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Morire non è nulla, ma vivere sconfitto e senza gloria, è un morire ogni giorno

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Napoleone Bonaparte

QUOTIDIANO • DIRETTORE RESPONSABILE: RENZO FOA

di Ferdinando Adornato

DIRETTORE DA WASHINGTON: MICHAEL NOVAK

Il dissenso di un intellettuale militante

LO SCIOGLIMENTO DI AN OTTO PAGINE SPECIALI

Ci dissolviamo nel vuoto

UNA NUOVA STORIA DELLA DESTRA O LA DEFINITIVA BERLUSCONIZZAZIONE?

di Gennaro Malgieri Cala il sipario su Alleanza nazionale; la Destra politica italiana chiude i battenti dopo 63 anni. E a me non resta che tornare, compiendo un viaggio a ritroso tra memorie, nostalgie e passioni ormai sfumate, in quella sezione del Msi di Solopaca, il mio paese natale. Era il 18 lua p ag in a 1 0 glio 1970.

Il lungo addio da pagina 10 a 17

Ma il premier dice: «L’Ue ce lo vuole copiare»

Il piano casa d’argilla di Enrico Cisnetto i siamo. La prossima settimana verrà varato il tanto atteso piano casa. Una misura che dovrebbe agire in funzione anti-recessiva innescando un meccanismo virtuoso di investimenti, redditi e consumi.

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s eg u e a pa gi n a 1 1

Chiara Lubich un anno dopo di Rocco Buttiglione a pagina 20

Come la Lega risponde alla “carica dei 101”

La reazione di Crudelia di Franco Insardà a consegna è quella del silenzio. Al massimo si risponde: parla Bossi. I leghisti sembrano tutti allineati dietro il loro leader, ma quando si toccano i punti sensibili qualche tentennamento lo manifestano. se gu e a p ag in a 2

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Un messaggio senza precedenti per «superare trent’anni di conflitti»

Obama all’Iran: facciamo pace «Teheran merita un posto nuovo nella comunità mondiale» di Vincenzo Faccioli Pintozzi

In due mesi, ha già fatto tutto

un regalo partifisso in camera - percolare, quello ché è necessario per che il presidentutti un avvenire in te americano cui gli antichi dissensi siano superati». Barack Obama ha deObama ha poi afferciso di fare all’Iran in mato che è deciso a occasione di Nowruz, «cercare un dialogo il Capodanno farsi. onesto e fondato sul Rompendo la tradizione - che vedeva l’inquimutuo rispetto», ma lino della Casa Bianca che «anche l’Iran ha una scelta da fare». mandare i propri auguri «al popolo persiano» Teheran, infatti, non potrà ottenere il ran- il leader democratico go internazionale che si è rivolto con un messaggio video direttale spetta «attraverso mente ai vertici della il terrorismo o le arRepubblica islamica mi. Abbiamo gravi diNel fotomontaggio, Barack Obama d’Iran. Riconoscendo vergenze che si sono e Mahmoud Ahmadinejad di fatto una realtà poliamplificate con il tica che gli Stati Uniti ignoravano dal 1980, tempo, ma la mia amministrazione è ora riquando Jimmy Carter ruppe i rapporti con soluta a praticare una diplomazia che tratta l’Iran dopo l’attacco armato all’ambasciata la totalità dei problemi che abbiamo davana stelle e strisce nella capitale degli ayatol- ti a noi e a cercare di stabilire relazioni colah. Il testo della video-cartolina, con sottoti- struttive tra gli Stati Uniti, l’Iran e la comutoli in farsi, è di quelli che rimangono negli nità internazionale. Questo processo non annali politici: «Superiamo trent’anni di progredirà con le minacce». s eg u e a pa gi n a 4 conflitti - ha detto il presidente guardando

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gue a p•aE giURO na 91,00 (10,00 SABATO 21 MARZOse2009

CON I QUADERNI)

• ANNO XIV •

NUMERO

57 •

WWW.LIBERAL.IT

• CHIUSO

Troppa foga, presidente! di Mario Arpino n due mesi, Obama ha già fatto tutto. Ha rilanciato i rapporti con la Russia, in cambio di una frenata sullo scudo spaziale e un rallentamento delle procedure di ingresso nella Nato di Ucraina e Georgia. Ha varato il grande prestito alle banche per tentare un avvio di risanamento della crisi. Ha criticato la politica di Bush sul climate change, e ha già messo in atto prove di multilateralità con Europa, Medioriente e Asia. Nulla da dire. Saranno contenti i suoi elettori, che lo hanno votato perché facesse questo. s eg ue a p a gi na 4

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IN REDAZIONE ALLE ORE

19.30


pagina 2 • 21 marzo 2009

politica

Scambi. Candidature bloccate e nuovi fondi alle Province in cambio delle ronde e delle delazioni dei medici

La reazione di Crudelia Cioè la Lega. Che, attaccata dalla «carica dei 101» e colpita dalle dichiarazioni di Berlusconi, sta preparando la rivincita di Franco Insardà segue dalla prima La dichiarazione di Silvio Berlusconi di condividere il sentimento che anima i 101 firmatari della lettera, con la quale si chiedeva di cancellare la norma del disegno di legge sulla sicurezza relativa alla denuncia dei clandestini da parte dei medici, non è stata accolta proprio bene dal popolo della Lega. Federalismo fiscale quote latte, candidature per le amministrative, abolizione delle province, data del referendum sono tutti argomenti che potrebbero rappresentare qualche problema nei rapporti tra Pdl e Lega. Anche l’ultimo sondaggio Swg, per Affaritaliani.it, secondo il quale la Lega ha “rubato” l’1,5 per cento al Pdl alimenta questa tensione.

La lettera promossa dalla Mussolini è una metafora dei rapporti nel Pdl

Storia di un “equivoco democratico” di Marco Palombi

ROMA. Citando il disneyano La carica dei avere cento firme (alcuni smentiranno poi di 101 invece del Manifesto dei 101 intellettuali contro il silenzio del Pci sull’invasione dell’Ungheria, Alessandra Mussolini ha mostrato - oltre al suo orizzonte culturale - almeno di avere il senso della misura. Peccato che questo meritorio ricorso all’understatement finisca qui. In realtà la storia della lettera sottoscritta da 101 o 170 parlamentari (ma con l’avallo di Berlusconi saranno oramai già più di 400) è una sorta di commedia degli equivoci: oggi si parla di “vera nascita del Pdl”, di “partito aperto”, addirittura di un“sussulto di dignità”del Parlamento, ma le cose non stanno proprio così.

L’europarlamentare piemontese Mario Borghezio, da sempre pro-

Partiamo dall’inizio: nei primi giorni della settimana Alessandra Mussolini, presidente della commissione Infanzia, inizia a raccogliere tra i parlamentari del suo partito adesioni per una sua lettera al premier in cui si chiede di cancellare la norma del ddl sicurezza che obbliga i medici alla

aver avuto anche solo conoscenza della cosa, ma tant’è) e ha potuto spedire la sua lettera a palazzo Chigi e alle agenzie di stampa. È probabilmente da quest’ultima fonte che la cosa è arrivata sotto gli occhi di Silvio Berlusconi, il quale - di primo acchito - non l’ha presa per niente bene: ma come si permettono questi? Chi li manda? Il primo pensiero è corso ovviamente a Gianfranco Fini, che le cose scritte nella lettera le aveva già dette pubblicamente, persino nel salotto di BrunoVespa. Solo che il presidente della Camera della lettera non sapeva davvero niente e s’è affrettato a farlo sapere al Cavaliere: «Io? Mai». Appreso che non si trattava di una manovra contro di lui, Berlusconi ha un po’addolcito lo sguardo su quel centinaio di scavezzacollo preoccupati per la salute dei clandestini. Questo cambiamento d’umore del capo non è stato però tempestivamente colto da Fabrizio Cicchitto e Italo Bocchino, capogruppo e vicecapogruppo del Pdl alla Camera, i quali hanno buttato lì un asciutto comunicato contro i ribelli: «La loro lettera non è condivisa dal nostro gruppo». Poche parole che hanno innescato un’altra valanga: desumendo dalla nota di Cicchitto e Bocchino che il Cavaliere fosse incazzatissimo, i firmatari hanno fatto a gara per dire che la firma gli era in realtà stata estorta dalla perfida Duciona. Prendiamo la giovane Beatrice Lorenzin, attivissima deputata forzista: «Queste sono le cose allucinanti della Mussolini. Sono stata strumentalizzata», scandiva l’indomani, in evidente stato di agitazione, sul Secolo XIX.

Forse tutto è cambiato dopo l’incontro del premier con i Popolari europei, preoccupati da certi atteggiamenti leghisti non ”digeribili”

Nel frattempo però, denuncia dei clandestini e di non porre la fiducia sul testo, eventualità peraltro di cui nessuno aveva mai parlato. La tecnica della leader di Azione sociale è da vera professionista del marketing: alle colleghe delle commissioni Infanzia e Affari sociali spiega che il suo scritto mira a tutelare i minori e le madri straniere, ai deputati di Alleanza nazionale dice «ho parlato con Fini, lui è d’accordo», con altri si rivende la firma di Mariella Bocciardo, ottima deputata ma soprattutto ex moglie di Paolo Berlusconi e quindi, in qualche modo, portatrice dell’aura di famiglia. Riassunto di Jole Santelli, relatrice del ddl: «Il 90% buono ha firmato senza leggere». È così, con pazienza certosina, che la Mussolini mercoledì è arrivata ad

siamo a giovedì, Berlusconi e il suo sguardo addolcito s’erano recati al cospetto dei Popolari europei, i quali gli avevano fatto notare (oltre alla strana natura “democratica”del futuro Pdl) che certe posizioni della Lega – e quindi del suo governo – non erano proprio digeribili per un movimento politico che si ispiri a principi di civiltà giuridica e umana. È vero, deve aver pensato il premier, tanto che io condivido i sentimenti che hanno spinto i miei 101 parlamentari a scrivere quella lettera. Di più, io sono contrario anche alle ronde. L’ha pensato, e una volta uscito dalla sede del Ppe, l’ha pure detto ai giornalisti. È così che ha trionfato la democrazia nel Pdl e il Parlamento ha avuto un sussulto di dignità. Non si può che essere d’accordo con Ignazio La Russa: «Alla base di tutto c’è solo un grande equivoco».

tagonista di battaglie contro l’immigrazione clandestina dice, com’è nel suo stile, senza mezzi termini: «Noi teniamo duro, non molliamo sui temi della sicurezza del territorio. Siamo vaccinati a certi atteggiamenti. I nostri elettori sono abituati da tempo immemorabile a certi comportamenti dei nostri alleati del centrodestra su questi temi sensibili. Non è la prima volta che accade: dopo le dichiarazioni di principio in linea con noi, poi, al momento di attuare i provvedimenti prevale la politica dello struzzo, cercando per buonismo di essere accondiscendenti al politicamente corretto. Esattamente il contrario di quello che pensiamo noi della Lega». Indubbiamente il rapporto con il territorio rappresenta uno dei punti di forza del Carroccio e anche su questo Borghezio ha idee chiare: «L’elettore deve sapere di chi si può fidare. L’aumento dei consensi è una buona notizia che mi conforta, ma non mi stupisce. Saremo noi a dettare le regole nelle amministrazioni».

Molto più pacato e tranquillo l’onorevole Matteo Salvini, vicesegretario della Lega Nord Lombardia: «Non ci sono rivoluzioni in atto, semmai ho sentito che qualche elettore del Pdl è rimasto sconcertato dalle dichiarazioni dei loro esponenti. Noi siamo tranquilli, non ci muoviamo di un millimetro e attendiamo. Noi guardiamo ai fatti: martedì si vota alla Camera il disegno di legge sul federalismo fiscale, la settimana prossima sulle quote latte e poi quello sulla sicurezza. Le dichiarazioni sui giornali lasciano il tempo che trovano. I sondaggi, a differenza di altri, non ci appassionano molto, certo queste dichiarazioni non aiutano il Pdl che è vicino al congresso ed è più sotto pressione». Il senatore Sandro Mazzatorta, vicecapogruppo della Lega a Palazzo Madama e sindaco di Chiari in provincia di Brescia, non nasconde la sua amarezza per la presa di posizione di Berlusconi: «Sono generiche rispetto a un lavoro sul ddl sicurezza, durato sei mesi con un confronto serrato che ci ha portato a un testo condiviso dalla maggioranza. La Lega è convincente perché diamo delle risposte concrete, non ci limitiamo a delle dichiarazioni». Per il sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo che è anche segretario della Liga Veneta non c’è discussione: «Chi decide è Bossi ed è lui che sa come confrontarsi con Berlusconi. La madre di tutte le batta-


politica

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi tra Roberto Calderoli e Umberto Bossi glie è il federalismo fiscale, le altre cose fanno da corollario, certamente importante. Alcune posizioni lasciano perplesso chi è lontano da Roma. Le candidature amministrative, comunque, non rientrano nell’accordo con il Pdl che riguarda le politiche e le regionali. Siamo pronti a correre da soli, così come, se si verificheranno determinate condizioni, potremmo allearci.

Anche l’ex presidente della provincia di Vicenza e deputata della Lega Manuela Dal Lago è allineata e coperta sulla linea di Bossi: «La Lega risponde al suo leader e nei programmi per le amministrative la sicurezza sarà fondamentale, anche perché sul territorio c’è corrispondenza con Pdl su questi temi. Queste prese di posizione del Pdl non ci aiutano nei rapporti politici e non sono comprese dai nostri elettori. Se stiamo rosicchiando voti al Pdl è perché rispondiamo alle esigenze dei cittadini con coerenza. Anche la nostra difesa delle province ha una sua logica. Siamo contro quelle inutili che gestiscono territori piccolissimi, ma nel nostro progetto hanno una valenza fondamentale. Per le amministrative Berlusconi parlerà con Bossi e si arriverà a una soluzione di tutti i problemi». E Umberto Bossi non delude i suoi fedelissimi e liquida la vicenda della norma sui medici contenuta nel disegno di legge sulla sicurezza con una battuta: «Maroni non è mica scemo, ci ragionerà su...». Insomma, il federalismo fiscale prima di tutto.

21 marzo 2009 • pagina 3

La reazione rabbiosa di Dario Galli, presidente della Provincia di Varese, roccaforte dei lumbàrd

«Silvio è mal consigliato, la gente è con noi» di Errico Novi

ROMA. «Berlusconi? A furia di ascoltare i suoi consiglieri ha perso il contatto con la realtà. E perderà anche i voti, vedrete». Di fronte alla reazione rabbiosa di Dario Galli, presidente leghista della Provincia di Varese, si capisce a cosa alluda Umberto Bossi quando dice che solo lui riesce a tranquillizzare i suoi, che ci vuole una «mediazione». Si capisce anche che non sarà facile tornare indietro, e che seppure norme come quella sui medici-spia fossero cancellate, il conto agli alleati prima o poi sarà presentato, in un modo o nell’altro. Ma allora, presidente Galli, le dichiarazioni del premier sull’obbligo di denuncia dei medici e sulle ronde non cambiano di una virgola gli equilibri nella maggioranza? Sa qual è la verità? Che con quelle frasi Berlusconi ha solo voluto attirare l’attenzione sul Pdl alla vigilia del congresso. Ma gli equilibri, quelli, non cambiano, anzi: dal punto di vista elettorale certi discorsi o certe prese di posizione come la lettera dei 101 fanno solo perdere voti. Magari si può guadagnare l’approvazione del Vaticano, certo non quella dei cittadini normali. Sulle ronde l’82 per cento dell’opinione pubblica è con la Lega. E sull’obbligo di denunciare i clandestini? Noi non abbiamo proposto questo. Semplicemente oggi i medici sono tenuti al segreto e con il nostro emendamento l’obbligo del segreto non c’è più. Mai ci saremmo sognati di dire che chi si ammala non va curato. Se ci si trova di fronte a una persona che ha commesso un

reato, la si cura e poi si denuncia. Così però gli immigrati non in regola si terranno alla larga dal pronto soccorso, pur di evitare l’espulsione. Scusi ma se un italiano fa una rapina in banca e si becca una pallottola sulla spalla da un poliziotto cosa succede? Che lo si porta in ospedale, si estrae il proiettile e poi lo si piantona, no? Bisogna mettersi in testa che ormai essere clandestini è un

Il premier ormai ha perso il contatto con la realtà. La lite sulle candidature? Quelli di FI spesso hanno problemi giudiziari, i nostri sono specchiati

reato, non si può fare. A un cittadino regolare che si ricovera chiedono tutto: tessera sanitaria, carta verde… a un clandestino no. Non è possibile che si vada avanti con queste penalizzazioni. Scusi, ma se davvero tutti la pensano in così perché dice che Berlusconi con queste prese di posizione attira l’attenzione sul Pdl? Perché se attacca la Lega, il giorno dopo i titoli dei giornali sono tutti per lui. Sa, adesso i suoi elettori ci vedono in crescita, sono un po’preoccupati.

Dopo questa storia vi rifarete sulle candidature per le Amministrative, giusto? Berlusconi dice che pretendiamo troppo, con il nostro 9 per cento. Eppure sa benissimo, anche se fa finta di non saperlo, che qui parliamo di elezioni in città e province in cui ormai la Lega è il primo partito. E poi c’è un’altra cosa. Dica. I nostri candidati sono sempre specchiati, non hanno mai avuto problemi giudiziari o precedenti di mala amministrazione. Non è così per il Pdl. Anche nella mia zona, in provincia diVarese, alcune vicende hanno visto coinvolti proprio esponenti di Forza Italia. Poi loro dicono: hanno preso la tessera da due giorni. Intanto di recente un tecnico comunale è stato accoltellato da dei calabresi e si è scoperto che i mandanti erano legati a FI. Lei è presidente a Varese, nella roccaforte più inespugnabile del Carroccio, ed è però alla guida di un ente che molti vorrebbero cancellare, di una Provincia appunto. Finché parliamo di territori tipo il Medio Campidano è un conto, altro è per province come quelle lombarde, o anche del Lazio, della Campania, dove c’è mezzo milione di abitanti: in questi casi non si possono spostare le funzioni a livello regionale, costerebbe di più. Se non pagassero me dovrebbero prendere un funzionario della Regione che fa il mio lavoro: io guadagno 2500 euro netti al mese, quell’altro prenderebbe il doppio. E vorrebbe l’auto blu, mentre io la macchina, se permette, me la guido da solo.


mondo

pagina 4 • 21 marzo 2009

Diplomazie. Inaspettata apertura al regime degli ayatollah da parte del democratico, che incassa però una risposta tiepida da Teheran

Obama dà la mano all’Iran «Superiamo 30 anni di conflitti». Ma cosa succederebbe nel mondo se il nostro fotomontaggio diventasse realtà? di Vincenzo Faccioli Pintozzi segue dalla prima I vertici iraniani hanno deciso di ignorare il messaggio, lasciando agli alti funzionari del regime islamico i giudizi positivi sul discorso e il compito di mantenere aperte le porte del dialogo, che – come ha sottolineato un funzionario di Teheran - deve passare «per il riconoscimento e la riparazione degli errori commessi in passato dagli Usa e la fine delle sanzioni economiche». Il consigliere per i media di Ahmadinejad, Ali Akbar Javanfekr, ha commentato: «Accogliamo con favore la volontà del presidente americano di mettere da parte le differenze del passato, ma non si deve chiedere all’Iran di dimenticare unilateralmente l’atteggiamento aggressivo degli Stati Uniti del passato. Gli

Stati Uniti devono riconoscere i propri errori passati e ripararli per poter mettere fine alle differenze tra i due Paesi». Da Istanbul, a margine del quinto Forum mondiale sull’acqua, il ministro iraniano dell’Energia Parviz Fattah ha poi precisato che il messaggio di Obama «è una cosa positiva. Ma più che delle parole, abbiamo bisogno di fatti». Ed ha aggiunto, proprio per dimostrare l’importanza dei fatti, che l’Iran «è vicino al raggiungimento dei nostri obiettivi nucleari. La centrale atomica di Bushehr verrà attivata entro la fine del 2009». Da parte sua, Obama ha deciso la scorsa settimana di estendere per un altro anno le sanzioni contro l’Iran, sia per il programma nucleare portato avanti da Teheran che in generale per l’operato del governo iraniano.

Nell’elaborazione grafica, il presidente americano Barack Obama stringe la mano al suo omologo iraniano, Mahmoud Ahmadinejad. Ovviamente, i due non si sono mai incontrati nella realtà

Il dialogo implica un compromesso e una concessione. Washington ha poco da lasciare

Troppa foga, presidente! di Mario Arpino segue dalla prima Speriamo solo che a tutti questi grandi entusiasmi non seguano grandi delusioni. Troppo bello per essere vero! Ma il colpo grosso, anche sotto il profilo mediatico, Obama lo ha fatto con il messaggio video attraverso il quale ha augurato un buon Capodanno islamico al governo e al popolo iraniano, auspicando una ripresa delle relazioni bilaterali con Teheran, sospese da Jimmy Carter all’epoca dell’assalto all’ambasciata con cattura degli ostaggi e - a parte la cessione segreta di armi in cambio della loro liberazione un anno e mezzo dopo mai più ufficialmente riprese. Singolare e innovativo anche il metodo con cui è stato inviato il messaggio, che, superando come fa bin Laden la barriera dell’incomunicabilità, ha colpito nel segno. La risposta di Teheran è stata interlocutoria, ma c’è stata.

parole del suo programma elettorale sta facendo seguire i fatti. Il dado è tratto, e anche la politica della mano tesa all’islam ha avuto il suo battesimo.

La battuta di rimando, per quanto severa, non è stata un pugno chiuso, anche se è stata nuova occasione per sciorinare la nota filastrocca delle consuete accuse iraniane. Ora c’è da stare davvero attenti, perché ogni dialogo, nel migliore dei casi, porta sempre a un compromesso. Ciò significa per l’uno cedere almeno una parte delle proprie ragioni e per l’altro far assurgere a rango di materia contrattuale alcuni propri torti o le proprie pretese. A discapito di chi - a rimetterci possono essere anche i terzi - è tutto da vedere. Le questioni che Obama deve affrontare - siamo solo all’inizio - sono molteplici. Vi è il rapporto con la Russia, quello con l’Europa, con Israele e i palestinesi, con la Siria, con il Pakistan per l’Afghanistan e con i Paesi asiatici, segnatamente Corea del Nord e Cina. A denominatore comune c’è il timore della proliferazione nucleare. Come si può agevolmente osservare, si tratta in ciascun caso di problematiche legate da un unico fi-

Corea, Cina e Pakistan hanno pochi interessi a vedere un accordo fra i due. E l’Europa perderebbe molto del suo peso

In ogni caso, a parte il seguito che potrà o meno avere l’originale iniziativa, questa servirà senz’altro a far dire a Obama, all’interno e all’esterno, che alle

lo conduttore, per cui la risoluzione di un caso non può prescindere dalla risoluzione dell’altro. Ma può accadere che la risoluzione di un caso possa invece compromettere l’altro. Non è casuale che il filo rosso che accomuna questi problemi si chiami Teheran. In questo quadro, a cosa potrebbero rinunciare gli Stati Uniti e l’Iran? A molto poco, almeno così sembrerebbe. Israele non può essere abbandonata. Il suo è un problema esistenziale. L’armamento atomico forse potrebbe passare in ordine secondario per l’Iran salvaguardando la produzione di energia di cui ha veramente bisogno, ma verrebbe immediatamente chiesta in contropartita un’analoga rinuncia da parte di Israele.

L’Europa ha forti interessi economici con Teheran, e potrebbe vedersi anticipata dalla solidarietà con l’America da parte della Russia, che non ha problemi energetici. La Corea e la Cina, presumibilmente, non hanno nessun interesse a un accordo Usa-Iran, e nemmeno il Pakistan. Ne verrebbe avvantaggiato, presumibilmente, lo scenario iracheno assieme a quello afgano, ma l’importanza dell’Europa nel rapporto transatlantico verrebbe fortemente sminuita. Auguriamo a Obama di essere bravissimo a districarsi in questo ginepraio, ma sarà dura!


mondo

21 marzo 2009 • pagina 5

La linea statunitense è sempre la stessa e parte da lontano, nel segno della continuità

È pura tattica, l’obiettivo è Kabul di Andrea Margelletti hiunque veda nella mano che il presidente Obama ha teso ieri all’Iran un segno di diametrale cambiamento di rotta della politica estera degli Stati Uniti commette un grossolano errore di prospettiva. La proposta di dialogo «dopo trent’anni di chiusura» è indiscutibilmente significativa. Tuttavia, costituisce il risultato alla luce del sole di un confronto che i due governi non hanno quasi mai interrotto. Prima di abbandonarsi all’ottimismo bisogna però attendere le reazioni di Teheran. Nel corso degli 8 anni di Bush - palesemente un nemico - gli incontri tra i rappresentanti dei due governi sono avvenuti spesso in Paesi che oggi beneficiano di questa disponibilità a fare da “campo neutro”. La dottrina Bush non è stata delicata verso l’Iran, ma questo non ha escluso che, dietro le quinte, il dialogo proseguisse. Oggi il risultato di questa paziente tessitura viene allo scoperto. A mostrarlo è un’amministrazione democratica, e quindi pare come una novità assoluta. Tuttavia, se c’è un pilastro nella politica este-

C

ra Usa, questo è fatto di continuità. La macchina Obama può cambiare strada, ma non può dimenticare il percorso fatto da chi l’ha preceduto. C’è inoltre una spiegazione strumentale nel messaggio di Obama. Per quanto i problemi economico-finanziari abbiano, in questo momento, precedenza assoluta alla Casa Bianca, l’agenda di politica estera del presidente Usa è improrogabile. Questo significa continuare a investire risorse e attenzione su criticità regionali quali il processo di pace israelopalestinese, la pacificazione in Iraq e Afghanistan. Per questo, una nuova concertazione anche con gli interlocutori più intransigenti è obbligatoria.

Bush era senza dubbio un nemico dell’Iran e di Khamenei. Ma la diplomazia degli Stati Uniti non ha mai interrotto il dialogo

Parlare con l’Iran significa esercitare pressioni indirette su Hamas e Hezbollah e la comunità sciita irachena. Ma è per l’Afghanistan che Washington deve aver percepito quanto sia importante aprire a Teheran. Gli Usa, dopo il crollo del Pakistan, sono costretti a trovare un nuovo soggetto regionale forte, capace di intervenire almeno su una parte della complessa articolazione di etnie, tribù e confessioni religiose afgha-

na. L’Iran costituirebbe un valido intermediario con gli sciiti delle province occidentali. D’altra parte, il fatto che la Guida suprema iraniana, l’ayatollah Khamenei, abbia replicato sottolineando che comunque il suo Paese «proseguirà sulla sua strada» non ci porta a essere automaticamente così ottimisti. Al contrario, Khamenei ha ribadito l’autonomia dell’Iran di fronte alle decisioni della comunità internazionale. Parole dettate dal clima di campagna elettorale in cui vive il Paese. Il regime, in questo momento, non può mostrarsi moderato o “debole”di fronte all’opinione pubblica locale. Resta il fatto che l’Iran, prima o poi, dovrà prima o poi iniziare un dialogo con i suoi avversari. Per ragioni di autoconservazione del regime e per intervenire contro la crisi economica. Il crollo del petrolio, ha bloccato l’intero piano di sviluppo delle infrastrutture energetiche in cantiere, fatto di ricerche di nuovi giacimenti, sistemi innovativi nei settori dell’estrazione e ulteriori capacità di raffinazione. Il rischio di bancarotta apparirà, nei prossimi mesi, prioritario rispetto a una qualsiasi ambizione nucleare. Difficoltà che fanno apparire l’Iran non più un avversario da contrastare, bensì un soggetto debole da attirare finalmente a sé.

Nel breve periodo è impensabile un risultato concreto. Il rischio è la fine della dissidenza interna

Ci guadagna solo Ahmadinejad di Stranamore uanto ottimismo dopo una semplice mossa mediatico-diplomatica. Ma davvero qualcuno pensa che l’apertura di Obama e la pasticciata risposta preliminare iraniana preludano ad un qualche risultato concreto nel breve termine? O qualcuno si aspetta un bel vertice bilaterale che ponga i due presidenti faccia a faccia e che consenta di superare gli innumerevoli punti di confronto tra Iran e Stati Uniti? Le “colombe” vogliono credere che due personaggi investiti di significativi poteri siano in grado di trovare personalmente una soluzione ai problemi che dividono i rispettivi Paesi. Non vedo niente del genere. Anzi, mi chiedo perché mai Obama abbia voluto compiere una mossa del genere in questo momento. Mossa che giova alla sua immagine, ma che probabilmente non è tanto gradita agli oppositori di Ahmadinejad in Iran. Già, perché se il presidente oltranzista iraniano rimane il responsabile di una politica che ha portato all’isolamento internazionale dell’Iran e all’applicazione di sanzioni economiche che cominciano a sortire qualche effetto, allora può essere additato come “colpevole” della crisi economico-politica che colpisce il suo Paese. Non basta per sconfiggere Ahmadinejad a giugno, però aiuta. Ma se

Q

invece il presidente iraniano, può (e sicuramente lo farà) presentarsi come colui che ha costretto gli Usa a scendere a più miti consigli e a cambiare politica verso Teheran, ottiene un indiscutibile successo.

Chissà quali valutazioni hanno suggerito ad Obama di muoversi ora e “aiutare” il leader iraniano a tre mesi dalle elezioni. Quanto allo sostanza, la strategia politica della “lista di proscrizione-asse del male” della prima presidenza Bush ha portato pochi frutti. Non si ha alcun vantaggio nel chiudere un nemico all’angolo e a non riconoscergli dignità, negando qualunque possibilità di discussione e confronto. Obama sicuramente fa bene a cambiare strada, anche se forse poteva attendere di più. Può essere che ora Ahmadinejad allenti un poco la esaltazione nazionalistica, in questo caso arricchita di una dimensione religiosa, comune nei Paesi che si sentono assediati e si trovano in gravi crisi economica, con il rischio che dalla retorica si passi a qualche mossa avventata o alle armi. E Hormuz è una zona dove il rischio di arrivare alle cannonate è particolarmente elevato. Ma dopo che accadrà?

Teheran non è ancora una potenza nucleare, come non lo è la Svezia a dispetto dei suoi reattori nucleari. Prima che l’Iran arrivi a rappresentare un pericolo nucleare putativo come la Corea del Nord passerà ancora parecchio tempo. Soprattutto visto che l’autarchia è sempre più difficile ed è esacerbata da una corsa agli armamenti e dai colossali investimenti necessari per lo sviluppo della infrastruttura nucleare. Questo tempo rappresenta la finestra di opportunità che Teheran e Washington possono sfruttare per evitare il redde rationem. Una volta deciso l’engagement, si può anche procedere per compartimenti stagni, affrontando i dossier Iraq ed Afghanistan che interessano entrambi i Paesi. E un rapporto diretto consente di ridurre l’importanza di una mediazione russa. Dunque una realpolitik dei piccoli passi sembra il percorso più probabile. Una realpolitik che difficilmente produrrà risultati macroscopici se non nel medio-lungo termine. Ma che non implica affatto che la scelta nucleare iraniana possa portare a un conflitto aperto.

La questione nucleare passa di scatto in secondo piano. Anche se rimane l’unica minaccia delle Guardie rivoluzionarie all’Occidente libero


diario

pagina 6 • 21 marzo 2009

Fiat-Psa, matrimonio mancato? L’ad dell’azienda francese: «L’accordo con Torino è molto difficile» di Francesco Pacifico

ROMA. Le banche d’affari continuano a studiare il dossier, gli esperti lo definiscono ineludibile, eppure è lontano il matrimonio tra Fiat e Peugeot. Al momento nulla può neppure l’Ad del Lingotto, Sergio Marchionne. Il quale in tempi non sospetti ha profetizzato che l’Europa non potrà permettersi più di due costruttori. E in grado di produrre non meno di 5,5 milioni di veicoli ciascuno.

basi a un risiko di dimensioni spropositate. Ma che al momento resta sulla carta. Il massiccio ricorso ai fondi statali (attraverso incentivi all’acquisto come in Italia o ai prestiti agevolati come in Francia) avrà sistemato le casse dei costruttori, però ha finito per limitare il loro perimetro d’azione sulle strategie di riassetto. In più si attende di capire quali benefici porteranno sulle vendite gli aiuti di Stato, che in Italia, secondo il ministro dello Sviluppo Claudio Scajola, si vedranno già nei dati delle immatricolazioni di marzo. Se a tutto questo aggiungiamo che in America Steven Rattner, alla testa della Task force voluta da Obama, potrebbe far ottenere “aiuti più considerevoli” a Gm e Chrysler, che il mercato più attivo, quello cinese, è al palo e che in India la Tata ha

ritardato di un anno la vendita della piccola low cost Nano, va da sé che nessuno in questa fase può fare previsioni sul medio termine.

alla base del no ci sarebbe questioni più politico-strategiche che industriali. A quanto pare, un matrimonio franco italiano lascia perplessi soprattutto i colbertisti dell’Eliseo. Per la grandeur di Nicolas Sarkozy conquistare Torino sarebbe un grande risultato: peccato che la bozza sulla quale stanno lavorando le parti rischia di portare a Parigi più oneri che benefici. Se sembra scontata una sostanziale parità azionaria tra i due gruppi (il Lingotto porterà in dote soltanto Fiat auto), la scelta di trasferire Oltrealpe la sede legale per motivi fiscali, rischia di spostare anche tutta una serie di oneri in termini di costo del lavoro. Soprattutto se ci saranno licenziamenti. Marchionne avrebbe spuntato garanzie per gli stabilimenti italiani, ma si sa che soltanto uno di questi, Melfi, è realmente produttivo e può competere con i volumi delle fabbriche Fiat in Polonia o in Brasile. Di conseguenza, tutti i costi per questa riorganizzazione potrebbero finire in capo al governo francese. Che, non va dimenticato, in questa crisi ha impegnato risorse pari a 6 miliardi di euro per salvare innanzittutto l’occupazione in Francia.

Il cortese rifiuto – ma sarà definitivo? – di Streiff verso Torino segue di 24 ore quello pronunciato dal Ceo di Bmw, Norbert Reithofer. Il quale ha ribaltato l’assunto di Marchionne: «Noi non facciamo gare dei volumi, le dimensioni non bastano». In Francia non sono così rigidi sull’argomento. Né temono, come segnala qualcuno, di allearsi con un costruttore che ha prodotti non diversi dai suoi. Così

Dunque, anche all’interno del mondo Psa, dove i marchi Peugeot e Citroen hanno amministrazioni diverse, si registra ritrosia a sentir parlare di matrimonio. Si preferirebbe un accordo di condivisione sulle piattaforme e sulle politiche commerciali, come già avviene con Torino per i mezzi commerciali. Un’intesa al ribasso che però non aiuterebbe nessuno a uscire dalla crisi.

Il timore, a Parigi, è di dover pagare l’inevitabile ristrutturazione degli impianti italiani, ormai a livelli produttivi bassi

A gelare le aspettative, e a far capire che sono improbabili sviluppi nell’immediato, è stato proprio Christian Streiff, amministratore delegato di Psa Peugeot-Citroen, attraverso un’intervista su Manager-Magazin: «Un’alleanza tra due costruttori simili sarebbe estremamente difficile e improbabile». Anche se al momento neppure il manager transalpino può o vuole «escludere alcuna alleanza». Dietro quest’incertezza c’è proprio la stessa crisi che aveva messo le

Già nell’ultimo trimeste del 2008, secondo l’Istat, gli effetti della crisi hanno cominciato a farsi sentire

Dopo dieci anni, cresce la disoccupazione di Guglielmo Malagodi

ROMA. Sale al 7,1% il tasso di disoccupazione nel quarto trimestre del 2008 contro il 6,6% dello stesso periodo 2007. Il dato è stato fornito dall’Istat che segnala anche come il numero delle persone in cerca di occupazione registri il quarto aumento tendenziale consecutivo, portandosi a 1.775.000 unità (+120.000 unità, pari al +7,3 per cento rispetto al quarto trimestre 2007). Nel 2008 il tasso di disoccupazione è risultato pari al 6,7% contro il 6,1% del 2007: si tratta del primo incremento dal 1999. Nella media dell’anno, le persone in cerca di occupazione aumentano del 12,3%, pari a 186.000 unità. Tra ottobre e dicembre 2008 la crescita del numero delle persone in cerca di occupazione interessa nella quasi totalità la componente maschile (15,1%, pari a 118.000 unità) e in misura del tutto ridotta quella femminile (0,2%, pari a 2.000

unità). L’allargamento dell’area della disoccupazione riguarda gli uomini ex-occupati non solo, come nel precedente trimestre, nelle regioni settentrionali (+64.000 unità) e centrali (+21.000 unità) ma anche in quelle meridionali (+32.000).

Per quanto riguarda il tasso di disoccupazione, nel quarto trimestre, aumenta rispetto a un anno prima di 0,8

Il dato nazionale è +7,1%, ma è soprattutto al Sud che sono aumentati i senza lavoro, sia uomini sia donne: non accadeva dal 1999 punti percentuali per gli uomini mentre scende di 0,1 punti percentuali per le donne, posizionandosi rispettivamente al 6 e all’8,6%. Nel Nord l’innalzamento dell’indicatore (dal 3,8 al 4,3%) riguarda sia gli uomini sia le donne; nel Centro il tasso di disoccupazione si porta al 6,3% dal 6,1 di un

anno prima, a sintesi di una crescita per la componente maschile e di una stabilità per quella femminile. Nel Mezzogiorno il rapporto tra le persone in cerca di occupazione e le forze di lavoro risulta pari al 12,3%, cinque decimi di punto in più rispetto al quarto trimestre 2007. La crescita riguarda esclusivamente gli uomini. Per gli stranieri il tasso si attesta all’8,8% (6,8% per gli uomini e 11,5% per le donne).

Il numero di inattivi in età compresa tra i 15 e i 64 anni scende nel Nord (0,3%, pari a -14.000 unità) e in misura più evidente nel Centro (-1,5%, pari a 38.000 unità), dove interessa entrambe le componenti di genere. Nel Mezzogiorno il numero degli inattivi aumenta nuovamente (2,3%, pari a 149.000 unità). L’incremento riguarda in buona parte dei casi sia gli uomini sia le donne che non cercano un’occupazione perché pensano di non trovarla o sono in attesa dei risultati di passate azioni di ricerca.


diario

21 marzo 2009 • pagina 7

Una ricerca sul «mercato» realizzata dalle Acli

Istigazione a delinquere per l’omicidio D’Antona

Con la crisi la spesa diventa «responsabile»

Quattorici condanne per le nuove brigate rosse

ROMA. Oltre la meta’ delle italiane (56%) si fa in casa il pane e la pasta, ma anche abiti e borse. E il 65% ricicla abitualmente i rifiuti. Al momento dell’acquisto di un prodotto, poi, la prima attenzione è senz’altro al prezzo (36%), ma anche al «dove e come» viene fabbricato (23%), mentre solo il 9% si dice «sedotto» dalla marca. Questo l’identikit della «consumatrice responsabile» che emerge dall’indagine promossa dalle Acli, «Donne: uno sguardo diverso sull’economia?», presentata a Roma e condotta su un campione di oltre mille donne di 48 province italiane. A destare la preoccupazione delle consumatrici è in particolare la possibile alterazione, con danno per la salute, dei prodotti alimentari (41%), ma pure il rischio che i processi produttivi inquinino l’ambiente ed esauriscano le risorse naturali (28%). Uno sguardo attento sui consumi da parte delle donne intervistate è confermato anche dalla relazione stabilita fra essi e l’evoluzione della situazione economica: per il 61% del campione la crisi si supera mediante un ripensamento generale sul fronte del consumo, cioè adottando una maggiore sobrietà, mentre il 39% ritiene che occorre sostenere l’economia attraverso i consumi. E il 63% è

BARI. Riformando la sentenza

Caso Sandri, l’agente Spaccarotella in Aula Respinta la richiesta di rito abbreviato avanzata dalla difesa di Antonella Giuli

ROMA. Volevano «per la prima volta guardare dritto negli occhi l’assassino» del figlio, ma quegli occhi i genitori di Gabriele Sandri, Giorgio e Daniela, in realtà non li hanno incrociati neanche per un istante. Perché l’agente della Polstrada Luigi Spaccarotella, che l’11 novembre del 2007 uccise il dj romano con un colpo di pistola alla base del collo mentre si trovava nella stazione di servizio di Badia al Pino (Arezzo), alla prima udienza di ieri in Aula c’era (mai accaduto prima), ma a testa bassa e senza mai volgere lo sguardo alla sua sinistra, dove erano seduti i coniugi Sandri insieme con l’altro figlio, Cristiano. Prima di trovarsi faccia a faccia con loro, il poliziotto, cappotto nero e cravatta blu su camicia bianca, aveva atteso in una stanza riservata. Quindi l’ingresso in Aula (accolto da un silenzio surreale), ma solamente all’avvio del dibattimento, quando telecamere e fotografi sono stati fatti uscire. Ma andiamo con ordine.

di Badia al Pino, e tra una settimana la turista giapponese che disse di aver visto Spaccarotella «sparare ad altezza uomo» contro l’auto dove Gabriele Sandri stava viaggiando insieme con altri quattro amici.

Tra gli atti prodotti dalla difesa dell’agente, un attestato di alto merito conferito nel 2006 dal ministero degli Interni all’agente per i servizi resi; un certificato che dimostra come dal 1993 Spaccarotella soffra di bronchite acuta spastica di tipo allergico, e una perizia medica che descriverà quali possano essere gli effetti di una simile patologia in situazioni di stress. Mentre il pm ha invece prodotto una serie di documenti fra cui il libretto di tiro di Spaccarotella e le planimetrie dell’area di servizio dove è stato ucciso Gabriele. Intanto ieri è toccato testimoniare a tre colleghi dell’agente, uno dei quali, tal Massimiliano, prestava servizio con Spaccarotella proprio la domenica dell’omicidio di Gabbo. Durante la sua deposizione, al momento della ricostruzione della dinamica che ha portato Spaccarotella a estrarre la pistola, fra parte civile e difesa c’è stata una lieve schermaglia verbale sulla presunta deviazione che dopo lo sparo avrebbe subìto il proiettile: per la prima non ci fu, per la seconda sì e fu determinante. Al termine della testimonianza, il padre di Gabriele ha così commentato: «I testimoni di oggi, i colleghi di Luigi Spaccarotella, hanno fatto i compiti a scuola, al di là del penultimo che aveva dimenticato la poesia e ha detto che ha rimesso la pistola nella fondina e poi, ha iniziato a correre». E la madre Daniela, riferendosi a Spaccarotella: «Se avesse davvero voluto chiedere perdono, avrebbe dovuto mettersi in ginocchio e farlo lì, invece non ci ha nemmeno guardati». E pensare che ieri mattina, prima del processo, uno dei legali dell’agente aveva tenuto a dichiarare che il dolore di Spaccarotella «è il dolore della famiglia di Sandri». Ma a giudicare dal profilo tenuto dal poliziotto, ieri come nell’ultimo anno e mezzo, così non sembrerebbe.

Il poliziotto, che non ha mai guardato in faccia i familiari di Gabriele, verrà ascoltato il 23 o il 24 aprile prossimi

convinto che gli interessi economici prevalgano sui bisogni delle persone.

Dunque, donne sempre più «consum-attrici», protagoniste di un’economia diversa, come sostengono le Acli: «Vogliamo cogliere la crisi come un’opportunità - sostengono le donne delle Acli - per ripensare profondamente il nostro modo di vivere, per rafforzare il nostro impegno sociale e civile, per rileggere i bisogni di quanti sono maggiormente esposti ai contraccolpi di un’economia di mercato che ha perso il rapporto virtuoso con le regole e il bene comune, per riaffermare il ruolo positivo di un rinnovato protagonismo femminile».

di primo grado, i giudici della terza sezione penale della corte d’appello di Bari hanno inflitto 14 condanne ad altrettanti esponenti delle Brigate Rosse ritenuti responsabili di istigazione a delinquere, per aver rivendicato l’omicidio di Massimo D’Antona, ucciso a Roma il 20 maggio 1999. Altri due imputati, Giuseppe May, direttore del «Bollettino» dell’associazione «Solidarietà proletaria» e Francesco Donati sono stati invece assolti. Ad un anno e 9 mesi di reclusione ciascuno sono stati condannati Giuseppe Armante, Maria Cappello, Tiziana Cherubini, Enzo e Franco Grilli, Franco Lamaestra, Flavio Lori, Rossella Lupo, Fausto Marini, Fabio

La prima notizia, intanto, è quella che la Corte di Assise di Arezzo, presieduta da Mauro Bilancetti, ieri ha respinto la richiesta di giudizio abbreviato condizionato avanzata dagli avvocati difensori dell’imputato, Francesco Molino e Federico Bagattini. I giudici hanno in questo modo confermato la decisione del gup, che già in sede d’udienza preliminare non aveva accolto la stessa richiesta avanzata, anche in quella sede, dalla difesa di Spaccarotella. La seconda notizia è che Spaccarotella in Aula verrà ascoltato il 23 o il 24 aprile prossimi, quando la Corte avrà già sentito gli amici della vittima presenti quella mattina a Badia al Pino, i consulenti tecnici che hanno effettuato nei mesi scorsi le diverse perizie, e ascoltato i 23 testimoni richiesti dal pm, Giuseppe Ledda, e i 18 della difesa (tra cui l’attuale capo della polizia Antonio Manganelli, in passato questore di Palermo nello stesso periodo in cui Luigi Spaccarotella prestava servizio nelle sezione volanti della stessa città). Il processo proseguirà dunque con rito ordinario: oggi saranno ascoltati come testimoni i dipendenti delle due aree di servizio

Ravalli,Vincenza Vaccaro, Antonino Fosso, Franco Galloni e Michele Mazzei. I giudici hanno ritenuto non più previsto dalla legge il reato di apologia sovversiva antinazionale (art. 272 del Codice penale), abrogato dal legislatore nel 2006.

Momenti di tensione, comunque, c’erano stati in mattinata tra esponenti delle forze di polizia da una parte e persone del pubblico e una parte degli imputati che tentava di rivendicare la lotta armata, dall’altra, prima della conclusione dell’udienza del processo. I tentativi di rivendicazione si sono avuti dopo l’intervento del sostituto pg, che aveva chiesto la condanna. Alcuni brigatisti hanno letto stralci di documenti con i quali hanno sostanzialmente dichiarato la «legittimità» della lotta armata. Dopo l’annuncio, da parte del presidente della Corte d’Appello, Giovanni Giorgio, che stava per ritirarsi in camera di consiglio per emettere la sentenza, una decina di persone nel pubblico ha mostrato cartelli e ha urlato: «Libertà di espressione, solidarietà ai prigionieri politici»; e ancora «Comunisti liberi, la libertà di opinione è un diritto costituzionale». I cartelli sono stati ritirati con la forza da carabinieri e poliziotti.


panorama

pagina 8 • 21 marzo 2009

Risparmi. La banca di Corrado Passera non ha dividendi per il 2008 e chiede i “Tremonti bond”

Intesa, non c’è un euro (per i soci) di Alessandro D’Amato

ROMA. Banca Intesa rinuncia al dividendo. Lo ha deciso il Consiglio di gestione «alla luce della perdurante incertezza in merito alla dimensione e alla durata della crisi dei mercati internazionali», proponendo all’assemblea, oltre alla non distribuzione della cedola alle ordinarie, di dare alle azioni di risparmio un dividendo in contanti di 2,6 centesimi di euro, pari al 5% del valore nominale, come prescritto dallo Statuto. L’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, ha convinto i soci della banca torinese di portare a riserva l’intero utile 2008, e di non distribuire cedole, neanche tramite assegnazione di azioni. La decisione è già stata in buona parte scontata dal mercato e non è da mette-

IL PROVINCIALE di Giancristiano Desiderio

re in relazione al risultato finale, in utile malgrado la crisi finanziaria, ma alla scelta di dare priorità al rafforzamento patrimoniale.

I conti comunque non sorridono, per lo meno parzialmente: nel 2008 Intesa Sanpaolo ha conseguito un utile netto con-

miliardi, in flessione dell’11,1% rispetto ai 9,2 miliardi del 2007. La decisione di non distribuire il dividendo, in apparente controtendenza con quella assunta da Unicredit, in realtà ha molte analogie con la concorrente italiana: Piazza Cordusio, infatti, ha deciso di fare immettere denaro nella

Gli utili dell’anno sono stati reinvestiti a fronte di una situazione finanziaria molto difficile. Verso lo scioglimento l’accordo con Generali solidato pari a 2,5 miliardi di euro, rispetto ai 7,2 miliardi di un anno fa, che aveva beneficiato di plusvalenze nette derivanti dalla cessione di banche controllate e sportelli per circa 3,7 miliardi. I coefficienti patrimoniali a fine anno vedono il Tier 1 ratio dell’istituto al 7,1%. Il conto economico consolidato del 2008 registra proventi operativi netti pari a 18,1 miliardi di euro, in calo del 5,7% rispetto ai 19,2 miliardi del 2007, in flessione del 4% se si escludono le principali componenti non ricorrenti. Quanto al risultato della gestione operativa a fine esercizio ammonta a 8,2

banca ai suoi maggiori azionisti (tramite l’operazione curata da Mediobanca), restituendogliene poi una parte attraverso il dividendo 2008. Ca’ de’ Sass invece mantiene direttamente in cassa gli utili, avendo lo stesso effetto ed evitando “partite di giro” tra soldi immessi dai grandi azionisti e poi restituiti (in parte) tramite dividendo. L’unica sostanziale differenza è che in questo modo Alessandro Profumo remunera anche i piccoli possessori di quote, alimentando così la sua buona fama verso il mercato, che negli ultimi tempi si era un po’ appannata. Quella di Intesa è una

decisione tattica e prudenziale, sicuramente spiegabile con le molte revisione dei conti che deve fare (e che nell’ultimo trimestre erano invece così lusinghiere); la stessa cosa che accadrà o è già accaduta ad altri istituti di credito, taluni dei quali se la passano sicuramente peggio della banca guidata da Corrado Passera.

La banca ricorrerà, inoltre, ai Tremonti bond per un totale di 4 miliardi circa, mentre il consiglio delle Generali e della controllata Alleanza scioglieranno Intesa Vita, la joint venture bancassicurativa con il gruppo torinese guidato da Passera. intende rimborsare i Tremonti Bond entro il 30 giugno 2013, “reintegrando il conseguente minor apporto ai coefficienti patrimoniali con l’autofinanziamento derivante dalla redditività ricorrente e con operazioni di capital management riguardanti attività non strategiche”, come si legge nella nota. Il mercato apprezzerà di certo. Nel frattempo, Intesa come Unicredit si preparano a far passare la nottata. Di certo, quando la crisi finirà, niente sarà più come prima.

Le novità contestate della Formula Uno, che la Fia adesso vuole rinviare

Cercando il Niki Lauda che non c’è più l mondiale di Formula Uno del 2009 sarà diverso. Forse. Anzi forse no, perché chi lo governa ha detto ieri che (forse) tutto sarà rinviato al 2010. Comunque, 2009 o 2010 che sia, le nuove regole, volute dal padrone del grande circo automobilistico, Bernie Ecclestone, dovrebbero dare una scossa a uno spettacolo che negli ultimi tempi è diventato un tantinello soporifero. Tanto che - diciamocelo in tutta sincerità - è utilizzato dai più per prendere sonno dopo il pasto domenicale. Quelle automobiline che in televisione si vedono sfrecciare a trecento chilometri orari con la regolarità di un videogioco sono un toccasana per chi ha problemi di insonnia: dopo dieci giri di telecronaca in cui Alonso è avanti Massa è secondo e Hamilton terzo il padre di famiglia è cotto e pronto per farsi un bel sonnellino e risvegliarsi poi alla fine del GP (che non significa Gran Premio ma Gran Pisolino). Alzi la mano chi non si è mai addormentato davanti al conciliante ronzio dei bolidi della domenica.

I

Ecclestone è un drittone. Sa benissimo che il problema vero è proprio questo: la noia. La sua decisione di cambiare la regola numero uno della For-

mula Uno - vince chi ha più punti - e sostituirla con l’altra - vince chi vince più Gran Premi - ha un unico fine: rendere più vivaci le gare: «Premierà i migliori piloti, li spingerà ad osare di più. Con le nuove regole, ad esempio, per la prossima stagione vedo bene Button. Se la macchina gli funziona, Jenson ha la possibilità di vincere nelle prime tre gare. Se ci riesce, acquisirà un bel bottino. Alla fine, però, penso che bisognerà fare i conti con i soliti: Alonso, Raikkonen, Massa e Hamilton». La mossa di Ecclestone - perché la decisione, come detto, è sua, anche se formalmente è stata presa da Max Mosley (sì, quello che se la godeva a modo suo) - mira a ridare un ruolo al pilota che è stato del tutto detronizzato dalla sua funzione di guida dalla tecnologia automobilistica. La macchina è tutto, il pilota è niente.

Questa è oggi la Formula Uno. Se volete è un paradosso, perché più i team fanno ricerca e si perfezionano e innovano e più la Formula Uno uccide se stessa, ma è un paradosso difficile da smentire. La Formula Uno ha in se stessa la sua fine: e questo il problema che ha davanti Ecclestone e le nuove regole (soprattutto quella del tetto di spesa delle scuderie) cercano di rimetterla in pista stimolando piloti e scuderie. Tuttavia, il pilota stesso è cambiato: oggi è una sorta di operaio specializzato che deve conoscere più il computer che la pista. Niki Lauda per far capire come si guida un bolide di Formula Umo diceva: «Il pilota deve avere un culo sensibile perché la macchina si sente con il culo». Ma oggi non è più così: la Formula Uno è una scienza esatta, non un’arte romantica. Il pilota ha poca autonomia per-

ché deve rispettare non solo l’auto, ma anche gli auto-matismi. Il pilota è diventato pilota-automatico.

Michael Schumacher ha criticato le nuove regole: “Non aiuteranno la Formula Uno, in particolare quelle sul sistema per stabilire il campione. Non vedo che senso può avere ritrovarsi un campione del mondo con meno punti del secondo classificato”, scrive il sette volte campione del mondo sul suo sito internet, «anche se credo che sia una buona mossa per dare maggiore forza a chi vince le gare. In generale, dovremmo assicurarci che la Formula Uno rimanga il campionato automobilistico più importante, mostrando una competizione anche ai massimi livelli della tecnologia». Il ferrarista è stato l’ultimo grande campione di Formula Uno, ma anche il primo pilota di una nuova generazione. Un grande pilota, ma anche una grande “macchina”. Il primo meccanico del suo team. Non a caso ha richiamato l’attenzione sul ruolo della tecnologia. La storia epica della Formula Uno è finita da un pezzo. Quel che rimane è una gara per addetti ai lavori. Un circuito ristretto ai soli iniziati, mentre il vasto pubblico sbadiglia e si addormenta al settimo giro.


panorama

21 marzo 2009 • pagina 9

Polemiche. Il progetto che sarà approvato la prossima settimana è più illusorio che anti-ambientalista

Berlusconi e il “piano casa”di argilla di Enrico Cisnetto segue dalla prima Una cifra sicuramente imponente, che però non attenua un dubbio di fondo che questa operazione suscita. Perplessità, si badi bene, che non è ascrivibile alle tesi (sic) che si sono sentite in questi giorni. Non a quelle vetero-ambientaliste, secondo cui si tratterebbe di un condono gratuito e preventivo. Perché comunque trattasi di una norma che non potrà certo derogare alle (fin troppo) severe regole già in vigore sulla tutela ambientale e artistica del patrimonio. Ricordo poi che si tratta di una legge-quadro, e come tale è niente di più di una cornice entro la quale poi entreranno in gioco le competenze regionali.

Nessuna sanatoria di Stato, dunque. Semmai, il limite è opposto: nell’essere poco più di una “moral suasion”, perché ogni governatore deciderà se farla sua – come il Veneto ha già fatto – oppure svuotarla di contenuti. Dunque, ancora una volta, siamo nel territorio dell’effetto annuncio, cosa succederà realmente lo vedremo tra qualche mese. Un’altra critica

possibile è, piuttosto, quella sulla reale portata economica di questa operazione tipicamente keynesiana, per cui a partire dall’edilizia si dovrebbe innescare un moltiplicatore degli investimenti e quindi dei redditi e dei consumi, e in definitiva delle entrate fiscali per l’erario. Qui, però, bisognerà vedere quanta parte delle opere di ristrutturazione e ampliamento verrà fatturata. E non è una previsione facile, vista la tradizionale attitudine al nero del settore edile. Tutte queste critiche, però, sono marginali, e va ribadito che qualunque strumento anti-ci-

parte quelle debolezze strutturali del Paese, che, una volta “passata la nottata”si ripresenteranno con maggiore gravità. Se le nostre imprese sono sottodimensionate, sottocapitalizzate, poco aggiornate dal punto di vista tecnologico, rivolte ancora in gran parte a settori produttivi e a metodi di produzione decotti, occorre trovare un nuovo paradigma industriale per il «dopo».

Un disegno quasi keynesiano, che punta solo sui consumi, mentre il nostro paese ha bisogno di riforme profonde dell’industria e del lavoro clico, specialmente se a costo pubblico zero, in un momento come questo non è certo da buttare via. Il punto vero, semmai, è un altro: la gravità della crisi economica pretenderebbe misure ben più massicce e strategiche. Lo ha ricordato anche due giorni fa il capo dello Stato: «Non possiamo na-

sconderci, al di là degli sforzi e della volontà di crescita delle imprese, che abbiamo problemi seri per quanto riguarda il sistema Paese». Sottolineando anche come la crisi può «rappresentare un’occasione per liberarci dalle zavorre». Crisi come grande occasione, dunque, per rimuovere almeno in

Se, come ricorda l’Ocse, l’Italia è ultima per crescita della produttività del lavoro e soprattutto per quanto riguarda la produttività “multifattoriale”, quella cioè che comprende l’innovazione tecnologica e organizzativa e misura il grado di competitività; se la scala dimensionale delle nostre aziende è rimasta affetta dal nanismo congenito, con il 94,9% delle società che ha meno di dieci dipendenti e le “grandi” – quelle con oltre 250 addetti – sono solo lo 0,07% del totale, è chiaro che serve ripensare a fondo le politiche da mettere in atto. Ma quello che è importante sapere è che non è salvando i “posti di lavoro” di settori e distretti non più capaci di stare

Sorprese. I due governatori si uniscono per bloccare i fondi Fas per il Sud. Che resta in attesa

Lombardo-Vendola, che coppia! di Alfonso Lo Sardo

PALERMO. Qualcosa ai siciliani - e in molti sono suoi elettori - Raffaele Lombardo dovrà pure raccontarla quando gli chiederanno notizie dei fondi Fas che ancora non arrivano e di una mancata politica a sostegno delle prerogative della Sicilia. Non deve essere semplice per il governatore siciliano ritrovarsi tra l’incudine e il martello, con i siciliani a impugnare l’attrezzo, non contenti delle solite promesse fallaci che provengono da Roma e alle quali Lombardo ha creduto per troppo tempo.

teressi, legittimi sia chiaro, tra lo stesso Don Raffaele e Nichi Vendola, collega pugliese, che ha fatto saltare la conferenza Stato-Regioni facendo congelare l’intera assegnazione dei 21 miliardi complessivi dei Fas. Ma i fatti quali sono? Il Cipe ha dato il via libera solo ai piani attuativi delle regioni settentrionali mentre per la Sicilia resta bloccato il piano attuativo la cui ap-

Molti, in Sicilia come in tutto il Meridione, sono scontenti di questo stop che - comunque vada allontana le prospettive di uscita dalla crisi

La cosa curiosa è che il Movimento per l’Autonomia, lo dice la parola stessa, non è più un movimento ma non è ancora un partito e delle battaglie per la difesa dell’autonomia non ne ha condotte molte con successo. Accade quindi che per molte settimane a nulla sono valse le tirate d’orecchio dell’Udc sulle reali intenzioni di Tremonti e company di trasferire i fondi per le aree sottosviluppate al Sud. E che oggi lo stesso Lombardo si trovi costretto, preso dalla disperazione, a chiedere un incontro urgente per avere notizie dei fondi Fas. Si viene così a creare una convergenza d’in-

provazione permetterebbe, tra le altre cose, la chiusura del bilancio della Regione, attraverso fondi che permetterebbero di finanziare la proroga dei contratti per trentamila precari e tutto questo a nove giorni di distanza dalla scadenza dell’esercizio provvisorio. Questo per far capire che c’è poco da stare allegri e che se Lombardo ha chiesto di conferire con urgenza col premier vuol dire che siamo alla frutta e che la solita barzelletta dell’annuncio non basta più. «A oggi – lamenta Lombardo – sono stati approvati i Fas di quasi tutte le regioni del Nord mentre il Sud resta al palo.

Berlusconi ponga fine ad un atteggiamento arbitrario e gravemente lesivo degli interessi del popolo siciliano e dell’intera Italia meridionale». Un linguaggio poco diplomatico, non c’è che dire, ma dietro il quale si nasconde l’ansia per una consultazione elettorale alle porte con una soglia di sbarramento che l’Mpa potrà raggiungere a prezzo di scomode alleanze con chi per il Sud ha lo stesso amore che può avere una vittima per il suo carnefice. E poi c’è il federalismo fiscale che l’Mpa ha salutato con euforia, votandolo convintamente, senza saperne i numeri né che cosa sarà fatto per evitare divisioni e disuguaglianze.

Per Saverio Romano, responsabile nazionale Organizzativo e segretario Udc Sicilia, non c’è alcuna sorpresa. «Anche Lombardo inizia a dubitare – osserva il dirigente UDC - ma ciò che è più grave è che Tremonti sta giocando con il Sud».

sul mercato che si farà un buon servizio al Paese. Bisognerà, piuttosto, salvare “il” lavoro. E questo significa favorire investimenti in settori più concorrenziali, a più alto valore aggiunto, ad alta intensità di conoscenza. Negli Stati Uniti il “piano Obama”, pur con tutte le sue criticità, ha una sua “vision” precisa: la crisi passerà, è solo questione di tempo. L’obiettivo è semmai arrivare al “dopo”con un motore dell’economia rimesso a nuovo. Un motore basato su nuove reti di infrastrutture (materiali e immateriali), nuove tecnologie (elettrico e ibrido per l’auto), nuove sfide energetiche (minor ricorso al petrolio). Da noi, al contrario, si cerca semplicemente di combattere il “durante”, ossia una crisi che da molti è ancora considerata come fattore esogeno, puntellando aziende e settori pericolanti con ponteggi e impalcature, in attesa di tempi migliori. E magari, allargando appartamenti e villette sperando in incerti effetti keynesiani. Certo, è sempre meglio di niente. Ma è una costruzione (anche mentale) dalle fondamenta molto, molto sottili. (www.enricocisnetto.it)


pagina 10 • 21 marzo 2009

speciale / il lungo addio

Oggi si scioglie An

L’ultimo bivio di Riccardo Paradisi hissà se al congresso di scioglimento di An che si apre oggi alla nuova Fiera di Roma si assisterà alla liturgia emotiva che accompagnò il commiato dal vecchio Msi, celebrato in forma solenne quattordici anni fa fa a Fiuggi con un altro congresso storico che sancì la nascita di Alleanza nazionale e la definitiva “uscita dalla casa del padre”. È quello l’inizio della seconda navigazione della destra italiana oltre quelle colonne d’Ercole che Giorgio Almirante aveva indicato come invalicabili per il vecchio Msi.

C

A distanza di 14 anni – malgrado alcune legittime critiche per la grossolanità di alcuni strappi, consumati in fretta e senza troppe analisi o riflessioni – non c’è davvero nessuno che abbia il senso della realtà e della storia che possa criticare Fini per aver voluto la rottura con il neofascismo che aveva congelato ed escluso dalla partita politica e dalla piena legittimazione democratica una forza politica che pure era entrata in Parlamento nel primissimo dopoguerra, accettando senza riserve le regole della democrazia. I congressi provinciali di An che hanno preceduto e preparato l’appuntamento di oggi, accettando senza riserve la mozione unica che sancisce la fine di An e l’ingresso del partito nel Pdl, hanno dimostrato che quel processo di formazione di una destra nuova e moderna è pienamente compiuto. Semmai resta aperta la questione dell’identità, della cultura politica che An vorrà portare nel nuovo partito unitario del centrodestra. Resta da capire se si accentueranno o troveranno invece sintesi e composizione le fratture consumate in questi mesi con Fi e Berlusconi. Per questo sarà interessante ascoltare il discorso di Fini. L’unica incognita, a ben vedere, di un congresso dove tutto è già deciso. Che cosa dirà il presidente della Camera? Quali saranno le sue ultime parole da leader di An? C’è chi spera di ascoltare un appello a serrare i ranghi, a custodire valori e identità della destra per evitare un’annessione politica e culturale. Al contrario c’è chi auspica l’invito a non aver paura di navigare finalmente in mare aperto, ad aprirsi senza riserve, con l’obiettivo di contare più che di contarsi. Sta di fatto che la transizione di An è compiuta: se verso l’estinzione o verso una rinascita saranno i prossimi anni a dircelo.

Av


speciale / il lungo addio

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Da dove sta andando adesso la Destra non c’è ritorno. Scompare in un contenitore indistinto

vanti, verso il vuoto di Gennaro Malgieri ala il sipario su Alleanza nazionale; la Destra politica italiana chiude i battenti dopo sessantatre anni. E a me non resta che tornare, compiendo un viaggio a ritroso tra memorie, nostalgie e passioni ormai sfumate, in quella sezione del Movimento Sociale Italiano di Solopaca, il mio paese natale. Era il 18 luglio 1970. Non avevo ancora compiuto diciassette anni. Mi presentai, con un po’ di timidezza, al segretario che mi conosceva bene e gli chiesi, tutto d’un fiato, se poteva tesserarmi al partito. A pensarci bene da quella sezione non sono uscito mai più. E lì dentro, tra poverissimi mobili e molte scartoffie accatastate, si è consumata la mia avventura intellettuale, politica ed umana. In quelle quattro mura è passata una storia che oggi si cancella.

C

Una storia interiore, fatta di anime intrecciatesi attorno ad un ideale, talvolta unite dal filo della retorica (che non è una maledizione da esorcizzare), talaltra dai sentimenti che sono stati il vero legame tra le generazioni che si sono succedute. Lasciatemi qui, mi verrebbe da dire, dove il tempo si è fermato. Ma so che non è possibile. Quella vecchia e cadente sezione non esiste più; il nuovo che avanza l’ha inesorabilmente travolta insieme con tutte le altre. Se ne sono andate le idee, sono rimaste le parole. Suoni sconnessi che non parlano né al cuore, né al cervello, in compenso, spesso disturbano l’anima che cerca quiete. E senza pathos, né allegria ci siamo dati appuntamento per dare l’addio ad un mondo, cosa che non accadde quattordici anni fa a Fiuggi dove prendemmo congedo dalla “casa del padre”, sapendo che saremmo comunque tornati, irrobustiti ed appagati. Da dove sta andando adesso la Destra non c’è ritorno. I suoi ideali, i suoi principi non muoiono, ma si poseranno dove e come vorranno sulle pietre della storia e questo è certamente un bene. Sarà come un’ape che muore generando, ma nessuna Destra sarà più possibile come struttura politica. E forse anche questo è un bene. Non è certamente un bene, però, che essa si dissolva in un

indistinto contenitore, quando ci si attendeva che proprio dalla Destra ed intorno al suo patrimonio valoriale si costruissero nuove sintesi politico-culturali, regole efficaci a far partecipare il “popolo dei militanti” all’edificazione di uno spettacolare progetto che avrebbe dovuto tenere insieme modernità e tradizione: una sfida sognata, accarezzata, perfino coccolata lungo i decenni che hanno visto la Destra difende-

Non riesco a capacitarmi come la Destra decida di ritirarsi dalla scena non per inverarsi in un soggetto effettivamente unitario ma in una casa dove soffrirà. È il contrario del progetto a cui pensavamo

re una certa idea della nazione, della comunità, dello Stato, delle radici incarnandosi in partiti che, orgogliosamente, arrivavano a definirsi “spirituali”. Già, quanta spiritualità abbiamo seminato lungo il corso di oltre sessant’anni di storia sperando che qualcuno la raccogliesse e la gettasse al di là del tempo insieme con le memorie dei morti, degli assassinati, dei reprobi emarginati, della gioiosa gioventù la cui bellezza scapigliata mi commuove oggi che sto imboccando la via della vecchiaia come ieri quando ero incrollabilmente convinto che il domani sarebbe appartenuto a noi. E quanto scintillante pensiero abbiamo sparso per le vie dei canti ai cui margini ci guardavano tutti con diffidenza se non con astio, mentre noi sapevamo dove andare a cercare i libri proibiti dai padroni del pensiero e gettarci nella mischia accusando i dotti che volevano rinchiuderci nei loro confortevoli “cattiveri” di essere le avanguardie del più losco totalitarismo, quello che pretende di imporre il pensiero unico come sola forma del “politicamente corretto”. E quanto

dolore e quanta gioia abbiamo raccolto amando un Paese che non sempre ci ha amato. Dovrebbe riemergere dalle tenebre in cui si è nascosto il vecchio Cèline per raccontare il patimento e l’entusiasmo di generazioni che si sono inseguite fino ad oggi per testimoniare e costruire, per costruire testimoniando, per affermare ciò che oggi tutti pensano e cioè che la politica viene prima dell’economia e che la persona viene prima della politica e che Dio viene prima della persona. Non avessi avuto la possibilità di entrare in quella sezione trentanove anni fa, tutto questo non l’avrei imparato mai. Ed oggi non starei qui a contemplare la “necessaria” chiusura di un piccolo tempio laico dove in fretta si depositerà la polvere della storia e forse anche il rimpianto, giorno dopo giorno, si affievolirà. Ma adesso, qui, non posso negarmi il piacere – sì, proprio così – di una stretta al cuore che mi fa stare lontano da coloro che domani, per alzata di mano, scioglieranno la Destra nella convinzione che non c’è altro da fare anche se tutti – dico tutti – si chiederanno, ci chiederemo, a lungo il perché. Non mi bastano le spiegazioni politologiche. Del resto l’ho teorizzato tante di quelle volte che non vale la pena spendere neppure un altro rigo, che le vecchie categorie della politica andavano superate. E molti di quelli che oggi ripetono lo stesso mantra, mi accusavano di disfattismo. Qualcuno ricorda quei giovani che leggevano molto e scrivevano altrettanto, fondavano riviste effimere e case editrici altrettanto effimere, un po’ eretici, un po’ folli, un bel po’ rompicoglioni che diedero vita ad una cosa piuttosto bizzarra che si chiamò “nuova Destra”?

Ecco, con quasi trent’anni di anticipo immaginavano “nuove sintesi”che adesso vengono reclamate. Ma oggi, come ieri, nessuno è in grado di formularle. Ed allora perché la nuova Destra va in soffitta se non nasce un’altra identità? Mi piacerebbe che su questo i miei amici di Alleanza nazionale, anche quelli che non hanno lasciato il loro cuore in qualche vecchia sezione, s’in-

delle libertà, in prospettiva, può essere vista come un soggetto sostanzialmente unitario al cui rafforzamento Alleanza nazionale non soltanto dovrebbe essere interessata, ma dovrebbe anche farsi promotrice di una discussione seria su una più volte ventilata Federazione delle libertà come movimento conservatore-popolare che desuma dalla migliore tradizione nazionale, cattolica, liberale e solidarista obiettivi impegnativi in ordine alla modernizzazione della democrazia italiana».

terrogassero fino a struggersi e cercassero di darsi una risposta. Con l’aiuto di un vecchio e grande romanziere sudamericano, Mario Vargas Llosa, il quale, occupandosi curiosamente, di cose italiane, al Corriere della sera ha detto: «I partiti carismatici sono effimeri: non stanno insieme senza il carisma del leader. Il Pdl è come una bouillabaisse: saporita, ma eterogenea. Ci sono i conservatori e i riformatori, gli statalisti e i liberali, i cattolici e i radicali, gli uomini della vecchia destra e gli ex socialisti. Berlusconi non ha luogotenenti né delfini, né li può avere. Lui è irripetibile. Autoreferenziale, perché il suo unico riferimento è se stesso. Solo un Berlusconi jr potrebbe succedere al padre. Ma l’Italia non è la Corea del Nord». E allora, se le cose stanno così, e a me pare proprio che stiano così, a chi apparterrà quel domani poeticamente vagheggiato nella nostra lunga ed ormai lontana giovinezza? Lo confesso: la visione del vuoto mi spaventa. E mi terrorizza più del politicismo, l’impoliticità.

Sono tutti rischi che la nuova aggregazione, priva di un’anima unificatrice, sta correndo. Ed io so non darmi pace immaginando che cosa potrà accadere nella prospettiva che Vargas Llosa descrive con tanta lucidità. Non riesco a capacitarmi come la Destra decida di ritirarsi dalla scena non per inverarsi in un soggetto effettivamente unitario, ma in una casa dove soffrirà, al pari di altri, la sindrome della separatezza e non caso in tanti, nella stessa Alleanza nazionale, pensano che il partito che spegne le sue luci dovrà costituirsi nel Pdl come una grande articolata corrente. Il contrario del progetto a cui pensavamo. Nel 2005, in occasione del decennale di An, scrissi a Gianfranco Fini una lunghissima “lettera aperta”, che non ebbe neppure un cenno di risposta, nella quale mi permettevo di osservare che la “nostra” Destra «è parte di un progetto comune alle altre forze che si richiamano allo stesso complesso valoriale, che trascende l’alleanza politico-elettorale della quale fa parte. Infatti, la Casa

gia a lungo termine. Spero di sbagliarmi e che i miei amici di una vita che hanno fin qui diretto Alleanza nazionale abbiano ragione nel chiedermi di essere un po’ ottimista. Mi scuso con loro se non lo sono, ma posso assicurarli che mai verrò meno a ciò che la mia, la nostra Destra ha rappresentato e continuerà a rappresentare nello svolgimento della storia delle idee. Intanto, resto asserragliato in quella cadente sezione, rimessa su alla bell’è meglio nella mia memoria in questi ultimi giorni di vita della Destra politica, in attesa che i destini si compiano. Del resto, noi siamo strumenti di disegni che non sempre riusciamo a comprendere.

Era la richiesta di una sintesi, di un lavoro preparatorio che precedesse la “fusione a caldo”. Purtroppo, mi duole ammetterlo, la Destra non ha operato in questo senso negli ultimi anni ed oggi non ha altro orizzonte al quale guardare se non quello di un’acritica confluenza priva di una strate-

Nel 2005 scrissi a Fini una lunghissima lettera aperta che non ebbe neppure un cenno di risposta. Chiedevo un lavoro di preparazione culturale che precedesse la “fusione”. Purtroppo non è successo niente


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speciale / il lungo addio

L’illusione dei colonnelli

Pensano di sopravvivere a Berlusconi prendendo il comando del suo esercito. Ma dopo il Cavaliere nel Pdl ci sarà solo un’implosione. Con faide e trasformismi di Franco Cardini utti conoscono l’apologo della colomba illusa raccontatoci da Immanuel Kant. La colomba vola leggera nell’aria, ma l’elemento aereo le oppone resistenza, le impone una dura fatica. E allora il volatile sogna un mondo privo di aria, nel quale esso più facilmente potrebbe volare. Ignora, poverino, che senz’aria non solo non potrebbe sostenersi nel cielo, ma neppure vivere.

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Tra i leader della moritura Alleanza nazionale, molti ragionano come quell’ingenuo volatile. Essi sanno di essere, bene o male, gli eredi di un partito che almeno fino ad alcuni mesi fa manteneva qualche vestigia di coerenza interna e qualche brandello di idea non proprio banale. Era l’eredità di quello che si era salvato a Fiuggi, allorché con l’acqua sporca del neofascismo si era buttato via anche il bambino piuttosto originale, tutt’altro che disprezzabile, di una forte visione nazionale legata ad una prospettiva europeistica e di una non insincera tensione sociale. Poi le cose si sono degradate in un crescendo di vuoto e di ipocrisia sostenuto solo da una gran voglia di occupazione a tutti i livelli di posti di potere. Alla fine, i più inclini a conservare qualcosa della vecchia coscienza politica e quindi a vergognarsi un po’ dello strumentalismo delle nuove scelte hanno finito con lo stringersi intorno al liberale congratulandosi Tremonti, con lui per aver egli affermato

alcune nemmeno troppo ardite verità a proposito dello stato sociale e dei limiti del mercato, cose che essi avrebbero dovuto gridare altissime e che non avevano nemmeno più il coraggio di sussurrare.

Ora i capi di Alleanza nazionale e i suoi quadri più in vista, anche i migliori, veleggiano verso la più desolante ba-

Qualunque leader avrebbe dedicato al partito 24 ore su 24, della propria vita, se non altro per registrarne il decesso o assistere alla sua morte e resurrezione. Gianfranco Fini, invece, ha preferito optare per una carica istituzionale, sottraendosi alla mischia nalità d’una destra fatta di borghesi piccoli piccoli, capaci solo di parlare genericamente di sicurezza, di difesa della famiglia, di una patria italiana pensata con accenti che sono un misto tra De Amicis e la curva nord degli stadi. Un partito tutto e solo sicurezza e interessi personali, con in più un incrollabile appiattimento su quei valori occidentalisti che ormai con la triste era Bush se ne sono andati e

I giornalisti del Secolo d’Italia

Gioco di squadra Un giovanissimo Maurizio Gasparri (nella foto a sinistra) insieme a Giorgio Almirante, durante una riunione del Msi a Roma, nel 1978. Nella foto più grande a destra, la squadra dei giornalisti del Secolo d’Italia. A partire da sinistra: d’Asaro, Mazza, Gasparri, Storace, Socillo, Pompei, Scipione Rossi, Rigido, Moffa, Malgieri, Iacopini, Fini e Mattei.

sono stati cancellati persino negli Stati Uniti d’America. Quelli dell’ex Alleanza nazionale aspirano a presentarsi come l’ala dura dei borghesi piccoli piccoli di Berlusconi: chiederanno più leggi, più sicurezza, più famiglia e religione retoricamente e genericamente intese. In realtà, partendo dalla corretta constatazione che i quadri-azienda di Forza Italia sono peggiori dei loro, essi si illudono di sopravvivere a Berlusconi prendendo il comando dell’esercito berlusconiano quando il suo capo in qualche modo si tirerà da parte. Ed è qui che sbagliano. Il berlusconismo non sopravviverà a Berlusconi: nel centrodestra, dopo di lui, vi saranno le faide, lo sbandamento, l’implosione, il ritorno ai vari paeselli, il si salvi chi può, il trasformismo variamente atteggiato. È presto per immaginarle tutte: ma ne vedremo delle belle. Certo, almeno nei tempi brevi, la carriera di alcuni capi dell’ex An si salverà: da buoni tattici essi contano di vivere giorno per giorno. Oggi si mantiene la poltrona o lo sgabello, domani si vedrà. D’altra parte si aspetta la crisi: e con essa nuovi orizzonti.

Tutto questo naturalmente non riguarda granché Gianfranco Fini: quando un qualunque leader di partito avrebbe dovuto dare al suo posto 24 ore su 24, se non altro per registrarne il decesso o assistere alla sua morte e resurrezione, egli ha preferito optare per un’alta carica istituzionale,

sottraendosi alla mischia. Intanto ci parla della necessità di superare la destra e la sinistra e di rivolgerci a “nuove sintesi”. È un linguaggio degno di quel notevole tattico che egli ci ha dimostrato di essere. Quel che non ci dice e che le eventuali “nuove sintesi”non si verificheranno all’interno del nuovo grande schieramento di destra: staranno altrove anche se è presto per

dire dove. Personalmente, spero soltanto che da dal naufragio o, se si preferisce, dal tritacarne, si salvino alcuni esponenti che hanno dimostrato di avere una discreta statura politica, e che non so fino a che punto Fini pensi di aiutare a sopravvivere. Penso ad esempio a Gianni Alemanno che si sta dolorosamente impegnando in una battaglia alla quale mostra di non riuscire a crede-


speciale / il lungo addio

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È arrivato il momento di realizzare un’antica idea

Ora una fondazione che conservi la memoria di Gianfranco de Turris a fusione a freddo, come qualcuno l’ha definita, tra Forza Italia e Alleanza nazionale evidenzia problemi sia politici che culturali. Da Fiuggi (1995) in poi, attraverso gli “strappi” del suo presidente-duce l’ex Msi ha sostanzialmente abbandonato la vecchia matrice non solo ideologica ma soprattutto culturale che, nel bene e nel male, aveva caratterizzato quest’area umana dal resto degli altri partiti, distinguendola dal politicamente corretto imperante. Alleanza nazionale si è ormai allocata, e sembra trovarsi a suo perfetto agio, sotto quell’“arco costituzionale” di demitiana memoria nato a suo tempo proprio per escludere il partito di Giorgio Almirante.

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Spero soltanto che dal naufragio o, se si preferisce, dal tritacarne, si salvino alcuni esponenti che hanno dimostrato di avere una discreta statura politica

re ma che meriterebbe in qualche modo di trovar un esito politico. Penso alla giovane Giorgia Meloni che ha mostrato in questi mesi carattere, originalità e qualità forse destinate a svilupparsi. Spero si salvino sul piano professionale, perché sono dei professionisti della politica: ma, per un senso di pietas, mi rifiuto di ipotizzare come si stiano sentendo dentro.

Oggi An è esattamente “laica, democratica e antifascista” come si autodefinivano i politici, gli intellettuali e i giornalisti degli anni Settanta che facevano guerra ai suoi uomini, gli stessi del 2009, e che oggi si può ben dire abbiano vinto. La sua cultura, di origini e sviluppi diversi, non esiste più e i vari pantheon o famedi che si son cercati man mano di adeguare agli improvvisi aggiornamenti politici, a mio giudizio lasciano veramente il tempo che trovano. A questo punto il minimo che possa fare Alleanza nazionale, per non essere inghiottita del tutto nel magma indistinto di un partito «come la Dc di De Gasperi» (così lo ha definito il ministro/coordinatore Bondi), è almeno preservare la memoria del proprio passato, la memoria storico-culturale di quel che fu un partito. L’unico modo per

farlo è quello pratico, fattuale: cioè la realizzazione di una Fondazione della Cultura della Destra Italiana, vale a dire la costituzione di un qualcosa (un ente, una istituzione, un istituto, una fondazione appunto) che si occupi di conservare le memorie della Destra in genere e non esclusivamente del vecchio Msi, non solo sul piano della testimonianza, ma concretamente. Vale a dire, assumendosi il compito di riunire quanto era stato prodotto dalla Destra intellettuale e giornalistica in mezzo secolo, a partire dal 1945. Raccogliere, classificare, ordinare, schedare, informatizzare quotidiani, riviste nazionali e locali, libri, opuscoli, volantini, documenti ufficiali e non ufficiali, testimonianze e memorie anche inedite, attingendo a fondi pubblici e a donazioni private, riunendo le tesi di laurea sull’argomento. In passato, del resto, non sono mancate lamentazioni, addirittura proteste meravigliate di molti ricercatori - anche di sinistra - che non sapevano a chi rivolgersi per prendere visione di questo o quest’altro testo. Per non parlare degli studenti impegnati in tesi di laurea e dottorato che, ancora adesso si fanno vivi con me, come - immagino - con altri... Insomma, un luogo di raccolta, ma anche di studio e di ricerca, punto di riferimento per chi volesse affrontare la materia, ma anche punto di partenza per pubblicare saggi e antologie di testi e documenti. È evidente che per una iniziativa del genere, ufficiale intendo, sono indispensabili fondi, investimenti regolari, strutture permanenti e personale fisso e professionalmente adeguato. E, a monte di tutto, la precisa volontà politica di preserva-

Almirante alla Sapienza

Il Fronte della Gioventù

Quel caldo Sessantotto

Gli anni Ottanta

È il 16 marzo 1968. Dopo gli scontri di Valle Giulia, viene occupata l’Università di Roma. All’ateneo arriva anche Giorgio Almirante (nella foto a destra). Insieme a lui, tra glia altri, Giulio Caradonna, figura storica del Msi, con la sua squadra di fedelissimi. Fu Arturo Michelini, confermato segretario del Msi dopo il congresso di Pescara, ad ordinare l’intervento contro gli “agitatori”.

La foto a destra è stata scattata durante un “corso di aggiornamento” del Fronte della Gioventù. Insieme a Giorgio Almirante (in piedi), c’è un giovanissimo Gianfranco Fini. Alla sinistra di Almirante, ma fuori dell’inquadratura, ci sono anche Maurizio Gasparri e Almerigo Grilz, dirigente del Msi e giornalista caduto in Mozambico nel 1987, mentre riprendeva un conflitto in prima linea.

re una memoria storica e con essa una identità che sta svanendo nell’amalgama del PdL ma che si riferisce ad un passato che in tal modo non cadrebbe nell’oblio assoluto. Questa mia idea non è nuova: ha almeno quindici anni. Prendendo uno spunto lanciato da Roberta Angelilli ne ho diffusamente parlato, negli identici termini di cui sopra, a parte molte conferenze (verba volant), in diversi articoli (scripta manent) apparsi inizialmente sul Secolo d’Italia, poi su altre testate fra cui Libera Iniziativa di Ivo Laghi, Area di Marcello de Angelis e, da ultimo nel 2006, Letteratura-Tradizione di Sandro Giovannini. Nessuna eco, nessuna risposta, nessun interlocutore. Adesso leggo sul Secolo d’Italia del 12 marzo la stessa identica idea avanzata da Alessandro Campi, cui ha risposto invece un entusiastico “coro di sì” sul Corriere della Sera del giorno dopo.

C’è il profondo rammarico di aver visto buttare letteralmente al vento quindici (15) anni senza far nulla di nulla, durante i qauli molte personalità sono scomparse e con loro documenti, biblioteche, archivi. Ora, l’idea ri-avanzata dal direttore scientifico della “Fondazione Fare Futuro”avrà un... futuro? L’autorevolezza del proponente gli assicurerà miglior sorte? Sarà alfine possibile trovare una sede, personale capace, strumenti tecnici, e soprattutto fondi sicuri per la sua nascita, sopravvivenza, sviluppo? Speriamo. Ne va della memoria della Destra italiana, quella vera.


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speciale / il lungo addio ROMA. An si scioglie. Facendo un bilancio di questi quindici anni, cosa si può dire professor Campi del partito guidato da Gianfranco Fini? Qual è il bilancio politico e storico della destra italiana uscita da Fiuggi? È un bilancio contraddittorio ma nel complesso positivo, naturalmente tenendo conto del punto di partenza. Quando si è sciolto il Msi c’era la volontà di cambiare pagina, di chiudere con un cinquantennio vissuto da esuli in patria. An ha dimostrato di intercettare un consenso significativo rispetto al Msi. Una scommessa vinta insomma. Sì perché dopo avere conquistato la legittimità, la destra è entrata anche nei processi decisionali, è riuscita a incidere sulla scena politica nazionale. Non era scontato. Dentro Forza Italia c’è chi, come Gianni Baget Bozzo, ricorda spesso ad An che se questo è accaduto lo si deve a Berlusconi, che con la sua grazia ha sdoganato la destra. Ammesso che le cose stiano così, questo è un discorso che si potrebbe fare per chiunque. Se Berlusconi ha toccato con la sua grazia la destra italiana allora la sua grazia è scesa anche sui socialisti, sulla destra democristiana. Lo stesso discorso si può fare perfino con la Lega, che era un’espressione politica localistica. La realtà è che Berlusconi ha cambiato le regole del gioco e questo la destra glielo ha riconosciuto più di altri. La Lega per Berlusconi è stato un alleato più infido. An si è comportata con maggiore linearità. Ma quella della grazia berlusconiana è un’interpretazione parziale oltre che teologica: a sdoganare la destra è stato soprattutto il crollo della Prima Repubblica. Già dal 1993 l’Msi conquistava voti in una misura che non aveva mai avuto prima.

Quando Berlusconi a Casalecchio sul Reno dice che a Roma voterebbe Fini, il segretario del Msi ha già conquistato il ballottaggio con Rutelli. Non si può parlare del congresso di scioglimento di An senza tenere a vista quello di nascita del Pdl. Anche perché l’unica sorpresa che si attende dal congresso che si apre domani è il discorso di Fini che chiarirà, si può ipotizzare, la qualità del rapporto tra An e Forza Italia. Che si aspetta che dica il presidente della Camera? Mi aspetto il contrario di quello che si aspettano tutti. Da Fini tutti si attendono l’invito a fare quadrato, a serrare i ranghi. Ma sarebbe un obiettivo miope, significherebbe assecondare una logica da minoranza organizzata. An invece dovrebbe rimettere tutto in discussione per favorire rapporti di forza più dinamici, nuovi. Insomma non si tratta di contarsi ma di contare. Invece in An si ostenta una certa sicurezza riguardo al mantenimento della propria rappresentanza. Si è sentito dire nel partito che le Europee potrebbero costituire una prova di forza visto che An è molto radicata nel territorio e più forte nel corpo a corpo elettorale. Ma allora come interpretare il fatto che sia proprio An il partito più interessato a mantenere per almeno 5 anni la formula 70-30? Se si entra in questo partito con questa riserva mentale, si inizia male. Si rischia di riprodurre il meccanismo che per il Pd è risultato fatale. Ci sono sfide straordinarie sul terreno politico - dalle riforme istituzionali alla crisi economica che sta rimettendo in discussione molti assunti dottrinari - in questo scenario che richiede sintesi nuove sarebbe sciocco arroccarsi puntando a presidia-

È meglio riuscire a comandare che continuare a lamentarsi

Non c’è nulla di improvviso, ormai la storia ci unisce di Giano Accame a politica nel 2000 si fa all’ingrosso, per lo più su temi nuovi - o comunque resi differenti per le maggiorate dimensioni della globalizzazione - lasciando poco spazio alle piccole botteghe della memoria o anche alle più grandi, di nostalgia comunista se riuscissero a unirsi. Per questa abbastanza chiara tendenza di sviluppo fui d’accordo a distanza con l’operazione di Fiuggi e lo sono ancora una volta senza tessere in tasca, con la prossima concentrazione di forze nell’allargato Popolo della Libertà.

L

Non so se ci avviamo decisamente verso un’epoca meno legata a fedeltà ideologiche, come spregiudicatamente afferma chi ha il più pressante

interesse a sbarazzarsene. Vedo pesare molto i motivi religiosi e culturali nella politica americana, ma di solito associati a una ricerca del successo nella novità assai più che nella coerenza. Importante è andare a contare lì dove si

ro mettere in conto eccessive difficoltà nel proseguire ancora più insieme. Tutto al più incuriosisce l’accresciuta rissosità che sta esplodendo nell’ultimo tratto di strada. Forse è motivata dal bisogno che ha ogni compo-

Le forze che stanno per fondersi hanno già sperimentato dei percorsi insieme e non dovrebbero mettere in conto eccessive difficoltà nel proseguire ancora più insieme conta; e mi pare evidente che si stia meglio al 15 che al 5 per cento; e al di sopra del 50 - a comandare - che al di sotto a lamentarsi. Le forze che si uniscono hanno già sperimentato dei percorsi insieme e non dovrebbe-

nente di dimostrare di essere un partito vero, mentre a questo punto proprio vera lo è solo la Lega, mentre gli altri hanno addosso sapori di rifondazione. Siamo largamente un popolo di ex, ex fascisti, ex democri-


speciale / il lungo addio L’opinione di Alessandro Campi

Dopo Berlusconi? Ci vuole un’intesa tra Fini e Tremonti

stiani, ex socialisti o socialdemocratici, ex missini, ex repubblicani o liberali, e di questa varietà di provenienze conviene tenere conto - nemmeno per sopravvalutarla come sta avvenendo soprattutto a sinistra - in sede di fusioni. Delicati problemi di provenienza li pone An, di recente nuovamente esposta ad assillanti, ricattatorie accuse di fascismo. È naturale che esiga un minimo di rispetto per le sue memorie, così come è ancor più evidente lo sforzo fatto dalla sua classe dirigente - inghiottendo in silenzio! -

re il proprio perimetro da separati in casa. Le posizioni di Fini hanno assunto una veste sempre più moderata ed equilibrata da quando il leader di An è presidente della Camera. Fa parte del suo ruolo, ma c’è chi vede in lui l’alternativa di una destra istituzionale a quella populista di Berlusconi. In questi giorni lo scontro tra Fini e Berlusconi è stato molto personalizzato. Si è pensato che Fini stia facendo un lavoro di interdizione contro Berlusconi usando il suo ruolo istituzionale, per metterlo in difficoltà, delegittimarlo. Invece c’è un progetto e una strategia molto esplicita. C’è un disegno dichiarato che punta a offrire e proporre un modulo politico culturale diverso per declinare da destra certi temi. Se il Pdl è un partito plurale, come dice Berlusconi, non si sa perché al suo interno non possano convivere culture diverse. Lei ha detto che Fini sta preparando il dopo Berlusconi. Che cosa c’è dopo Berlusconi? Meglio: c’è un Pdl e un centrodestra unito dopo Berlusconi? Scusi ma la scommessa è proprio questa. Si tratta infatti di immaginare oggi un partito che possa durare secondo un modello organizzativo che non sia troppo legato alla figura del suo fondatore. In molti pensano che esaurita l’onda lunga berlusconiana, si torni a modelli antichi, alle vecchie identità, magari anche

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al modulo proporzionalistico. Un ritorno al passato. Io non credo che sia così. Dopo Berlusconi il Paese deve andare avanti non tornare indietro. Il Pdl deve essere lo strumento attraverso il quale le riforme di sistema possano essere stabilizzate. Il Pdl serve a questo. Io tendo ad abbinare lo sforzo di Fini con quello che sta realizzando Tremonti… Lei ha curato La destra nuova, un’antologia di saggi sulle destre europee. In questi ultimi anni la destra italiana s’è detta di volta in volta gollista, sarkozysta, thatcheriana, reaganiana, aznariana, popolare. Non rischia così di diventare una destra qualunquista? Uno degli elementi di contraddittorietà di An è proprio questo. Quello di un complesso gioco di rimozioni dopo Fiuggi rispetto a un’eredità molto pesante. Il pragmatismo ha coperto il compito di fare fino in fondo i conti con il proprio passato e c’è stata la tentazione di adottare, di volta in volta e in modo estemporaneo, modelli diversi. Detto questo, mettere il naso fuori del cortile di casa fa bene. Anche perché si scopre che tutte le destre europee si aprono alla modernità senza riserve, lasciano indietro conservatorismi incapacitanti, declinano in forma nuova contenuti antichi: come principio di autorità, senso delle istituzioni. Ogni destra vincente del resto è quella che capisce il proprio tempo storico e lo vive. (R.P.)

Da Fini tutti si attendono l’invito a fare quadrato, a serrare i ranghi. Ma sarebbe un obiettivo miope, significherebbe in realtà assecondare una sterile logica da minoranza organizzata

Il Pantheon scomodo egli stand librari che accompagnano i congressi di An sono ormai spariti da molti anni i testi sacri della Destra alta e sublime come l’ha chiamata Bruno Arpaia. I libri di Evola e di Heidegger, di Schmitt e Junger, di Guenon e Nietsche, di Pound, Celine, Eliade. Autori oggi pubblicati dalle maggiori case editrici del Paese ma che non rientrano nel Pantheon ufficiale della destra nuova, dove invece accanto a Calamandrei, Gobetti e Prezzolini troviamo Battisti, Mogol e Pavarotti. Eppure se anche non riconosciuti ufficialmente sono proprio Evola, Guenon e Junger gli autori più letti a destra, soprattutto dai giovani di quest’area politica e culturale. Malgrado gli sforzi pedagogici del Secolo d’Italia e di alcuni intellettuali e giornalisti vicini o organici ad An per indirizzare la platea dei lettori di destra verso autori meno conservatori e più pop.Verso lidi insomma meno alti.

e in particolare da alcune sortite del suo Presidente Gianfranco Fini per ridurne il peso a carico degli alleati, anche

N

nella consapevolezza di dover liquidare ormai un fenomeno residuale.

Raramente sulla fedeltà alla memoria storica si era saldato per decenni un patrimonio così commovente e tenace di alcuni milioni di voti di scambio (cioè: che non chiedevano altro). Ma ciò che nel 900 rendeva e stando all’opposizione costava poco,

nel 2000 col ricambio generazionale e il passaggio a posizioni di governo, più esposte, ormai rischia di costare assai più di quanto non renda. Se la rendita è negativa, il tentativo di sbarazzarsene non sarà certo elegante, ma potrà trovare una cruda, realistica spiegazione nel nuovo dato di fatto e nel rispetto dei soci. Mi è stato chiesto se il nuovo passaggio coinciderà con un’altra epurazione dei libri ed autori esposti ai convegni, come capitò con An, che vide sparire i libri di Evola e le edizioni di Enzo Cipriano con Settimo Sigillo.

Os servo che ormai tutti i principali autori di destra, da Heidegger, a Schmitt, a Junger, a Guenon, a Nietsche sono editi da Adelphi; Pound da Mondadori; Céline ed Eliade da altri grandi editori; mentre Evola viene indicato dal più attivo tra i giovani storici della filosofia, Franco Volpi, che è anche collaboratore di Repubblica, come uno dei tre grandi pensatori del 900 italiano accanto a Croce e Gentile. In queste condizioni non mi sembrerebbe facile praticare ancora censure a destra. Semmai scoraggiarle.


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speciale / il lungo addio Non c’è nessun camaleontismo. La scelta di oggi è figlia di riflessioni meditate

Parte una Nuova Storia. Senza nostalgia di Francesco Perfetti ormai questione di giorni. Il partito unico del centrodestra sta per nascere. Dalla fusione di Forza Italia e di Alleanza nazionale. O, forse, dallo scioglimento di Alleanza nazionale in Forza Italia. L’avvenimento è di notevole importanza non solo per i due protagonisti, ma anche per il sistema politico nel suo complesso. Nella ormai lunga storia della Repubblica italiana vi sono stati diversi casi di fusione tra partiti. E molto spesso queste fusioni hanno dato pessimi, o comunque non soddisfacenti, risultati. Questa è, però, la prima volta che vede realizzarsi una fusione tra due forze politiche, da tempo alleate ma profondamente diverse, quanto meno dal punto di vista della tipologia organizzativa. Forza Italia è un partito nuovo, post-ideologico, con una struttura organizzativa leggera funzionale alla figura del suo leader carismatico, caratterizzato da una scarsa attenzione ai problemi e alle tematiche culturali quando non siano collegati a una dimensione produttivistica e pragmatica. Al contrario, Alleanza nazionale - che inizia oggi il suo «congresso di scioglimento» per contribuire alla nascita del nuovo soggetto politico unitario - è un partito di tipo assai classico, capillarmente strutturato a livello territoriale e, per quanto guidato anch’esso da una leadership carismatica, assai più attento al versante culturale.

ideologico» (anche dal punto di vista generazionale) come Fini, gettò le premesse per la costruzione di un partito politico di destra moderna e soprattutto moderata.

È

Se Forza Italia è un partito nuovo, frutto sostanzialmente della rapida disgregazione della cosiddetta prima Repubblica ma anche della genialità e del fiuto politico di un abile imprenditore deciso a scendere in poli-

Nato nel 1946, il Movimento sociale italiano era stato il punto di riferimento e il luogo di ritrovo soprattutto dei reduci fascisti della Repubblica sociale italiana e di quanti non riuscivano a inserirsi nella nuova Italia democratica. Proprio per questo, il Msi era un partito legato al passato, un partito «generazionale», estraneo al sistema politico democratico, chiuso in se stesso, in un colloquio sterile con i fantasmi di un passato irripetibile e improponibile e destinato fatalmente a esaurirsi con il trascorrere del tempo. Era, in-

impermeabile a ogni contaminazione. La nascita di An segnò, pur fra comprensibili mugugni e «mal di pancia», l’abbandono, totale e irreversibile, di ogni posizione antistorica e di ogni cedimento a un nostalgismo fine a se stesso. Sotto la forte guida di un leader, carismatico ma anticonformista come Fini, Alleanza nazionale ha potuto darsi una sua caratterizzazione: quella di un partito fortemente organizzato sul territorio, capace di intercettare istanze e umori dei tradizionali ambienti borghesi, in grado di interpretare ed esprimere valori o stereotipi del moderatismo nazionale. Si comprende, come e perché, questa trasformazione abbia messo a soqquadro - consentendo ai giornali radical-chic di impostare un innocuo ma ridicolo gioco

Con molta probabilità, quando nascerà il nuovo soggetto, i due elementi che caratterizzano An, dimensione organizzativa capillare e attenzione ai temi culturali, peseranno sul futuro del partito

tica, Alleanza nazionale non è, a sua volta, un partito vecchio, dal momento che nasce come metamorfosi, per certi versi obbligata, del Movimento Sociale Italiano all’indomani dell’ormai storico congresso di Fiuggi. È importante ricordare questo fatto proprio perché - malgrado le facili ironie e i facili distinguo

Verso la Destra di governo

La strada indicata da Tatarella Una delle ultime foto con Pinuccio Tatarella, qui a sinistra ritratto con Maurizio Gasparri e alcuni giovani dirigenti baresi di Alleanza nazionale. Maurizio Gasparri ha avuto un rapporto di «sincera amicizia» con il leader pugliese scomparso e ne ha condiviso quella visione politica che ha portato alla nascita di Alleanza nazionale e alla realizzazione di una «moderna Destra di governo».

a suo tempo dispensati dalla stampa progressista e ideologicamente chiusa in un antifascismo di maniera - quella trasformazione non fu affatto un effetto di camaleontismo politico o di cinico pragmatismo. Fu una scelta, profondamente sentita e meditata, che, sotto la guida di un leader moderno e «post-

somma, un partito di nostalgici. Un partito che non riusciva - un poco per colpa della ghettizzazione cui era sottoposto da un sistema politico espresso da una indiscutibile egemonia culturale gramsci-azionista, ma un poco anche per la stessa incapacità e per i «complessi» di varia natura (inferiorità, accerchiamento, colpa) dei quali soffrivano i suoi militanti - a diventare un soggetto politico credibile e democraticamente affidabile. Era un partito che finiva, di fatto, per autoescludersi anche da ogni dibattito intellettuale rinchiudendosi in una sorta di solipsismo culturale alimentato dal mito di una «cultura di destra» chiusa e

di caccia alle appropriazioni o ai ripudi intellettuali - il Pantheon culturale della vecchia destra.

La verità è che An ha ormai rigettato e buttato alle ortiche il vecchio e ideologico concetto della «cultura di destra» per approdare ai lidi di una cultura senza aggettivi. Con molta probabilità, quando di qui a breve, si giungerà alla nascita del nuovo soggetto politico, i due elementi che caratterizzano Alleanza nazionale - dimensione organizzativa capillare e attenzione ai temi culturali - peseranno sulle trattative e sul futuro del partito.


speciale / il lungo addio ROMA. Editorialista del Corriere della Sera, attento osservatore del dibattito politico italiano, l’ambasciatore Sergio Romano commenta con liberal la nuova svolta della destra italiana. An oggi si scioglie, tra una settimana un altro congresso sancirà la fusione della destra con Forza Italia e la nascita del Pdl. Che prospettive vede davanti al nuovo partito unitario del centrodestra? Prospettive tutto sommato positive. Del resto stiamo parlando di forze politiche che in questi anni hanno già sperimentato e collaudato un’alleanza solida. Certo, poi la vera prova del nove di queste fusioni politiche sono i risultati elettorali. Finché si vince si ha un formidabile collante per stare insieme. E comunque il collante più forte resta la leadership di Silvio Berlusconi. Che peraltro nessuno mette in discussione. Qualche disagio però è affiorato dentro An, soprattutto tra le componenti più identitarie. Sì certo, c’è dentro An una componente e una sostanza identitaria che ha avuto un certo peso negli orientamenti e negli equilibri interni del partito, ma che è fatalmente, anagraficamente, condannata a essere sempre meno importante col passare del tempo. Quello che ha prolungato la vita di questo post-fascismo d’altra parte è stato paradossalmente il ‘68, che ha creato un’arena che ha permesso l’acquisizione del partito che era stato guidato dal moderato Arturo Michelini di una nuova generazione di militanti missini. Gianni Alemanno è uno di questi, ma oggi fa il sindaco di Roma. Traducendo, anche la componente più identitaria di An è ormai “normalizzata”. Ormai è completamente integrata all’interno del sistema.

Il parere di Sergio Romano

Finalmente anche la destra rompe con il Sessantotto di Riccardo Paradisi Certo, osserva ancora qualche liturgia ma è la forza delle cose a renderle sempre più esteriori, formali. Ma si sbaglia a credere che la causa di questo processo sia Berlusconi: era la stessa sostanza del Msi a essere naturalmente destinata a esaurirsi. A parte l’area identitaria, è lo stesso presidente della Camera a lavorare alla definizione di una destra diversa da quella berlusconiana. Meno populista e più istituzionale, meno cesarista e presidenzialista, aperta al multiculturalismo, all’integrazione degli immigrati, al dialogo con le opposizioni. Io non vorrei banalizzare tutto e ridurlo a strategia e tattica politica. Però quello che sta accadendo tra Berlusconi e Fini segue uno schema abbastanza scontato. Fini fa esattamente quello che farebbe un uomo ambizioso come è lui nella sua posizione se volesse guidare il governo. Non appiattirsi dunque sulle posizioni del leader pur non sfidandolo apertamente, però differenziarsi molto. Io non metto in discussione le idee di Fini, sulle politiche immigratorie per esempio che condivido, ma credo che queste idee vengano esposte come puntuali

Fini da Fiuggi a Israele

Gli ultimi anni

An, la nascita e i revisionismi

Da San Giovanni al predellino

Nel gennaio del 1995 si tiene lo storico congresso di Fiuggi Terme (nella foto della pagina a fianco, tra gli altri si riconoscono Alemanno e La Russa) che sancisce la nascita di An. Da allora, il partito ha dovuto rivedere un’eredità post-missina considerata scomoda. La visita di Fini in Israele nel 2003 e la visita al Museo dell’Olocusto (foto a sinistra) ne rappresentano una delle fasi principali.

Il 2 dicembre del 2006, a Roma, si tiene la manifestazione del centrodestra per protestare contro la Finanziaria di Prodi (a sinistra). È l’inizio del cammino verso la costituzione del Pdl, cui aderirà anche la parte giovanile di An“Azione Giovani” (a destra). Il 18 novembre del 2007, Berlusconi pronuncia il discorso del predellino da piazza San Babila (a fianco) lanciando la formazione politica del “Popolo della libertà”.

distinguo nei confronti di Berlusconi in virtù appunto di questa strategia di ricavarsi un proprio ruolo autonomo. D’altra parte Fini coglie anche l’opportunità di conquistare certi spazi politici lasciati liberi da Berlusconi. Quali? Insomma il centrodestra in questi ultimi tempi con ministri come Maroni agli Interni e come Tremonti all’Economia ha lasciato indubbiamente scoperte certe posizioni liberali che non sono necessariamente della sinistra e che Fini potrebbe voler coprire, offrendo sponda e rappresentanza a una destra più moderata. In questi ultimi anni An ha spesso cercato in Europa modelli politico-culturali di riferimento, ora in Francia, ora in Spagna,

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ora in Gran Bretagna. Eppure la destra italiana ha una sua storia specifica, una sua tradizione. È vero, An è andata alla ricerca un po’ disordinata di modelli in Europa: ma la storia della destra italiana ha un periodo che può ancora produrre degli imbarazzi in An. Ieri Jean Claude Junker, presidente dell’Eurogruppo del Ppe ha detto a Berlusconi che va benissimo questo partito popolare allargato, ma si è riservato di fare qualche domanda in più a Berlusconi. Mi pare evidente che quelle domande vertano su An. Insomma, residui di riserve su An ci sono e Fini lo sa. Questo spiega la ricerca un po’ ossessiva di “cuginanze” europee come se si trattasse di cercare dei testimoni - Sarkozy, Cameron, Aznar - che accertino la propria buona condotta, che attestino che il Fini di oggi non è più quello che diceva che Mussolini è stato il più grande statista del Novecento. Ma è del tutto comprensibile che questo avvenga. Del resto i comunisti non hanno fatto la stessa cosa con l’internazionale socialista? È un processo che non mi sorprende e a cui, per il suo carattere tecnicamente strumentale, non darei molta importanza. Le sue patenti di leader democratico, Fini se l’è conquistate a Fiuggi e come ministro degli Esteri. Ora a destra di An si apriranno spazi? Sì. In Paesi come il nostro, che come la Francia ha il gusto dell’ideologia, c’è sempre qualcuno che preferisce stare nella fazione piuttosto che nel partito che governa. Esisterà sempre, da noi come in Francia, un extraparlamentarismo di destra come di sinistra. È nella nostra fisiologia nazionale. (ri.pa.)


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Ue. Una gaffe del presidente di turno dell’Unione illustra involontariamente la debolezza europea

«Scusate, noi non siamo marziani» di Enrico Singer i sono i soldi - cinque miliardi di euro - per finanziare 39 progetti (e l’Italia è contenta perché la sua quota è passata da 420 a 450 milioni). C’è l’accordo per aumentare a 75 miliardi di euro il contributo dell’Europa al fondo speciale anti-crisi del Fondo monetario internazionale che sarà varato dal G20 di Londra il 2 aprile. C’è l’impegno ad aiutare i Paesi dell’Est europeo più in difficoltà, anche se Angela Merkel ha tenuto duro fino all’ultimo e non è passato un pacchetto predefinito (si parlava di 50 miliardi) per questi interventi che saranno decisi caso per caso. Ma non ci sono quei nuovi stimoli per l’economia, in aggiunta al piano di rilancio già approvato in dicembre, che il presidente americano Barack Obama sperava di ottenere dalla Ue in nome di quella luna di miele con il Vecchio Continente che è stata intensa, ma che rischia di volgre già verso la fine.

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Il bilancio del vertice dei Ventisette, che si è chiuso ieri a Bruxelles, è tutto in queste cifre. In questi sì e in questi no che confermano i timori della viglia: all’interno l’unità si regge sui compromessi e, all’esterno, la solidarietà con gli Usa non è certo in discussione, ma è piena di distinguo. Anche Barroso lo ha detto a modo suo: «Basta fare paragoni

con gli Usa». Gl’interventi che gli europei hanno già deciso sono pari al 3,3 per cento del Pil comunitario (quasi 400 miliardi di euro), inclusi gli stabilizzatori automatici.

«È uno sforzo enorme» ed è inutile che gli Usa o lo stesso Fmi giudichino ancora insufficiente la risposta europea alla crisi, ha detto il presidente della Comissione. «I piani fin qui adottati sono sufficienti e bisogna aspettare che producano i loro effetti», gli ha fatto eco il cancelliere tedesco, Angela Merkel. Naturalmente c’era chi voleva fare di più: la Gran Bretagna - e la vicinanza di Londra a Washington non è davvero una novità - e i

criteri per ottenere i fondi vi sia quello della “maturità” del progetto, che dovrà essere in grado di utilizzare i finanziamenti entro il 2010 in modo da avere un impatto positivo sulla congiuntura economica.

Così dovrebbe salvarsi il gasdotto Nabucco dal Mar Caspio all’Austria, che inizialmente Berlino voleva tagliare fuori dai finanziamenti.Per quanto riguarda l’Italia, i progetti finanziabili sono cinque: il cavo sottomarino tra Sicilia e Calabria, il gasdotto Itg (dall’Azerbaigian all’Italia attraverso Turchia e Grecia), l’interconnessione elettrica Italia-Malta e l’impianto di cattura e stoccaggio di Co2 a Porto Tolle. Se si pensa che Barack Obama si aspettava nuovi, massicci stimoli alle economie europee per favorire la ripresa attraverso il rilancio dei consumi, si potrebbe dire che le decisioni concrete del vertice del Bruxelles sono poca cosa. E una gaffe del presidente di turno della Ue, il premier ceco Mirek Topolanek, sembra esemplare. Nella conferenza stampa finale, a chi gli chiedeva perché sul palco ci fossero soltanto uomini, ha risposto: «Perché, vi aspettavate i marziani?». In realtà, il giornalista si riferiva al fatto che non ci fosse nemmeno una donna, tanto che il ministro delle Finanze, Miroslav Kalousek, si è poi scusato: «Mi dispiace, io sono femminista». Ma Topolanek, in fondo, ha proprio ragione: purtroppo nella Ue non ci sono marziani con i relativi superpoteri.

Intesa sull’aumento dei fondi per il Fmi e sulla spartizione di un tesoretto da 5 miliardi. Ma la risposta a Obama è no Paesi dell’Est europeo. Ma poi tutte le asprezze sono state smussate secondo la migliore tradizione della diplomazia comunitaria. Tanto che Silvio Berlusconi ha potuto dichiarare che la Ue «ha definito una posizione unitaria in vista del vertice del G20» e che l’Italia «ha ottenuto più di quanto sperava» nella spartizione dei cinque miliardi di euro di surplus del bilancio europeo dello scorso anno che sarà destinato a specifici piani di sviluppo in materia energetica e di telecomunicazioni. In realtà, la Germania, che insieme a Spagna, Romania e Ungheria aveva espresso riserve, ha ottenuto che tra i

Pakistan. Un disastro economico-finanziario sta minando il più grande Stato musulmano. Che cerca il sostegno di Usa, Cina, World Bank e Fmi

Verso il più grande default islamico di Pierre Chiartano

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Borsa di Karachi per evitare i moti di piazza dello scorso luglio con un tentativo di assalto alla sede dello stock exchange. I valori del mercato mobiliare, negli ultimi sei mesi, si sono dimezzati.

Servono soldi per l’emergenza e investimenti per rimettere in marcia l’economia. Si sono messe in campo anche associazioni, come quella di Friends of Pakistan che organizzano meeting da New York agli Emirati Arabi, per sollecitare la business community a puntare sul più popoloso Paese islamico al mondo (165 milioni d’abitanti). Molte cancellerie internazionali però temono che sia vicino al collasso economico. Per una potenza nucleare non è auspicabile il default, come dicono i tecnici della finanza. Standard and Poor’s mette il Pakistan al penultimo posto nella classifica dei debitori affidabili. Si trova davanti solo alle isole Seychelles. Lunedì, la polizia ha circondato la

Nonostante le continue operazioni di sostegno della Banca centrale la divisa nazionale, la rupia ha toccato il suo valore storicamente più basso, con un’inflazione che galoppa sopra il 25 per cento. Le riserve in valuta straniera si sono pericolosamente prosciugate. Una situazione delicata per un Paese che fin qui aveva avuto una storia economica di realtivo successo. Ma arenatasi tristemente sulle secche della crisi globale e dell’instabilità interna. Insomma, se in Pakistan non si devono preoccupare per gli attentati suicidi quotidiani, si svegliano però ogni mattina con l’ansia del «botto» finanziario del Paese. In questo marasma totale, con Washington intrappolata sulle operazioni di confine con l’Afghanistan e un bel pacchetto d’investimenti per le zone tribali - un miliardo e mezzo di dollari all’anno per un lu-

Islamabad sono in bolletta, l’inflazione galoppa e le casse pubbliche si svuotano. Il presidente Asif Ali Zardari da un lato va in televisione, per assicurare il Paese e il mondo che la crisi economico-finanziaria che ha investito il Pakistan passerà presto; dall’altro batte cassa alla World Bank per 6 miliardi di dollari e all’International Monetary Fund per un prestito di 9 miliardi (anche se l’accordo sarebbe su 7,6 miliardi).

stro - Pechino gioca di sponda promettendo prestiti e supporto economico. Ma facendo attenzione. Come per gli 11 accordi firmati l’autunno scorso da Hu Jintao e Zardari nei settori del commercio, dell’agricoltura e dell’estrazione mineraria. Ma solo il 26 febbraio il presidente pachistano andato a Pechino, col cappello in mano, era dovuto tornare a casa a mani vuote. Sintomo che anche gli interessi politici cinesi sull’area avevano un limite nel rischio che poteva creare un Paese

Sull’orlo della bancarotta, a Islambad servirebbero almeno 14 miliardi di dollari per tornare in carreggiata sull’orlo della bancarotta. Gli esperti affermano che a Islambad servirebbero almeno 14 miliardi di dollari, per tornare in carreggiata e gestire la crisi con margini di sicurezza.

E anche l’Eni di Scaroni qualche piccolo investimento ha deciso di incrementarlo, come quelli nel campo dell’estrazione petrolifera. Briciole, per la sete di soldi di Islambad.


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America Latina. I cartelli della droga sono operativi in 41 Paesi, mentre le intelligence mondiali arrancano dietro di loro

Stiamo perdendo la guerra contro i narcos di Maurizio Stefanini una settimana dallo spettacolare annuncio con cui la rivista Forbes ha inserito il capo del Cartello di Sinaloa - Joaquín Guzmán Loera “El Chapo”(il tappo) - al numero 771 nella lista dei miliardari del pianeta con 1,7 miliardi di dollari di patrimonio, un suo braccio destro è stato arrestato a Città del Messico. Figlio dell’altro famoso boss del narcotraffico Ismael “El Mayo” Zambada, Vicente Zambada Niebla “El Vicentillo” era il responsabile operazioni e sicurezza della cosca la cui faida con la rivale alleanza dei Cartelli del Golfo e di Juárez dall’altro, strategico per l’accesso al confine Usa, ha provocato almeno 2.000 dei 5.600 omicidi connessi al crimine organizzato che sono avvenuti in Messico nel corso del 2008. Ma è una piccola battaglia vinta nel quadro di una guerra dagli esiti sempre più incerti. Tutta una serie di rapporti e studi lancia infatti l’allarme sul come la sfida dei narcos si stia facendo globale. Edgardo Buscaglia, ex consulente Onu per il narcotraffico, sostiene che i cartelli messicani starebbero ormai operando in ben 41 Paesi. Già si sapeva come fosse stato lo sfasciarsi dei cartelli colombiani di Medellín e Cali a permettere ai cartelli messicani di impadronirsi del business del traffico di cocaina verso gli Stati Uniti: con la differenza ulteriore che mentre i cartelli co-

A

IL PERSONAGGIO

lombiani trattavano materia prima di provenienza peruviana e boliviana, adesso i messicani lavorano su materia prima prodotta in Colombia, essenzialmente sotto la protezione di guerriglieri delle Farc e paramilitari; mentre da Perù e Bolivia è nata un’altra rotta che mafie brasiliane e nigeriane portano verso l’Europa. Alberto Islas, dell’impresa di analisi del rischio Risk Evolution, segnala ora che i cartelli messicani starebbero mettendo le mani anche sul mercato dell’eroina, “disturbato” dall’intervento Usa in Afghanistan. In questo caso, anzi, non farebbero solo i tramiti ma anche i produttori diretti, tanto che il Messico è diventato il secondo esportatore mondiale. Una stima del giro d’affari viene dal segretario aggiunto per gli Affari antinarcotici dell’amministrazione Obama, David Johnson: 150mila persone coinvolte in modo diretto; altre 300mila di “indotto” indiretto; tra i 15 e i 25 miliardi di dollari all’anno solo per marijuana e oppio.

messicani sono stati arrestati in Argentina con l’accusa di aver creato una rete con base anche in Paraguay di trafficanti di efedrina: indispensabile materia prima per l’ecstasy.Intanto in Guatemala Los Zeta, il sanguinario braccio armato del Cartello del Golfo, ha provocato nel corso del 2008 almeno 28 morti. Panama sta diventando sempre più un punto di smistamento. Un deputato salvadoregno è stato arrestato negli Usa per contatti col Cartello del Golfo. Campagne elettorali sarebbero state finanziate dai narcos in Honduras. Membri del Cartello di Sinaloa so-

Persino Forbes riconosce la sconfitta e inserisce il capo del Cartello di Sinaloa fra gli uomini più ricchi del pianeta

David Horan, responsabile dell’agenzia Usa anti-droga in Cile, avverte che in questo momento stanno anche facendo incetta planetaria di componenti chimiche per la fabbricazione illegale di metanfetamine, mentre 12

no stati presi in Nicaragua e Uruguay. Il presidente peruviano Alan García denuncia che i messicani ormai sono arrivati direttamente ai luoghi di produzione andini. L’intelligence Usa parla pure di almeno 200 città degli States con presenza di narcos messicani; mentre il congressista repubblicano Mark Kirk . denuncia perfino a Filadelfia casi di decapitazione. Come spiega Alan García, «la presenza dei narcos messicani si segnala nel momento in cui i delitti si fanno più feroci».

Ratan Tata. A 71 anni compiuti, il magnate che guida il più grande impero industriale indiano ha lanciato la sua ultima sfida

La Nano che vuole conquistare il mondo di Rossella Fabiani i sono voluti sei anni, ma ormai il grande giorno è dietro l’angolo: lunedì sarà lanciata in India la Tata Nano. Una piccola-grande rivoluzione nel mondo dell’auto: dalla city car alla people car, la macchina che più low cost di così non si può. Per centomila rupie – poco meno di 1700 euro – sarà messa in vendita una vettura di 3,10 metri con quattro porte, cinque posti e un motore due cilindri da 623cc a iniezione da 30 cavalli che la spingerà a 110 chilometri l’ora. Per vederla in Europa – Italia compresa, dove il prezzo potrebbe raddoppiare per dotarla di accessori più ricchi e di maggiori sistemi di sicurezza – bisognerà aspettare ancora la fine del 2010, se non il 2011. Ma Ratan Naval Tata, 71 anni compiuti lo scorso dicembre, dal 1991 alla testa del più grande impero industriale indiano, può dire di avere realizzato un sogno che a molti sembrava impossibile. E che ha dovuto superare difficoltà di ogni genere. Da quelle tecniche per contenere i costi (la Nano è accompagnata da 37 nuovi brevetti) a quelle di ordine politico-sociale: il principale centro di produzione è stato costruito da zero a Gujarat, sulla costa ovest, dopo una serie di proteste nello Stato del Bengala occidentale dove lo stabilimento era originariamente previsto. Oltre, naturalmente, all’ostilità di tutte le altre case automobilistiche già impegnate nella corsa al settore delle vetture a basso costo. Ma le difficoltà non hanno mai spaventa-

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Quando annunciò che avrebbe costruito un’auto da 1700 euro molti lo presero per matto. Da lunedì sarà sul mercato to Ratan Tata. Anzi, lo hanno sempre spinto a buttarsi a capofitto nelle sfide.

Come Jamsetji Tata, il fondatore della dinastia industriale che, nel 1907, si candidò a fornire l’ acciaio per la ferrovia che voleva costruire il governo colonia-

le inglese. Sir Frederick Upcott, uno dei capi dell’amministrazione imperiale, considerò quella pretesa così improbabile che promise di «mangiare personalmente la prima rotaia prodotta da una fabbrica indiana». E perse la scommessa, anche se non onorò la penitenza. Quell’ episodio è stato ricordato a Londra due anni fa quando il discendente di Jamsetji, Ratan Tata, ha comprato l’ultima grande azienda siderurgica inglese, la Corus, staccando un assegno da 8,5 miliardi di euro, e ha poi conquistato anche il controllo di Jaguar e Land Rover, due marchi storici dell’ex potenza coloniale. Di origine parsi - la minoranza religiosa seguace del culto di Zoroastro fuggita dalla Persia dopo la conquista islamica - Ratan da bambino (aveva 7 anni) per il divorzio dei genitori fu adottato dallo zio, allora alla guida delle aziende di famiglia. Messo a gestire una piccola società di elettrodomestici (Nelco) nel 1971, Ratan avrebbe voluto diversificarla nell’elettronica ma fu un insuccesso. Stesso fiasco nel 1977 con la Empress Mills, l’azienda tessile del gruppo. Ma quella era un’altra India ancora a metà strada fra il socialismo dirigista di Indira Gandhi e l’economia di mercato. Poi arriva il 1991: l’anno delle liberalizzazioni e dell’apertura all’economia globale. È anche anno in cui Ratan eredita il comando del gruppo e viene subito definito il Gianni Agnelli della New India. E comincia a lanciare le sue sfide.


cultura

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Memorie. A un anno dalla scomparsa, il ricordo della Lubich, protagonista di una grande avventura tra fede e politica

Chiara sorride ancora In un tempo ricco di motivi di pessimismo la felicità dei focolarini è una lezione di vita di Rocco Buttiglione uando ero giovane era diffusa nel mondo la convinzione che la religione fosse un fenomeno in declino e che il futuro appartenesse alla secolarizzazione. Il mondo di ieri , così si diceva, era un mondo in cui l’uomo viveva protetto (e costretto) dalla famiglia, dalla parrocchia e dalle altre istituzioni sociali. Il mondo di domani sarebbe stato invece un mondo in cui l’individuo si sarebbe emancipato da tutte queste costrizioni per vivere per se stesso ed essere finalmente libero. La religione apparteneva dunque a un mondo preindustriale ed era destinata a estinguersi insieme con quel mondo. In effetti la cristianità tradizionale ha vissuto una crisi drammatica e, come forma di vita, è praticamente scomparsa. La storia, però, è sempre piena di sorprese, e ne aveva una in serbo anche per i sociologi della religione degli anni ’60.

Q

Quello che è accaduto possiamo descriverlo con le parole della teologia o con le parole della sociologia. Cominceremo con la teologia. La forza dello spirito può suscitare figli di Abramo anche dalle pietre. Quando una forma storica di cristianità si esaurisce e si avvia a scomparire Dio ne suscita un’altra, nuova ed imprevista. Mentre i sapienti discutevano sulla secolarizzazione una ragazza di Trento, con il diploma di maestra e una fede grande e semplice, iniziava a costruire l’edificio di una nuova cristianità. Alla radice la forza di un incontro personale con Cristo e la voglia di seguire quell’incontro fino alle sue conseguenze estreme. Si chiamava Chiara Lubich. Non risulta che volesse cambiare la società, ma per lei il cristianesimo era un evento personale e comunitario. Era non solo una dottrina ma un modo di vivere che spontaneamente la metteva insieme con altri e creava comunità. Prima con alcune compagne, poi con un numero crescente di altre persone, la vita nuova di una generava rapporti umani nuovi fra

molti e molti si aggregavano, prima ancora di avere capito cosa fosse la fede cristiana, per il fascino di una vita più umana. Vedevano nella sua compagnia più rispettato il loro desiderio di umana felicità. Scoprivano anche di avere una umanità diversa, più ricca, più generosa di

Mentre la religione chiusa nei libri non aveva più nulla da dire, quella ragazza e i suoi amici parlavano al cuore del mondo quanto avessero immaginato. Si ritrovavano a fare cose di cui non avrebbero mai pensato di potere essere capaci. Soprattutto erano lieti di esserci e di vivere. Ci fu un tempo in cui i focolarini (così venivano e vengono chiamati) si riconoscevano per il sorriso.

Erano anni in cui tutti avevano buone ragioni per essere arrabbiati, e chi non aveva buone ragioni si dava un’aria truce lo stesso perché questo imponeva la moda del

momento. I focolarini invece erano contenti, anche nelle inevitabili fatiche della vita. Intorno alla testimonianza di fede di Chiara si è ricostituito un popolo. Non un popolo separato dagli altri, ma un popolo in mezzo agli altri e che era una provocazione continua agli altri a essere popolo, cioè a non vivere solo per se stressi ma per qualcosa di più grande per cui valesse davvero la pena di vivere. Mentre la fede chiusa nei libri interpretati dai sapienti non aveva più nulla da dire al mondo, la fede viva di quella ragazza e dei suoi amici parlava al cuore del mondo, anche al cuore di quelli che non erano cristiani e che non lo sarebbero diventati ma

non potevano non essere colpiti da quel Ho sorriso. promesso oltre a quella teologica, anche una spiegazione sociologica. Forse l’uomo liberato di cui ci parlavano la sociologia (e la teologia) della secolarizzazione è un uomo solo la cui vita è vuota perché nessuno mai la ha riempita. L’uomo infatti, per esercitare davvero la propria libertà, ha bisogno di avere una proposta per la quale valga la pena di impegnarsi davvero. La società del relativismo è una società in cui tutto è permesso e nulla vale davvero la pena. In questa società, la proposta di Chiara era la proposta di un grande amore per il quale davvero vale la pena di impegnare la propria libertà. E questo ricostituisce legami umani, non imposti da una tradizione ma liberamente scelti perché capaci di far vivere il cuore dell’uomo. Chiara ha


cultura

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Un libro di Franca Zambonini ne ripercorre vita e opere

Bertone: «Uno degli astri del Ventesimo secolo» di Maurizio Schoepflin efinita dal cardinale Tarcisio Bertone uno degli “astri lucenti” del secolo XX, la trentina Chiara Lubich, scomparsa all’età di ottantotto anni a Rocca di Papa, il 14 marzo dell’anno scorso, è stata una figura centrale del cattolicesimo contemporaneo. Lo testimonia ampiamente la sua straordinaria eredità, che è stata raccolta da 142mila membri dell’Opera di Maria, da lei fondata nel 1943 e da tutti conosciuta come il Movimento dei Focolari, che, diffuso in 182 Paesi del mondo, conta oltre due milioni di aderenti e circa trentamila simpatizzanti di fedi diverse da quella cattolica. Proprio per questo motivo è indovinata la scelta di Franca Zambonini di intitolare un suo recente volume dedicato a questa luminosa personalità, Chiara Lubich. La sua eredità (Paoline, pp.180, 16 euro).

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Nata a Trento il 22 gennaio 1920, a 23 anni Chiara Lubich diede vita all’Opera di Maria. Il movimento ecclesiale, meglio noto come dei Focolari, ebbe l’approvazione di Giovanni XXIII nel 1962, e nel 1990 il privilegio, concesso da Giovanni Paolo II, di potere essere retto da una donna. La trentina lanciò anche l’Economia di Comunione, nuova economia basata anche su una diversa distribuzione degli utili

avuto molti amici, non solo nel movimento dei Focolari. Sono sorti nel secondo dopoguerra un numero impressionante di movimenti, la cui storia presenta analogie sorprendenti con quella dei Focolari, pur nelle differenti ispirazioni.

Penso a Comunione e Liberazione, al Rinnovamento dello Spirito, al Cammino Neocatecumenale, alla Comunità di S.Egidio etc… Senza denaro, senza giornali o tv, senza potere politico o sociale questi movimenti sono cresciuti sulla forza di una fede viva. Ad essi, Chiara è stata sempre vicina. Il rinnovamento vero della Chiesa è nato forse più da questi movimenti che non da molti piani pastorali e libri di teologia. Era una mistica che aveva però, in un certo senso, la passione per la politica e una visione penetrante della politica. Diceva che il compito della politica è unire gli uomini, non dividerli. Anche la giuste e necessarie opposizioni fra i partiti e le coalizioni devono servire a unire, a fare in modo che si compia con la partecipazione di tutti la ricerca del bene comune della nazione e, in un orizzonte più ampio, di tutta la famiglia umana. È bello che, a un anno dalla morte, Chiara sia stata ricordata anche nel Parlamento italiano, nel Parlamento di quella patria che Lei ha amato e servito non a lato, ma dentro la sua vocazione cristiana.

Interpretare la vita e l’opera di un testimone della fede – e la Lubich lo è stata in maniera eccezionale –, guardando ai risultati del suo impegno, è in piena sintonia con quanto si legge nel Vangelo di San Matteo, laddove Gesù afferma: «Ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi… Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere». E l’albero piantato da Chiara, fin da quando, appena ventitreenne, in una Trento sconvolta dai bombardamenti, radunò alcune compagne dando vita al primo focolare, ha portato frutti di grande bontà. Le opere da lei pensate, volute e realizzate sono numerosissime e spaziano in una multiforme varietà di ambiti: vere e proprie cittadelle fondate sul comandamento evangelico dell’amore, aziende che si ispirano all’economia di comunione, organizzazioni che riuniscono giovani, famiglie e sacerdoti, iniziative per chi è impegnato in politica, case editrici, giornali e riviste, eccellenti strutture educative e culturali, tra cui spicca, ultimo nato, l’Istituto universitario Sophia, che ha sede a Loppiano, non lontano da Firenze, ove prospera la più nota delle piccole città dell’amore costruite dai Focolarini. Come è facile comprendere, si tratta di un lascito imponente, eppure sarebbe riduttivo fermarsi a considerare soltanto la pur importante dimensione visibile dell’eredità di Chiara: infatti è stata soprattutto una maestra di fede, e ciò che di lei rimane è innanzitutto un ricchissimo patrimonio spirituale. Fa bene la Zambonini ad aprire il suo libro, ricordando la tappa più sofferta del meraviglioso cammino interiore della Lubich: quella che, nell’ultima parte della sua esistenza,

l’ha fatta passare attraverso il deserto, e vivere la prova della notte oscura, che prima di lei vissero con indicibile sofferenza altre anime elette, quali San Giovanni della Croce, Santa Teresa di Lisieux e la Beata Madre Teresa di Calcutta.

Come sanno gli studiosi di spiritualità, lungi dall’essere la prova di un fallimento, il silenzio di Dio, così spesso avvertito dai grandi mistici, è una sorta di sigillo che autentica le loro esperienze ai limiti estremi dell’umano. Chi ha assistito Chiara negli ultimi giorni di vita, ha toccato con mano questo sprofondamento nell’abisso del nulla e la successiva riemersione alla luce della fede, della speranza e della carità. Di quella carità che è stata sempre al cuore di tutta la sua esistenza: carità come unità fra gli uomini, carità come gioia della salvezza, carità come amore per la Chiesa e il Papa. A proposito di questo aspetto così drammatico della vita di Chiara, racconta in un’intervista Eli Folonari, che ha vissuto accanto a lei per 55 anni: «Dio non lo sentiva più. Ha usato un’immagine: Come se il sole fosse calato all’orizzonte e definitivamente scomparso. Dalle sue note scritte, si ricava che è stata una notte terribile. Uno si domanda: perché vivo? Cosa faccio in questo mondo? Per cosa ho vissuto se il mio ideale, Dio, non lo trovo più?». È la stessa Folonari a informarci del superamento della grande prova: prima della morte, Chiara le apparve sollevata e lieta; non casualmente, nei giorni precedenti, ripetute erano state le sue invocazioni alla Madonna.

«Ho capito un po’ Giobbe. Me lo sono sentito caro. Dio ti dà, Dio ti toglie, lui è sempre là. Per lui non hai che amore. E intanto si spera che la sofferenza lavi l’anima»

In verità, la Lubich, sul cui volto raramente mancava il sorriso, aveva meditato costantemente sul tema del dolore e celebri sono rimaste le sue riflessioni sul Cristo abbandonato; all’indomani di una malattia che la colpì nel 1973, ebbe a confidare ai suoi Focolarini: «Ho capito un po’ Giobbe. Me lo sono sentito caro. Dio ti dà, Dio ti toglie, lui è sempre là. Per lui non hai che amore. E intanto si spera che la sofferenza lavi l’anima». Ha detto Monsignor Piero Coda, noto teologo e suo figlio spirituale, che «la spiritualità di Chiara si proietta su un orizzonte infinito, però con i piedi per terra». La prima a doversi porre in sintonia con ciò sarà Maria Voce, chiamata a succederle alla guida del Movimento. Con intuizione profetica, Chiara volle che a capo dei Focolarini ci fosse sempre una donna.


opinioni commenti lettere proteste giudizi proposte suggerimenti blog L’OCCHIO DEL MONDO - Le opinioni della stampa internazionale

da ”le Figaro” del 20/03/2009

Il settimanale Time alla carta di Jerome Bouin n tempi di crisi la creatività aiuta. Anche il gruppo editoriale proprietario del magazine Time sta correndo ai ripari di fronte al crollo delle entrate pubblicitarie. Si cercherà di personalizzare l’edizione online e cartacea, a seconda degli interessi dei lettori. In pratica, si tratterebbe di trasportare su carta ciò che già avviene su internet, con i feed Rss (dove ognuno si prenota con dei link, alle notizie e agli argomenti che più gli interessano, ndr). Dopo tanti annunci, giovedì gli editori hanno lanciato il progetto del periodico “alla carta”, definito «La Miniera» che si può prenotare su www.timeinc.com/mine. Il lettore potrà scegliere secondo i propri interessi e preferenze, dal calderone delle otto pubblicazioni del gruppo Time (una controllata della TimeWarner) e del suo partner AmericanExpress publishing. Oltre naturalmente a Time ci saranno anche Sport Illustrated, Food&Wine, Real Simple, Money, In Style, Golf e Travel+Leasure nella miniera informativa da dove poter attingere. Una redazione farà poi il lavoro di assemblaggio dei vari articoli da inserire nelle rivista “su ordinanzione” nata dalle scelte dei lettori. Naturalmente non si potranno cambiare le opzioni nei campi d’interesse da un numero all’altro.

I

Il progetto «Mine» verrà inaugurato i primi d’aprile e durerà per circa 10 settimane, con cinque porte d’ingresso nelle quali, i primi 31mila lettori fortunati potranno guadagnare il diritto di usufruire di questo servizio personalizzato anche sfogliando le pagine. Avrà un solo inserzionista pubblicitario, la Toyota che ha aderito al progetto per promuovere il suo nuovo 4X4. La rivista sarà a titolo gratuito, ma la sua versione cartacea sarà limitata a 31mila copie di tiratu-

ra, solo per il mercato statunitense. Mentre la versione online sarà disponibile per altri 200mila lettori. Questo fromato digitale sarà come una pubblicazione virtuale le cui pagine potranno essere girate con un clic. «Oltre alla personalizzazione dei contenuti giornalistici, l’inserzionista varierà gli annunci pubblicitari per localizzazione geografica e secondo i gusti dei lettori. Creando di fatto più di un milione e mezzo di esemplari unici di Mine» si legge nei comunicati stampa, rilasciati dai tre partner coinvolti nell’iniziativa. Visto che sono possibili ben 56 combinazioni editoriali.

Si è dunque entrati in un nuovo modo di utilizzare la carta stampata. Time si è voluta ispira ai nuovi stili d’utilizzo dell’informazione derivati da internet, in un contesto in cui il calo degli investimenti pubblicitari determina molto le scelte editoriali. «Siamo sempre alla ricerca di nuovi strumenti per interessare i lettori ai nostri contenuti» afferma il responsabile vendite e marketing di Time magazine. Si ha intenzione di studiare nel dettaglio l’impatto delle reclame pubblicate sulla rivista. Anche le inserzioni online sono in aumento, ma non riescono ancora a compensare la perdita di quelle tradizionali su carta. Un giornale stampato in maniera personalizzata potrebbe essere invece una risposta al problema, anche se parziale. Il concetto di Mine lascia però scettici molti specialisti del settore. È questo il caso di Jeoshua Benton, responsabile del laboratorio di giornalismo Nieman

dell’Università di Harvard: «Non penso che la carta stampata potrà mai proporre le stesse opportunità che offre oggi l’informazione sul web» afferma, anche se si dice d’accordo sul fatto che si tentino esperimenti come questo. «Il concetto non è nuovo» dichiara invece il noto blogger, Rex Hammock, citando il famoso Reader’s Digest. Si dice convinto che la versione digitale di Mine non sarà di grande interesse per chi è già abituato a costruirsi da solo l’insalata informativa su internet, anche se si tratta di un progetto interessante «che prevede un minor spreco di carta» e un risparmio. Perché abbonarsi a cinque riviste se ne puoi aver il meglio in una sola? Lo stesso discorso vale per i quotidiani.

MediaNewsGroup (editore americano di quotidiani locali, ndr) ha in cantiere un progetto simile, per una pubblicazione su misura.Tramite una serie di meccanismi di selezione sui contenuti, potranno consegnare una versione ad hoc in pdf, che poi si potrà stampare, leggere sul pc o sul cellulare.

L’IMMAGINE

Con la nascita del Pdl cambieranno anche i rapporti con la Lega Alla fine la incivilisima norma sui medici-spia è stata cancellata. Si è raggiunto un compromesso, il ministro Maroni ha capito che non era più il caso di insistere e ha ceduto alle pressioni dei parlamentari della maggiornaza. Si troverà un’altra soluzione. Al di là della questione meramente legislativa, per la prima volta bisogna registrare un passo falso della Lega o, ancor meglio, una frattura nella maggioranza con la “linea politica”leghista che subisce una sconfitta e torna ad essere ciò che dovrebbe essere: una minoranza. Il tutto accade alla vigilia della nascita del Pdl. Sapremo nelle prossime settimane se si è trattato di un semplice incidente di percorso, che rientra nella fisiologia dei rapporti parlamentari, oppure se è un’anticipazione del braccio di ferro prossimo venturo tra Pdl e Lega. La nascita del nuovo partito di Berlusconi, infatti, inevitabilmente condizionerà le politiche di governo: è impensabile che la linea politica non sia espressa dal Pdl, bensì da un partito “federato”.

Monica Pezzella

RICORDO DI BIAGI Le luttuose tappe del riformismo del lavoro convergono nella parabola di Marco Biagi. Non si tratta solo di una morte ma di un preciso agguato terroristico da parte delle Brigate Rosse. Onestamente non riesco ancora a capire perché nel mirare in alto, il terrore ha ucciso due persone squisite come Aldo Moro e Marco Biagi. Forse l’onestà, la serietà, la concretezza, è un volto oscuro che possiede chi lo professa: talvolta se uno fa seriamente, alcuni lo scherniscono, altri trameranno nell’ombra.

Bruno Russo

UNA STORIA La fusione di An nel Pdl è stata lenta e forse proprio questo ha reso meno traumatica la cosa. An

era un vero partito che era riuscito a tenere a bada tutte le componenti interne, mentre Forza Italia era una grande alleanza per combattere l’affermazione delle sinistra in Italia. Entrambi i partiti sono riusciti nell’intento, ma non è completamente opportuno, che dopo delle variegate vittorie si perda l’identità della forza propulsiva che le ha rese possibili.

A spasso con papà Questo papà struzzo (Struthio camelus) sta portando a spasso i suoi pulcini per la savana africana. Finalmente un po’ di relax dopo settimane di tensione. Già perché il periodo della cova è un vero stress per il povero pennuto, che per non lasciare il nido in balia dei predatori, di notte veglia sulle uova, nascondendole sotto le lunghe piume nere. E tutto mentre mamma struzzo ronfa!

Bruna Rosso

I TREMONTI-BOND Per chi non lo sapesse, la destra, e solo la destra, attraverso il decreto dei Tremonti-bond, ha fatto sottoscrivere alle banche un patto chiaro, legato alla soddisfazione delle stesse obbligazioni date dallo Stato: in esso è contenuta la possibilità per chi ha perso il lavoro e possiede un reddito basso,

di usufruire dell’esenzione temporanea da un mutuo, per un massimo di 12 mesi. Non ricordo altri provvedimenti di egual misura sociale.

BR

SENZA PUREZZA, QUALE SALUTE? Parole, quelle di Papa Benedetto XVI, che in un istante demoliscono anni di campagne di disinfor-

mazione e disumanizzazione messe in atto dall’Onu, dalle associazioni gay e dalle Ong di orientamento comunista, radicale e/o eugenetico-razzista. «L’epidemia di Aids non si può superare con la distribuzione dei preservativi che, anzi aumentano i problemi; né tanto meno con il denaro. L’unica strada efficace è quella di un rinnovo spirituale e umano nella ses-

sualità». Poi il Papa ha aggiunto che occorre curare e accogliere ogni sieropositivo, ma chi può confutare la banale constatazione che castità e purezza conducano alla salute venerea in una percentuale di casi incomparabilmente maggiore rispetto a uno sfrenato ricorso a rapporti sessuali con partner occasionali?

Matteo Maria Martinoli


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dai circoli liberal

LETTERA DALLA STORIA

A Vera, mio piccolo dolce topolino! La tua lettera era molto bella. Se anche le maestre della nuova scuola sono severe, fra breve ti ci avvezzerai. Se sarai diligente e buona, le maestre non tarderanno a metterti affezione. A Pasqua, quando verrete a farmi visita, desidero vedere le tue pagelle, non dimenticarle. Dunque sei stata a sentire il Guglielmo Tell? Quando è possibile si deve leggere prima quel che si vuol sentire in teatro. Così io feci nel novembre 1915 coi ragazzi, nel lazzaretto, quando essi andarono a sentire la Tempesta di Shakespeare. Tu imparerai presto a capire la recitazione, non è questione che di esercizio. Sei ancora tanto piccola! Il 24 aprile compirai undici anni. Ti mando a questo proposito le mie congratulazioni anticipate. Di qui ad allora io non potrò più scrivere e ti mando fin d’ora cento baci ben contati: altro, purtroppo non ho da mandarti. Mi inquieta l’apprendere che hai mal di denti, ciò deriva dalla cattiva nutrizione, ma anche dal modo di currali: puliscili regolarmente due volte al giorno. E non mangiare né bere troppa roba fredda o troppo calda. Prudenza, adesso, nel pattinare, in tempo di disgelo: leggi quello che ho scritto a Bobbi. Ti bacio molte volte, mia dolce piccina. Arrivederci.

Karl Liebknecht a Vera

ACCADDE OGGI

GIUSTIZIALISMI Dopo le indagini sul figlio di Di Pietro, ecco che il pm De Magistris, dopo essersi affiliato all’Italia dei valori, entra nel mirino della giustizia: non c’è nulla da fare, è la politicizzazione della magistratura la prima responsabile dei dissesti della giustizia. Non è colpa della politica, soprattutto ora che si cerca di riformare le cose e cambiare la dialettica e il ruolo dei principali responsabili della legge. Nel contempo, non ci si deve trincerare dietro il vecchio conflitto tra premier e magistrati per evidenziare il problema che è nato molto tempo prima, e che è stato evidenziato nelle sue irregolarità proprio dalla destra. Ricordiamoci anche che il governo difende il senso corretto del giustizialismo, ostacolato da un garantismo che è anche esso figlio delle precedenti Repubbliche.

Bruno Russo

ONORIAMO LA FESTA DEL PAPÀ È di dubbio gusto ritornare a parlare di necessità del preservativo come arma contro l’Aids, in occasione della Festa del Papà. Lo è perché in ogni occasione di festa si trova sempre il modo di polemizzare: il pensiero del Papa lo conosciamo, quello europeo anche, soprattutto se citiamo la sacralissima, una volta, Spagna e l’illuminata, troppo forse, Francia che si erge sempre a paladina. Ma la posizione che irrita di più è quella di coloro che dicono che non tutti nella Chiesa la pensano allo stesso modo. Il dubbio non deve esistere nella spiritualità o nella casa principale che la ospita. Un padre separato, ma anco-

e di cronach di Ferdinando Adornato

Direttore Responsabile Renzo Foa Direttore da Washington Michael Novak Consiglio di direzione Giuliano Cazzola, Francesco D’Onofrio, Gennaro Malgieri, Bruno Tabacci

Ufficio centrale Andrea Mancia, Errico Novi (vicedirettori) Nicola Fano (caporedattore esecutivo) Antonella Giuli (vicecaporedattore) Franco Insardà, Luisa Arezzo, Gloria Piccioni Stefano Zaccagnini (grafica)

21 marzo 1952 Alan Freed presenta il primo concerto di rock and roll a Cleveland, Ohio 1956 Anna Magnani riceve l’Oscar come migliore attrice per il film La rosa tatuata 1960 Apartheid: massacro a Sharpeville in Sudafrica. La polizia apre il fuoco su un gruppo di dimostranti di colore uccidendone 69 e ferendone 180 1963 Chiude il penitenziario federale di Alcatraz situato su un’isola della baia di San Francisco 1965 Programma Ranger: la Nasa lancia il Ranger 9 1975 Berlusconi fonda la “prima” Fininvest srl, che verrà fusa poi con la seconda 1980 Il presidente Jimmy Carter annuncia il boicottaggio degli Stati Uniti ai Giochi olimpici a Mosca in segno di protesta contro l’invasione sovietica in Afghanistan 1990 La Namibia ottiene l’indipendenza dal Sudafrica dopo 75 anni 1999 Roberto Benigni riceve 3 Oscar con il film La vita è bella

Redazione Mario Accongiagioco, Massimo Colonna, Francesco Capozza, Giancristiano Desiderio, Vincenzo Faccioli Pintozzi, Francesco Pacifico, Riccardo Paradisi, Clara Pezzullo (segreteria)

ra cristiano, non può nei discorsi che vertono sui rapporti, sentirsi così negativizzato: il suo ruolo non è lo stesso del passato, e non è solo una questione di valori, ma il disagio di doversi sentire lontano dai compiti di guida per la vita, necessari per un figlio.

Lettera firmata

SANARE I BILANCI Nel piano casa del governo, come in altre cose, la Campania non ha i soldi necessari, perché i suoi amministratori se li sono mangiati. Una responsabilità del genere che disattende tutti i presupposti e i corollari del buon governo di una città o di una Regione dimostra che per realizzare un Ponte sullo Stretto, o equivalente in Campania, occorrerebbe prima sanare i bilanci di chi dorme sopra una mattonella molto oscura.

Bruna Rosso

SPEGNIAMO FUOCO E FIAMME! In migliaia di volte che sono andato a Roma in qualità di dirigente sindacale Rsu per varie manifestazioni, ho sempre notato, e penso anche voi, come piangono i pensionati e i lavoratori, mentre i dirigenti - dal provinciale al nazionale - che si sono garantiti un posto al sole o scranno nel potere istituzionale, si imboscano solo per far danni. Non pensate che sarebbe ora di dare una lezione a chi esagera col clima da G8, facendo fuoco e fiamme solo perché un dirigente nazionale vuole prendere il potere e gareggia per un posto in Parlamento?

IL FEDERALISMO VISTO DA VICINO È severo, ma corretto, il giudizio del presidente Casini sul federalismo fiscale: «fuori da una cornice generale, c’è il rischio che questo federalismo possa produrre un grande disastro per i conti dello Stato, che si risolverà in una maggiore pressione fiscale». Così come condivise sono le preoccupazioni che per la fretta si vada verso un federalismo fiscale incompleto e iniquo. Ma andiamo per gradi. In primo luogo, va detto che la riforma del federalismo fiscale trova giustificazione nella doverosa attuazione della riforma costituzionale del 2001 operata dall’allora maggioranza di centrosinistra. Tale attuazione, però, assume come presupposti due dati che non possono essere ritenuti tali: 1) che la riforma del 2001 non possa essere rimessa in discussione, né necessiti di aggiustamenti; 2) che l’attuazione “istituzionale” possa avvenire in un momento successivo rispetto all’attuazione “finanziaria”. Quanto al primo aspetto a me pare che lo stesso meriti una riflessione più approfondita rispetto a quella sinora svolta, atteso che il federalismo fiscale sembrerebbe aver assunto, senza alcun riscontro concreto, a taumaturgica soluzione per tutti i mali dell’Italia. È divenuto addirittura politicamente scorretto sostenere, invece, che ciò di cui l’Italia ha bisogno è un’amministrazione più efficiente e responsabile. Qualcosa, in altri termini, che non ha niente a che vedere con il federalismo. In una sorta di amalgama ambiguo nel ddl sul federalismo ci sono alcuni aspetti positivi come l’abbandono del criterio della spesa storica, i principi di responsabilità e trasparenza, che però dovrebbero essere migliorati attraverso l’inserimento di concreti meccanismi applicativi. Senza trascurare, inoltre, la preoccupante delega vaga e generica che da un lato “espropria” il Parlamento e dall’altro consente lo sviluppo di elementi di “federalismo per abbandono”che se sviluppati metterebbero in pericolo la coesione sociale e l’unità del Paese. In definitiva sarebbe stato opportuna una riflessione sull’adeguatezza della riforma costituzionale del 2001 per valutarne gli auspicabili correttivi. Ignazio Lagrotta COORDINATORE CIRCOLI LIBERAL REGIONE PUGLIA

APPUNTAMENTI MARZO 2009 LUNEDÌ 23 - PALERMO, ORE 11 SAN MARTINO DELLE SCALE Primo seminario regionale di cultura politica “Dove sono oggi i liberi e forti?”. I giovani siciliani per un nuovo tempo della politica. VENERDÌ 27 - NAPOLI, ORE 15.30 CAFFÈ GAMBRINUS Inaugurazione Circoli liberal città di Napoli. VENERDÌ 27 - PAGANI (SA) ORE 18 Inaugurazione Circolo liberal città di Pagani. VENERDÌ 27 - CASERTA, ORE 20 GRAND HOTEL VANVITELLI - CENA MEETING Presentazione manifesto dei “liberi e forti” per la Provincia di Caserta con il coordinatore regionale Massimo Golino, il presidente Ferdinando Adornato, i parlamentari e i dirigenti dell’Udc della Campania. VINCENZO INVERSO, SEGRETARIO ORGANIZZATIVO NAZIONALE CIRCOLI LIBERAL

Vincenzo

Aldo Forbice, Antonio Funiciello, Giancarlo Galli, Pietro Gallina, Riccardo Gefter Woondrich, Roberto Genovesi, Arturo Gismondi, Raphael Glucksmann, Aldo G. Ricci, Giorgio Israel, Robert Kagan,

Supplemento MOBYDICK (Gloria Piccioni)

Filippo La Porta, Maria Maggiore,

Collaboratori Francesco Alberoni, Maria Pia Ammirati, Mario Arpino, Bruno Babando, Giuseppe Baiocchi, Giuseppe Bedeschi, Sergio Belardinelli, Stefano Bianchi, John R. Bolton, Mauro Canali, Franco Cardini, Carlo G. Cereti, Enrico Cisnetto, Claudia Conforti, Angelo Crespi, Renato Cristin, Francesco D’Agostino, Reginald Dale, Massimo De Angelis, Anselma Dell’Olio, Roberto De Mattei, Alex Di Gregorio

Andrea Margelletti, Adriano Mazzoletti,

Paolo Malagodi, Marzia Marandola, Gabriella Mecucci, Assuntina Morresi, Roberto Mussapi, Francesco Napoli, Ernst Nolte, Giovanni Orsina, Emanuele Ottolenghi, Jacopo Pellegrini, Adriano Petrucci, Leone Piccioni, Francesca Pierantozzi, Daniel Pipes, Marina Pinzuti Ansolini, Gianfranco Polillo,

Società Editrice Edizioni de L’Indipendente s.r.l. via della Panetteria, 10 • 00187 Roma

Distributore esclusivo per l’Italia Parrini & C - Via di Santa Cornelia, 9 00060 Formello (Rm) - Tel. 06.90778.1

Amministratore Unico Ferdinando Adornato

Diffusione Ufficio centrale: Luigi D’Ulizia 06.69920542 • fax 06.69922118

Concessionaria di pubblicità e Iniziative speciali OCCIDENTE SPA Presidente: Marco Staderini Amministratore delegato: Angelo Maria Sanza Consiglio di amministrazione: Ferdinando Adornato,Vincenzo Inverso, Domenico Kappler, Emilio Lagrotta, Gennaro Moccia, Roberto Sergio Amministrazione: Letizia Selli, Maria Pia Franco Ufficio pubblicità: 0669924747

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Emilio Spedicato, Davide Urso,

Tipografia: edizioni teletrasmesse Editrice Telestampa Sud s.r.l. Vitulano (Benevento) Editorial s.r.l. Medicina (Bologna)

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Marco Vallora, Sergio Valzania

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Loretto Rafanelli, Carlo Ripa di Meana, Roselina Salemi, Katrin Schirner,

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e di cronach

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Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 19.30


2009_03_21  

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