dei titoli tossici; per questo se ne restano chiusi senza possibilità di scambio le imprese italiane, anche quelle palesemente in difficoltà e che non se la passavano bene nemmeno prima della crisi. Perché questo sarebbe controproducente nei confronti degli azionisti, visto che aumenterebbe i rischi di credito. A meno di non volere innescare un circolo vizioso, nel quale vedremo le banche italiane, alle prese con conti economici non floridi, che

Dall’altra parte c’è chi non sente. Ovvero, le banche. Che non hanno ritenuto di dover replicare alle parole del presidente degli industriali, se non con la frase di prammatica pronunciata dal presidente dell’Abi, Corrado Faissola: «Dopo la firma dell’ultimo tassello per l’operazione dei Tremonti bond le banche per la loro struttura non potranno esimersi dal dare credito con la scusante del patrimonio non sufficiente», ha detto. Sottintendendo quindi che se permangono altri problemi (ovvero le imprese che non lo meritano per ragioni di-

verse), il credito non verrà comunque erogato. Eppure il problema riguarda anche loro: la caratterizzazione più completa di questa situazione è che ci troviamo di fronte non tanto a una crisi di liquidità (con il costo del denaro a questi livelli e l’Euribor che ha finalmente preso a scendere, sarebbe impossibile), quanto a una crisi di solvibilità. Dove ciascun istituto non si fida dell’altro perché nessuno ha ancora messo in

chiaro cosa ha davvero nascosto nelle pieghe dei bilanci: questa è l’esortazione venuta dal governatore Mario Draghi in più occasioni, l’ultima durante il G8: «Trasparenza significa che tutte le banche devono tirare fuori tutti gli asset tossici dai loro bilanci: la cosa più importante è che si faccia luce esattamente sulla qualità dei bilanci bancari». Purtroppo caduta sempre nel vuoto. Anche perché pure Bankitalia ha le sue

Siglato l’accordo con l’Abi per sostenere la patrimonizzazione: «Ma servono gli osservatori»

Tremonti insiste: ci salveranno i prefetti ROMA. Arrivano i Tremonti bond. Lo strumento messo a punto dal ministero dell’economia, per sostenere la patrimonializzazione delle banche e assicurare credito alle imprese, entra nella sua fase operativa. Abi e Tesoro hanno firmato il protocollo d’intesa per la sottoscrizione delle obbligazioni emesse dalle banche che dovrebbero raggiungere, in un paio di mesi, un ammontare complessivo di 10-12 mld, secondo le stime fornite dal ministro Giulio Tremonti e dal direttore generale Vittorio Grilli in occasione del secondo «Liquidity day». Il titolare di Via XX Settembre ha difeso l’istituzione degli osservatori per il monitoraggio sulla concessione del credito nelle prefetture, parlando di «tanta polemica inutile» e rivendicando la «scelta lungimirante di creare una sede territoriale per

gestire fatti di crisi». Da duecento anni, ha ricordato il ministro, «se c’è una crisi aziendale si va dal prefetto e per questo le prefetture hanno già questa funzione di controllo e di gestione». L’opzione degli osservatori, «ripresa alla lettera dal provvedimento francese», è importante secondo Tremonti perché «dove si utilizza denaro pubblico ci deve essere trasparenza e perché sul territorio si può fare meglio di quanto si può fare portando tutto a Roma». Insomma, Tremonti non perde l’occasione di tornare a polemizzare con il governatore di Bankitalia Mario Draghi. D’altra parte ieri Tremonti giocava in casa. Infatti anche il presidente dell’Abi, Corrado Faissola, ha detto che le banche sono pronte a fare la loro parte, «collaborando perché gli osservatori diano i risultati auspicati». Sicu-

ramente gli istituti di credito, ha osservato, «non potranno esimersi dal fare credito alle imprese, utilizzando la scusante che il patrimonio non è sufficiente». Nell’accordo firmato dall’Abi è formalizzata una lista di prescrizioni che riguardano le modalità e la quantità di risorse da mettere a disposizione per il prossimo triennio verso le piccole e medie imprese. Gli istituti di credito si impegnano a praticare condizioni non penalizzanti rispetto al passato; a rafforzare il Fondo di Garanzia Pmi per un ammontare pari all’1,5 per cento del valore dell’emissione; a sospendere il mutuo per almeno 12 mesi ai percettori di integrazioni al reddito; a favorire adeguati livelli di liquidità ai creditori delle pubbliche amministrazioni per la fornitura di beni e servizi.


economia

26 marzo 2009 • pagina 9

Presentate le nuove rotte da Linate per Roma e da Malpensa per il mondo

Alitalia contro tutti: dai treni a Lufthansa di Andrea Ottieri

MILANO. Puntuale, a ventiquattro ore dall’inaugurazione ufficiale dell’Alta velocità Roma-Milano (alla presenza del “presidente ferroviere”), arriva la risposta di Alitalia. A infuocare ancora di più la lotta commerciale per la gestione della gallina dalle uova d’oro del trasporto italiano, Alitalia «investirà ancora di più su Linate, nei servizi, nella qualità e nella quantità dei voli, per questa importantissima area del nostro Paese». Lo ha spiegato il presidente della compagnia aerea, Roberto Colaninno, nel corso della conferenza stampa di presentazione dei nuovi servizi, appunto, per la tratta Roma-Milano. «Si tratta di un accordo molto importante su Linate - ha proseguito - abbiamo sempre detto che per noi lo scalo era centrale, a dispetto di quanto scritto dai giornali non abbiamo mai pensato di chiuderlo, ma di ottimizzarlo».

colpe: dov’era la vigilanza quando le banche italiane sforavano verso il basso il Tier impieghi/capitali? O facevano qualche investimento in operazioni di dubbia solidità come Madoff o le banche nell’Est europeo? Ma in ogni caso la strada indicata dal governatore è l’unica per far tornare il sistema creditizio alla normalità; specialmente i più grandi, che oggi grazie ai Tremonti bond possono cominciare a tirare un sospiro di sollievo dopo i rovesci delle Borse, che hanno messo in qualche caso in serio dubbio la resistenza di alcuni colossi. Ma per ora la richiesta di trasparenza sembra essere destinata a restare lettera morta.

Nella commedia, poi, il ruolo del governo è quello di chi non parla. O meglio, parla anche troppo ma non di quello di cui dovrebbe. Dopo la fantastica scena del ministro Maroni che a La7 dice che i prefetti intimeranno ai direttori delle banche di dare credito alle imprese, e il rapido dietrofront che ha visto un ministro dell’Economia che aveva appena messo i panni di Robin Hood contro gli “speculatori”, correre in soccorso degli stessi con gli aiuti di Stato, più nulla. Eppure che la situazione sia più complessa, e quindi difficile da risolvere con gli sceriffi del credito, a via XX Settembre dovrebbero saperlo. O no?

Sopra, Giulio Tremonti con Emma Marcegaglia alla presentazione ufficiale - ieri dell’accordo fra ministero e l’Abi di Corrado Faissola (nella foto a sinistra) per la gestione dei ”Tremonti bond”, i titoli di credito con i quali il governo spera di consolidare i patrimoni delle banche e combattere, così, la crisi del credito. A destra, Rocco Sabelli, l’ad di Alitalia

Ebbene, Alitalia lancia da oggi il nuovo prodotto Milano-Roma-Milano che offrirà servizi personalizzati dedicati a chi viaggia su questa tratta, che rappresenta per la compagnia aerea il 10% circa del totale dei passeggeri e dei ricavi, volti a velocizzare le operazioni da compiere in aeroporto prima e dopo il volo e ridurre così i tempi di percorrenza da e verso il centro città. Ogni giorno, ha spiegato l’amministratore delegato Rocco Sabelli, saranno offerti fino a 44 collegamenti con una frequenza di un volo ogni 15 minuti nelle fasce orarie di punta. Per i clienti della tratta Linate-Fiumicino vi saranno banchi check in dedicati (tre a Linate e quattro a Fiumicino), varchi sicurezza dedicati, gate dedicati e personalizzati con corsie riservate ai clienti top. Vi sarà anche la possibilità di comprare un pacchetto di offerte inclusivo di volo più il servizio di noleggio con conducente per recarsi negli aeroporti. Sabelli ha inoltre spiegato che è in fase sperimentale l’utilizzo delle impronte digitali per associare il biglietto al passeggero «una sorta di free pass». Verrà inoltre introdotta una nuova offerta tariffaria semplificata attraverso la riduzione a sole quattro fasce di prezzo: Libera, Comoda, Facile e Promo. Sono state anche introdotte due nuove tariffe business di sola andata a partire da 195 euro tutto incluso. «Più che fare concorrenza al treno noi pensiamo a dare un servizio migliore ai nostri clienti», ha affermato Sabelli spiegando come secondo lui il treno e l’aereo occupano «due segmenti di mercato abbastanza diversi». L’amministratore delegato di Alitalia ha tenuto a sottolineare che il 70% dei viaggiatori che fanno la tratta Roma-Milano in giornata sono del club Freccia Alata di Alitalia. «Un passeggero su quattro fa la Roma-Milano in un solo giorno e questa è una fetta di mercato resistente al treno e molto legata ad Alitalia. Il treno non è una alternativa all’aereo per

chi fa due viaggi al giorno in questa tratta», ha spiegato Sabelli, salutando comunque come un «grande passo in avanti per le infrastrutture del nostro Paese» il viaggio inaugurale di ieri dell’Alta velocità Roma-Milano in tre ore. «Riteniamo che sarà bello dedicare alla tratta Roma-Milano una flotta specifica - ha aggiunto Sabelli - stiamo valutando il fatto che 10-12 aerei della nostra flotta siano dedicati a questa tratta in modo da aumentare le performance in termini di puntualità».

Sul fronte della concorrenza con Lufthansa, iperattiva da un paio di mesi dall’aeroporto di Malpensa, dal 29 marzo l’offerta Alitalia da Milano si arricchisce di quattro novità: da Linate tutti i giorni per ParigiOrly, per Bucarest e per Varsavia. Sempre da Linate vi saranno due nuovi collegamenti stagionali per Pantelleria e Lampedusa. Infine, verranno intensificate le frequenze su rotte già operate dallo scalo: un volo giornaliero in più per Alghero, Brindisi, Cagliari, Catania e Lamezia Terme. Non solo, Alitalia potrebbe incrementare anche le rotte intercontinentali in partenza direttamente da Malpensa. Le destinazioni «sotto osservazione» sono Buenos Aires, Miami e Shanghai che sono rotte da circa 100mila passeggeri l’anno e che - secondo l’ad di Alitalia «si rivelano più fattibili sotto il profilo dei costi perché vicine al breakeven». Lo ha detto chiaramente, Roberto Colaninno: «Alitalia accetta la concorrenza su Malpensa». Ma ieri per la (ex?) compagnia di bandiera è stata una giornata speciale soprattutto per un altro motivo: «Oggi alle 10 sono stati versati i 323 milioni da parte Air France-Klm ed è stato liberato l’aumento di capitale», ha spiegato Sabelli. Nel Cda di Alitalia sono entrati il presidente di Air France Jean Cyril Spinetta, Peter Hartmann e Bruno Mathieu. Insomma, con l’investimento di 323 milioni AFKlm possiede il 25% dell’Alitalia.

«La concorrenza ci piace», ha detto Sabelli illustrando tutte le novità. Ieri, comunque, Air France ha versato 323 milioni per “acquistare” il 25% della nuova compagnia


panorama

pagina 10 • 26 marzo 2009

Duelli. La destra al Nord vuole privatizzare le ex municipalizzate, casseforti elettorali del Carroccio

An sfida la Lega sui servizi di Riccardo Paradisi a sfida lanciata dal congresso di scioglimento di An alla Lega ha avuto già la pronta risposta di Roberto Calderoli: il consenso in fuoriuscita dei delusi della destra fluirà copioso nel Carroccio. Non è solo una spacconata. Gli esponenti di An al nord conoscono bene i sondaggi elettorali sulle prossime elezioni europee che girano in Lombardia e in Veneto dove la Lega viene data in certe realtà, anche oltre il 30%.

L

Una massa di consenso impressionante che farebbe del Carroccio la prima forza politica dell’area più produttiva del Paese e darebbe ancora più forza a Bossi nella possibilità di condizionare il governo. Per questo non basterà ad An marcare, come ha fatto finora, le differenze con la Lega sul linguaggio e i toni politici che il centrodestra e il governo dovrebbero usare nell’affrontare temi esplosivi co-

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

me l’immigrazione e la sicurezza, abbassando la temperatura delle enunciazioni – con gli immigrati dovremmo essere più cattivi ha detto il ministro dell’Interno Roberto Maroni – e facendo economia di grossolana demagogia. Se vuole davvero sfidare la Lega sul suo terreno, senza subire per questo perdite

buon occhio. Ecco, An avrebbe dunque individuato il punto ideologicamente più debole della lega, quello che il partito di Bossi, che della predica sui costi della politica ha costruito la sua identità avrebbe imbarazzo a difendere, marcando le stesse posizioni di Rifondazione comunista su questo tema.

L’obiettivo degli uomini di Fini è contendere ai “lumbàrd” il controllo del territorio e dei voti su aziende partecipate e sicurezza elettorali considerevoli e anzi costringendo Bossi sulla difensiva l’ex partito di Fini, la destra del Pdl, dovrà ricorrere a battaglie più cogenti. La principale di queste battaglie, il primo e più importante fronte da aprire nel confronto col Carroccio, viene indicato dagli esponenti di An del nord nel porre chiaro e tondo al premier Silvio Berlusconi e al governo la questione delle ex municipalizzate, le aziende partecipate di comuni, provincia e regioni alla cui privatizzazione proposta dal decreto Lanzillotta la Lega si è sempre opposta e che invece Berlusconi vedrebbe di

D’altra parte la politica è soprattutto realismo: la Lega nel nord è coinvolta direttamente o indirettamente nella gestione di 5mila ex municipalizzate, che sono casematte del potere locale, rendite elettorali di posizione a cui nessuna forza politica radicata nel territorio rinuncia volentieri.

Ma appunto è su questa proposta che An potrebbe lanciare il guanto di sfida al Carroccio facendola seguire magari alla proposta di abolire le Provincie, vasto programma di parte del centrodestra, ma su cui la Lega s’è sempre detta contra-

ria. Ultimo segmento di incursione della destra sul terreno leghista dovrebbe essere quello della sicurezza. An dovrebbe chiedere più effettivi e maggiori risorse alle forze di polizia, una filosofia alternativa a quella leghista a cui invece interessa la formazione di una polizia regionale e il riconoscimento sempre più ufficiale delle ronde. Ma per aprire un confronto del genere al nord con la Lega non ci vuole solo coraggio. È necessaria molta misura e molto equilibrio. Qualità che gli esponenti settentrionali del Pdl-An raccomandano alla direzione romana del partito. Perché se va bene entrare in concorrenza con la Lega per riprendersi un territorio politicamente saccheggiato dagli uomini di Bossi è anche vero che sarebbe suicida farlo sbilanciando il baricentro del centrodestra nel sud e dimenticando partite fondamentali per il nord come l’expo e Malpensa. Senza dimenticare che il primo da convincere sul punto che non debba sempre essere An a fare un passo indietro con la Lega è proprio Berlusconi. Che ogni lunedì continua a vedersi con Umberto Bossi.

Solamente l’esame del Dna ha potuto salvarlo dalla gogna mediatica e giudiziaria

Karol Racz, la morale della “favola” l Dna degli altri lo ha salvato. Se non ci fosse stato l’esame del patrimonio genetico - e l’esame del Dna c’è da poco a dare manforte alle indagini - Karol Racz «faccia da pugile» a Regina Coeli ci sarebbe marcito. Ne è uscito dopo trentacinque giorni perché il Dna, sia per lo stupro della Caffarella (14 febbraio scorso) sia per la violenza di Primavalle (21 gennaio scorso), non è il suo. L’esame clinico lo ha scagionato, mentre tutte le evidenze lo accusavano con certezza: lo accusava Alexandru Isztoika Loyos il «biondino», lo accusavano gli inquirenti sulla base dei riconoscimenti delle vittime, lo accusava la sua nazionalità romena, lo accusava la sua condizione di senza dimora, lo accusava la sua faccia da zingaro, lo accusavano i servizi televisivi dei telegiornali che riproponevano la sua «faccia da pugile» fatta apposta per stare in qualche manuale di fisiognomica di Cesare Lombroso e per finire nei servizi della nostra cattiva maestra la televisione.

I

Lui era il Mostro. Perfetto. Per l’altro, in fin dei conti, si poteva anche chiudere un occhio. Per il Mostro no. Lui era lo stupratore della Caffarella senza nessun dubbio. Il Dna lo ha salvato. Solo il

Dna. Quel Dna che si non vede in alcun luogo, che nessuna telecamera può riprendere. San Dna lo ha salvato. La televisione crea i mostri, la televisione crea i semplici. La televisione toglie, la televisione dà. La presenza di Karol Racz nel salotto televisivo così si dice - di Vespa Bruno era stata annunciata giorni addietro. Costo dello spettacolo 45mila euro. Il giornalista con determinazione ha smentito: «Una cifra del genere non è nemmeno ipotizzabile. È il costo di un’intera puntata di Porta a Porta. La produzione ha assegnato solo un rimborso spese a un poveraccio che è stato un mese in galera da innocente». È il caso di aggiungere: se anche ci fosse stato il pagamento di 50mila euro sarebbe stato giusto. Davanti alle telecamere gli italiani si sono indi-

gnati - quando compariva il mostro poi si sono commossi - quando l’altra sera è comparsa “l’altra vittima” dello stupro della Caffarella. Il povero romeno - infanzia e adolescenza passate in orfanotrofio, quindi una vita raminga in cerca di pane e lavoro - è la terza vittima della Caffarella: il parco di Roma dove non è mai stato, neanche per una passeggiata. La televisione lo ha “risarcito”. La violenza del giorno di san Valentino nel parco romano della Caffarella è stata raccontata dall’inizio alla fine in televisione. La violenza, l’indignazione, la rabbia, le indagini, la caccia, la vendetta, la giustizia, il carcere, l’identificazione, la confessione, l’auto-accusa, il colpo di scena, i conti che non tornano, la scarcerazione che non arriva, l’altra accusa per l’altro stu-

pro, altro colpo di scena, i conti che continuano a non tornare e quella «faccia da pugile» che non può non essere colpevole. Ha detto: «Non capivo il motivo per cui ero stato preso».

Oggi, solo oggi, le sue parole sono diventate credibili. Ieri erano normalmente incredibili. Non è il caso di tirare in ballo Kafka e tutta la letteratura dell’inferno che si scatena quando la macchina della giustizia diventa diabolica dimenticando la legittimità e la necessità del ragionevole dubbio. La televisione non è fatta per avere dubbi. Si muove con le emozioni, le passioni, le certezze. Tutte le circostanze e le notizie, in fondo, erano diabolicamente indirizzate contro l’innocenza di Karol Racz e la sua trasformazione in colpevole e in mostro. Non si può di certo dire che i servizi televisivi si siano limitati a dare la notizia: le immagini con il volto cerchiato ed evidenziato di Racz sono ancora “vive”. La televisione non è mai solo un registratore. Tuttavia, con la stessa franchezza, bisogna dire che proprio la televisione ha dato maggior risalto alla notizia nella notizia: «Il Dna non è dei due romeni arrestati per lo stupro della Caffarella».


panorama

26 marzo 2009 • pagina 11

Tradizioni. Federalista e centralista, bipartitista e coalizionista, presidenzialista e assemblearista: come ai tempi di Veltroni?

Franceschini «ma anche» anti-Franceschini di Antonio Funiciello

ROMA. Federalista, ma anche un po’ centralista; referendario, ma anche antireferendario; presidenzialista ma anche assemblearista; bipartitista, ma anche coalizionista; e poi, sulle questioni etiche, per la libera coscienza, ma anche per la disciplina di partito. Insomma, per quanto Franceschini provi con tenacia a superare i limiti della incerta identità del PD, nel suo partito c’è sempre qualcuno che tende a rilanciare quella incertezza, all’insegna di quel ”maanchismo” che è costato la segreteria a Veltroni.

È durata poco la luna di miele interna del nuovo segretario democratico, che già sui temi dell’agenda politico-parlamentare dal Nazareno si levano le prime voci di dissenso sulla sua linea. Sul federalismo fiscale, la scelta dell’astensione alla Camera, confermata dopo quella nel voto al Senato, ha inacidito i malpancisti centralisti che nel Pd più che tra i rutelliani, si annidano tra ex Ds e popolari. Oggi sul biotestamento, le divisioni nel gruppo parlamentare diretto dalla Finocchiaro si mostre-

Fino alle elezioni il problema non si porrà, ma poi il tema dell’identità del partito esploderà. E non solo il segretario dovrà prendere posizione ranno in tutta la loro crudezza. Per non parlare del fronte antipresidenzialista dei democratici che, in vista del discorso sul premier forte di Berlusconi al congresso costituente del Pdl nel prossimo week end, s’infittisce di truppe, e non solo tra le riserve dalemiane. Facendo il paio, per al-

tro, con la crescente avversione nei confronti della scelta di Franceschini di sostenere il referendum di Segni e Guzzetta.

È chiaro che le elezioni di giugno terranno sopito il mai concluso dibattito interno al Pd sull’identità del partito. Soprattutto accantonata ormai

quella leadership veltroniana che si sostanziava nei tre pilastri del Lingotto, della forma partito aperta e della vocazione maggioritaria, per mezzo dei quali Veltroni nella stesura del programma elettorale aveva provato a puntellare la linea politica in senso bipolarista, presidenzialista e federalista. Un risultato alle elezioni di giugno che fosse sotto la somma (25%) delle vecchie percentuali di Ds (16%) e Margherita (9%) archivierebbe definitivamente la discussione sull’identità del partito, dacché in quel caso evidentemente non ci sarebbe più il partito. Ecco perché i vari ”distinguo” sono pronunciati sottovoce e rigorosamente lontano dai taccuini e dalle telecamere, pur arrivando tutti all’orecchio di Franceschini. Che però, da par suo, non sta immobile ad ascoltare. Nelle ultime due settimane ha premuto il piede sull’acceleratore sia sul fronte del federalismo fiscale, sia su quello del referendum elettorale, come neppure Veltroni aveva osato fare in precedenza. Pressione che è stata diversamente interpretata dalle parti del Pd. France-

schini la giustifica nel senso di un rafforzamento e di una chiarificazione dell’offerta politica che il Pd presenterà alle elezioni contro il Pdl. Altri la interpretano diversamente.

I primi ad esserne stati spiazzati sono quei popolari che si sono stretti indistintamente intorno a Franceschini. Né il federalismo fiscale, né il referendum elettorale è nelle loro corde. In particolare contro quest’ultimo, Marini e Fioroni avevano chiuso nettamente durante la fase di raccolta delle firme. E lo stesso Franceschini s’era allora allineato. L’iniziativa a favore dei quesiti di Segni e Guzzetta ha lasciato molto più che perplessi i maggiori sponsor di Franceschini. Ma non solo loro. I dalemiani guardano con sospetto il movimentismo del segretario, convinti che sia finalizzato a definire il profilo di una candidatura a segretario per il congresso d’ottobre in contrapposizione a quella del Bersani antifederalista e antireferendario. Lasciare campo libero a Franceschini fino all’8 di giugno potrebbe risultare troppo rischioso.

Messaggi. Il capogruppo del Pdl punge i “contendenti sornioni”: volete la leadership? Scendete in campo

Se Cicchitto stuzzica Fini e Tremonti di Federico Romano ra l’intervista a Fabrizio Cicchitto rilasciata mercoledì al Corriere della Sera è allo scanner degli osservatori del Pdl attenti alle nuove dinamiche interne che stanno già determinando l’ingresso di Alleanza nazionale nel soggetto unitario.

O

In un passaggio dell’intervista in particolare, quello subito rilanciato ieri dalle agenzie, si è concenl’attenzione trata delle più sottili analisi, delle più dietrologiche ipotesi. Il passaggio dove il capogruppo dei deputati del Pdl dice che «è evidente che per tutta questa lunga fase il leader è senza dubbio Silvio Berlusconi. Il vero contraltare di Fini, in prospettiva, è Tremonti». Perché Cicchitto – è la domanda che i sismografi del Pdl si stanno facendo in queste ore – immagina e disegna uno scenario in cui saranno l’attuale presidente della Camera e l’attuale ministro dell’Economia a contendersi la leadership del centrodestra? Certo ci sono motivi, diciamo così oggettivi, per pensare che Tremonti e Fini siano tra i principali candidati alla futura leader-

ship del Pdl, ma perché aprire questa prospettiva in un momento così delicato per gli equilibri interni al nuovo partito che sta vivendo la difficile vigilia del congresso di fusione ufficiale tra An e Forza Italia? La prima ipotesi è che l’obiettivo di Cicchitto sia quello di mettere già da oggi le basi per un dopo Berlusconi che contempli la sola possibilità di una successione interna al

In questi anni le teorie di politica economica del superministro contro il mercatismo hanno trovato a destra un’accoglienza molto positiva Pdl, fugando sin d’ora ogni ipotesi o tentazione di ricorrere a un outsider quando verrà il momento del passaggio di mano di Berlusconi. Ma questa è una delle letture più innocenti. Un’altra ipotesi è che Cicchitto abbia invece in mente di organizzare una maxicorrente socialista all’interno del Pdl. I socialisti infatti sono stati talmente divisi tra loro all’interno di Forza Italia che ora avvertono l’esigenza di una leadership di riferimento che rafforzi la componente. Collegata a questa lettura ci sarebbe anche il tentativo di costruire uno spazio politico di riferimento alle truppe di An in

affluenza nel Pdl. Le teorie di politica economica contro il mercatismo e il liberismo ideologico che Tremonti ha elaborato in questi ultimi anni hanno trovato a destra un’accoglienza molto positiva, molto più delle sortite finiane sulla biopolitica e la laicità che anzi hanno fatto registrare strappi e frizioni tra il leader e la base di An.

Infine l’interpretazione più maliziosa: ponendo già da oggi in competizione Fini e Tremonti, Cicchitto avrebbe voluto mandare un avvertimento politico preciso sia al presidente della Camera sia al ministro dell’Economia. Un avvertimento la cui sostanza è questa: non crediate di ricavarvi una rendita politica atteggiandovi a padri nobili, vestendo i panni del custode delle Istituzioni o disegnando scenari di filosofia politica, mentre magari intanto tessete rapporti trasversali rispetto al centrodestra, in vista di un futuro post-berlusconiano. Se volete fare i leader scendete in campo e misuratevi con il duro corpo a corpo quotidiano della politica, logoratevi con noi. Qui e adesso. Se questo fosse il messaggio di Cicchitto non sarebbe così assurdo.


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a fanno i robot e i soldati si limitano a controllare e restare, come si dice in gergo, “man in the loop”. È guerra, ma sembra un videogame. È la guerra robotizzata del futuro. Il Pentagono ci crede e ci sta investendo molto e già oggi se ne hanno esempi in Iraq e in Afghanistan. A cominciare dall’uso ormai sempre più massiccio dei velivoli non pilotati. In Pakistan gli Uav Predator della Cia hanno colpito più volte negli ultimi mesi e i comandi, dopo le prime titubanze, sono soddisfatti. Il Predator è diventato quasi il simbolo della guerra al terrorismo. I velivoli decollano dalle loro basi di Jacobabad o Shamsi in Pakistan e da qui raggiungono in pochissimo tempo le aree tribali al confine con l’Afghanistan. Una volta in area operativa, i Predator possono restare in volo fino a 24 ore ad altissima quota e trasmettere in tempo reale le immagini riprese ai comandi a terra. I ponti satellitari consentono agli staff del Pentagono o della Cia dall’altra parte dell’Oceano di seguire la missione su grandi schermi comodamente seduti e

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di dare il via libera all’attacco una volta identificato il bersaglio. Un gioco. A quel punto i Predator lanciano i loro Hellfire, i missili guidati capaci di colpire una macchina in movimento o di entrare nella finestra di un edificio, e non c’è scampo per nessuno. Diversi esponenti di al Qaeda e dei talebani sono stati uccisi così, senza che potessero nemmeno accorgersene. Una missione pulita che non mette a rischio la vita del personale e che garantisce lo stesso ottimi risultati. Mal che vada si perde il veicolo, ma le aziende del settore stanno dando il meglio di loro per realizzare Uav sempre meno costosi.

Questo è solo uno spaccato della guerra robotica che gli Stati Uniti hanno lanciato negli ultimi anni in Iraq ed Afghanistan. Entro il 2015 il Congresso ha chiesto al Pentagono che almeno il 15% dei veicoli delle Forze Armate sia robotizzato. Già oggi gli Uav e i robot impiegati in Iraq e Afghanistan sono oltre 5.000. Macchine che svolgono diversi compiti: dalla ricognizione e sorveglianza, alla ricerca e rimozione di mine e ordigni esplosivi. Si stanno rivelando un prezioso ausilio per i soldati che ne chiedono sempre di più e sempre di nuovi. Sono persino diventati compagni di armi. Vivono con i soldati, partecipano a tutte le attività. E quando capita una missione delicata, tocca a loro. I robot obbediscono ed eseguono. Senza paura. Senza rischi. E così si salvano vite

Sembrano videogiochi ma sono i soldati del XXI secolo: autom

Arriva l’esercito di Pietro

Il “Mule” pesa oltre tre tonnellate ed è stato concepito per supportare in tutto e per tutto la squadra di fanteria, grazie al suo computer di bordo e ai sensori che gli consentono di orientarsi umane. All’inizio i robot venivano utilizzati soprattutto per la ricerca, l’identificazione e la neutralizzazione di ordigni improvvisati e mine. Il PackBot è uno dei bestseller del settore. L’azienda che lo produce, l’americana iRobot, ne ha consegnati già più di 2.000. Il PackBot è un veicolo cingolato del peso di poco meno di 20 kg controllato in remoto da un operatore tramite un Pc portatile o un semplice joystick. Può essere equipaggiato con sistemi e sensori di diverso tipo: telecamere, camere termiche, bracci manipolatori o cannoni a

pressione per la neutralizzazione degli ordigni. Una versione è disponibile anche con il kit “Fido”, un sensore che consente di rivelare i vapori e le particelle di esplosivo rilasciati dagli ordigni nell’aria. Di recente i ricercatori dell’università della Florida hanno addirittura messo a punto un’applicazione che consente di controllare il Packbot tramite iPhone. Dal settore dello sminamento, l’uso dei robot si è ben presto esteso anche alla ricognizione. Prima toccava sempre ai soldati ispezionare un edificio o controllare un’area considerata a rischio. Ed è qui che molte vol-


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mi controllati da microchip ed esseri umani armati di joystick

o degli i-Robot Batacchi

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E per il timore di incorrere in casi di fuoco fratricida o danni collaterali, non ha mai sparato.

L’azienda non si è data per vinta e dopo di allora ha iniziato lo sviluppo del Maars, un nuovo robot da combattimento del peso di meno di 160 kg, più veloce del predecessore ed equipaggiato con una mitragliatrice o un lanciagranate o anche con armamento non letale come granate “flash-bang” e laser abbaglianti. Per superare i problemi già incontrati con lo Swords, sono state adottate alcune modifiche che impediscono all’arma di puntare verso l’area ritenuta “amica”dal computer di bordo del mezzo. Un primo prototipo è stato già messo a punto e pare che sia stato spedito in Iraq lo scorso autunno. Sviluppi come questo hanno contribuito a attenuare le legittime preoccupazioni riguardanti la sicurezza ed il Pentagono, sempre più allettato dalla prospettiva della guerra soft, “a zero morti”, ha continuato finanziare i programmi per lo sviluppo di robot combat. Tra i progetti più avanzati c’è il Gladiator, un robot terrestre del peso di oltre una tonnellata sviluppato dalla Carnagie Mellon University in cooperazione con l’azienda Bae Systems. Il Gladiator costituisce Entro il 2015 il Congresso ha chiesto al Pentagono che almeno il 15% dei veicoli delle Forze Armate sia robotizzato. Già oggi gli Uav e i robot impiegati in Iraq e Afghanistan sono oltre 5.000. Macchine che svolgono diversi compiti: dalla ricognizione e sorveglianza, alla ricerca e rimozione di mine e ordigni esplosivi

te ci scappava l’imboscata e il morto. Adesso, invece, questo lavoro lo fanno sempre più spesso i robot. I Marines usano il Dragon Runner, un piccolo veicolo a quattro ruote, pesante solo 4 kg e trasportabile a zaino.

Il “Gladiator” è un veicolo altamente flessibile che può essere equipaggiato con megafono, laser abbaglianti, tubi per il lancio di granate lacrimogene o gas stordenti e mitragliatrice

Il Dragon Runner è controllato tramite un sistema senza fili ed è dotato di microcamera, microfono e di un sensore che può captare un qualunque movimento fino ad oltre 9 metri di distanza. In caso di movimenti ed attività sospette, il Dragonrunner informa subito i soldati. Un altro divertente giocattolo è il Throwbot, un sistema cilindrico della forma di una lattina pesante 400 grammi e dotato di due piccole ruote. Il soldato lancia il Throwbot dentro un edificio attraverso una finestra o una porta ed il robot osserva quello che avviene all’interno

grazie ad una videocamera. Tutti i dati vengono poi rimandati all’indietro tramite un trasmettitore con un raggio di 30 metri. Ma il terreno che promette sviluppi ancor più interessanti e potenzialmente più rivoluzionari è quello dei robot combat: robot che combattono al posto dei soldati. E la fantasia corre subito a battaglie dove si affrontano tanti robocop mentre i soldati, o chi per loro, se ne stanno tranquillamente al sicuro davanti ai loro schermi con joystick in mano. Sembra la playstation, ma resta il grande problema di affidare ad una

macchina l’azione di fuoco, con tutte le possibili implicazioni per la sicurezza dei civili e degli stessi soldati.

Già qualche anno fa un’azienda del Massachusetts, Foster Miller, ha realizzato lo Swords, il primo veicolo robotico da combattimento della storia. I primi tre prototipi sono stati schierati in Iraq nel 2007, ma dopo un breve periodo di sperimentazione l’esercito statunitense ha deciso di tagliare i fondi al programma. Il veicolo non aveva mostrato le garanzie richieste in termini di sicurezza.

un grande passo in avanti rispetto a tutti i suoi predecessori, compreso il Maars. Per il momento sono stati realizzati sei prototipi, ad un costo di 300400mila dollari l’uno. I marines ne stanno già impiegando alcuni in Afghanistan nella segretezza più assoluta. Se la prova del campo darà esiti positivi, come pare, potrebbero essere prodotti fino a oltre 200 esemplari. Il Gladiator è un veicolo altamente flessibile in grado di svolgere diversi tipi di operazione. Per questa ragione può essere equipaggiato con le più disparate apparecchiature: megafono, laser abbaglianti, tubi per l’emissione di gas stordenti o per il lancio di granate lacrimogene e, per le operazioni di combattimento vere e proprie, mitragliatrice da 7,62 mm o lanciagranate. Il sistema con il quale l’operatore controlla il

robot è molto familiare. Stiamo infatti parlando di una semplice consolle, molto simile a quella di una play station, con la quale vengono comandati i movimenti del Gladiator e l’eventuale azione di fuoco. Tutte le immagini riprese dal robot possono essere visualizzate direttamente su un monocolo fissato su un casco speciale indossato dall’operatore. Entrambi potranno così vedere le stesse immagini, in una simbiosi perfetta. Il Gladiator può essere considerato come un primo ponte verso i robot di nuova generazione che gli Stati Uniti stanno sviluppando nell’ambito del programma da 250 miliardi di dollari Future Combat Systems. Un programma avveniristico che prevede la realizzazione di una famiglia di veicoli e robot tutti collegati, secondo il cosiddetto concetto “plug-and-play”, alla medesima rete informativa. Il Mule della Lockheed Martin fa parte di questa famiglia. È un robot a sei ruote con un peso di oltre tre tonnellate concepito per supportare in tutto e per tutto la squadra di fanteria.

Un vero e proprio mulo che segue gli uomini ovunque, su tutti i tipi di terreno e che fa esattamente le cose che gli dicono di fare grazie ad un sistema di comandi verbali e gestuali in corso di messa a punto. Il veicolo può essere controllato da un operatore, ma la vera particolarità è che può eseguire la sua missione anche in modo del tutto autonomo, senza nessun tipo d’intervento da parte dell’uomo. Una rivoluzione, resa possibile dallo studio di algoritmi sempre più complessi e dall’utilizzo di un computer di bordo di guida e da una serie di sensori che consentono al veicolo di orientarsi. Il Mule è disponibile principalmente in due configurazioni: logistica e d’assalto. La versione logistica permette al veicolo di trasportare fino ad oltre 900 kg di equipaggiamenti e rifornimenti, sufficienti per il supporto di ben due squadre di fanteria. La versione d’assalto invece può essere equipaggiata con missili anticarro o mitragliatrici. Il Mule ha un costo che si aggira attorno ai 300mila dollari e dovrebbe essere pronto non prima del 2013-2014. Sulla base dell’esperienza del Mule, Lockheed Martin ha sviluppato anche una soluzione più economica e leggera: lo Squad Mission Support System (Smss). Nei compiti, lo Smss si presenta come un ideale complemento del Mule e si basa sui medesimi principi di autonomia. Lo sviluppo dell’Smss è stato molto rapido e le prove effettuate sul campo hanno lasciato tutti soddisfatti. Tanto che il prossimo anno potremmo vederlo in azione in Afghanistan. Un nuovo importante passo verso l’era di Robocop.


mondo

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Anniversario. 60 anni di vita, ma un futuro incerto. Il consigliere di Aznar propone una nuova strategia per il Patto atlantico

Una Nato da rifare «Senza gli Usa, l’Alleanza non esiste. L’Europa dovrebbe saperlo e Obama dovrà impararlo» di Rafael L. Bardají er definizione, tutti i vertici internazionali vengono considerati un successo, ed il prossimo summit in programma a Strasburgo e Kehl, durante il quale si festeggerà il 60° anniversario dalla creazione della Nato, non sarà diverso. La dichiarazioni conclusive rilasciate alla stampa rimarcheranno senza dubbio la generale soddisfazione per i

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risultati ottenuti dall’Alleanza nordatlantica nel corso dei suoi sessant’anni di vita e porgeranno i migliori auguri ai membri dell’organizzazione per i decenni a venire. Ed in un certo senso hanno ragione: non è per caso vero che tutti - Francia inclusa - desiderino far parte dell’organizzazione difensiva occidentale? La Nato in quanto istituzione non è in pericolo. Al contrario, la sua efficacia e centralità lo sono. L’Alleanza dovrà in-

fatti misurarsi con tre grandi questioni che ne determineranno il futuro. La prima è un problema operativo: l’Afghanistan.

Gli alleati si sono recati in quel paese in quanto molti ritenevano che l’Afghanistan incarnasse la guerra giusta, in confronto a quella sbagliata condotta in Iraq. Per di più, buona parte di quanti hanno preso parte alla missione in Afghanistan lo hanno fatto nella convinzione che le truppe statunitensi avessero già sconfitto i Talebani ed i terroristi di al Qaeda; si riteneva pertanto che la missione della Nato si sarebbe concentrata sulla ricostruzione e sul mantenimento della sicurezza. A prescindere dalle singole considerazioni, tale era lo spirito che nel 2003 portò la Nato a farsi carico della missione Isaf. E proprio in virtù dei compiti appena citati, solo pochi tra i membri dell’Alleanza e tra i Paesi non facenti parte della Nato, quali ad esempio l’Australia, furono addestrati per intraprendere missioni di combattimento. Due anni or sono, l’aspetto ironico relativamente alle forze di terra era costituito dal fatto che il vero significato dell’acronimo inglese Isaf fosse: “I See Americans Fight” (vedo gli americani combattere).

In Afghanistan ci sono solo due opzioni: la sconfitta o la vittoria. E per vincere dobbiamo essere pronti ad accollarci le responsabilità alle quali ci siamo sottratti negli ultimi anni Ad oggi non si registrano sostanziali miglioramenti: le forze statunitensi si impegnano per cercare di modificare a loro vantaggio gli equilibri di forze che dominano l’Afghanistan attuale e che minacciano di tradursi in un motivo di imbarazzo per la Nato nel suo complesso.

Gli alleati possono attendersi soltanto due cose: la sconfitta o la vittoria. Per conseguire questo secondo obiettivo, essi dovranno essere pronti ad accollarsi le responsabilità dalle quali si sono sottratti negli ulti-

L’amministrazione Obama non è ancora pronta ad affrontare i temi più caldi

Aprile, sarà soltanto un vertice interlocutorio di Stranamore roseguono le manovre preparatorie per il vertice Nato di aprile, che avverrà, con formula europea, tra Francia e Germania, tanto per complicare la... logistica. Un vertice che doveva essere decisivo, ma che invece risulterà solo interlocutorio, perché l’Amministrazione Usa non è ancora pronta per affrontare i dossier caldi. E questo “sgonfiamento” del soufflè sarà ben riflesso dallo stesso comunicato finale, ben più scarno e generico rispetto a standard certo non all’insegna degli annunci epocali. Si parlerà e tanto, di Afghanistan, perché gli Usa vogliono un impegno soli-

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daristico concreto da parte dei partner. Obama vuole fare dell Afghanistan la sua bandiera per quanto riguarda la lotta al terrorismo e la stabilizzazione, ma non da solo.

Ecco quindi la “sparata” sull’incremento delle forze di sicurezza afgane nientemeno che a quota 400mila uomini, tra Forze Armate e Forze di Polizia, uno scherzetto che oltre a costare un paio di decine di miliardi di dollari richiederebbe un impegno titanico per l’addestramento, il mentoring e l’equipaggiamento delle nuove unità. Inutile dire che se le cose si fanno

per bene ci vorranno anche tanti anni. Altro che exit strategy e piano di ritiro! Non è che per ora gli Europei si siano entusiasmati, fanno già fatica a mantenere gli impegni attuali, aumentare le truppe e i mezzi in teatro o anche solo sottoscrivere i piani americani di potenziamento delle forze locali diventa molto delicato. Specie considerando i costi, politici ed economici. Poi bisogna anche sciogliere il nodo del successore di Jaap de Hoop Scheffer, un olandese molto allineato sulle scelte Usa e molto “energico”. Il totonomine impazza, ma l’ipotesi Rasmussen è molto gettonata, a dispetto della ostilità

mi anni. La Nato non può, e non deve, essere espressione dei soli marines statunitensi. In secondo luogo, la Nato è chiamata ad affrontare una spinosa questione politica.

I principi di difesa collettiva e mutua assistenza hanno registrato una perdita di credibilità agli occhi degli stati membri, e le cose sono addirittura peggiorate in seguito alla resa di fronte alle posizioni della Russia. La dipendenza degli alleati europei dalle forniture energetiche russe e la necessità da parte statunitense del supporto di


mondo no ritenersi soddisfatte poiché potranno mantenere i propri prioritari buoni rapporti con il Cremino, ma i paesi baltici, i polacchi, i cechi e gli ungheresi non possono dirsi contenti. Se la Russia ottenesse ciò che vuole senza pagare dazio, le Georgia potrebbe non essere l’ultimo paese a rimanere intrappolato nella rete russa. Il dislocamento di parte delle infrastrutture e delle divisioni nei Paesi membri dell’Alleanza più ad est costituirebbe ragione sufficiente per rinsaldare quel vincolo di assistenza necessario in ogni alleanza militare. I membri della Nato hanno il diritto legittimo di farlo, e ciò consentirebbe agli alleati di intraprendere un negoziato con Mosca su basi più paritarie.

Rafael L. Bardají critica la scelta (unilaterale) di Obama che ha messo da parte il progetto di scudo anti-missilistico europeo Mosca al fine di scongiurare scenari indesiderati, come ad esempio il programma di proliferazione nucleare iraniano, costituiscono un’accettazione da parte della Nato di una politica del Cremlino volta ad imporre la propria posizione egemone sull’Europa orientale.

Siamo stati testimoni dell’invasione russa della Georgia, delle continue ingerenze di Mosca nella politica ucraina, delle solite spacconate da parte dei suoi leader, della sua visione neo-imperiale e della minaccia di un ritorno agli schemi della Guerra Fredda mediante il dispiegamento di forze militari russe nei Caraibi. Invece di agire con prudenza, evitando

aperte provocazioni ma mantenendo al tempo stesso il pugno di ferro, gli alleati hanno preferito dimenticare le promesse fatte a Georgia ed Ucraina. Per far contenta Mosca hanno accolto positivamente la decisione di Obama, sebbene presa in ottica unilaterale, di mettere da parte il progetto di scudo antimissilistico sul suolo europeo. Ronald Reagan si misurò con i sovietici da una posizione di forza, e riuscì a determinare la caduta del blocco comunista.

Il recente Consiglio dei Ministri degli Esteri della Nato ha deciso invece di continuare il dialogo con Mosca senza pretendere nulla in cambio. Germania, Francia ed Italia posso-

della Turchia, che peraltro con questa ripicca in salsa islamica non contribuisce certo a migliorare la sua situazione internazionale ed europea.

Poi abbiamo il ritorno della Francia nell’organizzazione militare integrata, che Parigi non compie certo per cercare di europeizzare la Nato a discapito del ruolo Usa. Anzi, per la Francia il rientro è una capitolazione, il riconoscimento che non ci sono alternative europee alla Nato. Parigi sicuramente si adopererà per recuperare una relazione positiva con la Russia, all’insegna della realpolitik. Il che vuol dire anche molta, ma molta prudenza. Tra il ritorno della Francia ed il cambio della guardia nell’ufficio del Segretario Generale, Ucraina e Georgia vedono allontanarsi, se non sfumare completamente, la possibilità di accedere pienamente alla Nato, che ha già abbastanza problemi senza doversene andare a cer-

In terzo luogo, l’Alleanza evidenzia un serio problema strategico. La Nato, che nei decenni che vanno dalla sua nascita nel 1949 fino alla caduta del Muro di Berlino nel 1989 ha rappresentato il centro del mondo, si è volontariamente collocata ai margini delle maggiori questioni di sicurezza degli ultimi anni. In primis rifiutando di accettare un ruolo in linea con il proprio potenziale nella lotta al terrorismo islamico. Si se eccettua l’applicazione dell’articolo 5 del Patto Atlantico a seguito degli attentati dell’11 settembre, molto poco è stato realizzato. La gestione delle politiche volte a sconfiggere il terrorismo è stata lasciata nelle mani dei membri dell’Unione Europea. Dopo aver pubblicamente condannato il belligerante George W. Bush, nessuno in Europa intendeva infatti essere bollato come guerrafondaio. L’Iraq costituisce senza dubbio parte di tale problema strategico; e l’Alleanza si è per l’appunto spaccata quando alcuni stati membri hanno proposto di utilizzare l’organizzazione come una piattaforma anti-statunitense. La sua incapacità di impegnarsi collettivamente o, cosa anco-

care di nuovi e il tutto solo perché a Washington per un certo periodo si è voluto usare l’ampliamento verso est come strumento di pressione verso Mosca e trampolino per una penetrazione nell’Asia centrale.

Parallelamente scende la sordina anche su un altro cavallo di battaglia della seconda amministrazione Bush, quello della creazione di una “super Nato”globale. Molti Paesi europei non erano e non entusiasti e questo tentativo di far diventare problemi Nato-europei condivisi quelli che gli Usa devono affrontare nel Pacific Rim per ora torna nei cassetti. Cosa che dispiace molto in Australia e un po’ anche a Tokyo. La Nato non è ancora pronta, forse non lo sarà mai, per un passo del genere. Casomai gli Usa potrebbero pensare a qualche alleanza regionale di sicurezza, del resto un tempo c’erano Cento e Seato, magari possono tornare di

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ra peggiore, di non essere stata in grado di fornire un supporto effettivo alla Turchia quando questa ne segnalava la necessità, ha comportato non solo un distacco dell’Alleanza sia dalle problematiche dell’area mediorientale che dal suo elemento propulsore, gli Stati Uniti. E da quanto possiamo evincere dai primi atti del Presidente Obama, l’atlantismo della nuova amministrazione americana sembra prendere le forme di un sostegno puramente formale in quanto non tiene conto del ruolo degli alleati al momento di prendere decisioni che avranno ripercussioni su tutti i membri dell’organizzazione. Infine, la Nato ha scelto di non affrontare la questione strategica dei nostri tempi, l’Iran ed il suo programma accelerato di proliferazione nucleare. L’Alleanza ha preferito non unirsi alle pressioni esercitate da quanti auspicano che l’ordigno nu-

Nato, ponendo così fine a 43 anni di anomalia. Tale ritorno costituisce un elemento poco rilevante in termini operativi e militari, dato che la Francia prende già parte alle operazioni Nato proprio come il resto degli alleati.

Un passo importante in tal senso si avrà quando i vicini francesi decideranno di porre fine alla loro lotta finalizzata a diminuire l’influenza americana ed a sostituirla con quella della Francia. La Nato ha risentito enormemente della presenza di due visioni antagoniste che quotidianamente fornivano la loro opinione su come avremmo dovuto essere e cosa avremmo dovuto fare. Se il ritorno francese significa porre fine a tale contrasto, allora ben venga. Se esso rappresenta però solo una lotta per raggiungere i vertici delle strutture alleate, i francesi potrebbero ottenere qual-

Il rientro della Francia non deve essere soltanto un mezzo per raggiungere i vertici delle strutture alleate. Il loro contributo è bene accetto, ma il “cuore” devono restare gli Stati Uniti cleare non finisca nelle mani degli ayatollah, né ha ritenuto di predisporre delle misure di massima per assicurare una maggiore protezione ed una più elevata capacità di deterrenza nel caso in cui dovessimo confrontarci nel prossimo futuro con un Iran dotato di armamenti atomici.

La Nato avrebbe potuto inviare contingenti navali nel Golfo per condurre ispezioni o almeno per fornire supporto alle forze americane attualmente dispiegate nella regione. Ed avrebbe dovuto accelerare la definizione del sistema di difesa contro i missili balistici. Ma nemmeno questo è avvenuto. È giunta l’ora che gli alleati inizino a discutere tra loro sul da farsi nei confronti dell’Iran. La Francia sta per ritornare nella

moda (anche se è lecito dubitarne). E poi c’è la difesa antimissile, che per le amministrazioni democratiche è un tema davvero difficile, anche solo perché è tradizionalmente un cavallo di battaglia di quelle repubblicane. Obama ha già detto che taglierà la spesa per la difesa missilistica negli Usa e non considera la realizzazione di una dimensione europea dello scudo antimissile statunitense come qualcosa di cruciale. Al punto che la Polonia è in allarme, perché rischia di subire un bel colpo in termini economici e di garanzie per la propria sicurezza. Più articolata la posizione nella Repubblica Ceca, dove l’opposizione alla installazione di un super radar americano continua a crescere. Il punto però non è tanto lo scudo americano, quanto il fatto che gli Usa, dopo lustri di tentativi, erano riusciti nel miracolo: convincere la Nato a fare proprio il tema. Dopo un anno di studi, in questo vertice

cosa dispiegando circa 800 ufficiali dove finora non ne hanno avuti, ma gli effetti positivi per la Nato sarebbero nulli. L’Alleanza ha urgentemente bisogno di una singola concezione strategica che dia significato a ciò che essa sta facendo e che la guidi relativamente alle decisioni da prendere. In tale ottica, la Francia può certamente contribuire, ma, come sempre, l’elemento irrinunciabile sarà rappresentato dall’America. Senza gli Stati Uniti, la Nato non è nulla. Gli alleati europei dovrebbero saperlo, e Barack Obama dovrà impararlo in fretta. Rafael L. Bardají è il fondatore dello Strategic Studies Group e Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’ex Primo Ministro spagnolo José María Aznar.

si sarebbero dovute prendere le prime iniziative concrete. Ora invece la Nato è prontissima e rinviare, che un po’ poi la sua specialità, specie se si tratta di spendere soldi (tanti). Certo per Obama è difficile fare del tutto marcia indietro, tanto più visto che da un lato la minaccia è sempre più concreta e dall’altro i sistemi antimissile cominciano a funzionare. Figuriamoci che beffa sarebbe se la Nord Corea lanciasse il suo missile civile-militare proprio durante il vertice Nato e se il Giappone decidesse di abbatterlo nello spazio utilizzando il sistema antimissile navale che ha acquistato negli Usa! Decisamente alla Casa Bianca si spera che quei matti di Pyongyang non si mettano in testa di fare uno scherzo del genere. Persino ad Obama riuscirebbe difficile dire che si fermano i programmi di difesa antimissile mentre il Giappone inizia ufficialmente le operazione di difesa missilistica strategica!


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Messico. La Clinton visita lo Stato per chiedere maggior impegno anche contro l’immigrazione

Hillary alla guerra dei narcos di Maurizio Stefanini roprio nel giorno in cui Hillary Clinton veniva in Messico, l’esercito messicano catturava Héctor Huerta Ríos, alias El Junior o La Burra,“L’Asina”: rappresentante del Cartello del Golfo nello Stato del Nuevo León. La settimana scorsa era invece finito dentro Vicente Zambada Niebla “El Vicentillo”, responsabile della sicurezza dell’altro Cartello di Sinaloa, la cui faida proprio con il cartello del Golfo è all’origine della maggior parte dei 5600 omicidi per ragioni di droga che hanno insanguinato il Messico nel corso del 2008. Insomma, non è che il governo del presidente Felipe Calderón se ne stia con le mani in mano. Ma già il fatto che a realizzare quest’ultimo colpo sia stato l’esercito e non la polizia la dice lunga sui livelli di disintegrazione cui certe aree del Paese sono arrivate, al punto da dover ormai essere trattate praticamente come zone di occupazione militare. E l’altra notizia è che nello stesso giorno Barack Obama annunciava un piano per rafforzare la sicurezza alla frontiera. Il piano prevede un imponente schieramento di forze: 360 federali in più; 100 nuovi agenti dell’Atf, l’organismo per il controllo delle armi e delle munizioni; 16 nuovi agenti del servizio anti-droga Dea, che già ne ha in loco

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1171; la donazione di elicotteri e aerei d’appoggio alla forza aerea messicana; lo stanziamento dei 700 milioni di dollari che il Congresso ha destinato al miglioramento dei sistemi di intercambio tra organismi dei due Paesi.

Non ancora un dispiegamento di forze militari: ma è una “possibilità”, quella dell’invio della Guardia Nazionale, che potrebbe concretarsi a breve, è stato spiegato. «Il presidente - ha spiegato Janet Napolitano - è preoccupato per l’aumento del livello di violenza, particolarmente a Ciudad Juárez e a Tijuana, e anche per l’impatto che questa violenza sta avendo in entrambi i lati della frontiera».

re verso Sud, dal momento che sono di provenienza Usa ben 9 su ogni 10 armi trovate in Messico addosso ai narcos; sul modo in cui gli stati Uniti sembrano non voler fare niente sul lato della domanda di droga, preferendosi concentrare su una battaglia dal lato dell’offerta. Nel cahiers de doléances c’è poi la questione dei clandestini e, ultimissima, la guerra dei tir: che secondo l’interpretazione messicana del Nafta, l’Accordo di Libero Commercio del Nord America, dovrebbero viaggiare liberamente tra i tre partner Usa, Messico e Canada; ma secondo l’interpretazione di Washington no. Nel 2007 i due governi avevano concordato un programma pilota che permetteva a un numero limitato di camion messicani di entrare negli Usa secondo rigide misure di sicurezza, e secondo i messicani i 18 mesi di applicazione avrebbero dimostrato «che le imprese di trasporto messicane sono altrettanto sicure di quelle Usa». Ma la situazione è rimasta comunque bloccata, e da ultimo per rappresaglia il Messico ha imposto tariffe doganali comprese tra il 10 e il 45 per cento a una lista di 89 prodotti Usa: una rappresaglia calibrata in modo da non danneggiare i consumi messicani, ma solo l’export Usa. Insomma, Obama deve dimostrare che fa pulizia in casa propria, prima di poter esigere dagli altri. Tra una settimana, comunque, arriva in Messico la stessa Napolitano. E tra il 16 e il 17 aprile farà in Messico il suo primo viaggio in America Latina anche il Presidente.

Grande attesa per il viaggio ufficiale di Obama nel Paese, previsto per il 16 aprile: discuterà di rapporti bilaterali «Obama - ha aggiunto - si è impegnato a rendere sicure le nostre frontiere ed a fare tutto ciò che bisognerà fare per ridurre il flusso illegale». Se continua a agitare la minaccia di un intervento militare, però, con queste misure Obama mostra anche di venire in qualche modo incontro alle richieste del governo messicano. Che, di fronte alla sempre più marcata insistenza della stampa Usa sul “fallimento”del Paese, ha a sua volta contraccambiato con dure accuse alla corruzione che dilaga anche sul versante della burocrazia Usa; sull’impunità con cui le armi continuano a filtra-

Singapore. Dopo due giorni di consiglio, il Parlamento approva un decreto che permette un “rimborso” per i donatori

Il paradiso del trapianto d’organi di Vincenzo Faccioli Pintozzi opo due giorni di Consiglio, il Parlamento di Singapore ha dato il via libera a una norma che rende legale la donazione di organi da persone ancora in vita. Il provvedimento è stato approvato con il voto favorevole di 79 parlamentari su 84; quattro gli astenuti e un voto contrario. La città-Stato è guidata sin dall’indipendenza, nel 1965, dal People’s Action Party: questo gode di un’ampia maggioranza in Parlamento con i suoi 82 deputati. Durante la discussione solo una sparuta minoranza ha espresso preoccupazioni in merito alla «possibile legalizzazione del commercio di organi». Khaw Boon Wan, ministro della Sanità, assicura che la nuova legge «non intende legalizzare il commercio di organi». Alla base della normativa ci sarebbe infatti la volontà di «correggere le posizioni estreme che criminalizzano i rimborsi dati ai donatori». Il governo ha proposto una modifica al testo in seguito all’arresto, nel giugno scorso, del miliardario Tang Wee Sung: il magnate è finito in prigione per un giorno ed è stato condannato a un risarcimento in denaro per aver cercato di comperare un rene da un donatore indonesiano. L’esecutivo ha deciso

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quindi di regolare la materia, per consentire ai donatori di ricevere per legge un compenso in denaro. Secondo il parlamentare Christopher de Souza c’è però un «rischio concreto di abusi».

Halimah Yacob, parlamentare dissidente, sottolinea che molti lavoratori immigrati colpiti dalla crisi economica e rimasti senza lavoro potrebbero essere indotti a donare organi per sopravvivere. «Per un lavoratore straniero che versa in condizioni disperate afferma - un rimborso di 10mila dollari di Singapore [circa 6.600 dollari Usa] sono un’attrattiva non indifferente rispetto alla prospettiva di tornare a casa a mani vuote». La legge ha scatenato le proteste della comunità musulmana, che a Singapore, nonostante sia proibito dal Corano, sono considerati donatori volontari di organi «salvo un rifiuto espresso». Una legge del 1987 già considera tutti i cittadini e i residenti non islamici donatori consenzienti di polmoni, fegato, cuore e cornee. In tutto il mondo i musulmani sono esentati da simili leggi per motivi religiosi, perché

molti credono necessario essere sepolti con gli organi intatti. La donazione di organi deve essere volontaria. Per Narirudin Mohd Nasir, capo dell’ufficio del Mufti del Consiglio religioso islamico di Singapore, «questa è la prima legge che include gli islamici nell’Atto per il trapianto di organi umani. Non ci piace».

Nella città-Stato gli islamici sono il 21 per cento dei pazienti in attesa di un trapianto, ma soltanto il 2 per cen-

Per il governo, la nuova legge non consentirà il traffico illecito. Moltissimi i dubbi della società civile al riguardo to di chi riceve organi. Finora solo 16mila dei 300mila islamici residenti hanno dichiarato di voler essere donatori. Il problema del consenso presunto è discusso nel Paese: lo scorso febbraio un ospedale locale ha suscitato ampio clamore quando ha deciso di togliere i supporti vitali a un uomo, dichiarato morto cerebrale, contro la volontà della famiglia, per poterne prelevare gli organi.


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Filippine. Si stringe il cerchio intorno alla banda di rapitori di Abu Sayyaf, timori per la sorte dei tre ostaggi, tra questi Eugenio Vagni

I marines di Manila assediano i terroristi di Pierre Chiartano i teme per la sorte dei tre operatori della Croce Rossa Internazionale rapiti oltre due mesi fa nelle Filippine. Tra i dipendenti dell’associazione umanitaria presi in ostaggio il 15 gennaio scorso, oltre all’italiano Eugenio Vagni, in mano ai terroristi di Abu Sayyaf rimangono lo svizzero Andreas Notter e la filippina Mary Jean Lacaba. La tensione cresce con l’arrivo delle nuove minacce di decapitazione fatte dai ribelli. Quello che chiedono gli estremisti islamici alle forze di polizia è di interrompere le azioni militari nell’isola di Jolo, capitale della provincia di Sulu. Non è la prima volta che i terroristi filippini minacciano di decapitare i prigionieri se le truppe non si ritireranno dalla zona. A dare la notizia delle ultime intimidazioni, che seguono quelle lanciate la scorsa settimana, è il sito on line del quotidiano filippino Philistar. Anche un altro sito, Enquirer.net scriveva, ieri, delle nuove minacce di Abu Sayyaf che - si legge ha dato al governo tempo una settimana, a partire da lunedì 23 marzo, per attuare il ritiro militare ed avviare le trattative, minacciando in caso contrario di dare corso alla macabra esecuzione di un ostaggio. Nel corso di un’intervista telefonica il nuovo leader di Abu Sayyaf ha detto al giornalista di Enquirer.net che il nuovo ultimatum riguarda la «concreta attuazione di un ritiro

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IL PERSONAGGIO

militare» nelle aree indicate durante i colloqui con il senatore Richard Gordon, ossia Santol a Patikul e Tagbak a Indanan. Se si dovesse tener fede agli accordi, il gruppo è pronto a liberare un ostaggio come concordato nei colloqui tra Parad e Gordon, capo della Croce Rossa filippina.

Ricordiamo che il 16 gennaio alcuni distaccamenti di forze speciali dell’esercito filippino (Ottava compagnia), supportate da consiglieri statunitensi, erano sbarcati in segreto sull’isola di Mindano, nel sud dell’arcipelago, e poi a Jolo, dove aveva sede il campo di Sulaiman. Appena giunti sul posto, ingaggiarono una violenta battaglia con circa 60 fondamentalisti islamici. Durato tre ore, nello scontro perse la vita il comandante di al Qaeda. Il suo cadavere fu identificato da una delle mogli al termine del conflitto a fuoco. Jainal Antel Sali junior, alias Abu Sulaiman, ingegnere di 41 anni, aveva cominciato la sua “carriera” come fondamentalista nel Moro islamic liberation front (Mnlf). Lasciò poi la formazione quando questa, nel 1996, aveva firmato un accordo di pace col governo di Manila. Successivamente si trasferì per un certo periodo in Arabia

Saudita, dove lavorò alla costruzione di infrastrutture civili. Alla fine degli anni Novanta rientrato nelle Filippine, si unì al gruppo Abu Sayyaf. «Le allarmanti notizie che giungono dalle autorità filippine alzano il nostro livello di attenzione sul sequestro: siamo sicuri che il governo italiano metterà in campo tutte le azioni necessarie per sostenere le autorità filippine impegnate nella liberazione dei tre funzionari della Croce Rossa». Lo ha affermato, ieri, il parlamentare del centrodestra, Barbara Contini, conosciuta per essere stata il governato-

Il gruppo minaccia di decapitare un operatore se le forze di sicurezza non attueranno un ritiro entro il 30 marzo re civile della provincia irachena di Dhi Qar, dove era stanziato il contingente militare italiano. Intanto l’esercito filippino ha tagliato le vie di rifornimento ai militanti islamici. Secondo quanto ha spiegato il tenente colonnello Edgardo Arevalo, le persone che portano cibo e acqua per i militanti, sono state respinte dai soldati, che hanno stretto un cordone di sicurezza attorno alla zona dove i membri di Abu Sayyaf tengono prigionieri i tre operatori umanitari.

Christine Kelly. I pettegolezzi la vogliono vicina al ministero per i Territori d’oltremare, ma i tabloid la ricordano sorridente in bikini

Una nuova starlette all’ombra dell’Eliseo di Gaia Miani icono che Nicholas Sarkozy sia stato colpito dalla sua spigliatezza, dal suo contatto con il mondo moderno e dalla sua profonda conoscenza dei giovani. Ma la realtà è che Christine Kelly - data quasi per certa in entrata nella squadra di governo francese - oltre a essere brava è anche bella. Anzi, bellissima. Ha la pelle scura, lunghi capelli neri, un corpo mozzafiato e uno sguardo accattivante. Una conduttrice televisiva con le forme da modelle, che buca lo schermo e la cinepresa anche quando non è in bikini. La Kelly, 39enne originaria dell’isola caraibica di Guadalupe, sarebbe pronta a prendere la poltrona di ministro per i Territori d’oltremare, in sostituzione della responsabile alla giustizia Rachida Dati, in partenza per Bruxelles. Kelly rappresenta, proprio come la neomamma Rachida, il simbolo della “diversità etnica”. La notizia sulla new entry di Nicholas Sarkozy è stata rilanciata in primis dai tabloid britannici e dal quotidiano di destra francese Le Figaro. Ma quali sono le capacità di questa giovane donna? Di sicuro Sarkozy ne è stato colpito a tal punto che al termine di un pranzo istituzionale dove era presente la stessa Christine avrebbe detto ai suoi collaboratori: «Questa ragazza è davvero brava, bisogna ricordarsi di lei al momento giusto». Detto, fatto. Stando ai rumours, al capo dell’Eliseo sarebbe piaciuto il suo discorso sulla crisi nelle Antille. La sensibilità di Christine per i problemi che affliggono i Territori di oltremare (e quindi anche l’immigrazione) avrebbe così fatto breccia nel cuore di Sarko. Che quando viene colpito da una donna, in un senso o nell’altro, la vuole subito al suo fianco. Così è stato infatti per la

stessa Rachida. E non c’è dubbio che di fascino femminile (oltre che di bravura) Nicholas se ne intende, eccome. Qualora non dovesse alla fine ereditare la poltrona di ministra, per lei ci sarebbe comunque un posto ad hoc all’interno del governo, alla peggio come Segretario di stato o responsabile di qualche missione estera.

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Attira l’attenzione di Sarkozy dopo un discorso sulla crisi delle Antille, e scalza Rachida Dati dal governo

Sta di fatto che fin’ora Kelly è conosciuta più per i suoi meriti fisici che per quelli intellettuali. Certo, ha scritto alcuni libri, come quello sull’ex premier Fillon che le è valso il premio della biografia politica alla Fiera francese del libro. Ma Christine, più che per le parole, è famosa perché il suo volto appare tutti i giorni sull’emittente televisiva francese LCI, dove conduce due programmi seguitissimi dal pubblico, Matin week-end e Terre-Mère. Insomma, una vera e propria star. Dopotutto, la notorietà le è familiare. A soli 23 anni è già la conduttrice di Cariboscope, programma bilingue di una tv privata del Guadalupe. Poi diventa giornalista e passa a livello “nazionale” tramite i reportage di France3. Scrive per il quotidiano Sud-Ouest e l’apice della carriera giornalistica arriva con il lancio di Demain.Tv, l’emittente sul lavoro di Canal Plus. Da quel momento in poi la sua ascesa è inarrestabile. Vicepresidente del club della stampa francese, da gennaio è anche membro del consiglio superiore dell’audiovisivo. La peculiarità di Christine, tuttavia, è la sua passione a farsi immortalare in bikini mentre si rilassa in vacanza. Di foto piccanti ne girano parecchie sul web. Ma di queste, come del suo ingresso nel governo, l’interessata fa orecchie da mercante.


cultura

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L’intervista. Dal rispetto per l’ambiente al progetto in Cina di un’area verde che ricordi in chiave moderna i giardini italiani

L’architetto a misura d’uomo «La mia arte al servizio dei cittadini» Parla l’esteta degli spazi Mario Occhiuto di Fulvio Benelli

ROMA. Sul tavolo in legno del suo studio, cento metri quadri di design affacciati sui tetti del centro storico di Roma, c’è poggiato il suo passaporto e un biglietto aereo per la Cina. «Parto oggi pomeriggio» mi dice mentre prendiamo il caffè di metà mattina, «vado a seguire i lavori del giardino che sto costruendo a Tianjin, a cento chilometri da Pechino». Un compito indubbiamente prestigioso, ci si potrebbe aspettare che uno così gonfi il petto come un pavone, invece lo dice quasi sottovoce. Mario Occhiuto, architetto di fama mondiale, si mostra come una persona semplice, radicata nella realtà delle cose che ci circondano. Qualità rara, di questi tempi. «Sa, non voglio tradire le mie origini. Sono un uomo del Sud». Mi dice subito che odia essere considerato «un architetto da rivista», perché «sono le mode ad aver impoverito l’architettura. Seguire il solo senso estetico devia dalla complessità, anche etica, del fare una costruzione». Ma andiamo per gradi. Come mai in Cina fanno lavorare un architetto italiano? È successo tutto qualche anno fa. Fui incaricato dal ministero dei Beni culturali di ristrutturare un padiglione dentro la Città Proibita. Da lì ho guadagnato fiducia, e mi hanno affidato altri lavori. Oggi la sua équipe realizza un nuovo spazio verde di 6 ettari che recuperi, in chiave moderna e nel rispetto della conservazione della biodiversità, le caratteristiche dei giardini all’italiana. Quello dell’ecologia e della sostenibilità sta finalmente divenendo un problema per tutti. Per anni invece nessuno se ne è occupato, con i risultati che tutti possono vedere. Uno dei suoi volumi più letti si intitola Verso la città sostenibile. Un testo che studiano con attenzione i suoi studenti di ingegneria edile presso l’Università della Calabria. I ragazzi studiano tante cose giuste, ma se poi il sistema non li mette nelle condizioni di costruire bene una volta laureati,

saranno solo gli ennesimi esecutori di una mala gestione. Quali sono le differenze maggiori che incontra in Cina rispetto all’Italia? Là c’è meno burocrazia. I lavori partono presto e vengono finiti prima. Per un architetto questo è un fattore fondamentale, perché con il passare del tempo le cose si svuotano di contenuti, cambiano le forme. E poi i cinesi sono più corretti, pagano in fretta, sono affidabili. È questa la cosa più importante nel suo lavoro? È una cosa che non dispiace. Però no, la cosa principale per

con dei disegni tipici delle manifatture di Vietri. Inoltre stiamo intervenendo sulla piazza antistante perché ci piacerebbe creare un quartiere dove la gente abbia piacere di andare, magari il fine settimana. Insomma, non so se riesco, ma sempre ci provo. Come mai ha scelto di fare l’architetto? Non so dirlo. Mio padre era commerciante, io ho fatto il liceo classico, devo ammettere che non avevo mai pensato di fare architettura durante quegli anni. Mi sono iscritto alla facoltà di Firenze, neppure mi ri-

Mi ispiro a Borromini, Brunelleschi e Leon Battista Alberti. Nel presente invece solo a Renzo Piano. Se dipendesse da me, gli assegnerei il premio Nobel per la cultura. La sua spinta a migliorarsi, a non sentirsi arrivato, è da emulare

me è innestarmi senza prevaricazione nell’ambiente circostante. Ci riesce sempre? In Cina, parallelamente al parco, stiamo costruendo il nuovo Expo di Pechino. Si tratta di un progetto di recupero di alcuni capannoni industriali dismessi. Invece di stravolgere l’ambiente che abbiamo trovato, siamo entrati nella struttura inserendo dei pannelli di cotto italiano, In queste pagine, alcuni dei progetti realizzati dall’architetto Mario Occhiuto (nella pagina a fianco, a destra). Da qualche anno l’architetto sta lavorando per lo più in Cina, realizzando il nuovo Expo di Pechino (qui a fianco) e il giardino di Tienjin (in alto a destra), un’area verde di circa sei ettari che recuperi, in chiave moderna e nel rispetto della conservazione della biodiversità, le caratteristiche dei giardini all’italiana

cordo bene il perché, poi però mi sono davvero appassionato. Perché secondo me questa è una delle attività più belle che si possano fare nella vita. Occuparsi degli spazi degli uomini. Che nesso c’è tra lo spazio che ci circonda e quello interiore di ciascuno? Un nesso molto forte. Nell’antichità si diceva che l’uomo fosse capax dei. Capace di Dio, con un chiaro riferimento allo spa-

adesso sto lavorando alla costruzione della casa dello studente di Bari. Un compito molto delicato a mio avviso, perché è adibito alla vita e alla formazione degli uomini di domani. Altri luoghi? Dovremmo avere ospedali più accoglienti, dove i malati non debbano sentirsi mortificati. E poi luoghi di lavoro dove venga la voglia di recarsi e quindi di lavorare meglio. Tutti posti che invece non sono all’altezza? Guardi, a me capita sovente di recarmi nei ministeri, negli uffici, anche di dirigenti, c’è un

zio che serve per contenere un concetto mentale e una presenza spirituale come quella di Dio. E del resto se pensiamo a tutta l’architettura del passato, capiamo quanta importanza avessero le dimensioni e le proporzioni per creare il senso del sacro. Sta parlando delle chiese? Non solo. Ogni luogo può contenere e stimolare una percezione spirituale. Per esempio


cultura

soffocamento della dignità umana. Questo non va a vantaggio della persona, quindi neppure del lavoro che essa svolge. Non si può più pensare solo al costo, alla funzionalità. Questa non è architettura, è squallida edilizia. Tornando al discorso di prima, le piacerebbe lavorare alla costruzione di una chiesa? Certamente. In realtà sto già progettando un grande santuario. E poi sto collaborando alla ristrutturazione della Cattedrale di Cosenza. Un lavoro speciale per me, trattandosi della mia città natale. E poi sono credente. Sfogliando le foto del giardino di Tajin si può notare che il parco in questione ha la forma di un viso... Il giardino somiglia volontariamente alla Venere di Botticelli.

Effettivamente guardando i suoi lavori si percepisce una forte tensione verso il mondo dell’arte. L’architettura è un’attività culturale, intellettuale, prima di tutto. Anzi, dirò di più, è il punto massimo delle attività artistiche. Se ci si pensa bene, è l’unica arte che si applica alla vita. Mentre un dipinto o una scultura influenzano relativamente la quotidianità di una persona, l’architettura, quanto più è genuina espressione di una civiltà tanto più aiuta l’uomo nella sua esistenza.” C’è oggi questo spirito di servizio nell’architettura? “Ce n’è poco. Ma potrei dire la stessa cosa per il giornalismo, per l’economia, per la medicina, per l’educazione. Manca la creatività, la trasparenza, la disponibilità. Questo dimostra che siamo un popolo in decadimento. E la politica, secondo lei, ne è causa o effetto? In primo luogo ne è effetto, poi ovviamente ne diventa anche causa. Nel momento in cui tutto si incentra sul meccanismo economico e non si mette più al centro l’uomo e le sue esigenze questi sono i risultati. Io credo che la ricchezza di una società passi per una serie di voci che hanno poco a che fare con il pil di uno Stato. E oggi penso che ce ne stiamo accorgendo, pagando una situazione finanziaria a dir poco drammatica. L’architettura che ruolo ha in tutto questo? L’architettura è specchio di questa triste realtà. Basta guardare le periferie delle città, i paesaggi rurali, le coste, le case. Domanda d’attualità. Che ne pensa del piano casa che si accinge a varare Berlusconi? Tendenzialmente sono d’accordo. Anche se c’è da capire meglio. Perché, per quel che ne so, i Comuni e le Regioni già possono agire in questo senso, ossia permettere ampliamenti edili. Bisogna stare attenti a non fare demagogia. Lei costruirebbe un quartiere di case popolari? Perché no. Non sta nell’edificare case di lusso la gioia di un architetto! Per me quello che conta è progettare in base a dei criteri, e come ho già detto inserirmi con equilibrio in un contesto. Da che deriva l’attenzione che mette nella scelta dei materiali? Ogni materiale emette una differente vibrazione, una differente qualità di energia. Per esempio alcuni materiali molto in voga nelle costruzioni contemporanee sono altamente radioattivi. Nep-

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pure ci rendiamo conto di quanto male possano fare.Viceversa ci sono materiali naturali che possono isolare termicamente un edificio, altri che possono riflettere meglio la luce. Così facendo si ottengono luoghi più salubri e si spreca meno energia. Un’idea diffusa è che la sostenibilità costi di più. È così? Non dovrebbe, perché nell’idea di sostenibilità è compreso anche il prezzo. Non si può proporre una soluzione che costa molto di più della media spacciandolo per sostenibile. Guardi che la sostenibilità è un valore che c’è dai tempi di Vitruvio. Per non parlare del feng shui orientale. I miei lavori non sono innovativi, anzi. Io mi ispiro alle costruzioni del passato, perché sono a mio avviso ancora insuperate.Torniamo sempre al punto di partenza: all’epoca c’era la giusta attenzione per l’essere umano. Magari non avevano i telefonini, però forse capivano meglio cosa significa qualità della vita. Qual è dunque il ritardo maggiore della nostra architettura? Posso dirle questo a mo’ di

esempio: come si può pensare di costruire una casa in Sicilia nella stessa maniera che in Trentino? Eppure accade. Oggi si è avulsi dal conteso. Gli stessi materiali per ogni luogo, le stesse dinamiche di esposizione. Solo attenti a contenere il costo finale. Cosa c’è che non va nelle nostre città? L’idea stessa di città, che è diventata la negazione per antonomasia della socialità. I centri storici una volta integravano tutto. Invece ora si divide la planimetria: si costruisce da una parte il quartiere commerciale, da un’altra quello degli uffici, poi l’area residenziale e la periferia per chi non ha abbastanza soldi. E’ questo modello di città che genera fenomeni come il traffico, l’emarginazione, la criminalità, in alcune aree l’assenza di possibilità culturali. A quali architetti del passato o del presente si ispira? Borromini su tutti, poi Brunelleschi e Leon Battista Alberti. Nel presente invece voglio fare un nome solo: Renzo Piano. Se dipendesse da me, gli assegnerei il premio Nobel per la cultura. Da lui c’è da prendere molto. La sua spinta a migliorarsi, soprattutto, a non sentirsi arrivato. È questa la migliore dote riscontrabile in un architetto? Questa forse è la migliore qualità che possa avere un uomo, in generale. Per quanto riguarda l’architetto credo che sia di capitale importanza l’attitudine a fare molte esperienze, conoscere le dinamiche umane, sperimentare le acquisizioni. Per fare bene l’architetto bisogna sapere un po’ di tutto, proprio come l’uomo del Rinascimento. Per provocazione si può dire che non si dovrebbe esercitare la professione prima di una certa età. Perché manca la saggezza, la lungimiranza, la comprensione complessiva del tutto. Anche io sto ancora imparando, e mi sento un giovane architetto. E allora, come tutti i giovani, avrà senz’altro un sogno nel cassetto... Continuare a fare questo mestiere, e continuare a farlo bene. Essere sempre al servizio dei cittadini. Realizzare luminarie che consumino meno energia, ridurre le barriere architettoniche, studiare nuovi mezzi di trasposto elettrici, migliorare i sistemi eolici e solari, studiare nuovi orientamenti dei palazzi per renderli più benefici, ingrandire i balconi e gli spazi comuni. Insomma, essere sempre un architetto a misura d’uomo.


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cultura

Libri. Ecco 638 accuratissime pagine di Pietro Migliorini sui fatti d’Italia accaduti a partire dal 1901, fino al 2000 compreso

Il dizionario lungo del secolo breve di Massimo Tosti

A fianco, uno scatto di Churchill, Roosevelt e Stalin alla conferenza di Yalta. In basso, la copertina del nuovo libro di Pietro Migliorini “Dizionario del Ventesimo Secolo” (Edizione BookTime)

on un qualche ritardo rispetto ad altri Paesi, anche in Italia i libri di storia sono diventati un grande affare editoriale. E il fenomeno è in crescita continua. Si moltiplicano, con progressioni da capogiro, le case editrici e le collane riservate unicamente a questo specifico argomento. I libri di storia in commercio sono più di trentamila e nella produzione libraria complessiva la storia occupa il terzo posto, dopo la narrativa e la saggistica (scientifica, giuridica ed economica).

C

È legittimo parlare di un autentico boom del settore. Eppure - per citare un caso eclatante che fece scalpore quando le Iene televisive domandarono a una serie di parlamentari in che anno Cristoforo Colombo avesse scoperto l’America, furono in molti a tirar giù risposte a casaccio, con errori perfino di tre secoli. E quando ai concorrenti dell’ultima Isola dei famosi fu chiesta la data della caduta del Muro di Berlino, persino un ex europarlamentare (Vladimir Luxuria) prese una cantonata. Ce la prendevamo un po’ tutti - nei decenni scorsi - con l’eccessivo nozionismo degli insegnamenti scolastici: ma le date sono fondamentali per comprendere la storia. E soltanto chi le conosce (sia pure con un minimo di approssimazione) può collegare i fatti e i personaggi fra di loro, dando la giusta interpretazione ai rapporti di causa ed effetto negli eventi del passato. Le cronologie dovrebbero essere studiate attentamente, prima di confrontarsi con i saggi storici che si dedicano

all’approfondimento proiettando (sulla base di nuovi documenti, o di una visione nuova, e originale, di quelli già acquisiti) una luce nuova su episodi fino ad oggi tralasciati, minimizzati, o addirittura ignorati dalla storiografia

più in generale, ai divulgatori) che agli storici di professione. Nonostante la presenza (sempre più frequente) dei titoli di storia nelle classifiche delle vendite di libri, una fetta molto consistente di italiani, quel poco che conosce di sto-

Un prontuario indispensabile per capire e collegare, una fonte inesauribile di notizie anche per gli studiosi che abbiano un vuoto di memoria e preferiscano non affidarsi a Wikipedia classica. Soltanto chi è in grado di inquadrare nella giusta cornice storica i fatti di sangue (e la resa dei conti) verificatisi negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, può apprezzare il lavoro di scavo compiuto da Giampaolo Pansa con i suoi libri dedicati alle vendette consumate in quel periodo. In parole povere, occorre una cultura minima di base per digerire correttamente i saggi storici che affollano i banconi delle librerie. È un principio valido per tutte le branche del sapere: non si possono discutere le teorie di Albert Einstein senza avere una preparazione adeguata nella fisica e nella matematica. Non si possono (o, almeno, non si dovrebbero) trinciare giudizi sull’arte contemporanea in assenza di una buona conoscenza della storia dell’arte.

Prima di leggere l’ultimo saggio di Eric J. Hobsbawm, o le teorie revisioniste di Ernst Nolte, è indispensabile informarsi sui fatti nudi e crudi, e sui legami di interdipendenza che li collegano fra di loro. Il compito di preparare i lettori compete spesso ai giornalisti (o,

ria lo deve a Indro Montanelli e alla sua magnifica Storia d’Italia.

Montanelli a parte (e anche lui, tutto sommato, non ricevette dai colleghi,

forse per invidia, i riconoscimenti che meritava) è molto difficile che i giornali dedichino lo spazio che meriterebbero ai testi di pura divulgazione e informazione. Questa sorte di clandestinità toccherà sicuramente al Dizionario del Ventesimo Secolo (Edizione BookTime, 638 pagine, 25 euro) che Pietro Migliorini, autore di altri dizionari, ha compilato con assoluto rigore. Si tratta di una cronologia, ampliata e ragionata, che offre - anno per anno - a partire dal 1901, fino al 2000 compreso, un elenco molto esauriente dei fatti accaduti in Italia e nel mondo. Non soltanto le guerre, o gli eventi politici, ma anche le scoperte scientifiche, le idee e i protagonisti, le arti e le mode, le condizioni di vita della gente comune. Un prontuario indispensabile per capire e collegare, una fonte inesauribile di notizie anche per gli studiosi che abbiano un (momentaneo) vuoto di memoria e preferiscano non affidarsi a Wikipedia che – in quanto enciclopedia libera (e non sufficientemente controllata) offre un primo appiglio per ricostruire i fatti, ma non ne garantisce il fondamento e il rigore.

Un libro da leggere o da sfogliare, ma anche da tenere sul comodino (o su un angolo della scrivania) per sciogliere dubbi legittimi o per scoprire qualche evento dimenticato o rimosso, di quello che Hobsbawm definì il “secolo breve”, ma nel corso del quale ne sono capitate talmente tante, che è difficile per chiunque rammentarle tutte. A prescindere dai giudizi che ognuno è libero di formulare (sapendo, però, di che cosa si sta parlando).


spettacoli uest’anno compiono 85 anni due icone del jazz italiano, Carlo Loffredo e Nunzio Rotondo. Il primo festeggerà il suo compleanno il 4 aprile, il secondo l’11 dicembre. Nati nel 1924, quando Louis Armstrong entrava a far parte dell’Orchestra di Fletcher Henderson, Bix Beiderbecke incideva i dischi con i Wolverines e Paul Whiteman presentava all’Aelion Hall di New York la Rhapsody in Blue di George Gershwin, sono anche coetanei di alcuni grandi del jazz: il trombonista Jay Jay Johnson, i sassofonisti Sonny Stitt e Paul Desmond, il vibrafonista Terry Gibbs, il trombettista Shorty Rogers e di due importanti cantanti, Dinah Washinton e Sarah Vaughan. Forse però Loffredo e Rotondo non sanno che quando nascevano, il primo a Roma e il secondo a Palestrina, Joseph Lacalle componeva Amapola mentre a New York George Gershwin e suo fratello Ira depositavano alla Società degli Autori quattro motivi che Loffredo e Rotondo avrebbero spesso suonato durante la loro vita di musicisti. Erano Faschinating Rhyhm, The Man I Love, Oh Lady Be Good e Somebody Loves Me. Anzi The Man I Love fu il secondo ad essere inciso da Nunzio Rotondo l’8 marzo 1950 al suo debutto discografico. In quella occasione il trombettista incise 3 brani con un complesso di cui facevano parte il sassofonista toscano Marcello Boschi e lo stesso Carlo Loffredo.

26 marzo 2009 • pagina 21

Rotondo avevano iniziato a suonare già durante la guerra. Rotondo nel 1943 con l’orchestra radiofonica di Piero Rizza, Loffredo nel 1942 con il violinista Fulvio Liberati, dilettante di buone capacità. «Eravamo innamorati di Venuti e Lang, e la domenica mattina andavamo a suonare i classici del jazz e le canzoni americane negli ospedali militari per i soldati italiani feriti».

Q

Il primo è il bel tema di Piero Piccioni Boppin’ for Bop, in cui Rotondo si limita a suonare sedici battute, incastonate fra uno splendido Marcello Boschi e un modesto Bruno Campilli, pianista che scomparve dal mondo del jazz così come era apparso. Dove invece Rotondo è realmente superbo è in The Man I Love, seconda matrice incisa ripubblicata recentemente da Riviera Jazz Records. La personalità di Rotondo è assai complessa. Dava voce jazzistica al “fanciullino” pascoliano: pieno di speranza e insieme di timore del mondo, incline a ripiegare in una malinconia senza altro sfogo che l’amarezza solitaria. Di sicuro c’è che Rotondo non ha mai voluto staccarsi da Roma, anche quando ebbe offerte allettanti da grandi musicisti, come Lionel Hampton, sempre alla ricerca di giovani talenti. Il suo rifiuto di inserirsi nel mondo del jazz internazionale, che forse considerava difficile o insidioso, che lo avrebbe allontanato dalla semplice e tranquilla vita romana, lo indusse a trovare rifugio per lungo tempo ne-

Musica. Sono nati entrambi nel 1924 gli 85enni giganti del jazz italiano

Loffredo e Rotondo Un compleanno per due di Adriano Mazzoletti

La cospicua produzione realizzata per la radio e la tv, fortunatamente, giace ancora negli archivi del nostro servizio pubblico gli studi della Radio e a cambiare spesso partner. Per lui era difficile trovare musicisti alla sua altezza. Nel corso della sua continua evoluzione è possibile individuare due momenti topici. Il primo copre il periodo 1950-54, caratterizzato da una produzione discografica con formazioni di sei-sette elementi e da una notevole attività concertistica. Nel dicembre 1953, in particolare, Rotondo effettuò una lunga tournée nel Nord Ita-

lia (con il sassofonista Vero Nori, il pianista Leo Cancellieri, il contrabbassista Tonino Ferrelli e il batterista Roberto Trillò), ingaggi estivi sulla Riviera Ligure e la partecipazione con Carlo Loffredo e il Sestetto dell’Hot Club di Roma, coronata da grande successo, al Secondo Salon du Jazz di Parigi alla Salle Pleyel. Il secondo periodo, 19581975, segna invece gli anni più intensi del lavoro negli studi radiofonici con complessi di quattro-cinque musicisti. Mentre del primo periodo possediamo trentun brani fra dischi e registrazioni dal vivo, del secondo, forse il più interessante, solo alcune incisioni per Carisch, Music e RCA. La cospicua produzione

realizzata per la radio e la tv giace ancora negli archivi del nostro servizio pubblico. Solo di recente la giovane etichetta via Asiago Dieci, che si prefigge di rendere pubblico l’archivio radiofonico, ha diffuso due cd con 29 brani del periodo 1964-1980. Sia Loffredo che

Sono nati entrambi nel 1924 Carlo Loffredo (in alto) e Nunzio Rotondo (a sinistra), gli ormai ottantacinquenni giganti del jazz italiano. Nel corso del tempo i due hanno scoperto e lanciato nuovi talenti

Aveva imparato a suonare la chitarra ascoltando i dischi dei Mills Brothers, Eddie Lang e Django Reinhardt. Alla liberazione di Roma con il chitarrista Memmo Lettèri e il pianista Umberto Cesari suonò in un trio, poi denominato Crystal Trio, che iniziò a suonare per gli ufficiali americani all’Hotel Bernini, in piazza Barberini. Quell’albergo, oggi Bernini Bristol, era sede della Croce Rossa americana e nella vasta sala inferiore si alternavano vari gruppi. Il trio fu notato dai responsabili dell’American Expeditionary Station (Aes) e invitato a trasmettere regolarmente da quella stazione radio, che si trovava all’ultimo piano del palazzo dell’ex Eiar in via Asiago. «Era una stanza freddissima ricorda Loffredo - dove si gelava letteralmente. Un sergente americano, che ci vedeva mezzo congelati, ci battezzò Crystal Trio, e la Crystal Trio Hour andò in onda nell’inverno 194445 due volte la settimana. Il martedì e il venerdì dalle 16.00 alle 17.00». I dischi “ranscription” realizzati dalla Aes non sono mai stati ritrovati. Forse distrutti nel passaggio dall’ammistrazione degli Alleati a quella italiana. Bisognerà attendere cinque anni per avere testimonianza sonora del trio, dove però Carlo Pes aveva preso il posto di Lettèri. Del Trio resta un solo brano, Begin the Beguine. Quell’incisione di Loffredo con Cesari e Pes è stata innumerevoli volte citata dalle storie del jazz come esempio del vertice raggiunto dal jazz italiano, in quell’inizio di decennio. Si tratta di una superba interpretazione del celebre motivo composto quindici anni prima da Cole Porter, già inciso da tanti musicisti in tutto il mondo, e che sembrava non poter fornire nuove possibilità di interpretazione. In quei tre minuti Cesàri e Pes, ben coadiuvati da Loffredo, creano un’opera di straordinaria importanza, che rimarrà per molti anni ancora il capolavoro assoluto del jazz italiano del dopoguerra. Sono trascorsi quasi 70 anni. Loffredo e Rotondo dopo essere passati di successo in successo, costituito e diretto una infinità di complessi, scoperto e lanciato nuovi talenti, continuano una professione, quella del musicista di jazz, che non ha mai subito soste.


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale

dal ”Guardian” del 25/03/2009

Siamo inglesi, ma niente più critiche di Alan Travis l ministro britannico degli Enti locali, Hazel Blears, ha rotto ufficialmente i contatti con il Consiglio musulmano britannico (Cmb), dopo aver appreso che il segretario generale dell’organizzazione, Daud Abdullah, ha appoggiato un appello di Hamas in cui s’invita ad attaccare tutte le truppe straniere utilizzate nella lotta al contrabbando d’armi verso Gaza.

I

Le tensioni con la comunità islamica rischiano però di compromettere la nuova strategia del governo di Londra contro il terrorismo e l’estremismo violento. Blears aveva tentato un chiarimento l’altro giorno con il Cmb, dopo aver preso le distanze da un’altra loro dichiarazione fatta a favore di Hamas, per un nuovo jihad a Gaza. Era stato fatto un riferimento anche alla possibilità di attaccare truppe straniere, nello specifico militari inglesi, che avessero perso parte alle operazioni di contrasto al traffico d’armi verso la Striscia. Queste posizioni erano emerse il mese scorso, durante un’iniziativa in Turchia, sponsorizzata da Hamas: la «Global anti-aggression campaign». Il ministro ha tentato di esercitare pressioni su Daud Abdullah, che aveva firmato la cosiddetta “dichiarazione di Istanbul”, affinché chiarisse la sua posizione. La polemica che ha coinvolto un alto componente del governo di Londra e uno dei più importanti rappresentanti della comunità musulmana britannica è coincisa col varo del programma Contest 2 che prevede una nuova strategia antiterrorismo. Un tentativo da parte del governo inglese di combattere la cultura radicale, che pur prendendo le distanze dalle azioni violente, è ben lontana dall’accettare la condivisione di valori che è alla base del patto civico fra i

cittadini di una nazione. Anzi respinge e mina la struttura dello Stato. I ministri hanno fatto marcia indietro rispetto al progetto di pubblicare un vocabolario del «civicamente corretto» rispetto alle dichiarazioni pubbliche, da cui si evinca ciò che è «estremismo». Nel documento del ministero degli Interni, reso noto ieri, si punta invece per un profilo più basso e diretto. L’obiettivo è sfidare apertamente tutti coloro che «non accettano il modello di democrazia parlamentare, tentano di eliminare lo stato di diritto e promuovere l’intolleranza e la discriminazione sulla base della razza, del credo, dell’etnia, del genere e delle abitudini sessuali». Il ministro degli Interni, Jaqui Smith ha precisato che non è intenzione del governo metter al bando queste idee o criminalizzare chi le esponga: «La libertà di pensiero e di parola sono diritti fondamentali per la nostra società. Ma non ascolteremo certe cose in silenzio.Tutti dovremo batterci per difendere i nostri valori, non concedendo spazio a chi li vuole distruggere».

Il ministro ha incluso in questa categoria di estremisti anche coloro i quali esprimo posizioni omofobiche in pubblico. Ma dagli scranni dell’opposizione arrivano ancora accuse sul fatto che il governo continui a finanziare gruppi radicali che «predicano l’estremismo». Il documento sulla nuova strategia sottolinea la pericolosità di attentati con bombe-sporche, resi più facili dalla disponibilità sul mercato di componenti chimici, batteriologici e nucleari, che rendono questa prospettiva più realistica. Nelle carte si legge anche che il dispositivo di sicurezza è stato adattato alla pos-

sibilità che vengano importati dall’Iraq e dall’Afghanistan le Road side bomb e gli Ied (Improvvised explosive device) che tanti danni sono riusciti a provocare dove utilizzati.

Inoltre la continua frammentazione di al Qaeda potrebbe condurre alla formazione di cellule e reti più piccole, meno controllabili e più autonome, che avendo a disposizione nuove tecnologie potrebbero condurre azioni più devastanti. A Withehall c’è grande preoccupazione per le conseguenze che potrebbero esserci in Gran Bretagna per il deteriorarsi della situazione in Pakistan e Afghanistan. Là gruppi di al Qaeda sono stati coinvolti nell’organizzazione di cellule terroristiche nel Regno Unito. Si punta quindi ad una politica che renda la società britannica maggiormente impermeabile al radicalismo e sviluppi quegli anticorpi sociali e culturali che rendano difficile l’insediamento del radicalismo violento.

L’IMMAGINE

Servirà il federalismo fiscale a proteggere il benessere delle regioni del Nord? La recente dichiarazione del premier britannico in ordine alla crisi economica mondiale, che mi sento di condividere appieno, secondo cui «il protezionismo non protegge nessuno», dovrebbe far riflettere tutti i politici veri ed occasionali pronti ad alzare steccati legislativi nel tentativo di difendere un benessere relativamente maggiore del loro territorio.Viviamo in un periodo di economia globalizzata per cui la crisi economica, iniziata oltre oceano, ha colpito anche Stati ad economia non capitalista. Servirà il federalismo fiscale a proteggere e ad accrescere il maggior benessere delle regioni del Nord? O, come è più realisticamente probabile, non raggiungerà l’effetto desiderato per cui si tradurrà in un boomerang elettorale per i proponenti? Stiamo in attesa e vedremo!

Luigi Celebre

SALVIAMO E PRESERVIAMO L’IDENTITÀ ITALIANA E LOCALE La nazione include la popolazione, che condivide territorio, lingua, istituzioni, usi e storia. Dopo la seconda guerra mondiale, è stato ripudiato l’ideale nazionale e declassato l’amor patrio e locale. Si sono diffusi luoghi comuni: società multiculturale, globalizzazione, diritti delle minoranze e pari dignità fra le varie civiltà. Tuttavia, la democrazia è diversa da dittatura, autoritarismo, teocrazia e fondamentalismo. Anche la nazione italiana è parzialmente espropriata della propria sovranità da Nazioni Unite, Unione Europea e Organizzazione mondiale per il commercio. Ospitalità spesso sussidiata e case popolari vengono date a immigrati e a rifugiati -. Con la “discriminazione positiva”si favoriscono immigra-

ti e clandestini a danno degli italiani. Il cittadino medio deve tirare la cinghia ed è torchiato dal fisco. Lo Stato sociale e l’equilibrio di bilancio sono messi a repentaglio, per l’eccesso d’immigrati clandestini e profughi. Oltre a immigrati lavoratori, ve ne sono altri che campano a carico frequente degli italiani. La serena convivenza può essere insidiata. Rischia il declino l’uso della lingua italiana e dei dialetti. I migranti intendono migliorare le loro condizioni di vita, ma non provano necessariamente amore e lealtà verso il paese ospitante. Alcuni potrebbero provare sentimenti avversi: l’Occidente ha patito gravissimi attentati – in Usa, Spagna e Gran Bretagna – e subisce il rischio terrorismo. Gli immigrati regolari e clandestini sono eccessivi, poveri e ad altissimo tasso di na-

Il pranzo è servito Povero pinguino. Tra tutte le fini che poteva fare, morire nelle fauci di una foca leopardo è forse la peggiore. Sì perché la sadica cacciatrice - lunga circa 3 metri e con la pelle a chiazze come quella dei leopardi - non si accontenta di sbranare i pennuti. Prima di divorarli li afferra per le zampe e li sbatacchia ripetutamente contro la superficie delle acque antartiche fino a lacerarne le carni

talità: arrecano verosimilmente più oneri che benefici al cittadino italiano, grazie al prevalente buonismo, assistenzialismo ed esterofilia della nostra oligarchia. Inoltre, gli immigrati concorrono all’abbassamento della qualità della vita, perché possono aggravare l’affollamento, la sovrappopolazione, l’iperinqui-

namento e le tensioni sociali.

Gianfranco Nìbale

SE UN EURO POTESSE… Il Pd alle primarie a Napoli: troppa gente invitata a votare senza indicazione alcuna, una organizzazione decrepita in molte situazioni, un evidente scontro interno che ha permeato le parole dei can-

didati, un euro come obolo per cosa non si sa: forse quel finanziamento sul quale la sinistra non può più contare, altro non si sa. Ma se un euro potesse salvare la sinistra, come molta gente per la strada afferma, vorrebbe dire molte cose. Per ora a Napoli assistiamo al vero conflitto di interessi.

Bruno Russo


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

Questa tremenda passione che mi divora Ascoltami, Antonietta; ti scongiuro di leggere attentamente queste poche righe e di rispondermi. Non posso più soffrire i miei tormenti; ragionevoli o irragionevoli non so, ma sento ch’io non li posso più soffrire. Io t’amo ardentemente e credo di non essere amato. Tu me l’hai predetto che la morte mi è necessaria, ed io nelle mie afflizioni e nella tua condotta vedo ogni giorno di più che mi conviene abbandonare tutte le speranze della vita. Ma v’è ancora un solo mezzo che mitigherebbe i miei mali. O il tuo amore di prima, o la tua schietta confessione. Forse nella disperazione di più possederti potrei darmene pace, e certamente ti lascerei quieta: tu saresti libera, e in quanto a me il tempo, la ragione e le disgrazie che forse mi aspettano potrebbero illanguidire questa tremenda passione che mi divora. No, mia Antonietta: io sono il tuo amante non già il tuo tiranno; sei pur troppo infelice, né meriti che l’uomo da te amato esacerbi i tuoi mali. Se hai bisogno di un nuovo amore io sono pronto a lasciarti libera, e morire, ma lasciarti libera. Devo io pretendere che tu comandi al tuo cuore, mentre io non posso comandare al mio, che ad onta di tante lagrime t’ama e t’amerà eternamente? Ugo Foscolo ad Antonietta Fagnani Arese

ACCADDE OGGI

NON ESISTONO PIÙ I PARTITI Ho molto apprezzato e condiviso l’articolo di Gennaro Malgieri su Mobydick del 7 marzo scorso, su quel che è rimasto «della democrazia dei partiti». «Non esisteno più i partiti», scrive Malgieri, che aggiunge: «Ma di fronte al nulla politico che ci avvolge, come non avvertire una sorta di nostalgia per quei benedetti/maledetti partiti (tradizionali, di vecchia memoria)?». Malgieri, però, nel seguito del suo ampio articolo, si guarda bene dall’affondare la lama nella ferita; oltre che a parlare di «cooptazioni da parte degli oligarchi di consiglieri circoscrizionali e di parlamentari, per non dire di amministratori pubblici e manager di Stato (dimenticando i ministri della Repubblica e i sottosegretari di Stato!)», non indica con chiarezza la causa di questo andazzo. Oggi quando parliamo di “partitocrazia” ci riferiamo a ristretti vertici quando non a singole personalità che, nella sostanza, sono i partiti che dicono di rappresentare e dirigere. Si tratta, in realtà, di una «partitocrazia senza partiti», per dirla con Miriam Mafai. Tutto questo ha portato prima a progettare, poi ad accettare e addirittura a confermare leggi elettorali che configurano, come è noto, liste bloccate. Per cui la decisione dell’elettore o elettrice è limitata a segnare il simbolo del partito,ma non ha alcun potere su chi lo rappresenterà. I parlamentari sono cioè, di fatto, scelti dal gruppo dirigente di quel partito o «associazione di partito», come scrive Malgieri. Di questo passo, eliminato il diritto degli elettori di sceglie-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Gloria Piccioni Stefano Zaccagnini (grafica)

26 marzo 1939 Il Duce tiene una filippica, in cui afferma: «Desideriamo che il mondo sia informato sui problemi italiani, essi hanno un nome: si chiamano Tunisi, Gibuti, Canale di Suez» 1942 Seconda guerra mondiale: giungono ad Auschwitz le prime donne deportate 1945 Seconda guerra mondiale: attacco americano con truppe da sbarco alle isole Kerama, vicino Okinawa in Giappone 1953 Jonas Salk annuncia la scoperta del vaccino antipolio 1958 Federico Fellini riceve l’Oscar per Le notti di Cabiria 1967 Il Santo Padre Papa Paolo VI emana l’enciclica Populorum Progressio 1975 Adozione della convenzione sulle armi biologiche 1995 Entra in vigore il Trattato di Schengen 1999 Il virus Melissa infetta l’intero sistema mondiale di posta elettronica 2000 Vladimir Putin viene eletto presidente della Russia

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

re con preferenza i propri candidati, si arriverà o si è già arrivati ai tempi di Caligola, il quale nominava a senatore il proprio cavallo, dicendo che la qualità dei senatori ne avrebbe guadagnato senz’altro! È propio quel che è avvenuto nell’ultima competizione elettorale dell’aprile 2008, svoltesi all’insegna delle liste bloccate. Sono così saliti al Senato e alla Camera, e da lì al Governo, membri delle segreterie dei partiti o dello staff degli oligarchi. Persone prive di qualsiasi esperienza politica e aministrativa, arrivate a quei posti solo sulla base di un sostanziale decreto “imperiale”, per meriti che è meglio non esplicitare, anche se sono stati resi noti dalle cronache della stampa. Con ciò non voglio significare che non esisteno persone capaci e all’altezza dei loro compiti in Parlamento, ma che lo sono a prescindere dalla valutazione fatta dagli unici che avrebbero titolo (costituzionale) a farlo: le elettrici e gli elettori.

IL PDL SIA COERENTE CON I PRINCIPI DELLO STATUTO DEL PPE Mentre si avvicinano le elezioni europee, in questi giorni nasce il grande partito contenitore del centro-destra, il Pdl, che aderirà come noto al Partito popolare europeo (Ppe). Dobbiamo essere lieti della conclusione di un percorso che sta portando anche gli amici di An a condividere con noi una collocazione europea moderata, atlantica ed attenta ai valori della sussidiarietà, della vita, della famiglia e dell’economia sociale di mercato. Pur tuttavia due questioni restano irrisolte. La prima riguarda l’ingresso di An nel Ppe: siamo sicuri che gli amici della destra abbiano chiaramente compreso il significato di tale passo, e cosa sia veramente il Ppe? Il Partito popolare europeo venne infatti fondato nel dopoguerra dai tre grandi Padri dell’Europa, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Robert Schuman. Tre grandi cristiano-democratici, ma soprattutto tre leader che durante i regimi nazi-fascisti trascorsero lunghi anni tra prigioni e campi di concentramento vari. Lo sanno questo gli amici di An, non pochi dei quali si proclamano ancora orgogliosamente “fascisti”? Sanno di entrare in un partito che fu fondato da persone che combatterono tutti i totalitarismi (e in particolare il nazifascismo) pagando con la propria personale libertà? L’altro problema riguarda la democrazia interna al Pdl. Non che Forza Italia finora sia stata un esempio di democrazia né di liberalismo, tutt’altro. Ma insomma, ogni tanto ci scappava persino un congresso comunale o provinciale, ovviamente all’unanimità e per acclamazione, però fingevano di farlo. Adesso invece si parla apertamente di una fase transitoria della durata di alcuni anni, forse persino cinque, durante la quale i responsabili a tutti i livelli saranno scelti esclusivamente con nomina dall’alto e secondo il noto principio del 70 a 30. È caduta la foglia di fico, e con essa l’ultimo velo di pudore: il Pdl è un partito privo di democrazia interna a tempo indeterminato, governato per cooptazione. Se a questo si aggiunge il fatto che con questa legge i parlamentari sono nominati dai vertici del partito (in Toscana anche i consiglieri regionali), il quadro diventa di forte preoccupazione. Su questi presupposti, alcune riflessioni sulla coerenza del Pdl con i princìpi sanciti dallo Statuto del Ppe sarebbero auspicabili. Anche da parte degli amici del Ppe di altri Paesi, a partire da Germania, Francia e Spagna, i quali stranamente sembrano non aver nulla da obiettare rispetto a tali problemi. Giorgio Masina R E S P O N S A B I L E LI B E R A L TO S C A N A

Angelo Simonazzi

APPUNTAMENTI MARZO 2009

POLITICHE FANTASMA Il Pd ha iniziato la campagna per le europee senza cambi di guardia o di dialettica: il programma verte tutto sull’antiberlusconismo atavico che adesso trova la fonte delle diaspore nell’intenzione del premier di candidarsi. Ancor prima che la storia sia compiuta si batte il pugno sul tavolo per denunciare i soliti conflitti di interesse, che non portano nulla di nuovo alla politica, per non parlare dei ruoli internazionali, che a sinistra devono ancora definire.

VENERDÌ 27 - NAPOLI, ORE 15.30 CAFFÈ GAMBRINUS Inaugurazione Circoli liberal città di Napoli. VENERDÌ 27 - PAGANI (SA) ORE 18 Inaugurazione Circolo liberal città di Pagani. VENERDÌ 27 - CASERTA, ORE 20 GRAND HOTEL VANVITELLI - CENA MEETING Presentazione manifesto dei “liberi e forti” per la Provincia di Caserta con il coordinatore regionale Massimo Golino, il presidente Ferdinando Adornato, i parlamentari e i dirigenti dell’Udc della Campania. VINCENZO INVERSO, SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

Bruno Russo

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

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PAGINAVENTIQUATTRO Recessione. L’industria automobilistica è in crisi nera: gli organizzatori cancellano il motor show britannico

Niente soldi, niente auto di Silvia Marchetti

LONDRA. Il sito internet è rimasto fermo all’edizione del 2008, gli organizzatori sostengono che si tratta soltanto di un «rimandare a tempi migliori» ma la sensazione è che il British International Motor Show sia già morto e sepolto. La prossima edizione, quella del 2010, per via del credit crunch che ha messo in ginocchio l’industria automobilistica del Regno Unito tagliando i profitti ed erodendo posti di lavoro, non si farà. Punto e basta, così hanno deciso gli organizzatori e l’industria delle quattro ruote. Per Londra è uno schiaffo in faccia, la prova che il Paese è davvero al collasso. E così per la prima volta dalla sua nascita, risalente al lontano 1939, la capitale britannica non ospiterà il tanto amato motor show. Da sempre tra gli eventi internazionali più attesi al mondo, il motor show si tiene ogni due anni. Ci vengono perfino dal Giappone ad ammirare l’esposizione di macchine sfavillanti. Per l’evento la capitale inglese aveva messo a disposizione il prestigioso centro d’esposizione ExCel, nel quartiere est delle Docklands. Ma tant’è. L’anno prossimo non si vedranno le solite orde di turisti e appassionati di motori fare la fila per comprarsi il biglietto. I produttori di auto non se la passano affatto bene. Anzi, piangono lacrime amare e supplicano il governo di ulteriori sussidi. In gioco c’è, oltre ai profitti e ai nomi delle case automobilistiche, la sopravvivenza di ben 800mila posti di lavoro. Lord Mandelson, ossia Peter, il ministro per l’industria, ha già promesso un pacchetto di aiuti del valore di 2,3 miliardi di sterline che tuttavia non basterà a rimettere in moto l’industria. Quest’anno la produzione inglese di auto è caduta del 58,7 per cento e le vendite hanno raggiunto il minimo storico dal 1974.

SIAMO INGLESI

U n a c r i s i c h e h a dimensioni planetarie. Soltanto la Ford ha già tagliato più di 850 posti di lavoro e il destino della General Motors è nelle mani dell’amministrazione Usa. Ma senza andare al di là dell’Atlantico, basta guardare un attimo in “casa”. Molte officine a Cowley, vicino a Oxford, sono state chiuse. Simboli del parco-macchine anglosassone sono crollati. La storica Land Rover non sembra piacere più a nessuno tant’è che gli ordinativi sono scesi a un livello irrisorio, come per altri famosi marchi del Regno Unito. Jaguar, Bentley e Rolls Royce hanno mandato a casa parecchi dipendenti. Le quattro ruote di lusso sono state le più colpite dal credit crunch. Insomma, in questo macabro scenario non c’è davvero nulla da festeggiare, altro che mostra sfavillante di donne e motori. Ai produttori e ai venditori di auto non quindi resta che annunciare il “flop” per il prossimo anno sperando in tempi migliori. Paul Everitt, direttore generale dell’associazione inglese dei produttori e venditori di automobili, si è messo le mani le ca-

pelli quando ha dovuto ufficialmente annunciare che la prossima edizione del motor show, per cause maggiori, non avrà luogo. «È la più grande esposizione di tutto il Regno Unito, riscuote sempre un grande successo di pubblico e cancellarla è stata una scelta davvero difficile. Ma - ha aggiunto con realismo - la crisi finanziaria globale ha messo sotto pressione come mai prima d’ora il settore

mentale, mettere su uno stand al motor show costa, eccome. Quale produttore o venditore di auto, con le vendite sotto zero, se lo può permettere di questi tempi? «Tutti stanno tagliando personale, spese e ore di lavoro. Quando abbiamo chiesto ai soliti espositori cosa intendessero fare per l’edizione del 2010, tutti ci hanno risposto che non potevano assolutamente impegnarsi nell’evento», spiega Paul Everitt. E chi può biasimarli?

Le case non hanno soldi da investire nei “saloni”: l’edizione del 2010 è stata annullata. Ma il rischio è che salti anche quella del 2012: «Coincide con le Olimpiadi e la Gran Bretagna non ha fondi per permettersi due eventi» delle automobili creando un livello di incertezza che disincentiva qualsiasi produttore a impegnarsi nell’organizzazione di eventi con dimensioni internazionali». Di sicuro è stata la scelta più sofferta della sua vita. Dire “no” al motor show significa rinunciare al giro di affari di solito legato all’evento e al ritorno di immagine per il Regno Unito. Ma l’umore (e i profitti) sono a terra e nessuno del settore se la sentiva di pensare in positivo. Anche se non si tratta soltanto di una predisposizione

Anche perché ogni edizione del British Motor Show viene studiata ad hoc per riflettere i trend e i risultati del settore automobilistico, e quindi anche l’andamento dell’industria e dell’economia in generale. La cancellazione dell’evento diventa così un messaggio sullo stato di crisi in cui verte la Gran Bretagna, il simbolo della sua caduta economia. Per non deprimere ulteriormente il morale (e il mercato), Everitt promette che l’evento tornerà, ma data da destinarsi. Il rischio è che la prossima edizione (sempre se ci sarà) slitterà oltre il 2012. Secondo Everitt il 2011 è troppo vicino e l’anno successivo a Londra si terranno le Olimpiadi, il motor show andrebbe a interferire con l’organizzazione dei Giochi. Premesse che fanno sì che il salone inglese delle auto torni non prima del 2013. Certo, in questo modo il settore ha tutto il tempo per rimettersi in piedi, sperando che la crisi allenti presto la sua morsa.


2009_03_26